Tutte le domande

QUESITO:

Ho trovato questa frase nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:
“Potr√† apparire strano che fin qui non avessi ancora messo a parte i miei dei pericoli che incombevano sul loro unico figlio”.
Nella completiva dipendente trovo curioso che il tempo verbale usato sia il trapassato del congiuntivo (avessi messo) invece del congiuntivo passato (abbia messo). So che la concordanza dei tempi √® pi√Ļ rigida con le completive di questo tipo e volevo capire la ragione per cui il tempo verbale sia ammissibile in questa frase. √ą una scelta stilistica?
√ą possibile che Piperno voglia impartire una sfumatura di una cosa nel passato che √® successo prima di un‚Äôaltra cosa nel passato? √ą lecito sia nella lingua parlata sia nella lingua scritta?

 

RISPOSTA:

Il trapassato √® la scelta pi√Ļ regolare in questo contesto; il tempo di riferimento, infatti, √® il passato (lo si evince dall’imperfetto¬†incombevano)¬†e con il trapassato si intende, appunto, descrivere un evento avvenuto (o non avvenuto) precedentemente. Sorprendente, piuttosto, √® l’avverbio¬†fin qui¬†usato per riferirsi a un momento passato, ovvero con il significato non di ‘fino ad adesso’ ma di ‘fino ad allora’. Si tratta di un uso molto comune nella lingua parlata, sfruttato in letteratura per confondere il piano della narrazione con quello dell’enunciazione (una tecnica nota come¬†discorso indiretto libero). Il piano temporale su cui si colloca¬†fin qui¬†√® ancora pi√Ļ ambiguo per via della presenza di¬†potr√†, futuro epistemico equivalente a ‘forse √®’, riferito al momento dell’enunciazione. Nella frase, insomma, lo scrivente si rivolge al lettore dicendo che nel momento in cui quest’ultimo sta leggendo appare probabilmente strano che in quel momento del passato (identificato con fin qui) lo scrivente stesso non avesse ancora compiuto (evento descritto al trapassato) quell’azione.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un quesito forse un po’ singolare suscitato dall’aver letto da qualche parte che Francis Scott Fitzgerald avesse dei problemi con l’ortografia. Volevo sapere: è davvero possibile? Inoltre, qual è il rapporto dei grandi scrittori con la grammatica? Ogni grande autore, o quasi, è un grammatico? Si trovano imperfezioni nei libri dei grandi autori o si sono trovati nei loro manoscritti? Se ne parla poco ma io lo reputo un discorso molto interessante.

 

RISPOSTA:

Non √® questa la sede per discutere dell’ortografia di Francis Scott Fitzgerald; non √®, per√≤, inconcepibile che uno scrittore stenti ad adattarsi alle regole della grammatica. Gli scrittori non sono grammatici; piuttosto √® la grammatica che trova la conferma delle sue regole negli scrittori. Sul versante della lingua, infatti, gli scrittori svolgono almeno tre ruoli: ne sono utilizzatori privilegiati, tanto da riuscire a costruire con essa interi mondi; sono fonti autorevoli delle sue forme allo stato attuale; sono innovatori, ovvero promotori del cambiamento di quello stesso stato. A seconda della personalit√† e della formazione del singolo scrittore, il peso di un ruolo pu√≤ essere predominante sugli altri. In italiano ci sono stati, addirittura, scrittori scarsamente alfabetizzati, come Vincenzo Rabito, autore di¬†Terramatta; ovviamente scrittori di questo tipo svolgono soltanto il ruolo di costruttori di mondi di parole, e non possono essere presi a modello n√© per la lingua attuale, n√© per la lingua del futuro.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Traggo questa frase dall’esordio di Sosia di Dostoevskij.

‚ÄúCome se non fosse ancora pienamente certo di essersi gi√† svegliato o di non stare ancora dormendo.‚ÄĚ

Non mi √® sembrato molto chiaro il significato della frase (non stare ancora dormendo vuol dire ‚Äėessere sveglio‚Äô, quindi non avrebbe senso). Presuppongo dunque che quel non¬†non abbia valore e la frase corrisponda a: ‚ÄúCome se non fosse certo di essersi gi√† svegliato o come se non fosse certo di stare ancora dormendo‚ÄĚ, ma vorrei sapere se questo uso di offrire un‚Äôalternativa che √® quasi una supposizione sia corretto.

Un‚Äôaltra edizione dello stesso romanzo: ‚ÄúCome una persona che non √® ancora pienamente sicura se sia desta o se dorma tuttora.‚ÄĚ

In questo caso il significato mi √® sembrato subito chiaro, ma non credo che la frase sia corretta, avendo lo stesso soggetto in forma esplicita. Vorrei capire quale delle due √® la pi√Ļ corretta. Da qui √® scaturita tutta una serie di dubbi:

‚ÄúTi giuro che sto piangendo / di stare ancora piangendo‚ÄĚ?

‚ÄúMi rinfacciavi di stare male / che stavo male‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Riguardo al dubbio sul valore di non, effettivamente qui l’avverbio deve avere valore espletivo (sul quale può leggere questa risposta dell’archivio di DICO: https://dico.unime.it/ufaq/non-proprio-una-negazione/), altrimenti la frase ripeterebbe due volte lo stesso concetto con parole diverse (non era certo di essere sveglio o di essere sveglio). Il non espletivo è una forma legittima e tutto sommato la logica consente di attribuirgli il valore corretto; in un contesto letterario, del resto, la precisione descrittiva e l’assenza di ambiguità non sono necessariamente obiettivi ricercati dall’emittente.

La costruzione implicita della subordinata oggettiva che condivide il soggetto della reggente non √® quasi mai obbligatoria, ma √® una scelta stilistica. L‚Äôobbligo scatta quando nella reggente c‚Äô√® un verbo di comando o consiglio e il soggetto della completiva √® la persona comandata (‚ÄúTi ordino di venire‚ÄĚ). Nel suo primo esempio, la variante implicita (di stare ancora piangendo) √® chiaramente una scelta formale, che risulterebbe inconsueta in un contesto colloquiale. Nel secondo esempio, addirittura, la variante implicita non segnala automaticamente l‚Äôidentit√† di soggetto, perch√© l‚Äôidentit√† confligge con la logica dell‚Äôintera frase (rinfacciare a qualcuno il proprio malessere √® possibile soltanto all‚Äôinterno di un contesto che deve essere chiarito); la costruzione, quindi, √® pi√Ļ facilmente interpretata come se il soggetto della completiva fosse l‚Äôoggetto del verbo della reggente, ovvero come se fosse esplicita (assimilando, un po‚Äô forzatamente, rinfacciare¬†ai verbi di comando o consiglio).

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se √® da considerarsi errore l’espressione “pi√Ļ acerrimo” oramai di uso comune e presente anche in opere di Pirandello.

 

RISPOSTA:

La risposta pi√Ļ sintetica √®: s√¨, √® ancora da considerarsi errore, perch√© le grammatiche e i dizionari dell’italiano odierno considerano tuttora¬†acerrimo¬†come superlativo colto (latineggiante) di¬†acre¬†e¬†agro, rispetto al meno colto¬†agrissimo¬†(pure possibile); come tale, non ammette alcuna gradazione (pi√Ļ acerrimo,¬†meno acerrimo,¬†il pi√Ļ acerrimo¬†ecc.).
Ma, come ben sa, la lingua, la grammatica e la linguistica raramente ammettono risposte semplificate e rassicuranti, come ogni fenomeno umano e sociale.¬†Acerrimo¬†√® sempre pi√Ļ spesso avvertito (e da anni: Pirandello: “Il mio pi√Ļ acerrimo nemico”, La rallegrata) come aggettivo autonomo, proprio in virt√Ļ della sua natura anomala rispetto al regolare¬†agrissimo, e come tale si presta ad essere usato come aggettivo non superlativo, anche con¬†pi√Ļ:¬†pi√Ļ/meno acerrimo.
Secondo quanto osserva il glottologo Salvatore Claudio Sgroi, che sul concetto di errore produce tuttora decine di articoli, potremmo dire che su¬†pi√Ļ¬†acerrimo¬†agiscono due regole:
– regola 1, etimologica:¬†pi√Ļ acerrimo¬†non √® ammesso, per via della natura superlativa di¬†acerrimo;
– regola 2, analogica e morfologica:¬†acerrimo¬†si distacca dagli altri superlativi, come tale ha acquisito una sua autonomia, tanto da consentire forme come¬†pi√Ļ/meno acerrimo¬†ecc.
Ciascuno è libero di optare per la regola 1 o 2.
Dato che ogni lingua √® fatta non soltanto di regole ed eccezioni ma anche di percezioni (sociali), al momento la situazione √® pi√Ļ o meno la seguente: sebbene anche autori colti (Pirandello), del passato e del presente, abbiamo usato¬†pi√Ļ acerrimo, la maggioranza dei parlanti italiani colti attuali ritiene discriminante socialmente (cio√® “da ignoranti”) l’uso di una forma come¬†pi√Ļ acerrimo, che quindi ancora oggi √® bene evitare nel contesto scritto formale.
Dato che ogni lingua cambia nel tempo, √® molto probabile che tra pochi anni¬†acerrimo¬†perda completamente la propria trasparenza etimologica e venga dunque considerato un aggettivo non alterato a tutti gli effetti. A quel punto tutte le grammatiche e tutti i dizionari accoglieranno¬†pi√Ļ acerrimo¬†come forma normale e anche noi “reazionari” della lingua ci arrenderemo all’evidenza e scriveremo¬†pi√Ļ acerrimo¬†senza colpo ferire. Ma, finch√© ci√≤ non accadr√†, suggerisco di continuare a evitare forme quali¬†pi√Ļ acerrimo, con buona pace di Pirandello e di Sgroi.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale delle due preposizioni bisogna usare nelle frase¬†seguente: “Non √® nato con un cuore da / di leone”?

 

RISPOSTA:

La forma pi√Ļ comune dell’espressione idiomatica √®¬†cuor di leone¬†(si ricordi la famosa descrizione di don Abbondio nel primo capitolo dei¬†Promessi sposi: “Don Abbondio (il lettore se n’√® gi√† avveduto) non era nato con un cuor di leone”,¬†o, al massimo¬†cuore di leone. La variante¬†cuore da leone¬†esiste (ne ho trovato qualche attestazione gi√† nel Seicento) e non si pu√≤ dire che sia scorretta: √®, per√≤, molto pi√Ļ rara dell’altra. Rarissima, infine, √®¬†cuor da leone.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua letteraria
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Sto preparando un breve articolo per la rubrica di cultura locale di UniversoMe (il giornale gestito dagli studenti dell’Università) riguardo al ruolo di Messina nella storia della lingua italiana. Pensavo di trattare degli scrittori nati a Messina legati alla scuola siciliana e accennare al periodo messinese di Pietro Bembo. Altri suggerimenti? Grazie.

 

RISPOSTA:

Oltre ai riferimenti da lei ricordati, le suggerisco di nominare l’ignoto autore nascosto sotto lo pseudonimo Partenio Zanclaio che pubblic√≤ nel 1647 il poemetto¬†Cittadinus maccaronice metrificatus, un galateo in latino maccheronico con inserti in dialetto messinese, in napoletano, in italiano e in spagnolo. Inoltre grande importanza per la storia della lingua italiana a Messina riveste¬†l’accademico dei Pericolanti settecentesco Pippo Romeo, che in una sua cicalata, intitolata¬†I pregi dell’ignoranza¬†(1800), simula questo dialogo con un amico, che difende il dialetto contro la “moda” di parlare italiano:

– Romeo) Chiunque ha fior di senno, ed √® di mente sana…
– Amico) E in quale lingua reciti?
– In lingua italiana…
– Eccu lu primu erruri supra cui ti piscu;
Rispunnimi: in Girmania, si predica un tidiscu
a tutti ddi mustazzi in lingua missinisa,
tu non lu chiami pacciu? E non saria un’offisa,
anzi un insultu massimu a tutta la nazioni,
quannu la propria lingua pi’ un’estira pusponi?
[…]
РMa non è tanta oscura
la lingua italiana: non si può diri estrania;
cc’√® differenza massima chidda di la Girmania…

Infine una menzione merita Stefano D’Arrigo, nato ad Al√¨ Terme e autore di¬†Horcynus Orca, romanzo scritto in una lingua che sfrutta materiale dialettale all’interno di un italiano¬†personalissimo.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0