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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una discussione, un mio caro amico mi indica che Рa suo dire Рtaciamo è una possibile versione alternativa, ma corretta, di tacciamo.
Ogni riferimento che ho trovato sembra smentirlo. Tuttavia, a sostegno della sua ipotesi mi segnala una pagina di Wikipedia. In effetti la voce taciamo è riportata, anche se priva della relativa pagina grammaticale.
Cos√¨ c’√® rimasto il dubbio che possa esistere un uso grammaticalmente corretto, e non relegato a questioni dialettali o di usanze regionali tra i parlanti.

 

RISPOSTA:

La forma¬†tacciamo¬†√® quella sicuramente corretta, anche se¬†taciamo¬†esiste: i pochi verbi in¬†cere¬†(tacere,¬†giacere,¬†(s)piacere…) hanno una radice che cambia (polimorfica) a seconda della desinenza. In fiorentino antico, e da l√¨ in italiano, la consonante prepalatale si rafforza se si trova dopo vocale e davanti a [j], ovvero al suono della i¬†seguita da un’altra vocale (o semivocalica). Per questo¬†taccio,¬†tacciamo,¬†tacciono,¬†taccia,¬†tacciano, ma¬†taci¬†(qui la¬†i¬†√® una vocale, non una semivocale, perch√© non √® seguita da un’altra vocale),¬†tacete,¬†tacere¬†ecc. Le radici polimorfiche sono facilmente soggette a processi analogici; i parlanti, cio√®, spesso adattano le forme minoritarie, per quanto etimologicamente corrette, a quelle maggioritarie, pure corrette, ma derivate da trafile di formazione diverse. Proprio un processo analogico √® quello che ha creato¬†taciamo¬†sulla base del modello maggioritario¬†tac¬†rispetto a quello minoritario¬†tacc-. Si noti che il participio passato¬†taciuto¬†non ha la consonante rafforzata perch√© nasce gi√† come forma analogica (in latino era¬†tacitus) modellata sulla maggioranza dei participi passati dei verbi della seconda coniugazione (creduto,¬†cresciuto,¬†voluto…).
Il processo di adattamento pu√≤ avere successo nel tempo e, effettivamente, creare forme nuove;¬†taciamo¬†(ma anche¬†piaciamo¬†e¬†giaciamo) oggi esistono, ma per queste parole il processo √®¬†in fieri, come testimonia l’atteggiamento dei vocabolari: il GRADIT, che √® aperto all’uso vivo, riporta¬†taciamo¬†accanto a¬†tacciamo¬†(e¬†piaciamo¬†accanto a¬†piacciamo,¬†giaciamo¬†accanto a¬†giacciamo); lo Zingarelli e il Treccani, invece, pur essendo vocabolari dell‚Äôuso, non registrano affatto la variante. In conclusione, attualmente la forma¬†taciamo¬†√® percepita come scorretta, quindi va evitata anche in contesti informali, specie se scritti; in futuro, per√≤, √® probabile che diventi comune accanto a¬†tacciamo¬†e, addirittura, che la sostituisca.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sottoporvi un quesito (sperando sia in linea con il tipo di argomenti da voi trattati).
In navigazione si usa il termine ‘doppiare’ quando si vuole esprimere l’azione di superare/passare un capo con un’imbarcazione; ad esempio “doppiare Capo Horn in barca a vela √® pericoloso”.
Il mio dubbio riguarda l’origine della parola italiana: trovo anti-intuitiva la parola ‘doppiare’ che assomiglia (e derivare) da “doppio, due volte” in relazione all’azione che esprime (superare un capo), sopratutto se paragonata all’inglese dove si utilizza il verbo ‘round’ (round girare/passare attorno).

 

RISPOSTA:

Doppiare¬†‘oltrepassare, superare un ostacolo’ √® un tecnicismo marinaresco entrato in italiano in epoca rinascimentale come ampliamento semantico (o prestito semantico) del verbo¬†doppiare, gi√† esistente con il significato di ‘rendere qualcosa due volte maggiore, raddoppiare’. L’origine del prestito √® lo spagnolo¬†doblar, che all’epoca aveva gi√† il significato di ‘oltrepassare un ostacolo’. Spiegare perch√©¬†doblar¬†avesse sviluppato questo significato non √® facile: probabilmente dal significato del latino volgare¬†duplare¬†‘rendere doppio, raddoppiare’ si √® sviluppato il significato ‘piegare’ (perch√© quando si piega una linea si ottengono due segmenti distinti, quindi si raddoppia la linea). Questo significato, per√≤, pu√≤ essere riferito alla rotta necessaria per superare un ostacolo, ma non all’ostacolo stesso: √® la rotta, cio√®, che viene¬†doppiata¬†‘piegata’, non l’ostacolo. Per spiegare l’uso effettivo del verbo (doppiare un ostacolo, non¬†doppiare una rotta), quindi, dobbiamo ipotizzare un ulteriore slittamento semantico, da ‘piegare’ a ‘girare, aggirare’. I verbi¬†to round¬†(inglese) e¬†umschiffen¬†‘circumnavigare, navigare intorno’ (tedesco) conferma, del resto, che l’atto del superare un ostacolo piegando la rotta della nave √® comunemente definito come ‘girare, aggirare’.
A margine va detto che negli sport su pista il verbo¬†doppiare¬†√® usato come estensione del tecnicismo marinaresco, e infatti ha il significato di ‘superare, oltrepassare un concorrente’; non c’√® in questo significato alcun riferimento al ‘raddoppiamento’ (quando si doppia un concorrente non si raddoppiano i giri conclusi, ma semplicemente se ne aggiunge uno).
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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QUESITO:

Vi chiedo se √® possibile accettare in uno scritto la forma “stramegafantastico”

 

RISPOSTA:

Dipende dal contesto. Dal punto di vista dello standard, la parola presenta due difetti: l’aggettivo¬†fantastico¬†√® considerato gi√† semanticamente superlativo e non accetta, di conseguenza, la forma superlativa; il raddoppiamento del prefisso (stra-¬†+¬†mega) √® superfluo. In un contesto¬†“brillante” o giocoso, per√≤, censurarla sarebbe una reazione logicistica e fuori luogo: √® evidente, infatti, che la parola sia formata allo scopo di suscitare sorpresa e guadagnare la simpatia dell’interlocutore. Queste funzioni, in alcuni casi, sono importanti tanto quanto la trasmissione lineare di informazioni.¬†
Per maggiori dettagli sui prefissi (o prefissoidi)¬†stra-,¬†mega-,¬†maxi- ecc. la rimando alla risposta Come si scrive e di che grado √® “extrafondente”?dell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Neologismi
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QUESITO:

Se esistesse un’interruzione con la¬†c¬†seguita o preceduta dall’h¬†non cambierebbe il suono dolce della¬†c? Mi √® venuto questo dubbio per 2 motivi: se la¬†c¬†√® in fine di parola (hhhc) √® dura e anche quando √® seguita da una consonante (cccch). Quelle fra parentesi sono le ipotesi che secondo me sono sbagliate.
Nelle interiezioni l’h¬†divide il suono delle vocali (Ahahah)? Allunga il suono della vocale che la precede o che le sta davanti (hhhhhe,¬†ohhh,¬†ehhhhi)? Le cose che ho elencato delle interiezioni non riguardano le parole?
In pezzi di parola e acronimi, nel caso dei dittonghi e trittonghi, l’h¬†cambierebbe il suono?:¬†ghn,¬†ghli,¬†glhi,¬†hgli,¬†gliho,¬†shci. La¬†c¬†quando √® da sola viene considerata pi√Ļ come affricativa? Un esempio √®:¬†c’ho.
Le parole composte seguono una regola di lettura diversa da una parola normale? Un esempio di parola composta è scioglilingua e un esempio di parola è glicemia. Il suono della gli in glicemia è duro mentre in scioglilingua è diverso. Le parole composte si pronunciano separatamente?
Una parola composta potrebbe perdere la sua validità in quanto parola composta se si aggiungessero accenti, doppie oppure delle h sparse in modo casuale: sscioglilingua, scíoglilingua, scioglilinguà, scioghlilingua, scioglilihngua?
Nel caso di¬†hascisconore¬†si rischia la pronuncia sbagliata per quanto riguarda le parole composte, ma questo a cosa √® dovuto?¬†Hashishonore, invece, √® pi√Ļ fattibile perch√© √® una parola straniera riconoscibile? Le parole composte con le parole straniere talvolta possono essere complicate per via della riconoscibilit√† del termine? Per esempio le parole inglesi:¬†I,¬†me,¬†a¬†e¬†do. Le parole composte seguono uno schema (nome+nome, aggettivo+aggettivo ecc.) oppure le parole possono essere messe a caso (nome+articolo). Le parole composte si potrebbero fare con qualsiasi tipo di parola: Interiezioni, nomi di persona, cognomi ecc.? Sono sempre composte da 2 parole? Le parole macedonia con i casi tipo¬†hascisc¬†non si potrebbero creare? Potrebbero coesistere le parole composte e le parole normali? Es:¬†liberamente¬†(√® un avverbio, ma non si potrebbe creare un composto¬†libera+mente?). Se esistesse una parola come¬†ascisconore¬†sarebbe assolutamente infattibile fare un composto come¬†ascisc+onore?

 

RISPOSTA:

Non esistono regole, ma solo consuetudini e analogie, sulla pronuncia di pezzi di parola (quali acronimi o parole inventate o sezioni pi√Ļ o meno riconducibili a parti di parola esistente). Comunemente, se una parola inventata, o un pezzo di parola, o un acronimo, finisce per¬†c¬†(nessuna parola italiana esistente finora pu√≤ finire per¬†c), la¬†c¬†si pronuncia come velare, e non come affricata, perch√© la pronuncia velare √® quella meno marcata, per cos√¨ dire, cio√® quella pi√Ļ comune, dal momento che le affricate (come la¬†c¬†di¬†cena¬†e la¬†g¬†di¬†gelo, per intenderci) sono fonemi rarissimi, nelle lingue del mondo, e infatti l‚Äôitaliano √® una delle poche lingue a possederle nel proprio apparato fonologico.
Per quanto riguarda le interiezioni e gli ideofoni (cio√® parole che indicano rumori), anche qui val pi√Ļ la convenzione, la consuetudine e l‚Äôanalogia che la regola fonetica (inesistente). E dunque, l‚Äôh¬†di solito non modifica la pronuncia n√© delle vocali n√© delle consonanti cui si accompagna, con la parziale eccezione per la¬†c¬†e la¬†g, per analogia con le parole italiane: dunque¬†ch¬†e¬†gh¬†non possono che pronunciarsi, almeno in italiano, come velari. Anche¬†hc¬†e¬†hg¬†si pronuncerebbero come velari, sia per il mutismo della¬†h¬†sia per quanto appena detto sulla pronuncia non marcata delle velari. Per quanto riguarda le vocali, una parziale deroga al mutismo della¬†h¬†si ha nell‚Äôinteriezione (o ideofono) che riproduce la risata, che da taluni (ma non necessariamente) viene pronunciata con una serie di¬†a¬†separate da aspirazione:¬†ahahahah. L‚Äôallungamento vocalico delle interiezioni non √®, di solito, segnalato dalla presenza o meno della¬†h, bens√¨ dal valore pragmatico, e dunque dal contesto d‚Äôuso, di quell‚Äôinteriezione. E infatti, bench√© molte (non tutte) le interiezioni siano presenti nella gran parte dei dizionari, non v‚Äô√® un accordo perfetto sulla loro grafia: chi scrive¬†hm, chi¬†mh, chi¬†hmh, chi¬†hmm¬†ecc. Dicevo che √® il contesto d‚Äôuso, pi√Ļ che la grafia, a segnalare la lunghezza vocalica (di norma non graficamente segnalata, in italiano, eccezion fatta per alcune interiezioni, per l‚Äôappunto, e con notevoli oscillazioni da autore ad autore). E dunque, anche per l‚Äôah¬†di meraviglia, per esempio, e anche a parit√† di scrittura (ah), ci sar√† un caso come: ‚ÄúAh, che spavento!‚ÄĚ (che si pronuncia con una a breve) e un altro caso come ‚ÄúAh, qui ti volevo! Lo vedi che avevo ragione io?!‚ÄĚ, che si pronuncia con una¬†a¬†molto allungata.
D‚Äôaltra parte, √® possibile che talora lo scrivente senta l‚Äôesigenza di segnalare graficamente (o con l‚Äôh¬†o con la duplicazione della vocale) il diverso valore pragmatico, e dunque anche la diversa pronuncia, delle interiezioni, distinguendo, per es., tra¬†ehi¬†e¬†eeeeehi, o¬†hhhhei¬†o in altro modo ancora. Se, nella letteratura tradizionale, si tendeva a non ripetere stesse serie di grafemi per pi√Ļ di due volte, l‚Äôeffervescenza grafica, e talora grafomane, incoraggiata dai nuovi media ha immesso in italiano (anche in letteratura) talune interiezioni fatte anche di lunghe serie di vocali e/o di¬†h. Se accetta un consiglio, il troppo stroppia sempre, e il ricorso a questi mezzucci grafici √® considerato, da taluni linguisti superciliosi come chi le scrive, un modo di scrivere assai¬†cheap.
La prima parte della domanda sui pezzi di parola e gli acronimi non ha senso, perché MANCA una regola fonetica per la pronuncia delle parole inventate, dei pezzi di parola, degli acronimi, quindi i casi da lei elencati possono pronunciarsi come si vuole. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, la pronuncia affricata (affricativa non esiste, esistono le fricative, ma sono un’altra cosa) della c isolata in c’ho è la classica eccezione che conferma la regola della pronuncia velare di c in isolamento. In effetti, dato che la grafia c’ho (non a caso da taluni contestata e riflettente un caso di lingua parlata trascritta) contrassegna la caduta della i per elisione, allora lì la pronuncia permane quella affricata, come se la i rimanesse: ci ho.
La pronuncia dei composti non cambia, di norma, rispetto a quella delle parole componenti, tranne, talvolta, per questioni di accento (nel senso che tende a perdersi, anche come accento secondario, quello del primo elemento) o di raddoppiamento fonosintattico: per esempio, caffè + latte = caffellatte; così + che = cosicché.
Nel caso di¬†scioglilingua, la pronuncia √® quella normale, con¬†l¬†palatale, della parola¬†sciogli.¬†√ą semmai¬†glicemia¬†l’eccezione (come¬†glicine¬†e altre), nel senso che la pronuncia non palatale del nesso¬†gl dipende dal fatto che quella parola deriva dal greco, lingua in cui la laterale palatale non esisteva (su quest‚Äôargomento pu√≤ vedere la FAQ Pronuncia di Gliaca dell‚Äôarchivio di DICO).
Bench√© l‚Äôitaliano, a differenza dell‚Äôinglese, sia una lingua che segue l‚Äôordine determinato + determinante, sono numerosi i composti (soprattutto dal greco o dall‚Äôinglese) che seguono l‚Äôordine inverso: agopuntura, psicoterapia ecc., motivo per cui anche hashishonore nel significato di ‚Äėonore dell‚Äôhashish‚Äô potrebbe andar bene.
Dopodich√© √® ovvio che le parole non possano esser messe a caso, n√© in italiano n√© in inglese n√© in nessuna altra lingua, direi, ed √® altres√¨ chiaro che bisognerebbe tentare di evitare ambiguit√† di pronuncia e di senso. La libert√† di scelta delle componenti di un composto √® lasciata, un po‚Äô come la pronuncia, al buon senso, anche qui tentando di evitare ambiguit√†: eviterei, per esempio, l‚Äôuso delle interiezioni nei composti, e forse anche l‚Äôuso degli articoli, nei limiti del possibile. Composti con nomi propri sono possibili, anche qui entro i limiti del buon senso e della comprensibilit√†. Per es., cos√¨ come era comune, anni fa, il D‚ÄôAlema-pensiero, oggi sarebbe possibile il Salvini-pensiero (ammesso che esista…), che tra l‚Äôaltro segue l‚Äôordine determinante + determinato.
Su¬†libera mente¬†inteso come ‚Äúqualcosa che libera la mente‚ÄĚ, ci hanno gi√† pensato in molti prima di Lei, come scoprir√†¬†on line.
Fabio Rossi
Raphael Merida

Parole chiave: Interiezione, Neologismi
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QUESITO:

Desidererei sapere se esiste e nel caso il significato della parola antipomeridiano.

 

RISPOSTA:

Da un certo punto di vista, la parola¬†antipomeridiano¬†non esiste, dal momento che non √® attestata nei vocabolari. Esiste¬†antimeridiano¬†(dal latino¬†meridies¬†‚Äėmezzogiorno‚Äô), con due significati: 1) mattutino, ci√≤ che accade prima di mezzogiorno; 2) la met√† di un meridiano (per es. quello di Greenwich).
Ovviamente ogni lingua √® creativa e pu√≤ avere un numero di parole ben pi√Ļ elevato rispetto a quanto registrato dai dizionari. Basti pensare ai meccanismi di derivazione e composizione di parole a partire da una forma data: dalla parola¬†pomeriggio, per es., io posso ben creare¬†antipomeriggio,¬†pomeriggino,¬†pomeriggiaccio¬†ecc., e il fatto che non compaiano nei dizionari non le rende parole impossibili n√© scorrette. Sono, per dir cos√¨, parole virtuali, vale a dire possibili, anche se non attestate, secondo il sistema fonomorfologico (cio√® delle regole di pronuncia, di grafia e di formazione delle parole) della lingua italiana.
Pertanto, possiamo anche coniare¬†antipomeridiano, in certi contesti. Non certo nel significato di ‚Äėmattutino‚Äô, visto che¬†antimeridiano¬†gi√† assolve perfettamente a quella funzione; ma magari nel senso di ‚Äėcontrario alle attivit√† del pomeriggio‚Äô, Per es. in un testo del genere: ‚Äúio odio lavorare o studiare il pomeriggio, perch√© dopo pranzo mi viene una gran sonnolenza e tutto quel che riesco a fare √® dormire almeno dalle 3 alle 6. In questo senso mi definirei un antipomeridiano‚ÄĚ.
Se proprio vogliamo segnalare la natura neologica (cioè di parola nuova) di antipomeridiano, possiamo, eventualmente, scriverlo tra virgolette. Ma non è obbligatorio.
La creativit√† delle lingue, anche nella formazione delle parole nuove, √® una risorsa straordinaria e una delle principali cause dell‚Äôarricchimento e dell‚Äôevoluzione lessicale. √ą anche il motivo per cui non √® possibile rispondere con certezza alla domanda: ‚Äúquante parole esistono in una determinata lingua‚ÄĚ?
Come sempre, tuttavia, negli usi linguistici, l‚Äôimportante √® la consapevolezza. Se usassimo¬†antipomeridiano¬†nel significato di¬†antimeridiano, perch√© ignoriamo quest‚Äôultimo termine, commetteremmo un errore. Mentre, se il neologismo¬†antipomeridiano¬†√® consapevolmente usato con il valore di ‚Äėcontrario alle attivit√† pomeridiane‚Äô (o, perch√© no, in altri possibili significati), non soltanto non commettiamo nessun errore, ma mostriamo addirittura una vivacit√† e un‚Äôoriginalit√† (sempre salutari) nell‚Äôuso linguistico, allontanandoci da triti stereotipi.
Molti neologismi nascono proprio così e, con un po’ di fortuna, attecchiscono stabilmente nel sistema lessicale. Basti pensare a regista o autista, coniati, nel 1932, dal linguista Bruno Migliorini, quali (fortunatissimi) sostituti dei termini francesi régisseur e chauffeur.
Fabio Rossi

Parole chiave: Neologismi
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QUESITO:

Riflettevo nei giorni scorsi circa l’esistenza in italiano del verbo riflessivo¬†masterizzarsi¬†per indicare il conseguimento del titolo di master universitario.¬†Una frase esemplificativa a riguardo potrebbe essere la seguente: “Mi sono masterizzata l’anno scorso all’Universit√† di Trento”.

 

RISPOSTA:

‚ÄčIl verbo non √® registrato n√© nello Zingarelli 2019, n√© nel Devoto-Oli 2019, i due dizionari dell’uso pi√Ļ diffusi e sensibili all’aggiornamento lessicale. Non si trova neanche nella banca dati dell’Osservatorio neologico della lingua italiana (http://www.iliesi.cnr.it/ONLI/), n√© nella aggiornatissima pagina del sito Treccani dedicata ai neologismi (http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/neologismi/).
La ricerca¬†on line¬†attraverso il motore di ricerca Google restituisce circa millecinquecento risultati, decisamente pochi (molti sono, per giunta, falsi positivi). Alcune attestazioni, per√≤, risalgono anche a 15 anni fa, e si trovano in¬†blog, giornali, persino libri specialistici di case editrici di rilevanza nazionale; ecco un esempio giornalistico del 2006, dalla pagina¬†http://www.ilgiornale.it/news/aaa-laureato-cercasi-purch-senza-master.html: “Molti di questi corsi post-laurea sono semplicemente dei parcheggi per signorini viziati che pensano di ¬ęmasterizzarsi¬Ľ per poi entrare con pi√Ļ titoli nel mondo del lavoro ed evitare la gavetta in azienda”.
Dal punto di vista morfologico,¬†masterizzarsi¬†‘conseguire un master’¬†√® formato sul modello di¬†diplomarsi¬†‘conseguire un diploma’,¬†laurearsi¬†‘conseguire una laurea’,¬†addottorarsi¬†‘conseguire un dottorato’,¬†specializzarsi¬†‘conseguire una specializzazione’.¬†√ą un verbo di cui il sistema ha bisogno, per designare un’esperienza sempre pi√Ļ diffusa anche in Italia. In teoria, quindi, ha piena legittimit√† d’uso; a scoraggiarne la diffusione, per√≤, malgrado la sua coniazione risalga a pi√Ļ di dieci anni fa, √® la coincidenza con il verbo¬†masterizzare¬†‘copiare dati su un CD’ (da¬†master¬†‘registrazione originale digitale da cui derivano le copie’), che lo rende semanticamente ambiguo.
√ą possibile che, con il progressivo tramonto della tecnologia dei CD, l’ambiguit√† tra¬†masterizzare¬†e¬†masterizzarsi¬†venga meno, i parlanti abbandonino le remore a usare il verbo e, di conseguenza, i dizionari lo accolgano. Fino a quel momento, il verbo rimane rischioso da usare (non a caso, nelle attestazioni rinvenute nel Web, il termine √® spesso¬†virgolettato, perch√© sentito come non ufficiale), perch√© non pienamente autorizzato n√© dall’uso vivo n√© dalla lessicografia: un buon compromesso √® usarlo, anche senza virgolette, in contesti specialistici sul tema dell’istruzione; metterlo tra virgolette altrove.
A margine, sottolineo che¬†masterizzarsi, al pari di¬†laurearsi¬†ecc., rientra nella categoria dei verbi intransitivi pronominali (come¬†innamorarsi¬†o¬†accorgersi), non in quella¬†dei verbi riflessivi, perch√© indica non¬†un’azione che il soggetto compie su s√© stesso (il soggetto non laurea, masterizza ecc. s√© stesso), bens√¨ l’ottenimento o il raggiungimento di uno stato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Neologismi, Verbo
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QUESITO:

Da qualche tempo ho scoperto l’esistenza della parola¬†tendostruttura¬†per indicare ci√≤ che io ho sinora denominato con il termine¬†tensostruttura. Mi dareste una mano a definire l’esistenza di eventuali differenze tra le due espressioni? Oppure possono forse essere utilizzate in modo equivalente?

 

RISPOSTA:

Tensostruttura¬†√® presente nel dizionario dell’uso GRADIT (a cura di Tullio De Mauro), che data la sua prima attestazione al 1974;¬†tendostruttura, invece, non √® registrata. Entrambe le parole, per√≤, risultano oggi usate in ambito industriale, con una precisa distinzione di significato: la tensostruttura, infatti, √® un complesso di tessuti e cavi che rimangono in piedi in virt√Ļ della tensione (come suggerisce il prefissoide¬†tenso-); la¬†tendostruttura¬†√® un tendone temporaneo, che pu√≤ assumere forme diverse, costruito con uno scheletro di travi su cui viene appoggiato e fissato un telone. Una spiegazione estesa della differenza tra i due tipi di costruzione si pu√≤ trovare qui:¬†https://www.macotechnology.com/design/tensostrutture-o-tendostrutture-due-universi-differenti/.
Dal punto di vista strettamente linguistico, il rapporto tra le due parole √® tutto da indagare; visto che¬†tendostruttura¬†non √® ancora registrata nei dizionari, √® plausibile che¬†sia stata modellata, in tempo molto recenti, su¬†tensostruttura¬†per designare quella specifica costruzione, simile alla tensostruttura, eppure con caratteristiche proprie. Non a caso, infatti, il prefissoide (ovvero prefisso con un preciso contenuto semantico)¬†tenso-¬†√® pi√Ļ produttivo (tensocettore,¬†tensocorrosione,¬†tensorecettore…) rispetto a¬†tendo-, che¬†ha prodotto, prima di¬†tendostruttura, solamente¬†tendopoli¬†(ovviamente non vanno considerati i tecnicismi medici relativi ai tendini¬†tendosinoviale,¬†tendosinovite¬†e¬†tendovaginite).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come possiamo definire, o meglio, come si chiama, colui che ama molto il Natale o ama molto festeggiare il Natale??

 

RISPOSTA:

Non esiste in italiano una parola dal significato da lei cercato: si deve ricorrere, pertanto, ad una perifrasi, come amante del Natale, innamorato/a del Natale, pazzo/a per il Natale o simili. Neologismi correttamente formati, ma dal sapore un po’ ironico, sarebbero natalofilo e natalomane.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Neologismi
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