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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúQuando rientrer√† la mamma, sar√≤ libera dall’impegno di badare al mio fratellino‚Ä̬†di badare al mio fratellino¬†√® da considerarsi una subordinata dichiarativa (in quanto specifica il significato di¬†impegno¬†nella principale) oppure una finale?

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†libero¬†√® uno di quelli che possono reggere un argomento (come¬†adatto a,¬†degno di,¬†pronto a). Quando l’argomento prende la forma di una proposizione, questa non pu√≤ che essere considerata argomentale, per l’appunto. Tra le argomentali, la dichiarativa √® quella che corrisponde pi√Ļ da vicino alle caratteristiche della proposizione cos√¨ formata.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúChe ore sono?‚ÄĚ √® un‚Äôinterrogativa diretta.
‚ÄúDimmi che ore sono‚ÄĚ √® un‚Äôinterrogativa indiretta perch√© dipende da una principale.
Considerate queste premesse, la frase ‚ÄúMi dici che ore sono?‚ÄĚ Oppure ‚ÄúPuoi dirmi che ore sono?‚ÄĚ ha il punto interrogativo e perci√≤ non dovrebbe essere un‚Äôinterrogativa indiretta, ma allo stesso tempo dipende da una reggente. Come la si pu√≤ interpretare, dunque?
Stesso problema per: ‚ÄúHai visto cosa ha fatto?‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Nella premessa c’√® una imprecisione; una volta rettificata quella la risposta risulta subito evidente. Le frasi con la proposizione interrogativa indiretta non sono interrogative indirette, ma contengono una interrogativa indiretta. La proposizione che regge l’interrogativa indiretta pu√≤ ben essere una interrogativa diretta, quindi richiedere il punto interrogativo alla fine; √® quello che succede in “Mi dici che ore sono?”:¬†Mi dici?¬†√® la proposizione principale, interrogativa diretta, che regge l’interrogativa indiretta¬†che ore sono. Il punto interrogativo, in queste frasi, √® legato alla principale, non alla subordinata. Lo stesso vale per ‚ÄúPuoi dirmi che ore sono?‚ÄĚ e ‚ÄúHai visto cosa ha fatto?‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere la differenza che c’√® tra i due tempi verbali delle due frasi che seguono:

1. Ora Luca mangia un gelato;

2. Ora Luca sta scrivendo al computer.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi descrivono un evento che avviene mentre l’emittente sta parlando o scrivendo, quindi Luca mangia un gelato mentre io sto parlando, o Luca sta scrivendo al computer mentre io mangio. A differenza della prima frase all’indicativo presente (mangia), la seconda √® costruita con la perifrasi progressiva stare + gerundio (sta scrivendo), che indica un processo in corso di svolgimento la cui durata si protrae oltre il momento in cui l’emittente si focalizza.
Raphael Merida

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel periodo: “Avevo visto Mario e gli avevo chiesto di passare dal mio studio, ma non ha portato i documenti che avrei dovuto consultre” la coordinata avversativa¬†ma non ha portato i documenti¬†√® da considerare legata alla coordinata copulativa¬†e gli avevo chiesto¬†oppure alla subordinata oggettiva¬†di passare dal mio studio?

 

RISPOSTA:

La coordinata introdotta da ma è formalmente collegata alla coordinata alla principale e gli avevo chiesto; nessun elemento al suo interno, infatti, può collocarla su un piano della gerarchia sintattica diverso dal primo. Certo, se sottraessimo la subordinata oggettiva, il contenuto della seconda coordinata non sarebbe comprensibile (e gli avevo chiesto, ma non ha portato i documenti); questo, però, è un effetto della forza del legame di subordinazione completivo (quello che lega gli avevo chiesto e di passare dal mio studio), per il quale la reggente risulta incompleta senza la subordinata.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Perché a volte l’articolo si concorda con l’aggettivo (ovvero con la parola che lo segue)? Ad esempio: il tuo amico invece di lo tuo amico, l’ultimo compito da fare invece di il ultimo compito da fare. Si concorda così per evitare la cacofonia?

 

RISPOSTA:

Bisogna distinguere tra l’accordo, che regola la scelta del genere e del numero dell’articolo, e l’armonizzazione della catena fonica, che regola la scelta della forma dell’articolo. L’articolo concorda sempre con il nome; infatti, nei suoi esempi,¬†il¬†e¬†l’¬†sono maschili singolari perch√©¬†amico¬†e¬†compito¬†sono nomi maschili singolari. La forma dell’articolo, poi, cambia a seconda dell’iniziale della parola subito successiva per facilitare la pronuncia dell’intera espressione che contiene l’articolo. L’articolo determinativo maschile singolare, per esempio, ha tre forme:¬†il,¬†lo,¬†l’, ognuna selezionata in base all’iniziale della parola successiva nella frase. Come lei stesso ha notato, del resto, la forma dell’articolo cambia anche se l’articolo √® seguito direttamente dal nome (l’amico, ma¬†il compito); in questo caso, infatti, il nome √® non solo la testa che governa l’accordo, ma anche la parola subito successiva all’articolo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio relativo all’analisi grammaticale degli aggettivi possessivi¬†loro¬†e¬†altrui.
Essendo entrambi invariabili vorrei capire se nel momento in cui devo analizzarli √® sufficiente scrivere “aggettivo possessivo invariabile” o se devo anche specificare maschile, femminile, singolare e plurale osservando il nome dell’oggetto posseduto.
Per esempio: “Le formiche portavano delle provviste nel loro formicaio”.
In questa frase devo scrivere: “aggettivo possessivo invariabile” o anche “maschile e singolare” perch√© si riferisce a formicaio, che √® appunto maschile singolare? O lo devo analizzare come femminile plurale perch√© √® riferito a formiche?

 

RISPOSTA:

La questione √® duplice: bisogna capire con quale sintagma concorderebbe¬†loro¬†se fosse variabile e come √® meglio descrivere tale accordo nell’ambito dell’analisi grammaticale. Per il primo punto possiamo servirci di uno stratagemma: osserviamo come si comportano gli aggettivi possessivi variabili in italiano, per esempio nella frase “Abbiamo preso il¬†suo¬†zaino”. Come si vede, la scelta dell’aggettivo √® determinata dalla persona o cosa che detiene il possesso (nella frase lo zaino appartiene a una terza persona, quindi si usa l’aggettivo di terza persona singolare), ma la forma dell’aggettivo dipende dal nome accompagnato (nella frase¬†suo¬†concorda con¬†zaino). Allo stesso modo, nella sua frase¬†loro¬†√® scelto perch√© il possessore √® una terza persona plurale (le formiche), ma se l’aggettivo fosse variabile concorderebbe con¬†formicaio¬†(e lo stesso vale per¬†altrui). Per quanto riguarda la descrizione dell’aggettivo nell’analisi grammaticale,¬†loro¬†deve essere descritto come invariabile; a rigore, infatti, attribuire a¬†loro¬†un genere e un numero √® scorretto, perch√© qualsiasi scelta non corrisponderebbe all’effettiva forma della parola (che, per l’appunto, non ha n√© genere n√© numero).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla corretta analisi del participio passato nella seguente frase: “Luigi √® stato colpito da una tegola MOSSA dal vento”. il participio¬†mossa¬†lo considero come un predicato verbale che introduce un’altra proposizione di cui¬†dal vento¬†√® una causa efficiente?
In altre parole, può un modo indefinito introdurre un predicato verbale? Ho consultato un paio di grammatiche ma ho sempre trovato esempi con modi finiti.

 

RISPOSTA:

Il participio passato e, in generale, una qualsiasi forma indefinita del verbo possono essere analizzati come predicato verbale (sebbene il participio possa fungere anche da sintagma nominale e aggettivale e l’infinito da sintagma nominale). Nel caso specifico,¬†mossa¬†equivale a¬†che era (stata) mossa, quindi √® il predicato verbale di una proposizione relativa implicita, completata dal complemento di causa efficiente¬†dal vento.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto l‚Äôuso della virgola in una frase di questo tipo (dopo il verbo, prima del complemento oggetto ma in presenza di¬†da una parte‚Ķ dall‚Äôaltra)?
‚ÄúIl documento mostra, da una parte il tuo elaborato, dall‚Äôaltra il mio‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La virgola va evitata, proprio perché separa il complemento oggetto dal verbo. In alternativa si può inserire la locuzione tra due virgole; a quel punto, però, per simmetria si dovrà fare lo stesso con la locuzione correlativa:
‚ÄúIl documento mostra, da una parte, il tuo elaborato, dall‚Äôaltra, il mio‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Avverbio
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Parler√≤ soltanto con chi conosca / conoscesse almeno i principi essenziali”.
“Non parler√≤ con chi non conosca / conoscesse almeno i principi essenziali”.
Con chi parlerò?

 

RISPOSTA:

La relativa introdotta da¬†chi¬†ha un valore consecutivo (chi (non) conosca¬†= ‘le persone tali da (non) conoscere’), che giustifica l’uso del congiuntivo. Il tempo del congiuntivo nella relativa √® deittico, cio√® allineato con il tempo extralinguistico: se il¬†conoscere¬†√® presente o futuro (quindi comunque presente ai fini della scelta del tempo del congiuntivo) si dovr√† usare il presente; se, invece, il¬†conoscere¬†√® passato (“parler√≤ ora o domani con chi conoscesse ieri i principi essenziali”), si user√† l’imperfetto. L’imperfetto, per la verit√†, potrebbe essere usato anche per il presente, perch√©¬†chi (non) conoscesse¬†pu√≤ essere interpretato come¬†se qualcuno (non) conoscesse; si tratterebbe, per√≤, di un uso ambiguo e, in pi√Ļ, la sfumatura ulteriore di eventualit√† aggiunta dall’imperfetto sarebbe superflua. In¬†questa risposta¬†pu√≤ trovare la spiegazione di un caso analogo al suo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In qualche reminiscenza della mia memoria era presente la regola per cui in un elenco si debba mettere solo il primo articolo e i successivi si omettono. Pu√≤ essere che fosse riferito solo al caso in cui l’articolo sia il medesimo per tutti i nomi, non ricordo con esattezza. Perci√≤ √® corretta la seguente frase?
Ha il corpo tozzo, gambe corte e coda lunga.
E questa?
Ha la testa tonda, coda lunga e bocca piccola.

 

RISPOSTA:

L’articolo che accompagna il primo nome di un elenco non dovrebbe valere anche per gli altri nomi dell’elenco, ma ogni nome dovrebbe essere accompagnato dal proprio articolo. Una frase come “Ho comprato il martello, regolo e chiave inglese che mi avevi chiesto” √® chiaramente scorretta; si dice, invece, “Ho comprato il martello, il regolo e la chiave inglese che mi avevi chiesto”. Se tutti i nomi dell’elenco sono dello stesso genere e numero la regola non cambia: ciascuno deve avere il proprio articolo.
Ovviamente, l’articolo va inserito se √® richiesto: nei casi in cui il nome non avrebbe l’articolo fuori dall’elenco esso non lo deve avere neanche nell’elenco. Per esempio, cos√¨ come potrei dire “Ho comprato (dei) chiodi” potrei anche dire “Ho comprato un martello, (dei) chiodi e (dei) ganci”.
I suoi elenchi presentano una specificit√† ancora diversa: sono costruiti in modo da ammettere sia la soluzione con sia quella senza articolo per tutti e tre i membri (anche per il primo):¬†avere¬†(e verbi simili, come¬†presentare,¬†mostrare,¬†essere composto da) seguito da un elemento descrittivo, ma soprattutto da un elenco di elementi descrittivi, √®, infatti, un costrutto quasi cristallizzato con il nome o i nomi senza articolo. Si veda, per esempio, la seguente frase tratta dal sito catalogo.beniculturali.it: “L’oggetto ha¬†bocca piccola¬†con doppio bordo in rilievo,¬†collo lungo, due manici ad ansa”. Si potrebbe argomentare che, stante la possibilit√† di omettere l’articolo per tutti i membri di questo tipo di elenco, si dovrebbe fare la stessa scelta per tutti: o “Ha il corpo tozzo, le gambe corte e la coda lunga” o “Ha corpo tozzo, gambe corte e coda lunga”; per quanto, per√≤, questa soluzione sia ragionevole e per questo preferibile in contesti formali, l’inserimento dell’articolo soltanto per alcuni dei membri dell’elenco non pu√≤ essere considerato una scelta scorretta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nel Credo si dice:¬† ¬ęIl quale fu concepito DI spirito santo nacque da Maria Vergine¬Ľ; sono corrette o sbagliate e perch√©? ¬ęFu concepito Di spirito santo¬Ľ, oppure ¬ędello Spirito santo¬Ľ, ¬ęda spirito santo¬Ľ, o ¬ędallo spirito santo¬Ľ?. Inoltre, ¬ęda Maria Vergine¬Ľ o ¬ędalla Maria Vergine¬Ľ, ¬ędi Maria Vergine¬Ľ o ¬ęDella Maria Vergine¬Ľ? Se invece di ¬ęMaria Vergine¬Ľ si usa ¬ęVergine Maria¬Ľ cambia la preposizione?

 

RISPOSTA:

La preghiera del Credo, nella sua versione ufficiale in italiano, recita: ¬ęPer noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si √® incarnato nel seno della Vergine Maria e si √® fatto uomo¬Ľ. Circolano anche versioni pi√Ļ o meno scorrette di questa preghiera, quali ad esempio: ¬ęfu concepito di Spirito Santo¬Ľ, che √® una cattiva traduzione dal latino ¬ęconceptus est de Spiritu Sancto¬Ľ, in cui de indica in questo caso un complemento di agente (e con moto dall‚Äôaltro verso il basso), traducibile in italiano con la preposizione da e non con la preposizione di. Inoltre, la preposizione in questo caso deve essere articolata: ¬ędallo Spirito santo¬Ľ (e non ¬ęda Spirito santo¬Ľ), in quanto si riferisce a un elemento noto e determinato. Per rispondere alle altre domande, ecco i corretti usi preposizionali in italiano: ¬ęfu concepito dallo spirito santo¬Ľ (tutte le altre forme sono sbagliate); ¬ędalla Vergine Maria¬Ľ e ¬ęda Maria Vergine¬Ľ sono entrambe corrette. In ¬ęMaria Vergine¬Ľ la testa del sintagma √® Maria, che √® un nome proprio e come tale non richiede l‚Äôarticolo, mentre in ¬ęla Vergine Maria¬Ľ l‚Äôarticolo √® necessario in quanto richiesto dal sostantivo vergine. Quindi, analogamente, con le preposizioni: ¬ędella Vergine Maria¬Ľ oppure ¬ędi Maria Vergine¬Ľ (ma non ¬ędi Vergine Maria¬Ľ). L‚Äôordine delle parole non influisce sulla preposizione, ma sull‚Äôarticolo, e dunque sull‚Äôuso della preposizione semplice oppure articolata: di o della, da o dalla ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Una frase come “Nessuna parola, fatto o azione mi hanno ferito” √® corretta? Si pu√≤ concordare l’aggettivo indefinito solo con il nome pi√Ļ vicino?

 

RISPOSTA:

L’accordo tra un aggettivo preposto e un soggetto composto di nomi di genere diverso √® problematico, perch√© il nome pi√Ļ vicino all’aggettivo attrae la concordanza. Se, ad esempio, volessimo definire¬†amatissimi¬†il figlio e la figlia di qualcuno potremmo dire¬†gli amatissimi figlio e figlia¬†(con l’aggettivo al plurale maschile “onnicomprensivo”) o¬†l’amatissimo figlio e l’amatissima figlia; il rischio, per√≤, sarebbe di formare¬†l’amatissimo figlio e figlia, per via dell’attrazione dell’accordo operata dal nome pi√Ļ vicino all’aggettivo,¬†figlio. nel suo caso l’accordo al plurale non √® possibile, visto che¬†nessuno¬†non ha la forma plurale, quindi non rimane che “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi hanno ferito”. La concordanza di¬†nessuno¬†con il solo primo nome, comunque, non pu√≤ dirsi un errore grave: non pregiudica, infatti, affatto la comprensione della frase (gli aggettivi non ripetuti potrebbero essere considerati semplicemente sottintesi).
Aggiungo che anche il verbo¬†avere¬†pu√≤ andare al singolare (“Nessuna parola, fatto o azione mi ha ferito” o “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi ha ferito”); il singolare, si badi, √® dovuto non all’accordo con il solo primo soggetto, bens√¨ all’accordo con ciascun soggetto uno alla volta, visto che i tre nomi sono presentati come uno in alternativa all’altro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si dice ¬ęha constatato che il sig. X fosse presente¬Ľ o ¬ęha constatato che il sig. X era presente¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette: quella al congiuntivo √® pi√Ļ formale, ma quella all‚Äôindicativo √® pi√Ļ comune. Nelle subordinate completive l‚Äôindicativo e il congiuntivo sono intercambiabili, sebbene con gradi di accettabilit√† differenti a seconda del verbo reggente e anche del fatto che vi sia o no la negazione, oltre che in base al grado di formalit√†. Con la negazione, per esempio, il congiuntivo √® sempre preferibile: ¬ęNon ha constatato se X fosse presente¬Ľ. Con la negazione, tra l‚Äôaltro, la completiva non √® un‚Äôoggettiva, bens√¨ una interrogativa indiretta, introdotta da se. Nelle frasi affermative, vi sono verbi che ammettono, e quasi prediligono, l‚Äôindicativo, quali constatare, appurare, dire, vedere, sentire (una frase come ¬ęsento che Luca sia affannato¬Ľ, ancorch√© non erronea, √® al limite dell‚Äôinaccettabile, in un italiano comune); e verbi che invece preferiscono il congiuntivo (la maggior parte: volere, temere, credere, pensare, ritenere, dubitare, sognare‚Ķ). In linea di massima, i verbi che esprimono una percezione diretta della realt√† prediligono l‚Äôindicativo (tranne che con la negazione), mentre i verbi che esprimono un‚Äôipotesi, un timore, una volont√† e simili prediligono il congiuntivo. Oltre che dal grado di formalit√†, la presenza dell‚Äôindicativo o del congiuntivo nelle subordinate, dunque, non dipendono tanto dal grado di certezza (come erroneamente spesso si dice), quanto dalla percezione pi√Ļ o meno diretta. Se dipendesse dalla certezza, allora frasi come le seguenti sarebbero impossibili: ¬ęcredo fermamente che Dio esista¬Ľ; ¬ęho sognato che volevi uccidermi¬Ľ, mentre invece sarebbero poco naturali ¬ęcredo fermamente che Dio esiste¬Ľ e ¬ęho sognato che volessi uccidermi¬Ľ. Questo perch√© sognare si riferisce comunque al frutto di una percezione diretta, mentre il verbo credere (cos√¨ come avere fede), pur non mettendo in dubbio il frutto di quanto viene creduto, lo esprime comunque con un verbo che indica una elaborazione del pensiero (come pensare). ¬†

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Avrei bisogno di un chiarimento in seguito ad un diverbio per l’uso del verbo avere dopo la preposizione se.

Durante una conversazione riguardante una persona che dovrebbe unirsi a me e ad altre persone per un viaggio (persona con un atteggiamento poco incline al girare a piedi una citt√†) √® stata detta la seguente frase ¬ęcerto, se avrebbe anche a Londra questa visione di visitare la citt√† meglio che non venga¬Ľ, volevo sapere se ¬ęavrebbe¬Ľ usato in questa maniera diciamo ipotetica pu√≤ essere giusta o se si sarebbe dovuto usare ¬ęse avesse¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La congiunzione (e non preposizione) se, in questo caso, introduce la protasi di un periodo ipotetico e dunque non pu√≤ mai reggere un condizionale, ma soltanto un congiuntivo, oppure un indicativo: ¬ęse avesse‚Ķ sarebbe meglio¬Ľ, ¬ęse ha‚Ķ √® meglio¬Ľ. Le ragioni dell‚Äôerrore sono facilmente intuibili: il/la parlante coglie la dubitativit√† dell‚Äôevento e la esprime dunque la condizionale: ¬ępotrebbe avere anche a Londra questa visione‚Ķ allora √® meglio che non venga¬Ľ. Tuttavia, come ripeto, dato che il periodo √® ipotetico, dopo se √® ammissibile soltanto o l‚Äôindicativo o il congiuntivo, mai il condizionale. Peraltro, se si vuole rendere a pieno la modalit√† della protasi, in questo contesto, a met√† tra il volitivo e l‚Äôepistemico, la soluzione migliore sarebbe la seguente: ¬ęCerto, se deve avere anche a Londra questa visione di visitare la citt√†, √® meglio che non venga per niente¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me, che non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Non so se la costruzione sia corretta. Non ravviso niente di illogico o di irregolare in essa; tuttavia non sono convinta che, dal punto di vista grammaticale, il riferimento del ¬ęche¬Ľ sia valido.

La frase, parafrasata, sarebbe questa:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me. Io non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Ma nell’esempio, il ¬ęche¬Ľ, se non erro, si riferisce a un soggetto non espresso. Mi domando se la mia osservazione sia giusta.

 

RISPOSTA:

La frase √® ben formata e il che non si riferisce a un soggetto non espresso, bens√¨ a un complemento di termine (della reggente), svolgendo tuttavia la funzione di soggetto della subordinata relativa. Il fatto che l‚Äôantecedente del relativo (cio√® il nome cui il relativo si riferisce) sia in un complemento indiretto non crea alcuna difficolt√†; l‚Äôimportante √® che il pronome relativo, all‚Äôinterno della proposizione relativa, svolga il ruolo o di soggetto o di oggetto, e nessun altro (salvo eccezioni d‚Äôambito colloquiale e al limite dell‚Äôaccettabilit√†). Dunque, sarebbe substandard un esempio del genere: ¬ęla critica √® rivolta a me, che non me ne importa niente¬Ľ (cio√® ¬ęa cui non importa niente¬Ľ). In questo caso, saremmo di fronte a una cosiddetta relativa debole, o che polivalente, da evitare nello stile formale o anche di media formalit√†.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nel linguaggio, spesso frettoloso e trascurato, della messaggistica, ho ravvisato esempi del genere:

1) Visto due film, stasera: spettacolari.

2) Fatto. Comprato pane e marmellate.

Si tratta evidentemente di due casi in cui si √® scelto di omettere l’ausiliare coniugato.

(Ho) visto due film. (Ho) comprato pane e marmellate.

Innanzitutto, vi domando se le costruzioni così presentate sono corrette.

Se si volesse unire l’economicit√† della comunicazione, che sembra essere fondamentale in questo contesto, con il rispetto della sintassi, si potrebbe optare, secondo voi, per il compromesso di flettere il participio passato secondo il genere e il numero?

Dal punto di vista della brevit√† (e dell’immediatezza) non ci sarebbero differenze.

3) Visti due film, stasera: spettacolari.

4) Fatto. Comprati pane e marmellate.

 

RISPOSTA:

Entrambe le costruzioni (visto/visti, fatto/fatti) sono corrette, ma non v‚Äô√® dubbio sulla maggiore formalit√† della seconda, che dunque √® da preferire. Infatti, mentre nel primo caso (¬ęvisto due film¬Ľ, ¬ęcomprato pane e marmellate¬Ľ) l‚Äôunico modo per giustificare la presenza del participio passato √® quello di ricorrere all‚Äôellissi dell‚Äôausiliare, col risultato di ottenere una frase telegrafica e, in quanto tale, traballante, assolutamente da evitare nello stile anche di media formalit√†, nel secondo caso, invece, il participio passato al plurale, e cio√® accordato col soggetto di una frase passiva (¬ęsono stati visti due film¬Ľ, ¬ęsono stati comprati pane e marmellate¬Ľ), √® perfettamente standard e adatto a qualunque contesto, interpretabile come costrutto implicito, senza bisogno di invocare l‚Äôellissi dell‚Äôausiliare. Tant‚Äô√® vero che le stesse proposizioni potrebbero trovarsi come subordinate implicite: ¬ęvisti due film, sono poi andato a letto¬Ľ; ¬ęcomprati pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ. La stessa possibilit√† √® negata al participio singolare maschile, che in questo caso sarebbe agrammaticale: *¬ęvisto due film, sono poi andato a letto¬Ľ; *¬ęcomprato pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho una domanda riguardante la seguente frase, tratta da The Game di Alessandro Baricco:

L’istinto era quello di fermarli. Il pregiudizio, diffuso, quello che fossero dei distruttori punto e basta.

Nella frase,¬†quello che fossero equivale a (l’istinto) era che fossero (l’uso del congiuntivo imperfetto √® stilistico e non √® semantico). La mia confusione riguarda il fatto che in quello che il che √® un pronome relativo, mentre nella mia versione della frase il che √® una congiunzione. Nella frase originale perch√©¬†che √® un pronome relativo?¬†Non riesco a sostituirlo con il quale. A che cosa si referisce quello? Potrebbe farmi un altro esempio in cui quello che viene usato come nella frase di Baricco?

 

RISPOSTA:

Nella frase originale, quello serve a ripetere il sintagma l’istinto. Questa ripetizione √® possibile (anche se appesantisce la sintassi) e pu√≤ servire a far risaltare il sintagma ripreso. Essa, per√≤, non √® necessaria e non cambia la natura della proposizione introdotta da che; il che, infatti,¬†non si riferisce a¬†quello (infatti non pu√≤ essere sostituito da¬†il quale), ma √® una congiunzione, proprio come nella versione modificata. La proposizione introdotta da¬†che √® una completiva: nella variante con quello √® una dichiarativa; nella variante senza quello viene considerata soggettiva, anche se sostituisce una parte nominale (per un approfondimento si veda questa risposta). Frasi come quella da lei citata potrebbero essere “La paura era quella di non riuscire a vincere”; “La paura era quella che la mia squadra non avrebbe vinto”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel seguente esempio la proposizione che inizia con dovreste esprime una possibilità, giusto?

Non mi pare che dovreste avere troppa difficoltà a collocare una trama sopra delle note (M. Morazzoni).

√ą¬†possibile formulare la proposizione senza dovere (“Non mi pare che avreste troppa difficolt√† a collocare una trama sopra delle note”)?

Un altro esempio: “Penso che Mario potrebbe¬†uscire stasera” (possibilit√†); se cambio la frase con “Penso che Mario uscirebbe stasera” dovrei esplicitare una condizione, ad esempio se avesse tempo?

Nella frase ‚ÄúIo penso che dovremmo tenerla unita, questa fortuna, tenere insieme i figli, e le donne e noi stessi, tutti insieme” (U. Riccarelli), mi¬†sembra che dovremmo esprima in modo cordiale un consiglio invece che una possibilit√†. Per questo tipo di completiva penso che sia necessario usare dovere, potere, o volere e non sarebbe possibile scrivere la proposizione senza un verbo servile; giusto?

 

RISPOSTA:

I verbi servili aggiungono sempre una sfumatura di significato al verbo che reggono. Nella prima frase,¬†dovreste rappresenta il non avere difficolt√† come ipotizzato dall’emittente, quindi che il parlante √® incerto se quello che sta dicendo si avverer√†. Il condizionale, in questo caso, non √® legato a una premessa, ma esprime il dubbio dell’emittente (come se nella frase fosse sottinteso se avessi ragione, se la mia idea fosse corretta o simili). Se eliminiamo il verbo servile, viene meno la sfumatura ipotetica; avreste indicherebbe che il non avere difficolt√† √® la conseguenza di una premessa. Tale premessa dovrebbe essere esplicitata, altrimenti la frase rimane in sospeso. Lo stesso vale per la seconda frase: come da lei proposto, il servile potere rappresenta l’uscire come potenziale; senza il servile,¬†uscirebbe diviene la conseguenza di una premessa che deve essere esplicitata.

Nella terza frase,¬†dovremmo esprime ancora un’ipotesi dell’emittente; visto il significato della frase, per√≤, in questo caso l’ipotesi √® interpretata automaticamente come un auspicio, quindi anche come un invito all’interlocutore a realizzare il contenuto della frase. Anche qui senza il verbo servile il tenerla unita e le altre azioni diventerebbero conseguenze di premesse che devono essere esplicitate. Ovviamente, se sostituiamo dovere con un altro verbo servile il significato della frase cambia: con¬†potere l’invito si trasforma in una possibilit√†, con volere in un desiderio.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su due frasi:

1) per me hai ragione tu

2) si studia per sé e non per gli insegnanti

 

RISPOSTA:

L’analisi logica delle due frasi è la seguente: 1) hai ragione: predicato verbale; tu: soggetto; per me: complemento di limitazione. 2) Il periodo è composto da due proposizioni; una reggente e una coordinata. Analisi logica della reggente: si studia: predicato verbale; per sé: complemento di vantaggio; e non (si studia): predicato verbale sottinteso; per gli insegnanti: complemento di vantaggio.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Mario √® nato al rombo del cannone” o “Mario era nato al rombo del cannone”? A mio parere la prima espressione √® corretta a patto che Mario sia ancora in vita, la seconda invece √® da preferirsi qualora Mario sia ormai defunto. Vorrei sapere se questa mia opinione √® corretta.

 

RISPOSTA:

La sua interpretazione, ancorch√© non del tutto priva di qualche intuizione, √® troppo rigida e quindi, s√¨, infondata nella sua assolutezza. Sebbene il passato prossimo indichi di norma una conseguenza o una ricaduta (talora in verit√† pi√Ļ teorica, o ‚Äúpragmatica‚ÄĚ, che reale) dell‚Äôazione al passato sul tempo presente, e il remoto tenda a escludere, invece, tale ricaduta, i due tempi sono ampiamente intercambiabili in italiano (tranne che per verbi dal significato decisamente durativo, non puntuale, quali capire e sentire in espressioni quali hai capito, hai sentito e simili, decisamente substandard, o regionali, se al passato remoto in certi contesti: *capisti, *sentisti e simili), con una maggiore formalit√† per il passato remoto. Quindi, anche per una persona defunta, posso ben dire, per esempio: ¬ęGiacomo Leopardi √® nato a Recanati¬Ľ (e non necessariamente ¬ęnacque¬Ľ). Quanto al trapassato prossimo, esso implica di norma il rapporto di anteriorit√† rispetto ad altro evento sempre al passato. Nel suo esempio, peraltro sempre corretto, dunque, ¬ęera nato¬Ľ non ha nulla a che vedere col fatto che Mario sia morto o vivo e vegeto, bens√¨ con l‚Äôeventuale prosecuzione del discorso, al passato, con altre azioni o eventi legati a Mario: ¬ęera nato al rombo del cannone mentre era in corso la seconda guerra mondiale¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1. Seppur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.
Mi è capitato di sentire delle frasi del genere e mi chiedevo se fossero corrette.
Per me, le uniche due versioni corrette sono quelle formate da “seppure” + verbo di modo finito e “pur(e)” con gerundio:
2. Seppure io abbia sbagliato, ho fatto tutto in buona fede.
3. Pur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.

 

RISPOSTA:

La frase 1. √® senza dubbio scorretta; la 2. e la 3., invece, sono ben formate. Le proposizioni concessive esplicite, come nel caso di 2., possono avere il verbo al congiuntivo o all’indicativo, a seconda delle congiunzioni dalle quali sono introdotte. Reggono il congiuntivo, per esempio, le congiunzioni seppure, sebbene, malgrado ecc.: “Seppure/Sebbene/Malgrado abbia sbagliato”; regge l’indicativo una locuzione congiuntiva come anche se: “Anche se ho sbagliato”. Le concessive implicite, come nel caso di 3., sono costruite invece con il gerundio (o con il participio e in rari casi con l’infinito) preceduto da un connettivo come pure: questa costruzione √® possibile soltanto nel caso in cui il soggetto della concessiva coincida con quello della reggente.
Raphael Merida

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QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

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QUESITO:

Volevo sapere quale delle due forme √® corretta: ¬ęl‚Äôautobus/il treno viene¬Ľ o ¬ęl‚Äôautobus/il treno arriva¬Ľ. E se solo una delle due forme √® corretta vorrei capire perch√© l‚Äôaltra non lo √®.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, dal momento che, tra le varie accezioni (cio√® significati) di entrambi i verbi venire e arrivare ve n‚Äô√® almeno una in comune (cio√® quella di ‚Äėgiungere in un luogo‚Äô), in cui, dunque, i due verbi sono sinonimi. Tuttavia, dato che, com‚Äô√® noto, la sinonimia perfetta non esiste, va tenuto conto dei contesti in cui entrambi i verbi sono usati normalmente dai parlanti. Se se ne tiene conto, la differenza tra i due √® schiacciante: con i mezzi di trasporto, arrivare √® di gran lunga pi√Ļ frequente di venire, con migliaia (in qualche caso decine di migliaia) di occorrenze di scarto (dati facilmente verificabili in Google ricercando viene/arriva l‚Äôautobus/il treno). Perch√©? √ą pressoch√© impossibile rispondere a questa domanda, visto che la lingua evolve con percorsi non sempre lineari n√© analizzabili logicamente. Probabilmente i parlanti associano a venire (sempre in base alla frequenza e ai contesti d‚Äôuso) un tratto di maggiore ‚Äėumanit√†‚Äô, cio√® preferiscono quel verbo con soggetti umani o animati e con un certo scopo del movimento, laddove arrivare, invece, implica la sola idea di spostamento da un punto a un altro, con particolare riferimento alla meta. Infatti, se in Google si fa la ricerca ‚Äúil treno che arriva/viene da‚ÄĚ, ecco che la frequenza si inverte: viene √® pi√Ļ frequente di arriva, perch√©, evidentemente, sottolineando la provenienza, si d√† un valore semantico maggiore allo scopo o quantomeno alla natura dello spostamento. Morale della favola: i verbi sono corretti entrambi, ma √® meglio usare arrivare, con i mezzi di trasporto, a meno che non ne si specifichi la provenienza.

Un‚Äôaltra piccola osservazione a margine riguarda l‚Äôordine dei sintagmi della frase con questi due verbi, che √® preferibilmente quella verbo-soggetto, piuttosto che quella, canonica, soggetto-verbo. Questo accade perch√© arrivare e venire sono verbi inaccusativi, cio√® intransitivi con ausiliare essere, che, come tali, trattano il soggetto perlopi√Ļ come elemento nuovo, piuttosto che come dato, e dunque un po‚Äô alla stregua di un oggetto (per semplificare al massimo un fenomeno sintattico e pragmatico in verit√† molto complesso). Quindi: ¬ęarriva il treno/l‚Äôautobus¬Ľ √® un enunciato molto pi√Ļ frequente e naturale di ¬ęil treno/l‚Äôautobus arriva¬Ľ, se non segue altro sintagma, come per esempio ¬ęl‚Äôautobus arriva tra cinque minuti/subito¬Ľ, in cui invece l‚Äôordine preferito √® quello soggetto-verbo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą possibile dire ¬ęVorrei che faccia¬Ľ invece che ¬ęVorrei che tu facessi¬Ľ? √ą corretto pensare che il congiuntivo presente dia al mio desiderio una sfumatura di maggiore cogenza, un senso imperioso? Normalmente, da quello che trovo anche nelle grammatiche, si usa il congiuntivo imperfetto nella subordinata, poich√© l‚Äôevento √® dato come realizzabile solo se si attua il mio desiderio. Ma nel caso in cui io parlante intenda il mio vorrei come ‚Äėobbligo‚Äô, e usi il condizionale solo in quanto formula di cortesia, √® accettato il congiuntivo presente? In sintesi: √® un vero e proprio errore usare il congiuntivo presente nella frase citata in apertura, o si tratta di una forma poco usuale, ma in alcuni casi prevista e possibile? Si tratta di un problema di grammatica o di semantica?

 

RISPOSTA:

Come spesso accade, di errori veri e propri nella lingua ve ne sono pochi; il pi√Ļ delle volte si tratta di variet√†, impropriet√†, sfumature. In questo caso, se non errato, l‚Äôuso del presente congiuntivo in associazione col condizionale presente, possibile in astratto, √® improprio e decisamente minoritario (nelle persone colte), sia per ragioni semantiche, sia per ragioni grammaticali, o per meglio dire di analogia con altri costrutti che associano congiuntivo a condizionale. Dal punto di vista semantico, come giustamente ricorda lei, la spiegazione che si d√† al condizionale √® che il parlante/scrivente ¬ęmostra di credere poco alla realizzabilit√† del proprio desiderio, lo d√† quasi come fosse gi√† alle spalle¬Ľ (L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 63). Pu√≤ trovare approfondimenti al riguardo in numerose altre domande di DICO, riassunte qui. Quel che pi√Ļ conta, per√≤, √® l‚Äôuso dei parlanti e degli scriventi, pi√Ļ che le loro eventuali intenzioni recondite. Nell‚Äôuso comune, quando compare il condizionale presente nella reggente, scatta quasi sempre l‚Äôuso combinato del congiuntivo imperfetto. Perch√©? Evidentemente per via del costrutto che pi√Ļ d‚Äôogni altro (come frequenza d‚Äôuso) combina i due modi e tempi, vale a dire il periodo ipotetico del secondo tipo (il pi√Ļ frequente dei periodi ipotetici): ¬ęverrei se potessi¬Ľ (e non ¬ęse possa¬Ľ!). Per questa ragione, i parlanti e gli scriventi colti (e conseguentemente le grammatiche) associano all‚Äôuso combinato di condizionale presente pi√Ļ congiuntivo presente un valore di estrema trascuratezza, prossimo all‚Äôerrore. La giustificazione che lei d√† dell‚Äôopzione del congiuntivo presente √® ineccepibile, ma logicistica: le lingue non funzionano con astratte logiche a posteriori, bens√¨ in base a consuetudini consolidate.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Si dice “L’idea che era scomparso o che fosse scomparso mi rendeva triste”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le forme sono corrette: si tratta soltanto di una differenza diafasica, cio√® l’indicativo √® meno formale, il congiuntivo pi√Ļ formale.
Pu√≤ approfondire l’argomento, molto presente nel nostro Archivio, digitando nel campo di ricerca “indicativo congiuntivo”.
Raphael Merida

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se la costruzione implicita ¬ęSpero di incontrarci¬Ľ possa essere giudicata, in astratto, corretta, o almeno accettabile, quale alternativa alla certamente pi√Ļ comune ¬ęspero che possiamo incontrarci¬Ľ. Considerando che i soggetti di principale e subordinata coincidono, non dovrebbe essere, a rigore, una soluzione valida?

 

RISPOSTA:

La costruzione implicita non è corretta perché non vi è identità di soggetto tra reggente e completiva: il soggetto della reggente, infatti, è io, mentre quello della completiva è noi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho letto il contributo sulla vostra pagina sull‚Äôargomento ¬ęa condizione che¬Ľ (qui) e mi sarei interessato perch√© non avete consigliato il congiuntivo trapassato nella terza frase: ¬ęcasomai avesse studiato molto avrebbe superato l‚Äėesame¬Ľ. Secondo me si tratta del 3. grado ipotetico.

 

RISPOSTA:

Se si vuole esprimere l‚Äôirrealt√†, va usato certamente il periodo ipotetico del terzo tipo; si d√† cio√® per scontato (si presuppone) che non ha studiato molto: ¬ęSe avesse studiato molto avrebbe superato l‚Äôesame¬Ľ. Va precisato, per√≤, che questo periodo ipotetico funziona perfettamente con se (che √® la congiunzione ipotetica, o condizionale, per antonomasia), ma funziona meno bene con gli altri connettivi (dunque non del tutto sinonimici) quali a patto che, a condizione che, purch√©, caso mai (o casomai), i quali si conciliano meglio con il periodo ipotetico dei primi due tipi. Purch√©, per esempio, si adatta soprattutto a contesti al congiuntivo presente: ¬ęleggi i fumetti, purch√© tu legga¬Ľ; casomai (quando √® usato come congiunzione e non come avverbio) si usa quasi esclusivamente all‚Äôimperfetto congiuntivo: ¬ęcasomai passassi da Messina, fammi uno squillo¬Ľ. Non a caso, se consulta la banca dati repubblica.it, scopre che la grande maggioranza dei casomai ha valore avverbiale (¬ęPi√Ļ controlli (casomai armati) o pi√Ļ educazione¬Ľ); nei rari casi di casomai congiunzione ipotetica, essa √® costruita praticamente sempre soltanto con il congiuntivo imperfetto (¬ęAccetto suggerimenti, casomai mi ricapitasse¬Ľ).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Si dice: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa (o prima?), aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La locuzione temporale ‚ÄúX fa‚ÄĚ (per es. ¬ędieci anni fa¬Ľ) pu√≤ essere usata soltanto se il riferimento cronologico rispetto al quale si sta dicendo ‚ÄúX fa‚ÄĚ √® il momento stesso in cui si riporta l‚Äôaffermazione. Quindi, ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ vuol dire che il povero padre, nel momento in cui √® morto (cio√® dieci anni fa, rispetto al momento in cui si fa l‚Äôaffermazione, e dunque nel 2014), aveva gi√† pensato al futuro dei figli. ¬ęPrima¬Ľ, invece, √® usato rispetto a un altro termine temporale, sempre al passato, oltre al momento in cui si riporta l‚Äôevento. Quindi, sempre ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni prima, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ significa che il padre dieci anni prima di morire aveva gi√† pensato al futuro dei figli. Per cui, ponendo che il padre sia morto nel 2014, gi√† nel 2004 aveva pensato al loro futuro. Per riassumere: si usa ¬ędieci anni fa¬Ľ se i riferimenti temporali sono soltanto due, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento e il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto; si usa invece ¬ędieci anni prima¬Ľ se i riferimenti temporali sono tre, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento, il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto e un terzo momento (cio√®, per l‚Äôappunto, ¬ędieci anni prima dell‚Äôevento 2, cio√® quello della morte). Se io dico, nel 2024, ¬ęci siamo conosciuti due anni fa¬Ľ, vuol dire che ci siamo conosciuti nel 2022; ma non posso dire ¬ęci siamo conosciuti due anni prima¬Ľ, perch√© chi mi ascolta chiederebbe ¬ęprima di che cosa?¬Ľ. Posso invece dire: ¬ęci siamo conosciuti due anni prima della maturit√† (oppure: due anni prima che finissimo la scuola)¬Ľ, perch√©, oltre al 2024 e al momento in cui ci siamo conosciuti, viene specificato anche un terzo riferimento cronologico (cio√® la maturit√†, o la fine della scuola).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Pongo il seguente quesito. Nella frase “il gatto gli balz√≤ addosso”, il termine “addosso” √® da considerarsi avverbio o preposizione impropria riferita a “gli”? Io lo interpreto come avverbio e quindi penso a due complementi diversi in analisi logica, ma la presenza della particella pronominale prima del verbo mi pone qualche imbarazzo. Il problema si ripresenta in frasi come: “il bambino gli and√≤ incontro; gli salt√≤ sopra; gli rimase dietro; le mise sopra un cappello” e simili. Voi come lo interpretate?

 

RISPOSTA:

I casi portati a esempio rientrano nella tipologia dell‚Äôestrazione della preposizione nei casi di locuzione formata da preposizione polisillabica (o impropria, secondo la grammatica tradizionale) e preposizione semplice (cfr. L. Renzi, Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il Mulino, 1988, vol. I, pp. 524-528; si veda anche la voce Preposizione, curata da Hanne Jansen, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani, 2011, liberamente accessibile online nel sito treccani.it). L‚Äôestrazione consiste in questo: in determinate condizioni (per es. in presenza di clitico, o particella pronominale atona), viene eliminata (tecnicamente, estratta; o meglio: viene estratto il sintagma preposizionale, ovvero il complemento: gli = a lui ecc.) la preposizione semplice, mentre il clitico viene anticipato: ¬ęil gatto balz√≤ addosso a lui¬Ľ > ¬ęil gatto gli balz√≤ addosso¬Ľ. Quindi addosso, in questo caso (oppure incontro, dietro, contro, accanto ecc.) √® una preposizione e non un avverbio. Dunque vi √® un solo complemento, non due.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase “√ą meglio ridere che piangere” il soggetto √®¬†ridere,¬†√® meglio¬†√® predicato nominale e¬†che piangere¬†√® proposizione comparativa?

 

RISPOSTA:

Nella frase, o consideriamo entrambi gli infiniti sostantivati, quindi ridere è soggetto e che piangere è complemento comparativo (o secondo termine di paragone), oppure consideriamo entrambi verbi, quindi ridere è una proposizione soggettiva e che piangere è una proposizione comparativa.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla seguente frase: “Non vorrei che dopo siamo in troppi”. √ą preferibile usare il congiuntivo imperfetto, ma la frase √® comunque corretta, oppure √® sbagliata?

 

RISPOSTA:

In questa frase agiscono due ragioni contrarie: da una parte ci si aspetta “Non vorrei che dopo fossimo in troppi”, perch√© i verbi di desiderio al condizionale presente richiedono il congiuntivo imperfetto nella proposizione completiva (per un approfondimento su questa norma si veda¬†qui); dall’altra l’avverbio¬†dopo¬†sottolinea la posteriorit√† dell’essere¬†rispetto al¬†volere, e questo rinforza la legittimit√† del congiuntivo presente con funzione di proiezione nel futuro. Da queste premesse si pu√≤ ricavare, come soluzione ragionevole, che l’imperfetto √® comunque la soluzione oggi considerata preferibile, ma il presente √® giustificabile (anche se sarebbe visto con sospetto da molti parlanti, quindi dovrebbe essere riservato a contesti informali).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Se io chiedo “Non sei mai stato a Granada, vero?”, la risposta corretta, se l’interlocutore non c’√® stato, √® “No”. Secondo mio padre invece la risposta corretta √® “S√¨”, che sottintende “S√¨, √® vero che non ci sono mai stato”. Io ho cercato senza successo di spiegargli che¬†vero?¬†√® una componente della frase necessaria a disambiguarla da quella che sarebbe una semplice affermazione quale “Non sei mai stato a Granada” e non una domanda. √ą diventato difficile fargli domande di questo tipo. Mi poteste fornire una regola rigorosa, chiara ed esaustiva per chiarire la questione?

 

RISPOSTA:

A rigore la risposta corretta √® “S√¨ (, non sono mai stato a Granada)”, a prescindere dalla presenza di¬†vero; l’interlocutore, infatti, dovrebbe confermare la negazione contenuta nella domanda per rispondere negativamente. Al contrario, per rispondere positivamente (nel caso in cui sia stato a Granada), l’interlocutore dovrebbe negare la negazione con un “No (, sono stato a Granada)”. Le risposte corrette a rigore, per√≤, non sono gradite ai parlanti, perch√© √® controintuitivo rispondere negativamente confermando e positivamente negando; da qui nasce l’abitudine a trascurare la forma della domanda e rispondere considerando soltanto la polarit√† della risposta. Nonostante questa abitudine, per√≤, non si pu√≤ dire che le risposte “rigorose” siano scorrette (per quanto, in un contesto informale, risultino un po’ pedanti).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi sottopongo questa frase: “Lei non volle andare in camera da letto. Restammo l√¨, su quelle vecchie poltrone, e pensai che eravamo i primi a farci l’amore”. Ovviamente¬†a farci l’amore significa: ‘a fare l’amore SU quelle poltrone’. Ora vi chiedo: pu√≤ il pronome ci sostutuire su¬†(sulle poltrone)? Inoltre,¬†la frase risulta subito comprensibile e scorrevole?

 

RISPOSTA:

La frase √® scorrevole e comprensibile. I pronomi non hanno un significato preciso, ma prendono il significato del sintagma che di volta in volta riprendono, o a cui rimandano, adattandolo alla sintassi della frase in cui si trovano. Cos√¨, nella sua frase¬†ci¬†significa ‘su quelle poltrone’, in una frase come “Amo Roma e ci vado ogni volta che posso” il pronome¬†ci¬†significa ‘a Roma’, in una frase come “Se scavi sotto l’albero ci troverai una scatola” lo stesso pronome significa ‘sotto l’albero’ e cos√¨ via.
Quasi tutte le grammatiche sostengono che¬†ci,¬†vi¬†e¬†ne¬†abbiano la natura di avverbi, non di pronomi, quando rappresentano indicazioni di luogo, come nella sua frase, dal momento che equivalgono a¬†qui,¬†l√¨, da qui, da l√¨. Come si vede dagli esempi per ci (ma questo vale anche per gli altri), per√≤, essi mantengono sempre la funzione di riprendere un sintagma introdotto altrove nella frase o nel testo, o ricavabile dal contesto (per esempio, davanti alla brochure di un viaggio organizzato un interlocutore potrebbe chiedere a un altro: “Ci andiamo?”): possiamo, quindi, considerarli pronomi anche in questo caso.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se entrambe le soluzioni riportate di seguito sono corrette, oppure se ve ne sia una meno formale rispetto all’altra:
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile cogliere.
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile da cogliere.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono possibili e praticamente equivalenti dal punto di vista semantico; la prima, però, ha una costruzione sintattica intricata, per quanto del tutto comprensibile e ammessa dalla grammatica.
L’intrico dipende dalla natura della proposizione¬†che cogliere, contemporaneamente relativa e soggettiva; da una parte, infatti,¬†che¬†riprende il sintagma¬†una sfumatura semantica¬†(quindi introduce una relativa), dall’altra la proposizione funge da soggetto di¬†risulta difficile¬†(quindi √® una soggettiva). Per evidenziare questa sovrapposizione di funzioni, potremmo parafrasare questa parte della frase con¬†cogliere la quale risulta difficile.
La seconda frase √® pi√Ļ lineare dal punto di vista sintattico:¬†che¬†√® il soggetto della proposizione relativa¬†che risulta difficile;¬†da cogliere¬†√® una proposizione completiva assimilabile a una oggettiva, retta dall’aggettivo¬†difficile. Non √® facile associare le due frasi a determinati registri: in linea generale, mentre la seconda √® adatta a tutti i contesti, la prima √® pi√Ļ adatta a contesti medio-alti, soprattutto scritti, per via della complessit√† della costruzione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Desidererei sapere se l’espressione¬†per via di¬†pu√≤ essere usata anche come sinonimo di¬†per merito di,¬†grazie a, oltre che con il significato di¬†a causa di. Ad esempio: “Ha ottenuto un posto di prestigio per via delle sue benemerenze”. Il giudizio veicolato va valutato¬†dal punto di vista del parlante o del soggetto della frase? Se io dico che una persona √® stata promossa perch√© ha goduto di forti raccomandazioni, per me parlante il fatto va visto come negativo; √® stato promosso un soggetto che non lo meritava, con danno per la societ√† e forse anche per me personalmente; al contrario per il soggetto della frase √® stato sicuramente un vantaggio. In questo caso devo usare¬†per via di¬†o¬†a causa di¬†oppure¬†grazie a¬†o¬†per merito di?

 

RISPOSTA:

La locuzione preposizionale¬†per via di¬†indica letteralmente che quanto segue √® la via, il percorso seguito per arrivare a un risultato; √®, quindi, equivalente a¬†per mezzo di. Non √® facile, per√≤, distinguere il percorso dalla spinta iniziale che porta a intraprendere il percorso, ovvero la causa; per questo motivo questa locuzione preposizionale ha finito per essere usata per indicare che quanto segue √® la causa di un fenomeno (quindi come sinonimo di¬†a causa di), non il mezzo con il quale questo si √® manifestato. Le locuzioni¬†per merito di¬†e¬†grazie a¬†rimangono ancora pi√Ļ ambigue tra la causa e il mezzo: non √® possibile stabilirne nettamente il significato. Per quanto, per√≤, queste locuzioni possano indicare che quanto segue √® la causa di un fenomeno, al pari di¬†per via di, la sostituzione di¬†per via di¬†con una di queste altererebbe l’interpretazione complessiva della frase, perch√©¬†per merito di¬†e¬†grazie a¬†veicolano una sfumatura connotativa positiva assente in¬†per via di.

La responsabilit√† dell’enunciazione, quindi del modo di rappresentare la realt√† al suo interno, √® sempre dell’emittente (chi parla o scrive). La connotazione positiva o negativa di un fenomeno, quindi, deriva dal punto di vista dell’emittente e dipende da come quest’ultimo sceglie di costruirla (in base, per esempio, alle sue credenze e al contesto in cui si trova). L’emittente, per√≤, pu√≤ scegliere, con un artificio retorico, di rappresentare un punto di vista evidentemente opposto al proprio, per far risaltare quest’ultimo per contrasto.
Spieghiamo meglio. In ogni frase il senso complessivo √® il risultato dell’intreccio dei significati e dei sensi evocati da ciascuna parola o espressione. Nel caso in questione, una frase come “La persona √® stata promossa per via di / a causa di forti raccomandazioni” fa interagire l’implicita inevitabile condanna complessiva (in Italia la raccomandazione √® ufficialmente considerata una pratica scorretta) con l’oggettivit√† di¬†per via di. Questa rappresentazione sarebbe adatta a una denuncia formale (ovvero che vuole essere rappresentata come formale), in cui possibilmente si portino le prove di tali raccomandazioni e si voglia dimostrare con queste che la promozione √® stata un abuso. Se, invece, la denuncia √® informale (uno sfogo emotivo o un’accusa di principio, per esempio), sarebbe pi√Ļ adatta la costruzione “La persona √® stata promossa grazie a / per merito di forti raccomandazioni”, nella quale la locuzione preposizionale connotata positivamente colorisce l’affermazione di una sfumatura di soggettivit√†. Ovviamente, in questo caso la connotazione positiva √® in contrasto con il senso complessivamente negativo della frase, quindi non ci sono dubbi che l’emittente stia usando un artificio retorico per far risaltare,¬†a contrario, la sua posizione. Sta, in altre parole, facendo dell’ironia.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Incontro difficoltà nel collocare le virgole in questa costruzione:
“Marco accusa Paolo che accusa Luigi che fa finta di niente”.
Mi verrebbe spontaneo inserire soltanto una virgola, dopo¬†Luigi: “Marco accusa Paolo che accusa Luigi, che fa finta di niente”, ma al tempo stesso mi domando se non servirebbe anche dopo Paolo: “Marco accusa Paolo, che accusa Luigi, che fa finta di niente”.

 

RISPOSTA:

La soluzione corretta √® quella con due virgole: entrambe le relative, infatti, sono per forza esplicative, perch√© i nomi propri sono fortemente determinati e possono essere ulteriormente identificati con una relativa limitativa soltanto in condizioni speciali (per esempio “Ho incontrato quel Paolo che fa il barista a Modena”).
Maggiori informazioni sulle relative limitative ed esplicative possono essere ricavate qui.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Noi non li assomigliamo o li assomigliamo troppo poco” √® corretto l’uso di¬†li¬†per¬†loro?

 

RISPOSTA:

No: il verbo¬†assomigliare¬†regge un sintagma introdotto da¬†a¬†(assomiglio a mio padre), mentre il pronome¬†li¬†pu√≤ fungere soltanto da complemento oggetto, non da complemento indiretto. Pertanto √® corretto¬†li chiamiamo¬†(ovvero¬†chiamiamo loro), mentre con il verbo¬†assomigliare¬†si possono usare¬†gli¬†oppure¬†a loro¬†(quindi¬†gli assomigliamo¬†o¬†assomigliamo a loro). In teoria √® possibile anche¬†loro¬†(assomigliamo loro), visto che¬†loro¬†pu√≤ sostituire¬†a loro, ma tale sostituzione √® pi√Ļ comune quando il pronome ha una chiara funzione di complemento di termine (per esempio¬†do loro un regalo); in questo caso, invece, in cui il sintagma √® piuttosto un complemento oggetto obliquo (sul quale si veda¬†questa risposta), √® preferibile a loro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’Italiano parlato, verbi che normalmente non avrebbero bisogno di particelle pronominali tendono ad assumerle quando si vuole esprimere un’emozione, di solito positiva, legata all’azione, tipicamente di soddisfazione.
Mangio un panino -> Mi mangio un panino
Bevi un tè! -> Beviti un tè!
In questo caso il pronome indica un complemento di vantaggio (Io mangio un panino per me, bevi un tè per te) oppure un altro complemento?

 

RISPOSTA:

I verbi formati con la particella pronominale a cui lei si riferisce rientrano nella categoria dei transitivi pronominali (anche detti¬†riflessivi apparenti). In essi la particella pronominale ha la funzione di indicare a volte che l’azione √® svolta per il soggetto (mi lavo le mani¬†= ‘lavo le mani a me’) oppure, come nei casi da lei portati, di indicare che l’azione √® svolta con particolare partecipazione emotiva da parte del soggetto. Volendo far rientrare queste funzioni nella classificazione dell’analisi logica, nei verbi come¬†lavarsi¬†+ complemento oggetto la particella √® pi√Ļ facilmente interpretabile come complemento di termine; in quelli come¬†mangiarsi¬†come complemento di vantaggio (come da lei suggerito). Va, per√≤, rilevato che non √® affatto necessario fare questa operazione di classificazione, che non aggiunge niente alla comprensione della frase e risulta un po’ logicistica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’espressione¬†godere di un diritto¬†a quale complemento corrisponde¬†di un diritto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica √® un complemento di specificazione. Pi√Ļ utile, per√≤, √® l’interpretazione data dalla grammatica valenziale, secondo cui si tratta di un complemento oggetto obliquo, ovvero di un sintagma che ha la stessa funzione del complemento oggetto, ma non √® diretto, bens√¨ preposizionale, semplicemente perch√© il verbo richiede tale preposizione (come in¬†fidarsi di,¬†contare su,¬†obbedire a¬†e tanti altri). Il sintagma¬†di un diritto, infatti, √® necessario per completare sintatticamente il verbo¬†godere, quindi √® un argomento di questo verbo, mentre il complemento di specificazione non √® mai un argomento del verbo, perch√© indica un dettaglio relativo a un sintagma nominale (la casa di Mario,¬†il cancello della scuola,¬†l’introduzione del libro…). Se confrontiamo, inoltre,¬†godere di un diritto¬†con, per esempio,¬†esercitare un diritto, vediamo che la struttura profonda del predicato √® identica, perch√© la preposizione fa da collegamento formale tra il verbo e il sintagma, non contribuisce in alcun modo al significato del sintagma. Infine, un’ulteriore prova del fatto che questo sintagma ha la funzione di un complemento oggetto √® che nel parlato e nello scritto trascurato si tende a dimenticare la preposizione, producendo espressioni come¬†godere un diritto¬†(ma anche¬†abusare qualcuno¬†al posto di¬†abusare di qualcuno,¬†obbedire un ordine, invece di¬†obbedire a un ordine). Sebbene queste realizzazioni siano scorrette, bisogna notare che se in queste espressioni la preposizione avesse un significato preciso (e non fosse, invece, un collegamente soltanto formale), non sarebbe possibile escluderla; nessuno, infatti, direbbe o scriverebbe mai¬†la casa Mario¬†invece di¬†la casa di Mario.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi sono tutte grammaticalmente corrette?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia stato lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse stato lui il colpevole?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette; il diverso tempo del congiuntivo nella subordinata dichiarativa instaura di volta in volta un rapporto temporale diverso tra lo stato descritto nella dichiarativa e l’evento della reggente. Nello stabilire quale sia tale rapposto bisogna considerare che nella reggente figura un passato prossimo, un tempo che si comporta a volte come storico, a volte come presente, perch√© indica un evento passato ancora valido nel presente. Nella prima frase, per esempio, il presente¬†sia¬†instaura un rapporto di contemporaneit√† nel presente con¬†hai pensato, perch√© in questa frase¬†hai pensato¬†indica che il¬†pensare¬†iniziato nel passato √® ancora in corso (deve essere cos√¨, altrimenti non avrebbe senso rappresentare l’essere colpevole¬†come presente). Anche nella seconda frase¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente, rispetto al quale¬†l’essere colpevole¬†√® anteriore, quindi passato. Nella terza frase possiamo avere due interpretazioni: se¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente¬†fosse¬†esprime uno stato anteriore (nonch√© continuato nel passato); se, per√≤,¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista passato (in questa frase ci√≤ √® possibile proprio perch√© questo verbo √® messo in relazione con un imperfetto),¬†fosse¬†indica contemporaneit√† nel passato. Per vedere pi√Ļ chiaramente questa differenza si osservino le seguenti frasi:
1. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole;
2. Stamattina ho pensato che lui fosse colpevole.
Nella prima frase l’essere colpevole¬†√® contemporaneo nel passato rispetto a¬†ho pensato; nella seconda √® anteriore (e continuato) rispetto al presente, perch√© qui¬†ho pensato¬†stabilisce un punto di vista presente. Si noti, comunque, che nella frase 1 non √® esclusa l’interpretazione anteriore (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole anche le altre volte che l’avevano arrestato”) cos√¨ come nella 2 non √® esclusa quella contemporanea (per esempio “Stamattina ho pensato che proprio mentre lo guardavo lui fosse colpevole”).
Nella quarta frase, infine, il trapassato indica che lo stato dell’essere colpevole¬†√® anteriore a un altro evento, anch’esso passato; questo altro evento pu√≤ coincidere con il¬†pensare¬†se¬†hai pensato¬†funziona da tempo storico, altrimenti deve essere un altro evento, non esplicitato. Anche in questo caso, per vedere meglio la differenza si osservino queste frasi:
3. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole;
4. Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole.
Nella prima l’essere colpevole¬†precede nel tempo il¬†pensare, che √® passato; nella seconda l’essere colpevole¬†precede un altro evento (per esempio “Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”), perch√© il¬†pensare¬†funziona da presente. La presenza di un terzo evento non √®, comunque, esclusa dalla frase 3 (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato far seguire il congiuntivo presente all‚Äôespressione¬†come se, oppure √® obbligatorio l’imperfetto?
“Ne parli come se sia colpa mia!”
“Apri le finestre come se faccia caldo”.
√ą possibile omettere¬†se fosse¬†senza alterare il significato della frase dal punto di vista temporale?
“Carlo cammina come se fosse un ubriaco che non riuscisse a reggersi in piedi”.
“Carlo cammina come un ubriaco che non riuscisse / riesca a reggersi in piedi”.
La seconda alternativa conserva la stessa sfumatura ipotetica oppure colloca l’azione nel passato?

 

RISPOSTA:

La proposizione comparativa ipotetica, introdotta da¬†come se, presenta un evento ipotetico che somiglia a quello descritto nella reggente e che potrebbe, pertanto, spiegarlo. L’ipoteticit√† dell’evento presentato richiede una costruzione che ricalca quella della proposizione ipotetica, ovvero il congiuntivo imperfetto per la possibilit√†, il congiuntivo trapassato per l’irrealt√†. L’irrealt√†, si noti, corrisponde in questa proposizione all’atteggiamento di incertezza dell’emittente riguardo alla somiglianza tra gli eventi); ad esempio: “Rispose come se avesse paura” (l’avere paura¬†√® presentato come potenzialmente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, spiegarlo), “Rispose come se avesse avuto paura” (l’avere paura¬†√® presentato come incertamente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, essere preso in considerazione tra le spiegazioni possibili).
Per quanto riguarda le due frasi confrontate, la prima presenta una comparazione ipotetica, la seconda presenta una comparazione oggettiva; con la prima, pertanto, l’emittente √® pi√Ļ cauto nell’accostare il modo di camminare di Carlo a quello di un ubriaco. In ogni caso, la rappresentazione della comparazione non condiziona la costruzione della proposizione relativa (che non riesca / riuscisse). Questa proposizione pu√≤ essere costruita nella prima e nella seconda frase tanto con il presente quanto con l’imperfetto; nel primo caso il¬†riuscire¬†√® semplicemente rappresentato come presente, nel secondo si aggiunge una sfumatura ipotetica, conferita dalla sovrapposizione tra¬†che non riuscisse¬†e¬†se non riuscisse.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúI bambini dovranno allegare un file in formato pdf, elaborato secondo lo schema allegato, contenente l‚Äôelenco dei disegni trasmessi, in pdf non modificabile, di seguito indicati:‚ÄĚ
Nella frase precedente √® il file contenente l’elenco che deve essere in pdf non modificabile, o ciascuno dei disegni?

 

RISPOSTA:

Il sintagma in pdf non modificabile non può che essere interpretato dal lettore come retto da disegni, perché si trova tra disegni e di seguito indicati, che è inequivocabilmente concordato con disegni.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso del congiuntivo/condizionale¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†nella frase che segue.

L‚Äôufficio ha quindi proceduto all‚Äôistruttoria ed all‚Äôesitazione delle istanze per impedire da un lato che il condono potesse agire da ‚Äúscudo giudiziario‚ÄĚ (in quanto la presentazione della domanda di condono sospende il procedimento penale e quello per le sanzioni amministrative) e dall‚Äôaltro per evitare all‚Äôente eventuali richieste di risarcimento da chi¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†voluto avere ragione della propria istanza di sanatoria prima che l‚ÄôAG procedesse, ad ogni modo, all‚Äôabbattimento dell‚Äôimmobile abusivo.

 

RISPOSTA:

Il dubbio tra il condizionale passato e il congiuntivo trapassato dipende dalla presenza, nella frase, di due possibili momenti di riferimento, uno precedente al¬†volere avere ragione¬†(coincidente con il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), uno successivo (coincidente con il¬†procedere all’abbattimento). Il condizionale passato ha la funzione di esprimere la posteriorit√† rispetto a un punto prospettico collocato nel passato, quindi descrive il processo del¬†volere avere ragione¬†come posteriore all’evento, passato, del¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze. Il congiuntivo trapassato, diversamente, descrive il¬†volere avere ragione¬†come precedente rispetto all’evento, pure passato (ma, attenzione, successivo al¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), del¬†procedere all’abbattimento. Entrambe le scelte sono, pertanto, legittime in astratto; entrambe, per√≤, presentano dei difetti: la prima non veicola alcuna sfumatura eventuale, che sarebbe, invece, utile; la seconda veicola s√¨ un senso di eventualit√† (per via della sovrapposizione tra la proposizione relativa e la condizionale:¬†da chi avesse voluto¬†=¬†se qualcuno avesse voluto), ma costringe a cambiare il momento di riferimento a met√† frase, creando una certa ambiguit√† (il¬†volere avere ragione¬†precede il¬†procedere all’abbattimento¬†o il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze?). Consigliamo, allora, una terza soluzione: il congiuntivo imperfetto (da chi volesse avere ragione), che non cambia il momento di riferimento e veicola una sfumatura eventuale. Il congiuntivo imperfetto ha, inoltre, il vantaggio di essere percepito come pi√Ļ formale del condizionale passato, quindi pi√Ļ appropriato a un contesto come questo.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúStringo la coppa tra le mani‚ÄĚ che funzione logica ha il sintagma¬†tra le mani? Indica uno stato in luogo o un complemento di mezzo?

 

RISPOSTA:

Indica uno stato in luogo, ma l’interpretazione come complemento di mezzo √® legittima. Non √® raro che un’indicazione di luogo sia ulteriormente interpretabile come informazione circa un mezzo. Succede, per esempio, in espressioni come¬†in treno,¬†in macchina,¬†in bicicletta…: in una frase come “Vado a scuola in bicicletta”, infatti, il complemento introdotto da¬†in¬†indica il luogo in cui mi trovo mentre vado a scuola, ma quel luogo ha anche la funzione del mezzo con cui copro il tragitto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

Può essere ritenuto corretto (o almeno non scorretto) un uso della virgola dopo espressioni come a seguire e al termine?
Ad esempio: “Al termine, consegna della medaglia al vincitore”, “A seguire, assegnazione di una borsa di studio al miglior studente”.

 

RISPOSTA:

La virgola non √® affatto scorretta; al contrario, √® preferibile inserirla. In generale, i sintagmi che hanno la funzione di espansioni (ovvero contengono informazioni che non sono collegate al verbo o a un singolo argomento del verbo, ma riguardano l’intera frase) e sono inseriti all’inizio della frase vanno separati con la virgola dal resto della frase. Se, invece, le espansioni si trovano in coda, la virgola √® opzionale: “Consegna della medaglia al vincitore al termine” / “Consegna della medaglia al vincitore, al termine”. L’inserimento della virgola accentua la rilevanza informativa dell’espansione. Se, infine, la frase lo consente, l’inserimento dell’espansione al centro della frase richiede tipicamente la separazione dal resto della frase con le virgole di apertura e chiusura: “La medaglia sar√† consegnata, al termine, al vincitore”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi √® capitato di scrivere la seguente frase in un messaggio: “Ti invio il documento di cui mio marito ha parlato alla tua collega”. Nel rileggerlo e analizzandone la sintassi, non riscontro errori; tuttavia, a orecchio, non mi convince.
Se non ci fosse il complemento di termine in coda alla costruzione, non avrei alcun dubbio.

 

RISPOSTA:

La sintassi della frase √® corretta; il complemento di termine retto dal verbo parlare deve necessariamente essere inserito dopo il verbo stesso (l’inversione sarebbe molto innaturale), quindi la posizione in coda alla frase √® quasi obbligata. Non √®, del resto, possibile eliminarlo, visto che √® il secondo argomento del verbo (il cui schema valenziale √®, appunto, SOGG. + parlare + ARG. PREPOS.): parlare¬†senza l’indicazione della persona a cui si parla, infatti, prende significati del tutto diversi da quello qui inteso, ovvero ‘avere la facolt√† del linguaggio’ (“Mio figlio ancora non parla”), oppure ‘dialogare’ (“Di solito parliamo di calcio”) o anche ‘rivelare un segreto’ (“Il complice ha parlato”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su un esercizio che chiede se in una frase il verbo¬†essere¬†√® utilizzato come ausiliare o con significato proprio, La frase √® la seguente: “Oggi sono distrutto”.
Trovandomi in una quarta primaria che non conosce ancora le forme passive, e mancando nella frase un agente, ho interpretato la parola distrutto come un participio passato con funzione aggettivale e ho suggerito un significato proprio del verbo essere. Ma il libro, nelle soluzioni, lo interpreta come verbo essere con funzione di ausiliare.
Potete chiarire il mio dubbio?

 

RISPOSTA:

La soluzione sta nel mezzo: nella frase il verbo¬†essere¬†non √® ausiliare, ma non ha neanche un significato proprio, visto che √® copula (e la copula, per l’appunto, non ha un significato proprio, ma serve soltanto a collegare il soggetto con la parte nominale del predicato). Se il libro interpreta¬†sono¬†come ausiliare fa una scelta molto strana, per quanto non sbagliata in assoluto.¬†Sono, infatti, potrebbe ben essere l’ausiliare di un verbo passivo, ma se cos√¨ fosse la frase avrebbe un significato molto innaturale: “Oggi vengo distrutto” o “Oggi mi si distrugge”. Chiaramente, quindi,¬†sono distrutto¬†√® predicato nominale e la frase significa “Oggi sono molto stanco”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

Quale complemento rappresenta il sintagma introdotto da in base a nella seguente frase?
“√ą necessario agire in base alle esigenze del volgo”.

L’analisi logica non permette di classificare con la stessa precisione tutti i sintagmi possibili, nonostante la tipologia sia ricca (secondo alcuni persino troppo ricca). Nel caso in questione, il complemento pi√Ļ vicino alla funzione sintattico-semantica svolta dal sintagma¬†in base alle esigenze¬†√® quello di causa, visto che si pu√≤ parafrasare il sintagma con ‘in modo che il nostro agire sia l’effetto di’.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Desidererei sottoporre alla vostra attenzione questa frase: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si sono sposati”. Se i nonni non ci sono pi√Ļ o anche uno solo di essi √® mancato, √® corretto esprimersi in questo modo o √® necessario ricorrere ad un’altra espressione? Per esempio: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si erano sposati” oppure “I miei nonni si erano sposati, come oggi, 70 anni fa”.

 

RISPOSTA:

Il trapassato prossimo si usa per esprimere un rapporto di anteriorit√† rispetto a un altro evento avvenuto nel passato. Nella frase in questione l‚Äôorganizzazione sintattica mette l‚Äôaccento sui 70 anni, per cui l‚Äôinserimento di un momento di riferimento passato (la morte di uno dei due coniugi o di entrambi), che giustificherebbe l‚Äôuso del trapassato, comporterebbe una contraddizione; il lettore, cio√®, non saprebbe come armonizzare l‚Äôinformazione che il calcolo degli anni ammonta a 70 con l‚Äôinformazione che tale calcolo non ha valore, perch√© nel frattempo √® successo un fatto che lo ha modificato. Inoltre, dal punto di vista semantico l‚Äôevento dello sposarsi √® momentaneo: una volta avvenuto non pu√≤ essere annullato da un altro evento successivo. Anche con la morte di uno dei coniugi, la circostanza del matrimonio rimane valida e legata a un preciso momento del passato. Diversamente, il processo dell‚Äôessere sposati pu√≤ essere modificato dalla morte (o il divorzio). Il messaggio da lei richiesto, insomma, pu√≤ essere espresso con un periodo ipotetico, per esempio: ‚ÄúOggi i miei nonni festeggerebbero 70 anni di matrimonio (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ, oppure ‚ÄúOggi i miei nonni sarebbero sposati da 70 anni (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

Francesca Rodolico

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QUESITO:

Leggendo in rete questa frase: ‚ÄúMichelangelo disegnava la lista della spesa siccome la sua domestica era analfabeta‚ÄĚ, mi sono imbattuto in un commento che criticava l‚Äôuso della congiunzione causale (siccome¬†pu√≤ essere usato soltanto a inizio frase). Dal momento che mi sembra una vera e propria regola fantasma, approfitto del portale per chiedere se ci√≤ sia vero o meno.

 

RISPOSTA:

Possiamo definirla una regola fantasma per due ragioni: 1. non c’√® una vera e propria restrizione dell’uso di¬†siccome¬†in tutte le posizioni, per quanto questa congiunzione in contesti formali preferisca una certa posizione; 2. la posizione preferita della congiunzione non √® a inizio frase, cio√® prima della principale, ma prima della reggente, anche quando quest’ultima segue la principale (si pensi a una frase come “Sono stanco di sentire che siccome sono basso non posso giocare a pallacanestro”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio nato da questa conversazione:
Tizio: ¬ęHo una brutta notizia da darti?¬Ľ
Caio: ¬ęPerch√®? Ne hai anche (di) belle?
In questo caso il di è di troppo e quindi impossibile?

 

RISPOSTA:

Innanzitutto non sempre un sintagma di troppo √® impossibile. Nella lingua d’uso comune √® frequente l’inserimento nelle frasi di sintagmi superflui dal punto di vista sintattico, ma utili sul piano testuale o comunicativo (per esempio perch√© enfatizzano la partecipazione emotiva del parlante). In altri casi ancora il sintagma superfluo deriva dall’attrazione di un altro elemento della frase, ma rimane giustificabile perch√© non rende la frase ambigua e, anzi, la sua sottrazione rende la frase meno naturale. In questo caso il¬†di¬†√® superfluo per attrazione, perch√© serve a costruire un sintagma partitivo non necessario attratto dall’altro sintagma partitivo presente nella frase, costruito con¬†ne. La domanda, in altre parole, si pu√≤ parafrasare cos√¨: “Hai anche alcune tra le notizie tra quelle che sono belle?”, mentre √® sufficiente “Hai anche alcune tra le notizie che sono belle?” (ovvero “Ne hai anche belle?”). La domanda, pertanto, pu√≤ ben essere costruita come “Ne hai anche belle?”. L’inserimento di¬†di, per√≤, non danneggia in alcun modo la sintassi e, per la verit√†, si pu√≤ anche giustificare sul piano sintattico: in teoria, infatti, le notizie belle sono un sottogruppo delle notizie, per cui √® possibile indicare le notizie possedute dall’interlocutore come una parte delle notizie belle, che a loro volta sono una parte delle notizie.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

In una comunicazione e scritta e meglio usare il presente o il futuro per riferirsi al futuro? Ad es. “I genitori possono/potranno partecipare all‚Äôiniziativa organizzata per domani, recandosi… Se per esigenze particolari non si riesce/non si dovesse riuscire a rispettare l‚Äôorario indicato, si pu√≤/potr√† avvisare telefonicamente….”.
Chiedo anche se la punteggiatura va bene.

 

RISPOSTA:

Per descrivere un evento futuro si pu√≤ ovviamente usare l‚Äôindicativo futuro; si pu√≤, per√≤, usare anche il presente, specie in contesti informali e, nel parlato, anche mediamente formali. Il presente al posto del futuro √® accettabile soprattutto nei casi in cui la nozione di futuro √® affidata ad elementi esterni al verbo, per esempio espressioni di tempo (come¬†domani¬†nella prima parte della sua frase). Nella proposizione ipotetica della stessa frase, l’alternativa dovrebbe essere tra¬†si riesce¬†e¬†si riuscir√†¬†(si dovesse riuscire¬†√® ovviamente possibile, ma non √® n√© presente n√© futuro, quindi non c’entra con la domanda). Anche in questo caso, come anche nella proposizione reggente che segue l’ipotetica, la scelta del presente √® possibile ma abbassa il registro.
In quanto alla punteggiatura, l’unico suggerimento che si pu√≤ fare √® di eliminare la virgola prima della proposizione al gerundio (domani, recandosi); tale proposizione, infatti, dovrebbe essere interpretata come strettamente connessa alla reggente, visto che presenta lo strumento con cui pu√≤ realizzarsi l’evento in essa descritto (partecipare all’iniziativa).
Francesca Rodolico
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quali frasi sono corrette?

1a. Chissà se esistano i fantasmi
1b. Chissà se esistono i fantasmi
Oppure:
2a. Alcuni mi chiedono se esistano i fantasmi
2b. Alcuni mi chiedono se esistono i fantasmi

Inoltre:
3a. Mi piace un sacco le persone
3b. Mi piacciono un sacco le persone

 

RISPOSTA:

Le frasi 1a, 1b, 2a e 2b sono tutte varianti ben formate. Si tratta di interrogative indirette che ammettono sia il congiuntivo sia l’indicativo. La soluzione con il congiuntivo √® pi√Ļ aderente alla grammatica standard ed √® preferibile in contesti di alta formalit√†; quella con l’indicativo invece √® meno formale, ma comunque corretta.
Fra 3a e 3b la variante corretta √® soltanto 3b. Il verbo piacere √® intransitivo e non pu√≤ reggere un complemento oggetto; una delle particolarit√† di questo verbo (le cui sfumature si possono approfondire qui) √® il soggetto, che solitamente si trova posposto al verbo e sembra comportarsi come un complemento oggetto. In questo caso, il soggetto √® le persone, quindi l’accordo grammaticale andr√† al plurale piacciono. La frase riscritta in altro modo sarebbe: “Le persone piacciono a me un sacco”. Aggiungo, come nota di chiusura, che un sacco, che qui equivale a ‘molto’, ha valore avverbiale ed √® tipico del linguaggio colloquiale.
Raphael Merida

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QUESITO:

A volte ho difficolt√† nel riconoscere se¬†uno¬†e¬†una¬†sono articoli indeterminativi o aggettivi. Per esempio nella frase: “Sono andato a Pisa per una visita”, in analisi logica¬†per una visita = complemento di fine pi√Ļ attributo, oppure una √® semplicemente articolo?

 

RISPOSTA:

In italiano √® possibile distinguere l’articolo indeterminativo dall’aggettivo numerale soltanto considerando il contesto della frase. Diversa la situazione di altre lingue, nelle quali le due parole hanno forme diverse; per esempio l’inglese, in cui un’espressione come¬†a ticket for an hour¬†suona molto bizzarra, perch√© significa ‘un biglietto per un’ora qualsiasi’, mentre del tutto normale √®¬†a ticket for one hour, cio√® ‘un biglietto per un’ora, valido per un’ora’.
Un modo molto pratico per accertarsi se¬†uno¬†sia da considerarsi articolo o numerale √® provare a parafrasarlo con¬†uno indeterminato¬†e con¬†uno solo. Se la parafrasi pi√Ļ calzante √® la prima saremo davanti a un articolo, se √® la seconda avremo un numerale. Nella sua frase¬†una visita¬†√® da intendersi probabilmente come ‘una visita indeterminata’, non come ‘una sola visita’, quindi¬†una¬†√® articolo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questa risposta si dice che “le completive subordinate di secondo grado preferiscono il congiuntivo“ e viene riportato, al riguardo, il seguente esempio:

“Non sapevo che tu sapessi che io sapessi“.

¬†Qui abbiamo una proposizione principale negativa che giustifica, secondo me, la subordinata di primo grado al congiuntivo e, sempre secondo me, in qualche modo condiziona tutto il periodo. Se avessimo per√≤ una principale affermativa, l‚Äôindicazione di massima sarebbe comunque valida (vedi soluzioni 1b e 1c), oppure l‚Äôindicativo sarebbe la soluzione pi√Ļ felice (1a)?

1a) Sapevo che tu sapevi che io sapevo.

1b) Sapevo che tu sapevi che io sapessi.

1c) Sapevo che tu sapessi che io sapessi.

 

RISPOSTA:

√ą vero che il congiuntivo nella completiva √® preferibile quando la reggente √® negativa (o ha un verbo impersonale). Anche con la principale affermativa e la subordinata di primo grado all‚Äôindicativo, comunque, la subordinata di secondo grado tende a preferire il congiuntivo. Nel caso specifico del verbo sapere affermativo, l‚Äôindicativo nella subordinata di primo grado √® una scelta un po‚Äô forzata (ma lo √® meno se il verbo della principale √® all‚Äôimperfetto); in quella di secondo grado √®, invece, del tutto accettabile (come nella sua variante 1b).

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho notato che, in presenza di come e quanto, per ragioni a me ignote, il congiuntivo prevale sull’indicativo, che tuttavia non dovrebbe essere scorretto:

1) Ho visto quanto tu la amassi / amavi.

2) Mi aggiornò su come volesse / voleva intervenire.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi da lei proposte le subordinate sono interrogative indirette, che sono il tipo di completiva pi√Ļ naturalmente costruito con il congiuntivo. Come pu√≤ anche sostituire che in proposizioni soggettive e oggettive, come nella frase ‚ÄúSo / √ą noto come tu ritenga la cosa sbagliata‚ÄĚ (= ‚Äú‚Ķ che tu ritieni la cosa sbagliata‚ÄĚ). Nelle proposizioni cos√¨ costruite √® decisamente preferibile il congiuntivo, probabilmente perch√© esse vengono associate alle interrogative indirette.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quali delle seguenti costruzioni sarebbero da evitare perché troppo, o troppo poco, formali?

1) Lascio intendere che si vuole / voglia.

2) Con quelle parole gli fece capire che cosa stava / stesse succedendo.

3) Ho compreso perché tu lo hai / abbia fatto.

4) Constatò fino a che punto riuscivano / riuscissero a mentire i suoi colleghi.

5) Gli spiegò chi era /  fosse.

6) Ero a conoscenza di che cosa voleva / volesse.

7) Prendo atto che la mia scelta ha / abbia generato critiche.

8) Secondo te non mi sono accorto che lei è / sia bella?

9) Mi fece sapere che cosa era / fosse accaduto.

10) Mi basta capire che lei è / sia una brava dottoressa.

11) √ą questo il motivo per cui l‚Äôuomo lo aveva / avesse aggredito.

12) Ho specificato che cosa aveva / avesse detto.

13) Vorrebbe davvero affermare che sua moglie è / sia stata insultata?

14) Gradirei che mi confermaste che tutto è / sia a posto.

15) La tua affermazione mi fa capire che cosa è / sia accaduto.

16) Capivo dove voleva / volesse andare a parare.

17) Avete constatato che ogni oggetto era / fosse al proprio posto?

18) Rivelò a chi era / fosse rivolto il prodotto.

 

RISPOSTA:

Gli esempi da lei proposti sono ugualmente ben costruiti nelle due varianti (tranne il numero 11), con la precisazione che il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell‚Äôindicativo, quindi la scelta tra l’una e l’altra variante va fatta in base allo stile personale e al contesto comunicativo. Va, comunque, precisato che la proposizione interrogativa indiretta √®, tra le completive, quella costruita pi√Ļ naturalmente con il congiuntivo. Nell‚Äôesempio 11 la proposizione subordinata non √® una completiva, ma una relativa; questa proposizione si costruisce di norma con l‚Äôindicativo, ma pu√≤ prendere il congiuntivo per assumere una sfumatura consecutivo-finale (che qui sarebbe fuori luogo).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere di che tipo sono gli avverbi come “fortunatamente, sfortunatamente, purtroppo”, sui quali non c’√® molta chiarezza sui manuali di studio.

 

RISPOSTA:

Sono avverbi di giudizio che esprimono un punto di vista personale.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Avverbio
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nell’espressione¬†spaziare da un argomento all’altro¬†che complemento √®¬†da un argomento?

 

RISPOSTA:

Complemento di origine.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúMi piacciono molto i romanzi, soprattutto quelli di avventura‚ÄĚ,¬†di avventura¬†√® un complemento di specificazione o di argomento?

 

RISPOSTA:

Entrambe le risposte sono giustificate. Volendo essere pignoli, possiamo osservare che un romanzo di avventura non ha come argomento l’avventura, ma racconta una storia avventurosa, ovvero caratterizzata da avventurosit√†. Propenderei, pertanto, per il complemento di specificazione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ, che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.

√ą corretto/accettabile l‚Äôuso del congiuntivo nella relativa qui proposta o sarebbe stato pi√Ļ corretto usare l‚Äôindicativo?
Credo che il congiuntivo dia una sfumatura di eventualità o si tratta di un ipercorrettismo o attrazione modale?

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa si costruisce normalmente con l’indicativo. In questa proposizione il congiuntivo pu√≤ essere utile a esprimere una sfumatura consecutivo-finale (“Cerco una persona che mi capisca”); quando, inoltre, essa √® subordinata a un’altra proposizione al congiuntivo, pu√≤ prendere il congiuntivo per quella che possiamo definire¬†attrazione modale. Che il congiuntivo nel suo caso non sia richiesto per ragioni semantiche √® dimostrato dal fatto che, sostituendolo con l’indicativo (che io non avevo afferrato), il risultato non solo √® pienamente accettabile, ma mantiene lo stesso significato. Perdipi√Ļ, il congiuntivo √® persino forzato nella relativa esplicativa (quale √® quella della sua frase), che aggiunge informazioni accesorie all’antecedente (qualcosa); risulterebbe del tutto naturale, invece, nella relativa limitativa, che serve a identificare l’antecedente: ‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Ho un dubbio reltivo alla seguente frase esterapolata dagli atti di un processo:
“i coniugi dichiarano di avere provveduto alla divisione dei beni mobili e di ogni altro oggetto di valore al di fuori di questa convenzione e di non avere null‚Äôaltro a pretendere una dall’altra”.
Qual √® la forma corretta:¬†una dall’altra,¬†uno dall’altro¬†oppure¬†uno dall’altra?

 

RISPOSTA:

I pronomi¬†uno¬†e¬†altro¬†hanno quattro forme (diversamente, per esempio, da¬†che, che ne ha una sola), quindi concordano con la parola a cui si riferiscono. Quando i due pronomi sono usati nell’espressione reciproca¬†l’un l’altro¬†o in varianti della stessa, pu√≤ capitare che la concordanza influenzi soltanto il genere, non il numero. Questo avviene quando la parola a cui entrambi i pronomi si riferiscono √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare. L’esempio della frase da lei proposta √® proprio il caso in cui la parola a cui i pronomi si riferiscono,¬†coniugi, √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare, ovvero ciascuno dei due coniugi. Da questo consegue che la forma grammaticalmente ineccepibile sia, nel suo caso,¬†l’uno dall’altro¬†(ovvero ‘un coniuge dall’altro coniuge’). Comunemente, se i due referenti dei due pronomi sono uno maschile, l’altro femminile, √® possibile anche costruire un accordo “logico”, cio√® non con la parola, ma con i referenti. In questo modo, se i coniugi in questione sono un uomo e una donna la forma sar√†¬†uno dall’altra¬†(ovvero ‘il marito dalla moglie’) o, viceversa,¬†una dall’altro. Un testo come una sentenza o simili, comunque, richiede il maggior rigore grammaticale possibile; in un simile testo, pertanto, √® preferibile usare la forma che concorda con¬†coniugi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una discussione, un mio caro amico mi indica che Рa suo dire Рtaciamo è una possibile versione alternativa, ma corretta, di tacciamo.
Ogni riferimento che ho trovato sembra smentirlo. Tuttavia, a sostegno della sua ipotesi mi segnala una pagina di Wikipedia. In effetti la voce taciamo è riportata, anche se priva della relativa pagina grammaticale.
Cos√¨ c’√® rimasto il dubbio che possa esistere un uso grammaticalmente corretto, e non relegato a questioni dialettali o di usanze regionali tra i parlanti.

 

RISPOSTA:

La forma¬†tacciamo¬†√® quella sicuramente corretta, anche se¬†taciamo¬†esiste: i pochi verbi in¬†cere¬†(tacere,¬†giacere,¬†(s)piacere…) hanno una radice che cambia (polimorfica) a seconda della desinenza. In fiorentino antico, e da l√¨ in italiano, la consonante prepalatale si rafforza se si trova dopo vocale e davanti a [j], ovvero al suono della i¬†seguita da un’altra vocale (o semivocalica). Per questo¬†taccio,¬†tacciamo,¬†tacciono,¬†taccia,¬†tacciano, ma¬†taci¬†(qui la¬†i¬†√® una vocale, non una semivocale, perch√© non √® seguita da un’altra vocale),¬†tacete,¬†tacere¬†ecc. Le radici polimorfiche sono facilmente soggette a processi analogici; i parlanti, cio√®, spesso adattano le forme minoritarie, per quanto etimologicamente corrette, a quelle maggioritarie, pure corrette, ma derivate da trafile di formazione diverse. Proprio un processo analogico √® quello che ha creato¬†taciamo¬†sulla base del modello maggioritario¬†tac¬†rispetto a quello minoritario¬†tacc-. Si noti che il participio passato¬†taciuto¬†non ha la consonante rafforzata perch√© nasce gi√† come forma analogica (in latino era¬†tacitus) modellata sulla maggioranza dei participi passati dei verbi della seconda coniugazione (creduto,¬†cresciuto,¬†voluto…).
Il processo di adattamento pu√≤ avere successo nel tempo e, effettivamente, creare forme nuove;¬†taciamo¬†(ma anche¬†piaciamo¬†e¬†giaciamo) oggi esistono, ma per queste parole il processo √®¬†in fieri, come testimonia l’atteggiamento dei vocabolari: il GRADIT, che √® aperto all’uso vivo, riporta¬†taciamo¬†accanto a¬†tacciamo¬†(e¬†piaciamo¬†accanto a¬†piacciamo,¬†giaciamo¬†accanto a¬†giacciamo); lo Zingarelli e il Treccani, invece, pur essendo vocabolari dell‚Äôuso, non registrano affatto la variante. In conclusione, attualmente la forma¬†taciamo¬†√® percepita come scorretta, quindi va evitata anche in contesti informali, specie se scritti; in futuro, per√≤, √® probabile che diventi comune accanto a¬†tacciamo¬†e, addirittura, che la sostituisca.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi aiutereste nell’analisi logica della seguente frase?
Non credo che mangiare questa pizza possa farti bene, ma decidi tu.

 

RISPOSTA:

L’analisi logica considera soltanto la frase semplice; la sua frase, pertanto, deve essere divisa in quattro parti, corrispondenti a quattro frasi semplici, per poter essere analizzata con questa procedura:¬†non credo¬†|¬†mangi questa pizza | ci√≤ non pu√≤ farti bene¬†| decidi tu. Nella prima frase il soggetto √®¬†io¬†e il predicato verbale √®¬†non credo; nella seconda frase il soggetto √®¬†tu, il predicato verbale √®¬†mangi, che regge il complemento oggetto con attributo¬†questa pizza; nella terza frase il soggetto √®¬†ci√≤, il predicato verbale √®¬†non pu√≤ fare bene¬†(considerando¬†fare bene¬†alla stregua di un’unit√† lessicale, equivalente a¬†giovare), che regge il complemento di termine (o di vantaggio)¬†ti; nella quarta frase il soggetto √®¬†tu¬†e il predicato verbale √®¬†decidi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Leggo che ‚Äúcui‚ÄĚ si accorda sia con il singolare che con il plurale, quindi vorrei chiedere se c‚Äô√® differenza tra le seguenti due frasi o se sono intercambiabili:

Vorrei persone con cui essere me stesso.

Vorrei persone con le quali essere me stesso.

 

RISPOSTA:

Le due forme sono sovrapponibili: cui, in questo caso, si riferisce solamente a persone, quindi non crea equivoci di numero o di genere grammaticale.
Raphael Merida

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedere quale sarebbe il verbo corretto da usare in questa frase:
“Il ricordo del tuo luminoso sorriso e del tuo buon cuore sar√†/saranno per sempre la nostra forza”.

 

RISPOSTA:

Il soggetto della frase √®¬†il ricordo, quindi il verbo va concordato alla terza persona singolare:¬†sar√†. Il verbo sarebbe al plurale se il soggetto fosse¬†il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore, per esempio se la frase fosse costruita cos√¨: “Il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore saranno per sempre la nostra forza”.
Fabio Ruggiano

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‚ÄúHai scelto il brano peggiore tra i tanti possibili”.
Vorrei sapere se l’aggettivo¬†possibili¬†nella suddetta costruzione √® corretto.

S√¨, la costruzione √® corretta: l’aggettivo¬†possibile¬†√® comunemente usato in contesti simili senza un significato preciso, ma con la funzione di rafforzare proprio l’aggettivo o il pronome (ogni possibile candidato,¬†tutti i libri possibili…).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non riesco a capire bene quale ausiliare usare con il verbo volare se non si è in presenza di un moto a luogo e da luogo. Come posso comportarmi in queste frasi?

1. Questo √® l¬īaereo su cui ho volato/sono volato.

2. Ho volato in Italia (qui inteso come stato in luogo).

3. Cosa ha volato/è volato in cielo?

4. Sono volato/ho volato (con il deltaplano).

5. L’uccellino ha volato/√® volato (ma non via).

6. I partecipanti sono volati/hanno volato sulla pista (inteso come stato in luogo).

Quanto al verbo vincere, esso regge la preposizione contro?

 

RISPOSTA:

Il verbo volare pu√≤ essere costruito con entrambi gli ausiliari quando si riferisce a persone (che possono volare grazie all‚Äôuso di mezzi di trasporto aerei o in significati figurati), di animali dotati di ali e di veicoli deputati al volo. In questi casi avere √® il pi√Ļ utilizzato, mentre √® preferibile utilizzare essere quando il verbo √® accompagnato da complementi di moto da luogo o a luogo, in quasi tutti i significati figurati e per le azioni in corso di svolgimento. Di conseguenza, negli esempi 1, 2, 4 e 5 sarebbe preferibile selezionare l‚Äôausiliare avere. Al contrario, richiedono¬†l‚Äôausiliare¬†essere l‚Äôesempio 3, in quanto qui il soggetto potrebbe essere un oggetto che si libra in volo sospinto dal vento o altre forze, e l’esempio 6, perch√© qui¬†volare √® usato con il significato figurato di ‘muoversi velocemente’ (lo stesso che si userebbe in frasi come “Sono volato, ma sono arrivato comunque tardi”).

Nell‚Äôesempio 5 la scelta dell‚Äôausiliare influisce sul significato della frase:¬†ha volato significa ‘√® riuscito a volare’;¬†√® volato,¬† preferibilmente seguito da un sintagma che indica il luogo (via,¬†lontano,¬†fuori dalla finestra…), significa ‘si √® spostato in volo’.

In quanto alla seconda domanda, il verbo vincere pu√≤ essere transitivo (vincere la partita), ma √® pi√Ļ spesso intransitivo (vincere a dadi, di due punti, con l’inganno). In entrambi i casi pu√≤ essere accompagnato da complementi indiretti che indicano l’avversario sconfitto e sono costruiti con¬†con¬†o contro. Quando √® transitivo, inoltre, l’avversario pu√≤ essere costruito come complemento oggetto:¬†vincere il nemico.

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio che riguarda le proposizioni correlative costruite con non solo… ma anche, come nel periodo seguente:
‚ÄúSi occuper√† non solo della gestione, ma anche della programmazione‚ÄĚ.
Ma se io scrivessi:
‚ÄúMarco si occuper√† non solo della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli (anche) la programmazione‚ÄĚ, per la correttezza del periodo √® necessario che ci sia¬†anche?
Inoltre, avendo un rapporto di interdipendenza, sono considerate entrambe proposizioni coordinate correlative? E la principale?

 

RISPOSTA:

Anche¬†pu√≤ essere omesso sempre, non solo nel suo caso; i parlanti, per√≤, preferiscono inserirlo perch√© chiarisce il rapporto di correlazione con¬†non solo, che il solo¬†ma¬†lascia in parte sospeso (aumentando l’ambiguit√† della frase). Nella seconda frase, in ogni caso, il problema √® un altro: i due termini in correlazione non sono¬†la gestione¬†e¬†la programmazione, bens√¨ i comportamenti di Marco e Andrea; la frase risulta, pertanto, pi√Ļ chiara se entrambe le locuzioni correlative vengono inserite prima dei due nomi (‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† anche lasciargli la programmazione‚ÄĚ). Si noti che¬†anche¬†non pu√≤ essere inserito prima di¬†Andrea, perch√© questo avverbio (che molti considerano una congiunzione) ha una portata ristretta: si riferisce al costituente immediatamente adiacente, quindi¬†anche Andrea¬†significherebbe ‘Andrea oltre a qualcun altro’. La posizione obbligata di¬†anche, per√≤, non √® un problema, perch√© la correlazione tra¬†Non solo Marco si occuper√†¬†e¬†ma Andrea dovr√† anche lasciargli¬†(ovvero ‘dovr√†¬†in pi√Ļ¬†lasciargli la programmazione’) funziona perfettamente. La frase sarebbe ben formata anche cos√¨: ‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli anche la programmazione‚ÄĚ; in questo caso si metterebbe in evidenza che Andrea dovr√† lasciare a Marco la programmazione¬†oltre alla gestione.
Dal punto di vista dell’analisi del periodo, la proposizione che contiene¬†ma anche¬†√® coordinata all’altra, che possiamo considerare reggente, in cui appare l’altra parte della correlazione (non solo). La prima parte della correlazione funziona da anticipazione della seconda parte; un po’ come¬†tanto¬†funziona da anticipazione del¬†che¬†che introduce la proposizione consecutiva: “Sono¬†tanto¬†stanco¬†che¬†vado subito a letto”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se in un periodo come il seguente sia opzionale l’uso del che, e quali differenze ci sono.
‚ÄúNon mi serve (che) tu venga‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Le proposizioni completive esplicite (come la soggettiva¬†che tu venga¬†nella sua frase) sono introdotte da¬†che¬†(e pi√Ļ raramente da¬†come). La congiunzione introduttiva pu√≤ essere omessa senza alcuna conseguenza semantica; la frase senza¬†che¬†√®, per√≤, percepita come pi√Ļ raffinata. L’omissione del¬†che¬†√® favorita dalla presenza di un altro¬†che¬†nella frase, nella reggente (“Ho capito tardi che lei pensava (che) io non fossi quello giusto”) o in una subordinata (“Ritengo (che) non sia conveniente che tu partecipi alla riunione”). Si noti che nella completiva non introdotta da¬†che¬†√® fortemente richiesto il modo congiuntivo: l’indicativo risulta quasi sempre molto trascurato.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato usare “proprio” al posto di “nostro” come nell‚Äôesempio che segue?
“E per colpa tua, mettiamo anche oggi in dubbio la propria conoscenza”.

 

RISPOSTA:

Proprio pu√≤ sostituire soltanto i possessivi di terza persona suo e loro. La frase proposta quindi non √® corretta perch√© propria non si riferisce a un soggetto di terza persona (“E per colpa tua, Mario anche oggi mette in dubbio le sue/proprie conoscenze”), ma a un soggetto di prima persona plurale: “E per colpa tua, (noi) mettiamo anche oggi in dubbio la nostra conoscenza”.
Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Pronome
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QUESITO:

Chiedo delucidazioni sull’uso dell’espressione proseguire gli studi.
Queste forme sono tutte corrette e alternative?
PROSEGUIRE GLI STUDI AL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI PRESSO IL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI NEL CORSO DI STUDI…

 

RISPOSTA:

La variante pi√Ļ naturale √®¬†nel corso di studi. Accanto a questa si pu√≤ usare¬†presso il;¬†presso, infatti, √® usato comunemente con il significato di ‚Äėin, dentro‚Äô, sebbene significhi propriamente ‚Äėvicino a‚Äô e sebbene l‚Äôuso con il significato di ‚Äėin‚Äô sia pi√Ļ adatto all‚Äôambito burocratico. La scelta pi√Ļ insolita sarebbe¬†al, visto che la preposizione¬†a _√® preferita per introdurre ambienti associati fortemente a specifiche esperienze (_a casa,¬†a scuola,¬†all‚Äôuniversit√†) oppure ambienti dai confini non facilmente determinabili (a Roma,¬†a Venezia, ma¬†in Italia). Possibile sarebbe anche riformulare la frase inserendo il verbo¬†iscriversi, per esempio cos√¨:¬†proseguire gli studi iscrivendosi al corso di¬†(o anche¬†nel corso). In questo caso la preposizione¬†a _(o _in) sarebbe richiesta direttamente dal verbo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggo sulla Treccani che nella proposizione concessiva il verbo è al congiuntivo tranne quando introdotta da anche se. Dunque volevo la conferma che solo il primo di questi due periodi sia corretto, e perché:
“Anche se vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
“Seppure vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
Inoltre volevo sapere cosa ne dite della variante:
“Se anche vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.

 

RISPOSTA:

La prima frase √® del tutto corretta; la seconda pu√≤ essere considerata scorretta in qualsiasi contesto scritto, nonch√© in contesti parlati medi. Va detto, per√≤, che esempi di¬†seppure vai,¬†seppure sei¬†e simili non mancano in rete, per quanto siano di gran lunga minoritari rispetto alle varianti con il congiuntivo. Il modo congiuntivo ha un ambito d’uso variegato: in alcune proposizioni √® obbligatorio, in altre √® in alternanza con l’indicativo, in altre √® richiesto da alcune congiunzioni e locuzioni congiuntive ma non da altre. Un esempio di quest’ultimo caso, oltre a quello discusso qui, √® la proposizione temporale, che richiede il congiuntivo soltanto se √® introdotta da¬†prima che. L’associazione di¬†anche se¬†all’indicativo √® probabilmente dovuta alla vicinanza di questa locuzione alla congiunzione ipotetica¬†se, che al presente richiede l’indicativo (se vai in Ferrari…). Il parallelo tra¬†se¬†e¬†anche se¬†√® confermato dal fatto che entrambe richiedono il congiuntivo all’imperfetto e al trapassato (anche se tu andassi / fossi andato). Proprio questa vicinanza semantica rende indistinguibile in molti casi¬†anche se¬†da¬†se anche, sebbene la seconda sia una locuzione congiuntiva ipotetica, non concessiva, che equivale a¬†se, eventualmente,. La differenza emerge chiaramente se l’ipotesi presenta una realt√† certamente verificatasi o certamente non verificatasi; per esempio: “Anche se il computer si √® rotto, non ne comprer√≤ un altro” / *”Se anche il computer si √® rotto…”. La seconda frase √® impossibile, perch√© non presenta una concessione contrastata dal contenuto della proposizione reggente, ma presenta un fatto sicuramente avvenuto come un’ipotesi. Si noti, comunque, che in una comunicazione autentica il ricevente tenderebbe a interpretare anche nel secondo caso la proposizione ipotetica come una concessiva, vista la vicinanza tra le due costruzioni. Con l’imperfetto e il trapassato, per di pi√Ļ, le due locuzioni diventano praticamente equivalenti: “Anche se il computer si rompesse, non ne comprerei un altro” / “Se anche il computer si rompesse…”. In questi casi, sebbene la locuzione¬†se anche¬†sia sempre ipotetica, non concessiva, essa sarebbe interpretata dalla maggioranza dei parlanti come concessiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei esprimere un dubbio in merito all’uso del congiuntivo passato e trapassato con il pronome relativo misto¬†chiunque. Nella frase “Chiunque abbia pronunciato un giudizio cos√¨ avventato, avrebbe dovuto documentarsi pi√Ļ scrupolosamente”, dopo il pronome¬†chiunque¬†potrebbe andarci bene anche il trapassato congiuntivo¬†avesse pronunciato? Se s√¨, perch√©?

 

RISPOSTA:

La frase¬†chiunque avesse pronunciato…¬†√® corretta: il trapassato¬†avesse pronunciato¬†pu√≤ servire a collocare l’evento prima di un altro evento passato, per esempio in una frase come “Luca pens√≤ che chiunque avesse pronunciato…” (in questo caso il passato non sarebbe corretto: *”Luca pens√≤ che chiunque abbia pronunciato…”). Il trapassato √® anche comunemente usato in relazione al presente, non al passato; in questo caso la relazione temporale rimane identica a quella instaurata dal passato:¬†(penso che) chiunque abbia pronunciato…¬†=¬†(penso che) chiunque avesse pronunciato…. Quest’uso deriva dalla sovrapposizione sulla proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†del modello della proposizione ipotetica (chiunque avesse pronunciato¬†=¬†se qualcuno avesse pronunciato); a ben vedere, per√≤, la sovrapposizione √® indebita, perch√© la sostituzione del passato con il trapassato non modifica il senso generale della proposizione relativa. Proprio perch√© il trapassato in queste condizioni (nella proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†senza un rapporto di anteriorit√† rispetto al passato) √® di fatto equivalente al passato, se ne pu√≤ sconsigliare l’uso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Ho bisogno del vostro aiuto per capire come interpretare uno dei criteri previsti per l’authorship di un articolo su una rivista scientifica.
La frase, tradotta da me in italiano è la seguente:
“Contributi sostanziali all’ideazione o alla progettazione dell’opera; o all’acquisizione, analisi o interpretazione di dati per il lavoro”.
Dalla prima parte della frase mi √® chiaro che √® sufficiente avere contribuito in maniera sostanziale all’ideazione O alla progettazione dell’opera; ho per√≤ un dubbio su come interpretare la seconda parte della frase, laddove si tratta dell’analisi dei dati. Tra¬†acquisizione¬†e¬†analisi¬†√® possibile che si intenda una E, oppure, visto che l’ultima congiunzione dell’elenco pu√≤ essere solo sottintesa (senza alcun dubbio) una O?
Per completezza riporto anche la frase originale inglese:
“The ICMJE recommends that authorship be based on the following 4 criteria:
Substantial contributions to the conception or design of the work; or the acquisition, analysis, or interpretation of data for the work; AND (…)”.

 

RISPOSTA:

Si tratta di tre alternative; per attribuirsi il titolo di author, cioè, bisogna aver contribuito sostanzialmente almeno a una delle tre fasi di elaborazione del lavoro (oppure anche a nessuna delle tre, se si è contribuito alla ideazione o alla progettazione).
Ovviamente, bisogna considerare anche gli altri tre criteri (qui non riportati), che sono chiaramente indicati come aggiuntivi (non alternativi) tramite AND.
Sottolineo che in italiano bisogna ripetere la preposizione articolata o almeno l’articolo davanti a tutti i membri dell’elenco:¬†oppure all’acquisizione, all’analisi o all’interpretazione¬†/¬†oppure all’acquisizione, l’analisi o l’interpretazione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Mi fai sentire come (ipotesi) un insegnante del dopoguerra che rimproverasse (presente o passato?) un alunno che si comporta / comporti / comportasse male”.
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

“Che il castigo, se al giuramento vengo / venissi / venga meno, ricada sulla mia testa”.
Le varianti sono tutte legittime?

“Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta, tu che cosa risponderesti?”.
Di nuovo, con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase il congiuntivo imperfetto¬†rimproverasse¬†rappresenta correttamente l’evento come passato. La proposizione costruita intorno a¬†rimproverasse¬†√® una subordinata di tipo relativo, che si colorisce di una sfumatura eventuale per via del congiuntivo. Le forme¬†si comporta¬†/¬†comporti¬†/¬†comportasse¬†sono tutte possibili: con il congiuntivo imperfetto si rappresenta l’evento del¬†comportarsi¬†come passato, sullo stesso piano di¬†rimproverare; con il presente si sposta il punto di vista al passato per rappresentare l’atto del¬†comportarsi¬†come fosse attuale. La scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente in questo caso dipende dal grado di formalit√† che si vuole conferire alla frase. Sarebbe possibile anche¬†si era comportato¬†/¬†si fosse comportato, per collocare l’atto del¬†comportarsi¬†prima di quello del¬†rimproverare.
Nella seconda frase la subordinata √® ipotetica: in questa subordinata il tempo del verbo determina il grado di realt√† dell’evento: l’indicativo presente rappresenta l’evento come fattuale, il congiuntivo imperfetto come possibile, il congiuntivo trapassato come controfattuale, ovvero non pi√Ļ realizzabile. In questa proposizione il congiuntivo presente non si usa.
Nella terza frase la parte su cui ci si concentra (Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi) √® una sequenza di due ipotetiche coordinate. Come detto sopra, in questa proposizione la forma del verbo esprime il grado di realt√† dell’evento; questa funzione √® indirettamente collegata al tempo, perch√© la fattualit√† (espressa dall’indicativo presente) √® legata al presente o al massimo a un futuro gi√† programmato; la possibilit√† √® legata ugualmente al presente o al futuro; la controfattualit√† √® legata al passato. Per quanto riguarda l’interrogativa diretta (quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta), la scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente dipende dal registro, come per¬†si comporta¬†/¬†comporti. Il condizionale in questo caso non √® giustificato, perch√© non √® indicata nessuna ipotesi tale da condizionare la qualit√† dell’altezza.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se √® possibile usare glielo¬†rivolgendosi a un gruppo di persone (solo maschi, solo femmine o a composizione mista): “Non appena lo avr√≤ saputo, glielo riferir√≤”.

 

RISPOSTA:

Nell’esempio riportato, glielo √® corretto e pu√≤ essere usato per riferirsi a una donna o a un uomo. Ci√≤ √® possibile perch√© quando due pronomi complemento deboli sono usati in coppia il primo cambia forma: cos√¨ avviene, per esempio, per mi che diventa me (“Mi presti il libro?” > “Me lo presti?”), per ti che diventa te (“Ti presto il libro” > “Te lo presto”) e per gli e le che si trasformano in glie invariabile (“Presto il libro a Fabio/Maria” > “Glielo presto)”.
√ą bene specificare che in passato l’uso della forma pronominale atona gli in funzione di complemento di termine per loro, a loro non era accettata; adesso, invece, √® da ritenersi una forma senz’altro corretta in quasi tutti i livelli della lingua (tranne che nel caso, forse, di registri altamente formali, dove √® consigliabile l’uso di loro al posto di gli). Per questo motivo, una frase come “Ho detto a Maria e Fabio che glielo presto” pu√≤ essere considerata corretta.
Raphael Merida

Parole chiave: Pronome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Perch√© nella frase “Molti trovano che Steve Jobs sia stato un genio”,¬†un genio¬†√® complemento predicativo dell’oggetto? Lo capirei se ci fosse scritto “Molti ritengono Steve Jobs un genio”.
Riesco a fare l’analisi del periodo ma quando provo a fare l’analisi logica non mi ritrovo pi√Ļ:
Molti: sogg.
trovano: p. verbale
Steve Jobs: c. ogg.
che (il quale): sogg.
sia stato: copula
un genio: c. pred. del soggetto
Evidentemente così non va.

 

RISPOSTA:

L’analisi logica si applica alle frasi semplici. Nella frase da lei proposta, invece, ci sono due proposizioni legate da un rapporto di subordinazione. A causa di questo rapporto specifico, di tipo completivo, il soggetto della proposizione subordinata (Steve Jobs) √® nello stesso tempo il complemento oggetto “logico” del verbo della proposizione reggente, tanto che lei stesso ha riformulato la frase trasformando la subordinata oggettiva in un complemento oggetto seguito da un complemento predicativo dell’oggetto. La frase, insomma, non pu√≤ essere analizzata con gli strumenti dell’analisi logica senza incappare in questo dilemma.
Va sottolineato, per chiarezza, che nella frase “Molti trovano che Steve Jobs sia stato un genio”¬†che¬†non √® un pronome relativo (come √® indicato nella sua analisi, effettivamente impossibile), ma √® una congiunzione che introduce la proposizione oggettiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei capire in quali situazioni è obbligatorio affiancare il congiuntivo imperfetto al condizionale presente, come nel caso di un periodo ipotetico.
Queste due frasi rischiano di essere avvertite come errate per il semplice fatto che si è abituati ad associare il condizionale al congiuntivo imperfetto, e ciò a volte manda in confusione anche me:
“Non potrei stabilire se l‚Äôabbia fatto un bambino o un adulto”.
“Vorrei che venga espulsa” (In questo caso il condizionale √® una forma ingentilita del presente).

 

RISPOSTA:

Nel quadro della consecutio temporum, il condizionale presente richiede gli stessi tempi del congiuntivo richiesti dall’indicativo presente. Per esempio, quindi, immagino che venga = immaginerei che venga (contemporaneità); immagino che venisse / sia venuto / fosse venuto = immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto (anteriorità). A questa regola si sottraggono i verbi di volontà, desiderio, opportunità (come volere, desiderare, pretendere, essere conveniente e simili), che instaurano il rapporto di contemporaneità con il congiuntivo non presente, ma imperfetto (probabilmente perché sono influenzati dal modello del periodo ipotetico del secondo tipo, in cui al condizionale presente corrisponde il congiuntivo imperfetto). A immaginerei che venga, quindi, corrisponde vorrei che venisse. La variante vorrei che venga in astratto è corretta, ma è di fatto giudicata decisamente trascurata. Coerentemente, per l’anteriorità alla costruzione immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto corrisponde il solo vorrei che lui fosse venuto. La variante vorrei che lui venisse per esprimere l’anteriorità è sconsigliata perché sarebbe interpretata come esprimente la contemporaneità.
Per ulteriori informazioni sui tempi del congiuntivo dipendenti da vorrei è possibile consultare questa risposta e questa risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei farvi una domanda riguardo all’uso delle congiunzioni condizionali (escluso se).
Come sappiamo, nella parte condizionale va messo il congiuntivo, ma non sono certa se la scelta tra il presente e l’imperfetto dipenda soltanto dalla possibilità oppure anche dal tempo presente / passato?
A condizione che / purché / a patto che / casomai studi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, avrai / avresti superato l’esame.
Ho anche un altro dubbio: dopo aver scelto il tempo della parte condizionale, cosa posso fare con quella reggente? Uso l’indicativo per esprimere una certezza e il condizionale per una possibilità?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni introdotte da a patto che, purché, a condizione che e casomai (o caso mai) sono condizionali (nel periodo ipotetico sono chiamate protasi e contengono la descrizione della condizione) e richiedono il modo congiuntivo; il tempo dipende sia dal grado di possibilità dell’evento espresso sia dal rapporto temporale (la cosiddetta consecutio temporum) con il verbo della reggente (che nel periodo ipotetico è chiamata apodosi e contiene la conseguenza della condizione contenuta nella protasi). La sua prima frase è un caso canonico di periodo ipotetico della realtà. Questo costrutto serve a rappresentare l’evento della reggente come certo.
La seconda frase presenta un esempio di apodosi della realtà e protasi della possibilità: il costrutto, corretto, esprime un dubbio circa la possibilità della condizione (il parlante non è certo che l’interlocutore si metta a studiare bene) e la certezza riguardo alla conseguenza della condizione.
Il terzo e ultimo esempio presenta nuovamente nella subordinata il congiuntivo imperfetto, mentre nella reggente propone due opzioni diverse: un verbo all’indicativo (il futuro anteriore avrai superato) e un verbo al modo condizionale composto, o passato (avresti superato).
Il futuro anteriore si usa per indicare un evento che avverr√† in un futuro pi√Ļ prossimo rispetto a un altro pi√Ļ lontano nel futuro. Si tratta di un tempo verbale usato raramente, perch√© il rapporto di successione tra gli eventi risulta quasi sempre chiarito dal contesto. In questo caso specifico non √® presente un altro evento di riferimento successivo, di conseguenza il futuro anteriore non √® giustificato. L‚Äôopzione diventerebbe possibile se si aggiungesse un evento di riferimento; per esempio: ‚ÄúA patto che studiassi bene avrai superato l‚Äôesame prima di accorgertene‚ÄĚ. Bisogna, per√≤, ammettere che la frase, corretta in astratto, difficilmente sarebbe prodotta da un parlante, per via della sua complessit√†.
L‚Äôipotesi con¬†avresti superato¬†√® impossibile se¬†studiassi¬†si riferisce al presente: presenta, infatti, la conseguenza come precedente rispetto alla condizione. La frase diviene corretta se il congiuntivo imperfetto √® usato con valore astorico, legato non al presente, ma a un principio generale: ‚ÄúSe tu studiassi (= avessi l‚Äôabitudine di studiare) bene avresti superato l‚Äôesame‚ÄĚ.
Prima di selezionare i tempi e modi verbali è opportuno valutare il grado di possibilità degli eventi selezionati a partire dalla reggente: è il verbo della reggente che governa quello della subordinata, in relazione al rapporto temporale e, nel caso del periodo ipotetico, al grado di possibilità che si vuole rappresentare.
Per ulteriori informazioni sull’uso di a patto che è possibile consultare questa risposta nell’archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

L‚Äôaggettivo poco concorda in genere e numero con il sostantivo al quale si riferisce. A tal proposito riprendo parte di un testo di una canzone: ‚ÄúUna √® troppo poco, due sono tante‚ÄĚ.

Di conseguenza, come devo comportarmi nelle seguenti espressioni?

  • La differenza √® poco/poca
  • Due settimane √® poco/sono poche

 

RISPOSTA:

Nel testo della canzone troppo poco √® una locuzione avverbiale. In questo caso l‚Äôavverbio poco si unisce all‚Äôavverbio troppo per sottolineare un eccesso di scarsit√†. Negli altri due esempi poco invece √® un aggettivo in funzione predicativa (cio√® si collega al nome tramite il verbo), quindi: ‚ÄúLa differenza √® poca‚ÄĚ e ‚ÄúDue settimane sono poche‚ÄĚ. Nell’alternativa “Due settimane √® poco”, poco √® un pronome indefinito in un‚Äôespressione ellittica in cui √® sottinteso un sostantivo ricavabile dal contesto: ‚ÄúDue settimane √® poco (tempo)‚ÄĚ.

Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Se una persona √® defunta in quale maniera ci si riferisce ‚Äúall‚Äôessere‚ÄĚ della stessa: ‚ÄúNon credo che tutti sappiano chi lei sia / fosse / fu‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le alternative sono corrette. Il congiuntivo imperfetto fosse √® ineccepibile; il passato remoto fu √® legittimo, ma √® pi√Ļ informale del congiuntivo. Anche il congiuntivo presente sia, pur insolito, potrebbe andar bene in questo contesto: per un fattore psicologico e affettivo, ci si potrebbe riferire al defunto come a una persona ancora viva nei nostri pensieri.

Raphael Merida

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

I verbi essere e stare sono intercambiabili?

Ad esempio alla domanda ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ, potrei rispondere usando il verbo stare e dire ‚ÄúSto qui‚ÄĚ?

C‚Äô√® differenza tra ‚ÄúSono alla cassa‚ÄĚ e ‚Äústo alla cassa‚ÄĚ?

Ci sono dei casi in cui il verbo stare non andrebbe usato?

RISPOSTA:

La confusione deriva dal fatto che spesso il verbo stare √® usato legittimamente al posto del verbo essere in frasi, per esempio, che esprimono una condizione psicologica di una persona (‚ÄúSono in ansia‚ÄĚ / ‚ÄúSto in ansia‚ÄĚ). Tuttavia, anche se esiste una forte continuit√† semantica fra essere e stare, ci sono dei casi in cui questi due verbi non sono intercambiabili. Per esempio, rispondere a ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ con ‚ÄúSto qui‚ÄĚ in luogo di ‚ÄúSono qui‚ÄĚ √® un tratto tipico dei dialetti meridionali, inclini a sostituire il verbo essere con il verbo stare (‚ÄúSto nervoso‚ÄĚ al posto di ‚ÄúSono nervoso‚ÄĚ; ‚ÄúLa sedia sta rotta‚ÄĚ al posto di ‚ÄúLa sedia √® rotta‚ÄĚ). Vista la sua natura regionale, occorre evitare questa forma in contesti formali.

Riguardo alla seconda domanda, la risposta √® s√¨: sto alla cassa significa ‚Äėsvolgere la mansione di cassiere‚Äô; sono alla cassa, invece, ‚Äėtrovarsi vicino alla cassa‚Äô. A differenza di essere, il verbo stare, infatti, racchiude alcuni significati che designano una situazione duratura nel tempo (‚ÄúSono a Roma‚ÄĚ significa ‚Äėmi trovo a Roma‚Äô, ‚ÄúSto a Roma‚ÄĚ, invece, ‘abito a Roma‚Äô).

Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Desidero porre una domanda in merito a un tema molto discusso: quale tipo di concordanza usare. Ad esempio:

Mi serve un mucchio di oggetti.
Mi servono un mucchio di oggetti.

La prima frase presenta una concordanza di tipo grammaticale. La seconda frase di una concordanza ‚Äúa senso‚ÄĚ.
Ora sono quasi sicuro che per l’italiano formale si dovrebbe usare la concordanza grammaticale; tuttavia suona meglio a mio avviso la concordanza a senso. La concordanza grammaticale sembra quasi stonare.

 

RISPOSTA:

La concordanza grammaticale in questi casi pu√≤ sembrare ‚Äústonata‚ÄĚ rispetto alla concordanza a senso perch√© si scontra con la rappresentazione logica soggiacente (un mucchio di oggetti¬†=¬†molti oggetti). Tale rappresentazione √® talmente evidente che la concordanza a senso √® percepita come pi√Ļ naturale rispetto a quella rispettosa della regola dell’accordo tra il soggetto e il verbo. Per questo motivo essa √® considerata generalmente accettabile, tranne che in contesti scritti formali.
Per una spiegazione pi√Ļ dettagliata pu√≤ leggere¬†questa risposta¬†gi√† presente in archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

Nella frase “… a cui vorresti rivolgerti tu” il¬†tu¬†√® pleonastico o si pu√≤ considerare un rafforzativo?

 

RISPOSTA:

Non √® pleonastico: il soggetto pronominale ribadito a destra della frase serve a sottolineare che la volont√† di rivolgersi a quel qualcuno √® proprio del soggetto, non di altri. Questa sottolineatura pu√≤ essere utile per esempio se il parlante non condivide tale volont√†, oppure se vuole elogiarla, perch√© altri avrebbero manifestato una volont√† pi√Ļ comoda (ovviamente, dipende tutto dal contesto). L’esplicitazione del soggetto pronominale non sarebbe pleonastica neanche se questo fosse collocato prima del verbo: “… a cui tu vorresti rivolgerti”. In questo caso il pronome richiamerebbe al centro della discussione la responsabilit√† del soggetto nell’esprimere la volont√†, senza, per√≤, veicolare sfumature contrastive. Tali sfumature, per√≤, sarebbero veicolate anche con il soggetto preverbale, se la frase fosse pronnciata con un’enfasi intonativa sul pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi accade frequentemente che dei non madrelingua condividano con me i propri dubbi sull’omissione dell’articolo determinativo, desiderosi di trovare una (suppongo inesistente) sistematizzazione definitiva della regola. Oltre ai casi citati da Serianni nella “Grammatica italiana” (IV 72-75) non sono in grado di trovare una sistematizzazione di altri casi in cui l’articolo debba (o possa) venire omesso. La mia domanda √® questa: I casi che non rientrano in quelli “canonici” descritti da Serianni come devono essere considerati? Come omissioni determinate da variazione diastratica/diamesica/diafasica, e quindi che non riguardano l’italiano standard, o come qualcos’altro che non riesco a comprendere cosa sia?
Ad esempio, l’ultimo dubbio che mi √® stato posto riguarda la frase “Come conciliare lavoro e maternit√†?” e “Oggi a pranzo ho mangiato pastasciutta al tonno.”

 

RISPOSTA:

L’omissione dell’articolo √® obbligatoria soltanto in alcuni dei casi elencati da Serianni (con i nomi propri, i titoli di opere d’arte, i nomi di mesi, i vocativi); in altri √® comune ma non obbigatoria: “Il luned√¨¬†√® il mio giorno preferito”, “Dov’√®¬†la mamma?”. In questi casi l’alternanza si spiega con la natura affine ai nomi propri di questi nomi, oppure con la loro alta frequenza d’uso come vocativi. Un’altra categoria di nomi per cui l’omissione √® obbligatoria √® quella dei nomi inseriti in espressioni cristallizzate:¬†con calma,¬†per favore,¬†di fretta,¬†da sballo,¬†a rigore, ma anche¬†a casa,¬†in ufficio,¬†a scuola,¬†a teatro. Con questa categoria il problema √® che la cristallizzazione delle espressioni non √® predicibile; per esempio¬†a teatro¬†ma¬†al cinema,¬†in banca¬†ma¬†alla posta,¬†in ufficio¬†ma¬†allo studio. Per di pi√Ļ, la cristallizzazione √® “in movimento”: per esempio √® gi√† presente nell’uso panitaliano¬†a studio¬†accanto a¬†allo studio¬†(mentre in alcuni italiani regionali esistono¬†a mare,¬†a spiaggia¬†e altre costruzioni simili).
Di l√† da questi casi, l’omissione √® possibile con tutti i nomi comuni al plurale, per indicare oggetti indeterminati non specifici: “Per tutta la vita ho fatto il venditore¬†di automobili” / “Mi piacciono¬†le automobili veloci“. Diversamente, al singolare, l’omissione √® tipica dei nomi massa, come¬†pastasciutta¬†nel suo esempio (ma anche¬†caff√®,¬†oro,¬†acqua¬†ecc.); in questo caso la presenza o assenza dell’articolo modifica fortemente la percezione del nome: “Avete caff√®?” (si riferisce alla merce) / “Abbiamo finito il caff√®” (si riferisce alla riserva conservata in casa) / “Vuoi un caff√®?” (si riferisce a una dose della bevanda). Nel primo caso, quello in cui il nome esprime pienamente la sua natura di sostanza non specifica, si pu√≤ anche optare per¬†del caff√®, con il cosiddetto¬†articolo partitivo.
Come i nomi massa si comportano anche i nomi astratti, come quelli del suo primo esempio: con lavoro e maternità si rappresentano i due nomi come valori astratti; con il lavoro e la maternità si allude alle loro manifestazioni concrete (dover alzarsi presto la mattina, dover rispettare orari, consegne e scadenze, dover reagire prontamente in caso di emergenze ecc.).
Per concludere, nei casi in cui l’omissione dell’articolo √® facoltativa scegliere sulla base della sfumatura che si intende dare alla frase √® arduo: l’unica soluzione per essere sicuri √® chiedere a un madrelingua, che quasi mai avr√† dubbi su quale variante sia preferibile, anche se quasi mai sapr√† spiegare perch√©. I madrelingua, infatti, memorizzano una gran quantit√† di casi, da cui ricavano le regole automaticamente e inconsapevolmente.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo, Nome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se entrambe le soluzioni sotto proposte possono essere giudicate valide.

1) Si è dovuto intervenire per placare gli animi.
2) Si è dovuti intervenire per placare gli animi.

A condizione di non essermi confusa durante la consultazione e l’analisi, in letteratura le due costruzioni coesistono.

 

RISPOSTA:

I verbi intransitivi (come¬†intervenire) concordano il participio passato con il soggetto (Luisa √® intervenuta). Nella costruzione impersonale, in cui, per definizione, manca il soggetto grammaticale, il participio viene concordato con un soggetto “logico”, che coincide con una prima persona plurale (maschile o femminile secondo le normali regole dell’accordo). La costruzione, pertanto, pu√≤ essere¬†si √® intervenuti¬†o¬†si √® intervenute. La presenza del verbo servile¬†dovere¬†complica questa regola, perch√© questo verbo ha come ausiliare¬†avere, quindi nella forma impersonale mantiene il participio passato invariabile. Si pensi, per esempio, a una conversazione del genere:
-Siete intervenuti?
-Si è dovuto (impossibile *si è dovuti).
Come si può immaginare, le due costruzioni concorrenti entrano in conflitto, creando la doppia possibilità. Per le ragioni spiegate, entrambe le costruzioni sono giustificabili, anche se la seconda è preferibile, perché il verbo servile ha una forte tendenza a prendere la costruzione del verbo retto, che è semanticamente dominante. Questo si vede, per esempio, nella netta preferenza dei parlanti per forme come sono dovuto andare rispetto a ho dovuto andare.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale sarebbe la forma corretta?
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Un esempio sono Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Ne sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Esempi sono Milano e Roma‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette. I dubbi legati a questa frase riguardano da una parte la concordanza tra il soggetto e il verbo, dall’altra l’inserimento del pronome anaforico ne. Per quanto riguarda il primo dubbio, la regola richiede che il verbo di una frase concordi con il soggetto, ma nel caso in cui nella frase ci sia un predicato nominale con il nome del predicato rappresentato da un sintagma nominale o da un pronome di una persona diversa dal soggetto, la concordanza del verbo con il soggetto pu√≤ risultare, per quanto in astratto corretta, innaturale. La soluzione spesso adottata, allora, √® concordare il verbo essere¬†con il nome del predicato, come nella prima variante della frase da lei proposta. La stessa cosa succederebbe, per esempio, in una frase come “Il problema siete voi” (non *”Il problema √® voi”). Si noti che questa soluzione pu√≤ essere considerata a tutti gli effetti regolare, visto che il ruolo della parte nominale e quello del soggetto sono intercambiabili (“Un esempio sono Milano e Roma” pu√≤ essere riformulata come “Milano e Roma sono un esempio”). In alternativa, se la frase lo permette si pu√≤ far coincidere il numero del soggetto e quello della parte nominale, come nella terza variante della sua frase.
Per quanto riguarda l’inserimento di ne, √® una scelta possibile ma non necessaria: il pronome riprende come incapsulatore tutta la frase precedente, trasformando la frase in qualche modo in ‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Del fatto che le citt√† presenti nel grafico sono molto popolate¬†sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ. L’accostamento delle due frasi, per√≤, √® sufficiente a permettere al lettore di ricavare facilmente il collegamento logico; la coesione, pertanto, √® garantita anche senza il pronome.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi permetto di dissentire da questa vostra risposta.¬†Quel chiunque sia non pu√≤ essere inteso come nel caso di qualora¬†o nel caso in cui?: “Qualora qualcuno fosse interessato, mi contatti”.
Oppure come nel caso di un passato: “(…) la denuncia pu√≤ essere fatta da chiunque sia stato presente ad un fatto punibile o ne abbia avuta cognizione in altro modo, senza essere stato offeso, n√© danneggiato (…)” (“Codice di procedura penale del Regno d‚ÄôItalia”, 1871).
O come nel caso di una concessiva: “Chiunque sia stato, non la passer√† liscia”.
O come la formulazione di una ipotesi: “Una macchina che sia rotta non potrebbe gareggiare”.

 

RISPOSTA:

Se assimiliamo la costruzione chi fosse a se qualcuno fosse, con riferimento al presente, la costruzione chi sia dovrebbe essere assimilata a se qualcuno sia, che non √® prevista in italiano (e si sovrapporrebbe funzionalmente a se qualcuno fosse). Gli esempi che lei fa per contestare questa spiegazione riguardano non chi, ma chiunque: quest’ultimo pronome contiene un tratto di forte indeterminatezza che ne favorisce l’associazione al congiuntivo anche al presente a prescindere dalla sovrapposizione del costrutto ipotetico. Per la verit√†, chiunque¬†√® obbligatoriamente accompagnato dal congiuntivo, proprio in virt√Ļ del suo significato indeterminato, particolarmente coerente con la sfumatura non-fattuale attribuita al congiuntivo.
Chi pu√≤ comportarsi come chiunque, quindi prendere il congiuntivo anche al presente, se nella relativa c’√® il tempo passato, che accentua la non-fattualit√† dell’evento (chi sia stato interessato √® del tutto legittima). Questa osservazione risponde alla sua seconda ipotesi: il passato cambia le condizioni d’uso del congiuntivo (e faccio comunque notare che nella citazione del Codice non c’√® chi, ma chiunque). Un’altra circostanza che favorisce l’uso del congiuntivo nella relativa √® l’indeterminatezza dell’antecedente. Questa non si applica a chi, che non ha un antecedente esplicito, ma a che; la cito qui perch√© spiega il suo ultimo esempio: “Una macchina che sia rotta…”.
Per quanto riguarda il terzo esempio, infine, non solo questo ripropone l’associazione tra chi sia e chiunque sia stato, doppiamente indebita perch√© chiunque sia stato¬†√® indeterminato e passato, ma viene definito “caso di una concessiva”, mentre nella frase non √® presente alcun legame logico di concessione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se nell’esempio il presente indicativo del verbo potere¬†√® corretto: “Va in ospedale, dove incontra Virginia che gli chiede se pu√≤ avere il fine settimana libero”.

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta. Se pu√≤ avere √® un proposizione interrogativa indiretta, che pu√≤ essere costruita con l’indicativo, il congiuntivo o il condizionale, a seconda del significato e del registro.
Pu√≤ approfondire l’argomento inserendo come parole chiave “interrogativa indiretta” all’interno dell’Archivio di DICO.
Raphael Merida

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Desidero, per favore, chiedere se la consecutio di questa frase è errata:
“Navigher√≤ fintanto ch√© ci siano mari da navigare”.

 

RISPOSTA:

La costruzione √® corretta. La congiunzione fintantoch√© introduce una proposizione temporale e ammette il verbo al congiuntivo (come nell’esempio) o all’indicativo: “Navigher√≤ fintantoch√© ci saranno mari da navigare”. Pu√≤ approfondire l’argomento anche in queste due risposte: Le mille forme della proposizione temporale e Usi dei tempi con fintantoch√©.

Raphael Merida

Parole chiave: Congiunzione, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase √® corretto l’uso del condizionale sarebbe?

E non so neanche se sarebbe stato in grado di leggerla.

 

RISPOSTA:

Il condizionale è corretto: la proposizione introdotta da se è una interrogativa indiretta, che ammette i modi indicativo, congiuntivo e, appunto, condizionale.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

Sarebbe possibile inserire una virgola tra un sostantivo e il suo aggettivo?

“Ha una bella macchina, rossa”

Oppure prima di una preposizione?

“√ą andato via, a casa”

 

RISPOSTA:

S√¨, in certi contesti la virgola pu√≤ dividere in pi√Ļ unit√† informative una struttura semantica altrimenti addensata in una singola unit√† testuale. In questo caso, l‚Äôaggettivo rossa in posizione conclusiva e separato dal nome attraverso la virgola crea un doppio fuoco informativo che mette in rilievo sia il fatto che la macchina √® bella sia il fatto che la macchina √® rossa.

La virgola si inserisce perfettamente anche nel secondo esempio: la separazione del sintagma preposizionale (a casa) dal resto della frase è favorita dalla posizione conclusiva del sintagma. Non avremmo potuto separare, invece, la preposizione dal nome con cui essa costituisce un sintagma (*a, casa).

Raphael Merida  

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QUESITO:

Non ho ben capito se il verbo interessare regge il complemento oggetto o il complemento di termine. Ad esempio nella frase ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ, ¬ęmi¬Ľ che complemento √®?

Quanto all’uso di anch’io/neanch’io, vanno bene queste frasi?

¬ęNon vado al cinema¬Ľ. ¬ęAnch¬īio non vado¬Ľ / ¬ęNeanch¬īio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Interessare pu√≤ essere usato sia transitivamente (cio√® col complemento oggetto: interessare qualcuno), sia intransitivamente (cio√® col complemento di termine: interessare a qualcuno). Nonostante le sottili differenze semantiche rilevate dai vocabolari (interessare + compl. oggetto ha un valore meno intenso, e pu√≤ significare sia ‚Äėincuriosire‚Äô sia ‚Äėriguardare‚Äô: ¬ęl‚Äôesenzione interessa soltanto i maggiori di 60 anni¬Ľ; interessare + compl. di termine significa ‚Äėavere a cuore‚Äô: ¬ęa Laura interessava molto Raphael¬Ľ), i due usi sono spesso intercambiabili, anche se la costruzione con il complemento di termine (cio√® di interessare come verbo intransitivo) √® molto pi√Ļ frequente. Per cui una frase come ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ pu√≤ valere sia ‚Äėinteressa me‚Äô, sia, pi√Ļ probabilmente ‚Äėinteressa a me‚Äô, tanto pi√Ļ se il complemento √® espresso dal pronome clitico mi, ti ecc., che ha la medesima forma all‚Äôaccusativo e al dativo. La costruzione transitiva, a differenza di quella intransitiva, pu√≤ essere usata anche in riferimento alle cose: ¬ęl‚Äôinterruzione interessa la strada statale 113¬Ľ (e non *alla strada).

Anche non non √® corretto in italiano. Con la negazione anche si trasforma in neanche, neppure o nemmeno: ¬ęNeanch‚Äôio¬Ľ / ¬ęNeanche io varo al cinema¬Ľ / ¬ęNon vado al cinema neanche io¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

“Chi fosse interessato mi contatti” o “chi sia interessato mi contatti”?
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato? (Chi era interessato, tre giorni fa, mi contatti adesso).

 

RISPOSTA:

La variante con il congiuntivo presente √® ingiustificata, quindi da considerare errata. Le alternative possibili sono chi fosse… e chi √®... Lei ha ragione a rilevare nell’imperfetto un valore di passato: in effetti il significato della prima frase potrebbe essere quello da lei inteso; tale significato astratto, per√≤, sarebbe senz’altro scartato dai parlanti per via dell’incoerenza tra un interesse passato e l’azione presente. In altre frasi potrebbe, comunque, essere attivo; per esempio “Chi fosse vivo nel 1910 oggi √® certamente morto”. Rimane da spiegare quale sia la differenza tra chi √®… e chi fosse…. Il congiuntivo imperfetto aggiunge alla proposizione relativa una sfumatura di ipoteticit√† (chi fosse = se qualcuno fosse) assente nell’indicativo presente. A ben vedere, tale sfumatura √® superflua, visto che la situazione descritta √® gi√† ipotetica in s√© (il parlante non sa se qualcuno lo contatter√† e chi sia questo qualcuno); i parlanti, per√≤, dimostrano di apprezzare l’enfatizzazione di questo tratto, ottenuta proprio con il congiuntivo imperfetto, che avvicina, come detto, chi fosse a se qualcuno fosse.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Si dovrebbe scrivere: “Lei recit√≤ un Ave Maria” con l’apostrofo o senza? L’Ave Maria √® una preghiera e quindi si potrebbe anche scrivere con l’apostrofo, il che significa “Recitare una Ave Maria”. Per√≤ nessuno direbbe: “Recitare una Padre Nostro”.

RISPOSTA:

Visto che Ave Maria (anche nelle grafie avemaria e avemmaria) √® un sostantivo femminile, l‚Äôarticolo da usare sar√† la/una, quindi ‚Äúun‚ÄôAve Maria‚ÄĚ. Anche se si tratta di una preghiera, Padre nostro (anche nella grafia univerbata Padrenostro) √® un sostantivo maschile; quindi, avr√† come articolo il/un: ‚Äúun Padre nostro‚ÄĚ.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Articolo
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QUESITO:

Mi chiedevo se tutte e 3 le espressioni possano essere considerate corrette:

Si accoglie il paziente X, SU SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO LA SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le espressioni sono corrette, ma la prima (su segnalazione) √® la variante pi√Ļ attestata. La preposizione su introduce una determinazione di modo; espressioni come su segnalazione, su indicazione, su richiesta ecc. possono essere parafrasate come attraverso la segnalazione, in seguito alla segnalazione, dopo la richiesta. La mancanza dell‚Äôarticolo nella sequenza preposizione + nome indica quasi sempre la cristallizzazione di un‚Äôespressione (su segnalazione, prendere per buono ‚Äėaccettare come vero‚Äô, a scuola ecc.). Diversamente da su (in cui la presenza dell‚Äôarticolo cambierebbe il senso della frase: sulla segnalazione di‚Ķ), nella locuzione sotto (la) segnalazione √® possibile aggiungere o no l‚Äôarticolo senza che il significato cambi; in questa espressione, quindi, il processo di cristallizzazione √® in corso. La preposizione impropria sotto si comporta allo stesso modo di su in altre espressioni, come sotto cauzione (“√ą stato liberato sotto cauzione‚ÄĚ), sotto commissione (‚ÄúHa eseguito il lavoro sotto commissione‚ÄĚ), o quando assume il significato di ‚Äėcondizione di debolezza dovuta a fattori esterni‚Äô, come nelle formule sotto accusa, sotto pressione ‚Äėcostretto a un‚Äôattivit√† impegnativa e costante‚Äô ecc.

Per completezza va ricordato che oltre a su e sotto anche la preposizione impropria dietro pu√≤ essere usata per formare espressioni equivalenti (dietro richiesta,¬†dietro segnalazione¬†ecc.). Quest’ultima preposizione √®¬†marcata da alcuni vocabolari contemporanei come appartenente all‚Äôuso burocratico.

Raphael Merida

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QUESITO:

‚ÄúLe ricordo che, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ

Vorrei sapere se il periodo √® sintatticamente corretto, oppure se sarebbe preferibile evitare di “spezzare” la proposizione principale con una subordinata (in questo caso, “qualora ci fosse…”).

 

RISPOSTA:

La frase è ben costruita e l’inciso, segnalato opportunamente dalle due virgole, non crea problemi alla comprensione del messaggio. Tuttavia, il testo, che sembra di natura amministrativa, può essere semplificato:

  1. spostando l‚Äôinciso all‚Äôinizio o alla fine del periodo, in modo tale da non spezzare la proposizione principale (‚ÄúQualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ / ‚ÄúLe ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale‚ÄĚ);
  2. sostituendo la congiunzione composta qualora con quella semplice se (‚ÄúSe ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ);
  3. riducendo le informazioni non necessarie o ridondanti (in tempo reale non si presta bene a designare un servizio telefonico; semmai, potrebbe essere attribuito a un servizio di messaggistica istantanea).

Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dubbi sulla correttezza del condizionale in una frase indipendente come: ‚Äútranquillo: lui non si ALLONTANEREBBE‚ÄĚ (senza il nostro consenso)

√ą corretto? Grazie

 

RISPOSTA:

Il condizionale nella dichiarativa (‚Äúlui non si allontanerebbe‚ÄĚ) √® ammesso e accentua la sfumatura semantica potenziale. Al posto del condizionale potremmo trovare anche un indicativo presente ‚Äúlui non si allontana‚ÄĚ, che sottolinea, invece, un‚Äôaffermazione (‚Äúsono sicuro che lui non si allontana‚ÄĚ).

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

So che bene si usa con un verbo, ma non il verbo essere. Esempio: “Sto bene”, ma “La pizza √® buona”. Vorrei sapere se le seguenti frasi siano corrette:

Non è bene fare questa cosa.
Non è buono fare questa cosa.
Non è un bene fare questa cosa.

 

RISPOSTA:

Bene pu√≤ essere avverbio o nome: quando accompagna stare √® usato come avverbio (sto bene = ‘mi sento in salute, a mio agio’); quando accompagna essere √® usato come nome (√® bene = ‘√® cosa giusta, utile, vantaggiosa’, √® un bene ‘√® una cosa giusta, utile, vantaggiosa’). La variante “Non √® buono fare questa cosa” √® anche possibile (come, per esempio, “Non √® onesto evadere le tasse”), ma √® sfavorita proprio per la concorrenza di¬†bene.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non mi è molto chiara la differenza tra i verbi essere e esserci.
Ad esempio alla domanda “C’√® Mario?”, possiamo rispondere “S√¨, c’√® /S√¨, √® qui”, ma non va bene “S√¨, c’√® qui”, ma non capisco perch√®, invece, va bene dire “C’√® un uomo qui”.

 

RISPOSTA:

Il verbo esserci significa proprio ‘essere in luogo’, quindi l’espressione c’√® qui √® inutilmente ripetitiva. La ripetizione, per√≤, √® ammessa, e in certi casi necessaria, se la frase √® marcata, cio√® √® costruita per mettere in forte evidenza una certa informazione, per segnalare il collegamento tra la frase e il resto del testo o per precisare quale sia la rilevanza della frase nel contesto situazionale. Nella frase “C’√® un uomo qui”, per esempio, il parlante precisa che l’uomo si trova nello stesso luogo in cui si svolge la conversazione, perch√© dal suo punto di vista la presenza dell’uomo √® rilevante soltanto in relazione al luogo (per esempio perch√© √® sorpreso di trovare un uomo in quel luogo). Va detto che tale frase sar√† pronunciata con una pausa prima di qui, a dimostrazione del fatto che l’informazione qui √® isolata rispetto a c’√® un uomo, come se fosse un elemento aggiunto a parte. Nello scritto, tale pausa pu√≤ essere rappresentata con una virgola, quindi “C’√® un uomo, qui”. La stessa costruzione pu√≤ adattarsi a “C’√® Mario, qui” soltanto in assenza della domanda precedente (“C’√® Mario?”): se il parlante risponde alla domanda, non ha motivo di precisare qui, perch√© la presenza nel luogo √® presupposta proprio nella domanda. A sua volta, la domanda pu√≤ essere costruita in modo marcato: “C’√® Mario, qui”, per precisare che l’interesse per la presenza di Mario √® legato proprio al luogo in cui si svolge la conversazione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretta questa frase?

‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che coloro che anche ultimissimi¬†saranno premiati‚ÄĚ.

Il senso è che anche gli ultimi arrivati in una gara porteranno a casa qualcosa.

 

RISPOSTA:

La frase non è corretta dal punto di vista sintattico e necessita di essere riscritta. Suggerirei alcune riscritture semplificate:

  1. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che anche gli ultimissimi saranno premiati‚ÄĚ;
  2. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che saranno premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ;
  3. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu coloro che saranno arrivati anche ultimissimi premiati‚ÄĚ;
  4. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati coloro che saranno arrivati anche ultimissimi‚ÄĚ;
  5. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ.

Raphael Merida

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QUESITO:

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli incondizionati di quando era giovane.”

Vi chiedo se √® corretto l’uso dell’aggettivo (in questo caso “incondizionati”) dopo il dimostrativo “quelli”, che, in tale costruzione, se non vado errata assume la funzione di pronome.

Vi chiedo infine se sia possibile, per ottenere particolari effetti retorici, isolare l’aggettivo tra due virgole, creando cos√¨ un inciso:

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli, incondizionati, di quando era giovane.”

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli incondizionati di quando era giovane.”

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta. Il referente slancio √® singolare ma pu√≤ capitare che un elemento anaforico (in questo caso il pronome quelli) rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore. L‚Äôaggettivo incondizionati deve accordarsi, naturalmente, con il pronome cui si riferisce, cio√® quelli. Inoltre, l‚Äôaggettivo isolato tra due virgole crea una doppia focalizzazione nella sequenza narrativa. Dei due fuochi (‚Äúquelli‚ÄĚ e ‚Äúincondizionati‚ÄĚ) il pi√Ļ marcato √® il secondo grazie all‚Äôeffetto dell‚Äôisolamento e del lavoro inferenziale a cui questo invita il lettore (gli slanci di una volta non erano semplici slanci; erano incondizionati).

Raphael Merida

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QUESITO:

In frasi come la seguente, il valore del costrutto mi sembra temporale o causale:

 

  1. Alla mia vista, è rimasto sorpreso = quando mi ha visto è rimasto sorpreso.

 

Nelle seguenti frasi mi sembra pi√Ļ vicino ad un complemento di luogo che temporale o causale:

  1. √ą davvero piacevole alla vista.
  2. Si trova tutto alla tua vista = si trova tutto davanti a te.
  3. √ą stato messo pi√Ļ alla vista di qualsiasi altra cosa.

 

Nella 4. si potrebbe utilizzare anche “in vista”, che infatti suona (quantomeno a me) pi√Ļ naturale.

In ogni caso, è un ragionamento corretto il mio o ci sono delle falle evidenti?

 

 

RISPOSTA:

  1. Alla vista assume un valore temporale-causale, perfettamente traducibile come ha fatto lei (‚Äúquando mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ, oppure ‚Äúa causa del fatto che mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ).
  2. Si tratta di un complemento di vantaggio (‚Äú√® piacevole [a vantaggio di che cosa?] alla vista‚ÄĚ).
  3. Indica un complemento di stato in luogo (“si trova tutto [dove?] alla tua vista).
  4. Alla vista coincide con la locuzione in vista; tuttavia, riformulerei la frase 4 cambiando il verbo mettere, che richiama alla mente la locuzione cristallizzata mettere in (bella) vista ‚Äėesporre qualcosa alla vista di tutti‚Äô. Sostituendo il verbo mettere con esporre possiamo scrivere la seguente frase senza alcuna ambiguit√† nell‚Äôuso delle locuzioni alla vista/in vista: ‚Äú√ą stato esposto alla vista pi√Ļ di qualsiasi altra cosa‚ÄĚ.

L‚Äôultima frase, in cui alla vista o in vista rappresenterebbe comunque un complemento di stato in luogo, evidenzia bene un concetto gi√† espresso pi√Ļ volte in molte risposte di DICO (pu√≤ cercare le varie risposte scrivendo la parola chiave complementi): per comprendere le strutture sintattiche e lessicali di una lingua, alle volte, non √® necessario applicare acriticamente la tassonomia dei complementi a tutti i sintagmi della frase, ma occorre proporre diversi tipi di analisi che tengano conto dei parametri sintattici e semantici della frase.

Raphael Merida

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QUESITO:

1) ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso della particella ci oppure sarebbe pi√Ļ corretto usare solamente l‚Äôinfinito ‚ÄúNon riesco a credere che ‚Ķ‚ÄĚ. Perch√©?

2) ‚ÄúSe ne hai voglia, leggi questo libro‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso di ne oppure sarebbe pi√Ļ corretto scrivere/dire ‚ÄúSe hai voglia‚Ķ‚ÄĚ. Qual √® la differenza?

3) ‚ÄúIn pi√Ļ, consiglio di dare un‚Äôocchiata, anche a questi libri‚ÄĚ. √ą ammissibile la virgola dopo consiglio di dare un‚Äôocchiata oppure viola le norme della punteggiatura?

4) Dei clienti entrano in un ristorante; dovrebbero dire: ‚ÄúBuongiorno, siamo quattro‚ÄĚ oppure ‚Äú‚Ķ siamo in quattro?‚ÄĚ C‚Äô√® una differenza?

 

RISPOSTA:

1) Il pronome atono ci in crederci serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato. Si tratta di un costrutto tipico del parlato o dello scritto informale.

2) S√¨, √® corretto. Il sostantivo voglia unito al verbo avere (‚Äúavere voglia‚ÄĚ) richiede l‚Äôargomento di ci√≤ di cui si ha voglia, per avere senso; deve essere seguito, quindi, dalla preposizione di (‚Äúho voglia di‚ÄĚ). La frase pu√≤ essere infatti parafrasata come segue: ‚ÄúSe hai voglia di leggere, leggi questo libro‚ÄĚ. Il ne sostituisce il complemento di tipo argomentale di leggere.

3) No, non √® ammissibile. Non bisogna mai separare con una virgola il predicato dall‚Äôoggetto. In questo caso il predicato √® formato dalla locuzione dare un‚Äôocchiata, facilmente parafrasabile con guardare. Questo tipo di costrutti √® definito dai linguisti ‚Äúa verbo supporto‚ÄĚ (per questo argomento la rimando alla risposta Fare piacere, i verbi supporto e i verbi causativi).

4) In questo caso non esiste una regola precisa, ma potrebbe esserci una sottilissima sfumatura semantica tra le due varianti. La presenza della preposizione tra il verbo e il numerale (‚Äúsiamo in quattro) sembra indicare un gruppo definito di persone, il cui numero non √® casuale ma gi√† stabilito; l‚Äôassenza della preposizione (‚Äúsiamo quattro‚ÄĚ), invece, d√† l‚Äôidea di un gruppo il cui numero √® variabile e in corso di definizione. La preposizione in √® essenziale, infine, con i verbi diversi da essere: ‚ÄúGiocheremo in cinque‚ÄĚ, ‚ÄúAbbiamo viaggiato in venti‚ÄĚ ecc. ¬†

Raphael Merida

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QUESITO:

  1. Forse al 23 di Ottobre saremo già salvi.

In italiano standard si direbbe:

  1. Forse il 23 di Ottobre saremo già salvi.

Tuttavia (a proposito della frase ‚Äúa‚ÄĚ) la preposizione articolata al posto dell’articolo mi sembra piuttosto ricorrente, sentendo anche parlare gente di diverse zone d‚ÄôItalia, da nord a sud.

√ą solo un regionalismo/dialettalismo oppure √® ammissibile anche in italiano standard?

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette e si differenziano per una leggera sfumatura semantica. La frase 1., formata con la preposizione articolata al prima della data, indica l‚Äôidea di tempo continuato, cio√® per quanto tempo dura l‚Äôazione o la circostanza espressa dal verbo: ‚Äúforse (da questo momento fino) al 23 ottobre saremo salvi‚ÄĚ; la frase 2., formata con l‚Äôarticolo determinativo il, specifica un tempo determinato, cio√® il momento esatto in cui si verificher√† l‚Äôazione espressa dal verbo. Entrambe le frasi possono essere scritte anche senza la preposizione di prima del mese senza che il significato cambi.

L‚Äôindicazione della data con l‚Äôarticolo determinativo maschile singolare √® una caratteristica dell‚Äôitaliano moderno. Anticamente, infatti, l‚Äôarticolo era condizionato dal numerale seguente: per il numero ‚Äė1‚Äô l‚Äôarticolo era il (oppure al, nelecc.: ¬ęil primo di giugno¬Ľ; dal numero ‚Äė2‚Äô in poi i (oppure ai, nei ecc.: ¬ęai 23 di ottobre¬Ľ). L‚Äôarticolo plurale li (oggi non pi√Ļ in uso) permane tuttora in alcuni formulari burocratici: Roma, li 13 luglio (sull‚Äôerronea accentazione di li rimando alla risposta Numeri, date, forme con q e con g dell‚Äôarchivio di DICO).

Segnalo, infine, che i nomi dei giorni della settimana e dei mesi vanno scritti con la lettera minuscola, quindi lunedì, giugno ecc.

Raphael Merida

Parole chiave: Articolo, Preposizione
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QUESITO:

 

“Mai che qualcuno dica” o “dicesse la verit√†”?

Quale delle due va bene? E di che tipo di costruzione si tratta?

 

RISPOSTA:

 

L‚Äôalternativa con il congiuntivo presente √® certamente preferibile, quella con il congiuntivo imperfetto sarebbe corretta nell‚Äôitaliano standard per riferirsi al passato: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando frequentavo quelle persone¬Ľ; pu√≤, per√≤, valere anche per riferirsi al presente: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando gli chiedi spiegazioni¬Ľ. Questo secondo uso √® di provenienza regionale ed √® substandard (cio√® ancora non del tutto corretto), ma sempre pi√Ļ accettato e diffuso nella lingua parlata. ¬†

Il costrutto mai che + congiuntivo, di recente diffusione, √® sicuramente informale perch√© il che √® polivalente (come nei costrutti, ugualmente di recente diffusione, mica che, solo che, certo che…). Sui vari usi di che la rimando alla risposta Un che, tante funzioni dell‚ÄôArchivio di DICO.

Raphael Merida

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QUESITO:

 

Vorrei capire se in questo elenco (¬ęcamicie a righe, a disegni, a scacchi color corallo e verde mela e lavanda e arancione chiaro, coi monogrammi in indaco¬Ľ) le due coppie di colori ‚Äď corallo e verde mela, lavanda e arancione chiaro ‚Äď sono riferite soltanto alle camicie a scacchi o all‚Äôintero elenco di camicie. E, nel secondo, caso se a tutt‚Äôe tre i tipi di camicia.

Questa citazione √® tratta da ‚ÄúIl grande Gatsby‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

 

Il dubbio pu√≤ essere sciolto controllando la versione originale del testo: ¬ęshirts with stripes and scrolls and plaids in coral and apple-green and lavender and faint orange, with monograms of Indian blue¬Ľ. Stando al testo in inglese, sarei orientato ad affermare che i colori non si riferiscono necessariamente ai tipi di camicie descritti prima; lo si deduce dalle preposizioni che seguono la parola shirts ‚Äėcamicie‚Äô: with, in e dopo ancora with. Si suppone, quindi, che le camicie siano di vario genere (a righe e a disegni e a scacchi) e di vari colori (color corallo e verde-mela e lavanda e arancione chiaro). La presenza della virgola prima di with monograms (coi monogrammi in indaco) mi pare dimostri quasi sicuramente il riferimento dei monogrammi a tutti i tipi di camicia. Del resto, una persona cifra tutte le camicie (per marcarne l‚Äôappartenenza e l‚Äôidentit√†), non solo un certo tipo. Sia i colori sia il monogramma, quindi, si riferiscono, a mio modo di vedere, a tutte le camicie, non soltanto a quelle a scacchi.

La traduzione in italiano, pur fedele, rende meno tutta la distinzione che, invece, si nota meglio nel testo originale (anche se l’assenza della virgola dopo plaids lascia un certo margine di ambiguità). La differenza fra testo originale e traduzione risiede nel modo di elencare: il primo per polisindeto, cioè attraverso l’accumulo della congiunzione and (e); il secondo per asindeto nella prima parte (a righe, a disegni, a scacchi) e per polisindeto nella seconda (color corallo e verde-mela e lavanda e arancione chiaro). L’elencazione per polisindeto rallenta la prosa, quella per asindeto, al contrario, la velocizza.

Raphael Merida

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QUESITO:

1) Sarebbe stato meglio che tu fossi andato via.

2) Sarebbe stato meglio che tu andassi via.

Parliamo di due frasi corrette, anche se credo sia preferibile la a.

Io ho sempre visto, in questi contesti, l’imperfetto congiuntivo e il congiuntivo trapassato come due opzioni altamente interscambiabili, ma forse √® una mia percezione erronea.

C’√® invece qualche differenza tra la prima e la seconda frase da un punto di vista semantico?

 

RISPOSTA:

Le due frasi hanno significato diverso. La frase 2 indica un rapporto di contemporaneit√† tra il momento di riferimento (quello dell’essere meglio) e il momento dell‚Äôazione (quello dell’andare); il momento dell’andare, cio√®, era lo stesso in cui l’azione sarebbe stata preferibile. La frase 1, invece, esprime un rapporto di anteriorit√† del momento dell‚Äôazione rispetto a quello di riferimento. La differenza si capisce meglio se allarghiamo il contesto:

  1. Grazie per aver fatto la spesa, ma sarebbe stato meglio che ci fossi andato io.
  2. Sei stato imprudente: sarebbe stato meglio che tu non parlassi cos√¨ apertamente durante l’intervista.

Anche se la 2 √® legittima, essa viene sfavorita dalla sovrapposizione di questa costruzione con quella del periodo ipotetico, per cui a un condizionale passato nell’apodosi di solito corrisponde un congiuntivo trapassato nella protasi (sarebbe stato meglio che tu fossi andato =¬†sarebbe stato meglio se tu fossi andato). In seguito a questa confusione, la 1 viene usata sia nel suo valore proprio (anteriorit√† dell’azione rispetto a un momento di riferimento passato), sia in quello che sarebbe proprio della 2 (contemporaneit√† dell’azione con un momento di riferimento passato).

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Non mi è del tutto chiaro quando è considerato accettabile sostituire che con il quale/la quale/i quali/le quali.

Da quanto ho capito √® frequente e accettata la sostituzione in una relativa esplicativa in cui il pronome √® soggetto (es: ¬ęPi√Ļ tardi verr√† a trovarci il nuovo vicino, il quale si √® trasferito qui da sole due settimane¬Ľ.)

Sono considerate accettabili le forme composte come oggetto nelle relative esplicative (es: Paola e Giovanna, le quali hai conosciuto l’altro giorno alla festa, mi hanno detto che hanno intenzione di trasferirsi a Parigi.)

Inoltre, sono ancora considerate accettabili le forme composte nelle relative restrittive, o √® ormai percepita come “strana”, se non errata?

Ad esempio:

Mi piacciono i fumetti che/*i quali propongono avventure.

Mi porteresti la borsa che/*la quale ho dimenticato nel portabagagli?

Stavo alla finestra a osservare le persone che/*le quali passavano.

Stavo alla finestra a osservare le persone che/*le quali passavano.

Cerco un gatto che/il quale* ha il pelo nero e il muso bianco.

√ą raro incontrare una persona che/*la quale abbia dedicato tutta la vita allo studio.

 

RISPOSTA:

Le sue considerazioni sono tutte giuste. Nelle relative esplicative il quale √® usato in modo intercambiabile con che, sebbene ne rappresenti la variante pi√Ļ formale. Nelle relative limitative il quale √® ancora usato, sebbene in modo minoritario, quando l‚Äôantecedente √® un numerale, un pronome indefinito o un sintagma indeterminato come nell‚Äôesempio ¬ę√ą raro incontrare una persona la quale abbia dedicato tutta la vita allo studio¬Ľ; quando invece l‚Äôantecedente √® un sintagma determinato √® impossibile la sostituzione: ¬ęIl mio amico *il quale ti ho presentato l‚Äôaltro anno √® morto ieri¬Ľ. Sulle relative esplicative e limitative la rimando alla risposta Relative limitative o esplicative contenuta nell’archivio di DICO.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

(1) Chiedo alle persone che conoscessero già la risposta di restare in silenzio.

(1a) Volevo confermare che nella proposizione relativa possiamo sostituire conoscessero¬†sia al congiuntivo presente conoscano sia all‚Äôindicativo conoscono senza cambiare la semantica della proposizione.¬† In altre parole, il valore del congiuntivo (sia all‚Äôimperfetto sia al presente) √® diafasico, giusto? La proposizione relativa √® propria, giusto? √ą soltanto una questione del registro.

 

Prendiamo un’altra frase che mi sembra strutturalmente simile:

(2) Possono iscriversi al primo anno tutti coloro che abbiano passato l’esame di amissione.

(2a) La struttura della frase sembra uguale alla frase dell’esempio 1 nel senso che c’è un requisito o una limitazione, giusto?

(2b) Possiamo sostituire avessero passato e avevano passato per abbiano passato senza cambiare la semantica della frase? Anche qui i diversi modi dei verbi sono soltanto una cosa del registro e i valori sono diafasici?

(2c) Come possiamo capire che il pronome relativo che non pu√≤ essere sostituto per esempio con ‚Äútale che‚ÄĚ per darle una sfumatura di una proposizione consecutiva.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi 1 e 2 si può sostituire il congiuntivo con l’indicativo senza alcun cambiamento di significato; la scelta tra i due modi è un fatto che determina il maggior o minor grado di formalità. Sulla scelta fra presente e imperfetto congiuntivo la rimando alle seguenti risposte nell’archivio di DICO: Congiuntivo e consecutio nella proposizione relativa e Relative improprie.

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Potreste indicarmi quale delle due versioni che seguono sia pi√Ļ corretta?

  1. Mi ha chiamato o mi ha chiamata (se donna);
  2. Ci hai inibito o ci hai inibiti?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti sono corrette. In casi come questi, cio√® quando le particelle pronominali ricoprono la funzione di complemento oggetto e si trovano prima del verbo, √® possibile scegliere liberamente l‚Äôaccordo sia per il genere (anche se il pronome indica una persona di sesso femminile), sia per il numero. Questa libert√† non vale per i pronomi di terza persona singolare e plurale per i quali l‚Äôaccordo di genere e numero del participio con l‚Äôoggetto √® obbligatorio: ¬ęLi ho visti¬Ľ (e non *li ho visto); ¬ęl(a) ho mangiata¬Ľ (e non *l(a) ho mangiato).

Raphael Merida

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QUESITO:

La frase di partenza viene da Moravia:

(1) ‚ÄúGli avevano fatto credere ad una tresca di Lisa‚Ķ.‚ÄĚ.

Volevo confermare che in questa frase non possiamo dire: ‚ÄúGli ci avevano fatto credere‚ÄĚ (ci = ad una tresca) perch√© gli ci non √® permesso nella grammatica italiana, giusto? Ma si sente:

(1a) Gli ci vuole molto tempo (gli = ‚Äėa lui‚Äô).

 

Gli ci vuole molto tempo è una forma colloquiale? Potrebbe darmi altri esempi in cui gli ci viene usato?

 

(2) Ammaniti nel libro Ti prendo e ti porto via scrive:

‚ÄúMi ci faceva credere‚ÄĚ.

Per me, il pronome mi ha valore di ‚Äúa me‚ÄĚ.¬† Di nuovo, volevo capire se questo uso della lingua √® soltanto colloquiale dato che la grammatica non indica la combinazione di un pronome indiretto con ci.

 

RISPOSTA:

Nella frase di Moravia non avrebbe senso inserire ci. Esistono frasi come 1a che sono del tutto legittime e riconosciute dalla grammatica italiana. In questo caso, volerci, che significa ‘essere necessario’, rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso ci) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo aggiungendo una sfumatura di partecipazione emotiva. La presenza di gli ci fa capire, nel suo esempio, che ci si riferisce a una terza persona, ma nulla vieta che ci si riferisca ad altre: ‚ÄúGli/Ti/Mi ci √® voluta una settimana‚ÄĚ.

L’esempio tratto da Ammaniti, pur un po’ forzato, è possibile; si tratta, in questo caso, di una struttura colloquiale, presente soprattutto nel parlato, dove ci si riferisce a ciò che è stata detto prima.

Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementare.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

Quesito:

Ho un dubbio riguardo alla corretta interpretazione dell’uso di anche¬†nella seguente frase:

Si consiglia intervento psico-educativo (2-4 ore a settimana, anche in piccolo gruppo).

Sulla base delle diverse definizioni del significato di anche“, sembrerebbe che la frase dovrebbe interpretarsi nel seguente modo:

Si consigliano 2/4 ore di intervento psico-educativo e anche 2/4 ore del medesimo intervento da svolgersi in piccolo gruppo (per un totale dunque di 4/8 ore).

L’interpretazione in senso “additivo” di anche del secondo elemento intervento in gruppo rispetto al primo elemento intervento sottinteso √® corretta?¬†L’interpretazione, se corretta, pu√≤ definirsi univoca o pu√≤ essere ambigua?

 

RISPOSTA:

Il significato di anche nella frase è senza dubbio rafforzativo; con esso, cioè, si ammette che l’intervento descritto precedentemente venga svolto nella modalità indicata subito dopo (in piccolo gruppo). Non bisogna, quindi, considerare l’intervento in piccolo gruppo come aggiuntivo rispetto a un altro intervento da svolgere con modalità diversa. Si tratta comunque di un’aggiunta, a ben vedere, ma ciò che viene aggiunto è una modalità alternativa per lo stesso intervento, non un ulteriore intervento. Se fosse aggiunto un intervento, la frase sarebbe stata formulata diversamente, esplicitando i termini salienti dell’intervento aggiuntivo (2-4 ore); per esempio (2-4 ore a settimana in seduta individuale e anche / inoltre 2-4 ore in piccolo gruppo).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Le due proposizioni introdotte dalla negazione ‚Äún√©‚ÄĚ sono ben collegate al resto del periodo?

1) Ho effettuato due chiamate al vostro numero: non sono riuscita a parlare con un operatore, né sono stata richiamata, come (invece) promesso.

2) Ho effettuato due chiamate al vostro numero senza aver parlato con un operatore, né essere stata richiamata, come (invece) promesso.

Domando, a latere, se l’avverbio ‚Äúinvece‚ÄĚ in questi casi sia consigliato, da evitare perch√© ridondante, oppure sbagliato.

 

RISPOSTA:

Nel primo periodo la congiunzione n√© √® usata del tutto correttamente, nel secondo no. N√© vuol dire e non, quindi ¬ęe non sono stata richiamata¬Ľ ecc. Invece √® del tutto pleonastico in entrambi i periodi, quindi da evitare, anche se non √® errato. Nel secondo periodo, non si pu√≤ sostituire n√© con e non: *¬ęsenza… e non…¬Ľ. Tuttavia, la coordinazione copulativa negativa n√© correlata a senza √® abbastanza diffusa (perch√© senza, sebbene non sia una negazione, esprime un concetto di negazione, cio√® di privazione di qualcosa), nell‚Äôitaliano colloquiale, quindi si pu√≤ anche ammettere, nei registri meno sorvegliati. Ma √® senza dubbio da evitare nello scritto pi√Ļ sorvegliato.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Su varie grammatiche, incluso Treccani, si legge che tra avverbi interrogativi (interrogativa diretta) e verbo è impossibile frapporre un elemento, che sia soggetto o qualsiasi altro elemento:

1)Quando marco arriverà a destinazione?*

2)Dove oggi andrai?*

Se si parla di congiunzione interrogativa, e di conseguenza di interrogative indirette

è possibile la frapposizione solo del soggetto:

3)Non so quando Marco arriverà.

4)Non so dove oggi andrà a fare shopping.*

Tutte queste regole e regolette, per√≤, non valgono con “Perch√©”, usato sia come avverbio interrogativo che come congiunzione interrogativa; infatti con “perch√©” √® possibile sia frapporre complementi (“Qui”, “con me” ecc…) sia soggetti (“Lui”, “Marco”), anche insieme, volendo, come nelle frasi 5 e 6.

Tutto questo sia nelle interrogative dirette o indirette che siano, per esempio:

5)Perch√© Marco all’estero si trova male?

6)Non so Marco all’estero si trovi cos√¨ male.

Credo e spero che da 1 a 6 lei possa concordare con me.

Ci sono però dei casi, che non so per idiomaticità o meno, ma contravvengono a ciò che ho detto da 1 a 6, cioè:

a)Ricordo quando da bambino giocavo al parco con gli amichetti.

b)Non ho mai saputo quando da bambino hai avuto la prima fidanzatina.

c)Quanto la fortuna potrà incidere sul risultato?

Le frasi “a” e “b” sono dello stesso tipo della frase 4, mentre la frase “c” mi sembra dello stesso tipo della frase “1”.

Seguendo la (mia) logica, a meno che non abbia fatto un discorso errato dall’inizio alla fine, le tre frasi in questione sono scorrette, eppure le ho sentite spesso, anche con una certa frequenza; infatti anche a me √® capitato di dirle in svariate occasioni, poich√© al mio orecchio suonano particolarmente idiomatiche e non vi ravviso nessuna stonatura.

Qual è quindi la verità?

 

RISPOSTA:

Da assiduo navigatore di DICO, sa bene che la grammatica e la linguistica non si valutano in base alla verit√† (ammesso che si sappia cosa sia, la verit√†…), bens√¨ ad altre categorie, quali la frequenza, l‚Äôaccettabilit√†, la variabilit√† ecc. Ci√≤ premesso, non √® affatto vero che gli interrogativi non ammettano elementi tra s√© e il verbo, e, tra i miliardi di frasi possibili, basterebbe questa: ¬ęPerch√© Marco non arriva?¬Ľ. Quindi, non soltanto concordo con lei, ma le confermo che nessuna delle frasi da lei citate (a, b, c) √® sbagliata, e non perch√© siano idiomatiche (e infatti non lo sono), ma perch√© la mobilit√† dei costituenti consente queste e altre modificazioni dell‚Äôordine cosiddetto diretto. Neppure le altre frasi da lei citate sono scorrette n√© agrammaticali, tranne la 2: ¬ę*Dove oggi andrai?¬Ľ, che per√≤ diventa quasi accettabile se al verbo si aggiunge un altro elemento: ¬ęDove, oggi, andrai a fare la spesa?¬Ľ (non naturalissima, ma possibile).

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Tante di cose” o “tante di persone”, come dice Lei, sono agrammaticali, ma in caso di ripresa nominale, cio√® col “ne” come ripresa pronominale in aggiunta al “di” partitivo (“Ne vede tante di cose/persone”), sarebbero legittime.

Se non si vuole utilizzare il pronome di ripresa “ne” allora bisognerebbe modificare il nome “cose”:

“Ogni giorno vede tante di queste cose/persone”.

Secondo lei, se cambiassimo ”vede tante di cose/persone” in “Vede tante di cose/persone interessanti” cambierebbe qualcosa o si resterebbe nell’agrammaticalit√†?

 

RISPOSTA:

Secondo me s√¨, sarebbe agrammaticale; accettabile, forse, soltanto in uno stile molto informale. L‚Äôindefinito tanto pu√≤ reggere il partitivo, ma in contesti in cui sia chiara la ripartizione di un sottogruppo: ¬ętanti dei miei amici non sono laureati¬Ľ, oppure: ¬ęvedo qui presenti tante delle persone che ho conosciuto al corso di francese¬Ľ o simili. Invece, nel suo esempio (¬ęvede tante di persone interessanti¬Ľ) non c‚Äô√® questa ripartizione, perch√© ¬ętante persone¬Ľ indica genericamente un numero elevato di persone e non un sottogruppo nell‚Äôambito di un gruppo pi√Ļ ampio o di una totalit√†.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Sono molto comuni costruzione col “di” partitivo nelle quali manca un soggetto/oggetto perch√© sottinteso:

  1. a) Ce ne sono (tante) di cose!
  2. b) Ne ha fatte (tante) di cose!

Costruzioni analoghe sono quelle seguite da un modificatore nominale:

  1. c) Direi che (di persone) ce ne sono (tante) che non vanno mai al cinema.
  2. d) Di situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori.
  3. e) Nella vita di cose ne vedrai (tante) di belle e di brutte.

Nella frase “e” il modificatore del sintagma nominale sottinteso (“tante) √® preceduto dalla preposizione “di”, ma a differenza della frase “d”, dove il modificatore nominale √® un vero e proprio sintagma preposizionale, qui abbiamo un aggettivo che fa modificatore nominale, aggettivo che di norma non √® preceduto da nessuna preposizione, tranne in questi specifici casi.

Quello che mi chiedo è:

Se rendessimo esplicito il sintagma nominale “tante”, l’aggettivo richiederebbe lo stesso quel “di” o perlomeno sarebbe facoltativa la scelta di inserirlo o meno?

  1. f) Nella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte. A me non convince proprio quel “di” in quest’ultima frase , anzi lo casserei proprio, poich√© al mio orecchio suona malissimo, ma a rigor di logica forse √® corretto?

 

RISPOSTA:

La ragione della presenza del sintagma preposizionale introdotto da di √® dovuto al fatto che il clitico ne pronominalizza un sintagma preposizionale introdotto da di. Tant‚Äô√® vero che senza ne il di cade: ¬ęci sono tante cose/persone¬Ľ, ¬ęha fatto tante cose¬Ľ, ¬ęci sono tante persone che non vanno al cinema¬Ľ ecc.

In ¬ęDi situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori¬Ľ, ¬ędi tutti i colori¬Ľ √® un‚Äôespressione idiomatica ammissibile soltanto se introdotta da di, tant‚Äô√® vero che il di rimane anche senza ne: ¬ęho vissuto (tante) situazioni (simili) (che erano) di tutti i colori¬Ľ.

In ¬ęNella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte¬Ľ, come giustamente dice lei, il secondo (e il terzo) di √® di troppo (e dunque da evitare), perch√©, per via del clitico ne, serve il sintagma preposizionale ¬ędi cose¬Ľ, mentre belle e brutte sono aggettivi che, come tali, si collegano al nome (cose) senza preposizione. Esattamente come ¬ęvedrai cose belle e brutte¬Ľ. A meno che non siano aggettivi sostantivati (cio√® con cose sottinteso): ¬ęNella vita ne vedrai (tante) di belle e di brutte¬Ľ. Meno bene ¬ęNella vita ne vedrai (tante) belle e brutte¬Ľ. Del resto, l‚Äôespressione idiomatica √® ¬ęvederne delle belle¬Ľ, non certo *¬ęvederne belle¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

  1. a) Forse ci sarebbe chi accetterebbe a occhi chiusi.
  2. b) Forse ci sarebbe chi accettasse a occhi chiusi.

Tra le due mi suona di pi√Ļ la frase “a”, dove peraltro penso si possa ipotizzare una protasi velata/sottintesa:

“Forse ci sarebbe chi (se ne avesse la possibilit√†) accetterebbe a occhi chiusi”.

Ecco, sempre in merito alla questione del congiuntivo, condizionale e un’eventuale protasi implicita, ho letto delle risposte recenti su “Dico”, formulazioni del tipo “Chiunque volesse/vorrebbe, farebbe…”

La mia personale proposta è:

  1. c) Chi parteciperebbe alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.
  2. d) Chi partecipasse alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.

La frase “d” ricalca ovviamente il periodo ipotetico:

“Se qualcuno partecipasse alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.”

Mentre la frase “c” ha un condizionale che √® innescato e condizionato da una protasi che resta implicita:

“Chi parteciperebbe alla gara (se ne avesse la possibilit√†), forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte”.

Protasi, quest’ultima, che forse “potrebbe” (uso il condizionale) anche essere espressa per confermare la correttezza (?) del costrutto:

“Chi parteciperebbe alla gara se ne avesse la possibilit√†, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte”.

Che ne pensa? Sono intuizioni corrette, le mie?

 

RISPOSTA:

S√¨, le sue sono intuizioni sostanzialmente corrette. Con alcune precisazioni. Il fatto che le ‚Äúsuoni‚ÄĚ meglio ¬ęForse ci sarebbe chi accetterebbe a occhi chiusi¬Ľ si spiega con la struttura della frase, cio√® una frase scissa con c‚Äô√® presentativo, che dunque √® un po‚Äô come una frase semplice anzich√© complessa, equivalente a ¬ęForse qualcuno accetterebbe a occhi chiusi¬Ľ. La modalit√† epistemica della frase autorizza pienamente il condizionale (ma anche il congiuntivo) senza alcun bisogno di sottintendere una protasi. Il concetto di sottinteso, infatti, andrebbe invocato il meno possibile, per evitare di sostituire le nostre personali e opinabili intuizioni all‚Äôeffettiva natura della frase. Motivo per cui ¬ęChi parteciperebbe alla gara…¬Ľ √® decisamente da respingere, a meno che, come dice lei, la protasi non sia presente. Ma, ne converr√†, la frase con protasi ‚Äúsuona‚ÄĚ come del tutto innaturale, nella sua farraginosit√†: ¬ęChi parteciperebbe alla gara se ne avesse la possibilit√†, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte¬Ľ. Eviterei dunque questi tentativi scolastici e alessandrini di far tornare a tutti i costi i conti di frasi che nessuno pronuncerebbe mai, in contesti naturali. Meglio, dunque, il piano e naturale ¬ęChi partecipasse alla gara¬Ľ ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

In questi giorni mi sono imbattuto in questa frase: ¬ęIl suo passatempo consiste nel coltivare i fiori¬Ľ. Mi chiedo cosa sia ¬ęconsiste nel coltivare i fiori¬Ľ in analisi del periodo.

 

RISPOSTA:

Il suo passatempo consiste: principale

nel coltivare i fiori: subordinata completiva (soggettiva) implicita.

Sebbene l’infinito sia sostantivato (nel coltivare), esso viene comunque analizzato come proposizione.

Sebbene la proposizione si comporti non come soggetto, bens√¨ come parte nominale di un predicato nominale (consiste nel = essere: il passatempo √® coltivare…), essa √® comunque analizzabile come completiva soggettiva.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Possono gli indefiniti reggere il condizionale?

Ecco alcune frasi:

Chiunque vorrebbe partecipare, deve mettere il suo nome sulla lista.

Ecco una piccola guida per chi vorrebbe avere maggiori informazioni.

Quale tempo e modo regge, invece, dovunque?

-Ti seguirò, dovunque tu vai/vada/andrai/andresti/andassi.

E se nella principale c¬ī√© un condizionale?

-Ti seguirei, dovunque …

-Ti avrei seguito, dovunque…

 

RISPOSTA:

Gli indefiniti possono reggere il condizionale soltanto se si trovano nella proposizione reggente, non se si trovano in una proposizione relativa con sfumatura ipotetica come tutte quelle da lei indicate, nelle quali è ammesso soltanto il congiuntivo o l’indicativo. Vediamo caso per caso.

¬ęChiunque volesse/voglia partecipare, deve mettere il suo nome sulla lista¬Ľ: la relativa retta da chiunque ha un evidente valore ipotetico, cio√® √® analoga alla protasi del periodo ipotetico: ¬ęse qualcuno volesse partecipare…¬Ľ. Quindi comprende bene come il condizionale sarebbe del tutto abnorme: *se qualcuno vorrebbe…

Identico discorso per le altre frasi:

¬ęEcco una piccola guida per chi volesse/voglia avere maggiori informazioni¬Ľ.

¬ęTi seguir√†, dovunque tu vai/vada/andrai/ andassi¬Ľ (ma non *andresti).

¬ęTi seguirei, dovunque tu andassi¬Ľ: identico a sopra, con preferenza per andassi, sempre in parallelo con il periodo ipotetico: ¬ęse andassi in qualunque luogo, io ti seguirei¬Ľ.

¬ęTi avrei seguito, dovunque fossi andato¬Ľ.

Diverso il caso in cui l‚Äôindefinito si trovasse nella reggente, cio√® con valore analogo a quello di una apodosi di un periodo ipotetico, cio√® con valore condizionale, appunto: ¬ęchiunque potrebbe partecipare¬Ľ (se volesse);

¬ęTi seguirei dovunque¬Ľ (se partissi);

¬ęTi avrei seguito dovunque¬Ľ (se fossi partito).

Molto interessanti le ultime frasi, perch√©, come vede, a seconda della pausa (o, per meglio dire, a seconda della relazione col verbo reggente), dovunque pu√≤ avere funzione avverbiale (¬ęTi seguirei/avrei seguito dovunque¬Ľ), e in questo caso, come parte della reggente, pu√≤ accompagnarsi a un condizionale, oppure funzione pronominale o di congiunzione relativa (¬ęTi avrei seguito, dovunque fossi andato¬Ľ), in cui il valore √® di pronome doppio ‚Äėin qualunque luogo in cui‚Äô, il quale, essendo alla testa di una subordinata relativa ipotetica, non pu√≤ ammettere il condizionale.

Ecco un‚Äôaltra coppia di esempi: ¬ęti seguo/seguirei ovunque (tu) vada/andassi¬Ľ DIVERSO DA ¬ęse io non ti seguissi tu andresti ovunque¬Ľ. Nel primo caso ovunque ha valore di congiunzione relativa (cio√® di pronome relativo doppio: ‚Äėin qualunque luogo in cui‚Äô), mentre nel secondo caso ha valore di avverbio (‚Äėdappertutto, in qualunque luogo‚Äô).

Prevengo subito un‚Äôaltra domanda possibile: allora non pu√≤ esistere una subordinata relativa al condizionale? S√¨, ma soltanto se ha valore condizionale, cio√® come una sporta di apodosi di periodo ipotetico con protasi sottintesa: ¬ęquesti sono i soldi che ti lascerei¬Ľ (protasi sottintesa: ¬ęse io morissi/se dovessi averne bisogno¬Ľ ecc.).

Fabio Rossi

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QUESITO:

“√ą arrivato il momento che il proprietario venga a ritirare la macchina”. La frase √® corretta o si dovrebbe scrivere con in cui?
“√ą arrivato il momento in cui il proprietario venga a ritirare la macchina”.
Perché mi suona meglio la prima?

 

RISPOSTA:

Subordinate come quella da lei presentata si collocano a met√† strada tra le relative, le temporali e le soggettive. Se la consideriamo una relativa dobbiamo costuirla con in cui, perch√© un evento succede in un momento; se la consideriamo temporale la costruiremo con quando; se la consideriamo soggettiva useremo la congiunzione che (in questo caso √® il momento che viene assimilato a √® il caso che o simili). I parlanti sfavoriscono decisamente l’opzione temporale e oscillano tra la relativa e la soggettiva, per via della somiglianza tra le due costruzioni (non a caso il che usato in casi come questi rientra nella casistica del cosiddetto che polivalente), preferendo, di solito, la seconda. Quest’ultima √® da considerarsi del tutto regolare e utilizzabile in ogni contesto. A conferma della vicinanza di questa subordinata alle soggettive, se il soggetto della subordinata √® impersonale essa si costruisce con di + infinito, proprio come le soggettive: “√ą arrivato il momento di andare”. Va detto, per√≤, che la costruzione relativa diviene preferibile se il momento non √® all’interno di un costrutto presentativo, per esempio “Nel momento stesso in cui l’ho visto ho provato una forte emozione”. In questo caso la costruzione con che¬†√® percepita come pi√Ļ trascurata.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In realt√† non penso di aver trovato una risposta. Qualcuno (per es. nella voce ¬ęrelative, congiunzioni¬Ľ, di Giuliana Fiorentino, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani) considera questi casi (Mi sembra ieri che/quando eri ancora piccolo tra le mie braccia e guardati adesso invece;

Mi sembra di essere ritornato piccolo che/quando la vita era pi√Ļ spensierata; Chiami proprio adesso che/quando sono cos√¨ impegnato; L‚Äôinformazione √® arrivata proprio ieri che/quando √® successo il casino) come introdotti da una congiunzione relativa. Ho semplicemente detto che sui dizionari si parla di congiunzione relativa assimilabile a “in cui” (“quell’estate quando lo incontrai”) o di congiunzione relativa doppia (“lo conobbi quando ero a Roma”). Tuttavia, nelle quattro frasi riportate (soprattutto la seconda), non mi sembra che la funzione di “quando” sia n√© quella di una congiunzione relativa n√© quella una congiunzione relativa doppia, visto che Lei stesso mi ha fatto notare che n√© “in cui” n√© “nel momento in cui” possono sostituire quel “quando” nelle frasi. Infatti, da l√¨ √® nato il mio dubbio, visto che ho chiesto quale valore avesse quel “quando” (vista la connessione che aveva con l’antecedente a mo’ di pronome relativo) e come lo si potesse eventualmente parafrasare.

 

RISPOSTA:

In effetti la classificazione di questi casi √® problematica, n√© le grammatiche n√© i dizionari aiutano molto, dato che taluni classificano alcune subordinate introdotte da quando soltanto come temporali (escludendo dunque la possibilit√† di un quando congiunzione relativa), mentre altri pongono il caso. Ancora una volta, come ribadito pi√Ļ volte nelle nostre risposte di DICO, non esiste una risposta giusta e una sbagliata, ma √® solo questione di diversi punti di vista da cui guardare al fenomeno. Chi classifica tutti i casi come temporali (Serianni), chi, invece, fa definizioni pi√Ļ sottili (come la voce ¬ęrelative, congiunzioni¬Ľ, di Giuliana Fiorentino, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani. Certamente, per√≤, il discrimine non pu√≤ essere quello della parafrasi, perch√©, da questo punto di vista, anche una congiunzione temporale pu√≤ essere parafrasata con ‚Äėnel periodo/momento in cui‚Äô o simili: ¬ęandr√≤ al mare quando avr√≤ finito gli esami¬Ľ. Allora forse sarebbe pi√Ļ prudente (ma, ripeto, √® soltanto una delle tante soluzioni possibili) considerare quando come congiunzione relativa (o pronome relativo) soltanto nei casi di un antecedente chiaro: “quell’estate quando lo incontrai”. Per tutti gli altri casi, invece, ivi compresi quelli da lei segnalati in ‚ÄúChe temporale‚ÄĚ (risposta di DICO), ritengo ancora pi√Ļ prudente la classificazione come temporale, senza dare rilievo alla parafrasi, che porta fuori strada per i motivi gi√† detti. Infatti, in buona sostanza, in tutti e 4 i casi da lei segnalati la parafrasi possibile √® uguale sia nel valore temporale, sia nel valore relativo. Ma allora che senso ha aggiungere quest‚Äôaltra categoria? Entia multiplicanda non sunt praeter necessitatem. A meno che non si guardi alla struttura profonda della frase, sceverando di volta in volta se il valore sia pi√Ļ vicino all‚Äôamplificazione di un sintagma nominale (relativo), oppure a un valore avverbiale, cio√® extranucleare (temporale). Per riprendere i suoi esempi:

  1. ¬ęMi sembra ieri che/quando eri ancora piccolo tra le mie braccia e guardati adesso invece¬Ľ. Parafrasi: nel periodo/all‚Äôepoca in cui
  2. ¬ęMi sembra di essere ritornato piccolo che/quando la vita era pi√Ļ spensierata¬Ľ. Parafrasi: nel periodo in cui.
  3. ¬ęChiami proprio adesso che/quando sono cos√¨ impegnato¬Ľ. Parafrasi: in un momento in cui.
  4. ¬ęL‚Äôinformazione √® arrivata proprio ieri che/quando √® successo il casino¬Ľ. Parafrasi: nel momento in cui.

 

Come vede, in nessun caso c‚Äô√® un antecedente (specifico) espresso, ma andrebbe ricostruito come se fosse inglobato nella congiunzione (o pronome) quando. Cosa che ho fatto nella parafrasi, che per√≤, attenzione, √® solo a scopo esplicativo. Se le frasi fossero davvero prodotte con la parafrasi da me proposta, sarebbero delle pessime frasi, cio√® del tutto innaturali. In conclusione, come ripeto, ma che senso avrebbe addurre la parafrasi a riprova del valore relativo se quella stessa parafrasi spiegherebbe anche il valore temporale propriamente detto? ¬ęRispondi quando ti chiamo¬Ľ, parafrasi: nel momento in cui.

Ovviamente, in altre frasi, quando può avere anche valori (interrogativo, ipotetico, avversativo), ma questa è un’altra storia.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale fra le due seguenti affermazioni √® la pi√Ļ corretta e formale?

1) serve un sacco di cose

2) servono un sacco di cose

Io personalmente credo che la prima sia la pi√Ļ formale in quanto richiama una concordanza grammaticale, mentre la seconda pi√Ļ diffusa nel linguaggio confidenziale sembra accordata ‚Äúad orecchio‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Senza dubbio la prima √® pi√Ļ formale e ineccepibile, dal punto di vista grammaticale, dato che ¬ęun sacco¬Ľ, testa del sintagma, √® singolare. Il secondo √® un caso normalissimo (e ormai accettato anche dall‚Äôitaliano standard) di concordanza a senso, in cui la concordanza del verbo al plurale si spiega con il fatto che l‚Äôintera espressione ¬ęun sacco di X¬Ľ indica una molteplicit√†, del tutto equivalente a ¬ęmolti X¬Ľ. Inoltre, dato che √® la stessa espressione ¬ęun sacco di¬Ľ ad essere informale e colloquiale, e dato che essa si √® del tutto lessicalizzata come pressoch√© assoluto sinonimo di ¬ęmolti¬Ľ, la concordanza ‚Äúgrammaticale‚ÄĚ col verbo al singolare appare in questo caso un‚Äôinutile, e un po‚Äô goffa, pedanteria. Si pu√≤ aggiungere, infine, che talora al Nord pu√≤ essere preferita la prima forma (col verbo al singolare) non in quanto pi√Ļ formale, bens√¨ in quanto pi√Ļ vicina ad analoghi casi (ma stavolta non standard) di italiano regionale con verbo al singolare accordato a soggetto plurale, come per esempio ¬ęce n‚Äô√® molti¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su una frase: ‚Äúavrei bisogno di sapere se potessi sostenere l‚Äôesame (giorno x)‚ÄĚ. Non mi suona male ma mi √® stato fatto notare che non era cos√¨ corretta e che dovrei dire invece ‚Äúse sia possibile(‚Ķ)‚ÄĚ. Potreste aiutarmi? Vanno bene entrambe?

 

RISPOSTA:

In effetti, non si giustifica l‚Äôimperfetto, perch√© in questo caso il rapporto temporale tra le due proposizioni non √® di contemporaneit√† nel passato, bens√¨ di posteriorit√† o di contemporaneit√† nel presente, quindi la scelta migliore √® il congiuntivo presente, oppure l‚Äôindicativo presente: ¬ę… se posso sostenere… / se √® possibile sostenere…¬Ľ. Inoltre, √® sbagliato (o quantomeno troppo informale e regionale) ¬ęgiorno 12¬Ľ (per es.), perch√© la forma dell‚Äôitaliano standard prevede l‚Äôuso dell‚Äôarticolo, cio√® ¬ęil giorno 12¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1.Probabilmente non ci sarebbe nessuno che mi desse/darebbe una mano.

2.Se avessi cercato aiuto, non avrei trovato qualcuno che mi desse/avrebbe dato una mano.

3.Se fosse il caso, te lo direi prima che tu te ne vada/andassi/andresti.

4.Se fosse stato il caso, te lo avrei detto prima che tu ne andassi/fossi andato/saresti andato.

Secondo me, nelle prime due frasi si può usare sia il congiuntivo imperfetto che il condizionale presente (1) e passato (2).

In merito alla terza, per una questione di orecchiabilit√†, direi corretto l’imperfetto e un po’ meno il congiuntivo presente, mentre “no” assoluto per il condizionale presente, che con “prima che” non penso sia compatibile.

In merito alla quarta, va bene l’imperfetto e congiuntivo trapassato, mentre, come dicevo prima, no per il condizionale passato in quanto incompatibile con “prima che”.

Cosa ne pensa? Sono considerazioni corrette oppure ravvisa degli errori di valutazione?

 

RISPOSTA:

Le sue interpretazioni mi sembrano ineccepibili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

1a) Cosa è bastato a fargli cambiare idea?

1b) A fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico.

2a) Cosa è bastato per fargli cambiare idea?

2b) Per fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico.

Sono sicuro della correttezza grammaticale di 2a e 2b, mentre non saprei esprimermi sulla correttezza grammaticale di 1a e 1b?

Ho consultato vari dizionari, ma non ho trovato esempi di quello che intendo: Se all’interno della frase il complemento di fine (introdotto da “a”) √® focalizzato/marcato(su cui cade la tonica), allora so per certo che tale preposizione si pu√≤ utilizzare:

-Questo a cosa è bastato?

-Questo è bastato a chiarire.

Se invece √® il soggetto quello ad essere focalizzato/marcato (ovvero sempre l’elemento su cui cade la tonica), allora su ci√≤ non ho trovato esempi:

-Cosa è bastato a fargli cambiare idea?(???)

-A fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico(???)

Lei cosa ne pensa?

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi sono corrette. Non si tratta in nessuna di complemento di fine, né di soggetto, bensì di proposizioni subordinate finali. Inoltre, se la finale è anteposta alla reggente non è focalizzata, bensì topicalizzata, cioè in funzione di topic.

Diverso il caso di ¬ęQuesto a cosa √® bastato?¬Ľ, in cui il pronome interrogativo ¬ęa cosa¬Ľ ha in effetti funzione di complemento di fine ed √® sicuramente pi√Ļ comune di ¬ęper¬Ľ (che comunque non sarebbe scorretto), in dipendenza da bastare. Tuttavia, nella frase successiva, in cui il complemento di fine diventa invece una subordinata finale, a e per sono intercambiabili: ¬ęCosa √® bastato a/per fagli cambiare idea?¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

  1. Mi sembra ieri che/quando eri ancora piccolo tra le mie braccia e guardati adesso invece.
  2. Mi sembra di essere ritornato piccolo che/quando la vita era pi√Ļ spensierata.
  3. Chiami proprio adesso che/quando sono così impegnato.
  4. L’informazione √® arrivata proprio ieri che/quando √® successo il casino.

Il “che” in queste frasi che valore ha, di pronome relativo assimilabile a “in cui”?

“Quando” invece potrebbe essere una congiunzione relativa col valore di “in cui” oppure invece potrebbe essere una congiunzione relativa doppia, paragonabile a “il periodo in cui/nel periodo in cui”?

Fermo restando che tutti le alternative proposte in sostituzione di “che” o “quando” non mi suonerebbero nelle quattro frasi elencate.

 

RISPOSTA:

Il che in questione √® un tipico ¬ęche temporale¬Ľ, vale a dire di valore intermedio tra il pronome relativo e la congiunzione, in alcuni casi; in altri con valore decisamente di congiunzione temporale. Quando √® una congiunzione temporale e non un pronome relativo doppio, anche se la distinzione √® di carattere pi√Ļ convenzionale-nomenclatorio che sostanziale: per esempio, √® chiaro il parallelismo con dove pronome relativo doppio (‚Äėnel luogo in cui‚Äô: ¬ęva‚Äô dove di pare¬Ľ); per√≤, per convenzione, esistono le subordinate temporali, e non le ‚Äúlocali‚ÄĚ, che vengono invece categorizzate come relative. In nessuna delle frasi proposte sarebbe possibile la sostituzione con ‚Äúin cui‚ÄĚ. Anche la sostituzione con ‚Äúil periodo in cui‚ÄĚ sarebbe del tutto innaturale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Premetto che tendo a evitare di chiedere chiarimenti su argomenti ampiamente discussi, ma stavolta non posso rinunciarvi: si tratta di un dubbio che mi assilla da tempo (e, evidentemente, non assilla soltanto me). Confido sempre in voi quando mi trovo in tale condizione: siete un solido punto di riferimento.
Detto questo, vengo al dunque.
In vari articoli ‚Äď alcuni dei quali sono piuttosto recenti ‚Äď avete spiegato e ribadito che nelle completive, in particolare nelle oggettive, il condizionale √® ammesso se la protasi √® esplicita.
Mi riallaccio a un esempio già analizzato, introdotto da sarebbe possibile/è possibile.
La mia domanda √® diretta: il condizionale nella proposizione oggettiva √® ammesso come variante accettabile delle soluzioni con il congiuntivo, oppure √® l’unica forma ammessa?
In altre parole, anche quando vi sia una protasi esplicita, o quando essa sia ricavabile dal contesto senza grossi sforzi logici, il parlante può comunque selezionare il congiuntivo?
Le varianti sintattiche (sono tutte corrette?) che un esempio come quello sopra citato potrebbe accogliere sarebbero le seguenti:
a) Sarebbe possibile che arriverebbe, se lo aspettassimo ancora.
b) Sarebbe possibile che arrivi, se lo aspettassimo ancora.
c) Sarebbe possibile che arrivasse, se lo aspettassimo ancora.
d) √ą possibile che arriverebbe, se lo aspettiamo/aspettassimo ancora.
e) √ą possibile che arrivi, se lo aspettiamo/aspettassimo ancora.

Ho sempre privilegiato il congiuntivo nelle oggettive affini a quella che è al centro del quesito (in questo caso, ad esempio, fra tutte le varianti, sceglierei la C e la E, indipendentemente dalla presenza della protasi). Ho inoltre notato, effettuando alcune ricerche su Google Libri, che molti autori, nelle loro opere, hanno seguito la stessa strada.
Chiedo aiuto a voi, come al solito, per dissipare la nebbia intorno a questo argomento.

 

RISPOSTA:

Nessuna delle cinque frasi pu√≤ dirsi errata, anche se quelle meno felici sono proprio la a) e la d), perch√© da una completiva retta da ‚Äúpossibile‚ÄĚ ci si aspetta in primo luogo il congiuntivo. Qui il condizionale ovviamente si giustifica perch√© la completiva √® a sua volta apodosi di periodo ipotetico, per√≤, come ripeto, il congiuntivo √® comunque la scelta preferibile. Sulla consecutio temporum arrivi/arrivasse (entrambe forme corrette), pu√≤ leggere la risposta di DICO Congiuntivo presente o imperfetto in dipendenza da vorrei e altre risposte connesse.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

1) Lo fai pentire delle sue azioni.

2) Lo fai pentirsi delle sue azioni

3) Lo lasci pentire delle sue azioni.

4) Lo lasci pentirsi delle sue azioni.

Per quanto mi riguarda, penso che con “fare” sia sbagliata l’inserzione del pronome riflessivo “si”, nonostante il verbo sia intransitivo pronominale e lo richiede.

Per quanto riguarda il verbo “lasciare” credo che si possa utilizzare il riflessivo, o almeno l’ho sempre fatto, ma non so se sia necessario al 100%.

Quindi significa che per me sono corrette la prima e la quarta, la terza potrebbe forse essere corretta, infine c’√® la seconda che √® errata.

Non ho i mezzi per stabilirlo, quindi chiedo a lei.

Magari saprebbe dirmi se ci sono delle regole e ragioni grammaticali ben precise in merito, con cui si può stabilire la correttezza o la non correttezza delle quattro frasi?

 

RISPOSTA:

Come si legge nella Grande grammatica italiana di consultazione, di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino, 1991, vol. 2, p. 509, ¬ęI verbi riflessivi appaiono nella costruzione fattitiva senza il clitico riflessivo¬Ľ, pertanto le sole frasi corrette sono la 1 e la 3. In altri termini, quanto il verbo fattitivo o causativo (fare, lasciare) determina lo spostamento del soggetto della subordinata infinitiva, ingloba in s√© anche il clitico riflessivo, che invece deve essere espresso se lo spostamento del soggetto (e l‚Äôinfinitiva) manca, cio√®: ¬ęFai (o lasci) che si penta delle sue azioni¬Ľ. Lo stesso vale per soggetto/oggetto espresso in forma piena: ¬ęFai/lasci pentire (e non pentirsi) Marco delle sue azioni¬Ľ, ma ¬ęfai/lasci che Marco si penta (e non penta) delle sue azioni.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

Vi chiedo un consulto su questo esercizio: “Distingui gli aggettivi pronominali e i pronomi precisandone la funzione sintattica”.

“Te lo ricordo per l’ennesima volta, qui non c’√® niente di utile al tuo obiettivo”.

Te = pron. personale tonico, compl. termine
Lo = pron. personale atono, compl. ogg.
C’√® = questo non capisco cosa sia…
Niente = pron. indefinito, sogg.
Tuo = agg. possessivo, compl. fine.

L’analisi va bene, tranne che per due punti. 1. Il pronome te √® atono, non tonico: non bisogna confondere te tonico (come nella frase “Dico a te”) da te atono, variante formale di ti, come in questa frase, o come in “Dovevi proprio portartelo?”. 2. Tuo √® attributo, non complemento di fine (il complemento √® al tuo obiettivo).
Per quanto riguarda c’√®, si tratta di un’espressione formata da ci¬†+ √®. Ci pu√≤ essere un pronome personale atono di prima persona plurale (in frasi come “Ci fai un favore?”) e un pronome dimostrativo (in frasi come “Non ci pensare”); nell’espressione formata con il verbo essere, invece, equivale a l√¨ oppure qui¬†(a seconda dei contesti), quindi √® considerato generalmente un avverbio di luogo (anche se ci sarebbero ragioni per considerarlo un pronome). Dal punto di vista sintattico pu√≤ essere analizzato come complemento di stato in luogo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La ringrazio per aver chiarito il mio dubbio sulla questione delle proposizioni causali/finali.

Lei ha per√≤ sollevato la questione del tema del controllo, su cui non avevo mai fatto pi√Ļ di tanto caso.

Nella frase “spero di redimermi” vi √® una oggettiva implicita, che si lega al verbo sperare, il cui soggetto √® “controllato” dal soggetto della reggente.

Ci sono casi in cui, per√≤, la subordinata implicita pi√Ļ che essere legata direttamente al verbo, fa da modificatore di un sintagma nominale, quest’ultimo legato direttamente al verbo:

  1. a) Non dimenticherò mai il fatto di essere sempre stato leale con tutti voi.
  2. b) Pensavo che questa fosse l’occasione per potermi pentire.

Queste due frasi sono molto idiomatiche, ma da un punto di vista puramente grammaticale (sempre riallacciandoci alla questione che la subordinata implicita non ha un contatto diretto col soggetto della reggente, ma piuttosto tale subordinata è parte del sintagma nominale) possono essere viste come corrette?

In queste due frasi, può effettivamente il soggetto della reggente (io) essere il controllore della subordinata implicita?

C’√® poi un ulteriore costrutto grammaticale, a mio modo di vedere molto idiomatico e utilizzato:

  1. c) Questa è la vostra occasione di/per accorgervi delle qualità di questo giocatore, molto spesso sottovalutate.

In questa frase, abbiamo nuovamente una subordinata implicita (introdotta da “per” o “di”) e che si lega al sintagma nominale, come nei due casi precedenti.

La vera differenza la fa lo stesso sintagma nominale, che è il soggetto grammaticale della reggente.

Quindi ci sarebbe da chiedersi: Perch√© si lega il soggetto della implicita alla seconda plurale “voi”?

Forse l’aggettivo “vostro” controlla il soggetto della subordinata implicita? Secondo lei, potremmo quindi vedere tale aggettivo come soggetto logico della reggente? Il soggetto logico, secondo le grammatiche, pu√≤ controllare il soggetto della subordinata implicita, in quanto √® colui che materialmente fa qualcosa:

“Mi sembra di aver capito”.

“Mi” equivale a “io”, che sarebbe riformulabile in tal modo:

“Io penso di aver capito”.

Cosa ne pensa lei di questi particolari casi?

 

RISPOSTA:

Certamente le frasi da lei riportate sono corrette (e non sono idiomatiche, né colloquiali, ma del tutto normali in qualunque registro dell’italiano standard). Anche quando le subordinate espandono un sintagma nominale, cioè dipendono da un nome, un aggettivo o un pronome anziché da un verbo (e troverà numerosi esempi di questo sempre nella solita Grande grammatica italiana di consultazione), il soggetto è controllato da un elemento della reggente. Nelle prime due frasi da lei citate, infatti, il soggetto della subordinata è controllato dal soggetto della reggente (io).

Molto giusta la sua intuizione sulle altre frasi: il soggetto della subordinata può essere controllato anche da altri elementi della reggente, ivi compreso un soggetto logico, a senso, generico ecc.:

  1. c) ¬ęQuesta √® la vostra occasione di/per accorgervi delle qualit√† di questo giocatore¬Ľ: il controllore √® sicuramente vostra.
  2. d) ¬ęMi sembra di aver capito¬Ľ: il controllore √® mi (cio√® il benefattivo o esperiente, chi prova una determinata esperienza, ovvero il soggetto logico, in questo caso).

Ma ci possono essere anche casi pi√Ļ complessi sintatticamente, per esempio:

¬ęTi ho dato la scusa per/di andartene¬Ľ: il soggetto della subordinata (tu) √® controllato dal complemento di termine della reggente (ti).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il condizionale passato pu√≤ essere impiegato – come spiegato a pi√Ļ riprese – per indicare il futuro nel passato; pu√≤, per√≤, esprimere anche anteriorit√† rispetto a un dato momento di riferimento e, nel contempo, mantenere la sua funzione di eventualit√†?

In un periodo come quello riportato pi√Ļ sotto, l’azione descritta con il condizionale passato sarebbe interpretata come anteriore, posteriore (rispetto a quella della subordinata) o sarebbero possibili entrambe le soluzioni?

1. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero lasciato la spiaggia.

In assenza di altri elementi, la semantica mi porterebbe a optare per l’interpretazione posteriore; ma, in astratto, potrebbe anche essere vero il contrario.

Con verbi differenti, ad esempio, non avrei alcuna esitazione a stabilire il rapporto tra le due proposizioni.

2. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa (condizionale passato = posteriorità rispetto al congiuntivo trapassato: Laura raggiunge lo stabilimento e i suoi amici, dopo, vanno a casa).

3. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero stati a casa (condizionale passato = anteriorità rispetto al congiuntivo trapassato. Laura raggiunge lo stabilimento, ma i suoi amici se ne sono andati a casa).

In sintesi, il condizionale passato, a seconda dei casi, pu√≤ esprimere anteriorit√† o posteriorit√† rispetto a un momento di riferimento (anche tralasciando l’enunciazione), come negli esempi sopra indicati?

Riguardo al periodo 1, l’inserimento di un avverbio come gi√† potrebbe fugare ogni dubbio circa la collocazione temporale dell’azione, spingendo a considerare la proposizione espressa con il condizionale passato nel passato rispetto alla subordinata? (“Laura sapeva che nel momento in cui avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero gi√† lasciato la spiaggia” = Gli amici di Laura hanno lasciato la spiaggia prima che lei abbia raggiunto lo stabilimento).

 

RISPOSTA:

Il condizionale descrive un evento condizionato rispetto a un altro condizionante (tipicamente costruito con una proposizione ipotetica); il rapporto tra la condizione e la conseguenza attiva automaticamente un rispecchiamento temporale in cui la condizione precede la conseguenza. Questa funzione modale e temporale che lega la proposizione con il condizionale alla proposizione con il congiuntivo (o l’indicativo) da essa dipendente si intreccia con quella relativamente temporale che lega la stessa proposizione con il condizionale a quella che la regge (se la frase la prevede). In questa seconda relazione entra in gioco il valore di futuro nel passato.

In particolare, quando la reggente √® al presente, quindi il momento dell’enunciazione √® presente, il condizionale passato descrive un evento anteriore, quindi passato: “Penso [adesso] che lui avrebbe agito diversamente [nel passato] se le condizioni lo avessero consentito”. Lo stesso vale se il momento dell’enunciazione √® futuro: “Ti renderai conto che lui avrebbe agito diversamente…”. Se il momento dell’enunciazione √® passato, la funzione relativamente temporale del condizionale passato diviene di posteriorit√† (√® il cosiddetto futuro nel passato). Per questo, nelle sue tre frasi, gli eventi al condizionale passato sono sempre successivi a quello del sapere espresso nella proposizione principale Laura sapeva. Per quanto riguarda la relazione tra la proposizione con il¬† condizionale e la subordinata al congiuntivo nelle sue frasi, bisogna considerare l’ambiguit√† provocata dalla semantica dei verbi e dalla congiunzione che introduce la subordinata stessa. Nella frase 1 non c’√® dubbio che l’evento del lasciare sia conseguente, quindi anche successivo, a quello del raggiungere;¬† nella frase 2 l’evento dell’andare potrebbe essere avvenuto precedentemente a quello del raggiungere, quindi potrebbe non esserne la conseguenza. Questa possibilit√† vale perch√© la locuzione congiuntiva nel momento in cui ammette un’interpretazione temporale, quindi √® possibile che l’andare segua il sapere ma preceda il raggiungere. Questa interpretazione non sarebbe possibile se al posto di nel momento in cui ci fosse se (“Se avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa” = gli amici vanno certamente via come conseguenza dell’arrivo di Laura, quindi dopo). Lo stesso vale a maggior ragione per la frase 3, in cui il verbo essere costringe a un’interpretazione anteriore rispetto a raggiungere (ma comunque sempre successiva a sapere), perch√© indica uno stato e non un’azione (diversamente da lasciare e andare). Nella frase, infatti, la congiunzione se sarebbe ammessa soltanto con una sfumatura concessiva (se = anche se), perch√© rappresentare un evento precedente a un altro come la conseguenza di quest’ultimo sarebbe incoerente. Ovviamente, l’aggiunta di gi√† enfatizza la precedenza dell’essere rispetto al raggiungere.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Stavo pensando a qualche frase:

1) Lo ringrazio per avermi aiutato

2) Lo rispetto per avermi aiutato

3) Questo lo dico al di là del rispetto che io ho per lui per avermi aiutato.

Partiamo dalle prime 2:

Qui abbiamo una proposizione causale, il cui soggetto rimanda all’oggetto diretta della reggente.

Ora, esistono numerosi verbi che si comportano in questo modo, ma che solitamente reggono la preposizione di, (come anche lo stesso verbo “ringraziare”), per esempio:

– lo supplico di andarsene (finale).

– ti ringrazio di avermi dato ascolto (causale).

Quella di far concordare oggetto diretto della reggente e soggetto della finale o causale introdotta da “per” pu√≤ ritenersi un grossolano errore, se non un colloquialismo, in quanto sarebbe meglio una proposizione esplicita come “perch√©, “poich√©”, “affinch√©” ecc…?

La terza frase √® quella che mi desta pi√Ļ dubbi, in quanto non c’√® un oggetto diretto (lui) che possa concordare col soggetto della proposizione implicita causale, ma il soggetto della causale sembra comunque essere lo stesso del pronome del sintagma preposizionale “per lui”.

Forse, √® proprio a causa di quel “per” che il tutto mi suona scorretto, forse cambierebbe qualcosa se in questa frase dicessimo “di lui” al posto di “per lui”.

Rimetto a lei l’ultima parola, quella che possa far luce sull’intrigo.

 

RISPOSTA:

Come gi√† osservato in altre risposte, il tema del ‚Äúcontrollo‚ÄĚ (come si definisce in sintassi, o se preferisce dell‚Äôidentit√† del soggetto con altro elemento della frase) del soggetto delle subordinate implicite, ora da parte del soggetto della reggente, ora da parte di altri complementi (non solo l‚Äôoggetto) √® ricco e complesso. Non c‚Äôentra nulla la colloquialit√†, nei casi specifici da lei sottoposti. Pu√≤ avere una prima panoramica della ricchissima casistica del controllo del soggetto delle subordinate all‚Äôinfinito nella Grande grammatica di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, Bologna, il Mulino, 1991, vol. 2, pp. 483-569.

Come ripeto, la frase 3 va benissimo, il soggetto della subordinata implicita infinitiva causale (¬ęper avermi aiutato¬Ľ) √® controllato da ¬ęper lui¬Ľ, non √® colloquiale e non cambierebbe nulla rispetto a ¬ędi lui¬Ľ (per es.: ¬ę…considerazione che ho di lui…¬Ľ).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Non sempre riesco a trovare la preposizione giusta, proprio come nel caso dei verbi e aggettivi seguenti:

discutere di politica so che √© corretto ma va anche bene ¬īdiscutere di Carlo o su Carlo¬ī?

parlare di musica o sulla musica

persuado Ines a iscriversi…

sono persuaso di o a

mi sono persuaso di o a

convinco Ines di o a

mi convinco di o a

mi sono convinto di o a

fortunato di o a 

sono d¬īaccordo di o a

badare di non cadere o a non cadere

sono deluso di o per aver perso

Come ci si comporta quando non si riescono a trovare le giuste preposizioni per un verbo, un aggettivo … nel dizionario?

 

RISPOSTA:

La scelta della preposizione √® tutt‚Äôaltro che semplice, anche per i madrelingua. In caso di dubbio, i vocabolari migliori aiutano quasi sempre, perch√© di solito specificano le principali reggenze preposizionali soprattutto dei verbi, talora anche dei sostantivi e degli aggettivi. I dizionari pi√Ļ utili in questo senso sono il Sabatini Coletti (gratuitamente consultabile nel sito del Corriere della sera), il GRADIT di Tullio De Mauro (gratuitamente consultabile nel sito internazionale.it) e il Nuovo Devoto Oli. Vediamo ora i suoi casi specifici.

¬ęDiscutere di politica¬Ľ, ¬ędi Carlo¬Ľ vanno benissimo. Si pu√≤ anche discutere su qualcosa, per√≤ √® sicuramente una scelta pi√Ļ formale o adatta a una discussione pi√Ļ specifica, non per parlare del pi√Ļ e del meno, per cui ¬ędiscutere su Carlo¬Ľ, ancorch√© corretto, suonerebbe un po‚Äô strano.

¬ęParlare di musica¬Ľ √® la scelta migliore. Se si sta parlando a un convegno si pu√≤ dire anche ¬ęfare una conferenza sulla musica di Chopin¬Ľ. Su presuppone un parlare pi√Ļ specificamente, mentre di ha un uso esteso a tutte le situazioni.

¬ęPersuado Ines a iscriversi¬Ľ: benissimo.

¬ęSono persuaso di¬Ľ va bene, ma √® possibile anche a, che accentua il fine: ¬ęmi persuasi ad ascoltarlo¬Ľ, ¬ęsono persuaso di volerlo fare¬Ľ.

¬ęConvinco Ines di o a¬Ľ vanno bene entrambi, ma, se il contesto sottolinea il fine, allora √® meglio a, come per persuadere: ¬ęConvinco Ines a venire a cena con me¬Ľ, ¬ęsono convinto di volerla invitare a cena¬Ľ.

¬ęFortunato di¬Ľ √® meglio di ¬ęfortunato a¬Ľ, se segue una proposizione infinitiva, ma se segue un nome si pu√≤ usare solo a: ¬ęsono fortunato di giocare a tennis con te¬Ľ, ma ¬ęsono fortunato al gioco¬Ľ, ¬ęa carte¬Ľ. Ma √® possibile anche di in alcuni casi: ¬ęfui fortunato del risultato¬Ľ. Ed √® possibile anche in: ¬ęfortunato in amore¬Ľ. Dipende dal contesto: in certe espressioni √® meglio a, in altre di, in altre in: in casi simili la consultazione del vocabolario √® indispensabile.

¬ęSono d‚Äôaccordo¬Ľ pu√≤ reggere sia di sia a. ¬ęSono d‚Äôaccordo di finire prima¬Ľ, ¬ę√® d‚Äôaccordo a vendermi la moto¬Ľ. Per l‚Äôargomento su cui si √® d‚Äôaccordo si usa su: ¬ęessere d‚Äôaccordo su qualcosa¬Ľ.

¬ęBadare di non cadere¬Ľ o ¬ęa non cadere¬Ľ vanno bene entrambi, il primo √® pi√Ļ comune.

¬ęsono deluso di¬Ľ o ¬ęper aver perso¬Ľ vanno bene entrambi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Preposizione, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1.Mario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

2.Mario era abbastanza tranquillo da poter sopportare:

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

3.Mario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Quello che penso √® che nel caso della preposizione “per” sia necessario il complemento oggetto, a quel punto avremmo due interpretazioni differenti:

a = soggetto coreferente

b = soggetto generico introdotto nella subordinata.

Con la preposizione da √® diverso, perch√© se si inserisce il complemento oggetto, l’interpretazione (a) diventa quella che vede due soggetti coreferenti, mentre se non si usa alcun complemento oggetto, parliamo di un interpretazione (b) che ha un valore passivo/impersonale.

Seguendo questa logica se io dicessi:

4.Il dolore era troppo grande per poterlo sopportare”, potrei voler dire:

Interpretazione a = il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Frase decisamente irrealistica, in quanto è impensabile come frase, ma è giusto per far capire la differenza)

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poter sopportare:

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poterlo sopportare:

Interpretazione a) il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Come la quarta nella interpretazione “a”)

Sono corretti il mio ragionamento e le mie interpretazioni?

Cio√® che la preposizione “per” richiede il complemento oggetto e pu√≤ avere doppia interpretazione, a e b, generando magari ambiguit√†.

Mentre la preposizione “da”, in dipendenza dalla presenza o assenza del complemento oggetto, pu√≤ avere una sola delle due interpretazioni.

 

RISPOSTA:

No, la sua interpretazione non √® corretta. √ą vero che da + infinito di un verbo transitivo indica un valore passivo, cio√® qualcosa che deve essere fatto: da fare, da comprare, da vedere ecc. In quanto tale, il clitico √® pleonastico e comunque, sia che ci sia, sia che manchi, non muta il significato della frase: ¬ęil dolore √® troppo forte da sopportare/sopportarlo¬Ľ pu√≤ voler dire soltanto ‚Äė…troppo forte per essere sopportato‚Äô. La versione col clitico √® decisamente informale e da evitarsi in uno stile sorvegliato.

La finale implicita con per + infinito, così come da + infinito, impone l’obbligo dell’identità del soggetto della subordinata e di quello della reggente. Quindi:

  1. ¬ęMario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare¬Ľ. L‚Äôunica interpretazione possibile √®: ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo perch√© lui stesso potesse sopportare ci√≤‚Äô. Se invece si vuole esprimere che Mario viene sopportato allora bisogna rendere esplicita la subordinata ed esprimere il soggetto: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ.
  2. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da (poter) sopportare¬Ľ. Bench√© sia possibile l‚Äôinterpretazione ‚Äėda essere sopportato‚Äô, la frase suscita comunque ambiguit√†, pertanto sarebbe meglio renderla esplicita: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ. Al limite, informalmente, si potrebbe usare il si passivante: ¬ęMario era abbastanza tranquillo da sopportarsi/potersi sopportare¬Ľ, cio√® ¬ęessere/poter essere sopportato¬Ľ.
  3. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare¬Ľ: √® possibile soltanto l‚Äôinterpretazione ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo da poter sopportare qualcosa‚Äô.

Quindi: se non c’è identità di soggetto chiara tra reggente e subordinata implicita, è sempre meglio trasformare la subordinata in esplicita ed esprimere il nuovo soggetto.

  1. ¬ęIl dolore era troppo grande per poterlo sopportare¬Ľ: soltanto il senso consente di evitare l‚Äôinterpretazione assurda ‚Äėil dolore era troppo grande perch√© il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno‚Äô. La frase √® comunque imperfettamente formata e dunque sarebbe meglio cambiarla in: ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ.
  2. ¬ęIl dolore era troppo grande da poter sopportare¬Ľ: la frase √® mal formata per le stesse ragioni della precedente e della n. 2; pertanto √® meglio cambiarla in ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ, oppure, informalmente, ¬ęda sopportarsi¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi potete verificare se l’analisi del periodo sotto √® corretta?

“Perch√© il suo discorso mi aveva entusiasmato, mi parve giusto dirgli quel che ne pensavo”

Mi parve giusto=principale

Perché il suo discorso mi aveva entusiasmato=sub. causale implicita

Dirgli=sub. soggettiva implicita

Quel che ne pensavo=sub. oggettiva esplicita

 

RISPOSTA:

No, è sbagliata. Ecco l’analisi corretta:

mi parve giusto: principale

dirgli quello: sub. soggettiva implicita di primo grado

che ne pensavo: sub. relativa esplicita di secondo grado

perché il suo discorso mi aveva entusiasmato: sub. causale esplicita di secondo grado.

Inoltre, quando la causale è anteposta alla reggente, perché è sconsigliato; meglio poiché, siccome, dato che, dal momento che.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1) Ti darò qualunque/qualsiasi cosa tu voglia o che tu voglia?

2) Si fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire o che potrebbe sentire durante la notte?

3) Chiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno o di cui tu abbia bisogno?

4) Ci sarà sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia o in cui tu lo faccia?

5) Mi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene o in cui si mangia?

Vanno bene sempre bene entrambe le soluzioni?

La mia impressione è che quando la preposizione che si usa nella frase principale è la stessa della relativa, allora il pronome relativo + preposizione si può anche omettere.

Diverso, penso, sia il caso in cui non ci sia questo combaciamento, dove bisogna inserirlo:

6a) Parliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene

6b)Parliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene*

A pensarci¬† bene, neanche nella frase 2 c’√® una corrispondenza tra preposizioni, ma √® anche vero che la relativa non ne ha nessuna.

√ą solo una mia impressione, sbagliata o giusta che sia, o c’√® una spiegazione grammaticale dietro?

 

RISPOSTA:

La sua domanda contiene già la risposta (quasi del tutto) corretta e denota un’eccellente capacità di ragionamento induttivo sulla lingua: cioè, lei ha ricavato la regola sulla base di un’analisi attenta degli esempi. I pronomi relativi doppi (chi, chiunque: alcuni funzionano sia come indefiniti sia come relativi), cioè quelli che sottintendono, o per meglio dire inglobano, l’antecedente (chi/chiunque = la persona/qualunque persona la quale; con gli aggettivi qualunque e qualsiasi l’antecedente va invece espresso: cosa, persona ecc.) e alcuni aggettivi relativi indefiniti (qualunque, qualsiasi) possono omettere la preposizione nella proposizione relativa soltanto a condizione che l’elemento pronominalizzato della relativa sia un complemento diretto oppure un soggetto, con qualche eccezione se le due preposizioni, quella della reggente e quella della relativa, sono uguali. Se dunque il complemento pronominalizzato nella subordinata relativa richiede una preposizione, essa di norma non può essere omessa. Se il pronome è doppio, nel caso di reggenza preposizionale esso va sciolto in due elementi (cioè antecedente + pronome):

– ¬ęvai con chiunque ami¬Ľ ma ¬ęvai con qualunque persona alla quale/a cui vuoi bene¬Ľ e non ¬ęvai con chiunque vuoi bene¬Ľ. √ą possibile l‚Äôomissione della preposizione se √® uguale alla preposizione della reggente: ¬ęvai con chi vuoi stare¬Ľ = ¬ęvai con la persona con quale vuoi stare¬Ľ (la prima frase √® pi√Ļ informale).

Commentiamo di seguito uno a uno tutti i suoi esempi:

1) ¬ęTi dar√≤ qualunque/qualsiasi cosa tu voglia¬Ľ o ¬ęche tu voglia¬Ľ? Il che √® pleonastico, e dunque da eliminare, perch√© qualunque ha gi√† valore di aggettivo relativo/indefinito e dunque non richiede un ulteriore pronome relativo: ¬ęqualunque cosa tu voglia¬Ľ.

2) ¬ęSi fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire¬Ľ o ¬ęche potrebbe sentire durante la notte¬Ľ? Come sopra: il che va eliminato.

3) ¬ęChiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno¬Ľ o ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ? In teoria bisognerebbe dire e scrivere ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ, perch√© ¬ęavere bisogno di qualcosa¬Ľ richiede la preposizione di; tuttavia nell‚Äôitaliano comune √® altrettanto corretta l‚Äôomissione del secondo di, attratto dal primo.

4) ¬ęCi sar√† sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia¬Ľ o ¬ęin cui tu lo faccia¬Ľ? Come sopra: vanno bene entrambi, e anzi il secondo (ancorch√© pi√Ļ corretto grammaticalmente) √® decisamente innaturale.

5) ¬ęMi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene¬Ľ o ¬ęin cui si mangia¬Ľ? La preposizione in √® necessaria: ¬ęin qualunque luogo in cui si mangi¬Ľ, anche se nell‚Äôitaliano comunque √® possibile anche l‚Äôomissione del secondo in, attratto, per cos√¨ dire, dal primo.

6a) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ: giusto, ci vogliono entrambe le preposizioni.

6b) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene¬Ľ: √® errata; la versione corretta √®: ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúLe parole scritte restano‚ÄĚ. In analisi grammaticale qual √® la funzione di ‚Äúscritte‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Aggettivo qualificativo, femminile, plurale. Naturalmente, trattasi di participio passato del verbo scrivere usato, nella frase in questione, con funzione aggettivale. Dato che le parole non funzionano in isolamento, in nessuna lingua, bens√¨ inserite in un contesto (frase), √® bene analizzarle nella funzione (non a caso, lei nella sua domanda utilizza la parola funzione) che svolgono all‚Äôinterno della frase. In questo caso non v‚Äô√® alcun dubbio che la funzione di scritte sia aggettivale (ovvero attributo in analisi logica). Vi sono peraltro dei casi limite: ¬ęLe parole scritte da te restano¬Ľ. In questo caso la presenza del complemento d‚Äôagente lascerebbe propendere per l‚Äôanalisi come verbo, cio√® participio passato. Tuttavia, dato che anche gli aggettivi (e i nomi) possono reggere argomenti (¬ęsensibile ai complimenti¬Ľ, ¬ęutile a/per scopi diversi¬Ľ ecc.), non √® questo un discrimine per stabilire se un participio sia verbale o aggettivale. Ancora una volta, come spesso accade nelle lingue, non si tratta di bianco o nero ma di come si decide di ritagliare la realt√† linguistica: chi opta per valorizzare sempre la natura verbale del participio (che, per inciso, si chiama cos√¨ proprio perch√© partecipa della doppia natura di verbo e di nome, ovvero aggettivo), chi invece (e io mi colloco tra questi ultimi) pensa che si debba valutare caso per caso a seconda del contesto sintattico. Non vi sarebbe alcun dubbio, per esempio, nel considerare verbale il participio della frase seguente: ¬ęScritte, le parole restano¬Ľ, nella quale ¬ęscritte¬Ľ, isolato dal resto della frase, non pu√≤ che assumere la funzione di subordinata (ipotetica implicita: ¬ęse scritte…¬Ľ). Anche nella sua frase si potrebbe sostenere che ¬ęscritte¬Ľ sia una relativa implicita: ¬ęLe parole che sono scritte restano¬Ľ, ma sarebbe una spiegazione antieconomica: perch√© mai scomodare una struttura sottintesa quando la linearit√† della frase √® chiarissima? Come vede, la distinzione tra analisi grammaticale e analisi logica, necessaria in teoria per tener distinti i piani dell‚Äôanalisi linguistica, √® meno netta nella realt√† dei fatti: per stabilire se analizzare ¬ęscritte¬Ľ come aggettivo o come verbo √® prima necessario comprendere la sintassi della frase. In conclusione, ribadisco la mia opinione: ¬ęscritte¬Ľ, nella frase in questione, va analizzato come aggettivo e non come participio passato.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Le soluzioni sotto indicate sono sintatticamente possibili?

In caso di risposta affermativa, tra esse ce ne sono alcune che potrebbero essere giudicate illogiche?

(Personalmente, mi sentirei di scartare soltanto la numero 4; mentre la numero 1, con i due congiuntivi invertiti, mi pare tutto sommato coerente.)

1) Mettiamo che il giornalista che si interessasse al caso ci faccia domande scomode…

2) Mettiamo che il giornalista che si interessasse al caso ci facesse domande scomode…

3) Mettiamo che il giornalista che si interessi al caso ci faccia domande scomode…

4) Mettiamo che il giornalista che si interessi al caso ci facesse domande scomode…

 

RISPOSTA:

S√¨, vanno tutte bene: la relativa impropria (con valore epistemico-eventuale) pu√≤ essere espressa sia con il congiuntivo presente (a rigore il tempo pi√Ļ adatto, trattandosi di contemporaneit√† al presente: si suppone infatti che il giornalista se ne interessi adesso e ci faccia delle domande adesso), sia all‚Äôimperfetto (adatto proprio per il valore eventuale: se si interessasse, ci farebbe… se ci facesse delle domande…).

lo stesso vale per ¬ęci faccia / ci facesse delle domande¬Ľ.

Come giustamente osserva lei, la 4 sembra non funzionare, perché presenta uno scollamento tra il presente (il giornalista se ne interessa ora) e l’imperfetto; anche se, in teoria, sarebbe sempre possibile che ci si riferisse a un evento passato: il giornalista al caso si interessa tuttora e ieri, mentre ci intervistava, ci faceva delle domande scomode. Al di fuori di quest’eventualità (comunque equivoca, se non vengono fornite esplicite coordinate temporali), il numero 4 risulterebbe mal formato.

La frase migliore, comunque, e dunque pi√Ļ adatta a uno stile formale, proprio perch√© non suscita alcun equivoco, √® la n. 3; sarebbe altrettanto corretta e formale con una relativa propria: ¬ęMettiamo che il giornalista che si interessa al caso ci faccia domande scomode¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase “Ne ha preparate tre, poi gliele ha spedite per congratularsi del suo successo” quali sono le funzioni sintattiche dei pronomi? Ecco la mia proposta:
Ne = pronome personale atono, compl. specificazione o partitivo
Tre¬†= pronome numerale, complemento di quantit√†? O forse pi√Ļ genericamente compl. specif.
Gliele = pronome personale. Gli: compl. termine. Le: compl. ogg.
Si (congratularsi) = pron. personale, intransitivo pronominale.
Suo = agg. possessivo, compl. specif.

 

RISPOSTA:

Le sue analisi sono sostanzialmente corrette, tranne i seguenti punti:
Tre = complemento oggetto. Il si contenuto nel verbo congratularsi, che √® intransitivo pronominale, non ha una funzione sintattica precisa, ma contribuisce alla costituzione del significato del verbo (forse lei intendeva proprio questo nella sua analisi, ma non √® chiaro). Suo¬†√® l’unica parola tra quelle analizzate che non √® un pronome, ma un aggettivo; dal punto di vista sintattico gli aggettivi non svolgono la funzione di complementi ma sono analizzati come attributi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Tre esempi da <> Elisa Morante

(1) (p234 ): Fin dalla mattina presto, io li udivo dalla mia stanza CHE subito appena svegli incominciavano a mischiarsi fra loro due in giochi e risate……

Il che mi pare una congiunzione.   Quale tipo di proposizione èa la subordinata? Una dichiarativa?

Possiamo trasformare la frase cosi:

Fin dalla mattina presto, io li udivo dalla mia stanza INCOMINCIARE subito appena svegli a mischiarsi far loro due in giochi e risate…

(2) p227¬†¬† e mentr’esse, in coro, gli magnificavano quel nuovo figlio, lui gli accord√≤ solo un’attenzione opaca distratta, con l’aria di un ragazzo forastico, e cresciuto fuori della famiglia, A CUI LE SORELLE MINORI MOSTRASSERO la propria bambola.

La subordinata dopo a cui è una proposizione relativa impropria consecutiva?   Possiamo scriverla cosi:

in modo tale che le sorelle minori mostrassero la propria bambola?

L’indicativo e’ anche accettabile?

(3) p. 264¬† Intanto SI SAPPIA ‚Ķche il fatale bacio, nella mia memoria capricciosa, s‚Äôera fatto pi√Ļ ingenuo del vero (come una musica di cui SI RAMMENTI solo il semplice tema).

Si sappia viene considerata l’imperativo o l’esortativo?

Possiamo anche usare Si RAMMENTA senza cambiare il significato della subordinata?  (non mi sembra ne’ una proposizione finale ne’ consecutiva).

 

RISPOSTA:

1) Il primo caso √® una relativa dipendente da verbi di percezione, che pu√≤ essere trasformata in una completiva. Pertanto: in ¬ęli udivo che incominciavano¬Ľ il che √® relativo, ma se trasformiamo la frase in una completiva (con il medesimo significato) il che diventa completivo: ¬ęudivo che loro incominciavano¬Ľ. √ą, come dice lei, possibile anche la trasformazione in relativa/completiva implicita: ¬ęli udivo incominciare¬Ľ.

2) S√¨, pu√≤ sostituire l‚Äôindicativo al congiuntivo senza alcun cambiamento di significato. Il congiuntivo si spiega non tanto per la sfumatura consecutiva (pure possibile) quanto per la sfumatura comparativo-ipotetica di tutta la frase: aveva l‚Äôaria come uno che…, come se…

3) ¬ęSi sappia¬Ľ √® congiuntivo esortativo impersonale. Anche in ¬ęri rammenti/a¬Ľ la sostituzione dell‚Äôindicativo al congiuntivo non cambia in nulla il significato della frase. Non occorre ipotizzare, ancora una volta, una sfumatura consecutiva (pure possibile, mentre √® del tutto sbagliata la sfumatura finale), perch√©, ancora una volta, il congiuntivo si giustifica con la sfumatura eventuale.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“In Norvegia non ci sono mai stato”. Quel “ci” pu√≤ essere accettato anche in un linguaggio formale, pur essendo un pleonasmo, oppure √® preferibile dire: “In Norvegia non sono mai stato”?

 

RISPOSTA:

Sicuramente il pleonasmo √® evitabile nel registro formale, a condizione, per√≤, di modificare l‚Äôordine dei costituenti: ¬ęNon sono mai stato in Norvegia¬Ľ. Infatti la tematizzazione (o topicalizzazione), cio√® la collocazione del tema in prima posizione, richiede la ripresa clitica (dislocazione a sinistra): ¬ęIn Norvegia non ci sono mai stato¬Ľ. Se eliminasse il ¬ęci¬Ľ l‚Äôenunciato verrebbe interpretato come focalizzazione, anzich√© come tematizzazione, ovvero: ¬ęIn Norvegia non sono mia stato [mentre in Svezia s√¨]¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In un precedente intervento ho sottoposto alla sua attenzione alcune frasi.

Ne √® conseguito che “possibile” o “possibilit√†” non reggono il condizionale quindi le seguenti frasi sarebbero sbagliate:

  1. √ą possibile che arriverebbe.
  2. Sarebbe possibile che arriverebbe.

3.C’√® la possibilit√† che arriverebbe.

  1. Ci sarebbe la possibilità che arriverebbe.

Immagino che, come il condizionale semplice, “possibilit√†/possibile” non possa reggere nemmeno il condizionale composto, ma mi corregga se sbaglio.

Varrebbe lo stesso discorso anche per costruzioni analoghe come le seguenti:

  1. a) Può/ potrebbe darsi/ essere che lo mangerebbe.
  2. b) Poteva/ avrebbe potuto darsi/ essere che lo avrebbe mangiato.
  3. c) √ą/ sarebbe probabile che lo mangerebbe.
  4. d) Era/ sarebbe stato probabile che lo avrebbe mangiato.
  5. e) C’√®/ ci sarebbe la probabilit√† che lo mangerebbe.
  6. f) C’era/Ci sarebbe stata la probabilit√† che lo avrebbe mangiato.

Personalmente un condizionale semplice o composto, non mi suonerebbe affatto male, però è solo una mia impressione.

Cambia qualcosa oppure ci troviamo nella stessa situazione di prima, e quindi mi sbaglio nuovamente?

 

RISPOSTA:

Come le ho già scritto nella precedente risposta [Possibile/possibilità che + congiuntivo o condizionale?], sarebbe bene limitare l’uso di esempi fatti a tavolino, pesanti sintatticamente e che pretendono di presupporre protasi sottintese. Aggiungo, inoltre, che il condizionale passato ha una gamma di funzioni diverse da quelle del congiuntivo presente, ovvero può essere usato anche per indicare il futuro nel passato (come può vedere nella recente domanda di DICO Futuro nel passato). Ciò premesso, commento le sue frasi una ad una.

  1. √ą possibile che arriverebbe. Da evitare. La frase corretta √® ¬ę√® possibile che arrivi¬Ľ.
  2. Sarebbe possibile che arriverebbe. Da evitare. La frase corretta √® ¬ę…che arrivasse/arrivi¬Ľ. Naturalmente, se nel discorso ci fosse una protasi allora il condizionale sarebbe ammesso: ¬ęSarebbe possibile che arriverebbe, se lo aspettassimo ancora¬Ľ. Ma, ripeto: o c‚Äô√®, o non c‚Äô√®, perch√© presupporla come sottintesa?

3.C’√® la possibilit√† che arriverebbe. Come sopra.

  1. Ci sarebbe la possibilità che arriverebbe. Come sopra.
  2. a) Pu√≤/ potrebbe darsi/ essere che lo mangerebbe. Come sopra: ¬ę…che lo mangi¬Ľ, ma con la protasi: ¬ępu√≤ tarsi che se lo mangerebbe, se provassimo a darglielo¬Ľ.
  3. b) Poteva/ avrebbe potuto darsi/ essere che lo avrebbe mangiato. ¬ęPoteva darsi che lo mangiasse¬Ľ. Oppure, con protasi: ¬ępoteva darsi che lo avrebbe mangiato, se glielo avessimo dato¬Ľ.
  4. c) √ą/ sarebbe probabile che lo mangerebbe. Come sopra.
  5. d) Era/ sarebbe stato probabile che lo avrebbe mangiato. Come sopra.
  6. e) C’√®/ ci sarebbe la probabilit√† che lo mangerebbe. Come sopra.
  7. f) C’era/Ci sarebbe stata la probabilit√† che lo avrebbe mangiato. Come sopra.

In conclusione: non invocare protasi sottintese: o ci sono, o non ci sono.

Aggiungo per√≤ che con ‚Äúpu√≤ darsi‚ÄĚ e ‚Äúpoteva darsi‚ÄĚ il condizionale funziona meglio, e sa perch√©? Perch√© pu√≤ darsi si √® quasi grammaticalizzato come un avverbio, cio√® come se fosse forse, e dunque: ¬ęforse lo mangerebbe¬Ľ = ¬ępu√≤ darsi che lo mangerebbe¬Ľ, ¬ępoteva darsi che lo avrebbe mangiato¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “porta il latte con te, ma che sia freddo”, il “che” si riferisce a latte?

 

RISPOSTA:

No, il che √® un mero introduttore del congiuntivo desiderativo. Come se fosse: ¬ę[fa‚Äô in modo] che sia freddo¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

1a)Il segreto per il successo, te lo potranno svelare quanti sono arrivati al successo.

2a)Tendo ad apprezzare quanti hanno il coraggio di rischiare la vita.

1b)Questo lo sanno quanti ne sono arrivati l’anno scorso.

2b)Prendo quanti ne restano sul vassoio.

1c)Questo tragico evento te lo potranno raccontare (in?) quanti sono sopravvissuti alla strage.

2c)Ho salutato (in?) quanti hanno partecipato alla riunione.

1d)Questo tragico evento te lo potranno raccontare (in?) quanti ne sono arrivati l’anno scorso.

2d)Ho salutato (in?) quanti ne sono arrivati oggi.

√ą giusto usare quanti / in quanti come soggetto nelle varianti 1 e come complemento oggetto nelle varianti 2?

In linea di massima, le frasi sono ben costruite?

Sui vari dizionari quanti viene classificato anche come pronome, quindi pensavo che potesse avere la funzione di soggetto o di oggetto in base al contesto.

 

RISPOSTA:

 

Alcuni pronomi indefiniti (molti, pochi, tanti) e il pronome quanti sia come relativo sia come interrogativo possono essere costruiti con la preposizione in quando hanno la funzione di soggetto e si riferiscono a un gruppo di persone. In particolare, il pronome quanti ammette la costruzione con in quando è soggetto o della reggente, o della subordinata o di entrambe le proposizioni. In tutte le frasi proposte è possibile sostituire quanti con in quanti tranne che nella 2b, in cui quanti non si riferisce a un gruppo di persone ma agli oggetti rimasti sul vassoio.

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale delle seguenti frasi è corretta dal punto di vista grammaticale?
1. La sua destinazione? l’Italia.
2. La sua destinazione? Italia.
Oppure sono corrette entrambe?

 

RISPOSTA:

In italiano i nomi degli Stati richiedono l’articolo determinativo (l’Italia, il Cile, gli Stati Uniti, lo Zambia ecc.). Fanno eccezione Israele, che non vuole l’articolo perch√© √® un nome proprio di persona (infatti la dizione corretta sarebbe lo Stato di Israele), San Marino, per la stessa ragione di Israele, Andorra, che tende a coincidere con una citt√†, e le isole piccole (Cipro, Malta), per la stessa ragione.
La frase 2, comunque, non √® impossibile, ma veicola una sfumatura retorica: in essa Italia suggerisce che nel nome siano comprese implicazioni pi√Ļ ampie di quelle legate allo Stato, che riguardano, per esempio, la vita futura della persona. Possiamo fare un altro esempio con un nome comune, per chiarire il concetto: “- Che cosa desideri? – La pace” / “- Che cosa desideri? – Pace”. Nella seconda risposta il nome pace¬†√® caricato di un valore pi√Ļ pregnante, come se, appunto, il desiderio riguardasse non soltanto la pace, ma anche le conseguenze e le implicazioni della pace stessa.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho la necessità di esprimere un concetto che potrei sintetizzare così: prima arriveranno, prima se ne andranno.
Per ragioni pi√Ļ narrative che prettamente linguistiche, ho dovuto scartare la suddetta soluzione, a favore di un’altra che sposasse un modello sintattico affine a quello del periodo ipotetico con la coppia di correlativi quanto pi√Ļ/tanto pi√Ļ.
Il risultato √® stato questo: “Quanto prima fossero arrivati, tanto prima se ne sarebbero andati”.
La frase in questione è corretta dal punto di vista della scelta dei modi (congiuntivo/condizionale), oppure sarebbe stato preferibile adottare il condizionale per entrambi i predicati?
Se i suddetti correlativi non fossero adattabili a questa costruzione, e si scegliesse dunque di limitarsi alla forma prima… prima, il modello ipotetico “congiuntivo-condizionale” sarebbe comunque possibile? “Prima fossero arrivati, prima se ne sarebbero andati”.

 

RISPOSTA:

I due avverbi correlativi prima… prima introducono una sfumatura ipotetica nel periodo, tanto che questo viene assoggettato alla costruzione tipica con l’indicativo (“Prima arriveranno, prima se ne andranno”) o il congiuntivo nella proposizione che contiene la condizione, ed √® quindi assimilabile alla protasi, e il condizionale in quella che contiene la conseguenza, ed √® quindi assimilabile all’apodosi (“Prima fossero arrivati, prima se ne sarebbero andati”). Si noti che, diversamente dal periodo ipotetico, in questo caso il congiuntivo imperfetto nella proposizione dipendente √® molto innaturale (?“Prima arrivassero, prima se ne andrebbero”, ma “Se arrivassero prima, se ne andrebbero prima”). L’aggiunta di quanto / tanto non cambia niente nella costruzione (n√©, per la verit√†, aggiunge alcunch√© al significato della frase): i modi e i tempi richiesti rimangono quelli indicati per prima… prima.
Fabio Ruggiano

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