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QUESITO:

Dato il seguente periodo: “Le chiederei, nel caso il divieto sia ancora attivo/fosse ancora attivo, se possa rilasciarci/potrebbe rilasciarci un permesso per l’accesso”, nella subordinata introdotta da nel caso entrambi i tempi del congiuntivo sono corretti, sulla scorta del grado di probabilit√† del verificarsi dell’evento?

 

RISPOSTA:

La proposizione introdotta da nel caso, nel caso in cui o nel caso che √® formalmente una relativa, anche se viene considerata un’ipotetica, vista la sovrapponibilit√† tra la locuzione congiuntiva e la congiunzione qualora. Proprio come qualora, questa locuzione richiede il congiuntivo (mentre se ammette anche l’indicativo) e preferisce l’imperfetto al presente e il trapassato al passato. La proposizione nel caso il divieto sia…, quindi, √® corretta, ma pi√Ļ comune sarebbe nel caso il divieto fosse…, con lo stesso significato. La proposizione introdotta da se √® un’interrogativa indiretta, retta dal verbo chiederei. Questa proposizione ammette l’indicativo, il congiuntivo e il condizionale. Tra l’indicativo e il congiuntivo non c’√® alcuna differenza semantica, ma l’indicativo √® una scelta pi√Ļ trascurata. Il condizionale, invece, aggiunge qui una sfumatura pragmatica di cortesia, perch√© formula la richiesta come condizionata (alla disponibilit√† della persona che riceve la richiesta).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi propongo questa frase: “Da quel momento in poi sapeva che sarebbe andato incontro ad un percorso doloroso, a prescindere dal fatto che fosse destinato a concludersi con la morte o meno”. Il mio dubbio si riferisce all’uso del congiuntivo trapassato. √ą forse pi√Ļ opportuno il ricorso al condizionale (sarebbe stato destinato a concludersi)?

 

RISPOSTA:

La forma fosse destinato non √® trapassato: pu√≤ essere interpretata come congiuntivo imperfetto passivo del verbo destinare oppure (pi√Ļ plausibilmente) come congiuntivo imperfetto di essere seguito dall’aggettivo destinato. Il trapassato passivo di destinare sarebbe fosse stato destinato. L’imperfetto in una completiva dipendente da un tempo storico esprime la contemporaneit√† nel passato, con una proiezione nella posterit√†; viene, quindi, correttamente usato anche per esprimere il futuro nel passato, in alternativa al condizionale passato. Rispetto a quest’ultimo, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho letto il¬†post¬†sull’espressione del futuro nel passato” con il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato. Quando si usa il congiuntivo imperfetto, si accentua la sorpresa o il grado di ipoteticit√† non c’entra?

 

RISPOSTA:

In questo caso l’ipoteticit√† non c’entra. Il congiuntivo √® soltanto pi√Ļ formale del condizionale, quindi pi√Ļ adatto ai contesti scritti (tranne quelli tra amici). Il condizionale, per√≤, √® una scelta adatta a quasi tutti i contesti; √®, anzi, la pi√Ļ usata, soprattutto perch√© il congiuntivo imperfetto serve anche a esprimere la contemporaneit√† nel passato, quindi non indica chiaramente che l’evento √® successivo a quello della reggente (anche se quasi sempre questo si capisce dal significato della frase).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho letto il seguente periodo: “Sfido chiunque adesso mi sta leggendo e legger√† questi racconti, a non desiderare una simile avventura”. Non dovrebbe essere¬†chiunque adesso mi stia leggendo…?¬†Chiunque¬†regge sia il congiuntivo che l’indicativo, ma in questo caso √® pronome sia indefinito che relativo (= ‘qualunque persona che’).

 

RISPOSTA:

Il pronome relativo indefinito¬†chiunque¬†richiede effettivamente il congiuntivo; la scelta dell’indicativo √® molto trascurata. Immagino che sia stata influenzata dall’indicativo futuro¬†legger√†¬†subito successivo, che √® l’unica forma possibile per esprimere il futuro in questa frase, per cui √® accettabile anche nello scritto di media formalit√† (l’alternativa con il congiuntivo non potrebbe assolutamente veicolare l’idea del futuro, a meno che non venga aggiunto un avverbio di tempo:¬†chiunque adesso mi stia leggendo e legga in futuro questi racconti).
La frase presenta un’altra scelta infelice: la virgola tra la reggente (Sfido) e la completiva oggettiva (a non desiderare…). Le completive, escluse le dichiarative, non devono essere separate dalla reggente con alcun segno di punteggiatura (tranne che non ci sia in mezzo un’incidentale), allo stesso modo in cui, nella frase semplice, il verbo non deve essere separato dal complemento oggetto.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1A) Questa √® la citt√† in cui serve un’ora per arrivare.
1B) Questa √® la citt√† per arrivare nella quale serve un’ora.
2A) La cosa che devo svegliarmi presto per fare è questa.
2B) La cosa per fare la quale devo svegliarmi presto è questa.
3A) Questo è un dolce che è necessaria tanta pratica per fare.
3B) Questo è un dolce per fare il quale è necessaria tanta pratica.

Entrambe le costruzioni delle tre coppie vanno bene?

 

RISPOSTA:

Le varianti A e B sono praticamente equivalenti: si distinguono soltanto per la posizione e la forma del pronome relativo, che non cambiano la struttura sintattica. In frasi come queste il pronome relativo sintetizza due funzioni apparentemente inconciliabili: collega la proposizione relativa alla reggente e proietta la sua funzione sintattica nella finale, dove è collocato il verbo che effettivamente lo regge. Paradossalmente, la finale è subordinata alla relativa, quindi il relativo si trova a essere contemporaneamente nella proposizione reggente e nella subordinata.
Nella frase 1A, per esempio,¬†in cui¬†introduce la relativa¬†in cui serve un’ora, ma √® retto da¬†arrivare, che si trova nella finale subordinata alla relativa; lo stesso vale per¬†che¬†in¬†che devo svegliarmi presto, retto da¬†fare¬†nella finale, e per¬†che¬†in¬†che √® necessaria tanta pratica, retto da¬†fare¬†nella finale. Si noti che nelle varianti B succede lo stesso: nella 1B¬†nella quale¬†introduce comunque la proposizione relativa¬†nella quale serve un’ora¬†ma √® retto da¬†arrivare, che si trova nella finale comunque subordinata alla relativa.
Come si pu√≤ intuire, questa costruzione intricata non √® standard, ma pu√≤ tornare utile in alcune situazioni comunicative per sintetizzare un concetto che altrimenti richiederebbe una formulazione pi√Ļ lunga, o meno efficace, per essere detto. La frase A, per esempio, potrebbe essere formulata cos√¨: “Questa √® la citt√† in cui si arriva guidando per un’ora”, o “Per arrivare in questa citt√† serve un’ora”, o simili. In conclusione, quindi, il costrutto pu√≤ certamente essere sfruttato all’occorrenza nel parlato e nello scritto informale, ma va evitato nel parlato di alta formalit√† e nello scritto di media e alta formalit√†.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono accettabili.

1 ¬ęLa pizza ha cotto in cinque minuti¬Ľ.

2 ¬ęHa pesato pi√Ļ di cento chili¬Ľ (riferito al peso di una persona).

 

RISPOSTA:

No, non lo sono, o quanto meno risultano troppo informali e trascurate, per le seguenti ragioni. Cuocere, usato come verbo intransitivo, regge come ausiliare soltanto essere (√® cio√® un verbo inaccusativo). Pertanto, al passato, si pu√≤ dire o ¬ęLa pizza √® cotta in cinque minuti¬Ľ, oppure, se si vuole sottolineare la durata dell‚Äôazione, ¬ęLa pizza si √® cotta in cinque minuti¬Ľ.

Pesare pu√≤ reggere come ausiliare sia essere sia avere (cio√® √® un verbo sia inaccusativo, sia inergativo, a seconda dei contesti). Tuttavia nel senso di ‚Äėavere un peso‚Äô il verbo non pu√≤ avere l‚Äôaspetto durativo (io posso dire che sto pensando un pesce, ma non posso dire che io sto pensando 85 chili) e quindi non tollera il passato. Se voglio esprimere questo concetto debbo usare altre espressioni, quali l‚Äôimperfetto (¬ępesavo pi√Ļ di cento chili¬Ľ) oppure ¬ęsono arrivato a pensare pi√Ļ di cento chili¬Ľ o simili.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho potuto constatare che il clitico¬†ne¬†ha una posizione molto pi√Ļ libera rispetto ad altri clitici.
Con si impersonale:
1) Se ne deve raccogliere 10 di mele.
2) Si deve raccoglierne 10 di mele.
3) Di gesti simili se ne vede fare tanti.
4) Di gesti simili si vede farne tanti.
Con si passivante:
5) Se ne devono raccogliere 10 di mele
6) Si devono raccoglierne 10 di mele.
7) Di gesti simili se ne vedono fare tanti.
8) Di gesti simili si vedono farne tanti.
Per come la vedo io, le prime quattro costruzioni dove il si è impersonale (difatti quindi singolare) la posizione del ne è irrilevante ai fini della correttezza grammaticale. Col si passivante, mi suonano corrette solo quelle col ne in posizione proclitica, quindi 5 e 7, ma non saprei esprimermi sulle restanti due.

 

RISPOSTA:

Bisogna intanto precisare che¬†ne¬†ha lo stesso grado di libert√† degli altri clitici, alcuni dei quali, per√≤, hanno comportamenti particolari. Per esempio, se sostituiamo¬†ne¬†con¬†lo¬†nel primo gruppo di frasi (modificandole opportunamente) avremo soluzioni ugualmente grammaticali:¬†lo si deve raccogliere,¬†si deve raccoglierlo,¬†un gesto simile lo si vede fare,¬†un gesto simile si vede farlo. Come si sar√† notato,¬†lo¬†(come anche¬†ci,¬†vi,¬†la,¬†li,¬†le) precede il¬†si¬†impersonale, mentre¬†ne¬†lo segue; anche¬†lo¬†segue, invece, il¬†si¬†quando questo √® passivante. Ovviamente, in questo caso il¬†si¬†non avr√† funzione propriamente passivante (altrimenti il complemento oggetto coinciderebbe con il soggetto e non ci sarebbe posto per il pronome¬†lo), ma sar√† parte di verbi pronominali transitivi:¬†se lo devono comprare, o sar√† il complemento oggetto di un verbo transitivo retto da un verbo pronominale copulativo o causativo:¬†se lo vedono sottrarre,¬†se lo fanno consegnare. Cos√¨ come sarebbero mal composte *si devono comprarlo¬†e *si vedono sottrarlo, sono mal composte le varianti 6 e 8 (quelle che anche a lei “suonano male”). La ragione della restrizione ha a che fare con il forte legame tra i pronomi e il verbo semanticamente pi√Ļ saliente del costrutto, che comporta che la posizione pi√Ļ naturale dei pronomi sia quella enclitica. Ora, in italiano contemporaneo √® divenuto comune anticipare i pronomi prima del verbo reggente (un fenomeno noto come¬†risalita dei clitici), sia esso servile, aspettuale, causativo e persino nel caso complesso della sua frase 7, perch√© tali verbi sono sempre pi√Ļ percepiti come strettamente solidali con il verbo pi√Ļ saliente, cio√® sono assimilati agli ausiliari. In altre parole, oggi si preferisce¬†se ne devono fare¬†a¬†devono farsene, e¬†ce ne faranno avere¬†rispetto a¬†faranno avercene¬†(che √® addirittura quasi impossibile), sul modello di¬†se ne sono visti. Ovviamente, nel caso di gruppi di pronomi, la risalita deve riguardare entrambi; la separazione non √® giustificabile.
Il¬†si¬†impersonale si comporta in modo diverso, perch√© il suo legame con il verbo √® relativamente debole; deve, infatti, rimanere proclitico (deve raccogliersi¬†√® automaticamente interpretato come passivo rispetto a¬†si deve raccogliere, che pu√≤ essere passivo o impersonale) e pu√≤, quindi, essere separato dal pronome che lo accompagna. Da qui la grammaticalit√† di 2 e 4 (che √®, anzi, pi√Ļ formale di 3).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se in questa frase il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato possono essere scambiati senza modificarne il significato:
“Non mi aspettavo che Luca si impegnasse/si sarebbe impegnato cos√¨ tanto per la prova di oggi”.
In alcuni testi di grammatica, soprattutto rivolti a studenti stranieri, viene riportata la possibilit√† di utilizzare indifferentemente congiuntivo imperfetto e condizionale passato per esprimere posteriorit√† della subordinata rispetto alla principale (e dare l’idea, quindi, anche di futuro nel passato), con verbi nella principale che reggono al presente sia congiuntivo che indicativo futuro. Personalmente, percepisco una leggera posteriorit√† con l’utilizzo del congiuntivo imperfetto quando le due azioni sono temporalmente ravvicinate o non vi sono esplicite indicazioni temporali; in caso contrario opterei per il condizionale passato. Chiedo se questa mia considerazione possa ritenersi valida.
Ad un primo ascolto, con la frase che ho riportato all’inizio, percepisco lo stesso significato con l’utilizzo di entrambi i modi verbali; ma, analizzandola nel dettaglio, il congiuntivo imperfetto non mi d√† pienamente l’idea di posteriorit√† che d√† invece il condizionale passato. Chiedo quindi quali significati, se ci sono, danno entrambi i modi verbali alla frase, e in generale, se e quando congiuntivo imperfetto e condizionale passato possono essere effettivamente scambiati per indicare posteriorit√†.

 

RISPOSTA:

La sua impressione √® corretta, ma non determinante. Entrambe le forme verbali possono essere usate con la stessa funzione; il congiuntivo imperfetto, per√≤, serve anche a rappresentare la contemporeneit√† nel passato, per cui il senso della posteriorit√† √® pi√Ļ sfumato. Bisogna dire, per√≤, che difficilmente si possono immaginare esempi in cui il congiuntivo imperfetto risulta ambiguo rispetto al rapporto temporale dell’evento descritto con l’evento della principale. Ovviamente, comunque, la presenza di un avverbio di tempo (o di un’altra espressione contestualizzante) esplicita ulteriormente la collocazione temporale dell’evento. In definitiva, quindi, la scelta tra il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato in questi casi dipende soltanto dal registro: il congiuntivo √® la soluzione pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi piacerebbe sapere se queste frasi sono corrette e quale sia il rapporto temporale tra i verbi al loro interno.
La prima: “Ho promesso che nel momento in cui mi (fossi?) lasciato non mi sarei pi√Ļ fidanzato.” √ą corretto utilizzare il trapassato congiuntivo o pu√≤ essere utilizzato anche il condizionale passato(sarei lasciato)? Se entrambe sono corrette, qual √® la differenza?
La seconda domanda riguarda un dialogo fra due attori in cui uno dei due racconta all’altro una vicenda di rivalsa ed √® cos√¨ formulata: “E chiunque avrebbe potuto pensare che quella (fosse?) l’occasione giusta, in cui avresti potuto rinfacciargli tutto!” √ą giusto utilizzare l’imperfetto congiuntivo? O potrebbe esser corretto anche il condizionale passato (sarebbe stata)? Eventualmente qual √® la differenza tra le due opzioni?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase la proposizione introdotta da¬†nel momento in cui¬†√® normalmente considerata una ipotetica (nel momento in cui¬†=¬†se), quindi il verbo al suo interno segue le regole previste per la rappresentazione dell’ipotesi (l’indicativo per un’ipotesi realistica, il congiuntivo imperfetto per una possibile, il congiuntivo trapassato per una irrealistica. In questa proposizione il condizionale √® in ogni caso escluso. Non √® escluso, invece, che la proposizione sia intesa come una relativa, semanticamente coincidente con una temporale (nel momento in cui¬†=¬†quando): in questo caso pu√≤ essere usato il condizionale passato, con la funzione di futuro nel passato. Ovviamente, se sostituiamo¬†mi fossi¬†con¬†mi sarei¬†l’evento da ipotetico diviene certo.
Nella seconda frase la subordinata √® una oggettiva, che ammette sia il congiuntivo imperfetto sia il condizionale passato per descrivere un evento successivo rispetto a un altro passato (avrebbe potuto pensare). Il congiuntivo imperfetto serve, per√≤, anche a indicare la contemporaneit√† nel passato (per cui in genere √® sfavorito quando si voglia sottolineare la posteriorit√†); nella frase in questione, quindi, assume automaticamente questa funzione, ovvero sottolinea che l’occasione √® contemporanea rispetto al momento dell’evento, cio√® quello in cui chiunque avrebbe pensato. Il condizionale passato, invece, non ha altra interpretazione possibile in questo caso, per cui qui sottolinea che l’occasione √®¬†posteriore rispetto al momento di riferimento, quello rispetto a cui¬†chiunque avrebbe pensato¬†(si ricordi, infatti, che¬†avrebbe pensato √® a sua volta posteriore rispetto a un momento che non √® esplicitato nella frase). A bene vedere, comunque, la differenza tra le due varianti √® irrilevante dal punto di vista semantico (in un caso l’occasione √® rappresentata come contemporanea al pensiero di chiunque, nell’altro come successiva al momento rispetto a cui anche il pensiero √® successivo, quindi di fatto ugualmente contemporanea al pensiero); la differenza percepita tra le due forme, pertanto, √® soltanto di registro: il congiuntivo √® l’opzione pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale delle due versioni è corretta: punto/paragrafo 42 e segg. oppure punti/paragrafi 42 e segg.?

 

RISPOSTA:

In questa frase, il participio presente¬†segg., ovvero¬†seguenti, si comporta sintatticamente come un aggettivo; deve, quindi, accompagnare un nome. La forma pi√Ļ corretta, pertanto, √®¬†punti/paragrafi 42 e segg., in cui¬†punti/paragrafi¬†governa l’accordo sia di¬†42¬†(che, ovviamente, rimane invariato) sia di¬†seguenti. In alternativa, si pu√≤ scrivere¬†punto/paragrafo 42 e punti/paragrafi segg.¬†(che, per√≤, risulta inutilmente ridondante). La costruzione¬†punto/paragrafo 42 e segg.¬†costituisce un errore veniale; si pu√≤ sempre ipotizzare, infatti, che ci sia un nome sottinteso:¬†punto/paragrafo 42 e (punti/paragrafi) segg.¬†In contesti formali, per√≤ (che sono gli unici in cui una formula del genere potrebbe apparire), √® preferibile rispettare le regole rigorosamente ed essere massimamente chiari.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Volevo chiedere gentilmente quale delle versioni è corretta:

“Il giudice NON può esercitare alcuna attività decisionale nella causa X,

– COMPRESA l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ – (cos√¨ in lingua originale del testo da tradurre – lingua polacca)

– ‚ÄúTRA CUI l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ

– ‚ÄúNEMMENO adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√©/o fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Dai punti di vista strettamente morfosintattico e lessicale vanno bene tutte e tre le frasi in questione. Tuttavia, dato che nei testi giuridici, amministrativi e burocratici √® sempre bene essere chiari, per evitare equivoci, la terza soluzione, con le leggere modificazioni qui proposte, √® la migliore: ‚ÄúIl giudice non pu√≤ esercitare alcuna attivit√† decisionale nella causa X, cio√® non pu√≤ nemmeno adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√© fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

Riguardo al contenuto, mi chiedo, per√≤, da non esperto di procedure giuridiche, se ‚Äúadottare‚ÄĚ sia il termine corretto, o se invece nel testo non si voglia intendere ‚Äúpromulgare‚ÄĚ o ‚Äúemanare‚ÄĚ. In effetti, dal contesto, il divieto sembra riguardare il ruolo attivo del giudice (cio√® quello di ‚Äúemanare decreti‚ÄĚ) nella causa in questione.

Le prime due soluzioni proposte, ancorch√© corrette, possono ingenerare equivoci per via dell‚Äôassenza di un chiaro segnale di negazione in ‚Äúcompresa‚ÄĚ e ‚Äútra cui‚ÄĚ. La negativit√† del concetto √® invece ben presente in ‚Äúnemmeno‚ÄĚ e ribadita, a ulteriore chiarezza, dal ‚Äúcio√®‚ÄĚ e dalla ripetizione del verbo ‚Äúcio√® non pu√≤ nemmeno‚ÄĚ, che riconducono questa parte di testo a quella precedente. Inoltre, la terza soluzione √® migliore anche perch√© contiene una pi√Ļ chiara espressione verbale (‚Äúadottare‚ÄĚ e ‚Äúfissare‚ÄĚ) rispetto all‚Äôespressione nominale ‚Äúadozione‚ÄĚ e ‚Äúfissazione‚ÄĚ.

Infine, meglio ‚Äún√©‚ÄĚ rispetto a ‚Äúo‚ÄĚ, dato che si tratta di una disgiuntiva negativa.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

In vita ho sempre detto indistintamente:

  1. A) Lunedì prossimo.
  2. B) Il lunedì prossimo.
  3. C) Il prossimo lunedì.

Mentre ho sempre visto come errore:

  1. D) Prossimo lunedì.

Qualche giorno fa, durante una discussione, mi √® stato corretto “Ci vediamo il luned√¨ prossimo” (B), e mi √® stato detto che o si mette l’articolo quando “prossimo‚ÄĚ √® anteposto e lo si toglie quando “prossimo” √® posposto.

Mi sa dire se davvero esiste una regola grammaticale che determina l’uso o l’omissione dell’articolo in questo caso?

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei, le tre forme sono tutte e tre corrette e ben attestate negli usi dell‚Äôitaliano. Sicuramente l‚Äôarticolo √® pi√Ļ comune con scorso/prossimo anteposti ed √® meno comune con scorso/prossimo posposti, tuttavia la forma ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ non pu√≤ certo dirsi errata, sebbene online circoli una siffatta regoletta empirica (per es. nella consulenza linguistica di Zanichelli: https://aulalingue.scuola.zanichelli.it/benvenuti/2019/01/31/uso-dellarticolo-davanti-alle-date-alle-ore-ai-giorni/).

L‚Äôarticolo con le espressioni di tempo tende a cadere, oggi, per ragioni svariate (cfr. questo articolo dell‚ÄôAccademia della Crusca: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/omissione-dellarticolo-determinativo-nella-locuzione-temporale-settimana-prossimascorsa/161). Tuttavia espressioni come ‚Äúprossimo luned√¨‚ÄĚ, ‚Äúsettimana prossima‚ÄĚ e simili sono ancora considerate non standard, o quantomeno inadatte all‚Äôitaliano formale. Pu√≤ darsi che in futuro la perdita dell‚Äôarticolo nelle espressioni di tempo si grammaticalizzi ed entri dunque a far parte delle grammatiche e dell‚Äôitaliano standard, ma fino a quel momento sarebbe bene evitare espressioni, pure oggi comuni, quali ‚Äúla riunione si terr√† giorno 23‚ÄĚ, ‚Äúci vediamo settimana prossima‚ÄĚ e simili.

Quanto poi al tipo ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ (che oggi conta ben 13100 risultati in Google, e gi√† questo basterebbe per considerarlo del tutto ammissibile nell‚Äôitaliano attuale), osserviamo che i giorni della settimana rientrano a pieno titolo nei sostantivi e che ammettono l‚Äôarticolo in una serie di espressioni: ‚Äúun luned√¨ d‚Äôinferno‚ÄĚ; ‚Äúil luned√¨ preferito‚ÄĚ, ‚Äúi luned√¨ sono i giorni pi√Ļ duri‚ÄĚ ecc. Va anche osservato che nei riferimenti di tempo determinato l‚Äôarticolo non va messo, perch√© il nome del giorno √® utilizzato con funzione avverbiale: ‚Äúci vediamo luned√¨‚ÄĚ (analogo a ‚Äúci vediamo domani‚ÄĚ). L‚Äôarticolo va messo invece per indicare l‚Äôabitualit√†: ‚Äúci vediamo il luned√¨‚ÄĚ significa ‚Äúci vediamo tutti i luned√¨‚ÄĚ, o ‚Äúdi luned√¨‚ÄĚ, o ‚Äúogni i luned√¨‚ÄĚ. Tuttavia, come mostrano gli esempi precedenti, √® possibile determinare il giorno mediante l‚Äôarticolo, e dato che gli aggettivi scorso e prossimo servono proprio a determinare meglio il nome, l‚Äôarticolo √® adeguato indipendentemente dalla posizione rispetto al nome, come mostrano le coppie seguenti: ‚Äúoggi √® un buon luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúoggi √® un luned√¨ buono‚ÄĚ; ‚Äúil miglior luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúil luned√¨ migliore‚ÄĚ; ‚Äúil brutto luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúil luned√¨ brutto‚ÄĚ; e ancora: ‚Äúci vedremo il luned√¨ del concerto‚ÄĚ (non certo *‚ÄĚci vedremo luned√¨ del concerto‚ÄĚ) ecc. Resta indubbio, per√≤, che gli italiani preferiscano omettere l‚Äôarticolo quando scorso e prossimo sono posposti, e che dunque ‚Äúluned√¨ prossimo‚ÄĚ sia pi√Ļ frequente e comune di ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ. Ma meno comune non vuol dire certo sbagliato.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Articolo, Avverbio, Nome, Registri
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

  1. A) Gli ho assicurato/accertato che non era così.

(complemento di termine + completiva oggettiva diretta esplicita)

  1. B) Gli ho assicurato/accertato la buona riuscita del progetto.

(Complemento di termine + complemento oggetto)

  1. C) Li ho assicurati/accertati che non era così.

(complemento oggetto + completiva oggettiva obliqua esplicita)

  1. D) Li ho assicurati/accertati della mia innocenza.

(complemento oggetto + complemento di specificazione oggettiva obliqua [???])

Sul web mi sono imbattuto su discussioni che riguardavano i due verbi in questione.

Ho letto di gente che dava come corrette solo le costruzioni con complemento di termine, ritenendo scorrette frasi come C e D, visto che si andava in contro ad un paradosso, cio√® due complementi oggetti connessi fra loro, paradosso che, a pensarci bene, potrebbe riguardare anche un verbo come “informare”, visto che quest’ultimo ammetterebbe costruzioni come in C e D, col quale per√≤ certe costruzioni sono del tutto normalizzate e idiomatiche.

Io penso che le costruzioni di C e D siano corrette, solo poco comuni, anche perché queste ultime sono altrettanto corrette nella loro forma riflessiva:

  1. E) Mi assicuro/accerto che tutto vada secondo i piani.

(Complemento oggetto + completiva oggettiva obliqua esplicita)

  1. F) Mi assicuro/accerto della tua innocenza.

(Complemento oggetto + complemento di specificazione oggettiva obliqua [???])

Detto questo, mi interessava sapere cosa ne pensasse un esperto in materia, un linguista, in modo che potessi avere le idee pi√Ļ chiare.

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei: la presenza del complemento oggetto nella reggente non impedisce affatto la presenza di una completiva dipendente dal medesimo verbo che regge il complemento oggetto: ‚Äúho rassicurato i miei genitori che sarei tornato presto‚ÄĚ. La subordinate completive, pur comportandosi similmente a un oggetto (o a un soggetto) non possono essere considerate del tutto equivalenti a un complemento oggetto, come dimostrano le completive indirette, le quali, se trasformate in sintagma, richiederebbero una preposizione anzich√© un complemento diretto: ‚Äúli ho rassicurati che verr√≤‚ÄĚ > ‚Äúli ho rassicurati della (o sulla) mia venuta; ‚Äúinformo Luca che arriverai‚ÄĚ > ‚Äúinformo Luca del tuo arrivo‚ÄĚ.

Quello che non va, in alcune delle frasi da lei citate a esempio, √® il complemento; infatti non tutti i verbi ammettono il complemento oggetto o il complemento di termine della persona nel modo da lei (o dalle sue fonti) espresso, e questo indipendentemente dal fatto che vi sia anche una completiva o no. In particolare: ‚Äúaccertare qualcuno‚ÄĚ (e non ‚Äúa qualcuno‚ÄĚ); ‚Äúassicurare qualcuno‚ÄĚ (oppure ‚Äúrassicurare qualcuno‚ÄĚ), non ‚Äúa qualcuno‚ÄĚ. Assicurare e accertare, insomma, non possono reggere il complemento di termine della persona che si assicura/accerta, ma soltanto il complemento oggetto (nelle accezioni qui commentate). Inoltre, ‚Äúaccertare qualcuno‚ÄĚ appartiene comunque a un registro elevato e raro (‚Äúdi basso uso‚ÄĚ lo definisce il Gradit di De Mauro) che sarebbe meglio evitare, tant‚Äô√® vero che l‚Äôitaliano comune usa accertare soltanto in riferimento a fatti, non a persone: ‚Äúaccertare la morte‚ÄĚ, ‚Äúuna notizia‚ÄĚ e simili.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Guardando un video di una docente di inglese e di comunicazione aziendale mi sono sorti dei dubbi sull’uso del congiuntivo. Riporto tre frasi di cui non capisco la costruzione.
1. Avevo distribuito volantini a tutti i ristoranti che mi capitassero di trovare.
2. Vi do tre consigli per gestire le telefonate di un cliente che parli inglese.
3. Mi è capitato che di fronte alla telefonata di un cliente che parlasse inglese.
Io nel primo e terzo caso avrei usato l’imperfetto, nel secondo il presente. Non ho fatto il liceo, ma un istituto professionale e faccio sempre molta fatica a capire casi come questo, anche studiando la grammatica di riferimento.

 

RISPOSTA:

In effetti i tempi usati dalla docente nelle frasi sono quelli che avrebbe usato lei, che sono anche quelli corretti: l’imperfetto nella prima e nella terza, il presente nella seconda. Per quanto riguarda il modo congiuntivo, si tratta di una scelta meno comune dell’indicativo nelle proposizioni relative, ma non √®, per questo, scorretto. Nelle frasi in questione nelle proposizioni relative si pu√≤ usare sia l’indicativo sia il congiuntivo, senza che il significato cambi: il congiuntivo rende semplicemente la frase pi√Ļ formale, adatta a un registo pi√Ļ elevato. Si potrebbe pensare che il congiuntivo aggiunga una sfumatura di eventualit√† alla proposizione, ma non √® cos√¨: la sfumatura di eventualit√†, se c’√®, √® veicolata dall’intera frase, non dal modo del verbo della subordinata. Si osservi, infatti, che il congiuntivo √® usato sia nella frase 2, in cui si parla di un cliente che potrebbe parlare inglese, sia nella frase 3, in cui si parla di clienti veramente conosciuti, quindi dei quali √® noto se parlassero inglese o no. Anche nella frase 1, del resto, i ristoranti nei quali sono stati distribuiti i volantini sono stati trovati o no: non c’√® niente di ipotetico in questo processo. Sottolineo, a margine, che nella relativa della frase 1 c’√® un errore sintattico indipendente dal modo verbale usato. La terza persona plurale di¬†capitassero¬†dipende dall’idea che il pronome¬†che, riferito ai ristoranti, sia il soggetto della proposizione relativa; ovviamente, per√≤, non √® cos√¨: il verbo¬†capitare¬†√® usato nella forma impersonale, senza soggetto, e¬†che¬†(riferito ai ristoranti) √® il complemento oggetto di¬†trovare. La forma di¬†capitare¬†da usare √®, quindi, la terza persona singolare¬†capitasse¬†(o¬†capitava, se si vuole usare l’indicativo), che √® la forma richiesta quando il verbo √® impersonale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

I prefissi come super-, arci-, iper-, ultra- ecc, si possono, indifferentemente, premettere a tutti gli aggettivi qualificativi di grado positivo, oppure seguono delle regole?

 

RISPOSTA:

Questi prefissi formano il superlativo assoluto dell’aggettivo a cui si uniscono; non possono essere usati, pertanto, con gli aggettivi che non ammettono il grado superlativo, ovvero gli aggettivi di relazione (quelli che instaurano una relazione oggettiva tra il nome che determinano e il nome da cui sono derivati) e quelli di grado positivo dal significato superlativo. Tra i primi figurano aggettivi come¬†mattutino,¬†mensile,¬†architettonico; tra i secondi troviamo aggettivi come¬†stupendo,¬†fantastico,¬†meraviglioso. Va detto che molti aggettivi di relazione hanno significati estensivi che ammettono la gradazione; per esempio¬†civile¬†√® di relazione in¬†codice civile¬†‘relativo alle relazioni sociali’ (impossibile *codice supercivile, come anche¬†codice civilissimo), ma indica una qualit√† graduabile in¬†una persona civile¬†‘che si comporta seguendo le regole’ (possibile¬†una persona supercivile, come anche¬†una persona civilissima). Per altri versi, anche gli aggettivi dal significato superlativo ammettono il grado superlativo quando sono usati con un valore enfatico o ironico (in contesti non formali); in questi casi preferiscono unirsi ai prefissi piuttosto che al suffisso¬†-issimo:¬†supermeraviglioso,¬†iperfantastico¬†ecc. (meno comuni¬†meravigliosissimo,¬†fantasticissimo¬†ecc.).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale regola bisogna seguire per usare in modo corretto le preposizioni di e da?
1) Vestiti da sposa ma vestiti di scena
2) Errori di o da terza elementare
3) Buono di o da 10 euro

 

RISPOSTA:

Le preposizioni sono parole dal significato vago, per cui possono essere usate in contesti molto diversi, a volte anche apparentemente contraddittori. Pu√≤, inoltre, capitare che due o pi√Ļ preposizioni abbiano usi molto simili tra loro. Nei suoi esempi si vede che¬†da¬†indica prioritariamente una relazione di pertinenza, mentre¬†di¬†indica una relazione di appartenenza (anche figurata): un vestito da sposa, pertanto, √® un vestito che si addice a una sposa, mentre un vestito di scena √® un vestito che appartiene alla scena; un errore da terza elementare √® un errore che si addice a un livello di istruzione corrispondente alla terza elementare, mentre un errore di terza elementare non esiste, perch√© non √® possibile che un errore appartenza a un certo livello di istruzione. Nel terzo esempio la forma preferibile √®¬†da 10 euro, perch√© la relazione tra il buono e il valore economico √® di pertinenza;¬†buono di 10 euro, pur esistente, rappresenta una soluzione meno formale, derivante dalla possibilit√† di considerare la relazione tra il buono e il valore talmente stretta da essere assimilata all’appartenenza.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

A) Se ci fosse un libro che mi intrattenesse, lo comprerei.
B) Se ci fosse un libro che mi intratterrebbe, lo comprerei.
C) Se ci fossero delle persone che mi aiutassero, sarei loro riconoscente a vita.
D) Se ci fossero delle persone che mi aiuterebbero, sarei loro riconoscente a vita.

Le frasi col congiuntivo (A e C) mi sembrano senza dubbio corrette.
Il mio dubbio riguarda le frasi B e D, cioè quelle al condizionale.
Secondo me, però, potrebbero avere una loro correttezza grammaticale, immaginando che quel condizionale abbia una protasi implicita:
B) Se ci fosse un libro che mi intratterrebbe (se lo leggessi), lo comprerei.
D) Se ci fossero delle persone che mi aiuterebbero (se mi trovassi in difficoltà), sarei loro riconoscente a vita.

 

RISPOSTA:

Le frasi B e D sono effettivamente scorrette: il condizionale, infatti, non si giustifica in nessun modo, mentre il congiuntivo delle frasi A e C √® attratto dal congiuntivo delle proposizioni reggenti. Anche in presenza di protasi al congiuntivo imperfetto, le proposizioni relative, che sarebbero le apodosi di questi (arzigogolati) periodi ipotetici, sarebbero costruite comunque al congiuntivo. Possibile, invece, l’indicativo, che abbassa leggermente la formalit√† delle frasi:¬†Se ci fosse un libro che mi intrattiene;¬†Se ci fossero delle persone che mi aiutano.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

La domanda diretta nella frase ¬ęRenata domand√≤ a Luca: “Vuoi venire a teatro con me sabato prossimo?”¬Ľ pu√≤ essere trasformata in indiretta in modi diversi:
¬ęRenata domand√≤ a Luca se voleva / avesse voluto / avrebbe voluto / volesse andare a teatro con lei il sabato seguente¬Ľ.
Qual √® l’alternativa migliore?

 

RISPOSTA:

L’alternativa migliore √®¬†volesse: il congiuntivo imperfetto nella proposizione interrogativa indiretta (e nelle altre completive) descrive, infatti, un evento contemporaneo o successivo a quello della reggente quando quest’ultimo √® passato. Del tutto adeguato anche il condizionale passato¬†avrebbe voluto, che descrive un evento successivo a quello della reggente quando questo √® passato, ed √® preferito al congiuntivo imperfetto in contesti di media formalit√†. Possibile anche l’indicativo imperfetto¬†voleva, equivalente in questo caso al congiuntivo imperfetto, ma decisamente meno formale. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto, a rigore, descrive l’evento come precedente a quello della reggente quando questo √® passato; non √® adatto, quindi, a descrivere il rapporto tra la domanda e il volere di Luca. In alternativa, il trapassato potrebbe descrivere il volere come precedente a un altro evento, qui non nominato (per esempio “Renata domand√≤ a Luca se avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”); nella frase in questione, per√≤, non sembra esserci questa intenzione. Alcuni parlanti userebbero, comunque, il congiuntivo trapassato in questa frase, probabilmente come conseguenza della confusione tra la proposizione interrogativa indiretta e la condizionale, nella quale il congiuntivo trapassato √® associato all’irrealt√†. Con questa forma, quindi, tali parlanti intenderebbero presentare la domanda come non tendenziosa, ovvero cortese, aperta a ogni risposta. Che il congiuntivo trapassato avrebbe qui la funzione impropria di rendere la domanda pi√Ļ cortese √® provato dall’impossibilit√† di usarlo con la stessa funzione nelle altre completive. Si prenda, ad esempio, la frase “Renata immagin√≤ che Luca _________________ andare a teatro con lei il sabato seguente”: le soluzioni possibili sono¬†volesse,¬†avrebbe voluto,¬†voleva. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto¬†√® possibile soltanto con la funzione propria di collocare il¬†volere¬†in un momento precedente a un altro, qui non nominato (per esempio “Renata immagin√≤ che Luca avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi sulla concordanza dei seguenti verbi.

  • Se ci√≤ non si verifica, i miei parenti sono tenuti a prendere provvedimenti / Se ci√≤ non si dovesse verificare, i miei parenti saranno tenuti a prendere provvedimenti;

  • L’uso di questi dispositivi peggiorino (o peggiori) le capacit√† cognitive.

 

RISPOSTA:

Entrambe le versioni della prima frase sono corrette, ma occorrono alcune precisazioni. L’indicativo presente al posto del futuro (non si verifica e sono tenuti a prendere provvedimenti al posto di non si verificher√† e saranno tenuti a prendere provvedimenti) abbassa il registro della frase, quindi si adatta a un contesto informale. La seconda opzione, cio√® quella con il congiuntivo presente non si dovesse verificare, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Nella seconda frase la concordanza dev’essere al singolare, ma all’indicativo presente e non al congiuntivo, quindi: “L’uso di questi dispositivi peggiora le capacit√† cognitive”, dove peggiora si accorda con l’uso.
Raphael Merida

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QUESITO:

Ho trovato questa frase nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:
“Potr√† apparire strano che fin qui non avessi ancora messo a parte i miei dei pericoli che incombevano sul loro unico figlio”.
Nella completiva dipendente trovo curioso che il tempo verbale usato sia il trapassato del congiuntivo (avessi messo) invece del congiuntivo passato (abbia messo). So che la concordanza dei tempi √® pi√Ļ rigida con le completive di questo tipo e volevo capire la ragione per cui il tempo verbale sia ammissibile in questa frase. √ą una scelta stilistica?
√ą possibile che Piperno voglia impartire una sfumatura di una cosa nel passato che √® successo prima di un‚Äôaltra cosa nel passato? √ą lecito sia nella lingua parlata sia nella lingua scritta?

 

RISPOSTA:

Il trapassato √® la scelta pi√Ļ regolare in questo contesto; il tempo di riferimento, infatti, √® il passato (lo si evince dall’imperfetto¬†incombevano)¬†e con il trapassato si intende, appunto, descrivere un evento avvenuto (o non avvenuto) precedentemente. Sorprendente, piuttosto, √® l’avverbio¬†fin qui¬†usato per riferirsi a un momento passato, ovvero con il significato non di ‘fino ad adesso’ ma di ‘fino ad allora’. Si tratta di un uso molto comune nella lingua parlata, sfruttato in letteratura per confondere il piano della narrazione con quello dell’enunciazione (una tecnica nota come¬†discorso indiretto libero). Il piano temporale su cui si colloca¬†fin qui¬†√® ancora pi√Ļ ambiguo per via della presenza di¬†potr√†, futuro epistemico equivalente a ‘forse √®’, riferito al momento dell’enunciazione. Nella frase, insomma, lo scrivente si rivolge al lettore dicendo che nel momento in cui quest’ultimo sta leggendo appare probabilmente strano che in quel momento del passato (identificato con fin qui) lo scrivente stesso non avesse ancora compiuto (evento descritto al trapassato) quell’azione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il mio quesito √® duplice. Mi farebbe piacere sapere se nella frase “Non feci in tempo a scansarmi che l’uomo in bicicletta mi travolse” ci troviamo di fronte a un caso di¬†che¬†polivalente. Io lo percepisco come tale e mi sentirei di segnalarlo e correggerlo in un tema. Non trovo per√≤ una forma valida con cui sostituirlo senza intervenire su tutta la struttura della frase, ad esempio “L’uomo in bicicletta mi travolse senza che potessi fare in tempo a scansarmi”. Pi√Ļ in generale mi chiedo spesso se i tratti di italiano neo-standard vadano corretti o accettati in ambito scolastico.

 

RISPOSTA:

In frasi come la sua il connettivo¬†che¬†√® usato con una funzione esplicativo-consecutiva, che rientra tra quelle raggruppate sotto l’etichetta di¬†che polivalente. La stessa funzione pu√≤ essere ravvisata in frasi come “Tu esercitati, che prima o poi avrai successo”, o “Vieni che ti spiego tutto”. Quest’uso √® certamente tipico del parlato di formalit√† medio-bassa (come suggerisce il senso stesso delle frasi esempio); la sua accettabilit√† nello scritto di media formalit√†, invece, oscilla in relazione alla sensibilit√† dei parlanti e alla costruzione dell’intera frase. Nella sua frase, per esempio, l’uso ha un’accettabilit√† pi√Ļ alta che negli esempi fatti da me, perch√©¬†non fare in tempo che¬†√® un costrutto quasi cristallizzato (un costrutto pienamente cristallizzato di questo tipo √®¬†fare in modo che). Per la verit√†, un’alternativa del tutto standard (e per questo meno espressiva) alla costruzione che non richieda lo stravolgimento della frase esiste: “Non feci in tempo a scansarmi: l’uomo in bicicletta mi travolse”. La variante sintattica, si noti, rivela che il¬†che¬†polivalente √® spesso un “riempitivo” coesivo per un collegamento logico che altrimenti rimarrebbe implicito; anche nei miei esempi, infatti, il¬†che¬†si pu√≤ semplicemente eliminare (con l’effetto secondario di elevare il registro).
Anche per altri tratti del neostandard l’accettabilit√† dipende oltre che, ovviamente, dal contesto, dalla sensibilit√† dei parlanti e dalla costruzione dell’intera frase. Per esempio, una dislocazione a sinistra come “Questo argomento lo tratteremo la prossima volta” √® pi√Ļ accettabile di “Di questo argomento ne parleremo la prossima volta”, perch√© anche se in entrambe le frasi la tematizzazione del costituente rafforza il collegamento con la frase precedente, nella seconda la ripresa pronominale non √® necessaria.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quale delle due frasi √® corretta: “Sar√† difficile che ti ricorderai di me” oppure “sar√† difficile che ti ricordi di me”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette. Un evento futuro espresso con una proposizione completiva dipendente da una reggente al futuro o al presente pu√≤ essere descritto con il congiuntivo presente (qui¬†ricordi) o con l’indicativo futuro (qui¬†ricorderai). Il congiuntivo √® la scelta pi√Ļ formale; l’indicativo quella pi√Ļ adatta al parlato e allo scritto medio-basso. Per un approfondimento della questione si veda¬†questa risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle frasi che costituiscono l’elenco numerato √® pi√Ļ appropriato utilizzare il congiuntivo o l’indicativo del verbo indicato tra parentesi?
Per l’analisi dei libri di testo è stato impiegato il modello di sviluppo dell’autonomia di Reinders, basato su 8 livelli, per ciascuno dei quali sono stati ricercati nei testi specifici elementi:
1. Per il livello della definizione dei bisogni sono stati ricercati elementi che (permettono o permettano?) al discente di riflettere sui propri punti di forza, di debolezza ed esigenza nell’utilizzo della LS.
3. Per la pianificazione dell’apprendimento è stato verificato se i libri (consentono o consentano?) al discente di definire i tempi, le modalità e gli obiettivi di apprendimento per ciascuna unità o alcune di esse.
5. Per la selezione delle strategie di apprendimento sono state ricercate sia attività che informazioni che (aiutano o aiutino?) il discente ad adottare consapevolmente una specifica strategia di apprendimento.
6. Per il livello delle esercitazioni √® stata osservata la presenza di esercizi liberi, in cui lo studente (pu√≤ o possa?) utilizzare la LS senza rigide linee guida ed esprimersi, quindi, in modo pi√Ļ autentico sia in classe che al di fuori.
7. Per il monitoraggio dei progressi sono state ricercate sezioni che (permettono o permettano?) al discente di registrare e riflettere su cosa e come ha imparato.
8. Infine, per il livello della valutazione sono state considerate attività di autovalutazione o di feedback tra pari che (consentono o consentano?) agli studenti di esprimere un giudizio su ciò che essi stessi o i propri pari hanno appreso.

 

RISPOSTA:

In tutti i casi meno uno il verbo si trova all’interno di proposizioni relative. Queste ultime, tipicamente costruite con l’indicativo, possono prendere il congiuntivo quando il pronome relativo ha un antecedente indeterminato; il congiuntivo invece dell’indicativo produce un innalzamento diafasico, mentre il significato, a seconda della frase, non cambia affatto oppure assume una sfumatura consecutivo-finale. Mentre, ad esempio,¬†elementi che permettono¬†indica che gli elementi ricercati posseggono la qualit√† descritta (cio√® permettono al discente di riflettere),¬†elementi che permettano¬†indica che gli elementi sono ricercati perch√© posseggano quella stessa qualit√†, o, in altre parole, nel primo caso si cercano degli elementi con una certa qualit√†, nel secondo si cerca una certa qualit√† posseduta da alcuni elementi. Del tutto ininfluente sul significato √®, invece, la scelta del modo verbale nella proposizione interrogativa indiretta nella frase 3: qui la scelta dipende soltanto da ragioni diafasiche, ovvero dall’intento di usare un registro medio-alto (con il congiuntivo) o medio-basso (con l’indicativo).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Espressioni come¬†ne consegue e¬†ne deriva , o anche¬†se ne desume, reggono il congiuntivo? Oppure l’Indicativo? O entrambi? In genere, quando scrivo preferisco, a livello di suono, il congiuntivo, non credo per√≤ ci sia una forma necessaria. Quale potrebbe essere pi√Ļ corretta?

 

RISPOSTA:

Queste espressioni impersonali reggono una proposizione soggettiva, che pu√≤ essere costruita con l’indicativo o il congiuntivo. Il modo scelto non modifica il significato della frase, ma influisce sul registro: il congiuntivo √® pi√Ļ formale e pi√Ļ adatto allo scritto medio-alto; l’indicativo √® meno formale, quindi pi√Ļ adatto al parlato e allo scritto trascurato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le due frasi sono corrette?

1. Non ve n’√® mai fregato della vostra famiglia.

2. Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette, ma hanno significati opposti per via del verbo, che soltanto in apparenza √® uguale. Nel primo esempio, il verbo coinvolto √® fregarsi, un verbo intransitivo pronominale che significa ‘importare’; la frase, quindi, pu√≤ essere interpretata cos√¨: “Non vi √® mai importato della vostra famiglia”. Il pronome atono ne, in questo caso, serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon ve n‘√® mai fregato della vostra famiglia“. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato.
Nel secondo esempio, invece, la frase √® costruita attorno al verbo procomplementare fregarsene (sui verbi procomplementari rimando alle risposte contenute nell’Archivio di DICO). Il suo significato non √® ‘importare’, come per fregarsi, ma ‘mostrare indifferenza, infischiarsene’. La frase, quindi, assume tutto un altro senso: “Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia” equivale a “Non avete mai mostrato indifferenza nei confronti della vostra famiglia”, quindi “Vi siete sempre interessati della vostra famiglia”.
Questo caso, molto interessante, è un tipico esempio la cui risoluzione richiede una particolare attenzione alle particelle pronominali presenti nella frase, che possono modificare o, addirittura, ribaltare il significato di ciò che si vuole scrivere o dire.
Raphael Merida

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QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In qualche reminiscenza della mia memoria era presente la regola per cui in un elenco si debba mettere solo il primo articolo e i successivi si omettono. Pu√≤ essere che fosse riferito solo al caso in cui l’articolo sia il medesimo per tutti i nomi, non ricordo con esattezza. Perci√≤ √® corretta la seguente frase?
Ha il corpo tozzo, gambe corte e coda lunga.
E questa?
Ha la testa tonda, coda lunga e bocca piccola.

 

RISPOSTA:

L’articolo che accompagna il primo nome di un elenco non dovrebbe valere anche per gli altri nomi dell’elenco, ma ogni nome dovrebbe essere accompagnato dal proprio articolo. Una frase come “Ho comprato il martello, regolo e chiave inglese che mi avevi chiesto” √® chiaramente scorretta; si dice, invece, “Ho comprato il martello, il regolo e la chiave inglese che mi avevi chiesto”. Se tutti i nomi dell’elenco sono dello stesso genere e numero la regola non cambia: ciascuno deve avere il proprio articolo.
Ovviamente, l’articolo va inserito se √® richiesto: nei casi in cui il nome non avrebbe l’articolo fuori dall’elenco esso non lo deve avere neanche nell’elenco. Per esempio, cos√¨ come potrei dire “Ho comprato (dei) chiodi” potrei anche dire “Ho comprato un martello, (dei) chiodi e (dei) ganci”.
I suoi elenchi presentano una specificit√† ancora diversa: sono costruiti in modo da ammettere sia la soluzione con sia quella senza articolo per tutti e tre i membri (anche per il primo):¬†avere¬†(e verbi simili, come¬†presentare,¬†mostrare,¬†essere composto da) seguito da un elemento descrittivo, ma soprattutto da un elenco di elementi descrittivi, √®, infatti, un costrutto quasi cristallizzato con il nome o i nomi senza articolo. Si veda, per esempio, la seguente frase tratta dal sito catalogo.beniculturali.it: “L’oggetto ha¬†bocca piccola¬†con doppio bordo in rilievo,¬†collo lungo, due manici ad ansa”. Si potrebbe argomentare che, stante la possibilit√† di omettere l’articolo per tutti i membri di questo tipo di elenco, si dovrebbe fare la stessa scelta per tutti: o “Ha il corpo tozzo, le gambe corte e la coda lunga” o “Ha corpo tozzo, gambe corte e coda lunga”; per quanto, per√≤, questa soluzione sia ragionevole e per questo preferibile in contesti formali, l’inserimento dell’articolo soltanto per alcuni dei membri dell’elenco non pu√≤ essere considerato una scelta scorretta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si dice ¬ęha constatato che il sig. X fosse presente¬Ľ o ¬ęha constatato che il sig. X era presente¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette: quella al congiuntivo √® pi√Ļ formale, ma quella all‚Äôindicativo √® pi√Ļ comune. Nelle subordinate completive l‚Äôindicativo e il congiuntivo sono intercambiabili, sebbene con gradi di accettabilit√† differenti a seconda del verbo reggente e anche del fatto che vi sia o no la negazione, oltre che in base al grado di formalit√†. Con la negazione, per esempio, il congiuntivo √® sempre preferibile: ¬ęNon ha constatato se X fosse presente¬Ľ. Con la negazione, tra l‚Äôaltro, la completiva non √® un‚Äôoggettiva, bens√¨ una interrogativa indiretta, introdotta da se. Nelle frasi affermative, vi sono verbi che ammettono, e quasi prediligono, l‚Äôindicativo, quali constatare, appurare, dire, vedere, sentire (una frase come ¬ęsento che Luca sia affannato¬Ľ, ancorch√© non erronea, √® al limite dell‚Äôinaccettabile, in un italiano comune); e verbi che invece preferiscono il congiuntivo (la maggior parte: volere, temere, credere, pensare, ritenere, dubitare, sognare‚Ķ). In linea di massima, i verbi che esprimono una percezione diretta della realt√† prediligono l‚Äôindicativo (tranne che con la negazione), mentre i verbi che esprimono un‚Äôipotesi, un timore, una volont√† e simili prediligono il congiuntivo. Oltre che dal grado di formalit√†, la presenza dell‚Äôindicativo o del congiuntivo nelle subordinate, dunque, non dipendono tanto dal grado di certezza (come erroneamente spesso si dice), quanto dalla percezione pi√Ļ o meno diretta. Se dipendesse dalla certezza, allora frasi come le seguenti sarebbero impossibili: ¬ęcredo fermamente che Dio esista¬Ľ; ¬ęho sognato che volevi uccidermi¬Ľ, mentre invece sarebbero poco naturali ¬ęcredo fermamente che Dio esiste¬Ľ e ¬ęho sognato che volessi uccidermi¬Ľ. Questo perch√© sognare si riferisce comunque al frutto di una percezione diretta, mentre il verbo credere (cos√¨ come avere fede), pur non mettendo in dubbio il frutto di quanto viene creduto, lo esprime comunque con un verbo che indica una elaborazione del pensiero (come pensare). ¬†

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me, che non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Non so se la costruzione sia corretta. Non ravviso niente di illogico o di irregolare in essa; tuttavia non sono convinta che, dal punto di vista grammaticale, il riferimento del ¬ęche¬Ľ sia valido.

La frase, parafrasata, sarebbe questa:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me. Io non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Ma nell’esempio, il ¬ęche¬Ľ, se non erro, si riferisce a un soggetto non espresso. Mi domando se la mia osservazione sia giusta.

 

RISPOSTA:

La frase √® ben formata e il che non si riferisce a un soggetto non espresso, bens√¨ a un complemento di termine (della reggente), svolgendo tuttavia la funzione di soggetto della subordinata relativa. Il fatto che l‚Äôantecedente del relativo (cio√® il nome cui il relativo si riferisce) sia in un complemento indiretto non crea alcuna difficolt√†; l‚Äôimportante √® che il pronome relativo, all‚Äôinterno della proposizione relativa, svolga il ruolo o di soggetto o di oggetto, e nessun altro (salvo eccezioni d‚Äôambito colloquiale e al limite dell‚Äôaccettabilit√†). Dunque, sarebbe substandard un esempio del genere: ¬ęla critica √® rivolta a me, che non me ne importa niente¬Ľ (cio√® ¬ęa cui non importa niente¬Ľ). In questo caso, saremmo di fronte a una cosiddetta relativa debole, o che polivalente, da evitare nello stile formale o anche di media formalit√†.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nel linguaggio, spesso frettoloso e trascurato, della messaggistica, ho ravvisato esempi del genere:

1) Visto due film, stasera: spettacolari.

2) Fatto. Comprato pane e marmellate.

Si tratta evidentemente di due casi in cui si √® scelto di omettere l’ausiliare coniugato.

(Ho) visto due film. (Ho) comprato pane e marmellate.

Innanzitutto, vi domando se le costruzioni così presentate sono corrette.

Se si volesse unire l’economicit√† della comunicazione, che sembra essere fondamentale in questo contesto, con il rispetto della sintassi, si potrebbe optare, secondo voi, per il compromesso di flettere il participio passato secondo il genere e il numero?

Dal punto di vista della brevit√† (e dell’immediatezza) non ci sarebbero differenze.

3) Visti due film, stasera: spettacolari.

4) Fatto. Comprati pane e marmellate.

 

RISPOSTA:

Entrambe le costruzioni (visto/visti, fatto/fatti) sono corrette, ma non v‚Äô√® dubbio sulla maggiore formalit√† della seconda, che dunque √® da preferire. Infatti, mentre nel primo caso (¬ęvisto due film¬Ľ, ¬ęcomprato pane e marmellate¬Ľ) l‚Äôunico modo per giustificare la presenza del participio passato √® quello di ricorrere all‚Äôellissi dell‚Äôausiliare, col risultato di ottenere una frase telegrafica e, in quanto tale, traballante, assolutamente da evitare nello stile anche di media formalit√†, nel secondo caso, invece, il participio passato al plurale, e cio√® accordato col soggetto di una frase passiva (¬ęsono stati visti due film¬Ľ, ¬ęsono stati comprati pane e marmellate¬Ľ), √® perfettamente standard e adatto a qualunque contesto, interpretabile come costrutto implicito, senza bisogno di invocare l‚Äôellissi dell‚Äôausiliare. Tant‚Äô√® vero che le stesse proposizioni potrebbero trovarsi come subordinate implicite: ¬ęvisti due film, sono poi andato a letto¬Ľ; ¬ęcomprati pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ. La stessa possibilit√† √® negata al participio singolare maschile, che in questo caso sarebbe agrammaticale: *¬ęvisto due film, sono poi andato a letto¬Ľ; *¬ęcomprato pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho un dubbio su questa frase: ¬ęLa funzionalit√† non protegge gli altri servizi e app¬Ľ.

√ą corretto indicare ¬ęaltri¬Ľ al maschile anche se app √® al femminile? Oppure √® meglio dire: ¬ęLa funzionalit√† non protegge gli altri servizi e le altre app¬Ľ? Qual √® la regola grammaticale al riguardo?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, ma la seconda √® pi√Ļ formale. L‚Äôitaliano prevede il maschile sovraesteso in caso di due o pi√Ļ elementi di genere diverso. Certamente, per√≤, la forma ¬ęgli altri servizi e le altre app¬Ľ √® preferibile, soprattutto perch√©, nel caso di due soli elementi, non allunga troppo il testo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Accordo/concordanza, Registri
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QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą possibile dire ¬ęVorrei che faccia¬Ľ invece che ¬ęVorrei che tu facessi¬Ľ? √ą corretto pensare che il congiuntivo presente dia al mio desiderio una sfumatura di maggiore cogenza, un senso imperioso? Normalmente, da quello che trovo anche nelle grammatiche, si usa il congiuntivo imperfetto nella subordinata, poich√© l‚Äôevento √® dato come realizzabile solo se si attua il mio desiderio. Ma nel caso in cui io parlante intenda il mio vorrei come ‚Äėobbligo‚Äô, e usi il condizionale solo in quanto formula di cortesia, √® accettato il congiuntivo presente? In sintesi: √® un vero e proprio errore usare il congiuntivo presente nella frase citata in apertura, o si tratta di una forma poco usuale, ma in alcuni casi prevista e possibile? Si tratta di un problema di grammatica o di semantica?

 

RISPOSTA:

Come spesso accade, di errori veri e propri nella lingua ve ne sono pochi; il pi√Ļ delle volte si tratta di variet√†, impropriet√†, sfumature. In questo caso, se non errato, l‚Äôuso del presente congiuntivo in associazione col condizionale presente, possibile in astratto, √® improprio e decisamente minoritario (nelle persone colte), sia per ragioni semantiche, sia per ragioni grammaticali, o per meglio dire di analogia con altri costrutti che associano congiuntivo a condizionale. Dal punto di vista semantico, come giustamente ricorda lei, la spiegazione che si d√† al condizionale √® che il parlante/scrivente ¬ęmostra di credere poco alla realizzabilit√† del proprio desiderio, lo d√† quasi come fosse gi√† alle spalle¬Ľ (L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 63). Pu√≤ trovare approfondimenti al riguardo in numerose altre domande di DICO, riassunte qui. Quel che pi√Ļ conta, per√≤, √® l‚Äôuso dei parlanti e degli scriventi, pi√Ļ che le loro eventuali intenzioni recondite. Nell‚Äôuso comune, quando compare il condizionale presente nella reggente, scatta quasi sempre l‚Äôuso combinato del congiuntivo imperfetto. Perch√©? Evidentemente per via del costrutto che pi√Ļ d‚Äôogni altro (come frequenza d‚Äôuso) combina i due modi e tempi, vale a dire il periodo ipotetico del secondo tipo (il pi√Ļ frequente dei periodi ipotetici): ¬ęverrei se potessi¬Ľ (e non ¬ęse possa¬Ľ!). Per questa ragione, i parlanti e gli scriventi colti (e conseguentemente le grammatiche) associano all‚Äôuso combinato di condizionale presente pi√Ļ congiuntivo presente un valore di estrema trascuratezza, prossimo all‚Äôerrore. La giustificazione che lei d√† dell‚Äôopzione del congiuntivo presente √® ineccepibile, ma logicistica: le lingue non funzionano con astratte logiche a posteriori, bens√¨ in base a consuetudini consolidate.

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęInizi√≤ tutto un anno fa: ero solo e lei venne a parlarmi. Quest’inverno lei mi √® stata vicina¬Ľ.

Non sarebbe pi√Ļ corretto utilizzare il passato prossimo visto che questo legame continua?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio √® ben scritto sia con il passato prossimo sia con il passato remoto. Con il passato remoto il livello stilistico si innalza: non a caso, il passato remoto √® il tempo tipico dei testi narrativi letterari (racconti, romanzi ecc.). √ą senza dubbio vero che il passato prossimo, a differenza del remoto, serve a indicare una conseguenza dell‚Äôazione nel presente, tant‚Äô√® vero che sarebbe quasi inaccettabile una frase come ¬ęQuest‚Äôinverno lei mi fu vicina¬Ľ, poich√© ci si aspetta una conseguenza di quella vicinanza (per esempio lo sbocciare di una storia d‚Äôamore, il consolidarsi di un‚Äôamicizia e simili), ancor pi√Ļ evidente per via del deittico questo. Diverso sarebbe ¬ęLo scorso inverno mi fu vicina¬Ľ: da una frase del genere non mi aspetto le conseguenze dell‚Äôevento. √ą vero altres√¨ che non √® bene passare dal passato remoto al passato prossimo (o viceversa), senza un‚Äôeffettiva necessit√†. Tuttavia, l‚Äôattacco del periodo (¬ęInizi√≤ tutto un anno fa¬Ľ) e anche il suo seguito immediato (¬ęvenne a parlarmi¬Ľ) sembrano qui indicare un evento preso nel suo isolamento, anche indipendentemente da quel che segue. Nella frase successiva √® come se il discorso riprendesse da capo. Se si vuole ottenere una maggiore contiguit√† tra gli eventi si pu√≤ volgere tutto al passato e al trapassato prossimo: ¬ę√ą iniziato (o Era iniziato)‚Ķ √® venuta (o era venuta)¬Ľ. Devo dire per√≤ che il passato remoto ben si presta, come gi√† detto, allo stile letterario e a quel distacco temporale tipico dell‚Äôincipit dei romanzi e dei racconti.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla seguente frase: “Non vorrei che dopo siamo in troppi”. √ą preferibile usare il congiuntivo imperfetto, ma la frase √® comunque corretta, oppure √® sbagliata?

 

RISPOSTA:

In questa frase agiscono due ragioni contrarie: da una parte ci si aspetta “Non vorrei che dopo fossimo in troppi”, perch√© i verbi di desiderio al condizionale presente richiedono il congiuntivo imperfetto nella proposizione completiva (per un approfondimento su questa norma si veda¬†qui); dall’altra l’avverbio¬†dopo¬†sottolinea la posteriorit√† dell’essere¬†rispetto al¬†volere, e questo rinforza la legittimit√† del congiuntivo presente con funzione di proiezione nel futuro. Da queste premesse si pu√≤ ricavare, come soluzione ragionevole, che l’imperfetto √® comunque la soluzione oggi considerata preferibile, ma il presente √® giustificabile (anche se sarebbe visto con sospetto da molti parlanti, quindi dovrebbe essere riservato a contesti informali).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Se io chiedo “Non sei mai stato a Granada, vero?”, la risposta corretta, se l’interlocutore non c’√® stato, √® “No”. Secondo mio padre invece la risposta corretta √® “S√¨”, che sottintende “S√¨, √® vero che non ci sono mai stato”. Io ho cercato senza successo di spiegargli che¬†vero?¬†√® una componente della frase necessaria a disambiguarla da quella che sarebbe una semplice affermazione quale “Non sei mai stato a Granada” e non una domanda. √ą diventato difficile fargli domande di questo tipo. Mi poteste fornire una regola rigorosa, chiara ed esaustiva per chiarire la questione?

 

RISPOSTA:

A rigore la risposta corretta √® “S√¨ (, non sono mai stato a Granada)”, a prescindere dalla presenza di¬†vero; l’interlocutore, infatti, dovrebbe confermare la negazione contenuta nella domanda per rispondere negativamente. Al contrario, per rispondere positivamente (nel caso in cui sia stato a Granada), l’interlocutore dovrebbe negare la negazione con un “No (, sono stato a Granada)”. Le risposte corrette a rigore, per√≤, non sono gradite ai parlanti, perch√© √® controintuitivo rispondere negativamente confermando e positivamente negando; da qui nasce l’abitudine a trascurare la forma della domanda e rispondere considerando soltanto la polarit√† della risposta. Nonostante questa abitudine, per√≤, non si pu√≤ dire che le risposte “rigorose” siano scorrette (per quanto, in un contesto informale, risultino un po’ pedanti).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se entrambe le soluzioni riportate di seguito sono corrette, oppure se ve ne sia una meno formale rispetto all’altra:
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile cogliere.
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile da cogliere.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono possibili e praticamente equivalenti dal punto di vista semantico; la prima, però, ha una costruzione sintattica intricata, per quanto del tutto comprensibile e ammessa dalla grammatica.
L’intrico dipende dalla natura della proposizione¬†che cogliere, contemporaneamente relativa e soggettiva; da una parte, infatti,¬†che¬†riprende il sintagma¬†una sfumatura semantica¬†(quindi introduce una relativa), dall’altra la proposizione funge da soggetto di¬†risulta difficile¬†(quindi √® una soggettiva). Per evidenziare questa sovrapposizione di funzioni, potremmo parafrasare questa parte della frase con¬†cogliere la quale risulta difficile.
La seconda frase √® pi√Ļ lineare dal punto di vista sintattico:¬†che¬†√® il soggetto della proposizione relativa¬†che risulta difficile;¬†da cogliere¬†√® una proposizione completiva assimilabile a una oggettiva, retta dall’aggettivo¬†difficile. Non √® facile associare le due frasi a determinati registri: in linea generale, mentre la seconda √® adatta a tutti i contesti, la prima √® pi√Ļ adatta a contesti medio-alti, soprattutto scritti, per via della complessit√† della costruzione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’espressione¬†godere di un diritto¬†a quale complemento corrisponde¬†di un diritto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica √® un complemento di specificazione. Pi√Ļ utile, per√≤, √® l’interpretazione data dalla grammatica valenziale, secondo cui si tratta di un complemento oggetto obliquo, ovvero di un sintagma che ha la stessa funzione del complemento oggetto, ma non √® diretto, bens√¨ preposizionale, semplicemente perch√© il verbo richiede tale preposizione (come in¬†fidarsi di,¬†servirsi di, contare su,¬†obbedire a¬†e tanti altri). Il sintagma¬†di un diritto, infatti, √® necessario per completare sintatticamente il verbo¬†godere, quindi √® un argomento di questo verbo, mentre il complemento di specificazione non √® mai un argomento del verbo, perch√© indica un dettaglio relativo a un sintagma nominale (la casa di Mario,¬†il cancello della scuola,¬†l’introduzione del libro…). Se confrontiamo, inoltre,¬†godere di un diritto¬†con, per esempio,¬†esercitare un diritto, vediamo che la struttura profonda del predicato √® identica, perch√© la preposizione fa da collegamento formale tra il verbo e il sintagma, non contribuisce in alcun modo al significato del sintagma. Infine, un’ulteriore prova del fatto che questo sintagma ha la funzione di un complemento oggetto √® che nel parlato e nello scritto trascurato si tende a dimenticare la preposizione, producendo espressioni come¬†godere un diritto¬†(ma anche¬†abusare qualcuno¬†al posto di¬†abusare di qualcuno,¬†obbedire un ordine, invece di¬†obbedire a un ordine). Sebbene queste realizzazioni siano scorrette, bisogna notare che se in queste espressioni la preposizione avesse un significato preciso (e non fosse, invece, un collegamente soltanto formale), non sarebbe possibile escluderla; nessuno, infatti, direbbe o scriverebbe mai¬†la casa Mario¬†invece di¬†la casa di Mario.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso del congiuntivo/condizionale¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†nella frase che segue.

L‚Äôufficio ha quindi proceduto all‚Äôistruttoria ed all‚Äôesitazione delle istanze per impedire da un lato che il condono potesse agire da ‚Äúscudo giudiziario‚ÄĚ (in quanto la presentazione della domanda di condono sospende il procedimento penale e quello per le sanzioni amministrative) e dall‚Äôaltro per evitare all‚Äôente eventuali richieste di risarcimento da chi¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†voluto avere ragione della propria istanza di sanatoria prima che l‚ÄôAG procedesse, ad ogni modo, all‚Äôabbattimento dell‚Äôimmobile abusivo.

 

RISPOSTA:

Il dubbio tra il condizionale passato e il congiuntivo trapassato dipende dalla presenza, nella frase, di due possibili momenti di riferimento, uno precedente al¬†volere avere ragione¬†(coincidente con il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), uno successivo (coincidente con il¬†procedere all’abbattimento). Il condizionale passato ha la funzione di esprimere la posteriorit√† rispetto a un punto prospettico collocato nel passato, quindi descrive il processo del¬†volere avere ragione¬†come posteriore all’evento, passato, del¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze. Il congiuntivo trapassato, diversamente, descrive il¬†volere avere ragione¬†come precedente rispetto all’evento, pure passato (ma, attenzione, successivo al¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), del¬†procedere all’abbattimento. Entrambe le scelte sono, pertanto, legittime in astratto; entrambe, per√≤, presentano dei difetti: la prima non veicola alcuna sfumatura eventuale, che sarebbe, invece, utile; la seconda veicola s√¨ un senso di eventualit√† (per via della sovrapposizione tra la proposizione relativa e la condizionale:¬†da chi avesse voluto¬†=¬†se qualcuno avesse voluto), ma costringe a cambiare il momento di riferimento a met√† frase, creando una certa ambiguit√† (il¬†volere avere ragione¬†precede il¬†procedere all’abbattimento¬†o il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze?). Consigliamo, allora, una terza soluzione: il congiuntivo imperfetto (da chi volesse avere ragione), che non cambia il momento di riferimento e veicola una sfumatura eventuale. Il congiuntivo imperfetto ha, inoltre, il vantaggio di essere percepito come pi√Ļ formale del condizionale passato, quindi pi√Ļ appropriato a un contesto come questo.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

Leggendo in rete questa frase: ‚ÄúMichelangelo disegnava la lista della spesa siccome la sua domestica era analfabeta‚ÄĚ, mi sono imbattuto in un commento che criticava l‚Äôuso della congiunzione causale (siccome¬†pu√≤ essere usato soltanto a inizio frase). Dal momento che mi sembra una vera e propria regola fantasma, approfitto del portale per chiedere se ci√≤ sia vero o meno.

 

RISPOSTA:

Possiamo definirla una regola fantasma per due ragioni: 1. non c’√® una vera e propria restrizione dell’uso di¬†siccome¬†in tutte le posizioni, per quanto questa congiunzione in contesti formali preferisca una certa posizione; 2. la posizione preferita della congiunzione non √® a inizio frase, cio√® prima della principale, ma prima della reggente, anche quando quest’ultima segue la principale (si pensi a una frase come “Sono stanco di sentire che siccome sono basso non posso giocare a pallacanestro”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una comunicazione e scritta e meglio usare il presente o il futuro per riferirsi al futuro? Ad es. “I genitori possono/potranno partecipare all‚Äôiniziativa organizzata per domani, recandosi… Se per esigenze particolari non si riesce/non si dovesse riuscire a rispettare l‚Äôorario indicato, si pu√≤/potr√† avvisare telefonicamente….”.
Chiedo anche se la punteggiatura va bene.

 

RISPOSTA:

Per descrivere un evento futuro si pu√≤ ovviamente usare l‚Äôindicativo futuro; si pu√≤, per√≤, usare anche il presente, specie in contesti informali e, nel parlato, anche mediamente formali. Il presente al posto del futuro √® accettabile soprattutto nei casi in cui la nozione di futuro √® affidata ad elementi esterni al verbo, per esempio espressioni di tempo (come¬†domani¬†nella prima parte della sua frase). Nella proposizione ipotetica della stessa frase, l’alternativa dovrebbe essere tra¬†si riesce¬†e¬†si riuscir√†¬†(si dovesse riuscire¬†√® ovviamente possibile, ma non √® n√© presente n√© futuro, quindi non c’entra con la domanda). Anche in questo caso, come anche nella proposizione reggente che segue l’ipotetica, la scelta del presente √® possibile ma abbassa il registro.
In quanto alla punteggiatura, l’unico suggerimento che si pu√≤ fare √® di eliminare la virgola prima della proposizione al gerundio (domani, recandosi); tale proposizione, infatti, dovrebbe essere interpretata come strettamente connessa alla reggente, visto che presenta lo strumento con cui pu√≤ realizzarsi l’evento in essa descritto (partecipare all’iniziativa).
Francesca Rodolico
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quali delle seguenti costruzioni sarebbero da evitare perché troppo, o troppo poco, formali?

1) Lascio intendere che si vuole / voglia.

2) Con quelle parole gli fece capire che cosa stava / stesse succedendo.

3) Ho compreso perché tu lo hai / abbia fatto.

4) Constatò fino a che punto riuscivano / riuscissero a mentire i suoi colleghi.

5) Gli spiegò chi era /  fosse.

6) Ero a conoscenza di che cosa voleva / volesse.

7) Prendo atto che la mia scelta ha / abbia generato critiche.

8) Secondo te non mi sono accorto che lei è / sia bella?

9) Mi fece sapere che cosa era / fosse accaduto.

10) Mi basta capire che lei è / sia una brava dottoressa.

11) √ą questo il motivo per cui l‚Äôuomo lo aveva / avesse aggredito.

12) Ho specificato che cosa aveva / avesse detto.

13) Vorrebbe davvero affermare che sua moglie è / sia stata insultata?

14) Gradirei che mi confermaste che tutto è / sia a posto.

15) La tua affermazione mi fa capire che cosa è / sia accaduto.

16) Capivo dove voleva / volesse andare a parare.

17) Avete constatato che ogni oggetto era / fosse al proprio posto?

18) Rivelò a chi era / fosse rivolto il prodotto.

 

RISPOSTA:

Gli esempi da lei proposti sono ugualmente ben costruiti nelle due varianti (tranne il numero 11), con la precisazione che il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell‚Äôindicativo, quindi la scelta tra l’una e l’altra variante va fatta in base allo stile personale e al contesto comunicativo. Va, comunque, precisato che la proposizione interrogativa indiretta √®, tra le completive, quella costruita pi√Ļ naturalmente con il congiuntivo. Nell‚Äôesempio 11 la proposizione subordinata non √® una completiva, ma una relativa; questa proposizione si costruisce di norma con l‚Äôindicativo, ma pu√≤ prendere il congiuntivo per assumere una sfumatura consecutivo-finale (che qui sarebbe fuori luogo).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una discussione, un mio caro amico mi indica che Рa suo dire Рtaciamo è una possibile versione alternativa, ma corretta, di tacciamo.
Ogni riferimento che ho trovato sembra smentirlo. Tuttavia, a sostegno della sua ipotesi mi segnala una pagina di Wikipedia. In effetti la voce taciamo è riportata, anche se priva della relativa pagina grammaticale.
Cos√¨ c’√® rimasto il dubbio che possa esistere un uso grammaticalmente corretto, e non relegato a questioni dialettali o di usanze regionali tra i parlanti.

 

RISPOSTA:

La forma¬†tacciamo¬†√® quella sicuramente corretta, anche se¬†taciamo¬†esiste: i pochi verbi in¬†cere¬†(tacere,¬†giacere,¬†(s)piacere…) hanno una radice che cambia (polimorfica) a seconda della desinenza. In fiorentino antico, e da l√¨ in italiano, la consonante prepalatale si rafforza se si trova dopo vocale e davanti a [j], ovvero al suono della i¬†seguita da un’altra vocale (o semivocalica). Per questo¬†taccio,¬†tacciamo,¬†tacciono,¬†taccia,¬†tacciano, ma¬†taci¬†(qui la¬†i¬†√® una vocale, non una semivocale, perch√© non √® seguita da un’altra vocale),¬†tacete,¬†tacere¬†ecc. Le radici polimorfiche sono facilmente soggette a processi analogici; i parlanti, cio√®, spesso adattano le forme minoritarie, per quanto etimologicamente corrette, a quelle maggioritarie, pure corrette, ma derivate da trafile di formazione diverse. Proprio un processo analogico √® quello che ha creato¬†taciamo¬†sulla base del modello maggioritario¬†tac¬†rispetto a quello minoritario¬†tacc-. Si noti che il participio passato¬†taciuto¬†non ha la consonante rafforzata perch√© nasce gi√† come forma analogica (in latino era¬†tacitus) modellata sulla maggioranza dei participi passati dei verbi della seconda coniugazione (creduto,¬†cresciuto,¬†voluto…).
Il processo di adattamento pu√≤ avere successo nel tempo e, effettivamente, creare forme nuove;¬†taciamo¬†(ma anche¬†piaciamo¬†e¬†giaciamo) oggi esistono, ma per queste parole il processo √®¬†in fieri, come testimonia l’atteggiamento dei vocabolari: il GRADIT, che √® aperto all’uso vivo, riporta¬†taciamo¬†accanto a¬†tacciamo¬†(e¬†piaciamo¬†accanto a¬†piacciamo,¬†giaciamo¬†accanto a¬†giacciamo); lo Zingarelli e il Treccani, invece, pur essendo vocabolari dell‚Äôuso, non registrano affatto la variante. In conclusione, attualmente la forma¬†taciamo¬†√® percepita come scorretta, quindi va evitata anche in contesti informali, specie se scritti; in futuro, per√≤, √® probabile che diventi comune accanto a¬†tacciamo¬†e, addirittura, che la sostituisca.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggo sulla Treccani che nella proposizione concessiva il verbo è al congiuntivo tranne quando introdotta da anche se. Dunque volevo la conferma che solo il primo di questi due periodi sia corretto, e perché:
“Anche se vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
“Seppure vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
Inoltre volevo sapere cosa ne dite della variante:
“Se anche vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.

 

RISPOSTA:

La prima frase √® del tutto corretta; la seconda pu√≤ essere considerata scorretta in qualsiasi contesto scritto, nonch√© in contesti parlati medi. Va detto, per√≤, che esempi di¬†seppure vai,¬†seppure sei¬†e simili non mancano in rete, per quanto siano di gran lunga minoritari rispetto alle varianti con il congiuntivo. Il modo congiuntivo ha un ambito d’uso variegato: in alcune proposizioni √® obbligatorio, in altre √® in alternanza con l’indicativo, in altre √® richiesto da alcune congiunzioni e locuzioni congiuntive ma non da altre. Un esempio di quest’ultimo caso, oltre a quello discusso qui, √® la proposizione temporale, che richiede il congiuntivo soltanto se √® introdotta da¬†prima che. L’associazione di¬†anche se¬†all’indicativo √® probabilmente dovuta alla vicinanza di questa locuzione alla congiunzione ipotetica¬†se, che al presente richiede l’indicativo (se vai in Ferrari…). Il parallelo tra¬†se¬†e¬†anche se¬†√® confermato dal fatto che entrambe richiedono il congiuntivo all’imperfetto e al trapassato (anche se tu andassi / fossi andato). Proprio questa vicinanza semantica rende indistinguibile in molti casi¬†anche se¬†da¬†se anche, sebbene la seconda sia una locuzione congiuntiva ipotetica, non concessiva, che equivale a¬†se, eventualmente,. La differenza emerge chiaramente se l’ipotesi presenta una realt√† certamente verificatasi o certamente non verificatasi; per esempio: “Anche se il computer si √® rotto, non ne comprer√≤ un altro” / *”Se anche il computer si √® rotto…”. La seconda frase √® impossibile, perch√© non presenta una concessione contrastata dal contenuto della proposizione reggente, ma presenta un fatto sicuramente avvenuto come un’ipotesi. Si noti, comunque, che in una comunicazione autentica il ricevente tenderebbe a interpretare anche nel secondo caso la proposizione ipotetica come una concessiva, vista la vicinanza tra le due costruzioni. Con l’imperfetto e il trapassato, per di pi√Ļ, le due locuzioni diventano praticamente equivalenti: “Anche se il computer si rompesse, non ne comprerei un altro” / “Se anche il computer si rompesse…”. In questi casi, sebbene la locuzione¬†se anche¬†sia sempre ipotetica, non concessiva, essa sarebbe interpretata dalla maggioranza dei parlanti come concessiva.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Mi fai sentire come (ipotesi) un insegnante del dopoguerra che rimproverasse (presente o passato?) un alunno che si comporta / comporti / comportasse male”.
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

“Che il castigo, se al giuramento vengo / venissi / venga meno, ricada sulla mia testa”.
Le varianti sono tutte legittime?

“Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta, tu che cosa risponderesti?”.
Di nuovo, con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase il congiuntivo imperfetto¬†rimproverasse¬†rappresenta correttamente l’evento come passato. La proposizione costruita intorno a¬†rimproverasse¬†√® una subordinata di tipo relativo, che si colorisce di una sfumatura eventuale per via del congiuntivo. Le forme¬†si comporta¬†/¬†comporti¬†/¬†comportasse¬†sono tutte possibili: con il congiuntivo imperfetto si rappresenta l’evento del¬†comportarsi¬†come passato, sullo stesso piano di¬†rimproverare; con il presente si sposta il punto di vista al passato per rappresentare l’atto del¬†comportarsi¬†come fosse attuale. La scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente in questo caso dipende dal grado di formalit√† che si vuole conferire alla frase. Sarebbe possibile anche¬†si era comportato¬†/¬†si fosse comportato, per collocare l’atto del¬†comportarsi¬†prima di quello del¬†rimproverare.
Nella seconda frase la subordinata √® ipotetica: in questa subordinata il tempo del verbo determina il grado di realt√† dell’evento: l’indicativo presente rappresenta l’evento come fattuale, il congiuntivo imperfetto come possibile, il congiuntivo trapassato come controfattuale, ovvero non pi√Ļ realizzabile. In questa proposizione il congiuntivo presente non si usa.
Nella terza frase la parte su cui ci si concentra (Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi) √® una sequenza di due ipotetiche coordinate. Come detto sopra, in questa proposizione la forma del verbo esprime il grado di realt√† dell’evento; questa funzione √® indirettamente collegata al tempo, perch√© la fattualit√† (espressa dall’indicativo presente) √® legata al presente o al massimo a un futuro gi√† programmato; la possibilit√† √® legata ugualmente al presente o al futuro; la controfattualit√† √® legata al passato. Per quanto riguarda l’interrogativa diretta (quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta), la scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente dipende dal registro, come per¬†si comporta¬†/¬†comporti. Il condizionale in questo caso non √® giustificato, perch√© non √® indicata nessuna ipotesi tale da condizionare la qualit√† dell’altezza.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Se una persona √® defunta in quale maniera ci si riferisce ‚Äúall‚Äôessere‚ÄĚ della stessa: ‚ÄúNon credo che tutti sappiano chi lei sia / fosse / fu‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le alternative sono corrette. Il congiuntivo imperfetto fosse √® ineccepibile; il passato remoto fu √® legittimo, ma √® pi√Ļ informale del congiuntivo. Anche il congiuntivo presente sia, pur insolito, potrebbe andar bene in questo contesto: per un fattore psicologico e affettivo, ci si potrebbe riferire al defunto come a una persona ancora viva nei nostri pensieri.

Raphael Merida

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

I verbi essere e stare sono intercambiabili?

Ad esempio alla domanda ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ, potrei rispondere usando il verbo stare e dire ‚ÄúSto qui‚ÄĚ?

C‚Äô√® differenza tra ‚ÄúSono alla cassa‚ÄĚ e ‚Äústo alla cassa‚ÄĚ?

Ci sono dei casi in cui il verbo stare non andrebbe usato?

RISPOSTA:

La confusione deriva dal fatto che spesso il verbo stare √® usato legittimamente al posto del verbo essere in frasi, per esempio, che esprimono una condizione psicologica di una persona (‚ÄúSono in ansia‚ÄĚ / ‚ÄúSto in ansia‚ÄĚ). Tuttavia, anche se esiste una forte continuit√† semantica fra essere e stare, ci sono dei casi in cui questi due verbi non sono intercambiabili. Per esempio, rispondere a ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ con ‚ÄúSto qui‚ÄĚ in luogo di ‚ÄúSono qui‚ÄĚ √® un tratto tipico dei dialetti meridionali, inclini a sostituire il verbo essere con il verbo stare (‚ÄúSto nervoso‚ÄĚ al posto di ‚ÄúSono nervoso‚ÄĚ; ‚ÄúLa sedia sta rotta‚ÄĚ al posto di ‚ÄúLa sedia √® rotta‚ÄĚ). Vista la sua natura regionale, occorre evitare questa forma in contesti formali.

Riguardo alla seconda domanda, la risposta √® s√¨: sto alla cassa significa ‚Äėsvolgere la mansione di cassiere‚Äô; sono alla cassa, invece, ‚Äėtrovarsi vicino alla cassa‚Äô. A differenza di essere, il verbo stare, infatti, racchiude alcuni significati che designano una situazione duratura nel tempo (‚ÄúSono a Roma‚ÄĚ significa ‚Äėmi trovo a Roma‚Äô, ‚ÄúSto a Roma‚ÄĚ, invece, ‘abito a Roma‚Äô).

Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Desidero porre una domanda in merito a un tema molto discusso: quale tipo di concordanza usare. Ad esempio:

Mi serve un mucchio di oggetti.
Mi servono un mucchio di oggetti.

La prima frase presenta una concordanza di tipo grammaticale. La seconda frase di una concordanza ‚Äúa senso‚ÄĚ.
Ora sono quasi sicuro che per l’italiano formale si dovrebbe usare la concordanza grammaticale; tuttavia suona meglio a mio avviso la concordanza a senso. La concordanza grammaticale sembra quasi stonare.

 

RISPOSTA:

La concordanza grammaticale in questi casi pu√≤ sembrare ‚Äústonata‚ÄĚ rispetto alla concordanza a senso perch√© si scontra con la rappresentazione logica soggiacente (un mucchio di oggetti¬†=¬†molti oggetti). Tale rappresentazione √® talmente evidente che la concordanza a senso √® percepita come pi√Ļ naturale rispetto a quella rispettosa della regola dell’accordo tra il soggetto e il verbo. Per questo motivo essa √® considerata generalmente accettabile, tranne che in contesti scritti formali.
Per una spiegazione pi√Ļ dettagliata pu√≤ leggere¬†questa risposta¬†gi√† presente in archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se nell’esempio il presente indicativo del verbo potere¬†√® corretto: “Va in ospedale, dove incontra Virginia che gli chiede se pu√≤ avere il fine settimana libero”.

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta. Se pu√≤ avere √® un proposizione interrogativa indiretta, che pu√≤ essere costruita con l’indicativo, il congiuntivo o il condizionale, a seconda del significato e del registro.
Pu√≤ approfondire l’argomento inserendo come parole chiave “interrogativa indiretta” all’interno dell’Archivio di DICO.
Raphael Merida

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QUESITO:

Vorrei capire se siano corrette queste sequenze di pronomi:
Io o tu (o te) o Tu o io (o me)?
Io e tu (o te) o Tu e io (o me)?

RISPOSTA:

Io o tu e Tu o io sono in astratto le uniche sequenze corrette quando i due pronomi fungono da soggetto. In realt√† la variante io o te √® ammissibile (sebbene meno formale), e persino preferita dai parlanti, perch√© la forma del pronome oggetto √® sfruttata per segnalare che il secondo soggetto √® focalizzato (io o TE). Pi√Ļ discutibile la variante tu o me, per la quale vale la stessa considerazione fatta per io o te, ma che risulta essere meno favorita dai parlanti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą possibile usare i termini: avvocata, architetta, ingegnera¬†ecc.? Rimangono formali in questa maniera?

 

RISPOSTA:

I nomi di professione femminili come quelli da lei elencati, pur scarsamente o per niente usati in passato, sono regolari e possono essere usati in ogni contesto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

 

“Mai che qualcuno dica” o “dicesse la verit√†”?

Quale delle due va bene? E di che tipo di costruzione si tratta?

 

RISPOSTA:

 

L‚Äôalternativa con il congiuntivo presente √® certamente preferibile, quella con il congiuntivo imperfetto sarebbe corretta nell‚Äôitaliano standard per riferirsi al passato: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando frequentavo quelle persone¬Ľ; pu√≤, per√≤, valere anche per riferirsi al presente: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando gli chiedi spiegazioni¬Ľ. Questo secondo uso √® di provenienza regionale ed √® substandard (cio√® ancora non del tutto corretto), ma sempre pi√Ļ accettato e diffuso nella lingua parlata. ¬†

Il costrutto mai che + congiuntivo, di recente diffusione, √® sicuramente informale perch√© il che √® polivalente (come nei costrutti, ugualmente di recente diffusione, mica che, solo che, certo che…). Sui vari usi di che la rimando alla risposta Un che, tante funzioni dell‚ÄôArchivio di DICO.

Raphael Merida

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QUESITO:

1) Sarebbe stato meglio che tu fossi andato via.

2) Sarebbe stato meglio che tu andassi via.

Parliamo di due frasi corrette, anche se credo sia preferibile la a.

Io ho sempre visto, in questi contesti, l’imperfetto congiuntivo e il congiuntivo trapassato come due opzioni altamente interscambiabili, ma forse √® una mia percezione erronea.

C’√® invece qualche differenza tra la prima e la seconda frase da un punto di vista semantico?

 

RISPOSTA:

Le due frasi hanno significato diverso. La frase 2 indica un rapporto di contemporaneit√† tra il momento di riferimento (quello dell’essere meglio) e il momento dell‚Äôazione (quello dell’andare); il momento dell’andare, cio√®, era lo stesso in cui l’azione sarebbe stata preferibile. La frase 1, invece, esprime un rapporto di anteriorit√† del momento dell‚Äôazione rispetto a quello di riferimento. La differenza si capisce meglio se allarghiamo il contesto:

  1. Grazie per aver fatto la spesa, ma sarebbe stato meglio che ci fossi andato io.
  2. Sei stato imprudente: sarebbe stato meglio che tu non parlassi cos√¨ apertamente durante l’intervista.

Anche se la 2 √® legittima, essa viene sfavorita dalla sovrapposizione di questa costruzione con quella del periodo ipotetico, per cui a un condizionale passato nell’apodosi di solito corrisponde un congiuntivo trapassato nella protasi (sarebbe stato meglio che tu fossi andato =¬†sarebbe stato meglio se tu fossi andato). In seguito a questa confusione, la 1 viene usata sia nel suo valore proprio (anteriorit√† dell’azione rispetto a un momento di riferimento passato), sia in quello che sarebbe proprio della 2 (contemporaneit√† dell’azione con un momento di riferimento passato).

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

(1) Chiedo alle persone che conoscessero già la risposta di restare in silenzio.

(1a) Volevo confermare che nella proposizione relativa possiamo sostituire conoscessero¬†sia al congiuntivo presente conoscano sia all‚Äôindicativo conoscono senza cambiare la semantica della proposizione.¬† In altre parole, il valore del congiuntivo (sia all‚Äôimperfetto sia al presente) √® diafasico, giusto? La proposizione relativa √® propria, giusto? √ą soltanto una questione del registro.

 

Prendiamo un’altra frase che mi sembra strutturalmente simile:

(2) Possono iscriversi al primo anno tutti coloro che abbiano passato l’esame di amissione.

(2a) La struttura della frase sembra uguale alla frase dell’esempio 1 nel senso che c’è un requisito o una limitazione, giusto?

(2b) Possiamo sostituire avessero passato e avevano passato per abbiano passato senza cambiare la semantica della frase? Anche qui i diversi modi dei verbi sono soltanto una cosa del registro e i valori sono diafasici?

(2c) Come possiamo capire che il pronome relativo che non pu√≤ essere sostituto per esempio con ‚Äútale che‚ÄĚ per darle una sfumatura di una proposizione consecutiva.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi 1 e 2 si può sostituire il congiuntivo con l’indicativo senza alcun cambiamento di significato; la scelta tra i due modi è un fatto che determina il maggior o minor grado di formalità. Sulla scelta fra presente e imperfetto congiuntivo la rimando alle seguenti risposte nell’archivio di DICO: Congiuntivo e consecutio nella proposizione relativa e Relative improprie.

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QUESITO:

La frase di partenza viene da Moravia:

(1) ‚ÄúGli avevano fatto credere ad una tresca di Lisa‚Ķ.‚ÄĚ.

Volevo confermare che in questa frase non possiamo dire: ‚ÄúGli ci avevano fatto credere‚ÄĚ (ci = ad una tresca) perch√© gli ci non √® permesso nella grammatica italiana, giusto? Ma si sente:

(1a) Gli ci vuole molto tempo (gli = ‚Äėa lui‚Äô).

 

Gli ci vuole molto tempo è una forma colloquiale? Potrebbe darmi altri esempi in cui gli ci viene usato?

 

(2) Ammaniti nel libro Ti prendo e ti porto via scrive:

‚ÄúMi ci faceva credere‚ÄĚ.

Per me, il pronome mi ha valore di ‚Äúa me‚ÄĚ.¬† Di nuovo, volevo capire se questo uso della lingua √® soltanto colloquiale dato che la grammatica non indica la combinazione di un pronome indiretto con ci.

 

RISPOSTA:

Nella frase di Moravia non avrebbe senso inserire ci. Esistono frasi come 1a che sono del tutto legittime e riconosciute dalla grammatica italiana. In questo caso, volerci, che significa ‘essere necessario’, rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso ci) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo aggiungendo una sfumatura di partecipazione emotiva. La presenza di gli ci fa capire, nel suo esempio, che ci si riferisce a una terza persona, ma nulla vieta che ci si riferisca ad altre: ‚ÄúGli/Ti/Mi ci √® voluta una settimana‚ÄĚ.

L’esempio tratto da Ammaniti, pur un po’ forzato, è possibile; si tratta, in questo caso, di una struttura colloquiale, presente soprattutto nel parlato, dove ci si riferisce a ciò che è stata detto prima.

Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementare.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Tante di cose” o “tante di persone”, come dice Lei, sono agrammaticali, ma in caso di ripresa nominale, cio√® col “ne” come ripresa pronominale in aggiunta al “di” partitivo (“Ne vede tante di cose/persone”), sarebbero legittime.

Se non si vuole utilizzare il pronome di ripresa “ne” allora bisognerebbe modificare il nome “cose”:

“Ogni giorno vede tante di queste cose/persone”.

Secondo lei, se cambiassimo ”vede tante di cose/persone” in “Vede tante di cose/persone interessanti” cambierebbe qualcosa o si resterebbe nell’agrammaticalit√†?

 

RISPOSTA:

Secondo me s√¨, sarebbe agrammaticale; accettabile, forse, soltanto in uno stile molto informale. L‚Äôindefinito tanto pu√≤ reggere il partitivo, ma in contesti in cui sia chiara la ripartizione di un sottogruppo: ¬ętanti dei miei amici non sono laureati¬Ľ, oppure: ¬ęvedo qui presenti tante delle persone che ho conosciuto al corso di francese¬Ľ o simili. Invece, nel suo esempio (¬ęvede tante di persone interessanti¬Ľ) non c‚Äô√® questa ripartizione, perch√© ¬ętante persone¬Ľ indica genericamente un numero elevato di persone e non un sottogruppo nell‚Äôambito di un gruppo pi√Ļ ampio o di una totalit√†.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“√ą arrivato il momento che il proprietario venga a ritirare la macchina”. La frase √® corretta o si dovrebbe scrivere con in cui?
“√ą arrivato il momento in cui il proprietario venga a ritirare la macchina”.
Perché mi suona meglio la prima?

 

RISPOSTA:

Subordinate come quella da lei presentata si collocano a met√† strada tra le relative, le temporali e le soggettive. Se la consideriamo una relativa dobbiamo costuirla con in cui, perch√© un evento succede in un momento; se la consideriamo temporale la costruiremo con quando; se la consideriamo soggettiva useremo la congiunzione che (in questo caso √® il momento che viene assimilato a √® il caso che o simili). I parlanti sfavoriscono decisamente l’opzione temporale e oscillano tra la relativa e la soggettiva, per via della somiglianza tra le due costruzioni (non a caso il che usato in casi come questi rientra nella casistica del cosiddetto che polivalente), preferendo, di solito, la seconda. Quest’ultima √® da considerarsi del tutto regolare e utilizzabile in ogni contesto. A conferma della vicinanza di questa subordinata alle soggettive, se il soggetto della subordinata √® impersonale essa si costruisce con di + infinito, proprio come le soggettive: “√ą arrivato il momento di andare”. Va detto, per√≤, che la costruzione relativa diviene preferibile se il momento non √® all’interno di un costrutto presentativo, per esempio “Nel momento stesso in cui l’ho visto ho provato una forte emozione”. In questo caso la costruzione con che¬†√® percepita come pi√Ļ trascurata.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale fra le due seguenti affermazioni √® la pi√Ļ corretta e formale?

1) serve un sacco di cose

2) servono un sacco di cose

Io personalmente credo che la prima sia la pi√Ļ formale in quanto richiama una concordanza grammaticale, mentre la seconda pi√Ļ diffusa nel linguaggio confidenziale sembra accordata ‚Äúad orecchio‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Senza dubbio la prima √® pi√Ļ formale e ineccepibile, dal punto di vista grammaticale, dato che ¬ęun sacco¬Ľ, testa del sintagma, √® singolare. Il secondo √® un caso normalissimo (e ormai accettato anche dall‚Äôitaliano standard) di concordanza a senso, in cui la concordanza del verbo al plurale si spiega con il fatto che l‚Äôintera espressione ¬ęun sacco di X¬Ľ indica una molteplicit√†, del tutto equivalente a ¬ęmolti X¬Ľ. Inoltre, dato che √® la stessa espressione ¬ęun sacco di¬Ľ ad essere informale e colloquiale, e dato che essa si √® del tutto lessicalizzata come pressoch√© assoluto sinonimo di ¬ęmolti¬Ľ, la concordanza ‚Äúgrammaticale‚ÄĚ col verbo al singolare appare in questo caso un‚Äôinutile, e un po‚Äô goffa, pedanteria. Si pu√≤ aggiungere, infine, che talora al Nord pu√≤ essere preferita la prima forma (col verbo al singolare) non in quanto pi√Ļ formale, bens√¨ in quanto pi√Ļ vicina ad analoghi casi (ma stavolta non standard) di italiano regionale con verbo al singolare accordato a soggetto plurale, come per esempio ¬ęce n‚Äô√® molti¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su una frase: ‚Äúavrei bisogno di sapere se potessi sostenere l‚Äôesame (giorno x)‚ÄĚ. Non mi suona male ma mi √® stato fatto notare che non era cos√¨ corretta e che dovrei dire invece ‚Äúse sia possibile(‚Ķ)‚ÄĚ. Potreste aiutarmi? Vanno bene entrambe?

 

RISPOSTA:

In effetti, non si giustifica l‚Äôimperfetto, perch√© in questo caso il rapporto temporale tra le due proposizioni non √® di contemporaneit√† nel passato, bens√¨ di posteriorit√† o di contemporaneit√† nel presente, quindi la scelta migliore √® il congiuntivo presente, oppure l‚Äôindicativo presente: ¬ę… se posso sostenere… / se √® possibile sostenere…¬Ľ. Inoltre, √® sbagliato (o quantomeno troppo informale e regionale) ¬ęgiorno 12¬Ľ (per es.), perch√© la forma dell‚Äôitaliano standard prevede l‚Äôuso dell‚Äôarticolo, cio√® ¬ęil giorno 12¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La ringrazio per aver chiarito il mio dubbio sulla questione delle proposizioni causali/finali.

Lei ha per√≤ sollevato la questione del tema del controllo, su cui non avevo mai fatto pi√Ļ di tanto caso.

Nella frase “spero di redimermi” vi √® una oggettiva implicita, che si lega al verbo sperare, il cui soggetto √® “controllato” dal soggetto della reggente.

Ci sono casi in cui, per√≤, la subordinata implicita pi√Ļ che essere legata direttamente al verbo, fa da modificatore di un sintagma nominale, quest’ultimo legato direttamente al verbo:

  1. a) Non dimenticherò mai il fatto di essere sempre stato leale con tutti voi.
  2. b) Pensavo che questa fosse l’occasione per potermi pentire.

Queste due frasi sono molto idiomatiche, ma da un punto di vista puramente grammaticale (sempre riallacciandoci alla questione che la subordinata implicita non ha un contatto diretto col soggetto della reggente, ma piuttosto tale subordinata è parte del sintagma nominale) possono essere viste come corrette?

In queste due frasi, può effettivamente il soggetto della reggente (io) essere il controllore della subordinata implicita?

C’√® poi un ulteriore costrutto grammaticale, a mio modo di vedere molto idiomatico e utilizzato:

  1. c) Questa è la vostra occasione di/per accorgervi delle qualità di questo giocatore, molto spesso sottovalutate.

In questa frase, abbiamo nuovamente una subordinata implicita (introdotta da “per” o “di”) e che si lega al sintagma nominale, come nei due casi precedenti.

La vera differenza la fa lo stesso sintagma nominale, che è il soggetto grammaticale della reggente.

Quindi ci sarebbe da chiedersi: Perch√© si lega il soggetto della implicita alla seconda plurale “voi”?

Forse l’aggettivo “vostro” controlla il soggetto della subordinata implicita? Secondo lei, potremmo quindi vedere tale aggettivo come soggetto logico della reggente? Il soggetto logico, secondo le grammatiche, pu√≤ controllare il soggetto della subordinata implicita, in quanto √® colui che materialmente fa qualcosa:

“Mi sembra di aver capito”.

“Mi” equivale a “io”, che sarebbe riformulabile in tal modo:

“Io penso di aver capito”.

Cosa ne pensa lei di questi particolari casi?

 

RISPOSTA:

Certamente le frasi da lei riportate sono corrette (e non sono idiomatiche, né colloquiali, ma del tutto normali in qualunque registro dell’italiano standard). Anche quando le subordinate espandono un sintagma nominale, cioè dipendono da un nome, un aggettivo o un pronome anziché da un verbo (e troverà numerosi esempi di questo sempre nella solita Grande grammatica italiana di consultazione), il soggetto è controllato da un elemento della reggente. Nelle prime due frasi da lei citate, infatti, il soggetto della subordinata è controllato dal soggetto della reggente (io).

Molto giusta la sua intuizione sulle altre frasi: il soggetto della subordinata può essere controllato anche da altri elementi della reggente, ivi compreso un soggetto logico, a senso, generico ecc.:

  1. c) ¬ęQuesta √® la vostra occasione di/per accorgervi delle qualit√† di questo giocatore¬Ľ: il controllore √® sicuramente vostra.
  2. d) ¬ęMi sembra di aver capito¬Ľ: il controllore √® mi (cio√® il benefattivo o esperiente, chi prova una determinata esperienza, ovvero il soggetto logico, in questo caso).

Ma ci possono essere anche casi pi√Ļ complessi sintatticamente, per esempio:

¬ęTi ho dato la scusa per/di andartene¬Ľ: il soggetto della subordinata (tu) √® controllato dal complemento di termine della reggente (ti).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Non sempre riesco a trovare la preposizione giusta, proprio come nel caso dei verbi e aggettivi seguenti:

discutere di politica so che √© corretto ma va anche bene ¬īdiscutere di Carlo o su Carlo¬ī?

parlare di musica o sulla musica

persuado Ines a iscriversi…

sono persuaso di o a

mi sono persuaso di o a

convinco Ines di o a

mi convinco di o a

mi sono convinto di o a

fortunato di o a 

sono d¬īaccordo di o a

badare di non cadere o a non cadere

sono deluso di o per aver perso

Come ci si comporta quando non si riescono a trovare le giuste preposizioni per un verbo, un aggettivo … nel dizionario?

 

RISPOSTA:

La scelta della preposizione √® tutt‚Äôaltro che semplice, anche per i madrelingua. In caso di dubbio, i vocabolari migliori aiutano quasi sempre, perch√© di solito specificano le principali reggenze preposizionali soprattutto dei verbi, talora anche dei sostantivi e degli aggettivi. I dizionari pi√Ļ utili in questo senso sono il Sabatini Coletti (gratuitamente consultabile nel sito del Corriere della sera), il GRADIT di Tullio De Mauro (gratuitamente consultabile nel sito internazionale.it) e il Nuovo Devoto Oli. Vediamo ora i suoi casi specifici.

¬ęDiscutere di politica¬Ľ, ¬ędi Carlo¬Ľ vanno benissimo. Si pu√≤ anche discutere su qualcosa, per√≤ √® sicuramente una scelta pi√Ļ formale o adatta a una discussione pi√Ļ specifica, non per parlare del pi√Ļ e del meno, per cui ¬ędiscutere su Carlo¬Ľ, ancorch√© corretto, suonerebbe un po‚Äô strano.

¬ęParlare di musica¬Ľ √® la scelta migliore. Se si sta parlando a un convegno si pu√≤ dire anche ¬ęfare una conferenza sulla musica di Chopin¬Ľ. Su presuppone un parlare pi√Ļ specificamente, mentre di ha un uso esteso a tutte le situazioni.

¬ęPersuado Ines a iscriversi¬Ľ: benissimo.

¬ęSono persuaso di¬Ľ va bene, ma √® possibile anche a, che accentua il fine: ¬ęmi persuasi ad ascoltarlo¬Ľ, ¬ęsono persuaso di volerlo fare¬Ľ.

¬ęConvinco Ines di o a¬Ľ vanno bene entrambi, ma, se il contesto sottolinea il fine, allora √® meglio a, come per persuadere: ¬ęConvinco Ines a venire a cena con me¬Ľ, ¬ęsono convinto di volerla invitare a cena¬Ľ.

¬ęFortunato di¬Ľ √® meglio di ¬ęfortunato a¬Ľ, se segue una proposizione infinitiva, ma se segue un nome si pu√≤ usare solo a: ¬ęsono fortunato di giocare a tennis con te¬Ľ, ma ¬ęsono fortunato al gioco¬Ľ, ¬ęa carte¬Ľ. Ma √® possibile anche di in alcuni casi: ¬ęfui fortunato del risultato¬Ľ. Ed √® possibile anche in: ¬ęfortunato in amore¬Ľ. Dipende dal contesto: in certe espressioni √® meglio a, in altre di, in altre in: in casi simili la consultazione del vocabolario √® indispensabile.

¬ęSono d‚Äôaccordo¬Ľ pu√≤ reggere sia di sia a. ¬ęSono d‚Äôaccordo di finire prima¬Ľ, ¬ę√® d‚Äôaccordo a vendermi la moto¬Ľ. Per l‚Äôargomento su cui si √® d‚Äôaccordo si usa su: ¬ęessere d‚Äôaccordo su qualcosa¬Ľ.

¬ęBadare di non cadere¬Ľ o ¬ęa non cadere¬Ľ vanno bene entrambi, il primo √® pi√Ļ comune.

¬ęsono deluso di¬Ľ o ¬ęper aver perso¬Ľ vanno bene entrambi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Preposizione, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1.Mario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

2.Mario era abbastanza tranquillo da poter sopportare:

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

3.Mario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Quello che penso √® che nel caso della preposizione “per” sia necessario il complemento oggetto, a quel punto avremmo due interpretazioni differenti:

a = soggetto coreferente

b = soggetto generico introdotto nella subordinata.

Con la preposizione da √® diverso, perch√© se si inserisce il complemento oggetto, l’interpretazione (a) diventa quella che vede due soggetti coreferenti, mentre se non si usa alcun complemento oggetto, parliamo di un interpretazione (b) che ha un valore passivo/impersonale.

Seguendo questa logica se io dicessi:

4.Il dolore era troppo grande per poterlo sopportare”, potrei voler dire:

Interpretazione a = il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Frase decisamente irrealistica, in quanto è impensabile come frase, ma è giusto per far capire la differenza)

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poter sopportare:

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poterlo sopportare:

Interpretazione a) il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Come la quarta nella interpretazione “a”)

Sono corretti il mio ragionamento e le mie interpretazioni?

Cio√® che la preposizione “per” richiede il complemento oggetto e pu√≤ avere doppia interpretazione, a e b, generando magari ambiguit√†.

Mentre la preposizione “da”, in dipendenza dalla presenza o assenza del complemento oggetto, pu√≤ avere una sola delle due interpretazioni.

 

RISPOSTA:

No, la sua interpretazione non √® corretta. √ą vero che da + infinito di un verbo transitivo indica un valore passivo, cio√® qualcosa che deve essere fatto: da fare, da comprare, da vedere ecc. In quanto tale, il clitico √® pleonastico e comunque, sia che ci sia, sia che manchi, non muta il significato della frase: ¬ęil dolore √® troppo forte da sopportare/sopportarlo¬Ľ pu√≤ voler dire soltanto ‚Äė…troppo forte per essere sopportato‚Äô. La versione col clitico √® decisamente informale e da evitarsi in uno stile sorvegliato.

La finale implicita con per + infinito, così come da + infinito, impone l’obbligo dell’identità del soggetto della subordinata e di quello della reggente. Quindi:

  1. ¬ęMario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare¬Ľ. L‚Äôunica interpretazione possibile √®: ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo perch√© lui stesso potesse sopportare ci√≤‚Äô. Se invece si vuole esprimere che Mario viene sopportato allora bisogna rendere esplicita la subordinata ed esprimere il soggetto: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ.
  2. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da (poter) sopportare¬Ľ. Bench√© sia possibile l‚Äôinterpretazione ‚Äėda essere sopportato‚Äô, la frase suscita comunque ambiguit√†, pertanto sarebbe meglio renderla esplicita: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ. Al limite, informalmente, si potrebbe usare il si passivante: ¬ęMario era abbastanza tranquillo da sopportarsi/potersi sopportare¬Ľ, cio√® ¬ęessere/poter essere sopportato¬Ľ.
  3. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare¬Ľ: √® possibile soltanto l‚Äôinterpretazione ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo da poter sopportare qualcosa‚Äô.

Quindi: se non c’è identità di soggetto chiara tra reggente e subordinata implicita, è sempre meglio trasformare la subordinata in esplicita ed esprimere il nuovo soggetto.

  1. ¬ęIl dolore era troppo grande per poterlo sopportare¬Ľ: soltanto il senso consente di evitare l‚Äôinterpretazione assurda ‚Äėil dolore era troppo grande perch√© il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno‚Äô. La frase √® comunque imperfettamente formata e dunque sarebbe meglio cambiarla in: ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ.
  2. ¬ęIl dolore era troppo grande da poter sopportare¬Ľ: la frase √® mal formata per le stesse ragioni della precedente e della n. 2; pertanto √® meglio cambiarla in ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ, oppure, informalmente, ¬ęda sopportarsi¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1) Ti darò qualunque/qualsiasi cosa tu voglia o che tu voglia?

2) Si fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire o che potrebbe sentire durante la notte?

3) Chiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno o di cui tu abbia bisogno?

4) Ci sarà sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia o in cui tu lo faccia?

5) Mi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene o in cui si mangia?

Vanno bene sempre bene entrambe le soluzioni?

La mia impressione è che quando la preposizione che si usa nella frase principale è la stessa della relativa, allora il pronome relativo + preposizione si può anche omettere.

Diverso, penso, sia il caso in cui non ci sia questo combaciamento, dove bisogna inserirlo:

6a) Parliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene

6b)Parliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene*

A pensarci¬† bene, neanche nella frase 2 c’√® una corrispondenza tra preposizioni, ma √® anche vero che la relativa non ne ha nessuna.

√ą solo una mia impressione, sbagliata o giusta che sia, o c’√® una spiegazione grammaticale dietro?

 

RISPOSTA:

La sua domanda contiene già la risposta (quasi del tutto) corretta e denota un’eccellente capacità di ragionamento induttivo sulla lingua: cioè, lei ha ricavato la regola sulla base di un’analisi attenta degli esempi. I pronomi relativi doppi (chi, chiunque: alcuni funzionano sia come indefiniti sia come relativi), cioè quelli che sottintendono, o per meglio dire inglobano, l’antecedente (chi/chiunque = la persona/qualunque persona la quale; con gli aggettivi qualunque e qualsiasi l’antecedente va invece espresso: cosa, persona ecc.) e alcuni aggettivi relativi indefiniti (qualunque, qualsiasi) possono omettere la preposizione nella proposizione relativa soltanto a condizione che l’elemento pronominalizzato della relativa sia un complemento diretto oppure un soggetto, con qualche eccezione se le due preposizioni, quella della reggente e quella della relativa, sono uguali. Se dunque il complemento pronominalizzato nella subordinata relativa richiede una preposizione, essa di norma non può essere omessa. Se il pronome è doppio, nel caso di reggenza preposizionale esso va sciolto in due elementi (cioè antecedente + pronome):

– ¬ęvai con chiunque ami¬Ľ ma ¬ęvai con qualunque persona alla quale/a cui vuoi bene¬Ľ e non ¬ęvai con chiunque vuoi bene¬Ľ. √ą possibile l‚Äôomissione della preposizione se √® uguale alla preposizione della reggente: ¬ęvai con chi vuoi stare¬Ľ = ¬ęvai con la persona con quale vuoi stare¬Ľ (la prima frase √® pi√Ļ informale).

Commentiamo di seguito uno a uno tutti i suoi esempi:

1) ¬ęTi dar√≤ qualunque/qualsiasi cosa tu voglia¬Ľ o ¬ęche tu voglia¬Ľ? Il che √® pleonastico, e dunque da eliminare, perch√© qualunque ha gi√† valore di aggettivo relativo/indefinito e dunque non richiede un ulteriore pronome relativo: ¬ęqualunque cosa tu voglia¬Ľ.

2) ¬ęSi fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire¬Ľ o ¬ęche potrebbe sentire durante la notte¬Ľ? Come sopra: il che va eliminato.

3) ¬ęChiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno¬Ľ o ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ? In teoria bisognerebbe dire e scrivere ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ, perch√© ¬ęavere bisogno di qualcosa¬Ľ richiede la preposizione di; tuttavia nell‚Äôitaliano comune √® altrettanto corretta l‚Äôomissione del secondo di, attratto dal primo.

4) ¬ęCi sar√† sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia¬Ľ o ¬ęin cui tu lo faccia¬Ľ? Come sopra: vanno bene entrambi, e anzi il secondo (ancorch√© pi√Ļ corretto grammaticalmente) √® decisamente innaturale.

5) ¬ęMi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene¬Ľ o ¬ęin cui si mangia¬Ľ? La preposizione in √® necessaria: ¬ęin qualunque luogo in cui si mangi¬Ľ, anche se nell‚Äôitaliano comunque √® possibile anche l‚Äôomissione del secondo in, attratto, per cos√¨ dire, dal primo.

6a) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ: giusto, ci vogliono entrambe le preposizioni.

6b) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene¬Ľ: √® errata; la versione corretta √®: ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Le soluzioni sotto indicate sono sintatticamente possibili?

In caso di risposta affermativa, tra esse ce ne sono alcune che potrebbero essere giudicate illogiche?

(Personalmente, mi sentirei di scartare soltanto la numero 4; mentre la numero 1, con i due congiuntivi invertiti, mi pare tutto sommato coerente.)

1) Mettiamo che il giornalista che si interessasse al caso ci faccia domande scomode…

2) Mettiamo che il giornalista che si interessasse al caso ci facesse domande scomode…

3) Mettiamo che il giornalista che si interessi al caso ci faccia domande scomode…

4) Mettiamo che il giornalista che si interessi al caso ci facesse domande scomode…

 

RISPOSTA:

S√¨, vanno tutte bene: la relativa impropria (con valore epistemico-eventuale) pu√≤ essere espressa sia con il congiuntivo presente (a rigore il tempo pi√Ļ adatto, trattandosi di contemporaneit√† al presente: si suppone infatti che il giornalista se ne interessi adesso e ci faccia delle domande adesso), sia all‚Äôimperfetto (adatto proprio per il valore eventuale: se si interessasse, ci farebbe… se ci facesse delle domande…).

lo stesso vale per ¬ęci faccia / ci facesse delle domande¬Ľ.

Come giustamente osserva lei, la 4 sembra non funzionare, perché presenta uno scollamento tra il presente (il giornalista se ne interessa ora) e l’imperfetto; anche se, in teoria, sarebbe sempre possibile che ci si riferisse a un evento passato: il giornalista al caso si interessa tuttora e ieri, mentre ci intervistava, ci faceva delle domande scomode. Al di fuori di quest’eventualità (comunque equivoca, se non vengono fornite esplicite coordinate temporali), il numero 4 risulterebbe mal formato.

La frase migliore, comunque, e dunque pi√Ļ adatta a uno stile formale, proprio perch√© non suscita alcun equivoco, √® la n. 3; sarebbe altrettanto corretta e formale con una relativa propria: ¬ęMettiamo che il giornalista che si interessa al caso ci faccia domande scomode¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“In Norvegia non ci sono mai stato”. Quel “ci” pu√≤ essere accettato anche in un linguaggio formale, pur essendo un pleonasmo, oppure √® preferibile dire: “In Norvegia non sono mai stato”?

 

RISPOSTA:

Sicuramente il pleonasmo √® evitabile nel registro formale, a condizione, per√≤, di modificare l‚Äôordine dei costituenti: ¬ęNon sono mai stato in Norvegia¬Ľ. Infatti la tematizzazione (o topicalizzazione), cio√® la collocazione del tema in prima posizione, richiede la ripresa clitica (dislocazione a sinistra): ¬ęIn Norvegia non ci sono mai stato¬Ľ. Se eliminasse il ¬ęci¬Ľ l‚Äôenunciato verrebbe interpretato come focalizzazione, anzich√© come tematizzazione, ovvero: ¬ęIn Norvegia non sono mia stato [mentre in Svezia s√¨]¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Il quesito a cui volevo sottoporre la sua attenzione è quello di frasi che apparentemente sembrano delle relative, o che forse lo sono in parte.

Questo tipo di frasi contiene spesso un che, che potrebbe forse trattarsi di un che polivalente.

Proporrei qualche frase che secondo me possono rientrare in questa definizione:

  1. Sono arrivato qui che ero piccolo.
  2. Ho iniziato che ero ricchissimo.
  3. Ho finito che sono diventato povero.
  4. L’ho conosciuto che non era ancora cos√¨ famoso.
  5. L’ho trovato che dormiva beato.
  6. Sono qui che aspetto.

Le frasi in questione, per quanto contengano il pronome relativo che, mi sembrano abbiano tutt’altra funzione.

Per esempio, da 1 a 5 direi che quel che sia molto vicino ad un complemento di tempo.

Nella sesta il che mi sembra abbia valore finale: ¬ęChe aspetto¬Ľ = per aspettare/ad aspettare.

 

RISPOSTA:

Sì, ha ragione, sono relative improprie, ovvero il che in esse usato può rientrare nell’ampia tipologia del che polivalente. Proviamo a spiegarne alla svelta l’uso caso per caso.

  1. Sono arrivato qui che ero piccolo: valore temporale, ma in uno stile meno informale può essere risolto anche con un complemento predicativo del soggetto: sono arrivato qui da piccolo.
  2. Ho iniziato che ero ricchissimo. Come sopra.
  3. Ho finito che sono diventato povero. Qui l‚Äôequivalente meno informale sarebbe pi√Ļ o meno un verbo aspettuale o fraseologico: ho finito per (o col) diventare povero.
  4. L’ho conosciuto che non era ancora cos√¨ famoso. Questa e la frase successiva rientrano nella tipologia delle relative con verbi di percezione (o simili): l‚Äôho visto che dormiva / l‚Äôho visto dormire.
  5. L’ho trovato che dormiva beato. Come sopra.
  6. Sono qui che aspetto. Valore finale: sono qui ad aspettarti, ma anche: ti sto aspettando qui.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Gradirei sapere se dopo le classiche affermazioni poste a fine lettera, per esempio ¬ędistinti saluti¬Ľ, ¬ęcordiali saluti¬Ľ, ¬ęgrazie per l’attenzione¬Ľ eccetera, √® bene far seguire un punto prima del nome (per esempio: ¬ęDistinti saluti.

Mario Rossi¬Ľ) oppure se questo pu√≤ essere omesso (per esempio: ¬ęDistinti saluti

Mario Rossi¬Ľ), oppure se si pu√≤ ricorrere anche alla virgola (per esempio: ¬ęDistinti saluti,

Mario Rossi¬Ľ).

 

RISPOSTA:

La sua domanda affligge molti scriventi, evidentemente ormai disavvezzi alla corrispondenza tradizionalmente intesa. Nella quale sono ammesse tutte e le tre le soluzioni da lei prospettate, anche se quella con il punto √® decisamente la pi√Ļ moderna e mai, o quasi mai, contemplata in passato. Quindi √® anche da ritenersi la meno formale, in quanto meno in linea con la tradizione. Per il resto, oggi si tende all‚Äôuso maggioritario della virgola, che √® anche la soluzione suggerita da vari manuali di bon ton scrittorio (per es. quelli della fortunata coppia di linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota). Invece in passato (fino almeno alla met√† del Novecento) la tradizione escludeva qualunque segno di punteggiatura, tra i saluti e la firma, giacch√© il solo a capo con spazio bianco costituiva una evidente separazione tra le due sezioni. E quindi:

Cordiali saluti

Fabio Rossi (senza né virgola, né punto, ma con un solo a capo seguito o no da uno spazio bianco).

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęMe l’hai preso tu il libro che stavo leggendo?¬Ľ. La frase sopra riportata √® corretta? La parola libro √® una ripetizione?

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta, bench√© sia appropriata a un contesto informale e soprattutto parlato, meno appropriata (con qualche eccezione) nella lingua scritta e formale. Il costrutto si chiama dislocazione a destra (oppure a sinistra, se √® rovesciato: ¬ęil libro me l‚Äôhai preso tu¬Ľ) e prevede la ripetizione, come dice lei, dell‚Äôoggetto, che, nel caso della sua frase, compare sia in forma piena (il libro), sia nella forma pronominale (l‚Äô). I motivi che inducono a scegliere un costrutto siffatto sono di solito legati all‚Äôesigenza di dare maggiore o minore rilievo a determinate informazioni della frase. Nel caso specifico, per esempio, si mette in rilievo l‚Äôazione e chi la compie (hai preso e tu) e si d√† quasi per scontato il libro, come se fosse (come in effetti √®) gi√† ben presente nell‚Äôorizzonte comunicativo degli interlocutori; il libro, comunque, acquista esso stesso un suo particolare rilievo, perch√© diventa il tema su cui verte l‚Äôintero atto comunicativo. Delle dislocazioni abbiamo pi√Ļ volte discusso, nella banca dati di DICO. Pu√≤ vedere, per esempio, la domanda/risposta ‚ÄúDimmelo tu cosa sono le dislocazioni‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Queste due alternative sono corrette?

1. Sei cieca se pensi che sia inutile.

2. Sei cieca se pensi che è inutile.

 

RISPOSTA:

S√¨, sono corrette entrambe le frasi. La prima √® formata con il congiuntivo presente e rappresenta l‚Äôopzione pi√Ļ formale, in una subordinata completiva; la seconda √® all‚Äôindicativo e costituisce l‚Äôopzione meno formale ma comunque corretta.

Per approfondire l’argomento, molto presente all’interno del nostro Archivio, la rimando a questa risposta: Indicativo o congiuntivo nelle completive.

Raphael Merida

 

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QUESITO:

Visto che sapere regge l’indicativo, ma in frase negativa anche il congiuntivo, queste alternative sono tutte corrette?
“So che √® possibile che sia sia rotto”
“So che √® possibile che si √® rotto”

“Non so se sia possibile che si sia rotto”
“Non so se √® possibile che si √® rotto”
“Non so se sia possibile che si √® rotto”
“Non so se √® possibile che si sia rotto”

 

RISPOSTA:

Le alternative sono tutte corrette. Si consideri che nel secondo gruppo le varianti con il congiuntivo sia nella subordinata di primo grado (se sia possibile) sia in quella di secondo grado (che si sia rotto) sono le pi√Ļ formali.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Il soggetto della proposizione implicita pu√≤ avere due interpretazioni: impersonale oppure coreferente col soggetto della reggente, e spesso, ma non sempre, c’√® la doppia possibilit√†. Avrei da proporre alcune frasi che secondo possono essere da esempio:

1) Mario era ‚Äätroppo grande per capirlo = doppia interpretazione: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤ / Mario era troppo grande affinch√© si potesse capire Mario”.

2) Mario era ‚Äätroppo grande da capirlo = interpretazione che ha un soggetto coreferente con quello della reggente: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤”.

3) Mario era troppo grande da capire = interpretazione con soggetto impersonale/ generico: “Mario era troppo grande affinch√© soggetto generico potesse capire Mario”.

Le interpretazioni che ho dato alle precedenti frasi sono corrette o c’√® qualcosa da rivedere?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni implicite richiedono identit√† di soggetto con la reggente, tranne casi specifici (come quelle all’infinito rette da verbi di comando e il gerundio e il participio assoluti), che, per√≤, sono a loro volta regolati. Nei suoi esempi l’interpretazione con il soggetto non coreferenziale √® favorita dalla presenza del pronome atono diretto, che l’interlocutore √® tentato di riferire al soggetto della reggente, escludendo di conseguenza quest’ultimo dal ruolo di soggetto della subordinata. Tale interpretazione “logica” √® possibile in contesti parlati informali, ma sarebbe ovviamente sconveniente anche in questi contesti se facesse sorgere ambiguit√†. Nello scritto e anche nel parlato mediamente formale, le varianti con soggetto non coreferenziale vanno costruite con il verbo esplicito, per esempio “Mario era ‚Äätroppo grande perch√© lo si capisse”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

A) Ci sono degli studenti, molti dei quali non si impegnano abbastanza.
B) Ci sono degli studenti, di cui molti non si impegnano abbastanza.

La A ha un complemento partitivo che funge da modificatore del sintagma nominale, come per esempio:
‘Molti di quelli che vedi non si impegnano abbastanza’.
La B invece ha un complemento partitivo che funge da modificatore del sintagma verbale, come per esempio:
‘Di quelli che vedi molti non si impegnano abbastanza’.
√ą un’analisi corretta la mia? Se cos√¨ fosse, non ci sarebbe nessuna differenza d’uso tra A e B?

 

RISPOSTA:

L’unica differenza tra A e B √® la forma del pronome relativo (di cui / dei quali). A prescindere dalla forma, la funzione del relativo √® sempre quella di introdurre una proposizione relativa, che √® un modificatore di un sintagma nominale (in questo caso gli studenti). Per quanto le due varianti del relativo siano funzionalmente identiche, quella analitica, formata dall’articolo determinativo e quale, √® meno comune e pi√Ļ formale di quella sintetica, formata dal solo cui. Va aggiunto che la proposizione relativa richiesta qui √® certamente limitativa, cio√® contenente informazioni che identificano l’antecedente; questo tipo di proposizione relativa non va separato dalla reggente con alcun segno di punteggiatura e preferisce senz’altro la forma sintetica del relativo. Diversamente, la relativa esplicativa, che contiene informazioni aggiuntive sull’antecedente, va separata e pu√≤ essere costruita con entrambe le forme (per esempio: “Quest’anno ho una classe con molti studenti, molti dei quali / di cui molti non si impegnano abbastanza”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due soluzioni indicate pi√Ļ sotto sono, per motivi di registro, ammissibili.

1) Esserci impegnate / 2) Essersi impegnate.

Cerco di contestualizzare.

Un gruppo di studentesse contesta una valutazione da parte di un’insegnante. Una di esse, a nome del gruppo, si pronuncia in questi termini:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)esserci/essersi impegnate al massimo e (l‚Äô)aver applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo, non √® bastato per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (ho incluso l‚Äôarticolo determinativo tra parentesi perch√© credo che il parlante possa liberamente decidere se esplicitarlo od ometterlo).

Vorrei inoltre domandarvi se, modificando dati elementi della costruzione ed esulando dal caso specifico, si possa ‚Äúspersonalizzare‚ÄĚ il concetto, creando cos√¨ una sorta di ‚Äúcausa-effetto‚ÄĚ generale:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)essersi impegnati [non pi√Ļ femminile plurale, ma maschile] al massimo e (l‚Äô) aver applicato gli insegnamenti ricevuti negli anni, potrebbe non bastare per ottenere una valutazione sufficiente‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

L‚Äôespressione da lei evidenziata si trova all‚Äôinterno di una proposizione subordinata soggettiva retta dall‚Äôoggettiva non √® bastato, che √® impersonale; se la soggettiva condivide lo stesso soggetto della reggente essa deve essere ugualmente impersonale, quindi deve prendere la forma essersi impegnato, con il pronome si¬†e il participio al singolare maschile. Tale soluzione risulta doppiamente controintuitiva, perch√© il soggetto logico √® plurale e di sesso femminile (anche se il costrutto √® grammaticalmente impersonale) e perch√© la proposizione che regge l‚Äôoggettiva √® a sua volta dipendente dalla principale (per giunta collocata subito alla sinistra della soggettiva) costruita con il soggetto noi. Ne deriva un comprensibile rifiuto della forma che sarebbe corretta. Le alternative a questa soluzione sono: 1. la forma essersi impegnate, che a rigore √® scorretta, perch√© √® per met√† impersonale (l‚Äôinfinito essersi) e per met√† personale (il participio concordato con il soggetto logico plurale femminile); 2. la forma esserci impegnate, che √® internamente ben formata, ma sintatticamente scorretta perch√© costruisce la proposizione dipendente da una proposizione impersonale con un soggetto logico personale; 3. la costruzione personale, ma esplicita, della soggettiva: che ci siamo impegnate, corretta da tutti i punti di vista ma resa impossibile dalla coincidenza della presenza di un altro che¬†subito prima (‚ÄúPrendiamo atto che che ci siamo impegnate al massimo‚Ķ‚ÄĚ). Insomma, presupponendo di voler scartare la costruzione impersonale essersi impegnato¬†e l‚Äôalternativa 3, bisogna ammettere che scegliere una delle altre due comporta una scorrettezza tutto sommato veniale; in particolare la soluzione 2 sarebbe la pi√Ļ facilmente giustificabile, vista la costruzione personale della proposizione principale. Una soluzione del tutto corretta e priva di controindicazioni √® ovviamente possibile, ma comporta una riorganizzazione sintattica della frase; per esempio: ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato che ci siamo impegnate al massimo e abbiamo applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ, oppure ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato il nostro massimo impegno e l‚Äôapplicazione, laddove sia stata possibile, degli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (che ha il vantaggio di evitare la sgradevole ripetizione di che¬†a breve distanza).

A margine aggiungo che la virgola tra tempo e non non è richiesta, e anzi è al limite dell’errore, perché separa due parti non separabili della frase (prendiamo atto che… non è bastato) per il solo fatto che si trovano collocate a distanza.

In ultimo, la sua ipotesi di ‚Äúspersonalizzazione‚ÄĚ √® valida, purch√© la forma sia quella corretta, ovvero essersi impegnato.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

La preposizione di può  essere impiegata nella formazione di complementi di tempo.

Esempio:

“Il panettone si mangia di marted√¨” = ‘ogni marted√¨’.

Forse sarebbe utilizzabile anche davanti a mesi e periodi festivi dell’anno:

“il panettone si mangia sempre di dicembre / ¬†Natale” = ‘ogni dicembre / ¬†Natale’.

In generale, per√≤, l’uso non “dovrebbe”, ma magari mi sbaglio, essere impiegabile nelle interrogative e nelle relative:

“Di quando / di che periodo/ di che mese / di che giorno si mangia il panettone?”

“Questo √® il periodo / mese / giorno di cui si mangia il panettone”.

Ripensando, però, a verbi come ricorrere o cadere, che fanno uso della preposizione di, mi sono sorti dei dubbi.

Ecco una frase tratta da un dizionario:

‚ÄúQuest’anno Pasqua cade di marzo”.

Quello che mi chiedo √® se l’uso e le regole cambino in presenza di simili verbi:

‚ÄúDi quando / di che periodo / di che mese / di che giorno cade / ricorre Pasqua?‚ÄĚ (???)

‚ÄúQuesto √® il periodo / mese / giorno di cui cade / ricorre questa festa‚ÄĚ (???).

 

RISPOSTA:

La preposizione di si pu√≤ usare per formare un complemento di tempo determinato; quando si combina con i nomi della settimana conferisce al sintagma un significato accessorio specifico, riguardante la tendenziale iterazione del processo (‚ÄúCi vediamo di domenica = ‚Äė‚Ķ solitamente la domenica‚Äô / ‚ÄúCi vediamo domenica‚ÄĚ = ‚Äė‚Ķ questa domenica‚Äô ). Di l√† dalla combinazione con i nomi della settimana, la preposizione √® poco usata per questo scopo; a essa vengono preferite in o a, ciascuna preferenzialmente o obbligatoriamente in combinazione con alcune serie di parole (per esempio (in / di / a maggio, ma a Natale, difficilmente di Natale, mai in Natale). Le interrogative che le sembrano innaturali, pertanto, sono semplicemente insolite; l‚Äôunica costruzione effettivamente scorretta √® di quando, perch√© quando¬†esprime gi√† senza preposizione quel significato (di quando √® usato, in uno stile trascurato, soltanto insieme al verbo essere con il significato di ‚Äėa quando risale‚Äô; per esempio: ‚ÄúDi quando √® il pollo che √® in frigo?‚ÄĚ). Le relative, invece, risultano estremamente innaturali, per quanto in linea di principio corrette. Diversamente dalle interrogative (escluse quelle introdotte da quando), che ripropongono il sintagma preposizionale con il nome (di che periodo, di che mese…), le relative spostano la preposizione sul pronome, producendo una combinazione molto complessa, vista la scarsa frequenza d’uso di di con questa funzione. Qualsiasi parlante preferirebbe, in questo caso, in cui.

I verbi cadere e ricorrere ‚Äėcapitare regolarmente‚Äô sono, in forza del loro significato, completati da argomenti costruiti come sintagmi preposizionali introdotti proprio da di, ma anche da in e a, con le stesse precisazioni circa la combinabilit√† con diverse serie di nomi e all’interno di tipi di frasi fatte in precedenza.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Tutte queste frasi e alternative sono corrette?

“Mi ha chiesto che cosa significasse quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significhi quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significherebbe quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significa quel gesto”

 

“Un bambino che legga / leggesse / legge per bene una enciclopedia(,) imparerebbe tutto ci√≤ che una scuola pu√≤ / potesse / possa / potrebbe offrirgli”.

 

“Un amico che diffami / diffama / diffamasse non √® / sarebbe un buon amico”.

 

Attenendomi, per esempio, a queste tabelle della “Treccani”, una frase del genere sarebbe agrammaticale: “Credo che l’avesse visto”?

A che attenersi per sapere se si sta (o stia?) costruendo una frase che rispetta (o rispetti?) la concordanza dei tempi verbali?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti dei tre gruppi sono corrette. Nel primo gruppo la subordinata √® una interrogativa indiretta, che √® strettamente vincolata alla consecutio temporum; non tutte le varianti presentate, per√≤, hanno a che fare direttamente con il sistema della consecutio. Le varianti con significa / significhi sono semanticamente equivalenti; in questo caso la differenza tra l’indicativo e il congiuntivo √® di tipo diafasico, cio√® di registro (lo stesso vale per sta / stia e rispetta / rispetti della frase finale della sua domanda). Quella con il condizionale contiene, ovviamente, una sfumatura di condizionalit√†; presuppone, cio√®, che ci sia una condizione (espressa altrove o implicita) per l’avverarsi dell’evento del significare (per esempio “…che cosa significherebbe quel gesto se lui lo facesse“). In alternativa (ma la corretta interpretazione dipende dal contesto), il condizionale pu√≤ essere interpretato come un segnale di cortesia, ovvero come una variante indiretta di significa. Per quanto riguarda la consecutio temporum, queste tre varianti esprimono tutte la contemporaneit√† con il presente; il passato prossimo (qui ha chiesto), infatti, pu√≤ funzionare da passato ma anche da presente, se descrive un evento che √® ancora in corso (ha chiesto comporta che la domanda √® ancora valida nel momento in cui l’emittente parla). Diversamente da queste tre, la variante all’imperfetto esprime (anche qui l’interpretazione dipende dal contesto) la contemporaneit√† con il passato, l’anteriorit√† rispetto al presente o anche l’anteriorit√† rispetto al passato; per esempio “L’ho incontrato ieri e mi ha chiesto (passato) che cosa significasse (contemporaneit√† con il passato) il nostro incontro”; “L’ho appena incontrato e mi ha chiesto (domanda ancora valida = presente) che cosa significasse il mio discorso di ieri (anteriorit√† rispetto al presente)”; “L’ho incontrato ieri e mi ha chiesto (passato) che cosa significasse (anteriorit√† rispetto al passato) il mio discorso del giorno prima”.

La seconda e la terza frase contengono subordinate relative, che non sono strettamente legate alla consecutio temporum; le varianti legge / legga funzionano come significa / significhi del gruppo precedente; leggesse qui non √® interpretabile come passato, per via del verbo della reggente (imparerebbe), che √® presente; esso va, quindi, interpretato come una variante di legga favorita dalla sovrapposizione del modello del periodo ipotetico: che leggesse …imparerebbe = se leggesse …imparerebbe. Si noti che se il verbo della reggente fosse passato, leggesse sarebbe interpretato come passato (per esempio “Un bambino che cinquant’anni fa leggesse per bene una enciclopedia avrebbe imparato…”).

Per “…tutto ci√≤ che una scuola pu√≤ / potesse / possa / potrebbe offrirgli” vale quanto appena detto, tranne che qui √® ammesso sia il congiuntivo imperfetto, con la stessa sfumatura ipotetica della prima relativa, sia il condizionale presente (non ammesso nella prima relativa per via della sovrapposizione del modello del periodo ipotetico), attratto dal condizionale della proposizione reggente. A margine sottolineo che la virgola tra enciclopedia e imparerebbe non va inserita, perch√© si configurerebbe come virgola tra il soggetto (Un bambino che legga / leggesse / legge per bene una enciclopedia) e il verbo.

Per la relativa della terza frase vale tutto quello che è stato detto per la prima relativa della seconda. Chiaramente, se si opta per diffamasse la reggente prenderà il condizionale sarebbe per via della sovrapposizione del modello del periodo ipotetico.

La frase “Credo che l’avesse visto” non √® affatto agrammaticale, ma descrive una situazione in cui un parlante riferisce di un evento passato precedente un altro; per esempio “Luca ieri √® rimasto a guardare il film per pura gentilezza; credo che l’avesse gi√† visto”. Lo schema presentato nella pagina a cui lei rimanda contiene soltanto i casi pi√Ļ comuni di relazione temporale tra reggente e subordinata completiva; i tanti casi non contemplati non sono esclusi, ma solo tralasciati per brevit√†. Sulla consecutio temporum in generale rimando alle tante risposte dell’Archivio di DICO che contengono la parola consecutio; in particolare la scelta dei tempi nelle relative √® al centro di questa.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In rete si trovano liste di alcuni verbi che reggono l¬īindicativo e liste di altri che vogliono il congiuntivo. Come ci si deve comportare qualora il verbo che si vuole adoperare non rientrasse in queste liste? Per quale modo dobbiamo propendere? I verbi che reggono l¬īindicativo vogliono il congiuntivo in domande e frasi negative? Ad es.

Non sapevo che tu sapessi che io sapessi.

Scrivi che cosa farai per garantire che la sicurezza rimanga un valore (è una domanda indiretta?)

Deve dirmi quale sia la versione migliore.

Deve decidere chi abbia ragione.

Mi pare di aver capito che voglia venire

Mi pare di aver capito che non voglia venire.

 

RISPOSTA:

Le risposte dell’archivio di DICO che contengono la parola congiuntivo sono pi√Ļ di 320: da questo numero si capisce che la scelta del modo verbale nelle proposizioni subordinate completive (come quelle dei suoi esempi) √® un problema aperto per i parlanti, nativi e, ovviamente, non nativi. Per orientare questa scelta possiamo dire che:

1. l’alternanza √® possibile per quasi tutti i verbi. In questo caso il congiuntivo √® la scelta pi√Ļ formale; l’indicativo quella pi√Ļ informale;

2. alcuni verbi richiedono l’indicativo: dire, sapere, scrivere, leggere,¬†vedere,¬†sentire (ma non √® possibile fare una lista completa);

3. i verbi di pensare (pensare, ritenere, immaginare) preferiscono il congiuntivo. Con questi verbi, l’indicativo nella subordinata risulta una scelta trascurata;

4. le soggettive rette da verbi di sembrare (sembrare, apparire + aggettivo, parere) preferiscono decisamente il congiuntivo. Con questi verbi l’indicativo nella subordinata risulta una scelta molto trascurata;

5. quando il verbo è negativo o inserito in una espressione impersonale (quindi la subordinata è soggettiva) il congiuntivo è quasi sempre preferibile;

5a. alcuni verbi che richiedono l’indicativo, come dire e¬†sapere, ammettono, come scelta pi√Ļ formale, il congiuntivo nel caso descritto al punto 5: “Non dico che Luca sia un ritardatario”; “Si dice che Luca sia un ritardatario”,¬†“Non so se Luca √® / sia un ritardatario”, “Si sa che Luca √® / sia un ritardatario”;

5c. in generale, le soggettive ammettono (e talvolta preferiscono) il congiuntivo pi√Ļ delle oggettive;

6. le interrogative indirette ammettono (e talvolta preferiscono) il congiuntivo pi√Ļ delle oggettive: “So che Luca √® un ritardatario” / “Sai se Luca √® / sia un ritardatario?”, “Deve dirmi quale sia la versione migliore”, “Deve decidere chi abbia ragione”;

7. le completive subordinate di secondo grado preferiscono il congiuntivo: “Non sapevo che tu sapessi che io sapessi“, “Scrivi che cosa farai per garantire che la sicurezza rimanga un valore” (la proposizione sottolineata √® una oggettiva), “Mi pare di aver capito che voglia venire“, “Mi pare di aver capito che non voglia venire“.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Bisogna attenersi a quanto affermato dal ‚ÄúSabatini‚ÄĚ: ¬ęSe l’elemento negato √® anteposto al verbo, questo rifiuta il non: neanche io so come fare¬Ľ?

¬ęAnche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ e ¬ęNeanche se dovessimo aspettare sarebbe un problema¬Ľ sono le uniche possibilit√† corrette? Tuttavia mi √® capitato di leggere esempi contradditori con quanto appena affermato anche in La luna e i fal√≤.

E se l‚Äôelemento di negazione √® posposto al verbo: ¬ęNon sarebbe un problema neanche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Sebbene l‚Äôitaliano richieda, o ammetta, la doppia negazione in alcuni casi (¬ęnon voglio niente¬Ľ), la rifiuta in altri, precisamente quando un elemento (avverbio, congiunzione, aggettivo o pronome, a seconda dei casi) di negazione come neanche, neppure, nemmeno, niente, nessuno √® anteposto al verbo. Come giustamente osserva Serianni nel cap. VII, par. 193, della sua Grammatica, ¬ęquesta norma va oggi osservata scrupolosamente, almeno nello scritto formale. Tuttavia, nell‚Äôitaliano dei secoli scorsi e anche in quello contemporaneo non mancano le deflessioni in un senso o nell‚Äôaltro¬Ľ, dovute per esempio a forme regionali, di italiano popolare, di trascuratezza, di espressivit√†. Tra le deflessioni, troviamo addirittura Manzoni: ¬ęUna di quelle donnette alle quali nessuno, quasi per necessit√†, non manca mai di dare il buongiorno¬Ľ. Deflessioni, tra i moltissimi altri, in Pavese: ¬ęNeanche tra loro non si conoscevano¬Ľ, ¬ęneanche qui non mi credevano¬Ľ. Cionondimeno, ci√≤ non altera la norma dell‚Äôitaliano. Pertanto, ¬ęAnche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ e ¬ęNeanche se dovessimo aspettare sarebbe un problema¬Ľ vanno bene, mentre ¬ęNeanche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ va evitato. Quando l‚Äôelemento di negazione √® posposto al verbo, la doppia negazione √® ammessa: ¬ęNon sarebbe un problema neanche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ va altrettanto bene quanto ¬ęNon sarebbe un problema anche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

I verbi procomplementari, essendo formati da particelle pronominali di valore intensivo, andrebbero usati soltanto in contesti colloquiali, oppure possono essere utilizzati in qualsiasi registro? Quanto √® corretto scrivere: ¬ęstava per andarsene¬Ľ? Tra l‚Äôaltro sono frasi che si possono trovare ad apertura di libro.

Inoltre io distinguo perlomeno quattro tipi di frasi riflessive:

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: uso intensivo.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico.

Tolto l‚Äôuso intensivo e il riflessivo vero e proprio, gli altri due usi (riflessivo apparente e dativo etico) quanto sono accettabili? √ą corretto scrivere: ¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Nei verbi pronominali, e nel sottogruppo dei verbi procomplementari, la particella pronominale (o pi√Ļ d‚Äôuna), detta anche pronome atono o clitico, non svolge necessariamente un valore intensivo, ma svolge spesso un ruolo sintattico pieno di completamento della valenza del verbo, modificandone il significato. Per es. un conto √® il verbo fare, un altro conto il verbo farcela, altro √® sentire, altro √® sentirsela, finire e finirla ecc. A volte, tra un verbo pronominale (o procomplementare) e un verbo non pronominale c‚Äô√® quasi perfetta sinonimia, come accade per andare e andarsene, scordare e scordarsi, ricordare e ricordarsi, dimenticare e dimenticarsi ecc. In casi del genere, il verbo pronominale √® perlopi√Ļ meno formale rispetto al verbo privo di pronome. Se, nel caso di andarsene, possiamo dunque dire (ma solo impropriamente) che i clitici siano d‚Äôuso intensivo, in altri casi, come sentirsela, o saperla lunga, o finirla, la funzione del clitico non √® intensiva ma proprio strutturale e il cambiamento di significato, rispetto al verbo non pronominale, √® sostanziale. I verbi procomplementari, come gi√† detto, sono spesso usati nei registri colloquiali, ma non possono certo dirsi scorretti; inoltre, alcuni di essi possono addirittura essere d‚Äôuso molto formale, come ad es. volerne a qualcuno: ¬ęnon me ne voglia¬Ľ. Nella maggior parte dei casi, pertanto, i verbi procomplementari possono essere usati in tutti i registri; in alcuni casi, invece, sono limitati agli usi informali: fregarsene, farsela addosso, infischiarsene ecc. Ma non √® certo la presenza dei clitici a renderli informali: anche fregare √® pi√Ļ informale di rubare. ¬ęStava per andarsene¬Ľ va benissimo in tutti gli usi. Il fatto che ¬ęstava per andare¬Ľ sia lievemente pi√Ļ formale non scoraggia certo l‚Äôuso della forma pronominale. Come ripeto, stiamo comunque parlando di usi sempre corretti e ammissibili quasi sempre in ogni registro.

Eviterei, a scanso di equivoci, la dizione ¬ęuso intensivo¬Ľ, limitandola, se proprio deve, al solo dativo etico (del tipo ¬ęche mi combini?¬Ľ), nel quale il pronome in effetti non ha valore strutturale ma solo di sfumatura semantica. Il dativo etico √® d‚Äôambito colloquiale ma √® comunque corretto (anche Cicerone, come ricorder√†, lo utilizzava nelle sue lettere).

¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ non √® n√© un verbo procomplementare, n√© pronominale, n√© il clitico ha valore intensivo o etico. √ą un normalissimo complemento di termine con un verbo passivo con si passivante: ¬ęNon vengano chieste spiegazioni a me¬Ľ.

Per quanto riguarda le altre sottocategorie della macrocategoria dei verbi pronominali, osservo quanto segue.

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: verbo transitivo pronominale, d‚Äôuso colloquiale ma sempre corretto.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: come sopra, detto anche riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico, d‚Äôuso perlopi√Ļ colloquiale ma sempre corretto.

Esistono poi anche altre categorie di verbi pronominali, come, per l’appunto, i verbi procomplementari, i verbi reciproci (salutarsi, baciarsi ecc.) e i verbi intransitivi pronominali (esserci, trovarsi, rompersi ecc.).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Chiedo gentilmente delucidazioni su un dubbio che mi √® sorto. Scrivendo la frase ‚ÄúGran parte del merito √® ‚Ķ‚ÄĚ, dove ci sono i puntini va messo ‚Äúla sua‚ÄĚ o ‚Äúil suo‚ÄĚ?

Es.: ‚ÄúSe sono riusciti a fare questa cosa gran parte del merito √® la sua‚ÄĚ o ‚ÄúSe sono riusciti a fare questa cosa gran parte del merito √® il suo‚ÄĚ?

In pratica: ‚ÄúIl suo/la sua‚ÄĚ segue ‚Äúgran parte‚ÄĚ o ‚Äúmerito‚ÄĚ?

Nello specifico la frase precisa sarebbe: ‚ÄúIl tempo per lui sembra non passare mai: ennesima prestazione sontuosa; puntuale nelle chiusure, preciso negli interventi e provvidenziale in pi√Ļ di un‚Äôoccasione: se i biancoverdi sono riusciti a limitare il passivo nella prima frazione gran parte del merito √® la sua/il suo‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

La concordanza a rigor di grammatica, e dunque consigliabile in uno stile sorvegliato, √® al femminile, dal momento che la testa del sintagma √® femminile (¬ęgran parte¬Ľ). Il maschile si configura come una cosiddetta concordanza a senso, molto comune nell‚Äôitaliano colloquiale ma da evitare in quello scritto formale.

C‚Äô√® per√≤ un‚Äôalternativa per usare il maschile, ovvero quella di anticipare ¬ęil merito¬Ľ. Basterebbe scrivere cos√¨: ¬ęil merito √® in gran parte suo¬Ľ.

Sarebbe inoltre preferibile, in una prosa pi√Ļ agile ed elegante, eliminare l‚Äôarticolo, nella frase da lei segnalata: ¬ęgran parte del merito √® sua¬Ľ, considerando dunque sua (o suo) come aggettivo piuttosto che some pronome.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Tutte e tre le varianti sono ammissibili?

“Il fatto non √® dovuto a negligenza / a una negligenza / a una qualche negligenza” (da parte dell‚Äôimputato, ad esempio).

Nello specifico _a qualche_ e _a un qualche_ sono intercambiabili?

“Chiedilo a qualche medico / a un qualche medico”.

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda a negligenza / a una negligenza, la variante senza l’articolo √® generica e non specifica, ovvero si riferisce alla classe designata dal sintagma nominale, mentre la variante con l’articolo indeterminativo √® individuale non specifica, ovvero si riferisce a un esempio non specifico della classe designata dal sintagma. In altre parole, a negligenza rappresenta il referente come astratto e non collegato direttamente alla situazione descritta, a una negligenza lo rappresenta come un elemento qualsiasi integrato nella situazione. Come conseguenza pragmatica, a una negligenza veicola un’intenzione comunicativa di accusa, perch√© identifica una responsabilit√† circostanziale, mentre a negligenza rileva soltanto la circostanza, senza evidenziare alcuna responsabilit√†. Il terzo caso possibile in italiano, quello del referente individuale specifico, √® costruito con l’articolo determinativo o un aggettivo dimostrativo; ad esempio: “La negligenza che hai dimostrato √® grave”, oppure “Quella negligenza mi √® costata cara”. Si noti che il nome negligenza √® astratto quando √® generico, concreto quando √® individuale, perch√© passa a identificare un atto e le sue conseguenze.

La variante un qualche √® ridondante rispetto al solo un; l’aggettivo indefinito non aggiunge alcuna informazione al sintagma costruito con l’articolo indeterminativo, per quanto sia ipotizzabile che sia inserito per aumentarne la non specificit√†, ovvero l’indeterminatezza. Inoltre, qualche rende automaticamente il sintagma logicamente plurale, anche se grammaticalmente √® singolare (qualche dottore = ‘alcuni dottori’), quindi non √® compatibile con l’articolo indeterminativo. Per questi motivi la sequenza un qualche √® da evitare in contesti di formalit√† media e alta, specie se scritti; la ridondanza, e persino la forzatura grammaticale, invece, sono tollerabili nel parlato informale.

Va sottolineato che un qualche dottore non √® equivalente a un dottore qualsiasi / qualunque (possibili, ma meno formali, anche le varianti un qualsiasi / qualunque dottore), che indica l’assenza di qualit√† particolari (o il fatto che l’individuazione di qualit√† particolari sia trascurabile). Ad esempio: “Chiedilo a un qualche medico” = ‘chiedilo a un medico’ / “Chiedilo a un medico qualsiasi” = ‘chiedilo a un medico a prescindere da chi esso sia’.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase (1) ‚ÄúPossono candidarsi al concorso solo persone che abbiano compiuto i 18 anni di et√†‚ÄĚ, la relativa √® definita da alcune fonti condizionale-restrittiva. L‚Äôuso del congiuntivo in questo tipo di proposizione relativa √® diafasico?

Mi domando se sia anche possibile considerarla una proposizione relativa impropria consecutiva? Volevo provare a modellare altre frasi di questo genere:

(2) Gli anziani che abitino nella zona 5 possono vaccinarsi domani.

(3) Le persone che abbiano paura dei vaccini possono parlare con il rappresentante regionale della sanità. 

(4) Gli anziani che abbiano paura del covid dovrebbero vaccinarsi.

Non sono sicuro se le frase 3 e 4 funzionino con il congiuntivo e sembrano un po’ diverse dalla prima, ma non riesco a descrivere come mai.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa in 1 non √® di tipo consecutivo; il congiuntivo al suo interno ha un valore diafasico, ovvero innalza lo stile rispetto all’indicativo. Se sostituiamo abbiano con hanno il significato complessivo non cambia. Bisogna, ovviamente, considerare che i parlanti associano al congiuntivo una sfumatura di eventualit√†; a ben vedere, per√≤, persone che abbiano compiuto e persone che hanno compiuto descrive esattamente la stessa circostanza. Lo stesso vale per le proposizioni relative nelle altre frasi; queste frasi, per√≤, risultano pi√Ļ forzate perch√© l’antecedente del relativo √® determinato, quindi in contrasto con la sfumatura eventuale associata al congiuntivo.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se le proposizioni completive introdotte dalla locuzione ‚Äúil fatto che‚ÄĚ (ma anche da ‚Äúla notizia che‚ÄĚ, ‚Äúla circostanza che‚ÄĚ, ‚Äúla teoria che‚ÄĚ e simili) possano essere costruite tanto con il congiuntivo quanto con l‚Äôindicativo, riconducendo la scelta alle preferenze del parlante o al livello di formalit√† che lo stesso voglia ascrivere all‚Äôespressione.

Domando questo perch√©, effettuando alcune ricerche su internet ‚Äď anche all‚Äôinterno di siti attendibili ‚Äď, mi sono imbattuto in una ‚Äúindicazione d‚Äôuso‚ÄĚ secondo la quale tale scelta debba invece essere legata non gi√† alle motivazioni sopra segnalate, bens√¨ al predicato della reggente.

Nel tempo, lo ammetto, non mi sono mai posto questo problema, e il predicato della reggente non mi ha mai condizionato circa il modo da impiegare per costruire la subordinata: ho sempre, e sottolineo sempre, optato per il congiuntivo; ma a questo punto mi chiedo se, talvolta, con questa tendenza possa aver sbagliato.

Negli esempi che mi sono permesso di raccogliere pi√Ļ sotto entrambi i modi sono ammissibili?

1)        Il fatto che in Italia si legga/legge poco, è un dato allarmante che si conferma da anni.

2)        Non ho dubbi sul fatto che tu ti sia/ti sei impegnato.

3)        Il fatto che la squadra sia riuscita/è riuscita a vincere la gara, ci dimostra che l’allenatore sa fare il proprio lavoro.

4)        Non le sfuggì il fatto che anche questa volta fosse stata/era stata la sorella a ingannarla.

5)¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Ho compreso il fatto che lui voglia/vuole pi√Ļ tempo per s√©.

6)        Il fatto che tu ti sia/ti sei preparato per il colloquio, ti dà maggiori probabilità di ottenere il posto.

 

RISPOSTA:

In tutti gli esempi da lei riportati entrambi i modi sono ammissibili e la differenza tra il congiuntivo e l‚Äôindicativo √® solo diafasica, ovvero il congiuntivo √® pi√Ļ formale, senza alcuna influenza del verbo reggente. Il verbo reggente pu√≤ spiegare la preferenza per l‚Äôindicativo o il congiuntivo, ma in altre completive, non in quelle (dichiarative) da lei segnalate, anche perch√© le dichiarative dipendono da un sostantivo (fatto, notizia ecc.) non da un verbo. In altre subordinate, come per es. le oggettive, le soggettive e le interrogative indirette, il verbo reggente pu√≤ determinare la preferenza per il congiuntivo (per es. spero, temo, mi auguro) oppure per l‚Äôindicativo (so, si sa). Frasi come ¬ęspero che tu vieni¬Ľ o ¬ęso che oggi tu vada al cinema¬Ľ sono al limite dell‚Äôinaccettabile, proprio a causa della violazione del modo atteso dal verbo reggente. A volte addirittura basta una negazione a far scattare la scelta di un modo diverso: ¬ęsapevo che eri uscito¬Ľ / ¬ęnon sapevo che fossi uscito¬Ľ; ¬ęsi sa chi √® stato¬Ľ / ¬ęnon si sa chi sia stato¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono entrambe corrette

1) pensa i sacrifici che ha fatto tuo padre

2) pensa ai sacrifici che ha fatto tuo padre

 

RISPOSTA:

S√¨, le due frasi sono entrambe corrette, lievemente pi√Ļ formale la seconda. Il verbo pensare pu√≤ essere usato sia come transitivo sia come intransitivo. Inoltre, la sintassi dei due periodi √® differente, tanto da rendere pi√Ļ efficace la prima, della seconda frase, in determinati contesti, poich√© focalizza ¬ęi sacrifici¬Ľ. ¬ęChe ha fatto tuo padre¬Ľ √® una proposizione relativa nel secondo caso; mentre nel primo caso pu√≤ essere interpretato sia come una relativa, sia come una completiva con sollevamento dell‚Äôoggetto: Pensa che tuo padre ha fatto dei sacrifici. Per questo, bench√© meno formale, √® comunque pi√Ļ efficace a sottolineare il valore di quei sacrifici.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi sono reso conto che a livello molto colloquiale molte persone (anch’io faccio parte di questa cerchia) fanno uso di una strana dislocazione a sinistra di vari elementi grammaticali: soggetto, periodo ipotetico e complementi di ogni tipo.

Le pongo qualche esempio:

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti = se a me piace qualcuno, mi faccio avanti.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto= non so ciò che lui ha fatto.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse? = non so chi pensavi che lui fosse/ non so chi pensavi che fosse, lui?
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo = non so cosa lui vorrebbe che noi dicessimo/ non so cosa lui vorrebbe che dicessimo.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo = non so cosa lui vorrebbe che noi pensassimo/ non so cosa vorrebbe che pensassimo, lui, noi.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa= non penso che se fosse rimasta sarebbe cambiato qualcosa.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato= non so cosa sarebbe cambiato se fosse rimasta.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava = quando io / nel momento in cui io entravo, la gente non mi salutava.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo = penso/ sembra che questo sia ottimo.

In tutte queste frasi c’√® una dislocazione a sinistra di qualche elemento, ad esempio:

Nella prima abbiamo la dislocazione di un complemento dipendente dalla protasi.

Nella seconda la dislocazione del soggetto della relativa.

Nella terza la dislocazione del soggetto di una oggettiva esplicita la quale è dipendente da una proposizione interrogativa.

Nella quarta c’√® la dislocazione del soggetto della proposizione interrogativa.

Nella quinta c’√® una doppia dislocazione, cio√® degli elementi dislocati rispettivamente nella terza e nella quarta.

Nella sesta, per esempio, la protasi √® contenuta nell’oggettiva ed √® dipendente dalla stessa oggettiva (“che sarebbe cambiato qualcosa”) non dalla proposizione principale (“non penso”) eppure nonostante la protasi faccia parte dell’oggettiva viene occasionalmente dislocata a sinistra.

Nella settima abbiamo qualcosa di simile, ovvero la dislocazione della protasi dipendente da una proposizione interrogativa.

Possiamo parlare di dislocazioni grammaticalmente corrette oppure di colloquialismi impropri?

 

RISPOSTA:

L‚Äôitaliano ammette molto spesso lo spostamento di un sintagma, o di una proposizione, rispetto alla sua posizione canonica in un ordine non marcato. Lo spostamento (che √® una potente risorsa sintattica) √® dovuto a esigenze informativo-pragmatiche, cio√® per portare in prima posizione il tema dell‚Äôenunciato, cio√® la parte su cui verte l‚Äôinformazione. Talora questi spostamenti non hanno alcuna ricaduta sul registro, talaltra invece rendono l‚Äôenunciato meno formale, ma comunque corretto. Nessuno degli esempi da lei addotti √® scorretto e soltanto alcuni rendono l‚Äôenunciato meno formale. Nessuno, inoltre, √® configurabile come dislocazione tecnicamente intesa, ma soltanto come spostamento. In taluni casi, si parla anche di anacoluto o tema sospeso, in altri di sollevamento, ma, in buona sostanza, sempre di spostamento si tratta, ma non di dislocazione. Perch√© vi sia una dislocazione, oltre allo spostamento deve esservi anche una ripresa pronominale dell‚Äôelemento spostato, come in ¬ęil panino lo mangio¬Ľ, ¬ęche cosa vuoi non lo so¬Ľ (dislocazioni a sinistra), oppure ¬ęlo mangio il panino¬Ľ, ¬ęnon lo so che cosa vuoi¬Ľ (dislocazioni a destra). Vediamo ora caso per caso.

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti: non è meno formale della versione senza spostamento.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto: meno formali.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse?: meno formali.
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo: lievemente meno formali.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo: lievemente meno formali. In tutti i casi b-e, come vede, non soltanto la frase è perfettamente corretta, ma, in certi contesti, è anche migliore della frase non marcata, dal momento che valorizza il ruolo tematico di lui, che dunque può agevolare la coesione con quanto precede.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa: non è meno formale della versione senza spostamento.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato: non è meno formale della versione senza spostamento.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava: tema sospeso o anacoluto, meno formale della frase non marcata.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo: normalissimo caso di sollevamento del soggetto, non meno formale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho sempre visto come corrette delle frasi come ¬ęsarebbe impossibile / difficile che tu ce la faresti¬Ľ o ¬ęsarebbe stato impossibile / difficile che tu ce l’avresti fatta¬Ľ.

In particolare la prima venne posta come quesito sul Treccani e tale frase venne giudicata scorretta: https://eur01.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Ft.ly%2FcAH1&data=05%7C01%7Cdico%40unimeit.onmicrosoft.com%7C6e16b9f793c349bff4b108db1c545e1f%7C84679d4583464e238c84a7304edba77f%7C0%7C0%7C638134920903056748%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJWIjoiMC4wLjAwMDAiLCJQIjoiV2luMzIiLCJBTiI6Ik1haWwiLCJXVCI6Mn0%3D%7C3000%7C%7C%7C&sdata=ksgYbWZ1G3CzalQb%2FG%2BomQ7%2Fa%2BcHdSo%2Fl88W%2F%2BRGhhU%3D&reserved=0.

Sinceramente, pensandoci e ripensandoci, non ne capisco il motivo, perché:

-Penso che lui non ce la farebbe (protasi implicita nell’oggettiva).

-Penserei che lui non ce la farebbe (protasi implicita nell’oggettiva).

-Pensavo che lui non ce l’avrebbe fatta (protasi implicita nell’oggettiva).

-Avrei pensato che lui non ce l’avrebbe fatta (protasi implicita nell’oggettiva).

Per lo stesso motivo riterrei corrette anche:

-√ą impossibile / difficile che tu ce la faresti (protasi implicita nella soggettiva).

-Era impossibile / difficile che tu ce la avresti fatta (protasi implicita nella soggettiva).

Seguendo la stessa logica, anche le due frasi iniziali mi sembrano corrette.

Lei cosa ne pensa?

 

RISPOSTA:

Come giustamente spiegato nella risposta del sito Treccani, la protasi implicita (¬ęse ci provassi¬Ľ o ¬ęse ci avessi provato¬Ľ) √® dipendente dall‚Äôapodosi ¬ęsarebbe (stato) impossibile / difficile¬Ľ, non certo da ¬ęche tu ce la facessi¬Ľ, che dipende, come completiva soggettiva, dall‚Äôapodosi stessa. Quindi la frase da lei proposta, al condizionale, √® sbagliata, poich√© in dipendenza da ¬ę√® difficile / impossibile¬Ľ le uniche alternative possibili sono il congiuntivo o, informalmente, l‚Äôindicativo: ¬ęsarebbe (stato) impossibile / difficile che tu ce la facevi¬Ľ.

In tutti gli altri casi, in cui la completiva √® oggettiva e non soggettiva, la protasi sottintesa (¬ęse ci provasse / avesse provato¬Ľ) dipende dall‚Äôoggettiva stessa, e non dalla proposizione da cui l‚Äôoggettiva dipende (¬ępenso¬Ľ ecc.), ecco perch√©, in questi ultimi casi, il condizionale √® ammesso, mentre nei casi da lei proposti no, perch√©, come ripeto, l‚Äôapodosi non √® rappresentata dalla soggettiva bens√¨ dal verbo da cui la soggettiva dipende, cio√® ¬ęsarebbe impossibile / difficile¬Ľ, che infatti √® regolarmente al condizionale. Il suo errore √® pertanto duplice: 1) nel credere che l‚Äôapodosi sia costituita dalla soggettiva (anzich√© dalla proposizione che regge la soggettiva) e 2) nell‚Äôestendere indebitamente il condizionale (gi√† esistente) nell‚Äôapodosi alla completiva che ne dipende.

Dunque il condizionale in dipendenza da una soggettiva √® sempre impossibile? No, √® raro, ma non impossibile. Per es. in dipendenza da verbi che indicano certezza o conoscenza: ¬ę√ą certo / noto che tu potresti farcela¬Ľ, perch√© in questo caso, effettivamente, la protasi sottintesa dipende dalla completiva: ¬ęse ci provassi [√® certo che] ce la faresti / potresti farcela¬Ľ. Perch√©? La risposta, non semplicissima, risiede nel differente statuto semantico-strutturale di verbi impersonali come √® noto, √® sicuro ecc. rispetto a verbi (con un diverso grado di impersonalit√†) quali √® difficile e simili. Infatti posso trasformare in personale ¬ę√® noto¬Ľ con ¬ęqualcuno sa¬Ľ (trasformando dunque la soggettiva in oggettiva), mentre l‚Äôunico soggetto possibile di ¬ę√® difficile¬Ľ √® la stessa cosa che √® difficile. Tant‚Äô√® vero che ¬ę√® difficile¬Ľ (e simili) ammette una dipendente implicita (¬ę√ą difficile riuscirci¬Ľ), mentre ¬ę√® noto¬Ľ (e simili) no (*¬ę√ą noto riuscirci¬Ľ √® inammissibile in italiano).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Trattandosi di una interrogativa indiretta, la correttezza circa gli usi del condizionale e dell‚Äôindicativo √® fuori discussione: ¬ęVorrei sapere se sarebbe [‚Ķ]¬Ľ.

Il congiuntivo imperfetto √® possibile soltanto nel caso in cui si voglia riferirsi al passato, e non esprime quindi contemporaneit√†: ¬ęVorrei sapere se fosse ‚Äď tempo addietro, anni prima ‚Äď [‚Ķ]¬Ľ. Mentre il congiuntivo presente attenua il tono diretto della richiesta espressa tramite l‚Äôindicativo.

Ma, se sapere non regge il congiuntivo, come fanno questi ultimi modi a essere leciti?

 

RISPOSTA:

L‚Äôinterrogativa indiretta implica comunque una non certezza (cio√® una modalit√† epistemica), che autorizza quindi sempre il congiuntivo. Anzi, le grammatiche pi√Ļ tradizionaliste suggeriscono di utilizzare sempre il congiuntivo in tutte le interrogative indirette. Ecco spiegato come mai sapere, che pure di solito regge l‚Äôindicativo, nelle interrogative indirette possa reggere (o regga preferibilmente) il congiuntivo. Come al solito, inoltre, il congiuntivo ha comunque un grado di formalit√† superiore rispetto all‚Äôindicativo. Inoltre, non √® vero che il congiuntivo imperfetto si possa usare soltanto al passato (o meglio, per la contemporaneit√† nel passato), perch√©, nel caso del verbo volere, come spiegato pi√Ļ volte da Luca Serianni e anche nelle nostre risposte di DICO, l‚Äôimperfetto congiuntivo √® preferibile per via del fatto che l‚Äôoggetto del volere subisce una sorta di proiezione al passato (tanto lo vorrei che lo considero gi√† come avvenuto). Tant‚Äô√® vero che si dice, come nella traduzione italiana del capolavoro dei Pink Floyd, ¬ęVorrei che tu fossi qui¬Ľ e non ¬ęVorrei che tu sia qui¬Ľ. √ą vero che ci√≤ accade perlopi√Ļ quando volere √® usato come verbo autonomo, e non come servile. Tuttavia anche come servile il congiuntivo imperfetto √® ammissibile, se non preferibile, con volere. Come opportunamente osserva lei, inoltre, il congiuntivo (e spesso ancor pi√Ļ il congiuntivo imperfetto, con una carica di potenzialit√† maggiore rispetto al presente, dovuta all‚Äôuso nel periodo ipotetico della possibilit√†) attenua il tono diretto della richiesta, rispetto all‚Äôindicativo. Quindi: ¬ęVorrei sapere se fosse disposto ad aiutarmi¬Ľ oppure ¬ęse sia disposto ad aiutarmi¬Ľ, oppure ¬ęse sarebbe disposto ad aiutarmi¬Ľ, oppure (pi√Ļ informalmente e un po‚Äô troppo direttamente) ¬ęse √® disposto ad aiutarmi¬Ľ o ¬ęse era disposto ad aiutarmi¬Ľ. Come vede in quest‚Äôultimo caso, informale, comunque l‚Äôimperfetto (sebbene stavolta all‚Äôindicativo) serve ad attenuare l‚Äôazione proiettandola nel passato.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi hanno sempre insegnato che la congiunzione ‚Äúsemmai‚Äú, quando ha valore condizionale, regge il congiuntivo e, talvolta, l’indicativo futuro.
Mi sono recentemente trovato a scrivere, di getto, il periodo seguente:
‚ÄúDove erano andati a finire il suo autocontrollo ‚Äď semmai c’era stato ‚Äď e la sua ironia?‚Äú
Magari è un mio limite, ma incontrerei molta resistenza nel sostituire quel trapassato prossimo con il trapassato del congiuntivo (fosse stato).
La grammatica che cosa dice in proposito?
Vi domando inoltre se questa congiunzione ammette tutti i verbi del congiuntivo ‚Äď quindi anche il presente e il passato ‚Äď, se il futuro semplice possa essere considerato una variante meno formale ‚Äď ma ugualmente corretta ‚Äď del congiuntivo presente e se, infine, il futuro anteriore, al di l√† della ‚Äúregola‚Äú cui accennavo pi√Ļ sopra, possa essere incluso nei verbi compatibili, quale alternativa al congiuntivo passato.
Elenco alcuni esempi per illustrare la mia richiesta multipla:
1) Chiamami, semmai ce ne sia/sarà la possibilità.
2) Puoi ascoltare la musica, semmai tu ne abbia/avrai voglia.
3) Verrò a prenderti, semmai ce ne sia/sarà bisogno.
4) Parteciperà alla festa, semmai abbia avuto/avrà avuto lo slancio giusto per uscire dalla sua stanza.

 

RISPOSTA:

Semmai √® un connettivo ipotetico o condizionale (usato anche, qualche volta, come avverbio o per meglio dire segnale discorsivo, col significato di ‚Äėeventualmente‚Äô, ‚Äėcaso mai‚Äô: ¬ęSemmai non preoccuparti, ci vedremo un‚Äôaltra volta¬Ľ) che regge perlopi√Ļ il congiuntivo e che si comporta sostanzialmente come la congiunzione ipotetica da cui deriva, cio√® se. Come osservato da grammatiche (per es. quella di Serianni) e dizionari (per es. il Sabatini-Coletti nel sito del Corriere della sera), pu√≤ reggere anche l‚Äôindicativo (soprattutto futuro), che rappresenta la scelta meno formale ma comunque sempre corretta.

La sua frase (¬ęDove erano andati a finire il suo autocontrollo ‚Äď semmai c’era stato ‚Äď e la sua ironia?¬Ľ) va benissimo all‚Äôindicativo, e condivido la sua resistenza a volgerla al congiuntivo trapassato, decisamente troppo ricercato e anche meno adatto alla sintassi meno legata e pi√Ļ colloquiale dell‚Äôinciso nel quale semmai si trova.

L‚Äôuso dei tempi nei verbi retti da semmai dipende dalla consecutio temporum esattamente come se, pertanto sia il presente sia il passato congiuntivo, sia il futuro, vanno bene. Sicuramente l‚Äôimperfetto e il trapassato congiuntivo sono i pi√Ļ frequenti, in virt√Ļ della loro frequenza nei costrutti che esprimono eventualit√†: ¬ęSemmai avessi tempo potresti passare a trovarmi¬Ľ, ¬ęsemmai ti fossi ricordato ti passare sarei stato molto contento¬Ľ ecc. (ma si veda comunque sotto sulla preferibilit√† accordata a costrutti pi√Ļ semplici e retti da se piuttosto che da semmai).

Il futuro semplice √® dunque corretto (ancorch√© meno formale del congiuntivo), e in determinati contesti anche il futuro anteriore (per indicare anteriorit√† nel futuro), che per√≤ risulta sempre un po‚Äô innaturale, motivo per cui spesso si preferisce il presente (indicativo o congiuntivo) o addirittura il passato prossimo, con proiezione del punto di vista al passato: ¬ęSemmai avrai preso un bel voto, ti porter√≤ a Londra¬Ľ, che nella lingua spontanea sarebbe ¬ęSemmai prendi un bel voto ti porto a Londra¬Ľ o ¬ęSe/Semmai hai preso un bel voto ti porto/porter√≤ a Londra¬Ľ.

Per quanto riguarda gli altri esempi da lei proposti:

1) ¬ęChiamami, semmai ce ne sia/sar√† la possibilit√†¬Ľ: entrambi corretti, con una terza possibilit√†: ¬ę… semmai ce ne fosse…¬Ľ, o, ancor pi√Ļ naturale: ¬ęChiamami, se possibile¬Ľ o ¬ęChiamami se puoi¬Ľ (quest‚Äôultima √® la scelta migliore, pi√Ļ semplice e comune in un italiano sciolto, snello e comprensibile).
2) ¬ęPuoi ascoltare la musica, semmai tu ne abbia/avrai voglia¬Ľ. Come sopra. In italiano comune: ¬ęPuoi ascoltare la musica, se ti va¬Ľ.
3) ¬ęVerr√≤ a prenderti, semmai ce ne sia/sar√† bisogno¬Ľ. Come sopra. In italiano comune: ¬ęTi vengo a prendere, se serve¬Ľ.
4) ¬ęParteciper√† alla festa, semmai abbia avuto/avr√† avuto lo slancio giusto per uscire dalla sua stanza¬Ľ. In base a quanto gi√† detto, vanno bene entrambe le forme, ma quella al futuro anteriore √® abbastanza forzata. La scelta pi√Ļ naturale sarebbe al presente indicativo: ¬ę… se/semmai ha lo slancio…¬Ľ.

Tendenzialmente, se √® quasi sempre preferibile a semmai, sempre nell‚Äôottica di un italiano fluido e snello. Perch√© ricorrere a semmai se nella lingua comune (e anche in quella formale) se √® molto pi√Ļ comune? Tutti gli esempi da lei fomiti funzionerebbero molto meglio con se. La semplicit√† nei costrutti √® quasi sempre da preferirsi, e non soltanto nell‚Äôitaliano parlato e familiare. A maggior ragione negli esempi da lei forniti, che si muovono tutti nell‚Äôambito comunicativo della quotidianit√†: un conto √® la (sublime) sintassi arrovellata di Marcel Proust per scandagliare i meandri interiori e sociali, un altro conto √® l‚Äôinutile complicazione di situazioni normalissime come l‚Äôincontrarsi, l‚Äôascoltare musica, il dare un passaggio a qualcuno e simili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Congiunzione, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quando si dice ‚Äúfammi sapere come √® andata, come va, come andr√†‚ÄĚ, quel presente ‚Äúfammi‚ÄĚ √® corretto? Tecnicamente l‚Äôunico modo corretto non dovrebbe essere ‚Äúmi farai sapere come andr√†‚ÄĚ? Un po‚Äô come dire: ‚ÄúDomani vado a correre‚ÄĚ. ‚ÄúAndr√≤‚ÄĚ, non ‚Äúvado‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Fammi non √® presente indicativo, bens√¨ imperativo presente e come tale √® la forma migliore per formulare una richiesta. Se si vuole rendere la richiesta meno perentoria e pi√Ļ mitigata si possono utilizzare molte forme alternative, una delle quali √® il futuro, oppure una perifrasi di questo tipo: ¬ęTi sarei grato se mi facessi sapere come va¬Ľ, ¬ęTi dispiacerebbe farmi sapere come andr√†?¬Ľ e simili.

Tutt‚Äôaltro discorso √® quello del presente indicativo in luogo del futuro, anch‚Äôesso perfettamente corretto e da sempre previsto in italiano, in casi come ¬ęDomani vado a correre¬Ľ, in luogo di un pi√Ļ formale ¬ęDomani andr√≤ a correre¬Ľ, nel quale peraltro il futuro √® addirittura ridondante, dal momento che l‚Äôavverbio di tempo gi√† colloca inequivocabilmente nel tempo l‚Äôevento. Tant‚Äô√® vero che gran parte delle lingue del mondo non ha il futuro, o lo forma in modo perifrastico (come l‚Äôinglese). Anche in italiano, infatti, il futuro √® in netto regresso, quasi sempre sostituito dal presente. Per inciso, anche l‚Äôorigine del futuro in italiano √® perifrastica: amare habeo (cio√® ‚Äėho da amare‚Äô, ‚Äėdevo amare‚Äô) > amer√≤.

In ¬ę[Fammi sapere] come √® andata / come va / come andr√†¬Ľ tutte e tre le alternative sono corrette, con un crescendo di formalit√† dal presente (che √® la soluzione pi√Ļ informale) al futuro (pi√Ļ formale). Bench√© apparentemente controintuitivo e controfattuale, anche il passato va bene, perch√© il locutore, mettendosi nei panni di chi gli dar√† informazioni quando l‚Äôevento sar√† gi√† concluso (dicendogli: ¬ę√® andata bene/male¬Ľ), lo proietta direttamente nel passato.

Fabio Rossi

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

Ci sono dei casi in cui √® possibile usare sia l¬īimperfetto che il passato prossimo? Ad esempio, come si comportano questi tempi verbali nelle frasi sottostanti? Grazie.

Sono andato/andavo a trovare i nonni centinaia di volte.

Faceva/ha fatto molto caldo e tutti si sono tuffati.

 

Ieri ho fatto il bucato, ho pulito casa e ho cucinato uno stufato.

Ieri facevo il bucato, pulivo casa e ho cucinato uno stufato.

 

Ha saputo gestire la situazione come meglio poteva.

Ha saputo gestire la situazione come meglio ha potuto.

 

Quando abitavo/ho abitato qui, andavo sempre a mangiare nei ristoranti pi√ļ economici.

 

Oggi pomeriggio aspettavo/ho aspettato all’aeroporto. L’aereo era in ritardo e non arrivava.

Ieri pomeriggio l’aereo √® arrivato/arrivava in ritardo. Ho aspettato quasi due ore.

 

Il supplemento di vacanza non era/√® stato previsto ma dato che nella settimana di Ferragosto tutti i centri di fisioterapia erano/sono stati chiusi abbiamo deciso che per il mio piede la terapia migliore sarebbe stata camminare nell¬īacqua di mare.

 

Ci√≤ che mi convinceva/ha convinto ancora di pi√Ļ era/√® stato il fatto che la mia amica , da cui ero stata invitata, in quel periodo non lavorava e quindi non sarei stata sola.

 

Siamo andate/andavamo in spiaggia dove abbiamo alternato/alternavamo letture e chiacchierate. Con lei √® possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato/mancava molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo.

 

RISPOSTA:

La differenza di massima tra imperfetto e passato prossimo √® nell‚Äôaspetto, ovvero nel modo in cui l‚Äôazione e il tempo vengono espressi dal verbo. In questo senso, mentre il passato (prossimo o remoto) indica soltanto che l‚Äôevento si √® concluso (sebbene le sue conseguenze possano essere ancora presenti e determinanti: ho capito, ho ricordato, ho imparato ecc.), l‚Äôimperfetto invece qualifica l‚Äôazione come in continuo svolgimento o abituale, sia pur sempre nel passato. L‚Äôimperfetto, inoltre, pu√≤ assumere anche molte sfumature modali (indicando, dunque, l‚Äôatteggiamento del parlante/scrivente su quanto sta dicendo/scrivendo), che lo rendono una delle forme verbali pi√Ļ usate in italiano e tale da sostituirsi spesso anche ad altre, come per es. al congiuntivo: ¬ęSe mi aiutavi facevamo prima¬Ľ (equivalente, ma pi√Ļ informale, a ¬ęSe mi avessi aiutato avremmo fatto prima¬Ľ). Fin quei la regola e la giustificazione del fatto che l‚Äôimperfetto sia molto diffuso, anche al posto di altre forme verbali. Nell‚Äôuso, poi, le cose sono sempre pi√Ļ sfumate, rispetto alle regole rigide. Ecco perch√©, in molte delle sue frasi, la differenza tra i due tempi verbali (imperfetto o passato prossimo) √® minima o quasi nulla, perch√© quello che cambia √® una sfumatura aspettuale (cio√® un modo di guardare all‚Äôevento) talmente piccola da annullarsi o quasi. Quindi la risposta alla sua domanda √® s√¨, spesso si possono usare sia l‚Äôimperfetto sia il passato prossimo. Analizziamo ora caso per caso per vedere che cosa cambia nell‚Äôuna e nell‚Äôaltra opzione.

¬ęSono andato/andavo a trovare i nonni centinaia di volte¬Ľ: meglio il passato prossimo, perch√© l‚Äôindicazione di tempo centinaia di volte comunque circoscrive l‚Äôevento. L‚Äôimperfetto √® comunque possibile, perch√© sottolinea l‚Äôabitualit√† e la ripetitivit√† dell‚Äôazione, sebbene il suo uso sia pi√Ļ naturale con un‚Äôespressione di tempo che ne indichi, per l‚Äôappunto, la ricorsivit√†, per es. tutti i giorni, dieci volte al mese ecc.

¬ęFaceva/ha fatto molto caldo e tutti si sono tuffati¬Ľ: il significato √® praticamente identico; il far caldo √® un evento che si protrae nel tempo (mentre tuffarsi √® puntuale), e dunque ben si presta all‚Äôuso anche all‚Äôimperfetto.

¬ęIeri ho fatto il bucato, ho pulito casa e ho cucinato uno stufato / Ieri facevo il bucato, pulivo casa e ho cucinato uno stufato¬Ľ. Meglio il passato prossimo (sono tutte azioni puntuali), a meno che non si trasformi all‚Äôimperfetto anche ¬ęcucinavo uno stufato¬Ľ e si aggiunga per√≤ un‚Äôespressione al passato che rappresenti l‚Äôevento che si √® verificato mentre lei faceva tutte quelle altre cose (espresse all‚Äôimperfetto, cio√® con continuit√† mentre si √® verificato l‚Äôevento); per es.: ¬ęIeri facevo il bucato, pulivo casa e cucinavo uno stufato, quanto √® arrivato Gianni e finalmente mi sono riposata¬Ľ.

¬ęHa saputo gestire la situazione come meglio poteva / Ha saputo gestire la situazione come meglio ha potuto¬Ľ: pressoch√© identici: potere, avere le capacit√† di fare qualcosa ben si prestano ad un uso continuato nel tempo.

¬ęQuando abitavo/ho abitato qui, andavo sempre a mangiare nei ristoranti pi√ļ economici¬Ľ: decisamente meglio l‚Äôimperfetto, dato che l‚Äôazione di abitare √® continuata e abituale, non certo puntuale.

¬ęOggi pomeriggio aspettavo/ho aspettato all’aeroporto. L’aereo era in ritardo e non arrivava¬Ľ: meglio il passato prossimo, per via dell‚Äôespressione di tempo specifica oggi pomeriggio. Andrebbe bene l‚Äôimperfetto se seguisse un evento puntuale: ¬ęOggi pomeriggio aspettavo all‚Äôaeroporto (cio√®: stavo aspettando), quanto mi hanno rubato la borsa¬Ľ.

¬ęIeri pomeriggio l’aereo √® arrivato/arrivava in ritardo. Ho aspettato quasi due ore¬Ľ: l‚Äôimperfetto non si pu√≤ usare, perch√© arrivare √® un‚Äôazione momentanea: l‚Äôaereo √® arrivato in un momento specifico. Sorvolo sulle eccezioni in cui anche arrivare potrebbe assumere ¬†una sfumatura continua (per es. ¬ęQuando ero piccolo la fine dell‚Äôinverno non arrivava mai¬Ľ).

¬ęIl supplemento di vacanza non era/√® stato previsto ma dato che nella settimana di Ferragosto tutti i centri di fisioterapia erano/sono stati chiusi abbiamo deciso che per il mio piede la terapia migliore sarebbe stata camminare nell¬īacqua di mare¬Ľ: meglio l‚Äôimperfetto (ma il passato √® comunque possibile), perch√© l‚Äôessere previsto e l‚Äôessere chiuso sono eventi continuati nel tempo e non momentanei.

¬ęCi√≤ che mi convinceva/ha convinto ancora di pi√Ļ era/√® stato il fatto che la mia amica, da cui ero stata invitata, in quel periodo non lavorava e quindi non sarei stata sola¬Ľ: √® preferibile il passato prossimo perch√©, anche se il convincersi e l‚Äôessere (riferito al fatto) possono essere fotografati nel loro svolgersi continuo nel tempo, in questo caso c‚Äô√® un singolo elemento (il fatto che l‚Äôamica non lavorasse in quel periodo) che ha convinto a prendere la decisione di andare.

¬ęSiamo andate/andavamo in spiaggia dove abbiamo alternato/alternavamo letture e chiacchierate. Con lei √® possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato/mancava molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo¬Ľ: vanno bene entrambe le forme, ma il senso della frase cambia lievemente; all‚Äôimperfetto indica che queste azioni avvenivano abitualmente, mentre al passato prossimo si suggerisce l‚Äôidea di qualcosa di limitato in un tempo. Chiaramente si potrebbe anche aggiungere un elemento temporale al passato: ¬ęPer tutto il mese siamo andate in spiaggia dove abbiamo alternato letture e chiacchierate. Con lei √® (o era) possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo¬Ľ. E anche altre sfumature di differenza possono essere colte in un testo del genere, che conferma quanto detto all‚Äôinizio sulle numerose sfumature aspettuali (e modali) dell‚Äôimperfetto. Per es. questo mi mancava molto sottolinea che manchi ancora, mentre in questo mi √® mancato molto potrebbe anche darsi che sia mancato fino a questo momento ma che ora non manchi pi√Ļ (dato che le due amiche si sono riviste o si stanno per rivedere). Ma, come ripeto, sono davvero dettagli minimi.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale delle seguenti affermazioni è corretta?

1) penso che loro stanno bene

2) penso che loro stiano bene

Sono pi√Ļ propenso nel linguaggio formale a ritenere corretta la seconda frase, tuttavia la prima pu√≤ essere usata nel parlato informale confidenziale.

 

RISPOSTA:

√ą esattamente come osserva lei: nelle completive dipendenti da pensare il congiuntivo √® la scelta preferenziale, in quanto pi√Ļ formale, ma l‚Äôindicativo non √® scorretto, bens√¨ pi√Ļ informale, pertanto possibile in situazioni, come il parlato o lo scritto che si avvicina al parlato, meno sorvegliate.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il quesito di cui vorrei parlare in questo filone √® la questione della protasi e apodosi del periodo ipotetico dell’irrealt√† all’interno di un‚Äôoggettiva / una soggettiva.

Ci√≤ che penso per quanto riguarda le seguenti 3 frasi √® che l’unica soluzione corretta √® col condizionale, ma a me √® capitato di sentire soluzioni differenti dal condizionale:

A-Non pensavo di pentirmi se tu lo facevi / se tu lo avessi fatto.

B-Non pensavo che ti desse fastidio se lo facevo / se lo avessi fatto.

C-Ti ho detto che non dovevi rimanere da sola se ti succedeva qualcosa / se ti fosse successo qualcosa.

Sono soluzioni con l’imperfetto indicativo, l’imperfetto congiuntivo e l’infinito.

Io, per logica, come gi√† detto, direi che l’unica possibilit√† sia quella del condizionale, visto che si parla di una situazione non realizzata (periodo ipotetico dell’irrealt√†), ma a pensarci bene, ragionando sui tempi presenti, le possibilit√† mi sembrano molte di pi√Ļ e tutte (pi√Ļ o meno) accettabili:

-Non penso di pentirmi se lo facessi.

-Non penso di pentirmi se lo faccio.

-Non penso che Mario si arrabbi se passassi.

-Non penso che Mario si arrabbi se passo.

-So che lui arriva se ci fosse pure gli altri.

-So che lui arriva se ci sono pure gli altri.

Che ne pensa delle tre frasi in questione?

Quella che mi lascia pi√Ļ perplesso √® la B, che ho sentito in televisione, di sfuggita, in una serie americana doppiata in italiano.

La frase era “non pensavo ti desse fastidio se lo facevo”.

 

RISPOSTA:

Cercando di semplificare il pi√Ļ possibile la casistica da lei presentata, diciamo subito che anche nel periodo ipotetico dipendente vale il divieto di utilizzare il condizionale nella protasi, possibile (ma non obbligatorio) soltanto nell‚Äôapodosi. Vediamo ora di commentare alla svelta tutte le frasi.

  1. A) Non pensavo di pentirmi se tu lo facevi / se tu lo avessi fatto: come al solito, l‚Äôindicativo √® possibile, ma pi√Ļ informale del congiuntivo.
  2. B) Non pensavo che ti desse fastidio se lo facevo / se lo avessi fatto: come sopra. Entrambe le completive di A e B sono possibili anche con il condizionale in quella che di fatto √® l‚Äôapodosi del periodo ipotetico: ¬ęNon pensavo che mi sarei pentito…¬Ľ; ¬ęNon pensavo che ti avrebbe dato fastidio…¬Ľ.
  3. C) Ti ho detto che non dovevi rimanere da sola se ti succedeva qualcosa / se ti fosse successo qualcosa: come sopra: indicativo possibile ma meno formale del congiuntivo. Anche qui √® possibile il condizionale in apodosi: ¬ę… che non saresti dovuta rimanere da sola…¬Ľ.

– Non penso di pentirmi se lo facessi: va bene.

РNon penso di pentirmi se lo faccio: non solo è meno formale, ma implica anche una probabilità maggiore di farlo: se lo faccio non mi pento.

– Non penso che Mario si arrabbi se passassi: non funziona. O si mette il condizionale in apodosi (¬ęNon penso che Mario si arrabbierebbe se passassi¬Ľ) o il presente in protasi (¬ęse passo¬Ľ), come nella frase successiva.

– Non penso che Mario si arrabbi se passo: va bene, come pure ¬ę…si arrabbierebbe…¬Ľ.

– So che lui arriva se ci fossero pure gli altri: non funziona. O si usa il condizionale in apodosi (¬ę…lui arriverebbe…¬Ľ) o si usa il presente in protasi come nella frase successiva.

-So che lui arriva se ci sono pure gli altri: va bene.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Un mio amico mi ha detto che non ci sarebbe stato al mio compleanno, ma che avrebbe voluto esserci. La risposta corretta √®: ¬ęsar√† come tu ci fossi¬Ľ oppure ¬ęsar√† come tu ci sia¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Si presume che la festa non ci sia ancora stata, pertanto la risposta, con il verbo reggente al futuro, richiederebbe, in teoria, il presente e non l‚Äôimperfetto, che invece implicherebbe un riferimento al passato. Del resto, il futuro √® allineato al presente nella consecutio temporum, e se il verbo reggente fosse al presente avremmo il congiuntivo presente nella subordinata: ¬ę(adesso) √® come se tu ci sia¬Ľ (o, informalmente, ¬ęcome se tu ci sei¬Ľ). Tuttavia, le comparative ipotetiche (introdotte da come se, con possibile ellissi di se) hanno per l‚Äôappunto una forte componente ipotetica che rende pienamente giustificabile (e tutto sommato preferibile) anche l‚Äôalternativa al congiuntivo imperfetto, in analogia con quanto avviene nel periodo ipotetico della probabilit√†: ¬ęse tu ci fossi sarebbe bello¬Ľ. Proprio per la carica epistemica (comunque tu non ci sei), dunque, qui anche l‚Äôimperfetto congiuntivo √® corretto, e anzi preferibile: ¬ę√® come (se) tu ci fossi¬Ľ, ¬ęsar√† come (se) tu ci fossi¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

A me riesce difficile capire quando di è essenziale e quando soltanto ridondante.

¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ; ¬ęPensa di valere di pi√Ļ/pi√Ļ di noi¬Ľ.

C’è qualche regola da seguire?

Invece credo che una costruzione simile sia sbagliata: ¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ. O soltanto ¬ęNon me ne intendo¬Ľ, sottintendendo l‚Äôargomento, oppure ¬ęNon mi intendo di matematica¬Ľ senza ‚Äúne‚ÄĚ.

Anche con in ho questo problema: ¬ęIn molti andarono/Molti andarono¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In effetti non √® semplice, perch√©, pi√Ļ che vere e proprie regole di grammatica stabili, si tratta in questi casi di consuetudini di occorrenza, cio√® di espressioni pi√Ļ o meno cristallizzate con o senza di. Di meno pu√≤ fungere da locuzione avverbiale, del tutto interscambiabile con meno (¬ębisognerebbe parlare di meno e pensare di pi√Ļ¬Ľ), oppure da locuzione aggettivale, spesso, ma non sempre, interscambiabile con meno (¬ęun tempo le macchine in strada erano di meno¬Ľ o ¬ęerano meno¬Ľ); ma per esempio in ¬ęho una carda di meno¬Ľ (o ¬ęin meno¬Ľ) mal si presta alla sostituzione con il solo meno, cos√¨ come ¬ęce n‚Äô√® uno di meno¬Ľ (ma non ¬ęuno meno¬Ľ).

Nel suo primo esempio, di pu√≤ anche mancare: ¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ. Quando invece meno √® seguito dal secondo di termine di paragone, √® bene omettere di: ¬ęPensa di valere pi√Ļ/meno di noi¬Ľ, anche se la forma con di, in questo caso, √® comunque possibile. Ma, per esempio, in ¬ęVorrei pi√Ļ/meno pasta di te¬Ľ, il di non va usato.

¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ √® una costruzione pleonastica tipica del parlato e della lingua informale denominata tecnicamente dislocazione a destra. In quanto pleonastica (dal momento che ne sta per di matematica) sarebbe meglio evitarla nella lingua scritta e formale, a meno che non manchi il sintagma pieno: ¬ęNon me ne intendo¬Ľ.

¬ęMolti andarono¬Ľ va bene per tutti gli usi, mentre ¬ęIn molti andarono¬Ľ, oltrech√© meno formale, √® pi√Ļ adatto nell‚Äôordine invertito dei costituenti, per esempio: ¬ęSe ne sono andati in molti¬Ľ. Inoltre, in molti, rispetto a molti, fa presupporre una quantit√† assoluta, priva di relazione con altre: ¬ęmolti andarono al mare, ma altrettanti in montagna¬Ľ; ¬ęin molti andarono al mare¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nelle frasi sotto riportate, l’articolo e la proposizione, a seconda dei casi, posti tra parentesi, sono facoltativi (e quindi corretti) oppure errati?

La loro presenza nel testo, specie nel caso dell’articolo dei primi due esempi, modifica, anche lievemente, il senso generale del messaggio; oppure non c’√® differenza tra le frasi complete e quelle ellittiche?

1) (Il) pensarti mi fa star bene.

2) (Il) leccarsi le ferite è un inutile atteggiamento di autocompatimento.

3) Mi spiace (di) non essere venuta alla festa.

4) Cerco (di) te.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte ben formate, sia con l’articolo (o la preposizione), sia senza. Nessuno dei quattro casi è però configurabile come ellissi, perché si tratta di costrutti alternativi e dotati di loro autonomia senza dover ipotizzare la caduta di un elemento. Nei primi due casi, addirittura, la trafila storica è esattamente al contrario: prima nasce la forma senza articolo, poi quella con articolo.

1) e 2) √ą sempre possibile trasformare un infinito in un infinito sostantivato, mediante l‚Äôaggiunta dell‚Äôarticolo. Non c‚Äô√® alcuna apprezzabile differenza semantica tra l‚Äôinterpretazione come infinito sostantivato e l‚Äôinterpretazione come completiva soggettiva; stilisticamente, la variante con l‚Äôinfinito sostantivato √® un po‚Äô pi√Ļ pesante, dunque meno adatta a un contesto formale.

3) Le due frasi sono del tutto equivalenti. In molti casi l‚Äôitaliano presenta alternative nella reggenza verbale, con o senza preposizione. La forma senza preposizione √® la pi√Ļ antica (cio√® come il latino, che non ammetteva la preposizione davanti all‚Äôinfinito), mentre quella con la preposizione √® pi√Ļ recente; quella con la preposizione √® meno formale.

4) La forma con di √® decisamente rara e ha anche una sfumatura semantica diversa: ‚Äėchiedere di qualcuno‚Äô: ¬ęcercano dell‚Äôavvocato Rossi¬Ľ, cio√® chiedono se c‚Äô√® l‚Äôavvocato.

Fabio Rossi

Parole chiave: Preposizione, Registri, Verbo
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QUESITO:

All’epoca, dopo che era avvenuta quella disgrazia, eravamo come foglie che il vento…

  1. a) portasse via
  2. b) portava via.

Suppongo che entrambe le soluzioni siano valide.

Mi chiedo per√≤ se la differenza tra l’una e l’altra sia di tipo (come insegnate voi) diafasico, oppure se essa sia di tipo semantico.

 

RISPOSTA:

Come al solito, la differenza √® essenzialmente di tipo diafasico (pi√Ļ formale il congiuntivo, meno formale l‚Äôindicativo), ma, come spesso avviene, le ragioni diafasiche non escludono quelle sintattiche e/o semantiche. In questo caso, in virt√Ļ della frequente associazione del congiuntivo (soprattutto imperfetto) a contesti ipotetici quali la protasi del periodo ipotetico, la versione al congiuntivo conferisce al periodo da lei segnalato una sfumatura epistemica (cio√® di probabilit√† o possibilit√†), quasi a sottolineare che il vento pu√≤ portare via (o anche non portarle) quelle foglie. Ricordo che le relative al congiuntivo possono assumere sfumature varie (finali, consecutive, epistemiche ecc.). Nel caso specifico, per√≤, c‚Äô√® davvero bisogno di indicare che il vento pu√≤ portare o non portare via le voglie? Non √® in certo qual modo ovvio dal contesto semantico complessivo? Occorre sempre chiedersi se il congiuntivo sia necessario o no, magari se sia un mero sfoggio di ‚Äúbello stile‚ÄĚ (in realt√† retaggio di certe malintese pseudonorme scolastiche). Inoltre, sempre a proposito di stile, non sarebbe molto meno faticoso il periodo senza proposizione relativa? Cio√® cos√¨: ¬ę…eravamo come foglie al vento¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho diverse domande sull’uso dei modi nelle subordinate.

1. L’alternanza tra l’indicativo e il congiuntivo ha una valore diafasico nelle completive?

2. Per quanto riguarda la proposizione relativa, nelle frasi seguenti il congiuntivo pu√≤ essere sostituito dall’indicativo senza cambiamento di significato?

a. E poiché il denaro, in America come altrove, si guadagna in mille modi ma difficilmente con lo studio delle lettere e delle arti e alle lettere si dedicano volentieri soprattutto i facoltosi che vi siano inclinati (Soldati, America primo amore).

b. La stazione della vecchia Delhi di notte √® uno di quei posti dove un viaggiatore che non abbia fatto l’abitudine all’India pu√≤ essere preso dal panico (Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra).

c. Per un professionista sessantenne, che a suo tempo abbia fatto buoni studi superiori ma poi si sia occupato di altro ‚Äď poniamo di import-export o di ortopedia ‚Äď, la storia sar√† probabilmente la disciplina che si interessa di guerre‚Ķ (Serianni, Prima lezione di grammatica, p. 3).

d. Ho sentito storie da favola su tante notti passate all’aperto, non un problema che sia uno, tutto liscio come nei film (Daniele Mencarelli, Sempre tornare, p. 34).

e. Chi parla di un’intelligenza artificiale che possa prendere il potere o quantomeno surrogare l’intelligenza naturale non ha mai visto un bambino davanti a una pasticceria o un adulto o un’adulta disposti a giocarsi per amore, o per qualcosa che ne ha una vaga parvenza, la fama, la rispettabilità, la grandezza (Corriere della Sera, 31 gennaio 2023, A chi fa davvero paura l’intelligenza artificiale?).

f. Era l’unico che avesse la qualit√† per farlo.

3. Nella frase ‚ÄúHo trovato qualcuno che potrebbe / pu√≤ aiutarci‚ÄĚ il congiuntivo possa non va bene. √ą vero?

4. Nei prossimi esempi la scelta tra il congiuntivo e l’indicativo è libera?

I ragazzi che non studino / studiano bene la lingua italiana non riusciranno a lavorare come giornalisti.

Un ragazzo che non studi bene….

5. Nella seguente frase è possibile sostituire pigliassero con pigliavano senza cambiare la semantica?

Proprio per questo avevo fatto l’attendente, per non avere sempre intorno i sergenti che mi pigliassero in giro quando parlavo (Pavese, La luna e il falò, p. 109).

6. In questi esempi la relativa è investita di un senso ipotetico di improbabilità?

Un viaggiatore armato di binocolo che si trovasse a bordo di una mongolfiera potrebbe vedere meglio di chiunque altro lo scenario della nostra storia.  (Ammaniti, Ti prendo e ti porto via, p. 46).

Un viaggiatore armato di binocolo che si trova / si trovi a bordo di una mongolfiera potrebbe vedere meglio di chiunque altro lo scenario della nostra storia (frase da Ammaniti modificata).

 

RISPOSTA:

1. Nei casi in cui l‚Äôalternanza √® possibile (quindi esclusi i casi in cui √® obbligatorio usare o l‚Äôindicativo o il congiuntivo) essa ha valore diafasico: la variante con il congiuntivo √® pi√Ļ formale di quella con l‚Äôindicativo.

2. Nelle proposizioni relative a-d il congiuntivo ha ancora valore diafasico. Nell‚Äôesempio e la relativa √® consecutivo-finale (un‚Äôintelligenza artificiale che possa prendere = un‚Äôintelligenza artificiale tale da poter prendere); la variante all‚Äôindicativo presenterebbe il poter prendere come fattuale. L‚Äôesempio f presenta una relativa apparentemente consecutiva, ma in cui, invece, il congiuntivo ha valore diafasico (avesse = aveva). Consecutivo-finale sarebbe una frase come ‚ÄúEra l’unico che avesse la possibilit√† di farlo; mentre, infatti, la qualit√† √® certamente posseduta dal soggetto, e non pu√≤ essere rappresentata come un‚Äôacquisizione possibile, la possibilit√† √® per definizione un‚Äôacquisizione possibile.

3. Nella frase l‚Äôuso del congiuntivo √® impedito dal verbo trovare al passato, che presenta l‚Äôantecedente qualcuno come certamente reale. Si noti che la relativa consecutivo-finale al congiuntivo sarebbe possibile se al posto di trovare ci fosse, per esempio, pensare (‚ÄúHo pensato a qualcuno che possa aiutarci‚ÄĚ) e anche se il verbo trovare fosse presente (‚ÄúTrova qualcuno che possa aiutarci‚ÄĚ), perch√© in quel caso qualcuno non sarebbe certamente reale, ma sarebbe ipotetico.

4. Nella frase con l’antecedente i ragazzi la relativa al congiuntivo è molto innaturale, perché l’antecedente è determinato e complessivamente la frase è di formalità media. In quella con l’antecedente singolare si possono usare entrambi i modi, perché l’antecedente è indeterminato; in questo caso non sarebbe facile stabilire se il congiuntivo avrebbe valore diafasico o la funzione di rendere la relativa consecutiva: le due funzioni si sovrapporrebbero.

5. L’indicativo si può sostituire al congiuntivo, ma cambia il significato della frase. Il congiuntivo, infatti, è attratto dalla proposizione finale reggente (per non avere i sergenti che mi pigliassero in giro = affinché i sergenti non mi pigliassero in giro); l’indicativo darebbe, invece, alla relativa la funzione di qualificare fattualmente l’antecedente.

6. Nella frase originale che si trovasse = se si trovasse; nella frase modificata l’alternanza ha un valore simile a quello della seconda frase dell’esempio 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi sto occupando dello studio delle temporali. Vorrei cercare di capire quali tempi verbali possono essere usati in queste proposizioni al fine di poter esprimere sfumature di significato.

РCompro la pizza quando lui arriva / arrivi / arrivasse / arriverà / è arrivato / sia arrivato / fosse arrivato / sarà arrivato.

РNon compro la pizza finché lui non torna, torni, tornasse, tornerà (tempi composti?)

РGli ho promesso un lavoro non appena sarà / sia / fosse / sarebbe / sarebbe stato / fosse stato possibile

РLavorerai non appena è / sarà / sia / fosse possibile.

– A lui non importava fintantoch√© c’era / ci sarebbe stata / ci fosse stata Dorothy insieme a lui.

– Il direttore gli aveva promesso un posto di lavoro non appena fosse possibile, fosse stato possibile, sarebbe stato possibile.

– Pare che facesse suonare la campana ogni volta che trovava / trovasse / avrebbe trovato / avesse trovato un nome per il suo personaggio.

РGlielo dirò non appena tu lo vuoi / vorrai / voglia / volessi.

– Parliamo fino a quando non ci stanchiamo (indicativo e congiuntivo) / ci stancheremo / ci stancassimo / stancheremmo (tempi composti?).

РRifiutò di andarsene finché non avesse finito il pasto, avrebbe finito.

– Lo temeva ma pensava di temerlo solo finch√© non aveva accettato / avesse accettato / avrebbe accettato / ebbe accettato di completare l¬īopera.

– Stavo bene attento a muovermi ogniqualvolta ne avessi avuto bisogno / ne avessi bisogno / ne avrei avuto bisogno / ne avrei bisogno / ne avevo bisogno.

РDobbiamo proseguire finché non avremo / abbiamo (indicativo e congiuntivo) / avessimo ritrovato la strada dei mattoni gialli.

 

RISPOSTA:

Sulla scelta della forma verbale nelle frasi dell’elenco agiscono diversi fattori che si influenzano a vicenda (tra cui la semantica della frase), producendo restrizioni non sempre riconducibili a una regola generale. Di seguito le varianti pi√Ļ accettabili, con qualche nota illustrativa:

РCompro la pizza quando lui arriva / arriverà / sarà arrivato.

Il futuro anteriore √® un po’ spiazzante in relazione al presente usato come futuro (meglio sarebbe “Comprer√≤… quando sar√† arrivato”); possibile – ma forzato – √® arrivato, che, per√≤, funziona meglio con congiunzioni come una volta che e appena. Sono esclusi i tempi passati del congiuntivo sia arrivato e fosse arrivato. Non √® escluso il congiuntivo presente, se si attribuisce a quando il senso di qualora. Molto forzato √® arrivasse, che mette l’evento fattuale al presente della reggente in relazione con un’ipotesi possibile.

 

РNon compro la pizza finché lui non torna / torni / tornerà (tempi composti?).

In questa frase la congiunzione finch√© non ammette l’indicativo e il congiuntivo come variante formale (non con slittamento di significato verso la non fattualit√†). Per questo √® impossibile tornasse. Possibili sono, invece, l’indicativo futuro anteriore e il congiuntivo passato, perch√© finch√© non permette di considerare il processo del non comprare o come contemporaneo all’attesa, o come successivo, quindi con una prospettiva dal futuro al passato sull’evento del tornare.

 

РGli ho promesso un lavoro non appena sarà / sia / fosse / sarebbe stato / fosse stato possibile.

L’unica forma esclusa √® sarebbe, perch√© l’evento della subordinata non pu√≤ essere considerato condizionato da quello della reggente. Il condizionale passato, invece, pu√≤ avere la funzione di futuro nel passato.

 

РLavorerai non appena è / sarà / sia possibile.

Esclusa fosse.

 

– A lui non importava fintantoch√© c’era / ci sarebbe stata / ci fosse stata Dorothy insieme a lui.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Il direttore gli aveva promesso un posto di lavoro non appena fosse / fosse stato / sarebbe stato possibile.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Pare che facesse suonare la campana ogni volta che trovava / trovasse un nome per il suo personaggio.

Esclusa avrebbe trovato, perch√© l’evento del trovare non pu√≤ essere successivo a quello del suonare; avesse trovato potrebbe essere usata come variante formale di aveva trovato (forma a sua volta del tutto possibile), ma risulterebbe forzata, perch√© suggerirebbe che l’evento √® non fattuale, quando non pu√≤ esserlo.

 

РGlielo dirò non appena tu lo vuoi / vorrai / voglia / volessi.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Parliamo fino a quando non ci stanchiamo (indicativo e congiuntivo) / stancheremo / stancheremmo (tempi composti?).

Le forme escluse sono ci stancheremmo, perch√© l’evento della subordinata non pu√≤ essere considerato condizionato da quello della reggente, e ci fossimo stancati; ci stancassimo √® al limite dell’accettabilit√† (rispetto a finch√© non la presenza di quando la rende leggermente pi√Ļ accettabile, ma sarebbe difficilmente selezionata dai parlanti).

 

РRifiutò di andarsene finché non avesse finito il pasto.

Impossibile avrebbe finito, perch√© l’evento del finire non pu√≤ essere n√© condizionato n√© successivo a quello dell’andarsene.

 

– Lo temeva ma pensava di temerlo solo finch√© non avesse accettato / avrebbe accettato di completare l’opera.

In questa frase la reggente della temporale di temerlo è equivalente a che lo avrebbe temuto, quindi la temporale introdotta da finché non non ammette il congiuntivo ebbe accettato. Potrebbe ammettere aveva accettato, che, però, è sfavorito dalla sovrapposizione sulla frase dello schema del periodo ipotetico del terzo tipo (condizionale passato-congiuntivo trapassato).

 

– Stavo bene attento a muovermi ogniqualvolta ne avessi avuto bisogno / avessi bisogno / avevo bisogno.

La reggente della temporale qui equivale a mi muovevo: nella temporale sono impossibili avrei bisogno e avrei avuto bisogno, perch√© l’avere bisogno deve precedere e non pu√≤ essere condizionato dal muoversi.

 

РDobbiamo proseguire finché non avremo / abbiamo (indicativo e congiuntivo) la strada dei mattoni gialli.

Impossibile avessimo trovato.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In un discorso racconto o poesia,  passare dalla forma impersonale alla seconda persona singolare è corretto?

 

RISPOSTA:

In linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, sarebbe bene evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se si decide di rivolgersi sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, sarebbe bene continuare a evitare il Tu/Lei/Voi. Certo, quanto pi√Ļ il testo √® lungo, tanto pi√Ļ √® difficile mantenere il controllo della persona, cio√® dei pronomi da usare per rivolgersi al lettore/destinatario/narratario. Anche in un discorso orale, tanto pi√Ļ se formale, sarebbe auspicabile la coerenza negli usi del Tu/Lei/Voi, oppure delle forme impersonali, usando o sempre gli uni (Tu, Lei o Voi) o sempre le altre (le forme impersonali). La scelta meno marcata, cio√® buona un po‚Äô per tutte le occasioni, √® quella dell‚Äôimpersonalit√†, mentre la scelta del Tu/Lei/Voi, pure praticata spesso nel parlato e in poesia (da cui per√≤ di solito il Lei √® bandito), √® decisamente pi√Ļ insolita nella narrativa e nella saggistica. Nei testi poetici, poi, la libert√† (e quindi anche la possibile alternanza tra Tu/Voi e forme impersonali) √® ancora maggiore, per cui √® davvero complicato individuare delle norme o anche soltanto delle linee guida su questo argomento. Per fare un esempio pratico, tutta questa risposta √® scritta in forma impersonale. Si sarebbe potuto scriverla anche tutta dando del Tu o del Lei al lettore (non del Voi perch√© qui sto rispondendo a un lettore o a una lettrice specifico/a, non a un gruppo indistinto di lettori/lettrici), ma sarebbe stato strano alternare le due forme, come per esempio cos√¨:

¬ęIn linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, faresti bene a evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se decidi di rivolgerti sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, continua a evitare il Tu/Lei/Voi¬Ľ ecc. ecc.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale tra le due √® la costruzione pi√Ļ appropriata a un uso formale?

¬ęPerch√© non si √® ricorso/i prima a questo stratagemma?¬Ľ

O ancora:

¬ęPerch√© non si √® intervenuto/i prima?¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Abbiamo fornito molte risposte analoghe a questa, sugli usi del si passivante e del si impersonale: le suggerisco pertanto di ricercare nell‚Äôarchivio delle risposte di Dico, scrivendo ‚Äúpassivante‚ÄĚ o ‚Äúpassivato‚ÄĚ o ‚Äúsi impersonale‚ÄĚ nel campo della ricerca libera. I due casi specifici da lei segnalati, comunque, non rientrano nella tipologia del si passivante, bens√¨ del si impersonale, poich√© entrambi i verbi (ricorrere e intervenire) sono intransitivi e come tali non possono ammettere la forma passiva, dunque neppure il si passivante. Tuttavia la sua domanda √® molto interessante, perch√© consente di riflettere sull‚Äôuso dell‚Äôaccordo del participio passato nel caso di si impersonale con verbi composti.

I verbi intransitivi che hanno come ausiliare avere non accordano il participio con il soggetto; il participio rimane pertanto invariato, cio√® sempre al maschile singolare: ¬ęper oggi si √® lavorato abbastanza¬Ľ, ¬ęsi √® giocato a pallone¬Ľ; mentre i verbi che hanno come ausiliare essere, richiedono l‚Äôaccordo del participio: ¬ęsi √® andati (o andate) al mare¬Ľ, ¬ęsi √® morte (o morti) di noia¬Ľ. Pertanto l‚Äôunica forma corretta della sua seconda frase √®: ¬ęPerch√© non si √® intervenuti prima?¬Ľ, dal momento che intervenire ha come ausiliare essere. A rigore, anche nella sua prima frase il participio passato dovrebbe essere accordato: ¬ęPerch√© non si √® ricorsi/e prima a questo stratagemma?¬Ľ; tuttavia non sono rari (bench√© minoritari rispetto a essere) i casi in cui ricorrere possa reggere l‚Äôausiliare avere; pertanto √® corretta (ma meno formale) anche la forma con il participio non accordato, cio√® al maschile singolare: ¬ęPerch√© non si √® ricorso prima a questo stratagemma?¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nel mio lavoro da copywriter, creo spesso delle campagne pubblicitarie per i social, la carta stampata e le affissioni.

Nelle “headline” (i titoli delle campagne pubblicitarie) io non metto mai il punto, a meno che non sia un punto interrogativo o esclamativo.

Tantissimi altri miei colleghi invece lo fanno.

Ad esempio nella headline “La colazione dei campioni” secondo me il punto non ci va. Mentre altri lo mettono.

Ho ragione io, hanno ragione i miei colleghi, o è una scelta stilistica?

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei: nei titoli di norma il punto non va. √ą pur vero che, soprattutto nella testualit√† online, lo stile la fa da padrone, come anche l‚Äôespressivit√†, le consuetudini scrittorie (mutate) e le attese dei lettori. Motivo per cui taluni argomentano sostenendo che il punto pu√≤ conferire maggiore perentoriet√†, sicurezza, affidabilit√† (come a dire: punto e basta, so quello che dico e che offro). Per queste ragioni, all‚Äôopposto, in altri tipi di testo il punto viene bandito anche fuor dai titoli: se ha esperienza di testualit√† nei social, sa come un punto alla fine di un post di fb o di un messaggio whatsapp pu√≤ rompere amicizie e amori (√® successo pi√Ļ volte veramente), perch√© viene interpretato come una chiusura all‚Äôaltro, un atto di violenza, una rottura del rapporto.

Cionondimeno, da affezionato tradizionalista alla testualit√† analogica, mi sento di suggerirle di rimanere fedele alla nostra vecchia e amata norma di non mettere mai il punto fermo alla fine di un titolo. Punto (ma sia qui detto e scritto senza alcuna ostilit√†, anzi…)

Fabio Rossi

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QUESITO:

Avrei dei dubbi in merito ai verbi piacere, sedere e all’espressione dare per scontato.

Quale ausiliare si usa in presenza di un modale (al participio passato) e del verbo piacere? Ad es. Gli  è piaciuta la pizza. Come ha potuto piacergli la pizza / Come è potuta  piacergli la pizza?

Quanto al verbo sedere, io siedo è il presente ma sono seduto è anche presente? Qual è il passato prossimo di sedere? Mi sono seduto è il passato prossimo di sedersi.

Infine vorrei sapere se l¬īaggettivo scontato dell¬īespressione dare per scontato vada concordato col sostantivo a cui si riferisce.

 

RISPOSTA:

I verbi servili ammettono sia l’ausiliare proprio sia quello del verbo che dipende dal servile, pertanto entrambe le alternative sono corrette: Come ha potuto piacergli la pizza / Come è potuta  piacergli la pizza.

In sono seduto di fatto il participio passato perde il valore verbale per assumere quello aggettivale che pure gli √® proprio, dunque l‚Äôespressione √® al presente, non certo al passato. Sedere (verbo decisamente raro, rispetto al pronominale sedersi, oggi pi√Ļ comune) √® di fatto difettivo, mancando dei tempi composti, nei quali viene sostituito, per l‚Äôappunto, dal pronominale: mi sono seduto. Possibile, nella lingua comune, anche l‚Äôuso di sedere come ‚Äėfar sedere‚Äô, dunque causativo (e transitivo), che pertanto ammette in questo caso i tempi composti e l‚Äôausiliare avere: ¬ęha seduto il bambino sul seggiolone¬Ľ.

Scontato può essere sia invariabile: dare per scontato la vittoria; sia accordato: dare per scontata la vittoria. Nel primo caso, l’originale valore verbale (participio passato del verbo scontare) tende a desemantizzarsi e a grammaticalizzarsi verso l’uso fraseologico, ma il processo non è ancora del tutto compiuto, dal momento che le forme non accordate ancora vengono avvertite come meno formali di quelle accordate, che dunque sono da preferirsi. Adesso in Google dare per scontato la vittoria conta circa 1000 occorrenze, contro le circa 4000 di dare per scontata la vittoria.

Fabio Rossi

Parole chiave: Pronome, Registri, Verbo
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QUESITO:

Causa la mia ignoranza vorrei sapere con certezza se in questo slogan pubblicitario la mancanza del congiuntivo sia da considerarsi errore (da bocciatura) o se invece √® corretto cos√¨ com’√® per quanto possa forse suonare male o poco abituale:

NON VOGLIAMO CHE TU INVESTI. VOGLIAMO CHE INVESTI MEGLIO.

Ora, INVESTA, suonerebbe meglio; ma non √® forse anche artificioso, o comunque non obbligatorio, nel senso: questa frase, la cui reggente √® all’indicativo, non richiederebbe, nella subordinata, sempre l’indicativo? In considerazione anche del fatto che la frase s√¨ esprime una speranza, un desiderio, ma la sua forma per√≤ √® assertiva, imperativa. La forma con cui non avrei dubbio alcuno se usare il congiunto sarebbe la seguente e la pi√Ļ corretta (ma per nulla adatta allo slogan): NON VORREMMO CHE INVESTISSI TANTO. VORREMMO CHE INVESTISSI MEGLIO.

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta, ma non per una questione di suono, bens√¨ di sintassi e di stile. Senza dubbio la versione al congiuntivo √® pi√Ļ formale, ma il significato di entrambe le frasi √® identico. Nelle subordinate completive (come quelle dipendenti da voglio) sono ammessi tanto il congiuntivo (pi√Ļ formale) quanto l‚Äôindicativo (meno formale). Per il resto, la sua spiegazione non √® corretta: non c‚Äôentra (quasi) nulla il modo verbale della reggente. Decisamente da preferire il congiuntivo nella seconda frase: ¬ęVorremmo che investissi…¬Ľ. Altres√¨ giusta la riflessione che l‚Äôindicativo nella prima frase renda forse meglio la decisa volont√† che le persone investano. Per√≤, ripeto, a governare l‚Äôuso del congiuntivo √® pi√Ļ il registro di formalit√† che la semantica, per cui, per evitare di sentirsi dare dell‚Äôignorante dai puristi, le suggerirei comunque la forma al congiuntivo ¬ęvogliamo che investa¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se nel seguente testo √® corretto l’uso dei verbi e della punteggiatura: 1) ¬ęCi siamo incontrati al corso di musica quando avevano tre o quattro anni: al primo impatto volevo stargli alla larga, perch√© era scatenato quasi come le persone che entrano in campo da calcio durante una partita. Con il passare delle lezioni capii (ho capito) che era un bravo bambino ed √® da l√¨ che diventammo (siamo diventati) amici¬Ľ.

Inoltre √® meglio scrivere: 2) ¬ęoltre ad essere/oltre a essere¬Ľ; 3) ¬ęio sto/sono simpatico a lui e viceversa¬Ľ?

 

RISPOSTA:

1) Tutto corretto, sia al passato remoto sia al prossimo, e con la giusta punteggiatura. In alternativa ai due punti si possono usare il punto e virgola o il punto. 2) Del tutto equivalenti. 3) Sono √® la scelta pi√Ļ formale.

Fabio Rossi

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

Premetto che sono un cantautore e si tratta di una frase di un nuovo testo di una canzone. Non riesco a capire se √® corretta o meno, ho chiesto anche a mia moglie diplomata al liceo classico e laureata in lingue…

La frase √® la seguente: ¬ęDirei, anche una frase ti direi se la ricorderai¬Ľ.

Per questioni di metrica deve essere cos√¨, il dubbio √® se grammaticalmente devo usare necessariamente ¬ęse la ricordassi¬Ľ. Il significato non vuole essere retorico, ovvero non voglio dire che non ti dico una frase perch√© poi non te la ricordi ma √® quasi interrogativa, ovvero se tu mi prometti, o mi dici che la ricorderai allora quasi quasi ti direi anche una frase…

 

RISPOSTA:

Il verso va benissimo, √® corretto e anche efficace: l‚Äôindicativo nel periodo ipotetico √® sempre possibile, ancorch√© meno formale del congiuntivo. Inoltre, in questo caso, oltre ai motivi metrico-poetici (gi√† validissimi di per s√©, in una canzone), c‚Äô√® anche una ragione semantico-pragmatica, cio√® la (quasi) certezza, la garanzia, del ricordo: devi proprio promettermi ¬ęme la ricorder√≤¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Lingua letteraria, Registri, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se le seguenti frasi sono corrette e ben scritte, e se non lo sono, perché. Tra parentesi inserisco i punti che mi interessano:

1) Avere un’amica, come riteneva necessaria la madre, ecc. (necessaria)

2) Chi è senza, non usa le dovute maniere. (La virgola).

3) Piuttosto che: “Il lavoro nobilita l’uomo”, dovresti dire ecc. (Il “piuttosto che” con discorso diretto)

4) La scuola non solo ti insegna tante cose, ma ti d√† la possibilit√† di conoscere tante persone. (Nessuna virgola dopo “scuola”).

5) Gli uomini hanno costruito le strade per spostarsi. (Hanno costruito).

6) Nel mondo di oggi la vita √® pervasa da ecc. (L’assenza della virgola dopo “oggi).

 

RISPOSTA:

Su alcune si queste abbiamo già pubblicato una risposta, ma la ripetiamo in sintesi.

1) Necessario: qui l’accordo non è con amica, ma con avere un’amica.

2) La virgola pu√≤ andare, per segnalare l‚Äôellissi, che tuttavia √® strana (per l‚Äôellissi e per l‚Äôadiacenza senza non), quindi sarebbe bene evitarla (l‚Äôellissi e conseguentemente anche la virgola) prima di aver nominato l‚Äôoggetto in forma piena. Per esempio: ¬ęChi √® senza cappello dovrebbe indossarne uno¬Ľ, in questo caso senza virgola, per non separare il soggetto dal predicato.

3) Va bene ma elimini i due punti, perché non è né un vero e proprio discorso diretto (piuttosto la citazione di un proverbio) né un elenco, sibbene una frase linearizzata, senza bisogno di staccarne i costituenti.

4) Senza dubbio senza virgola: mai separare il soggetto dal predicato.

5) Corretta. Costruite sarebbe ridicolmente pomposo e arcaico.

6) Senza virgola, per carit√†: mai separare il soggetto…

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Mi sorge un dubbio. Quale delle seguenti affermazioni è corretta? Questi è mio cugino oppure questo è mio cugino?

Se dico: mio cugino fa il falegname. Questi è molto bravo nel suo lavoro.

Oppure si deve usare questo?

 

RISPOSTA:

Questo √® pi√Ļ informale, questi √® molto formale. Tuttavia nel suo esempio sono inappropriati entrambi, perch√© non c‚Äô√® alcun bisogno di ribadire il soggetto nominato tre parole prima. Quindi l‚Äôunica frase adatta √® la seguente: ¬ęMio cugino fa il falegname. √ą molto bravo nel suo lavoro¬Ľ (oppure ¬ęed √® molto bravo…¬Ľ).

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Desidererei sapere se questa frase √® corretta: ¬ęNon sono come te che ti (invece che ¬ęa cui¬Ľ) piacciono le auto di lusso¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, anche se la prima √® meno formale della seconda. Le due alternative non sono peraltro identiche: il che della prima frase infatti non √® propriamente un pronome relativo, bens√¨ un che polivalente, con valore, in questo caso, vicino a quello di una congiunzione consecutiva: ‘tale che ti piacciono’. Dunque, oltre a essere meno formale, la prima frase esprime qualcosa in pi√Ļ rispetto alla seconda, cio√® un maggior distacco (o un giudizio pi√Ļ negativo) nei confronti di una persona tale (talmente superficiale, materialista, capitalista, o che so io) da dar valore alle auto di lusso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

L’accrescitivo di scarpa è scarpona, scarpone o entrambe le forme sono corrette?

 

RISPOSTA:

Entrambe le forme sono corrette. A sfavore della prima forma sta che è meno formale e quindi raramente contemplata da dizionari e grammatiche, ma a sfavore della seconda forma sta il fatto che si è lessicalizzata con altro significato (scarponi da montagna, da scii ecc.), tanto da essere fraintendibile come accrescitivo di scarpa (che è, però, il suo significato originario). Quindi, tutto sommato, suggerirei scarpona, con buona pace dei vocabolari e delle grammatiche attardati che ancora non la registrano.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio riguardo l’utilizzo del congiuntivo nella frase che riporto qui sotto:

¬ęci vediamo domenica per chi ci fosse¬Ľ.

In un gruppo di persone che si ritrovano ogni fine settimana per delle gare sportive c’√® una di queste che, dando appuntamento per la domenica successiva, dice ¬ęci vediamo domenica per chi ci fosse¬Ľ.

Non √® pi√Ļ corretto ¬ęper chi ci sar√†¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, quella al congiuntivo √® pi√Ļ formale. Trattandosi di una relativa con sfumatura potenziale/ipotetica (alcune persone possono esserci oppure non esserci) il congiuntivo sottolinea proprio questa eventualit√†, che per√≤ √® lievemente ridondante, visto che la semantica della frase esprime gi√† di per s√© (visto che nessuno pu√≤ prevedere il futuro e che non ci si pu√≤ vedere con chi non c‚Äô√®) il fatto che le persone possono esserci o no. Alla base della scelta del congiuntivo imperfetto √® il seguente periodo ipotetico soggiacente alla semantica dell‚Äôintera frase: se ci foste (domenica prossima), ci vedremmo, altrimenti non ci vedremmo. Che per√≤, in uno stile lievemente meno formale, pu√≤ essere espresso anche cos√¨: se ci siete (o sarete) ci vediamo (o vedremo).

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Molti amici italiani mi dicono che non devo dire frase (1) quando fissiamo un appuntamento per fare un’altra chiacchierata nella settimana prossima.

(1)     Se non riuscissi a parlare (nella data fissata) ti scriverei.

Volevo usare questo tipo di ipotesi per indicare che è improbabile che non ci sia. è sbagliato?

So che posso esprimere (1) come

(1a) Nel caso in cui non riuscissi a parlare ti scriverò.

Domanda 1: Quale potrebbe essere il problema con il mio uso della frase (1)?

Nel Corriere della Sera (29/10/22), ho trovato questo esempio che sembra non seguire le regole del periodo ipotetico:

(2) Se anche i dati del COVID dovessero tornare a peggiorare il nuovo governo non limiterà la liberta delle persone……

Capisco che vuol dire

(2a) Nel caso in cui i dati  del COVID dovessero tornare a peggiorare il nuovo governo non limiterà la liberta delle persone……

Domanda 2:  l’uso del l’imperfetto del congiuntivo in (2) permette il futuro nella frase conseguenza?  Non trovo nessun esempio nei miei libri.

Domanda 3 Se (2) viene scritta come (2b) cambia il significato?

(2b) Se anche i dati del COVID dovessero tornare a peggiorare il nuovo governo non limiterebbe la liberta delle persone……

 

RISPOSTA:

 

1) La frase va bene. Anche 1a va bene: la 1 √® leggermente pi√Ļ formale ed entrambe lasciano aperta la possibilit√† che lei non possa riuscire a parlare nella data stabilita, oppure che possa.

2) Stessa cosa: le frasi vanno tutte bene sia col condizionale (che √® la scelta pi√Ļ canonica per il periodo ipotetico della possibilit√†), sia col futuro, che contamina la possibilit√† con la realt√† (√® cio√® un periodo ipotetico misto). Le sfumature sono molto sottili e non da tutti percepite allo stesso modo. Diciamo che, in linea di massima, ¬†in entrambi i casi del gruppo 1 e del gruppo 2, la scelta del futuro sembra rendere pi√Ļ probabile il verificarsi dell‚Äôipotesi e quindi della conseguenza, mentre viceversa il condizionale sembra rendere molto pi√Ļ improbabile sia l‚Äôeventualit√† del non riuscire a parlare, sia quella del peggioramento dei dati del Covid. La presenza di anche (anche se), inoltre, esclude in ogni caso che il governo limiti la libert√†, sia col futuro sia col condizionale.

Rilegga bene Serianni e gli altri libri di grammatica: casi di periodo ipotetico misti sono sempre ammessi, in italiano.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Leggo dal libro di una quotata scrittrice la seguente frase: ¬ęMi ha raccontato che li abbracciava, a lui e a nonno, fra le lacrime e i singhiozzi…¬Ľ.

¬ęLi abbracciava¬Ľ √® accusativo, ma subito dopo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ √® dativo.

Chiedo: √® da considerare un errore oppure quel dativo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ serve a rafforzare la frase ed √® quindi accettabile?

 

RISPOSTA:

Il costrutto dell‚Äôoggetto preposizionale, come abbracciare a qualcuno, √® diffuso negli italiani regionali, ma √® senza dubbio da evitare in italiano standard, quindi in questo caso lo considererei, se non scorretto, quanto meno inappropriato, a meno che nel romanzo non si voglia riprodurre un parlato regionale. Non c‚Äô√® dubbio che in molti casi i costrutti preposizionali servano a mettere in evidenza un sintagma, come nel caso di ¬ęa me non mi persuade¬Ľ (comunque da evitare in un italiano non informale), ma in questo caso l‚Äôoggetto diretto √® pi√Ļ che sufficiente a indicare la messa in rilievo, garantita dal pleonasmo pronominale della dislocazione a destra: ¬ęLi abbracciava, lui e nonno¬Ľ:

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla coniugazione del verbo mangiare.

Se dico parlando di me stesso: se pensi che (io) non mangi il dolce ti sbagli…

√ą corretto riferendomi a me stesso dire ‚Äúnon mangi‚ÄĚ o bisogna dire ‚Äúnon mangio‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Sono corrette entrambe le forme. Non mangi √® congiuntivo e costituisce dunque l‚Äôopzione pi√Ļ formale, in una subordinata completiva; non mangio √® indicativo e costituisce dunque l‚Äôopzione meno formale ma comunque corretta.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

E’ giusto scrivere: “Quadri orario o quadri orari” , “Moduli orari o moduli orario”?
 

 

RISPOSTA:

Vanno bene entrambe le soluzioni, in italiano. L’una, pi√Ļ tradizionale (quadri orari,¬†moduli orari), tratta il secondo termine come aggettivale e dunque lo accorda col sostantivo precedente, mentre l’altra (pi√Ļ sul modello inglese, e dunque forse meno apprezzata in uno stile pi√Ļ tradizionale) tratta¬†orario¬†come sostantivo con ellissi della preposizione reggente: cio√®¬†quadro orario¬†= quadro dell’orario. I sintagmi con omissione della preposizione (come anche, ad es.,¬†monte ore), ancorch√© ammissibili, hanno spesso un sapore tra il tecnologico e il burocratico sgradito ai palati pi√Ļ raffinati e pertanto, se possibile, potrebbero essere utilmente sostituiti dai costrutti pi√Ļ tradizionali (quadri orari,¬†moduli orari,¬†monte orario¬†ecc.).

Fabio Rossi
 

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quando il verbo essere viene usato in una costruzione tipo il fatto è che, dato che essere è un verbo copulativo, non è possibile che la proposizione introdotta dal pronome che sia un’oggettiva, è vero? Il fatto diventa il predicato nominale? 
Prendiamo questo esempio: “Sono contento che sia andata cos√¨”.¬†Qui abbiamo il verbo copulativo¬†essere.¬†Io¬†√®¬†il soggetto, giusto?¬†Contento¬†sembra un predicato nominale, giusto? La proposizione dopo il¬†che¬†non pu√≤ essere una soggettiva anche se il verbo nella prima frase √®¬†essere:¬†come mai?¬†√ą a causa del predicato nomiale¬†contento¬†o a causa del soggetto¬†io? O √® qualcos‚Äôaltro?¬†
Prendiamo questo esempio dal libro Il francese di Massimo Carlotto:

Si era convinto che quella bella ragazza non POSSEDESSE altro che il suo corpo (p. 9-10).
 
Sembra un‚Äôaltra proposizione oggettiva (dopo¬†che). Non riesco a capire come mai non √® scritto “Si era convinto del fatto che quella bella ragazza non possedesse altro che il suo corpo”. Quale tipo di proposizione segue il¬†che¬†nella frase scritta da Carlotto?

 

RISPOSTA:

La copula non pu√≤ reggere il complemento oggetto, quindi se la reggente √®¬†il fatto √®¬†o espressioni simili la subordinata √® soggettiva. In effetti questa subordinata potrebbe rappresentare sia il soggetto del verbo¬†essere¬†(per esempio “Il fatto √® che non voglio venire” = “Che non voglio venire √® il fatto”), sia il completamento del predicato di cui fa parte il verbo¬†essere¬†(che non potremmo chiamare¬†predicato nominale, visto che sarebbe formato dalla copula pi√Ļ un’intera proposizione); per semplicit√†, comunque, la consideriamo soggettiva (e in nessun caso oggettiva). Nella frase “Sono contento che sia andata cos√¨” la proposizione subordinata non pu√≤ fare da soggetto del verbo¬†essere: in questo caso il soggetto della reggente non pu√≤ che essere¬†io¬†e il predicato nominale √®¬†sono contento. L’aggettivo¬†contento¬†pu√≤ essere completato da un argomento preposizionale (che prende il nome di¬†oggetto obliquo), per esempio¬†sono contento del risultato, oppure da una proposizione argomentale (ovvero completiva)¬†oggettiva. L’aggettivo¬†convinto¬†ha la stessa costruzione di¬†contento: pu√≤ reggere un argomento preposizionale¬†(per esempio¬†sono convinto della mia opinione) o una proposizione oggettiva, come nel suo esempio. Nella variante della frase¬†sono convinto del fatto che…¬†l’aggettivo¬†convinto¬†√® completato dall’argomento preposizionale¬†del fatto, il quale, a sua volta, regge una proposizione argomentale. Questa proposizione pu√≤ essere classificata ancora come oggettiva, se consideriamo¬†convinto che¬†equivalente a¬†convinto del fatto che, oppure (come farei io) dichiarativa, visto che √® retta non da un verbo, ma dall’argomento di un verbo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei proporvi una frase la cui correttezza mi √® stata contestata a torto, secondo il mio parere: “Che sia la prima e l’ultima volta che vi permettete di agire in questo modo”. La frase corretta sarebbe: “Che
sia la prima e l’ultima volta che vi permettiate di agire in questo modo”.
Quest’ultima formulazione a me pare inaccettabile, comunque ci terrei molto a conoscere il vostro parere a riguardo.

 

RISPOSTA:

Come giustamente dice lei, la sua frase √® corretta e non richiede affatto la sostituzione dell’indicativo col congiuntivo, che √® tuttavia possibile. Essa, oltre, come la solito, a innalzare il livello diafasico della frase, le conferisce un valore potenziale: “che vi permettiate”, nel senso di ‘qualora pensaste di potervelo permettere un’altra volta’… Dato il senso della frase, tuttavia, questa sfumatura potenziale √® del tutto superflua, perch√© di fatto “ve lo siete gi√† permesso”.
Insomma: la sua √® la versione migliore della frase e chi gliel’ha corretta mostra di non avere le idee chiarissime sul funzionamento dell’indicativo e del congiuntivo in italiano.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho una domanda con l’uso della particella CI nelle frasi seguenti:
(1) Grazie per avermici portato.  (ci = in questo posto, ci funziona come un avverbio di luogo)
(2) Una persona mi ha detto di essersi trasferita a Madrid senza aver trovato un lavoro.
 Le ho risposto:  Spero che tu CI abbia portato dei soldi.    
Intendevo ‚Äúa Madrid‚ÄĚ per CI.¬†¬†¬†¬† E‚Äô come dire‚ÄĚ Spero che tu abbia portato li‚Äô dei soldi.
Sto provando a pensare come un italiano.  Quest’esempio e’ una sciocchezza ma provo a caprine di piu’ della ragione per cui suoni male.   E’ una questione del verbo?  E’ locuzione?  Qualcos’altro?
So che non si dice ‚Äúci arrivo‚ÄĚ per indicare a casa tua‚Ķ(Ci arrivo ha il significato riuscire).¬†¬†Ma si dice semplicemente Arrivo, ma si puo‚Äô dire ‚Äúci sono arrivato (ci = li‚Äô).‚Ä̬†¬†
Potrebbe farmi altri esempi (con altri verbi) in cui la particella CI non sembra corretta in una frase come un avverbio di luogo?

 

RISPOSTA:

Giusto l’esempio 1 e la sua interpretazione.
Anche l’esempio 2 va bene, per√≤ le sembra strano perch√© l√¨ il¬†ci¬†tende a essere interpretato come ‘a noi’ (che peraltro ha la stessa etimologia dell’avverbio di luogo: lat.¬†hicce¬†‘in questo luogo’, e poi per metonimia, ‘noi che siamo in questo luogo’). Dunque “suona male” non per via del verbo, n√© per via di “ci”, che √® usato correttamente, ma per via del significato pi√Ļ comune di¬†ci¬†= a noi. Pu√≤ comunque usare la frase esattamente come l’ha formulata lei, col significato di ‘l√¨’.
Pu√≤ benissimo usare ‚Äúci arrivo‚ÄĚ anche per indicare un luogo: “Come ci arrivi a casa mia?” “Ci arrivo con il treno”. Il significato di ‘riuscire’ √® ancora una volta un significato traslato, metaforico, che non annulla assolutamente il significato locativo originario.¬†
Come esempi, pu√≤ immaginare tutti i casi in cui¬†arrivarci¬†indichi un luogo, come quello che le ho fatto poco fa. Per es. una frase come “Non √® difficile arrivarci” √® interpretabile soltanto in base al contesto. In un caso pu√≤ significare ‘a lavoro, a casa tua ecc.’; in un altro caso pu√≤ significare, nell’italiano informale, ‘non √® difficile capire quello che ti sto dicendo’.

Fabio Rossi 

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QUESITO:

Di che tipo sono le seguenti proposizioni introdotte da¬†che, e come mai la prima √® costruita con l’indicativo e la seconda con il congiuntivo?
(1) Il lato positivo è che è andata bene. 
(2) Ciò che conta è che io riesca a uscire di casa.  

 

RISPOSTA:

Le due proposizioni sono soggettive; possono essere interpretate, infatti, come il soggetto del verbo¬†essere¬†della reggente. La scelta del modo verbale in queste proposizioni, come anche nelle altre completive, √® legata a ragioni prima di tutto stilistiche: il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell’indicativo. Entrambe le proposizioni possono, infatti, essere costruite con l’indicativo e il congiuntivo:¬†“Il lato positivo √® che sia andata bene”; “Ci√≤ che conta √® che io riesco a uscire di casa”. Oltre alla ragione stilistica, altri fattori possono spingere a usare l’indicativo o il congiuntivo. Primo fra tutti √® la cristallizzazione dell’uso, cio√® l’abitudine dei parlanti di costruire una certa costruzione tipica sempre allo stesso modo: nella prima frase, per esempio,¬†il lato positivo¬†√® che¬†somiglia alla costruzione tipica¬†√® che¬†o¬†il fatto √® che, che normalmente sono seguite dall’indicativo. Il congiuntivo, inoltre, pu√≤ veicolare, in alcuni casi, una sfumatura di non fattualit√†, ovvero di eventualit√†, possibilit√†, incertezza: nella seconda frase, per esempio,¬†che io riesco a uscire¬†sarebbe facilmente interpretato come la constatazione del fatto che il parlante pu√≤ effettivamente uscire;¬†che io riesca a uscire, invece, sarebbe interpretato come la proiezione della possibilit√† nel futuro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Da giorni mi tormenta l’analisi di questo periodo:
‚ÄúQuanto pi√Ļ egli ha fatto al di l√† del proprio merito, tanto pi√Ļ √® ritenuto degno
di ammirazione‚ÄĚ.
√ą corretto dire che si tratta di due principale legati dalla correlazione ‚Äúquanto
pi√Ļ‚Ķ tanto pi√Ļ ‚Äú?
 

 

RISPOSTA:

Sì, sono due proposizioni coordinate dalla coppia di congiunzioni correlative quanto, tanto.

Fabio Rossi 

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QUESITO:

Gradirei sapere se l’espressione “credo che Dio esiste” in sostituzione di “credo che Dio esista” (che ritengo esatta) √® corretta o meno. Nel primo caso (“credo che Dio esiste”)quel “credo” non ha il significato di “suppongo”, ma quello di “sono fermamente convinto” e quindi mi sembrerebbe che anche questa via espressiva possa essere accettata.

 

RISPOSTA:

Su questo problema del congiuntivo/indicativo in dipendenza da¬†credo, e anche sull’esempio specifico, pu√≤ leggere un libro che dirime la questione in modo chiaro: S. C. Sgroi,¬†Dove va il congiuntivo? Ovvero il congiuntivo da nove punti di vista, Torino, Utet, 2013. In breve: l’indicativo pu√≤ sempre sostituirsi al congiuntivo, in italiano. La differenza non risiede nel valore di dubitativit√† del congiuntivo, rispetto a quello di certezza dell’indicativo, bens√¨ nel maggior grado di formalit√† del congiuntivo rispetto all’indicativo.
Quindi¬†credo che Dio esiste/a¬†sono entrambe frasi corrette e non hanno nulla a che vedere con l’ipotesi o la certezza. Nel senso che il verbo¬†credere¬†pu√≤ valere tanto ‘essere sicuri’, quanto ‘ipotizzare’ indipendentemente dal modo verbale che segue, ma solo in base al contesto.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Le frasi introdotte da ‚Äúnon √® un caso che‚Äú si possono costruire anche con il modo indicativo? Personalmente, ho sempre e soltanto adoperato il congiuntivo, ma effettuando una consultazione in rete, ho riscontrato che l’indicativo spopola, anche in seno ad autori di indubbia fama.

Vorrei inoltre domandarvi se questo sintagma accetta tutti i tempi del congiuntivo, oppure se sussistano delle limitazioni d’uso.

  • Non √® un caso che la maggioranza dei tifosi romanisti risieda nella capitale stessa.

  • Non √® un caso che all’epoca il nostro insegnante di spagnolo parlasse correntemente anche il catalano.

  • Non √® un caso che nel lontano 1984 il presidente del consiglio avesse sconfessato/abbia sconfessato pubblicamente il suo partito.

A proposito di quest’ultimo esempio, quale dei due tempi √® da preferire? Potrebbero essere ammessi entrambi?

 

RISPOSTA:

Come quasi sempre accade in italiano, le ragioni per preferire il congiuntivo all’indicativo solo esclusivamente di tipo diafasico, non sintattico. Detto in parole pi√Ļ semplici: l’indicativo al posto del congiuntivo va quasi sempre bene, fin dalle origini dell’italiano, solo che conferisce al testo un livello di formalit√† pi√Ļ basso rispetto al congiuntivo. Pertanto, in tutti i suoi esempi retti da¬†non √® un caso che¬†(o¬†se) va bene anche l’indicativo, che √® per√≤ pi√Ļ informale.
Le regole della consecutio temporum sono sempre le stesse: presente per contemporaneità nel presente tra le due proposizioni, imperfetto per contemporaneità nel passato, passato per anteriorità dipendente dal presente, trapassato per anteriorità dipendente dal passato. Questo a rigore, anche se poi in questo come in altri casi è ammessa una certa flessibilità, data anche dalla reggente che di fatto si comporta quasi come un avverbio o un complemento (si è cioè quasi grammaticalizzata: non è un caso che/se = non a caso).
Veniamo ora al commento dei suoi casi specifici uno per uno.

  • Non √® un caso che la maggioranza dei tifosi romanisti risieda nella capitale stessa.

    Come gi√† detto,¬†risieda¬†rappresenta la scelta pi√Ļ formale,¬†risiede¬†quella meno formale ma altrettanto corretta.

  • Non √® un caso che all’epoca il nostro insegnante di spagnolo parlasse correntemente anche il catalano.

    parlasse¬†formale,¬†parlava¬†informale. Per quanto riguarda il tempo verbale, l’imperfetto in questo caso non si motiva per la contemporaneit√† nel passato, visto che siamo qui in regime di anteriorit√† in dipendenza dal presente, bens√¨ dalla natura continuativa, e non puntuale dell’azione: lo parlava abitualmente, non una volta soltanto. Infatti se usassimo il passato (abbia parlato / ha parlato) il senso della frase cambierebbe: lo ha parlato una sola volta, in un momento specifico.

  • Non √® un caso che nel lontano 1984 il presidente del consiglio avesse sconfessato/abbia sconfessato pubblicamente il suo partito.

    Meglio¬†abbia sconfessato¬†(anteriorit√†, in dipendenza dal presente: non¬†√®¬†un caso), ma¬†avesse sconfessato¬†non pu√≤ dirsi scorretto. Il trapassato (sia indicativo sia congiuntivo) oggi sempre pi√Ļ spesso pu√≤ sostituirsi al passato, per motivi non semplicissimi da individuare.

    Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In quali casi è corretto il SE con il condizionale?
Es. ‘Se potremmo resistere due giorni senza mangiare, non potremmo fare lo stesso senza bere’ √® corretta?
Come si chiama, in questo periodo, la subordinata introdotta dal SE?

 

RISPOSTA:

Di norma, se + condizionale si usa nelle interrogative indirette per esprimere un rapporto di posteriorit√†, cio√® quando l’oggetto della domanda √® futuro rispetto alla richiesta. Per es.: “Mi chiedo se mi daresti una mano”; Mi chiedevo se mi avresti dato una mano”.
In rari casi il condizionale dopo¬†se¬†si pu√≤ usare anche nelle ipotetiche, come quella da lei segnalata, che per√≤, di fatto, sembra un’ipotetica ma in realt√† √® un avversativa:
“Se potremmo resistere due giorni senza mangiare, non potremmo fare lo stesso senza bere”, che in uno stile pi√Ļ formale sarebbe espressa con¬†mentre:¬†“Mentre potremmo resistere due giorni senza mangiare, non potremmo fare lo stesso senza bere”.
In questo caso (cio√® in una ipotetica con valore di avversativa), l’imperfetto congiuntivo (cio√® il tempo e il modo corretti se fosse stata un’ipotetica pura) sarebbe scorretto:
*”Se potessimo resistere due giorni senza mangiare, non potremmo fare lo stesso senza bere”.
Se fosse un’ipotetica pura sarebbe per es. cos√¨:
“Se potessimo resistere due giorni senza mangiare, probabilmente lo faremmo”.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quale forma è corretta?
Una volta sola
Una volta solo

Marco non era a casa
Marco non c’era a casa

Inoltre ad una donna non sposata anche se ha una età avanzata si può dire ancora signorina?

 

RISPOSTA:

“Una volta sola” (o “Una sola volta”) e “Una volta solo” (o “Solo una volta”) sono entrambe frasi corrette, sebbene la seconda sia meno adatta a un contesto formale. Nella prima, l’aggettivo¬†solo¬†√®, come di consueto, accordato con il sostantivo femminile¬†volta. Nella seconda, invece,¬†solo¬†non ha valore di aggettivo bens√¨ di avverbio, ovvero sta per¬†soltanto.
“Marco non era a casa” va bene sempre e in tutte le variet√† di italiano, mentre “Marco non c‚Äôera a casa” va bene soltanto nel parlato informale o nello scritto che lo imita. Tra l’altro, l’enunciato sarebbe pronunciato con una leggera pausa prima di “a casa”. L’avverbio/pronome locativo¬†ci¬†in questo caso risulta pleonastico per via della presenza del sintagma locativo pieno “a casa”. L’intera frase, dunque, possibile ma informale, si configura come una dislocazione a destra. Pu√≤ essere utile in un contesto in cui “a casa” sia considerato elemento dato, per es. nel dialogo seguente:
– Ho cercato Marco ma non si trova da nessuna parte.
– Hai cercato a casa?
– Non c’era, a casa!
Una donna non sposata anche se ha un’et√† avanzata si pu√≤ dire ancora¬†signorina, anche se l’uso di questa parola √® giustamente sempre meno frequente, in quanto fortemente discriminatorio nei confronti delle donne. Perch√© mai, infatti, di una donna si dovrebbe rilevare lo stato civile mentre di un uomo no? Lei chiamerebbe mai un uomo non sposato signorino?

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Propongo questa frase: “Qualora ci√≤ dovesse¬†accadere, per la presenza di un fanatico che agisce (o agisse?) in modo¬†sconsiderato, sarebbero guai”. A me sembra pi√Ļ corretto dire¬†agisse¬†perch√©, nell’ambito dell’ipotesi (l’esistenza del fanatico), l’azione sconsiderata non √®¬†del tutto scontata. Comunque, non essendo certo di ci√≤, ci terrei a conoscere il¬†suo parere al riguardo.
 

 

RISPOSTA:

Sono possibili sia¬†agisce¬†sia¬†agisse. Il presente indica semplicemente che il fanatico agisce nel presente (con una proiezione nel futuro). Si pu√≤ anche sostituire l’indicativo con il congiuntivo¬†agisca, che eleva il registro. L’imperfetto¬†agisse¬†ha un significato ambiguo: pu√≤ avere valore temporale o pu√≤ dipendere dall’attrazione dell’imperfetto¬†dovesse¬†della proposizione reggente. Nel primo caso esso indica che il fanatico agiva nel passato; nel secondo caso¬†si riferisce al presente e assume la stessa sfumatura ipotetica di¬†dovesse. La prima interpretazione √® un po’ forzata, considerando la costruzione di tutta la frase: se il fanatico agiva nel passato, √® preferibile descrivere questa situazione con l’indicativo imperfetto (…¬†per la presenza di un fanatico che agiva in modo sconsiderato…).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretta la frase “non so se sarei capace di farlo”?

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta: la proposizione¬†se sarei capace di farlo¬†√® una interrogativa indiretta, che pu√≤ essere costruita con l’indicativo, il congiuntivo o il condizionale, a seconda del significato e del registro richiesto dall’occasione comunicativa.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

(1) C’√® un modo per controllare se le informazioni scritte sul sito per i DVD¬†sono¬†/¬†siano¬†sbagliate?
Il congiuntivo presente viene anche accettato? Qual è la ragione grammaticale se siano viene accettato?

(2) E come spiegare che un Nero su cinque abbia votato Trump? (Rampini, Fermare Pechino, p. 269).
√ą¬†una proposta soggettiva e questa √® la ragione per cui il congiuntivo va bene nella proposizione principale? √ą¬†uguale a¬†E¬†come¬†si spiega¬†che

 

RISPOSTA:

Nella prima frase vanno bene sia l’indicativo sia il congiuntivo; il secondo √® la soluzione pi√Ļ formale. Nella seconda frase nella principale non c’√® un congiuntivo ma un infinito (spiegare). La presenza dell’infinito si spiega con l’omissione del verbo servile¬†potere:¬†E come¬†si pu√≤¬†spiegare…
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho letto questa frase e vorrei approfondire l¬īuso dei verbi in¬†presenza di un pronome indefinito.
“L’otto febbraio era prevedibile da chiunque avesse assistito alla seduta del¬†ventitr√© gennaio”.
Mi stavo chiedendo quale sarebbe il significato assunto dal congiuntivo trapassato, forse di evento passato ipotetico ed eventuale?
Se invece dicessi¬†da chiunque aveva assistito, l¬īevento √© passato √® avvenuto?
Potrei anche usare il condizionale passato (da chiunque avrebbe assistito) per esprimere il futuro nel passato? Sarebbero possibili altri tempi?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni relative introdotte da pronomi indefiniti reggono preferibilmente il congiuntivo; l’indicativo, per√≤, √® corretto:¬†“L’otto febbraio era prevedibile da chiunque aveva assistito alla seduta del¬†ventitr√© gennaio”. La differenza tra le due forme √® che l’indicativo √®¬†meno formale: il significato delle frasi rimane uguale. Il condizionale passato non pu√≤ essere usato in questa relativa, perch√© il ventitr√© gennaio precede l’otto febbraio, quindi non si giustifica la posteriorit√† rispetto al passato. La struttura standard della proposizione non ammette¬†altre forme verbali.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Propongo questa frase: “Oggi sto bene, a differenza di ieri¬†che avevo 38 di temperatura”. Quel¬†che¬†pu√≤ essere accettato o √® indispensabile¬†sostituirlo con¬†quando?¬†

 

RISPOSTA:

Si tratta di un¬†che¬†polivalente (sul quale pu√≤ leggere la risposta n. 2800522 dell’archivio di DICO), molto frequente nella variet√† di lingua usata comunemente nel parlato e nello scritto informale. In una frase come questa, quindi, √® accettabilissimo.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Registri
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase seguente:
“A proposito di quello che si insegna nelle aule di medicina e CHE n√© Tizio, n√© Caio n√© Sempronio sembrano esserne a conoscenza”
ovviamente sarebbe stato meglio scrivere di cui al posto di che: ma è proprio sbagliato?

 

RISPOSTA:

Nella frase il pronome relativo indiretto √® sostituito dalla forma base¬†che; la funzione sintattica persa a causa della sostituzione √® recuperata inserendo il secondo pronome,¬†ne, nel corpo della frase (esserne).¬†La variante standard, quindi, richiede¬†in cui¬†al posto di¬†che¬†e¬†essere¬†al posto di¬†esserne:¬†…e¬†di cui¬†n√© Tizio, n√© Caio n√© Sempronio sembrano¬†essere¬†a conoscenza. ¬†
Costruzioni come questa¬†sono sempre pi√Ļ comuni nell’italiano contemporaneo (la persona che te ne ho parlato¬†=¬†di cui ti ho parlato;¬†la festa che non ci sono andato¬†=¬†alla quale non sono andato;¬†il collega che ci ho pranzato insieme ieri¬†=¬†con cui / insieme a cui ho pranzato ieri¬†ecc.), favorite dal vantaggio di usare i pronomi¬†che¬†e tutti quelli personali, ad alta funzionalit√†, quindi pi√Ļ facili da ricordare e scegliere correttamente per i parlanti, al posto delle¬†forme indirette del pronome relativo,¬†a bassa funzionalit√†, quindi pi√Ļ complicate. Non solo non sono previste dallo standard, ma comportano un uso dei pronomi contrario alle regole della sintassi; per questo¬†sono da considerarsi trascurate e da evitare in contesti anche di media formalit√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Registri, Sintassi marcata
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QUESITO:

Quali forme del pronome dovrei usare nelle frasi seguenti?
“I ragazzi di oggi sono quello/quelli che sono”.
“Tu, figlia mia, sei quello/quella che tutti vorrebbero”.
Il pronome quello tanto nel primo quanto nel secondo esempio potrebbe essere valutato quale sinonimo di ciò?

 

RISPOSTA:

Proprio cos√¨:¬†quello¬†pu√≤ avere la funzione (pi√Ļ che il significato) di pronome neutro, equivalente a¬†ci√≤¬†o¬†la cosa. Per questo motivo nelle prime due frasi vanno bene sia¬†quello¬†sia il pronome concordato con il sintagma di cui √® anaforico. La scelta, per√≤, modifica il significato della frase:
“I ragazzi di oggi sono quello che sono” = ‘sono la cosa che sono, non ci si pu√≤ aspettare altro da loro’ (con una sfumatura negativa, di critica).
“I ragazzi di oggi sono quelli che sono” = ‘sono proprio cos√¨, non li si pu√≤ cambiare’ (con una sfumatura positiva).
Nella seconda coppia di frasi è decisamente preferibile quello:
“Tu, figlia mia, sei quello che tutti vorrebbero” = ‘sei il sogno di chiunque’.
“Tu, figlia mia, sei quella che tutti vorrebbero” = ‘sei la ragazza che tutti sceglierebbero all’interno del gruppo’. Quest’ultima frase suona innaturale dal punto di vista testuale, perch√©¬†quella¬†evoca un gruppo, o una coppia, che √® stato gi√† introdotto nel discorso, per cui, visto che gi√† √® stato detto che c’√® un gruppo tra cui scegliere, ci si aspetterebbe una forma come¬†“Sei tu, figlia mia, quella che tutti vorrebbero”, con enfasi su¬†sei tu, non su¬†quella che tutti vorrebbero. Per un giudizio pi√Ļ preciso, per√≤, bisognerebbe inserire la frase in un contesto pi√Ļ ampio.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Due amiche si incontrano di domenica. Una vuole organizzare una festa per il sabato seguente e l‚Äôaltra le confermer√† la sua partecipazione o meno il giorno dopo, dicendole: ‚ÄúTe lo dir√≤ domani, se verr√≤ o meno alla tua festa‚ÄĚ. Purtroppo non dice nulla il luned√¨. Si incontrano poi il marted√¨ e viene pronunciata questa frase: ‚ÄúDomenica mi hai detto che luned√¨ me lo avresti fatto sapere ieri se saresti venuta sabato alla festa‚ÄĚ.¬†¬†¬†

Potrebbe essere corretta? Oppure sarebbero preferibili altri tempi verbali? Per esempio ‚ÄúMi hai detto che me lo avresti fatto sapere ieri se vieni / venivi / verrai / fossi venuta sabato alla festa‚ÄĚ.

In aggiunta, sono corrette queste altre frasi?

Te lo avrei detto, se sarei venuta o meno.

Te lo avrei detto, se fossi venuta o meno

 

RISPOSTA:

La frase ‚ÄúDomenica mi hai detto che luned√¨ me lo avresti fatto sapere, se sabato saresti venuta alla festa‚ÄĚ √® corretta (anche se un po‚Äô complicata). In questa frase la proposizione¬†se sabato saresti venuta alla festa¬†√® una interrogativa indiretta; questo tipo di proposizione richiede il condizionale passato se descrive un evento successivo a un altro evento passato, proprio come in questa frase. Anche la proposizione¬†che luned√¨ me lo avresti fatto sapere¬†ha la stessa caratteristica, e infatti √® correttamente costruita con il condizionale passato. Quindi:¬†Domenica mi hai detto¬†[=¬†dire¬†√® un evento passato]¬†che luned√¨ me lo avresti fatto sapere¬†[=¬†fare sapere¬†√® un evento successivo a¬†dire, ma √® comunque passato]¬†se sabato saresti venuta alla festa¬†[=¬†venire¬†√® un evento successivo a¬†fare sapere]. Il condizionale passato pu√≤ essere sostituito dall‚Äôindicativo imperfetto (non dal futuro¬†verrai¬†n√© dal congiuntivo trapassato¬†fossi venuta): ‚ÄúDomenica mi hai detto che luned√¨ me lo avresti fatto sapere, se sabato¬†venivi¬†alla festa‚ÄĚ; e persino ‚ÄúDomenica mi hai detto che luned√¨ me lo¬†facevi¬†sapere, se sabato¬†venivi¬†alla festa‚ÄĚ. Per scegliere se usare l‚Äôindicativo imperfetto o il condizionale passato bisogna considerare che il significato della frase rimane uguale con entrambe le forme verbali, ma l‚Äôindicativo imperfetto √® pi√Ļ informale, cio√® adatto a contesti privati. Aggiungo che la frase cos√¨ costruita indica che¬†se saresti venuta alla festa¬†√® un argomento gi√† toccato in precedenza nella conversazione, perch√© √® anticipato dal pronome¬†lo. Se, invece, le due amiche si sono appena incontrate, quindi non hanno ancora parlato dell‚Äôargomento, la frase sar√† costruita cos√¨: ‚ÄúDomenica mi hai detto che luned√¨¬†mi¬†[non¬†me lo] avresti fatto sapere se sabato saresti venuta alla festa‚ÄĚ.

Per quanto riguarda le ultime due frasi, la prima è analoga a quella che abbiamo commentato adesso, quindi è corretta alle stesse condizioni. La seconda è anche corretta, ma ha un significato diverso: in questo caso la proposizione introdotta da se non è una interrogativa indiretta, ma una ipotetica e indica che la persona non è andata alla festa (che è già passata) e che, se fosse andata, avrebbe avvisato.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi sarebbe gradito sapere se questa frase pu√≤¬†essere ritenuta corretta: “Il medico che lo seguiva da tanti anni improvvisamente¬†lo depist√≤ ad un collega”. √ą possibile usare, in un contesto di questo genere, il verbo¬†depistare¬†(anzich√©, per esempio,¬†inviare) per marcare il fatto¬†che il medico ha voluto liberarsi del suo paziente? √ą lecito inoltre usare¬†l’espressione¬†depistare a¬†anzich√©¬†depistare verso? Ci√≤ pu√≤ essere considerato un errore?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†depistare¬†√® bivalente, quindi richiede il soggetto e l’oggetto diretto (o complemento oggetto); non ammette, invece, un terzo argomento introdotto da¬†a¬†(come nella sua frase¬†depistare a un collega). Pu√≤ accettare espansioni, come un sintagma introdotto da¬†verso; per esempio¬†depistare verso un percorso sbagliato. Bisogna, per√≤, dire che una simile espansione √® semanticamente superflua:¬†depistare qualcuno¬†significa, senza l’aggiunta di alcuna specificazione, ‘mandare su una falsa strada, fuorviare, far capire una cosa per un’altra’. Insomma, nella sua frase il verbo¬†depistare¬†non va bene.¬†Potrebbe sostituirlo con¬†sbolognare, che √® piuttosto informale e ha una sfumatura negativa (implica, cio√®, che il medico voleva liberarsi del paziente), oppure il pi√Ļ neutrale¬†affidare; in alternativa, potrebbe usare una perifrasi come¬†se ne liber√≤ affidandolo
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi logica, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Il mio dubbio riguarda il verbo riapparire alla terza persona singolare del passato remoto.
Infatti, in luogo dei correntemente usati¬†riapparve/riapparse, vorrei poter usare anche¬†riappar√¨, che in certi casi mi suona pi√Ļ gradevole. Sarebbe un errore oppure √® ammissibile?

 

RISPOSTA:

Decisamente troppo desueto, letterario, al punto da risultare errato, se usato fuori contesto (cioè fuor di letteratura volutamente arcaizzante).
Delle tre forme di passato remoto di¬†apparire¬†l’unica comune, e dunque l’unica consigliabile, √®¬†apparve, come suggerisce lo Zingarelli, mentre¬†appar√¨¬†√® marcato come letterario e¬†apparse¬†come raro.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase ‚Äúgrazie all‚Äôeredit√†, mi sono comprata una casa‚ÄĚ, √® corretto dire che MI (anche se √® un pronome personale¬†¬†ridondante, sconsigliato in contesti formali) √® un complemento di vantaggio?

 

RISPOSTA:

S√¨, se vogliamo rimanere a tutti i costi nei ranghi dell’analisi logica tradizionale, schiacciati dall’ottica un po’ asfittica della nomenclatura dei complementi.
Se invece vogliamo allargare il nostro sguardo all’analisi sintattica un po’ pi√Ļ profonda, in grado di spiegare il funzionamento dei verbi e dei loro argomenti nelle frasi e nei testi reali, possiamo dire che¬†comprarsi¬†√® un verbo transitivo pronominale, nel quale la particella pronominale atona svolge il ruolo di argomento del verbo, cio√® completa la valenza del verbo trivalente¬†comprare¬†usato nella versione pronominale¬†comprarsi: soggetto + oggetto +¬†argomento preposizionale (a me, a te, a s√© ecc.).
Il tipo comprarsi una casa è adatto a tutti i tipi di contesto, non soltanto a quelli informali, e il pronome non è affatto pleonastico. Infatti ho comprato una casa e mi sono comprato (o comprata) una casa sono due costruzioni diverse, la prima col verbo comprare, la seconda col verbo pronominale comprarsi, quasi sinonime ma sintatticamente diverse, al punto tale da richiedere due diversi ausiliari: avere il primo, essere il secondo,.  

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle due costruzioni riportate, √® preferibile il congiuntivo o l’indicativo, oppure, anche in questi casi, la scelta √® libera?
РLe confermo che le cose sono/siano andate così.
РLei davvero mi conferma che le cose sono/siano andate così?

 

RISPOSTA:

Ancorch√© tendenzialmente pi√Ļ formale, come al solito, la scelta del congiuntivo, in questi casi, √® al limite dell’inaccettabile, dal momento che un verbo come¬†confermo, soprattutto nella prima frase, preferisce di gran lunga l’indicativo (la seconda, essendo interrogativa, mette in dubbio la certezza della conferma): “Ti confermo che hanno vinto la partita”. Sarebbe davvero strano “Ti confermo che abbiano vinto la partita”, anche se non scorretto.

Fabio Rossi 

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QUESITO:

Vorrei inoltrarvi due quesiti.
Il primo di questi riguarda la negazione “n√©”.
РLa comunicazione potrà essere diffusa entro la fine della settimana, senza però che il suo contenuto sia circolato negli uffici, né (che) abbia subito modifiche.
Р Si può inviare una domanda che non contenga richieste specifiche, né (che) sia stata presentata ad altri uffici?
– Senza essere stato nominato n√© aver ottenuto riconoscimenti in precedenti competizioni, l’autore √® libero di presentare le sue opere?
Le tre costruzioni sono corrette dal punto di vista sintattico? I “che” indicati tra parentesi nelle prime due sono consigliati, errati o a discrezione dello scrivente?

 

RISPOSTA:

N√©¬†significa letteralmente ‘e non’, quindi si pu√≤ usare soltanto in frasi che richiederebbero, se non coordinate, un¬†non¬†inziale.¬†Senza¬†non equivale a¬†non, sebbene esprima, ovviamente, l’idea negativa della privazione. Dunque se a senso, e nell’italiano informale, le alternative da lei proposte sono accettabili, non lo sono a rigore secondo l’italiano atteso in un testo formale. Eccone le possibili riscritture, che tengono conto anche della richiesta sull’uso di¬†che¬†e di altri fattori.
– La comunicazione potr√† essere diffusa entro la fine della settimana, senza per√≤ che il suo contenuto sia circolato prima negli uffici e senza che abbia subito modifiche. In questo caso andrebbe aggiunto un¬†prima, forse: se la notizia pu√≤ essere diffusa, come potrebbe non circolare? Inoltre, l’intera frase √® davvero molto faticosa (anche a causa di quel¬†sia circolato, che tra l’altro andrebbe preferibilmente cambiato in¬†abbia circolato). Eccone una possibile variante pi√Ļ elegante, pi√Ļ chiara e meno burocratica:¬†La comunicazione potr√† essere diffusa entro la fine della settimana; prima di allora, non potr√† circolare negli uffici n√© essere modificata.
– ¬†Si pu√≤ inviare una domanda che non contenga richieste specifiche, n√© [il¬†che¬†non si ripete quasi mai, in coordinazione a precedente proposizione con¬†che] sia stata presentata ad altri uffici (oppure: e che non sia stata presentata ad altri uffici). Questa frase √® davvero strana: perch√© mai una domanda non dovrebbe contenere richieste specifiche, dal momento che √®, per l’appunto, una domanda, cio√® una richiesta? Insomma, il primo requisito di un testo √® che dica cosa sensate, non senza senso, di l√† dalla forma in cui √® scritto.
– Senza essere stato nominato e senza aver ottenuto riconoscimenti in precedenti competizioni, l’autore √® libero di presentare le sue opere? Anche qui si pu√≤ esprimere lo stesso concetto in modo pi√Ļ chiaro, elegante e meno faticoso: Un autore che non abbia presentato domande ad altre competizioni pu√≤ presentare le sue opere?

Fabio Rossi 

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QUESITO:

Ma è vero che i verbi come: benedivo e maledivo non sono corretti, anche se usati molto nel modo di parlare? La forma corretta sarebbe benedicevo, maledicevo … ecc..

 

RISPOSTA:

Sì, è vero, essendo composti del verbo dire vanno coniugati come quello.
Anche se vi sono esempi letterari (ma non pi√Ļ ammessi nell’italiano odierno) di quelle forme, il pi√Ļ illustre dei quali √® il celeberrimo verso del¬†Rigoletto¬†verdiano “Quel vecchio maledivami”.
Naturalmente, essendo la forma semplificata e analogica (ferire, ferivo = maledire, maledivo) molto comune nel parlato (e nello scritto semicolto) oggi, non escludo che in un prossimo futuro esse possano essere accettate nell’italiano di tutti i registri, ma finch√© questo non accadr√†, cio√® finch√© i parlanti colti continueranno a considerarle scorrette, esse oggi sono parte dell’italiano popolare (o substandard), ma non dello standard.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi capita spesso¬†¬†di sentire espressioni tipo ‚ÄúMi devo andare a preparare per l‚Äôesame‚ÄĚ al posto di ‚ÄúDevo preparami/mi devo preparare per l‚Äôesame‚ÄĚ. La prima forma √® ugualmente accettabile?

 

RISPOSTA:

Colloquiale ma accettabile senza dubbio. Si tratta di verbi fraseologici, o aspettuali, che accompagnano il verbo principale per qualificare meglio il tipo di azione (tecnicamente, l’aspetto), e, come in questo caso, quasi per attenuarne un po’ il senso generale:¬†sono in procinto di prepararmi,¬†mi sto preparando,¬†mi metto a preparare¬†e simili.
In certi contesti, l’uso di¬†andare¬†pu√≤ essere anche richiesto per esprimere un significato diverso: “ora torno a casa perch√© devo andare a prepararmi per l’esame”, che aggiunge l’idea di andarsene da un posto verso un altro al fine di prepararsi all’esame.
Altre volte ancora, ma non √® questo il caso, il verbo¬†andare¬†ha altri usi fraseologici sempre colloquiali e attenuativi, quasi a prendere tempo mentre si pensa a che cosa dire: “Andiamo ora a spiegare il teorema di Pitagora”: che non aggiunge nulla rispetto a “Ora spiegheremo/spieghiamo il teorema di Pitagora”.
Quanto alla posizione del clitico o particella pronominale atona (mi), essa √® libera, in casi simili, e dunque vanno bene sia “mi devo/debbo andare a preparare”, sia “devo/debbo andare a prepararmi”, sia “devo/debbo andarmi a preparare”.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Chiedo, cortesemente, se il seguente testo va bene: “Gent.mo Dirigente F,
sono con la presente per comunicarLe che nel mese di giugno mi ha contattato/sono
stata contattata il Dirigente S. e mi ha comunicato/ che mi ha comunicato  che il
prossimo anno scolastico mi verranno assegnate due classi seconde. Ha individuato
anche le docenti che mi dovrebbero sostituire in terza. Spero tanto che Lei tenga
conto di questa disposizione, voluta per tutelare le classi, visto che… “
 

 

RISPOSTA:

Diciamo che lo stile burocratico come al solito è sgradevolmente quanto inutilmente pomposo, e la sintassi delle alternative che propone non sempre è corretta. Ecco una possibile riscrittura, con le relative varianti.
“Gent.mo dirigente F.,

nel mese di giugno mi ha contattato il dirigente S. [oppure: sono stata contattata dal dirigente S.] e mi ha comunicato che [oppure: il quale mi ha comunicato che; oppure: comunicandomi che] il prossimo anno scolastico mi verranno assegnate due classi seconde. Ha individuato anche le docenti che mi dovrebbero sostituire in terza. Spero tanto che Lei tenga conto di questa disposizione, voluta per tutelare le classi, visto che… “

Fabio Rossi

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QUESITO:

Grazie. Questo uso dell’imperfetto nella lingua parlata per attenuare una cosa –
in quale parte della grammatica viene specificata?  Ho una ventina di libri i
grammatica e non l’avevo mai visto.¬†¬†C’e’ una citazione da Serianni o
qualcun’altro?
Dice che e’ simile a una cosa che ho trovato anni fa quando un amico mi ha
scritto.
“Avrei gia’ preso un appuntamento a quell’ora¬†¬†per attenuare l’atto di dirmi che
non e’ stato possibile parlarmi e soddisfare la mia richiesta?”¬†¬† L’esempio non e’
lo stesso, ma l’uso qui dell condizionale composto viene usato per attenuare una
cosa di questo tipo (l’ho trovato nella grammatica di Serianni).
 

 

RISPOSTA:

Si tratta di valore modale (o pi√Ļ specificamente epistemico, o attenuativo) dell’imperfetto, studiato da decenni da numerosissimi linguisti quali Carla Bazzanella, Le facce del parlare (La Nuova Italia), oppure alle pp. 82-83 della Grande grammatica italiana di consultazione di Renzi, Salvi e Cardinaletti, volume secondo (il Mulino), oppure anche nei nostri volumi Rossi-Ruggiano, Scrivere in italiano, oppure L’italiano scritto (Carocci). E moltissimi altri autori che non sto qui a elencarle. Per usi del genere, le consiglio di rivolgersi a studi pi√Ļ specialistici piuttosto che alla pur ottima (ma tradizionale, scolastica e generale) Grammatica del mio maestro Luca Serianni.
S√¨, ha ragione, gli usi modali ed epistemici, o semplicemente attenuativi (come definiti a p. 82 del secondo volume del Renzi-Salvi-Cardinaletti) dell’imperfetto sono simili a quelli del condizionale, in certi contesti.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica

QUESITO:

Ho trovato quest’esempio nel libro <>, p271, casa di editrice  La nave
di Teseo, scritto da Sandro Veronesi:
РDov’eri?
– Da uno che abita qui di fronte.
– Hai un amico che abita proprio qua? Che culo.
РNo, l’ho conosciuto solo oggi. Tu, piuttosto: che ci fai qui?
РNiente, passavo ……
РOK, sono venuta per via della telefonata di prima. Vorrei sapere perché mi hai
chiesto quelle cose.
– Quelle sul disco?
РTe l’ho detto: era una sciocchezza, una curiosità  
La mia domanda è, come mai ha scelto l’imperfetto invece di “è stata una
sciocchezza‚ÄĚ?¬†¬†Qual √® la sfumatura qui? Come cambia la semantica tra il passato
prossimo e l’imperfetto?  Il passato prossimo sarebbe sbagliato?  Secondo me
riferisce a un’azione completa nel passato, cioè la telefonata, non una cosa che
durava.
E’ possibile che Veronesi ha scelto l’imperfetto per indicare che la sciocchezza
dura ancora nel presente?   Pensavo che si può fare una cosa del genere soltanto
in una costruzione con una proposizione completiva, ad esempio <<Ho sentito che
eri a Roma>>  (dove eri potrebbe indicare  Ho sentito che sei (il presente) a Roma
in questo momento).

In Treccani e’ spiegato:
<<b. In senso concr., azione, parole da sciocco, cosa fatta o detta in modo
sciocco, senza adeguatamente riflettere: ho fatto la sc. di fidarmi di loro; è
stata una vera sc. aver rifiutato la sua offerta; non dire sciocchezze!
 

 

RISPOSTA:

Cominciamo dalla fine della sua richiesta. In questo caso¬†sciocchezza¬†non vale come “cosa da sciocchi”, bens√¨ come “cosa da nulla”, cio√® di nessuna importanza, uso comunissimo nell’italiano colloquiale.
Qui l’imperfetto non indica assolutamente l’aspetto dell’azione n√© tantomeno la sua durata, ma √® uso modale tipico del parlato, con valore di attenuazione. E’ come se dicesse: “E’ solo una sciocchezza, √® giusto una sciocchezza”. Quindi sarebbe andato bene anche il presente. Non va bene, invece, il passato prossimo, perch√© lascerebbe quasi intendere una collocazione al passato che invece non √® appropriata al contesto, in cui non importa il quando (se una cosa √® priva di importanza lo √® sempre, non solo in relazione al tempo in cui √® avvenuto l’evento che si definisce senza importanza).
Per capire bene la differenza, consideri questo esempio analogo:
Ti ho chiamato ieri ma tu non hai risposto. Comunque non preoccuparti, perch√© non √®/era nulla di importante”. Sarebbe anomalo (e quindi sbagliato, nel senso di “non naturale in italiano”) dire “non √® stato nulla di importante”, perch√©, come ripeto, l’essere poco importante √® una constatazione generale svincolata dal tempo.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Registri, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Siamo studenti di italiano e ci stiamo imbattendo in una questione riguardante¬†l’evoluzione dei dialetti italiani. Sappiamo che l’italiano standard evolve¬†quotidianamente mentre ci chiediamo se anche i dialetti subiscano influenze.¬†Dunque, vorremmo sapere se e come i diletti possono essere influenzati.
Inoltre ci stiamo chiedendo se nella frase sopra sia corretto usare o meno il congiuntivo: subiscono o subiscano.

 

RISPOSTA:

I dialetti sono lingue come l’italiano, il francese o il cinese. La differenza tra una lingua e un dialetto non √® nel funzionamento, ma nell’ampiezza d’uso: i dialetti sono usati da comunit√† ristrette che hanno anche un’altra lingua, l’italiano, con la quale comunicano a un livello pi√Ļ ampio e in contesti ufficiali.
Anche i dialetti evolvono, quindi, e subiscono l’influenza dell’italiano e delle altre lingue (e in misura ridotta influenzano l’italiano e persino le altre lingue).¬†
I rapporti tra l’italiano e i dialetti sono molto complessi, tanto che vengono scritti diversi libri ogni anno su questo argomento: non √® possibile, quindi, sintetizzare la questione in una breve risposta. In generale possiamo dire che l’italiano si √® diffuso tra tutta la popolazione, anche come lingua del parlato informale, non solo per lo scritto ufficiale e letterario, a partire dalla seconda met√† del Novecento. Da allora i dialetti hanno cominciato a perdere funzionalit√†, ovvero a essere usati sempre meno anche in famiglia e tra amici. Questo processo ha rallentato l’evoluzione dei dialetti, impoverendone il lessico e riducendo il numero dei parlanti nativi di queste lingue, ovvero delle persone che nascono in famiglie in cui queste lingue si parlano spontaneamente (anche se la situazione √® diversa da regione a regione e tra le citt√† e le zone rurali). Da qualche decennio si nota un nuovo interesse per i dialetti: sono nati movimenti e associazioni che vogliono salvare queste lingue dalla morte. Queste iniziative potrebbero portare, in futuro, a recuperare non solo la conoscenza dei dialetti, ma anche l’uso.
Per quanto riguarda la seconda domanda, nella vostra frase vanno bene sia¬†subiscono¬†sia¬†subiscano. Il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell’indicativo, ovvero pi√Ļ adatto a contesti ufficiali, specialmente scritti: in questo contesto, quindi, √® preferibile.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

A proposito della frase

“La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto DEBBA / DOVREBBE essere”,

qual √® la forma pi√Ļ diffusa,¬†debba¬†o¬†dovrebbe? Dipende dalla regione?¬†C’√® una differenza nella semantica tra l’una e l’altra?¬†C’√® una condizione non espressa quando si usa¬†dovrebbe? Possiamo esplicitarla?

 

RISPOSTA:

L’alternanza tra congiuntivo e condizionale nella proposizione comparativa non dipende dalla regione di provenienza del parlante, ma dal registro e dalla semantica. Da una parte, infatti, il congiuntivo √® la scelta pi√Ļ formale, dall’altra il condizionale veicola l’idea che il parlante si aspetterebbe una situazione diversa, quindi rimarca la sua posizione di contrariet√†. Potremmo esplicitare la condizione sottintesa cos√¨: “La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto dovrebbe essere (se le cose andassero come mi aspetto / in un mondo ideale)”. La capacit√† del condizionale di far risaltare l’atteggiamento emotivo del parlante favorisce ulteriormente l’uso di questo modo rispetto al congiuntivo in contesti colloquiali; √® ragionevole, pertanto, supporre che il condizionale sia pi√Ļ comune del congiuntivo, almeno in contesti informali. Per esserne certi, per√≤, si dovrebbe fare uno studio statistico sulla base di un grande corpus.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho avuto modo di leggere questo periodo: “Tu, all’epoca, eri un bambino: avresti dovuto avere cinque o sei anni”.
Ho attribuito al predicato¬†avresti dovuto avere¬†valore dubitativo, come se l’autore¬†non fosse certo dell’et√† dell’interlocutore. Vi domando se la scelta di ricorrere al¬†condizionale (composto) sia legittima; oppure, per tale finalit√† comunicativa, si¬†sarebbe dovuto propendere per l’indicativo.
Mi si sono presentate alla mente due soluzioni che vorrei confrontare con quella sopra¬†indicata: quale tra le tre vi sentireste di suggerire, semprech√© tra esse ve ne sia¬†almeno una rispondente all’interpretazione che ho dato alla frase d’origine?
1. Dovevi avere cinque o sei anni.
2. Avevi, se non sbaglio, cinque o sei anni.

 

RISPOSTA:

La sua interpretazione della frase √® corretta: il verbo¬†dovere¬†√® usato qui con valore epistemico (quello che lei definisce¬†dubitativo), cio√® per esprimere l’incertezza dell’emittente circa la verit√† di quello che sta dicendo. Dal momento che l’evento, o meglio lo stato, di cui l’emittente non √® certo √® passato, ci si aspetta che egli usi l’imperfetto, come nel suo esempio 1. La scelta del condizionale passato non √® impossibile, ma in questo contesto sembra un po’ pleonastica, perch√© aggiunge alla sfumatura di incertezza gi√† presente nel verbo servile¬†dovere¬†quella condizionale propria del modo. Il suo esempio 2, infine, √® pure corretto e tutto sommato equivalente agli altri due: in questo caso l’espressione dell’incertezza √® affidata non al verbo¬†dovere¬†ma alla proposizione incidentale¬†se non sbaglio. In termini di registro, quest’ultimo esempio √® il pi√Ļ formale, visto che l’uso epistemico del verbo dovere¬†√® proprio di un contesto colloquiale, anche se non trascurato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Secondo diverse fonti l’uso del congiuntivo in una proposizione comparativa √®¬†normale. Volevo confermare come cambi la semantica nelle frasi:
(1a) La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto si possa pensare (congiuntivo¬†presente).
(1b) La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto si pu√≤ pensare (indicativo¬†presente).
(2a) La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto mi aspettassi.
(2b) La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto mi aspettavo.
Molte fonti non distinguono tra il congiuntivo e l’indicativo, ma secondo¬†Treccani “√® di regola il congiuntivo, che serve proprio a segnalare la frustrazione¬†dell’attesa; l’indicativo √® tuttavia attestato nei registri di media e bassa¬†formalit√†; il condizionale pu√≤ comparire occasionalmente con valore ipotetico”.
Per quel che sappia, un verbo al condizionale è anche ammesso per dare una sfumatura ipotetica alla frase. Volevo sapere se le mie interpretazioni sono corrette:
(3a) La metro funziona peggio di come avrei potuto immaginare.
Per me vuol dire che non ci ho pensato prima, cioè con la condizione se ci avessi pensato sottintesa.
(3b) La metro funziona peggio di come avessi potuto immaginare
funziona anche ma non è ipotetica. Stavo pensando a quello prima di averla presa.
Siamo arrivati al mio domandone:
Come mai gli italiani con cui parlo dicono che queste frasi siano sbagliate:
(4a) La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto DEBBA essere.
(4b) La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto POSSA essere.
Molti mi dicono che devo usare dovrebbe e potrebbe. Non riesco a capire quali siano  la condizioni. Per me (4a e b) esprimono la mia opinione… ma ovviamente se DEBBA non è ammesso sbaglio io. Sono quasi sicuro che abbia a che fare con il verbo dovere (e anche con potere).

 

RISPOSTA:

Comincio dalla fine, confermando che le frasi 4a e 4b sono corrette nella forma da lei usata, e sarebbero corrette anche con il condizionale e con l’indicativo. Non so perch√© i suoi amici le abbiano definite sbagliate, ma √® piuttosto comune che i parlanti confondano il proprio uso e il proprio stile con le regole della lingua. Allo stesso modo, sono corrette tutte le altre frasi che lei porta come esempi, come gi√† confermato dalla citazione del sito Treccani. Rispetto a quest’ultima, sottolineo soltanto che il senso di frustrazione associato al congiuntivo √® soggettivo: la frase “La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto si possa pensare” non comunica necessariamente maggiore frustrazione di “La lingua italiana √® pi√Ļ complessa di quanto si pu√≤ pensare”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho comprato il libro scritto da Professor Ruggiano,¬†Uno sguardo sul verbo: forme, usi, variet√†, e non trovo un esempio dell’uso dell’infinito come viene usato in esempio (a).
(a) E’ vero che nei giorni di pioggia la strada si allargava – e io immaginavo il fiume l√† sotto RUGGIRE al buio, GONFIARSI fino a ESODARE dai tombini.¬†¬†(Le Otto Montagne scritto da Paolo Cognetti)
(1) Posso trasformare la frase in modo esplicito cosi’ (almeno lo penso):
(a1) E’ vero che nei giorni di pioggia la strada si allargava — e io immaginavo il fiume l√† sotto CHE RUGGIVA al buio, SI GONFIAVA FINCHE (NON) FOSSE ESONDATO dai tombini.
(2) L’uso dell’infinito nella prima frase (a) √® “standard”?¬†¬† (a1) e‚Äô corretta?
Ho trovato in altri siti esempi dell’uso dell’infinito (non trovato nel libro di Prof Ruggiano)  con i pronomi relativi preceduti con una preposizione:  
(b) Cerco una ragazza A CUI regalare la mia vecchia moto.  
(2) Come posso trasformare la frase (b) in una frase esplicita.
 

 

RISPOSTA:

Il primo caso da lei sottoposto √® quello, molto comune e del tutto corretto in ogni livello di italiano, dell’infinito retto da verbi di percezione, che pu√≤ essere reso con due strutture equivalenti: 1) una relativa, 2) una completiva:
1)  immaginavo il fiume là sotto CHE RUGGIVA al buio, SI GONFIAVA FINCHE (NON) FOSSE ESONDATO dai tombini.
2) Immaginavo […] che il fiume l√† sotto ruggisse […].
Anche l’altro uso dell’infinito da lei segnalato √® del tutto comune e corretto in ogni livello di italiano. Si tratta di un uso ellittico:
“Cerco una ragazza A CUI regalare la mia vecchia moto”
Sta per:
“Cerco una ragazza a cui possa regalare la mia vecchia moto”, che √® ovviamente una subordinata relativa esplicita. Nel primo caso, il verbo servile √® sottinteso, o ellittico.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Le sarei molto grato se mi chiarisse un dubbio relativo a questa frase: “Era sempre solo. Amici non ne aveva”. Quel “ne”, che sento usare regolarmente in frasi di questo tipo, mi suona bene, per√≤¬†¬†mi lascia
perplesso perch√© dovrebbe stare per “di amici”, ma allora la frase diventerebbe: “amici non di amici aveva”. Una affermazione insensata. Gradirei sapere se quel “ne” √® da considerarsi corretto.
 

 

RISPOSTA:

Il costrutto, tipico dell’italiano informale e colloquiale e dunque non scorretto in assoluto¬† ma sicuramente inadatto all’italiano formale, si chiama “tema sospeso” e consiste nel riportare il tema, o topic, dell’enunciato all’inizio per poi riprenderlo mediante un clitico, ovvero particella pronominale atona. Naturalmente il clitico √® pleonastico e il tema qui non ha valore di soggetto bens√¨ di complemento oggetto (duplicato da¬†ne). Molto prossimo a questo costrutto √® un altro, sempre di anticipazione del tema, o topicalizzazione, denominato “dislocazione a sinistra”: “di amici non ne aveva”.
Il corrispettivo formale, o quantomeno non informale, delle due espressioni √® “non aveva amici”.

Fabio Rossi
 

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

sare il verbo ‚Äúvedere‚ÄĚ nel senso di ‚Äúaccorgersi di qualcosa‚ÄĚ seguito da DI+infinito (anzich√© CHE+indicativo) √® un errore? Es. “Ho visto di aver dimenticato il pane in macchina”.

 

RISPOSTA:

No, la frase √® perfettamente corretta; sicuramente √® pi√Ļ adatta a una situazione informale piuttosto che a una formale, ma in nessun caso la frase citata pu√≤ essere considerata scorretta, dal momento che non viola alcuna regola grammaticale della lingua italiana.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Registri, Verbo
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