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QUESITO:

Mi capita spesso di sentir usare, anche da persone colte, il verbo¬†implementare¬†come sinonimo di¬†aumentare,¬†potenziare, mentre il vocabolario riporta tutt’altro significato e cio√® ‘attivare, rendere operante’. Vorrei conoscere il vostro parere in proposito.

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†implementare¬†√® un anglismo ormai acclimato in italiano, dal momento che si trova registrato nei dizionari addirittura all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quindi aveva cominciato a circolare almeno nel decennio precedente. Inoltre, da¬†implementare¬†si sono formati derivati, come¬†implementazione¬†e, pi√Ļ recentemente,¬†implemento,¬†implementabile,¬†implementale¬†e¬†implementare¬†(agg.). Come da lei notato, il significato del verbo ricalca quello del verbo¬†implement¬†da cui deriva: ‘mettere in atto, perfezionare, portare a compimento un processo’; frequentemente, per√≤, nel linguaggio comune, il verbo √® usato con il significato di ‘accrescere, aumentare, aggiungere’. Lo slittamento semantico, ancora non penetrato nei vocabolari dell’uso (neanche al fine di censurarlo), quindi recente, dipende dalla sovrapposizione tra l’inglese¬†implement¬†e il latino IMPLERE (da cui¬†implement¬†deriva), che in italiano ha dato¬†empire, oggi quasi del tutto sostituito da¬†riempire. I parlanti italiani, cio√®, riconoscono in¬†implementare¬†la radice di¬†riempire, grazie alla quantit√† di parole della famiglia¬†plen-¬†in cui facilmente si riconosce la corrispondenza con l’italiano¬†pien/pi: pensiamo al latinismo¬†plenum¬†‘riunione plenaria’, e allo stesso aggettivo¬†plenario, al prefissoide¬†pleni-, da cui, per esempio,¬†plenipotenziario¬†‘che ha pieni poteri’ ecc. La sovrapposizione tra¬†implement¬†e¬†riempire¬†attraverso il latino √® un’operazione indebita; rivela, per√≤, una certa creativit√† da parte dei parlanti, nonch√© una forza reattiva della lingua italiana all’inclusione passiva di parole straniere. Bisogna, infine, ricordare che l’uso, se si diffonde, finisce sempre per avere la meglio: √® prevedibile, quindi, che in questo caso il significato comune di¬†implementare¬†si aggiunga a quello attualmente registrato nei vocabolari e, addirittura, alla lunga lo sostituisca del tutto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho potuto constatare che il clitico¬†ne¬†ha una posizione molto pi√Ļ libera rispetto ad altri clitici.
Con si impersonale:
1) Se ne deve raccogliere 10 di mele.
2) Si deve raccoglierne 10 di mele.
3) Di gesti simili se ne vede fare tanti.
4) Di gesti simili si vede farne tanti.
Con si passivante:
5) Se ne devono raccogliere 10 di mele
6) Si devono raccoglierne 10 di mele.
7) Di gesti simili se ne vedono fare tanti.
8) Di gesti simili si vedono farne tanti.
Per come la vedo io, le prime quattro costruzioni dove il si è impersonale (difatti quindi singolare) la posizione del ne è irrilevante ai fini della correttezza grammaticale. Col si passivante, mi suonano corrette solo quelle col ne in posizione proclitica, quindi 5 e 7, ma non saprei esprimermi sulle restanti due.

 

RISPOSTA:

Bisogna intanto precisare che¬†ne¬†ha lo stesso grado di libert√† degli altri clitici, alcuni dei quali, per√≤, hanno comportamenti particolari. Per esempio, se sostituiamo¬†ne¬†con¬†lo¬†nel primo gruppo di frasi (modificandole opportunamente) avremo soluzioni ugualmente grammaticali:¬†lo si deve raccogliere,¬†si deve raccoglierlo,¬†un gesto simile lo si vede fare,¬†un gesto simile si vede farlo. Come si sar√† notato,¬†lo¬†(come anche¬†ci,¬†vi,¬†la,¬†li,¬†le) precede il¬†si¬†impersonale, mentre¬†ne¬†lo segue; anche¬†lo¬†segue, invece, il¬†si¬†quando questo √® passivante. Ovviamente, in questo caso il¬†si¬†non avr√† funzione propriamente passivante (altrimenti il complemento oggetto coinciderebbe con il soggetto e non ci sarebbe posto per il pronome¬†lo), ma sar√† parte di verbi pronominali transitivi:¬†se lo devono comprare, o sar√† il complemento oggetto di un verbo transitivo retto da un verbo pronominale copulativo o causativo:¬†se lo vedono sottrarre,¬†se lo fanno consegnare. Cos√¨ come sarebbero mal composte *si devono comprarlo¬†e *si vedono sottrarlo, sono mal composte le varianti 6 e 8 (quelle che anche a lei “suonano male”). La ragione della restrizione ha a che fare con il forte legame tra i pronomi e il verbo semanticamente pi√Ļ saliente del costrutto, che comporta che la posizione pi√Ļ naturale dei pronomi sia quella enclitica. Ora, in italiano contemporaneo √® divenuto comune anticipare i pronomi prima del verbo reggente (un fenomeno noto come¬†risalita dei clitici), sia esso servile, aspettuale, causativo e persino nel caso complesso della sua frase 7, perch√© tali verbi sono sempre pi√Ļ percepiti come strettamente solidali con il verbo pi√Ļ saliente, cio√® sono assimilati agli ausiliari. In altre parole, oggi si preferisce¬†se ne devono fare¬†a¬†devono farsene, e¬†ce ne faranno avere¬†rispetto a¬†faranno avercene¬†(che √® addirittura quasi impossibile), sul modello di¬†se ne sono visti. Ovviamente, nel caso di gruppi di pronomi, la risalita deve riguardare entrambi; la separazione non √® giustificabile.
Il¬†si¬†impersonale si comporta in modo diverso, perch√© il suo legame con il verbo √® relativamente debole; deve, infatti, rimanere proclitico (deve raccogliersi¬†√® automaticamente interpretato come passivo rispetto a¬†si deve raccogliere, che pu√≤ essere passivo o impersonale) e pu√≤, quindi, essere separato dal pronome che lo accompagna. Da qui la grammaticalit√† di 2 e 4 (che √®, anzi, pi√Ļ formale di 3).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggendo¬†la risposta sui termini¬†croccantino¬†e¬†crocchetta¬†non sono riuscito a trovare la forma che ho sentito diverse volte:¬†crocchini. Esempio: “Ho comperato i crocchini per il gatto”. Pu√≤ considerarsi una forma errata oppure un mutamento linguistico?

 

RISPOSTA:

Il nome¬†crocchino¬†non √® registrato n√© nel¬†Grande dizionario della lingua italiana¬†n√© nei dizionari dell’uso pi√Ļ aggiornati. Se ne trovano sporadiche attestazioni in Internet in siti commerciali specializzati in prodotti per animali domestici e in recensioni a prodotti del genere pubblicate nelle piattaforme commerciali generaliste. A giudicare da questi dati, si pu√≤ affermare che questo nome sia un regionalismo, ovvero un tratto linguistico tipico di alcune regioni italiane, in questo caso quelle del Nord, e assente nelle altre. I regionalismi non sono errori, ma forme nate e diffuse in un’area geografica limitata (una citt√†, una regione, una serie di regioni). Queste forme a volte vengono adottate dalla lingua nazionale, divenendo dialettalismi; √® il caso, per esempio, di molti termini gastronomici, come¬†burrata,¬†mozzarella,¬†crescentina
Dal punto di vista della formazione,¬†crocchino¬†√® certamente il frutto di un mutamento: dubito che sia un derivato deverbale formato da¬†crocc(are)¬†+¬†-ino, perch√© il verbo¬†croccare¬†√® uscito dall’uso, quindi difficilmente pu√≤ produrre parole nuove; potrebbe, invece, essere una variante di¬†crocchetta¬†con la sostituzione del suffisso apparente¬†-etta¬†(crocchetta¬†non √® suffissato, ma √® l’adattamento del francese¬†croquette) con¬†-ino, oppure un accorciamento da¬†crocc(ant)ino.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

A¬†mio parere le parole combaciare, collimare, coincidere stanno a significare un contatto perfetto fra due superfici ma non necessariamente una fusione, mentre il termine collegare e aderire (come suggerisce l’etimologia) presuppongono non solo il contatto ma anche la fusione. Se ci√≤ fosse vero, asserire che due superfici si trovano nel rapporto indicato dai primi termini (collimare, coincidere, combaciare), significherebbe tassativamente che esse si toccano ma non si fondono l’una con l’altra oppure il fatto che si fondino o meno resterebbe incerto?

 

RISPOSTA:

In nessuno dei verbi da lei presi in esempio emerge l’idea di “fusione” ma quella di “corrispondenza”. In casi come questo, l’etimologia delle parole pu√≤ venirci in aiuto.
Collimare √® una lettura errata del latino collineare (da cum + linea), che significava ‘mettere sulla stessa linea’ (in italiano diventa termine tecnico nell’astronomia e si espande con il significato generale di ‘coincidere’); coincidere deriva dal latino cum e incidere, cio√® ‘cadere dentro insieme’; collegare, dal latino colligare, a sua volta composto da cum e ligare, significa ‘legare insieme’; aderire viene dal latino adhaerere, composto di ad, che significa ‘a’, e haerere, cio√® ‚Äėstare attaccato‚Äô; infine, combaciare che, come suggerisce la parola stessa, √® composto da con e baciare.
Vedendoli insieme, tutti i verbi sono connessi semanticamente dall’idea di corrispondenza fra due unit√† e per nessuno di essi si pu√≤ dire che ci sia un grado pi√Ļ o meno alto di “fusione”. Una frase come “due parti del materiale combaciano bene”, per significare che due parti sono perfettamente sovrapponibili, equivale a “due parti del materiale aderiscono bene” / “due parti del materiale coincidono bene” / “due parti del materiale collimano bene”; non √® frequente, ma si pu√≤ usare una frase come “due parti del materiale (si) collegano bene”. Il significato primario di collegare per√≤ indica che stiamo mettendo in contatto due parti, cio√® che le stiamo unendo, come nella seguente frase: “collegare due parti del materiale”.
Escludendo aderire e coincidere, i cui significati primari sono ‘essere attaccato’ e ‘corrispondere perfettamente’, gli altri verbi in questione sono sovrapponibili nei loro significati figurati (combaciare, collimare) e nel loro uso intransitivo (collegare): “Le idee di Marta combaciano con le mie” equivale a “Le idee di Marta collimano con le mie”, “Le idee di Marta (si) collegano alle mie”.
In una frase come “Luca aderisce a quella manifestazione” il verbo aderire, invece, non pu√≤ essere cambiato per via del suo uso figurato che significa ‘sostenere con la propria partecipazione’.
Raphael Merida

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QUESITO:

Gradirei sapere se √® corretto definire col termine situazione l’immagine di una foto che riproduce una realt√† urbana del passato. Esempio: “Ricordo vagamente la situazione fissata da questa fotografia”.

 

RISPOSTA:

Certamente. Il sostantivo situazione pu√≤ ben rappresentare una circostanza in un determinato momento. Per comprendere perch√© questa parola pu√≤ adattarsi a vari contesti d’uso dobbiamo ripercorrere la sua etimologia. Il sostantivo situazione entra in italiano, probabilmente, attraverso il francese situation, a sua volta derivato dal latino medievale situare, verbo mantenuto intatto in italiano con il significato letterale di ‘mettere in un posto’ e con quello figurato di ‘inserire in un contesto’. Il verbo situare √® un derivato del latino situs, il cui significato veicola gi√† l’idea di luogo; tant’√® che in italiano il sostantivo sito mantiene l’accezione di spazio fisico (“il sito archeologico di Selinunte √® meraviglioso”) o figurato (“devo visitare il tuo sito internet”).
Raphael Merida

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se la preposizione ‚Äúa‚Äú davanti a ‚Äúcui‚Äú pu√≤ essere sempre omessa, o se, in determinati casi, l’ellissi possa determinare costruzioni errate.

1) La riflessione (a) cui vorrei portarti è questa…
2) La signora (a) cui ho chiesto un favore è tua sorella.

Sono molto curioso circa l’origine della regola, e soprattutto mi chiedo per quale ragione si applichi esclusivamente, se non vado errato, a questa preposizione semplice e non anche ad alcune delle altre.

 

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette (cui / a cui) perch√© nei due esempi cui assume la funzione di complemento di termine. L’oscillazione risale alla forma latina cui che significa ‘al quale’; a causa della possibile ambiguit√† generata dalla mancanza della preposizione, si √® sentita l’esigenza di accostare al pronome cui la preposizione tipica del complemento di termine, cio√® a. Per queste ragioni, la forma senza preposizione √® considerata pi√Ļ formale di quella con la preposizione.
L’omissione riguarda anche la preposizione di in frasi come “Maria la cui bravura √® proverbiale”, dove cui, posizionato fra l’articolo e il sostantivo, ha valore di complemento di specificazione (la frase, altrimenti, dovrebbe essere tradotta cos√¨: “Maria, la bravura della quale √® proverbiale”). In casi come questo, fino all’Ottocento, la preposizione di era ammessa in una costruzione ormai uscita dall’uso, cio√® il di cui.
Raphael Merida

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QUESITO:

Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere chiamata¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia. Come devo accordare l‚Äôaggettivo quando mi riferisco a lei? √ą corretto dire ‚ÄúIl mio notaio √® bravissimA / preparatissimA‚ÄĚ o devo usare sempre e solo l‚Äôaggettivo al maschile?

 

RISPOSTA:

L’accordo √® un fenomeno grammaticale; √®, quindi, regolato dal genere, non dal sesso. Questo principio funziona senza sbavature quando i nomi designano oggetti inanimati (“La porta √® rossa” / “Il tavolo √® basso”), e non desta particolari problemi neanche con gli animali (“La giraffa maschio √® altissima”, ma “Il maschio della giraffa √® altissimo”). I dubbi, invece, sorgono nei rari casi in cui un nome che designa una categoria di persone ha un genere che non corrisponde al sesso del designato. L’italiano possiede un piccolo numero di questi nomi (che rientrano nel gruppo dei nomi promiscui, insieme a quelli come giraffa,¬†pavone¬†ecc.), quasi tutti femminili ma riferiti tanto a uomini quanto a donne:¬†la guida,¬†la guardia,¬†la persona¬†e pochi altri. Anche a questi nomi si applica la regola dell’accordo, per cui “Mario √® una guida bravissima / una persona generosa” ecc.
I nomi mobili (come¬†amico¬†/¬†amica) adattano il genere al sesso del designato modificando la desinenza; non hanno, quindi, il problema dell’accordo. In questo gruppo, per√≤, rientrano alcuni nomi di professione e carica pubblica usati al maschile anche quando designano referenti femminili (notaio,¬†architetto,¬†il presidente¬†e tanti altri). Questi nomi non fanno eccezione per l’accordo; Il femminile con nomi maschili va considerato scorretto anche in questi casi: non solo, quindi¬†il notaio¬†sar√† sempre¬†bravissimo¬†e mai¬†bravissima, ma anche la frase iniziale della sua domanda dovr√† essere corretta in “Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere¬†chiamato¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia).
L’uso di un nome mobile maschile per un designato femminile – ricordiamo – √® scorretto: cos√¨ come non si pu√≤ dire “Il mio amico Maria √® una ragazza simpatica”, non si pu√≤ dire “Il mio avvocato / notaio / architetto… Maria Rossi √® una professionista eccellente”. La maggiore tolleranza per il maschile sovraesteso di nomi come¬†notaio¬†√® un fatto puramente culturale e non riguarda le regole della lingua italiana. Bisogna, certo, ammettere che le regole della lingua sono permeate dalla cultura; per questo motivo, per esempio, alcune parole usate comunemente in una certa epoca divengono inappropriate e persino censurate in un’altra (inutile fare degli esempi). Se, per√≤, l’italiano √® stato modellato dalla cultura nel senso della sovraestensione del maschile dei nomi di professione in un’epoca in cui questo era normale e accettato, per lo stesso principio il femminile di questi nomi deve tornare a essere usato in un’epoca in cui il pensiero comune √® cambiato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

I mesi dell‚Äôanno sono in italiano sostantivi, tuttavia pur essendo ‚Äúnomi propri di cosa‚ÄĚ, si scrivono con la lettera minuscola. √ą sbagliato ricondurre l‚Äôuso della lettera minuscola al fatto che vengano intesi come ‚Äúaggettivi‚ÄĚ‚Äô del sostantivo ‚Äúmese‚ÄĚ (anche se sottinteso) come avviene, tra l‚Äôaltro, in latino (dove sono aggettivi)?

RISPOSTA:

In italiano, i nomi dei mesi, cos√¨ come quelli della settimana e delle stagioni, non sono dei veri nomi propri (in latino, molti nomi dei mesi erano derivati da nomi propri: Ianuarius ‘Giano’; Martius ‘Marte ecc.) e non richiedono l’iniziale maiuscola. A parte i casi di personificazione (per esempio in poesia), quelli in cui un nome √® attribuito a una persona (per esempio Domenica, nome proprio di persona), o alcuni casi particolari che indicano una determinata occorrenza (il Sabato Santo, il Marted√¨ grasso ecc.), i nomi dei giorni, dei mesi e delle stagioni non indicano un’unicit√†, ma una periodicit√†, cio√® qualcosa che si ripete sempre. Nell’italiano antico e moderno i nomi che indicano data (come appunto i nomi dei giorni, dei mesi o delle stagioni) sono stati percepiti da un buon numero di parlanti come nomi propri e per questo scritti spesso con la lettera maiuscola. Nell’italiano contemporaneo questa percezione √® venuta meno e l’uso della maiuscola pu√≤ essere ricondotto all’influsso della grafia inglese che, al contrario di quella italiana, prevede l’iniziale maiuscola per questo tipo di nomi.
Raphael Merida

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QUESITO:

In una discussione, un mio caro amico mi indica che Рa suo dire Рtaciamo è una possibile versione alternativa, ma corretta, di tacciamo.
Ogni riferimento che ho trovato sembra smentirlo. Tuttavia, a sostegno della sua ipotesi mi segnala una pagina di Wikipedia. In effetti la voce taciamo è riportata, anche se priva della relativa pagina grammaticale.
Cos√¨ c’√® rimasto il dubbio che possa esistere un uso grammaticalmente corretto, e non relegato a questioni dialettali o di usanze regionali tra i parlanti.

 

RISPOSTA:

La forma¬†tacciamo¬†√® quella sicuramente corretta, anche se¬†taciamo¬†esiste: i pochi verbi in¬†cere¬†(tacere,¬†giacere,¬†(s)piacere…) hanno una radice che cambia (polimorfica) a seconda della desinenza. In fiorentino antico, e da l√¨ in italiano, la consonante prepalatale si rafforza se si trova dopo vocale e davanti a [j], ovvero al suono della i¬†seguita da un’altra vocale (o semivocalica). Per questo¬†taccio,¬†tacciamo,¬†tacciono,¬†taccia,¬†tacciano, ma¬†taci¬†(qui la¬†i¬†√® una vocale, non una semivocale, perch√© non √® seguita da un’altra vocale),¬†tacete,¬†tacere¬†ecc. Le radici polimorfiche sono facilmente soggette a processi analogici; i parlanti, cio√®, spesso adattano le forme minoritarie, per quanto etimologicamente corrette, a quelle maggioritarie, pure corrette, ma derivate da trafile di formazione diverse. Proprio un processo analogico √® quello che ha creato¬†taciamo¬†sulla base del modello maggioritario¬†tac¬†rispetto a quello minoritario¬†tacc-. Si noti che il participio passato¬†taciuto¬†non ha la consonante rafforzata perch√© nasce gi√† come forma analogica (in latino era¬†tacitus) modellata sulla maggioranza dei participi passati dei verbi della seconda coniugazione (creduto,¬†cresciuto,¬†voluto…).
Il processo di adattamento pu√≤ avere successo nel tempo e, effettivamente, creare forme nuove;¬†taciamo¬†(ma anche¬†piaciamo¬†e¬†giaciamo) oggi esistono, ma per queste parole il processo √®¬†in fieri, come testimonia l’atteggiamento dei vocabolari: il GRADIT, che √® aperto all’uso vivo, riporta¬†taciamo¬†accanto a¬†tacciamo¬†(e¬†piaciamo¬†accanto a¬†piacciamo,¬†giaciamo¬†accanto a¬†giacciamo); lo Zingarelli e il Treccani, invece, pur essendo vocabolari dell‚Äôuso, non registrano affatto la variante. In conclusione, attualmente la forma¬†taciamo¬†√® percepita come scorretta, quindi va evitata anche in contesti informali, specie se scritti; in futuro, per√≤, √® probabile che diventi comune accanto a¬†tacciamo¬†e, addirittura, che la sostituisca.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un quesito forse un po’ singolare suscitato dall’aver letto da qualche parte che Francis Scott Fitzgerald avesse dei problemi con l’ortografia. Volevo sapere: è davvero possibile? Inoltre, qual è il rapporto dei grandi scrittori con la grammatica? Ogni grande autore, o quasi, è un grammatico? Si trovano imperfezioni nei libri dei grandi autori o si sono trovati nei loro manoscritti? Se ne parla poco ma io lo reputo un discorso molto interessante.

 

RISPOSTA:

Non √® questa la sede per discutere dell’ortografia di Francis Scott Fitzgerald; non √®, per√≤, inconcepibile che uno scrittore stenti ad adattarsi alle regole della grammatica. Gli scrittori non sono grammatici; piuttosto √® la grammatica che trova la conferma delle sue regole negli scrittori. Sul versante della lingua, infatti, gli scrittori svolgono almeno tre ruoli: ne sono utilizzatori privilegiati, tanto da riuscire a costruire con essa interi mondi; sono fonti autorevoli delle sue forme allo stato attuale; sono innovatori, ovvero promotori del cambiamento di quello stesso stato. A seconda della personalit√† e della formazione del singolo scrittore, il peso di un ruolo pu√≤ essere predominante sugli altri. In italiano ci sono stati, addirittura, scrittori scarsamente alfabetizzati, come Vincenzo Rabito, autore di¬†Terramatta; ovviamente scrittori di questo tipo svolgono soltanto il ruolo di costruttori di mondi di parole, e non possono essere presi a modello n√© per la lingua attuale, n√© per la lingua del futuro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sottoporvi un quesito (sperando sia in linea con il tipo di argomenti da voi trattati).
In navigazione si usa il termine ‘doppiare’ quando si vuole esprimere l’azione di superare/passare un capo con un’imbarcazione; ad esempio “doppiare Capo Horn in barca a vela √® pericoloso”.
Il mio dubbio riguarda l’origine della parola italiana: trovo anti-intuitiva la parola ‘doppiare’ che assomiglia (e derivare) da “doppio, due volte” in relazione all’azione che esprime (superare un capo), sopratutto se paragonata all’inglese dove si utilizza il verbo ‘round’ (round girare/passare attorno).

 

RISPOSTA:

Doppiare¬†‘oltrepassare, superare un ostacolo’ √® un tecnicismo marinaresco entrato in italiano in epoca rinascimentale come ampliamento semantico (o prestito semantico) del verbo¬†doppiare, gi√† esistente con il significato di ‘rendere qualcosa due volte maggiore, raddoppiare’. L’origine del prestito √® lo spagnolo¬†doblar, che all’epoca aveva gi√† il significato di ‘oltrepassare un ostacolo’. Spiegare perch√©¬†doblar¬†avesse sviluppato questo significato non √® facile: probabilmente dal significato del latino volgare¬†duplare¬†‘rendere doppio, raddoppiare’ si √® sviluppato il significato ‘piegare’ (perch√© quando si piega una linea si ottengono due segmenti distinti, quindi si raddoppia la linea). Questo significato, per√≤, pu√≤ essere riferito alla rotta necessaria per superare un ostacolo, ma non all’ostacolo stesso: √® la rotta, cio√®, che viene¬†doppiata¬†‘piegata’, non l’ostacolo. Per spiegare l’uso effettivo del verbo (doppiare un ostacolo, non¬†doppiare una rotta), quindi, dobbiamo ipotizzare un ulteriore slittamento semantico, da ‘piegare’ a ‘girare, aggirare’. I verbi¬†to round¬†(inglese) e¬†umschiffen¬†‘circumnavigare, navigare intorno’ (tedesco) conferma, del resto, che l’atto del superare un ostacolo piegando la rotta della nave √® comunemente definito come ‘girare, aggirare’.
A margine va detto che negli sport su pista il verbo¬†doppiare¬†√® usato come estensione del tecnicismo marinaresco, e infatti ha il significato di ‘superare, oltrepassare un concorrente’; non c’√® in questo significato alcun riferimento al ‘raddoppiamento’ (quando si doppia un concorrente non si raddoppiano i giri conclusi, ma semplicemente se ne aggiunge uno).
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą possibile usare i termini: avvocata, architetta, ingegnera¬†ecc.? Rimangono formali in questa maniera?

 

RISPOSTA:

I nomi di professione femminili come quelli da lei elencati, pur scarsamente o per niente usati in passato, sono regolari e possono essere usati in ogni contesto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quali e quante sono le forme ormai cristallizzate che risulterebbero fuori norma se impiegate senza la ‚Äúd‚ÄĚ eufonica, a parte ad esempio, ad eccezione, ad ogni buon conto?

 

RISPOSTA:

Non esiste una norma precisa che regoli l‚Äôuso della d eufonica. Per esempio, alcune delle locuzioni da lei citate possono scriversi legittimamente senza la d eufonica: a eccezione di e a ogni buon conto (cos√¨ sono riportate anche nei principali vocabolari dell‚Äôuso). Una delle rarissime eccezioni in cui la d eufonica √® quasi sempre presente per via della sua specificit√† √® la locuzione ad esempio, divenuta a tutti gli effetti una formula (insieme a per esempio). Tuttavia, potremmo trovare la locuzione a esempio in una frase tipo: ‚ÄúLa pazienza di Luca viene sempre portata a esempio di virt√Ļ da imitare‚ÄĚ.

In generale, la d eufonica, che in realt√† √® etimologica perch√© risalente a un d o a un t latini in ad, et o aut (da cui a, e, o), ha goduto nel corso del tempo di una certa elasticit√†: molto usata nella lingua antica, ridotta nell‚Äôitaliano moderno. Secondo il linguista Bruno Migliorini, l‚Äôuso della d eufonica dovrebbe essere limitato ai casi di incontro della stessa vocale come in ad Alberto, ed ecco ecc., ma anche in esempi come questi, per via della flessibilit√† dell‚Äôitaliano contemporaneo nei confronti dello iato (cio√® l‚Äôincontro di due vocali di due sillabe diverse), si potrebbe omette la d come in ‚ÄúHo chiesto a Luca e Erica‚ÄĚ.

Insomma, l’uso della d eufonica non ha regole precise ma cammina costantemente con l’evoluzione della lingua e la sensibilità di chi parla o scrive.

Di seguito suggeriamo alcuni casi in cui l’aggiunta di una d sarebbe sconveniente (1 e 2) o da evitare (3 e 4):

 

  1. quando la presenza di una d appesantisce la catena fonica e la vocale della parola successiva √® seguita da d come in ‚Äúedicole ed editoriali‚ÄĚ;
  2. in frasi come ‚Äúsi dice ubbidire od obbedire‚ÄĚ perch√© la presenza della d dopo la vocale o risulterebbe ormai rara e antiquata.
  3. prima di un inciso: ‚ÄúHo chiesto a Luca di uscire ed, ogni volta, risponde di no‚ÄĚ;
  4. davanti alla‚Äôh aspirata di parole o nomi stranieri: ‚ÄúCase ed hotel‚ÄĚ o ‚ÄúSabine ed Halil‚ÄĚ.

 

Raphael Merida

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QUESITO:

Gradasso può essere considerato un sinonimo di spavaldo, visto che entrambi hanno come sinonimo spaccone?

 

RISPOSTA:

In una lingua difficilmente esistono sinonimi perfetti: a ben vedere, tra le parole c‚Äô√® sempre una differenza anche solo sfumata di significato. Nella terna spaccone, spavaldo, gradasso il primo nome ha un significato vicino a quello degli altri due, perch√© condivide con essi il tratto della vanteria eccessiva; in spavaldo, per√≤, √® pi√Ļ forte che negli altri due il tratto dell‚Äôesibizione del coraggio di fronte agli altri.

Tra spaccone e gradasso, invece, la differenza sta nella maggiore arroganza del gradasso rispetto allo spaccone, che risulta pi√Ļ legato all‚Äôesibizione di qualit√† non necessariamente possedute.

Le differenze si notano maggiormente se ricostruiamo le etimologie delle tre parole. Nell‚Äôetimologia di spavaldo, probabilmente dal latino pavor ‚Äėpaura‚Äô + il prefisso s-¬†e il suffisso germanico -aldo, si nota gi√† un riferimento alla mancanza di paura connotato per√≤ negativamente dal suffisso –aldo (come nella parola ribaldo). Il sostantivo gradasso, che caratterizza in negativo una persona che si vanta in modo eccessivo delle proprie qualit√† inesistenti, √® un‚Äôantonomasia formata sul nome del guerriero saraceno Gradasso, un personaggio dell‚ÄôOrlando innamorato e dell‚ÄôOrlando Furioso descritto come impulsivo e arrogante. Spaccone √® un sostantivo derivato dal verbo spaccare pi√Ļ il suffisso accrescitivo –one. A differenza del gradasso, dietro il quale si nasconde un tipo di carattere ben definito, lo spaccone √® colui che, iperbolicamente, vanta la forza di spaccare il mondo (senza per√≤ riuscirci).

Raphael Merida

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QUESITO:

Fossato è un derivato di fosso? Maggiordomo può essere considerato un nome composto? Nomi come Patty o Dany sono nomi alterati?

 

RISPOSTA:

Tra fossato e fosso c’√® un rapporto non di derivazione del primo dal secondo, ma di comune provenienza quasi dallo stesso verbo: fossato √® un nome primitivo, che continua direttamente il latino FOSSATUM, a sua volta participio perfetto del verbo FOSSARE ‘scavare’ (variante intensiva del verbo FODERE ‘scavare’); fosso √® un’evoluzione di fossa, a sua volta participio perfetto (al neutro plurale) proprio del verbo FODERE.

Anche maggiordomo, adattamento del latino MAIOR DOMUS ‘capo della casa’, √® una parola primitiva. In generale, le parole formate per derivazione o composizione in altre lingue (prime tra tutte il latino e il francese) e successivamente entrate in italiano sono, dal punto di vista dell’italiano, primitive.

Il processo di alterazione pu√≤ riguardare anche i nomi propri (Sergione, Annuccia, Giorgino…); in particolare, i nomi propri modificati con suffissi diminutivi o vezzeggiativi sono definiti ipocoristici. Gli esempi da lei portati, per√≤, sono formati con procedimenti diversi dall’alterazione: il primo √® a tutti gli effetti un nome proprio non alterato (non √® possibile, infatti, risalire a una base; se fosse Patrizia l’esito sarebbe Patri o Patry), di origine inglese; il secondo √® l’esito di un accorciamento (lo stesso processo che, per esempio, forma auto da automobile) da Daniele o Daniela. Si noti che l’accorciamento darebbe come risultato Dani: la forma Dany √® influenzata in generale dal modello dei nomi inglesi, in cui una -i finale √® sempre -y (e forse anche dal nome Danny, inglese come Patty).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Il mio dubbio riguarda il verbo riapparire alla terza persona singolare del passato remoto.
Infatti, in luogo dei correntemente usati¬†riapparve/riapparse, vorrei poter usare anche¬†riappar√¨, che in certi casi mi suona pi√Ļ gradevole. Sarebbe un errore oppure √® ammissibile?

 

RISPOSTA:

Decisamente troppo desueto, letterario, al punto da risultare errato, se usato fuori contesto (cioè fuor di letteratura volutamente arcaizzante).
Delle tre forme di passato remoto di¬†apparire¬†l’unica comune, e dunque l’unica consigliabile, √®¬†apparve, come suggerisce lo Zingarelli, mentre¬†appar√¨¬†√® marcato come letterario e¬†apparse¬†come raro.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ma è vero che i verbi come: benedivo e maledivo non sono corretti, anche se usati molto nel modo di parlare? La forma corretta sarebbe benedicevo, maledicevo … ecc..

 

RISPOSTA:

Sì, è vero, essendo composti del verbo dire vanno coniugati come quello.
Anche se vi sono esempi letterari (ma non pi√Ļ ammessi nell’italiano odierno) di quelle forme, il pi√Ļ illustre dei quali √® il celeberrimo verso del¬†Rigoletto¬†verdiano “Quel vecchio maledivami”.
Naturalmente, essendo la forma semplificata e analogica (ferire, ferivo = maledire, maledivo) molto comune nel parlato (e nello scritto semicolto) oggi, non escludo che in un prossimo futuro esse possano essere accettate nell’italiano di tutti i registri, ma finch√© questo non accadr√†, cio√® finch√© i parlanti colti continueranno a considerarle scorrette, esse oggi sono parte dell’italiano popolare (o substandard), ma non dello standard.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei esporvi queste frasi:
1)Roma,¬†¬†che √® capitale d’Italia, √® una citt√† vicina al mare.
2)Le rendo noto che, se non salderà il suo debito,  passerò a vie legali.
Sia il primo inciso (che √® capitale d’Italia) che il secondo (se non salder√† il suo debito), qualora vengano sottratti, permettono alla frase di avere un senso compiuto (Roma √® una citta vicina al mare / le rendo noto che passer√≤ a vie legali).
Nella prima frase, per√≤, l’inciso d√† informazioni irrilevanti rispetto al senso della frase, nella¬† seconda, invece, l’inciso fornisce informazioni sostanziali (io passer√≤ a vie legali solo se si realizzer√† una ben precisa condizione: il suo mancato pagamento).
Mentre il primo inciso va posto sicuramente fra le virgole, il secondo non lo porrei fra di esse, perch√© le virgole farebbero risultare l’affermazione ” se non salder√† il suo debito” come marginale, anzich√© di centrale importanza.

 

RISPOSTA:

Va distinta la funzione di inciso da quella di parentetica. Una parentetica contiene di solito, come dice lei, un’informazione marginale (“che √® la capitale d’Italia”). Per¬†inciso, invece, si intende semplicemente la collocazione dell’informazione tra due pause, o virgole, ma non la sua marginalit√†. Le virgole che isolano la protasi del periodo ipotetico nell’esempio “Le rendo noto che, se non salder√† il suo debito,¬†¬†passer√≤ a vie legali” sono necessarie (e dunque se le eliminasse commetterebbe un errore!), perch√© indicano la spezzatura del rapporto assai vincolante tra reggente e completiva (…rendo noto che passer√≤…) mediante l’intromissione della protasi del periodo ipotetico. La posizione di inciso, cio√® la segnalazione di tale intromissione, non implica in alcun modo la minore importanza della protasi. Aggiungo che, qualora non vi fosse stata intromissione, e vi fosse dunque stato soltanto il periodo ipotetico, si sarebbe potuta usare la virgola oppure no (“se non salder√† il suo debito[,]¬† passer√≤ a vie legali”) senza alcun cambiamento di significato. La virgola, infatti, in questo caso √® un semplice retaggio del passato, quando si soleva separare quasi sistematicamente la premessa dalla conseguenza.
In generale, faccia attenzione a non caricare la punteggiatura di valori logicistici che le sono estranei: la virgola non indica quasi mai una riduzione di importanza (tranne, e non sempre, nel caso delle parentetiche di cui sopra), bens√¨ denota una frattura sintattica (in molti casi), una transizione di piano testuale o informativo (cio√® il passaggio da un’informazione all’altra, in molti altri casi), la riproduzione di una piccola pausa o curva intonativa (pi√Ļ raramente e soltanto nei testi mimetici del parlato), la messa in evidenza di un’informazione (e dunque l’esatto contrario di quel che dice lei, cio√® conferisce maggiore importanza a qualcosa: “Mario, ho incontrato, non Luca”, con focalizzazione di¬†Mario), oppure uno stilema (stile di un certo autore, consuetudine scrittoria ecc.).

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Gradirei sapere perch√© il plurale della parola¬†assassinio¬†risulta essere assassinii, mentre il plurale della parola¬†guscio¬†o¬†della parola¬†occhio¬†risulta essere (almeno da quello che ho avuto modo di notare in alcuni scritti)¬†gusci¬†e¬†occhi, anzich√©¬†guscii¬†e¬†occhii. Vorrei sapere se¬†c’√® una regola in proposito.

 

RISPOSTA:

Nell’italiano contemporaneo i nomi che al singolare finiscono in¬†-io¬†al plurale mantengono la¬†i¬†se essa √®¬†accentata (addio¬†>¬†addii), la perdono se non √® accentata (occhio¬†>¬†occhi). Le forme¬†occhii,¬†guscii,¬†bivii¬†ecc., rispettose della forma della parola, ma non del suono, visto che la sequenza¬†ii¬†del plurale si pronuncia come un’unica¬†i,¬†sono attestate fino a met√† Novecento, per poi divenire rare o essere completamente abbandonate.
La¬†i¬†non accentata del singolare si mantiene al plurale nella parola¬†assassinio¬†soltanto per distinguere nello scritto questo nome dall’omofono (nonch√© omografo)¬†assassini, plurale di¬†assassino. Si noti che questa motivazione √® molto debole, infatti il plurale¬†assassini¬†per¬†assassinio¬†√® anche possibile, cos√¨ come il plurale¬†omicidi¬†per¬†omicidio¬†√® pi√Ļ comune di¬†omicidii, a dispetto dell’esistenza dell’omofono e omografo¬†omicidi, plurale di¬†omicida.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Storia della lingua
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QUESITO:

“Non mi preoccupano gli effetti avversi immediati, che dicono ESSERE improbabili, bens√¨ quelli differiti”. Volendo scegliere questa linea espressiva √® corretto l’ uso di quel¬†essere?

 

RISPOSTA:

La costruzione delle proposizioni oggettive e soggettive con l’infinito e senza alcuna preposizione introduttiva ricalca quella delle proposizioni infinitive latine, che avevano proprio la funzione delle completive italiane. Tale costruzione¬†√® ancora contemplata in italiano, sebbene fosse pi√Ļ diffusa nei secoli passati e sia oggi rara e adatta allo scritto tecnico-scientifico e burocratico. Pi√Ļ comunemente si direbbe¬†che dicono siano improbabili¬†(si noti che anche con questa costruzione il¬†che¬†introduttivo della oggettiva √® preferibilmente sottinteso per evitare la ripetizione).
Normalmente, la completiva con l’infinito richiede l’espressione del soggetto (corrispondente al soggetto in accusativo delle infinitive latine):¬†“Gli antichi greci pensavano¬†il fulmine¬†essere un attributo di Zeus”. Nel suo caso, per√≤, il soggetto √® assorbito dal pronome relativo precedente, divenendo superfluo.¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il termine¬†compagno¬†deriva dal latino miedevale¬†companio¬†(“cum panis”) come √®¬†riportato nell’Etimologico Cortellazzo-Zolli della Zanichelli e in altri¬†dizionari. Tuttavia mi piacerebbe sapere se √® noto quando esattamente √® stato introdotto nel Medioevo e le eventuali fonti pi√Ļ antiche conosciute dove compare la parola.¬†

 

RISPOSTA:

Le consiglio di fare lei stesso questa ricerca, usando lo straordinario TLIO, a cui può accedere a questo indirizzo: http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/. Vedrà che la parola è ben attestata già dalla metà del XIII secolo, quindi dagli albori della scrittura in volgare, in testi di varia provenienza. 
Se, invece, a lei interessa non la prima attestazione in un volgare romanzo del territorio italiano della parola compagno, ma la prima attestazione in latino medievale della parola conpanio, il luogo da lei cercato è questo: 
 

Si quis in hoste de conpanio de conpagenses suos hominem occiderit, secundum quod in patria si ipso occidisset conponere debuisset in triplo conponat.

Si tratta di un articolo delle¬†novellae¬†della lex salica, di cui √® difficile stabilire il periodo di redazione ma il cui¬†terminus ante quem¬†√® l’inizio del IX secolo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica

QUESITO:

Perché si dice maschera per la persona che lavora nel cinema? Le maschere hanno portato o messo delle maschere un tempo in passato? E se sì, perché?

 

RISPOSTA:

L’etimologia della parola¬†maschera¬†√® discussa: l’ipotesi pi√Ļ accreditata √® che la parola base sia il latino tardo MASCA ‘strega’. Il significato originario di ‘finto volto che nasconde i veri lineamenti della persona’¬† gi√† nel Cinquecento si allarga per indicare anche la persona che porta una maschera. A questo significato risale quello di ‘inserviente di un teatro o di un cinema che svolge vari servizi di accompagnamento degli spettatori’. Nel Settecento, soprattutto a Venezia, infatti, tali inservienti portavano una maschera (quindi erano delle¬†maschere) per nascondere la propria identit√† e potere quindi decidere con libert√† a quale spettatore dare ragione in caso di dispute (in un periodo in cui i teatri erano ambienti meno regolati e formali di oggi).
Fabio Ruggiano 

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QUESITO:

Vorrei sapere se √® da considerarsi errore l’espressione “pi√Ļ acerrimo” oramai di uso comune e presente anche in opere di Pirandello.

 

RISPOSTA:

La risposta pi√Ļ sintetica √®: s√¨, √® ancora da considerarsi errore, perch√© le grammatiche e i dizionari dell’italiano odierno considerano tuttora¬†acerrimo¬†come superlativo colto (latineggiante) di¬†acre¬†e¬†agro, rispetto al meno colto¬†agrissimo¬†(pure possibile); come tale, non ammette alcuna gradazione (pi√Ļ acerrimo,¬†meno acerrimo,¬†il pi√Ļ acerrimo¬†ecc.).
Ma, come ben sa, la lingua, la grammatica e la linguistica raramente ammettono risposte semplificate e rassicuranti, come ogni fenomeno umano e sociale.¬†Acerrimo¬†√® sempre pi√Ļ spesso avvertito (e da anni: Pirandello: “Il mio pi√Ļ acerrimo nemico”, La rallegrata) come aggettivo autonomo, proprio in virt√Ļ della sua natura anomala rispetto al regolare¬†agrissimo, e come tale si presta ad essere usato come aggettivo non superlativo, anche con¬†pi√Ļ:¬†pi√Ļ/meno acerrimo.
Secondo quanto osserva il glottologo Salvatore Claudio Sgroi, che sul concetto di errore produce tuttora decine di articoli, potremmo dire che su¬†pi√Ļ¬†acerrimo¬†agiscono due regole:
– regola 1, etimologica:¬†pi√Ļ acerrimo¬†non √® ammesso, per via della natura superlativa di¬†acerrimo;
– regola 2, analogica e morfologica:¬†acerrimo¬†si distacca dagli altri superlativi, come tale ha acquisito una sua autonomia, tanto da consentire forme come¬†pi√Ļ/meno acerrimo¬†ecc.
Ciascuno è libero di optare per la regola 1 o 2.
Dato che ogni lingua √® fatta non soltanto di regole ed eccezioni ma anche di percezioni (sociali), al momento la situazione √® pi√Ļ o meno la seguente: sebbene anche autori colti (Pirandello), del passato e del presente, abbiamo usato¬†pi√Ļ acerrimo, la maggioranza dei parlanti italiani colti attuali ritiene discriminante socialmente (cio√® “da ignoranti”) l’uso di una forma come¬†pi√Ļ acerrimo, che quindi ancora oggi √® bene evitare nel contesto scritto formale.
Dato che ogni lingua cambia nel tempo, √® molto probabile che tra pochi anni¬†acerrimo¬†perda completamente la propria trasparenza etimologica e venga dunque considerato un aggettivo non alterato a tutti gli effetti. A quel punto tutte le grammatiche e tutti i dizionari accoglieranno¬†pi√Ļ acerrimo¬†come forma normale e anche noi “reazionari” della lingua ci arrenderemo all’evidenza e scriveremo¬†pi√Ļ acerrimo¬†senza colpo ferire. Ma, finch√© ci√≤ non accadr√†, suggerisco di continuare a evitare forme quali¬†pi√Ļ acerrimo, con buona pace di Pirandello e di Sgroi.

Fabio Rossi

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QUESITO:

“Lo guardai per svariati minuti e lo studiai attento”: l’uso dell‚Äôaggettivo con¬†funzione avverbiale √® adatto anche a un tono formale? In un esempio come quello¬†indicato soluzioni quali¬†attentamente¬†o¬†con attenzione¬†sarebbero da favorire?

 

RISPOSTA:

L’uso dell’aggettivo con funzione avverbiale √® attestato fin dal Trecento ed √® codificato nell’italiano standard.¬†Se osserviamo la distribuzione di questo fenomeno oggi, notiamo che esso √® tipico di espressioni idiomatiche o comunque cristallizzate:¬†andare piano¬†(e¬†andarci piano),¬†parlare forte,¬†tenere duro… Questo tipo di espressioni sposta di norma il registro verso il basso, al limite dell’informalit√† (e in casi come¬†andarci piano¬†supera questo limite).
A parte questi casi, per√≤, l’aggettivo con funzione avverbiale √® anche sfruttato in testi letterari o che hanno scopi estetici (ad esempio pubblicitari:¬†vota comunista,¬†mangia sano…). Anche questi usi, pur rimanendo standard, sono diafasicamente orientati verso l’alto, ovvero verso¬†la variet√† letteraria.
Il suo esempio fa parte di questa seconda fenomenologia, nella quale l’aggettivo √® scelto come variante libera dell’avverbio, funzionale a un effetto estetico o poetico.
Si noti che tra¬†attento¬†e¬†attentamente¬†si coglie anche una differenza semantica: l’aggettivo √® un complemento predicativo, che indica l’atteggiamento del soggetto (= ‘lo studiai rimanendo attento’); l’avverbio √® un complemento di modo, che indica il modo in cui √® svolta l’azione (= ‘lo studiai in modo attento’).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Esiste un equivalente italiano del proverbio latino sub pondere crescit palma?

 

RISPOSTA:

Il proverbio latino, pi√Ļ comune nella forma¬†palma sub pondere crescit, pu√≤ essere¬†tradotto ‘la palma cresce sotto il suo peso’ o ‘la palma cresce sotto il peso’. Descrive metaforicamente l’idea che le difficolt√† della vita rendono pi√Ļ forti.
In italiano molti proverbi o frasi celebri latine sono mantenuti e usati in originale, come parte del patrimonio culturale:¬†ad impossibilia nemo tenetur,¬†beati monoculi in terra caecorum,¬†carpe diem,¬†est modus in rebus,¬†risus abundat in ore stultorum¬†e decine di altri; potremmo dire, quindi, che le frasi latine non hanno quasi mai bisogno di un equivalente in italiano. Ironicamente, un equivalente di questa frase potrebbe essere quest’altra, ugualmente latina, che per√≤ circola anche in traduzione:¬†ignis aurum probat, miseria fortes viros¬†‘il fuoco prova l’oro, la sventura gli uomini forti’. L’originale proviene dal¬†De Providentia¬†di Seneca (V, 10).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Qualche giorno fa ho sentito durante un servizio televisivo, questa¬†frase: “Le nostre abitudini devono continuare come se niente fosse, anche se in un¬†momento come questo ci fanno stare PI√ô MALE del solito”.
Vorrei sapere se l’espressione in lettere maiuscole √® corretta; io avrei utilizzato PEGGIO del solito, ma vorrei capire se e perch√© √® corretta la forma utilizzata dalla giornalista.

 

RISPOSTA:

Troviamo esempi letterari di¬†pi√Ļ male almeno dal Cinquecento: “E li franchi che stavano alla corte venivano alla nostra tenda, e ne dicevano che li grandi della corte n’erano contrari, e che questo frate aveva lor messo in testa che consigliassero il Prete che non gli lasciasse tornar n√© uscire delli suoi regni, perch√© dicevamo male della terra, e che molto¬†pi√Ļ male¬†diremmo quando fossimo fuor di quella” (Giovan Battista Ramusio,¬†Viaggio in Etiopia di Francesco Alvarez, ca. 1557). Si noti che, comunque, qui¬†pi√Ļ male¬†si¬†giustifica perch√© riprende anaforicamente¬†male¬†appena precedente.
Quasi tutti gli esempi di¬†pi√Ļ male¬†fino a oggi figurano all’interno delle espressioni¬†sentirsi pi√Ļ male,¬†fare¬†e¬†farsi pi√Ļ male. Queste espressioni sono parzialmente cristallizzate, come delle unit√† polirematiche (sentirsi male¬†=¬†soffrire), per cui √® innaturale, ma non per questo sbagliato, modificarle sostituendone una parte,¬†male, con un’altra del tutto diversa,¬†peggio. Nel caso di¬†sentire male¬†‘provare dolore’, invece,¬†male¬†√® un sostantivo, quindi non pu√≤ essere graduato (non si pu√≤ dire *sento peggio).
Di l√† da queste espressioni, non ho trovato esempi diastraticamente alti di¬†pi√Ļ male. Non si pu√≤ escludere che ce ne siano, ma si tratta comunque di un uso marginale.
Parzialmente significativi sono gli esempi, pure rari (per esempio in Pasolini), di¬†stare sempre pi√Ļ male, perch√© qui¬†pi√Ļ¬†si confonde tra i sintagmi¬†sempre pi√Ļ¬†e¬†pi√Ļ male. Il solo¬†stare pi√Ļ male,¬†senza¬†sempre, del resto, appare spesso in espressioni come¬†non voglio stare pi√Ļ male, nelle quali¬†pi√Ļ¬†√® certamente unito a¬†stare, non a¬†male. Esiste ovviamente anche¬†stare pi√Ļ male¬†con il significato di ‘stare peggio’, ma si tratta di un uso informale.
In conclusione, nelle espressioni¬†sentirsi pi√Ļ male,¬†fare¬†e¬†farsi pi√Ļ male¬†la forma¬†pi√Ļ male¬†√® accettabile anche in contesti di media formalit√†. In¬†stare pi√Ļ male¬†va considerata poco formale; in altri casi, va considerata trascurata.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri, Storia della lingua
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QUESITO:

Potrebbe cortesemente chiarirmi se in analisi grammaticale il nome solitudine è astratto o concreto e se è derivato da solo?

 

RISPOSTA:

Premetto che la distinzione tra concreto e astratto √® spesso vaga e ambigua e, per quanto tradizionalmente sfruttata nelle grammatiche scolastiche, non aggiunge niente alla conoscenza del lessico. Ferma restando questa premessa, il nome¬†solitudine¬†√® astratto, perch√© la sensazione descritta con questo nome non si pu√≤ percepire attraverso i sensi. Certo, si pu√≤ obiettare che il concetto stesso di¬†sensazione¬†√® legato alla percezione dei sensi, quindi¬†solitudine¬†sarebbe concreto, ma √® appunto in questa contraddizione che si fonda l’idea della vaghezza della distinzione.
Il collegamento tra la radice di¬†solitudine¬†e quella di¬†solo¬†√® evidente, ma bisogna fare una precisazione. Il nome¬†solitudine¬†si √® formato sulla base del nome¬†latino¬†solitudinem, mentre l’aggettivo¬†solo¬†si √® formato¬†sulla base del latino¬†solum. In latino¬†solitudinem¬†deriva da¬†solum, ma le due parole italiane¬†solitudine¬†e¬†solo¬†sono nate autonomamente. Non possiamo dire, quindi, che¬†solitudine¬†derivi da¬†solo, perch√© le due parole in italiano hanno una storia separata; √® chiaro, per√≤, che le due parole sono corradicali.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

Recentemente mi è sorto un dubbio per quanto riguarda i punti e le virgole alla fine dei dialoghi. I casi sono i seguenti (alla fine di ogni frase vi è un capoverso):
1. ¬ęSono curiosa, di cosa si tratta?¬Ľ, chiesi.
2. ¬ęNon sembro la moglie di un miliardario?¬Ľ.
3. ¬ęInteressante argomentazione¬Ľ disse con tono solenne ¬ęSono sicuro che far√† faville durante la presentazione¬Ľ.
Nel primo caso il mio dubbio riguarda la virgola dopo le prime virgolette, la ritengo superflua, ma vorrei sapere se si tratta di un vero e proprio errore o se pu√≤ essere usata a discrezione dell’autore.
Il secondo caso è una citazione da un romanzo edizione Newton, il mio dubbio riguarda il punto alla fine, vista la presenza del punto interrogativo: è corretto o no?
Terzo e ultimo caso, il punto alla fine fuori dalle virgolette e non dentro.¬†√ą accettato?
La posizione del punto √® a discrezione dell’autore o vi √® una regola?

 

RISPOSTA:

La punteggiatura in prossimit√† delle virgolette del discorso diretto √® del tutto convenzionale; non ha quasi mai, cio√®, una funzione testuale che la motivi. Questo comporta che in questo campo ci siano forti oscillazioni, dovute al gusto dello scrivente e alle convenzioni invalse nel periodo storico. Per questo bisogna essere molto cauti nell’individuare obblighi.
Facendoci guidare dal criterio dell’equilibrio tra chiarezza ed economia di segni, possiamo suggerire i seguenti usi.
1. Nel caso in cui il discorso diretto finisca con un punto esclamativo o interrogativo √® bene segnalarlo prima delle virgolette. In questo modo si evita di riferire la domanda alla cornice (come, ad esempio, in:¬†Non sei stanco di dire “Sono stanco”?). Se la frase continua dopo le virgolette, ferma restando la necessit√† di segnalare il punto emotivo all’interno delle virgolette, √® necessario anche inserire¬†la punteggiatura richiesta dopo. Se il discorso diretto non finisce con un punto emotivo e la frase continua dopo le virgolette, qualsiasi segno di punteggiatura pu√≤ essere messo soltanto una volta dopo le virgolette.
2. Nel caso in cui il discorso diretto finisca con un punto esclamativo o interrogativo e la frase si interrompa dopo le virgolette, è bene segnalare entrambe le funzioni, come nel suo esempio.
3. Se la frase si chiude con la fine del discorso diretto (che non finisce con un punto emotivo), il punto fermo pu√≤ essere messo una sola volta dopo le virgolette. Non c’√® ragione di inserirlo sia dentro che fuori le virgolette, mentre inserirlo soltanto dentro le virgolette non chiarirebbe che esso va riferito a tutta la frase e non soltanto al discorso diretto. Certo, se la frase coincide con il discorso diretto, si pu√≤ anche scegliere di mettere il punto fermo soltanto dentro le virgolette, ma per omogeneit√† consiglierei di metterlo sempre soltanto fuori.
Un caso problematico √® quello in cui sia il discorso diretto sia la cornice necessitino di un punto emotivo:¬†non sei stanco di chiedere “Mi ami?”?. Per quanto curiosa, questa forma √® consigliabile perch√© chiarisce tutte le funzioni salienti. Si pu√≤ evitare trasformando il discorso diretto in indiretto:¬†Non sei stanco di chiedermi se ti amo?.
Nel suo esempio 3 si presenta un ulteriore problema: l’interpunzione dell’inciso. In presenza di un inciso ci sono diverse soluzioni possibili; vediamone alcune:¬†
3a.¬†¬ęInteressante argomentazione¬Ľ, disse con tono solenne. ¬ęSono sicuro…¬Ľ;
3b.¬†¬ęInteressante argomentazione – disse con tono solenne -. Sono sicuro…¬Ľ;
3c.¬†¬ęInteressante argomentazione – disse con tono solenne. – Sono sicuro…¬Ľ.
Si noti che la soluzione del suo esempio non √® tra quelle che ho suggerito: ha, infatti, il difetto di non segnalare l’interruzione del periodo tra il primo pezzo di discorso diretto e il secondo. Che il periodo si interrompa √®, del resto, evidente per via della sintassi. Nelle soluzioni proposte, non a caso, √® sempre presente un punto fermo prima del secondo pezzo del discorso diretto.
Una precisazione: i trattini delle proposte 3b e 3c sono da considerarsi lunghi, equivalenti alla sequenza di due trattini corti (–).¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Storia della lingua
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QUESITO:

Si dice appassionarsi a o appassionarsi di?
√ą corretto dire: “Ci pu√≤ portare a trascurare noi stessi e ad appassionarci di cose che non ci riguardano”?¬†¬†
Non si può usare la preposizione a?

 

RISPOSTA:

La preposizione¬†a¬†√® molto pi√Ļ comune, ma¬†di¬†non √® esclusa; per esempio: “Studi√≤ al Liceo classico di Formia e cominci√≤ ad appassionarsi di letteratura” (dalla scheda¬†Pietro Ingrao¬†del Dizionario biografico degli italiani Treccani, 2017). Possibile, ma uscito dall’uso, anche¬†appassionarsi per; per esempio: “Un grande desiderio della cultura […] lo port√≤ ad appassionarsi per le questioni religiose del suo tempo” (dalla scheda¬†Fanino Fanini, sempre dal¬†Dizionario biografico degli italiani Treccani, 1932).
La scelta tra le tre opzioni dipenderà dallo stile personale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Leggo su un giornale a diffusione nazionale, nell’articolo di¬†fondo: “… non prendeteci in giro, che non siamo ragazzini …”. Quel¬†che¬†non dovrebbe essere accentato ed avere quindi valore di¬†perch√©¬†o¬†poich√©? Altrimenti,¬†come definire quel¬†che?

 

RISPOSTA:

Uno dei tratti pi√Ļ caratteristici dell’italiano contemporaneo √® la diffusione nello scritto del¬†che¬†polivalente, ovvero di usi del connettivo¬†che¬†non facilmente inquadrabili nella classificazione grammaticale tradizionale. Si tratta di usi ben noti alla tradizione dell’italiano, ma fino a qualche decennio fa tipici del parlato. Tipici, ma non esclusivi, come dimostrano, per fare un esempio tanto antico quanto illustre, i tanti passi danteschi nei quali la funzione di¬†che¬†√® indecidibile (per una disamina di questi passi si pu√≤ leggere¬†la voce dell’Enciclopedia dantesca dedicata proprio a¬†che). Il pi√Ļ famoso √® probabilmente il verso 3 dell’Inferno: “ch√© la diritta via era smarrita”, che nell’edizione Petrocchi (qui riprodotta) appare come¬†ch√©, ma sul quale ci sono parecchi pareri discordi che vorrebbero la restituzione di¬†che¬†(secondo la lezione di molti codici). Il valore del connettivo nel passo, infatti, pu√≤ s√¨ essere causale, ma non si possono escludere il valore consecutivo (=¬†tanto che la diritta via era smarrita), quello semplicemente aggiuntivo (=¬†e la diritta via era smarrita), quello che alcuni definiscono modale (=¬†in modo tale che / sicch√© la diritta via era smarrita) e addirittura, ma si tratta dell’interpretazione meno accreditata, quello relativo (=¬†nella quale la diritta via era smarrita).¬†Tra gli usi del¬†che¬†polivalente, infatti, rientra anche quello di relativo generico, che pu√≤ sostituire¬†cui¬†e tutti gli altri casi (in cui,¬†per cui¬†ecc.).¬†
Questi usi sono rimasti ai margini della tradizione scritta fino a qualche decennio fa; anche le occorrenze dantesche sono da interpretare come tentativi di imitare il parlato o occasionali abbassamenti di tono. L’avvicinamento relativamente recente tra lo scritto e il parlato ha portato a una sempre maggiore accoglienza di tratti come questo nello scritto, a partire ovviamente da testi di bassa formalit√†¬†(famoso il verso della canzone di Jovanotti¬†perch√© non c’√® niente che ho bisogno) o brillanti, come certi articoli giornalistici di commento. Lo scritto mediamente formale ancora rifiuta questi usi, ma √® possibile che essi si diffondano sempre di pi√Ļ in futuro. Gi√† oggi, per esempio, il¬†che¬†pseudorelativo all’interno della frase scissa (“√ą lui¬†che¬†ho visto”) √® pienamente accettato. Sulla frase scissa, in particolare, si possono leggere diverse risposte nell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Spesso, nei dizionari, taluni termini (solitamente, verbi e aggettivi) sono associati, per cos√¨ dire, a limitazioni d‚Äôuso che ne riducono i contesti di applicazione. Per esemplificare:¬†sardonico¬†(detto di viso o risata),¬†flebile¬†(detto di voce o suono),¬†effluire¬†(detto di gas o liquido). La letteratura (e non solo) ci insegna che ogni sistema linguistico, nel tempo, si √® modificato, allargando tanto la disponibilit√† di vocaboli quanto le accezioni a¬†essi ascrivibili. Mi viene in mente l‚Äôaneddoto legato alla parola¬†bagnasciuga¬†intesa come sinonimo di ‘battigia’¬†o ‘b√†ttima’. Fu Benito Mussolini, se non sbaglio, a impiegarla per la prima volta con questo significato (che, adesso, mi risulta essere il pi√Ļ diffuso, a discapito di quello originario).
Tornando all‚Äôoggetto dell‚Äôinterrogativo, vi domando se in un periodo ‚Äď tendenzialmente fantasioso – quale
 

Vidi quell’uomo misterioso, cupo: il suo approccio sardonico mi inquietava, anche per la circospezione con cui si muoveva nella stanza. Sentii effluire dal mio corpo l’energia che avevo raccolto fino a quel momento: e la gi√† flebile speranza che la situazione potesse volgere a mio favore si esaur√¨ all’istante‚Ķ

i tre termini citati in precedenza (sardonico,¬†flebile,¬†effluire), che si allontanano dalle limitazioni d’uso indicate dai vocabolari, sono inaccettabili se sviluppati in tali accezioni, oppure le costruzioni che determinano possono dirsi corrette, anche in un’ottica metalinguistica, all’interno di uno scritto di stampo narrativo.

 

RISPOSTA:

Il cambiamento semantico¬†delle parole √® un fenomeno tanto ineluttabile quanto imprevedibile. Una delle cause possibili di cambiamento semantico √® la paretimologia, ovvero la convinzione errata dei parlanti che una parola abbia una certa etimologia, da cui derivi un certo significato. Il caso di¬†bagnasciuga¬†si pu√≤ interpretare proprio come un caso di paretimologia. La parola, infatti, sembra perfetta per descrivere la zona¬†in cui la terra incontra il mare, soggetta al continuo andare e venire delle onde. Sappiamo che la parola ha un’origine diversa, perch√© nacque nel Settecento per designare la linea di galleggiamento delle navi, ma¬†ben presto (certamente prima del famoso discorso del bagnasciuga del 1943 di Mussolini)¬†fu usata¬†con il significato ancora oggi corrente.
Un altro principio che muove il cambiamento semantico √® l’assonanza, probabilmente alla base dell’evoluzione di¬†flebile. Originato dal latino FLEBILEM (a sua volta dal verbo FLEO ‘piangere’), ha significato storicamente¬†‘piagnucoloso, lamentoso, che induce al pianto’, ma oggi significa anche ¬†‘debole, leggero, evanescente, appena percepibile’. A mio parere, l’assonanza con¬†fiato¬†e¬†afflato, ma anche con¬†fioco¬†e persino¬†fiore,¬†sfiorare¬†e simili,¬†ha promosso questo spostamento, ulteriormente favorito dalla tipica associazione di questo aggettivo con oggetti effettivamente appena percepibili come¬†il canto degli uccelli.¬† Addirittura, se¬†flebile¬†ancora conserva anche il significato originario, il suo allotropo popolare¬†fievole¬†ha soltanto il significato secondario.¬†
Anche¬†l’uso figurato di un termine ne pu√≤ determinare l’ampliamento semantico, fino a far dimenticare il significato originario. Un caso del genere √® l’aggettivo¬†cattivo, che deriva il suo significato attuale dall’uso figurato nell’espressione¬†captivus diaboli¬†‘prigioniero del diavolo’, diffusosi nella Chiesa delle origini. In latino, infatti, CAPTIVUS significa ‘prigioniero’ (mentre¬†cattivo¬†si dice MALUS o¬†IMPRŇéBUS) e mai sarebbe potuto passare al significato di ‘cattivo’¬†senza il tramite dell’espressione figurata. Un uso figurato √® anche alla base del caso di¬†palinsesto¬†di cui ci¬†siamo occupati¬†nella risposta n. 2800425 dell’archivio di DICO. Qui, addirittura, abbiamo un ampliamento del significato sulla base di un significato gi√† figurato, legato alla programmazione televisiva. Se risaliamo indietro al significato originario del nome¬†palinsesto, infatti, scopriamo che √® ‘antico manoscritto di pergamena, il cui primo testo √® stato¬†raschiato via¬†e sovrascritto’.¬†
Venendo alla sua proposta, nel¬†caso di¬†flebile¬†non ci sono difficolt√†, visto che¬†flebile speranza¬†√® un’espressione gi√† comunissima. Neanche¬†approccio sardonico¬†√® originale. In rete se ne trova qualche decina di esempi, letterari ma anche di contesto medio, come questo: “L’inviato cult¬†Valerio Staffelli, con il suo consueto approccio sardonico e dissacrante, ha consegnato nelle mani del rapper, come da rituale, il famigerato Tapiro d’oro” (ilgiornale.it, 2019).¬†Effluire¬†√® effettivamente usato tipicamente in relazione a gas o liquidi, ma la rappresentazione figurata dell’energia come una sostanza fluida √® piuttosto credibile, tanto da giustificare, sulla scorta del principio dell’uso figurato, questo ampliamento di ambito.
In conclusione, i suoi tre esempi di ampliamento di ambito d’uso lessicale, con conseguente cambiamento del significato, sono perfettamente accettabili, tanto che due su tre sono gi√† usati. Il cambiamento semantico √® davvero tumultuoso, accade sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le seguenti parole usate come sostantivi sono invariabili (cioè hanno la forma plurale e la terminazione non cambia col mutare del numero) o ammettono solo il singolare? Se sono variabili e si usa il plurale, quale terminazione hanno:
domani¬†‘il giorno seguente, il giorno dopo’; ‘il futuro, l’avvenire’;¬†
dopo¬†‘ci√≤ che accadr√† poi; l’avvenire, il futuro’;
eden¬†‘il paradiso terrestre’; luogo o condizione di pace e di felicit√†’;
ginseng¬†‘pianta erbacea perenne della famiglia delle Araliacee’;
io¬†‘la propria persona’;
iris¬†‘giaggiolo’;
mais¬†‘ganturco’;
mammut¬†‘elefante preistorico’;
marcia¬†‘materia purulenta, pus’;
masut,¬†mazut¬†‘residuo della distillazione dei petroli greggi’;
megahertz¬†‘unit√† di misura della frequenza’;
meno ‘la cosa minore, la parte minore; segno di valori negativi e dell’operazione della sottrazione’.
Quale articolo indeterminativo bisogna usare davanti a pneumatico e iota? Nei vari dizionari della lingua italiana ho trovato: non capire un / una iota; non valere uno / una iota; un / uno pneumatico.

 

RISPOSTA:

‚ÄčCome regola generale, i sostantivi che finiscono per consonante sono invariabili (e molto spesso maschili). Quindi¬†un ginseng¬†/¬†molti ginseng,¬†un megahertz¬†/¬†molti megahertz. Questa regola si intreccia con il significato dei sostantivi, che a volte esclude l’uso plurale. Questo √® il caso di¬†eden, che indica un luogo unico, difficilmente immaginabile al plurale.¬†√ą il caso anche di¬†mais, che non √® usato al plurale perch√© indica un prodotto considerato complessivamente (come¬†mais¬†si comportano i sostantivi che indicano sostanze:¬†acqua,¬†sale,¬†mercurio…).
Le parole del suo elenco che non sono sostantivi, ma avverbi (domani,¬†meno,¬†dopo) o¬†pronomi (io), quando sono usati con la funzione di sostantivi non ammettono il plurale, se non in casi molto rari (“I domani di ieri” √® un romanzo di Ali B√©cheur del 2019). In questi casi, comunque, sono invariabili.
Infine, il termine¬†marcia¬†‘pus’ (antiquato e di bassissimo uso) non si usa al plurale perch√© indica una sostanza.
Per quanto riguarda gli articoli da scegliere, il nome¬†pneumatico¬†va considerato come¬†psicologo, quindi¬†uno pneumatico. Negli ultimi decenni si √®, per√≤, diffuso nell’uso¬†un pneumatico, e oggi entrambe le soluzioni sono accettabili (ma¬†uno pneumatico¬†√® pi√Ļ corretta).¬†Iota¬†pu√≤ essere considerato sia maschile sia femminile; inoltre¬†un iota,¬†uno iota,¬†una iota¬†(raro¬†un’iota)¬†sono tutte soluzioni corrette, perch√© il suono [j], corrispondente a una¬†i¬†seguita da una vocale, √® a met√† strada tra una vocale e una consonante.¬†Oggi sono pi√Ļ comuni¬†uno iota¬†e¬†una iota¬†(ma si consideri che questa parola √® rara). Nell’espressione¬†non capire un iota¬†si conserva il modo di scrivere pi√Ļ comune in passato¬†(si pu√≤ comunque dire¬†non capire uno / una iota), visto che l’espressione √® antiquata; oggi si preferisce dire¬†non capire un’acca¬†oppure¬†non capire un tubo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Volevo chiedere se sbaglio omettendo la congiunzione se nel testo della mia poesia che vi riporto qui sotto, oppure se è indifferente:

…√® ricamata col verde, e scintilla
di quelle che all’occhio sembrano gemme
(se) non fosse per la sinfonia di profumi
che orchestrano l’arancio e il limone…

 

RISPOSTA:

L’omissione √® consentita: il congiuntivo preceduto da¬†non¬†veicola sufficientemente il senso dell’eccezione (se non¬†o, qui,¬†se non fosse¬†= ‘tranne che’). L’omissione della congiunzione conferisce al verso una vaghezza che √® stata apprezzata nella lirica tradizionale e oggi √® un tratto di arcaicit√† o aulicit√†:¬†

“E tanto li agradisce il vostro regno /¬†che mai da voi partire non d√©’¬†ello, /¬†non [‘tranne che,¬†a meno che’]¬†fosse¬†da la morte a voi furato” (Bonagiunta Orbicciani,¬†S’eo sono innamorato e duro pene, XIII sec.).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei ricevere, se possibile, alcuni chiarimenti circa i rapporti che il passato prossimo stringe con gli altri tempi verbali.

Primo caso: passato prossimo e trasformazione da discorso diretto a indiretto.

“L‚Äôho visto e gli ho domandato: ‚ÄėCome va?‚Äô”
1a) L’ho visto e gli ho domandato come va. (Accettabile per indicare l’attualità dell’interrogativo.)
1b) L’ho visto e gli ho domandato come vada. (Mantiene l’attualità dell’interrogativo ma ne aumenta la formalità.)
1C) L’ho visto e gli ho domandato come andava. (Costruzione nel rispetto della consecutio.)
1d) L’ho visto e gli ho domandato come andasse. (Consecutio e formalità.)

Nel caso le mie annotazioni siano corrette, mi chiedo se le opzioni 1C e 1D siano applicabili anche in quei contesti in cui, come nelle prime due varianti, si voglia o si debba sottolineare che l‚Äôevento √® ‚Äúpresente‚ÄĚ.
In altre parole, scrivendo o dicendo ‚Äúgli ho domandato come andasse/andava‚ÄĚ si sottintende esclusivamente la contemporaneit√† con l‚Äôazione espressa dalla reggente che, in quanto al passato prossimo, attiene alla sfera del passato, oppure si mantiene comunque un possibile legame con il presente?

Il secondo caso è di simile natura. Mesi addietro lessi su un noto testo grammaticale i seguenti esempi:

“Mi sono raccomandato a Dio che mi soccorra della sua grazia.”

“Cristo mi ha messo in cuore che io vi dica.”

Le costruzioni dimostrano il nesso sintattico e semantico tra passato prossimo e azione presente; ricollegandomi al quesito esposto sopra, mutatis mutandis, vorrei sapere se la sostituzione del congiuntivo presente con il congiuntivo imperfetto cambierebbe tale nesso.

La frase: ‚ÄúCristo mi ha messo in cuore che io vi dicessi‚ÄĚ, ad esempio, escluderebbe la contemporaneit√† tra la subordinata e l‚Äôenunciazione?

Vi ringrazio sinceramente per la vostra disponibilità e per la vostra cordiale attenzione.

Seguo i vostri post su Facebook e sono orgoglioso di promuovere, nel mio piccolo, tra amici, colleghi e familiari, l’attività di DICO.

 

RISPOSTA:

Premetto che tutte le alternative da lei formulate sono valide, in italiano. Facciamo qualche piccola precisazione e distinzione, dunque, soltanto per amore di precisione e di speculazione (nel senso nobile del termine) metalinguistica.
Come giustamente osserva lei, la differenza d‚Äôuso tra indicativo e congiuntivo, nelle completive, √® pi√Ļ che altro una differenza diafasica, cio√® di livello di formalit√†, senza alcun cambiamento di significato. Qualcosa in pi√Ļ si pu√≤ dire sull‚Äôuso del tempo, invece.
¬†‚ÄúL‚Äôho visto e gli ho domandato come va‚ÄĚ e ‚Äúcome vada‚ÄĚ non sono del tutto rispettose della consecutio temporum, perch√©, a rigore, quel che conta, nel discorso indiretto, non √® il momento dell‚Äôenunciazione (essenziale, invece, nel discorso diretto), bens√¨ il rapporto di contemporaneit√†, anteriorit√† o posteriorit√† rispetto al verbo reggente, vale a dire quello che introduce il discorso indiretto (‚Äúho domandato‚ÄĚ). Dunque in questo caso √® come se ci fosse una mescolanza tra due piani deittici (cio√® di riferimento temporale), quello del passato e quello del presente, cio√® quello del discorso indiretto e quello del discorso diretto. Ma, a rigore, la domanda ‚Äúcome va‚ÄĚ si presume sia stata fatta nel passato (quando cio√® ‚Äúgli ho domandato‚ÄĚ), e non nel presente (o meglio, non troppo tempo dopo l‚Äôazione del domandare), e dunque la scelta migliore √® senza dubbio ‚Äúcome andava‚ÄĚ o, pi√Ļ formalmente, ‚Äúcome andasse‚ÄĚ.
Diversi sono gli altri due casi da lei citati, il primo dei quali (“Mi sono raccomandato a Dio che mi soccorra della sua grazia”) attribuibile ad Annibal Caro, cio√® un autore del Cinquecento (e dunque tenga presente che i rapporti di consecutio temporum, almeno fino all‚ÄôOttocento, erano un po‚Äô pi√Ļ elastici di quanto non siano nell‚Äôitaliano odierno, o comunque non del tutto e non sempre assimilabili a esso).
I due esempi da lei citati (“Mi sono raccomandato a Dio che mi soccorra della sua grazia”; “Cristo mi ha messo in cuore che io vi dica”) non sono a rigore esempi di discorso riportato (non sono, infatti, introdotti da un verbo di dire o simili). Inoltre, prima avviene l‚Äôazione di raccomandarsi a Dio, o a Cristo, e poi quella di esser soccorso, o di dire.
Dato che la distanza temporale tra il rivolgersi a Dio ed averne la grazia, e simili, si suppone ben esigua, di fatto l‚Äôuso del presente o dell‚Äôimperfetto cambia davvero poco o nulla, in questo caso, e pertanto direi che sarebbe di identico significato anche: “Mi sono raccomandato a Dio che mi soccorresse della sua grazia” e “Cristo mi ha messo in cuore che io vi dicessi”.
Diverso sarebbe il caso, poniano, di ‚ÄúCristo mi ha detto che io vi dicessi‚ÄĚ, che a quel punto rientrerebbe perfettamente nel discorso riportato, di cui sopra, e che dunque sarebbe senz‚Äôaltro preferibile a: ‚ÄúCristo mi ha detto che io vi dica‚ÄĚ (o, pi√Ļ semplicemente, ‚Äúmi ha detto di dirvi‚ÄĚ), a meno che non si voglia supporre una notevole distanza cronologica tra ‚ÄúCristo mi ha detto‚ÄĚ e il mio ‚Äúdirvi‚ÄĚ.
Come ho già osservato in apertura, si tratta comunque di minuzie, qui sceverate soltanto per amor di precisione e di riflessione metalinguistica.
 
Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi √® capitato di entrare in pi√Ļ palestre della mia¬†citt√† e trovare il termine¬†palinsesto¬†per indicare il programma annuale di tutte le¬†attivit√† di¬†fitness. Vorrei sapere se l’uso √® improprio o no. visto che dovrebbe¬†riferirsi al campo radiotelevisivo.

 

RISPOSTA:

‚ÄčL’uso di una parola tende a cambiare nel tempo, accumulando, talvolta, alcune estensioni semantiche. La parola¬†palinsesto¬†nasce in √†mbito filologico per indicare un manoscritto in cui la scrittura √® stata sovrapposta a un’altra precedente raschiata o cancellata. L’idea di cancellare per sovrascrivere √® connessa ad altri contesti d’uso: come gi√† osservato da lei,¬†palinsesto¬†√® normalmente associato alla sfera radiotelevisiva per indicare lo schema grafico delle trasmissioni previste in programmazione (che vengono modificate di giorno in giorno).¬†√ą del tutto prevedibile, quindi, che la parola sia usata per identificare anche altri tipi di programmi che cambiano molto spesso, come quello¬†di un’attivit√† sportiva; non a caso, il dizionario Zingarelli 2020 attribuisce alla parola anche il significato di ‘programma, catalogo’, senza specificare il contenuto dello stesso.
Raphael Merida

Parole chiave: Storia della lingua
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

L’avverbio di luogo¬†ci¬†sostituisce il luogo. Ad esempio: “- ti trovi¬†bene a Firenze? – S√¨, mi ci trovo bene”.
Coniughiamo le prime tre persone: Io mi ci trovo bene. Tu ti ci trovi bene. Lui / lei ci si trova bene.
Come vede, alla terza persona il¬†ci¬†precede il¬†si, mentre nella prima e seconda¬†persona l’avverbio di luogo √® posto dopo i pronomi.
Possiamo affermare che questo “capovolgimento” √® dovuto ad una questione di natura fonetica?
E ancora: per la prima persona plurale, credo nessuno dica e tanto meno scriva¬†Noi¬†ci ci troviamo bene. Come ovviare? Usare la variante¬†vi¬†al posto di¬†ci, renderebbe¬†la frase ancora pi√Ļ bislacca:¬†Noi vi ci troviamo bene.
E allora? Come sostituire il ci ci?

 

RISPOSTA:

L’inversione dell’ordine dei pronomi (ci¬†√® un pronome, non un avverbio, per quanto abbia la funzione di indicare un luogo) alla terza persona √® dovuta probabilmente alla concorrenza di una struttura simile, che ha avuto il sopravvento. Su¬†lui si ci trova¬†ha influito la forma impersonale del verbo pronominale corrispondente a¬†trovarsi, ovvero¬†trovarci¬†‘riconoscere’,¬†in cui¬†ci¬†fa parte del verbo stesso e¬†si¬†√® il pronome che rende il verbo impersonale. Il fenomeno non riguarda questo verbo in particolare, ma si √® prodotto su tutti i verbi analoghi allo stesso modo:¬†metterci¬†ha influito su¬†mettersi,¬†farci¬†su¬†farsi,¬†vederci¬†su¬†vedersi¬†ecc.
Anche all’infinito √® evitata la forma che dovrebbe essere regolare,¬†trovarsici,¬†in favore di quella analoga ai verbi con¬†ci, quindi¬†trovarcisi.¬†
Tale adattamento √® antico: non ho trovato esempi di¬†si ci¬†in testi letterari pi√Ļ recenti di questo: “Ad alcuni reggenti, in questo primo anno, dispiacque la novit√† per gl’incomodi che s’immaginavano dover soffrire, ma dapoi ben si ci accomodarono” (Pietro Giannone,¬†Vita scritta da lui medesimo, 1740 ca.). Per la verit√†, ho trovato attestazioni anche contemporanee di¬†si ci, in discorsi parlati o scritti trascurati di provenienza siciliana, come questo, tratto da un’intercettazione di due malavitosi della provincia di Palermo: “Allora Vic√®, fagli sapere se lui¬†si ci¬†pu√≤ mettere” (livesicilia.it, 2019), quest’altro, tratto da una dichiarazione del mafioso Giovanni Brusca: “Dopodich√© gli dico: ‘Fagli sapere a Tot√≤ Riina che ho commesso l’omicidio di Vincenzo Milazzo’, perch√© lui¬†si ci¬†vedeva tutti i giorni” (repubblica.it, 2019), o questo, da un blog sportivo catanese: “Lui¬†si ci¬†mette sempre l‚Äôimpegno necessario per se e per la squadra” (ilblogdialessandromagno.it, 2014). Quest’ultimo esempio √® davvero notevole, perch√© il verbo qui usato √®¬†metterci¬†‘impiegare’, non¬†mettersi¬†‘sistemarsi’ (come nell’esempio precedente), quindi¬†si¬†non √® richiesto dalla costruzione, ma √® inserito perch√© lo scrivente si adegua a¬†un modello per lui forte.
Non escludo, quindi, che si ci rimanga ancora oggi come regionalismo popolare siciliano o al massimo meridionale.
Per quanto riguarda la seconda domanda, comunemente si ovvia al problema della ripetizione di¬†ci¬†alla prima plurale con l’eliminazione del¬†ci¬†di luogo (noi ci troviamo bene). Se √® necessario sottolineare il luogo, √® possibile trasformare il secondo¬†ci¬†in¬†l√¨¬†/¬†l√†, che va anteposto o posposto:¬†noi l√¨ /¬†l√†¬†ci troviamo bene, o¬†noi ci troviamo bene l√¨¬†/¬†l√†.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Leggevo in un giornale: “√® anni che il marito la tradisce”.¬†E’ accettabile, oppure √® corretto scrivere solamente: “sono anni che il marito…”

 

RISPOSTA:

Il costrutto da Lei segnalato ‚Äú√® anni che‚ÄĚ √® detto, in linguistica,¬†frase scissa, ed √® molto frequente (almeno a partire dal Settecento) e molto studiato. Serve a dare maggiore rilievo, a mettere in evidenza, a focalizzare, la parte dell‚Äôenunciato subito dopo il verbo¬†essere. Bench√© si possa trovare in ogni tipo di lingua, √® chiaro che, al pari degli altri costrutti di sintassi marcata, la frase scissa sia pi√Ļ frequente, e appropriata, in quei tipi di testo in cui sale l‚Äôesigenza di coinvolgere l‚Äôattenzione dell‚Äôinterlocutore, o anche in quelli in cui √® necessario ripristinare la coesione riagganciandosi a quanto gi√† detto. Pertanto, il regno delle frasi scisse saranno, per esempio, i testi giornalistici e anche alcuni tipi di testo pi√Ļ informali, pi√Ļ vicini alla mimesi del parlato. Ma, a differenza di altri costrutti marcati (come le dislocazioni a destra o gli anacoluti), le frasi scisse si trovano anche in testi letterari e molto formali, proprio come tecnica di coesione e di focalizzazione. Proprio perch√© il verbo¬†essere¬†e il¬†che¬†sono, per dir cos√¨, abbastanza desemantizzati e grammaticalizzati, cio√® utili al fenomeno della focalizzazione (si tratta infatti di un¬†che¬†pseudorealtivo, e non relativo puro, come dimostra l‚Äôimpossibile sostituzione con¬†il quale), non √® infrequente, nell‚Äôitaliano di ieri e di oggi, incontrare l‚Äôaccordo di¬†√®¬†singolare con un soggetto plurale, perch√©, come ripeto, il verbo serve qui a introdurre qualcosa da focalizzare (focus), indipendentemente dal suo ruolo sintattico. Per es., nelle quattrocentesche lettere di Alessandra Macinghi Strozzi (nel CD della Biblioteca italiana Zanichelli) leggo: ‚Äúma egli √® anni che tu cominciasti a fare delle cose non ben fatte‚ÄĚ. √ą chiaro che la forma senza accordo (‚Äú√® anni che‚ÄĚ) sia da intendersi come la soluzione meno formale, meno adatta a un testo scritto ufficiale, ma comunque possibile e non scorretta¬†tout court.
Ci√≤ detto, possiamo provare a istituire una sorta di scala di formalit√†, dal pi√Ļ al meno formale, per esprimere un concetto analogo:
1. il marito la tradisce da anni
2. sono anni che il marito la tradisce
3. √® anni (o anche ‚Äú√® da anni‚ÄĚ) che il marito la tradisce.
Aggiungo in coda che recentemente m‚Äô√® capitato di studiare un fenomeno analogo, sempre sul terreno del labile accordo nelle frasi scisse. Il verso, splendido, √® nella conclusione del Falstaff di Verdi/Boito: ‚ÄúSon io che vi fa scaltri‚ÄĚ. In questo caso ci si aspetterebbe l‚Äôaccordo ‚Äúfaccio‚ÄĚ, ma proprio la natura della focalizzazione pseudorelativa consente di considerare quel¬†che¬†come una ripresa neutra, svincolata da quanto riprende. In verit√†, il discorso sarebbe ben pi√Ļ complesso, ma questa √® un‚Äôaltra storia.
 
Fabio Rossi

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QUESITO:

√ą possibile utilizzare il termine¬†¬†discorsivo nell’ambito di un attivit√† dove la percezione del tempo risulta discorsiva( nel senso di scorrevole)? esempio: una coda discorsiva.

 

RISPOSTA:

Nell‚Äôitaliano antico, il termine¬†discorso¬†(da¬†dis-correre, cio√® ‚Äėcorrere qua e l√†, muoversi, spostarsi‚Äô e simili) aveva una quantit√† di significati anche non legati al parlare, cio√® al significato moderno, bens√¨ agli spostamenti nel tempo e nello spazio. Pertanto, erano possibili espressioni quali ‚Äúin discorso di tempo‚ÄĚ, cio√® ‚Äėcon il passar del tempo‚Äô; ‚Äúin discorso d‚Äôanni‚ÄĚ (Ariosto) ecc. (citazioni tratte dal Battaglia,¬†Grande dizionario della lingua italiana, Garzanti).
L‚Äôaggettivo¬†discorsivo, che √® termine un po‚Äô meno antico, √® pi√Ļ legato al discorso come lo intendiamo noi, per cui i riferimenti all‚Äôetimo originario dello spostarsi nel tempo o nello spazio sono pi√Ļ difficili, ma comunque sempre possibili, a patto di evitare le ambiguit√†. In assenza di un contesto maggiore, per esempio, io non potrei che interpretare il suo¬†coda discorsiva¬†come ‚Äėfine di un discorso, in coda a un discorso‚Äô. Ma, come ripeto, nulla vieta, magari per amor d‚Äôarcaismo e di significati peregrini, di intenderlo, nel dovuto contesto, come ‚Äėla fine dello scorrere del tempo‚Äô e simili.
 
Fabio Rossi

Parole chiave: Storia della lingua
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QUESITO:

Avrei una curiosit√†: quindi utilizzando “di quanto sia bravo”, se inseriamo
anche (non) il significato non cambia? √ą solo un abbellimento stilistico o
una ridondanza?

 

RISPOSTA:

Sostanzialmente sì, non cambia nulla. Non sto qui a farle un intricato discorso sulle ragioni, ma è come se confliggessero due punti di vista: 
Sei furbo, non sei bravo
Sei furbo ma sei anche bravo
Sei pi√Ļ furbo di quanto tu sia bravo
Sei pi√Ļ furbo di quanto tu non sia bravo
Il “non” √® ininfluente ai fini del significato dell’enunciato. Per quanto possa sembrare controintuitivo, talora il “non” √® usato, nella storia dell’italiano, in modo del tutto contrario alle attese. Per esempio, sulla stregua del latino TIMEO NE per indicare “temo che qualcosa accada”, nell’italiano antico era possibile dire e scrivere una frase come la seguente: “temo che non mi veda” per intendere, invece “temo che mi veda”. La spiegazione risiede nel fatto che √® come se si costruisse un discorso diretto approssimativamente come il conseguente: “ho un timore ed √® questo: (voglio) che NON mi veda!”, cio√® “non voglio che mi veda”, e dunque: “ho paura che mi veda”. Qualcosa di analogo √® successo con i secondi termini di paragone, in cui il “non” passa dal contrasto con il primo termine (A, NON B), alla sfumatura di gradazione (A, meglio di B).
Un altro esempio analogo √®: “Meglio passare l’estate in Sicilia che in Piemonte”, del tutto identico a “che non in Piemonte”. In questi casi, la negazione √® del tutto ininfluente.
Talora le lingue hanno loro percorsi di coerenza interna, anche semantica, diversi dall’usuale o dal senso comune.

Fabio Rossi

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QUESITO:
So che in italiano le singole lettere vengono pronunciate come quando si dice l’alfabeto: la b¬†(‘bi’), la¬†c¬†(‘ci’), la¬†f¬†(‘effe’). In alcuni casi ho dei dubbi: la¬†c¬†si¬†pronuncia ‘c’; ma non dovrebbe essere accompagnata dalla¬†i?. La pronuncia alfabetica¬†riguarda anche i digrammi e trigrammi: la¬†gl¬†(‘gi elle’), la¬†gn¬†(‘gi enne’), la¬†ch¬†(‘ci¬†acca’), la¬†gli¬†(‘gi elle i’). Come mai anche i digrammi si pronunciano separatamente?

 

RISPOSTA:

‚ÄčIl concetto di¬†lettera¬†√® ambiguo, perch√© pu√≤ riferirsi a un oggetto fonetico, il fonema, e a uno grafico, il grafema. Ricordiamo che le lingue nascono parlate, quindi sono composte prima di tutto dai fonemi, i suoni che i parlanti di una determinata lingua riconoscono come distinti e autonomi. I grafemi sono tentativi di “tradurre” i suoni in segni grafici, per dare un corpo visibile ai suoni, in modo da poterli scrivere.¬†
L’alfabeto di una lingua √® fatto di grafemi, che sono tipicamente in numero minore rispetto ai fonemi propri di quella lingua. Questo avviene perch√© alcuni grafemi sono usati per rappresentare pi√Ļ di un fonema (ad esempio in italiano¬†c¬†rappresenta¬†sia il fonema / ß/, come in¬†cena,¬†sia il fonema /k/, come in¬†cane) e alcuni fonemi mancano del tutto (ad esempio in italiano /…≤/ di¬†gnocco¬†non √® rappresentato nell’alfabeto, ma √® rappresentato dal digramma¬†gn). Si noti che lo stesso fonema pu√≤ essere rappresentato in modo diverso negli alfabeti di lingue diverse: √® il caso, per esempio, proprio di /…≤/, che in spagnolo √® presente nell’alfabeto con il segno¬†√Ī.
Una volta creato l’alfabeto, i grafemi divengono nomi comuni, quindi si pone il problema del genere da attribuire loro. Alcuni sono stati nella storia stabilmente femminili, perch√© terminanti per¬†-a:¬†a,¬†zeta,¬†acca; gli altri hanno sempre oscillato tra il maschile e il femminile fino a pochi decenni fa (si pensi all’espressione idiomatica¬†mettere i puntini sulle i, nota anche nella variante¬†mettere i puntini sugli i), per fissarsi generalmente sul femminile negli ultimi tempi (ma in realt√† ancora oggi sono accettabili entrambi i generi, e le lettere dell’alfabeto greco sono considerate maschili). Tale oscillazione √® dovuta alla possibilit√† di sottintendere, accanto al nome del grafema, tanto¬†segno¬†quanto, appunto,¬†lettera.
L’alfabeto, dunque, √® una costruzione altamente convenzionale, soggetta a molte spinte analogiche. Non devono stupire, pertanto, alcune incongruenze al suo interno, come la mancanza di alcuni suoni, la confusione di pi√Ļ suoni in un solo segno, e persino la mancanza di alcuni segni che pure si usano nella lingua (nell’alfabeto italiano, per esempio, mancano¬†j,¬†k,¬†x,¬†y,¬†w).¬†¬†
Per quanto riguarda la pronuncia dei nomi dei grafemi, le consonanti necessitano di una vocale di appoggio, visto che, come √® noto, le consonanti “suonano”, cio√® producono un suono, solamente quando sono accompagnate da una vocale. La vocale di appoggio nella storia dell’italiano √® stata inizialmente la¬†e, ma poi i parlanti hanno preferito la¬†i¬†(probabilmente perch√© √® la vocale percepita come la pi√Ļ debole). Ci sono alcune eccezioni, dovute all’intento di evitare potenziali confusioni:¬†effe,¬†emme,¬†enne¬†per esempio, non sono¬†fi,¬†mi,¬†ni¬†per evitare la confusione con le omonime lettere dell’alfabeto greco. Questo, per√≤, non ha indotto a cambiare il nome della¬†p¬†(identico al¬†pi greco)¬†in *eppe.¬†Acca¬†ha un’etimologia incerta,¬†elle¬†e¬†esse¬†servono a evitare la confusione con¬†li¬†e¬†si,¬†erre¬†probabilmente √® nato per evitare un nesso difficile da pronunciare:¬†il ri.¬†
‚ÄčDovendo scrivere il nome di una consonante, si pu√≤ scegliere se riportare il singolo grafema, ad esempio¬†p, oppure rappresentare fedelmente la pronuncia, segnando anche la vocale di appoggio, ad esempio¬†pi. Tradizionalmente, per√≤, questo secondo modo √® riservato alle lettere dell’alfabeto greco, per distinguerle dai grafemi latini, che si scrivono da soli.
I digrammi si possono pronunciare riportando la rappresentazione grafica al fonema corrispondente, oppure scandendo le componenti grafiche separatamente. La prima soluzione ha il difetto di risultare molto artificiosa, perch√© bisogna evitare di pronunciare la vocale di appoggio, altrimenti si crea un trigramma. Siccome questo √® impossibile, si deve optare per la sostituzione della¬†i¬†con la vocale […ô], detta¬†schwa, inesistente nel repertorio dell’italiano standard (ma esistente in molti dialetti). I trigrammi¬†gli¬†e¬†sci¬†sono pi√Ļ facili da pronunciare foneticamente, perch√© contengono la vocale¬†i¬†alla fine.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Storia della lingua
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

√ą notorio che¬†con i verbi modali, accompagnati da¬†essere¬†o¬†avere,¬†si debba utilizzare l’ausiliare che si concilia con l’infinito. Faccio un esempio: “Ho¬†voluto mangiare da solo”. In effetti si dice¬†ho mangiato. Ancora: “Sono dovuto¬†partire improvvisamente”, in effetti si dice¬†sono partito¬†e non¬†ho partito.¬†Ci sono per√≤ alcuni casi in cui sorge qualche dubbio. Esempio: “Non¬†ho voluto venire con voi”. In questo caso, secondo me,¬†non ho voluto¬†√® accettabile¬†in quanto denota meglio la mia ferma volonta di non venire. Certo, si pu√≤ anche dire “Non sono voluto venire con voi”, e forse √® pi√Ļ corretto, ma reputo¬†non ho voluto¬†quasi pi√Ļ efficace.

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa scelta dell’ausiliare con i verbi modali √® meno rigida di quanto lei creda. Se non ci sono dubbi su¬†avere¬†con i verbi transitivi (nessun parlante nativo direbbe mai¬†*sono¬†voluto fare), con i verbi intransitivi¬†l’oscillazione tra¬†essere¬†e¬†avere¬†√® un fatto antico e ben radicato anche in letteratura. Ecco alcuni esempi di¬†avere¬†+ modale + infinito di verbo intransitivo:¬†
 

“Come se i popoli che si ritruovaron le lingue¬†avessero¬†prima¬†dovuto andare¬†a scuola d’Aristotile, coi cui princ√¨pi ne hanno amendue ragionato!” (Giovan Battista Vico,¬†Principi di scienza nuova, 1744);

“Guarda dal parapetto del pulpito, e vede, cosa strana! nella chiesa, la quale prima era cos√¨ zeppa di gente, che una presa di tabacco – diceva Giovanni tabaccone – non¬†avrebbe potuto cadere¬†in terra” (Arrigo Boito,¬†Il demonio muto, 1883);¬†

“Egli¬†avrebbe voluto alzarsi¬†e¬†camminare¬†nel gabinetto, per vincere l’emozione che gli cresceva nel cuore, ma si accorgeva che la fanciulla non aveva ancora finito” (Alfredo Oriani,¬†La disfatta, 1896).

“Ma¬†avrebbero potuto andare¬†avanti e indietro senza timore di svegliarli, scavalcandoli tutti, tanto dormivano in pace” (Elio Vittorini,¬†Le donne di Messina, 1949).

La ragione dell’oscillazione non √® di natura espressiva, come sospetta lei per il suo esempio, ma dipende dalla costruzione sintagmatica verbo modale + infinito, che √® molto solidale, tanto che il modale pu√≤ essere percepito come autonomo rispetto all’infinito, ma anche come un tutt’uno con l’infinito. Nel primo caso, l’ausiliare √® selezionato¬†dal modale, che formalmente √® il verbo con il quale l’ausiliare entra in composizione (ho dovuto¬†|¬†andare); nel secondo caso, l’ausiliare √® selezionato dal verbo all’infinito (sono dovuto¬†andare). Questo spiega anche perch√© non ci sia la stessa oscillazione con i verbi transitivi:¬†ho dovuto | fare¬†=¬†ho dovuto fare.¬†
Attenzione: il verbo¬†essere¬†preferisce l’ausiliare¬†avere¬†a¬†essere. L’autorevolissima¬†Grammatica italiana¬†di¬†Luca Serianni (UTET, 1988), anzi, la considera l’unica scelta corretta. Io non sarei cos√¨ drastico, e mi limiterei a considerare¬†essere¬†+ modale +¬†essere¬†una scelta trascurata, ma pur sempre ammissibile in contesti informali (non credo che molti parlanti sarebbero disturbati da frasi come “Nonostante la malattia, lo zio¬†√® voluto essere¬†presente alla laurea della nipote”). In ogni caso, bisogna rilevare che¬†l’uso vivo propende decisamente per¬†avere¬†+ modale +¬†essere: la ricerca di¬†sarebbe potuto essere¬†nell’archivio di Repubblica per l’anno 2019¬†restituisce appena 15 attestazioni, a fronte di 99 per¬†avrebbe potuto essere.¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi son venuti dei dubbi leggendo un libro di esercizi. Leggo:
1. Tradurre dall’italiano al tedesco.
2. Tradurre Platone in italiano.
3. Tradurre le parole nella tua lingua.

A me sembrano la stessa struttura: “tradurre a una lingua”. Ma perch√© si usa una¬†volta¬†a¬†e altre volte¬†in? O sono intercambiabili?

 

RISPOSTA:

L’uso delle preposizioni √® legato a fattori solo in parte logici. A volte a pesare √® la storia della lingua o anche altre ragioni difficili da riconoscere. Si pensi, per fare un esempio tra mille, alla preposizione di, che √® richiesta tanto da un aggettivo come¬†degno¬†(“Degno di lode”) quanto dal secondo termine di paragone (“Meglio di niente”), pu√≤ esprimere provenienza se segue il verbo¬†essere¬†(“Sono di Atene” = “Vengo da Atene”), ma anche un certo momento della giornata in alcune espressioni (“Ci vediamo di pomeriggio”).
Il verbo¬†tradurre¬†regge di norma la preposizione¬†in, come dimostrano le sue frasi 2 e 3. L’assenza dell’articolo nella 2 √® dovuta alla idiomaticit√† dell’espressione¬†in italiano¬†(che si comporta come¬†in¬†casa,¬†in banca,¬†in classe…). Nella frase 1, la presenza della lingua di provenienza, introdotta dalla preposizione¬†da, configura l’azione del¬†tradurre¬†come uno spostamento fisico di un corpo da un luogo a un altro: questo favorisce l’uso, altrimenti sbagliato (non si pu√≤ *”tradurre a una lingua”) della preposizione¬†a. Rimane comunque possibile usare¬†in¬†anche quando sia esplicitata la lingua da cui si traduce: “Tradurre dall’italiano in tedesco” √® corretto, sebbene meno comune.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO: 

√ą¬†corretta la frase “Incontro persone che so aver opinioni diverse dalle mie”,¬†con l’infinito alla latina anzich√© la forma esplicita con l’indicativo?
Penso di no, ma non ne sono certissimo, perché il soggetto della completiva dovrebbe coincidere di norma con il soggetto della reggente. Forse i toscani usano questo costrutto arcaico. 

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa costruzione della frase √® corretta e ancora a suo agio nell’italiano contemporaneo, anche di media formalit√†, senza coloriture regionali; ho trovato, per esempio,¬†un costrutto simile in un account Facebook: “Come faccio a segnalare una persona che so avere un profilo falso ma mi ha bloccato?”. A darle la sensazione di arcaicit√† √® forse l’apocope di¬†aver, che suona un po’ letteraria, sebbene sia anch’essa piuttosto comune.
Ha ragione a ricordare la norma della conservazione del soggetto per l’infinito. Questa, per√≤, non √® assoluta e, in questo caso, viene infranta con buone ragioni (nonch√© sulla base di un modello molto antico). La costruzione sintattica superficiale della frase nasconde una costruzione logica bimembre: da una parte “Incontro persone”, dall’altra “so che queste persone hanno opinioni diverse dalle mie”. Il pronome relativo consente di fondere le due costruzioni logicamente autonome in modi diversi, per esempio cos√¨: “So che le persone che incontro hanno opinioni diverse dalle mie”. Se, per√≤, per ragioni informative, vogliamo isolare a sinistra della frase “Incontro persone”, si¬†crea un corto circuito tra la sintassi e la logica, perch√© la proposizione dipendente dal verbo¬†sapere¬†√® a met√† strada tra una oggettiva e una relativa. Nella frase¬†“Incontro persone che¬†so che hanno opinioni diverse dalle mie”, cio√®, il parlante rimane incerto se interpretare “che hanno opinioni diverse dalle mie” come una relativa dipendente da “Incontro persone” (come se “che so” fosse, in realt√†, una incidentale tipo ” – e lo so -“) o come una oggettiva dipendente da “che so”. La¬†costruzione con l’infinito elimina la difficolt√†.
Si noti, a questo proposito, che il soggetto dell’infinito in quest’ultima costruzione non pu√≤ che essere l’oggetto del verbo della reggente. Se il soggetto fosse lo stesso della reggente¬†sarebbe richiesta la preposizione introduttiva¬†di: “So di aver opinioni diverse”; nel caso specifico, per√≤, il risultato sarebbe incoerente, visto che la frase completa diverrebbe *”Incontro persone che¬†so di aver opinioni diverse dalle mie”.
Avvicinerei questo caso agli altri comunemente considerati le eccezioni pi√Ļ evidenti alla norma dell’identit√† del soggetto tra la reggente e la subordinata implicita, le frasi con un verbo di comando o licenza e quelle con un verbo di percezione¬†nella reggente, nelle quali il soggetto della oggettiva √® senz’altro l’oggetto (diretto o indiretto) del verbo della reggente, non il soggetto: “Ti ordino / permetto di fare √¨ compiti” = “Ordino / permetto che tu faccia i compiti”; “Ti ho visto uscire” = “Ho visto che tu uscivi / sei uscito”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Riflettevo nei giorni scorsi circa l’esistenza in italiano del verbo riflessivo¬†masterizzarsi¬†per indicare il conseguimento del titolo di master universitario.¬†Una frase esemplificativa a riguardo potrebbe essere la seguente: “Mi sono masterizzata l’anno scorso all’Universit√† di Trento”.

 

RISPOSTA:

Il pronome di cortesia si distingue solamente al singolare, ed è sempre lei (terza persona). Ad esso corrispondono le particelle pronominali la per il complemento oggetto e le per il complemento di termine.
Esempi: “Sa che le [complemento di termine] dico? Lei [soggetto] √® proprio una brava persona”; “Ho chiamato lei [complemento oggetto] per avere un aiuto”; “La ho (l’ho) [complemento oggetto] chiamata per avere un aiuto”; “Voglio regalare a lei [complemento di termine] questa penna”; “Le [complemento di termine] voglio regalare questa penna”.
Si noti che¬†lei¬†come pronome di cortesia si concorda al femminile se si riferisce a una donna, al maschile se si riferisce a un uomo: “Le¬†dispiace essere pi√Ļ¬†chiara,¬†signora¬†Bianchi?”; “Le¬†dispiace essere pi√Ļ¬†chiaro,¬†signor¬†Bianchi?”.
Al plurale, il pronome di cortesia coincide con il pronome¬†voi.¬†In alcune regioni d’Italia, soprattutto al Sud,¬†voi¬†si usa anche per il singolare: “Posso parlarvi,¬†signor¬†Bianchi?”.
Fino a qualche decennio fa, e ancora oggi in un registro estremamente formale, era ed √® possibile usare, come pronome di cortesia per il plurale, il pronome¬†loro: “(Loro) non abbiano timore: siano certi che fugher√≤ i loro dubbi”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Qual √® l’accordo corretto del participio passato?

 

RISPOSTA:

Il participio passato dei tempi composti dei verbi transitivi pu√≤ essere invariabile (“Ho stretto¬†la mano¬†della regina”) oppure concordare con il complemento oggetto (“Ho¬†stretta¬†la mano¬†della regina”). La variante concordata √® oggi rara ed √® percepita come arcaica o letteraria. Se, per√≤, il complemento oggetto √® costruito con una particella pronominale (che precede il verbo), l’accordo con il participio passato diviene obbligatorio: “C’√® Lucia,¬†l’hai¬†vista?”, “Se non¬†li¬†hai mai¬†incontrati, ti presento i miei fratelli” e simili.
Con i verbi intransitivi la concordanza del participio passato con il complemento oggetto non √® possibile, semplicemente perch√© questi verbi non reggono il complemento oggetto. Bisogna, per√≤, distinguere tra i verbi intransitivi che hanno l’ausiliare¬†essere¬†e quelli che hanno l’ausiliare¬†avere: i primi prevedono la concordanza del participio passato con il soggetto (“I miei fratelli¬†sono¬†arrivati¬†ieri”); i secondi hanno sempre il participio passato invariabile, come nel suo esempio con¬†credere¬†(“Ho¬†creduto¬†alle tue parole“, ma anche, per aggiungere un ulteriore esempio, “I miei fratelli¬†hanno¬†lavorato¬†tutta la vita”). Nel caso di un verbo che ammetta la doppia costruzione, transitiva e intransitiva, il participio sar√† invariabile, o concordato con il soggetto, nella costruzione intransitiva, invariabile o concordato con il complemento oggetto nella costruzione transitiva.¬†√ą il caso proprio di¬†credere: “Non ho¬†creduto¬†alle sue parole“, ma “Ho¬†creduto¬†/¬†credute¬†fin da subito vere¬†le sue parole“; e, sul versante dei verbi con ausiliare¬†essere, di¬†correre: “I miei fratelli¬†sono¬†corsi¬†ad aiutarmi”, ma “I miei fratelli¬†hanno¬†corso¬†/¬†corsi¬†molti rischi“. In questi casi, comunque, la forma concordata con il complemento oggetto (“Hanno corsi molti rischi”), possibile in astratto, √® ancora meno comune e da considerare obsoleta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Sto preparando un breve articolo per la rubrica di cultura locale di UniversoMe (il giornale gestito dagli studenti dell’Università) riguardo al ruolo di Messina nella storia della lingua italiana. Pensavo di trattare degli scrittori nati a Messina legati alla scuola siciliana e accennare al periodo messinese di Pietro Bembo. Altri suggerimenti? Grazie.

 

RISPOSTA:

Oltre ai riferimenti da lei ricordati, le suggerisco di nominare l’ignoto autore nascosto sotto lo pseudonimo Partenio Zanclaio che pubblic√≤ nel 1647 il poemetto¬†Cittadinus maccaronice metrificatus, un galateo in latino maccheronico con inserti in dialetto messinese, in napoletano, in italiano e in spagnolo. Inoltre grande importanza per la storia della lingua italiana a Messina riveste¬†l’accademico dei Pericolanti settecentesco Pippo Romeo, che in una sua cicalata, intitolata¬†I pregi dell’ignoranza¬†(1800), simula questo dialogo con un amico, che difende il dialetto contro la “moda” di parlare italiano:

– Romeo) Chiunque ha fior di senno, ed √® di mente sana…
– Amico) E in quale lingua reciti?
– In lingua italiana…
– Eccu lu primu erruri supra cui ti piscu;
Rispunnimi: in Girmania, si predica un tidiscu
a tutti ddi mustazzi in lingua missinisa,
tu non lu chiami pacciu? E non saria un’offisa,
anzi un insultu massimu a tutta la nazioni,
quannu la propria lingua pi’ un’estira pusponi?
[…]
РMa non è tanta oscura
la lingua italiana: non si può diri estrania;
cc’√® differenza massima chidda di la Girmania…

Infine una menzione merita Stefano D’Arrigo, nato ad Al√¨ Terme e autore di¬†Horcynus Orca, romanzo scritto in una lingua che sfrutta materiale dialettale all’interno di un italiano¬†personalissimo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Su un testo di Mengaldo trovo l’aggettivo “stupendissimo” e la¬†parola sconcordanza, che sembra proprio cacofonica. Ma √® lecito usare questi¬†termini? Grazie

 

RISPOSTA:

Per essere lecito √® lecito, per entrambi. Le ragioni foniche (cacofonia) non sono mai un valido motivo per giustificare la possibilit√† d’uso delle parole, se dal piano del gusto personale (dove ognuno √® liberissimo di preferire le parole che crede, sempre che esistano) si passa a quello della grammatica e dell’uso comune. Vediamone dunque altre ragioni, di due tipi: storiche e grammaticali.

1a) Dal punto di visto storico, stupendissimo √® attestato, e anche recentemente: quindi √® possibile. Del resto, anche l’etimologia lo consente: stupendo vuol dire ‘che suscita stupore’ e, dunque, qualcosa che suscita molto stupore pu√≤ ben essere definito stupendissimo.

2a) Dal punto di vista della grammatica attuale, in effetti stupendo √® avvertito gi√† come una sorta di superlativo di bello e pertanto stupendissimo stride un po’ (come se dicessimo bellissimissimo, questo s√¨ scorretto). Morale: si pu√≤ usare, ma io lo eviterei, con buona pace di Mengaldo.

1b) Sconcordanza esiste (anche nei vocabolari attuali) ed esisteva, dunque può essere usato.

2b) Grammaticalmente, √® ben formato, cio√® con la s- privativa. Tuttavia, dato che √® molto pi√Ļ frequente discordanza, √® una sorta di doppione meno comune. Morale:si pu√≤ usare, ma io lo eviterei, con buona pace di Mengaldo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Storia della lingua
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Se mi trovo dinanzi un edificio pubblico o privato √® pi√Ļ corretto dire¬†al¬†o¬†il? Es. “Mi trovo¬†dinanzi al¬†o¬†il¬†museo”?

 

RISPOSTA:

La forma pi√Ļ comune √® dinanzi a (al pari di davanti a ); l’uso senza a, attestato nella storia della lingua italiana, non √® escluso, ma √® da giudicarsi ormai antiquato (al pari di davanti senza a ).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho una domanda di tipo semantico: l’avverbio¬†spesso¬†√® di tempo e corrisponde a¬†frequentemente. Secondo Voi, √® corretto scrivere: “La gente spesso non ha denti”?
Se la frequenza è una fatto temporale, la gente (nome collettivo), non può avere i denti qualche volta sì e qualche volta no.

 

RISPOSTA:

Quella che a lei sembra una stranezza si pu√≤ spiegare sulla base della comune concezione semplificata del tempo come di un contenitore che si riempie e si svuota. Questa concezione porta alla associazione tra¬†numerosit√†, quantit√† della massa e ricorsivit√†: c’√® una stretta relazione, cio√®, tra il numero di individui che compie un’azione o si trova in uno stato, la grandezza di un fenomeno e la probabilit√† che l’azione, lo stato o il fenomeno si presentino nel tempo (cio√® “riempiano il tempo”). Del resto, l’aggettivo italiano¬†spesso¬†‘dotato di un certo spessore’ e l’avverbio¬†spesso¬†‘molte volte’ continuano¬†l’aggettivo latino¬†spissus¬†‘folto, affollato’; come si vede, quindi, numerosit√†, massa e ricorsivit√† sono concettualmente prossime, tanto da essere difficilmente distinguibili.
Si aggiunga che l’aggettivo¬†frequente¬†in latino (frequens) e in italiano antico significava anche ‘affollato’ (oltre che ‘solito, frequente’: “Questo sicuro e gaudioso regno, / frequente in gente antica e in novella, / viso e amore avea tutto ad un segno” (Paradiso, XXXI, 25-27). Ancora oggi, in italiano, il verbo¬†frequentare, pur derivando da¬†frequente,¬†mantiene l’ambiguit√† concettuale di fondo: “Quel locale non lo frequenta nessuno” significa ‘nessuno affolla quel locale’.
Il suo esempio, sulla base di questa concezione comune, rispecchiata implicitamente nella lingua, √® sensato: “la gente spesso non ha denti” equivale a “molta gente non ha denti”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Per indicare una situazione particolarmente affollata si dice “c’√® gente a flotte” o “…a frotte?” C’√® una connessione con la¬†flotta¬†navale?

 

RISPOSTA:

I termini flotta¬†e¬†frotta¬†hanno significati diversi: il primo indica un insieme di navi, militari, mercantili o da trasporto, e, pi√Ļ recentemente, anche un insieme di aerei: “Alitalia vanta una delle flotte pi√Ļ moderne ed efficienti al mondo” dichiara il sito ufficiale della compagnia. Il secondo designa un gruppo di persone, o, estensivamente, di animali, soprattutto numeroso e disordinato (e si usa nell’espressione¬†a frotte¬†‘in gran numero’).
Di l√† dalla differenza di significato,¬†flotta¬†e¬†frotta¬†sono geneticamente imparentati, perch√© hanno una base comune, il francese¬†flotte. A sua volta, la parola francese √® di derivazione latina: ha a che fare con il verbo¬†fluo¬†‘scorrere’ e con il nome¬†fluctum¬†‘onda, corrente’.¬†Flotte¬†√® entrato in italiano come¬†frotta,¬†con il significato di ‘gran numero’, gi√† nel Trecento¬†(frotta¬†√®, quindi, pi√Ļ antico di¬†flotta): per fare qualche esempio, Giovanni Boccaccio, nel¬†Ninfale fiesolano,¬†parla di “frotta delle ninfe” e Fazio degli Uberti, nel¬†Dittamondo, scrive “Quegli uccelli, che volavano, a frotte / sentito avresti cadere tra’ piedi”.
La trasformazione della¬†l¬†di¬†flotte¬†nella¬†r¬†di¬†frotta¬†√® dovuta al fenomeno della dissimilazione: in italiano ci sono poche parole che iniziano per¬†fl-, perch√© fino all’XI secolo il nesso¬†fl-¬†era trasformato sistematicamente in¬†fi-¬†(florem¬†>¬†fiore,¬†fabulam¬†>¬†*flaba¬†>¬†fiaba, persino lo stesso¬†fluctum¬†>¬†fiotto). Le parole che hanno¬†fl-¬†sono latinismi o prestiti pi√Ļ moderni da altre lingue,¬†flutto,¬†floreale,¬†flagranza¬†ecc. Nel Trecento, quindi,¬†flotta¬†doveva sembrare sbagliato (si poteva pensare che la¬†l¬†fosse stata inserita per sbaglio per influenza dell’articolo nella sequenza¬†la flotta)¬†e per questo¬†i parlanti alla lunga l’hanno modificato in¬†frotta. Del resto, come testimonia il suo dubbio, si fa presto a confondere¬†flotta¬†e¬†frotta.
Flotta¬†√® entrato di nuovo in italiano nel Cinquecento, indipendentemente da¬†frotta, per definire un insieme di navi: Giovan Battista Ramusio scrive, a met√† Cinquecento, in un’opera che √® tutto un programma,¬†Navigazioni portoghesi verso le Indie orientali:¬†“alli 28 del detto mese partimmo de l√¨ tutta la flotta con vento calma”. Da allora non ha mai smesso di riferirsi alle navi, che vanno per mare o per aria.
Fabio Ruggiano

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