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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me, che non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Non so se la costruzione sia corretta. Non ravviso niente di illogico o di irregolare in essa; tuttavia non sono convinta che, dal punto di vista grammaticale, il riferimento del ¬ęche¬Ľ sia valido.

La frase, parafrasata, sarebbe questa:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me. Io non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Ma nell’esempio, il ¬ęche¬Ľ, se non erro, si riferisce a un soggetto non espresso. Mi domando se la mia osservazione sia giusta.

 

RISPOSTA:

La frase √® ben formata e il che non si riferisce a un soggetto non espresso, bens√¨ a un complemento di termine (della reggente), svolgendo tuttavia la funzione di soggetto della subordinata relativa. Il fatto che l‚Äôantecedente del relativo (cio√® il nome cui il relativo si riferisce) sia in un complemento indiretto non crea alcuna difficolt√†; l‚Äôimportante √® che il pronome relativo, all‚Äôinterno della proposizione relativa, svolga il ruolo o di soggetto o di oggetto, e nessun altro (salvo eccezioni d‚Äôambito colloquiale e al limite dell‚Äôaccettabilit√†). Dunque, sarebbe substandard un esempio del genere: ¬ęla critica √® rivolta a me, che non me ne importa niente¬Ľ (cio√® ¬ęa cui non importa niente¬Ľ). In questo caso, saremmo di fronte a una cosiddetta relativa debole, o che polivalente, da evitare nello stile formale o anche di media formalit√†.

Fabio Rossi

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QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “… a cui vorresti rivolgerti tu” il¬†tu¬†√® pleonastico o si pu√≤ considerare un rafforzativo?

 

RISPOSTA:

Non √® pleonastico: il soggetto pronominale ribadito a destra della frase serve a sottolineare che la volont√† di rivolgersi a quel qualcuno √® proprio del soggetto, non di altri. Questa sottolineatura pu√≤ essere utile per esempio se il parlante non condivide tale volont√†, oppure se vuole elogiarla, perch√© altri avrebbero manifestato una volont√† pi√Ļ comoda (ovviamente, dipende tutto dal contesto). L’esplicitazione del soggetto pronominale non sarebbe pleonastica neanche se questo fosse collocato prima del verbo: “… a cui tu vorresti rivolgerti”. In questo caso il pronome richiamerebbe al centro della discussione la responsabilit√† del soggetto nell’esprimere la volont√†, senza, per√≤, veicolare sfumature contrastive. Tali sfumature, per√≤, sarebbero veicolate anche con il soggetto preverbale, se la frase fosse pronnciata con un’enfasi intonativa sul pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei capire se siano corrette queste sequenze di pronomi:
Io o tu (o te) o Tu o io (o me)?
Io e tu (o te) o Tu e io (o me)?

RISPOSTA:

Io o tu e Tu o io sono in astratto le uniche sequenze corrette quando i due pronomi fungono da soggetto. In realt√† la variante io o te √® ammissibile (sebbene meno formale), e persino preferita dai parlanti, perch√© la forma del pronome oggetto √® sfruttata per segnalare che il secondo soggetto √® focalizzato (io o TE). Pi√Ļ discutibile la variante tu o me, per la quale vale la stessa considerazione fatta per io o te, ma che risulta essere meno favorita dai parlanti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non mi è molto chiara la differenza tra i verbi essere e esserci.
Ad esempio alla domanda “C’√® Mario?”, possiamo rispondere “S√¨, c’√® /S√¨, √® qui”, ma non va bene “S√¨, c’√® qui”, ma non capisco perch√®, invece, va bene dire “C’√® un uomo qui”.

 

RISPOSTA:

Il verbo esserci significa proprio ‘essere in luogo’, quindi l’espressione c’√® qui √® inutilmente ripetitiva. La ripetizione, per√≤, √® ammessa, e in certi casi necessaria, se la frase √® marcata, cio√® √® costruita per mettere in forte evidenza una certa informazione, per segnalare il collegamento tra la frase e il resto del testo o per precisare quale sia la rilevanza della frase nel contesto situazionale. Nella frase “C’√® un uomo qui”, per esempio, il parlante precisa che l’uomo si trova nello stesso luogo in cui si svolge la conversazione, perch√© dal suo punto di vista la presenza dell’uomo √® rilevante soltanto in relazione al luogo (per esempio perch√© √® sorpreso di trovare un uomo in quel luogo). Va detto che tale frase sar√† pronunciata con una pausa prima di qui, a dimostrazione del fatto che l’informazione qui √® isolata rispetto a c’√® un uomo, come se fosse un elemento aggiunto a parte. Nello scritto, tale pausa pu√≤ essere rappresentata con una virgola, quindi “C’√® un uomo, qui”. La stessa costruzione pu√≤ adattarsi a “C’√® Mario, qui” soltanto in assenza della domanda precedente (“C’√® Mario?”): se il parlante risponde alla domanda, non ha motivo di precisare qui, perch√© la presenza nel luogo √® presupposta proprio nella domanda. A sua volta, la domanda pu√≤ essere costruita in modo marcato: “C’√® Mario, qui”, per precisare che l’interesse per la presenza di Mario √® legato proprio al luogo in cui si svolge la conversazione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

  1. a) Forse ci sarebbe chi accetterebbe a occhi chiusi.
  2. b) Forse ci sarebbe chi accettasse a occhi chiusi.

Tra le due mi suona di pi√Ļ la frase “a”, dove peraltro penso si possa ipotizzare una protasi velata/sottintesa:

“Forse ci sarebbe chi (se ne avesse la possibilit√†) accetterebbe a occhi chiusi”.

Ecco, sempre in merito alla questione del congiuntivo, condizionale e un’eventuale protasi implicita, ho letto delle risposte recenti su “Dico”, formulazioni del tipo “Chiunque volesse/vorrebbe, farebbe…”

La mia personale proposta è:

  1. c) Chi parteciperebbe alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.
  2. d) Chi partecipasse alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.

La frase “d” ricalca ovviamente il periodo ipotetico:

“Se qualcuno partecipasse alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.”

Mentre la frase “c” ha un condizionale che √® innescato e condizionato da una protasi che resta implicita:

“Chi parteciperebbe alla gara (se ne avesse la possibilit√†), forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte”.

Protasi, quest’ultima, che forse “potrebbe” (uso il condizionale) anche essere espressa per confermare la correttezza (?) del costrutto:

“Chi parteciperebbe alla gara se ne avesse la possibilit√†, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte”.

Che ne pensa? Sono intuizioni corrette, le mie?

 

RISPOSTA:

S√¨, le sue sono intuizioni sostanzialmente corrette. Con alcune precisazioni. Il fatto che le ‚Äúsuoni‚ÄĚ meglio ¬ęForse ci sarebbe chi accetterebbe a occhi chiusi¬Ľ si spiega con la struttura della frase, cio√® una frase scissa con c‚Äô√® presentativo, che dunque √® un po‚Äô come una frase semplice anzich√© complessa, equivalente a ¬ęForse qualcuno accetterebbe a occhi chiusi¬Ľ. La modalit√† epistemica della frase autorizza pienamente il condizionale (ma anche il congiuntivo) senza alcun bisogno di sottintendere una protasi. Il concetto di sottinteso, infatti, andrebbe invocato il meno possibile, per evitare di sostituire le nostre personali e opinabili intuizioni all‚Äôeffettiva natura della frase. Motivo per cui ¬ęChi parteciperebbe alla gara…¬Ľ √® decisamente da respingere, a meno che, come dice lei, la protasi non sia presente. Ma, ne converr√†, la frase con protasi ‚Äúsuona‚ÄĚ come del tutto innaturale, nella sua farraginosit√†: ¬ęChi parteciperebbe alla gara se ne avesse la possibilit√†, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte¬Ľ. Eviterei dunque questi tentativi scolastici e alessandrini di far tornare a tutti i costi i conti di frasi che nessuno pronuncerebbe mai, in contesti naturali. Meglio, dunque, il piano e naturale ¬ęChi partecipasse alla gara¬Ľ ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Riguardo il suo ultimo intervento (‚Äú√ą bastato a/per e topicalizzazioni‚ÄĚ) mi √® quasi tutto chiaro.

L’unica cosa che non mi √® totalmente chiara √® quella che riguarda la topicalizzazione.

Secondo me: Per esempio, con un complemento di fine o proposizione finale anteposta, quest’ultimo/a √® topicalizzato/a e invece l’elemento focalizzato/marcato all’interno della frase √® il soggetto posposto (“impegno”) ed √® l√¨ che cade la tonica:

  1. a) Cosa √® bastato a raggiungere l’obiettivo/ al raggiungimento dell’obiettivo?
  2. b) A raggiungere l’obiettivo/al raggiungimento dell’obiettivo √® bastato il sano impegno.

Invece quando il complemento di fine o proposizione finale viene posposto/a (piuttosto che anteposto/a) diventa l’elemento focalizzato/marcato (cio√®, vi cade la tonica) e di conseguenza il soggetto (“impegno”) non ha particolare rilievo nella frase:

  1. c) L’impegno a cosa √® bastato?
  2. d) L’impegno √® bastato a raggiungere l’obiettivo/al raggiungimento dell’obiettivo.

Era questo che intendevo parlando di focalizzazione.

Sono corrette le mie considerazioni?

 

RISPOSTA:

S√¨, le sue considerazioni ora sono corrette. Dalla sua precedente domanda sembrava considerare focalizzato quanto si trovasse preposto al verbo o alla reggente, mentre in quei casi di tratta di topicalizzazioni. Bench√© la terminologia sui fenomeni di sintassi marcata talora oscilli lievemente (non tutti danno a focus lo stesso significato), di norma ci√≤ che √® focalizzato ha maggiore salienza fonica (non soltanto accentuativa), ha maggior rilievo informativo, veicola un‚Äôinformazione nuova e talora contrastata e riguarda il comment (o rema) o una sua parte. Di norma si trova sul lato destro degli enunciati, tranne casi specifici in cui viene anticipato, ma con forte rilievo prosodico: per es., ¬ęLUI devi incolpare, non me!¬Ľ. Quanto √® topicalizzato, all‚Äôopposto, ha funzione di topic (o tema), √® dato, ha intonazione ascendente-sospensiva, non saliente, si trova di norma sul lato sinistro degli enunciati.

Fabio Rossi

Parole chiave: Sintassi marcata, Tema e rema
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

1a) Cosa è bastato a fargli cambiare idea?

1b) A fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico.

2a) Cosa è bastato per fargli cambiare idea?

2b) Per fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico.

Sono sicuro della correttezza grammaticale di 2a e 2b, mentre non saprei esprimermi sulla correttezza grammaticale di 1a e 1b?

Ho consultato vari dizionari, ma non ho trovato esempi di quello che intendo: Se all’interno della frase il complemento di fine (introdotto da “a”) √® focalizzato/marcato(su cui cade la tonica), allora so per certo che tale preposizione si pu√≤ utilizzare:

-Questo a cosa è bastato?

-Questo è bastato a chiarire.

Se invece √® il soggetto quello ad essere focalizzato/marcato (ovvero sempre l’elemento su cui cade la tonica), allora su ci√≤ non ho trovato esempi:

-Cosa è bastato a fargli cambiare idea?(???)

-A fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico(???)

Lei cosa ne pensa?

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi sono corrette. Non si tratta in nessuna di complemento di fine, né di soggetto, bensì di proposizioni subordinate finali. Inoltre, se la finale è anteposta alla reggente non è focalizzata, bensì topicalizzata, cioè in funzione di topic.

Diverso il caso di ¬ęQuesto a cosa √® bastato?¬Ľ, in cui il pronome interrogativo ¬ęa cosa¬Ľ ha in effetti funzione di complemento di fine ed √® sicuramente pi√Ļ comune di ¬ęper¬Ľ (che comunque non sarebbe scorretto), in dipendenza da bastare. Tuttavia, nella frase successiva, in cui il complemento di fine diventa invece una subordinata finale, a e per sono intercambiabili: ¬ęCosa √® bastato a/per fagli cambiare idea?¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“In Norvegia non ci sono mai stato”. Quel “ci” pu√≤ essere accettato anche in un linguaggio formale, pur essendo un pleonasmo, oppure √® preferibile dire: “In Norvegia non sono mai stato”?

 

RISPOSTA:

Sicuramente il pleonasmo √® evitabile nel registro formale, a condizione, per√≤, di modificare l‚Äôordine dei costituenti: ¬ęNon sono mai stato in Norvegia¬Ľ. Infatti la tematizzazione (o topicalizzazione), cio√® la collocazione del tema in prima posizione, richiede la ripresa clitica (dislocazione a sinistra): ¬ęIn Norvegia non ci sono mai stato¬Ľ. Se eliminasse il ¬ęci¬Ľ l‚Äôenunciato verrebbe interpretato come focalizzazione, anzich√© come tematizzazione, ovvero: ¬ęIn Norvegia non sono mia stato [mentre in Svezia s√¨]¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Il quesito a cui volevo sottoporre la sua attenzione è quello di frasi che apparentemente sembrano delle relative, o che forse lo sono in parte.

Questo tipo di frasi contiene spesso un che, che potrebbe forse trattarsi di un che polivalente.

Proporrei qualche frase che secondo me possono rientrare in questa definizione:

  1. Sono arrivato qui che ero piccolo.
  2. Ho iniziato che ero ricchissimo.
  3. Ho finito che sono diventato povero.
  4. L’ho conosciuto che non era ancora cos√¨ famoso.
  5. L’ho trovato che dormiva beato.
  6. Sono qui che aspetto.

Le frasi in questione, per quanto contengano il pronome relativo che, mi sembrano abbiano tutt’altra funzione.

Per esempio, da 1 a 5 direi che quel che sia molto vicino ad un complemento di tempo.

Nella sesta il che mi sembra abbia valore finale: ¬ęChe aspetto¬Ľ = per aspettare/ad aspettare.

 

RISPOSTA:

Sì, ha ragione, sono relative improprie, ovvero il che in esse usato può rientrare nell’ampia tipologia del che polivalente. Proviamo a spiegarne alla svelta l’uso caso per caso.

  1. Sono arrivato qui che ero piccolo: valore temporale, ma in uno stile meno informale può essere risolto anche con un complemento predicativo del soggetto: sono arrivato qui da piccolo.
  2. Ho iniziato che ero ricchissimo. Come sopra.
  3. Ho finito che sono diventato povero. Qui l‚Äôequivalente meno informale sarebbe pi√Ļ o meno un verbo aspettuale o fraseologico: ho finito per (o col) diventare povero.
  4. L’ho conosciuto che non era ancora cos√¨ famoso. Questa e la frase successiva rientrano nella tipologia delle relative con verbi di percezione (o simili): l‚Äôho visto che dormiva / l‚Äôho visto dormire.
  5. L’ho trovato che dormiva beato. Come sopra.
  6. Sono qui che aspetto. Valore finale: sono qui ad aspettarti, ma anche: ti sto aspettando qui.

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęMe l’hai preso tu il libro che stavo leggendo?¬Ľ. La frase sopra riportata √® corretta? La parola libro √® una ripetizione?

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta, bench√© sia appropriata a un contesto informale e soprattutto parlato, meno appropriata (con qualche eccezione) nella lingua scritta e formale. Il costrutto si chiama dislocazione a destra (oppure a sinistra, se √® rovesciato: ¬ęil libro me l‚Äôhai preso tu¬Ľ) e prevede la ripetizione, come dice lei, dell‚Äôoggetto, che, nel caso della sua frase, compare sia in forma piena (il libro), sia nella forma pronominale (l‚Äô). I motivi che inducono a scegliere un costrutto siffatto sono di solito legati all‚Äôesigenza di dare maggiore o minore rilievo a determinate informazioni della frase. Nel caso specifico, per esempio, si mette in rilievo l‚Äôazione e chi la compie (hai preso e tu) e si d√† quasi per scontato il libro, come se fosse (come in effetti √®) gi√† ben presente nell‚Äôorizzonte comunicativo degli interlocutori; il libro, comunque, acquista esso stesso un suo particolare rilievo, perch√© diventa il tema su cui verte l‚Äôintero atto comunicativo. Delle dislocazioni abbiamo pi√Ļ volte discusso, nella banca dati di DICO. Pu√≤ vedere, per esempio, la domanda/risposta ‚ÄúDimmelo tu cosa sono le dislocazioni‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi sulle frasi seguenti.

1a. √ą la prima volta che vedo questo film.

1b. √ą la prima volta che ho visto questo film.

1c. √ą stata la prima volta che ho visto questo film.

 

2a. Visto/viste tutte le poesie, abbiamo deciso che…

2b. Dato/dati i risultati, abbiamo deciso che…

 

RISPOSTA:

Nel primo gruppo di frasi la proposizione subordinata √® di fatto una relativa (il che che la introduce √® detto polivalente, ma la proposizione si comporta comunque come una relativa), quindi ha ampia libert√† nella scelta del tempo verbale. La logica esclude la 1b, perch√© se la prima volta √® presente anche la visione del film deve essere presente. Le altre due sono corrette. Nel secondo gruppo i participi passati concordano con i soggetti delle subordinate implicite (le poesie e i risultati): le proposizioni, infatti, sono equivalenti a “Essendo state viste tutte le poesie” e “Essendo stati dati tutti i risultati”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono entrambe corrette

1) pensa i sacrifici che ha fatto tuo padre

2) pensa ai sacrifici che ha fatto tuo padre

 

RISPOSTA:

S√¨, le due frasi sono entrambe corrette, lievemente pi√Ļ formale la seconda. Il verbo pensare pu√≤ essere usato sia come transitivo sia come intransitivo. Inoltre, la sintassi dei due periodi √® differente, tanto da rendere pi√Ļ efficace la prima, della seconda frase, in determinati contesti, poich√© focalizza ¬ęi sacrifici¬Ľ. ¬ęChe ha fatto tuo padre¬Ľ √® una proposizione relativa nel secondo caso; mentre nel primo caso pu√≤ essere interpretato sia come una relativa, sia come una completiva con sollevamento dell‚Äôoggetto: Pensa che tuo padre ha fatto dei sacrifici. Per questo, bench√© meno formale, √® comunque pi√Ļ efficace a sottolineare il valore di quei sacrifici.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi sono reso conto che a livello molto colloquiale molte persone (anch’io faccio parte di questa cerchia) fanno uso di una strana dislocazione a sinistra di vari elementi grammaticali: soggetto, periodo ipotetico e complementi di ogni tipo.

Le pongo qualche esempio:

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti = se a me piace qualcuno, mi faccio avanti.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto= non so ciò che lui ha fatto.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse? = non so chi pensavi che lui fosse/ non so chi pensavi che fosse, lui?
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo = non so cosa lui vorrebbe che noi dicessimo/ non so cosa lui vorrebbe che dicessimo.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo = non so cosa lui vorrebbe che noi pensassimo/ non so cosa vorrebbe che pensassimo, lui, noi.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa= non penso che se fosse rimasta sarebbe cambiato qualcosa.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato= non so cosa sarebbe cambiato se fosse rimasta.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava = quando io / nel momento in cui io entravo, la gente non mi salutava.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo = penso/ sembra che questo sia ottimo.

In tutte queste frasi c’√® una dislocazione a sinistra di qualche elemento, ad esempio:

Nella prima abbiamo la dislocazione di un complemento dipendente dalla protasi.

Nella seconda la dislocazione del soggetto della relativa.

Nella terza la dislocazione del soggetto di una oggettiva esplicita la quale è dipendente da una proposizione interrogativa.

Nella quarta c’√® la dislocazione del soggetto della proposizione interrogativa.

Nella quinta c’√® una doppia dislocazione, cio√® degli elementi dislocati rispettivamente nella terza e nella quarta.

Nella sesta, per esempio, la protasi √® contenuta nell’oggettiva ed √® dipendente dalla stessa oggettiva (“che sarebbe cambiato qualcosa”) non dalla proposizione principale (“non penso”) eppure nonostante la protasi faccia parte dell’oggettiva viene occasionalmente dislocata a sinistra.

Nella settima abbiamo qualcosa di simile, ovvero la dislocazione della protasi dipendente da una proposizione interrogativa.

Possiamo parlare di dislocazioni grammaticalmente corrette oppure di colloquialismi impropri?

 

RISPOSTA:

L‚Äôitaliano ammette molto spesso lo spostamento di un sintagma, o di una proposizione, rispetto alla sua posizione canonica in un ordine non marcato. Lo spostamento (che √® una potente risorsa sintattica) √® dovuto a esigenze informativo-pragmatiche, cio√® per portare in prima posizione il tema dell‚Äôenunciato, cio√® la parte su cui verte l‚Äôinformazione. Talora questi spostamenti non hanno alcuna ricaduta sul registro, talaltra invece rendono l‚Äôenunciato meno formale, ma comunque corretto. Nessuno degli esempi da lei addotti √® scorretto e soltanto alcuni rendono l‚Äôenunciato meno formale. Nessuno, inoltre, √® configurabile come dislocazione tecnicamente intesa, ma soltanto come spostamento. In taluni casi, si parla anche di anacoluto o tema sospeso, in altri di sollevamento, ma, in buona sostanza, sempre di spostamento si tratta, ma non di dislocazione. Perch√© vi sia una dislocazione, oltre allo spostamento deve esservi anche una ripresa pronominale dell‚Äôelemento spostato, come in ¬ęil panino lo mangio¬Ľ, ¬ęche cosa vuoi non lo so¬Ľ (dislocazioni a sinistra), oppure ¬ęlo mangio il panino¬Ľ, ¬ęnon lo so che cosa vuoi¬Ľ (dislocazioni a destra). Vediamo ora caso per caso.

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti: non è meno formale della versione senza spostamento.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto: meno formali.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse?: meno formali.
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo: lievemente meno formali.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo: lievemente meno formali. In tutti i casi b-e, come vede, non soltanto la frase è perfettamente corretta, ma, in certi contesti, è anche migliore della frase non marcata, dal momento che valorizza il ruolo tematico di lui, che dunque può agevolare la coesione con quanto precede.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa: non è meno formale della versione senza spostamento.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato: non è meno formale della versione senza spostamento.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava: tema sospeso o anacoluto, meno formale della frase non marcata.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo: normalissimo caso di sollevamento del soggetto, non meno formale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

A me riesce difficile capire quando di è essenziale e quando soltanto ridondante.

¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ; ¬ęPensa di valere di pi√Ļ/pi√Ļ di noi¬Ľ.

C’è qualche regola da seguire?

Invece credo che una costruzione simile sia sbagliata: ¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ. O soltanto ¬ęNon me ne intendo¬Ľ, sottintendendo l‚Äôargomento, oppure ¬ęNon mi intendo di matematica¬Ľ senza ‚Äúne‚ÄĚ.

Anche con in ho questo problema: ¬ęIn molti andarono/Molti andarono¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In effetti non √® semplice, perch√©, pi√Ļ che vere e proprie regole di grammatica stabili, si tratta in questi casi di consuetudini di occorrenza, cio√® di espressioni pi√Ļ o meno cristallizzate con o senza di. Di meno pu√≤ fungere da locuzione avverbiale, del tutto interscambiabile con meno (¬ębisognerebbe parlare di meno e pensare di pi√Ļ¬Ľ), oppure da locuzione aggettivale, spesso, ma non sempre, interscambiabile con meno (¬ęun tempo le macchine in strada erano di meno¬Ľ o ¬ęerano meno¬Ľ); ma per esempio in ¬ęho una carda di meno¬Ľ (o ¬ęin meno¬Ľ) mal si presta alla sostituzione con il solo meno, cos√¨ come ¬ęce n‚Äô√® uno di meno¬Ľ (ma non ¬ęuno meno¬Ľ).

Nel suo primo esempio, di pu√≤ anche mancare: ¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ. Quando invece meno √® seguito dal secondo di termine di paragone, √® bene omettere di: ¬ęPensa di valere pi√Ļ/meno di noi¬Ľ, anche se la forma con di, in questo caso, √® comunque possibile. Ma, per esempio, in ¬ęVorrei pi√Ļ/meno pasta di te¬Ľ, il di non va usato.

¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ √® una costruzione pleonastica tipica del parlato e della lingua informale denominata tecnicamente dislocazione a destra. In quanto pleonastica (dal momento che ne sta per di matematica) sarebbe meglio evitarla nella lingua scritta e formale, a meno che non manchi il sintagma pieno: ¬ęNon me ne intendo¬Ľ.

¬ęMolti andarono¬Ľ va bene per tutti gli usi, mentre ¬ęIn molti andarono¬Ľ, oltrech√© meno formale, √® pi√Ļ adatto nell‚Äôordine invertito dei costituenti, per esempio: ¬ęSe ne sono andati in molti¬Ľ. Inoltre, in molti, rispetto a molti, fa presupporre una quantit√† assoluta, priva di relazione con altre: ¬ęmolti andarono al mare, ma altrettanti in montagna¬Ľ; ¬ęin molti andarono al mare¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Leggo dal libro di una quotata scrittrice la seguente frase: ¬ęMi ha raccontato che li abbracciava, a lui e a nonno, fra le lacrime e i singhiozzi…¬Ľ.

¬ęLi abbracciava¬Ľ √® accusativo, ma subito dopo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ √® dativo.

Chiedo: √® da considerare un errore oppure quel dativo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ serve a rafforzare la frase ed √® quindi accettabile?

 

RISPOSTA:

Il costrutto dell‚Äôoggetto preposizionale, come abbracciare a qualcuno, √® diffuso negli italiani regionali, ma √® senza dubbio da evitare in italiano standard, quindi in questo caso lo considererei, se non scorretto, quanto meno inappropriato, a meno che nel romanzo non si voglia riprodurre un parlato regionale. Non c‚Äô√® dubbio che in molti casi i costrutti preposizionali servano a mettere in evidenza un sintagma, come nel caso di ¬ęa me non mi persuade¬Ľ (comunque da evitare in un italiano non informale), ma in questo caso l‚Äôoggetto diretto √® pi√Ļ che sufficiente a indicare la messa in rilievo, garantita dal pleonasmo pronominale della dislocazione a destra: ¬ęLi abbracciava, lui e nonno¬Ľ:

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quale forma è corretta?
Una volta sola
Una volta solo

Marco non era a casa
Marco non c’era a casa

Inoltre ad una donna non sposata anche se ha una età avanzata si può dire ancora signorina?

 

RISPOSTA:

“Una volta sola” (o “Una sola volta”) e “Una volta solo” (o “Solo una volta”) sono entrambe frasi corrette, sebbene la seconda sia meno adatta a un contesto formale. Nella prima, l’aggettivo¬†solo¬†√®, come di consueto, accordato con il sostantivo femminile¬†volta. Nella seconda, invece,¬†solo¬†non ha valore di aggettivo bens√¨ di avverbio, ovvero sta per¬†soltanto.
“Marco non era a casa” va bene sempre e in tutte le variet√† di italiano, mentre “Marco non c‚Äôera a casa” va bene soltanto nel parlato informale o nello scritto che lo imita. Tra l’altro, l’enunciato sarebbe pronunciato con una leggera pausa prima di “a casa”. L’avverbio/pronome locativo¬†ci¬†in questo caso risulta pleonastico per via della presenza del sintagma locativo pieno “a casa”. L’intera frase, dunque, possibile ma informale, si configura come una dislocazione a destra. Pu√≤ essere utile in un contesto in cui “a casa” sia considerato elemento dato, per es. nel dialogo seguente:
– Ho cercato Marco ma non si trova da nessuna parte.
– Hai cercato a casa?
– Non c’era, a casa!
Una donna non sposata anche se ha un’et√† avanzata si pu√≤ dire ancora¬†signorina, anche se l’uso di questa parola √® giustamente sempre meno frequente, in quanto fortemente discriminatorio nei confronti delle donne. Perch√© mai, infatti, di una donna si dovrebbe rilevare lo stato civile mentre di un uomo no? Lei chiamerebbe mai un uomo non sposato signorino?

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase seguente:
“A proposito di quello che si insegna nelle aule di medicina e CHE n√© Tizio, n√© Caio n√© Sempronio sembrano esserne a conoscenza”
ovviamente sarebbe stato meglio scrivere di cui al posto di che: ma è proprio sbagliato?

 

RISPOSTA:

Nella frase il pronome relativo indiretto √® sostituito dalla forma base¬†che; la funzione sintattica persa a causa della sostituzione √® recuperata inserendo il secondo pronome,¬†ne, nel corpo della frase (esserne).¬†La variante standard, quindi, richiede¬†in cui¬†al posto di¬†che¬†e¬†essere¬†al posto di¬†esserne:¬†…e¬†di cui¬†n√© Tizio, n√© Caio n√© Sempronio sembrano¬†essere¬†a conoscenza. ¬†
Costruzioni come questa¬†sono sempre pi√Ļ comuni nell’italiano contemporaneo (la persona che te ne ho parlato¬†=¬†di cui ti ho parlato;¬†la festa che non ci sono andato¬†=¬†alla quale non sono andato;¬†il collega che ci ho pranzato insieme ieri¬†=¬†con cui / insieme a cui ho pranzato ieri¬†ecc.), favorite dal vantaggio di usare i pronomi¬†che¬†e tutti quelli personali, ad alta funzionalit√†, quindi pi√Ļ facili da ricordare e scegliere correttamente per i parlanti, al posto delle¬†forme indirette del pronome relativo,¬†a bassa funzionalit√†, quindi pi√Ļ complicate. Non solo non sono previste dallo standard, ma comportano un uso dei pronomi contrario alle regole della sintassi; per questo¬†sono da considerarsi trascurate e da evitare in contesti anche di media formalit√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Registri, Sintassi marcata
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QUESITO:

Quali forme del pronome dovrei usare nelle frasi seguenti?
“I ragazzi di oggi sono quello/quelli che sono”.
“Tu, figlia mia, sei quello/quella che tutti vorrebbero”.
Il pronome quello tanto nel primo quanto nel secondo esempio potrebbe essere valutato quale sinonimo di ciò?

 

RISPOSTA:

Proprio cos√¨:¬†quello¬†pu√≤ avere la funzione (pi√Ļ che il significato) di pronome neutro, equivalente a¬†ci√≤¬†o¬†la cosa. Per questo motivo nelle prime due frasi vanno bene sia¬†quello¬†sia il pronome concordato con il sintagma di cui √® anaforico. La scelta, per√≤, modifica il significato della frase:
“I ragazzi di oggi sono quello che sono” = ‘sono la cosa che sono, non ci si pu√≤ aspettare altro da loro’ (con una sfumatura negativa, di critica).
“I ragazzi di oggi sono quelli che sono” = ‘sono proprio cos√¨, non li si pu√≤ cambiare’ (con una sfumatura positiva).
Nella seconda coppia di frasi è decisamente preferibile quello:
“Tu, figlia mia, sei quello che tutti vorrebbero” = ‘sei il sogno di chiunque’.
“Tu, figlia mia, sei quella che tutti vorrebbero” = ‘sei la ragazza che tutti sceglierebbero all’interno del gruppo’. Quest’ultima frase suona innaturale dal punto di vista testuale, perch√©¬†quella¬†evoca un gruppo, o una coppia, che √® stato gi√† introdotto nel discorso, per cui, visto che gi√† √® stato detto che c’√® un gruppo tra cui scegliere, ci si aspetterebbe una forma come¬†“Sei tu, figlia mia, quella che tutti vorrebbero”, con enfasi su¬†sei tu, non su¬†quella che tutti vorrebbero. Per un giudizio pi√Ļ preciso, per√≤, bisognerebbe inserire la frase in un contesto pi√Ļ ampio.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei esporvi queste frasi:
1)Roma,¬†¬†che √® capitale d’Italia, √® una citt√† vicina al mare.
2)Le rendo noto che, se non salderà il suo debito,  passerò a vie legali.
Sia il primo inciso (che √® capitale d’Italia) che il secondo (se non salder√† il suo debito), qualora vengano sottratti, permettono alla frase di avere un senso compiuto (Roma √® una citta vicina al mare / le rendo noto che passer√≤ a vie legali).
Nella prima frase, per√≤, l’inciso d√† informazioni irrilevanti rispetto al senso della frase, nella¬† seconda, invece, l’inciso fornisce informazioni sostanziali (io passer√≤ a vie legali solo se si realizzer√† una ben precisa condizione: il suo mancato pagamento).
Mentre il primo inciso va posto sicuramente fra le virgole, il secondo non lo porrei fra di esse, perch√© le virgole farebbero risultare l’affermazione ” se non salder√† il suo debito” come marginale, anzich√© di centrale importanza.

 

RISPOSTA:

Va distinta la funzione di inciso da quella di parentetica. Una parentetica contiene di solito, come dice lei, un’informazione marginale (“che √® la capitale d’Italia”). Per¬†inciso, invece, si intende semplicemente la collocazione dell’informazione tra due pause, o virgole, ma non la sua marginalit√†. Le virgole che isolano la protasi del periodo ipotetico nell’esempio “Le rendo noto che, se non salder√† il suo debito,¬†¬†passer√≤ a vie legali” sono necessarie (e dunque se le eliminasse commetterebbe un errore!), perch√© indicano la spezzatura del rapporto assai vincolante tra reggente e completiva (…rendo noto che passer√≤…) mediante l’intromissione della protasi del periodo ipotetico. La posizione di inciso, cio√® la segnalazione di tale intromissione, non implica in alcun modo la minore importanza della protasi. Aggiungo che, qualora non vi fosse stata intromissione, e vi fosse dunque stato soltanto il periodo ipotetico, si sarebbe potuta usare la virgola oppure no (“se non salder√† il suo debito[,]¬† passer√≤ a vie legali”) senza alcun cambiamento di significato. La virgola, infatti, in questo caso √® un semplice retaggio del passato, quando si soleva separare quasi sistematicamente la premessa dalla conseguenza.
In generale, faccia attenzione a non caricare la punteggiatura di valori logicistici che le sono estranei: la virgola non indica quasi mai una riduzione di importanza (tranne, e non sempre, nel caso delle parentetiche di cui sopra), bens√¨ denota una frattura sintattica (in molti casi), una transizione di piano testuale o informativo (cio√® il passaggio da un’informazione all’altra, in molti altri casi), la riproduzione di una piccola pausa o curva intonativa (pi√Ļ raramente e soltanto nei testi mimetici del parlato), la messa in evidenza di un’informazione (e dunque l’esatto contrario di quel che dice lei, cio√® conferisce maggiore importanza a qualcosa: “Mario, ho incontrato, non Luca”, con focalizzazione di¬†Mario), oppure uno stilema (stile di un certo autore, consuetudine scrittoria ecc.).

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Le sarei molto grato se mi chiarisse un dubbio relativo a questa frase: “Era sempre solo. Amici non ne aveva”. Quel “ne”, che sento usare regolarmente in frasi di questo tipo, mi suona bene, per√≤¬†¬†mi lascia
perplesso perch√© dovrebbe stare per “di amici”, ma allora la frase diventerebbe: “amici non di amici aveva”. Una affermazione insensata. Gradirei sapere se quel “ne” √® da considerarsi corretto.
 

 

RISPOSTA:

Il costrutto, tipico dell’italiano informale e colloquiale e dunque non scorretto in assoluto¬† ma sicuramente inadatto all’italiano formale, si chiama “tema sospeso” e consiste nel riportare il tema, o topic, dell’enunciato all’inizio per poi riprenderlo mediante un clitico, ovvero particella pronominale atona. Naturalmente il clitico √® pleonastico e il tema qui non ha valore di soggetto bens√¨ di complemento oggetto (duplicato da¬†ne). Molto prossimo a questo costrutto √® un altro, sempre di anticipazione del tema, o topicalizzazione, denominato “dislocazione a sinistra”: “di amici non ne aveva”.
Il corrispettivo formale, o quantomeno non informale, delle due espressioni √® “non aveva amici”.

Fabio Rossi
 

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il c’√® presentativo, come nella frase “c’√® da fare”, si pu√≤ ritenere proposizione principale?
 

 

RISPOSTA:

A rigore le proposizioni sono due, come due sono i verbi. Pendiamo una frase un po’ pi√Ļ credibile:¬†non c’√® niente da fare. Da analizzarsi come segue:
Non c’√® niente: principale
da fare: subordinata soggettiva.
In altri termini, la struttura è del tutto omologa a: non bisogna fare niente. Non bisogna: principale; fare niente: soggettiva.
Da un punto di vista pi√Ļ elastico, per√≤, essendo il costrutto col¬†c’√®¬†presentativo del tutto cristallizzato in italiano, possiamo anche considerare l’intera espressione come un’unica proposizione.
Oltretutto, a favore di quest’ultima interpretazione, remano anche frasi con verbi modali che costituiscono un’unica proposizione:¬†non √® da fare¬†(= non deve essere fatto),¬†non va fatto¬†(= non deve essere fatto),¬†non ho da fare¬†(non devo farlo) ecc., in cui il primo verbo funziona come modale o servile e dunque non costituisce proposizione autonoma bens√¨ parte del predicato di un’unica proposizione.

Fabio Rossi
 

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ieri mi sono trovata a formulare questo costrutto durante una conversazione telefonica in ambito professionale.
[‚Ķ] abbiamo parlato la scorsa settimana a proposito di un passaggio di propriet√†. Lei (in quell’occasione) mi aveva chiesto di interpellare‚Ķ

La mia perplessità gravita attorno al salto dal passato prossimo al trapassato prossimo: le due azioni, infatti, sono contemporanee.
A mente fredda ho ipotizzato due soluzioni alternative, che però non mi convincono.
La prima consisterebbe nel passato remoto:
[…] la scorsa settimana parlammo a proposito di un passaggio di proprietà. Lei mi chiese di interpellare…
Per due eventi accaduti da pochi giorni e i cui effetti si prolungano nel presente, il passato remoto non mi parrebbe adatto.
La seconda soluzione consisterebbe nel passato prossimo per entrambi i predicati:
[…] abbiamo parlato la scorsa settimana a proposito di un passaggio di proprietà. Lei mi ha chiesto di interpellare…
Non so bene risalire alle motivazioni di carattere semantico, ma il secondo passato prossimo (mi ha chiesto), pur sintatticamente ineccepibile, nel caso non venisse accompagnato da una locuzione avverbiale o un avverbio (come, ad esempio,¬†in quell’occasione, allora,¬†eccetera).
Approfitto inoltre del tema introdotto per porvi un’ultima domanda.
Il ragazzo parlò della sua infanzia e del rapporto con le sue sorelle maggiori. Fu in quel momento che aveva aperto per la prima volta le porte del suo cuore.
Questa composizione è corretta? Come se ne spiegherebbe la scelta da parte di un parlante?
 

 

RISPOSTA:

La differenza tra passato prossimo e remoto non risiede, nonostante gli aggettivi fuorvianti (prossimo¬†e¬†remoto) nella maggiore o minore vicinanza rispetto al momento dell‚Äôenunciazione, bens√¨ rispetto alle maggiori (prossimo) o minori (o nulle: il passato remoto √® un po‚Äô come l‚Äôaoristo greco: un passato visto nella sua assolutezza, del tutto svincolato dal presente e dal futuro) conseguenze che l‚Äôazione ha sull‚Äôenunciatore (o altri partecipanti all‚Äôazione) e sul momento dell‚Äôenunciazione. In altre parole, il passato remoto (comunque in forte regresso in tutt‚ÄôItalia, e ormai anche al Sud) non pu√≤ essere usato (in italiano standard) in espressioni che implicano conseguenze sul momento presente, quali, per es., ‚Äúhai capito?‚ÄĚ, ‚Äúmi hai sentito?‚ÄĚ ecc. (possibili, naturalmente, in dialetto: ‚Äúcapisti?‚ÄĚ, ‚Äúsentisti?‚ÄĚ ecc.). √ą proprio per questo motivo, come con estrema sensibilit√† linguistica coglie Lei, che spesso, se il verbo √® accompagnato da elementi circostanziali quali alcuni complementi avverbiali, sembra pi√Ļ naturale del passato remoto e viceversa: ‚ÄúLa settimana scorsa¬†abbiamo parlato‚ÄĚ; un aggettivo come¬†scorso¬†ancora inevitabilmente l‚Äôazione al presente.

Veniamo ora al trapassato prossimo, che ha sempre un valore anaforico, cio√® di riferimento anteriore a un‚Äôaltra azione. Non sempre, tuttavia, questo riferimento √® esplicito. Spesso si tratta di un quadro di riferimento generico, sfumato e inferibile dal contesto. Nel caso della prima frase da Lei citata (e la cui prima versione, guarda caso proprio quella effettivamente pronunciata e non ricostruita a posteriori a tavolino, √® la pi√Ļ corretta), ¬†la richiesta di interpellare qualcuno (‚Äúmi aveva chiesto di interpellare‚ÄĚ) √® giustamente interpretata dal locutore come anteriore al passaggio di propriet√† di cui si stava discutendo, dal momento che il passaggio di propriet√† non √® ancora avvenuto e, anzi, proprio dell‚Äôeventualit√† o meno di farlo si sta discutendo. Quindi, con eccesso di razionalit√† a posteriori (ma la lingua non funziona mai cos√¨…), possiamo certo dire che l‚Äôazione del discutere e la richiesta di interpellare sono contemporanee, ma nella coscienza dei parlanti una gerarchia cronologica c‚Äô√® ed √® chiarissima: prima si interpella qualcuno e poi si decide (almeno nel contesto enunciativo da Lei fornito).

Dunque non c’è alcun salto indebito tra le due frasi e l’uso del passato prossimo e del trapassato prossimo, nel caso specifico, sono le scelte migliori.

Non sarebbero scorretti peraltro n√© ‚Äúmi ha chiesto di interpellare‚ÄĚ, n√© ‚Äúmi chiese di interpellare‚ÄĚ, ma sarebbero comunque meno felici del trapassato prossimo (‚Äúmi aveva questo di interpellare‚ÄĚ). Il passato remoto √® il meno adatto, non soltanto perch√© non modula finemente (a differenza del trapassato prossimo) sul rapporto tra i due eventi, come gi√† detto, ma perch√© in realt√† l‚Äôazione dell‚Äôinterpellare non √® aoristica (cio√® svincolata dal presente), bens√¨ fortemente ancorata alle conseguenze presenti e future: presumo, infatti, che da quell‚Äôinterpellazione discender√† la decisione su se, come e quando procedere al passaggio di propriet√† in questione.
Veniamo infine all‚Äôultimo esempio: ‚ÄúIl ragazzo parl√≤ della sua infanzia e del rapporto con le sue sorelle maggiori. Fu in quel momento che aveva aperto per la prima volta le porte del suo cuore‚ÄĚ.

Aveva aperto¬†non va bene, perch√© non ha alcun riferimento di anteriorit√† (addirittura¬†in quel momento¬†focalizza proprio la contemporaneit√† dei due eventi). Pertanto va mantenuto lo stesso tempo del contesto, cio√® il passato remoto: ‚ÄúFu in quel momento che apr√¨ per la prima volta le porte del suo cuore‚ÄĚ. Oppure, eliminando la frase scissa, qui in po‚Äô ridondante: ‚ÄúApr√¨ allora per la prima volta…‚ÄĚ.

Fabio Rossi 

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Credo sia corretto dire: “Sei tu che mi ispiri”, ma forse √® preferibile il verbo in terza persona: “Sei tu che mi ispira”. Quale frase √®¬†consigliabile?

 

RISPOSTA:

La difficolt√† nella scelta della persona della proposizione subordinata deriva dalla natura incerta di questa proposizione. Essa, infatti, non √® propriamente una relativa, diversamente da quello che si pu√≤ pensare. Se fosse una relativa, non avremmo dubbi nello scegliere la terza persona, perch√© il pronome relativo sarebbe senz’altro preceduto da un antecedente alla terza persona; per esempio: “Tu sei¬†quello¬†che mi ispira”. Nella sua frase, invece, la proposizione √® di tipo pseudorelativo, simile a una relativa ma in realt√† pi√Ļ prossima a una completiva. In questo tipo di proposizione¬†che¬†non √® un pronome relativo, ma una congiunzione, come dimostra il fatto che √® invariabile: “√ą a te *a cui ho dato la penna” (corretto: “√ą a te¬†che¬†ho dato la penna”). Come conseguenza,¬†che¬†non ha un vero e proprio antecedente nella reggente e anche quando¬†sembra fungere da soggetto della proposizione subordinata, come nel suo caso, non pu√≤ svolgere questa funzione. Il soggetto della subordinata, pertanto, sar√† o espresso nella subordinata (per esempio “√ą lui che ho visto”) oppure sar√†¬†lo stesso della reggente, come nel suo caso: “Sei tu che mi ispiri”. A ulteriore dimostrazione della correttezza di questa scelta, si noti che la subordinata pu√≤ anche essere costruita con l’infinito, proprio perch√© ha come soggetto lo stesso della reggente: “Sei tu a ispirarmi”.¬†
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto dire: “Le potenze decisero di intervenire qualora ci fossero nazioni che AVREBBERO rotto l’equilibrio”?
Io credo che si tratti di un errore, e che si debba usare AVESSERO.

 

RISPOSTA:

In via del tutto teorica una subordinata con il condizionale passato non √® sbagliata, visto che quel condizionale non si trova in protasi (cio√® non √® un periodo del genere, del tutto errato: *”se saresti intervenuto io ti avrei ringraziato”), bens√¨ in una dipendente dalla protasi del periodo ipotetico. Secondo la consecutio temporum, infatti, un futuro dipendente del passato si esprime con il condizionale passato: “io pensavo che le potenze avrebbero rotto l’equilibrio”, cio√® non l’avevano ancora rotto all’epoca in cui lo pensavo.
Il punto √® che l’azione di intervenire non pu√≤ che avvenire DOPO, e non PRIMA, che l’equilibrio sia stato rotto, e pertanto, in questo caso specifico, non ha senso il condizionale passato, ha ragione lei. L’unica versione corretta √® quella che indica lei, cio√® “avessero rotto”. Il condizionale si motiva, erroneamente, con la carica di eventualit√† di questa rottura, che per√≤ √® espressa adeguatamente, in questo caso, dal congiuntivo. Inoltre l’intero periodo √® inutilmente faticoso per via della frase scissa (cio√® una falsa subordinata introdotta dallo pseudorelativo¬†che): “ci sono nazioni che…”. Pertanto, ancor meglio sarebbe eliminare la frase scissa e scrivere:¬†“Le potenze decisero di intervenire qualora (o se) le nazioni avessero rotto l’equilibrio”. In questo caso, per giunta, spicca il vero ruolo del congiuntivo in protasi (se avessero rotto), che renderebbe del tutto erroneo il condizionale (*”se avrebbero rotto” √® errato). Trattasi dunque di un periodo ipotetico al passato, espresso con il congiuntivo (trapassato) in protasi e l’indicativo (passato remoto) in apodosi. L’indicativo in apodosi si spiega, in questo caso, per via della perifrasi “decidere di intervenire”, che rende di per s√© meno “oggettivo” l’intervento, o meglio scarica sul verbo¬†intervenire¬†una dose di “eventualit√†” data dal verbo reggente¬†decidere. Infatti, se non ci fosse quel¬†decidere¬†ma soltanto il verbo¬†intervenire, il periodo sarebbe dell’irrealt√†, con un normale condizionale passato in apodosi (ma attenzione ancora una volta: non in protasi!): “Le potenze sarebbero intervenute qualora (o se) le nazioni avessero¬†rotto l’equilibrio”.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi sono imbattuto nella seguente frase: “Passione e¬†dedizione di cui tutti dovremmo farne tesoro”. A me sembra che la formulazione¬†corretta dovrebbe escludere la particella¬†ne¬†e si dovrebbe pertanto scrivere “passione e dedizione di cui tutti dovremmo fare tesoro”. Mi sbaglio?

 

RISPOSTA:

Non si sbaglia affatto. La duplicazione della particella pronominale, comune e tutto sommato accettabile in contesti parlati informali, nei quali assolve alla funzione di richiamare il tema rafforzando il poco trasparente pronome relativo di cui, non trova giustificazione nello scritto, specie formale o specialistico, e deve pertanto essere evitata.
Fabio Ruggiano 

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Se voglio esprimere il concetto di “Prendo a loro dei biscotti”, qual √® la frase corretta?
Gli prendo dei biscotti o li prendo dei biscotti?
Se uso gli la frase potrebbe essere ambigua.
Inoltre, per esprimere “Se prendo loro li arresto”, si dice
Se li prendo gli arresto o li arresto?
Se mi riferisco a “loro”, la seguente frase √® corretta?
Li ho detto che va bene. (A loro)

 

RISPOSTA:

Li = loro (complemento oggetto);
gli = a loro (complemento di termine).
Quindi:
РGli prendo dei biscotti = prendo dei (cioè alcuni) biscotti a (o per) lui (o loro);
–¬†li prendo¬†dei biscotti = prendo dei biscotti; √® una dislocazione a destra, cio√® un costrutto pleonastico normale nel parlato, un po’ troppo informale nello scritto, che duplica l’oggetto¬†biscotti¬†con il pronome¬†li.
РSe prendo loro li arresto  = se li prendo li arresto: la prima frase è molto forzata, la seconda è perfetta e preferibile;
РSe li prendo gli arresto o li arresto? Come mostrato subito sopra, soltanto la seconda frase è corretta: li (cioè loro, compl. oggetto) e non gli (= a loro).
“Li ho detto che va bene”¬†non va bene, perch√©¬†li¬†pu√≤ sostituire soltanto un compl. oggetto e non un compl. di termine.
Quindi ho detto loro = ho detto a loro = gli ho detto (e non li).
Tenga per√≤ presente che, ancorch√© assai comune, la forma¬†gli¬†per¬†loro/a loro¬†√® adatta pi√Ļ al parlato e allo scritto di media formalit√† che a quello molto formale, in cui √® preferibile la forma¬†loro¬†o¬†a loro.
Può usare li soltanto nei casi in cui abbia valore di complemento oggetto, come per esempio: li ho incontrati, li ho aiutati ecc.

Fabio Rossi

Parole chiave: Pronome, Registri, Sintassi marcata
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Specie nel linguaggio parlato, ricorrono frasi come¬†questo lo so,¬†dimmelo tu cos’√®¬†e simili.
Tali espressioni sono un esempio di costruzione enfatica, di pleonasmo o di ridondanza, dato che in esse, se non sbaglio, vi sono delle ripetizioni a livello pronominale?
Immagino che siano comunque accettate nella lingua anche di media formalit√†, ma in¬†scritti maggiormente controllati si potrebbe scegliere forme come¬†so quello/ci√≤ che mi hai detto,¬†sono a conoscenza di questo/ci√≤¬†e sim.¬†per quanto riguarda il primo esempio; e¬†dimmi tu cos’√®/che cos’√®. Ho ragione?

 

RISPOSTA:

Lei ha ragione: le costruzioni come quelle da lei presentate, note come¬†dislocazioni a sinistra¬†(questo lo so) e¬†a destra¬†(dimmelo tu cos’√®),¬†sono ricorrenti nel parlato e sono accettabili anche in contesti di media formalit√†. Nello scritto di media formalit√†, invece, sono meno appropriate, perch√© sono ridondanti, in quanto ribadiscono due volte lo stesso elemento (questo lo so¬†=¬†so questo questo;¬†dimmelo tu cos’√®¬†=¬†dimmi tu cos’√® cos’√®). Ovviamente, tale ripetizione non √® vuota, come pu√≤ sembrare a prima vista, ma ha una funzione comunicativa: nella dislocazione a sinistra serve a richiamare il tema, cio√® l’argomento in questione, che potrebbe essere non immediatamente presente all’interlocutore; nella dislocazione a destra serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l’interlocutore lo abbia identificato. Nello scritto si pu√≤ fare a meno di tali funzioni, oppure si possono usare altri costrutti pi√Ļ complessi per realizzarle:¬†a proposito di questo, a tal riguardo,¬†per quanto riguarda questo
Per saperne di pi√Ļ sulle dislocazioni pu√≤ consultare l’archivio di DICO usando le parole chiave¬†dislocazione¬†e¬†dislocazioni.
Fabio Ruggiano 

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quali forme sono corrette?
Me ne hanno parlato bene di lui / mi hanno parlato bene di lui.
Io penso che il meglio DEBBA ancora avvenire / venire?
Io penso che il meglio DEVE ancora avvenire / venire ?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti di tutte le frasi sono corrette. Ci sono, tra l’una e l’altra, delle differenze semantiche e diafasiche, cio√® di registro. Nella prima frase, la seconda variante √® del tutto normale; la prima variante, invece, presenta il tema, cio√® l’argomento,¬†ripetuto due volte: la prima volta con il pronome¬†ne, la seconda con il sintagma preposizionale¬†di lui. Per un verso, questa ripetizione √® un difetto sintattico (per questo motivo questa costruzione √® da evitare nello scritto e nel parlato formale); per un altro, in certi contesti pu√≤ essere utile ripetere due volte il tema, per sottolinearlo. Nella seconda e nella terza frase l’alternanza tra¬†deve¬†e¬†debba¬†√® totalmente diafasica; la scelta tra l’una e l’altra forma va fatta in base al registro che si vuole tenere nel discorso: il congiuntivo √® pi√Ļ formale, l’indicativo √® meno formale. Tra¬†venire¬†e¬†avvenire, invece, c’√® una differenza di significato:¬†venire¬†significa ‘arrivare’,¬†avvenire¬†significa ‘succedere’. Entrambi i significati sono perfettamente coerenti con la frase e cambiano di poco il senso generale della frase stessa, quindi entrambi i verbi si possono usare. La frase, comunque, √® piuttosto convenzionale ed √® costruita quasi sempre con¬†venire.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi domando se l’aggettivo dimostrativo¬†questo¬†possa essere usato anche in costruzioni al passato per creare, per cos√¨ dire, un effetto di vicinanza, non tanto fisica, quanto ideale.
Sarebbe meglio propendere per quello, oppure, a seconda degli intenti semantici del parlante, entrambi sono ammessi?

1. Marco si mise la mani nei capelli e iniziò a piangere: questo (quel) suo disperarsi non mancò di turbarmi.

2. Quella mattina di maggio, Marco ricominciò a parlare della sua infanzia: questa volta si soffermò sul rapporto conflittuale con la propria madre.

In quest’ultimo esempio, mi sentirei di giustificare¬†questa volta¬†in opposizione a un’ipotetica¬†quella volta, cos√¨ da marcare uno stacco temporale tra due momenti storici distinti (ed entrambi situabili nel passato).

 

RISPOSTA:

L’uso di parole deittiche (cio√® ‘che indicano’) di vicinanza,¬†questo,¬†qui,¬†ora¬†e simili, √® consentito anche nel discorso indiretto al passato per rendere pi√Ļ vivido il racconto, proprio “avvicinando” la situazione. Questa scelta √® alla base del cosiddetto¬†discorso indiretto libero¬†(rimando alla risposta¬† “Apposizioni modali-associative e dintorni” dell’archivio di DICO per un approfondimento su ora).
Nella frase 2 non si può evocare la sua giustificazione per la scelta di questa, visto che la volta coincide con quella mattina, quindi ci si aspetterebbe quella volta. Questa rimane comunque una scelta possibile per la ragione illustrata sopra.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Sintassi marcata
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questa frase dobbiamo inerire il pronome diretto, o siccome si tratta di una costruzione passiva non ci vuole? “In questa citta ci sono dei programmi la visita dei quali non (la) si pu√≤ perdere”.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa nella prima frase è equivalente a la visita dei quali non può essere persa; il sintagma la visita, pertanto, è il soggetto della relativa, e non può essere ripreso con un pronome diretto (che serve a riprendere il complemento oggetto). La ripresa del sintagma con il pronome diretto si può fare se interpretiamo la relativa come impersonale, non passiva. In questo caso il sintagma nominale ha la funzione di complemento oggetto: la visita dei quali non si può perdere, o, con la ripresa pronominale, la visita dei quali non la si può perdere. 
La doppia interpretazione, impersonale e passiva, della forma del verbo costruita con il pronome si è possibile quando il sintagma nominale che funge da soggetto o da complemento oggetto è singolare; quando è plurale, invece, si propende sempre per il passivo (quindi senza la possibilità di riprendere il soggetto con un pronome): le visite dei quali non si possono perdere = le visite dei quali non possono essere perse.
La costruzione impersonale, anche se rara, è possibile anche al plurale: le visite dei quali non si può perdere. In questo caso, la ripresa è molto favorita: le visite dei quali non le si può perdere.
Si consideri che la ripresa pronominale è una possibilità sintattica marcata, adatta al parlato o allo scritto informale, ma non a contesti formali; la forma standard rimane la visita dei quali non si può perdere. 
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi trovo a combattere con la seguente struttura: “La informiamo come beneficiare dei vantaggi” senza la preposizione¬†su.
Vorrei sapere se posso considerarla una struttura errata e quindi correggerla. Sospetto variante regionale del Ticino e purtroppo non ho trovato nulla finora su grammatiche e dizionari.

 

RISPOSTA:

Alcuni verbi di¬†dire¬†o¬†pensare¬†non reggono il complemento oggetto della cosa, eppure reggono comunque¬†la proposizione oggettiva con¬†che. Per esempio,¬†ti informo dell’arrivo di Maria¬†=¬†ti informo che √® arrivata Maria;¬†penso all’esame di domani¬†=¬†penso che domani dovr√≤ sostenere l’esame. Questa possibilit√† √® garantita dalla congiunzione¬†che, per sua natura capace di svolgere funzioni diverse, anche contemporaneamente, tanto da rendere difficile definirla (si pensi al¬†che¬†pseudorelativo di una frase scissa, come¬†√® di lui che ti parlavo, o al¬†che¬†a met√† tra congiunzione e pronome di una frase come¬†devo fare la revisione, che mi √® scaduta).
Sulla scorta della reggenza diretta della completiva introdotta da¬†che, anche l’interrogativa indiretta tende a essere costruita senza preposizione. Se, per√≤, la congiunzione¬†che¬†ammette senz’altro la reggenza diretta (e non prevede alternative), le congiunzioni, gli avverbi, i pronomi e gli aggettivi interrogativi la tollerano meno, rendendo costruzioni come¬†ti informo come devi fare,¬†ti informo quando devi venire,¬†ti informo perch√© non va bene¬†ecc. ancora oggi adatte soltanto al parlato e allo scritto informale.¬†
La tendenza alla semplificazione della costruzione sintattica su questo versante non √® legata a una regione, ma √® panitaliana. Vero √®, per√≤, che il modello del tedesco potebbe favorirla; in tedesco, infatti, il verbo¬†informieren, che regge la preposizione¬†√ľber, equivalente all’italiano¬†su, davanti a un sintagma nominale, ammette la reggenza senza preposizione dell’interrogativa indiretta. Si vedano i seguenti esempi, tratti da contesti scritti (on line) di media formalit√†: “Wir informieren Sie wann¬†Sie es in der Apotheke abholen k√∂nnen” (letteralmente ‘Vi informeremo quando¬†potete ritirarlo in farmacia”); “Wir informieren Sie wie¬†und¬†in welchem¬†Umgang Daten gespeichert werden” (letteralmente ‘Vi informeremo come¬†e¬†in che modo¬†vengono archiviati i dati’).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

I seguenti esempi contengono ripetizioni o pleonasmi e sono pertanto da evitare?
1) Il suo commento è di per sé già eloquente.
2) Te l’ho già detto prima.
3) Risolvere definitivamente il problema.
4) L’uomo è un assiduo avventore del locale.
5) Bazzico abitualmente quel circolo.
6) Non so se lei ne sia capace. Ma il fatto che/se lo sia o non lo sia non è rivelante.

 

RISPOSTA:

Le frasi 1, 2, 3 e 5 presentano avverbi o locuzioni avverbiali che non apportano un significato determinante alla frase e servono soprattutto ad arricchirla sintatticamente. Possono, pertanto, essere definiti pleonastici e in uno stile che voglia essere asciutto andranno evitati (sebbene non si tratti di errori da nessun punto di vista). Si noti che, se nello scritto gli avverbi superflui non hanno ragione di apparire, nel parlato possono servire da appendici informative del verbo. Questo si nota soprattutto nella frase 5: se eliminiamo l’avverbio, l’informazione saliente diviene¬†quel circolo¬†(infatti l’accento della frase viene a cadere tutto su questo sintagma), ma l’emittente potrebbe voler puntare l’attenzione sull’azione del¬†bazzicare, non sul luogo. Per questo scopo avrebbe due possibilit√†: una dislocazione (quel circolo lo bazzico, cos√¨ come¬†il problema l’ho risolto) oppure, appunto, l’inserimento dell’avverbio semanticamente quasi neutrale che gli consenta di¬†appoggiare la voce non sul sintagma nominale (bazzico ABITUALMENTE quel circolo). Non ugualmente efficace sarebbe, invece,¬†BAZZICO quel circolo, perch√© la posizione iniziale non marcata del verbo lo configura come tema, ovvero come informazione poco saliente. Per approfondire i concetti di¬†tema,¬†rema,¬†dislocazione¬†e simili pu√≤ consultare l’archivio di DICO, a partire dalla risposta n.¬†28009, che rimanda a sua volta ad altre risorse della pagina.
Decisamente non superfluo √® l’aggettivo¬†assiduo¬†della frase 4: un¬†avventore, infatti, pu√≤ non essere¬†assiduo, ma¬†occasionale, oppure essere accompagnato da una proposizione relativa che lo qualifica diversamente. Il secondo periodo della frase 6 deve essere scompartito, perch√© le due possibili costruzioni sintattiche accorpate non sono equivalenti, ma una esprime un dubbio, l’altra esprime un fatto:
6a. Ma se lo sia o non lo sia non è rivelante.
6b. Ma il fatto che lo sia non è rivelante. / Ma il fatto che non lo sia non è rivelante.
Le varianti b risultano in contrasto logico con¬†il contenuto del primo periodo, che presenta un dubbio. La variante a potrebbe essere semplificata (Ma se lo sia non √® rivelante¬†oppure¬†Ma se non lo sia non √® rivelante), ma la semplificazione comporterebbe un lieve cambiamento nel senso della frase, perch√© farebbe propendere il dubbio verso una delle due possibilit√†, come se l’emittente sospettasse che il ricevente¬†fosse¬†oppure¬†non fosse¬†capace. Neanche qui, insomma, si riscontra un pleonasmo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

√ą vero che posso dire¬†un pane da un chilo¬†e¬†un pane di un chilo?
E poi: Finora l’italiano non mi sembrava come lo spagnolo che ha l’uso pleonastico dei pronomi personali. Vorrei chiedere il significato o il motivo per cui in queste frasi dove c’√® gi√† un oggetto (nome o subordinata) si usa il pronome:
“Certo che lo tratti bene il tuo Sergio, eh?”
“Lo so che costa di meno”.

 

RISPOSTA:

Sì, sono corrette entrambe le espressioni: un pane (o forse meglio una pagnotta di pane, cioè un tipo specifico di pane, non il pane in astratto: visto che si specifica il peso, si tratta di un tipo concreto di pane) di un chilo o da un chilo.
Per quanto riguarda la seconda domanda, ha ragione, l‚Äôitaliano non ha grammaticalizzato i pleonasmi pronominali come lo spagnolo:¬†a mi me gusta. Tuttavia, in alcuni casi, nello stile informale, sono ammessi pleonasmi pronominali, in costrutti detti¬†dislocazioni a destra¬†(‚Äúlo mangio il panino‚ÄĚ) o¬†dislocazioni a destra¬†(‚Äúil panino lo mangio‚ÄĚ), per dare maggior valore o al soggetto, o all‚Äôoggetto, o al rapporto tra gli interlocutori ecc. Talora i costrutti dislocati (tra i quali rientrano anche¬†a me mi¬†e simili) sono talmente frequenti, in alcune espressioni italiane, da lasciar supporre una forma di grammaticalizzazione simile a quella dello spagnolo e di altre lingue. Per es.: “La sai l‚Äôultima”, “Lo sai che ore sono”, “Me ne infischio di quello che dici” ecc., in cui le forme con pleonasmo sono molto pi√Ļ naturali di quelle senza pleonasmo.
Quindi, andando nello specifico ai suoi esempi:
– ‚ÄúCerto che lo tratti bene il tuo Sergio, eh?‚ÄĚ rende molto pi√Ļ l‚Äôidea del trattare bene (cio√® enfatizza il significato del verbo), quasi dando per scontato l‚Äôoggetto, che poi alla fine viene ripreso. Infatti, nell‚Äôequivalente senza ripresa pronominale, il concetto di trattare MOLTO bene qualcuno √® molto indebolito: ‚ÄúCerto che tratti bene il tuo Sergio, eh?‚ÄĚ
– ‚ÄúLo so che costa di meno‚ÄĚ rende molto meglio l‚Äôidea che io lo so gi√†, rispetto al semplice ‚Äúso che costa di meno‚ÄĚ. Con¬†sapere, poi, come detto poco sopra, questi usi pleonastici sono talmente comuni da lasciar supporre una prossima definitiva grammaticalizzazione alla spagnola, con¬†saperlo, piuttosto che¬†sapere, come unica forma possibile.¬†
Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Leggo su un giornale a diffusione nazionale, nell’articolo di¬†fondo: “… non prendeteci in giro, che non siamo ragazzini …”. Quel¬†che¬†non dovrebbe essere accentato ed avere quindi valore di¬†perch√©¬†o¬†poich√©? Altrimenti,¬†come definire quel¬†che?

 

RISPOSTA:

Uno dei tratti pi√Ļ caratteristici dell’italiano contemporaneo √® la diffusione nello scritto del¬†che¬†polivalente, ovvero di usi del connettivo¬†che¬†non facilmente inquadrabili nella classificazione grammaticale tradizionale. Si tratta di usi ben noti alla tradizione dell’italiano, ma fino a qualche decennio fa tipici del parlato. Tipici, ma non esclusivi, come dimostrano, per fare un esempio tanto antico quanto illustre, i tanti passi danteschi nei quali la funzione di¬†che¬†√® indecidibile (per una disamina di questi passi si pu√≤ leggere¬†la voce dell’Enciclopedia dantesca dedicata proprio a¬†che). Il pi√Ļ famoso √® probabilmente il verso 3 dell’Inferno: “ch√© la diritta via era smarrita”, che nell’edizione Petrocchi (qui riprodotta) appare come¬†ch√©, ma sul quale ci sono parecchi pareri discordi che vorrebbero la restituzione di¬†che¬†(secondo la lezione di molti codici). Il valore del connettivo nel passo, infatti, pu√≤ s√¨ essere causale, ma non si possono escludere il valore consecutivo (=¬†tanto che la diritta via era smarrita), quello semplicemente aggiuntivo (=¬†e la diritta via era smarrita), quello che alcuni definiscono modale (=¬†in modo tale che / sicch√© la diritta via era smarrita) e addirittura, ma si tratta dell’interpretazione meno accreditata, quello relativo (=¬†nella quale la diritta via era smarrita).¬†Tra gli usi del¬†che¬†polivalente, infatti, rientra anche quello di relativo generico, che pu√≤ sostituire¬†cui¬†e tutti gli altri casi (in cui,¬†per cui¬†ecc.).¬†
Questi usi sono rimasti ai margini della tradizione scritta fino a qualche decennio fa; anche le occorrenze dantesche sono da interpretare come tentativi di imitare il parlato o occasionali abbassamenti di tono. L’avvicinamento relativamente recente tra lo scritto e il parlato ha portato a una sempre maggiore accoglienza di tratti come questo nello scritto, a partire ovviamente da testi di bassa formalit√†¬†(famoso il verso della canzone di Jovanotti¬†perch√© non c’√® niente che ho bisogno) o brillanti, come certi articoli giornalistici di commento. Lo scritto mediamente formale ancora rifiuta questi usi, ma √® possibile che essi si diffondano sempre di pi√Ļ in futuro. Gi√† oggi, per esempio, il¬†che¬†pseudorelativo all’interno della frase scissa (“√ą lui¬†che¬†ho visto”) √® pienamente accettato. Sulla frase scissa, in particolare, si possono leggere diverse risposte nell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se le due varianti di ognuna delle coppie di frasi presentate si differenziano a livello di formalità: 
  
1a. Non sono io a dover rispondere. 
1b. Non sono io che devo rispondere.

2a. Lei mi prese la mano.  
2b. Lei prese la mia mano. 

 

RISPOSTA:

‚ÄčNella prima coppia, la soluzione con la subordinata implicita √® pi√Ļ formale. Essa ha il vantaggio di nascondere il problema dell’accordo del verbo con il soggetto della subordinata (detta¬†pseudorelativa). Se si considera attentamente, infatti, il¬†che¬†che introduce la subordinata √® a met√† strada tra la prima e la terza persona, come se ci fosse un¬†colui¬†(o¬†quello¬†o simili) sottinteso: “Non sono io (colui) che deve rispondere”. A riprova di questo, se capovolgiamo le posizioni del soggetto e del verbo¬†essere¬†nella proposizione reggente¬†colui¬†diventa obbligatorio, e di conseguenza l’accordo del verbo della subordinata √® alla terza persona: “Io non sono colui / quello / la persona che deve rispondere”. La concordanza alla terza persona, che in presenza di¬†colui¬†√® obbligatoria, √®, per√≤, innaturale senza¬†colui, quindi preferiamo concordare il verbo “logicamente” con¬†io, oppure aggirare il problema con l’infinito.
Nella seconda coppia, la variante con l’aggettivo possessivo √® decisamente poco comune e formale, tanto da essere adatta a uno scritto letterario ed essere, invece, da evitare in qualsiasi altra sede. Si pensi a quanto suonerebbe ironica tale costruzione associata a un evento quotidiano: “Il parrucchiere taglia i miei capelli”. Se, per√≤, rendiamo la frase pi√Ļ aulica, ecco che la costruzione diviene accettabile: “Il parrucchiere acconci√≤ la mia chioma con maestria”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In questa frase è meglio usare il passato prossimo?
“Hai visto il giallo di ieri sera?¬†√ą¬†stato / era fantastico!”

Inoltre vorrei chiedere se a questa domanda tutt’e due le risposte sono giuste: “C’√® un supermercato qui vicino?”
“S√¨, c’√® uno (vicino alla posta)”.
“S√¨, ce n’√® uno (vicino alla posta)”.

E in ultimo: alla domanda “Quanto vino hai bevuto?”¬†posso rispondere “Non ne ho bevuto niente / nessuno”?

 

RISPOSTA:

La soluzione migliore per la prima frase √® il passato prossimo. Il film, infatti, viene considerato come un evento che ha avuto un inizio e una fine, quindi compiuto. Con l’imperfetto, invece, lo si rappresenta come continuato.
La variante corretta per la seconda domanda √® “S√¨, ce n’√® uno (vicino alla posta)”. √ą necessario, infatti, specificare nella risposta di che cosa ci sia¬†uno, ovvero “Ce ne √® (ce n’√®) uno” = ‘di supermercati c’√® uno’.
La risposta alla terza domanda non √® corretta perch√© l’uso di¬†ne¬†contrasta con i pronomi¬†niente¬†e¬†nessuno. Cos√¨ costruita, la frase corrisponde a “Non ho bevuto niente di vino”, o “Non ho bevuto nessuno di vino”, che non vanno comunque bene, perch√© “Non ho bevuto niente” non ha bisogno di ulteriori specificazioni, e “Non ho bevuto nessuno” vuol dire ‘non ho bevuto nessuna persona’. Quindi, o si dice “Non ho bevuto niente”, oppure si usa un avverbio: “Non ho bevuto affatto / per niente / assolutamente vino”. Possibile, nel parlato (da evitare nello scritto), anche la dislocazione a destra: “non ne ho bevuto vino”.¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Si pu√≤ dire “a me mi piace”?

 

RISPOSTA:

‚ÄčIn contesti formali, soprattutto scritti, √® da evitare, perch√© pleonastico (lo stesso pronome √® ripetuto, sebbene in forma diversa, due volte). Nella lingua d’uso comune, per√≤, specie nel parlato, il costrutto √® molto diffuso e ampiamente accettato, tanto che sarebbe eccessivo sostenere che non si possa dire.¬†
La ragione del successo di questa costruzione, nota come¬†dislocazione a sinistra, √® che chiarisce bene quale sia l’argomento di cui si parla (tecnicamente¬†il tema) e quale sia l’informazione fornita su quell’argomento (tecnicamente¬†il rema). In questo caso il tema √®¬†a me, il rema¬†mi piace. Per fare un altro esempio analogo, in una frase come “A te non ti credo pi√Ļ”¬†(nella quale si nota la ripetizione del pronome, prima nella forma¬†a te, poi nella forma atona¬†ti), il tema √®¬†a te,¬†il rema tutto il resto.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Si pu√≤ ritenere¬†c’√®¬†una pseudoproposizione principale?

 

RISPOSTA:

Non si tratta di una “pseudoprincipale” (in linguistica non esistono pseudoprincipali, ma solamente pseudorelative), ma di un predicato verbale, che pu√≤ anche coincidere con una proposizione. Per esempio, in una frase come “C’√® da dire che √® simpatico”¬†c’√®¬†rappresenta, da solo, la proposizione principale; in “C’√® una persona che ti aspetta” la proposizione principale √®¬†c’√® una persona.¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei chiedere qualcosa sull’uso del verbo¬†guadagnare¬†con il pronome¬†ci.¬†Perch√© si dice: “Cosa ci guadagni a comportarti cos√¨ male?”; perch√© si usa il pronome¬†ci?¬†√ą¬†obbligatorio? E cosa significa la frase¬†cosi?

 

RISPOSTA:

‚ÄčIl pronome atono¬†ci¬†in¬†guadagnarci pu√≤ avere due funzioni diverse, corrispondenti a due diversi significati del verbo. Pu√≤¬†servire a riprendere o anticipare il tema dell’enunciato nel quale √® inserito: in “Dalla vendita della casa ci ho guadagnato poco” il tema (dalla vendita della casa)¬†√® ripreso da¬†ci; in “Ci ho guadagnato poco dalla vendita della casa” il tema √® anticipato.¬†La costruzione dell’enunciato con il tema isolato a sinistra, ripreso da un pronome, o a destra, anticipato da un pronome, √® nota come¬†dislocazione¬†e serve a mettere in evidenza proprio il tema; quella a sinistra, in particolare, √® utile per collegarlo meglio al co-testo precedente, quella a destra, invece, funziona meglio¬†per creare effetti retorici di ironia o polemica.

Pi√Ļ spesso, per√≤,¬†guadagnarci¬†√® un verbo procomplementare; rientra, cio√®, in quel gruppo di verbi formati con una o pi√Ļ particelle pronominali che assumono, proprio in forza di queste particelle, dei significati diversi dal verbo base. Tra questi verbi troviamo, per esempio, farcela,¬†mettersi,¬†vedersela e moltissimi altri. Come si pu√≤ vedere dagli esempi, in questi verbi le particelle sono fuse con il verbo e non hanno una funzione sintattica identificabile; allo stesso tempo, dagli esempi si ricava che questi verbi sono particolarmente appropriati a contesti informali, nei quali rappresentano alternative brillanti a verbi pi√Ļ formali dal significato analogo (per esempio farcela /¬†riuscire, mettersi a / iniziare a,¬†vedersela con / affrontare). Lo stesso vale per¬†guadagnarci, che non √® la variante informale di¬†guadagnare, ma corrisponde piuttosto a¬†ottenere; se, infatti,¬†guadagnare riguarda un profitto materiale,¬†guadagnarci si riferisce a un vantaggio astratto. Da questo significato di base, inoltre, guadagnarci ha sviluppato quello relativo all’aumento di valore, che emerge in una frase come “Con la costruzione della fermata della metropolitana la zona ci ha guadagnato”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Le soluzioni di seguito avanzate sono tutte consentite? Quale prevale sulle altre in termini di conformità grammaticale?
La paura che Giorgio disse di aver sperimentato…
a) era stata quella di perdere la propria dignità
b) era quella di perdere la propria dignità
c) è stata quella di perdere la propria dignità
d) fu quella di perdere la propria dignità
e) è quella di perdere la propria dignità.

 

RISPOSTA:

Nessuna delle cinque alternative è del tutto inaccettabile, sebbene alcune sembrino un po’ scolastiche e forzate.
Un primo problema √® nella complessa reggenza sintattica¬†che disse di… era quella di…, decisamente faticosa. Un secondo problema √® nella frase pseudoscissa: ‚Äúla paura √® quella di‚ÄĚ, piuttosto che un piano ‚ÄúGiorgio … sperimentato la paura di‚ÄĚ. Un terzo problema √® nella natura del verbo¬†essere¬†quando non ha un valore pienamente temporalizzabile, ma generico e quasi grammaticalizzato, come appunto accade nelle frasi scisse e pseudoscisse o anche nelle considerazioni di carattere generale e quasi universale.
Commisurando tutti questi problemi, la soluzione a) sembra forse la migliore, perch√© rende minutamente conto della consecutio temporum. Anche la b) va bene perch√© la genericit√† del verbo¬†essere¬†in questo caso giustifica una deroga alla resa minuziosa della¬†consecutio, anche perch√© la paura di perdere la dignit√† √® una paura di allora come di ora, forse, cio√® l‚Äôuso del verbo¬†essere¬†√® qui quasi acronico, o aoristico, nella generalit√† dell‚Äôaffermazione ‚Äúperdere la dignit√†‚ÄĚ. Per spiegarmi meglio, certe affermazioni hanno una loro valenza di l√† dal momento contingente: se io dico ‚Äúdissi che per me la paura √® quel sentimento che‚ÄĚ ecc. ecc., non avrebbe senso dire ‚Äúfu quel sentimento‚ÄĚ, al massimo potrei dire ‚Äúera‚ÄĚ, ma comunque la considerazione ha valore adesso come allora.
Per questo motivo la c) e la d) sono le soluzioni meno felici, perché forzano a una temporalità troppo rigida la constatazione di carattere generale. La e) invece andrebbe bene quasi quanto la b), se non fosse che l’insistito uso del passato in disse e aver sperimentato rende questo presente un po’ forzato: uno scrittore cavilloso (troppo) potrebbe eccepire: chi ti dice che la paura di perdere la dignità che Giorgio aveva allora ce l’abbia tuttora?
In conclusione, così com’è il periodo non autorizza a escludere che la paura di perdere la dignità sia una paura generale (valida sempre, allora come ora, per chiunque ecc.) o contingente, in riferimento a quel momento specifico della vita di Giorgio.
Ribadisco comunque che l‚Äôintero periodo, con qualsivoglia alternativa delle cinque, risulterebbe un po‚Äô faticoso, sia per il verbo¬†sperimentare¬†(perch√© non¬†provare?), sia per il doppio salto mortale sintattico del dire di avere avuto paura e di specificare che la paura √® quella di… Sarebbe auspicabile una semplificazione del tipo: ‚ÄúGiorgio ebbe paura si perdere la dignit√†. Una paura mai provata prima‚ÄĚ, o qualcosa di simile (anche¬†propria¬†√® pleonastico: di chi altri sarebbe la dignit√† se non la sua?).
 
Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Leggevo in un giornale: “√® anni che il marito la tradisce”.¬†E’ accettabile, oppure √® corretto scrivere solamente: “sono anni che il marito…”

 

RISPOSTA:

Il costrutto da Lei segnalato ‚Äú√® anni che‚ÄĚ √® detto, in linguistica,¬†frase scissa, ed √® molto frequente (almeno a partire dal Settecento) e molto studiato. Serve a dare maggiore rilievo, a mettere in evidenza, a focalizzare, la parte dell‚Äôenunciato subito dopo il verbo¬†essere. Bench√© si possa trovare in ogni tipo di lingua, √® chiaro che, al pari degli altri costrutti di sintassi marcata, la frase scissa sia pi√Ļ frequente, e appropriata, in quei tipi di testo in cui sale l‚Äôesigenza di coinvolgere l‚Äôattenzione dell‚Äôinterlocutore, o anche in quelli in cui √® necessario ripristinare la coesione riagganciandosi a quanto gi√† detto. Pertanto, il regno delle frasi scisse saranno, per esempio, i testi giornalistici e anche alcuni tipi di testo pi√Ļ informali, pi√Ļ vicini alla mimesi del parlato. Ma, a differenza di altri costrutti marcati (come le dislocazioni a destra o gli anacoluti), le frasi scisse si trovano anche in testi letterari e molto formali, proprio come tecnica di coesione e di focalizzazione. Proprio perch√© il verbo¬†essere¬†e il¬†che¬†sono, per dir cos√¨, abbastanza desemantizzati e grammaticalizzati, cio√® utili al fenomeno della focalizzazione (si tratta infatti di un¬†che¬†pseudorealtivo, e non relativo puro, come dimostra l‚Äôimpossibile sostituzione con¬†il quale), non √® infrequente, nell‚Äôitaliano di ieri e di oggi, incontrare l‚Äôaccordo di¬†√®¬†singolare con un soggetto plurale, perch√©, come ripeto, il verbo serve qui a introdurre qualcosa da focalizzare (focus), indipendentemente dal suo ruolo sintattico. Per es., nelle quattrocentesche lettere di Alessandra Macinghi Strozzi (nel CD della Biblioteca italiana Zanichelli) leggo: ‚Äúma egli √® anni che tu cominciasti a fare delle cose non ben fatte‚ÄĚ. √ą chiaro che la forma senza accordo (‚Äú√® anni che‚ÄĚ) sia da intendersi come la soluzione meno formale, meno adatta a un testo scritto ufficiale, ma comunque possibile e non scorretta¬†tout court.
Ci√≤ detto, possiamo provare a istituire una sorta di scala di formalit√†, dal pi√Ļ al meno formale, per esprimere un concetto analogo:
1. il marito la tradisce da anni
2. sono anni che il marito la tradisce
3. √® anni (o anche ‚Äú√® da anni‚ÄĚ) che il marito la tradisce.
Aggiungo in coda che recentemente m‚Äô√® capitato di studiare un fenomeno analogo, sempre sul terreno del labile accordo nelle frasi scisse. Il verso, splendido, √® nella conclusione del Falstaff di Verdi/Boito: ‚ÄúSon io che vi fa scaltri‚ÄĚ. In questo caso ci si aspetterebbe l‚Äôaccordo ‚Äúfaccio‚ÄĚ, ma proprio la natura della focalizzazione pseudorelativa consente di considerare quel¬†che¬†come una ripresa neutra, svincolata da quanto riprende. In verit√†, il discorso sarebbe ben pi√Ļ complesso, ma questa √® un‚Äôaltra storia.
 
Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi viene in mente un problema ricorrente nelle tesi (e non solo) e cio√® l’uso di ‚Äúne‚ÄĚ pronome¬†(col¬†valore di complemento di specificazione, di argomento, partitivo¬†etc.). Soprattutto l’uso pleonastico (per es.: ‚Äúdi questo ne abbiamo gi√† parlato‚ÄĚ; ‚Äúdi gelati ne ho mangiati due‚ÄĚ; ‚Äúnon ne abbiamo bisogno del tuo aiuto‚ÄĚ e simili) √® spesso incontrollato, proprio perch√© viene usato abitualmente in riferimento a elementi della frase gi√† espressi: appesantisce il dettato e credo che¬†nella lingua scritta non debba essere usato.

 

RISPOSTA:

√ą vero: nei casi come quelli indicati nel quesito, il ne va assolutamente evitato, nel registro formale, in quanto pleonastico. Si tratta, tecnicamente, di casi di dislocazione, dei quali DICO si √® gi√† occupato qui.

Come detto in quella sede, tuttavia, non tutti i casi di dislocazione sono condannabili, sia perch√© alcuni di essi sono ormai perfettamente grammaticalizzati (“infischiarsene di qualcosa” ecc.), sia perch√© a volte sono un prezioso strumento pragmatico per agevolare la ripartizione del discorso in informazione data (o tema) e informazione nuova (o rema). Vedi, al riguardo, anche questo intervento.

Fabio Rossi

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QUESITO:

In una frase come questa: “C’√® da dire che √® stato importante”, la proposizione¬†da¬†dire¬†ha un valore tra il consecutivo e il finale?

 

RISPOSTA:

Si tratta di un costrutto difficile da inquadrare nella tassonomia sintattica tradizionale; l’analisi qui proposta, pertanto, deve essere considerata una di diverse possibilit√†. La prima parte del periodo (C’√® da dire ) √® costruita con un c’√® presentativo, che serve a introdurre un’informazione nuova nel discorso, seguito da una proposizione introdotta da da interpretabile come relativa implicita passiva, o meglio pseudorelativa, come quella impiegata nelle frasi scisse implicite (per le quali la invito a leggere anche questa risposta¬†dell’archivio di DICO), oppure come soggettiva.
Quando il costrutto presenta un antecedente, l’interpretazione pseudorelativa √® molto pi√Ļ plausibile di quella soggettiva, ma nello stesso tempo l’antecedente della pseudorelativa √® anche il soggetto di c’√® ; per esempio c’√® qualcosa da dire= qualcosa (soggetto di c’√® e antecedente della pseudorelativa) c’√® che deve essere detto. Nel suo esempio, la proposizione che √® stato importante sarebbe proprio l’antecedente della proposizione pseudorelativa, quindi anche il soggetto (ovvero una proposizione soggettiva) di c’√®: “C’√® da dire che √® stato importante” = “Che √® stato importante c’√® che deve essere detto”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Entr√≤ in camera trafelato, come uno che abbia corso a perdifiato”: tale frase √® un esempio di scissa o pseudoscissa?
Vi domando, poi, se il congiuntivo trapassato o il passato prossimo sarebbero stati ugualmente validi:
“Entr√≤ in camera, come uno che avesse corso a perdifiato”.
“Entr√≤ in camera, come uno che ha corso a perdifiato”.

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa prima frase ricalca l’ordine sintattico naturale dell’italiano, Soggetto, Verbo, Oggetto (ovvero ampliamenti vari, visto che al posto dell’Oggetto qui troviamo un complemento di moto a luogo e poi un complemento predicativo del soggetto). La versione scissa della sua frase sarebbe: “Fu lui a entrare in camera trafelato…” (la seconda parte √® implicita perch√© il suo soggetto coincide con quello della reggente); quella pseudoscissa “Fu lui quello che entr√≤ in camera trafelato…”.
Il congiuntivo passato della proposizione comparativa pu√≤ essere sostituito con il trapassato, con la differenza che il rapporto temporale tra reggente e subordinata cambia. Il passato esprime anteriorit√† rispetto al presente, quindi rispetto al momento dell’enunciazione, ovvero ora: ne consegue che la descrizione della persona √® riferita non alla situazione specifica narrata, ma ha valore generale (la persona somigliava a chiunque abbia corso a perdifiato). Il trapassato esprime anteriorit√† rispetto al passato, quindi viene riferito al momento dell’azione dell’entrare: ne consegue che la descrizione riguarda la situazione specifica narrata (la persona sembrava aver corso a perdifiato).
La sostituzione con l’indicativo passato prossimo √® anche possibile: in questo caso non cambia la relazione temporale, ma il livello di formalit√† (pi√Ļ basso con l’indicativo).
‚ÄčFabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vi sottopongono quattro frasi per sapere se siano ben formate. Alla luce delle vostre spiegazioni, presumo che le prime due lo siano, ma non sono certo che la terza e la quarta siano equivalenti alle precedenti in termini sintattici.
“L’unico che ha scritto la poesia sono stato io”.
“L’unico che ha scritto la poesia sono io”.
“L’unico ad aver scritto la poesia sono io”.
“L’unico ad aver scritto la poesia sono stato io”.

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi sono ben formate. Le seconde due rappresentano varianti implicite (con l’infinito al posto dell’indicativo nella proposizione pseudorelativa) delle prime due; ai fini della scelta del tempo del verbo nella reggente si comportano allo stesso modo. Ci√≤ che le distingue dalle varianti esplicite, invece, √® che sono possibili solamente quando il soggetto della subordinata coincide con quello della reggente; impossibile √®, infatti, trasformare in implicita una frase come questa: “√ą la libert√† (quello) che voglio”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

1) “L’ultima parola che ho detto √® stata¬†speranza“;¬†
2) “L’ultima parola che ho detto √®¬†speranza“;
3) “L’aspetto che pi√Ļ mi piacque della citt√† furono le bellezze architettoniche”;
4) “L’aspetto che pi√Ļ mi piacque della citt√† sono le bellezze architettoniche”.
Le soluzioni 2 e 4 sono corrette al pari, rispettivamente, della 1 e della 3? √ą¬†obbligatoria, in questi e altri casi simili, l’identit√† dei tempi verbali nelle proposizioni?

RISPOSTA:

‚ÄčLe frasi da lei proposte sono tutte ben formate. Sono tutte esempi di una costruzione nota come¬†frase¬†pseudoscissa invertita. In una frase scissa, una proposizione reggente introdotta dal verbo¬†essere¬†√® seguita da una subordinata simile a una relativa, ma in realt√† dotata di caratteristiche peculiari (per questo detta a volte¬†pseudorelativa); la frase scissa corrispondente alla 1), ad esempio,¬†√® “√ą /√® stato¬†speranza¬†che ho detto”.¬†La funzione della frase scissa √® di separare due informazioni, la prima nuova, la seconda data (ovvero gi√† nota all’interlocutore), per dare all’informazione nuova un valore contrastivo implicito, cio√® di opposizione tra l’elemento presentato e un altro. Nel nostro caso, con la frase si sottolinea che √® stata detta proprio quella parola, e non un’altra che pure era possibile. Il verbo¬†essere¬†nella frase scissa ha la funzione di introdurre l’elemento focale dell’intera frase, come se dicesse all’interlocutore: “Ecco: concentrati su questo elemento”. Per questo motivo √® spesso presente, anche se l’evento nel quale l’elemento √® coinvolto √® avvenuto nel passato, o avverr√† nel futuro (“√ą / sar√†¬†speranza¬†che dir√≤ quando mi chiederanno che cosa rimane fino alla fine”). L’emittente, infatti, tende a riportare l’esistenza dell’elemento al momento dell’enunciazione. La scelta tra il presente e lo stesso tempo della subordinata per il verbo della proposizione reggente dipende, appunto, da quanto l’emittente vuole sottolineare l’attualit√† dell’elemento introdotto. il presente mostra che l’elemento √® ancora (o gi√†) esistente (o che l’emittente lo considera¬†esistente); la scelta opposta, per√≤, non indica che l’elemento non sia pi√Ļ (o ancora) esistente, ma, semplicemente, trascura questo dettaglio, mentre, al contrario, sottolinea la logica contemporaneit√† tra l’esistenza dell’elemento e l’evento espresso dalla pseudorelativa.
Rispetto alla frase scissa, la pseudoscissa contiene un antecedente del¬†che; ad esempio, sempre riusando come modello la frase 1): “√ą / √® stata¬†speranza¬†la parola che ho detto”. Si chiama¬†pseudoscissa¬†perch√© la presenza dell’antecedente (qui¬†la parola) rende la proposizione subordinata una vera relativa, quindi la scissione tra le due parti della frase √® molto meno marcata. A sua volta, la pseudoscissa invertita contiene gli stessi componenti della pseudoscissa, quindi anche l’antecedente del¬†che, ma a posizioni invertite, quindi, appunto,¬†“L’ultima parola che ho detto √® / √® stata¬†speranza“. Tanto per la pseudoscissa quanto per la pseudoscissa invertita vale, come per la frase scissa, la possibilit√† di usare, nella reggente, il presente o lo stesso tempo della relativa, con le stesse conseguenze semantiche.
Fabio Ruggiano

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