Tutte le domande

Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho una domanda riguardante la seguente frase, tratta da The Game di Alessandro Baricco:

L’istinto era quello di fermarli. Il pregiudizio, diffuso, quello che fossero dei distruttori punto e basta.

Nella frase,¬†quello che fossero equivale a (l’istinto) era che fossero (l’uso del congiuntivo imperfetto √® stilistico e non √® semantico). La mia confusione riguarda il fatto che in quello che il che √® un pronome relativo, mentre nella mia versione della frase il che √® una congiunzione. Nella frase originale perch√©¬†che √® un pronome relativo?¬†Non riesco a sostituirlo con il quale. A che cosa si referisce quello? Potrebbe farmi un altro esempio in cui quello che viene usato come nella frase di Baricco?

 

RISPOSTA:

Nella frase originale, quello serve a ripetere il sintagma l’istinto. Questa ripetizione √® possibile (anche se appesantisce la sintassi) e pu√≤ servire a far risaltare il sintagma ripreso. Essa, per√≤, non √® necessaria e non cambia la natura della proposizione introdotta da che; il che, infatti,¬†non si riferisce a¬†quello (infatti non pu√≤ essere sostituito da¬†il quale), ma √® una congiunzione, proprio come nella versione modificata. La proposizione introdotta da¬†che √® una completiva: nella variante con quello √® una dichiarativa; nella variante senza quello viene considerata soggettiva, anche se sostituisce una parte nominale (per un approfondimento si veda questa risposta). Frasi come quella da lei citata potrebbero essere “La paura era quella di non riuscire a vincere”; “La paura era quella che la mia squadra non avrebbe vinto”.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

Ho un quesito forse un po’ singolare suscitato dall’aver letto da qualche parte che Francis Scott Fitzgerald avesse dei problemi con l’ortografia. Volevo sapere: è davvero possibile? Inoltre, qual è il rapporto dei grandi scrittori con la grammatica? Ogni grande autore, o quasi, è un grammatico? Si trovano imperfezioni nei libri dei grandi autori o si sono trovati nei loro manoscritti? Se ne parla poco ma io lo reputo un discorso molto interessante.

 

RISPOSTA:

Non √® questa la sede per discutere dell’ortografia di Francis Scott Fitzgerald; non √®, per√≤, inconcepibile che uno scrittore stenti ad adattarsi alle regole della grammatica. Gli scrittori non sono grammatici; piuttosto √® la grammatica che trova la conferma delle sue regole negli scrittori. Sul versante della lingua, infatti, gli scrittori svolgono almeno tre ruoli: ne sono utilizzatori privilegiati, tanto da riuscire a costruire con essa interi mondi; sono fonti autorevoli delle sue forme allo stato attuale; sono innovatori, ovvero promotori del cambiamento di quello stesso stato. A seconda della personalit√† e della formazione del singolo scrittore, il peso di un ruolo pu√≤ essere predominante sugli altri. In italiano ci sono stati, addirittura, scrittori scarsamente alfabetizzati, come Vincenzo Rabito, autore di¬†Terramatta; ovviamente scrittori di questo tipo svolgono soltanto il ruolo di costruttori di mondi di parole, e non possono essere presi a modello n√© per la lingua attuale, n√© per la lingua del futuro.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

Gradasso può essere considerato un sinonimo di spavaldo, visto che entrambi hanno come sinonimo spaccone?

 

RISPOSTA:

In una lingua difficilmente esistono sinonimi perfetti: a ben vedere, tra le parole c‚Äô√® sempre una differenza anche solo sfumata di significato. Nella terna spaccone, spavaldo, gradasso il primo nome ha un significato vicino a quello degli altri due, perch√© condivide con essi il tratto della vanteria eccessiva; in spavaldo, per√≤, √® pi√Ļ forte che negli altri due il tratto dell‚Äôesibizione del coraggio di fronte agli altri.

Tra spaccone e gradasso, invece, la differenza sta nella maggiore arroganza del gradasso rispetto allo spaccone, che risulta pi√Ļ legato all‚Äôesibizione di qualit√† non necessariamente possedute.

Le differenze si notano maggiormente se ricostruiamo le etimologie delle tre parole. Nell‚Äôetimologia di spavaldo, probabilmente dal latino pavor ‚Äėpaura‚Äô + il prefisso s-¬†e il suffisso germanico -aldo, si nota gi√† un riferimento alla mancanza di paura connotato per√≤ negativamente dal suffisso –aldo (come nella parola ribaldo). Il sostantivo gradasso, che caratterizza in negativo una persona che si vanta in modo eccessivo delle proprie qualit√† inesistenti, √® un‚Äôantonomasia formata sul nome del guerriero saraceno Gradasso, un personaggio dell‚ÄôOrlando innamorato e dell‚ÄôOrlando Furioso descritto come impulsivo e arrogante. Spaccone √® un sostantivo derivato dal verbo spaccare pi√Ļ il suffisso accrescitivo –one. A differenza del gradasso, dietro il quale si nasconde un tipo di carattere ben definito, lo spaccone √® colui che, iperbolicamente, vanta la forza di spaccare il mondo (senza per√≤ riuscirci).

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
1
0

QUESITO:

Traggo questa frase dall’esordio di Sosia di Dostoevskij.

‚ÄúCome se non fosse ancora pienamente certo di essersi gi√† svegliato o di non stare ancora dormendo.‚ÄĚ

Non mi √® sembrato molto chiaro il significato della frase (non stare ancora dormendo vuol dire ‚Äėessere sveglio‚Äô, quindi non avrebbe senso). Presuppongo dunque che quel non¬†non abbia valore e la frase corrisponda a: ‚ÄúCome se non fosse certo di essersi gi√† svegliato o come se non fosse certo di stare ancora dormendo‚ÄĚ, ma vorrei sapere se questo uso di offrire un‚Äôalternativa che √® quasi una supposizione sia corretto.

Un‚Äôaltra edizione dello stesso romanzo: ‚ÄúCome una persona che non √® ancora pienamente sicura se sia desta o se dorma tuttora.‚ÄĚ

In questo caso il significato mi √® sembrato subito chiaro, ma non credo che la frase sia corretta, avendo lo stesso soggetto in forma esplicita. Vorrei capire quale delle due √® la pi√Ļ corretta. Da qui √® scaturita tutta una serie di dubbi:

‚ÄúTi giuro che sto piangendo / di stare ancora piangendo‚ÄĚ?

‚ÄúMi rinfacciavi di stare male / che stavo male‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Riguardo al dubbio sul valore di non, effettivamente qui l’avverbio deve avere valore espletivo (sul quale può leggere questa risposta dell’archivio di DICO: https://dico.unime.it/ufaq/non-proprio-una-negazione/), altrimenti la frase ripeterebbe due volte lo stesso concetto con parole diverse (non era certo di essere sveglio o di essere sveglio). Il non espletivo è una forma legittima e tutto sommato la logica consente di attribuirgli il valore corretto; in un contesto letterario, del resto, la precisione descrittiva e l’assenza di ambiguità non sono necessariamente obiettivi ricercati dall’emittente.

La costruzione implicita della subordinata oggettiva che condivide il soggetto della reggente non √® quasi mai obbligatoria, ma √® una scelta stilistica. L‚Äôobbligo scatta quando nella reggente c‚Äô√® un verbo di comando o consiglio e il soggetto della completiva √® la persona comandata (‚ÄúTi ordino di venire‚ÄĚ). Nel suo primo esempio, la variante implicita (di stare ancora piangendo) √® chiaramente una scelta formale, che risulterebbe inconsueta in un contesto colloquiale. Nel secondo esempio, addirittura, la variante implicita non segnala automaticamente l‚Äôidentit√† di soggetto, perch√© l‚Äôidentit√† confligge con la logica dell‚Äôintera frase (rinfacciare a qualcuno il proprio malessere √® possibile soltanto all‚Äôinterno di un contesto che deve essere chiarito); la costruzione, quindi, √® pi√Ļ facilmente interpretata come se il soggetto della completiva fosse l‚Äôoggetto del verbo della reggente, ovvero come se fosse esplicita (assimilando, un po‚Äô forzatamente, rinfacciare¬†ai verbi di comando o consiglio).

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vi chiedo di propormi la vostra analisi del periodo di questo breve testo.

“Carlo gli aveva detto che, nell’ora in cui la nave doveva salpare, sarebbe salito sull’abbaino della soffitta per guardare, nella sera che si spegneva, in direzione di Trieste, l√† dove lui, Enrico, partiva, quasi i suoi occhi potessero frugare nei buio e salvare le cose dall’oscurit√†, lui che aveva insegnato che filosofia, amore della sapienza indivisa, vuol dire vedere le cose lontane come fossero vicine, abolire la brama di afferrarle, perch√© esse semplicemente sono, nella grande quiete dell’essere” (Claudio Magris, Un altro mare).

 

RISPOSTA:

Di seguito l’analisi del periodo; in coda si forniranno alcune note.

Carlo gli aveva detto, lui = principale

che, nell’ora sarebbe salito sull’abbaino della soffitta = sub. oggettiva di I grado;

in cui la nave doveva salpare, = sub. relativa di II grado;

per guardare, nella sera in direzione di Trieste, là = sub. finale di II grado;

che si spegneva, = sub. relativa di III grado;

dove lui, Enrico, partiva, = sub. relativa di III grado;

quasi i suoi occhi potessero frugare nel buio = sub. comparativa ipotetica di III grado;

e salvare le cose dall’oscurit√† = coord. alla sub. comparativa ipotetica di III grado;

che aveva insegnato = sub. relativa di I grado;

che filosofia, amore della sapienza indivisa, vuol dire = sub. oggettiva di II grado;

vedere le cose lontane = sub. oggettiva di III grado;

come fossero vicine, = sub. comparativa ipotetica di IV grado;

abolire la brama = coord. alla sub. oggettiva di III grado;

di afferrarle, = sub. dichiarativa di IV grado;

perch√© esse semplicemente sono, nella grande quiete dell’essere = sub. causale di V grado.

 

La proposizione principale nel testo è divisa in due parti, che si trovano a grande distanza l’una dall’altra; la prima parte (Carlo gli aveva detto) è continuata da una serie di subordinate contenenti descrizioni di luoghi e azioni, la seconda (il pronome lui) prolunga a distanza la principale per aggiungere alla frase un’informazione astratta (nella quale, però, si rispecchia il soggetto). Il sintagma complesso in direzione di Trieste, là è quasi certamente aggiunto al verbo guardare, ma non è escluso che ruoti intorno al verbo spegnere. Se si segue questa seconda interpretazione l’analisi di quella parte diventa:

per guardare, nella sera = sub. finale di II grado;

che si spegneva, in direzione di Trieste, là = sub. relativa di III grado.

Ancora, la relativa dove lui, Enrico, partiva può essere interpretata come dipendente da quest’ultima proposizione, per cui avremmo:

dove lui, Enrico, partiva, = sub. relativa di IV grado.

In questo caso guardare cambia valenza e significato; non √® pi√Ļ bivalente con il significato di ‚Äėosservare un oggetto o un processo‚Äô, ma monovalente con il significato di ‚Äėsoffermarsi a contemplare‚Äô.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

In un discorso racconto o poesia,  passare dalla forma impersonale alla seconda persona singolare è corretto?

 

RISPOSTA:

In linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, sarebbe bene evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se si decide di rivolgersi sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, sarebbe bene continuare a evitare il Tu/Lei/Voi. Certo, quanto pi√Ļ il testo √® lungo, tanto pi√Ļ √® difficile mantenere il controllo della persona, cio√® dei pronomi da usare per rivolgersi al lettore/destinatario/narratario. Anche in un discorso orale, tanto pi√Ļ se formale, sarebbe auspicabile la coerenza negli usi del Tu/Lei/Voi, oppure delle forme impersonali, usando o sempre gli uni (Tu, Lei o Voi) o sempre le altre (le forme impersonali). La scelta meno marcata, cio√® buona un po‚Äô per tutte le occasioni, √® quella dell‚Äôimpersonalit√†, mentre la scelta del Tu/Lei/Voi, pure praticata spesso nel parlato e in poesia (da cui per√≤ di solito il Lei √® bandito), √® decisamente pi√Ļ insolita nella narrativa e nella saggistica. Nei testi poetici, poi, la libert√† (e quindi anche la possibile alternanza tra Tu/Voi e forme impersonali) √® ancora maggiore, per cui √® davvero complicato individuare delle norme o anche soltanto delle linee guida su questo argomento. Per fare un esempio pratico, tutta questa risposta √® scritta in forma impersonale. Si sarebbe potuto scriverla anche tutta dando del Tu o del Lei al lettore (non del Voi perch√© qui sto rispondendo a un lettore o a una lettrice specifico/a, non a un gruppo indistinto di lettori/lettrici), ma sarebbe stato strano alternare le due forme, come per esempio cos√¨:

¬ęIn linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, faresti bene a evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se decidi di rivolgerti sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, continua a evitare il Tu/Lei/Voi¬Ľ ecc. ecc.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
2
0

QUESITO:

Premetto che sono un cantautore e si tratta di una frase di un nuovo testo di una canzone. Non riesco a capire se √® corretta o meno, ho chiesto anche a mia moglie diplomata al liceo classico e laureata in lingue…

La frase √® la seguente: ¬ęDirei, anche una frase ti direi se la ricorderai¬Ľ.

Per questioni di metrica deve essere cos√¨, il dubbio √® se grammaticalmente devo usare necessariamente ¬ęse la ricordassi¬Ľ. Il significato non vuole essere retorico, ovvero non voglio dire che non ti dico una frase perch√© poi non te la ricordi ma √® quasi interrogativa, ovvero se tu mi prometti, o mi dici che la ricorderai allora quasi quasi ti direi anche una frase…

 

RISPOSTA:

Il verso va benissimo, √® corretto e anche efficace: l‚Äôindicativo nel periodo ipotetico √® sempre possibile, ancorch√© meno formale del congiuntivo. Inoltre, in questo caso, oltre ai motivi metrico-poetici (gi√† validissimi di per s√©, in una canzone), c‚Äô√® anche una ragione semantico-pragmatica, cio√® la (quasi) certezza, la garanzia, del ricordo: devi proprio promettermi ¬ęme la ricorder√≤¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Lingua letteraria, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
0
0
Categorie: Morfologia

QUESITO:

Il mio dubbio riguarda il verbo riapparire alla terza persona singolare del passato remoto.
Infatti, in luogo dei correntemente usati¬†riapparve/riapparse, vorrei poter usare anche¬†riappar√¨, che in certi casi mi suona pi√Ļ gradevole. Sarebbe un errore oppure √® ammissibile?

 

RISPOSTA:

Decisamente troppo desueto, letterario, al punto da risultare errato, se usato fuori contesto (cioè fuor di letteratura volutamente arcaizzante).
Delle tre forme di passato remoto di¬†apparire¬†l’unica comune, e dunque l’unica consigliabile, √®¬†apparve, come suggerisce lo Zingarelli, mentre¬†appar√¨¬†√® marcato come letterario e¬†apparse¬†come raro.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

Ma è vero che i verbi come: benedivo e maledivo non sono corretti, anche se usati molto nel modo di parlare? La forma corretta sarebbe benedicevo, maledicevo … ecc..

 

RISPOSTA:

Sì, è vero, essendo composti del verbo dire vanno coniugati come quello.
Anche se vi sono esempi letterari (ma non pi√Ļ ammessi nell’italiano odierno) di quelle forme, il pi√Ļ illustre dei quali √® il celeberrimo verso del¬†Rigoletto¬†verdiano “Quel vecchio maledivami”.
Naturalmente, essendo la forma semplificata e analogica (ferire, ferivo = maledire, maledivo) molto comune nel parlato (e nello scritto semicolto) oggi, non escludo che in un prossimo futuro esse possano essere accettate nell’italiano di tutti i registri, ma finch√© questo non accadr√†, cio√® finch√© i parlanti colti continueranno a considerarle scorrette, esse oggi sono parte dell’italiano popolare (o substandard), ma non dello standard.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

Quale delle due preposizioni bisogna usare nelle frase¬†seguente: “Non √® nato con un cuore da / di leone”?

 

RISPOSTA:

La forma pi√Ļ comune dell’espressione idiomatica √®¬†cuor di leone¬†(si ricordi la famosa descrizione di don Abbondio nel primo capitolo dei¬†Promessi sposi: “Don Abbondio (il lettore se n’√® gi√† avveduto) non era nato con un cuor di leone”,¬†o, al massimo¬†cuore di leone. La variante¬†cuore da leone¬†esiste (ne ho trovato qualche attestazione gi√† nel Seicento) e non si pu√≤ dire che sia scorretta: √®, per√≤, molto pi√Ļ rara dell’altra. Rarissima, infine, √®¬†cuor da leone.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua letteraria
Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

Esiste un equivalente italiano del proverbio latino sub pondere crescit palma?

 

RISPOSTA:

Il proverbio latino, pi√Ļ comune nella forma¬†palma sub pondere crescit, pu√≤ essere¬†tradotto ‘la palma cresce sotto il suo peso’ o ‘la palma cresce sotto il peso’. Descrive metaforicamente l’idea che le difficolt√† della vita rendono pi√Ļ forti.
In italiano molti proverbi o frasi celebri latine sono mantenuti e usati in originale, come parte del patrimonio culturale:¬†ad impossibilia nemo tenetur,¬†beati monoculi in terra caecorum,¬†carpe diem,¬†est modus in rebus,¬†risus abundat in ore stultorum¬†e decine di altri; potremmo dire, quindi, che le frasi latine non hanno quasi mai bisogno di un equivalente in italiano. Ironicamente, un equivalente di questa frase potrebbe essere quest’altra, ugualmente latina, che per√≤ circola anche in traduzione:¬†ignis aurum probat, miseria fortes viros¬†‘il fuoco prova l’oro, la sventura gli uomini forti’. L’originale proviene dal¬†De Providentia¬†di Seneca (V, 10).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0
Categorie: Semantica, Sintassi

‚ÄčQUESITO:

Vorrei approfondire il capitolo della particella¬†si, gi√†¬†analizzata di recente da voi linguisti in uno degli esempi contenuti nell’articolo¬†numero 2800208. L‚Äôutente ha espresso dubbi molto simili ai miei, che non mi sono mai¬†stancato di consultare le varie grammatiche disponibili sul mercato per provare a¬†comporre un quadro organico di regole.
Ho letto che “con un verbo intransitivo o transitivo senza oggetto espresso, il¬†si¬†non¬†ha valore passivante ma impersonale”; su un’altra grammatica, a proposito del¬†passivante, si legge “la regola vale anche quando il verbo, all’infinito, √® preceduto¬†da verbi servili o fraseologici. Se per√≤ la frase si complica, √® naturale considerare¬†quel¬†si¬†come un soggetto impersonale, equivalente a noi”; infine “con il¬†si¬†passivo il
soggetto logico √® sempre umano e plurale, mentre nella costruzione passiva non ci sono¬†restrizioni sul tipo di soggetto logico”.
Sono un appassionato di lingua italiana ma non un professore di lettere; ho quindi raccolto le idee e sono arrivato a formulare questi costrutti, su cui vi sarei grato se interveniste:
“Non si mangiano le mele” (corretto, passivante)
“Non si mangia le mele” (corretto, impersonale)
“Sono soldi che non si riescono a spendere” (corretto, passivante)
“Sono soldi che non si riesce a spendere” (corretto, impersonale)
“Si devono a controllare i bambini” (corretto?)
“Non si potevano pi√Ļ guardare i film” (corretto?)
“Si riuscirebbe a vedere distintamente tutti i singoli effetti delle vostre scelte”¬†(stando alle regole, il¬†si¬†impersonale √® doveroso, perch√©¬†gli effetti¬†sono¬†formalmente distanti dal verbo; ma adottare il passivante sarebbe comunque possibile?).
Mi aggancio in parte all’utente che mi ha preceduto nella presentazione del quesito e¬†vi chiedo se l‚Äôuso impersonale √® sempre attuabile oppure ci sono determinati casi che¬†lo inibiscono. Non per scegliere la strada comoda, ma con l‚Äôuso impersonale saremmo¬†certi di non sbagliare mai? Potrei ad esempio scegliere di scrivere o dire “Non si¬†spende pi√Ļ soldi” anzich√© “Non si spendono pi√Ļ soldi”, “Sono libri che non si legge¬†pi√Ļ” anzich√© “Sono libri che non si leggono pi√Ļ”?
Cosa significa, all’atto pratico, che il “soggetto logico √® sempre umano e plurale”?¬†Se fosse inanimato e singolare, la costruzione con il¬†si¬†passivante non potrebbe¬†essere ottenuta?

 

RISPOSTA:

Come sintetizzato da una delle grammatiche da lei citata, il¬†si¬†ha funzione impersonale solamente con i verbi intransitivi e con i transitivi senza oggetto espresso (che, quindi, si comportano come gli intransitivi): “Di solito il giorno di Natale si va a pranzo dai parenti”; “Non si parcheggia in seconda fila” (si noti, a margine, che il costrutto impersonale assume quasi sempre una sfumatura di obbligo, o¬†deontica). Negli altri casi, cio√® con i verbi transitivi con l’oggetto espresso, il¬†si¬†assume funzione passivante, trasformando l’oggetto grammaticale in soggetto logico: “Si mangia la mela” = “La mela √® mangiata”; “Si mangiano le mele” = “Le mele sono mangiate”.
Le frasi “Si mangia le mele” e “Sono libri che non si legge¬†pi√Ļ” sono ammissibili soltanto se si sottintende il soggetto¬†noi: “Noi si mangia le mele” e “Sono libri che noi non si legge¬†pi√Ļ”. Questa costruzione √® ben nota alla tradizione letteraria italiana e oggi √® ancora vitale nel parlato toscano; fuori dalla Toscana, per√≤, √® poco comune. Inoltre, se non esplicitiamo il soggetto¬†noi,¬†frasi come “Si mangia le mele” e “Non si legge pi√Ļ libri” possono ingenerare confusione, perch√© coincidono con le forme colloquiali del verbo transitivo con il pronome che indica un particolare coinvolgimento del soggetto nell’azione, come in “Mi sono bevuto una bella birra” (= ‘Mi sono bevuto una bella birra con piena soddisfazione’).
Quando il verbo costruito con¬†si¬†√® seguito da una intera proposizione, detta¬†soggettiva, il¬†si¬†√® considerato impersonale (come se il verbo fosse transitivo senza oggetto). In realt√†, si noter√† che il costrutto equivale a quello passivante: “Si mangia la mela” (ovvero “La mela √® mangiata”) equivale a “Si dice che tu sia un ritardatario” (ovvero “Che tu sia un ritardatario √® detto”). Classificazioni a parte, per√≤, il dettaglio a cui prestare attenzione √® che, in questo caso, il verbo reggente la soggettiva √® sempre singolare, anche quando il soggetto della proposizione soggettiva √® plurale: “Si spera che cadranno molte stelle a Ferragosto”, non *”Si sperano che cadranno molte stelle a Ferragosto”; “Si dice che ieri siano arrivati molti ospiti”, non *”Si dicono che ieri siano arrivati molti ospiti”. Questa regola equivale a quella correttamente intuita da lei a proposito della frase¬†“Si riuscirebbe a vedere distintamente tutti i singoli effetti delle vostre scelte”; dal momento che¬†gli effetti¬†√® il soggetto della proposizione soggettiva, non dovrebbe influire sulla concordanza del verbo reggente l’intera proposizione,¬†si riuscirebbe, che rimane singolare: la costruzione *”Si riuscirebbero a vedere… gli effetti…” √®, pertanto, scorretta.
Tale scorrettezza, per√≤, √®¬†riscontrabile nel discorso poco sorvegliato e, in alcuni casi, passa decisamente inosservata. Tra le¬†due frasi seguenti, ad esempio, si fa fatica a considerare scorretta la prima:¬†“Sono soldi che non si riescono a spendere” /¬†“Sono soldi che non si riesce a spendere”. Pur trovandoci nella medesima situazione della frase precedente (“Si riuscirebbe a vedere…gli effetti”), qui¬†riuscire¬†e¬†spendere i soldi¬†sono talmente solidali da poter quasi essere considerati un unico verbo e indurre a trascurare la regola grammaticale. Come se ci√≤ non bastasse, la costruzione con la proposizione relativa complica ulteriormente la situazione. In questi casi, in astratto la scelta pi√Ļ formale rimane quella di considerare¬†a spendere¬†una proposizione soggettiva retta da¬†si riesce, ma in pratica si pu√≤ considerare valida anche l’eventuale infrazione (non si riescono a spendere). Allo stesso modo si comportano tutti i verbi detti¬†modali, che aggiungono una sfumatura al verbo semanticamente pi√Ļ rilevante e sintatticamente lo reggono; in un caso come il seguente, qualunque parlante propenderebbe per la seconda soluzione, in astratto scorretta, e scarterebbe, al contrario, la prima, in astratto corretta: “I punti dell’ordine del giorno si comincia a trattare dopo le comunicazioni preliminari”;¬†“I punti dell’ordine del giorno si cominciano a trattare dopo le comunicazioni preliminari”.
Ci sono casi, poi, in cui il verbo che tecnicamente regge il complemento oggetto ha un legame ancora pi√Ļ stretto con il verbo che lo regge: i costrutti con i verbi servili (dovere,¬†potere,¬†volere). Uno di questi esempi √® “Si devono controllare i bambini” (non “a controllare”, come ha scritto lei, forse per distrazione). Come si nota, il verbo che regge il complemento oggetto √®¬†controllare, mentre √®¬†dovere¬†che concorda con esso; un altro esempio √® “Non si potevano pi√Ļ guardare i film”.¬†√ą¬†il caso limite di solidariet√† tra verbo reggente e proposizione soggettiva, che impedisce di considerare corrette le costruzioni “Si deve controllare i bambini”, “Non si poteva pi√Ļ guardare i film”.
Queste ultime ridiventano accettabili se consideriamo sottinteso (ma √® molto meglio esplicitarlo) il soggetto¬†noi, secondo la costruzione tradizionalmente letteraria e oggi toscana:¬†“Noi si deve controllare i bambini”, “Noi non si poteva pi√Ļ guardare i film”.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

Vi scrivo per risolvere un dubbio di retorica relativo in particolare a due casi in¬†cui la ripetizione di una parola si carica di un significato diverso tra un’occorrenza¬†e l’altra. Cito dal prologo dell’Aminta, pronunciato da Amore: “questo io so certo¬†almen, che i baci miei / saran sempre pi√Ļ cari a le fanciulle, / se io, che son¬†l’Amor, d’amor m’intendo”; e “e se mia madre, / che si sdegna vedermi errar fra’¬†boschi, / ci√≤ non conosce, √® cieca ella, e non io, / cui cieco a torto il cieco vulgo¬†appella”.
Nel primo caso, la ripetizione di¬†amore, prima come nome proprio, poi come nome comune,¬†oltre alla variazione poliptotica, √® corretto parlare di aequivocatio?¬†Oppure quale altra figura retorica potrebbe descrivere adeguatamente l’artificio? Nel¬†secondo caso invece, in cui si passa dall’uso proprio a quello figurato dell’aggettivo¬†cieco, quale figura viene utilizzata?
Potrebbe essere appropriato parlare di diafora in casi come questi? 

 

RISPOSTA:

I due casi sono riconducibili alla stessa figura, la diafora, ovvero la ripetizione dello stesso termine a breve distanza con un significato diverso. Lo scarto tra il nome proprio e il nome comune ricorda l’uso che della figura fa Manzoni nei¬†Promessi sposi: “La mattina seguente Don Rodrigo si dest√≤ Don Rodrigo”, in cui il secondo¬†Don Rodrigo¬†funge pi√Ļ da sintagma nominale comune che da nome proprio e si interpreta come ‘la solita persona’, ‘la persona che era sempre stata’. Nel secondo caso, il significato dell’aggettivo passa da quello figurato (cieca) a quello¬†proprio (cieco¬†detto di Amore) nuovamente a quello¬†figurato (cieco¬†detto del popolo).
La aequivocatio √® un caso estremo di paronomasia, nel quale due parole omografe sono usate nella stessa frase, ad esempio: “L’uomo √® solito amare le cose amare”, o “Salutare le persone cordialmente √® salutare (‘giovevole alla salute’)”.
‚ÄčFabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua letteraria, Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
0
0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Volevo chiedere se sbaglio omettendo la congiunzione se nel testo della mia poesia che vi riporto qui sotto, oppure se è indifferente:

…√® ricamata col verde, e scintilla
di quelle che all’occhio sembrano gemme
(se) non fosse per la sinfonia di profumi
che orchestrano l’arancio e il limone…

 

RISPOSTA:

L’omissione √® consentita: il congiuntivo preceduto da¬†non¬†veicola sufficientemente il senso dell’eccezione (se non¬†o, qui,¬†se non fosse¬†= ‘tranne che’). L’omissione della congiunzione conferisce al verso una vaghezza che √® stata apprezzata nella lirica tradizionale e oggi √® un tratto di arcaicit√† o aulicit√†:¬†

“E tanto li agradisce il vostro regno /¬†che mai da voi partire non d√©’¬†ello, /¬†non [‘tranne che,¬†a meno che’]¬†fosse¬†da la morte a voi furato” (Bonagiunta Orbicciani,¬†S’eo sono innamorato e duro pene, XIII sec.).

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

Credo che in tutta Italia si dica: ” Anche te” invece di “Anche tu”. Esempi: ” Vai a Parigi? Anche te?” Verrai anche te stasera? ” Ora ti ci metti anche te”.¬†¬†Credo che sia sbagliato l’uso del pronome “te”. Ma a questo punto, in considerazione del fatto che viene utilizzato da tutti, anche in letteratura, che si fa? Cambiamo la grammatica?

 

RISPOSTA:

Ha ragione: esempi come quelli da lei citati, ancorch√© pi√Ļ comuni al Nord e a Roma che al Sud, sono comunque, almeno al livello informale, comuni in quasi tutta Italia. I motivi potrebbero essere vari e il pi√Ļ importante √® forse il seguente: le forme pronominali di complemento oggetto (lui,¬†lei,¬†te) meglio si prestano a usi topicalizzati o focalizzati, in cui cio√® l‚Äôattenzione si concentra sulla persona che prova una certa emozione, ha una certa idea ecc.: ‚Äúte, ti piace di pi√Ļ carne o pesce?‚ÄĚ, ‚ÄúTi ci metti anche te!‚ÄĚ ecc. Con¬†lui¬†e¬†lei¬†la tendenza, da secoli, si √® talmente rafforzata da aver scalzato ormai quasi del tutto (gi√† a partire da Manzoni) le relative forme di pronome soggetto:¬†egli¬†ed¬†ella¬†ormai sono, soprattutto il secondo, quasi solo retaggi letterari. Invece con¬†tu¬†(e ancor di pi√Ļ con¬†io) il discorso √® diverso, perch√© un buon numero di parlanti colti ha le sue stesse, giustificatissime, riserve, e magari utilizzano normalmente la formula ormai quasi cristallizzata ‚Äúio e te‚ÄĚ, ma sentono certo stridore da unghie sulla lavagna di fronte a ‚Äúvieni pure te?‚ÄĚ. Che fare, in questi casi? Cambiamo la grammatica? Ma se l‚Äôusano tutti? Si chiede assai saggiamente Lei. Come ben comprende, il rapporto tra norma e uso non pu√≤ che essere fluido, in movimento e in rinegoziazione continua tra gli utenti della lingua, soprattutto negli ultimi decenni. E allora, al momento abbiamo cambiato la grammatica accogliendo¬†lui¬†e¬†lei¬†soggetto, ma forse non √® ancora il momento di farlo per¬†te¬†soggetto, dato che un numero molto elevato di parlanti e scriventi, come Lei e come chi le scrive, ancora non sente naturale il¬†te¬†al posto di¬†tu¬†e gran parte degli italiani colti a Sud di Roma la pensa come noi due, credo. Pertanto, in barba allo strapotere romano-milanese, teniamoci ancora un po‚Äô il nostro¬†tu, senza crociate e pronti a cedere quando nessun altro, forse, ci far√† pi√Ļ una domanda (bella) come la sua.
 
Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
0
0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

A proposito dell’eterno dualismo¬†si¬†passivante /¬†si¬†impersonale,¬†ampiamente discusso in precedenti occasioni, vi domando se, in presenza di una doppia¬†particella pronominale all’interno di un periodo, si sceglie, di preferenza, l’una o¬†l’altra costruzione:¬†“Da anziani, ci si dimentica / dimenticano le cose”.

 

RISPOSTA:

‚ÄčDimenticare¬†√® un¬†verbo transitivo, che, nella sua frase, regge un complemento oggetto. In questo contesto, il¬†si¬†ha la funzione di rendere il costrutto passivo: “Da anziani si dimenticano le cose” (ovvero “Da anziani le cose sono dimenticate”). Non bisogna confondere questa costruzione con quella del verbo¬†dimenticarsi, che vediamo in un esempio come:¬†“Il mio vecchio zio si dimentica le cose”. In questo caso il¬†si¬†funge da pronome personale atono intensificatore (che, cio√®, enfatizza la partecipazione del soggetto al processo designato dal verbo), quindi il verbo concorda con il soggetto (infatti, cambiando soggetto avremo, per esempio, “Io mi dimentico sempre le chiavi nelle tasche delle giacche”).
Se al¬†si¬†aggiungiamo il pronome¬†ci¬†il costrutto diviene impersonale (il soggetto √® un¬†noi¬†generico), quindi il verbo rimane sempre alla terza persona singolare, a prescindere dalla presenza o assenza del complemento oggetto, e a prescindere dal numero del complemento oggetto. Nella sua frase, pertanto,¬†l’unica costruzione corretta √® “ci si dimentica le cose”. La costruzione, scorretta, *”ci si dimenticano le cose” √® attratta dal gi√† visto “si dimenticano le cose”, ma anche da espressioni del tutto diverse, ma apparentemente identiche, come “e poi¬†ci¬†si mettono¬†anche gli imbecilli del caff√® a ridere” (Alberto Arbasino,¬†Anonimo lombardo, 1960), in cui¬†gli imbecilli¬†non √® il complemento oggetto, ma il soggetto del verbo pronominale¬†mettersi¬†e¬†ci¬†√® un pronome che possiamo parafrasare come ‘in questa situazione’ (sulla funzione avverbiale del pronome¬†ci¬†rimando a questo articolo di DICO, e soprattutto alla risposta del prof. Rossi al commento di un utente, che si trova in coda all’articolo). Per completezza, va detto che¬†mettercisi¬†pu√≤ anche essere considerato un verbo procomplementare, ovvero un verbo nel quale l’appendice pronominale (qui¬†-cisi) non ha un significato autonomo, ma conferisce al verbo un nuovo significato:¬†mettere¬†‘introdurre un oggetto dentro un altro’ /¬†mettercisi¬†‘darsi a una attivit√†’. Maggiori informazioni sui verbi procomplementari sono fornite in altre risposte presenti nell’archivio di DICO (si trovano inserendo nella maschera di ricerca la parola chiave¬†procomplementare).
La ricerca nel¬†web¬†attraverso Google rivela che le occorrenze di *”ci si dimenticano le cose” sono pi√Ļ numerose di quelle di *”ci si dimentica le cose”: questo fatto indica che i parlanti sono inclini ad accettare la forma scorretta e addirittura a preferirla. Aggiungo che, in letteratura,¬†√® attestato¬†l’accordo del verbo impersonale con il complemento oggetto per la costruzione impersonale del tipo¬†noi si va; Luca Serianni, nella sua grammatica (Italiano, Garzanti, 2000), riporta questo esempio dalla¬†Ragazza di Bube¬†di Carlo Cassola: “Ora queste ragazze andavano alla messa e noi si volevano accompagnare”. L’attrazione esercitata dai costrutti passivanti su quelli impersonali √®, quindi, forte, tanto da far passare inosservata la scorrettezza di *”ci si dimenticano le cose”. Ritengo, comunque, che si possa ancora considerarla¬†scorretta, e che si debba scoraggiarne l’uso.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

In aula, durante una lezione in cui si commentavano i versi finali del coro del quarto atto dell’Adelchi¬†di Manzoni, nel termine¬†colono¬†(v. 119) uno studente coglieva una connotazione “ideologica”, estranea invece al termine¬†contadino: colono, diceva, √® chi lavora alle dipendenze di un padrone, coltivando terreni non di propriet√†. Ne √® nata una vivace discussione…
C’√® del vero in quanto affermava? E qual √® in realt√† la sfumatura che diversifica i due sostantivi?

 

RISPOSTA:

Lo studente mostra una sottile conoscenza del lessico contemporaneo, nel quale, in effetti, con colono si designa un contadino dipendente, cioè un coltivatore di un fondo non suo. Diversa la natura del lessico poetico, spesso rivolto al passato, e in particolare al significato che le parole avevano in latino.
Qui Manzoni (il quale nella prosa si mostra ben pi√Ļ moderno che in poesia, dal punto di vista linguistico) utilizza¬†colono¬†nel significato originario di ‘agricoltore’ (dal verbo¬†c√≤lere¬†‘coltivare’). Si tratta dunque, nel caso dell’Adelchi, di un latinismo semantico, vale a dire di una parola italiana usata tuttavia nel significato della corrispondente parola latina.
Un dibattito siffatto, peraltro, mostra una bella vivacit√† sia degli studenti coinvolti sia del docente, in quanto stimola proprio l’arricchimento lessicale e l’approfondimento diacronico della lingua, colta nelle sue sfumature dagli usi poetici a quelli in ¬†prosa, dallo scritto al parlato, dagli usi arcaici a quelli contemporanei.
Fabio Rossi

Parole chiave: Lingua letteraria
Hai trovato questa risposta utile?
2
0

QUESITO:

Qual √® l’accordo corretto del participio passato?

 

RISPOSTA:

Il participio passato dei tempi composti dei verbi transitivi pu√≤ essere invariabile (“Ho stretto¬†la mano¬†della regina”) oppure concordare con il complemento oggetto (“Ho¬†stretta¬†la mano¬†della regina”). La variante concordata √® oggi rara ed √® percepita come arcaica o letteraria. Se, per√≤, il complemento oggetto √® costruito con una particella pronominale (che precede il verbo), l’accordo con il participio passato diviene obbligatorio: “C’√® Lucia,¬†l’hai¬†vista?”, “Se non¬†li¬†hai mai¬†incontrati, ti presento i miei fratelli” e simili.
Con i verbi intransitivi la concordanza del participio passato con il complemento oggetto non √® possibile, semplicemente perch√© questi verbi non reggono il complemento oggetto. Bisogna, per√≤, distinguere tra i verbi intransitivi che hanno l’ausiliare¬†essere¬†e quelli che hanno l’ausiliare¬†avere: i primi prevedono la concordanza del participio passato con il soggetto (“I miei fratelli¬†sono¬†arrivati¬†ieri”); i secondi hanno sempre il participio passato invariabile, come nel suo esempio con¬†credere¬†(“Ho¬†creduto¬†alle tue parole“, ma anche, per aggiungere un ulteriore esempio, “I miei fratelli¬†hanno¬†lavorato¬†tutta la vita”). Nel caso di un verbo che ammetta la doppia costruzione, transitiva e intransitiva, il participio sar√† invariabile, o concordato con il soggetto, nella costruzione intransitiva, invariabile o concordato con il complemento oggetto nella costruzione transitiva.¬†√ą il caso proprio di¬†credere: “Non ho¬†creduto¬†alle sue parole“, ma “Ho¬†creduto¬†/¬†credute¬†fin da subito vere¬†le sue parole“; e, sul versante dei verbi con ausiliare¬†essere, di¬†correre: “I miei fratelli¬†sono¬†corsi¬†ad aiutarmi”, ma “I miei fratelli¬†hanno¬†corso¬†/¬†corsi¬†molti rischi“. In questi casi, comunque, la forma concordata con il complemento oggetto (“Hanno corsi molti rischi”), possibile in astratto, √® ancora meno comune e da considerare obsoleta.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0
Categorie: Morfologia

QUESITO:

Su alcuni libri di grammatica, in uso nella scuola secondaria di I grado, è registrata la possibilità di coniugare il participio presente passivo dei verbi transitivi con essente unito al participio passato (per es.: di amare, essente amato); inoltre viene distinta la voce del participio passato nella tabella della coniugazione attiva (per es.: di amare, amato) da quella corrispondente nella tabella della coniugazione passiva (per es.: di amare, stato amato).
Se il participio presente ha solo diatesi e forma attiva e se quello passato dei verbi transitivi ha solo diatesi passiva, le voci verbali sopra riportate sono giustificabili? Se sì, da quali autori della letteratura sono state usate?

 

RISPOSTA:

Alcune grammatiche scolastiche eccedono nello sforzo di completare i paradigmi della lingua, registrando sullo stesso piano forme effettivamente esistenti nell’uso e forme in teoria possibili, ma non usate (o, in certi casi, usate in passato ma oggi obsolete). I casi da lei proposti sono esempi degli effetti di questo sforzo: il fantomatico participio presente passivo √® possibile in teoria, ma non se ne trovano tracce nella storia dell’italiano (per la verit√†, ho trovato un caso di¬†essente odiato, nello¬†‘Nfarinato secondo¬†di Lionardo Salviati, datato 1588), e soprattutto nell’italiano contemporaneo. Lo stesso participio presente di¬†essere,¬†essente, √® praticamente in disuso oggi; lo si trova usato solamente come aggettivo in ambito filosofico, con il significato di ‘dotato della qualit√† dell’esistenza’.
Anche la distinzione tra participio passato attivo e passivo per i verbi transitivi √® discutibile, nei termini da lei illustrati: perch√©¬†amato¬†dovrebbe essere considerata una forma attiva? Bisogna andare pi√Ļ a fondo nel problema. Il participio passato, quando √®¬†in composizione con l’ausiliare, pu√≤ divenire attivo: “Avendo preso la valigia, Luca usc√¨” mostra che l’azione del¬†prendere¬†parte dal soggetto,¬†Luca, e ricade sull’oggetto,¬†valigia. Questo succede perch√© il participio passato transitivo viene percepito come un tutt’uno con l’ausiliare¬†avere¬†e, per questo, perde la sua funzione originaria di passivo. Si noti, per√≤, che √® sempre possibile dire “avendo presa la valigia”, che √® comunque una costruzione attiva, ma mantiene il ricordo della funzione passiva del participio passato: equivale, infatti, a¬†‘avendo la valigia presa’, cio√® ‘avendo reso la valigia presa’. Quando √® usato da solo, inoltre, il participio passato transitivo √® ancora preferenzialmente passivo: se togliamo l’ausiliare alla nostra frase esempio, infatti, rimaniamo con “Preso la valigia, Luca usc√¨”, che √® al limite dell’accettabilit√† rispetto a¬†“Presa la valigia, Luca usc√¨”, la variante pi√Ļ corretta, nella quale il soggetto di¬†presa¬†√®¬†la valigia.¬†La frase equivale, quindi, a “Essendo stata presa la valigia, Luca usc√¨”: il participio √® detto, in questo caso,¬†assoluto, perch√© non ha collegamenti sintattici con la proposizione reggente. In “Preso la valigia, Luca usc√¨” agisce il modello sottostante “Avendo preso la valigia, Luca usc√¨”, che d√† alla costruzione legittimit√† (limitata a usi non sorvegliati) per analogia.
Tanto¬†amato, o¬†preso¬†quanto¬†stato amato, o¬†stato preso, quindi,¬†possiedono il tratto della passivit√†:¬†amato,¬†preso¬†ecc. possono divenire attivi in composizione con l’ausiliare¬†avere;¬†stato amato,¬†stato preso¬†ecc., ovviamente, no, visto che sono gi√† accompagnati dall’ausiliare¬†essere.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua letteraria, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
1
0
Categorie: Morfologia, Sintassi

 

QUESITO:

In un paragrafo incluso in una grammatica, leggo, a proposito dell‚Äôaccordo del¬†participio passato, il seguente esempio:¬†“Non si √® vinta la partita”.
Domanda: la costruzione “Non si √® vinto la partita”, anche se non riconducibile alla¬†regola cui si riferisce l’esempio precedente, sarebbe corretta quale forma¬†impersonale, equivalente a “Noi non abbiamo vinto la partita”?
Accordo con negazione né.
Leggo la frase:¬†“N√© io n√© tu n√© lei n√© gli altri sanno‚Ķ”.
Domanda: non sarebbe stato pi√Ļ giusto coniugare il verbo alla prima persona plurale: “N√© io n√© tu n√© lei n√© gli altri sappiamo”? O esiste oppure una terza coniugazione pi√Ļ¬†appropriata?
Ultimo caso: congiunzione disgiuntiva¬†o. Leggo che quando si presenta una scelta¬†netta, il verbo si accorda al singolare (se ovviamente lo sono anche i soggetti).¬†Evinco che la regola decada se i soggetti siano di numero misto: “O io o loro andremo”.
Domanda: il verbo pu√≤ essere accordato al plurale anche se i soggetti sono singolari e¬†se il primo di essi non √® preceduto dalla congiunzione: “Riceveranno i genitori il prof. Rossi o il prof. Verdi”?

 

RISPOSTA:

Quando il verbo costruito con il¬†si¬†√® transitivo e ha il complemento oggetto espresso, la costruzione si considera non impersonale ma passiva; la forma corretta nel suo caso √®, pertanto, “Non si √® vinta la partita” (equivalente a “la partita non √® stata vinta”). La variante¬†“Non si √® vinto la partita” non √® impossibile, per√≤: viene a coincidere con il tipo di costruzione impersonale tipica del toscano e della tradizione letteraria, quindi non proprio comune (ma comunque legittima),¬†noi si fa qualcosa¬†(e¬†noi si fa alcune cose). Si considerino, per un confronto, questi due esempi giornalistici: “Non si diventa politici di successo perch√©¬†si sono vinte le elezioni: si vincono le elezioni perch√© si √® politici di successo” (la Repubblica, 27 gennaio 2018); “Dare la colpa a qualcuno che per una volta¬†si √® vinto le elezioni: non √® ancora successo, ma dal PD possiamo aspettarci anche di peggio” (l’Espresso, 11 giugno 2013). Nel secondo esempio “si √® vinto le elezioni” sottintende un soggetto¬†noi, ovvero “noi si √® vinto le elezioni”. Si consideri, comunque, che anche la forma impersonale del tipo¬†noi si fa alcune cose¬†si pu√≤ costruire come se fosse passivante:¬†noi si fanno cose (si veda l’esempio letterario riportato¬† in questa risposta¬†dell’archivio di DICO).
In una frase con soggetti multipli, se √® presente¬†io¬†il verbo va¬†alla prima persona plurale, come da lei suggerito (se ci fosse¬†tu¬†senza¬†io, il verbo andrebbe alla seconda plurale). La versione da lei letta √® scorretta; in essa il verbo √® accordato “per prossimit√†” con l’ultimo soggetto introdotto, come si farebbe nel parlato poco sorvegliato.
“O io o loro andremo” √® corretto (rappresenta un caso sovrapponibile a quello appena discusso). Il verbo va comunemente alla terza plurale anche con soggetti di terza persona singolare uniti da¬†o. Pu√≤ andare al¬†singolare quando i soggetti¬†stanno tra loro in un rapporto di alternativa: “Verr√† a chiamarti un mio amico o mio fratello”. Niente vieta, per√≤, di concordare il verbo alla terza plurale anche in questo caso: “Fu stabilito che, nei giorni seguenti,¬†lui o la governante¬†mi¬†avrebbero¬†portato da mangiare”¬†(Guido Piovene,¬†Le stelle fredde, 1970).
Infine, la presenza della seconda¬†o¬†correlativa non cambia niente ai fini dell’accordo; quindi¬†“Riceveranno i genitori il prof. Rossi o il prof. Verdi” √® ben formata, come anche¬†“Il prof. Rossi o il prof. Verdi riceveranno i genitori venerd√¨” o¬†“O il prof. Rossi o il prof. Verdi riceveranno i genitori venerd√¨”. Possibili anche, ricollegandoci alla questione appena discussa,¬†“(O) il prof. Rossi o il prof. Verdi ricever√† i genitori venerd√¨” e¬†“Ricever√† i genitori (o) il prof. Rossi o il prof. Verdi”.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0
Categorie: Morfologia, Sintassi

‚ÄčQUESITO:

La costruzione essere (o eventualmente avere) coniugato al congiuntivo trapassato + verbo servile +  essere (infinito o infinito passato) è consentita?
Due esempi: “Non sapevamo se i documenti ci fossero dovuti essere consegnati”, “Non¬†sapevamo se i documenti ci fossero dovuti essere stati consegnati”.¬†Specie il secondo caso risulta, d’impatto, abbastanza macchinoso (e, da questo punto¬†di vista, l’uso dell’ausiliare¬†avere¬†mi pare che non cambierebbe l’effetto), ma, al¬†di l√† della complessit√† dei predicati, mi domando che cosa preveda la grammatica.

 

RISPOSTA:

Il costrutto verbo servile +¬†essere¬†prevede che l’ausiliare sia sempre¬†avere; non si pu√≤,¬†quindi, dire *”Mi dispiace, ma sono dovuto essere diretto”, ma si deve dire¬†“Mi dispiace, ma ho dovuto essere diretto”. Bisogna dire che l’ausiliare¬†essere¬†in combinazione con un verbo servile reggente a sua volta il verbo¬†essere¬†non √® sconosciuto nell’uso (soprattutto con il servile¬†potere), persino letterario, per cui va almeno considerato possibile, sebbene meno formale.
Nei casi da lei prospettati, comunque, la costruzione con l’ausiliare¬†essere¬†√® certamente da scartare,¬†perch√©, oltre ad essere meno formale √® anche poco chiara, vista anche la concomitanza della diatesi passiva di¬†consegnare. Al contrario, la costruzione con il verbo¬†avere¬†√® chiara e legittima:¬†“Non sapevamo se i documenti avessero dovuto essere consegnati a noi”; oppure, con riferimento al futuro (nel passato):¬†“Non sapevamo se i documenti avrebbero dovuto essere consegnati a noi”. Questo esempio letterario contiene entrambi i costrutti: “E ripeteva a ciascuno […] che se a professare questa retta opinione¬†avesse dovuto essere¬†condannato al supplizio, tanto meglio,¬†perch√© in breve tempo¬†avrebbe potuto vedere¬†ci√≤ che dicono le scritture” (Umberto Eco,¬†Il nome della rosa, 1981).
Non c’√® nessun motivo di coniugare l’infinito al passato nella sua frase, visto che esso dipende da un verbo servile gi√† al passato, che √® sufficiente per veicolare l’informazione temporale e soprattutto il rapporto di anteriorit√† con il verbo reggente. Un infinito passato retto da un verbo servile passato pu√≤ servire solamente se si immagina un momento intermedio tra quello dell’evento e quello del verbo reggente (ovviamente a sua volta passato rispetto al momento dell’enunciazione); ad esempio: “Mi chiedevo (verbo reggente, passato rispetto al momento dell’enunciazione, che √® adesso) se quando avevo preso il treno avessi dovuto (evento del momento intermedio) aver gi√† fatto il biglietto (evento primario), oppure se avrei potuto farlo sul treno”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua letteraria, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
0
0

QUESITO:

Sto preparando un breve articolo per la rubrica di cultura locale di UniversoMe (il giornale gestito dagli studenti dell’Università) riguardo al ruolo di Messina nella storia della lingua italiana. Pensavo di trattare degli scrittori nati a Messina legati alla scuola siciliana e accennare al periodo messinese di Pietro Bembo. Altri suggerimenti? Grazie.

 

RISPOSTA:

Oltre ai riferimenti da lei ricordati, le suggerisco di nominare l’ignoto autore nascosto sotto lo pseudonimo Partenio Zanclaio che pubblic√≤ nel 1647 il poemetto¬†Cittadinus maccaronice metrificatus, un galateo in latino maccheronico con inserti in dialetto messinese, in napoletano, in italiano e in spagnolo. Inoltre grande importanza per la storia della lingua italiana a Messina riveste¬†l’accademico dei Pericolanti settecentesco Pippo Romeo, che in una sua cicalata, intitolata¬†I pregi dell’ignoranza¬†(1800), simula questo dialogo con un amico, che difende il dialetto contro la “moda” di parlare italiano:

– Romeo) Chiunque ha fior di senno, ed √® di mente sana…
– Amico) E in quale lingua reciti?
– In lingua italiana…
– Eccu lu primu erruri supra cui ti piscu;
Rispunnimi: in Girmania, si predica un tidiscu
a tutti ddi mustazzi in lingua missinisa,
tu non lu chiami pacciu? E non saria un’offisa,
anzi un insultu massimu a tutta la nazioni,
quannu la propria lingua pi’ un’estira pusponi?
[…]
РMa non è tanta oscura
la lingua italiana: non si può diri estrania;
cc’√® differenza massima chidda di la Girmania…

Infine una menzione merita Stefano D’Arrigo, nato ad Al√¨ Terme e autore di¬†Horcynus Orca, romanzo scritto in una lingua che sfrutta materiale dialettale all’interno di un italiano¬†personalissimo.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
0
0