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Categorie: Morfologia

QUESITO:

1a) La voglio tutta.
2a) Vi ho visti tutti.
3a) Noi veniamo tutti da Roma.
4a) Noi verremo in tanti alla festa.

Le frasi si possono riformulare così:
1b) Voglio tutta la torta (aggettivo).
2b) Ho visto tutti voi (aggettivo).
3b) Tutti noi veniamo da Roma (aggettivo).
4b) In tanti/tanti di noi verranno alla festa (pronome).
Nelle frasi “a” si fa un uso avverbiale dei pronomi e aggettivi?

 

RISPOSTA:

Nelle frasi del primo e del secondo gruppo tutto è sempre aggettivo e non ha mai la funzione di un avverbio: accompagna, infatti, sempre un nome o un altro pronome, anche se la sua posizione cambia. Anche la locuzione in tanti, che è aggettivale nella frase del primo gruppo, mentre è pronominale nella frase del secondo gruppo, non ha mai la funzione di avverbio.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Dato il seguente periodo: “Le chiederei, nel caso il divieto sia ancora attivo/fosse ancora attivo, se possa rilasciarci/potrebbe rilasciarci un permesso per l’accesso”, nella subordinata introdotta da nel caso entrambi i tempi del congiuntivo sono corretti, sulla scorta del grado di probabilit√† del verificarsi dell’evento?

 

RISPOSTA:

La proposizione introdotta da nel caso, nel caso in cui o nel caso che √® formalmente una relativa, anche se viene considerata un’ipotetica, vista la sovrapponibilit√† tra la locuzione congiuntiva e la congiunzione qualora. Proprio come qualora, questa locuzione richiede il congiuntivo (mentre se ammette anche l’indicativo) e preferisce l’imperfetto al presente e il trapassato al passato. La proposizione nel caso il divieto sia…, quindi, √® corretta, ma pi√Ļ comune sarebbe nel caso il divieto fosse…, con lo stesso significato. La proposizione introdotta da se √® un’interrogativa indiretta, retta dal verbo chiederei. Questa proposizione ammette l’indicativo, il congiuntivo e il condizionale. Tra l’indicativo e il congiuntivo non c’√® alcuna differenza semantica, ma l’indicativo √® una scelta pi√Ļ trascurata. Il condizionale, invece, aggiunge qui una sfumatura pragmatica di cortesia, perch√© formula la richiesta come condizionata (alla disponibilit√† della persona che riceve la richiesta).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi capita spesso di sentir usare, anche da persone colte, il verbo¬†implementare¬†come sinonimo di¬†aumentare,¬†potenziare, mentre il vocabolario riporta tutt’altro significato e cio√® ‘attivare, rendere operante’. Vorrei conoscere il vostro parere in proposito.

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†implementare¬†√® un anglismo ormai acclimato in italiano, dal momento che si trova registrato nei dizionari addirittura all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quindi aveva cominciato a circolare almeno nel decennio precedente. Inoltre, da¬†implementare¬†si sono formati derivati, come¬†implementazione¬†e, pi√Ļ recentemente,¬†implemento,¬†implementabile,¬†implementale¬†e¬†implementare¬†(agg.). Come da lei notato, il significato del verbo ricalca quello del verbo¬†implement¬†da cui deriva: ‘mettere in atto, perfezionare, portare a compimento un processo’; frequentemente, per√≤, nel linguaggio comune, il verbo √® usato con il significato di ‘accrescere, aumentare, aggiungere’. Lo slittamento semantico, ancora non penetrato nei vocabolari dell’uso (neanche al fine di censurarlo), quindi recente, dipende dalla sovrapposizione tra l’inglese¬†implement¬†e il latino IMPLERE (da cui¬†implement¬†deriva), che in italiano ha dato¬†empire, oggi quasi del tutto sostituito da¬†riempire. I parlanti italiani, cio√®, riconoscono in¬†implementare¬†la radice di¬†riempire, grazie alla quantit√† di parole della famiglia¬†plen-¬†in cui facilmente si riconosce la corrispondenza con l’italiano¬†pien/pi: pensiamo al latinismo¬†plenum¬†‘riunione plenaria’, e allo stesso aggettivo¬†plenario, al prefissoide¬†pleni-, da cui, per esempio,¬†plenipotenziario¬†‘che ha pieni poteri’ ecc. La sovrapposizione tra¬†implement¬†e¬†riempire¬†attraverso il latino √® un’operazione indebita; rivela, per√≤, una certa creativit√† da parte dei parlanti, nonch√© una forza reattiva della lingua italiana all’inclusione passiva di parole straniere. Bisogna, infine, ricordare che l’uso, se si diffonde, finisce sempre per avere la meglio: √® prevedibile, quindi, che in questo caso il significato comune di¬†implementare¬†si aggiunga a quello attualmente registrato nei vocabolari e, addirittura, alla lunga lo sostituisca del tutto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi propongo questa frase: “Da quel momento in poi sapeva che sarebbe andato incontro ad un percorso doloroso, a prescindere dal fatto che fosse destinato a concludersi con la morte o meno”. Il mio dubbio si riferisce all’uso del congiuntivo trapassato. √ą forse pi√Ļ opportuno il ricorso al condizionale (sarebbe stato destinato a concludersi)?

 

RISPOSTA:

La forma fosse destinato non √® trapassato: pu√≤ essere interpretata come congiuntivo imperfetto passivo del verbo destinare oppure (pi√Ļ plausibilmente) come congiuntivo imperfetto di essere seguito dall’aggettivo destinato. Il trapassato passivo di destinare sarebbe fosse stato destinato. L’imperfetto in una completiva dipendente da un tempo storico esprime la contemporaneit√† nel passato, con una proiezione nella posterit√†; viene, quindi, correttamente usato anche per esprimere il futuro nel passato, in alternativa al condizionale passato. Rispetto a quest’ultimo, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho letto il seguente periodo: “Sfido chiunque adesso mi sta leggendo e legger√† questi racconti, a non desiderare una simile avventura”. Non dovrebbe essere¬†chiunque adesso mi stia leggendo…?¬†Chiunque¬†regge sia il congiuntivo che l’indicativo, ma in questo caso √® pronome sia indefinito che relativo (= ‘qualunque persona che’).

 

RISPOSTA:

Il pronome relativo indefinito¬†chiunque¬†richiede effettivamente il congiuntivo; la scelta dell’indicativo √® molto trascurata. Immagino che sia stata influenzata dall’indicativo futuro¬†legger√†¬†subito successivo, che √® l’unica forma possibile per esprimere il futuro in questa frase, per cui √® accettabile anche nello scritto di media formalit√† (l’alternativa con il congiuntivo non potrebbe assolutamente veicolare l’idea del futuro, a meno che non venga aggiunto un avverbio di tempo:¬†chiunque adesso mi stia leggendo e legga in futuro questi racconti).
La frase presenta un’altra scelta infelice: la virgola tra la reggente (Sfido) e la completiva oggettiva (a non desiderare…). Le completive, escluse le dichiarative, non devono essere separate dalla reggente con alcun segno di punteggiatura (tranne che non ci sia in mezzo un’incidentale), allo stesso modo in cui, nella frase semplice, il verbo non deve essere separato dal complemento oggetto.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1A) Questa √® la citt√† in cui serve un’ora per arrivare.
1B) Questa √® la citt√† per arrivare nella quale serve un’ora.
2A) La cosa che devo svegliarmi presto per fare è questa.
2B) La cosa per fare la quale devo svegliarmi presto è questa.
3A) Questo è un dolce che è necessaria tanta pratica per fare.
3B) Questo è un dolce per fare il quale è necessaria tanta pratica.

Entrambe le costruzioni delle tre coppie vanno bene?

 

RISPOSTA:

Le varianti A e B sono praticamente equivalenti: si distinguono soltanto per la posizione e la forma del pronome relativo, che non cambiano la struttura sintattica. In frasi come queste il pronome relativo sintetizza due funzioni apparentemente inconciliabili: collega la proposizione relativa alla reggente e proietta la sua funzione sintattica nella finale, dove è collocato il verbo che effettivamente lo regge. Paradossalmente, la finale è subordinata alla relativa, quindi il relativo si trova a essere contemporaneamente nella proposizione reggente e nella subordinata.
Nella frase 1A, per esempio,¬†in cui¬†introduce la relativa¬†in cui serve un’ora, ma √® retto da¬†arrivare, che si trova nella finale subordinata alla relativa; lo stesso vale per¬†che¬†in¬†che devo svegliarmi presto, retto da¬†fare¬†nella finale, e per¬†che¬†in¬†che √® necessaria tanta pratica, retto da¬†fare¬†nella finale. Si noti che nelle varianti B succede lo stesso: nella 1B¬†nella quale¬†introduce comunque la proposizione relativa¬†nella quale serve un’ora¬†ma √® retto da¬†arrivare, che si trova nella finale comunque subordinata alla relativa.
Come si pu√≤ intuire, questa costruzione intricata non √® standard, ma pu√≤ tornare utile in alcune situazioni comunicative per sintetizzare un concetto che altrimenti richiederebbe una formulazione pi√Ļ lunga, o meno efficace, per essere detto. La frase A, per esempio, potrebbe essere formulata cos√¨: “Questa √® la citt√† in cui si arriva guidando per un’ora”, o “Per arrivare in questa citt√† serve un’ora”, o simili. In conclusione, quindi, il costrutto pu√≤ certamente essere sfruttato all’occorrenza nel parlato e nello scritto informale, ma va evitato nel parlato di alta formalit√† e nello scritto di media e alta formalit√†.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Qual √® la differenza tra ‚Äúantonomasia‚ÄĚ e ‚Äúdenomastico‚ÄĚ?
Ad esempio, ‚Äúluddismo‚ÄĚ, ‚Äúgalateo‚ÄĚ, ‚Äúmecenate‚Ä̂Ķ sono denomastici oppure antonomasie?

 

RISPOSTA:

Un “deonomastico”, o “deonimico”, √® un nome comune derivato da un nome proprio. Questo passaggio pu√≤ avvenire attraverso un processo morfologico, come nel caso di luddismo, o attraverso un processo semantico, come nel caso di galateo e mecenate. Il primo caso prevede la trasformazione di un nome proprio con un affisso: il cognome Ludd, dall’operaio olandese Ned Ludd, unito al suffisso -ismo d√† origine a luddismo, sostantivo maschile che indica il movimento operaio inglese di inizio Ottocento. Il secondo caso, quello semantico, pu√≤ avvenire attraverso uno slittamento semantico di un nome proprio che sostituisce (o funziona come) un nome comune. Pu√≤ accadere che la sostituzione avvenga per indicare una qualit√† della persona: “√® un Einstein” per indicare ‘un genio’; oppure, pu√≤ verificarsi che un nome proprio diventi un nome comune come nei casi di mecenate (dal nome Mecenate) e galateo (da Galateo, italianizzazione del nome latino Galatheus, cio√® Galeazzo) per indicare rispettivamente un protettore e finanziatore di artisti e di arti, e l’insieme delle norme di buone maniere.
Raphael Merida

Parole chiave: Nome, Retorica
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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono accettabili.

1 ¬ęLa pizza ha cotto in cinque minuti¬Ľ.

2 ¬ęHa pesato pi√Ļ di cento chili¬Ľ (riferito al peso di una persona).

 

RISPOSTA:

No, non lo sono, o quanto meno risultano troppo informali e trascurate, per le seguenti ragioni. Cuocere, usato come verbo intransitivo, regge come ausiliare soltanto essere (√® cio√® un verbo inaccusativo). Pertanto, al passato, si pu√≤ dire o ¬ęLa pizza √® cotta in cinque minuti¬Ľ, oppure, se si vuole sottolineare la durata dell‚Äôazione, ¬ęLa pizza si √® cotta in cinque minuti¬Ľ.

Pesare pu√≤ reggere come ausiliare sia essere sia avere (cio√® √® un verbo sia inaccusativo, sia inergativo, a seconda dei contesti). Tuttavia nel senso di ‚Äėavere un peso‚Äô il verbo non pu√≤ avere l‚Äôaspetto durativo (io posso dire che sto pensando un pesce, ma non posso dire che io sto pensando 85 chili) e quindi non tollera il passato. Se voglio esprimere questo concetto debbo usare altre espressioni, quali l‚Äôimperfetto (¬ępesavo pi√Ļ di cento chili¬Ľ) oppure ¬ęsono arrivato a pensare pi√Ļ di cento chili¬Ľ o simili.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se il periodo indicato pi√Ļ sotto sia sintatticamente corretto (sia con il congiuntivo trapassato sia con quello imperfetto) e se, eventualmente, esisterebbero delle alternative valide, senza che queste vadano ad alterarne il senso.

¬ęSe avessi puntato su un terno che alla prima estrazione fosse uscito/uscisse, mi sarei potuto togliere qualche sfizio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Sembra migliore la prima soluzione, al trapassato congiuntivo (¬ęfosse uscito¬Ľ), dal momento che l‚Äôintera azione √® al passato e si riferisce a qualcosa che non √® accaduto. La soluzione all‚Äôimperfetto congiuntivo (¬ęche uscisse¬Ľ) sarebbe un po‚Äô strana, perch√© suggerirebbe l‚Äôidea che chi ha puntato gi√† sapesse che il terno sarebbe uscito o comunque che poteva uscire (e quest‚Äôultima ipotesi sarebbe ovvia: qualunque puntata ha la probabilit√† di andare a buon fine). La possibile soluzione al condizionale passato (¬ęche sarebbe uscito¬Ľ) sarebbe anch‚Äôessa strana, perch√© lascerebbe intendere, anch‚Äôessa, la certezza dell‚Äôuscita del terno, se uno l‚Äôavesse puntato. Infine, dato che uscire √® un verbo inaccusativo, il soggetto posposto al verbo funziona meglio: ¬ęSe avessi puntato su un terno che fosse uscito alla prima estrazione, mi sarei potuto togliere qualche sfizio¬Ľ.

Una piccola aggiunta. Nel testo della sua domanda (¬ęGradirei sapere se [‚Ķ] sia sintatticamente corretto [‚Ķ] e se [‚Ķ] esisterebbero delle alternative valide¬Ľ) si notano una assimmetria e un uso del condizionale non del tutto accettabili. Sarebbe stata migliore la forma seguente: ¬ęGradirei sapere se [‚Ķ] fosse sintatticamente corretto [‚Ķ] e se [‚Ķ] esistessero delle alternative valide¬Ľ, oppure ¬ęGradirei sapere se [‚Ķ] √® sintatticamente corretto [‚Ķ] e se [‚Ķ] esistono delle alternative valide¬Ľ, oppure, ma peggiore: ¬ęGradirei sapere se [‚Ķ] sia sintatticamente corretto [‚Ķ] e se [‚Ķ] esistano delle alternative valide¬Ľ. L‚Äôultima alternativa √® la peggiore perch√© da vorrei dipende preferibilmente il congiuntivo imperfetto piuttosto che il presente (come spiegato qui).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quando i miei interlocutori italiani mi dicono ‚Äúquesto non √® importante‚ÄĚ, ‚Äú√® un‚Äôeccezione‚ÄĚ, ‚Äúnon ti fissare‚ÄĚ, mi fanno impazzire; sono troppo curioso per capirne di pi√Ļ. Sono molto fortunato di averla conosciuta.

Mi piace tanto la sfumatura della lingua italiana anche se mi fa impazzire a volte. Noi diciamo che ‚Äúi step in it‚ÄĚ spesso e credo che s‚Äôimpari sbagliando. Ma con questo esempio (sulla differenza d‚Äôuso tra essere interessato e essere affezionato di cui a questa domanda/risposta) c‚Äô√® un modo per evitare questi sbagli? Ad esempio AFFEZIONARE come INTERESSARE √® un verbo transitivo e AFFEZIONARSI esiste. Sia INTERESSATO SIA AFFEZIONATO sembrano aggettivi. Essere interessato a qualcosa come dice lei √® quasi: question: una forma passiva (ma non √® scritto ‚Äúda qualcosa‚ÄĚ e quindi mi sembra pi√Ļ un aggettivo). Ma non riesco a capire come mai affezionato funzioni diversamente. C‚Äô√® un modo per estrarre un indizio con questi aggettivi/participi passati con ESSERE per evitare l‚Äôuso incorretto dei pronomi indiretti per far riferimento a una cosa? Potresti fornirmi altri esempi? Forse √® soltanto una cosa di apprendimento empirico?

 

RISPOSTA:

Lei ha messo ancora una volta il dito su un‚Äôaltra bella piaga della linguistica, ovvero il comportamento di alcuni verbi inaccusativi (essere interessato, essere affezionato) e, prima ancora, il rapporto tra linguistica teorica, linguistica applicata, didattica e uso (o comportamento) linguistico. Non sempre le grammatiche danno (n√© servono a dare) risposte utili alla classificazione teorica e alla riflessione linguistica. Solitamente, la grammatica pi√Ļ utile per questo genere di riflessioni (cio√®, per ricavare una regola dall‚Äôosservazione di molti esempi diversi) √® la Grande grammatica italiana di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino. Ma procediamo con ordine. I participi passati di verbi transitivi sono sempre a met√† strada tra valore aggettivale e valore verbale (pu√≤ vedere su questo la seguente domanda/risposta). Interessare e affezionare sono due verbi molto diversi. Il secondo √® solo transitivo, ma di fatto viene utilizzato soltanto nella forma pronominale (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa) o passiva/aggettivale (sono affezionato a qualcuno o qualcosa). Interessare √® sia transitivo sia intransitivo e consente usi e costruzioni differenti: A interessa B, A si interessa a B, A √® interessato da B, A √® interessato a B, A si interessa di B ecc. Per questo ribadisco che ¬ęessere interessato all‚Äôitaliano¬Ľ e ¬ęessere interessato dall‚Äôitaliano¬Ľ, sebbene il secondo sia meno comune del primo, sono molto simili. Mentre √® possibile dire sia ¬ęl‚Äôitaliano mi interessa¬Ľ, sia ¬ęmi interesso all‚Äôitaliano¬Ľ, sia (meno comune) ¬ęmi interesso dell‚Äôitaliano¬Ľ (per es.: ¬ędi mestiere, mi interesso delle sorti dell‚Äôitaliano nel mondo¬Ľ), con affezionare le costruzioni sono meno numerose: ¬ęil gatto √® affezionato / si affeziona alla casa¬Ľ (¬ęle √® affezionato¬Ľ, ¬ęle si affeziona¬Ľ), mentre √® impossibile (o possibile solo in teoria, ma di fatto innaturale) ¬ęla casa affeziona il gatto¬Ľ. Per questo motivo, cio√® per l‚Äôunicit√† della reggenza preposizionale in a per esprimere il secondo argomento verbale di affezionarsi (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa), il pronome gli/le funziona sempre bene con quel verbo. Mentre con interessare, che, come dimostrato, regge costrutti molto diversi, gli/le non funzionano sempre. A complicare l‚Äôintera questione c‚Äô√® anche il fatto che interessare al passato pu√≤ ammettere sia la costruzione transitiva sia quella inaccusativa: ¬ęuna cosa mi ha interessato¬Ľ / ¬ęuna cosa mi √® interessata¬Ľ. Insomma, come vede, le varianti da considerare sono molte, e riguardano in questo caso la natura e le reggenze del verbo in questione. La regola per non sbagliare in questo caso √® la seguente: con il verbo interessare non si pu√≤ pronominalizzare al dativo (gli/le) la cosa o la persona che interessano, perch√© esse debbono fungere da soggetto e non da complemento: ¬ęA mi interessa¬Ľ, oppure ¬ęIo mi interesso a A¬Ľ, ma non ¬ęIo gli/le interesso¬Ľ, perch√© in quest‚Äôultimo caso si intenderebbe che io interesso A e non che A interessa me.

L‚Äôunica regola empirica per non sbagliare √® quella di ascoltare e leggere il pi√Ļ possibile, per acquisire l‚Äôuso comune di forme e costrutti. La regola teorica, invece, √® quella che Lei gi√† applica molto bene: tenere sempre desto lo spirito critico e sforzarsi di cogliere un comportamento generale (= regola) che tenga insieme pi√Ļ esempi e che giustifichi, pertanto, analogie e differenze. Nel primo caso (empiria), la riflessione non giova (¬ęnon ti fissare¬Ľ), nel secondo (teoria) √® invece fondamentale. Va detto per√≤ che si pu√≤ leggere e scrivere bene anche senza conoscere a fondo le regole, come anche, viceversa, si possono conoscere a fondo le regole anche scrivendo e parlando molto male. In altre parole, tra linguistica teorica e comportamento linguistico c‚Äô√® spesso un abisso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il dubbio sull’uso dei pronomi indiretti riferiti a cose (di cui a questa domanda/risposta) mi è venuto quando tre italiani mi hanno detto che non potevo rispondere a una domanda così:

A: Come mai sei interessato all’italiano?

Io: Gli sono interessati tutti (gli = ‘all‚Äôitaliano’). Scherzavo mentre ho risposto.

Un professore di diritto, un insegnante alle medie, e la persona a cui ho risposto mi hanno detto che non andava bene. Mi sembrava strano dato che non volevo ripetere all’italiano, e quindi ho usato gli.

Mi domando ancora come mai tante persone istruite fanno questi errori. √ą una domanda a cui non mi aspetto una risposta.

 

RISPOSTA:

Per spezzare una lancia a favore delle risposte date da parlanti nativi, va detto che in effetti l‚Äôespressione ¬ęgli sono interessati¬Ľ non √® molto naturale ed √®, anzi, al limite dell‚Äôinaccettabile, ma non a causa del riferimento del pronome a una cosa (infatti, ¬ętutti lo conoscono¬Ľ nel senso di ¬ętutti conoscono l‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ętutti gli danno importanza¬Ľ riferito ¬ęall‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ęle danno importanza¬Ľ riferito ¬ęalla lingua italiana¬Ľ sarebbero perfettamente naturali e corretti), bens√¨ per la costruzione ¬ęessere interessato a qualcosa¬Ľ. L‚Äôespressione √® corretta, ma non tollera bene la pronominalizzazione al dativo (gli/le), dal momento che non rappresenta un vero dativo, bens√¨ una sorta di complemento d‚Äôagente (¬ęsono interessato da qualcosa¬Ľ come passivo di ¬ęqualcosa mi interessa¬Ľ). Infatti, sarebbe problematico anche ¬ęgli sono interessato¬Ľ nel senso di ¬ęsono interessato a Mario¬Ľ (a differenza di ¬ęgli sono affezionato¬Ľ, che va benissimo sempre, per persone e cose). Si tratterebbe dunque, col pronome, di cambiare costrutto; per esempio: ¬ęnon me ne interesso¬Ľ, ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, o ¬ęnon mi interessa¬Ľ. ¬ęSei interessato a Mario/all‚Äôitaliano?¬Ľ ¬ęNo, non mi interessa¬Ľ oppure ¬ęNon, non me ne interesso¬Ľ, o ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, ma non ¬ęnon gli sono interessato¬Ľ.

Come ben sa, l’italiano è pieno di sfumature, sia nella sintassi sia nella semantica. E Lei ha messo il dito nella piaga proprio su una di queste, legata al complesso verbo interessare/interessarsi.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Si dice che i pronomi personali rispondano alla domanda A CHI? Il pronome personale indiretto me = a me, ti = a te, gli = a lui, le = a lei, ci = a noi, vi = a voi e loro = a loro (anche gli).

Ho letto un pezzo nel Corriere della Sera qualche anno fa in cui un pronome personale indiretto era usato per far riferimento a una cosa inanimata, non a una persona.¬†Ho pensato a un altro esempio in cui il pronome personale indiretto dovrebbe essere accettabile per far riferimento a una cosa: “Hai lasciato l‚Äôassegno alla banca?” “S√¨, le ho lasciato l‚Äôassegno”, o “S√¨, gliel‚Äôho lasciato”.¬† Le = alla banca.

Se il mio esempio con la banca √® corretto, potrebbe spiegarmi come mai viene accettato? √ą perch√© in quel esempio, le vuol dire ‘alla commessa’ o ha a che fare con il verbo?¬† Potrebbe fornirmi altri esempi in cui un pronome personale indiretto pu√≤ far riferimento a una cosa invece di una persona? Immagino che sia una cosa molto particolare.

 

RISPOSTA:

Nessun uso irregolare, n√© particolare. Oggi gli e le (come anche lo, la) possono essere senza timore riferiti a cose, anche nell‚Äôuso scritto, nonostante le obiezioni di qualche grammatico attardato. La domanda cui rispondono non √® dunque ¬ęa chi?¬Ľ bens√¨ ¬ęa chi, a che cosa?¬Ľ. Gi√† negli anni Ottanta Serianni osservava, nella sua Grammatica, l‚Äôassoluta normalit√† di frasi come ¬ęQuest‚Äôorologio non funziona: che cosa gli hai fatto?¬Ľ. L‚Äôalternativa con esso √® del tutto innaturale, e dunque da evitare: ¬ęche cosa hai fatto a esso?¬Ľ. L‚Äôunica alternativa possibile, se non piacciono gli/le riferiti a cose (che per√≤, come ripeto, sono assolutamente corretti e normali) √® ripetere il nome: ¬ęL‚Äôorologio non funziona. Che cosa hai fatto all‚Äôorologio?¬Ľ. Gli esempi di le riferiti a cose femminili sono innumerevoli e tutti corretti e normali (non eccezionali): ¬ęquando le dai una verniciata?¬Ľ, riferito a parete; ¬ęle ho dato una spinta per farla ripartire¬Ľ (riferito a automobile) ecc. ecc.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi grammaticale, Pronome
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QUESITO:

Vorrei sapere se la forma mal riscattata (o malamente riscattata) al secondo verso è corretta e se si può usare una forma univerbata malriscattata.
/caparra
mal riscattata
di trenta monete d’argento/

 

RISPOSTA:

Mal riscattata¬†√® certamente possibile (come anche¬†malamente riscattata). La variante univerbata¬†malriscattata¬†non √® attestata, ma sarebbe in astratto ugualmente possibile e ben formata; in un contesto poetico come √® questo, per sua natura incline all’invenzione verbale, √® quindi lecito impiegarla.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua letteraria, Neologismi
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QUESITO:

Leggendo¬†la risposta sui termini¬†croccantino¬†e¬†crocchetta¬†non sono riuscito a trovare la forma che ho sentito diverse volte:¬†crocchini. Esempio: “Ho comperato i crocchini per il gatto”. Pu√≤ considerarsi una forma errata oppure un mutamento linguistico?

 

RISPOSTA:

Il nome¬†crocchino¬†non √® registrato n√© nel¬†Grande dizionario della lingua italiana¬†n√© nei dizionari dell’uso pi√Ļ aggiornati. Se ne trovano sporadiche attestazioni in Internet in siti commerciali specializzati in prodotti per animali domestici e in recensioni a prodotti del genere pubblicate nelle piattaforme commerciali generaliste. A giudicare da questi dati, si pu√≤ affermare che questo nome sia un regionalismo, ovvero un tratto linguistico tipico di alcune regioni italiane, in questo caso quelle del Nord, e assente nelle altre. I regionalismi non sono errori, ma forme nate e diffuse in un’area geografica limitata (una citt√†, una regione, una serie di regioni). Queste forme a volte vengono adottate dalla lingua nazionale, divenendo dialettalismi; √® il caso, per esempio, di molti termini gastronomici, come¬†burrata,¬†mozzarella,¬†crescentina
Dal punto di vista della formazione,¬†crocchino¬†√® certamente il frutto di un mutamento: dubito che sia un derivato deverbale formato da¬†crocc(are)¬†+¬†-ino, perch√© il verbo¬†croccare¬†√® uscito dall’uso, quindi difficilmente pu√≤ produrre parole nuove; potrebbe, invece, essere una variante di¬†crocchetta¬†con la sostituzione del suffisso apparente¬†-etta¬†(crocchetta¬†non √® suffissato, ma √® l’adattamento del francese¬†croquette) con¬†-ino, oppure un accorciamento da¬†crocc(ant)ino.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale delle due versioni è corretta: punto/paragrafo 42 e segg. oppure punti/paragrafi 42 e segg.?

 

RISPOSTA:

In questa frase, il participio presente¬†segg., ovvero¬†seguenti, si comporta sintatticamente come un aggettivo; deve, quindi, accompagnare un nome. La forma pi√Ļ corretta, pertanto, √®¬†punti/paragrafi 42 e segg., in cui¬†punti/paragrafi¬†governa l’accordo sia di¬†42¬†(che, ovviamente, rimane invariato) sia di¬†seguenti. In alternativa, si pu√≤ scrivere¬†punto/paragrafo 42 e punti/paragrafi segg.¬†(che, per√≤, risulta inutilmente ridondante). La costruzione¬†punto/paragrafo 42 e segg.¬†costituisce un errore veniale; si pu√≤ sempre ipotizzare, infatti, che ci sia un nome sottinteso:¬†punto/paragrafo 42 e (punti/paragrafi) segg.¬†In contesti formali, per√≤ (che sono gli unici in cui una formula del genere potrebbe apparire), √® preferibile rispettare le regole rigorosamente ed essere massimamente chiari.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Volevo chiedere se il verbo “sei passato” al quinto verso della mia strofa sia corretto al maschile (accordato a me che scrivo) o debba andare al femminile, accordato a “nuvola” del secondo verso?

Sei fermo, ma ti vedi
come una nuvola rapida
in un cielo che non sa affezionarsi
e che torna all’azzurro con indifferenza
quando sei passato.

 

RISPOSTA:

Il participio passato √® accordato al “tu” sottinteso (tu sei fermo, tu sei passato) e non a chi scrive (cio√® “io”). Se volessimo accordare il participio passato a nuvola, la frase non potrebbe mantenere l’accordo con il “tu”, ma con nuvola, quindi alla terza persona: “quando √® passata“. D’altronde, gi√† nel verso precedente il verbo √® accordato a nuvola in questo modo: “e che torna (la nuvola) all’azzurro”.
Se si scegliesse di accordare a nuvola, i due versi prenderebbero questa forma: “e che torna all’azzurro con indifferenza / quando √® passata”.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “con i piedi lontano/lontani¬†da terra” √® corretto usare l’avverbio o l’aggettivo?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, perch√© lontano in italiano ha i valori di aggettivo e di avverbio. L’aggettivo richiede l’accordo di genere e numero con il nome cui si riferisce (piedi lontani), l’avverbio invece, in questo caso costruito come locuzione preposizionale (lontano da), rimane invariato. La variante con l’aggettivo √® pi√Ļ comune, ma non per questo preferibile alla variante con l’avverbio.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Volevo chiedere quale delle tre versioni è corretta/preferibile o se invece sono tutte e tre ugualmente accettabili:

Questioni relative all‚Äôinterpretazione e all’applicazione del diritto dell‚ÄôUnione,

Questioni relative all’interpretazione e applicazione del diritto dell’Unione,

Questioni relative all’interpretazione ed applicazione del diritto dell’Unione.

 

RISPOSTA:

I tre esempi sono tutti e tre corretti (in quanto contemplati dal sistema grammaticale italiano), ma il primo √® preferibile. Le grammatiche son tutte concordi nell‚Äôammettere la possibilit√† dell‚Äôellissi preposizionale nei casi di pi√Ļ elementi retti dalla medesima preposizione, ma ribadiscono anche che, per chiarezza, talora √® bene ripetere la preposizione. Nel caso specifico, dato che la preposizione √® articolata, sarebbe meglio ripeterla o quanto meno ripetere l‚Äôarticolo: ‚ÄúQuestioni relative all‚Äôinterpretazione e l’applicazione‚ÄĚ.

La -d eufonica va limitata a casi di incontro tra due vocali identiche, dunque, semmai, ‚Äúinterpretazione ed educazione‚ÄĚ, ma ‚Äúinterpretazione e applicazione‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúComunico la mia assenza per domani 10 marzo. Ne allego di seguito il giustificativo”.

Vorrei sapere se questo uso pronominale sia corretto. Dal punto di vista formale, scomponendo i rapporti sintattici, mi pare che non ci sia niente di sbagliato. (Ne allego il giustificativo = allego il giustificativo dell’assenza.) Quando ho letto il messaggio la prima volta, per√≤, ho avuto un principio di perplessit√†. Chiedo a voi, come al solito, per sciogliere il dubbio.

 

RISPOSTA:

La frase è perfettamente corretta. Le ragioni della sua perplessità sono dovute alla distanza tra il pronome ne e il nome cui si riferisce (assenza). Dato che però nessun altro dei costituenti prima di ne (domani, 10 marzo) si presta ad essere sostituito da ne, la coreferenza tra ne e assenza, sebbene svolta nell’arco di due diverse frasi, è perfettamente rispettata.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

la frase ‚ÄúViviamo in un paese (a) cui dobbiamo essere orgogliosi di appartenere‚ÄĚ, che ho udito pronunciare a un giornalista per la ricorrenza del 25 aprile, √® ben costruita?

Mi domando in particolare se rifletta correttamente la seguente perifrasi (visto che è tale il senso generale del messaggio): Dobbiamo essere orgogliosi di appartenere al paese in cui viviamo.

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta: ‚Äúappartenere a un paese‚ÄĚ e dunque ‚Äúpaese cui (o a cui) apparteniamo‚ÄĚ. Data la distanza tra il verbo (appartenere) e il pronome retto da quel verbo (cui/a cui), a causa della complessit√† sintattica della frase, a una prima lettura il cui spiazza, perch√© si deve arrivare alla fine della frase prima di trovarne l‚Äôaggancio morfosintattico.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Volevo chiedere gentilmente quale delle versioni è corretta:

“Il giudice NON può esercitare alcuna attività decisionale nella causa X,

– COMPRESA l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ – (cos√¨ in lingua originale del testo da tradurre – lingua polacca)

– ‚ÄúTRA CUI l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ

– ‚ÄúNEMMENO adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√©/o fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Dai punti di vista strettamente morfosintattico e lessicale vanno bene tutte e tre le frasi in questione. Tuttavia, dato che nei testi giuridici, amministrativi e burocratici √® sempre bene essere chiari, per evitare equivoci, la terza soluzione, con le leggere modificazioni qui proposte, √® la migliore: ‚ÄúIl giudice non pu√≤ esercitare alcuna attivit√† decisionale nella causa X, cio√® non pu√≤ nemmeno adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√© fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

Riguardo al contenuto, mi chiedo, per√≤, da non esperto di procedure giuridiche, se ‚Äúadottare‚ÄĚ sia il termine corretto, o se invece nel testo non si voglia intendere ‚Äúpromulgare‚ÄĚ o ‚Äúemanare‚ÄĚ. In effetti, dal contesto, il divieto sembra riguardare il ruolo attivo del giudice (cio√® quello di ‚Äúemanare decreti‚ÄĚ) nella causa in questione.

Le prime due soluzioni proposte, ancorch√© corrette, possono ingenerare equivoci per via dell‚Äôassenza di un chiaro segnale di negazione in ‚Äúcompresa‚ÄĚ e ‚Äútra cui‚ÄĚ. La negativit√† del concetto √® invece ben presente in ‚Äúnemmeno‚ÄĚ e ribadita, a ulteriore chiarezza, dal ‚Äúcio√®‚ÄĚ e dalla ripetizione del verbo ‚Äúcio√® non pu√≤ nemmeno‚ÄĚ, che riconducono questa parte di testo a quella precedente. Inoltre, la terza soluzione √® migliore anche perch√© contiene una pi√Ļ chiara espressione verbale (‚Äúadottare‚ÄĚ e ‚Äúfissare‚ÄĚ) rispetto all‚Äôespressione nominale ‚Äúadozione‚ÄĚ e ‚Äúfissazione‚ÄĚ.

Infine, meglio ‚Äún√©‚ÄĚ rispetto a ‚Äúo‚ÄĚ, dato che si tratta di una disgiuntiva negativa.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Tornando alla frase ‚ÄúIeri √® stata una bella giornata‚ÄĚ (relativa alla seguente risposta di DICO: https://dico.unime.it/ufaq/ieri-puo-essere-soggetto/), se consideriamo ‚Äúieri‚ÄĚ come soggetto, ‚Äúuna giornata‚ÄĚ come parte nominale e ‚Äúbella‚ÄĚ come attributo di quest’ultima, dobbiamo anche notare che la copula, ovvero ‚Äú√® stata‚ÄĚ, concorda in genere femminile con la parte nominale e non con il soggetto. Questo tipo di concordanza √® ammessa? Ci sono altri esempi?

 

RISPOSTA:

Nel predicato nominale, sono quasi sempre ammesse entrambe le concordanze (per genere) della copula, o con il soggetto o con la parte nominale. Esempi: ‚ÄúLa bolletta della luce √® stata/stato un vero salasso‚ÄĚ; ‚ÄúMio figlio √® stato/stata la mia pi√Ļ grande soddisfazione‚ÄĚ. Nell‚Äôaccordo per numero, invece, le cose stanno diversamente: ‚ÄúLa villeggiatura per me sono quattrini ben spesi‚ÄĚ; quasi inaccettabile ‚Äúla villeggiatura per me √® quattrini ben spesi‚ÄĚ. D‚Äôaltro canto per√≤ ‚ÄúI figli sono una grande preoccupazione‚ÄĚ non √® sostituibile da ‚ÄúI figli √® una grande preoccupazione‚ÄĚ. Riassumendo (ma possono esservi sempre eccezioni nell‚Äôuso reale): il doppio accordo per genere funziona sempre (o quasi), mentre quello per numero √® speculare: con soggetto singolare e parte nominale plurale l‚Äôaccordo della copula √® con la parte nominale, mentre, viceversa, con soggetto plurale e parte nominale singolare l‚Äôaccordo della copula √® con il soggetto. Cio√®, la copula concorda sempre con l‚Äôelemento al plurale.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

vi chiedo cortesemente di sciogliere un dubbio sull‚Äôanalisi logica della seguente frase: ‚ÄúIeri √® stata una bella giornata‚ÄĚ. Sulla copia docenti di un testo di grammatica √® indicato ‚Äúieri‚ÄĚ come soggetto; invece, sul sito della Treccani, di una frase simile, ovvero ‚ÄúDomani sar√† una giornata emozionante‚ÄĚ, si afferma che il soggetto non c‚Äô√®, perch√© il verbo √® impersonale.

Potreste cortesemente esprimervi in merito?

 

RISPOSTA:

La questione √® complessa ed √® da tempo all‚Äôattenzione dei linguisti, che dibattono sul ruolo del soggetto e sulla natura dei verbi impersonali. In realt√†, entrambe le risposte sono giuste e ben argomentabili, secondo i diversi orientamenti della linguistica. La risposta della Treccani √® la pi√Ļ tradizionale: ‚Äúieri‚ÄĚ (o ‚Äúdomani‚ÄĚ o ‚Äúluned√¨‚ÄĚ o simili) verrebbe inteso come complemento di tempo, ‚Äúuna bella giornata‚ÄĚ √® parte nominale del predicato nominale, dunque manca il soggetto. Tuttavia si fa fatica a ritenere ‚Äúessere una bella giornata‚ÄĚ (o simili) alla stregua di una espressione impersonale, tanto pi√Ļ che se cambiassimo l‚Äôattacco, il verbo cambierebbe accordo di numero, per esempio: ‚ÄúIeri e l‚Äôaltro ieri sono state giornate emozionanti‚ÄĚ. E gi√† questo basterebbe a dar ragione a chi ritiene che ‚Äúieri‚ÄĚ, nella frase in questione, sia soggetto. Tuttavia vi sono altri casi in cui il discorso non √® cos√¨ pacifico: ‚Äúieri (e l‚Äôaltro ieri) √® stato nuvoloso‚ÄĚ (e non *‚Äúsono stati nuvolosi‚ÄĚ). In casi simili, √® legittimo considerare ‚Äú√® stato nuvoloso‚ÄĚ alla stregua di verbi impersonali quali i meteorologici piove, nevica ecc. Ricordiamo, inoltre, che secondo la grammatica generativo-trasformazionale anche i verbi impersonali, in realt√†, hanno un soggetto, ma non espresso. In casi simili, √® come se il soggetto fosse un ‚Äúesso‚ÄĚ nascosto, che invece √® palese in altre lingue quali l‚Äôinglese (‚Äúit‚Äôs raining‚ÄĚ), il francese, il tedesco e moltissime altre. E come addirittura accade in certi dialetti, quali il fiorentino (pi√Ļ demotico): ‚Äúe‚Äô piove‚ÄĚ.

Quindi, per concludere, nella frase iniziale (‚ÄúIeri √® stata una bella giornata‚ÄĚ e simili) √® meglio ritenere ‚Äúieri‚ÄĚ come soggetto, mentre in frasi analoghe √® meglio considerare ‚Äúieri‚ÄĚ come complemento di tempo.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Presa la frase “quanto sempre pi√Ļ ci se ne nutre in grazia”, come verrebbe l’analisi grammaticale? In particolare ci,¬†se e ne¬†sono pronomi? Al posto di quale significato? Credo che si sia passivante di ‘nutre‘, ne indichi “di questo”, ci non so.

 

RISPOSTA:

L’analisi grammaticale della frase, che risulta per√≤ incompleta, √®:
Quanto: congiunzione subordinante
sempre: avverbio di tempo
pi√Ļ_: avverbio di quantit√†
ci: pronome personale
se: pronome riflessivo
ne: pronome personale atono
nutre: voce del verbo nutrirsi, intransitivo pronominale.
in: preposizione semplice
grazia: nome comune, femminile, singolare.

Si, in questo caso rende il verbo riflessivo; ci ha la funzione di soggetto generico, che rende il verbo impersonale (la prima persona plurale ci √® quella che pi√Ļ richiama l’idea di impersonalit√†). Il ne si riferisce a qualcosa riferito precedentemente, immagino; quindi ha il significato di “di questo”.
Per un approfondimento sulla posizione dei pronomi atoni le suggerisco di leggere questa risposta di DICO.
Raphael Merida

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QUESITO:

Ho letto¬†la risposta¬†su come accordare l’aggettivo con la parola¬†notaio¬†nel caso in cui il notaio √® una donna. Tuttavia, non sono sicura come mi devo comportare (facendo una traduzione) nella stessa situazione (il notaio √® una donna) con il pronome: “Il notaio ha informato che ….. Egli / Ella ha altres√¨ comunicato che …. “.

 

RISPOSTA:

Il pronome si comporta come l’aggettivo e il participio passato di un verbo inaccusativo (ovvero il verbo¬†essere¬†e tutti quelli con¬†essere¬†come ausiliare): il nome maschile √® ripreso da un pronome maschile e viceversa per il nome femminile, senza riguardo per il sesso del designato. Quindi “Il notaio √®¬†stato categorico…¬†Egli¬†ci ha convocato…”. Ribadisco, comunque, che designare una donna con il nome¬†notaio¬†√® scorretto tanto quanto designare una donna con il nome¬†infermiere¬†e tanto quanto designare un uomo con il nome¬†notaia¬†o¬†infermiera.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

S√¨ pu√≤ analizzare la seguente frase “L‚Äôuomo era impegnato per conto di una ditta in attivit√† di manutenzione su un impianto di zuccherificio” in questo modo seguente?

Uomo = soggetto

Era impegnato = pred. verbale

Per conto di una ditta = complemento di sostituzione

In una attività = stato in luogo figurato

Di manutenzione = complem. di specificazione

Su un impianto = stato in luogo

Di zuccherificio = compl. specificazione

 

RISPOSTA:

L‚Äôanalisi √® sostanzialmente corretta, con qualche precisazione. Il soggetto √® comprensivo dell‚Äôarticolo: ‚ÄúL‚Äôuomo‚ÄĚ. Nell‚Äôinsensatezza della tipologia dei complementi (qui pi√Ļ volte rilevata), si pu√≤ osservare che ‚Äúper conto di una ditta‚ÄĚ, meglio che come complemento di sostituzione, pu√≤ essere considerato complemento di vantaggio, visto che l‚Äôuomo, pi√Ļ che lavorare al posto di una ditta, lavora a favore di essa. Inoltre ‚Äúsu un impianto di zuccherificio‚ÄĚ non √® un sintagma perfettamente formato in italiano. Sarebbe pi√Ļ corretto dire che lavora ‚Äúin (e non su) uno zuccherificio‚ÄĚ, oppure ‚Äúin un impianto per la produzione dello zucchero‚ÄĚ, visto che zuccherificio vuol dire ‚Äėche produce lo zucchero‚ÄĚ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica
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QUESITO:

Desidererei mi venisse chiarito un dubbio relativamente a questa frase: “Ritengo queste richieste inaccettabili, eccetto quella che si riferisce eccetera”. Quel “quella”, riferito a richieste, pu√≤ essere considerato grammaticalmente corretto?

 

RISPOSTA:

S√¨, certamente √® corretto. Le richieste sono varie, dunque √® chiaro che se se ne vuole isolare una soltanto sia rispettato l‚Äôaccordo per genere ma quello non per numero. La coreferenza (parziale) tra ‚Äúqueste richieste‚ÄĚ e ‚Äúquella‚ÄĚ √® perfettamente intelligibile e grammaticalmente corretto, perch√© rispetta sia le regole della semantica, sia quelle della morfosintassi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

In vita ho sempre detto indistintamente:

  1. A) Lunedì prossimo.
  2. B) Il lunedì prossimo.
  3. C) Il prossimo lunedì.

Mentre ho sempre visto come errore:

  1. D) Prossimo lunedì.

Qualche giorno fa, durante una discussione, mi √® stato corretto “Ci vediamo il luned√¨ prossimo” (B), e mi √® stato detto che o si mette l’articolo quando “prossimo‚ÄĚ √® anteposto e lo si toglie quando “prossimo” √® posposto.

Mi sa dire se davvero esiste una regola grammaticale che determina l’uso o l’omissione dell’articolo in questo caso?

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei, le tre forme sono tutte e tre corrette e ben attestate negli usi dell‚Äôitaliano. Sicuramente l‚Äôarticolo √® pi√Ļ comune con scorso/prossimo anteposti ed √® meno comune con scorso/prossimo posposti, tuttavia la forma ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ non pu√≤ certo dirsi errata, sebbene online circoli una siffatta regoletta empirica (per es. nella consulenza linguistica di Zanichelli: https://aulalingue.scuola.zanichelli.it/benvenuti/2019/01/31/uso-dellarticolo-davanti-alle-date-alle-ore-ai-giorni/).

L‚Äôarticolo con le espressioni di tempo tende a cadere, oggi, per ragioni svariate (cfr. questo articolo dell‚ÄôAccademia della Crusca: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/omissione-dellarticolo-determinativo-nella-locuzione-temporale-settimana-prossimascorsa/161). Tuttavia espressioni come ‚Äúprossimo luned√¨‚ÄĚ, ‚Äúsettimana prossima‚ÄĚ e simili sono ancora considerate non standard, o quantomeno inadatte all‚Äôitaliano formale. Pu√≤ darsi che in futuro la perdita dell‚Äôarticolo nelle espressioni di tempo si grammaticalizzi ed entri dunque a far parte delle grammatiche e dell‚Äôitaliano standard, ma fino a quel momento sarebbe bene evitare espressioni, pure oggi comuni, quali ‚Äúla riunione si terr√† giorno 23‚ÄĚ, ‚Äúci vediamo settimana prossima‚ÄĚ e simili.

Quanto poi al tipo ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ (che oggi conta ben 13100 risultati in Google, e gi√† questo basterebbe per considerarlo del tutto ammissibile nell‚Äôitaliano attuale), osserviamo che i giorni della settimana rientrano a pieno titolo nei sostantivi e che ammettono l‚Äôarticolo in una serie di espressioni: ‚Äúun luned√¨ d‚Äôinferno‚ÄĚ; ‚Äúil luned√¨ preferito‚ÄĚ, ‚Äúi luned√¨ sono i giorni pi√Ļ duri‚ÄĚ ecc. Va anche osservato che nei riferimenti di tempo determinato l‚Äôarticolo non va messo, perch√© il nome del giorno √® utilizzato con funzione avverbiale: ‚Äúci vediamo luned√¨‚ÄĚ (analogo a ‚Äúci vediamo domani‚ÄĚ). L‚Äôarticolo va messo invece per indicare l‚Äôabitualit√†: ‚Äúci vediamo il luned√¨‚ÄĚ significa ‚Äúci vediamo tutti i luned√¨‚ÄĚ, o ‚Äúdi luned√¨‚ÄĚ, o ‚Äúogni i luned√¨‚ÄĚ. Tuttavia, come mostrano gli esempi precedenti, √® possibile determinare il giorno mediante l‚Äôarticolo, e dato che gli aggettivi scorso e prossimo servono proprio a determinare meglio il nome, l‚Äôarticolo √® adeguato indipendentemente dalla posizione rispetto al nome, come mostrano le coppie seguenti: ‚Äúoggi √® un buon luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúoggi √® un luned√¨ buono‚ÄĚ; ‚Äúil miglior luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúil luned√¨ migliore‚ÄĚ; ‚Äúil brutto luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúil luned√¨ brutto‚ÄĚ; e ancora: ‚Äúci vedremo il luned√¨ del concerto‚ÄĚ (non certo *‚ÄĚci vedremo luned√¨ del concerto‚ÄĚ) ecc. Resta indubbio, per√≤, che gli italiani preferiscano omettere l‚Äôarticolo quando scorso e prossimo sono posposti, e che dunque ‚Äúluned√¨ prossimo‚ÄĚ sia pi√Ļ frequente e comune di ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ. Ma meno comune non vuol dire certo sbagliato.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Articolo, Avverbio, Nome, Registri
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QUESITO:

Vorrei sapere se la costruzione ‚ÄúSono affermazioni, queste, che non mi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ sia una valida alternativa di ‚ÄúNon mi faccio scrupoli di diffondere queste affermazioni‚ÄĚ.

Il mio dubbio, nell‚Äôesempio originario, riguarda la porzione ‚Äúmi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ: qui le parti del discorso hanno i giusti collegamenti sintattici?

 

RISPOSTA:

Certamente, la frase √® del tutto corretta, perch√© il pronome relativo che svolge il ruolo di complemento oggetto, e dunque in ‚Äúche non mi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ, che = queste affermazioni.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

‚ÄúSi prega di recarsi all’appuntamento nel rispetto dell’orario assegnato. Portare con s√© il documento di riconoscimento.”

Il pronome ‚Äús√©‚ÄĚ pu√≤ essere usato anche quando una frase non ha un soggetto espresso (non so se si possa parlare in tale esempio di ‚Äúsoggetto logico‚Äú), oppure si tratta di un uso improprio?

 

RISPOSTA:

Si pu√≤, la frase √® del tutto corretta. ‚ÄúPortare con s√©‚ÄĚ, infatti, equivale in tutto e per tutto a ‚ÄúOgnuno (o ciascuno) porti con s√©‚ÄĚ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Pronome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

“I capelli sono pettinati in ciocche sottili e sono tinti di nero”

I due predicati sono nominali o verbali?  Sono entrambi due participi passati che possono essere usati anche come aggettivi o no?

 

RISPOSTA:

Sì, sono entrambi participi, e come tali possono avere valore sia verbale sia nominale. Dunque in entrambe le proposizioni il predicato può essere analizzato sia come verbale, sia come nominale. Abbiamo già discusso nel dettaglio questa dicotomia nel quesito https://dico.unime.it/ufaq/predicato-verbale-o-nominale/, cui rimandiamo per un approfondimento della complessa questione.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Non mi √® ben chiaro come distinguere se nelle seguenti frasi gli elementi in maiuscolo sono aggettivi o pronomi indefiniti. Inoltre possono essere considerati tutti quantificatori, o alcuni di essi (ad es. “altri”) non hanno la funzione di quantificare?

1) In un mondo multietnico, inevitabilmente siamo in TANTE, TUTTE diverse e OGNUNA con il suo fascino e la propria identità, ma è pur vero che tra queste ALCUNE hanno un carisma irresistibile.

[tante=aggettivo indefinito quantitativo; tutte=aggettivo indefinito collettivo; ognuna= pronome indefinito collettivo; alcune=pronome indefinito singolativo]

2) Ne ho sentite dire di TUTTI i colori su di me.

[tutti=aggettivo indefinito collettivo]

3) TANTI mi confessano che trasmetto loro i piaceri della bellezza. ALTRI dicono che sono molto musicale e regalo benessere con le mie vibrazioni.

[tanti=pronome indefinito quantitativo; altri= pronome indefinito singolativo]

4) Sono UNA che lascia il segno e con orgoglio vi comunico che nella competizione mondiale sono arrivata quarta. Conosco gente di TUTTE le et√† che si avvicina a me per i motivi pi√Ļ diversi.

[una=pronome indefinito singolativo; tutte=aggettivo indefinito collettivo]

 

RISPOSTA:

Sono tutti quantificatori e indefiniti e sono quasi tutti pronomi, tranne quelli accompagnati a un nome, cio√® ‚Äútutti i colori‚ÄĚ (aggettivo indefinito) e ‚Äútutte le et√†‚ÄĚ (aggettivo indefinito). In ‚Äúsono una‚ÄĚ, una, a rigore, √® pronome numerale, anche se, dato il significato di ‚Äúuna certa persona‚ÄĚ o ‚Äúquel tipo di persona‚ÄĚ, pu√≤ anche essere interpretato come pronome indefinito. L‚Äôimportante √® riconoscerne il valore pronominale (anzich√© aggettivale, visto che non si accompagna a un nome) e di quantificatore.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Pronome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Non riesco a capire che funzione ha “questo” nella seguente frase (chi parla √® la personificazione della lingua italiana): ¬ęAltri dicono che sono molto musicale e regalo benessere con le mie vibrazioni. Sar√† forse per QUESTO che l‚ÄôOpera √® nata nel mio Paese¬Ľ,

In questo caso, “questo” √® un pronome dimostrativo che sostituisce un’intera frase (“il fatto che sono molto musicale e regalo benessere con le mie vibrazioni”)? O √® una locuzione congiuntiva, sostituibile con “perci√≤”, “per tale motivo”? O √® qualcosa d’altro?

 

RISPOSTA:

Questo √® un pronome dimostrativo che funge da incapsulatore, in questo caso, cio√® pronominalizza un‚Äôintera frase o porzione di testo, piuttosto che un singolo sintagma. Per questo, con parziale perdita semantica e grammaticalizzazione, pu√≤ essere inteso anche come locuzione congiuntiva di valore analogo a perci√≤; tuttavia, nel caso specifico, la forte coesione della frase (con il complemento per questo retto dal verbo sar√†) fa propendere per la prima interpretazione. Il valore di locuzione congiuntiva, o meglio ancora di segnale discorsivo, sarebbe pi√Ļ probabile in un caso del genere: ¬ęPer questo, l‚Äôopera √® nata nel mio paese¬Ľ. Con perci√≤ il confine tra i due tipi (molto sfumato) √® pi√Ļ semplice, perch√© la grammaticalizzazione ha comportato l‚Äôuniverbazione di per ci√≤ in perci√≤ (come per che in perch√©, poi che in poich√© ecc.). Mentre per questo non ha (ancora) dato luogo a perquesto.

Fabio Rossi

Parole chiave: Congiunzione, Pronome
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho un dubbio che riguarda gli aggettivi numerali cardinali invariabili ma che si estende anche a tutti gli aggettivi qualificativi.

Se io scrivo: “Le mie tre rose sono fiorite”, posso fare l’analisi grammaticale dell’aggettivo numerale cardinale “tre” come femminile plurale dato che si accorda al nome “rose”?

Genere e numero dell’aggettivo numerale cambierebbero infatti se associati al nome: “I tre palazzi”.

Se io scrivo: ‚Äúla bambina √® gentile” posso analizzare l’aggettivo qualificativo come femminile e singolare anche se accanto ad un nome maschile singolare scrivo comunque “gentile”?

 

RISPOSTA:

Gli aggettivi (di qualunque tipo) non hanno un genere proprio, ma cambiano il genere in base al nome cui si riferiscono. Pertanto tre in tre rose è femminile, mentre è maschile in tre palazzi. Altrettanto gentile: femminile in persona gentile, maschile in modi gentili. Ciò vale dal punto di vista morfosintattico (cioè per quanto riguarda l’analisi grammaticale e la funzione dell’aggettivo). Dal punto di vista meramente formale, tre è un aggettivo invariabile, cioè che non varia (nella forma) tra maschile e femminile. Anche gentile è invariabile nel genere, anche se varia nel numero (gentile, gentili). Dal punto di vista funzionale, invece, come già detto, tutti gli aggettivi assumono il genere e il numero del nome cui si riferiscono.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

I prefissi come super-, arci-, iper-, ultra- ecc, si possono, indifferentemente, premettere a tutti gli aggettivi qualificativi di grado positivo, oppure seguono delle regole?

 

RISPOSTA:

Questi prefissi formano il superlativo assoluto dell’aggettivo a cui si uniscono; non possono essere usati, pertanto, con gli aggettivi che non ammettono il grado superlativo, ovvero gli aggettivi di relazione (quelli che instaurano una relazione oggettiva tra il nome che determinano e il nome da cui sono derivati) e quelli di grado positivo dal significato superlativo. Tra i primi figurano aggettivi come¬†mattutino,¬†mensile,¬†architettonico; tra i secondi troviamo aggettivi come¬†stupendo,¬†fantastico,¬†meraviglioso. Va detto che molti aggettivi di relazione hanno significati estensivi che ammettono la gradazione; per esempio¬†civile¬†√® di relazione in¬†codice civile¬†‘relativo alle relazioni sociali’ (impossibile *codice supercivile, come anche¬†codice civilissimo), ma indica una qualit√† graduabile in¬†una persona civile¬†‘che si comporta seguendo le regole’ (possibile¬†una persona supercivile, come anche¬†una persona civilissima). Per altri versi, anche gli aggettivi dal significato superlativo ammettono il grado superlativo quando sono usati con un valore enfatico o ironico (in contesti non formali); in questi casi preferiscono unirsi ai prefissi piuttosto che al suffisso¬†-issimo:¬†supermeraviglioso,¬†iperfantastico¬†ecc. (meno comuni¬†meravigliosissimo,¬†fantasticissimo¬†ecc.).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Potreste correggere le seguenti frasi? 
1) Cancellare alla lavagna o la lavagna.
2) Mettere sul piatto o nel piatto, la mozzarella è sul piatto o nel piatto.
3) Vado a nord o al nord.
4) Vado al sud Italia o a sud Italia.

 

RISPOSTA:

Cancellare alla lavagna¬†e¬†cancellare la lavagna¬†sono alternative ugualmente corrette dal significato diverso: la prima significa ‘cancellare ci√≤ che √® scritto alla lavagna’, la seconda ‘cancellare la superficie della lavagna’. La scelta tra¬†mettere sul piatto¬†e¬†mettere nel piatto¬†√® legata al gusto personale: le due varianti sono praticamente equivalenti.¬†A Nord,¬†a Sud¬†ecc. indicano la direzione del moto, mentre¬†al Nord,¬†al Sud¬†ecc. indicano ‘i luoghi che si trovano al Nord / al Sud’. Pertanto¬†vado a Nord¬†significa ‘mi sposto verso Nord’,¬†vado al Nord¬†significa ‘mi sposto nell’area geografica situata a Nord’. Ne consegue che¬†vado a Sud Italia¬†sia quasi inaccettabile, mentre¬†vado al Sud Italia¬†(o anche¬†vado nell’Italia del Sud) va bene, perch√© il Sud Italia non pu√≤ essere una direzione, ma √® una regione geografica.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La frase “Dove √® finito il nostro scrupolo e professionalit√†” √® corretta? Ma se ci attenessimo alla regola che vuole il verbo ed eventuali parti variabili al plurale per il numero plurale (“Dove sono finiti i nostri scrupolo e professionalit√†”) sbaglieremmo?

 

RISPOSTA:

Per quanto affini l’uno all’altra, lo scrupolo e la professionalit√† non possono essere considerati un’unica entit√†, mentre gli esempi portati in questa risposta s√¨. A riprova di ci√≤, la frase formulata da lei (con l’accordo del verbo, dell’articolo e dell’aggettivo possessivo solamente con scrupolo)¬†non √® corretta, mentre lo sarebbero frasi come¬†“Mezzogiorno e un quarto per me √® tardi: vediamoci prima”, oppure “Questo pane e formaggio √® buonissimo” (all’opposto, nessun parlante nativo direbbe *”Mezzogiorno e un quarto per me sono tardi: vediamoci prima”, oppure *”Questi¬†pane e formaggio sono buonissimi”).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale fra le due seguenti affermazioni è corretta da un punto di vista grammaticale?
Fai il saggio e TRANNE vantaggio.
Fai il saggio e TRAINE vantaggio.

 

RISPOSTA:

La forma verbale corretta √®¬†traine, formata da¬†trai¬†seconda persona singolare dell’imperativo del verbo¬†trarre, e¬†ne, particella pronominale che in questo caso pu√≤ essere parafrasata con ‘da questo comportamento’. La forma¬†tranne¬†(che coincide con la preposizione¬†tranne¬†‘eccetto’) non fa parte della coniugazione di questo verbo; non bisogna, quindi, confondersi con gli imperativi di altri verbi correttamente formati con il raddoppiamento della¬†n¬†di¬†ne:¬†danne¬†(da¬†dare),¬†fanne¬†(da¬†fare),¬†dinne¬†(da¬†dire),¬†vanne¬†(da¬†andare), stanne (da stare).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
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QUESITO:

La domanda diretta nella frase ¬ęRenata domand√≤ a Luca: “Vuoi venire a teatro con me sabato prossimo?”¬Ľ pu√≤ essere trasformata in indiretta in modi diversi:
¬ęRenata domand√≤ a Luca se voleva / avesse voluto / avrebbe voluto / volesse andare a teatro con lei il sabato seguente¬Ľ.
Qual √® l’alternativa migliore?

 

RISPOSTA:

L’alternativa migliore √®¬†volesse: il congiuntivo imperfetto nella proposizione interrogativa indiretta (e nelle altre completive) descrive, infatti, un evento contemporaneo o successivo a quello della reggente quando quest’ultimo √® passato. Del tutto adeguato anche il condizionale passato¬†avrebbe voluto, che descrive un evento successivo a quello della reggente quando questo √® passato, ed √® preferito al congiuntivo imperfetto in contesti di media formalit√†. Possibile anche l’indicativo imperfetto¬†voleva, equivalente in questo caso al congiuntivo imperfetto, ma decisamente meno formale. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto, a rigore, descrive l’evento come precedente a quello della reggente quando questo √® passato; non √® adatto, quindi, a descrivere il rapporto tra la domanda e il volere di Luca. In alternativa, il trapassato potrebbe descrivere il volere come precedente a un altro evento, qui non nominato (per esempio “Renata domand√≤ a Luca se avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”); nella frase in questione, per√≤, non sembra esserci questa intenzione. Alcuni parlanti userebbero, comunque, il congiuntivo trapassato in questa frase, probabilmente come conseguenza della confusione tra la proposizione interrogativa indiretta e la condizionale, nella quale il congiuntivo trapassato √® associato all’irrealt√†. Con questa forma, quindi, tali parlanti intenderebbero presentare la domanda come non tendenziosa, ovvero cortese, aperta a ogni risposta. Che il congiuntivo trapassato avrebbe qui la funzione impropria di rendere la domanda pi√Ļ cortese √® provato dall’impossibilit√† di usarlo con la stessa funzione nelle altre completive. Si prenda, ad esempio, la frase “Renata immagin√≤ che Luca _________________ andare a teatro con lei il sabato seguente”: le soluzioni possibili sono¬†volesse,¬†avrebbe voluto,¬†voleva. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto¬†√® possibile soltanto con la funzione propria di collocare il¬†volere¬†in un momento precedente a un altro, qui non nominato (per esempio “Renata immagin√≤ che Luca avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei porvi una domanda in merito (a mio parere) alla scarsa chiarezza riscontrabile nei testi di grammatica, in merito al rapporto fra la forma riflessiva e la forma passiva.
Nella forma riflessiva apparente (ad es., “Paolo si lava le mani”), il verbo sembra essere transitivo. Allora essendo transitivo dovrebbe essere possibile trasformare la frase riflessiva in passiva. Ad es., “Le mani di Paolo sono lavate da s√© stesso”.
Ora, a prescindere dalla correttezza o meno dell‚Äôesempio, mi aspetterei che le grammatiche ne parlino. Oppure, se contraddice la regola, in quanto il verbo¬†lavarsi¬†non sarebbe transitivo, gli autori dei testi scolastici potrebbero spendere qualche parola in pi√Ļ e dire esplicitamente che la forma passiva non √® possibile ottenerla dalle frasi riflessive. Punto.
Tenete conto che molto spesso gli allievi (specie quelli non madre lingua italiana, magari impegnati nell’apprendimento dell‚Äôitaliano L2 ) necessitano di regole grammaticali – morfologiche e sintattiche – un po‚Äô pi√Ļ agili, pi√Ļ lineari, meno deduttive.

 

RISPOSTA:

Il problema che lei solleva discende dall’idea che la forma passiva del verbo “si ottenga” da quella attiva. In realt√†, la forma passiva del verbo ha le sue regole di formazione indipendenti dalla forma attiva; essa, inoltre, coinvolge la costruzione dell’intera frase e dipende dall’intento dell’emittente di rappresentare la realt√† in un certo modo (mettendo in primo piano il processo e in secondo piano l’agente). La specularit√† tra la costruzione della frase attiva e passiva con i verbi transitivi √® un fatto secondario, utile in chiave didattica, perch√© consente di instaurare un confronto tra le due, ma non essenziale per comprendere la funzione specifica della costruzione passiva. Anzi, tale confronto rischia di essere fuorviante, proprio perch√© concentra l’attenzione sulla corrispondenza formale tra attivo e passivo e oscura la funzione specifica della costruzione passiva. Venendo al suo caso, √® vero che tra la costruzione attiva e quella passiva dei verbi transitivi pronominali c’√® una corrispondenza imperfetta, perch√© nel passivo viene a mancare l’elemento pronominale che sottolinea il vantaggio che il soggetto trae dal processo o la particolare intensit√† con cui partecipa al processo. Tale imperfezione, per√≤, non annulla la corrispondenza; non c’√® qui, quindi, un’eccezione da rilevare, ma una minima deviazione dalla regolarit√†. Ora, soffermarsi a puntualizzare le innumerevoli deviazioni dalla regolarit√† non √® possibile, n√© utile (si ricordi che la stessa regolarit√† delle costruzioni √® una schematizzazione di comodo): se le grammatiche scolastiche lo facessero diventerebbero indigeribili e abdicherebbero alla loro funzione di inquadramenti sintetici per principianti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le due frasi sono corrette?

1. Non ve n’√® mai fregato della vostra famiglia.

2. Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette, ma hanno significati opposti per via del verbo, che soltanto in apparenza √® uguale. Nel primo esempio, il verbo coinvolto √® fregarsi, un verbo intransitivo pronominale che significa ‘importare’; la frase, quindi, pu√≤ essere interpretata cos√¨: “Non vi √® mai importato della vostra famiglia”. Il pronome atono ne, in questo caso, serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon ve n‘√® mai fregato della vostra famiglia“. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato.
Nel secondo esempio, invece, la frase √® costruita attorno al verbo procomplementare fregarsene (sui verbi procomplementari rimando alle risposte contenute nell’Archivio di DICO). Il suo significato non √® ‘importare’, come per fregarsi, ma ‘mostrare indifferenza, infischiarsene’. La frase, quindi, assume tutto un altro senso: “Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia” equivale a “Non avete mai mostrato indifferenza nei confronti della vostra famiglia”, quindi “Vi siete sempre interessati della vostra famiglia”.
Questo caso, molto interessante, è un tipico esempio la cui risoluzione richiede una particolare attenzione alle particelle pronominali presenti nella frase, che possono modificare o, addirittura, ribaltare il significato di ciò che si vuole scrivere o dire.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In grammatica, la posizione delle particelle pronominali è codificato da regole ben precise, oppure è libera e segue pertanto le preferenze del parlante?
In particolare, le costruzioni sotto indicate sono valide e caratterizzate dallo stesso grado di formalità?

1a) Posso parlarti?
1b) Ti posso parlare?
2a) Ti sto guardando
2b) Sto guardandoti
3a) Non ti muovere!
3b) Non muoverti!
4a) Ti sto venendo a cercare
4b) Sto venendoti a cercare
4c) Sto venendo a cercarti.

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi riportate negli esempi sono corrette. I pronomi atoni (mi, ti, gli, lo ecc.) possono collocarsi, a seconda del modo verbale, prima o dopo il verbo: quando si trovano prima del verbo, i pronomi si chiamano proclitici (mi scrivi), quando stanno dopo il verbo, e quindi formano un’unica parola con esso, si chiamano enclitici (scrivimi).
Vediamo nel dettaglio perch√© tutti gli esempi da lei riportati ammettono questa doppia possibilit√†. Nelle frasi 1a e 1b l’infinito parlare √® retto dal verbo servile potere; in questi casi, il pronome pu√≤ seguire l’infinito, come nella frase 1a, oppure pu√≤ precedere il servile, come nella frase 1b. Anche il verbo stare seguito dal gerundio, che indica un’azione nel suo svolgersi, ammette la doppia posizione del pronome atono; per questo motivo, le frasi 2a e 2b sono equivalenti. Il pronome pu√≤ precedere o seguire il verbo anche quando la frase contiene un imperativo negativo, come nei casi di 3a e 3b; se, invece, la frase contenesse un imperativo affermativo il pronome potrebbe stare soltanto in posizione enclitica (muoviti). Le frasi 4a, 4b e 4c ammettono una triplice possibilit√† perch√© il verbo stare regge un verbo di moto (andare) che, a sua volta, regge un infinito preceduto da preposizione (a cercare): il verbo, quindi √® andare a cercare. Per tali ragioni, il pronome pu√≤ trovarsi prima o dopo la costruzione stare + gerundio (4a e 4b), oppure dopo l’infinito del verbo (4c).
Raphael Merida

Parole chiave: Coesione, Pronome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quali fra queste due frasi è corretta?

Si sono create circostanze ed eventi che hanno portato…

Si sono creati circostanze ed eventi che hanno portato…

La mia intenzione è che il verbo creare comprenda sia circostanze che eventi.

 

RISPOSTA:

Quando due o pi√Ļ nomi sono sono di genere diverso, la norma prevede che l’accordo del participio (lo stesso vale per l’aggettivo) sia plurale maschile, quindi si sono creati circostanze ed eventi. In un caso come questo, per√≤, in cui il primo nome √® femminile, l’accordo risulta poco gradevole; tuttavia, questo problema pu√≤ essere risolto ripetendo il participio: si sono creati le circostanze e si sono creati gli eventi; oppure, pi√Ļ economicamente, invertendo l’ordine dei nomi: si sono creati gli eventi e le circostanze.
Raphael Merida

Parole chiave: Accordo/concordanza, Verbo
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QUESITO:

I verbi in maiuscolo nella seguente frase sono corretti?
“Se ci ferissimo in una zona remota dovremmo avere con noi un buon kit di primo soccorso, che CONTENGA quegli strumenti che ci CONSENTIREBBERO di fronteggiare anche gravi situazioni di urgenza”.

 

RISPOSTA:

Il congiuntivo presente¬†contenga¬†√® adatto a esprimere l’atemporalit√† (o meglio la pantemporalit√†, ovvero l’indipendenza da coordinate temporali particolari) del processo che qualifica il kit. Si noti che il conguntivo √® preferibile all’indicativo in questo caso perch√© l’antecedente del relativo,¬†un buon kit, √® indeterminato; se al posto di¬†un buon kit¬†ci fosse, per esempio,¬†il kit, l’indicativo presente¬†contiene¬†sarebbe preferibile (in quel caso, per√≤, la proposizione relativa diventerebbe automaticamente limitativa, quindi si dovrebbe anche eliminare la virgola prima del pronome relativo).
La decisione riguardo a¬†consentirebbero¬†√® pi√Ļ complicata: nella frase cos√¨ costruita si pu√≤ usare sia questa forma sia l’indicativo presente¬†consentono. Nel primo caso il processo √® rappresentato come conseguenza di una condizione sottintesa (per esempio¬†se si presentassero); nel secondo caso il processo √® presentato come pantemporale, al pari di¬†contenga. Rispetto a¬†contenga, qui l’indicativo √® preferibile al congiuntivo perch√© l’antecedente del relativo,¬†quegli strumenti, √® determinato.
Va detto, comunque, che bisogna evitare di subordinare una relativa a un’altra relativa. A questo scopo si pu√≤ sostituire, per esempio,¬†che ci consentono¬†o¬†che ci consentirebbero¬†con¬†utili a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Semantica

Quale delle seguenti è una forma passiva del verbo andare?
a) Io vado
b) Io sono andato
c) Andando
d) Nessuna delle precedenti; il verbo andare non ha la forma passiva

La risposta corretta √®¬†d. Il verbo¬†andare¬†non ha la diatesi passiva, come tutti i verbi intransitivi; non √® possibile, infatti, rappresentare il processo dell’andare¬†come subito da qualcuno o qualcosa.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
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QUESITO:

Perché a volte l’articolo si concorda con l’aggettivo (ovvero con la parola che lo segue)? Ad esempio: il tuo amico invece di lo tuo amico, l’ultimo compito da fare invece di il ultimo compito da fare. Si concorda così per evitare la cacofonia?

 

RISPOSTA:

Bisogna distinguere tra l’accordo, che regola la scelta del genere e del numero dell’articolo, e l’armonizzazione della catena fonica, che regola la scelta della forma dell’articolo. L’articolo concorda sempre con il nome; infatti, nei suoi esempi,¬†il¬†e¬†l’¬†sono maschili singolari perch√©¬†amico¬†e¬†compito¬†sono nomi maschili singolari. La forma dell’articolo, poi, cambia a seconda dell’iniziale della parola subito successiva per facilitare la pronuncia dell’intera espressione che contiene l’articolo. L’articolo determinativo maschile singolare, per esempio, ha tre forme:¬†il,¬†lo,¬†l’, ognuna selezionata in base all’iniziale della parola successiva nella frase. Come lei stesso ha notato, del resto, la forma dell’articolo cambia anche se l’articolo √® seguito direttamente dal nome (l’amico, ma¬†il compito); in questo caso, infatti, il nome √® non solo la testa che governa l’accordo, ma anche la parola subito successiva all’articolo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere chiamata¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia. Come devo accordare l‚Äôaggettivo quando mi riferisco a lei? √ą corretto dire ‚ÄúIl mio notaio √® bravissimA / preparatissimA‚ÄĚ o devo usare sempre e solo l‚Äôaggettivo al maschile?

 

RISPOSTA:

L’accordo √® un fenomeno grammaticale; √®, quindi, regolato dal genere, non dal sesso. Questo principio funziona senza sbavature quando i nomi designano oggetti inanimati (“La porta √® rossa” / “Il tavolo √® basso”), e non desta particolari problemi neanche con gli animali (“La giraffa maschio √® altissima”, ma “Il maschio della giraffa √® altissimo”). I dubbi, invece, sorgono nei rari casi in cui un nome che designa una categoria di persone ha un genere che non corrisponde al sesso del designato. L’italiano possiede un piccolo numero di questi nomi (che rientrano nel gruppo dei nomi promiscui, insieme a quelli come giraffa,¬†pavone¬†ecc.), quasi tutti femminili ma riferiti tanto a uomini quanto a donne:¬†la guida,¬†la guardia,¬†la persona¬†e pochi altri. Anche a questi nomi si applica la regola dell’accordo, per cui “Mario √® una guida bravissima / una persona generosa” ecc.
I nomi mobili (come¬†amico¬†/¬†amica) adattano il genere al sesso del designato modificando la desinenza; non hanno, quindi, il problema dell’accordo. In questo gruppo, per√≤, rientrano alcuni nomi di professione e carica pubblica usati al maschile anche quando designano referenti femminili (notaio,¬†architetto,¬†il presidente¬†e tanti altri). Questi nomi non fanno eccezione per l’accordo; Il femminile con nomi maschili va considerato scorretto anche in questi casi: non solo, quindi¬†il notaio¬†sar√† sempre¬†bravissimo¬†e mai¬†bravissima, ma anche la frase iniziale della sua domanda dovr√† essere corretta in “Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere¬†chiamato¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia).
L’uso di un nome mobile maschile per un designato femminile – ricordiamo – √® scorretto: cos√¨ come non si pu√≤ dire “Il mio amico Maria √® una ragazza simpatica”, non si pu√≤ dire “Il mio avvocato / notaio / architetto… Maria Rossi √® una professionista eccellente”. La maggiore tolleranza per il maschile sovraesteso di nomi come¬†notaio¬†√® un fatto puramente culturale e non riguarda le regole della lingua italiana. Bisogna, certo, ammettere che le regole della lingua sono permeate dalla cultura; per questo motivo, per esempio, alcune parole usate comunemente in una certa epoca divengono inappropriate e persino censurate in un’altra (inutile fare degli esempi). Se, per√≤, l’italiano √® stato modellato dalla cultura nel senso della sovraestensione del maschile dei nomi di professione in un’epoca in cui questo era normale e accettato, per lo stesso principio il femminile di questi nomi deve tornare a essere usato in un’epoca in cui il pensiero comune √® cambiato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio relativo all’analisi grammaticale degli aggettivi possessivi¬†loro¬†e¬†altrui.
Essendo entrambi invariabili vorrei capire se nel momento in cui devo analizzarli √® sufficiente scrivere “aggettivo possessivo invariabile” o se devo anche specificare maschile, femminile, singolare e plurale osservando il nome dell’oggetto posseduto.
Per esempio: “Le formiche portavano delle provviste nel loro formicaio”.
In questa frase devo scrivere: “aggettivo possessivo invariabile” o anche “maschile e singolare” perch√© si riferisce a formicaio, che √® appunto maschile singolare? O lo devo analizzare come femminile plurale perch√© √® riferito a formiche?

 

RISPOSTA:

La questione √® duplice: bisogna capire con quale sintagma concorderebbe¬†loro¬†se fosse variabile e come √® meglio descrivere tale accordo nell’ambito dell’analisi grammaticale. Per il primo punto possiamo servirci di uno stratagemma: osserviamo come si comportano gli aggettivi possessivi variabili in italiano, per esempio nella frase “Abbiamo preso il¬†suo¬†zaino”. Come si vede, la scelta dell’aggettivo √® determinata dalla persona o cosa che detiene il possesso (nella frase lo zaino appartiene a una terza persona, quindi si usa l’aggettivo di terza persona singolare), ma la forma dell’aggettivo dipende dal nome accompagnato (nella frase¬†suo¬†concorda con¬†zaino). Allo stesso modo, nella sua frase¬†loro¬†√® scelto perch√© il possessore √® una terza persona plurale (le formiche), ma se l’aggettivo fosse variabile concorderebbe con¬†formicaio¬†(e lo stesso vale per¬†altrui). Per quanto riguarda la descrizione dell’aggettivo nell’analisi grammaticale,¬†loro¬†deve essere descritto come invariabile; a rigore, infatti, attribuire a¬†loro¬†un genere e un numero √® scorretto, perch√© qualsiasi scelta non corrisponderebbe all’effettiva forma della parola (che, per l’appunto, non ha n√© genere n√© numero).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla corretta analisi del participio passato nella seguente frase: “Luigi √® stato colpito da una tegola MOSSA dal vento”. il participio¬†mossa¬†lo considero come un predicato verbale che introduce un’altra proposizione di cui¬†dal vento¬†√® una causa efficiente?
In altre parole, può un modo indefinito introdurre un predicato verbale? Ho consultato un paio di grammatiche ma ho sempre trovato esempi con modi finiti.

 

RISPOSTA:

Il participio passato e, in generale, una qualsiasi forma indefinita del verbo possono essere analizzati come predicato verbale (sebbene il participio possa fungere anche da sintagma nominale e aggettivale e l’infinito da sintagma nominale). Nel caso specifico,¬†mossa¬†equivale a¬†che era (stata) mossa, quindi √® il predicato verbale di una proposizione relativa implicita, completata dal complemento di causa efficiente¬†dal vento.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In qualche reminiscenza della mia memoria era presente la regola per cui in un elenco si debba mettere solo il primo articolo e i successivi si omettono. Pu√≤ essere che fosse riferito solo al caso in cui l’articolo sia il medesimo per tutti i nomi, non ricordo con esattezza. Perci√≤ √® corretta la seguente frase?
Ha il corpo tozzo, gambe corte e coda lunga.
E questa?
Ha la testa tonda, coda lunga e bocca piccola.

 

RISPOSTA:

L’articolo che accompagna il primo nome di un elenco non dovrebbe valere anche per gli altri nomi dell’elenco, ma ogni nome dovrebbe essere accompagnato dal proprio articolo. Una frase come “Ho comprato il martello, regolo e chiave inglese che mi avevi chiesto” √® chiaramente scorretta; si dice, invece, “Ho comprato il martello, il regolo e la chiave inglese che mi avevi chiesto”. Se tutti i nomi dell’elenco sono dello stesso genere e numero la regola non cambia: ciascuno deve avere il proprio articolo.
Ovviamente, l’articolo va inserito se √® richiesto: nei casi in cui il nome non avrebbe l’articolo fuori dall’elenco esso non lo deve avere neanche nell’elenco. Per esempio, cos√¨ come potrei dire “Ho comprato (dei) chiodi” potrei anche dire “Ho comprato un martello, (dei) chiodi e (dei) ganci”.
I suoi elenchi presentano una specificit√† ancora diversa: sono costruiti in modo da ammettere sia la soluzione con sia quella senza articolo per tutti e tre i membri (anche per il primo):¬†avere¬†(e verbi simili, come¬†presentare,¬†mostrare,¬†essere composto da) seguito da un elemento descrittivo, ma soprattutto da un elenco di elementi descrittivi, √®, infatti, un costrutto quasi cristallizzato con il nome o i nomi senza articolo. Si veda, per esempio, la seguente frase tratta dal sito catalogo.beniculturali.it: “L’oggetto ha¬†bocca piccola¬†con doppio bordo in rilievo,¬†collo lungo, due manici ad ansa”. Si potrebbe argomentare che, stante la possibilit√† di omettere l’articolo per tutti i membri di questo tipo di elenco, si dovrebbe fare la stessa scelta per tutti: o “Ha il corpo tozzo, le gambe corte e la coda lunga” o “Ha corpo tozzo, gambe corte e coda lunga”; per quanto, per√≤, questa soluzione sia ragionevole e per questo preferibile in contesti formali, l’inserimento dell’articolo soltanto per alcuni dei membri dell’elenco non pu√≤ essere considerato una scelta scorretta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nel Credo si dice:¬† ¬ęIl quale fu concepito DI spirito santo nacque da Maria Vergine¬Ľ; sono corrette o sbagliate e perch√©? ¬ęFu concepito Di spirito santo¬Ľ, oppure ¬ędello Spirito santo¬Ľ, ¬ęda spirito santo¬Ľ, o ¬ędallo spirito santo¬Ľ?. Inoltre, ¬ęda Maria Vergine¬Ľ o ¬ędalla Maria Vergine¬Ľ, ¬ędi Maria Vergine¬Ľ o ¬ęDella Maria Vergine¬Ľ? Se invece di ¬ęMaria Vergine¬Ľ si usa ¬ęVergine Maria¬Ľ cambia la preposizione?

 

RISPOSTA:

La preghiera del Credo, nella sua versione ufficiale in italiano, recita: ¬ęPer noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si √® incarnato nel seno della Vergine Maria e si √® fatto uomo¬Ľ. Circolano anche versioni pi√Ļ o meno scorrette di questa preghiera, quali ad esempio: ¬ęfu concepito di Spirito Santo¬Ľ, che √® una cattiva traduzione dal latino ¬ęconceptus est de Spiritu Sancto¬Ľ, in cui de indica in questo caso un complemento di agente (e con moto dall‚Äôaltro verso il basso), traducibile in italiano con la preposizione da e non con la preposizione di. Inoltre, la preposizione in questo caso deve essere articolata: ¬ędallo Spirito santo¬Ľ (e non ¬ęda Spirito santo¬Ľ), in quanto si riferisce a un elemento noto e determinato. Per rispondere alle altre domande, ecco i corretti usi preposizionali in italiano: ¬ęfu concepito dallo spirito santo¬Ľ (tutte le altre forme sono sbagliate); ¬ędalla Vergine Maria¬Ľ e ¬ęda Maria Vergine¬Ľ sono entrambe corrette. In ¬ęMaria Vergine¬Ľ la testa del sintagma √® Maria, che √® un nome proprio e come tale non richiede l‚Äôarticolo, mentre in ¬ęla Vergine Maria¬Ľ l‚Äôarticolo √® necessario in quanto richiesto dal sostantivo vergine. Quindi, analogamente, con le preposizioni: ¬ędella Vergine Maria¬Ľ oppure ¬ędi Maria Vergine¬Ľ (ma non ¬ędi Vergine Maria¬Ľ). L‚Äôordine delle parole non influisce sulla preposizione, ma sull‚Äôarticolo, e dunque sull‚Äôuso della preposizione semplice oppure articolata: di o della, da o dalla ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Una frase come “Nessuna parola, fatto o azione mi hanno ferito” √® corretta? Si pu√≤ concordare l’aggettivo indefinito solo con il nome pi√Ļ vicino?

 

RISPOSTA:

L’accordo tra un aggettivo preposto e un soggetto composto di nomi di genere diverso √® problematico, perch√© il nome pi√Ļ vicino all’aggettivo attrae la concordanza. Se, ad esempio, volessimo definire¬†amatissimi¬†il figlio e la figlia di qualcuno potremmo dire¬†gli amatissimi figlio e figlia¬†(con l’aggettivo al plurale maschile “onnicomprensivo”) o¬†l’amatissimo figlio e l’amatissima figlia; il rischio, per√≤, sarebbe di formare¬†l’amatissimo figlio e figlia, per via dell’attrazione dell’accordo operata dal nome pi√Ļ vicino all’aggettivo,¬†figlio. nel suo caso l’accordo al plurale non √® possibile, visto che¬†nessuno¬†non ha la forma plurale, quindi non rimane che “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi hanno ferito”. La concordanza di¬†nessuno¬†con il solo primo nome, comunque, non pu√≤ dirsi un errore grave: non pregiudica, infatti, affatto la comprensione della frase (gli aggettivi non ripetuti potrebbero essere considerati semplicemente sottintesi).
Aggiungo che anche il verbo¬†avere¬†pu√≤ andare al singolare (“Nessuna parola, fatto o azione mi ha ferito” o “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi ha ferito”); il singolare, si badi, √® dovuto non all’accordo con il solo primo soggetto, bens√¨ all’accordo con ciascun soggetto uno alla volta, visto che i tre nomi sono presentati come uno in alternativa all’altro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me, che non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Non so se la costruzione sia corretta. Non ravviso niente di illogico o di irregolare in essa; tuttavia non sono convinta che, dal punto di vista grammaticale, il riferimento del ¬ęche¬Ľ sia valido.

La frase, parafrasata, sarebbe questa:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me. Io non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Ma nell’esempio, il ¬ęche¬Ľ, se non erro, si riferisce a un soggetto non espresso. Mi domando se la mia osservazione sia giusta.

 

RISPOSTA:

La frase √® ben formata e il che non si riferisce a un soggetto non espresso, bens√¨ a un complemento di termine (della reggente), svolgendo tuttavia la funzione di soggetto della subordinata relativa. Il fatto che l‚Äôantecedente del relativo (cio√® il nome cui il relativo si riferisce) sia in un complemento indiretto non crea alcuna difficolt√†; l‚Äôimportante √® che il pronome relativo, all‚Äôinterno della proposizione relativa, svolga il ruolo o di soggetto o di oggetto, e nessun altro (salvo eccezioni d‚Äôambito colloquiale e al limite dell‚Äôaccettabilit√†). Dunque, sarebbe substandard un esempio del genere: ¬ęla critica √® rivolta a me, che non me ne importa niente¬Ľ (cio√® ¬ęa cui non importa niente¬Ľ). In questo caso, saremmo di fronte a una cosiddetta relativa debole, o che polivalente, da evitare nello stile formale o anche di media formalit√†.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho un dubbio su questa frase: ¬ęLa funzionalit√† non protegge gli altri servizi e app¬Ľ.

√ą corretto indicare ¬ęaltri¬Ľ al maschile anche se app √® al femminile? Oppure √® meglio dire: ¬ęLa funzionalit√† non protegge gli altri servizi e le altre app¬Ľ? Qual √® la regola grammaticale al riguardo?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, ma la seconda √® pi√Ļ formale. L‚Äôitaliano prevede il maschile sovraesteso in caso di due o pi√Ļ elementi di genere diverso. Certamente, per√≤, la forma ¬ęgli altri servizi e le altre app¬Ľ √® preferibile, soprattutto perch√©, nel caso di due soli elementi, non allunga troppo il testo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Accordo/concordanza, Registri
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QUESITO:

1. Seppur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.
Mi è capitato di sentire delle frasi del genere e mi chiedevo se fossero corrette.
Per me, le uniche due versioni corrette sono quelle formate da “seppure” + verbo di modo finito e “pur(e)” con gerundio:
2. Seppure io abbia sbagliato, ho fatto tutto in buona fede.
3. Pur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.

 

RISPOSTA:

La frase 1. √® senza dubbio scorretta; la 2. e la 3., invece, sono ben formate. Le proposizioni concessive esplicite, come nel caso di 2., possono avere il verbo al congiuntivo o all’indicativo, a seconda delle congiunzioni dalle quali sono introdotte. Reggono il congiuntivo, per esempio, le congiunzioni seppure, sebbene, malgrado ecc.: “Seppure/Sebbene/Malgrado abbia sbagliato”; regge l’indicativo una locuzione congiuntiva come anche se: “Anche se ho sbagliato”. Le concessive implicite, come nel caso di 3., sono costruite invece con il gerundio (o con il participio e in rari casi con l’infinito) preceduto da un connettivo come pure: questa costruzione √® possibile soltanto nel caso in cui il soggetto della concessiva coincida con quello della reggente.
Raphael Merida

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QUESITO:

Una giornalista, alla radio, ha detto: ¬ęEra un artista che metteva tutti i suoi discepoli a proprio agio¬Ľ. Forse sono troppo pedante, fossilizzandomi sulle regole della sintassi e trascurando cos√¨ il messaggio che il parlante voleva chiaramente suggerire, o, forse, sono io a essere in errore; ma quell’aggettivo, proprio, non dovrebbe riferirsi al soggetto?

Se cos√¨ fosse, il significato della frase sarebbe alquanto bizzarro: l’‚Äúagio‚ÄĚ sarebbe stato dell’artista stesso invece che dei discepoli di quest’ultimo. Al posto della giornalista, avrei detto ¬ęa loro agio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Ha perfettamente ragione, proprio √® un errore, perch√© pu√≤ riferirsi soltanto al soggetto della proposizione nella quale √® inserito. Viceversa, a volte in luogo di proprio √® ammesso anche loro, se non genera equivoci: ¬ęgli studenti, con le loro brave cartelle sulle spalle¬Ľ (o ¬ęproprie cartelle¬Ľ).

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo
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QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

  1. Esiste una varietà di discipline, quali quelle umanistica, artistica e scientifica.

Vorrei sapere se la costruzione è corretta, o se sarebbe consigliato strutturarla in maniera leggermente diversa sul piano della flessione.

  1. Esiste una varietà di discipline, quale quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.
  2. Esiste una varietà di discipline, quali quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.

 

RISPOSTA:

La 1 e la 3 sono parimenti corrette, mentre la seconda presenta un errore di accordo in quale, che deve concordare con discipline, da cui dipende, e non con quella n√© con variet√†. In verit√†, pur corrette, la prima e la terza frase sono entrambe un po‚Äô faticose e ridondanti, soprattutto la terza, per via della ripetizione di quella. Forse si potrebbe snellire il tutto cos√¨: ¬ęci sono diversi ambiti disciplinari: umanistico, artistico e scientifico¬Ľ. In effetti, pi√Ļ che di disciplina, si sta qui trattando di ambiti disciplinari (ciascuno strutturato, al suo interno, in diverse discipline: la letteratura, la filologia ecc.; la biologia, la fisica ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei chiedere un parere su questa frase: “Io da piccolo ero geloso di mio cugino, ma con il passare degli anni noi abbiamo creato un legame che oggi √® saldo. Nel 2021 lui aveva subito un incidente e sua moglie non mi aveva avvisato, lo avevo saputo solo quando i vicini mi informarono. Andai subito a trovarlo.”
Non si dovrebbe usare solo il passato remoto (subì, avvisò, seppi)?

 

RISPOSTA:

No, perch√© il trapassato prossimo serve a indicare un evento passato rispetto a un altro, anch‚Äôesso passato. In questo caso l’evento dell’incidente √® trapassato perch√© √® precedente all’altro evento, quello dell’informare.
Raphael Merida

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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QUESITO:

Ho sempre detto, e credo anche scritto sprono, inteso come sostantivo, sinonimo di stimolo. Poi, di recente, un amico mi ha detto che non ha mai sentito sprono ma solo sprone. Ho cercato un po’ dappertutto. In effetti pare che si dica solo sprone. Eppure questa “mia” variante pensavo fosse corretta. Posso credere che sia solo un po’ desueta?¬†

 

RISPOSTA:

No, il sostantivo sprone √® una variante della parola sperone con la quale condivide il significato di ‘arnese per stimolare i fianchi della cavalcatura’; da questo significato, successivamente, sprone ha sviluppato quello figurato di ‘incitamento, stimolo’ (“Il suo √® esempio √® di sprone per tutti noi”). Morfologicamente, quindi, la parola corretta √® sprone e non sprono.

Quest’ultima non √® attestata, se non anticamente e in sporadici casi, stando al Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia. La confusione fra sprone e sprono √® facilmente intuibile per due ragioni: per la particolarit√† dei nomi di III classe, cio√® nomi maschili che terminano in –e al singolare e in –i al plurale (sprone/sproni; occasione/occasioni ecc.); per la possibile attrazione della prima persona singolare del verbo spronare, cio√® sprono.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Tra i vari usi del condizionale troviamo anche quello, tipico del linguaggio giornalistico, di illustrare un fatto ipotetico, di cui non si ha pertanto elementi che possano attestare il suo essersi verificato.

Ho però notato che talvolta si tende a costruire interi periodi con questo modo verbale, trasformando tutte le azioni descritte come dubbie, anche quelle che, al contrario, sono oggettive.

Mi spiego con un esempio.

‚ÄúTizio avrebbe affermato tutto ci√≤ tra il 2002 e il 2005 quando avrebbe ricoperto il ruolo di assessore.”

Se non √® sicuro che Tizio abbia affermato qualcosa in quel periodo di tempo (di qui l’impiego inappuntabile del condizionale), √® certo che Tizio abbia (o ha) ricoperto, in quegli anni, il ruolo di assessore.

La subordinata temporale non avrebbe dovuto essere costruita con l’indicativo?

 

RISPOSTA:

Ha ragione. I giornalisti abusano del condizionale di distanziamento al punto da estenderlo spesso arbitrariamente anche a contesti nei quali andrebbe usato l’indicativo, dal momento che non v’è alcun dubbio sulla veridicità o oggettività dell’evento riportato.

L‚Äôesempio da lei riportato andrebbe corretto come segue (con l‚Äôimperfetto, per√≤, data la continuit√† nel passato): ¬ęTizio avrebbe affermato tutto ci√≤ tra il 2002 e il 2005, quando ricopriva il ruolo di assessore¬Ľ.

Pi√Ļ che di eccesso di scrupolo e ci cautela, ovvero la volont√† di non sbilanciarsi nel dare per veritiere notizie ancora non provate, direi che agisca qui la forza dell‚Äôabitudine e della stereotipia: il condizionale viene associato (dalle penne meno esperte) cos√¨ stabilmente allo stile giornalistico da divenirne un contrassegno (quasi ipercorrettistico) anche praeter necessitatem.

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęInizi√≤ tutto un anno fa: ero solo e lei venne a parlarmi. Quest’inverno lei mi √® stata vicina¬Ľ.

Non sarebbe pi√Ļ corretto utilizzare il passato prossimo visto che questo legame continua?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio √® ben scritto sia con il passato prossimo sia con il passato remoto. Con il passato remoto il livello stilistico si innalza: non a caso, il passato remoto √® il tempo tipico dei testi narrativi letterari (racconti, romanzi ecc.). √ą senza dubbio vero che il passato prossimo, a differenza del remoto, serve a indicare una conseguenza dell‚Äôazione nel presente, tant‚Äô√® vero che sarebbe quasi inaccettabile una frase come ¬ęQuest‚Äôinverno lei mi fu vicina¬Ľ, poich√© ci si aspetta una conseguenza di quella vicinanza (per esempio lo sbocciare di una storia d‚Äôamore, il consolidarsi di un‚Äôamicizia e simili), ancor pi√Ļ evidente per via del deittico questo. Diverso sarebbe ¬ęLo scorso inverno mi fu vicina¬Ľ: da una frase del genere non mi aspetto le conseguenze dell‚Äôevento. √ą vero altres√¨ che non √® bene passare dal passato remoto al passato prossimo (o viceversa), senza un‚Äôeffettiva necessit√†. Tuttavia, l‚Äôattacco del periodo (¬ęInizi√≤ tutto un anno fa¬Ľ) e anche il suo seguito immediato (¬ęvenne a parlarmi¬Ľ) sembrano qui indicare un evento preso nel suo isolamento, anche indipendentemente da quel che segue. Nella frase successiva √® come se il discorso riprendesse da capo. Se si vuole ottenere una maggiore contiguit√† tra gli eventi si pu√≤ volgere tutto al passato e al trapassato prossimo: ¬ę√ą iniziato (o Era iniziato)‚Ķ √® venuta (o era venuta)¬Ľ. Devo dire per√≤ che il passato remoto ben si presta, come gi√† detto, allo stile letterario e a quel distacco temporale tipico dell‚Äôincipit dei romanzi e dei racconti.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Pongo il seguente quesito. Nella frase “il gatto gli balz√≤ addosso”, il termine “addosso” √® da considerarsi avverbio o preposizione impropria riferita a “gli”? Io lo interpreto come avverbio e quindi penso a due complementi diversi in analisi logica, ma la presenza della particella pronominale prima del verbo mi pone qualche imbarazzo. Il problema si ripresenta in frasi come: “il bambino gli and√≤ incontro; gli salt√≤ sopra; gli rimase dietro; le mise sopra un cappello” e simili. Voi come lo interpretate?

 

RISPOSTA:

I casi portati a esempio rientrano nella tipologia dell‚Äôestrazione della preposizione nei casi di locuzione formata da preposizione polisillabica (o impropria, secondo la grammatica tradizionale) e preposizione semplice (cfr. L. Renzi, Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il Mulino, 1988, vol. I, pp. 524-528; si veda anche la voce Preposizione, curata da Hanne Jansen, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani, 2011, liberamente accessibile online nel sito treccani.it). L‚Äôestrazione consiste in questo: in determinate condizioni (per es. in presenza di clitico, o particella pronominale atona), viene eliminata (tecnicamente, estratta; o meglio: viene estratto il sintagma preposizionale, ovvero il complemento: gli = a lui ecc.) la preposizione semplice, mentre il clitico viene anticipato: ¬ęil gatto balz√≤ addosso a lui¬Ľ > ¬ęil gatto gli balz√≤ addosso¬Ľ. Quindi addosso, in questo caso (oppure incontro, dietro, contro, accanto ecc.) √® una preposizione e non un avverbio. Dunque vi √® un solo complemento, non due.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vi sottopongo questa frase: “Lei non volle andare in camera da letto. Restammo l√¨, su quelle vecchie poltrone, e pensai che eravamo i primi a farci l’amore”. Ovviamente¬†a farci l’amore significa: ‘a fare l’amore SU quelle poltrone’. Ora vi chiedo: pu√≤ il pronome ci sostutuire su¬†(sulle poltrone)? Inoltre,¬†la frase risulta subito comprensibile e scorrevole?

 

RISPOSTA:

La frase √® scorrevole e comprensibile. I pronomi non hanno un significato preciso, ma prendono il significato del sintagma che di volta in volta riprendono, o a cui rimandano, adattandolo alla sintassi della frase in cui si trovano. Cos√¨, nella sua frase¬†ci¬†significa ‘su quelle poltrone’, in una frase come “Amo Roma e ci vado ogni volta che posso” il pronome¬†ci¬†significa ‘a Roma’, in una frase come “Se scavi sotto l’albero ci troverai una scatola” lo stesso pronome significa ‘sotto l’albero’ e cos√¨ via.
Quasi tutte le grammatiche sostengono che¬†ci,¬†vi¬†e¬†ne¬†abbiano la natura di avverbi, non di pronomi, quando rappresentano indicazioni di luogo, come nella sua frase, dal momento che equivalgono a¬†qui,¬†l√¨, da qui, da l√¨. Come si vede dagli esempi per ci (ma questo vale anche per gli altri), per√≤, essi mantengono sempre la funzione di riprendere un sintagma introdotto altrove nella frase o nel testo, o ricavabile dal contesto (per esempio, davanti alla brochure di un viaggio organizzato un interlocutore potrebbe chiedere a un altro: “Ci andiamo?”): possiamo, quindi, considerarli pronomi anche in questo caso.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Noi non li assomigliamo o li assomigliamo troppo poco” √® corretto l’uso di¬†li¬†per¬†loro?

 

RISPOSTA:

No: il verbo¬†assomigliare¬†regge un sintagma introdotto da¬†a¬†(assomiglio a mio padre), mentre il pronome¬†li¬†pu√≤ fungere soltanto da complemento oggetto, non da complemento indiretto. Pertanto √® corretto¬†li chiamiamo¬†(ovvero¬†chiamiamo loro), mentre con il verbo¬†assomigliare¬†si possono usare¬†gli¬†oppure¬†a loro¬†(quindi¬†gli assomigliamo¬†o¬†assomigliamo a loro). In teoria √® possibile anche¬†loro¬†(assomigliamo loro), visto che¬†loro¬†pu√≤ sostituire¬†a loro, ma tale sostituzione √® pi√Ļ comune quando il pronome ha una chiara funzione di complemento di termine (per esempio¬†do loro un regalo); in questo caso, invece, in cui il sintagma √® piuttosto un complemento oggetto obliquo (sul quale si veda¬†questa risposta), √® preferibile a loro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere a quale persona si riferisce il pronome _questi _nella seguente frase:
“Con l’acquisto operato dal donante, Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e questi con atto del 2002 enunciava che il trasferimento avveniva nello stato di fatto e di diritto in cui si trovava il cespite”.

 

RISPOSTA:

In base alle regole del riferimento anaforico¬†questi¬†riprende (o √® coreferente con)¬†Tizio, ovvero quello tra i due possibili antecedenti (Caio¬†e¬†Tizio) che non √® il soggetto della proposizione reggente (Con l’acquisto Caio trasferiva lo stesso bene con i relativi confini). Per riprendere il soggetto di una proposizione reggente, infatti, bisogna usare l’ellissi del soggetto; per riprendere¬†Caio¬†nella coordinata, quindi, la frase avrebbe dovuto essere “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e con atto del 2002 enunciava…”. Esiste un’alternativa all’ellissi per riprendere il soggetto della reggente, ma non √®¬†questi, bens√¨ un pronome esplicito come¬†lo stesso¬†(preferibilmente completato dal nome): “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e lo stesso Caio con atto del 2002 enunciava…”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’Italiano parlato, verbi che normalmente non avrebbero bisogno di particelle pronominali tendono ad assumerle quando si vuole esprimere un’emozione, di solito positiva, legata all’azione, tipicamente di soddisfazione.
Mangio un panino -> Mi mangio un panino
Bevi un tè! -> Beviti un tè!
In questo caso il pronome indica un complemento di vantaggio (Io mangio un panino per me, bevi un tè per te) oppure un altro complemento?

 

RISPOSTA:

I verbi formati con la particella pronominale a cui lei si riferisce rientrano nella categoria dei transitivi pronominali (anche detti¬†riflessivi apparenti). In essi la particella pronominale ha la funzione di indicare a volte che l’azione √® svolta per il soggetto (mi lavo le mani¬†= ‘lavo le mani a me’) oppure, come nei casi da lei portati, di indicare che l’azione √® svolta con particolare partecipazione emotiva da parte del soggetto. Volendo far rientrare queste funzioni nella classificazione dell’analisi logica, nei verbi come¬†lavarsi¬†+ complemento oggetto la particella √® pi√Ļ facilmente interpretabile come complemento di termine; in quelli come¬†mangiarsi¬†come complemento di vantaggio (come da lei suggerito). Va, per√≤, rilevato che non √® affatto necessario fare questa operazione di classificazione, che non aggiunge niente alla comprensione della frase e risulta un po’ logicistica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi sono tutte grammaticalmente corrette?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia stato lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse stato lui il colpevole?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette; il diverso tempo del congiuntivo nella subordinata dichiarativa instaura di volta in volta un rapporto temporale diverso tra lo stato descritto nella dichiarativa e l’evento della reggente. Nello stabilire quale sia tale rapposto bisogna considerare che nella reggente figura un passato prossimo, un tempo che si comporta a volte come storico, a volte come presente, perch√© indica un evento passato ancora valido nel presente. Nella prima frase, per esempio, il presente¬†sia¬†instaura un rapporto di contemporaneit√† nel presente con¬†hai pensato, perch√© in questa frase¬†hai pensato¬†indica che il¬†pensare¬†iniziato nel passato √® ancora in corso (deve essere cos√¨, altrimenti non avrebbe senso rappresentare l’essere colpevole¬†come presente). Anche nella seconda frase¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente, rispetto al quale¬†l’essere colpevole¬†√® anteriore, quindi passato. Nella terza frase possiamo avere due interpretazioni: se¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente¬†fosse¬†esprime uno stato anteriore (nonch√© continuato nel passato); se, per√≤,¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista passato (in questa frase ci√≤ √® possibile proprio perch√© questo verbo √® messo in relazione con un imperfetto),¬†fosse¬†indica contemporaneit√† nel passato. Per vedere pi√Ļ chiaramente questa differenza si osservino le seguenti frasi:
1. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole;
2. Stamattina ho pensato che lui fosse colpevole.
Nella prima frase l’essere colpevole¬†√® contemporaneo nel passato rispetto a¬†ho pensato; nella seconda √® anteriore (e continuato) rispetto al presente, perch√© qui¬†ho pensato¬†stabilisce un punto di vista presente. Si noti, comunque, che nella frase 1 non √® esclusa l’interpretazione anteriore (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole anche le altre volte che l’avevano arrestato”) cos√¨ come nella 2 non √® esclusa quella contemporanea (per esempio “Stamattina ho pensato che proprio mentre lo guardavo lui fosse colpevole”).
Nella quarta frase, infine, il trapassato indica che lo stato dell’essere colpevole¬†√® anteriore a un altro evento, anch’esso passato; questo altro evento pu√≤ coincidere con il¬†pensare¬†se¬†hai pensato¬†funziona da tempo storico, altrimenti deve essere un altro evento, non esplicitato. Anche in questo caso, per vedere meglio la differenza si osservino queste frasi:
3. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole;
4. Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole.
Nella prima l’essere colpevole¬†precede nel tempo il¬†pensare, che √® passato; nella seconda l’essere colpevole¬†precede un altro evento (per esempio “Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”), perch√© il¬†pensare¬†funziona da presente. La presenza di un terzo evento non √®, comunque, esclusa dalla frase 3 (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúI bambini dovranno allegare un file in formato pdf, elaborato secondo lo schema allegato, contenente l‚Äôelenco dei disegni trasmessi, in pdf non modificabile, di seguito indicati:‚ÄĚ
Nella frase precedente √® il file contenente l’elenco che deve essere in pdf non modificabile, o ciascuno dei disegni?

 

RISPOSTA:

Il sintagma in pdf non modificabile non può che essere interpretato dal lettore come retto da disegni, perché si trova tra disegni e di seguito indicati, che è inequivocabilmente concordato con disegni.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso del congiuntivo/condizionale¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†nella frase che segue.

L‚Äôufficio ha quindi proceduto all‚Äôistruttoria ed all‚Äôesitazione delle istanze per impedire da un lato che il condono potesse agire da ‚Äúscudo giudiziario‚ÄĚ (in quanto la presentazione della domanda di condono sospende il procedimento penale e quello per le sanzioni amministrative) e dall‚Äôaltro per evitare all‚Äôente eventuali richieste di risarcimento da chi¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†voluto avere ragione della propria istanza di sanatoria prima che l‚ÄôAG procedesse, ad ogni modo, all‚Äôabbattimento dell‚Äôimmobile abusivo.

 

RISPOSTA:

Il dubbio tra il condizionale passato e il congiuntivo trapassato dipende dalla presenza, nella frase, di due possibili momenti di riferimento, uno precedente al¬†volere avere ragione¬†(coincidente con il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), uno successivo (coincidente con il¬†procedere all’abbattimento). Il condizionale passato ha la funzione di esprimere la posteriorit√† rispetto a un punto prospettico collocato nel passato, quindi descrive il processo del¬†volere avere ragione¬†come posteriore all’evento, passato, del¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze. Il congiuntivo trapassato, diversamente, descrive il¬†volere avere ragione¬†come precedente rispetto all’evento, pure passato (ma, attenzione, successivo al¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), del¬†procedere all’abbattimento. Entrambe le scelte sono, pertanto, legittime in astratto; entrambe, per√≤, presentano dei difetti: la prima non veicola alcuna sfumatura eventuale, che sarebbe, invece, utile; la seconda veicola s√¨ un senso di eventualit√† (per via della sovrapposizione tra la proposizione relativa e la condizionale:¬†da chi avesse voluto¬†=¬†se qualcuno avesse voluto), ma costringe a cambiare il momento di riferimento a met√† frase, creando una certa ambiguit√† (il¬†volere avere ragione¬†precede il¬†procedere all’abbattimento¬†o il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze?). Consigliamo, allora, una terza soluzione: il congiuntivo imperfetto (da chi volesse avere ragione), che non cambia il momento di riferimento e veicola una sfumatura eventuale. Il congiuntivo imperfetto ha, inoltre, il vantaggio di essere percepito come pi√Ļ formale del condizionale passato, quindi pi√Ļ appropriato a un contesto come questo.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

In una comunicazione e scritta e meglio usare il presente o il futuro per riferirsi al futuro? Ad es. “I genitori possono/potranno partecipare all‚Äôiniziativa organizzata per domani, recandosi… Se per esigenze particolari non si riesce/non si dovesse riuscire a rispettare l‚Äôorario indicato, si pu√≤/potr√† avvisare telefonicamente….”.
Chiedo anche se la punteggiatura va bene.

 

RISPOSTA:

Per descrivere un evento futuro si pu√≤ ovviamente usare l‚Äôindicativo futuro; si pu√≤, per√≤, usare anche il presente, specie in contesti informali e, nel parlato, anche mediamente formali. Il presente al posto del futuro √® accettabile soprattutto nei casi in cui la nozione di futuro √® affidata ad elementi esterni al verbo, per esempio espressioni di tempo (come¬†domani¬†nella prima parte della sua frase). Nella proposizione ipotetica della stessa frase, l’alternativa dovrebbe essere tra¬†si riesce¬†e¬†si riuscir√†¬†(si dovesse riuscire¬†√® ovviamente possibile, ma non √® n√© presente n√© futuro, quindi non c’entra con la domanda). Anche in questo caso, come anche nella proposizione reggente che segue l’ipotetica, la scelta del presente √® possibile ma abbassa il registro.
In quanto alla punteggiatura, l’unico suggerimento che si pu√≤ fare √® di eliminare la virgola prima della proposizione al gerundio (domani, recandosi); tale proposizione, infatti, dovrebbe essere interpretata come strettamente connessa alla reggente, visto che presenta lo strumento con cui pu√≤ realizzarsi l’evento in essa descritto (partecipare all’iniziativa).
Francesca Rodolico
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

A volte ho difficolt√† nel riconoscere se¬†uno¬†e¬†una¬†sono articoli indeterminativi o aggettivi. Per esempio nella frase: “Sono andato a Pisa per una visita”, in analisi logica¬†per una visita = complemento di fine pi√Ļ attributo, oppure una √® semplicemente articolo?

 

RISPOSTA:

In italiano √® possibile distinguere l’articolo indeterminativo dall’aggettivo numerale soltanto considerando il contesto della frase. Diversa la situazione di altre lingue, nelle quali le due parole hanno forme diverse; per esempio l’inglese, in cui un’espressione come¬†a ticket for an hour¬†suona molto bizzarra, perch√© significa ‘un biglietto per un’ora qualsiasi’, mentre del tutto normale √®¬†a ticket for one hour, cio√® ‘un biglietto per un’ora, valido per un’ora’.
Un modo molto pratico per accertarsi se¬†uno¬†sia da considerarsi articolo o numerale √® provare a parafrasarlo con¬†uno indeterminato¬†e con¬†uno solo. Se la parafrasi pi√Ļ calzante √® la prima saremo davanti a un articolo, se √® la seconda avremo un numerale. Nella sua frase¬†una visita¬†√® da intendersi probabilmente come ‘una visita indeterminata’, non come ‘una sola visita’, quindi¬†una¬†√® articolo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho notato che, in presenza di come e quanto, per ragioni a me ignote, il congiuntivo prevale sull’indicativo, che tuttavia non dovrebbe essere scorretto:

1) Ho visto quanto tu la amassi / amavi.

2) Mi aggiornò su come volesse / voleva intervenire.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi da lei proposte le subordinate sono interrogative indirette, che sono il tipo di completiva pi√Ļ naturalmente costruito con il congiuntivo. Come pu√≤ anche sostituire che in proposizioni soggettive e oggettive, come nella frase ‚ÄúSo / √ą noto come tu ritenga la cosa sbagliata‚ÄĚ (= ‚Äú‚Ķ che tu ritieni la cosa sbagliata‚ÄĚ). Nelle proposizioni cos√¨ costruite √® decisamente preferibile il congiuntivo, probabilmente perch√© esse vengono associate alle interrogative indirette.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quali delle seguenti costruzioni sarebbero da evitare perché troppo, o troppo poco, formali?

1) Lascio intendere che si vuole / voglia.

2) Con quelle parole gli fece capire che cosa stava / stesse succedendo.

3) Ho compreso perché tu lo hai / abbia fatto.

4) Constatò fino a che punto riuscivano / riuscissero a mentire i suoi colleghi.

5) Gli spiegò chi era /  fosse.

6) Ero a conoscenza di che cosa voleva / volesse.

7) Prendo atto che la mia scelta ha / abbia generato critiche.

8) Secondo te non mi sono accorto che lei è / sia bella?

9) Mi fece sapere che cosa era / fosse accaduto.

10) Mi basta capire che lei è / sia una brava dottoressa.

11) √ą questo il motivo per cui l‚Äôuomo lo aveva / avesse aggredito.

12) Ho specificato che cosa aveva / avesse detto.

13) Vorrebbe davvero affermare che sua moglie è / sia stata insultata?

14) Gradirei che mi confermaste che tutto è / sia a posto.

15) La tua affermazione mi fa capire che cosa è / sia accaduto.

16) Capivo dove voleva / volesse andare a parare.

17) Avete constatato che ogni oggetto era / fosse al proprio posto?

18) Rivelò a chi era / fosse rivolto il prodotto.

 

RISPOSTA:

Gli esempi da lei proposti sono ugualmente ben costruiti nelle due varianti (tranne il numero 11), con la precisazione che il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell‚Äôindicativo, quindi la scelta tra l’una e l’altra variante va fatta in base allo stile personale e al contesto comunicativo. Va, comunque, precisato che la proposizione interrogativa indiretta √®, tra le completive, quella costruita pi√Ļ naturalmente con il congiuntivo. Nell‚Äôesempio 11 la proposizione subordinata non √® una completiva, ma una relativa; questa proposizione si costruisce di norma con l‚Äôindicativo, ma pu√≤ prendere il congiuntivo per assumere una sfumatura consecutivo-finale (che qui sarebbe fuori luogo).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ, che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.

√ą corretto/accettabile l‚Äôuso del congiuntivo nella relativa qui proposta o sarebbe stato pi√Ļ corretto usare l‚Äôindicativo?
Credo che il congiuntivo dia una sfumatura di eventualità o si tratta di un ipercorrettismo o attrazione modale?

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa si costruisce normalmente con l’indicativo. In questa proposizione il congiuntivo pu√≤ essere utile a esprimere una sfumatura consecutivo-finale (“Cerco una persona che mi capisca”); quando, inoltre, essa √® subordinata a un’altra proposizione al congiuntivo, pu√≤ prendere il congiuntivo per quella che possiamo definire¬†attrazione modale. Che il congiuntivo nel suo caso non sia richiesto per ragioni semantiche √® dimostrato dal fatto che, sostituendolo con l’indicativo (che io non avevo afferrato), il risultato non solo √® pienamente accettabile, ma mantiene lo stesso significato. Perdipi√Ļ, il congiuntivo √® persino forzato nella relativa esplicativa (quale √® quella della sua frase), che aggiunge informazioni accesorie all’antecedente (qualcosa); risulterebbe del tutto naturale, invece, nella relativa limitativa, che serve a identificare l’antecedente: ‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Ho un dubbio reltivo alla seguente frase esterapolata dagli atti di un processo:
“i coniugi dichiarano di avere provveduto alla divisione dei beni mobili e di ogni altro oggetto di valore al di fuori di questa convenzione e di non avere null‚Äôaltro a pretendere una dall’altra”.
Qual √® la forma corretta:¬†una dall’altra,¬†uno dall’altro¬†oppure¬†uno dall’altra?

 

RISPOSTA:

I pronomi¬†uno¬†e¬†altro¬†hanno quattro forme (diversamente, per esempio, da¬†che, che ne ha una sola), quindi concordano con la parola a cui si riferiscono. Quando i due pronomi sono usati nell’espressione reciproca¬†l’un l’altro¬†o in varianti della stessa, pu√≤ capitare che la concordanza influenzi soltanto il genere, non il numero. Questo avviene quando la parola a cui entrambi i pronomi si riferiscono √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare. L’esempio della frase da lei proposta √® proprio il caso in cui la parola a cui i pronomi si riferiscono,¬†coniugi, √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare, ovvero ciascuno dei due coniugi. Da questo consegue che la forma grammaticalmente ineccepibile sia, nel suo caso,¬†l’uno dall’altro¬†(ovvero ‘un coniuge dall’altro coniuge’). Comunemente, se i due referenti dei due pronomi sono uno maschile, l’altro femminile, √® possibile anche costruire un accordo “logico”, cio√® non con la parola, ma con i referenti. In questo modo, se i coniugi in questione sono un uomo e una donna la forma sar√†¬†uno dall’altra¬†(ovvero ‘il marito dalla moglie’) o, viceversa,¬†una dall’altro. Un testo come una sentenza o simili, comunque, richiede il maggior rigore grammaticale possibile; in un simile testo, pertanto, √® preferibile usare la forma che concorda con¬†coniugi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una discussione, un mio caro amico mi indica che Рa suo dire Рtaciamo è una possibile versione alternativa, ma corretta, di tacciamo.
Ogni riferimento che ho trovato sembra smentirlo. Tuttavia, a sostegno della sua ipotesi mi segnala una pagina di Wikipedia. In effetti la voce taciamo è riportata, anche se priva della relativa pagina grammaticale.
Cos√¨ c’√® rimasto il dubbio che possa esistere un uso grammaticalmente corretto, e non relegato a questioni dialettali o di usanze regionali tra i parlanti.

 

RISPOSTA:

La forma¬†tacciamo¬†√® quella sicuramente corretta, anche se¬†taciamo¬†esiste: i pochi verbi in¬†cere¬†(tacere,¬†giacere,¬†(s)piacere…) hanno una radice che cambia (polimorfica) a seconda della desinenza. In fiorentino antico, e da l√¨ in italiano, la consonante prepalatale si rafforza se si trova dopo vocale e davanti a [j], ovvero al suono della i¬†seguita da un’altra vocale (o semivocalica). Per questo¬†taccio,¬†tacciamo,¬†tacciono,¬†taccia,¬†tacciano, ma¬†taci¬†(qui la¬†i¬†√® una vocale, non una semivocale, perch√© non √® seguita da un’altra vocale),¬†tacete,¬†tacere¬†ecc. Le radici polimorfiche sono facilmente soggette a processi analogici; i parlanti, cio√®, spesso adattano le forme minoritarie, per quanto etimologicamente corrette, a quelle maggioritarie, pure corrette, ma derivate da trafile di formazione diverse. Proprio un processo analogico √® quello che ha creato¬†taciamo¬†sulla base del modello maggioritario¬†tac¬†rispetto a quello minoritario¬†tacc-. Si noti che il participio passato¬†taciuto¬†non ha la consonante rafforzata perch√© nasce gi√† come forma analogica (in latino era¬†tacitus) modellata sulla maggioranza dei participi passati dei verbi della seconda coniugazione (creduto,¬†cresciuto,¬†voluto…).
Il processo di adattamento pu√≤ avere successo nel tempo e, effettivamente, creare forme nuove;¬†taciamo¬†(ma anche¬†piaciamo¬†e¬†giaciamo) oggi esistono, ma per queste parole il processo √®¬†in fieri, come testimonia l’atteggiamento dei vocabolari: il GRADIT, che √® aperto all’uso vivo, riporta¬†taciamo¬†accanto a¬†tacciamo¬†(e¬†piaciamo¬†accanto a¬†piacciamo,¬†giaciamo¬†accanto a¬†giacciamo); lo Zingarelli e il Treccani, invece, pur essendo vocabolari dell‚Äôuso, non registrano affatto la variante. In conclusione, attualmente la forma¬†taciamo¬†√® percepita come scorretta, quindi va evitata anche in contesti informali, specie se scritti; in futuro, per√≤, √® probabile che diventi comune accanto a¬†tacciamo¬†e, addirittura, che la sostituisca.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedere quale sarebbe il verbo corretto da usare in questa frase:
“Il ricordo del tuo luminoso sorriso e del tuo buon cuore sar√†/saranno per sempre la nostra forza”.

 

RISPOSTA:

Il soggetto della frase √®¬†il ricordo, quindi il verbo va concordato alla terza persona singolare:¬†sar√†. Il verbo sarebbe al plurale se il soggetto fosse¬†il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore, per esempio se la frase fosse costruita cos√¨: “Il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore saranno per sempre la nostra forza”.
Fabio Ruggiano

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‚ÄúHai scelto il brano peggiore tra i tanti possibili”.
Vorrei sapere se l’aggettivo¬†possibili¬†nella suddetta costruzione √® corretto.

S√¨, la costruzione √® corretta: l’aggettivo¬†possibile¬†√® comunemente usato in contesti simili senza un significato preciso, ma con la funzione di rafforzare proprio l’aggettivo o il pronome (ogni possibile candidato,¬†tutti i libri possibili…).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggo sulla Treccani che nella proposizione concessiva il verbo è al congiuntivo tranne quando introdotta da anche se. Dunque volevo la conferma che solo il primo di questi due periodi sia corretto, e perché:
“Anche se vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
“Seppure vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
Inoltre volevo sapere cosa ne dite della variante:
“Se anche vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.

 

RISPOSTA:

La prima frase √® del tutto corretta; la seconda pu√≤ essere considerata scorretta in qualsiasi contesto scritto, nonch√© in contesti parlati medi. Va detto, per√≤, che esempi di¬†seppure vai,¬†seppure sei¬†e simili non mancano in rete, per quanto siano di gran lunga minoritari rispetto alle varianti con il congiuntivo. Il modo congiuntivo ha un ambito d’uso variegato: in alcune proposizioni √® obbligatorio, in altre √® in alternanza con l’indicativo, in altre √® richiesto da alcune congiunzioni e locuzioni congiuntive ma non da altre. Un esempio di quest’ultimo caso, oltre a quello discusso qui, √® la proposizione temporale, che richiede il congiuntivo soltanto se √® introdotta da¬†prima che. L’associazione di¬†anche se¬†all’indicativo √® probabilmente dovuta alla vicinanza di questa locuzione alla congiunzione ipotetica¬†se, che al presente richiede l’indicativo (se vai in Ferrari…). Il parallelo tra¬†se¬†e¬†anche se¬†√® confermato dal fatto che entrambe richiedono il congiuntivo all’imperfetto e al trapassato (anche se tu andassi / fossi andato). Proprio questa vicinanza semantica rende indistinguibile in molti casi¬†anche se¬†da¬†se anche, sebbene la seconda sia una locuzione congiuntiva ipotetica, non concessiva, che equivale a¬†se, eventualmente,. La differenza emerge chiaramente se l’ipotesi presenta una realt√† certamente verificatasi o certamente non verificatasi; per esempio: “Anche se il computer si √® rotto, non ne comprer√≤ un altro” / *”Se anche il computer si √® rotto…”. La seconda frase √® impossibile, perch√© non presenta una concessione contrastata dal contenuto della proposizione reggente, ma presenta un fatto sicuramente avvenuto come un’ipotesi. Si noti, comunque, che in una comunicazione autentica il ricevente tenderebbe a interpretare anche nel secondo caso la proposizione ipotetica come una concessiva, vista la vicinanza tra le due costruzioni. Con l’imperfetto e il trapassato, per di pi√Ļ, le due locuzioni diventano praticamente equivalenti: “Anche se il computer si rompesse, non ne comprerei un altro” / “Se anche il computer si rompesse…”. In questi casi, sebbene la locuzione¬†se anche¬†sia sempre ipotetica, non concessiva, essa sarebbe interpretata dalla maggioranza dei parlanti come concessiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei esprimere un dubbio in merito all’uso del congiuntivo passato e trapassato con il pronome relativo misto¬†chiunque. Nella frase “Chiunque abbia pronunciato un giudizio cos√¨ avventato, avrebbe dovuto documentarsi pi√Ļ scrupolosamente”, dopo il pronome¬†chiunque¬†potrebbe andarci bene anche il trapassato congiuntivo¬†avesse pronunciato? Se s√¨, perch√©?

 

RISPOSTA:

La frase¬†chiunque avesse pronunciato…¬†√® corretta: il trapassato¬†avesse pronunciato¬†pu√≤ servire a collocare l’evento prima di un altro evento passato, per esempio in una frase come “Luca pens√≤ che chiunque avesse pronunciato…” (in questo caso il passato non sarebbe corretto: *”Luca pens√≤ che chiunque abbia pronunciato…”). Il trapassato √® anche comunemente usato in relazione al presente, non al passato; in questo caso la relazione temporale rimane identica a quella instaurata dal passato:¬†(penso che) chiunque abbia pronunciato…¬†=¬†(penso che) chiunque avesse pronunciato…. Quest’uso deriva dalla sovrapposizione sulla proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†del modello della proposizione ipotetica (chiunque avesse pronunciato¬†=¬†se qualcuno avesse pronunciato); a ben vedere, per√≤, la sovrapposizione √® indebita, perch√© la sostituzione del passato con il trapassato non modifica il senso generale della proposizione relativa. Proprio perch√© il trapassato in queste condizioni (nella proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†senza un rapporto di anteriorit√† rispetto al passato) √® di fatto equivalente al passato, se ne pu√≤ sconsigliare l’uso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se √® possibile usare glielo¬†rivolgendosi a un gruppo di persone (solo maschi, solo femmine o a composizione mista): “Non appena lo avr√≤ saputo, glielo riferir√≤”.

 

RISPOSTA:

Nell’esempio riportato, glielo √® corretto e pu√≤ essere usato per riferirsi a una donna o a un uomo. Ci√≤ √® possibile perch√© quando due pronomi complemento deboli sono usati in coppia il primo cambia forma: cos√¨ avviene, per esempio, per mi che diventa me (“Mi presti il libro?” > “Me lo presti?”), per ti che diventa te (“Ti presto il libro” > “Te lo presto”) e per gli e le che si trasformano in glie invariabile (“Presto il libro a Fabio/Maria” > “Glielo presto)”.
√ą bene specificare che in passato l’uso della forma pronominale atona gli in funzione di complemento di termine per loro, a loro non era accettata; adesso, invece, √® da ritenersi una forma senz’altro corretta in quasi tutti i livelli della lingua (tranne che nel caso, forse, di registri altamente formali, dove √® consigliabile l’uso di loro al posto di gli). Per questo motivo, una frase come “Ho detto a Maria e Fabio che glielo presto” pu√≤ essere considerata corretta.
Raphael Merida

Parole chiave: Pronome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Desidero porre una domanda in merito a un tema molto discusso: quale tipo di concordanza usare. Ad esempio:

Mi serve un mucchio di oggetti.
Mi servono un mucchio di oggetti.

La prima frase presenta una concordanza di tipo grammaticale. La seconda frase di una concordanza ‚Äúa senso‚ÄĚ.
Ora sono quasi sicuro che per l’italiano formale si dovrebbe usare la concordanza grammaticale; tuttavia suona meglio a mio avviso la concordanza a senso. La concordanza grammaticale sembra quasi stonare.

 

RISPOSTA:

La concordanza grammaticale in questi casi pu√≤ sembrare ‚Äústonata‚ÄĚ rispetto alla concordanza a senso perch√© si scontra con la rappresentazione logica soggiacente (un mucchio di oggetti¬†=¬†molti oggetti). Tale rappresentazione √® talmente evidente che la concordanza a senso √® percepita come pi√Ļ naturale rispetto a quella rispettosa della regola dell’accordo tra il soggetto e il verbo. Per questo motivo essa √® considerata generalmente accettabile, tranne che in contesti scritti formali.
Per una spiegazione pi√Ļ dettagliata pu√≤ leggere¬†questa risposta¬†gi√† presente in archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

Mi accade frequentemente che dei non madrelingua condividano con me i propri dubbi sull’omissione dell’articolo determinativo, desiderosi di trovare una (suppongo inesistente) sistematizzazione definitiva della regola. Oltre ai casi citati da Serianni nella “Grammatica italiana” (IV 72-75) non sono in grado di trovare una sistematizzazione di altri casi in cui l’articolo debba (o possa) venire omesso. La mia domanda √® questa: I casi che non rientrano in quelli “canonici” descritti da Serianni come devono essere considerati? Come omissioni determinate da variazione diastratica/diamesica/diafasica, e quindi che non riguardano l’italiano standard, o come qualcos’altro che non riesco a comprendere cosa sia?
Ad esempio, l’ultimo dubbio che mi √® stato posto riguarda la frase “Come conciliare lavoro e maternit√†?” e “Oggi a pranzo ho mangiato pastasciutta al tonno.”

 

RISPOSTA:

L’omissione dell’articolo √® obbligatoria soltanto in alcuni dei casi elencati da Serianni (con i nomi propri, i titoli di opere d’arte, i nomi di mesi, i vocativi); in altri √® comune ma non obbigatoria: “Il luned√¨¬†√® il mio giorno preferito”, “Dov’√®¬†la mamma?”. In questi casi l’alternanza si spiega con la natura affine ai nomi propri di questi nomi, oppure con la loro alta frequenza d’uso come vocativi. Un’altra categoria di nomi per cui l’omissione √® obbligatoria √® quella dei nomi inseriti in espressioni cristallizzate:¬†con calma,¬†per favore,¬†di fretta,¬†da sballo,¬†a rigore, ma anche¬†a casa,¬†in ufficio,¬†a scuola,¬†a teatro. Con questa categoria il problema √® che la cristallizzazione delle espressioni non √® predicibile; per esempio¬†a teatro¬†ma¬†al cinema,¬†in banca¬†ma¬†alla posta,¬†in ufficio¬†ma¬†allo studio. Per di pi√Ļ, la cristallizzazione √® “in movimento”: per esempio √® gi√† presente nell’uso panitaliano¬†a studio¬†accanto a¬†allo studio¬†(mentre in alcuni italiani regionali esistono¬†a mare,¬†a spiaggia¬†e altre costruzioni simili).
Di l√† da questi casi, l’omissione √® possibile con tutti i nomi comuni al plurale, per indicare oggetti indeterminati non specifici: “Per tutta la vita ho fatto il venditore¬†di automobili” / “Mi piacciono¬†le automobili veloci“. Diversamente, al singolare, l’omissione √® tipica dei nomi massa, come¬†pastasciutta¬†nel suo esempio (ma anche¬†caff√®,¬†oro,¬†acqua¬†ecc.); in questo caso la presenza o assenza dell’articolo modifica fortemente la percezione del nome: “Avete caff√®?” (si riferisce alla merce) / “Abbiamo finito il caff√®” (si riferisce alla riserva conservata in casa) / “Vuoi un caff√®?” (si riferisce a una dose della bevanda). Nel primo caso, quello in cui il nome esprime pienamente la sua natura di sostanza non specifica, si pu√≤ anche optare per¬†del caff√®, con il cosiddetto¬†articolo partitivo.
Come i nomi massa si comportano anche i nomi astratti, come quelli del suo primo esempio: con lavoro e maternità si rappresentano i due nomi come valori astratti; con il lavoro e la maternità si allude alle loro manifestazioni concrete (dover alzarsi presto la mattina, dover rispettare orari, consegne e scadenze, dover reagire prontamente in caso di emergenze ecc.).
Per concludere, nei casi in cui l’omissione dell’articolo √® facoltativa scegliere sulla base della sfumatura che si intende dare alla frase √® arduo: l’unica soluzione per essere sicuri √® chiedere a un madrelingua, che quasi mai avr√† dubbi su quale variante sia preferibile, anche se quasi mai sapr√† spiegare perch√©. I madrelingua, infatti, memorizzano una gran quantit√† di casi, da cui ricavano le regole automaticamente e inconsapevolmente.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo, Nome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Si scrive: “Un bel e solido palazzo” oppure: “Un bello e solido palazzo”? Ovviamente √® preferibile scrivere: “Un palazzo bello e solido”. Ma dovendo scegliere, in questo caso, tra bel e bello, quale si fa preferire?

 

RISPOSTA:

Bel e bello seguono gli stessi criteri degli articoli il e lo. In questo caso, davanti a vocale, pu√≤ avvenire l’elisione di bello; avremo quindi “Un bell’e solido palazzo”.

Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase √® corretto l’uso del condizionale sarebbe?

E non so neanche se sarebbe stato in grado di leggerla.

 

RISPOSTA:

Il condizionale è corretto: la proposizione introdotta da se è una interrogativa indiretta, che ammette i modi indicativo, congiuntivo e, appunto, condizionale.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

Vorrei capire se siano corrette queste sequenze di pronomi:
Io o tu (o te) o Tu o io (o me)?
Io e tu (o te) o Tu e io (o me)?

RISPOSTA:

Io o tu e Tu o io sono in astratto le uniche sequenze corrette quando i due pronomi fungono da soggetto. In realt√† la variante io o te √® ammissibile (sebbene meno formale), e persino preferita dai parlanti, perch√© la forma del pronome oggetto √® sfruttata per segnalare che il secondo soggetto √® focalizzato (io o TE). Pi√Ļ discutibile la variante tu o me, per la quale vale la stessa considerazione fatta per io o te, ma che risulta essere meno favorita dai parlanti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non ho ben capito se il verbo interessare regge il complemento oggetto o il complemento di termine. Ad esempio nella frase ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ, ¬ęmi¬Ľ che complemento √®?

Quanto all’uso di anch’io/neanch’io, vanno bene queste frasi?

¬ęNon vado al cinema¬Ľ. ¬ęAnch¬īio non vado¬Ľ / ¬ęNeanch¬īio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Interessare pu√≤ essere usato sia transitivamente (cio√® col complemento oggetto: interessare qualcuno), sia intransitivamente (cio√® col complemento di termine: interessare a qualcuno). Nonostante le sottili differenze semantiche rilevate dai vocabolari (interessare + compl. oggetto ha un valore meno intenso, e pu√≤ significare sia ‚Äėincuriosire‚Äô sia ‚Äėriguardare‚Äô: ¬ęl‚Äôesenzione interessa soltanto i maggiori di 60 anni¬Ľ; interessare + compl. di termine significa ‚Äėavere a cuore‚Äô: ¬ęa Laura interessava molto Raphael¬Ľ), i due usi sono spesso intercambiabili, anche se la costruzione con il complemento di termine (cio√® di interessare come verbo intransitivo) √® molto pi√Ļ frequente. Per cui una frase come ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ pu√≤ valere sia ‚Äėinteressa me‚Äô, sia, pi√Ļ probabilmente ‚Äėinteressa a me‚Äô, tanto pi√Ļ se il complemento √® espresso dal pronome clitico mi, ti ecc., che ha la medesima forma all‚Äôaccusativo e al dativo. La costruzione transitiva, a differenza di quella intransitiva, pu√≤ essere usata anche in riferimento alle cose: ¬ęl‚Äôinterruzione interessa la strada statale 113¬Ľ (e non *alla strada).

Anche non non √® corretto in italiano. Con la negazione anche si trasforma in neanche, neppure o nemmeno: ¬ęNeanch‚Äôio¬Ľ / ¬ęNeanche io varo al cinema¬Ľ / ¬ęNon vado al cinema neanche io¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

“I rigori sono sempre una sfida di nervi tra chi calcia e il portiere, e stavolta ha vinto lui”. Lui chi? Il portiere o chi calcia?

 

RISPOSTA:
La frase non √® ben composta, proprio perch√© non √® decidibile quale sia l’antecedente di lui. Pu√≤ essere corretta in diversi modi, per esempio sostituendo lui con il primo o il secondo (o anche quest’ultimo), a seconda di chi abbia effettivamente vinto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Chi fosse interessato mi contatti” o “chi sia interessato mi contatti”?
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato? (Chi era interessato, tre giorni fa, mi contatti adesso).

 

RISPOSTA:

La variante con il congiuntivo presente √® ingiustificata, quindi da considerare errata. Le alternative possibili sono chi fosse… e chi √®... Lei ha ragione a rilevare nell’imperfetto un valore di passato: in effetti il significato della prima frase potrebbe essere quello da lei inteso; tale significato astratto, per√≤, sarebbe senz’altro scartato dai parlanti per via dell’incoerenza tra un interesse passato e l’azione presente. In altre frasi potrebbe, comunque, essere attivo; per esempio “Chi fosse vivo nel 1910 oggi √® certamente morto”. Rimane da spiegare quale sia la differenza tra chi √®… e chi fosse…. Il congiuntivo imperfetto aggiunge alla proposizione relativa una sfumatura di ipoteticit√† (chi fosse = se qualcuno fosse) assente nell’indicativo presente. A ben vedere, tale sfumatura √® superflua, visto che la situazione descritta √® gi√† ipotetica in s√© (il parlante non sa se qualcuno lo contatter√† e chi sia questo qualcuno); i parlanti, per√≤, dimostrano di apprezzare l’enfatizzazione di questo tratto, ottenuta proprio con il congiuntivo imperfetto, che avvicina, come detto, chi fosse a se qualcuno fosse.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Si dovrebbe scrivere: “Lei recit√≤ un Ave Maria” con l’apostrofo o senza? L’Ave Maria √® una preghiera e quindi si potrebbe anche scrivere con l’apostrofo, il che significa “Recitare una Ave Maria”. Per√≤ nessuno direbbe: “Recitare una Padre Nostro”.

RISPOSTA:

Visto che Ave Maria (anche nelle grafie avemaria e avemmaria) √® un sostantivo femminile, l‚Äôarticolo da usare sar√† la/una, quindi ‚Äúun‚ÄôAve Maria‚ÄĚ. Anche se si tratta di una preghiera, Padre nostro (anche nella grafia univerbata Padrenostro) √® un sostantivo maschile; quindi, avr√† come articolo il/un: ‚Äúun Padre nostro‚ÄĚ.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Articolo
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QUESITO:

Mi chiedevo se tutte e 3 le espressioni possano essere considerate corrette:

Si accoglie il paziente X, SU SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO LA SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le espressioni sono corrette, ma la prima (su segnalazione) √® la variante pi√Ļ attestata. La preposizione su introduce una determinazione di modo; espressioni come su segnalazione, su indicazione, su richiesta ecc. possono essere parafrasate come attraverso la segnalazione, in seguito alla segnalazione, dopo la richiesta. La mancanza dell‚Äôarticolo nella sequenza preposizione + nome indica quasi sempre la cristallizzazione di un‚Äôespressione (su segnalazione, prendere per buono ‚Äėaccettare come vero‚Äô, a scuola ecc.). Diversamente da su (in cui la presenza dell‚Äôarticolo cambierebbe il senso della frase: sulla segnalazione di‚Ķ), nella locuzione sotto (la) segnalazione √® possibile aggiungere o no l‚Äôarticolo senza che il significato cambi; in questa espressione, quindi, il processo di cristallizzazione √® in corso. La preposizione impropria sotto si comporta allo stesso modo di su in altre espressioni, come sotto cauzione (“√ą stato liberato sotto cauzione‚ÄĚ), sotto commissione (‚ÄúHa eseguito il lavoro sotto commissione‚ÄĚ), o quando assume il significato di ‚Äėcondizione di debolezza dovuta a fattori esterni‚Äô, come nelle formule sotto accusa, sotto pressione ‚Äėcostretto a un‚Äôattivit√† impegnativa e costante‚Äô ecc.

Per completezza va ricordato che oltre a su e sotto anche la preposizione impropria dietro pu√≤ essere usata per formare espressioni equivalenti (dietro richiesta,¬†dietro segnalazione¬†ecc.). Quest’ultima preposizione √®¬†marcata da alcuni vocabolari contemporanei come appartenente all‚Äôuso burocratico.

Raphael Merida

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QUESITO:

‚ÄúLe ricordo che, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ

Vorrei sapere se il periodo √® sintatticamente corretto, oppure se sarebbe preferibile evitare di “spezzare” la proposizione principale con una subordinata (in questo caso, “qualora ci fosse…”).

 

RISPOSTA:

La frase è ben costruita e l’inciso, segnalato opportunamente dalle due virgole, non crea problemi alla comprensione del messaggio. Tuttavia, il testo, che sembra di natura amministrativa, può essere semplificato:

  1. spostando l‚Äôinciso all‚Äôinizio o alla fine del periodo, in modo tale da non spezzare la proposizione principale (‚ÄúQualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ / ‚ÄúLe ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale‚ÄĚ);
  2. sostituendo la congiunzione composta qualora con quella semplice se (‚ÄúSe ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ);
  3. riducendo le informazioni non necessarie o ridondanti (in tempo reale non si presta bene a designare un servizio telefonico; semmai, potrebbe essere attribuito a un servizio di messaggistica istantanea).

Raphael Merida

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QUESITO:

Ho sempre dato per scontato che la lunghezza fosse verticale e la larghezza orizzontale. E che quindi la longitudine fosse orizzontale e la latitudine verticale, essendo il nostro pianeta pi√Ļ lungo orizzontalmente che verticalmente.
Adesso però ho dei dubbi.
Nel grande romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari, si accenna a un gradone che corre longitudinalmente verso il Nord, che taglia longitudinalmente la pianura. Non capendo come facesse un piano orizzontale a correre in lungo, ho cercato il significato di longitudinale: ¬ęche √® disposto nel senso della lunghezza¬Ľ, ¬ęorizzontale, in lunghezza¬Ľ. Se √® orizzontale, non dovrebbe essere disposto nel senso della larghezza?

 

RISPOSTA:

La longitudine si calcola in orizzontale (cio√®, letteralmente, parallelamente all’Orizzonte), perch√© segna un punto a Est o a Ovest del meridiano di Greenwich. La latitudine, al contrario, segna un punto a Nord o a Sud dell’Equatore, quindi si calcola in verticale (cio√® perpendicolarmente all’Equatore).
Bisogna, per√≤, distinguere tra i nomi longitudine e latitudine e gli aggettivi longitudinale e latitudinale (nonch√© gli avverbi in -mente da essi derivati): i primi hanno un’applicazione esclusivamente scientifica (e sono usati nella lingua comune solo nelle locuzioni avverbiali in longitudine e in latitudine); i secondi sono usati regolarmente anche con un significato estensivo (che recupera il significato etimologico longus ‘lungo’ e latus ‘largo’), e in particolare longitudinale ‘esteso nel senso della lunghezza’, latitudinale ‘esteso nel senso della larghezza’. Di conseguenza, longitudinale diviene, nella lingua comune, equivalente a lungo (per cui longitudinalmente e in longitudine equivalgono a in lunghezza), mentre il meno usato latitudinale diviene equivalente a largo (e latitudinalmente e in latitudine equivalgono a in larghezza). Dal momento che, per convenzione, in una superficie la lunghezza √® la dimensione pi√Ļ estesa e la larghezza quella meno estesa, nell’esempio da lei riportato il gradone descritto √® un oggetto orientato nella stessa direzione della dimensione pi√Ļ estesa dell’area considerata.
Si noti che tanto la lunghezza quanto la larghezza sono dimensioni orizzontali, cio√® parallele al piano dell’Orizzonte; nel caso di oggetti tridimensionali a queste si aggiunge l’altezza, che √® la dimensione verticale, cio√® perpendicolare al piano dell’Orizzonte.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretta questa frase?

‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che coloro che anche ultimissimi¬†saranno premiati‚ÄĚ.

Il senso è che anche gli ultimi arrivati in una gara porteranno a casa qualcosa.

 

RISPOSTA:

La frase non è corretta dal punto di vista sintattico e necessita di essere riscritta. Suggerirei alcune riscritture semplificate:

  1. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che anche gli ultimissimi saranno premiati‚ÄĚ;
  2. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che saranno premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ;
  3. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu coloro che saranno arrivati anche ultimissimi premiati‚ÄĚ;
  4. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati coloro che saranno arrivati anche ultimissimi‚ÄĚ;
  5. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ.

Raphael Merida

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QUESITO:

√ą possibile usare i termini: avvocata, architetta, ingegnera¬†ecc.? Rimangono formali in questa maniera?

 

RISPOSTA:

I nomi di professione femminili come quelli da lei elencati, pur scarsamente o per niente usati in passato, sono regolari e possono essere usati in ogni contesto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

  1. Forse al 23 di Ottobre saremo già salvi.

In italiano standard si direbbe:

  1. Forse il 23 di Ottobre saremo già salvi.

Tuttavia (a proposito della frase ‚Äúa‚ÄĚ) la preposizione articolata al posto dell’articolo mi sembra piuttosto ricorrente, sentendo anche parlare gente di diverse zone d‚ÄôItalia, da nord a sud.

√ą solo un regionalismo/dialettalismo oppure √® ammissibile anche in italiano standard?

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette e si differenziano per una leggera sfumatura semantica. La frase 1., formata con la preposizione articolata al prima della data, indica l‚Äôidea di tempo continuato, cio√® per quanto tempo dura l‚Äôazione o la circostanza espressa dal verbo: ‚Äúforse (da questo momento fino) al 23 ottobre saremo salvi‚ÄĚ; la frase 2., formata con l‚Äôarticolo determinativo il, specifica un tempo determinato, cio√® il momento esatto in cui si verificher√† l‚Äôazione espressa dal verbo. Entrambe le frasi possono essere scritte anche senza la preposizione di prima del mese senza che il significato cambi.

L‚Äôindicazione della data con l‚Äôarticolo determinativo maschile singolare √® una caratteristica dell‚Äôitaliano moderno. Anticamente, infatti, l‚Äôarticolo era condizionato dal numerale seguente: per il numero ‚Äė1‚Äô l‚Äôarticolo era il (oppure al, nelecc.: ¬ęil primo di giugno¬Ľ; dal numero ‚Äė2‚Äô in poi i (oppure ai, nei ecc.: ¬ęai 23 di ottobre¬Ľ). L‚Äôarticolo plurale li (oggi non pi√Ļ in uso) permane tuttora in alcuni formulari burocratici: Roma, li 13 luglio (sull‚Äôerronea accentazione di li rimando alla risposta Numeri, date, forme con q e con g dell‚Äôarchivio di DICO).

Segnalo, infine, che i nomi dei giorni della settimana e dei mesi vanno scritti con la lettera minuscola, quindi lunedì, giugno ecc.

Raphael Merida

Parole chiave: Articolo, Preposizione
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QUESITO:

 

“Mai che qualcuno dica” o “dicesse la verit√†”?

Quale delle due va bene? E di che tipo di costruzione si tratta?

 

RISPOSTA:

 

L‚Äôalternativa con il congiuntivo presente √® certamente preferibile, quella con il congiuntivo imperfetto sarebbe corretta nell‚Äôitaliano standard per riferirsi al passato: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando frequentavo quelle persone¬Ľ; pu√≤, per√≤, valere anche per riferirsi al presente: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando gli chiedi spiegazioni¬Ľ. Questo secondo uso √® di provenienza regionale ed √® substandard (cio√® ancora non del tutto corretto), ma sempre pi√Ļ accettato e diffuso nella lingua parlata. ¬†

Il costrutto mai che + congiuntivo, di recente diffusione, √® sicuramente informale perch√© il che √® polivalente (come nei costrutti, ugualmente di recente diffusione, mica che, solo che, certo che…). Sui vari usi di che la rimando alla risposta Un che, tante funzioni dell‚ÄôArchivio di DICO.

Raphael Merida

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QUESITO:

1) Sarebbe stato meglio che tu fossi andato via.

2) Sarebbe stato meglio che tu andassi via.

Parliamo di due frasi corrette, anche se credo sia preferibile la a.

Io ho sempre visto, in questi contesti, l’imperfetto congiuntivo e il congiuntivo trapassato come due opzioni altamente interscambiabili, ma forse √® una mia percezione erronea.

C’√® invece qualche differenza tra la prima e la seconda frase da un punto di vista semantico?

 

RISPOSTA:

Le due frasi hanno significato diverso. La frase 2 indica un rapporto di contemporaneit√† tra il momento di riferimento (quello dell’essere meglio) e il momento dell‚Äôazione (quello dell’andare); il momento dell’andare, cio√®, era lo stesso in cui l’azione sarebbe stata preferibile. La frase 1, invece, esprime un rapporto di anteriorit√† del momento dell‚Äôazione rispetto a quello di riferimento. La differenza si capisce meglio se allarghiamo il contesto:

  1. Grazie per aver fatto la spesa, ma sarebbe stato meglio che ci fossi andato io.
  2. Sei stato imprudente: sarebbe stato meglio che tu non parlassi cos√¨ apertamente durante l’intervista.

Anche se la 2 √® legittima, essa viene sfavorita dalla sovrapposizione di questa costruzione con quella del periodo ipotetico, per cui a un condizionale passato nell’apodosi di solito corrisponde un congiuntivo trapassato nella protasi (sarebbe stato meglio che tu fossi andato =¬†sarebbe stato meglio se tu fossi andato). In seguito a questa confusione, la 1 viene usata sia nel suo valore proprio (anteriorit√† dell’azione rispetto a un momento di riferimento passato), sia in quello che sarebbe proprio della 2 (contemporaneit√† dell’azione con un momento di riferimento passato).

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Potreste indicarmi quale delle due versioni che seguono sia pi√Ļ corretta?

  1. Mi ha chiamato o mi ha chiamata (se donna);
  2. Ci hai inibito o ci hai inibiti?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti sono corrette. In casi come questi, cio√® quando le particelle pronominali ricoprono la funzione di complemento oggetto e si trovano prima del verbo, √® possibile scegliere liberamente l‚Äôaccordo sia per il genere (anche se il pronome indica una persona di sesso femminile), sia per il numero. Questa libert√† non vale per i pronomi di terza persona singolare e plurale per i quali l‚Äôaccordo di genere e numero del participio con l‚Äôoggetto √® obbligatorio: ¬ęLi ho visti¬Ľ (e non *li ho visto); ¬ęl(a) ho mangiata¬Ľ (e non *l(a) ho mangiato).

Raphael Merida

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QUESITO:

La frase di partenza viene da Moravia:

(1) ‚ÄúGli avevano fatto credere ad una tresca di Lisa‚Ķ.‚ÄĚ.

Volevo confermare che in questa frase non possiamo dire: ‚ÄúGli ci avevano fatto credere‚ÄĚ (ci = ad una tresca) perch√© gli ci non √® permesso nella grammatica italiana, giusto? Ma si sente:

(1a) Gli ci vuole molto tempo (gli = ‚Äėa lui‚Äô).

 

Gli ci vuole molto tempo è una forma colloquiale? Potrebbe darmi altri esempi in cui gli ci viene usato?

 

(2) Ammaniti nel libro Ti prendo e ti porto via scrive:

‚ÄúMi ci faceva credere‚ÄĚ.

Per me, il pronome mi ha valore di ‚Äúa me‚ÄĚ.¬† Di nuovo, volevo capire se questo uso della lingua √® soltanto colloquiale dato che la grammatica non indica la combinazione di un pronome indiretto con ci.

 

RISPOSTA:

Nella frase di Moravia non avrebbe senso inserire ci. Esistono frasi come 1a che sono del tutto legittime e riconosciute dalla grammatica italiana. In questo caso, volerci, che significa ‘essere necessario’, rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso ci) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo aggiungendo una sfumatura di partecipazione emotiva. La presenza di gli ci fa capire, nel suo esempio, che ci si riferisce a una terza persona, ma nulla vieta che ci si riferisca ad altre: ‚ÄúGli/Ti/Mi ci √® voluta una settimana‚ÄĚ.

L’esempio tratto da Ammaniti, pur un po’ forzato, è possibile; si tratta, in questo caso, di una struttura colloquiale, presente soprattutto nel parlato, dove ci si riferisce a ciò che è stata detto prima.

Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementare.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Le due proposizioni introdotte dalla negazione ‚Äún√©‚ÄĚ sono ben collegate al resto del periodo?

1) Ho effettuato due chiamate al vostro numero: non sono riuscita a parlare con un operatore, né sono stata richiamata, come (invece) promesso.

2) Ho effettuato due chiamate al vostro numero senza aver parlato con un operatore, né essere stata richiamata, come (invece) promesso.

Domando, a latere, se l’avverbio ‚Äúinvece‚ÄĚ in questi casi sia consigliato, da evitare perch√© ridondante, oppure sbagliato.

 

RISPOSTA:

Nel primo periodo la congiunzione n√© √® usata del tutto correttamente, nel secondo no. N√© vuol dire e non, quindi ¬ęe non sono stata richiamata¬Ľ ecc. Invece √® del tutto pleonastico in entrambi i periodi, quindi da evitare, anche se non √® errato. Nel secondo periodo, non si pu√≤ sostituire n√© con e non: *¬ęsenza… e non…¬Ľ. Tuttavia, la coordinazione copulativa negativa n√© correlata a senza √® abbastanza diffusa (perch√© senza, sebbene non sia una negazione, esprime un concetto di negazione, cio√® di privazione di qualcosa), nell‚Äôitaliano colloquiale, quindi si pu√≤ anche ammettere, nei registri meno sorvegliati. Ma √® senza dubbio da evitare nello scritto pi√Ļ sorvegliato.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Nella frase “una madre di un ragazzo ogni giorno mette il suo zaino nell’entrata per ricordarglielo”, non ci sono errori o possibili equivoci nel pronome “suo”? Come ci si deve regolare in questi casi per non sbagliare?

 

RISPOSTA:

In questo caso non mi sembra vi siano equivoci, sia per motivi contestuali (perch√© mai la madre dovrebbe indurre il figlio a prendere il proprio, anzich√© il suo, zaino, per andare a scuola?), sia per motivi morfologici: infatti, se si volesse specificare l‚Äôappartenenza dello zaino al soggetto della frase (cio√®, alla madre), si sarebbe potuto utilizzare proprio, per evitare ambiguit√†. In altri contesti, qualora vi fosse ambiguit√†, √® suggeribile sostituire il possessivo con un sintagma disambiguante: ¬ęLuca accompagna Laura a casa di lei¬Ľ; anche se, pure in questo caso, basterebbe sua, se ci si riferisce alla casa di Laura, propria se ci si riferisce a quella di Luca.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Pronome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Possono gli indefiniti reggere il condizionale?

Ecco alcune frasi:

Chiunque vorrebbe partecipare, deve mettere il suo nome sulla lista.

Ecco una piccola guida per chi vorrebbe avere maggiori informazioni.

Quale tempo e modo regge, invece, dovunque?

-Ti seguirò, dovunque tu vai/vada/andrai/andresti/andassi.

E se nella principale c¬ī√© un condizionale?

-Ti seguirei, dovunque …

-Ti avrei seguito, dovunque…

 

RISPOSTA:

Gli indefiniti possono reggere il condizionale soltanto se si trovano nella proposizione reggente, non se si trovano in una proposizione relativa con sfumatura ipotetica come tutte quelle da lei indicate, nelle quali è ammesso soltanto il congiuntivo o l’indicativo. Vediamo caso per caso.

¬ęChiunque volesse/voglia partecipare, deve mettere il suo nome sulla lista¬Ľ: la relativa retta da chiunque ha un evidente valore ipotetico, cio√® √® analoga alla protasi del periodo ipotetico: ¬ęse qualcuno volesse partecipare…¬Ľ. Quindi comprende bene come il condizionale sarebbe del tutto abnorme: *se qualcuno vorrebbe…

Identico discorso per le altre frasi:

¬ęEcco una piccola guida per chi volesse/voglia avere maggiori informazioni¬Ľ.

¬ęTi seguir√†, dovunque tu vai/vada/andrai/ andassi¬Ľ (ma non *andresti).

¬ęTi seguirei, dovunque tu andassi¬Ľ: identico a sopra, con preferenza per andassi, sempre in parallelo con il periodo ipotetico: ¬ęse andassi in qualunque luogo, io ti seguirei¬Ľ.

¬ęTi avrei seguito, dovunque fossi andato¬Ľ.

Diverso il caso in cui l‚Äôindefinito si trovasse nella reggente, cio√® con valore analogo a quello di una apodosi di un periodo ipotetico, cio√® con valore condizionale, appunto: ¬ęchiunque potrebbe partecipare¬Ľ (se volesse);

¬ęTi seguirei dovunque¬Ľ (se partissi);

¬ęTi avrei seguito dovunque¬Ľ (se fossi partito).

Molto interessanti le ultime frasi, perch√©, come vede, a seconda della pausa (o, per meglio dire, a seconda della relazione col verbo reggente), dovunque pu√≤ avere funzione avverbiale (¬ęTi seguirei/avrei seguito dovunque¬Ľ), e in questo caso, come parte della reggente, pu√≤ accompagnarsi a un condizionale, oppure funzione pronominale o di congiunzione relativa (¬ęTi avrei seguito, dovunque fossi andato¬Ľ), in cui il valore √® di pronome doppio ‚Äėin qualunque luogo in cui‚Äô, il quale, essendo alla testa di una subordinata relativa ipotetica, non pu√≤ ammettere il condizionale.

Ecco un‚Äôaltra coppia di esempi: ¬ęti seguo/seguirei ovunque (tu) vada/andassi¬Ľ DIVERSO DA ¬ęse io non ti seguissi tu andresti ovunque¬Ľ. Nel primo caso ovunque ha valore di congiunzione relativa (cio√® di pronome relativo doppio: ‚Äėin qualunque luogo in cui‚Äô), mentre nel secondo caso ha valore di avverbio (‚Äėdappertutto, in qualunque luogo‚Äô).

Prevengo subito un‚Äôaltra domanda possibile: allora non pu√≤ esistere una subordinata relativa al condizionale? S√¨, ma soltanto se ha valore condizionale, cio√® come una sporta di apodosi di periodo ipotetico con protasi sottintesa: ¬ęquesti sono i soldi che ti lascerei¬Ľ (protasi sottintesa: ¬ęse io morissi/se dovessi averne bisogno¬Ľ ecc.).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale fra le due seguenti affermazioni √® la pi√Ļ corretta e formale?

1) serve un sacco di cose

2) servono un sacco di cose

Io personalmente credo che la prima sia la pi√Ļ formale in quanto richiama una concordanza grammaticale, mentre la seconda pi√Ļ diffusa nel linguaggio confidenziale sembra accordata ‚Äúad orecchio‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Senza dubbio la prima √® pi√Ļ formale e ineccepibile, dal punto di vista grammaticale, dato che ¬ęun sacco¬Ľ, testa del sintagma, √® singolare. Il secondo √® un caso normalissimo (e ormai accettato anche dall‚Äôitaliano standard) di concordanza a senso, in cui la concordanza del verbo al plurale si spiega con il fatto che l‚Äôintera espressione ¬ęun sacco di X¬Ľ indica una molteplicit√†, del tutto equivalente a ¬ęmolti X¬Ľ. Inoltre, dato che √® la stessa espressione ¬ęun sacco di¬Ľ ad essere informale e colloquiale, e dato che essa si √® del tutto lessicalizzata come pressoch√© assoluto sinonimo di ¬ęmolti¬Ľ, la concordanza ‚Äúgrammaticale‚ÄĚ col verbo al singolare appare in questo caso un‚Äôinutile, e un po‚Äô goffa, pedanteria. Si pu√≤ aggiungere, infine, che talora al Nord pu√≤ essere preferita la prima forma (col verbo al singolare) non in quanto pi√Ļ formale, bens√¨ in quanto pi√Ļ vicina ad analoghi casi (ma stavolta non standard) di italiano regionale con verbo al singolare accordato a soggetto plurale, come per esempio ¬ęce n‚Äô√® molti¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su una frase: ‚Äúavrei bisogno di sapere se potessi sostenere l‚Äôesame (giorno x)‚ÄĚ. Non mi suona male ma mi √® stato fatto notare che non era cos√¨ corretta e che dovrei dire invece ‚Äúse sia possibile(‚Ķ)‚ÄĚ. Potreste aiutarmi? Vanno bene entrambe?

 

RISPOSTA:

In effetti, non si giustifica l‚Äôimperfetto, perch√© in questo caso il rapporto temporale tra le due proposizioni non √® di contemporaneit√† nel passato, bens√¨ di posteriorit√† o di contemporaneit√† nel presente, quindi la scelta migliore √® il congiuntivo presente, oppure l‚Äôindicativo presente: ¬ę… se posso sostenere… / se √® possibile sostenere…¬Ľ. Inoltre, √® sbagliato (o quantomeno troppo informale e regionale) ¬ęgiorno 12¬Ľ (per es.), perch√© la forma dell‚Äôitaliano standard prevede l‚Äôuso dell‚Äôarticolo, cio√® ¬ęil giorno 12¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1.Probabilmente non ci sarebbe nessuno che mi desse/darebbe una mano.

2.Se avessi cercato aiuto, non avrei trovato qualcuno che mi desse/avrebbe dato una mano.

3.Se fosse il caso, te lo direi prima che tu te ne vada/andassi/andresti.

4.Se fosse stato il caso, te lo avrei detto prima che tu ne andassi/fossi andato/saresti andato.

Secondo me, nelle prime due frasi si può usare sia il congiuntivo imperfetto che il condizionale presente (1) e passato (2).

In merito alla terza, per una questione di orecchiabilit√†, direi corretto l’imperfetto e un po’ meno il congiuntivo presente, mentre “no” assoluto per il condizionale presente, che con “prima che” non penso sia compatibile.

In merito alla quarta, va bene l’imperfetto e congiuntivo trapassato, mentre, come dicevo prima, no per il condizionale passato in quanto incompatibile con “prima che”.

Cosa ne pensa? Sono considerazioni corrette oppure ravvisa degli errori di valutazione?

 

RISPOSTA:

Le sue interpretazioni mi sembrano ineccepibili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

Vi chiedo un consulto su questo esercizio: “Distingui gli aggettivi pronominali e i pronomi precisandone la funzione sintattica”.

“Te lo ricordo per l’ennesima volta, qui non c’√® niente di utile al tuo obiettivo”.

Te = pron. personale tonico, compl. termine
Lo = pron. personale atono, compl. ogg.
C’√® = questo non capisco cosa sia…
Niente = pron. indefinito, sogg.
Tuo = agg. possessivo, compl. fine.

L’analisi va bene, tranne che per due punti. 1. Il pronome te √® atono, non tonico: non bisogna confondere te tonico (come nella frase “Dico a te”) da te atono, variante formale di ti, come in questa frase, o come in “Dovevi proprio portartelo?”. 2. Tuo √® attributo, non complemento di fine (il complemento √® al tuo obiettivo).
Per quanto riguarda c’√®, si tratta di un’espressione formata da ci¬†+ √®. Ci pu√≤ essere un pronome personale atono di prima persona plurale (in frasi come “Ci fai un favore?”) e un pronome dimostrativo (in frasi come “Non ci pensare”); nell’espressione formata con il verbo essere, invece, equivale a l√¨ oppure qui¬†(a seconda dei contesti), quindi √® considerato generalmente un avverbio di luogo (anche se ci sarebbero ragioni per considerarlo un pronome). Dal punto di vista sintattico pu√≤ essere analizzato come complemento di stato in luogo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La ringrazio per aver chiarito il mio dubbio sulla questione delle proposizioni causali/finali.

Lei ha per√≤ sollevato la questione del tema del controllo, su cui non avevo mai fatto pi√Ļ di tanto caso.

Nella frase “spero di redimermi” vi √® una oggettiva implicita, che si lega al verbo sperare, il cui soggetto √® “controllato” dal soggetto della reggente.

Ci sono casi in cui, per√≤, la subordinata implicita pi√Ļ che essere legata direttamente al verbo, fa da modificatore di un sintagma nominale, quest’ultimo legato direttamente al verbo:

  1. a) Non dimenticherò mai il fatto di essere sempre stato leale con tutti voi.
  2. b) Pensavo che questa fosse l’occasione per potermi pentire.

Queste due frasi sono molto idiomatiche, ma da un punto di vista puramente grammaticale (sempre riallacciandoci alla questione che la subordinata implicita non ha un contatto diretto col soggetto della reggente, ma piuttosto tale subordinata è parte del sintagma nominale) possono essere viste come corrette?

In queste due frasi, può effettivamente il soggetto della reggente (io) essere il controllore della subordinata implicita?

C’√® poi un ulteriore costrutto grammaticale, a mio modo di vedere molto idiomatico e utilizzato:

  1. c) Questa è la vostra occasione di/per accorgervi delle qualità di questo giocatore, molto spesso sottovalutate.

In questa frase, abbiamo nuovamente una subordinata implicita (introdotta da “per” o “di”) e che si lega al sintagma nominale, come nei due casi precedenti.

La vera differenza la fa lo stesso sintagma nominale, che è il soggetto grammaticale della reggente.

Quindi ci sarebbe da chiedersi: Perch√© si lega il soggetto della implicita alla seconda plurale “voi”?

Forse l’aggettivo “vostro” controlla il soggetto della subordinata implicita? Secondo lei, potremmo quindi vedere tale aggettivo come soggetto logico della reggente? Il soggetto logico, secondo le grammatiche, pu√≤ controllare il soggetto della subordinata implicita, in quanto √® colui che materialmente fa qualcosa:

“Mi sembra di aver capito”.

“Mi” equivale a “io”, che sarebbe riformulabile in tal modo:

“Io penso di aver capito”.

Cosa ne pensa lei di questi particolari casi?

 

RISPOSTA:

Certamente le frasi da lei riportate sono corrette (e non sono idiomatiche, né colloquiali, ma del tutto normali in qualunque registro dell’italiano standard). Anche quando le subordinate espandono un sintagma nominale, cioè dipendono da un nome, un aggettivo o un pronome anziché da un verbo (e troverà numerosi esempi di questo sempre nella solita Grande grammatica italiana di consultazione), il soggetto è controllato da un elemento della reggente. Nelle prime due frasi da lei citate, infatti, il soggetto della subordinata è controllato dal soggetto della reggente (io).

Molto giusta la sua intuizione sulle altre frasi: il soggetto della subordinata può essere controllato anche da altri elementi della reggente, ivi compreso un soggetto logico, a senso, generico ecc.:

  1. c) ¬ęQuesta √® la vostra occasione di/per accorgervi delle qualit√† di questo giocatore¬Ľ: il controllore √® sicuramente vostra.
  2. d) ¬ęMi sembra di aver capito¬Ľ: il controllore √® mi (cio√® il benefattivo o esperiente, chi prova una determinata esperienza, ovvero il soggetto logico, in questo caso).

Ma ci possono essere anche casi pi√Ļ complessi sintatticamente, per esempio:

¬ęTi ho dato la scusa per/di andartene¬Ľ: il soggetto della subordinata (tu) √® controllato dal complemento di termine della reggente (ti).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il condizionale passato pu√≤ essere impiegato – come spiegato a pi√Ļ riprese – per indicare il futuro nel passato; pu√≤, per√≤, esprimere anche anteriorit√† rispetto a un dato momento di riferimento e, nel contempo, mantenere la sua funzione di eventualit√†?

In un periodo come quello riportato pi√Ļ sotto, l’azione descritta con il condizionale passato sarebbe interpretata come anteriore, posteriore (rispetto a quella della subordinata) o sarebbero possibili entrambe le soluzioni?

1. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero lasciato la spiaggia.

In assenza di altri elementi, la semantica mi porterebbe a optare per l’interpretazione posteriore; ma, in astratto, potrebbe anche essere vero il contrario.

Con verbi differenti, ad esempio, non avrei alcuna esitazione a stabilire il rapporto tra le due proposizioni.

2. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa (condizionale passato = posteriorità rispetto al congiuntivo trapassato: Laura raggiunge lo stabilimento e i suoi amici, dopo, vanno a casa).

3. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero stati a casa (condizionale passato = anteriorità rispetto al congiuntivo trapassato. Laura raggiunge lo stabilimento, ma i suoi amici se ne sono andati a casa).

In sintesi, il condizionale passato, a seconda dei casi, pu√≤ esprimere anteriorit√† o posteriorit√† rispetto a un momento di riferimento (anche tralasciando l’enunciazione), come negli esempi sopra indicati?

Riguardo al periodo 1, l’inserimento di un avverbio come gi√† potrebbe fugare ogni dubbio circa la collocazione temporale dell’azione, spingendo a considerare la proposizione espressa con il condizionale passato nel passato rispetto alla subordinata? (“Laura sapeva che nel momento in cui avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero gi√† lasciato la spiaggia” = Gli amici di Laura hanno lasciato la spiaggia prima che lei abbia raggiunto lo stabilimento).

 

RISPOSTA:

Il condizionale descrive un evento condizionato rispetto a un altro condizionante (tipicamente costruito con una proposizione ipotetica); il rapporto tra la condizione e la conseguenza attiva automaticamente un rispecchiamento temporale in cui la condizione precede la conseguenza. Questa funzione modale e temporale che lega la proposizione con il condizionale alla proposizione con il congiuntivo (o l’indicativo) da essa dipendente si intreccia con quella relativamente temporale che lega la stessa proposizione con il condizionale a quella che la regge (se la frase la prevede). In questa seconda relazione entra in gioco il valore di futuro nel passato.

In particolare, quando la reggente √® al presente, quindi il momento dell’enunciazione √® presente, il condizionale passato descrive un evento anteriore, quindi passato: “Penso [adesso] che lui avrebbe agito diversamente [nel passato] se le condizioni lo avessero consentito”. Lo stesso vale se il momento dell’enunciazione √® futuro: “Ti renderai conto che lui avrebbe agito diversamente…”. Se il momento dell’enunciazione √® passato, la funzione relativamente temporale del condizionale passato diviene di posteriorit√† (√® il cosiddetto futuro nel passato). Per questo, nelle sue tre frasi, gli eventi al condizionale passato sono sempre successivi a quello del sapere espresso nella proposizione principale Laura sapeva. Per quanto riguarda la relazione tra la proposizione con il¬† condizionale e la subordinata al congiuntivo nelle sue frasi, bisogna considerare l’ambiguit√† provocata dalla semantica dei verbi e dalla congiunzione che introduce la subordinata stessa. Nella frase 1 non c’√® dubbio che l’evento del lasciare sia conseguente, quindi anche successivo, a quello del raggiungere;¬† nella frase 2 l’evento dell’andare potrebbe essere avvenuto precedentemente a quello del raggiungere, quindi potrebbe non esserne la conseguenza. Questa possibilit√† vale perch√© la locuzione congiuntiva nel momento in cui ammette un’interpretazione temporale, quindi √® possibile che l’andare segua il sapere ma preceda il raggiungere. Questa interpretazione non sarebbe possibile se al posto di nel momento in cui ci fosse se (“Se avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa” = gli amici vanno certamente via come conseguenza dell’arrivo di Laura, quindi dopo). Lo stesso vale a maggior ragione per la frase 3, in cui il verbo essere costringe a un’interpretazione anteriore rispetto a raggiungere (ma comunque sempre successiva a sapere), perch√© indica uno stato e non un’azione (diversamente da lasciare e andare). Nella frase, infatti, la congiunzione se sarebbe ammessa soltanto con una sfumatura concessiva (se = anche se), perch√© rappresentare un evento precedente a un altro come la conseguenza di quest’ultimo sarebbe incoerente. Ovviamente, l’aggiunta di gi√† enfatizza la precedenza dell’essere rispetto al raggiungere.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non sempre riesco a trovare la preposizione giusta, proprio come nel caso dei verbi e aggettivi seguenti:

discutere di politica so che √© corretto ma va anche bene ¬īdiscutere di Carlo o su Carlo¬ī?

parlare di musica o sulla musica

persuado Ines a iscriversi…

sono persuaso di o a

mi sono persuaso di o a

convinco Ines di o a

mi convinco di o a

mi sono convinto di o a

fortunato di o a 

sono d¬īaccordo di o a

badare di non cadere o a non cadere

sono deluso di o per aver perso

Come ci si comporta quando non si riescono a trovare le giuste preposizioni per un verbo, un aggettivo … nel dizionario?

 

RISPOSTA:

La scelta della preposizione √® tutt‚Äôaltro che semplice, anche per i madrelingua. In caso di dubbio, i vocabolari migliori aiutano quasi sempre, perch√© di solito specificano le principali reggenze preposizionali soprattutto dei verbi, talora anche dei sostantivi e degli aggettivi. I dizionari pi√Ļ utili in questo senso sono il Sabatini Coletti (gratuitamente consultabile nel sito del Corriere della sera), il GRADIT di Tullio De Mauro (gratuitamente consultabile nel sito internazionale.it) e il Nuovo Devoto Oli. Vediamo ora i suoi casi specifici.

¬ęDiscutere di politica¬Ľ, ¬ędi Carlo¬Ľ vanno benissimo. Si pu√≤ anche discutere su qualcosa, per√≤ √® sicuramente una scelta pi√Ļ formale o adatta a una discussione pi√Ļ specifica, non per parlare del pi√Ļ e del meno, per cui ¬ędiscutere su Carlo¬Ľ, ancorch√© corretto, suonerebbe un po‚Äô strano.

¬ęParlare di musica¬Ľ √® la scelta migliore. Se si sta parlando a un convegno si pu√≤ dire anche ¬ęfare una conferenza sulla musica di Chopin¬Ľ. Su presuppone un parlare pi√Ļ specificamente, mentre di ha un uso esteso a tutte le situazioni.

¬ęPersuado Ines a iscriversi¬Ľ: benissimo.

¬ęSono persuaso di¬Ľ va bene, ma √® possibile anche a, che accentua il fine: ¬ęmi persuasi ad ascoltarlo¬Ľ, ¬ęsono persuaso di volerlo fare¬Ľ.

¬ęConvinco Ines di o a¬Ľ vanno bene entrambi, ma, se il contesto sottolinea il fine, allora √® meglio a, come per persuadere: ¬ęConvinco Ines a venire a cena con me¬Ľ, ¬ęsono convinto di volerla invitare a cena¬Ľ.

¬ęFortunato di¬Ľ √® meglio di ¬ęfortunato a¬Ľ, se segue una proposizione infinitiva, ma se segue un nome si pu√≤ usare solo a: ¬ęsono fortunato di giocare a tennis con te¬Ľ, ma ¬ęsono fortunato al gioco¬Ľ, ¬ęa carte¬Ľ. Ma √® possibile anche di in alcuni casi: ¬ęfui fortunato del risultato¬Ľ. Ed √® possibile anche in: ¬ęfortunato in amore¬Ľ. Dipende dal contesto: in certe espressioni √® meglio a, in altre di, in altre in: in casi simili la consultazione del vocabolario √® indispensabile.

¬ęSono d‚Äôaccordo¬Ľ pu√≤ reggere sia di sia a. ¬ęSono d‚Äôaccordo di finire prima¬Ľ, ¬ę√® d‚Äôaccordo a vendermi la moto¬Ľ. Per l‚Äôargomento su cui si √® d‚Äôaccordo si usa su: ¬ęessere d‚Äôaccordo su qualcosa¬Ľ.

¬ęBadare di non cadere¬Ľ o ¬ęa non cadere¬Ľ vanno bene entrambi, il primo √® pi√Ļ comune.

¬ęsono deluso di¬Ľ o ¬ęper aver perso¬Ľ vanno bene entrambi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Preposizione, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1.Mario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

2.Mario era abbastanza tranquillo da poter sopportare:

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

3.Mario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Quello che penso √® che nel caso della preposizione “per” sia necessario il complemento oggetto, a quel punto avremmo due interpretazioni differenti:

a = soggetto coreferente

b = soggetto generico introdotto nella subordinata.

Con la preposizione da √® diverso, perch√© se si inserisce il complemento oggetto, l’interpretazione (a) diventa quella che vede due soggetti coreferenti, mentre se non si usa alcun complemento oggetto, parliamo di un interpretazione (b) che ha un valore passivo/impersonale.

Seguendo questa logica se io dicessi:

4.Il dolore era troppo grande per poterlo sopportare”, potrei voler dire:

Interpretazione a = il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Frase decisamente irrealistica, in quanto è impensabile come frase, ma è giusto per far capire la differenza)

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poter sopportare:

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poterlo sopportare:

Interpretazione a) il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Come la quarta nella interpretazione “a”)

Sono corretti il mio ragionamento e le mie interpretazioni?

Cio√® che la preposizione “per” richiede il complemento oggetto e pu√≤ avere doppia interpretazione, a e b, generando magari ambiguit√†.

Mentre la preposizione “da”, in dipendenza dalla presenza o assenza del complemento oggetto, pu√≤ avere una sola delle due interpretazioni.

 

RISPOSTA:

No, la sua interpretazione non √® corretta. √ą vero che da + infinito di un verbo transitivo indica un valore passivo, cio√® qualcosa che deve essere fatto: da fare, da comprare, da vedere ecc. In quanto tale, il clitico √® pleonastico e comunque, sia che ci sia, sia che manchi, non muta il significato della frase: ¬ęil dolore √® troppo forte da sopportare/sopportarlo¬Ľ pu√≤ voler dire soltanto ‚Äė…troppo forte per essere sopportato‚Äô. La versione col clitico √® decisamente informale e da evitarsi in uno stile sorvegliato.

La finale implicita con per + infinito, così come da + infinito, impone l’obbligo dell’identità del soggetto della subordinata e di quello della reggente. Quindi:

  1. ¬ęMario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare¬Ľ. L‚Äôunica interpretazione possibile √®: ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo perch√© lui stesso potesse sopportare ci√≤‚Äô. Se invece si vuole esprimere che Mario viene sopportato allora bisogna rendere esplicita la subordinata ed esprimere il soggetto: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ.
  2. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da (poter) sopportare¬Ľ. Bench√© sia possibile l‚Äôinterpretazione ‚Äėda essere sopportato‚Äô, la frase suscita comunque ambiguit√†, pertanto sarebbe meglio renderla esplicita: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ. Al limite, informalmente, si potrebbe usare il si passivante: ¬ęMario era abbastanza tranquillo da sopportarsi/potersi sopportare¬Ľ, cio√® ¬ęessere/poter essere sopportato¬Ľ.
  3. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare¬Ľ: √® possibile soltanto l‚Äôinterpretazione ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo da poter sopportare qualcosa‚Äô.

Quindi: se non c’è identità di soggetto chiara tra reggente e subordinata implicita, è sempre meglio trasformare la subordinata in esplicita ed esprimere il nuovo soggetto.

  1. ¬ęIl dolore era troppo grande per poterlo sopportare¬Ľ: soltanto il senso consente di evitare l‚Äôinterpretazione assurda ‚Äėil dolore era troppo grande perch√© il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno‚Äô. La frase √® comunque imperfettamente formata e dunque sarebbe meglio cambiarla in: ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ.
  2. ¬ęIl dolore era troppo grande da poter sopportare¬Ľ: la frase √® mal formata per le stesse ragioni della precedente e della n. 2; pertanto √® meglio cambiarla in ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ, oppure, informalmente, ¬ęda sopportarsi¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1) Ti darò qualunque/qualsiasi cosa tu voglia o che tu voglia?

2) Si fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire o che potrebbe sentire durante la notte?

3) Chiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno o di cui tu abbia bisogno?

4) Ci sarà sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia o in cui tu lo faccia?

5) Mi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene o in cui si mangia?

Vanno bene sempre bene entrambe le soluzioni?

La mia impressione è che quando la preposizione che si usa nella frase principale è la stessa della relativa, allora il pronome relativo + preposizione si può anche omettere.

Diverso, penso, sia il caso in cui non ci sia questo combaciamento, dove bisogna inserirlo:

6a) Parliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene

6b)Parliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene*

A pensarci¬† bene, neanche nella frase 2 c’√® una corrispondenza tra preposizioni, ma √® anche vero che la relativa non ne ha nessuna.

√ą solo una mia impressione, sbagliata o giusta che sia, o c’√® una spiegazione grammaticale dietro?

 

RISPOSTA:

La sua domanda contiene già la risposta (quasi del tutto) corretta e denota un’eccellente capacità di ragionamento induttivo sulla lingua: cioè, lei ha ricavato la regola sulla base di un’analisi attenta degli esempi. I pronomi relativi doppi (chi, chiunque: alcuni funzionano sia come indefiniti sia come relativi), cioè quelli che sottintendono, o per meglio dire inglobano, l’antecedente (chi/chiunque = la persona/qualunque persona la quale; con gli aggettivi qualunque e qualsiasi l’antecedente va invece espresso: cosa, persona ecc.) e alcuni aggettivi relativi indefiniti (qualunque, qualsiasi) possono omettere la preposizione nella proposizione relativa soltanto a condizione che l’elemento pronominalizzato della relativa sia un complemento diretto oppure un soggetto, con qualche eccezione se le due preposizioni, quella della reggente e quella della relativa, sono uguali. Se dunque il complemento pronominalizzato nella subordinata relativa richiede una preposizione, essa di norma non può essere omessa. Se il pronome è doppio, nel caso di reggenza preposizionale esso va sciolto in due elementi (cioè antecedente + pronome):

– ¬ęvai con chiunque ami¬Ľ ma ¬ęvai con qualunque persona alla quale/a cui vuoi bene¬Ľ e non ¬ęvai con chiunque vuoi bene¬Ľ. √ą possibile l‚Äôomissione della preposizione se √® uguale alla preposizione della reggente: ¬ęvai con chi vuoi stare¬Ľ = ¬ęvai con la persona con quale vuoi stare¬Ľ (la prima frase √® pi√Ļ informale).

Commentiamo di seguito uno a uno tutti i suoi esempi:

1) ¬ęTi dar√≤ qualunque/qualsiasi cosa tu voglia¬Ľ o ¬ęche tu voglia¬Ľ? Il che √® pleonastico, e dunque da eliminare, perch√© qualunque ha gi√† valore di aggettivo relativo/indefinito e dunque non richiede un ulteriore pronome relativo: ¬ęqualunque cosa tu voglia¬Ľ.

2) ¬ęSi fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire¬Ľ o ¬ęche potrebbe sentire durante la notte¬Ľ? Come sopra: il che va eliminato.

3) ¬ęChiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno¬Ľ o ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ? In teoria bisognerebbe dire e scrivere ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ, perch√© ¬ęavere bisogno di qualcosa¬Ľ richiede la preposizione di; tuttavia nell‚Äôitaliano comune √® altrettanto corretta l‚Äôomissione del secondo di, attratto dal primo.

4) ¬ęCi sar√† sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia¬Ľ o ¬ęin cui tu lo faccia¬Ľ? Come sopra: vanno bene entrambi, e anzi il secondo (ancorch√© pi√Ļ corretto grammaticalmente) √® decisamente innaturale.

5) ¬ęMi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene¬Ľ o ¬ęin cui si mangia¬Ľ? La preposizione in √® necessaria: ¬ęin qualunque luogo in cui si mangi¬Ľ, anche se nell‚Äôitaliano comunque √® possibile anche l‚Äôomissione del secondo in, attratto, per cos√¨ dire, dal primo.

6a) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ: giusto, ci vogliono entrambe le preposizioni.

6b) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene¬Ľ: √® errata; la versione corretta √®: ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúLe parole scritte restano‚ÄĚ. In analisi grammaticale qual √® la funzione di ‚Äúscritte‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Aggettivo qualificativo, femminile, plurale. Naturalmente, trattasi di participio passato del verbo scrivere usato, nella frase in questione, con funzione aggettivale. Dato che le parole non funzionano in isolamento, in nessuna lingua, bens√¨ inserite in un contesto (frase), √® bene analizzarle nella funzione (non a caso, lei nella sua domanda utilizza la parola funzione) che svolgono all‚Äôinterno della frase. In questo caso non v‚Äô√® alcun dubbio che la funzione di scritte sia aggettivale (ovvero attributo in analisi logica). Vi sono peraltro dei casi limite: ¬ęLe parole scritte da te restano¬Ľ. In questo caso la presenza del complemento d‚Äôagente lascerebbe propendere per l‚Äôanalisi come verbo, cio√® participio passato. Tuttavia, dato che anche gli aggettivi (e i nomi) possono reggere argomenti (¬ęsensibile ai complimenti¬Ľ, ¬ęutile a/per scopi diversi¬Ľ ecc.), non √® questo un discrimine per stabilire se un participio sia verbale o aggettivale. Ancora una volta, come spesso accade nelle lingue, non si tratta di bianco o nero ma di come si decide di ritagliare la realt√† linguistica: chi opta per valorizzare sempre la natura verbale del participio (che, per inciso, si chiama cos√¨ proprio perch√© partecipa della doppia natura di verbo e di nome, ovvero aggettivo), chi invece (e io mi colloco tra questi ultimi) pensa che si debba valutare caso per caso a seconda del contesto sintattico. Non vi sarebbe alcun dubbio, per esempio, nel considerare verbale il participio della frase seguente: ¬ęScritte, le parole restano¬Ľ, nella quale ¬ęscritte¬Ľ, isolato dal resto della frase, non pu√≤ che assumere la funzione di subordinata (ipotetica implicita: ¬ęse scritte…¬Ľ). Anche nella sua frase si potrebbe sostenere che ¬ęscritte¬Ľ sia una relativa implicita: ¬ęLe parole che sono scritte restano¬Ľ, ma sarebbe una spiegazione antieconomica: perch√© mai scomodare una struttura sottintesa quando la linearit√† della frase √® chiarissima? Come vede, la distinzione tra analisi grammaticale e analisi logica, necessaria in teoria per tener distinti i piani dell‚Äôanalisi linguistica, √® meno netta nella realt√† dei fatti: per stabilire se analizzare ¬ęscritte¬Ľ come aggettivo o come verbo √® prima necessario comprendere la sintassi della frase. In conclusione, ribadisco la mia opinione: ¬ęscritte¬Ľ, nella frase in questione, va analizzato come aggettivo e non come participio passato.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase “Ne ha preparate tre, poi gliele ha spedite per congratularsi del suo successo” quali sono le funzioni sintattiche dei pronomi? Ecco la mia proposta:
Ne = pronome personale atono, compl. specificazione o partitivo
Tre¬†= pronome numerale, complemento di quantit√†? O forse pi√Ļ genericamente compl. specif.
Gliele = pronome personale. Gli: compl. termine. Le: compl. ogg.
Si (congratularsi) = pron. personale, intransitivo pronominale.
Suo = agg. possessivo, compl. specif.

 

RISPOSTA:

Le sue analisi sono sostanzialmente corrette, tranne i seguenti punti:
Tre = complemento oggetto. Il si contenuto nel verbo congratularsi, che √® intransitivo pronominale, non ha una funzione sintattica precisa, ma contribuisce alla costituzione del significato del verbo (forse lei intendeva proprio questo nella sua analisi, ma non √® chiaro). Suo¬†√® l’unica parola tra quelle analizzate che non √® un pronome, ma un aggettivo; dal punto di vista sintattico gli aggettivi non svolgono la funzione di complementi ma sono analizzati come attributi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Tre esempi da <> Elisa Morante

(1) (p234 ): Fin dalla mattina presto, io li udivo dalla mia stanza CHE subito appena svegli incominciavano a mischiarsi fra loro due in giochi e risate……

Il che mi pare una congiunzione.   Quale tipo di proposizione èa la subordinata? Una dichiarativa?

Possiamo trasformare la frase cosi:

Fin dalla mattina presto, io li udivo dalla mia stanza INCOMINCIARE subito appena svegli a mischiarsi far loro due in giochi e risate…

(2) p227¬†¬† e mentr’esse, in coro, gli magnificavano quel nuovo figlio, lui gli accord√≤ solo un’attenzione opaca distratta, con l’aria di un ragazzo forastico, e cresciuto fuori della famiglia, A CUI LE SORELLE MINORI MOSTRASSERO la propria bambola.

La subordinata dopo a cui è una proposizione relativa impropria consecutiva?   Possiamo scriverla cosi:

in modo tale che le sorelle minori mostrassero la propria bambola?

L’indicativo e’ anche accettabile?

(3) p. 264¬† Intanto SI SAPPIA ‚Ķche il fatale bacio, nella mia memoria capricciosa, s‚Äôera fatto pi√Ļ ingenuo del vero (come una musica di cui SI RAMMENTI solo il semplice tema).

Si sappia viene considerata l’imperativo o l’esortativo?

Possiamo anche usare Si RAMMENTA senza cambiare il significato della subordinata?  (non mi sembra ne’ una proposizione finale ne’ consecutiva).

 

RISPOSTA:

1) Il primo caso √® una relativa dipendente da verbi di percezione, che pu√≤ essere trasformata in una completiva. Pertanto: in ¬ęli udivo che incominciavano¬Ľ il che √® relativo, ma se trasformiamo la frase in una completiva (con il medesimo significato) il che diventa completivo: ¬ęudivo che loro incominciavano¬Ľ. √ą, come dice lei, possibile anche la trasformazione in relativa/completiva implicita: ¬ęli udivo incominciare¬Ľ.

2) S√¨, pu√≤ sostituire l‚Äôindicativo al congiuntivo senza alcun cambiamento di significato. Il congiuntivo si spiega non tanto per la sfumatura consecutiva (pure possibile) quanto per la sfumatura comparativo-ipotetica di tutta la frase: aveva l‚Äôaria come uno che…, come se…

3) ¬ęSi sappia¬Ľ √® congiuntivo esortativo impersonale. Anche in ¬ęri rammenti/a¬Ľ la sostituzione dell‚Äôindicativo al congiuntivo non cambia in nulla il significato della frase. Non occorre ipotizzare, ancora una volta, una sfumatura consecutiva (pure possibile, mentre √® del tutto sbagliata la sfumatura finale), perch√©, ancora una volta, il congiuntivo si giustifica con la sfumatura eventuale.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In un precedente intervento ho sottoposto alla sua attenzione alcune frasi.

Ne √® conseguito che “possibile” o “possibilit√†” non reggono il condizionale quindi le seguenti frasi sarebbero sbagliate:

  1. √ą possibile che arriverebbe.
  2. Sarebbe possibile che arriverebbe.

3.C’√® la possibilit√† che arriverebbe.

  1. Ci sarebbe la possibilità che arriverebbe.

Immagino che, come il condizionale semplice, “possibilit√†/possibile” non possa reggere nemmeno il condizionale composto, ma mi corregga se sbaglio.

Varrebbe lo stesso discorso anche per costruzioni analoghe come le seguenti:

  1. a) Può/ potrebbe darsi/ essere che lo mangerebbe.
  2. b) Poteva/ avrebbe potuto darsi/ essere che lo avrebbe mangiato.
  3. c) √ą/ sarebbe probabile che lo mangerebbe.
  4. d) Era/ sarebbe stato probabile che lo avrebbe mangiato.
  5. e) C’√®/ ci sarebbe la probabilit√† che lo mangerebbe.
  6. f) C’era/Ci sarebbe stata la probabilit√† che lo avrebbe mangiato.

Personalmente un condizionale semplice o composto, non mi suonerebbe affatto male, però è solo una mia impressione.

Cambia qualcosa oppure ci troviamo nella stessa situazione di prima, e quindi mi sbaglio nuovamente?

 

RISPOSTA:

Come le ho già scritto nella precedente risposta [Possibile/possibilità che + congiuntivo o condizionale?], sarebbe bene limitare l’uso di esempi fatti a tavolino, pesanti sintatticamente e che pretendono di presupporre protasi sottintese. Aggiungo, inoltre, che il condizionale passato ha una gamma di funzioni diverse da quelle del congiuntivo presente, ovvero può essere usato anche per indicare il futuro nel passato (come può vedere nella recente domanda di DICO Futuro nel passato). Ciò premesso, commento le sue frasi una ad una.

  1. √ą possibile che arriverebbe. Da evitare. La frase corretta √® ¬ę√® possibile che arrivi¬Ľ.
  2. Sarebbe possibile che arriverebbe. Da evitare. La frase corretta √® ¬ę…che arrivasse/arrivi¬Ľ. Naturalmente, se nel discorso ci fosse una protasi allora il condizionale sarebbe ammesso: ¬ęSarebbe possibile che arriverebbe, se lo aspettassimo ancora¬Ľ. Ma, ripeto: o c‚Äô√®, o non c‚Äô√®, perch√© presupporla come sottintesa?

3.C’√® la possibilit√† che arriverebbe. Come sopra.

  1. Ci sarebbe la possibilità che arriverebbe. Come sopra.
  2. a) Pu√≤/ potrebbe darsi/ essere che lo mangerebbe. Come sopra: ¬ę…che lo mangi¬Ľ, ma con la protasi: ¬ępu√≤ tarsi che se lo mangerebbe, se provassimo a darglielo¬Ľ.
  3. b) Poteva/ avrebbe potuto darsi/ essere che lo avrebbe mangiato. ¬ęPoteva darsi che lo mangiasse¬Ľ. Oppure, con protasi: ¬ępoteva darsi che lo avrebbe mangiato, se glielo avessimo dato¬Ľ.
  4. c) √ą/ sarebbe probabile che lo mangerebbe. Come sopra.
  5. d) Era/ sarebbe stato probabile che lo avrebbe mangiato. Come sopra.
  6. e) C’√®/ ci sarebbe la probabilit√† che lo mangerebbe. Come sopra.
  7. f) C’era/Ci sarebbe stata la probabilit√† che lo avrebbe mangiato. Come sopra.

In conclusione: non invocare protasi sottintese: o ci sono, o non ci sono.

Aggiungo per√≤ che con ‚Äúpu√≤ darsi‚ÄĚ e ‚Äúpoteva darsi‚ÄĚ il condizionale funziona meglio, e sa perch√©? Perch√© pu√≤ darsi si √® quasi grammaticalizzato come un avverbio, cio√® come se fosse forse, e dunque: ¬ęforse lo mangerebbe¬Ľ = ¬ępu√≤ darsi che lo mangerebbe¬Ľ, ¬ępoteva darsi che lo avrebbe mangiato¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “porta il latte con te, ma che sia freddo”, il “che” si riferisce a latte?

 

RISPOSTA:

No, il che √® un mero introduttore del congiuntivo desiderativo. Come se fosse: ¬ę[fa‚Äô in modo] che sia freddo¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho la necessità di esprimere un concetto che potrei sintetizzare così: prima arriveranno, prima se ne andranno.
Per ragioni pi√Ļ narrative che prettamente linguistiche, ho dovuto scartare la suddetta soluzione, a favore di un’altra che sposasse un modello sintattico affine a quello del periodo ipotetico con la coppia di correlativi quanto pi√Ļ/tanto pi√Ļ.
Il risultato √® stato questo: “Quanto prima fossero arrivati, tanto prima se ne sarebbero andati”.
La frase in questione è corretta dal punto di vista della scelta dei modi (congiuntivo/condizionale), oppure sarebbe stato preferibile adottare il condizionale per entrambi i predicati?
Se i suddetti correlativi non fossero adattabili a questa costruzione, e si scegliesse dunque di limitarsi alla forma prima… prima, il modello ipotetico “congiuntivo-condizionale” sarebbe comunque possibile? “Prima fossero arrivati, prima se ne sarebbero andati”.

 

RISPOSTA:

I due avverbi correlativi prima… prima introducono una sfumatura ipotetica nel periodo, tanto che questo viene assoggettato alla costruzione tipica con l’indicativo (“Prima arriveranno, prima se ne andranno”) o il congiuntivo nella proposizione che contiene la condizione, ed √® quindi assimilabile alla protasi, e il condizionale in quella che contiene la conseguenza, ed √® quindi assimilabile all’apodosi (“Prima fossero arrivati, prima se ne sarebbero andati”). Si noti che, diversamente dal periodo ipotetico, in questo caso il congiuntivo imperfetto nella proposizione dipendente √® molto innaturale (?“Prima arrivassero, prima se ne andrebbero”, ma “Se arrivassero prima, se ne andrebbero prima”). L’aggiunta di quanto / tanto non cambia niente nella costruzione (n√©, per la verit√†, aggiunge alcunch√© al significato della frase): i modi e i tempi richiesti rimangono quelli indicati per prima… prima.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Sarebbe sbagliato dire “Speravo che sarebbe venuto” e “Avrei sperato che sarebbe venuto”?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono corrette: al loro interno il condizionale passato serve a descrivere un evento futuro rispetto a un altro passato. Questa funzione del condizionale passato, nota come futuro nel passato, √® descritta in molte altre risposte dell’archivio di DICO, tra cui questa.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “Tutto bene, davvero non vi preoccupate per me”, tutto √® pronome, aggettivo o nessuno dei due? Inoltre, ha la funzione sintattica di soggetto?

 

RISPOSTA:

Nella frase tutto equivale a ‘tutte le cose, ogni cosa’, quindi √® un pronome. La frase ‚ÄúTutto bene‚ÄĚ √® analizzabile come frase nominale, cio√® priva di verbo. In una frase senza verbo l‚Äôidentificazione del soggetto √® complicata, visto che quest‚Äôultimo si definisce come il costituente sintattico con cui il verbo concorda. D‚Äôaltro canto, √® facile riconoscere la costruzione verbale soggiacente quella non verbale: ‚ÄúVa tutto bene‚ÄĚ; in questa frase tutto ha proprio la funzione di soggetto.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

 

Anche dopo aver fatto alcune ricerche online, con i seguenti verbi non so quale sia l’ausiliare corretto.

 

1.Questi Paesi sono progrediti/hanno progredito nella civiltà.

2. Sono progredito/ho progredito nel cammino.

3. Ho/sono proceduto lentamente.

4. Ho/sono proceduto lentamente negli studi.

5. Le proteste hanno proseguito/sono proseguite.

6. La casa è bruciata/ha bruciato.

7a. Ho scivolato con la moto per 20 metri (forse è intenzionale?)

7b. Sono scivolato con la moto per una ventina di metri (forse non è intenzionale).

 

RISPOSTA:

 

Non esiste una regola che determini la scelta dell‚Äôausiliare con i verbi intransitivi e per sciogliere il dubbio spesso bisogna consultare il vocabolario. Tuttavia, una delle proposte pi√Ļ diffuse e accettata da grammatiche e vocabolari suggerisce di usare essere se il participio del verbo intransitivo pu√≤ essere usato come attributo (per esempio ‚Äúgli avvenimenti accaduti un anno fa‚ÄĚ > ‚Äúgli avvenimenti sono accaduti un anno fa‚ÄĚ); suggerisce di usare avere se il participio del verbo non pu√≤ assumere funzione attributiva (con il verbo dormire, per esempio, non si pu√≤ costruire una frase come ‚Äúil ragazzo dormito qua‚ÄĚ). Ma andiamo all‚Äôanalisi delle frasi qui proposte.

1. Il verbo progredire ha il significato di ‚Äėevolversi per migliorare‚Äô e pu√≤ essere costruito sia con essere sia con avere.

2. Il verbo progredire ha il significato di ‚Äėandare avanti‚Äô e, anche in questo caso, pu√≤ essere costruito sia con essere sia con avere.

3. Il verbo procedere, qui con il significato di ‚Äėavanzare‚Äô, pu√≤ avere sia l‚Äôausiliare essere sia l‚Äôausiliare avere.

4. Il verbo procedere, qui con il significato di ‚Äėcontinuare qualcosa che si √® intrapreso‚Äô richiede soltanto l‚Äôausiliare avere, quindi ‚ÄúHo proceduto negli studi‚ÄĚ.

5. Anche con il verbo proseguire si possono avere entrambi gli ausiliari.

6. Nel significato proprio di ‚Äėandare a fuoco‚Äô, il verbo bruciare richiede soltanto l‚Äôausiliare essere; quando bruciare √® usato in senso transitivo, per esempio nel significato di ‚Äėscottare‚Äô si pu√≤ avere l‚Äôausiliare avere: ‚ÄúIl caff√® mi ha bruciato la lingua‚ÄĚ.

7a e 7b. In entrambe le frasi l‚Äôausiliare richiesto √® essere. L‚Äôausiliare avere, ma sempre in alternanza con essere, √® possibile soltanto nell‚Äôaccezione di ‚Äėscorrere rapidamente su una superficie che non oppone resistenza‚Äô: ‚ÄúLo slittino ha scivolato sulla pista ghiacciata‚ÄĚ, ma pi√Ļ comune ‚ÄúLo slittino √® scivolato sulla pista ghiacciata‚ÄĚ.

Raphael Merida

Parole chiave: Accordo/concordanza, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se il termine “leoluchiane” √® corretto per indicare “Giornate di studio dedicate a San Leoluca” (“Giornate leoluchiane”).

 

RISPOSTA:

L‚Äôaggettivo leoluchiano √® ben formato e rappresenta bene il nome di Leoluca. Aggiungo che l‚Äôaggettivo san si scrive per lo pi√Ļ con la minuscola quando indica la persona (come nel caso di san Leoluca), con la maiuscola quando fa parte del nome proprio di una chiesa (‚Äúla basilica di San Pietro‚ÄĚ), di una localit√† (‚Äúl‚Äôestate scorsa sono stato a San Gimignano‚ÄĚ), di una via o di una piazza (‚Äúpiazza San Francesco‚ÄĚ).

Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo
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QUESITO:

Volevo sapere la differenza tra : di questa e su questa.

Es: ‚Äúnon mi hanno detto nulla di questa cosa‚ÄĚ;

‚Äúnon mi hanno detto nulla su questa cosa‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

 

Dire di o dire su si equivalgono perch√© sia la preposizione di sia la preposizione su introducono un complemento di argomento. L‚Äôoscillazione tra queste due preposizioni √® da sempre presente in italiano, basti vedere alcuni titoli di opere del passato come ‚ÄúSulle guerre di Fiandra‚ÄĚ o ‚ÄúDei sepolcri‚ÄĚ (in quest‚Äôultimo caso la preposizione di ricalca il complemento di argomento latino, costruito con la preposizione DE + ablativo come ‚ÄúDe bello gallico‚ÄĚ).

Raphael Merida

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QUESITO:

 

Si dice: “questi discorsi non c’entrano nulla” oppure “questi discorsi non centrano nulla”?

 

RISPOSTA:

 

La forma corretta √® c‚Äôentrano. Entrarci √® un verbo procomplementare che, come ci ricorda il Grande Dizionario Italiano dell‚ÄôUso (GRADIT), pu√≤ essere usato con valore intensivo nel significato di ‚Äėtrovare posto, avere spazio sufficiente per stare in qualcosa‚Äô (¬ęIn questa stanza c‚Äôentrano mille persone¬Ľ) o con il significato figurato di ‚Äėavere attinenza con qualcosa‚Äô, come nel caso da lei presentato. In una frase come ¬ęquesti discorsi non centrano l‚Äôargomento¬Ľ il verbo in questione √®, invece, centrare nel significato figurato di ‚Äėcogliere con precisione il punto centrale di un tema‚Äô.

Per approfondire la morfologia del verbo entrarci la invito a leggere la risposta La posizione del pronome.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei proporvi questa frase: ¬ęGli studiosi si sono chiesti come sarebbe andata a finire¬Ľ. In questo caso ¬ęchiesti¬Ľ mi pare decisamente corretto. Se dico per√≤: ¬ęGli studiosi se lo sono chiesti¬Ľ, quel ¬ęchiesti¬Ľ √® altrettanto corretto o √® necessario dire ¬ęchiesto¬Ľ? Oppure entrambe le soluzioni sono accettabili?

 

RISPOSTA:

Entrambe le soluzioni sono corrette e con frequenze analoghe, in italiano. Infatti, se ricerchiamo le frequenze odierne in Google, troviamo 55.200 risultati per ¬ęse lo sono chiesti¬Ľ, contro 58.400 per ¬ęse lo sono chiesto¬Ľ. Quindi con una lieve prevalenza per l‚Äôaccordo con l‚Äôoggetto. Come si pu√≤ facilmente verificare sia nella Grammatica di Serianni (per es. la Garzantina), sia nella Grande grammatica italiana di consultazione di L. Renzi, G. Salvi e A. Cardinaletti (il Mulino), cio√® le due pi√Ļ accreditate grammatiche dell‚Äôitaliano, opposte nella concezione tanto da essere complementari, l‚Äôaccordo del participio passato presenta una tipologia variegatissima in italiano, secondo mille variabili: a volte si tratta di cambiamento nel tempo, altre volte di usi regionali, altre volte di registro, altre volte ancora dipende dal tipo di verbo e finanche dal suo significato; molto spesso, infine, l‚Äôaccordo √® del tutto libero, cio√® sono ammesse entrambe le forme (cio√® con accordo o col soggetto, o con l‚Äôoggetto, o, addirittura, senza accordo, cio√® al maschile indistinto non marcato). Data la ricchezza di usi e possibilit√† √® impossibile ripercorrerne qui le coordinate dei vari costrutti. Pensi per√≤ a usi (tutti possibili) come i seguenti:

– me ne sono bevuta/o una (di birra) ‚Äď ma: ho bevuto una birra

– se lo sono visti/o davanti (l‚Äôorso) ‚Äď ma: hanno visto l‚Äôorso

– ne hanno prese/o/i due (di scatole) ‚Äď hanno preso due scatole

– ne ho comprati/o/e due chili (di mele) ‚Äď ma: ho comprato due chili di mele

– Paola non se ne √® mangiati/a per niente (di biscotti) ‚Äď ma: Paola non ha mangiato i biscotti.

Come linea di tendenza molto generale, l‚Äôaccordo col soggetto e la forma senza accordo sono pi√Ļ rari, nei verbi pronominali con oggetto, laddove la forma preferita √® quella dell‚Äôaccordo con l‚Äôoggetto. Ma, come ha visto, le eccezioni sono numerose.

La lingua italiana, e qualunque altra lingua del mondo, √® fatta di un‚Äôestesa ¬ęzona grigia¬Ľ, come la chiamava Serianni, cio√® di usi plurimi tutti ammessi dalla norma. Il grigio (con tutte le sue sfumature), dunque, pi√Ļ del bianco o del nero, √® il colore che si addice alla grammatica.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quali e quante sono le forme ormai cristallizzate che risulterebbero fuori norma se impiegate senza la ‚Äúd‚ÄĚ eufonica, a parte ad esempio, ad eccezione, ad ogni buon conto?

 

RISPOSTA:

Non esiste una norma precisa che regoli l‚Äôuso della d eufonica. Per esempio, alcune delle locuzioni da lei citate possono scriversi legittimamente senza la d eufonica: a eccezione di e a ogni buon conto (cos√¨ sono riportate anche nei principali vocabolari dell‚Äôuso). Una delle rarissime eccezioni in cui la d eufonica √® quasi sempre presente per via della sua specificit√† √® la locuzione ad esempio, divenuta a tutti gli effetti una formula (insieme a per esempio). Tuttavia, potremmo trovare la locuzione a esempio in una frase tipo: ‚ÄúLa pazienza di Luca viene sempre portata a esempio di virt√Ļ da imitare‚ÄĚ.

In generale, la d eufonica, che in realt√† √® etimologica perch√© risalente a un d o a un t latini in ad, et o aut (da cui a, e, o), ha goduto nel corso del tempo di una certa elasticit√†: molto usata nella lingua antica, ridotta nell‚Äôitaliano moderno. Secondo il linguista Bruno Migliorini, l‚Äôuso della d eufonica dovrebbe essere limitato ai casi di incontro della stessa vocale come in ad Alberto, ed ecco ecc., ma anche in esempi come questi, per via della flessibilit√† dell‚Äôitaliano contemporaneo nei confronti dello iato (cio√® l‚Äôincontro di due vocali di due sillabe diverse), si potrebbe omette la d come in ‚ÄúHo chiesto a Luca e Erica‚ÄĚ.

Insomma, l’uso della d eufonica non ha regole precise ma cammina costantemente con l’evoluzione della lingua e la sensibilità di chi parla o scrive.

Di seguito suggeriamo alcuni casi in cui l’aggiunta di una d sarebbe sconveniente (1 e 2) o da evitare (3 e 4):

 

  1. quando la presenza di una d appesantisce la catena fonica e la vocale della parola successiva √® seguita da d come in ‚Äúedicole ed editoriali‚ÄĚ;
  2. in frasi come ‚Äúsi dice ubbidire od obbedire‚ÄĚ perch√© la presenza della d dopo la vocale o risulterebbe ormai rara e antiquata.
  3. prima di un inciso: ‚ÄúHo chiesto a Luca di uscire ed, ogni volta, risponde di no‚ÄĚ;
  4. davanti alla‚Äôh aspirata di parole o nomi stranieri: ‚ÄúCase ed hotel‚ÄĚ o ‚ÄúSabine ed Halil‚ÄĚ.

 

Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

√ą preferibile dire: ¬ęIeri avrei voluto tornare a casa presto ma ho trovato tanto traffico¬Ľ oppure ¬ęIeri sarei voluto tornare a casa presto ma ho trovato tanto traffico¬Ľ? Non mi risulta che esista una regola rigida. Credo che entrambe le frasi possano essere corrette. Sbaglio?

 

RISPOSTA:

Non sbaglia. Nel caso di costrutto servile + infinito l’italiano ammette la doppia possibilità: o l’ausiliare del servile (avere), o l’ausiliare del verbo retto dal servile (o essere o avere, a seconda del verbo). Solitamente al Nord si preferisce la prima opzione, al Sud la seconda, ma non esiste una regola, sono soltanto tendenze d’uso e talora addirittura soltanto gusto personale ed eufonia (a seconda del tipo di frase e delle parole che la costituiscono). Tendenzialmente, per esempio, io, da centromeridionale, preferisco il secondo tipo (con essere), mentre molti miei amici settentrionali usano quasi sempre avere.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Queste due alternative sono corrette?

1. Sei cieca se pensi che sia inutile.

2. Sei cieca se pensi che è inutile.

 

RISPOSTA:

S√¨, sono corrette entrambe le frasi. La prima √® formata con il congiuntivo presente e rappresenta l‚Äôopzione pi√Ļ formale, in una subordinata completiva; la seconda √® all‚Äôindicativo e costituisce l‚Äôopzione meno formale ma comunque corretta.

Per approfondire l’argomento, molto presente all’interno del nostro Archivio, la rimando a questa risposta: Indicativo o congiuntivo nelle completive.

Raphael Merida

 

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QUESITO:

Vorrei sapere se √® pi√Ļ corretto dire: “Ho dormito fino adesso”¬†oppure “fino ad adesso”. Ritengo che entrambe le espressioni siano corrette.

 

RISPOSTA:

Entrambe le locuzioni sono corrette. La preposizione fino è seguita, di solito, da un avverbio o da una preposizione che determina il momento preciso in cui si conclude qualcosa che ha una durata nel tempo. Con alcuni avverbi di tempo, come adesso, ora, allora, la preposizione a può essere omessa. Fino adesso, dunque, equivale a fino ad adesso, così come, per esempio, la locuzione finora (o con grafia non comune fin ora) corrisponde a fino a(d) ora. Per ragioni di eufonia si può usare sino al posto di fino.
Raphael Merida

Parole chiave: Avverbio, Preposizione
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QUESITO:

Nonostante abbia gi√† letto molte grammatiche su imperfetto e passato prossimo, continuo ad avere dei dubbi. Ad esempio, se voglio raccontare del concerto dove sono andata, che tempo devo usare nella frase seguente: “C’erano / ci sono stati tanti cantanti al concerto”.
E in queste altre frasi qual √® il tempo pi√ļ adatto?
– Stavo benissimo / sono stato benissimo in vacanza.
– Dove eri / sei stato il 12 febbraio alle 15?
– Oggi pomeriggio ero / sono stato al cinema.
– Voleva incontrarmi ma io non volevo / ho voluto.
– Ieri al concerto ero seduto / sono stato seduto dietro.
– Non hanno mai ricevuto i soldi di cui hanno avuto bisogno / hanno bisogno / avevano bisogno.

 

RISPOSTA:

Bisogna ricordare che l’imperfetto rappresenta l’evento come continuato nel passato, mentre il passato prossimo come concluso, sempre nel passato, ma con una persistenza delle conseguenze nel presente. A volte un tempo esclude l’altro, ma pi√Ļ spesso entrambi possono essere usati, modificando il significato della frase. Nella prima frase, il tempo pi√Ļ naturale √® l’imperfetto, perch√© lo scopo della frase √® descrivere lo svolgimento del concerto, non darne una visione complessiva; al contrario, molto strana sarebbe la frase “Il concerto era entusiasmante”, mentre del tutto naturale sarebbe “Il concerto √® stato entusiasmante”, proprio perch√©, in questo caso, ci√≤ che conta √® la visione d’insieme, non lo svolgimento. La seconda frase √® simile alla mia riscrittura della prima, per cui ci si aspetta il passato prossimo, che rappresenta la visione d’insieme della vacanza; l’imperfetto, si badi, non √® del tutto escluso, ma andrebbe meglio in un contesto come “Quanto mi pesa tornare al lavoro; stavo cos√¨ bene in vacanza!”. Nella terza frase le due opzioni sono ugualmente valide: con la prima ci si riferisce, ancora una volta, alla situazione nel suo svolgimento; con la seconda si considera la situazione nel suo complesso. Lo stesso vale per la quarta. Nella quinta la scelta tra volevo e ho voluto produce una conseguenza importante: con la prima forma la frase significa che la volont√† del soggetto caratterizzava quel periodo, ma non esclude che, passato quel periodo, essa sia cessata e l’incontro sia avvenuto; con la seconda forma, invece, si esclude che l’incontro sia avvenuto, perch√© il processo del non volere √® rappresentato come concluso, ovvero definitivo. Per la sesta frase vale quanto detto per la terza (“Dove eri / sei stato il 12 febbraio alle 15?”). Per l’ultima vale quanto detto per la quinta (“Voleva incontrarmi ma io non volevo / ho voluto”): avevano bisogno comporta che forse in un momento successivo non ne hanno avuto pi√Ļ bisogno; hanno avuto bisogno comporta che il fine per cui avevano bisogno dei soldi si √® concluso, quindi in qualche modo i soggetti sono riusciti a risolvere il problema anche senza aver ricevuto i soldi. In quest’ultima frase il presente hanno bisogno¬†cambierebbe anche il tempo, implicando che il bisogno √® ancora in corso nel momento in cui il parlante sta parlando.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale fra queste due affermazioni è corretta dal punto di vista grammaticale?
1) L’ultima sua opera è stato un libro.
2) L’ultima sua opera è stata un libro.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette: il participio passato della copula pu√≤ concordare con il soggetto o con il nome del predicato, se √® un nome di genere diverso dal soggetto, come in questo caso. Si noti che il participio passato dei verbi copulativi preferisce di gran lunga l’accordo con il soggetto (“L’ultima sua opera √® sembrata un capolavoro”; meno comune “… √® sembrato un capolavoro”), mentre il participio passato dei verbi che richiedono il complemento predicativo del soggetto concorda soltanto con il soggetto (“L’ultima sua opera √® stata ritenuta un capolavoro”; non *”… √® stato ritenuto un capolavoro”).
Si noti che se il nome del predicato o il complemento predicativo √® plurale mentre il soggetto √® singolare, il verbo in qualsiasi sua forma preferisce di gran lunga la concordanza con il nome del predicato o il complemento predicativo, non con il soggetto (“Il suo miglior piatto sono / sono state / sembrano / sono sembrate / sono ritenute le lasagne”). Al contrario, nei pochi casi in cui il soggetto √® plurale e il nome del predicato o il complemento predicativo √® singolare, il verbo concorda con il soggetto (“I suoi amici sono la sua famiglia”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúSe legger√≤ un‚Äôora tutti i giorni, quando arriver√≤ al 31 di dicembre avr√≤ letto almeno una decina di libri‚ÄĚ.

Il periodo dovrebbe essere corretto. Se volessimo accentuare la componente ipotetica, potremmo introdurre il congiuntivo imperfetto al posto dei due futuri semplici e, in relazione al futuro anteriore, il condizionale passato?

Mi spiego meglio con un esempio:

‚ÄúSe leggessi un‚Äôora tutti giorni, quando arrivassi al 31 di dicembre, avrei letto almeno dieci libri‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La trasformazione del futuro semplice in congiuntivo imperfetto e del futuro anteriore in condizionale passato √® corretta, ma non √® l’unica possibile. Nel periodo ipotetico del secondo tipo si usa il congiuntivo imperfetto per esprimere la condizione possibile e il condizionale presente per esprimere la conseguenza (quindi nel suo caso avremmo “Se leggessi un‚Äôora tutti giorni, al 31 di dicembre leggerei almeno dieci libri‚ÄĚ). Se, per√≤, vogliamo sottolineare che la conseguenza √® collocata nel futuro rispetto a una condizione che √® collocata nel passato, possiamo optare per il condizionale passato, che assommer√† in s√© le due funzioni di condizionale e di forma verbale della posteriorit√† rispetto al passato. Si potrebbe osservare che se leggessi √® collocato nel presente, non nel passato, ma bisogna considerare che questa azione entra in relazione con la data futura, per cui finisce con l’essere considerata da una prospettiva futura.

A margine faccio notare che il secondo futuro (arriver√≤) non pu√≤ diventare condizionale nella trasformazione della frase, ma deve rimanere futuro, perch√© altrimenti il parlante rappresenterebbe l’evento dell’arrivare come possibile, come se avesse qualche ragione per credere che non arriver√† al 31 dicembre.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúUn uomo attraversava i ghiacciai‚Ķ: era equipaggiato, era armato ed era in viaggio verso chiss√† dove‚ÄĚ. Il correttore del testo considera i verbi era equipaggiato ed era armato come forme passive. Avrei qualche perplessit√† in merito.

 

RISPOSTA:

Fa bene: in questo caso equipaggiato e armato sono usati come aggettivi e funzionano da parti nominali dei predicati nominali era equipaggiato e era armato. Pu√≤ trovare maggiori spiegazioni sulla distinzione tra participio passato verbale e nominale in questa risposta dell’archivio di DICO.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Il soggetto della proposizione implicita pu√≤ avere due interpretazioni: impersonale oppure coreferente col soggetto della reggente, e spesso, ma non sempre, c’√® la doppia possibilit√†. Avrei da proporre alcune frasi che secondo possono essere da esempio:

1) Mario era ‚Äätroppo grande per capirlo = doppia interpretazione: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤ / Mario era troppo grande affinch√© si potesse capire Mario”.

2) Mario era ‚Äätroppo grande da capirlo = interpretazione che ha un soggetto coreferente con quello della reggente: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤”.

3) Mario era troppo grande da capire = interpretazione con soggetto impersonale/ generico: “Mario era troppo grande affinch√© soggetto generico potesse capire Mario”.

Le interpretazioni che ho dato alle precedenti frasi sono corrette o c’√® qualcosa da rivedere?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni implicite richiedono identit√† di soggetto con la reggente, tranne casi specifici (come quelle all’infinito rette da verbi di comando e il gerundio e il participio assoluti), che, per√≤, sono a loro volta regolati. Nei suoi esempi l’interpretazione con il soggetto non coreferenziale √® favorita dalla presenza del pronome atono diretto, che l’interlocutore √® tentato di riferire al soggetto della reggente, escludendo di conseguenza quest’ultimo dal ruolo di soggetto della subordinata. Tale interpretazione “logica” √® possibile in contesti parlati informali, ma sarebbe ovviamente sconveniente anche in questi contesti se facesse sorgere ambiguit√†. Nello scritto e anche nel parlato mediamente formale, le varianti con soggetto non coreferenziale vanno costruite con il verbo esplicito, per esempio “Mario era ‚Äätroppo grande perch√© lo si capisse”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

A) Ci sono degli studenti, molti dei quali non si impegnano abbastanza.
B) Ci sono degli studenti, di cui molti non si impegnano abbastanza.

La A ha un complemento partitivo che funge da modificatore del sintagma nominale, come per esempio:
‘Molti di quelli che vedi non si impegnano abbastanza’.
La B invece ha un complemento partitivo che funge da modificatore del sintagma verbale, come per esempio:
‘Di quelli che vedi molti non si impegnano abbastanza’.
√ą un’analisi corretta la mia? Se cos√¨ fosse, non ci sarebbe nessuna differenza d’uso tra A e B?

 

RISPOSTA:

L’unica differenza tra A e B √® la forma del pronome relativo (di cui / dei quali). A prescindere dalla forma, la funzione del relativo √® sempre quella di introdurre una proposizione relativa, che √® un modificatore di un sintagma nominale (in questo caso gli studenti). Per quanto le due varianti del relativo siano funzionalmente identiche, quella analitica, formata dall’articolo determinativo e quale, √® meno comune e pi√Ļ formale di quella sintetica, formata dal solo cui. Va aggiunto che la proposizione relativa richiesta qui √® certamente limitativa, cio√® contenente informazioni che identificano l’antecedente; questo tipo di proposizione relativa non va separato dalla reggente con alcun segno di punteggiatura e preferisce senz’altro la forma sintetica del relativo. Diversamente, la relativa esplicativa, che contiene informazioni aggiuntive sull’antecedente, va separata e pu√≤ essere costruita con entrambe le forme (per esempio: “Quest’anno ho una classe con molti studenti, molti dei quali / di cui molti non si impegnano abbastanza”).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nel mio lavoro di rilevazione degli incidenti stradali, quando si raccoglie la dichiarazione √® prassi scrivere: “proveniente da Via X percorrevo Via Y in direzione di Piazza Z …”. Io per√≤ preferisco cominciare usando il gerundio: “Provenendo da …”. L’inizio con il participio presente in funzione verbale √® da ritenersi errato, tollerato o corretto? Se corretto non √® comunque preferibile il gerundio?

 

RISPOSTA:

Il participio presente con funzione verbale √® raro e solitamente sgradito dai parlanti (anche se non pu√≤ essere definito scorretto). Si usa quasi esclusivamente in ambito burocratico, da cui proviene, non a caso, il suo esempio; anche in questo contesto, per√≤, pu√≤ essere sostituito da altre forme, come il gerundio, nell’ottica di un salutare avvicinamento del burocratese alla lingua comune.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúEra uno dei miei pregi, o almeno credevo che fosse tale.‚ÄĚ

Tale dovrebbe equivalere a un pregio. Dal punto di vista logico, non mi pare che la costruzione presenti grandi difficoltà interpretative; ma, dal punto di vista sintattico, _tale_ si riferisce a un termine che nel testo non compare, se non nella forma plurale (uno dei miei pregi).

Considerando ciò, il periodo è corretto?

 

RISPOSTA:

Il periodo √® corretto. Bisogna precisare intanto che il referente uno dei miei pregi √® singolare (appunto uno), non plurale. Pu√≤, comunque, capitare che un elemento anaforico rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore, ma semmai come una costruzione tipica del parlato; per esempio “Non c’√® neanche uno yogurt in frigo? Ma se ne ho presi sei l’altro giorno!” (ovvero ho preso sei yougurt).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

  1. ‚ÄúStiamo parlando di voi stessi, ragazzi miei.‚ÄĚ
  2. ‚ÄúStavo parlando ai ragazzi di loro stessi.‚ÄĚ

In questi due casi, stessi è corretto quale rafforzativo, oppure si tratta di un uso scorretto, in quanto il soggetto della proposizione non coincide con il pronome cui si riferisce l’aggettivo?

 

RISPOSTA:

L’uso è corretto in entrambi i casi; l’aggetto stesso può accompagnare i sintagmi nominali della frase (anche costruiti con un pronome) a prescindere dalla funzione sintattica da questi svolta.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due soluzioni indicate pi√Ļ sotto sono, per motivi di registro, ammissibili.

1) Esserci impegnate / 2) Essersi impegnate.

Cerco di contestualizzare.

Un gruppo di studentesse contesta una valutazione da parte di un’insegnante. Una di esse, a nome del gruppo, si pronuncia in questi termini:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)esserci/essersi impegnate al massimo e (l‚Äô)aver applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo, non √® bastato per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (ho incluso l‚Äôarticolo determinativo tra parentesi perch√© credo che il parlante possa liberamente decidere se esplicitarlo od ometterlo).

Vorrei inoltre domandarvi se, modificando dati elementi della costruzione ed esulando dal caso specifico, si possa ‚Äúspersonalizzare‚ÄĚ il concetto, creando cos√¨ una sorta di ‚Äúcausa-effetto‚ÄĚ generale:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)essersi impegnati [non pi√Ļ femminile plurale, ma maschile] al massimo e (l‚Äô) aver applicato gli insegnamenti ricevuti negli anni, potrebbe non bastare per ottenere una valutazione sufficiente‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

L‚Äôespressione da lei evidenziata si trova all‚Äôinterno di una proposizione subordinata soggettiva retta dall‚Äôoggettiva non √® bastato, che √® impersonale; se la soggettiva condivide lo stesso soggetto della reggente essa deve essere ugualmente impersonale, quindi deve prendere la forma essersi impegnato, con il pronome si¬†e il participio al singolare maschile. Tale soluzione risulta doppiamente controintuitiva, perch√© il soggetto logico √® plurale e di sesso femminile (anche se il costrutto √® grammaticalmente impersonale) e perch√© la proposizione che regge l‚Äôoggettiva √® a sua volta dipendente dalla principale (per giunta collocata subito alla sinistra della soggettiva) costruita con il soggetto noi. Ne deriva un comprensibile rifiuto della forma che sarebbe corretta. Le alternative a questa soluzione sono: 1. la forma essersi impegnate, che a rigore √® scorretta, perch√© √® per met√† impersonale (l‚Äôinfinito essersi) e per met√† personale (il participio concordato con il soggetto logico plurale femminile); 2. la forma esserci impegnate, che √® internamente ben formata, ma sintatticamente scorretta perch√© costruisce la proposizione dipendente da una proposizione impersonale con un soggetto logico personale; 3. la costruzione personale, ma esplicita, della soggettiva: che ci siamo impegnate, corretta da tutti i punti di vista ma resa impossibile dalla coincidenza della presenza di un altro che¬†subito prima (‚ÄúPrendiamo atto che che ci siamo impegnate al massimo‚Ķ‚ÄĚ). Insomma, presupponendo di voler scartare la costruzione impersonale essersi impegnato¬†e l‚Äôalternativa 3, bisogna ammettere che scegliere una delle altre due comporta una scorrettezza tutto sommato veniale; in particolare la soluzione 2 sarebbe la pi√Ļ facilmente giustificabile, vista la costruzione personale della proposizione principale. Una soluzione del tutto corretta e priva di controindicazioni √® ovviamente possibile, ma comporta una riorganizzazione sintattica della frase; per esempio: ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato che ci siamo impegnate al massimo e abbiamo applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ, oppure ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato il nostro massimo impegno e l‚Äôapplicazione, laddove sia stata possibile, degli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (che ha il vantaggio di evitare la sgradevole ripetizione di che¬†a breve distanza).

A margine aggiungo che la virgola tra tempo e non non è richiesta, e anzi è al limite dell’errore, perché separa due parti non separabili della frase (prendiamo atto che… non è bastato) per il solo fatto che si trovano collocate a distanza.

In ultimo, la sua ipotesi di ‚Äúspersonalizzazione‚ÄĚ √® valida, purch√© la forma sia quella corretta, ovvero essersi impegnato.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase, leggere è un verbo o un sostantivo, e ha funzione di complemento oggetto?

“Amo tanto leggere, in particolare mi piacciono i libri fantasy”.

 

RISPOSTA:

Nella frase non √® possibile decidere se l’infinito abbia valore di verbo o di nome: entrambe le analisi sono, pertanto, legittime. Il fatto che la parola non sia preceduta dall’articolo, comunque, fa propendere per l’analisi come verbo; diversamente, in una frase come “Amo tanto il leggere” la parola sarebbe certamente da analizzare come nome. Al contrario, se leggere fosse seguito da un complemento oggetto (per esempio “Amo tanto leggere romanzi d’avventura”) emergerebbe pi√Ļ chiaramente la funzione verbale.

Se leggere è un nome, esso rappresenta il complemento oggetto del verbo amo; se, invece, è un verbo, allora rappresenta una proposizione oggettiva subordinata alla reggente amo tanto.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Tutte queste frasi e alternative sono corrette?

“Mi ha chiesto che cosa significasse quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significhi quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significherebbe quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significa quel gesto”

 

“Un bambino che legga / leggesse / legge per bene una enciclopedia(,) imparerebbe tutto ci√≤ che una scuola pu√≤ / potesse / possa / potrebbe offrirgli”.

 

“Un amico che diffami / diffama / diffamasse non √® / sarebbe un buon amico”.

 

Attenendomi, per esempio, a queste tabelle della “Treccani”, una frase del genere sarebbe agrammaticale: “Credo che l’avesse visto”?

A che attenersi per sapere se si sta (o stia?) costruendo una frase che rispetta (o rispetti?) la concordanza dei tempi verbali?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti dei tre gruppi sono corrette. Nel primo gruppo la subordinata √® una interrogativa indiretta, che √® strettamente vincolata alla consecutio temporum; non tutte le varianti presentate, per√≤, hanno a che fare direttamente con il sistema della consecutio. Le varianti con significa / significhi sono semanticamente equivalenti; in questo caso la differenza tra l’indicativo e il congiuntivo √® di tipo diafasico, cio√® di registro (lo stesso vale per sta / stia e rispetta / rispetti della frase finale della sua domanda). Quella con il condizionale contiene, ovviamente, una sfumatura di condizionalit√†; presuppone, cio√®, che ci sia una condizione (espressa altrove o implicita) per l’avverarsi dell’evento del significare (per esempio “…che cosa significherebbe quel gesto se lui lo facesse“). In alternativa (ma la corretta interpretazione dipende dal contesto), il condizionale pu√≤ essere interpretato come un segnale di cortesia, ovvero come una variante indiretta di significa. Per quanto riguarda la consecutio temporum, queste tre varianti esprimono tutte la contemporaneit√† con il presente; il passato prossimo (qui ha chiesto), infatti, pu√≤ funzionare da passato ma anche da presente, se descrive un evento che √® ancora in corso (ha chiesto comporta che la domanda √® ancora valida nel momento in cui l’emittente parla). Diversamente da queste tre, la variante all’imperfetto esprime (anche qui l’interpretazione dipende dal contesto) la contemporaneit√† con il passato, l’anteriorit√† rispetto al presente o anche l’anteriorit√† rispetto al passato; per esempio “L’ho incontrato ieri e mi ha chiesto (passato) che cosa significasse (contemporaneit√† con il passato) il nostro incontro”; “L’ho appena incontrato e mi ha chiesto (domanda ancora valida = presente) che cosa significasse il mio discorso di ieri (anteriorit√† rispetto al presente)”; “L’ho incontrato ieri e mi ha chiesto (passato) che cosa significasse (anteriorit√† rispetto al passato) il mio discorso del giorno prima”.

La seconda e la terza frase contengono subordinate relative, che non sono strettamente legate alla consecutio temporum; le varianti legge / legga funzionano come significa / significhi del gruppo precedente; leggesse qui non √® interpretabile come passato, per via del verbo della reggente (imparerebbe), che √® presente; esso va, quindi, interpretato come una variante di legga favorita dalla sovrapposizione del modello del periodo ipotetico: che leggesse …imparerebbe = se leggesse …imparerebbe. Si noti che se il verbo della reggente fosse passato, leggesse sarebbe interpretato come passato (per esempio “Un bambino che cinquant’anni fa leggesse per bene una enciclopedia avrebbe imparato…”).

Per “…tutto ci√≤ che una scuola pu√≤ / potesse / possa / potrebbe offrirgli” vale quanto appena detto, tranne che qui √® ammesso sia il congiuntivo imperfetto, con la stessa sfumatura ipotetica della prima relativa, sia il condizionale presente (non ammesso nella prima relativa per via della sovrapposizione del modello del periodo ipotetico), attratto dal condizionale della proposizione reggente. A margine sottolineo che la virgola tra enciclopedia e imparerebbe non va inserita, perch√© si configurerebbe come virgola tra il soggetto (Un bambino che legga / leggesse / legge per bene una enciclopedia) e il verbo.

Per la relativa della terza frase vale tutto quello che è stato detto per la prima relativa della seconda. Chiaramente, se si opta per diffamasse la reggente prenderà il condizionale sarebbe per via della sovrapposizione del modello del periodo ipotetico.

La frase “Credo che l’avesse visto” non √® affatto agrammaticale, ma descrive una situazione in cui un parlante riferisce di un evento passato precedente un altro; per esempio “Luca ieri √® rimasto a guardare il film per pura gentilezza; credo che l’avesse gi√† visto”. Lo schema presentato nella pagina a cui lei rimanda contiene soltanto i casi pi√Ļ comuni di relazione temporale tra reggente e subordinata completiva; i tanti casi non contemplati non sono esclusi, ma solo tralasciati per brevit√†. Sulla consecutio temporum in generale rimando alle tante risposte dell’Archivio di DICO che contengono la parola consecutio; in particolare la scelta dei tempi nelle relative √® al centro di questa.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La costruzione sotto indicata dovrebbe essere valida:

‚ÄúSia l‚Äôindicativo sia il congiuntivo sono ammessi.‚ÄĚ

Due domande in proposito: sarebbe accettabile anche la coniugazione al singolare del verbo (è ammesso)?

E se il parlante decidesse di anteporre il predicato, quale soluzione sarebbe preferibile?

‚Äú√ą ammesso sia l‚Äôindicativo sia il congiuntivo‚ÄĚ, ‚ÄúSono ammessi sia l‚Äôindicativo sia il congiuntivo.‚ÄĚ

 

 

RISPOSTA:

La correlazione di sia… sia equivale alla coordinazione con e, quindi sia l’indicativo sia il congiuntivo equivale a l’indicativo e il congiuntivo. Ne consegue che il verbo deve essere coniugato al plurale, qualunque sia la sua posizione rispetto al soggetto. Il verbo al singolare, attratto dalla forma singolare del soggetto pi√Ļ vicino (“Sia l’indicativo sia il congiuntivo √® ammesso“, o “√ą ammesso sia l’indicativo sia il congiuntivo “), √® un errore non grave, accettabile in contesti informali.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi sulle frasi seguenti.

1a. √ą la prima volta che vedo questo film.

1b. √ą la prima volta che ho visto questo film.

1c. √ą stata la prima volta che ho visto questo film.

 

2a. Visto/viste tutte le poesie, abbiamo deciso che…

2b. Dato/dati i risultati, abbiamo deciso che…

 

RISPOSTA:

Nel primo gruppo di frasi la proposizione subordinata √® di fatto una relativa (il che che la introduce √® detto polivalente, ma la proposizione si comporta comunque come una relativa), quindi ha ampia libert√† nella scelta del tempo verbale. La logica esclude la 1b, perch√© se la prima volta √® presente anche la visione del film deve essere presente. Le altre due sono corrette. Nel secondo gruppo i participi passati concordano con i soggetti delle subordinate implicite (le poesie e i risultati): le proposizioni, infatti, sono equivalenti a “Essendo state viste tutte le poesie” e “Essendo stati dati tutti i risultati”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Leggo su un libro di Grammatica la suddivisione che riporto: è possibile che sia un errore di battitura o qualcosa de genere?

Frase: “Dice / che le sente frullare / come se fossero uccellini in gabbia.”

Mi aspettavo anche la suddivisione di “… le sente / frullare…”

 

RISPOSTA:

Ha ragione: bisogna distinguere tra reggente e subordinata anche nei casi di infinitiva retta da un verbo di percezione (vedere, sentire ecc.). Probabilmente le peculiarit√† del costrutto avranno indotto l‚Äôerrore. In effetti i verbi di percezione reggono un‚Äôinfinitiva peculiare, sia perch√© √® molto prossima a una relativa (¬ęsente loro che frullano¬Ľ), sia perch√© il soggetto dell‚Äôinfinitiva diventa oggetto della reggente (le).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Bisogna attenersi a quanto affermato dal ‚ÄúSabatini‚ÄĚ: ¬ęSe l’elemento negato √® anteposto al verbo, questo rifiuta il non: neanche io so come fare¬Ľ?

¬ęAnche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ e ¬ęNeanche se dovessimo aspettare sarebbe un problema¬Ľ sono le uniche possibilit√† corrette? Tuttavia mi √® capitato di leggere esempi contradditori con quanto appena affermato anche in La luna e i fal√≤.

E se l‚Äôelemento di negazione √® posposto al verbo: ¬ęNon sarebbe un problema neanche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Sebbene l‚Äôitaliano richieda, o ammetta, la doppia negazione in alcuni casi (¬ęnon voglio niente¬Ľ), la rifiuta in altri, precisamente quando un elemento (avverbio, congiunzione, aggettivo o pronome, a seconda dei casi) di negazione come neanche, neppure, nemmeno, niente, nessuno √® anteposto al verbo. Come giustamente osserva Serianni nel cap. VII, par. 193, della sua Grammatica, ¬ęquesta norma va oggi osservata scrupolosamente, almeno nello scritto formale. Tuttavia, nell‚Äôitaliano dei secoli scorsi e anche in quello contemporaneo non mancano le deflessioni in un senso o nell‚Äôaltro¬Ľ, dovute per esempio a forme regionali, di italiano popolare, di trascuratezza, di espressivit√†. Tra le deflessioni, troviamo addirittura Manzoni: ¬ęUna di quelle donnette alle quali nessuno, quasi per necessit√†, non manca mai di dare il buongiorno¬Ľ. Deflessioni, tra i moltissimi altri, in Pavese: ¬ęNeanche tra loro non si conoscevano¬Ľ, ¬ęneanche qui non mi credevano¬Ľ. Cionondimeno, ci√≤ non altera la norma dell‚Äôitaliano. Pertanto, ¬ęAnche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ e ¬ęNeanche se dovessimo aspettare sarebbe un problema¬Ľ vanno bene, mentre ¬ęNeanche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ va evitato. Quando l‚Äôelemento di negazione √® posposto al verbo, la doppia negazione √® ammessa: ¬ęNon sarebbe un problema neanche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ va altrettanto bene quanto ¬ęNon sarebbe un problema anche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

I verbi procomplementari, essendo formati da particelle pronominali di valore intensivo, andrebbero usati soltanto in contesti colloquiali, oppure possono essere utilizzati in qualsiasi registro? Quanto √® corretto scrivere: ¬ęstava per andarsene¬Ľ? Tra l‚Äôaltro sono frasi che si possono trovare ad apertura di libro.

Inoltre io distinguo perlomeno quattro tipi di frasi riflessive:

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: uso intensivo.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico.

Tolto l‚Äôuso intensivo e il riflessivo vero e proprio, gli altri due usi (riflessivo apparente e dativo etico) quanto sono accettabili? √ą corretto scrivere: ¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Nei verbi pronominali, e nel sottogruppo dei verbi procomplementari, la particella pronominale (o pi√Ļ d‚Äôuna), detta anche pronome atono o clitico, non svolge necessariamente un valore intensivo, ma svolge spesso un ruolo sintattico pieno di completamento della valenza del verbo, modificandone il significato. Per es. un conto √® il verbo fare, un altro conto il verbo farcela, altro √® sentire, altro √® sentirsela, finire e finirla ecc. A volte, tra un verbo pronominale (o procomplementare) e un verbo non pronominale c‚Äô√® quasi perfetta sinonimia, come accade per andare e andarsene, scordare e scordarsi, ricordare e ricordarsi, dimenticare e dimenticarsi ecc. In casi del genere, il verbo pronominale √® perlopi√Ļ meno formale rispetto al verbo privo di pronome. Se, nel caso di andarsene, possiamo dunque dire (ma solo impropriamente) che i clitici siano d‚Äôuso intensivo, in altri casi, come sentirsela, o saperla lunga, o finirla, la funzione del clitico non √® intensiva ma proprio strutturale e il cambiamento di significato, rispetto al verbo non pronominale, √® sostanziale. I verbi procomplementari, come gi√† detto, sono spesso usati nei registri colloquiali, ma non possono certo dirsi scorretti; inoltre, alcuni di essi possono addirittura essere d‚Äôuso molto formale, come ad es. volerne a qualcuno: ¬ęnon me ne voglia¬Ľ. Nella maggior parte dei casi, pertanto, i verbi procomplementari possono essere usati in tutti i registri; in alcuni casi, invece, sono limitati agli usi informali: fregarsene, farsela addosso, infischiarsene ecc. Ma non √® certo la presenza dei clitici a renderli informali: anche fregare √® pi√Ļ informale di rubare. ¬ęStava per andarsene¬Ľ va benissimo in tutti gli usi. Il fatto che ¬ęstava per andare¬Ľ sia lievemente pi√Ļ formale non scoraggia certo l‚Äôuso della forma pronominale. Come ripeto, stiamo comunque parlando di usi sempre corretti e ammissibili quasi sempre in ogni registro.

Eviterei, a scanso di equivoci, la dizione ¬ęuso intensivo¬Ľ, limitandola, se proprio deve, al solo dativo etico (del tipo ¬ęche mi combini?¬Ľ), nel quale il pronome in effetti non ha valore strutturale ma solo di sfumatura semantica. Il dativo etico √® d‚Äôambito colloquiale ma √® comunque corretto (anche Cicerone, come ricorder√†, lo utilizzava nelle sue lettere).

¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ non √® n√© un verbo procomplementare, n√© pronominale, n√© il clitico ha valore intensivo o etico. √ą un normalissimo complemento di termine con un verbo passivo con si passivante: ¬ęNon vengano chieste spiegazioni a me¬Ľ.

Per quanto riguarda le altre sottocategorie della macrocategoria dei verbi pronominali, osservo quanto segue.

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: verbo transitivo pronominale, d‚Äôuso colloquiale ma sempre corretto.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: come sopra, detto anche riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico, d‚Äôuso perlopi√Ļ colloquiale ma sempre corretto.

Esistono poi anche altre categorie di verbi pronominali, come, per l’appunto, i verbi procomplementari, i verbi reciproci (salutarsi, baciarsi ecc.) e i verbi intransitivi pronominali (esserci, trovarsi, rompersi ecc.).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Fossato è un derivato di fosso? Maggiordomo può essere considerato un nome composto? Nomi come Patty o Dany sono nomi alterati?

 

RISPOSTA:

Tra fossato e fosso c’√® un rapporto non di derivazione del primo dal secondo, ma di comune provenienza quasi dallo stesso verbo: fossato √® un nome primitivo, che continua direttamente il latino FOSSATUM, a sua volta participio perfetto del verbo FOSSARE ‘scavare’ (variante intensiva del verbo FODERE ‘scavare’); fosso √® un’evoluzione di fossa, a sua volta participio perfetto (al neutro plurale) proprio del verbo FODERE.

Anche maggiordomo, adattamento del latino MAIOR DOMUS ‘capo della casa’, √® una parola primitiva. In generale, le parole formate per derivazione o composizione in altre lingue (prime tra tutte il latino e il francese) e successivamente entrate in italiano sono, dal punto di vista dell’italiano, primitive.

Il processo di alterazione pu√≤ riguardare anche i nomi propri (Sergione, Annuccia, Giorgino…); in particolare, i nomi propri modificati con suffissi diminutivi o vezzeggiativi sono definiti ipocoristici. Gli esempi da lei portati, per√≤, sono formati con procedimenti diversi dall’alterazione: il primo √® a tutti gli effetti un nome proprio non alterato (non √® possibile, infatti, risalire a una base; se fosse Patrizia l’esito sarebbe Patri o Patry), di origine inglese; il secondo √® l’esito di un accorciamento (lo stesso processo che, per esempio, forma auto da automobile) da Daniele o Daniela. Si noti che l’accorciamento darebbe come risultato Dani: la forma Dany √® influenzata in generale dal modello dei nomi inglesi, in cui una -i finale √® sempre -y (e forse anche dal nome Danny, inglese come Patty).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Chiedo gentilmente delucidazioni su un dubbio che mi √® sorto. Scrivendo la frase ‚ÄúGran parte del merito √® ‚Ķ‚ÄĚ, dove ci sono i puntini va messo ‚Äúla sua‚ÄĚ o ‚Äúil suo‚ÄĚ?

Es.: ‚ÄúSe sono riusciti a fare questa cosa gran parte del merito √® la sua‚ÄĚ o ‚ÄúSe sono riusciti a fare questa cosa gran parte del merito √® il suo‚ÄĚ?

In pratica: ‚ÄúIl suo/la sua‚ÄĚ segue ‚Äúgran parte‚ÄĚ o ‚Äúmerito‚ÄĚ?

Nello specifico la frase precisa sarebbe: ‚ÄúIl tempo per lui sembra non passare mai: ennesima prestazione sontuosa; puntuale nelle chiusure, preciso negli interventi e provvidenziale in pi√Ļ di un‚Äôoccasione: se i biancoverdi sono riusciti a limitare il passivo nella prima frazione gran parte del merito √® la sua/il suo‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

La concordanza a rigor di grammatica, e dunque consigliabile in uno stile sorvegliato, √® al femminile, dal momento che la testa del sintagma √® femminile (¬ęgran parte¬Ľ). Il maschile si configura come una cosiddetta concordanza a senso, molto comune nell‚Äôitaliano colloquiale ma da evitare in quello scritto formale.

C‚Äô√® per√≤ un‚Äôalternativa per usare il maschile, ovvero quella di anticipare ¬ęil merito¬Ľ. Basterebbe scrivere cos√¨: ¬ęil merito √® in gran parte suo¬Ľ.

Sarebbe inoltre preferibile, in una prosa pi√Ļ agile ed elegante, eliminare l‚Äôarticolo, nella frase da lei segnalata: ¬ęgran parte del merito √® sua¬Ľ, considerando dunque sua (o suo) come aggettivo piuttosto che some pronome.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ¬ęEra bagnato fradicio e tutto coperto di neve¬Ľ, i due predicati, in analisi logica, sono verbali o nominali?

 

RISPOSTA:

Possono essere analizzati sia come predicati verbali, sia come predicati nominali, a seconda che si dia ai participi passati il valore verbale o aggettivale. Come spesso accade, l‚Äôinterpretazione cambia a seconda dell‚Äôottica dell‚Äôanalista: non si tratta, cio√®, di un‚Äôopposizione di sistema (cio√® della grammatica italiana), bens√¨ del punto di vista del linguista. La differenza tra predicato verbale e predicato nominale √® meno netta di quanto comunemente si creda e dipende essenzialmente dal grado di autonomia semantica attribuito al verbo (debole, nel caso della copula nel predicato nominale) e all‚Äôaggettivo o sostantivo che lo accompagna. Nel caso specifico, bagnato e coperto possono essere interpretati come parte di un imperfetto passivo, oppure come aggettivi. Dato che non vi sono elementi dirimenti per attribuire un ruolo verbale a bagnare e coprire (per esempio la presenza di un complemento d‚Äôagente o di causa efficiente: ¬ębagnato dalla pioggia¬Ľ, ¬ęcoperto dalla neve¬Ľ), mi pare pi√Ļ prudente l‚Äôinterpretazione di bagnato e coperto come aggettivi, e dunque l‚Äôinterpretazione di ¬ęera bagnato¬Ľ e ¬ęera coperto¬Ľ come predicati nominali. Completiamo l‚Äôanalisi logica della frase: tutto √® complemento predicativo del soggetto, mentre di neve √® comunque un complemento argomentale (non importa se di specificazione, qualit√†, mezzo o altro), cio√® un complemento che serve a completare il significato del participio (coperto) che altrimenti resterebbe incompleto. Si potrebbe dunque dedurre da ci√≤ che ¬ęcoperto di neve¬Ľ sia analogo a ¬ęcoperto dalla neve¬Ľ e che dunque il predicato sia verbale; tuttavia il valore argomentale di ¬ędi neve¬Ľ non √® dirimente, ai fini del valore verbale piuttosto che aggettivale, dal momento che anche gli aggettivi possono esigere un complemento argomentale per essere completati, come nel caso di ¬ęessere pieno di neve¬Ľ, ¬ęessere adatto alle strade bagnate¬Ľ, ¬ęessere tifosa di una squadra¬Ľ e simili. Pertanto, esattamente come ¬ęera fradicio¬Ľ e ¬ęera pieno (di neve)¬Ľ sono predicati nominali, analogamente ¬ęera bagnato (fradicio) e ¬ęera coperto (di neve)¬Ľ sono predicati nominali, mentre ¬ęera sferzato dal vento¬Ľ, per esempio, sarebbe un predicato verbale, dal momento che, proprio come in ¬ębagnato dalla pioggia¬Ľ e ¬ęcoperto dalla neve¬Ľ, i complementi di causa efficiente consentono la trasformazione della frase da passiva in attiva (¬ęil vento lo sferzava¬Ľ, ¬ęla pioggia lo bagnava¬Ľ, ¬ęla neve lo copriva¬Ľ), requisito di un predicato verbale (ma non di un predicato nominale: gli aggettivi e i nomi, non essendo temporalizzati, non hanno diatesi attiva o passiva). Tornando per√≤, circolarmente, all‚Äôinizio del mio ragionamento, anche quest‚Äôultima analisi potrebbe essere contestata, dal momento che non tutti i verbi passivi reggono un complemento d‚Äôagente o di causa efficiente, n√© soltanto i verbi ammettono la reggenza di un argomento oltre al soggetto. Come si vede, in casi siffatti, pi√Ļ che la distinzione tra predicato verbale e nominale sembra contare il riconoscimento della predicazione e la struttura sintattica della frase, cio√® il riconoscimento di tutti gli argomenti del verbo, dei sostantivi e degli aggettivi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Verbo
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QUESITO:

Tutte e tre le varianti sono ammissibili?

“Il fatto non √® dovuto a negligenza / a una negligenza / a una qualche negligenza” (da parte dell‚Äôimputato, ad esempio).

Nello specifico _a qualche_ e _a un qualche_ sono intercambiabili?

“Chiedilo a qualche medico / a un qualche medico”.

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda a negligenza / a una negligenza, la variante senza l’articolo √® generica e non specifica, ovvero si riferisce alla classe designata dal sintagma nominale, mentre la variante con l’articolo indeterminativo √® individuale non specifica, ovvero si riferisce a un esempio non specifico della classe designata dal sintagma. In altre parole, a negligenza rappresenta il referente come astratto e non collegato direttamente alla situazione descritta, a una negligenza lo rappresenta come un elemento qualsiasi integrato nella situazione. Come conseguenza pragmatica, a una negligenza veicola un’intenzione comunicativa di accusa, perch√© identifica una responsabilit√† circostanziale, mentre a negligenza rileva soltanto la circostanza, senza evidenziare alcuna responsabilit√†. Il terzo caso possibile in italiano, quello del referente individuale specifico, √® costruito con l’articolo determinativo o un aggettivo dimostrativo; ad esempio: “La negligenza che hai dimostrato √® grave”, oppure “Quella negligenza mi √® costata cara”. Si noti che il nome negligenza √® astratto quando √® generico, concreto quando √® individuale, perch√© passa a identificare un atto e le sue conseguenze.

La variante un qualche √® ridondante rispetto al solo un; l’aggettivo indefinito non aggiunge alcuna informazione al sintagma costruito con l’articolo indeterminativo, per quanto sia ipotizzabile che sia inserito per aumentarne la non specificit√†, ovvero l’indeterminatezza. Inoltre, qualche rende automaticamente il sintagma logicamente plurale, anche se grammaticalmente √® singolare (qualche dottore = ‘alcuni dottori’), quindi non √® compatibile con l’articolo indeterminativo. Per questi motivi la sequenza un qualche √® da evitare in contesti di formalit√† media e alta, specie se scritti; la ridondanza, e persino la forzatura grammaticale, invece, sono tollerabili nel parlato informale.

Va sottolineato che un qualche dottore non √® equivalente a un dottore qualsiasi / qualunque (possibili, ma meno formali, anche le varianti un qualsiasi / qualunque dottore), che indica l’assenza di qualit√† particolari (o il fatto che l’individuazione di qualit√† particolari sia trascurabile). Ad esempio: “Chiedilo a un qualche medico” = ‘chiedilo a un medico’ / “Chiedilo a un medico qualsiasi” = ‘chiedilo a un medi