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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Tra i vari usi del condizionale troviamo anche quello, tipico del linguaggio giornalistico, di illustrare un fatto ipotetico, di cui non si ha pertanto elementi che possano attestare il suo essersi verificato.

Ho però notato che talvolta si tende a costruire interi periodi con questo modo verbale, trasformando tutte le azioni descritte come dubbie, anche quelle che, al contrario, sono oggettive.

Mi spiego con un esempio.

‚ÄúTizio avrebbe affermato tutto ci√≤ tra il 2002 e il 2005 quando avrebbe ricoperto il ruolo di assessore.”

Se non √® sicuro che Tizio abbia affermato qualcosa in quel periodo di tempo (di qui l’impiego inappuntabile del condizionale), √® certo che Tizio abbia (o ha) ricoperto, in quegli anni, il ruolo di assessore.

La subordinata temporale non avrebbe dovuto essere costruita con l’indicativo?

 

RISPOSTA:

Ha ragione. I giornalisti abusano del condizionale di distanziamento al punto da estenderlo spesso arbitrariamente anche a contesti nei quali andrebbe usato l’indicativo, dal momento che non v’è alcun dubbio sulla veridicità o oggettività dell’evento riportato.

L‚Äôesempio da lei riportato andrebbe corretto come segue (con l‚Äôimperfetto, per√≤, data la continuit√† nel passato): ¬ęTizio avrebbe affermato tutto ci√≤ tra il 2002 e il 2005, quando ricopriva il ruolo di assessore¬Ľ.

Pi√Ļ che di eccesso di scrupolo e ci cautela, ovvero la volont√† di non sbilanciarsi nel dare per veritiere notizie ancora non provate, direi che agisca qui la forza dell‚Äôabitudine e della stereotipia: il condizionale viene associato (dalle penne meno esperte) cos√¨ stabilmente allo stile giornalistico da divenirne un contrassegno (quasi ipercorrettistico) anche praeter necessitatem.

Fabio Rossi

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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una comunicazione e scritta e meglio usare il presente o il futuro per riferirsi al futuro? Ad es. “I genitori possono/potranno partecipare all‚Äôiniziativa organizzata per domani, recandosi… Se per esigenze particolari non si riesce/non si dovesse riuscire a rispettare l‚Äôorario indicato, si pu√≤/potr√† avvisare telefonicamente….”.
Chiedo anche se la punteggiatura va bene.

 

RISPOSTA:

Per descrivere un evento futuro si pu√≤ ovviamente usare l‚Äôindicativo futuro; si pu√≤, per√≤, usare anche il presente, specie in contesti informali e, nel parlato, anche mediamente formali. Il presente al posto del futuro √® accettabile soprattutto nei casi in cui la nozione di futuro √® affidata ad elementi esterni al verbo, per esempio espressioni di tempo (come¬†domani¬†nella prima parte della sua frase). Nella proposizione ipotetica della stessa frase, l’alternativa dovrebbe essere tra¬†si riesce¬†e¬†si riuscir√†¬†(si dovesse riuscire¬†√® ovviamente possibile, ma non √® n√© presente n√© futuro, quindi non c’entra con la domanda). Anche in questo caso, come anche nella proposizione reggente che segue l’ipotetica, la scelta del presente √® possibile ma abbassa il registro.
In quanto alla punteggiatura, l’unico suggerimento che si pu√≤ fare √® di eliminare la virgola prima della proposizione al gerundio (domani, recandosi); tale proposizione, infatti, dovrebbe essere interpretata come strettamente connessa alla reggente, visto che presenta lo strumento con cui pu√≤ realizzarsi l’evento in essa descritto (partecipare all’iniziativa).
Francesca Rodolico
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non mi è molto chiara la differenza tra i verbi essere e esserci.
Ad esempio alla domanda “C’√® Mario?”, possiamo rispondere “S√¨, c’√® /S√¨, √® qui”, ma non va bene “S√¨, c’√® qui”, ma non capisco perch√®, invece, va bene dire “C’√® un uomo qui”.

 

RISPOSTA:

Il verbo esserci significa proprio ‘essere in luogo’, quindi l’espressione c’√® qui √® inutilmente ripetitiva. La ripetizione, per√≤, √® ammessa, e in certi casi necessaria, se la frase √® marcata, cio√® √® costruita per mettere in forte evidenza una certa informazione, per segnalare il collegamento tra la frase e il resto del testo o per precisare quale sia la rilevanza della frase nel contesto situazionale. Nella frase “C’√® un uomo qui”, per esempio, il parlante precisa che l’uomo si trova nello stesso luogo in cui si svolge la conversazione, perch√© dal suo punto di vista la presenza dell’uomo √® rilevante soltanto in relazione al luogo (per esempio perch√© √® sorpreso di trovare un uomo in quel luogo). Va detto che tale frase sar√† pronunciata con una pausa prima di qui, a dimostrazione del fatto che l’informazione qui √® isolata rispetto a c’√® un uomo, come se fosse un elemento aggiunto a parte. Nello scritto, tale pausa pu√≤ essere rappresentata con una virgola, quindi “C’√® un uomo, qui”. La stessa costruzione pu√≤ adattarsi a “C’√® Mario, qui” soltanto in assenza della domanda precedente (“C’√® Mario?”): se il parlante risponde alla domanda, non ha motivo di precisare qui, perch√© la presenza nel luogo √® presupposta proprio nella domanda. A sua volta, la domanda pu√≤ essere costruita in modo marcato: “C’√® Mario, qui”, per precisare che l’interesse per la presenza di Mario √® legato proprio al luogo in cui si svolge la conversazione.
Fabio Ruggiano

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Nella parola saggio, -ggi- può essere considerato un trigramma composto dal digramma -gg- + -i- muta?

Le doppie non sono mai menzionate negli elenchi dei digrammi perch√© rappresentano non fonemi determinati, ma varianti rafforzate di altri fonemi. Non sarebbe, per√≤, del tutto scorretto considerarle comunque digrammi, al pari dei digrammi che rappresentano fonemi scempi. Seguendo il primo criterio, -ggi- in saggio, ovvero, foneticamente, [d í:] o [dd í], √® la variante rafforzata del fonema [d í]; seguendo il secondo, √® un trigramma che rappresenta il fonema [d í:], distinto da [d í]. In entrambi i casi, il grafema -i- in questa parola non corrisponde a un fonema, ma serve a distinguere il suono palatale da quello velare (che si avrebbe in saggo); il termine tecnico per definire questa funzione della -i- √® diacritica o (segno) diacritico. Di solito, inoltre, non si dice che la -i- √® muta perch√© in altre parole rappresenta una semivocale (cambio) o una vocale a tutti gli effetti (farmacia); diversamente, l’-h- √® detta muta perch√© in italiano non ha mai un suono (per approfondimenti si veda qui).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Scritto-parlato-mediato
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QUESITO:

Gradirei sapere se dopo le classiche affermazioni poste a fine lettera, per esempio ¬ędistinti saluti¬Ľ, ¬ęcordiali saluti¬Ľ, ¬ęgrazie per l’attenzione¬Ľ eccetera, √® bene far seguire un punto prima del nome (per esempio: ¬ęDistinti saluti.

Mario Rossi¬Ľ) oppure se questo pu√≤ essere omesso (per esempio: ¬ęDistinti saluti

Mario Rossi¬Ľ), oppure se si pu√≤ ricorrere anche alla virgola (per esempio: ¬ęDistinti saluti,

Mario Rossi¬Ľ).

 

RISPOSTA:

La sua domanda affligge molti scriventi, evidentemente ormai disavvezzi alla corrispondenza tradizionalmente intesa. Nella quale sono ammesse tutte e le tre le soluzioni da lei prospettate, anche se quella con il punto √® decisamente la pi√Ļ moderna e mai, o quasi mai, contemplata in passato. Quindi √® anche da ritenersi la meno formale, in quanto meno in linea con la tradizione. Per il resto, oggi si tende all‚Äôuso maggioritario della virgola, che √® anche la soluzione suggerita da vari manuali di bon ton scrittorio (per es. quelli della fortunata coppia di linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota). Invece in passato (fino almeno alla met√† del Novecento) la tradizione escludeva qualunque segno di punteggiatura, tra i saluti e la firma, giacch√© il solo a capo con spazio bianco costituiva una evidente separazione tra le due sezioni. E quindi:

Cordiali saluti

Fabio Rossi (senza né virgola, né punto, ma con un solo a capo seguito o no da uno spazio bianco).

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęMe l’hai preso tu il libro che stavo leggendo?¬Ľ. La frase sopra riportata √® corretta? La parola libro √® una ripetizione?

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta, bench√© sia appropriata a un contesto informale e soprattutto parlato, meno appropriata (con qualche eccezione) nella lingua scritta e formale. Il costrutto si chiama dislocazione a destra (oppure a sinistra, se √® rovesciato: ¬ęil libro me l‚Äôhai preso tu¬Ľ) e prevede la ripetizione, come dice lei, dell‚Äôoggetto, che, nel caso della sua frase, compare sia in forma piena (il libro), sia nella forma pronominale (l‚Äô). I motivi che inducono a scegliere un costrutto siffatto sono di solito legati all‚Äôesigenza di dare maggiore o minore rilievo a determinate informazioni della frase. Nel caso specifico, per esempio, si mette in rilievo l‚Äôazione e chi la compie (hai preso e tu) e si d√† quasi per scontato il libro, come se fosse (come in effetti √®) gi√† ben presente nell‚Äôorizzonte comunicativo degli interlocutori; il libro, comunque, acquista esso stesso un suo particolare rilievo, perch√© diventa il tema su cui verte l‚Äôintero atto comunicativo. Delle dislocazioni abbiamo pi√Ļ volte discusso, nella banca dati di DICO. Pu√≤ vedere, per esempio, la domanda/risposta ‚ÄúDimmelo tu cosa sono le dislocazioni‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vi propongo un dubbio di punteggiatura riguardante il titolo di un libro: “Ultima fermata Parma”. Mi chiedo se fra fermata e Parma sia preferibile collocare due punti oppure una virgola.

 

RISPOSTA:

I titoli come quello da lei proposto sono frasi nominali; l’assenza di un verbo rende difficilmente applicabili le comuni regole sintattiche, comprese quelle sulla punteggiatura, e configura la frase come un enunciato, unit√† comunicativa in cui emergono le esigenze testuali, legate alla segnalazione del ruolo informativo dei costituenti. Nel caso specifico Ultima fermata rappresenta il tema, o topic, dell’enunciato, mentre Parma ne √® il rema, o comment; in altre parole, nell’enunciato viene introdotto un elemento, il topic, intorno al quale viene aggiunta un’informazione, il comment. La distinzione tra topic e comment nel parlato √® affidata a una pausa, tipicamente accompagnata da un’intonazione specifica per l’uno e l’altro costituente: il topic sar√† pronunciato con un andamento prosodico verso l’acuto sulla sillaba tonica, subito prima della pausa, quindi il rema avr√† un’intonazione conclusiva. In questo quadro le soluzioni interpuntive sono varie: √® possibile non inserire alcun segno, lasciando che la distinzione emerga da s√© nella lettura, oppure si possono inserire una virgola o i due punti. Con la virgola si segnala soltanto la separazione, presentando il comment come aggiunto al topic; con i due punti si suggerisce un dettaglio in pi√Ļ (che tutto sommato √® ricavabile anche con la virgola, ma con un piccolo sforzo interpretativo del lettore), cio√® che il comment veicola una spiegazione, una chiave di lettura del valore del topic. Ovviamente con questa soluzione lo scrivente sottolinea che il lettore abbia bisogno di questo tipo di istruzione, quindi lo invita apertamente a riconoscere il rapporto tra i costituenti come carico di un implicito da scoprire.

Si può, infine, usare anche il punto fermo, con la conseguenza di creare due enunciati, quindi di dare la funzione di comment a entrambi i costituenti.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Il soggetto della proposizione implicita pu√≤ avere due interpretazioni: impersonale oppure coreferente col soggetto della reggente, e spesso, ma non sempre, c’√® la doppia possibilit√†. Avrei da proporre alcune frasi che secondo possono essere da esempio:

1) Mario era ‚Äätroppo grande per capirlo = doppia interpretazione: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤ / Mario era troppo grande affinch√© si potesse capire Mario”.

2) Mario era ‚Äätroppo grande da capirlo = interpretazione che ha un soggetto coreferente con quello della reggente: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤”.

3) Mario era troppo grande da capire = interpretazione con soggetto impersonale/ generico: “Mario era troppo grande affinch√© soggetto generico potesse capire Mario”.

Le interpretazioni che ho dato alle precedenti frasi sono corrette o c’√® qualcosa da rivedere?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni implicite richiedono identit√† di soggetto con la reggente, tranne casi specifici (come quelle all’infinito rette da verbi di comando e il gerundio e il participio assoluti), che, per√≤, sono a loro volta regolati. Nei suoi esempi l’interpretazione con il soggetto non coreferenziale √® favorita dalla presenza del pronome atono diretto, che l’interlocutore √® tentato di riferire al soggetto della reggente, escludendo di conseguenza quest’ultimo dal ruolo di soggetto della subordinata. Tale interpretazione “logica” √® possibile in contesti parlati informali, ma sarebbe ovviamente sconveniente anche in questi contesti se facesse sorgere ambiguit√†. Nello scritto e anche nel parlato mediamente formale, le varianti con soggetto non coreferenziale vanno costruite con il verbo esplicito, per esempio “Mario era ‚Äätroppo grande perch√© lo si capisse”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúEra uno dei miei pregi, o almeno credevo che fosse tale.‚ÄĚ

Tale dovrebbe equivalere a un pregio. Dal punto di vista logico, non mi pare che la costruzione presenti grandi difficoltà interpretative; ma, dal punto di vista sintattico, _tale_ si riferisce a un termine che nel testo non compare, se non nella forma plurale (uno dei miei pregi).

Considerando ciò, il periodo è corretto?

 

RISPOSTA:

Il periodo √® corretto. Bisogna precisare intanto che il referente uno dei miei pregi √® singolare (appunto uno), non plurale. Pu√≤, comunque, capitare che un elemento anaforico rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore, ma semmai come una costruzione tipica del parlato; per esempio “Non c’√® neanche uno yogurt in frigo? Ma se ne ho presi sei l’altro giorno!” (ovvero ho preso sei yougurt).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Tutte e tre le varianti sono ammissibili?

“Il fatto non √® dovuto a negligenza / a una negligenza / a una qualche negligenza” (da parte dell‚Äôimputato, ad esempio).

Nello specifico _a qualche_ e _a un qualche_ sono intercambiabili?

“Chiedilo a qualche medico / a un qualche medico”.

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda a negligenza / a una negligenza, la variante senza l’articolo √® generica e non specifica, ovvero si riferisce alla classe designata dal sintagma nominale, mentre la variante con l’articolo indeterminativo √® individuale non specifica, ovvero si riferisce a un esempio non specifico della classe designata dal sintagma. In altre parole, a negligenza rappresenta il referente come astratto e non collegato direttamente alla situazione descritta, a una negligenza lo rappresenta come un elemento qualsiasi integrato nella situazione. Come conseguenza pragmatica, a una negligenza veicola un’intenzione comunicativa di accusa, perch√© identifica una responsabilit√† circostanziale, mentre a negligenza rileva soltanto la circostanza, senza evidenziare alcuna responsabilit√†. Il terzo caso possibile in italiano, quello del referente individuale specifico, √® costruito con l’articolo determinativo o un aggettivo dimostrativo; ad esempio: “La negligenza che hai dimostrato √® grave”, oppure “Quella negligenza mi √® costata cara”. Si noti che il nome negligenza √® astratto quando √® generico, concreto quando √® individuale, perch√© passa a identificare un atto e le sue conseguenze.

La variante un qualche √® ridondante rispetto al solo un; l’aggettivo indefinito non aggiunge alcuna informazione al sintagma costruito con l’articolo indeterminativo, per quanto sia ipotizzabile che sia inserito per aumentarne la non specificit√†, ovvero l’indeterminatezza. Inoltre, qualche rende automaticamente il sintagma logicamente plurale, anche se grammaticalmente √® singolare (qualche dottore = ‘alcuni dottori’), quindi non √® compatibile con l’articolo indeterminativo. Per questi motivi la sequenza un qualche √® da evitare in contesti di formalit√† media e alta, specie se scritti; la ridondanza, e persino la forzatura grammaticale, invece, sono tollerabili nel parlato informale.

Va sottolineato che un qualche dottore non √® equivalente a un dottore qualsiasi / qualunque (possibili, ma meno formali, anche le varianti un qualsiasi / qualunque dottore), che indica l’assenza di qualit√† particolari (o il fatto che l’individuazione di qualit√† particolari sia trascurabile). Ad esempio: “Chiedilo a un qualche medico” = ‘chiedilo a un medico’ / “Chiedilo a un medico qualsiasi” = ‘chiedilo a un medico a prescindere da chi esso sia’.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

A me riesce difficile capire quando di è essenziale e quando soltanto ridondante.

¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ; ¬ęPensa di valere di pi√Ļ/pi√Ļ di noi¬Ľ.

C’è qualche regola da seguire?

Invece credo che una costruzione simile sia sbagliata: ¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ. O soltanto ¬ęNon me ne intendo¬Ľ, sottintendendo l‚Äôargomento, oppure ¬ęNon mi intendo di matematica¬Ľ senza ‚Äúne‚ÄĚ.

Anche con in ho questo problema: ¬ęIn molti andarono/Molti andarono¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In effetti non √® semplice, perch√©, pi√Ļ che vere e proprie regole di grammatica stabili, si tratta in questi casi di consuetudini di occorrenza, cio√® di espressioni pi√Ļ o meno cristallizzate con o senza di. Di meno pu√≤ fungere da locuzione avverbiale, del tutto interscambiabile con meno (¬ębisognerebbe parlare di meno e pensare di pi√Ļ¬Ľ), oppure da locuzione aggettivale, spesso, ma non sempre, interscambiabile con meno (¬ęun tempo le macchine in strada erano di meno¬Ľ o ¬ęerano meno¬Ľ); ma per esempio in ¬ęho una carda di meno¬Ľ (o ¬ęin meno¬Ľ) mal si presta alla sostituzione con il solo meno, cos√¨ come ¬ęce n‚Äô√® uno di meno¬Ľ (ma non ¬ęuno meno¬Ľ).

Nel suo primo esempio, di pu√≤ anche mancare: ¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ. Quando invece meno √® seguito dal secondo di termine di paragone, √® bene omettere di: ¬ęPensa di valere pi√Ļ/meno di noi¬Ľ, anche se la forma con di, in questo caso, √® comunque possibile. Ma, per esempio, in ¬ęVorrei pi√Ļ/meno pasta di te¬Ľ, il di non va usato.

¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ √® una costruzione pleonastica tipica del parlato e della lingua informale denominata tecnicamente dislocazione a destra. In quanto pleonastica (dal momento che ne sta per di matematica) sarebbe meglio evitarla nella lingua scritta e formale, a meno che non manchi il sintagma pieno: ¬ęNon me ne intendo¬Ľ.

¬ęMolti andarono¬Ľ va bene per tutti gli usi, mentre ¬ęIn molti andarono¬Ľ, oltrech√© meno formale, √® pi√Ļ adatto nell‚Äôordine invertito dei costituenti, per esempio: ¬ęSe ne sono andati in molti¬Ľ. Inoltre, in molti, rispetto a molti, fa presupporre una quantit√† assoluta, priva di relazione con altre: ¬ęmolti andarono al mare, ma altrettanti in montagna¬Ľ; ¬ęin molti andarono al mare¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se i verbi sono usati correttamente negli esempi 1-4:
(1) Mi ha chiesto se io lo avrei chiamato quando sarei tornato in Italia
(2) Mi ha chiesto se io lo chiamassi quando sarei tornato in Italia.
(3) Mi ha chiesto se lo avrei chiamato quando io fossi tornato in Italia.
(4) Mi ha chiesto se io lo chiamassi quando io fossi tornato in Italia
Inoltre, so che posso dire “Lo chiamer√≤ quando sar√≤ tornato in Italia”, ma penso che la forma “Mi ha chiesto se lo chiamer√≤ quando sar√≤ tornato in Italia” venga considerata sbagliata dato che non rispetta la consecutio temporum. Giusto?
Altre variazioni della stessa frase con le stesse domande:
(5) Mi ha chiesto se lo chiamerò quando sarei tornato in Italia.
(6) Mi ha chiesto se lo chiamerò quando fossi tornato in Italia.

 

RISPOSTA:

Le forme verbali nelle frasi 1-4 sono corrette (ma eviterei di esplicitare il soggetto pronominale io tanto nella proposizione interrogativa indiretta quanto nella temporale). Per descrivere un evento futuro rispetto a un momento di riferimento passato (mi ha chiesto) nelle proposizioni completive si pu√≤ usare sia il condizionale passato sia il congiuntivo imperfetto. Quest’ultimo √® pi√Ļ formale, ma anche pi√Ļ ambiguo, visto che la stessa forma si usa per esprimere la contemporaneit√† nel passato. Il congiuntivo imperfetto, insomma, esprime una contemporaneit√† nel passato proiettata nella posteriorit√†; il condizionale passato esprime soltanto la posteriorit√† rispetto al passato. La proposizione temporale descrive un evento da una parte posteriore rispetto al momento di riferimento (mi ha chiesto), dall’altra anteriore rispetto all’evento del chiamare, che diventa un secondo momento di riferimento. In questa situazione si pu√≤ scegliere se collegare l’evento del tornare a quello del chiedere o a quello del chiamare. Nel primo caso avremo le frasi 3 e 4, con il congiuntivo trapassato che esprime anteriorit√† rispetto al passato (visto che la contemporaneit√† e la posteriorit√† nel passato si comportano come passati); nel secondo caso avremo le frasi 1 e 2, con il condizionale passato che esprime posteriorit√† rispetto al passato (mi ha chiesto), trascurando il rapporto temporale con il chiamare. Va detto, inoltre, che la proposizione temporale introdotta da quando con il congiuntivo viene a coincidere con la ipotetica (quando fossi tornato = qualora fossi tornato), quindi assume una sfumatura di incertezza.

Nella completiva pu√≤ essere usato anche l’indicativo futuro, come nelle ultime due frasi, se si vuole sganciare l’evento dal rapporto con il momento di riferimento (mi ha chiesto) e si considera rilevante il momento dell’enunciazione (ora). In questo modo l’evento del chiamare √® rappresentato come posteriore rispetto al presente, ovvero come futuro. Se si fa questa scelta (che sarebbe adatta al parlato e allo scritto poco sorvegliato), nella temporale bisogna usare o il futuro semplice torner√≤ o il futuro anteriore sar√≤ tornato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nel mio lavoro da copywriter, creo spesso delle campagne pubblicitarie per i social, la carta stampata e le affissioni.

Nelle “headline” (i titoli delle campagne pubblicitarie) io non metto mai il punto, a meno che non sia un punto interrogativo o esclamativo.

Tantissimi altri miei colleghi invece lo fanno.

Ad esempio nella headline “La colazione dei campioni” secondo me il punto non ci va. Mentre altri lo mettono.

Ho ragione io, hanno ragione i miei colleghi, o è una scelta stilistica?

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei: nei titoli di norma il punto non va. √ą pur vero che, soprattutto nella testualit√† online, lo stile la fa da padrone, come anche l‚Äôespressivit√†, le consuetudini scrittorie (mutate) e le attese dei lettori. Motivo per cui taluni argomentano sostenendo che il punto pu√≤ conferire maggiore perentoriet√†, sicurezza, affidabilit√† (come a dire: punto e basta, so quello che dico e che offro). Per queste ragioni, all‚Äôopposto, in altri tipi di testo il punto viene bandito anche fuor dai titoli: se ha esperienza di testualit√† nei social, sa come un punto alla fine di un post di fb o di un messaggio whatsapp pu√≤ rompere amicizie e amori (√® successo pi√Ļ volte veramente), perch√© viene interpretato come una chiusura all‚Äôaltro, un atto di violenza, una rottura del rapporto.

Cionondimeno, da affezionato tradizionalista alla testualit√† analogica, mi sento di suggerirle di rimanere fedele alla nostra vecchia e amata norma di non mettere mai il punto fermo alla fine di un titolo. Punto (ma sia qui detto e scritto senza alcuna ostilit√†, anzi…)

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Specie nel linguaggio parlato, ricorrono frasi come¬†questo lo so,¬†dimmelo tu cos’√®¬†e simili.
Tali espressioni sono un esempio di costruzione enfatica, di pleonasmo o di ridondanza, dato che in esse, se non sbaglio, vi sono delle ripetizioni a livello pronominale?
Immagino che siano comunque accettate nella lingua anche di media formalit√†, ma in¬†scritti maggiormente controllati si potrebbe scegliere forme come¬†so quello/ci√≤ che mi hai detto,¬†sono a conoscenza di questo/ci√≤¬†e sim.¬†per quanto riguarda il primo esempio; e¬†dimmi tu cos’√®/che cos’√®. Ho ragione?

 

RISPOSTA:

Lei ha ragione: le costruzioni come quelle da lei presentate, note come¬†dislocazioni a sinistra¬†(questo lo so) e¬†a destra¬†(dimmelo tu cos’√®),¬†sono ricorrenti nel parlato e sono accettabili anche in contesti di media formalit√†. Nello scritto di media formalit√†, invece, sono meno appropriate, perch√© sono ridondanti, in quanto ribadiscono due volte lo stesso elemento (questo lo so¬†=¬†so questo questo;¬†dimmelo tu cos’√®¬†=¬†dimmi tu cos’√® cos’√®). Ovviamente, tale ripetizione non √® vuota, come pu√≤ sembrare a prima vista, ma ha una funzione comunicativa: nella dislocazione a sinistra serve a richiamare il tema, cio√® l’argomento in questione, che potrebbe essere non immediatamente presente all’interlocutore; nella dislocazione a destra serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l’interlocutore lo abbia identificato. Nello scritto si pu√≤ fare a meno di tali funzioni, oppure si possono usare altri costrutti pi√Ļ complessi per realizzarle:¬†a proposito di questo, a tal riguardo,¬†per quanto riguarda questo
Per saperne di pi√Ļ sulle dislocazioni pu√≤ consultare l’archivio di DICO usando le parole chiave¬†dislocazione¬†e¬†dislocazioni.
Fabio Ruggiano 

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QUESITO:

Quando chiedo ad una persona quando ad esempio arriverà qualcuno che tempo verbale si usa?
Faccio subito un esempio‚Ķ Si dice ‚Äúa che ora arriva Marco?‚ÄĚ oppure ‚Äúa che ora arriver√† Marco?‚ÄĚ
Quale delle due affermazioni è corretta?

 

RISPOSTA:

Vanno bene entrambi i tempi: il futuro √® la scelta pi√Ļ tradizionale, e dunque pi√Ļ formale, mentre il presente √® la scelta pi√Ļ colloquiale ma adeguata a tutti gli usi.

Da decenni ormai il presente sta soppiantando il futuro in quasi tutti gli usi temporali, per cui non √® da stupirsi n√© da gridare alla lesa maest√† linguistica. Del resto, il fatto che l‚Äôazione si svolga al futuro √® ricavabile praticamente sempre dal contesto. In ‚ÄúIl prossimo anno vado in America‚ÄĚ non c‚Äô√® certo bisogno del futuro per far capire che l‚Äôazione non si √® ancora svolta, dal momento che basta il complemento di tempo ‚Äúil prossimo anno‚ÄĚ.

Il futuro regge invece ancora molto bene negli usi modali, tipici del parlato. Per es.: ‚ÄúQuanti anni avr√† Marina?‚ÄĚ ‚Äď ‚ÄúSecondo me avr√† sui trent‚Äôanni‚ÄĚ. In questo caso (e in moltissimi altri simili: ‚ÄúSaranno state le 10 e un quarto‚ÄĚ ecc.) il futuro non indica il tempo futuro dell‚Äôazione, bens√¨ una possibilit√†, un‚Äôipotesi. Quest‚Äôuso si chiama¬†modale¬†(perch√© il tempo √® trattato alla stregua di un modo, per indicare l‚Äôatteggiamento del parlante), oppure¬†epistemico, cio√® ‚Äėche ha a che fare con il grado di verit√† o certezza di quanto viene detto‚Äô.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Vorrei sapere gentilmente se la particella ci talvolta sia superflua e dunque trascurabile.
1) (Ci) tengo a precisare che…
2) La notizia (ci) ha commosso / commossi tutti.
3) Dentro la casa, (c’)√® uno splendido affresco.
Infine, permettetemi una domanda collaterale: ci con valore pronominale, riferito a terza persona sia singolare che plurale, è corretto?
4) Sono diversi anni che non ci parlo (vale a dire che non parlo a lui / lei oppure a loro).

 

RISPOSTA:

Il pronome atono¬†ci¬†risulta a volte non chiaramente decifrabile, eppure necessario per completare il senso della frase. Sebbene¬†tenere a¬†possa significare ‘avere a cuore’,¬†tenerci a¬†veicola una maggiore partecipazione emotiva del soggetto (un po’ come¬†mangiarsi un panino¬†rispetto al neutrale¬†mangiare un panino). Addirittura, nel verbo¬†esserci¬†‘trovarsi, stare in un luogo’, la particella √® del tutto desemantizzata, tanto che spesso ne ribadiamo il senso con un complemento di luogo. Succede nella sua terza frase, in cui troviamo sia¬†dentro la casa¬†sia¬†ci. Sebbene la particella non abbia un significato specifico, per√≤, non possiamo eliminarla, perch√©¬†esserci¬†√® del tutto cristallizzato e i suoi componenti non possono essere pi√Ļ separati: la variante¬†dentro la casa √® un affresco¬†√® al limite dell’accettabilit√† (pochi parlanti nativi la considererebbero corretta).¬†
Il suo secondo esempio si distingue dagli altri, perché in esso ci è un pronome personale, la cui presenza modifica chiaramente la frase: 
ha commosso tutti¬†= ‘ha commosso tutte le persone’;
ci ha commosso tutti¬†= ‘ha commosso tutti noi’.
Ci¬†in¬†parlarci, infine, pronominalizza¬†con lui¬†/¬†lei¬†/¬†loro, quindi¬†“Non voglio parlarci” = ‘non voglio parlare con lui / lei / loro’.¬†A lui¬†/¬†loro¬†√® pronominalizzato da¬†parlargli;¬†a lei¬†da¬†parlarle.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Nella frase¬† “Le sera, mi lavo, ceno e mi guardo un bel film”, il¬†mi guardo¬†√® un falso¬†riflessivo? √ą corretto¬†o √® preferibile dire¬†guardo un bel film?

RISPOSTA:

Espressioni come¬†mi guardo un film¬†segnalano un coinvolgimento particolare del soggetto dell‚Äôazione. Si tratta di casi particolari in cui nell‚Äôuso del pronome prevale non il piano logico ma la funzione affettivo-intensiva: queste costruzioni intensive sono affini al dativo etico propriamente detto (sul dativo etico la rimando alla risposta 280012 dell’archivio di DICO). L‚Äôuso dei pronomi atoni intensivi (per esempio in espressioni come¬†mi ascolto una canzone,¬†mi mangio una mela) fa parte di un registro colloquiale e familiare ed √® generalmente ammesso nel parlato ma non negli scritti formali, in cui ci si aspetterebbe la variante¬†guardo un film.
Per ulteriori approfondimenti su alcuni usi dei pronomi atoni può leggere anche questa risposta dell’archivio di DICO.
Raphael Merida

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QUESITO:

I seguenti esempi contengono ripetizioni o pleonasmi e sono pertanto da evitare?
1) Il suo commento è di per sé già eloquente.
2) Te l’ho già detto prima.
3) Risolvere definitivamente il problema.
4) L’uomo è un assiduo avventore del locale.
5) Bazzico abitualmente quel circolo.
6) Non so se lei ne sia capace. Ma il fatto che/se lo sia o non lo sia non è rivelante.

 

RISPOSTA:

Le frasi 1, 2, 3 e 5 presentano avverbi o locuzioni avverbiali che non apportano un significato determinante alla frase e servono soprattutto ad arricchirla sintatticamente. Possono, pertanto, essere definiti pleonastici e in uno stile che voglia essere asciutto andranno evitati (sebbene non si tratti di errori da nessun punto di vista). Si noti che, se nello scritto gli avverbi superflui non hanno ragione di apparire, nel parlato possono servire da appendici informative del verbo. Questo si nota soprattutto nella frase 5: se eliminiamo l’avverbio, l’informazione saliente diviene¬†quel circolo¬†(infatti l’accento della frase viene a cadere tutto su questo sintagma), ma l’emittente potrebbe voler puntare l’attenzione sull’azione del¬†bazzicare, non sul luogo. Per questo scopo avrebbe due possibilit√†: una dislocazione (quel circolo lo bazzico, cos√¨ come¬†il problema l’ho risolto) oppure, appunto, l’inserimento dell’avverbio semanticamente quasi neutrale che gli consenta di¬†appoggiare la voce non sul sintagma nominale (bazzico ABITUALMENTE quel circolo). Non ugualmente efficace sarebbe, invece,¬†BAZZICO quel circolo, perch√© la posizione iniziale non marcata del verbo lo configura come tema, ovvero come informazione poco saliente. Per approfondire i concetti di¬†tema,¬†rema,¬†dislocazione¬†e simili pu√≤ consultare l’archivio di DICO, a partire dalla risposta n.¬†28009, che rimanda a sua volta ad altre risorse della pagina.
Decisamente non superfluo √® l’aggettivo¬†assiduo¬†della frase 4: un¬†avventore, infatti, pu√≤ non essere¬†assiduo, ma¬†occasionale, oppure essere accompagnato da una proposizione relativa che lo qualifica diversamente. Il secondo periodo della frase 6 deve essere scompartito, perch√© le due possibili costruzioni sintattiche accorpate non sono equivalenti, ma una esprime un dubbio, l’altra esprime un fatto:
6a. Ma se lo sia o non lo sia non è rivelante.
6b. Ma il fatto che lo sia non è rivelante. / Ma il fatto che non lo sia non è rivelante.
Le varianti b risultano in contrasto logico con¬†il contenuto del primo periodo, che presenta un dubbio. La variante a potrebbe essere semplificata (Ma se lo sia non √® rivelante¬†oppure¬†Ma se non lo sia non √® rivelante), ma la semplificazione comporterebbe un lieve cambiamento nel senso della frase, perch√© farebbe propendere il dubbio verso una delle due possibilit√†, come se l’emittente sospettasse che il ricevente¬†fosse¬†oppure¬†non fosse¬†capace. Neanche qui, insomma, si riscontra un pleonasmo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio riguardo a questa frase: “Se stavi a casa tua, tutto questo non sarebbe accaduto”.
Con il¬†se¬†l’imperfetto √® assolutamente vietato?¬†Devo per forza dire¬†se fossi stato?

 

RISPOSTA:

L’indicativo imperfetto pu√≤ essere usato al posto del congiuntivo trapassato nella protasi del periodo ipotetico dell’irrealt√† in un contesto informale. Anche l’apodosi pu√≤ prendere l’indicativo imperfetto: “Se stavi a casa tua, tutto questo non accadeva”.
La forma è generalmente da evitare nel parlato e nello scritto di alta formalità (sentenze, articoli scientifici, lezioni e relazioni di studio o di lavoro e simili). Nello scritto di media formalità (componimenti scolastici, e-mail di lavoro e simili) è accettabile, ma produce un abbassamento del tono del testo. Nello scritto informale e nel parlato di media e bassa formalità si può usare senza remore. 
Nella scelta, ovviamente, peseranno anche ragioni di stile personale ed esigenze espressive: nello scritto giornalistico, per esempio, l’indicativo pu√≤ essere preferito per dare al testo un alone di leggerezza ammiccante.
Questo tema √® stato oggetto di decine di risposte che pu√≤ leggere nell’archivio di DICO usando come parola chiave per la ricerca¬†periodo ipotetico.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Leggo su un giornale a diffusione nazionale, nell’articolo di¬†fondo: “… non prendeteci in giro, che non siamo ragazzini …”. Quel¬†che¬†non dovrebbe essere accentato ed avere quindi valore di¬†perch√©¬†o¬†poich√©? Altrimenti,¬†come definire quel¬†che?

 

RISPOSTA:

Uno dei tratti pi√Ļ caratteristici dell’italiano contemporaneo √® la diffusione nello scritto del¬†che¬†polivalente, ovvero di usi del connettivo¬†che¬†non facilmente inquadrabili nella classificazione grammaticale tradizionale. Si tratta di usi ben noti alla tradizione dell’italiano, ma fino a qualche decennio fa tipici del parlato. Tipici, ma non esclusivi, come dimostrano, per fare un esempio tanto antico quanto illustre, i tanti passi danteschi nei quali la funzione di¬†che¬†√® indecidibile (per una disamina di questi passi si pu√≤ leggere¬†la voce dell’Enciclopedia dantesca dedicata proprio a¬†che). Il pi√Ļ famoso √® probabilmente il verso 3 dell’Inferno: “ch√© la diritta via era smarrita”, che nell’edizione Petrocchi (qui riprodotta) appare come¬†ch√©, ma sul quale ci sono parecchi pareri discordi che vorrebbero la restituzione di¬†che¬†(secondo la lezione di molti codici). Il valore del connettivo nel passo, infatti, pu√≤ s√¨ essere causale, ma non si possono escludere il valore consecutivo (=¬†tanto che la diritta via era smarrita), quello semplicemente aggiuntivo (=¬†e la diritta via era smarrita), quello che alcuni definiscono modale (=¬†in modo tale che / sicch√© la diritta via era smarrita) e addirittura, ma si tratta dell’interpretazione meno accreditata, quello relativo (=¬†nella quale la diritta via era smarrita).¬†Tra gli usi del¬†che¬†polivalente, infatti, rientra anche quello di relativo generico, che pu√≤ sostituire¬†cui¬†e tutti gli altri casi (in cui,¬†per cui¬†ecc.).¬†
Questi usi sono rimasti ai margini della tradizione scritta fino a qualche decennio fa; anche le occorrenze dantesche sono da interpretare come tentativi di imitare il parlato o occasionali abbassamenti di tono. L’avvicinamento relativamente recente tra lo scritto e il parlato ha portato a una sempre maggiore accoglienza di tratti come questo nello scritto, a partire ovviamente da testi di bassa formalit√†¬†(famoso il verso della canzone di Jovanotti¬†perch√© non c’√® niente che ho bisogno) o brillanti, come certi articoli giornalistici di commento. Lo scritto mediamente formale ancora rifiuta questi usi, ma √® possibile che essi si diffondano sempre di pi√Ļ in futuro. Gi√† oggi, per esempio, il¬†che¬†pseudorelativo all’interno della frase scissa (“√ą lui¬†che¬†ho visto”) √® pienamente accettato. Sulla frase scissa, in particolare, si possono leggere diverse risposte nell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nello scritto √® possibile iniziare un periodo con “Ma¬†perch√©…?”.¬†
√ą¬†meglio scrivere “Studio la grammatica oppure studio grammatica”.¬†
‚ÄčInfine, nei temi¬†i numeri vanno scritti in lettere oppure √® possibile anche scriverli in cifre?

 

RISPOSTA:

‚ÄčMa perch√©¬†√® un attacco perfettamente legittimo¬†in uno scritto dialogico (il tipo di scritto delle chat e dei social network) e in qualunque altro scritto, anche letterario (teatro, romanzo),¬†che imiti l’andamento del parlato: “anzi, macelli e crudelt√† a non finire, eppure niente pi√Ļ diluvi, addirittura la promessa di non estirpare la vita dalla terra.¬†Ma perch√©¬†tanta piet√† per gli assassini venuti dopo e nessuna per quelli di prima, affogati tutti come topi?” (Claudio Magris,¬†Microcosmi, 1997). Va bene anche in uno scritto scientifico, o in generale informativo, divulgativo, inteso ad avvicinare il grande pubblico a un argomento difficile.¬†√ą inadatto a testi scientifici specialistici e a testi normativi.

Studio grammatica¬†e¬†studio la grammatica¬†sono entrambe corrette. La prima¬†rappresenta l’argomento dello studio come non numerabile, sottolineando che si tratta di una disciplina, una materia scolastica; la seconda lo rappresenta come un oggetto di studio tra tanti. Per capire meglio la sfumatura, si pu√≤ confrontare¬†studio (la) grammatica¬†con¬†faccio ginnastica¬†(impossibile *faccio la ginnastica), ovvero ‘sono nell’ora di ginnastica, a scuola o in palestra’, e¬†pratico la ginnastica¬†(molto innaturale¬†pratico ginnastica), ovvero ‘pratico lo sport della ginnastica’. Si pu√≤ arrivare a dire (con un po’ di immaginazione) che in¬†studio grammatica¬†(come in¬†faccio ginnastica) lo studio sia rappresentato come passivo, perch√© parte di un programma imposto, mentre in¬†studio la grammatica¬†si percepisca la partecipazione emotiva dell’emittente nel processo.

In uno scritto mediamente formale, quale pu√≤ essere considerato il tema scolastico, si preferisce scrivere i numeri con le lettere, perch√© le cifre non fanno parte dell’alfabeto. Si tratta di una convenzione di secondaria importanza, che pu√≤ essere applicata con flessibilit√†, soprattutto nel caso di numeri che richiedano stringhe di testo molto lunghe.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Spesso i libri scolastici propongono esempi molto banali di analisi del¬†periodo, senza presentare quelli pi√Ļ complessi.¬†Esistono testi ben fatti, con esempi articolati di analisi del periodo?
Quale potrebbe essere, ad esempio, l’analisi del seguente periodo?
“Dice che bisognerebbe fare in modo che ci sia spazio da poter adibire per mangiare¬†senza che gli altri ambienti vengano utilizzati”.
Quando ci si riferisce  a un periodo si può parlare di analisi logica oppure questa è una espressione da riferire solamente all’analisi delle proposizioni?

 

 

RISPOSTA:

‚Äčl’analisi del periodo proposta a scuola deve tenere conto della preparazione parziale degli studenti; gli autori di grammatiche scolastiche, pertanto, evitano di presentare i casi pi√Ļ controversi. Il problema √®, per√≤, che i casi controversi siano molto comuni; gli enunciati che i parlanti e gli scriventi producono per comunicare tra loro spesso non si lasciano incasellare nelle rigide categorie di questa forma di analisi. Le frasi semplificate proposte nelle grammatiche, quindi, finiscono per risultare un po’ innaturali, come esperimenti condotti in laboratorio.¬†
Un libro agile e serio, scritto da un linguista navigato, dedicato a questo argomento, √®¬†L’analisi del periodo, di Michele Prandi, Roma, Carocci, 2013.

La stessa frase da lei proposta, per la verit√†, risulta innaturale; sembrerebbe rappresentare un discorso parlato (dice che…), ma si fatica a immaginare una persona che possa effettivamente parlare cos√¨. Nel parlato, infatti, si cerca la semplicit√†, per aggirare gli ostacoli della memoria limitata, del rumore, della distrazione ecc. Nello scritto, al contrario, possiamo concedere maggiore spazio alla complessit√†, perch√© il mezzo che usiamo √® stabile e duraturo.
In ogni caso, volendo analizzare la sua frase otteniamo questo schema:
dice: proposizione principale;
che bisognerebbe: proposizione subordinata di primo grado oggettiva;
fare in modo: proposizione subordinata di secondo grado soggettiva;
che ci sia spazio: proposizione subordinata di terzo grado oggettiva;
da poter adibire: proposizione subordinata di quarto grado relativa implicita (equivalente a che deve poter essere adibito);
per mangiare: proposizione subordinata di quinto grado finale implicita;
senza…: proposizione subordinata di sesto grado eccettuativa.
Si noti che l’eccessiva, chiaramente non necessaria, complessit√† della frase produce una sbavatura sintattica: il verbo¬†adibire¬†difficilmente regge una proposizione; richiede, invece, tipicamente un complemento introdotto dalla preposizione¬†a. Normalmente si direbbe, quindi, “da poter adibire a locale / spazio / luogo / area per la mensa”, o anche¬†“da poter adibire a locale / spazio / luogo / area nel quale si possa mangiare”.

Il termine¬†analisi logica¬†si riferisce solamente all’analisi delle funzioni sintattiche, anche dette¬†complementi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi sarei grato se mi deste alcune indicazioni utili sulla composizione di comunicazioni formali. Innanzitutto vi domando quale formula sia da preferire tra io sottoscritto e il sottoscritto. Mi pare che le due soluzioni convivano. Ho sempre preferito la seconda, malgrado tuttora mi generi una qualche esitazione in termini di concordanza.
Credo che tutte le parti variabili del discorso che sono declinate in base al genere e al numero e siano riferibili al sottoscritto (verbi, aggettivi) debbano muovere dalla terza persona. Tutto ciò alle volte risulta innaturale, considerando che lo scrivente si riferisce a sé stesso.
 

Il sottoscritto xxx intende richiedere che il proprio indirizzo di posta elettronica sia modificato e che ogni messaggio ad egli (?) inviato sia… Il sottoscritto richiede inoltre che i suoi dati personali…
Resta (?) in attesa di un riscontro.
Porge (?) distinti saluti.

Questi sono solo alcuni esempi critici; ma in una comunicazione mediamente lunga i motivi di incertezza possono essere numerosi. 
Domando inoltre se esista un’alternativa alla ripetizione del sostantivo sottoscritto durante la stesura: è possibile usare il pronome egli (o ella in caso di sottoscritta)?
E un’ultima cosa, che prescinde dalla concordanza: nella chiusa delle comunicazioni¬†formali non √® raro trovare ringraziamenti per l’attenzione o il tempo dedicati.¬†Quelle di seguito proposte sono tutte e cinque ammissibili?

Grazie per l’attenzione che mi dedicherete/dedicher√†.
Grazie per l’attenzione che vorrete/vorr√† dedicarmi.
Grazie per l’attenzione che vogliate/voglia dedicarmi.
Grazie per l’attenzione che mi avete/ha dedicata.
Grazie per l’attenzione che mi √® stata dedicata.

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa comunicazione scritta del tipo da lei indagato √® talmente formale da essere formalizzata, cio√® popolata di espressioni cristallizzate, che la configurano come ingessata e, per certi versi, come inelegante. Il primo punto critico √® propio la formula di responsabilit√†, che, come gi√† rilevato da lei, pu√≤ essere¬†Il sottoscritto¬†/¬†La sottoscritta¬†+ nome o¬†Io sottoscritto¬†/¬†La sottoscritta¬†+ nome.¬†
La prima variante √® quella pi√Ļ tradizionale; fa riferimento alla firma in calce, alla quale si demanda la dichiarazione della responsabilit√† sul contenuto della comunicazione, come se si dicesse ‘Quel Fabio Ruggiano che ha firmato questo scritto’.¬†Porta con s√©, per√≤, la stranezza di dover continuare tutto lo scritto in terza persona, mentre si parla di s√©; pena la perdita della coreferenza (*Il sottoscritto Fabio Ruggiano dichiaro…). In realt√† questa stranezza √® proprio ricercata e fa parte di quel formalismo di cui sopra: parlare in terza persona rende la comunicazione estremamente distaccata e oggettiva, come se lo scrivente non fosse direttamente interessato al contenuto della comunicazione, sebbene abbia dichiarato di esserne responsabile con il rimando alla firma. In questo contesto, che √® ovviamente simbolico e non deve dar conto solamente delle esigenze comunicative, continuano ad avere piena cittadinanza forme obsolete nella lingua comune, come i pronomi¬†egli¬†e¬†ella,¬†costui¬†e¬†costei,¬†codesto¬†e¬†codesta.¬†
L’innaturalezza della costruzione in terza persona, in un’epoca in cui il formalismo nella comunicazione √® quasi sparito in tutti i campi, ha reso insopportabile la formula¬†il sottoscritto¬†/¬†la sottoscritta; gli scriventi hanno, cos√¨, deformato appena la formula ottenendo quella che sembrava la soluzione pi√Ļ semplice:¬†Io sottoscritto¬†/¬†Io sottoscritta. Con questo cambiamento minimo, la terza persona diviene prima persona:¬†Io sottoscritto Fabio Ruggiano dichiaro…¬†Inutile dire, per√≤, che il formalismo in questo modo si perde, mentre si mantiene solamente la superficie di una formula a questo punto davvero stantia e grammaticalmente discutibile:¬†Io sottoscritto Fabio Ruggiano dichiaro, infatti, corrisponde a ‘Io Fabio Ruggiano che sono scritto sotto dichiaro’ (senza virgole). Dal punto di vista grammaticale, quindi, la costruzione √® sciatta, dal punto di vista logico √® ridondante: non c’√® motivo, infatti, di rimandare alla firma se si sta gi√† dichiarando la propria responsabilit√† parlando in prima persona. A questo punto, tanto vale eliminare¬†sottoscritto¬†e mantenere l’essenziale, facendo una scelta di vera semplificazione:¬†Io, Fabio Ruggiano, dichiaro…
In astratto, oggi le varianti Il sottoscritto / La sottoscritta e Io sottoscritto / Io sottoscritta sono ugualmente accettabili; la scelta tra le due è una questione di stile, nella quale potrebbero (o no) avere un peso le osservazioni fatte sopra. La variante Io, + nome, (la virgola fa parte della formula) è chiaramente la meno formale ed è attualmente la scelta meno scontata (ma a mio parere perfettamente legittima).
Per quanto riguarda le formule di commiato, infine, tutte le varianti da lei presentate sono valide, ma sono da posizionare in una scala di formalit√†. Dalla pi√Ļ alla meno formale troviamo:¬†

Grazie per l’attenzione che vogliate/voglia dedicarmi.
Grazie per l’attenzione che vorrete/vorr√† dedicarmi.
Grazie per l’attenzione che mi dedicherete/dedicher√†.
Grazie per l’attenzione che mi √® stata dedicata.
Grazie per l’attenzione che mi avete/ha dedicata.

Nell’ultima si consideri anche la possibilit√† di non concordare il participio passato (che mi avete¬†/¬†ha dedicato). Su questo punto rimando alle tante risposte dell’archivio di DICO che se ne sono occupate.
Riguardo alla prima, sottolineo che in questa forma suona un po’ innaturale, perch√© la proposizione ipotetica (o in questo caso relativa con sfumatura ipotetica) al congiuntivo presente √® rara: al presente si usa quasi sempre l’indicativo. Non la scarterei, per√≤, ma la renderei o ancora pi√Ļ formale, aggiungendo il pronome soggetto (Grazie per l’attenzione che voi vogliate¬†/¬†lei voglia dedicarmi), in modo da allontanarla totalmente dalla lingua comune e configurarla come un’espressione del tutto formalizzata; o pi√Ļ comune, con il congiuntivo imperfetto:¬†Grazie per l’attenzione che voleste¬†/¬†volesse dedicarmi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Leggevo in un giornale: “√® anni che il marito la tradisce”.¬†E’ accettabile, oppure √® corretto scrivere solamente: “sono anni che il marito…”

 

RISPOSTA:

Il costrutto da Lei segnalato ‚Äú√® anni che‚ÄĚ √® detto, in linguistica,¬†frase scissa, ed √® molto frequente (almeno a partire dal Settecento) e molto studiato. Serve a dare maggiore rilievo, a mettere in evidenza, a focalizzare, la parte dell‚Äôenunciato subito dopo il verbo¬†essere. Bench√© si possa trovare in ogni tipo di lingua, √® chiaro che, al pari degli altri costrutti di sintassi marcata, la frase scissa sia pi√Ļ frequente, e appropriata, in quei tipi di testo in cui sale l‚Äôesigenza di coinvolgere l‚Äôattenzione dell‚Äôinterlocutore, o anche in quelli in cui √® necessario ripristinare la coesione riagganciandosi a quanto gi√† detto. Pertanto, il regno delle frasi scisse saranno, per esempio, i testi giornalistici e anche alcuni tipi di testo pi√Ļ informali, pi√Ļ vicini alla mimesi del parlato. Ma, a differenza di altri costrutti marcati (come le dislocazioni a destra o gli anacoluti), le frasi scisse si trovano anche in testi letterari e molto formali, proprio come tecnica di coesione e di focalizzazione. Proprio perch√© il verbo¬†essere¬†e il¬†che¬†sono, per dir cos√¨, abbastanza desemantizzati e grammaticalizzati, cio√® utili al fenomeno della focalizzazione (si tratta infatti di un¬†che¬†pseudorealtivo, e non relativo puro, come dimostra l‚Äôimpossibile sostituzione con¬†il quale), non √® infrequente, nell‚Äôitaliano di ieri e di oggi, incontrare l‚Äôaccordo di¬†√®¬†singolare con un soggetto plurale, perch√©, come ripeto, il verbo serve qui a introdurre qualcosa da focalizzare (focus), indipendentemente dal suo ruolo sintattico. Per es., nelle quattrocentesche lettere di Alessandra Macinghi Strozzi (nel CD della Biblioteca italiana Zanichelli) leggo: ‚Äúma egli √® anni che tu cominciasti a fare delle cose non ben fatte‚ÄĚ. √ą chiaro che la forma senza accordo (‚Äú√® anni che‚ÄĚ) sia da intendersi come la soluzione meno formale, meno adatta a un testo scritto ufficiale, ma comunque possibile e non scorretta¬†tout court.
Ci√≤ detto, possiamo provare a istituire una sorta di scala di formalit√†, dal pi√Ļ al meno formale, per esprimere un concetto analogo:
1. il marito la tradisce da anni
2. sono anni che il marito la tradisce
3. √® anni (o anche ‚Äú√® da anni‚ÄĚ) che il marito la tradisce.
Aggiungo in coda che recentemente m‚Äô√® capitato di studiare un fenomeno analogo, sempre sul terreno del labile accordo nelle frasi scisse. Il verso, splendido, √® nella conclusione del Falstaff di Verdi/Boito: ‚ÄúSon io che vi fa scaltri‚ÄĚ. In questo caso ci si aspetterebbe l‚Äôaccordo ‚Äúfaccio‚ÄĚ, ma proprio la natura della focalizzazione pseudorelativa consente di considerare quel¬†che¬†come una ripresa neutra, svincolata da quanto riprende. In verit√†, il discorso sarebbe ben pi√Ļ complesso, ma questa √® un‚Äôaltra storia.
 
Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si pu√≤ usare il ‚Äúperch√©‚ÄĚ in una frase a s√© per non fare una domanda, ma per affermare?¬†
Es.: ‚ÄúDomani¬†non andremo al mare. Perch√© non ho voglia‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

S√¨, si pu√≤ usare. Sicuramente il punto che separa una subordinata dalla reggente √® la soluzione meno formale, e pi√Ļ espressiva, adatta per esempio a un articolo giornalistico piuttosto che a un saggio critico, nel quale si opta di solito per una maggiore coesione sintattica. Questo in linea di massima. Per essere pi√Ļ specifici, la subordinata causale √® solitamente tra quelle pi√Ļ solidali con la reggente, cio√® il cui significato (la causa, la conseguenza di qualcosa, appunto) pi√Ļ delimita il significato della reggente, e per questo motivo si tende a non separare con una virgola la causa dall‚Äôeffetto. Tuttavia subentra talora l‚Äôesigenza di dare pari valore sia alla causa sia all‚Äôeffetto, e in casi simili il punto aiuta proprio a non mettere in secondo piano, in ombra, la causa rispetto all‚Äôeffetto. Pare proprio questo il senso dell‚Äôenunciato da Lei riportato, nel quale il non aver voglia ha pari importanza, se non addirittura superiore, rispetto al non andare la mare. Lo stesso enunciato senza la virgola conferirebbe meno valore al non avere voglia: ‚ÄúDomani non andremo al mare perch√© non ho voglia‚ÄĚ, in cui la prima parte del periodo ha decisamente pi√Ļ importanza della seconda.
A queste ragioni si aggiunga che talora il¬†perch√©¬†causale ha in italiano non tanto il valore della causa in s√© (cosiddetta¬†causa de re), quanto della causa del dire o pensare una determinata cosa (cosiddetta¬†causa de dicto). Questo secondo valore del¬†perch√©¬†(causa de dicto), usualmente pi√Ļ comune nel parlato che nello scritto, o nello stile colloquiale piuttosto che in quello formale, √® preferibilmente separato da un punto rispetto alla reggente. L‚Äôesempio classico del¬†perch√© de dicto¬†√® il seguente: ‚ÄúPiove. Perch√© prendo l‚Äôombrello‚ÄĚ. La causale ‚Äúperch√© prendo l‚Äôombrello‚ÄĚ non √® la causa del piovere (semmai ne √® l‚Äôeffetto), bens√¨ del mio dire, o ipotizzare, che piove.
 
Fabio Rossi

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QUESITO:

Il mio dubbio riguarda le forme di saluto nello scritto. Si può chiudere una lettera informale con Cordiali saluti? Oppure iniziare una elaborato con Salve? Nel ringraziare, sempre a livello informale, è possibile usare la forma Grazie mille? 

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa rimando a questa risposta¬† dell’archivio di DICO, data qualche tempo fa, ma sempre valida, dal prof. Rossi a un altro utente riguardo alle formule da usare nelle e-mail.¬†Potrebbe anche trovare utile questa nota, sempre del prof. Rossi, pubblicata in DICO, nella rubrica¬†Lo sapevate che? ciao-arrivederci-e-salve-non-sono-del-tutto-intercambiabili/.
Infine, per quanto riguarda¬†grazie mille, va benissimo in una lettera, o¬†e-mail, informale di ringraziamento.¬†L’informalit√† dipende dalla posposizione dell’aggettivo, che lo rende pi√Ļ enfatico, e dall’iperbolicit√† di¬†mille; la variante pi√Ļ formale, non a caso, √®¬†molte grazie.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Gentile staff DICO,

nonostante la mia lunga esperienza nel mondo accademico, ho sempre avuto alcuni dubbi su come si debba scrivere correttamente una e-mail. Nel mio caso, diretta ai professori universitari, ai quali rivolgo richieste molto comuni (ad esempio fissare una appuntamento nelle loro ore di ricevimento oppure avere chiarimenti in merito a seminari, convegni ecc.). Purtroppo non ho mai trovato una fonte ufficiale (come testi), che mi abbiano fornito le indicazioni, a parte qualcuna.

Vi ringrazio previamente per la Vostra cortesia.
Cordiali saluti.

 

RISPOSTA:

Cominciamo col dire che la sua e-mail¬†√® scritta benissimo, e dunque potrebbe ben essere proposta a modello di stesura. Con un’unica omissione: non ha scritto il suo nome e cognome alla fine del messaggio, come invece sarebbe buona norma fare sempre.
Per il resto, sarebbe necessario distinguere sempre tra l’ambito informale (nel quale non vi sono regole particolari da seguire, se non quelle generali dell’italiano) e quello formale, come quello da lei suggerito: vale a dire una¬†e-mail¬†di lavoro, per es. a professori. In quest’ultimo caso, la posta elettronica non differisce molto dalle vecchie lettere cartacee: si inizia con il rivolgersi al proprio destinatario, con i titoli del caso:¬†Gentile,¬†Chiar.mo¬†ecc.
Dopo un a capo, meglio ancora se con un rigo bianco, segue il testo della lettera, che si deve concludere con i saluti e con la firma (nome e cognome).
Si pu√≤ omettere la data, che √®, nella posta elettronica, inserita automaticamente dal sistema. Il soggetto o oggetto (l’argomento) non occorre specificarlo nel corpo del messaggio, visto che c’√® l’apposito campo¬†Oggetto¬†nei sistemi di posta elettronica.
Se la¬†e-mail¬†√® molto formale, si pu√≤ anche (non √® indispensabile) optare per la maiuscola di cortesia, da utilizzare tutte le volte che ci si rivolge al destinatario:¬†Lei,¬†Suo,¬†Vostra¬†ecc., esattamente come fa lei (io, invece, in questo caso opto per la forma pi√Ļ confidenziale, con l’iniziale minuscola), nella sua (bella)¬†e-mail. L’importante √® la coerenza: in un medesimo messaggio, o l’iniziale maiuscola di cortesia si scrive sempre, o mai, non qualche volta s√¨ e qualche volta no, altrimenti si d√† l’impressione di trascuratezza e disordine e di essere scriventi inesperti.
Poche, elementari regole, che possono essere reperite, per es., nei manuali di scrittura correnti. Recentemente, l’Accademia della Crusca sta vendendo, tutti i venerd√¨, insieme con¬†la Repubblica, dei volumetti sull’italiano. La terza uscita era dedicata proprio alla scrittura¬†online, con qualche indicazione anche sulla posta elettronica.
Mi permetto di suggerirle, tra i numerosi manuali di scrittura dell’italiano, il seguente: Fabio Rossi e Fabio Ruggiano,¬†Scrivere in italiano. Dalla pratica alla teoria, Roma, Carocci, 2013.
Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi chiedo se i termini utilizzati ormai universalmente dai ragazzi italiani negli SMS o nelle chat (ad esempio xke in luogo di perché) possano essere ritenuti italiano o no. 

 

RISPOSTA:

Le abbreviazioni come quelle usate negli SMS non sono esattamente delle parole nuove, ma sono degli adattamenti di parole gi√† presenti nel sistema della lingua ad un tipo di comunicazione molto veloce. Questi adattamenti sono utili quando il messaggio deve essere scritto in breve tempo e risparmiando spazio, come, appunto, negli SMS. Nella storia della comunicazione, pi√Ļ volte la lingua √® stata sottoposta a simili adattamenti al mezzo, ad esempio nelle iscrizioni murarie latine (tanto per fare un esempio: “LEG AVG PR PR” significa ‘Legatus Augusti pro praetore’), nei telegrammi, nella stenografia.¬†
Simili usi devono, però, essere limitati Рe questa è una regola generale che riguarda tutte le scelte linguistiche Рai contesti nei quali sono funzionali. Le abbreviazioni, cioè, sono accettabili (sebbene non obbligatorie: il gusto personale è sempre esercitabile) negli SMS e nelle chat, meno in altri tipi di messaggi, come le e-mail, per niente in scritti dalla struttura distesa (i compiti in classe di italiano, per esempio). E non è solamente il tipo di testo che ammette o esclude queste abbreviazioni, ma anche il livello di formalità atteso per la comunicazione in corso: un SMS ad un amico è diverso rispetto ad uno ad un professore, o ad un superiore con cui non si ha confidenza.
In conclusione, le abbreviazioni, come altre “licenze” diffuse negli SMS, sono paragonabili alla scrittura di getto, utile quando si compila la lista della spesa, ma inadatta a contesti di comunicazione mediamente formali o anche solamente non confidenziali.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il mio dubbio √© sorto nel momento in cui una persona di¬†lingua inglese, da pochi anni in Italia, mi chiese il perch√© usassimo dire: “Veniamo¬†tutti a casa tua” invece di “Andiamo tutti a casa tua”. Essendo il verbo¬†venire¬†intransitivo, non sono riuscita a spiegare la differenza tra¬†venire,¬†andare¬†e¬†raggiungere¬†nel modo pi√Ļ semplice possibile.

 

RISPOSTA:

Il problema sorge nel confronto tra l’italiano e l’inglese. Italiano e inglese concordano sull’uso di andare e venire in frasi come: “Vado a casa di Luca” ( “I’m going to Luca’s”) e “Vengo con te” ( “I’m coming with you”). Nel caso di: “Vengo con te a casa di Luca”, invece, l’inglese preferisce dire: “I’m going with you to Luca’s”, usando to go, ovvero ‘andare’. Non si pu√≤ dire che l’uso di una delle due lingue sia scorretto; piuttosto, diciamo che in italiano venire non significa solamente ‘andare nel luogo dove si trova la persona con cui si parla (“Vengo da te”) o la persona che parla (“Luca viene da me”)’, ma anche ‘andare in un luogo insieme alla persona con cui si parla’ (“Vengo con te da Luca”) o insieme alla persona che parla (“Luca viene con me da Andrea”).

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Scritto-parlato-mediato
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