Tutte le domande

QUESITO:

Dato il seguente periodo: “Le chiederei, nel caso il divieto sia ancora attivo/fosse ancora attivo, se possa rilasciarci/potrebbe rilasciarci un permesso per l’accesso”, nella subordinata introdotta da nel caso entrambi i tempi del congiuntivo sono corretti, sulla scorta del grado di probabilit√† del verificarsi dell’evento?

 

RISPOSTA:

La proposizione introdotta da nel caso, nel caso in cui o nel caso che √® formalmente una relativa, anche se viene considerata un’ipotetica, vista la sovrapponibilit√† tra la locuzione congiuntiva e la congiunzione qualora. Proprio come qualora, questa locuzione richiede il congiuntivo (mentre se ammette anche l’indicativo) e preferisce l’imperfetto al presente e il trapassato al passato. La proposizione nel caso il divieto sia…, quindi, √® corretta, ma pi√Ļ comune sarebbe nel caso il divieto fosse…, con lo stesso significato. La proposizione introdotta da se √® un’interrogativa indiretta, retta dal verbo chiederei. Questa proposizione ammette l’indicativo, il congiuntivo e il condizionale. Tra l’indicativo e il congiuntivo non c’√® alcuna differenza semantica, ma l’indicativo √® una scelta pi√Ļ trascurata. Il condizionale, invece, aggiunge qui una sfumatura pragmatica di cortesia, perch√© formula la richiesta come condizionata (alla disponibilit√† della persona che riceve la richiesta).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vi propongo questa frase: “Da quel momento in poi sapeva che sarebbe andato incontro ad un percorso doloroso, a prescindere dal fatto che fosse destinato a concludersi con la morte o meno”. Il mio dubbio si riferisce all’uso del congiuntivo trapassato. √ą forse pi√Ļ opportuno il ricorso al condizionale (sarebbe stato destinato a concludersi)?

 

RISPOSTA:

La forma fosse destinato non √® trapassato: pu√≤ essere interpretata come congiuntivo imperfetto passivo del verbo destinare oppure (pi√Ļ plausibilmente) come congiuntivo imperfetto di essere seguito dall’aggettivo destinato. Il trapassato passivo di destinare sarebbe fosse stato destinato. L’imperfetto in una completiva dipendente da un tempo storico esprime la contemporaneit√† nel passato, con una proiezione nella posterit√†; viene, quindi, correttamente usato anche per esprimere il futuro nel passato, in alternativa al condizionale passato. Rispetto a quest’ultimo, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho letto il¬†post¬†sull’espressione del futuro nel passato” con il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato. Quando si usa il congiuntivo imperfetto, si accentua la sorpresa o il grado di ipoteticit√† non c’entra?

 

RISPOSTA:

In questo caso l’ipoteticit√† non c’entra. Il congiuntivo √® soltanto pi√Ļ formale del condizionale, quindi pi√Ļ adatto ai contesti scritti (tranne quelli tra amici). Il condizionale, per√≤, √® una scelta adatta a quasi tutti i contesti; √®, anzi, la pi√Ļ usata, soprattutto perch√© il congiuntivo imperfetto serve anche a esprimere la contemporaneit√† nel passato, quindi non indica chiaramente che l’evento √® successivo a quello della reggente (anche se quasi sempre questo si capisce dal significato della frase).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

A proposito di¬†se¬†con valore concessivo, vi chiedo se la seguente frase sia corretta utilizzando il condizionale nella protasi e se la stessa sia possibile omettendo la congiunzione¬†anche: “Ho pochissimo denaro e non ho niente da comprare. Anche se mi piacerebbe avere una bicicletta nuova, non posso permettermela”.

 

RISPOSTA:

La frase è corretta; la proposizione anche se mi piacerebbe, però, non è la protasi di un periodo ipotetico, ma è una concessiva. La protasi del periodo ipotetico, ovvero la proposizione ipotetica, detta anche condizionale, non ammette il modo condizionale. Se si elimina anche dalla proposizione concessiva, chiunque continuerà a interpretare la proposizione come concessiva, sulla base del significato complessivo della frase, e della presenza del condizionale; la proposizione sarebbe, però, mal composta.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho letto il seguente periodo: “Sfido chiunque adesso mi sta leggendo e legger√† questi racconti, a non desiderare una simile avventura”. Non dovrebbe essere¬†chiunque adesso mi stia leggendo…?¬†Chiunque¬†regge sia il congiuntivo che l’indicativo, ma in questo caso √® pronome sia indefinito che relativo (= ‘qualunque persona che’).

 

RISPOSTA:

Il pronome relativo indefinito¬†chiunque¬†richiede effettivamente il congiuntivo; la scelta dell’indicativo √® molto trascurata. Immagino che sia stata influenzata dall’indicativo futuro¬†legger√†¬†subito successivo, che √® l’unica forma possibile per esprimere il futuro in questa frase, per cui √® accettabile anche nello scritto di media formalit√† (l’alternativa con il congiuntivo non potrebbe assolutamente veicolare l’idea del futuro, a meno che non venga aggiunto un avverbio di tempo:¬†chiunque adesso mi stia leggendo e legga in futuro questi racconti).
La frase presenta un’altra scelta infelice: la virgola tra la reggente (Sfido) e la completiva oggettiva (a non desiderare…). Le completive, escluse le dichiarative, non devono essere separate dalla reggente con alcun segno di punteggiatura (tranne che non ci sia in mezzo un’incidentale), allo stesso modo in cui, nella frase semplice, il verbo non deve essere separato dal complemento oggetto.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

‚ÄėLascio Stefano esprimere il suo parere‚Äô o ‚ÄėLascio a Stefano esprime il suo parere‚Äô

Quale delle due è corretta? La prima, vero?

 

RISPOSTA:

Nessuna delle due frasi √® scorretta (immagino che nella seconda esprime stia per esprimere). Quando √® seguito dall’infinito (come in questo caso), il verbo lasciare assume il significato di ‘permettere’ e pu√≤ essere costruito in diversi modi: “Lascio Stefano esprimere il suo parere” (costruito come un accusativo con l’infinito, cio√® senza la preposizione), o “Lascio esprimere a Stefano il suo parere”. C’√® da dire che la frase contiene un verbo (lascio) che cambia significato grazie alla presenza di un altro verbo coniugato all’infinito (esprimere); per via di questa solidariet√† semantica, sarebbe forse preferibile non interporre fra i due verbi un altro elemento.
Oltre che dall’infinito, il verbo lasciare pu√≤ essere seguito da una proposizione introdotta da che: “Lascio che Stefano esprima il suo parere”, dove il verbo √® coniugato obbligatoriamente al congiuntivo.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono accettabili.

1 ¬ęLa pizza ha cotto in cinque minuti¬Ľ.

2 ¬ęHa pesato pi√Ļ di cento chili¬Ľ (riferito al peso di una persona).

 

RISPOSTA:

No, non lo sono, o quanto meno risultano troppo informali e trascurate, per le seguenti ragioni. Cuocere, usato come verbo intransitivo, regge come ausiliare soltanto essere (√® cio√® un verbo inaccusativo). Pertanto, al passato, si pu√≤ dire o ¬ęLa pizza √® cotta in cinque minuti¬Ľ, oppure, se si vuole sottolineare la durata dell‚Äôazione, ¬ęLa pizza si √® cotta in cinque minuti¬Ľ.

Pesare pu√≤ reggere come ausiliare sia essere sia avere (cio√® √® un verbo sia inaccusativo, sia inergativo, a seconda dei contesti). Tuttavia nel senso di ‚Äėavere un peso‚Äô il verbo non pu√≤ avere l‚Äôaspetto durativo (io posso dire che sto pensando un pesce, ma non posso dire che io sto pensando 85 chili) e quindi non tollera il passato. Se voglio esprimere questo concetto debbo usare altre espressioni, quali l‚Äôimperfetto (¬ępesavo pi√Ļ di cento chili¬Ľ) oppure ¬ęsono arrivato a pensare pi√Ļ di cento chili¬Ľ o simili.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se il periodo indicato pi√Ļ sotto sia sintatticamente corretto (sia con il congiuntivo trapassato sia con quello imperfetto) e se, eventualmente, esisterebbero delle alternative valide, senza che queste vadano ad alterarne il senso.

¬ęSe avessi puntato su un terno che alla prima estrazione fosse uscito/uscisse, mi sarei potuto togliere qualche sfizio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Sembra migliore la prima soluzione, al trapassato congiuntivo (¬ęfosse uscito¬Ľ), dal momento che l‚Äôintera azione √® al passato e si riferisce a qualcosa che non √® accaduto. La soluzione all‚Äôimperfetto congiuntivo (¬ęche uscisse¬Ľ) sarebbe un po‚Äô strana, perch√© suggerirebbe l‚Äôidea che chi ha puntato gi√† sapesse che il terno sarebbe uscito o comunque che poteva uscire (e quest‚Äôultima ipotesi sarebbe ovvia: qualunque puntata ha la probabilit√† di andare a buon fine). La possibile soluzione al condizionale passato (¬ęche sarebbe uscito¬Ľ) sarebbe anch‚Äôessa strana, perch√© lascerebbe intendere, anch‚Äôessa, la certezza dell‚Äôuscita del terno, se uno l‚Äôavesse puntato. Infine, dato che uscire √® un verbo inaccusativo, il soggetto posposto al verbo funziona meglio: ¬ęSe avessi puntato su un terno che fosse uscito alla prima estrazione, mi sarei potuto togliere qualche sfizio¬Ľ.

Una piccola aggiunta. Nel testo della sua domanda (¬ęGradirei sapere se [‚Ķ] sia sintatticamente corretto [‚Ķ] e se [‚Ķ] esisterebbero delle alternative valide¬Ľ) si notano una assimmetria e un uso del condizionale non del tutto accettabili. Sarebbe stata migliore la forma seguente: ¬ęGradirei sapere se [‚Ķ] fosse sintatticamente corretto [‚Ķ] e se [‚Ķ] esistessero delle alternative valide¬Ľ, oppure ¬ęGradirei sapere se [‚Ķ] √® sintatticamente corretto [‚Ķ] e se [‚Ķ] esistono delle alternative valide¬Ľ, oppure, ma peggiore: ¬ęGradirei sapere se [‚Ķ] sia sintatticamente corretto [‚Ķ] e se [‚Ķ] esistano delle alternative valide¬Ľ. L‚Äôultima alternativa √® la peggiore perch√© da vorrei dipende preferibilmente il congiuntivo imperfetto piuttosto che il presente (come spiegato qui).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quando i miei interlocutori italiani mi dicono ‚Äúquesto non √® importante‚ÄĚ, ‚Äú√® un‚Äôeccezione‚ÄĚ, ‚Äúnon ti fissare‚ÄĚ, mi fanno impazzire; sono troppo curioso per capirne di pi√Ļ. Sono molto fortunato di averla conosciuta.

Mi piace tanto la sfumatura della lingua italiana anche se mi fa impazzire a volte. Noi diciamo che ‚Äúi step in it‚ÄĚ spesso e credo che s‚Äôimpari sbagliando. Ma con questo esempio (sulla differenza d‚Äôuso tra essere interessato e essere affezionato di cui a questa domanda/risposta) c‚Äô√® un modo per evitare questi sbagli? Ad esempio AFFEZIONARE come INTERESSARE √® un verbo transitivo e AFFEZIONARSI esiste. Sia INTERESSATO SIA AFFEZIONATO sembrano aggettivi. Essere interessato a qualcosa come dice lei √® quasi: question: una forma passiva (ma non √® scritto ‚Äúda qualcosa‚ÄĚ e quindi mi sembra pi√Ļ un aggettivo). Ma non riesco a capire come mai affezionato funzioni diversamente. C‚Äô√® un modo per estrarre un indizio con questi aggettivi/participi passati con ESSERE per evitare l‚Äôuso incorretto dei pronomi indiretti per far riferimento a una cosa? Potresti fornirmi altri esempi? Forse √® soltanto una cosa di apprendimento empirico?

 

RISPOSTA:

Lei ha messo ancora una volta il dito su un‚Äôaltra bella piaga della linguistica, ovvero il comportamento di alcuni verbi inaccusativi (essere interessato, essere affezionato) e, prima ancora, il rapporto tra linguistica teorica, linguistica applicata, didattica e uso (o comportamento) linguistico. Non sempre le grammatiche danno (n√© servono a dare) risposte utili alla classificazione teorica e alla riflessione linguistica. Solitamente, la grammatica pi√Ļ utile per questo genere di riflessioni (cio√®, per ricavare una regola dall‚Äôosservazione di molti esempi diversi) √® la Grande grammatica italiana di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino. Ma procediamo con ordine. I participi passati di verbi transitivi sono sempre a met√† strada tra valore aggettivale e valore verbale (pu√≤ vedere su questo la seguente domanda/risposta). Interessare e affezionare sono due verbi molto diversi. Il secondo √® solo transitivo, ma di fatto viene utilizzato soltanto nella forma pronominale (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa) o passiva/aggettivale (sono affezionato a qualcuno o qualcosa). Interessare √® sia transitivo sia intransitivo e consente usi e costruzioni differenti: A interessa B, A si interessa a B, A √® interessato da B, A √® interessato a B, A si interessa di B ecc. Per questo ribadisco che ¬ęessere interessato all‚Äôitaliano¬Ľ e ¬ęessere interessato dall‚Äôitaliano¬Ľ, sebbene il secondo sia meno comune del primo, sono molto simili. Mentre √® possibile dire sia ¬ęl‚Äôitaliano mi interessa¬Ľ, sia ¬ęmi interesso all‚Äôitaliano¬Ľ, sia (meno comune) ¬ęmi interesso dell‚Äôitaliano¬Ľ (per es.: ¬ędi mestiere, mi interesso delle sorti dell‚Äôitaliano nel mondo¬Ľ), con affezionare le costruzioni sono meno numerose: ¬ęil gatto √® affezionato / si affeziona alla casa¬Ľ (¬ęle √® affezionato¬Ľ, ¬ęle si affeziona¬Ľ), mentre √® impossibile (o possibile solo in teoria, ma di fatto innaturale) ¬ęla casa affeziona il gatto¬Ľ. Per questo motivo, cio√® per l‚Äôunicit√† della reggenza preposizionale in a per esprimere il secondo argomento verbale di affezionarsi (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa), il pronome gli/le funziona sempre bene con quel verbo. Mentre con interessare, che, come dimostrato, regge costrutti molto diversi, gli/le non funzionano sempre. A complicare l‚Äôintera questione c‚Äô√® anche il fatto che interessare al passato pu√≤ ammettere sia la costruzione transitiva sia quella inaccusativa: ¬ęuna cosa mi ha interessato¬Ľ / ¬ęuna cosa mi √® interessata¬Ľ. Insomma, come vede, le varianti da considerare sono molte, e riguardano in questo caso la natura e le reggenze del verbo in questione. La regola per non sbagliare in questo caso √® la seguente: con il verbo interessare non si pu√≤ pronominalizzare al dativo (gli/le) la cosa o la persona che interessano, perch√© esse debbono fungere da soggetto e non da complemento: ¬ęA mi interessa¬Ľ, oppure ¬ęIo mi interesso a A¬Ľ, ma non ¬ęIo gli/le interesso¬Ľ, perch√© in quest‚Äôultimo caso si intenderebbe che io interesso A e non che A interessa me.

L‚Äôunica regola empirica per non sbagliare √® quella di ascoltare e leggere il pi√Ļ possibile, per acquisire l‚Äôuso comune di forme e costrutti. La regola teorica, invece, √® quella che Lei gi√† applica molto bene: tenere sempre desto lo spirito critico e sforzarsi di cogliere un comportamento generale (= regola) che tenga insieme pi√Ļ esempi e che giustifichi, pertanto, analogie e differenze. Nel primo caso (empiria), la riflessione non giova (¬ęnon ti fissare¬Ľ), nel secondo (teoria) √® invece fondamentale. Va detto per√≤ che si pu√≤ leggere e scrivere bene anche senza conoscere a fondo le regole, come anche, viceversa, si possono conoscere a fondo le regole anche scrivendo e parlando molto male. In altre parole, tra linguistica teorica e comportamento linguistico c‚Äô√® spesso un abisso.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Il dubbio sull’uso dei pronomi indiretti riferiti a cose (di cui a questa domanda/risposta) mi è venuto quando tre italiani mi hanno detto che non potevo rispondere a una domanda così:

A: Come mai sei interessato all’italiano?

Io: Gli sono interessati tutti (gli = ‘all‚Äôitaliano’). Scherzavo mentre ho risposto.

Un professore di diritto, un insegnante alle medie, e la persona a cui ho risposto mi hanno detto che non andava bene. Mi sembrava strano dato che non volevo ripetere all’italiano, e quindi ho usato gli.

Mi domando ancora come mai tante persone istruite fanno questi errori. √ą una domanda a cui non mi aspetto una risposta.

 

RISPOSTA:

Per spezzare una lancia a favore delle risposte date da parlanti nativi, va detto che in effetti l‚Äôespressione ¬ęgli sono interessati¬Ľ non √® molto naturale ed √®, anzi, al limite dell‚Äôinaccettabile, ma non a causa del riferimento del pronome a una cosa (infatti, ¬ętutti lo conoscono¬Ľ nel senso di ¬ętutti conoscono l‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ętutti gli danno importanza¬Ľ riferito ¬ęall‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ęle danno importanza¬Ľ riferito ¬ęalla lingua italiana¬Ľ sarebbero perfettamente naturali e corretti), bens√¨ per la costruzione ¬ęessere interessato a qualcosa¬Ľ. L‚Äôespressione √® corretta, ma non tollera bene la pronominalizzazione al dativo (gli/le), dal momento che non rappresenta un vero dativo, bens√¨ una sorta di complemento d‚Äôagente (¬ęsono interessato da qualcosa¬Ľ come passivo di ¬ęqualcosa mi interessa¬Ľ). Infatti, sarebbe problematico anche ¬ęgli sono interessato¬Ľ nel senso di ¬ęsono interessato a Mario¬Ľ (a differenza di ¬ęgli sono affezionato¬Ľ, che va benissimo sempre, per persone e cose). Si tratterebbe dunque, col pronome, di cambiare costrutto; per esempio: ¬ęnon me ne interesso¬Ľ, ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, o ¬ęnon mi interessa¬Ľ. ¬ęSei interessato a Mario/all‚Äôitaliano?¬Ľ ¬ęNo, non mi interessa¬Ľ oppure ¬ęNon, non me ne interesso¬Ľ, o ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, ma non ¬ęnon gli sono interessato¬Ľ.

Come ben sa, l’italiano è pieno di sfumature, sia nella sintassi sia nella semantica. E Lei ha messo il dito nella piaga proprio su una di queste, legata al complesso verbo interessare/interessarsi.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Non credo che nessuna donna si spingerebbe a tanto.”

Il “non” che precede il verbo “credo” si pu√≤ considerare una negazione pleonastica o espletiva che dir si voglia?

 

RISPOSTA:

La frase proposta √® del tutto legittima, cos√¨ come legittima sarebbe “Credo che nessuna donna si spingerebbe a tanto”, o “Non credo che alcuna donna si spingerebbe a tanto”; il non rappresenta, dunque, una negazione pleonastica ma non scorretta. In questa frase il tutto √® complicato dalla struttura sintattica complessa, per cui c’√® una reggente (credo) e una subordinata (che nessuna donna…), quindi il non nega la reggente. Questo potrebbe generare conflitti tra la prima (non) e la seconda negazione (nessuna). Tuttavia, in italiano, la presenza di un altro elemento negativo, oltre al non, come nessuno, niente, neppure ecc., non √® interpretabile come una doppia negazione. C’√® solo una regola da seguire in questi casi: se l’elemento negativo segue il verbo, il non √® obbligatorio, come nella frase “Non mi ha sentito nessuno”; se l’elemento negativo precede il verbo, il non si omette, come nella frase: “Nessuno mi ha sentito”.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho potuto constatare che il clitico¬†ne¬†ha una posizione molto pi√Ļ libera rispetto ad altri clitici.
Con si impersonale:
1) Se ne deve raccogliere 10 di mele.
2) Si deve raccoglierne 10 di mele.
3) Di gesti simili se ne vede fare tanti.
4) Di gesti simili si vede farne tanti.
Con si passivante:
5) Se ne devono raccogliere 10 di mele
6) Si devono raccoglierne 10 di mele.
7) Di gesti simili se ne vedono fare tanti.
8) Di gesti simili si vedono farne tanti.
Per come la vedo io, le prime quattro costruzioni dove il si è impersonale (difatti quindi singolare) la posizione del ne è irrilevante ai fini della correttezza grammaticale. Col si passivante, mi suonano corrette solo quelle col ne in posizione proclitica, quindi 5 e 7, ma non saprei esprimermi sulle restanti due.

 

RISPOSTA:

Bisogna intanto precisare che¬†ne¬†ha lo stesso grado di libert√† degli altri clitici, alcuni dei quali, per√≤, hanno comportamenti particolari. Per esempio, se sostituiamo¬†ne¬†con¬†lo¬†nel primo gruppo di frasi (modificandole opportunamente) avremo soluzioni ugualmente grammaticali:¬†lo si deve raccogliere,¬†si deve raccoglierlo,¬†un gesto simile lo si vede fare,¬†un gesto simile si vede farlo. Come si sar√† notato,¬†lo¬†(come anche¬†ci,¬†vi,¬†la,¬†li,¬†le) precede il¬†si¬†impersonale, mentre¬†ne¬†lo segue; anche¬†lo¬†segue, invece, il¬†si¬†quando questo √® passivante. Ovviamente, in questo caso il¬†si¬†non avr√† funzione propriamente passivante (altrimenti il complemento oggetto coinciderebbe con il soggetto e non ci sarebbe posto per il pronome¬†lo), ma sar√† parte di verbi pronominali transitivi:¬†se lo devono comprare, o sar√† il complemento oggetto di un verbo transitivo retto da un verbo pronominale copulativo o causativo:¬†se lo vedono sottrarre,¬†se lo fanno consegnare. Cos√¨ come sarebbero mal composte *si devono comprarlo¬†e *si vedono sottrarlo, sono mal composte le varianti 6 e 8 (quelle che anche a lei “suonano male”). La ragione della restrizione ha a che fare con il forte legame tra i pronomi e il verbo semanticamente pi√Ļ saliente del costrutto, che comporta che la posizione pi√Ļ naturale dei pronomi sia quella enclitica. Ora, in italiano contemporaneo √® divenuto comune anticipare i pronomi prima del verbo reggente (un fenomeno noto come¬†risalita dei clitici), sia esso servile, aspettuale, causativo e persino nel caso complesso della sua frase 7, perch√© tali verbi sono sempre pi√Ļ percepiti come strettamente solidali con il verbo pi√Ļ saliente, cio√® sono assimilati agli ausiliari. In altre parole, oggi si preferisce¬†se ne devono fare¬†a¬†devono farsene, e¬†ce ne faranno avere¬†rispetto a¬†faranno avercene¬†(che √® addirittura quasi impossibile), sul modello di¬†se ne sono visti. Ovviamente, nel caso di gruppi di pronomi, la risalita deve riguardare entrambi; la separazione non √® giustificabile.
Il¬†si¬†impersonale si comporta in modo diverso, perch√© il suo legame con il verbo √® relativamente debole; deve, infatti, rimanere proclitico (deve raccogliersi¬†√® automaticamente interpretato come passivo rispetto a¬†si deve raccogliere, che pu√≤ essere passivo o impersonale) e pu√≤, quindi, essere separato dal pronome che lo accompagna. Da qui la grammaticalit√† di 2 e 4 (che √®, anzi, pi√Ļ formale di 3).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se in questa frase il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato possono essere scambiati senza modificarne il significato:
“Non mi aspettavo che Luca si impegnasse/si sarebbe impegnato cos√¨ tanto per la prova di oggi”.
In alcuni testi di grammatica, soprattutto rivolti a studenti stranieri, viene riportata la possibilit√† di utilizzare indifferentemente congiuntivo imperfetto e condizionale passato per esprimere posteriorit√† della subordinata rispetto alla principale (e dare l’idea, quindi, anche di futuro nel passato), con verbi nella principale che reggono al presente sia congiuntivo che indicativo futuro. Personalmente, percepisco una leggera posteriorit√† con l’utilizzo del congiuntivo imperfetto quando le due azioni sono temporalmente ravvicinate o non vi sono esplicite indicazioni temporali; in caso contrario opterei per il condizionale passato. Chiedo se questa mia considerazione possa ritenersi valida.
Ad un primo ascolto, con la frase che ho riportato all’inizio, percepisco lo stesso significato con l’utilizzo di entrambi i modi verbali; ma, analizzandola nel dettaglio, il congiuntivo imperfetto non mi d√† pienamente l’idea di posteriorit√† che d√† invece il condizionale passato. Chiedo quindi quali significati, se ci sono, danno entrambi i modi verbali alla frase, e in generale, se e quando congiuntivo imperfetto e condizionale passato possono essere effettivamente scambiati per indicare posteriorit√†.

 

RISPOSTA:

La sua impressione √® corretta, ma non determinante. Entrambe le forme verbali possono essere usate con la stessa funzione; il congiuntivo imperfetto, per√≤, serve anche a rappresentare la contemporeneit√† nel passato, per cui il senso della posteriorit√† √® pi√Ļ sfumato. Bisogna dire, per√≤, che difficilmente si possono immaginare esempi in cui il congiuntivo imperfetto risulta ambiguo rispetto al rapporto temporale dell’evento descritto con l’evento della principale. Ovviamente, comunque, la presenza di un avverbio di tempo (o di un’altra espressione contestualizzante) esplicita ulteriormente la collocazione temporale dell’evento. In definitiva, quindi, la scelta tra il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato in questi casi dipende soltanto dal registro: il congiuntivo √® la soluzione pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi piacerebbe sapere se queste frasi sono corrette e quale sia il rapporto temporale tra i verbi al loro interno.
La prima: “Ho promesso che nel momento in cui mi (fossi?) lasciato non mi sarei pi√Ļ fidanzato.” √ą corretto utilizzare il trapassato congiuntivo o pu√≤ essere utilizzato anche il condizionale passato(sarei lasciato)? Se entrambe sono corrette, qual √® la differenza?
La seconda domanda riguarda un dialogo fra due attori in cui uno dei due racconta all’altro una vicenda di rivalsa ed √® cos√¨ formulata: “E chiunque avrebbe potuto pensare che quella (fosse?) l’occasione giusta, in cui avresti potuto rinfacciargli tutto!” √ą giusto utilizzare l’imperfetto congiuntivo? O potrebbe esser corretto anche il condizionale passato (sarebbe stata)? Eventualmente qual √® la differenza tra le due opzioni?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase la proposizione introdotta da¬†nel momento in cui¬†√® normalmente considerata una ipotetica (nel momento in cui¬†=¬†se), quindi il verbo al suo interno segue le regole previste per la rappresentazione dell’ipotesi (l’indicativo per un’ipotesi realistica, il congiuntivo imperfetto per una possibile, il congiuntivo trapassato per una irrealistica. In questa proposizione il condizionale √® in ogni caso escluso. Non √® escluso, invece, che la proposizione sia intesa come una relativa, semanticamente coincidente con una temporale (nel momento in cui¬†=¬†quando): in questo caso pu√≤ essere usato il condizionale passato, con la funzione di futuro nel passato. Ovviamente, se sostituiamo¬†mi fossi¬†con¬†mi sarei¬†l’evento da ipotetico diviene certo.
Nella seconda frase la subordinata √® una oggettiva, che ammette sia il congiuntivo imperfetto sia il condizionale passato per descrivere un evento successivo rispetto a un altro passato (avrebbe potuto pensare). Il congiuntivo imperfetto serve, per√≤, anche a indicare la contemporaneit√† nel passato (per cui in genere √® sfavorito quando si voglia sottolineare la posteriorit√†); nella frase in questione, quindi, assume automaticamente questa funzione, ovvero sottolinea che l’occasione √® contemporanea rispetto al momento dell’evento, cio√® quello in cui chiunque avrebbe pensato. Il condizionale passato, invece, non ha altra interpretazione possibile in questo caso, per cui qui sottolinea che l’occasione √®¬†posteriore rispetto al momento di riferimento, quello rispetto a cui¬†chiunque avrebbe pensato¬†(si ricordi, infatti, che¬†avrebbe pensato √® a sua volta posteriore rispetto a un momento che non √® esplicitato nella frase). A bene vedere, comunque, la differenza tra le due varianti √® irrilevante dal punto di vista semantico (in un caso l’occasione √® rappresentata come contemporanea al pensiero di chiunque, nell’altro come successiva al momento rispetto a cui anche il pensiero √® successivo, quindi di fatto ugualmente contemporanea al pensiero); la differenza percepita tra le due forme, pertanto, √® soltanto di registro: il congiuntivo √® l’opzione pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi
RISPOSTA:

Nelle due frasi, come introduce proposizioni di natura diversa, che si costruiscono diversamente. Nella prima frase la proposizione √® un’interrogativa indiretta, che preferisce sempre il congiuntivo, e in particolare lo richiede decisamente quando √® introdotta da come; nella seconda √® una comparativa, che, al contrario, richiede l’indicativo quando √® introdotta da come. Si noti che nella prima subordinata l’uso dell’indicativo non √® escluso: “Mi aveva colpito come era riuscito a raccontare la storia” √® possibile, con uno slittamento della proposizione verso il valore di oggettiva, non pi√Ļ di interrogativa indiretta. Con l’indicativo, in altre parole, come diviene equivalente a che.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Volendo scrivere la frase “Grazie per il supporto ricevuto….. ricerca di mio padre” si deve usare la preposizione articolata¬†alla¬†oppure¬†nella?

 

RISPOSTA:

In questa frase, il sintagma¬†la ricerca¬†pu√≤ svolgere la funzione semantico-sintattica dello scopo del supporto (o del sostegno, dell’aiuto, della collaborazione e simili), dell’ambito nel quale il soggetto riceve un vantaggio dal supporto, oppure dell’ambito all’interno del quale si realizza il supporto ricevuto. Se vogliamo rappresentare la ricerca come scopo (complemento di fine) o come ambito del vantaggio (complemento di vantaggio), possiamo costruire il sintagma con la preposizione¬†per (la); l’ambito in cui il supporto si realizza, invece, inquadrato nel cosiddetto¬†complemento di limitazione, pu√≤ essere costruito con la preposizione¬†in¬†(quindi¬†nella). Tanto per lo scopo quanto per il vantaggio si pu√≤ usare la preposizione¬†a; in questo caso, per√≤, la¬†a¬†non pu√≤ essere selezionata perch√© lo impedisce il verbo¬†ricevere: non si pu√≤, infatti, ricevere qualcosa a…, ma si pu√≤ ricevere qualcosa per… La preposizione¬†a¬†pu√≤ essere usata anche per costruire il complemento di limitazione, ma soltanto in pochi casi specifici, per esempio con l’aggettivo¬†bravo¬†(“√ą bravo a calcio”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale delle due versioni è corretta: punto/paragrafo 42 e segg. oppure punti/paragrafi 42 e segg.?

 

RISPOSTA:

In questa frase, il participio presente¬†segg., ovvero¬†seguenti, si comporta sintatticamente come un aggettivo; deve, quindi, accompagnare un nome. La forma pi√Ļ corretta, pertanto, √®¬†punti/paragrafi 42 e segg., in cui¬†punti/paragrafi¬†governa l’accordo sia di¬†42¬†(che, ovviamente, rimane invariato) sia di¬†seguenti. In alternativa, si pu√≤ scrivere¬†punto/paragrafo 42 e punti/paragrafi segg.¬†(che, per√≤, risulta inutilmente ridondante). La costruzione¬†punto/paragrafo 42 e segg.¬†costituisce un errore veniale; si pu√≤ sempre ipotizzare, infatti, che ci sia un nome sottinteso:¬†punto/paragrafo 42 e (punti/paragrafi) segg.¬†In contesti formali, per√≤ (che sono gli unici in cui una formula del genere potrebbe apparire), √® preferibile rispettare le regole rigorosamente ed essere massimamente chiari.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Volevo chiedere se il verbo “sei passato” al quinto verso della mia strofa sia corretto al maschile (accordato a me che scrivo) o debba andare al femminile, accordato a “nuvola” del secondo verso?

Sei fermo, ma ti vedi
come una nuvola rapida
in un cielo che non sa affezionarsi
e che torna all’azzurro con indifferenza
quando sei passato.

 

RISPOSTA:

Il participio passato √® accordato al “tu” sottinteso (tu sei fermo, tu sei passato) e non a chi scrive (cio√® “io”). Se volessimo accordare il participio passato a nuvola, la frase non potrebbe mantenere l’accordo con il “tu”, ma con nuvola, quindi alla terza persona: “quando √® passata“. D’altronde, gi√† nel verso precedente il verbo √® accordato a nuvola in questo modo: “e che torna (la nuvola) all’azzurro”.
Se si scegliesse di accordare a nuvola, i due versi prenderebbero questa forma: “e che torna all’azzurro con indifferenza / quando √® passata”.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

la frase ‚ÄúViviamo in un paese (a) cui dobbiamo essere orgogliosi di appartenere‚ÄĚ, che ho udito pronunciare a un giornalista per la ricorrenza del 25 aprile, √® ben costruita?

Mi domando in particolare se rifletta correttamente la seguente perifrasi (visto che è tale il senso generale del messaggio): Dobbiamo essere orgogliosi di appartenere al paese in cui viviamo.

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta: ‚Äúappartenere a un paese‚ÄĚ e dunque ‚Äúpaese cui (o a cui) apparteniamo‚ÄĚ. Data la distanza tra il verbo (appartenere) e il pronome retto da quel verbo (cui/a cui), a causa della complessit√† sintattica della frase, a una prima lettura il cui spiazza, perch√© si deve arrivare alla fine della frase prima di trovarne l‚Äôaggancio morfosintattico.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo chiedere gentilmente quale delle versioni è corretta:

“Il giudice NON può esercitare alcuna attività decisionale nella causa X,

– COMPRESA l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ – (cos√¨ in lingua originale del testo da tradurre – lingua polacca)

– ‚ÄúTRA CUI l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ

– ‚ÄúNEMMENO adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√©/o fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Dai punti di vista strettamente morfosintattico e lessicale vanno bene tutte e tre le frasi in questione. Tuttavia, dato che nei testi giuridici, amministrativi e burocratici √® sempre bene essere chiari, per evitare equivoci, la terza soluzione, con le leggere modificazioni qui proposte, √® la migliore: ‚ÄúIl giudice non pu√≤ esercitare alcuna attivit√† decisionale nella causa X, cio√® non pu√≤ nemmeno adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√© fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

Riguardo al contenuto, mi chiedo, per√≤, da non esperto di procedure giuridiche, se ‚Äúadottare‚ÄĚ sia il termine corretto, o se invece nel testo non si voglia intendere ‚Äúpromulgare‚ÄĚ o ‚Äúemanare‚ÄĚ. In effetti, dal contesto, il divieto sembra riguardare il ruolo attivo del giudice (cio√® quello di ‚Äúemanare decreti‚ÄĚ) nella causa in questione.

Le prime due soluzioni proposte, ancorch√© corrette, possono ingenerare equivoci per via dell‚Äôassenza di un chiaro segnale di negazione in ‚Äúcompresa‚ÄĚ e ‚Äútra cui‚ÄĚ. La negativit√† del concetto √® invece ben presente in ‚Äúnemmeno‚ÄĚ e ribadita, a ulteriore chiarezza, dal ‚Äúcio√®‚ÄĚ e dalla ripetizione del verbo ‚Äúcio√® non pu√≤ nemmeno‚ÄĚ, che riconducono questa parte di testo a quella precedente. Inoltre, la terza soluzione √® migliore anche perch√© contiene una pi√Ļ chiara espressione verbale (‚Äúadottare‚ÄĚ e ‚Äúfissare‚ÄĚ) rispetto all‚Äôespressione nominale ‚Äúadozione‚ÄĚ e ‚Äúfissazione‚ÄĚ.

Infine, meglio ‚Äún√©‚ÄĚ rispetto a ‚Äúo‚ÄĚ, dato che si tratta di una disgiuntiva negativa.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Tornando alla frase ‚ÄúIeri √® stata una bella giornata‚ÄĚ (relativa alla seguente risposta di DICO: https://dico.unime.it/ufaq/ieri-puo-essere-soggetto/), se consideriamo ‚Äúieri‚ÄĚ come soggetto, ‚Äúuna giornata‚ÄĚ come parte nominale e ‚Äúbella‚ÄĚ come attributo di quest’ultima, dobbiamo anche notare che la copula, ovvero ‚Äú√® stata‚ÄĚ, concorda in genere femminile con la parte nominale e non con il soggetto. Questo tipo di concordanza √® ammessa? Ci sono altri esempi?

 

RISPOSTA:

Nel predicato nominale, sono quasi sempre ammesse entrambe le concordanze (per genere) della copula, o con il soggetto o con la parte nominale. Esempi: ‚ÄúLa bolletta della luce √® stata/stato un vero salasso‚ÄĚ; ‚ÄúMio figlio √® stato/stata la mia pi√Ļ grande soddisfazione‚ÄĚ. Nell‚Äôaccordo per numero, invece, le cose stanno diversamente: ‚ÄúLa villeggiatura per me sono quattrini ben spesi‚ÄĚ; quasi inaccettabile ‚Äúla villeggiatura per me √® quattrini ben spesi‚ÄĚ. D‚Äôaltro canto per√≤ ‚ÄúI figli sono una grande preoccupazione‚ÄĚ non √® sostituibile da ‚ÄúI figli √® una grande preoccupazione‚ÄĚ. Riassumendo (ma possono esservi sempre eccezioni nell‚Äôuso reale): il doppio accordo per genere funziona sempre (o quasi), mentre quello per numero √® speculare: con soggetto singolare e parte nominale plurale l‚Äôaccordo della copula √® con la parte nominale, mentre, viceversa, con soggetto plurale e parte nominale singolare l‚Äôaccordo della copula √® con il soggetto. Cio√®, la copula concorda sempre con l‚Äôelemento al plurale.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

vi chiedo cortesemente di sciogliere un dubbio sull‚Äôanalisi logica della seguente frase: ‚ÄúIeri √® stata una bella giornata‚ÄĚ. Sulla copia docenti di un testo di grammatica √® indicato ‚Äúieri‚ÄĚ come soggetto; invece, sul sito della Treccani, di una frase simile, ovvero ‚ÄúDomani sar√† una giornata emozionante‚ÄĚ, si afferma che il soggetto non c‚Äô√®, perch√© il verbo √® impersonale.

Potreste cortesemente esprimervi in merito?

 

RISPOSTA:

La questione √® complessa ed √® da tempo all‚Äôattenzione dei linguisti, che dibattono sul ruolo del soggetto e sulla natura dei verbi impersonali. In realt√†, entrambe le risposte sono giuste e ben argomentabili, secondo i diversi orientamenti della linguistica. La risposta della Treccani √® la pi√Ļ tradizionale: ‚Äúieri‚ÄĚ (o ‚Äúdomani‚ÄĚ o ‚Äúluned√¨‚ÄĚ o simili) verrebbe inteso come complemento di tempo, ‚Äúuna bella giornata‚ÄĚ √® parte nominale del predicato nominale, dunque manca il soggetto. Tuttavia si fa fatica a ritenere ‚Äúessere una bella giornata‚ÄĚ (o simili) alla stregua di una espressione impersonale, tanto pi√Ļ che se cambiassimo l‚Äôattacco, il verbo cambierebbe accordo di numero, per esempio: ‚ÄúIeri e l‚Äôaltro ieri sono state giornate emozionanti‚ÄĚ. E gi√† questo basterebbe a dar ragione a chi ritiene che ‚Äúieri‚ÄĚ, nella frase in questione, sia soggetto. Tuttavia vi sono altri casi in cui il discorso non √® cos√¨ pacifico: ‚Äúieri (e l‚Äôaltro ieri) √® stato nuvoloso‚ÄĚ (e non *‚Äúsono stati nuvolosi‚ÄĚ). In casi simili, √® legittimo considerare ‚Äú√® stato nuvoloso‚ÄĚ alla stregua di verbi impersonali quali i meteorologici piove, nevica ecc. Ricordiamo, inoltre, che secondo la grammatica generativo-trasformazionale anche i verbi impersonali, in realt√†, hanno un soggetto, ma non espresso. In casi simili, √® come se il soggetto fosse un ‚Äúesso‚ÄĚ nascosto, che invece √® palese in altre lingue quali l‚Äôinglese (‚Äúit‚Äôs raining‚ÄĚ), il francese, il tedesco e moltissime altre. E come addirittura accade in certi dialetti, quali il fiorentino (pi√Ļ demotico): ‚Äúe‚Äô piove‚ÄĚ.

Quindi, per concludere, nella frase iniziale (‚ÄúIeri √® stata una bella giornata‚ÄĚ e simili) √® meglio ritenere ‚Äúieri‚ÄĚ come soggetto, mentre in frasi analoghe √® meglio considerare ‚Äúieri‚ÄĚ come complemento di tempo.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Presa la frase “quanto sempre pi√Ļ ci se ne nutre in grazia”, come verrebbe l’analisi grammaticale? In particolare ci,¬†se e ne¬†sono pronomi? Al posto di quale significato? Credo che si sia passivante di ‘nutre‘, ne indichi “di questo”, ci non so.

 

RISPOSTA:

L’analisi grammaticale della frase, che risulta per√≤ incompleta, √®:
Quanto: congiunzione subordinante
sempre: avverbio di tempo
pi√Ļ_: avverbio di quantit√†
ci: pronome personale
se: pronome riflessivo
ne: pronome personale atono
nutre: voce del verbo nutrirsi, intransitivo pronominale.
in: preposizione semplice
grazia: nome comune, femminile, singolare.

Si, in questo caso rende il verbo riflessivo; ci ha la funzione di soggetto generico, che rende il verbo impersonale (la prima persona plurale ci √® quella che pi√Ļ richiama l’idea di impersonalit√†). Il ne si riferisce a qualcosa riferito precedentemente, immagino; quindi ha il significato di “di questo”.
Per un approfondimento sulla posizione dei pronomi atoni le suggerisco di leggere questa risposta di DICO.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il mio dubbio riguarda la costruzione della seguente frase: ‚ÄúL’animale si chiamava Bubu e ovunque sarebbe andato avrebbe obbedito solo al suo padrone‚ÄĚ.

√ą corretto il condizionale passato dopo “ovunque”, in quanto azione futura nel passato, o si deve usare il congiuntivo “ovunque fosse andato”?

 

RISPOSTA:

La soluzione col condizionale passato fa leva, come giustamente osserva lei, sul futuro nel passato; la proposizione √® per√≤, a sua volta, dipendente da una reggente che gi√† esprime il futuro nel passato (‚Äúavrebbe obbedito‚ÄĚ), pertanto √® decisamente da preferire la seconda soluzione col congiuntivo trapassato (‚Äúovunque fosse andato‚ÄĚ), per via della carica eventuale (quasi protasi di periodo di ipotetico) della subordinata relativa introdotta da ovunque: ‚Äúse fosse andato in un posto qualunque, avrebbe obbedito‚ÄĚ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “Venite a trovarci, pi√Ļ ne siamo e meglio √®”, √® corretta la presenza della particella¬†ne¬†e, nel caso, che funzione grammaticale svolgerebbe? Oppure non si dovrebbe utilizzare?

 

RISPOSTA:

L’inserimento del¬†ne¬†in costrutti del genere √® diffuso dell’italiano regionale meridionale; nella variet√† standard dell’italiano (quella descritta dalle grammatiche) il costrutto non richiede il pronome: la forma corretta √®¬†pi√Ļ siamo. Il¬†ne, si noti, √® richiesto quando il verbo √® alla terza plurale (pi√Ļ ne vengono), ma non quando √® alla prima e alla seconda; mentre il soggetto della prima e della seconda, infatti, √® sempre noto (perch√© coincide con il gruppo a cui appartiene l’emittente o con il gruppo a cui appartiene il ricevente), il soggetto di terza persona dipende dalla frase, quindi deve essere richiamato con il pronome, che ha la funzione di complemento partitivo. L’inserimento di¬†ne¬†alla prima e alla seconda plurale pu√≤ essere, pertanto, interpretato come un’estensione del costrutto della terza persona. A margine sottolineo che con il verbo¬†essere¬†alla terza persona il¬†ne¬†deve essere preceduto da¬†ce:¬†pi√Ļ ce ne sono¬†(non *pi√Ļ ne sono).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Le frasi seguenti sono corrette?

Le pie donne, guidate dalla Perpetua, raccontavano con enfasi quanto avessero faticato per addobbare a festa la chiesa; attendendo, a volte inutilmente, la riconoscenza degli altri fedeli.

A dire il vero, per stimolare i bislacchi criticoni bastava davvero poco: un abito troppo corto, un’acconciatura particolare, l’ostentazione di qualche appariscente gioiello; e con l’aggiunta dell’invidia, la cattiveria diventava esplosiva.

In quei periodi, indipendentemente dalle zone geografiche, le famiglie di stampo patriarcale relegavano la donna al ruolo di casalinga, madre e moglie; qualche volta anche di amante, qualora i mariti lo avessero desiderato.

Il paese, pur essendo piccolo, aveva tutto ciò di cui gli abitanti potessero avere bisogno:

Lui accettò di buon grado e, pensando che avrebbe fatto cosa gradita alla madre, se ne avesse portate un po’ anche a lei, infilò la canottiera dentro i pantaloni,

La collina retrostante terminava a ridosso della casa e si aveva l’impressione che tenesse in piedi la costruzione, sostenendo il muro posteriore; e non è detto che non fosse proprio così.

E pensare che, quella sera, il Maresciallo non vedeva l’ora di tornare a casa: aveva bellissime novità da comunicare alla famiglia; invece si trovò a dover affrontare una bella grana.

Dovremmo permettergli anche di portare gli amici a casa, così avremmo modo di conoscerli.

Dopo la condanna della ragazza, tutto fu messo a tacere; d’altronde, la vittima sacrificale era stata immolata e si presunse che gli altri panni sporchi fossero stati lavati in casa; ma rimane il dubbio che ci√≤ sia veramente accaduto.

apparsi sui mezzi d’informazione di tutto il mondo ancora prima che le varie agenzie statali avessero inviato le relative informative a chi di competenza.

Nei giorni seguenti, fu messo a punto un piano; la resa dei conti sarebbe avvenuta su un terreno congeniale alla squadra. Era necessario invertire la situazione: fare uscire allo scoperto i trafficanti e permettere alla squadra di agire nell’ombra.

Andrea disse subito che avrebbe chiamato l’ambulanza, ma la madre trovò la forza per dirgli che non voleva andare all’ospedale: se proprio doveva accadere, avrebbe preferito morire a casa, nel suo letto.

Mi dispiacerebbe se lei, da lass√Ļ, pensasse che io abbia voluto (volessi) pi√Ļ bene a pap√†.

 

RISPOSTA:

Sì, le frasi sono tutte corrette. Segnaliamo poche minuzie. Perpetua, se usato come antonomasia, e dunque nome comune, va scritto con l’iniziale minuscola.

‚ÄúSi presunse che gli altri panni sporchi fossero stati lavati in casa‚ÄĚ implica che, all‚Äôepoca in cui lo si presumeva, i panni sporchi erano gi√† stati lavati. Se invece si vuol dire che all‚Äôepoca della presunzione ancora non si sapeva, allora va usato il futuro nel passato mediante il condizionale passato: ‚Äúsi presunse che gli altri panni sporchi sarebbero stati lavati in casa‚ÄĚ.

In ‚ÄúMi dispiacerebbe se lei, da lass√Ļ, pensasse che io abbia voluto (volessi) pi√Ļ bene a pap√†‚ÄĚ vanno bene sia ‚Äúabbia voluto‚ÄĚ sia ‚Äúvolessi‚ÄĚ sia ‚Äúavessi voluto‚ÄĚ. A questo punto, meglio affidarsi al suono ed evitare troppe ‚Äúss‚ÄĚ, quindi meglio ‚Äúabbia voluto‚ÄĚ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

La frase “Si fa presto a dire amore” potrebbe essere analizzata nel seguente modo?

Si fa presto = reggente impersonale

A dire amore = subordinata limitazione

 

RISPOSTA:

S√¨, la subordinata √® una limitativa implicita. Tenga poi conto, per√≤, che per le implicite il confine tra diversi tipi di subordinata √® molto sfumato (limitativa, causale, finale, consecutiva, tra le altre, spesso possono legittimamente essere confuse), in virt√Ļ della estrema polisemia dei connettivi (per, di, a ecc.) e dei modi verbali. Dunque, vale per le subordinate quanto detto spesso per i complementi: pi√Ļ che accanirsi sul tipo (semantico), √® meglio comprendere la funzione sintattica della subordinata. In questo caso, non v‚Äô√® alcun dubbio sulla natura avverbiale della subordinata.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

“I capelli sono pettinati in ciocche sottili e sono tinti di nero”

I due predicati sono nominali o verbali?  Sono entrambi due participi passati che possono essere usati anche come aggettivi o no?

 

RISPOSTA:

Sì, sono entrambi participi, e come tali possono avere valore sia verbale sia nominale. Dunque in entrambe le proposizioni il predicato può essere analizzato sia come verbale, sia come nominale. Abbiamo già discusso nel dettaglio questa dicotomia nel quesito https://dico.unime.it/ufaq/predicato-verbale-o-nominale/, cui rimandiamo per un approfondimento della complessa questione.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

  1. A) Gli ho assicurato/accertato che non era così.

(complemento di termine + completiva oggettiva diretta esplicita)

  1. B) Gli ho assicurato/accertato la buona riuscita del progetto.

(Complemento di termine + complemento oggetto)

  1. C) Li ho assicurati/accertati che non era così.

(complemento oggetto + completiva oggettiva obliqua esplicita)

  1. D) Li ho assicurati/accertati della mia innocenza.

(complemento oggetto + complemento di specificazione oggettiva obliqua [???])

Sul web mi sono imbattuto su discussioni che riguardavano i due verbi in questione.

Ho letto di gente che dava come corrette solo le costruzioni con complemento di termine, ritenendo scorrette frasi come C e D, visto che si andava in contro ad un paradosso, cio√® due complementi oggetti connessi fra loro, paradosso che, a pensarci bene, potrebbe riguardare anche un verbo come “informare”, visto che quest’ultimo ammetterebbe costruzioni come in C e D, col quale per√≤ certe costruzioni sono del tutto normalizzate e idiomatiche.

Io penso che le costruzioni di C e D siano corrette, solo poco comuni, anche perché queste ultime sono altrettanto corrette nella loro forma riflessiva:

  1. E) Mi assicuro/accerto che tutto vada secondo i piani.

(Complemento oggetto + completiva oggettiva obliqua esplicita)

  1. F) Mi assicuro/accerto della tua innocenza.

(Complemento oggetto + complemento di specificazione oggettiva obliqua [???])

Detto questo, mi interessava sapere cosa ne pensasse un esperto in materia, un linguista, in modo che potessi avere le idee pi√Ļ chiare.

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei: la presenza del complemento oggetto nella reggente non impedisce affatto la presenza di una completiva dipendente dal medesimo verbo che regge il complemento oggetto: ‚Äúho rassicurato i miei genitori che sarei tornato presto‚ÄĚ. La subordinate completive, pur comportandosi similmente a un oggetto (o a un soggetto) non possono essere considerate del tutto equivalenti a un complemento oggetto, come dimostrano le completive indirette, le quali, se trasformate in sintagma, richiederebbero una preposizione anzich√© un complemento diretto: ‚Äúli ho rassicurati che verr√≤‚ÄĚ > ‚Äúli ho rassicurati della (o sulla) mia venuta; ‚Äúinformo Luca che arriverai‚ÄĚ > ‚Äúinformo Luca del tuo arrivo‚ÄĚ.

Quello che non va, in alcune delle frasi da lei citate a esempio, √® il complemento; infatti non tutti i verbi ammettono il complemento oggetto o il complemento di termine della persona nel modo da lei (o dalle sue fonti) espresso, e questo indipendentemente dal fatto che vi sia anche una completiva o no. In particolare: ‚Äúaccertare qualcuno‚ÄĚ (e non ‚Äúa qualcuno‚ÄĚ); ‚Äúassicurare qualcuno‚ÄĚ (oppure ‚Äúrassicurare qualcuno‚ÄĚ), non ‚Äúa qualcuno‚ÄĚ. Assicurare e accertare, insomma, non possono reggere il complemento di termine della persona che si assicura/accerta, ma soltanto il complemento oggetto (nelle accezioni qui commentate). Inoltre, ‚Äúaccertare qualcuno‚ÄĚ appartiene comunque a un registro elevato e raro (‚Äúdi basso uso‚ÄĚ lo definisce il Gradit di De Mauro) che sarebbe meglio evitare, tant‚Äô√® vero che l‚Äôitaliano comune usa accertare soltanto in riferimento a fatti, non a persone: ‚Äúaccertare la morte‚ÄĚ, ‚Äúuna notizia‚ÄĚ e simili.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

La frase “Il Giappone √® un paese in via di sviluppo in termini economici e sociali” pu√≤ essere analizzata nel seguente modo:.
Il Giappone= soggetto
E’= predicato nominale
Un paese= nome del predicato
In via di sviluppo= complemento di luogo figurato
In termini economici= complem di limitazione.

Nelle frase “Abbiamo deciso di pensarci in termini di costi”, il complemento “in termini di costi” √® complemento di limitazione?

 

RISPOSTA:

√ą: copula, che insieme al nome del predicato ‚Äúun paese‚ÄĚ costituisce il predicato nominale.
In via di sviluppo: complemento di qualit√†; ma, nell‚Äôinsensatezza dell‚Äôanalisi logica tradizionale, essendo una locuzione aggettivale (pur costituita da un sintagma preposizionale), pu√≤ essere tranquillamente analizzata anche come attributo del nome del predicato. Quel che conta √® comprendere che ‚Äúin via di sviluppo‚ÄĚ svolge qui il ruolo di circostante (cio√®, pi√Ļ o meno, attributo) rispetto a ‚Äúun paese‚ÄĚ.
S√¨ per tutto il resto: sono entrambi complementi di limitazione (ovvero, pi√Ļ utilmente, svolgono il ruolo di espansioni frasali).
Quanto al senso della prima frase, è certamente errato definire il Giappone un paese in via di sviluppo.
Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Frase “Egli ha il ruolo di un testimone che si limita a citare le¬† parole della persona in questione, lasciando a lei la responsabilit√† di quanto dice”.

Quesiti:

  1. “S√¨ limita a citare” si pu√≤ considerare un unico predicato verbale (Come se dicessi “cita soltanto…‚ÄĚ)?
  2. “In questione” = complemento di argomento?
  3. “Lasciando” = introduce una subordinata modale, finale o consecutiva?

 

RISPOSTA:

  1. ‚ÄúSi limita a citare‚ÄĚ non pu√≤ essere considerato come un unico predicato, secondo la sintassi tradizionale, perch√© ‚Äúsi limita‚ÄĚ non svolge n√© il ruolo di verbo modale, n√© il ruolo di verbo aspettuale o fraseologico. Pertanto ‚Äúsi limita‚ÄĚ √® il verbo della proposizione reggente, mentre ‚Äúa citare‚ÄĚ √® il verbo della subordinata implicita infinitiva, che pu√≤ essere analizzata sia come completiva sia come finale.
  2. La tradizionale tipologia dei complementi √® del tutto inutile, in sintassi. Qui l‚Äôimportante √® capire che la locuzione aggettivale ‚Äúin questione‚ÄĚ svolge un ruolo analogo a quello di un aggettivo (come se fosse ‚Äúla persona nota‚ÄĚ o ‚Äúgi√† nominata‚ÄĚ), ovvero di circostante frasale. In quanto tale, se proprio si vuol tornare all‚Äôinutile nomenclatura scolastica, potrebbe essere analizzato come complemento di qualit√†.
  3. La subordinata implicita gerundiva ‚ÄúLasciando a lei la responsabilit√†‚ÄĚ, stante la polifunzionalit√† del gerundio, pu√≤ essere analizzata sia come modale (che √® la scelta migliore), sia come consecutiva (√® talmente asettico da lasciare a lei la responsabilit√†‚Ķ), sia come finale (lo fa per lasciare a lei la responsabilit√†‚Ķ).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In un recente intervento di una parlamentare ho sentito questa frase: “Non vorrei che nessuna donna che in questo momento VORREBBE abortire si sentisse attaccata da questo stato”. Si tratta di un intervento emotivamente concitato, per√≤ l’uso del condizionale non mi convince, per via della sfumatura ipotetica. Cosa ne pensate, √® accettabile?

 

RISPOSTA:

Il condizionale nella relativa di questa frase non è accettabile, ma va sostituito con il congiuntivo imperfetto: la relativa, infatti, è fortemente attratta dal modello della proposizione ipotetica (che in questo momento volesse abortire = se in questo momento volesse abortire).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

L’analisi logica delle seguenti frasi √® corretta?
“Sono stato sottoposto a visita medica”.
Sono stato sottoposto = predicato verbale;
a visita medica: complemento predicativo del soggetto (o di fine).

“La casa √® in fiamme”.
La casa = soggetto;
è = pred. verbale;
in fiamme = complemento di stato in luogo figurato.

Nella frase “Ho dato una casa in affitto”, il complemento¬†in affitto¬†pu√≤ considerarsi complemento di qualit√†?

 

RISPOSTA:

A visita medica¬†pu√≤ essere considerato soltanto complemento di termine, mentre¬†in affitto¬†potrebbe essere classificato come complemento di fine. Entrambe queste etichette, per√≤, risultano forzate: l’analisi logica, infatti, non funziona bene con espressioni come¬†sottoporre a visita, o¬†dare in affitto¬†(ma anche¬†dare ascolto,¬†fare il proprio ingresso,¬†prendere una decisione,¬†mettere in campo¬†e tante altre). Queste espressioni, che sono dette¬†costruzioni a verbo supporto, consentono di veicolare un significato verbale attraverso un sintagma nominale o preposizionale, grazie all’unione di questo sintagma con un sintagma verbale desemantizzato (cio√® privato di un significato proprio). Il modo migliore di analizzare queste espressioni sarebbe, quindi, considerarle insieme, come predicati nominali, cio√® predicati in cui la parte predicativa non √® il verbo ma il nome. Tale opzione, per√≤, non √® prevista dall’analisi logica (ma √®, invece, prevista nell’ambito della grammatica valenziale).
La prova che le costruzioni a verbo supporto siano espressioni unitarie è che molte di queste possono essere parafrasate con un verbo: sottoporre a visita = visitare (e, quindi, essere sottoposto a visita = essere visitato), dare in affitto = affittare (come anche prendere in affitto = affittare), prendere una decisione = decidere ecc. Per le costruzioni che non corrispondono a singoli verbi vale lo stesso principio, con la differenza che, banalmente, nella lingua non esiste (ancora) un verbo con quel significato.
Per¬†essere in fiamme¬†il discorso √® diverso:¬†in fiamme¬†non √® un luogo figurato n√© una situazione che racchiude la casa; √®, piuttosto, un modo di essere temporaneo della casa (corrisponde pi√Ļ o meno all’aggettivo¬†infuocata). Ne deriva che¬†√®¬†√® copula e¬†in fiamme¬†√® parte nominale del predicato nominale.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Guardando un video di una docente di inglese e di comunicazione aziendale mi sono sorti dei dubbi sull’uso del congiuntivo. Riporto tre frasi di cui non capisco la costruzione.
1. Avevo distribuito volantini a tutti i ristoranti che mi capitassero di trovare.
2. Vi do tre consigli per gestire le telefonate di un cliente che parli inglese.
3. Mi è capitato che di fronte alla telefonata di un cliente che parlasse inglese.
Io nel primo e terzo caso avrei usato l’imperfetto, nel secondo il presente. Non ho fatto il liceo, ma un istituto professionale e faccio sempre molta fatica a capire casi come questo, anche studiando la grammatica di riferimento.

 

RISPOSTA:

In effetti i tempi usati dalla docente nelle frasi sono quelli che avrebbe usato lei, che sono anche quelli corretti: l’imperfetto nella prima e nella terza, il presente nella seconda. Per quanto riguarda il modo congiuntivo, si tratta di una scelta meno comune dell’indicativo nelle proposizioni relative, ma non √®, per questo, scorretto. Nelle frasi in questione nelle proposizioni relative si pu√≤ usare sia l’indicativo sia il congiuntivo, senza che il significato cambi: il congiuntivo rende semplicemente la frase pi√Ļ formale, adatta a un registo pi√Ļ elevato. Si potrebbe pensare che il congiuntivo aggiunga una sfumatura di eventualit√† alla proposizione, ma non √® cos√¨: la sfumatura di eventualit√†, se c’√®, √® veicolata dall’intera frase, non dal modo del verbo della subordinata. Si osservi, infatti, che il congiuntivo √® usato sia nella frase 2, in cui si parla di un cliente che potrebbe parlare inglese, sia nella frase 3, in cui si parla di clienti veramente conosciuti, quindi dei quali √® noto se parlassero inglese o no. Anche nella frase 1, del resto, i ristoranti nei quali sono stati distribuiti i volantini sono stati trovati o no: non c’√® niente di ipotetico in questo processo. Sottolineo, a margine, che nella relativa della frase 1 c’√® un errore sintattico indipendente dal modo verbale usato. La terza persona plurale di¬†capitassero¬†dipende dall’idea che il pronome¬†che, riferito ai ristoranti, sia il soggetto della proposizione relativa; ovviamente, per√≤, non √® cos√¨: il verbo¬†capitare¬†√® usato nella forma impersonale, senza soggetto, e¬†che¬†(riferito ai ristoranti) √® il complemento oggetto di¬†trovare. La forma di¬†capitare¬†da usare √®, quindi, la terza persona singolare¬†capitasse¬†(o¬†capitava, se si vuole usare l’indicativo), che √® la forma richiesta quando il verbo √® impersonale.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quale delle frasi √® corretta? “Ad un tratto il capo mi dice che se fossi riuscita a svolgere il compito avrei ottenuto un aumento” o “Ad un tratto il capo mi dice che se riuscir√≤ a svolgere il compito otterr√≤ un aumento” o “Ad un tratto il capo mi dice che se riuscissi a svolgere il compito otterrei un aumento”.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono ugualmente corrette, ma rappresentano il riuscire come altamente improbabile (se fossi riuscita), fattuale (se riuscirò), possibile (se riuscissi).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho trovato queste frasi nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:

(1) ‚ÄúIo c‚Äôavevo guadagnato una Sakura acustica con la paletta in finta madreperla su cui spaccarmi i polpastrelli; lui un partner affidabile e diligente che accompagnasse i suoi assolo‚ÄĚ (p. 33).

Il che prima di accompagnasse è evidentemente un pronome relativo, che, a mio parere, introduce una proposizione dipendente impropria, cioè una proposizione consecutiva. Possiamo, quindi, sostituirlo con tale che? L’uso dell’imperfetto congiuntivo accompagnasse per me dà una sfumatura di un’eventualità, e quindi la sfumatura per me si avvinca a quella di una proposizione finale con il verbo all’imperfetto del congiuntivo.
Se sostituissimo¬†accompagnasse¬†con¬†avrebbe accompagnato¬†sembrerebbe che l’evento successivo sia certo, non pi√Ļ un‚Äôeventualit√†; in quel caso, quindi, la proposizione relativa impropria non avrebbe pi√Ļ la sfumatura finale, ma avrebbe soltanto quella consecutiva: giusto?

Secondo esempio:

(2) ‚ÄúE dato che non c‚Äô√® limite all‚Äôimprudenza, gli avevo lanciato un‚Äôocchiata che un ceffo di tale suscettibilit√† avrebbe di certo interpretato nel peggiore dei modi‚ÄĚ (p. 14).

A mio parere, anche in questa frase il che è un pronome relativo, ma curiosamente Piperno ha usato avrebbe interpretato invece dell’imperfetto del congiuntivo. A mio parere qui il pronome relativo introduce ancora una proposizione relativa impropria con valore consecutivo. A differenza dell’esempio (1), però, mi dicono che interpretasse non sia ammesso. Quindi se fosse così concluderei che la proposizione impropria non può essere una finale dato che le proposizioni finali reggono sempre un verbo al congiuntivo: è giusto?

Terzo esempio:

(3) ‚ÄúGli avevo lanciato un’occhiata che aprisse svariati scenari possibili (che avrebbe aperto svariati scenari possibili)‚ÄĚ.

Mi dicono che cos√¨ sia¬†aprisse¬†sia¬†avrebbe aperto¬†siano accettabili. √ą giusto? Se tutti e due i verbi sono corretti nell‚Äôesempio significa che la proposizione relativa potrebbe essere interpretata sia come finale sia come consecutiva?
Mi domando se sia necessario in una proposizione relativa impropria che l’oggetto a cui fa riferimento il pronome relativo sia il soggetto della dipendente per interpretare la dipendente impropria come una finale.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa nell’esempio 1 riceve effettivamente dal congiuntivo una sfumatura eventuale, che le fa prendere un significato consecutivo-finale. Quando nella reggente √® descritta un’azione volontaria non √® facile distinguere tra i due valori, perch√© l’evento descritto nella proposizione relativa pu√≤ essere interpretato come la conseguenza o anche come il fine dell’azione della reggente; nella frase in questione, per√≤, nella reggente √® descritta una condizione (lui (ci aveva guadagnato) un partner), per cui si pu√≤ scartare il valore finale, visto che una condizione √® uno stato di fatto privo di finalit√†. La sostituzione di¬†che¬†con¬†tale che in questo caso √® possibile (con l’effetto di trasformare il che a met√† tra il relativo e la congiunzione consecutiva in una congiunzione consecutiva), anche se la sintassi in questo modo diventa poco naturale; con tale sarebbe preferibile la costruzione della consecutiva con l’infinito: , tale da accompagnare i suoi assolo.
Se sostituiamo il congiuntivo imperfetto con il condizionale passato la sfumatura eventuale viene meno e l’evento descritto nella relativa diviene fattuale: con¬†che avrebbe accompagnato i suoi assolo, quindi, si intende descrivere quello che effettivamente sarebbe successo in seguito al verificarsi della condizione della reggente, non quello che sarebbe potuto succedere come conseguenza della condizione descritta nella reggente. Lo stesso avviene se sostituiamo¬†che¬†con¬†tale che:¬†, tale che avrebbe accompagnato i suoi assolo.
Nella frase 2 il condizionale passato indica, come indicherebbe nella 1, che l’evento descritto √® un fatto, non una possibilit√†. Va sottolineato che, trattandosi di un evento successivo, la fattualit√† non pu√≤ che essere immaginata dal parlante, infatti nella frase si legge¬†avrebbe di certo interpretato, cio√® ‘avrebbe – io credevo in quel momento – interpretato’. Il congiuntivo imperfetto non √® affatto impossibile, ma √® strano:¬†un‚Äôocchiata che un ceffo di tale suscettibilit√† interpretasse nel peggiore dei modi¬†√® un’occhiata lanciata con lo scopo di suscitare nel ceffo la reazione peggiore; la relativa, cio√®, prende, per via del congiuntivo, il tipico significato consecutivo-finale. La stranezza dipende dal fatto che il bersaglio dell’azione (un ceffo di tale suscettibilit√†) √® rappresentato come indeterminato, quindi l’azione sarebbe rappresentata come finalizzata a suscitare una certa reazione su un bersaglio indeterminato. La costruzione con il congiuntivo diviene del tutto regolare se si rappresenta il bersaglio come determinato; per esempio:¬†avevo lanciato a quei due un‚Äôocchiata che interpretassero nel peggiore dei modi. L’esempio 3 funziona esattamente come il 2. Per quanto riguarda l’ultima osservazione, non √® cos√¨: il relativo pu√≤ avere varie funzioni nella proposizione che introduce anche quando questa ha un significato consecutivo-finale.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

A) Se ci fosse un libro che mi intrattenesse, lo comprerei.
B) Se ci fosse un libro che mi intratterrebbe, lo comprerei.
C) Se ci fossero delle persone che mi aiutassero, sarei loro riconoscente a vita.
D) Se ci fossero delle persone che mi aiuterebbero, sarei loro riconoscente a vita.

Le frasi col congiuntivo (A e C) mi sembrano senza dubbio corrette.
Il mio dubbio riguarda le frasi B e D, cioè quelle al condizionale.
Secondo me, però, potrebbero avere una loro correttezza grammaticale, immaginando che quel condizionale abbia una protasi implicita:
B) Se ci fosse un libro che mi intratterrebbe (se lo leggessi), lo comprerei.
D) Se ci fossero delle persone che mi aiuterebbero (se mi trovassi in difficoltà), sarei loro riconoscente a vita.

 

RISPOSTA:

Le frasi B e D sono effettivamente scorrette: il condizionale, infatti, non si giustifica in nessun modo, mentre il congiuntivo delle frasi A e C √® attratto dal congiuntivo delle proposizioni reggenti. Anche in presenza di protasi al congiuntivo imperfetto, le proposizioni relative, che sarebbero le apodosi di questi (arzigogolati) periodi ipotetici, sarebbero costruite comunque al congiuntivo. Possibile, invece, l’indicativo, che abbassa leggermente la formalit√† delle frasi:¬†Se ci fosse un libro che mi intrattiene;¬†Se ci fossero delle persone che mi aiutano.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La frase “Dove √® finito il nostro scrupolo e professionalit√†” √® corretta? Ma se ci attenessimo alla regola che vuole il verbo ed eventuali parti variabili al plurale per il numero plurale (“Dove sono finiti i nostri scrupolo e professionalit√†”) sbaglieremmo?

 

RISPOSTA:

Per quanto affini l’uno all’altra, lo scrupolo e la professionalit√† non possono essere considerati un’unica entit√†, mentre gli esempi portati in questa risposta s√¨. A riprova di ci√≤, la frase formulata da lei (con l’accordo del verbo, dell’articolo e dell’aggettivo possessivo solamente con scrupolo)¬†non √® corretta, mentre lo sarebbero frasi come¬†“Mezzogiorno e un quarto per me √® tardi: vediamoci prima”, oppure “Questo pane e formaggio √® buonissimo” (all’opposto, nessun parlante nativo direbbe *”Mezzogiorno e un quarto per me sono tardi: vediamoci prima”, oppure *”Questi¬†pane e formaggio sono buonissimi”).

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale fra le due seguenti affermazioni è corretta da un punto di vista grammaticale?
Fai il saggio e TRANNE vantaggio.
Fai il saggio e TRAINE vantaggio.

 

RISPOSTA:

La forma verbale corretta √®¬†traine, formata da¬†trai¬†seconda persona singolare dell’imperativo del verbo¬†trarre, e¬†ne, particella pronominale che in questo caso pu√≤ essere parafrasata con ‘da questo comportamento’. La forma¬†tranne¬†(che coincide con la preposizione¬†tranne¬†‘eccetto’) non fa parte della coniugazione di questo verbo; non bisogna, quindi, confondersi con gli imperativi di altri verbi correttamente formati con il raddoppiamento della¬†n¬†di¬†ne:¬†danne¬†(da¬†dare),¬†fanne¬†(da¬†fare),¬†dinne¬†(da¬†dire),¬†vanne¬†(da¬†andare), stanne (da stare).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “Mi servo di te”,¬†di te¬†a quale complemento appartiene?

 

RISPOSTA:

Nell’analisi logica √® un complemento di specificazione; la funzione del sintagma, per√≤, si coglie meglio con l’etichetta di¬†oggetto obliquo, propria della grammatica valenziale. Dal momento che¬†servirsi di¬†si comporta come¬†godere di, rimando a¬†questa risposta¬†per la spiegazione dell’etichetta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

La domanda diretta nella frase ¬ęRenata domand√≤ a Luca: “Vuoi venire a teatro con me sabato prossimo?”¬Ľ pu√≤ essere trasformata in indiretta in modi diversi:
¬ęRenata domand√≤ a Luca se voleva / avesse voluto / avrebbe voluto / volesse andare a teatro con lei il sabato seguente¬Ľ.
Qual √® l’alternativa migliore?

 

RISPOSTA:

L’alternativa migliore √®¬†volesse: il congiuntivo imperfetto nella proposizione interrogativa indiretta (e nelle altre completive) descrive, infatti, un evento contemporaneo o successivo a quello della reggente quando quest’ultimo √® passato. Del tutto adeguato anche il condizionale passato¬†avrebbe voluto, che descrive un evento successivo a quello della reggente quando questo √® passato, ed √® preferito al congiuntivo imperfetto in contesti di media formalit√†. Possibile anche l’indicativo imperfetto¬†voleva, equivalente in questo caso al congiuntivo imperfetto, ma decisamente meno formale. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto, a rigore, descrive l’evento come precedente a quello della reggente quando questo √® passato; non √® adatto, quindi, a descrivere il rapporto tra la domanda e il volere di Luca. In alternativa, il trapassato potrebbe descrivere il volere come precedente a un altro evento, qui non nominato (per esempio “Renata domand√≤ a Luca se avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”); nella frase in questione, per√≤, non sembra esserci questa intenzione. Alcuni parlanti userebbero, comunque, il congiuntivo trapassato in questa frase, probabilmente come conseguenza della confusione tra la proposizione interrogativa indiretta e la condizionale, nella quale il congiuntivo trapassato √® associato all’irrealt√†. Con questa forma, quindi, tali parlanti intenderebbero presentare la domanda come non tendenziosa, ovvero cortese, aperta a ogni risposta. Che il congiuntivo trapassato avrebbe qui la funzione impropria di rendere la domanda pi√Ļ cortese √® provato dall’impossibilit√† di usarlo con la stessa funzione nelle altre completive. Si prenda, ad esempio, la frase “Renata immagin√≤ che Luca _________________ andare a teatro con lei il sabato seguente”: le soluzioni possibili sono¬†volesse,¬†avrebbe voluto,¬†voleva. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto¬†√® possibile soltanto con la funzione propria di collocare il¬†volere¬†in un momento precedente a un altro, qui non nominato (per esempio “Renata immagin√≤ che Luca avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi sulla concordanza dei seguenti verbi.

  • Se ci√≤ non si verifica, i miei parenti sono tenuti a prendere provvedimenti / Se ci√≤ non si dovesse verificare, i miei parenti saranno tenuti a prendere provvedimenti;

  • L’uso di questi dispositivi peggiorino (o peggiori) le capacit√† cognitive.

 

RISPOSTA:

Entrambe le versioni della prima frase sono corrette, ma occorrono alcune precisazioni. L’indicativo presente al posto del futuro (non si verifica e sono tenuti a prendere provvedimenti al posto di non si verificher√† e saranno tenuti a prendere provvedimenti) abbassa il registro della frase, quindi si adatta a un contesto informale. La seconda opzione, cio√® quella con il congiuntivo presente non si dovesse verificare, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Nella seconda frase la concordanza dev’essere al singolare, ma all’indicativo presente e non al congiuntivo, quindi: “L’uso di questi dispositivi peggiora le capacit√† cognitive”, dove peggiora si accorda con l’uso.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se nello scritto √® pi√Ļ corretta la forma con il congiuntivo o l’indicativo: “Se ci√≤ non si verifica, i miei parenti sono tenuti a prendere provvedimenti” oppure “Se ci√≤ non si dovesse verificare, i miei parenti saranno tenuti a prendere provvedimenti”?

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono ugualmente corrette, ma diverse. La prima √® un periodo ipotetico del primo tipo, o della realt√†, con l’indicativo sia nell’apodosi (la proposizione principale), sia nella protasi (la proposizione ipotetica); la seconda √® un periodo ipotetico misto, con un’apodosi della realt√† e una protasi del secondo tipo, o della possibilit√†. La scelta tra le due frasi dipender√† dal significato ricercato: con la prima l’ipotesi √® rappresentata come fattuale, con la seconda la stessa ipotesi √® rappresentata come possibile, eventuale, incerta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho trovato questa frase nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:
“Potr√† apparire strano che fin qui non avessi ancora messo a parte i miei dei pericoli che incombevano sul loro unico figlio”.
Nella completiva dipendente trovo curioso che il tempo verbale usato sia il trapassato del congiuntivo (avessi messo) invece del congiuntivo passato (abbia messo). So che la concordanza dei tempi √® pi√Ļ rigida con le completive di questo tipo e volevo capire la ragione per cui il tempo verbale sia ammissibile in questa frase. √ą una scelta stilistica?
√ą possibile che Piperno voglia impartire una sfumatura di una cosa nel passato che √® successo prima di un‚Äôaltra cosa nel passato? √ą lecito sia nella lingua parlata sia nella lingua scritta?

 

RISPOSTA:

Il trapassato √® la scelta pi√Ļ regolare in questo contesto; il tempo di riferimento, infatti, √® il passato (lo si evince dall’imperfetto¬†incombevano)¬†e con il trapassato si intende, appunto, descrivere un evento avvenuto (o non avvenuto) precedentemente. Sorprendente, piuttosto, √® l’avverbio¬†fin qui¬†usato per riferirsi a un momento passato, ovvero con il significato non di ‘fino ad adesso’ ma di ‘fino ad allora’. Si tratta di un uso molto comune nella lingua parlata, sfruttato in letteratura per confondere il piano della narrazione con quello dell’enunciazione (una tecnica nota come¬†discorso indiretto libero). Il piano temporale su cui si colloca¬†fin qui¬†√® ancora pi√Ļ ambiguo per via della presenza di¬†potr√†, futuro epistemico equivalente a ‘forse √®’, riferito al momento dell’enunciazione. Nella frase, insomma, lo scrivente si rivolge al lettore dicendo che nel momento in cui quest’ultimo sta leggendo appare probabilmente strano che in quel momento del passato (identificato con fin qui) lo scrivente stesso non avesse ancora compiuto (evento descritto al trapassato) quell’azione.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

A¬†mio parere le parole combaciare, collimare, coincidere stanno a significare un contatto perfetto fra due superfici ma non necessariamente una fusione, mentre il termine collegare e aderire (come suggerisce l’etimologia) presuppongono non solo il contatto ma anche la fusione. Se ci√≤ fosse vero, asserire che due superfici si trovano nel rapporto indicato dai primi termini (collimare, coincidere, combaciare), significherebbe tassativamente che esse si toccano ma non si fondono l’una con l’altra oppure il fatto che si fondino o meno resterebbe incerto?

 

RISPOSTA:

In nessuno dei verbi da lei presi in esempio emerge l’idea di “fusione” ma quella di “corrispondenza”. In casi come questo, l’etimologia delle parole pu√≤ venirci in aiuto.
Collimare √® una lettura errata del latino collineare (da cum + linea), che significava ‘mettere sulla stessa linea’ (in italiano diventa termine tecnico nell’astronomia e si espande con il significato generale di ‘coincidere’); coincidere deriva dal latino cum e incidere, cio√® ‘cadere dentro insieme’; collegare, dal latino colligare, a sua volta composto da cum e ligare, significa ‘legare insieme’; aderire viene dal latino adhaerere, composto di ad, che significa ‘a’, e haerere, cio√® ‚Äėstare attaccato‚Äô; infine, combaciare che, come suggerisce la parola stessa, √® composto da con e baciare.
Vedendoli insieme, tutti i verbi sono connessi semanticamente dall’idea di corrispondenza fra due unit√† e per nessuno di essi si pu√≤ dire che ci sia un grado pi√Ļ o meno alto di “fusione”. Una frase come “due parti del materiale combaciano bene”, per significare che due parti sono perfettamente sovrapponibili, equivale a “due parti del materiale aderiscono bene” / “due parti del materiale coincidono bene” / “due parti del materiale collimano bene”; non √® frequente, ma si pu√≤ usare una frase come “due parti del materiale (si) collegano bene”. Il significato primario di collegare per√≤ indica che stiamo mettendo in contatto due parti, cio√® che le stiamo unendo, come nella seguente frase: “collegare due parti del materiale”.
Escludendo aderire e coincidere, i cui significati primari sono ‘essere attaccato’ e ‘corrispondere perfettamente’, gli altri verbi in questione sono sovrapponibili nei loro significati figurati (combaciare, collimare) e nel loro uso intransitivo (collegare): “Le idee di Marta combaciano con le mie” equivale a “Le idee di Marta collimano con le mie”, “Le idee di Marta (si) collegano alle mie”.
In una frase come “Luca aderisce a quella manifestazione” il verbo aderire, invece, non pu√≤ essere cambiato per via del suo uso figurato che significa ‘sostenere con la propria partecipazione’.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quale delle due frasi √® corretta: “Sar√† difficile che ti ricorderai di me” oppure “sar√† difficile che ti ricordi di me”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette. Un evento futuro espresso con una proposizione completiva dipendente da una reggente al futuro o al presente pu√≤ essere descritto con il congiuntivo presente (qui¬†ricordi) o con l’indicativo futuro (qui¬†ricorderai). Il congiuntivo √® la scelta pi√Ļ formale; l’indicativo quella pi√Ļ adatta al parlato e allo scritto medio-basso. Per un approfondimento della questione si veda¬†questa risposta.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle frasi che costituiscono l’elenco numerato √® pi√Ļ appropriato utilizzare il congiuntivo o l’indicativo del verbo indicato tra parentesi?
Per l’analisi dei libri di testo è stato impiegato il modello di sviluppo dell’autonomia di Reinders, basato su 8 livelli, per ciascuno dei quali sono stati ricercati nei testi specifici elementi:
1. Per il livello della definizione dei bisogni sono stati ricercati elementi che (permettono o permettano?) al discente di riflettere sui propri punti di forza, di debolezza ed esigenza nell’utilizzo della LS.
3. Per la pianificazione dell’apprendimento è stato verificato se i libri (consentono o consentano?) al discente di definire i tempi, le modalità e gli obiettivi di apprendimento per ciascuna unità o alcune di esse.
5. Per la selezione delle strategie di apprendimento sono state ricercate sia attività che informazioni che (aiutano o aiutino?) il discente ad adottare consapevolmente una specifica strategia di apprendimento.
6. Per il livello delle esercitazioni √® stata osservata la presenza di esercizi liberi, in cui lo studente (pu√≤ o possa?) utilizzare la LS senza rigide linee guida ed esprimersi, quindi, in modo pi√Ļ autentico sia in classe che al di fuori.
7. Per il monitoraggio dei progressi sono state ricercate sezioni che (permettono o permettano?) al discente di registrare e riflettere su cosa e come ha imparato.
8. Infine, per il livello della valutazione sono state considerate attività di autovalutazione o di feedback tra pari che (consentono o consentano?) agli studenti di esprimere un giudizio su ciò che essi stessi o i propri pari hanno appreso.

 

RISPOSTA:

In tutti i casi meno uno il verbo si trova all’interno di proposizioni relative. Queste ultime, tipicamente costruite con l’indicativo, possono prendere il congiuntivo quando il pronome relativo ha un antecedente indeterminato; il congiuntivo invece dell’indicativo produce un innalzamento diafasico, mentre il significato, a seconda della frase, non cambia affatto oppure assume una sfumatura consecutivo-finale. Mentre, ad esempio,¬†elementi che permettono¬†indica che gli elementi ricercati posseggono la qualit√† descritta (cio√® permettono al discente di riflettere),¬†elementi che permettano¬†indica che gli elementi sono ricercati perch√© posseggano quella stessa qualit√†, o, in altre parole, nel primo caso si cercano degli elementi con una certa qualit√†, nel secondo si cerca una certa qualit√† posseduta da alcuni elementi. Del tutto ininfluente sul significato √®, invece, la scelta del modo verbale nella proposizione interrogativa indiretta nella frase 3: qui la scelta dipende soltanto da ragioni diafasiche, ovvero dall’intento di usare un registro medio-alto (con il congiuntivo) o medio-basso (con l’indicativo).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi chiedo come fare l’analisi logica di frasi come questa: “La lezione dovr√† essere interessante”. Il verbo _essere_fa da copula anche se accompagnato dal servile? O va considerato predicato verbale? Ma in quest’ultimo caso, l’aggettivo finale cosa sarebbe? Predicativo del soggetto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica il verbo viene considerato per la sua funzione di predicato, non per la sua forma: il sintagma¬†dovr√† essere, pertanto, viene analizzato tutto insieme, perch√© svolge una funzione unitaria. Tale funzione √® quella di copula, cio√® di collegamento tra il soggetto e un suo completamento, che qui √® rappresentato dall’aggettivo¬†interessante, definito¬†nome del predicato¬†o¬†parte nominale. Il sintagma complesso¬†dovr√† essere interessante¬†√®, quindi, un predicato nominale.
Si noti, a margine, che la parte nominale del predicato nominale √® di fatto un tipo di complemento predicativo del soggetto; ha, infatti, la stessa funzione del predicativo del soggetto retto da verbi copulativi. In “Luca √® simpatico” e “Luca sembra simpatico”, cio√®,¬†simpatico¬†ha la stessa funzione di completare il soggetto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei porvi una domanda in merito (a mio parere) alla scarsa chiarezza riscontrabile nei testi di grammatica, in merito al rapporto fra la forma riflessiva e la forma passiva.
Nella forma riflessiva apparente (ad es., “Paolo si lava le mani”), il verbo sembra essere transitivo. Allora essendo transitivo dovrebbe essere possibile trasformare la frase riflessiva in passiva. Ad es., “Le mani di Paolo sono lavate da s√© stesso”.
Ora, a prescindere dalla correttezza o meno dell‚Äôesempio, mi aspetterei che le grammatiche ne parlino. Oppure, se contraddice la regola, in quanto il verbo¬†lavarsi¬†non sarebbe transitivo, gli autori dei testi scolastici potrebbero spendere qualche parola in pi√Ļ e dire esplicitamente che la forma passiva non √® possibile ottenerla dalle frasi riflessive. Punto.
Tenete conto che molto spesso gli allievi (specie quelli non madre lingua italiana, magari impegnati nell’apprendimento dell‚Äôitaliano L2 ) necessitano di regole grammaticali – morfologiche e sintattiche – un po‚Äô pi√Ļ agili, pi√Ļ lineari, meno deduttive.

 

RISPOSTA:

Il problema che lei solleva discende dall’idea che la forma passiva del verbo “si ottenga” da quella attiva. In realt√†, la forma passiva del verbo ha le sue regole di formazione indipendenti dalla forma attiva; essa, inoltre, coinvolge la costruzione dell’intera frase e dipende dall’intento dell’emittente di rappresentare la realt√† in un certo modo (mettendo in primo piano il processo e in secondo piano l’agente). La specularit√† tra la costruzione della frase attiva e passiva con i verbi transitivi √® un fatto secondario, utile in chiave didattica, perch√© consente di instaurare un confronto tra le due, ma non essenziale per comprendere la funzione specifica della costruzione passiva. Anzi, tale confronto rischia di essere fuorviante, proprio perch√© concentra l’attenzione sulla corrispondenza formale tra attivo e passivo e oscura la funzione specifica della costruzione passiva. Venendo al suo caso, √® vero che tra la costruzione attiva e quella passiva dei verbi transitivi pronominali c’√® una corrispondenza imperfetta, perch√© nel passivo viene a mancare l’elemento pronominale che sottolinea il vantaggio che il soggetto trae dal processo o la particolare intensit√† con cui partecipa al processo. Tale imperfezione, per√≤, non annulla la corrispondenza; non c’√® qui, quindi, un’eccezione da rilevare, ma una minima deviazione dalla regolarit√†. Ora, soffermarsi a puntualizzare le innumerevoli deviazioni dalla regolarit√† non √® possibile, n√© utile (si ricordi che la stessa regolarit√† delle costruzioni √® una schematizzazione di comodo): se le grammatiche scolastiche lo facessero diventerebbero indigeribili e abdicherebbero alla loro funzione di inquadramenti sintetici per principianti.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Espressioni come¬†ne consegue e¬†ne deriva , o anche¬†se ne desume, reggono il congiuntivo? Oppure l’Indicativo? O entrambi? In genere, quando scrivo preferisco, a livello di suono, il congiuntivo, non credo per√≤ ci sia una forma necessaria. Quale potrebbe essere pi√Ļ corretta?

 

RISPOSTA:

Queste espressioni impersonali reggono una proposizione soggettiva, che pu√≤ essere costruita con l’indicativo o il congiuntivo. Il modo scelto non modifica il significato della frase, ma influisce sul registro: il congiuntivo √® pi√Ļ formale e pi√Ļ adatto allo scritto medio-alto; l’indicativo √® meno formale, quindi pi√Ļ adatto al parlato e allo scritto trascurato.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le due frasi sono corrette?

1. Non ve n’√® mai fregato della vostra famiglia.

2. Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette, ma hanno significati opposti per via del verbo, che soltanto in apparenza √® uguale. Nel primo esempio, il verbo coinvolto √® fregarsi, un verbo intransitivo pronominale che significa ‘importare’; la frase, quindi, pu√≤ essere interpretata cos√¨: “Non vi √® mai importato della vostra famiglia”. Il pronome atono ne, in questo caso, serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon ve n‘√® mai fregato della vostra famiglia“. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato.
Nel secondo esempio, invece, la frase √® costruita attorno al verbo procomplementare fregarsene (sui verbi procomplementari rimando alle risposte contenute nell’Archivio di DICO). Il suo significato non √® ‘importare’, come per fregarsi, ma ‘mostrare indifferenza, infischiarsene’. La frase, quindi, assume tutto un altro senso: “Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia” equivale a “Non avete mai mostrato indifferenza nei confronti della vostra famiglia”, quindi “Vi siete sempre interessati della vostra famiglia”.
Questo caso, molto interessante, è un tipico esempio la cui risoluzione richiede una particolare attenzione alle particelle pronominali presenti nella frase, che possono modificare o, addirittura, ribaltare il significato di ciò che si vuole scrivere o dire.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quali fra queste due frasi è corretta?

Si sono create circostanze ed eventi che hanno portato…

Si sono creati circostanze ed eventi che hanno portato…

La mia intenzione è che il verbo creare comprenda sia circostanze che eventi.

 

RISPOSTA:

Quando due o pi√Ļ nomi sono sono di genere diverso, la norma prevede che l’accordo del participio (lo stesso vale per l’aggettivo) sia plurale maschile, quindi si sono creati circostanze ed eventi. In un caso come questo, per√≤, in cui il primo nome √® femminile, l’accordo risulta poco gradevole; tuttavia, questo problema pu√≤ essere risolto ripetendo il participio: si sono creati le circostanze e si sono creati gli eventi; oppure, pi√Ļ economicamente, invertendo l’ordine dei nomi: si sono creati gli eventi e le circostanze.
Raphael Merida

Parole chiave: Accordo/concordanza, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Non mi √® chiaro perch√©, in una precedente risposta del 2020, nella frase¬†sembrano guidare¬†l’infinito corrisponde ad una soggettiva. Vi chiedo altres√¨ indicazione di una grammatica che possa fugare dubbi del genere.

 

RISPOSTA:

La proposizione retta da¬†sembrare¬†non pu√≤ che essere di tipo completivo, perch√© il verbo¬†sembrare, come gli altri verbi copulativi, collega il soggetto con un suo completamento o sintagmatico (“I cavalli¬†sembrano¬†stanchi“) o, per l’appunto, proposizionale (“I cavalli¬†sembrano¬†essere stanchi“). Nel primo caso il sintagma che completa il predicato (detto¬†nominale) √® un complemento predicativo del soggetto, nel secondo caso la proposizione √® una soggettiva.

Una grammatica che tratta casi di questo tipo è la Grande grammatica italiana di consultazione, in tre volumi, a cura di Lorenzo Renzi, Giampaolo Salvi e Anna Cardinaletti, Bologna, il Mulino (ultima edizione 2001).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase il congiuntivo¬†cerchino¬†√® preferibile rispetto all’indicativo¬†cercano?
“Scelgo le forme che non cercano scopi per descrivere quello che sento per te”.

 

RISPOSTA:

No: l’indicativo √® la forma migliore, perch√© l’antecedente del relativo,¬†le forme, √® determinato, quindi non si armonizza bene con il congiuntivo, che renderebbe la qualit√† del¬†cercare scopi¬†eventuale, quindi indeterminata. Diversamente, il congiuntivo sarebbe possibile, ma comunque non obbligatorio, se la frase fosse “Scelgo forme che non cerchino scopi…”. In questo caso¬†cerchino¬†sarebbe interpratato come un processo consecutivo-finale (come se le forme fossero scelte allo scopo di non cercare scopi), mentre¬†cercano¬†qualificherebbe in astratto le forme scelte.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

I verbi in maiuscolo nella seguente frase sono corretti?
“Se ci ferissimo in una zona remota dovremmo avere con noi un buon kit di primo soccorso, che CONTENGA quegli strumenti che ci CONSENTIREBBERO di fronteggiare anche gravi situazioni di urgenza”.

 

RISPOSTA:

Il congiuntivo presente¬†contenga¬†√® adatto a esprimere l’atemporalit√† (o meglio la pantemporalit√†, ovvero l’indipendenza da coordinate temporali particolari) del processo che qualifica il kit. Si noti che il conguntivo √® preferibile all’indicativo in questo caso perch√© l’antecedente del relativo,¬†un buon kit, √® indeterminato; se al posto di¬†un buon kit¬†ci fosse, per esempio,¬†il kit, l’indicativo presente¬†contiene¬†sarebbe preferibile (in quel caso, per√≤, la proposizione relativa diventerebbe automaticamente limitativa, quindi si dovrebbe anche eliminare la virgola prima del pronome relativo).
La decisione riguardo a¬†consentirebbero¬†√® pi√Ļ complicata: nella frase cos√¨ costruita si pu√≤ usare sia questa forma sia l’indicativo presente¬†consentono. Nel primo caso il processo √® rappresentato come conseguenza di una condizione sottintesa (per esempio¬†se si presentassero); nel secondo caso il processo √® presentato come pantemporale, al pari di¬†contenga. Rispetto a¬†contenga, qui l’indicativo √® preferibile al congiuntivo perch√© l’antecedente del relativo,¬†quegli strumenti, √® determinato.
Va detto, comunque, che bisogna evitare di subordinare una relativa a un’altra relativa. A questo scopo si pu√≤ sostituire, per esempio,¬†che ci consentono¬†o¬†che ci consentirebbero¬†con¬†utili a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Semantica

Quale delle seguenti è una forma passiva del verbo andare?
a) Io vado
b) Io sono andato
c) Andando
d) Nessuna delle precedenti; il verbo andare non ha la forma passiva

La risposta corretta √®¬†d. Il verbo¬†andare¬†non ha la diatesi passiva, come tutti i verbi intransitivi; non √® possibile, infatti, rappresentare il processo dell’andare¬†come subito da qualcuno o qualcosa.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere la differenza che c’√® tra i due tempi verbali delle due frasi che seguono:

1. Ora Luca mangia un gelato;

2. Ora Luca sta scrivendo al computer.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi descrivono un evento che avviene mentre l’emittente sta parlando o scrivendo, quindi Luca mangia un gelato mentre io sto parlando, o Luca sta scrivendo al computer mentre io mangio. A differenza della prima frase all’indicativo presente (mangia), la seconda √® costruita con la perifrasi progressiva stare + gerundio (sta scrivendo), che indica un processo in corso di svolgimento la cui durata si protrae oltre il momento in cui l’emittente si focalizza.
Raphael Merida

Parole chiave: Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla corretta analisi del participio passato nella seguente frase: “Luigi √® stato colpito da una tegola MOSSA dal vento”. il participio¬†mossa¬†lo considero come un predicato verbale che introduce un’altra proposizione di cui¬†dal vento¬†√® una causa efficiente?
In altre parole, può un modo indefinito introdurre un predicato verbale? Ho consultato un paio di grammatiche ma ho sempre trovato esempi con modi finiti.

 

RISPOSTA:

Il participio passato e, in generale, una qualsiasi forma indefinita del verbo possono essere analizzati come predicato verbale (sebbene il participio possa fungere anche da sintagma nominale e aggettivale e l’infinito da sintagma nominale). Nel caso specifico,¬†mossa¬†equivale a¬†che era (stata) mossa, quindi √® il predicato verbale di una proposizione relativa implicita, completata dal complemento di causa efficiente¬†dal vento.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Parler√≤ soltanto con chi conosca / conoscesse almeno i principi essenziali”.
“Non parler√≤ con chi non conosca / conoscesse almeno i principi essenziali”.
Con chi parlerò?

 

RISPOSTA:

La relativa introdotta da¬†chi¬†ha un valore consecutivo (chi (non) conosca¬†= ‘le persone tali da (non) conoscere’), che giustifica l’uso del congiuntivo. Il tempo del congiuntivo nella relativa √® deittico, cio√® allineato con il tempo extralinguistico: se il¬†conoscere¬†√® presente o futuro (quindi comunque presente ai fini della scelta del tempo del congiuntivo) si dovr√† usare il presente; se, invece, il¬†conoscere¬†√® passato (“parler√≤ ora o domani con chi conoscesse ieri i principi essenziali”), si user√† l’imperfetto. L’imperfetto, per la verit√†, potrebbe essere usato anche per il presente, perch√©¬†chi (non) conoscesse¬†pu√≤ essere interpretato come¬†se qualcuno (non) conoscesse; si tratterebbe, per√≤, di un uso ambiguo e, in pi√Ļ, la sfumatura ulteriore di eventualit√† aggiunta dall’imperfetto sarebbe superflua. In¬†questa risposta¬†pu√≤ trovare la spiegazione di un caso analogo al suo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Una frase come “Nessuna parola, fatto o azione mi hanno ferito” √® corretta? Si pu√≤ concordare l’aggettivo indefinito solo con il nome pi√Ļ vicino?

 

RISPOSTA:

L’accordo tra un aggettivo preposto e un soggetto composto di nomi di genere diverso √® problematico, perch√© il nome pi√Ļ vicino all’aggettivo attrae la concordanza. Se, ad esempio, volessimo definire¬†amatissimi¬†il figlio e la figlia di qualcuno potremmo dire¬†gli amatissimi figlio e figlia¬†(con l’aggettivo al plurale maschile “onnicomprensivo”) o¬†l’amatissimo figlio e l’amatissima figlia; il rischio, per√≤, sarebbe di formare¬†l’amatissimo figlio e figlia, per via dell’attrazione dell’accordo operata dal nome pi√Ļ vicino all’aggettivo,¬†figlio. nel suo caso l’accordo al plurale non √® possibile, visto che¬†nessuno¬†non ha la forma plurale, quindi non rimane che “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi hanno ferito”. La concordanza di¬†nessuno¬†con il solo primo nome, comunque, non pu√≤ dirsi un errore grave: non pregiudica, infatti, affatto la comprensione della frase (gli aggettivi non ripetuti potrebbero essere considerati semplicemente sottintesi).
Aggiungo che anche il verbo¬†avere¬†pu√≤ andare al singolare (“Nessuna parola, fatto o azione mi ha ferito” o “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi ha ferito”); il singolare, si badi, √® dovuto non all’accordo con il solo primo soggetto, bens√¨ all’accordo con ciascun soggetto uno alla volta, visto che i tre nomi sono presentati come uno in alternativa all’altro.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si dice ¬ęha constatato che il sig. X fosse presente¬Ľ o ¬ęha constatato che il sig. X era presente¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette: quella al congiuntivo √® pi√Ļ formale, ma quella all‚Äôindicativo √® pi√Ļ comune. Nelle subordinate completive l‚Äôindicativo e il congiuntivo sono intercambiabili, sebbene con gradi di accettabilit√† differenti a seconda del verbo reggente e anche del fatto che vi sia o no la negazione, oltre che in base al grado di formalit√†. Con la negazione, per esempio, il congiuntivo √® sempre preferibile: ¬ęNon ha constatato se X fosse presente¬Ľ. Con la negazione, tra l‚Äôaltro, la completiva non √® un‚Äôoggettiva, bens√¨ una interrogativa indiretta, introdotta da se. Nelle frasi affermative, vi sono verbi che ammettono, e quasi prediligono, l‚Äôindicativo, quali constatare, appurare, dire, vedere, sentire (una frase come ¬ęsento che Luca sia affannato¬Ľ, ancorch√© non erronea, √® al limite dell‚Äôinaccettabile, in un italiano comune); e verbi che invece preferiscono il congiuntivo (la maggior parte: volere, temere, credere, pensare, ritenere, dubitare, sognare‚Ķ). In linea di massima, i verbi che esprimono una percezione diretta della realt√† prediligono l‚Äôindicativo (tranne che con la negazione), mentre i verbi che esprimono un‚Äôipotesi, un timore, una volont√† e simili prediligono il congiuntivo. Oltre che dal grado di formalit√†, la presenza dell‚Äôindicativo o del congiuntivo nelle subordinate, dunque, non dipendono tanto dal grado di certezza (come erroneamente spesso si dice), quanto dalla percezione pi√Ļ o meno diretta. Se dipendesse dalla certezza, allora frasi come le seguenti sarebbero impossibili: ¬ęcredo fermamente che Dio esista¬Ľ; ¬ęho sognato che volevi uccidermi¬Ľ, mentre invece sarebbero poco naturali ¬ęcredo fermamente che Dio esiste¬Ľ e ¬ęho sognato che volessi uccidermi¬Ľ. Questo perch√© sognare si riferisce comunque al frutto di una percezione diretta, mentre il verbo credere (cos√¨ come avere fede), pur non mettendo in dubbio il frutto di quanto viene creduto, lo esprime comunque con un verbo che indica una elaborazione del pensiero (come pensare). ¬†

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Avrei bisogno di un chiarimento in seguito ad un diverbio per l’uso del verbo avere dopo la preposizione se.

Durante una conversazione riguardante una persona che dovrebbe unirsi a me e ad altre persone per un viaggio (persona con un atteggiamento poco incline al girare a piedi una citt√†) √® stata detta la seguente frase ¬ęcerto, se avrebbe anche a Londra questa visione di visitare la citt√† meglio che non venga¬Ľ, volevo sapere se ¬ęavrebbe¬Ľ usato in questa maniera diciamo ipotetica pu√≤ essere giusta o se si sarebbe dovuto usare ¬ęse avesse¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La congiunzione (e non preposizione) se, in questo caso, introduce la protasi di un periodo ipotetico e dunque non pu√≤ mai reggere un condizionale, ma soltanto un congiuntivo, oppure un indicativo: ¬ęse avesse‚Ķ sarebbe meglio¬Ľ, ¬ęse ha‚Ķ √® meglio¬Ľ. Le ragioni dell‚Äôerrore sono facilmente intuibili: il/la parlante coglie la dubitativit√† dell‚Äôevento e la esprime dunque la condizionale: ¬ępotrebbe avere anche a Londra questa visione‚Ķ allora √® meglio che non venga¬Ľ. Tuttavia, come ripeto, dato che il periodo √® ipotetico, dopo se √® ammissibile soltanto o l‚Äôindicativo o il congiuntivo, mai il condizionale. Peraltro, se si vuole rendere a pieno la modalit√† della protasi, in questo contesto, a met√† tra il volitivo e l‚Äôepistemico, la soluzione migliore sarebbe la seguente: ¬ęCerto, se deve avere anche a Londra questa visione di visitare la citt√†, √® meglio che non venga per niente¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nel linguaggio, spesso frettoloso e trascurato, della messaggistica, ho ravvisato esempi del genere:

1) Visto due film, stasera: spettacolari.

2) Fatto. Comprato pane e marmellate.

Si tratta evidentemente di due casi in cui si √® scelto di omettere l’ausiliare coniugato.

(Ho) visto due film. (Ho) comprato pane e marmellate.

Innanzitutto, vi domando se le costruzioni così presentate sono corrette.

Se si volesse unire l’economicit√† della comunicazione, che sembra essere fondamentale in questo contesto, con il rispetto della sintassi, si potrebbe optare, secondo voi, per il compromesso di flettere il participio passato secondo il genere e il numero?

Dal punto di vista della brevit√† (e dell’immediatezza) non ci sarebbero differenze.

3) Visti due film, stasera: spettacolari.

4) Fatto. Comprati pane e marmellate.

 

RISPOSTA:

Entrambe le costruzioni (visto/visti, fatto/fatti) sono corrette, ma non v‚Äô√® dubbio sulla maggiore formalit√† della seconda, che dunque √® da preferire. Infatti, mentre nel primo caso (¬ęvisto due film¬Ľ, ¬ęcomprato pane e marmellate¬Ľ) l‚Äôunico modo per giustificare la presenza del participio passato √® quello di ricorrere all‚Äôellissi dell‚Äôausiliare, col risultato di ottenere una frase telegrafica e, in quanto tale, traballante, assolutamente da evitare nello stile anche di media formalit√†, nel secondo caso, invece, il participio passato al plurale, e cio√® accordato col soggetto di una frase passiva (¬ęsono stati visti due film¬Ľ, ¬ęsono stati comprati pane e marmellate¬Ľ), √® perfettamente standard e adatto a qualunque contesto, interpretabile come costrutto implicito, senza bisogno di invocare l‚Äôellissi dell‚Äôausiliare. Tant‚Äô√® vero che le stesse proposizioni potrebbero trovarsi come subordinate implicite: ¬ęvisti due film, sono poi andato a letto¬Ľ; ¬ęcomprati pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ. La stessa possibilit√† √® negata al participio singolare maschile, che in questo caso sarebbe agrammaticale: *¬ęvisto due film, sono poi andato a letto¬Ľ; *¬ęcomprato pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel seguente esempio la proposizione che inizia con dovreste esprime una possibilità, giusto?

Non mi pare che dovreste avere troppa difficoltà a collocare una trama sopra delle note (M. Morazzoni).

√ą¬†possibile formulare la proposizione senza dovere (“Non mi pare che avreste troppa difficolt√† a collocare una trama sopra delle note”)?

Un altro esempio: “Penso che Mario potrebbe¬†uscire stasera” (possibilit√†); se cambio la frase con “Penso che Mario uscirebbe stasera” dovrei esplicitare una condizione, ad esempio se avesse tempo?

Nella frase ‚ÄúIo penso che dovremmo tenerla unita, questa fortuna, tenere insieme i figli, e le donne e noi stessi, tutti insieme” (U. Riccarelli), mi¬†sembra che dovremmo esprima in modo cordiale un consiglio invece che una possibilit√†. Per questo tipo di completiva penso che sia necessario usare dovere, potere, o volere e non sarebbe possibile scrivere la proposizione senza un verbo servile; giusto?

 

RISPOSTA:

I verbi servili aggiungono sempre una sfumatura di significato al verbo che reggono. Nella prima frase,¬†dovreste rappresenta il non avere difficolt√† come ipotizzato dall’emittente, quindi che il parlante √® incerto se quello che sta dicendo si avverer√†. Il condizionale, in questo caso, non √® legato a una premessa, ma esprime il dubbio dell’emittente (come se nella frase fosse sottinteso se avessi ragione, se la mia idea fosse corretta o simili). Se eliminiamo il verbo servile, viene meno la sfumatura ipotetica; avreste indicherebbe che il non avere difficolt√† √® la conseguenza di una premessa. Tale premessa dovrebbe essere esplicitata, altrimenti la frase rimane in sospeso. Lo stesso vale per la seconda frase: come da lei proposto, il servile potere rappresenta l’uscire come potenziale; senza il servile,¬†uscirebbe diviene la conseguenza di una premessa che deve essere esplicitata.

Nella terza frase,¬†dovremmo esprime ancora un’ipotesi dell’emittente; visto il significato della frase, per√≤, in questo caso l’ipotesi √® interpretata automaticamente come un auspicio, quindi anche come un invito all’interlocutore a realizzare il contenuto della frase. Anche qui senza il verbo servile il tenerla unita e le altre azioni diventerebbero conseguenze di premesse che devono essere esplicitate. Ovviamente, se sostituiamo dovere con un altro verbo servile il significato della frase cambia: con¬†potere l’invito si trasforma in una possibilit√†, con volere in un desiderio.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Mario √® nato al rombo del cannone” o “Mario era nato al rombo del cannone”? A mio parere la prima espressione √® corretta a patto che Mario sia ancora in vita, la seconda invece √® da preferirsi qualora Mario sia ormai defunto. Vorrei sapere se questa mia opinione √® corretta.

 

RISPOSTA:

La sua interpretazione, ancorch√© non del tutto priva di qualche intuizione, √® troppo rigida e quindi, s√¨, infondata nella sua assolutezza. Sebbene il passato prossimo indichi di norma una conseguenza o una ricaduta (talora in verit√† pi√Ļ teorica, o ‚Äúpragmatica‚ÄĚ, che reale) dell‚Äôazione al passato sul tempo presente, e il remoto tenda a escludere, invece, tale ricaduta, i due tempi sono ampiamente intercambiabili in italiano (tranne che per verbi dal significato decisamente durativo, non puntuale, quali capire e sentire in espressioni quali hai capito, hai sentito e simili, decisamente substandard, o regionali, se al passato remoto in certi contesti: *capisti, *sentisti e simili), con una maggiore formalit√† per il passato remoto. Quindi, anche per una persona defunta, posso ben dire, per esempio: ¬ęGiacomo Leopardi √® nato a Recanati¬Ľ (e non necessariamente ¬ęnacque¬Ľ). Quanto al trapassato prossimo, esso implica di norma il rapporto di anteriorit√† rispetto ad altro evento sempre al passato. Nel suo esempio, peraltro sempre corretto, dunque, ¬ęera nato¬Ľ non ha nulla a che vedere col fatto che Mario sia morto o vivo e vegeto, bens√¨ con l‚Äôeventuale prosecuzione del discorso, al passato, con altre azioni o eventi legati a Mario: ¬ęera nato al rombo del cannone mentre era in corso la seconda guerra mondiale¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

1. Seppur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.
Mi è capitato di sentire delle frasi del genere e mi chiedevo se fossero corrette.
Per me, le uniche due versioni corrette sono quelle formate da “seppure” + verbo di modo finito e “pur(e)” con gerundio:
2. Seppure io abbia sbagliato, ho fatto tutto in buona fede.
3. Pur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.

 

RISPOSTA:

La frase 1. √® senza dubbio scorretta; la 2. e la 3., invece, sono ben formate. Le proposizioni concessive esplicite, come nel caso di 2., possono avere il verbo al congiuntivo o all’indicativo, a seconda delle congiunzioni dalle quali sono introdotte. Reggono il congiuntivo, per esempio, le congiunzioni seppure, sebbene, malgrado ecc.: “Seppure/Sebbene/Malgrado abbia sbagliato”; regge l’indicativo una locuzione congiuntiva come anche se: “Anche se ho sbagliato”. Le concessive implicite, come nel caso di 3., sono costruite invece con il gerundio (o con il participio e in rari casi con l’infinito) preceduto da un connettivo come pure: questa costruzione √® possibile soltanto nel caso in cui il soggetto della concessiva coincida con quello della reggente.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo sapere quale delle due forme √® corretta: ¬ęl‚Äôautobus/il treno viene¬Ľ o ¬ęl‚Äôautobus/il treno arriva¬Ľ. E se solo una delle due forme √® corretta vorrei capire perch√© l‚Äôaltra non lo √®.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, dal momento che, tra le varie accezioni (cio√® significati) di entrambi i verbi venire e arrivare ve n‚Äô√® almeno una in comune (cio√® quella di ‚Äėgiungere in un luogo‚Äô), in cui, dunque, i due verbi sono sinonimi. Tuttavia, dato che, com‚Äô√® noto, la sinonimia perfetta non esiste, va tenuto conto dei contesti in cui entrambi i verbi sono usati normalmente dai parlanti. Se se ne tiene conto, la differenza tra i due √® schiacciante: con i mezzi di trasporto, arrivare √® di gran lunga pi√Ļ frequente di venire, con migliaia (in qualche caso decine di migliaia) di occorrenze di scarto (dati facilmente verificabili in Google ricercando viene/arriva l‚Äôautobus/il treno). Perch√©? √ą pressoch√© impossibile rispondere a questa domanda, visto che la lingua evolve con percorsi non sempre lineari n√© analizzabili logicamente. Probabilmente i parlanti associano a venire (sempre in base alla frequenza e ai contesti d‚Äôuso) un tratto di maggiore ‚Äėumanit√†‚Äô, cio√® preferiscono quel verbo con soggetti umani o animati e con un certo scopo del movimento, laddove arrivare, invece, implica la sola idea di spostamento da un punto a un altro, con particolare riferimento alla meta. Infatti, se in Google si fa la ricerca ‚Äúil treno che arriva/viene da‚ÄĚ, ecco che la frequenza si inverte: viene √® pi√Ļ frequente di arriva, perch√©, evidentemente, sottolineando la provenienza, si d√† un valore semantico maggiore allo scopo o quantomeno alla natura dello spostamento. Morale della favola: i verbi sono corretti entrambi, ma √® meglio usare arrivare, con i mezzi di trasporto, a meno che non ne si specifichi la provenienza.

Un‚Äôaltra piccola osservazione a margine riguarda l‚Äôordine dei sintagmi della frase con questi due verbi, che √® preferibilmente quella verbo-soggetto, piuttosto che quella, canonica, soggetto-verbo. Questo accade perch√© arrivare e venire sono verbi inaccusativi, cio√® intransitivi con ausiliare essere, che, come tali, trattano il soggetto perlopi√Ļ come elemento nuovo, piuttosto che come dato, e dunque un po‚Äô alla stregua di un oggetto (per semplificare al massimo un fenomeno sintattico e pragmatico in verit√† molto complesso). Quindi: ¬ęarriva il treno/l‚Äôautobus¬Ľ √® un enunciato molto pi√Ļ frequente e naturale di ¬ęil treno/l‚Äôautobus arriva¬Ľ, se non segue altro sintagma, come per esempio ¬ęl‚Äôautobus arriva tra cinque minuti/subito¬Ľ, in cui invece l‚Äôordine preferito √® quello soggetto-verbo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei chiedere un parere su questa frase: “Io da piccolo ero geloso di mio cugino, ma con il passare degli anni noi abbiamo creato un legame che oggi √® saldo. Nel 2021 lui aveva subito un incidente e sua moglie non mi aveva avvisato, lo avevo saputo solo quando i vicini mi informarono. Andai subito a trovarlo.”
Non si dovrebbe usare solo il passato remoto (subì, avvisò, seppi)?

 

RISPOSTA:

No, perch√© il trapassato prossimo serve a indicare un evento passato rispetto a un altro, anch‚Äôesso passato. In questo caso l’evento dell’incidente √® trapassato perch√© √® precedente all’altro evento, quello dell’informare.
Raphael Merida

Parole chiave: Coerenza, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą possibile dire ¬ęVorrei che faccia¬Ľ invece che ¬ęVorrei che tu facessi¬Ľ? √ą corretto pensare che il congiuntivo presente dia al mio desiderio una sfumatura di maggiore cogenza, un senso imperioso? Normalmente, da quello che trovo anche nelle grammatiche, si usa il congiuntivo imperfetto nella subordinata, poich√© l‚Äôevento √® dato come realizzabile solo se si attua il mio desiderio. Ma nel caso in cui io parlante intenda il mio vorrei come ‚Äėobbligo‚Äô, e usi il condizionale solo in quanto formula di cortesia, √® accettato il congiuntivo presente? In sintesi: √® un vero e proprio errore usare il congiuntivo presente nella frase citata in apertura, o si tratta di una forma poco usuale, ma in alcuni casi prevista e possibile? Si tratta di un problema di grammatica o di semantica?

 

RISPOSTA:

Come spesso accade, di errori veri e propri nella lingua ve ne sono pochi; il pi√Ļ delle volte si tratta di variet√†, impropriet√†, sfumature. In questo caso, se non errato, l‚Äôuso del presente congiuntivo in associazione col condizionale presente, possibile in astratto, √® improprio e decisamente minoritario (nelle persone colte), sia per ragioni semantiche, sia per ragioni grammaticali, o per meglio dire di analogia con altri costrutti che associano congiuntivo a condizionale. Dal punto di vista semantico, come giustamente ricorda lei, la spiegazione che si d√† al condizionale √® che il parlante/scrivente ¬ęmostra di credere poco alla realizzabilit√† del proprio desiderio, lo d√† quasi come fosse gi√† alle spalle¬Ľ (L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 63). Pu√≤ trovare approfondimenti al riguardo in numerose altre domande di DICO, riassunte qui. Quel che pi√Ļ conta, per√≤, √® l‚Äôuso dei parlanti e degli scriventi, pi√Ļ che le loro eventuali intenzioni recondite. Nell‚Äôuso comune, quando compare il condizionale presente nella reggente, scatta quasi sempre l‚Äôuso combinato del congiuntivo imperfetto. Perch√©? Evidentemente per via del costrutto che pi√Ļ d‚Äôogni altro (come frequenza d‚Äôuso) combina i due modi e tempi, vale a dire il periodo ipotetico del secondo tipo (il pi√Ļ frequente dei periodi ipotetici): ¬ęverrei se potessi¬Ľ (e non ¬ęse possa¬Ľ!). Per questa ragione, i parlanti e gli scriventi colti (e conseguentemente le grammatiche) associano all‚Äôuso combinato di condizionale presente pi√Ļ congiuntivo presente un valore di estrema trascuratezza, prossimo all‚Äôerrore. La giustificazione che lei d√† dell‚Äôopzione del congiuntivo presente √® ineccepibile, ma logicistica: le lingue non funzionano con astratte logiche a posteriori, bens√¨ in base a consuetudini consolidate.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Si dice “L’idea che era scomparso o che fosse scomparso mi rendeva triste”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le forme sono corrette: si tratta soltanto di una differenza diafasica, cio√® l’indicativo √® meno formale, il congiuntivo pi√Ļ formale.
Pu√≤ approfondire l’argomento, molto presente nel nostro Archivio, digitando nel campo di ricerca “indicativo congiuntivo”.
Raphael Merida

Parole chiave: Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia

QUESITO:

Tra i vari usi del condizionale troviamo anche quello, tipico del linguaggio giornalistico, di illustrare un fatto ipotetico, di cui non si ha pertanto elementi che possano attestare il suo essersi verificato.

Ho però notato che talvolta si tende a costruire interi periodi con questo modo verbale, trasformando tutte le azioni descritte come dubbie, anche quelle che, al contrario, sono oggettive.

Mi spiego con un esempio.

‚ÄúTizio avrebbe affermato tutto ci√≤ tra il 2002 e il 2005 quando avrebbe ricoperto il ruolo di assessore.”

Se non √® sicuro che Tizio abbia affermato qualcosa in quel periodo di tempo (di qui l’impiego inappuntabile del condizionale), √® certo che Tizio abbia (o ha) ricoperto, in quegli anni, il ruolo di assessore.

La subordinata temporale non avrebbe dovuto essere costruita con l’indicativo?

 

RISPOSTA:

Ha ragione. I giornalisti abusano del condizionale di distanziamento al punto da estenderlo spesso arbitrariamente anche a contesti nei quali andrebbe usato l’indicativo, dal momento che non v’è alcun dubbio sulla veridicità o oggettività dell’evento riportato.

L‚Äôesempio da lei riportato andrebbe corretto come segue (con l‚Äôimperfetto, per√≤, data la continuit√† nel passato): ¬ęTizio avrebbe affermato tutto ci√≤ tra il 2002 e il 2005, quando ricopriva il ruolo di assessore¬Ľ.

Pi√Ļ che di eccesso di scrupolo e ci cautela, ovvero la volont√† di non sbilanciarsi nel dare per veritiere notizie ancora non provate, direi che agisca qui la forza dell‚Äôabitudine e della stereotipia: il condizionale viene associato (dalle penne meno esperte) cos√¨ stabilmente allo stile giornalistico da divenirne un contrassegno (quasi ipercorrettistico) anche praeter necessitatem.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se la costruzione implicita ¬ęSpero di incontrarci¬Ľ possa essere giudicata, in astratto, corretta, o almeno accettabile, quale alternativa alla certamente pi√Ļ comune ¬ęspero che possiamo incontrarci¬Ľ. Considerando che i soggetti di principale e subordinata coincidono, non dovrebbe essere, a rigore, una soluzione valida?

 

RISPOSTA:

La costruzione implicita non è corretta perché non vi è identità di soggetto tra reggente e completiva: il soggetto della reggente, infatti, è io, mentre quello della completiva è noi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho letto il contributo sulla vostra pagina sull‚Äôargomento ¬ęa condizione che¬Ľ (qui) e mi sarei interessato perch√© non avete consigliato il congiuntivo trapassato nella terza frase: ¬ęcasomai avesse studiato molto avrebbe superato l‚Äėesame¬Ľ. Secondo me si tratta del 3. grado ipotetico.

 

RISPOSTA:

Se si vuole esprimere l‚Äôirrealt√†, va usato certamente il periodo ipotetico del terzo tipo; si d√† cio√® per scontato (si presuppone) che non ha studiato molto: ¬ęSe avesse studiato molto avrebbe superato l‚Äôesame¬Ľ. Va precisato, per√≤, che questo periodo ipotetico funziona perfettamente con se (che √® la congiunzione ipotetica, o condizionale, per antonomasia), ma funziona meno bene con gli altri connettivi (dunque non del tutto sinonimici) quali a patto che, a condizione che, purch√©, caso mai (o casomai), i quali si conciliano meglio con il periodo ipotetico dei primi due tipi. Purch√©, per esempio, si adatta soprattutto a contesti al congiuntivo presente: ¬ęleggi i fumetti, purch√© tu legga¬Ľ; casomai (quando √® usato come congiunzione e non come avverbio) si usa quasi esclusivamente all‚Äôimperfetto congiuntivo: ¬ęcasomai passassi da Messina, fammi uno squillo¬Ľ. Non a caso, se consulta la banca dati repubblica.it, scopre che la grande maggioranza dei casomai ha valore avverbiale (¬ęPi√Ļ controlli (casomai armati) o pi√Ļ educazione¬Ľ); nei rari casi di casomai congiunzione ipotetica, essa √® costruita praticamente sempre soltanto con il congiuntivo imperfetto (¬ęAccetto suggerimenti, casomai mi ricapitasse¬Ľ).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

¬ęInizi√≤ tutto un anno fa: ero solo e lei venne a parlarmi. Quest’inverno lei mi √® stata vicina¬Ľ.

Non sarebbe pi√Ļ corretto utilizzare il passato prossimo visto che questo legame continua?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio √® ben scritto sia con il passato prossimo sia con il passato remoto. Con il passato remoto il livello stilistico si innalza: non a caso, il passato remoto √® il tempo tipico dei testi narrativi letterari (racconti, romanzi ecc.). √ą senza dubbio vero che il passato prossimo, a differenza del remoto, serve a indicare una conseguenza dell‚Äôazione nel presente, tant‚Äô√® vero che sarebbe quasi inaccettabile una frase come ¬ęQuest‚Äôinverno lei mi fu vicina¬Ľ, poich√© ci si aspetta una conseguenza di quella vicinanza (per esempio lo sbocciare di una storia d‚Äôamore, il consolidarsi di un‚Äôamicizia e simili), ancor pi√Ļ evidente per via del deittico questo. Diverso sarebbe ¬ęLo scorso inverno mi fu vicina¬Ľ: da una frase del genere non mi aspetto le conseguenze dell‚Äôevento. √ą vero altres√¨ che non √® bene passare dal passato remoto al passato prossimo (o viceversa), senza un‚Äôeffettiva necessit√†. Tuttavia, l‚Äôattacco del periodo (¬ęInizi√≤ tutto un anno fa¬Ľ) e anche il suo seguito immediato (¬ęvenne a parlarmi¬Ľ) sembrano qui indicare un evento preso nel suo isolamento, anche indipendentemente da quel che segue. Nella frase successiva √® come se il discorso riprendesse da capo. Se si vuole ottenere una maggiore contiguit√† tra gli eventi si pu√≤ volgere tutto al passato e al trapassato prossimo: ¬ę√ą iniziato (o Era iniziato)‚Ķ √® venuta (o era venuta)¬Ľ. Devo dire per√≤ che il passato remoto ben si presta, come gi√† detto, allo stile letterario e a quel distacco temporale tipico dell‚Äôincipit dei romanzi e dei racconti.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase “√ą meglio ridere che piangere” il soggetto √®¬†ridere,¬†√® meglio¬†√® predicato nominale e¬†che piangere¬†√® proposizione comparativa?

 

RISPOSTA:

Nella frase, o consideriamo entrambi gli infiniti sostantivati, quindi ridere è soggetto e che piangere è complemento comparativo (o secondo termine di paragone), oppure consideriamo entrambi verbi, quindi ridere è una proposizione soggettiva e che piangere è una proposizione comparativa.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla seguente frase: “Non vorrei che dopo siamo in troppi”. √ą preferibile usare il congiuntivo imperfetto, ma la frase √® comunque corretta, oppure √® sbagliata?

 

RISPOSTA:

In questa frase agiscono due ragioni contrarie: da una parte ci si aspetta “Non vorrei che dopo fossimo in troppi”, perch√© i verbi di desiderio al condizionale presente richiedono il congiuntivo imperfetto nella proposizione completiva (per un approfondimento su questa norma si veda¬†qui); dall’altra l’avverbio¬†dopo¬†sottolinea la posteriorit√† dell’essere¬†rispetto al¬†volere, e questo rinforza la legittimit√† del congiuntivo presente con funzione di proiezione nel futuro. Da queste premesse si pu√≤ ricavare, come soluzione ragionevole, che l’imperfetto √® comunque la soluzione oggi considerata preferibile, ma il presente √® giustificabile (anche se sarebbe visto con sospetto da molti parlanti, quindi dovrebbe essere riservato a contesti informali).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Noi non li assomigliamo o li assomigliamo troppo poco” √® corretto l’uso di¬†li¬†per¬†loro?

 

RISPOSTA:

No: il verbo¬†assomigliare¬†regge un sintagma introdotto da¬†a¬†(assomiglio a mio padre), mentre il pronome¬†li¬†pu√≤ fungere soltanto da complemento oggetto, non da complemento indiretto. Pertanto √® corretto¬†li chiamiamo¬†(ovvero¬†chiamiamo loro), mentre con il verbo¬†assomigliare¬†si possono usare¬†gli¬†oppure¬†a loro¬†(quindi¬†gli assomigliamo¬†o¬†assomigliamo a loro). In teoria √® possibile anche¬†loro¬†(assomigliamo loro), visto che¬†loro¬†pu√≤ sostituire¬†a loro, ma tale sostituzione √® pi√Ļ comune quando il pronome ha una chiara funzione di complemento di termine (per esempio¬†do loro un regalo); in questo caso, invece, in cui il sintagma √® piuttosto un complemento oggetto obliquo (sul quale si veda¬†questa risposta), √® preferibile a loro.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nell’Italiano parlato, verbi che normalmente non avrebbero bisogno di particelle pronominali tendono ad assumerle quando si vuole esprimere un’emozione, di solito positiva, legata all’azione, tipicamente di soddisfazione.
Mangio un panino -> Mi mangio un panino
Bevi un tè! -> Beviti un tè!
In questo caso il pronome indica un complemento di vantaggio (Io mangio un panino per me, bevi un tè per te) oppure un altro complemento?

 

RISPOSTA:

I verbi formati con la particella pronominale a cui lei si riferisce rientrano nella categoria dei transitivi pronominali (anche detti¬†riflessivi apparenti). In essi la particella pronominale ha la funzione di indicare a volte che l’azione √® svolta per il soggetto (mi lavo le mani¬†= ‘lavo le mani a me’) oppure, come nei casi da lei portati, di indicare che l’azione √® svolta con particolare partecipazione emotiva da parte del soggetto. Volendo far rientrare queste funzioni nella classificazione dell’analisi logica, nei verbi come¬†lavarsi¬†+ complemento oggetto la particella √® pi√Ļ facilmente interpretabile come complemento di termine; in quelli come¬†mangiarsi¬†come complemento di vantaggio (come da lei suggerito). Va, per√≤, rilevato che non √® affatto necessario fare questa operazione di classificazione, che non aggiunge niente alla comprensione della frase e risulta un po’ logicistica.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nell’espressione¬†godere di un diritto¬†a quale complemento corrisponde¬†di un diritto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica √® un complemento di specificazione. Pi√Ļ utile, per√≤, √® l’interpretazione data dalla grammatica valenziale, secondo cui si tratta di un complemento oggetto obliquo, ovvero di un sintagma che ha la stessa funzione del complemento oggetto, ma non √® diretto, bens√¨ preposizionale, semplicemente perch√© il verbo richiede tale preposizione (come in¬†fidarsi di,¬†servirsi di, contare su,¬†obbedire a¬†e tanti altri). Il sintagma¬†di un diritto, infatti, √® necessario per completare sintatticamente il verbo¬†godere, quindi √® un argomento di questo verbo, mentre il complemento di specificazione non √® mai un argomento del verbo, perch√© indica un dettaglio relativo a un sintagma nominale (la casa di Mario,¬†il cancello della scuola,¬†l’introduzione del libro…). Se confrontiamo, inoltre,¬†godere di un diritto¬†con, per esempio,¬†esercitare un diritto, vediamo che la struttura profonda del predicato √® identica, perch√© la preposizione fa da collegamento formale tra il verbo e il sintagma, non contribuisce in alcun modo al significato del sintagma. Infine, un’ulteriore prova del fatto che questo sintagma ha la funzione di un complemento oggetto √® che nel parlato e nello scritto trascurato si tende a dimenticare la preposizione, producendo espressioni come¬†godere un diritto¬†(ma anche¬†abusare qualcuno¬†al posto di¬†abusare di qualcuno,¬†obbedire un ordine, invece di¬†obbedire a un ordine). Sebbene queste realizzazioni siano scorrette, bisogna notare che se in queste espressioni la preposizione avesse un significato preciso (e non fosse, invece, un collegamente soltanto formale), non sarebbe possibile escluderla; nessuno, infatti, direbbe o scriverebbe mai¬†la casa Mario¬†invece di¬†la casa di Mario.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Queste frasi sono tutte grammaticalmente corrette?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia stato lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse stato lui il colpevole?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette; il diverso tempo del congiuntivo nella subordinata dichiarativa instaura di volta in volta un rapporto temporale diverso tra lo stato descritto nella dichiarativa e l’evento della reggente. Nello stabilire quale sia tale rapposto bisogna considerare che nella reggente figura un passato prossimo, un tempo che si comporta a volte come storico, a volte come presente, perch√© indica un evento passato ancora valido nel presente. Nella prima frase, per esempio, il presente¬†sia¬†instaura un rapporto di contemporaneit√† nel presente con¬†hai pensato, perch√© in questa frase¬†hai pensato¬†indica che il¬†pensare¬†iniziato nel passato √® ancora in corso (deve essere cos√¨, altrimenti non avrebbe senso rappresentare l’essere colpevole¬†come presente). Anche nella seconda frase¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente, rispetto al quale¬†l’essere colpevole¬†√® anteriore, quindi passato. Nella terza frase possiamo avere due interpretazioni: se¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente¬†fosse¬†esprime uno stato anteriore (nonch√© continuato nel passato); se, per√≤,¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista passato (in questa frase ci√≤ √® possibile proprio perch√© questo verbo √® messo in relazione con un imperfetto),¬†fosse¬†indica contemporaneit√† nel passato. Per vedere pi√Ļ chiaramente questa differenza si osservino le seguenti frasi:
1. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole;
2. Stamattina ho pensato che lui fosse colpevole.
Nella prima frase l’essere colpevole¬†√® contemporaneo nel passato rispetto a¬†ho pensato; nella seconda √® anteriore (e continuato) rispetto al presente, perch√© qui¬†ho pensato¬†stabilisce un punto di vista presente. Si noti, comunque, che nella frase 1 non √® esclusa l’interpretazione anteriore (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole anche le altre volte che l’avevano arrestato”) cos√¨ come nella 2 non √® esclusa quella contemporanea (per esempio “Stamattina ho pensato che proprio mentre lo guardavo lui fosse colpevole”).
Nella quarta frase, infine, il trapassato indica che lo stato dell’essere colpevole¬†√® anteriore a un altro evento, anch’esso passato; questo altro evento pu√≤ coincidere con il¬†pensare¬†se¬†hai pensato¬†funziona da tempo storico, altrimenti deve essere un altro evento, non esplicitato. Anche in questo caso, per vedere meglio la differenza si osservino queste frasi:
3. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole;
4. Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole.
Nella prima l’essere colpevole¬†precede nel tempo il¬†pensare, che √® passato; nella seconda l’essere colpevole¬†precede un altro evento (per esempio “Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”), perch√© il¬†pensare¬†funziona da presente. La presenza di un terzo evento non √®, comunque, esclusa dalla frase 3 (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 1
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato far seguire il congiuntivo presente all‚Äôespressione¬†come se, oppure √® obbligatorio l’imperfetto?
“Ne parli come se sia colpa mia!”
“Apri le finestre come se faccia caldo”.
√ą possibile omettere¬†se fosse¬†senza alterare il significato della frase dal punto di vista temporale?
“Carlo cammina come se fosse un ubriaco che non riuscisse a reggersi in piedi”.
“Carlo cammina come un ubriaco che non riuscisse / riesca a reggersi in piedi”.
La seconda alternativa conserva la stessa sfumatura ipotetica oppure colloca l’azione nel passato?

 

RISPOSTA:

La proposizione comparativa ipotetica, introdotta da¬†come se, presenta un evento ipotetico che somiglia a quello descritto nella reggente e che potrebbe, pertanto, spiegarlo. L’ipoteticit√† dell’evento presentato richiede una costruzione che ricalca quella della proposizione ipotetica, ovvero il congiuntivo imperfetto per la possibilit√†, il congiuntivo trapassato per l’irrealt√†. L’irrealt√†, si noti, corrisponde in questa proposizione all’atteggiamento di incertezza dell’emittente riguardo alla somiglianza tra gli eventi); ad esempio: “Rispose come se avesse paura” (l’avere paura¬†√® presentato come potenzialmente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, spiegarlo), “Rispose come se avesse avuto paura” (l’avere paura¬†√® presentato come incertamente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, essere preso in considerazione tra le spiegazioni possibili).
Per quanto riguarda le due frasi confrontate, la prima presenta una comparazione ipotetica, la seconda presenta una comparazione oggettiva; con la prima, pertanto, l’emittente √® pi√Ļ cauto nell’accostare il modo di camminare di Carlo a quello di un ubriaco. In ogni caso, la rappresentazione della comparazione non condiziona la costruzione della proposizione relativa (che non riesca / riuscisse). Questa proposizione pu√≤ essere costruita nella prima e nella seconda frase tanto con il presente quanto con l’imperfetto; nel primo caso il¬†riuscire¬†√® semplicemente rappresentato come presente, nel secondo si aggiunge una sfumatura ipotetica, conferita dalla sovrapposizione tra¬†che non riuscisse¬†e¬†se non riuscisse.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso del congiuntivo/condizionale¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†nella frase che segue.

L‚Äôufficio ha quindi proceduto all‚Äôistruttoria ed all‚Äôesitazione delle istanze per impedire da un lato che il condono potesse agire da ‚Äúscudo giudiziario‚ÄĚ (in quanto la presentazione della domanda di condono sospende il procedimento penale e quello per le sanzioni amministrative) e dall‚Äôaltro per evitare all‚Äôente eventuali richieste di risarcimento da chi¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†voluto avere ragione della propria istanza di sanatoria prima che l‚ÄôAG procedesse, ad ogni modo, all‚Äôabbattimento dell‚Äôimmobile abusivo.

 

RISPOSTA:

Il dubbio tra il condizionale passato e il congiuntivo trapassato dipende dalla presenza, nella frase, di due possibili momenti di riferimento, uno precedente al¬†volere avere ragione¬†(coincidente con il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), uno successivo (coincidente con il¬†procedere all’abbattimento). Il condizionale passato ha la funzione di esprimere la posteriorit√† rispetto a un punto prospettico collocato nel passato, quindi descrive il processo del¬†volere avere ragione¬†come posteriore all’evento, passato, del¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze. Il congiuntivo trapassato, diversamente, descrive il¬†volere avere ragione¬†come precedente rispetto all’evento, pure passato (ma, attenzione, successivo al¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), del¬†procedere all’abbattimento. Entrambe le scelte sono, pertanto, legittime in astratto; entrambe, per√≤, presentano dei difetti: la prima non veicola alcuna sfumatura eventuale, che sarebbe, invece, utile; la seconda veicola s√¨ un senso di eventualit√† (per via della sovrapposizione tra la proposizione relativa e la condizionale:¬†da chi avesse voluto¬†=¬†se qualcuno avesse voluto), ma costringe a cambiare il momento di riferimento a met√† frase, creando una certa ambiguit√† (il¬†volere avere ragione¬†precede il¬†procedere all’abbattimento¬†o il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze?). Consigliamo, allora, una terza soluzione: il congiuntivo imperfetto (da chi volesse avere ragione), che non cambia il momento di riferimento e veicola una sfumatura eventuale. Il congiuntivo imperfetto ha, inoltre, il vantaggio di essere percepito come pi√Ļ formale del condizionale passato, quindi pi√Ļ appropriato a un contesto come questo.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi √® capitato di scrivere la seguente frase in un messaggio: “Ti invio il documento di cui mio marito ha parlato alla tua collega”. Nel rileggerlo e analizzandone la sintassi, non riscontro errori; tuttavia, a orecchio, non mi convince.
Se non ci fosse il complemento di termine in coda alla costruzione, non avrei alcun dubbio.

 

RISPOSTA:

La sintassi della frase √® corretta; il complemento di termine retto dal verbo parlare deve necessariamente essere inserito dopo il verbo stesso (l’inversione sarebbe molto innaturale), quindi la posizione in coda alla frase √® quasi obbligata. Non √®, del resto, possibile eliminarlo, visto che √® il secondo argomento del verbo (il cui schema valenziale √®, appunto, SOGG. + parlare + ARG. PREPOS.): parlare¬†senza l’indicazione della persona a cui si parla, infatti, prende significati del tutto diversi da quello qui inteso, ovvero ‘avere la facolt√† del linguaggio’ (“Mio figlio ancora non parla”), oppure ‘dialogare’ (“Di solito parliamo di calcio”) o anche ‘rivelare un segreto’ (“Il complice ha parlato”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su un esercizio che chiede se in una frase il verbo¬†essere¬†√® utilizzato come ausiliare o con significato proprio, La frase √® la seguente: “Oggi sono distrutto”.
Trovandomi in una quarta primaria che non conosce ancora le forme passive, e mancando nella frase un agente, ho interpretato la parola distrutto come un participio passato con funzione aggettivale e ho suggerito un significato proprio del verbo essere. Ma il libro, nelle soluzioni, lo interpreta come verbo essere con funzione di ausiliare.
Potete chiarire il mio dubbio?

 

RISPOSTA:

La soluzione sta nel mezzo: nella frase il verbo¬†essere¬†non √® ausiliare, ma non ha neanche un significato proprio, visto che √® copula (e la copula, per l’appunto, non ha un significato proprio, ma serve soltanto a collegare il soggetto con la parte nominale del predicato). Se il libro interpreta¬†sono¬†come ausiliare fa una scelta molto strana, per quanto non sbagliata in assoluto.¬†Sono, infatti, potrebbe ben essere l’ausiliare di un verbo passivo, ma se cos√¨ fosse la frase avrebbe un significato molto innaturale: “Oggi vengo distrutto” o “Oggi mi si distrugge”. Chiaramente, quindi,¬†sono distrutto¬†√® predicato nominale e la frase significa “Oggi sono molto stanco”.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Desidererei sottoporre alla vostra attenzione questa frase: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si sono sposati”. Se i nonni non ci sono pi√Ļ o anche uno solo di essi √® mancato, √® corretto esprimersi in questo modo o √® necessario ricorrere ad un’altra espressione? Per esempio: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si erano sposati” oppure “I miei nonni si erano sposati, come oggi, 70 anni fa”.

 

RISPOSTA:

Il trapassato prossimo si usa per esprimere un rapporto di anteriorit√† rispetto a un altro evento avvenuto nel passato. Nella frase in questione l‚Äôorganizzazione sintattica mette l‚Äôaccento sui 70 anni, per cui l‚Äôinserimento di un momento di riferimento passato (la morte di uno dei due coniugi o di entrambi), che giustificherebbe l‚Äôuso del trapassato, comporterebbe una contraddizione; il lettore, cio√®, non saprebbe come armonizzare l‚Äôinformazione che il calcolo degli anni ammonta a 70 con l‚Äôinformazione che tale calcolo non ha valore, perch√© nel frattempo √® successo un fatto che lo ha modificato. Inoltre, dal punto di vista semantico l‚Äôevento dello sposarsi √® momentaneo: una volta avvenuto non pu√≤ essere annullato da un altro evento successivo. Anche con la morte di uno dei coniugi, la circostanza del matrimonio rimane valida e legata a un preciso momento del passato. Diversamente, il processo dell‚Äôessere sposati pu√≤ essere modificato dalla morte (o il divorzio). Il messaggio da lei richiesto, insomma, pu√≤ essere espresso con un periodo ipotetico, per esempio: ‚ÄúOggi i miei nonni festeggerebbero 70 anni di matrimonio (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ, oppure ‚ÄúOggi i miei nonni sarebbero sposati da 70 anni (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

Francesca Rodolico

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

In una comunicazione e scritta e meglio usare il presente o il futuro per riferirsi al futuro? Ad es. “I genitori possono/potranno partecipare all‚Äôiniziativa organizzata per domani, recandosi… Se per esigenze particolari non si riesce/non si dovesse riuscire a rispettare l‚Äôorario indicato, si pu√≤/potr√† avvisare telefonicamente….”.
Chiedo anche se la punteggiatura va bene.

 

RISPOSTA:

Per descrivere un evento futuro si pu√≤ ovviamente usare l‚Äôindicativo futuro; si pu√≤, per√≤, usare anche il presente, specie in contesti informali e, nel parlato, anche mediamente formali. Il presente al posto del futuro √® accettabile soprattutto nei casi in cui la nozione di futuro √® affidata ad elementi esterni al verbo, per esempio espressioni di tempo (come¬†domani¬†nella prima parte della sua frase). Nella proposizione ipotetica della stessa frase, l’alternativa dovrebbe essere tra¬†si riesce¬†e¬†si riuscir√†¬†(si dovesse riuscire¬†√® ovviamente possibile, ma non √® n√© presente n√© futuro, quindi non c’entra con la domanda). Anche in questo caso, come anche nella proposizione reggente che segue l’ipotetica, la scelta del presente √® possibile ma abbassa il registro.
In quanto alla punteggiatura, l’unico suggerimento che si pu√≤ fare √® di eliminare la virgola prima della proposizione al gerundio (domani, recandosi); tale proposizione, infatti, dovrebbe essere interpretata come strettamente connessa alla reggente, visto che presenta lo strumento con cui pu√≤ realizzarsi l’evento in essa descritto (partecipare all’iniziativa).
Francesca Rodolico
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quali frasi sono corrette?

1a. Chissà se esistano i fantasmi
1b. Chissà se esistono i fantasmi
Oppure:
2a. Alcuni mi chiedono se esistano i fantasmi
2b. Alcuni mi chiedono se esistono i fantasmi

Inoltre:
3a. Mi piace un sacco le persone
3b. Mi piacciono un sacco le persone

 

RISPOSTA:

Le frasi 1a, 1b, 2a e 2b sono tutte varianti ben formate. Si tratta di interrogative indirette che ammettono sia il congiuntivo sia l’indicativo. La soluzione con il congiuntivo √® pi√Ļ aderente alla grammatica standard ed √® preferibile in contesti di alta formalit√†; quella con l’indicativo invece √® meno formale, ma comunque corretta.
Fra 3a e 3b la variante corretta √® soltanto 3b. Il verbo piacere √® intransitivo e non pu√≤ reggere un complemento oggetto; una delle particolarit√† di questo verbo (le cui sfumature si possono approfondire qui) √® il soggetto, che solitamente si trova posposto al verbo e sembra comportarsi come un complemento oggetto. In questo caso, il soggetto √® le persone, quindi l’accordo grammaticale andr√† al plurale piacciono. La frase riscritta in altro modo sarebbe: “Le persone piacciono a me un sacco”. Aggiungo, come nota di chiusura, che un sacco, che qui equivale a ‘molto’, ha valore avverbiale ed √® tipico del linguaggio colloquiale.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questa risposta si dice che “le completive subordinate di secondo grado preferiscono il congiuntivo“ e viene riportato, al riguardo, il seguente esempio:

“Non sapevo che tu sapessi che io sapessi“.

¬†Qui abbiamo una proposizione principale negativa che giustifica, secondo me, la subordinata di primo grado al congiuntivo e, sempre secondo me, in qualche modo condiziona tutto il periodo. Se avessimo per√≤ una principale affermativa, l‚Äôindicazione di massima sarebbe comunque valida (vedi soluzioni 1b e 1c), oppure l‚Äôindicativo sarebbe la soluzione pi√Ļ felice (1a)?

1a) Sapevo che tu sapevi che io sapevo.

1b) Sapevo che tu sapevi che io sapessi.

1c) Sapevo che tu sapessi che io sapessi.

 

RISPOSTA:

√ą vero che il congiuntivo nella completiva √® preferibile quando la reggente √® negativa (o ha un verbo impersonale). Anche con la principale affermativa e la subordinata di primo grado all‚Äôindicativo, comunque, la subordinata di secondo grado tende a preferire il congiuntivo. Nel caso specifico del verbo sapere affermativo, l‚Äôindicativo nella subordinata di primo grado √® una scelta un po‚Äô forzata (ma lo √® meno se il verbo della principale √® all‚Äôimperfetto); in quella di secondo grado √®, invece, del tutto accettabile (come nella sua variante 1b).

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho notato che, in presenza di come e quanto, per ragioni a me ignote, il congiuntivo prevale sull’indicativo, che tuttavia non dovrebbe essere scorretto:

1) Ho visto quanto tu la amassi / amavi.

2) Mi aggiornò su come volesse / voleva intervenire.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi da lei proposte le subordinate sono interrogative indirette, che sono il tipo di completiva pi√Ļ naturalmente costruito con il congiuntivo. Come pu√≤ anche sostituire che in proposizioni soggettive e oggettive, come nella frase ‚ÄúSo / √ą noto come tu ritenga la cosa sbagliata‚ÄĚ (= ‚Äú‚Ķ che tu ritieni la cosa sbagliata‚ÄĚ). Nelle proposizioni cos√¨ costruite √® decisamente preferibile il congiuntivo, probabilmente perch√© esse vengono associate alle interrogative indirette.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quali delle seguenti costruzioni sarebbero da evitare perché troppo, o troppo poco, formali?

1) Lascio intendere che si vuole / voglia.

2) Con quelle parole gli fece capire che cosa stava / stesse succedendo.

3) Ho compreso perché tu lo hai / abbia fatto.

4) Constatò fino a che punto riuscivano / riuscissero a mentire i suoi colleghi.

5) Gli spiegò chi era /  fosse.

6) Ero a conoscenza di che cosa voleva / volesse.

7) Prendo atto che la mia scelta ha / abbia generato critiche.

8) Secondo te non mi sono accorto che lei è / sia bella?

9) Mi fece sapere che cosa era / fosse accaduto.

10) Mi basta capire che lei è / sia una brava dottoressa.

11) √ą questo il motivo per cui l‚Äôuomo lo aveva / avesse aggredito.

12) Ho specificato che cosa aveva / avesse detto.

13) Vorrebbe davvero affermare che sua moglie è / sia stata insultata?

14) Gradirei che mi confermaste che tutto è / sia a posto.

15) La tua affermazione mi fa capire che cosa è / sia accaduto.

16) Capivo dove voleva / volesse andare a parare.

17) Avete constatato che ogni oggetto era / fosse al proprio posto?

18) Rivelò a chi era / fosse rivolto il prodotto.

 

RISPOSTA:

Gli esempi da lei proposti sono ugualmente ben costruiti nelle due varianti (tranne il numero 11), con la precisazione che il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell‚Äôindicativo, quindi la scelta tra l’una e l’altra variante va fatta in base allo stile personale e al contesto comunicativo. Va, comunque, precisato che la proposizione interrogativa indiretta √®, tra le completive, quella costruita pi√Ļ naturalmente con il congiuntivo. Nell‚Äôesempio 11 la proposizione subordinata non √® una completiva, ma una relativa; questa proposizione si costruisce di norma con l‚Äôindicativo, ma pu√≤ prendere il congiuntivo per assumere una sfumatura consecutivo-finale (che qui sarebbe fuori luogo).

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ, che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.

√ą corretto/accettabile l‚Äôuso del congiuntivo nella relativa qui proposta o sarebbe stato pi√Ļ corretto usare l‚Äôindicativo?
Credo che il congiuntivo dia una sfumatura di eventualità o si tratta di un ipercorrettismo o attrazione modale?

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa si costruisce normalmente con l’indicativo. In questa proposizione il congiuntivo pu√≤ essere utile a esprimere una sfumatura consecutivo-finale (“Cerco una persona che mi capisca”); quando, inoltre, essa √® subordinata a un’altra proposizione al congiuntivo, pu√≤ prendere il congiuntivo per quella che possiamo definire¬†attrazione modale. Che il congiuntivo nel suo caso non sia richiesto per ragioni semantiche √® dimostrato dal fatto che, sostituendolo con l’indicativo (che io non avevo afferrato), il risultato non solo √® pienamente accettabile, ma mantiene lo stesso significato. Perdipi√Ļ, il congiuntivo √® persino forzato nella relativa esplicativa (quale √® quella della sua frase), che aggiunge informazioni accesorie all’antecedente (qualcosa); risulterebbe del tutto naturale, invece, nella relativa limitativa, che serve a identificare l’antecedente: ‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

In una discussione, un mio caro amico mi indica che Рa suo dire Рtaciamo è una possibile versione alternativa, ma corretta, di tacciamo.
Ogni riferimento che ho trovato sembra smentirlo. Tuttavia, a sostegno della sua ipotesi mi segnala una pagina di Wikipedia. In effetti la voce taciamo è riportata, anche se priva della relativa pagina grammaticale.
Cos√¨ c’√® rimasto il dubbio che possa esistere un uso grammaticalmente corretto, e non relegato a questioni dialettali o di usanze regionali tra i parlanti.

 

RISPOSTA:

La forma¬†tacciamo¬†√® quella sicuramente corretta, anche se¬†taciamo¬†esiste: i pochi verbi in¬†cere¬†(tacere,¬†giacere,¬†(s)piacere…) hanno una radice che cambia (polimorfica) a seconda della desinenza. In fiorentino antico, e da l√¨ in italiano, la consonante prepalatale si rafforza se si trova dopo vocale e davanti a [j], ovvero al suono della i¬†seguita da un’altra vocale (o semivocalica). Per questo¬†taccio,¬†tacciamo,¬†tacciono,¬†taccia,¬†tacciano, ma¬†taci¬†(qui la¬†i¬†√® una vocale, non una semivocale, perch√© non √® seguita da un’altra vocale),¬†tacete,¬†tacere¬†ecc. Le radici polimorfiche sono facilmente soggette a processi analogici; i parlanti, cio√®, spesso adattano le forme minoritarie, per quanto etimologicamente corrette, a quelle maggioritarie, pure corrette, ma derivate da trafile di formazione diverse. Proprio un processo analogico √® quello che ha creato¬†taciamo¬†sulla base del modello maggioritario¬†tac¬†rispetto a quello minoritario¬†tacc-. Si noti che il participio passato¬†taciuto¬†non ha la consonante rafforzata perch√© nasce gi√† come forma analogica (in latino era¬†tacitus) modellata sulla maggioranza dei participi passati dei verbi della seconda coniugazione (creduto,¬†cresciuto,¬†voluto…).
Il processo di adattamento pu√≤ avere successo nel tempo e, effettivamente, creare forme nuove;¬†taciamo¬†(ma anche¬†piaciamo¬†e¬†giaciamo) oggi esistono, ma per queste parole il processo √®¬†in fieri, come testimonia l’atteggiamento dei vocabolari: il GRADIT, che √® aperto all’uso vivo, riporta¬†taciamo¬†accanto a¬†tacciamo¬†(e¬†piaciamo¬†accanto a¬†piacciamo,¬†giaciamo¬†accanto a¬†giacciamo); lo Zingarelli e il Treccani, invece, pur essendo vocabolari dell‚Äôuso, non registrano affatto la variante. In conclusione, attualmente la forma¬†taciamo¬†√® percepita come scorretta, quindi va evitata anche in contesti informali, specie se scritti; in futuro, per√≤, √® probabile che diventi comune accanto a¬†tacciamo¬†e, addirittura, che la sostituisca.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedere quale sarebbe il verbo corretto da usare in questa frase:
“Il ricordo del tuo luminoso sorriso e del tuo buon cuore sar√†/saranno per sempre la nostra forza”.

 

RISPOSTA:

Il soggetto della frase √®¬†il ricordo, quindi il verbo va concordato alla terza persona singolare:¬†sar√†. Il verbo sarebbe al plurale se il soggetto fosse¬†il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore, per esempio se la frase fosse costruita cos√¨: “Il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore saranno per sempre la nostra forza”.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Non riesco a capire bene quale ausiliare usare con il verbo volare se non si è in presenza di un moto a luogo e da luogo. Come posso comportarmi in queste frasi?

1. Questo √® l¬īaereo su cui ho volato/sono volato.

2. Ho volato in Italia (qui inteso come stato in luogo).

3. Cosa ha volato/è volato in cielo?

4. Sono volato/ho volato (con il deltaplano).

5. L’uccellino ha volato/√® volato (ma non via).

6. I partecipanti sono volati/hanno volato sulla pista (inteso come stato in luogo).

Quanto al verbo vincere, esso regge la preposizione contro?

 

RISPOSTA:

Il verbo volare pu√≤ essere costruito con entrambi gli ausiliari quando si riferisce a persone (che possono volare grazie all‚Äôuso di mezzi di trasporto aerei o in significati figurati), di animali dotati di ali e di veicoli deputati al volo. In questi casi avere √® il pi√Ļ utilizzato, mentre √® preferibile utilizzare essere quando il verbo √® accompagnato da complementi di moto da luogo o a luogo, in quasi tutti i significati figurati e per le azioni in corso di svolgimento. Di conseguenza, negli esempi 1, 2, 4 e 5 sarebbe preferibile selezionare l‚Äôausiliare avere. Al contrario, richiedono¬†l‚Äôausiliare¬†essere l‚Äôesempio 3, in quanto qui il soggetto potrebbe essere un oggetto che si libra in volo sospinto dal vento o altre forze, e l’esempio 6, perch√© qui¬†volare √® usato con il significato figurato di ‘muoversi velocemente’ (lo stesso che si userebbe in frasi come “Sono volato, ma sono arrivato comunque tardi”).

Nell‚Äôesempio 5 la scelta dell‚Äôausiliare influisce sul significato della frase:¬†ha volato significa ‘√® riuscito a volare’;¬†√® volato,¬† preferibilmente seguito da un sintagma che indica il luogo (via,¬†lontano,¬†fuori dalla finestra…), significa ‘si √® spostato in volo’.

In quanto alla seconda domanda, il verbo vincere pu√≤ essere transitivo (vincere la partita), ma √® pi√Ļ spesso intransitivo (vincere a dadi, di due punti, con l’inganno). In entrambi i casi pu√≤ essere accompagnato da complementi indiretti che indicano l’avversario sconfitto e sono costruiti con¬†con¬†o contro. Quando √® transitivo, inoltre, l’avversario pu√≤ essere costruito come complemento oggetto:¬†vincere il nemico.

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se in un periodo come il seguente sia opzionale l’uso del che, e quali differenze ci sono.
‚ÄúNon mi serve (che) tu venga‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Le proposizioni completive esplicite (come la soggettiva¬†che tu venga¬†nella sua frase) sono introdotte da¬†che¬†(e pi√Ļ raramente da¬†come). La congiunzione introduttiva pu√≤ essere omessa senza alcuna conseguenza semantica; la frase senza¬†che¬†√®, per√≤, percepita come pi√Ļ raffinata. L’omissione del¬†che¬†√® favorita dalla presenza di un altro¬†che¬†nella frase, nella reggente (“Ho capito tardi che lei pensava (che) io non fossi quello giusto”) o in una subordinata (“Ritengo (che) non sia conveniente che tu partecipi alla riunione”). Si noti che nella completiva non introdotta da¬†che¬†√® fortemente richiesto il modo congiuntivo: l’indicativo risulta quasi sempre molto trascurato.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Leggo sulla Treccani che nella proposizione concessiva il verbo è al congiuntivo tranne quando introdotta da anche se. Dunque volevo la conferma che solo il primo di questi due periodi sia corretto, e perché:
“Anche se vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
“Seppure vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
Inoltre volevo sapere cosa ne dite della variante:
“Se anche vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.

 

RISPOSTA:

La prima frase √® del tutto corretta; la seconda pu√≤ essere considerata scorretta in qualsiasi contesto scritto, nonch√© in contesti parlati medi. Va detto, per√≤, che esempi di¬†seppure vai,¬†seppure sei¬†e simili non mancano in rete, per quanto siano di gran lunga minoritari rispetto alle varianti con il congiuntivo. Il modo congiuntivo ha un ambito d’uso variegato: in alcune proposizioni √® obbligatorio, in altre √® in alternanza con l’indicativo, in altre √® richiesto da alcune congiunzioni e locuzioni congiuntive ma non da altre. Un esempio di quest’ultimo caso, oltre a quello discusso qui, √® la proposizione temporale, che richiede il congiuntivo soltanto se √® introdotta da¬†prima che. L’associazione di¬†anche se¬†all’indicativo √® probabilmente dovuta alla vicinanza di questa locuzione alla congiunzione ipotetica¬†se, che al presente richiede l’indicativo (se vai in Ferrari…). Il parallelo tra¬†se¬†e¬†anche se¬†√® confermato dal fatto che entrambe richiedono il congiuntivo all’imperfetto e al trapassato (anche se tu andassi / fossi andato). Proprio questa vicinanza semantica rende indistinguibile in molti casi¬†anche se¬†da¬†se anche, sebbene la seconda sia una locuzione congiuntiva ipotetica, non concessiva, che equivale a¬†se, eventualmente,. La differenza emerge chiaramente se l’ipotesi presenta una realt√† certamente verificatasi o certamente non verificatasi; per esempio: “Anche se il computer si √® rotto, non ne comprer√≤ un altro” / *”Se anche il computer si √® rotto…”. La seconda frase √® impossibile, perch√© non presenta una concessione contrastata dal contenuto della proposizione reggente, ma presenta un fatto sicuramente avvenuto come un’ipotesi. Si noti, comunque, che in una comunicazione autentica il ricevente tenderebbe a interpretare anche nel secondo caso la proposizione ipotetica come una concessiva, vista la vicinanza tra le due costruzioni. Con l’imperfetto e il trapassato, per di pi√Ļ, le due locuzioni diventano praticamente equivalenti: “Anche se il computer si rompesse, non ne comprerei un altro” / “Se anche il computer si rompesse…”. In questi casi, sebbene la locuzione¬†se anche¬†sia sempre ipotetica, non concessiva, essa sarebbe interpretata dalla maggioranza dei parlanti come concessiva.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei esprimere un dubbio in merito all’uso del congiuntivo passato e trapassato con il pronome relativo misto¬†chiunque. Nella frase “Chiunque abbia pronunciato un giudizio cos√¨ avventato, avrebbe dovuto documentarsi pi√Ļ scrupolosamente”, dopo il pronome¬†chiunque¬†potrebbe andarci bene anche il trapassato congiuntivo¬†avesse pronunciato? Se s√¨, perch√©?

 

RISPOSTA:

La frase¬†chiunque avesse pronunciato…¬†√® corretta: il trapassato¬†avesse pronunciato¬†pu√≤ servire a collocare l’evento prima di un altro evento passato, per esempio in una frase come “Luca pens√≤ che chiunque avesse pronunciato…” (in questo caso il passato non sarebbe corretto: *”Luca pens√≤ che chiunque abbia pronunciato…”). Il trapassato √® anche comunemente usato in relazione al presente, non al passato; in questo caso la relazione temporale rimane identica a quella instaurata dal passato:¬†(penso che) chiunque abbia pronunciato…¬†=¬†(penso che) chiunque avesse pronunciato…. Quest’uso deriva dalla sovrapposizione sulla proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†del modello della proposizione ipotetica (chiunque avesse pronunciato¬†=¬†se qualcuno avesse pronunciato); a ben vedere, per√≤, la sovrapposizione √® indebita, perch√© la sostituzione del passato con il trapassato non modifica il senso generale della proposizione relativa. Proprio perch√© il trapassato in queste condizioni (nella proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†senza un rapporto di anteriorit√† rispetto al passato) √® di fatto equivalente al passato, se ne pu√≤ sconsigliare l’uso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Mi fai sentire come (ipotesi) un insegnante del dopoguerra che rimproverasse (presente o passato?) un alunno che si comporta / comporti / comportasse male”.
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

“Che il castigo, se al giuramento vengo / venissi / venga meno, ricada sulla mia testa”.
Le varianti sono tutte legittime?

“Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta, tu che cosa risponderesti?”.
Di nuovo, con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase il congiuntivo imperfetto¬†rimproverasse¬†rappresenta correttamente l’evento come passato. La proposizione costruita intorno a¬†rimproverasse¬†√® una subordinata di tipo relativo, che si colorisce di una sfumatura eventuale per via del congiuntivo. Le forme¬†si comporta¬†/¬†comporti¬†/¬†comportasse¬†sono tutte possibili: con il congiuntivo imperfetto si rappresenta l’evento del¬†comportarsi¬†come passato, sullo stesso piano di¬†rimproverare; con il presente si sposta il punto di vista al passato per rappresentare l’atto del¬†comportarsi¬†come fosse attuale. La scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente in questo caso dipende dal grado di formalit√† che si vuole conferire alla frase. Sarebbe possibile anche¬†si era comportato¬†/¬†si fosse comportato, per collocare l’atto del¬†comportarsi¬†prima di quello del¬†rimproverare.
Nella seconda frase la subordinata √® ipotetica: in questa subordinata il tempo del verbo determina il grado di realt√† dell’evento: l’indicativo presente rappresenta l’evento come fattuale, il congiuntivo imperfetto come possibile, il congiuntivo trapassato come controfattuale, ovvero non pi√Ļ realizzabile. In questa proposizione il congiuntivo presente non si usa.
Nella terza frase la parte su cui ci si concentra (Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi) √® una sequenza di due ipotetiche coordinate. Come detto sopra, in questa proposizione la forma del verbo esprime il grado di realt√† dell’evento; questa funzione √® indirettamente collegata al tempo, perch√© la fattualit√† (espressa dall’indicativo presente) √® legata al presente o al massimo a un futuro gi√† programmato; la possibilit√† √® legata ugualmente al presente o al futuro; la controfattualit√† √® legata al passato. Per quanto riguarda l’interrogativa diretta (quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta), la scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente dipende dal registro, come per¬†si comporta¬†/¬†comporti. Il condizionale in questo caso non √® giustificato, perch√© non √® indicata nessuna ipotesi tale da condizionare la qualit√† dell’altezza.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sottoporvi un quesito (sperando sia in linea con il tipo di argomenti da voi trattati).
In navigazione si usa il termine ‘doppiare’ quando si vuole esprimere l’azione di superare/passare un capo con un’imbarcazione; ad esempio “doppiare Capo Horn in barca a vela √® pericoloso”.
Il mio dubbio riguarda l’origine della parola italiana: trovo anti-intuitiva la parola ‘doppiare’ che assomiglia (e derivare) da “doppio, due volte” in relazione all’azione che esprime (superare un capo), sopratutto se paragonata all’inglese dove si utilizza il verbo ‘round’ (round girare/passare attorno).

 

RISPOSTA:

Doppiare¬†‘oltrepassare, superare un ostacolo’ √® un tecnicismo marinaresco entrato in italiano in epoca rinascimentale come ampliamento semantico (o prestito semantico) del verbo¬†doppiare, gi√† esistente con il significato di ‘rendere qualcosa due volte maggiore, raddoppiare’. L’origine del prestito √® lo spagnolo¬†doblar, che all’epoca aveva gi√† il significato di ‘oltrepassare un ostacolo’. Spiegare perch√©¬†doblar¬†avesse sviluppato questo significato non √® facile: probabilmente dal significato del latino volgare¬†duplare¬†‘rendere doppio, raddoppiare’ si √® sviluppato il significato ‘piegare’ (perch√© quando si piega una linea si ottengono due segmenti distinti, quindi si raddoppia la linea). Questo significato, per√≤, pu√≤ essere riferito alla rotta necessaria per superare un ostacolo, ma non all’ostacolo stesso: √® la rotta, cio√®, che viene¬†doppiata¬†‘piegata’, non l’ostacolo. Per spiegare l’uso effettivo del verbo (doppiare un ostacolo, non¬†doppiare una rotta), quindi, dobbiamo ipotizzare un ulteriore slittamento semantico, da ‘piegare’ a ‘girare, aggirare’. I verbi¬†to round¬†(inglese) e¬†umschiffen¬†‘circumnavigare, navigare intorno’ (tedesco) conferma, del resto, che l’atto del superare un ostacolo piegando la rotta della nave √® comunemente definito come ‘girare, aggirare’.
A margine va detto che negli sport su pista il verbo¬†doppiare¬†√® usato come estensione del tecnicismo marinaresco, e infatti ha il significato di ‘superare, oltrepassare un concorrente’; non c’√® in questo significato alcun riferimento al ‘raddoppiamento’ (quando si doppia un concorrente non si raddoppiano i giri conclusi, ma semplicemente se ne aggiunge uno).
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso di riferirsi in questa situazione comunicativa:
‚ÄúPer ogni informazione si riferisca a quanto indicato sul programma‚ÄĚ.
Può essere qui usato come sinonimo di attenersi?

 

RISPOSTA:

Qui¬†riferirsi a¬†significa ‘prendere con punto di riferimento’, non ‘riguardare, avere come argomento’ (che √® il significato pi√Ļ comune). Con questo significato, il verbo si avvicina ad¬†attenersi, ma non pu√≤ essere considerato suo sinonimo:¬†attenersi, infatti, contiene una sfumatura di precisione che non ammette deroghe assente in¬†riferirsi a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei capire in quali situazioni è obbligatorio affiancare il congiuntivo imperfetto al condizionale presente, come nel caso di un periodo ipotetico.
Queste due frasi rischiano di essere avvertite come errate per il semplice fatto che si è abituati ad associare il condizionale al congiuntivo imperfetto, e ciò a volte manda in confusione anche me:
“Non potrei stabilire se l‚Äôabbia fatto un bambino o un adulto”.
“Vorrei che venga espulsa” (In questo caso il condizionale √® una forma ingentilita del presente).

 

RISPOSTA:

Nel quadro della consecutio temporum, il condizionale presente richiede gli stessi tempi del congiuntivo richiesti dall’indicativo presente. Per esempio, quindi, immagino che venga = immaginerei che venga (contemporaneità); immagino che venisse / sia venuto / fosse venuto = immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto (anteriorità). A questa regola si sottraggono i verbi di volontà, desiderio, opportunità (come volere, desiderare, pretendere, essere conveniente e simili), che instaurano il rapporto di contemporaneità con il congiuntivo non presente, ma imperfetto (probabilmente perché sono influenzati dal modello del periodo ipotetico del secondo tipo, in cui al condizionale presente corrisponde il congiuntivo imperfetto). A immaginerei che venga, quindi, corrisponde vorrei che venisse. La variante vorrei che venga in astratto è corretta, ma è di fatto giudicata decisamente trascurata. Coerentemente, per l’anteriorità alla costruzione immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto corrisponde il solo vorrei che lui fosse venuto. La variante vorrei che lui venisse per esprimere l’anteriorità è sconsigliata perché sarebbe interpretata come esprimente la contemporaneità.
Per ulteriori informazioni sui tempi del congiuntivo dipendenti da vorrei è possibile consultare questa risposta e questa risposta.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 1
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei farvi una domanda riguardo all’uso delle congiunzioni condizionali (escluso se).
Come sappiamo, nella parte condizionale va messo il congiuntivo, ma non sono certa se la scelta tra il presente e l’imperfetto dipenda soltanto dalla possibilità oppure anche dal tempo presente / passato?
A condizione che / purché / a patto che / casomai studi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, avrai / avresti superato l’esame.
Ho anche un altro dubbio: dopo aver scelto il tempo della parte condizionale, cosa posso fare con quella reggente? Uso l’indicativo per esprimere una certezza e il condizionale per una possibilità?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni introdotte da a patto che, purché, a condizione che e casomai (o caso mai) sono condizionali (nel periodo ipotetico sono chiamate protasi e contengono la descrizione della condizione) e richiedono il modo congiuntivo; il tempo dipende sia dal grado di possibilità dell’evento espresso sia dal rapporto temporale (la cosiddetta consecutio temporum) con il verbo della reggente (che nel periodo ipotetico è chiamata apodosi e contiene la conseguenza della condizione contenuta nella protasi). La sua prima frase è un caso canonico di periodo ipotetico della realtà. Questo costrutto serve a rappresentare l’evento della reggente come certo.
La seconda frase presenta un esempio di apodosi della realtà e protasi della possibilità: il costrutto, corretto, esprime un dubbio circa la possibilità della condizione (il parlante non è certo che l’interlocutore si metta a studiare bene) e la certezza riguardo alla conseguenza della condizione.
Il terzo e ultimo esempio presenta nuovamente nella subordinata il congiuntivo imperfetto, mentre nella reggente propone due opzioni diverse: un verbo all’indicativo (il futuro anteriore avrai superato) e un verbo al modo condizionale composto, o passato (avresti superato).
Il futuro anteriore si usa per indicare un evento che avverr√† in un futuro pi√Ļ prossimo rispetto a un altro pi√Ļ lontano nel futuro. Si tratta di un tempo verbale usato raramente, perch√© il rapporto di successione tra gli eventi risulta quasi sempre chiarito dal contesto. In questo caso specifico non √® presente un altro evento di riferimento successivo, di conseguenza il futuro anteriore non √® giustificato. L‚Äôopzione diventerebbe possibile se si aggiungesse un evento di riferimento; per esempio: ‚ÄúA patto che studiassi bene avrai superato l‚Äôesame prima di accorgertene‚ÄĚ. Bisogna, per√≤, ammettere che la frase, corretta in astratto, difficilmente sarebbe prodotta da un parlante, per via della sua complessit√†.
L‚Äôipotesi con¬†avresti superato¬†√® impossibile se¬†studiassi¬†si riferisce al presente: presenta, infatti, la conseguenza come precedente rispetto alla condizione. La frase diviene corretta se il congiuntivo imperfetto √® usato con valore astorico, legato non al presente, ma a un principio generale: ‚ÄúSe tu studiassi (= avessi l‚Äôabitudine di studiare) bene avresti superato l‚Äôesame‚ÄĚ.
Prima di selezionare i tempi e modi verbali è opportuno valutare il grado di possibilità degli eventi selezionati a partire dalla reggente: è il verbo della reggente che governa quello della subordinata, in relazione al rapporto temporale e, nel caso del periodo ipotetico, al grado di possibilità che si vuole rappresentare.
Per ulteriori informazioni sull’uso di a patto che è possibile consultare questa risposta nell’archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

L‚Äôaggettivo poco concorda in genere e numero con il sostantivo al quale si riferisce. A tal proposito riprendo parte di un testo di una canzone: ‚ÄúUna √® troppo poco, due sono tante‚ÄĚ.

Di conseguenza, come devo comportarmi nelle seguenti espressioni?

  • La differenza √® poco/poca
  • Due settimane √® poco/sono poche

 

RISPOSTA:

Nel testo della canzone troppo poco √® una locuzione avverbiale. In questo caso l‚Äôavverbio poco si unisce all‚Äôavverbio troppo per sottolineare un eccesso di scarsit√†. Negli altri due esempi poco invece √® un aggettivo in funzione predicativa (cio√® si collega al nome tramite il verbo), quindi: ‚ÄúLa differenza √® poca‚ÄĚ e ‚ÄúDue settimane sono poche‚ÄĚ. Nell’alternativa “Due settimane √® poco”, poco √® un pronome indefinito in un‚Äôespressione ellittica in cui √® sottinteso un sostantivo ricavabile dal contesto: ‚ÄúDue settimane √® poco (tempo)‚ÄĚ.

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Se una persona √® defunta in quale maniera ci si riferisce ‚Äúall‚Äôessere‚ÄĚ della stessa: ‚ÄúNon credo che tutti sappiano chi lei sia / fosse / fu‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le alternative sono corrette. Il congiuntivo imperfetto fosse √® ineccepibile; il passato remoto fu √® legittimo, ma √® pi√Ļ informale del congiuntivo. Anche il congiuntivo presente sia, pur insolito, potrebbe andar bene in questo contesto: per un fattore psicologico e affettivo, ci si potrebbe riferire al defunto come a una persona ancora viva nei nostri pensieri.

Raphael Merida

Parole chiave: Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

I verbi essere e stare sono intercambiabili?

Ad esempio alla domanda ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ, potrei rispondere usando il verbo stare e dire ‚ÄúSto qui‚ÄĚ?

C‚Äô√® differenza tra ‚ÄúSono alla cassa‚ÄĚ e ‚Äústo alla cassa‚ÄĚ?

Ci sono dei casi in cui il verbo stare non andrebbe usato?

RISPOSTA:

La confusione deriva dal fatto che spesso il verbo stare √® usato legittimamente al posto del verbo essere in frasi, per esempio, che esprimono una condizione psicologica di una persona (‚ÄúSono in ansia‚ÄĚ / ‚ÄúSto in ansia‚ÄĚ). Tuttavia, anche se esiste una forte continuit√† semantica fra essere e stare, ci sono dei casi in cui questi due verbi non sono intercambiabili. Per esempio, rispondere a ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ con ‚ÄúSto qui‚ÄĚ in luogo di ‚ÄúSono qui‚ÄĚ √® un tratto tipico dei dialetti meridionali, inclini a sostituire il verbo essere con il verbo stare (‚ÄúSto nervoso‚ÄĚ al posto di ‚ÄúSono nervoso‚ÄĚ; ‚ÄúLa sedia sta rotta‚ÄĚ al posto di ‚ÄúLa sedia √® rotta‚ÄĚ). Vista la sua natura regionale, occorre evitare questa forma in contesti formali.

Riguardo alla seconda domanda, la risposta √® s√¨: sto alla cassa significa ‚Äėsvolgere la mansione di cassiere‚Äô; sono alla cassa, invece, ‚Äėtrovarsi vicino alla cassa‚Äô. A differenza di essere, il verbo stare, infatti, racchiude alcuni significati che designano una situazione duratura nel tempo (‚ÄúSono a Roma‚ÄĚ significa ‚Äėmi trovo a Roma‚Äô, ‚ÄúSto a Roma‚ÄĚ, invece, ‘abito a Roma‚Äô).

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Desidero porre una domanda in merito a un tema molto discusso: quale tipo di concordanza usare. Ad esempio:

Mi serve un mucchio di oggetti.
Mi servono un mucchio di oggetti.

La prima frase presenta una concordanza di tipo grammaticale. La seconda frase di una concordanza ‚Äúa senso‚ÄĚ.
Ora sono quasi sicuro che per l’italiano formale si dovrebbe usare la concordanza grammaticale; tuttavia suona meglio a mio avviso la concordanza a senso. La concordanza grammaticale sembra quasi stonare.

 

RISPOSTA:

La concordanza grammaticale in questi casi pu√≤ sembrare ‚Äústonata‚ÄĚ rispetto alla concordanza a senso perch√© si scontra con la rappresentazione logica soggiacente (un mucchio di oggetti¬†=¬†molti oggetti). Tale rappresentazione √® talmente evidente che la concordanza a senso √® percepita come pi√Ļ naturale rispetto a quella rispettosa della regola dell’accordo tra il soggetto e il verbo. Per questo motivo essa √® considerata generalmente accettabile, tranne che in contesti scritti formali.
Per una spiegazione pi√Ļ dettagliata pu√≤ leggere¬†questa risposta¬†gi√† presente in archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se entrambe le soluzioni sotto proposte possono essere giudicate valide.

1) Si è dovuto intervenire per placare gli animi.
2) Si è dovuti intervenire per placare gli animi.

A condizione di non essermi confusa durante la consultazione e l’analisi, in letteratura le due costruzioni coesistono.

 

RISPOSTA:

I verbi intransitivi (come¬†intervenire) concordano il participio passato con il soggetto (Luisa √® intervenuta). Nella costruzione impersonale, in cui, per definizione, manca il soggetto grammaticale, il participio viene concordato con un soggetto “logico”, che coincide con una prima persona plurale (maschile o femminile secondo le normali regole dell’accordo). La costruzione, pertanto, pu√≤ essere¬†si √® intervenuti¬†o¬†si √® intervenute. La presenza del verbo servile¬†dovere¬†complica questa regola, perch√© questo verbo ha come ausiliare¬†avere, quindi nella forma impersonale mantiene il participio passato invariabile. Si pensi, per esempio, a una conversazione del genere:
-Siete intervenuti?
-Si è dovuto (impossibile *si è dovuti).
Come si può immaginare, le due costruzioni concorrenti entrano in conflitto, creando la doppia possibilità. Per le ragioni spiegate, entrambe le costruzioni sono giustificabili, anche se la seconda è preferibile, perché il verbo servile ha una forte tendenza a prendere la costruzione del verbo retto, che è semanticamente dominante. Questo si vede, per esempio, nella netta preferenza dei parlanti per forme come sono dovuto andare rispetto a ho dovuto andare.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale sarebbe la forma corretta?
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Un esempio sono Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Ne sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Esempi sono Milano e Roma‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette. I dubbi legati a questa frase riguardano da una parte la concordanza tra il soggetto e il verbo, dall’altra l’inserimento del pronome anaforico ne. Per quanto riguarda il primo dubbio, la regola richiede che il verbo di una frase concordi con il soggetto, ma nel caso in cui nella frase ci sia un predicato nominale con il nome del predicato rappresentato da un sintagma nominale o da un pronome di una persona diversa dal soggetto, la concordanza del verbo con il soggetto pu√≤ risultare, per quanto in astratto corretta, innaturale. La soluzione spesso adottata, allora, √® concordare il verbo essere¬†con il nome del predicato, come nella prima variante della frase da lei proposta. La stessa cosa succederebbe, per esempio, in una frase come “Il problema siete voi” (non *”Il problema √® voi”). Si noti che questa soluzione pu√≤ essere considerata a tutti gli effetti regolare, visto che il ruolo della parte nominale e quello del soggetto sono intercambiabili (“Un esempio sono Milano e Roma” pu√≤ essere riformulata come “Milano e Roma sono un esempio”). In alternativa, se la frase lo permette si pu√≤ far coincidere il numero del soggetto e quello della parte nominale, come nella terza variante della sua frase.
Per quanto riguarda l’inserimento di ne, √® una scelta possibile ma non necessaria: il pronome riprende come incapsulatore tutta la frase precedente, trasformando la frase in qualche modo in ‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Del fatto che le citt√† presenti nel grafico sono molto popolate¬†sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ. L’accostamento delle due frasi, per√≤, √® sufficiente a permettere al lettore di ricavare facilmente il collegamento logico; la coesione, pertanto, √® garantita anche senza il pronome.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi permetto di dissentire da questa vostra risposta.¬†Quel chiunque sia non pu√≤ essere inteso come nel caso di qualora¬†o nel caso in cui?: “Qualora qualcuno fosse interessato, mi contatti”.
Oppure come nel caso di un passato: “(…) la denuncia pu√≤ essere fatta da chiunque sia stato presente ad un fatto punibile o ne abbia avuta cognizione in altro modo, senza essere stato offeso, n√© danneggiato (…)” (“Codice di procedura penale del Regno d‚ÄôItalia”, 1871).
O come nel caso di una concessiva: “Chiunque sia stato, non la passer√† liscia”.
O come la formulazione di una ipotesi: “Una macchina che sia rotta non potrebbe gareggiare”.

 

RISPOSTA:

Se assimiliamo la costruzione chi fosse a se qualcuno fosse, con riferimento al presente, la costruzione chi sia dovrebbe essere assimilata a se qualcuno sia, che non √® prevista in italiano (e si sovrapporrebbe funzionalmente a se qualcuno fosse). Gli esempi che lei fa per contestare questa spiegazione riguardano non chi, ma chiunque: quest’ultimo pronome contiene un tratto di forte indeterminatezza che ne favorisce l’associazione al congiuntivo anche al presente a prescindere dalla sovrapposizione del costrutto ipotetico. Per la verit√†, chiunque¬†√® obbligatoriamente accompagnato dal congiuntivo, proprio in virt√Ļ del suo significato indeterminato, particolarmente coerente con la sfumatura non-fattuale attribuita al congiuntivo.
Chi pu√≤ comportarsi come chiunque, quindi prendere il congiuntivo anche al presente, se nella relativa c’√® il tempo passato, che accentua la non-fattualit√† dell’evento (chi sia stato interessato √® del tutto legittima). Questa osservazione risponde alla sua seconda ipotesi: il passato cambia le condizioni d’uso del congiuntivo (e faccio comunque notare che nella citazione del Codice non c’√® chi, ma chiunque). Un’altra circostanza che favorisce l’uso del congiuntivo nella relativa √® l’indeterminatezza dell’antecedente. Questa non si applica a chi, che non ha un antecedente esplicito, ma a che; la cito qui perch√© spiega il suo ultimo esempio: “Una macchina che sia rotta…”.
Per quanto riguarda il terzo esempio, infine, non solo questo ripropone l’associazione tra chi sia e chiunque sia stato, doppiamente indebita perch√© chiunque sia stato¬†√® indeterminato e passato, ma viene definito “caso di una concessiva”, mentre nella frase non √® presente alcun legame logico di concessione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se nell’esempio il presente indicativo del verbo potere¬†√® corretto: “Va in ospedale, dove incontra Virginia che gli chiede se pu√≤ avere il fine settimana libero”.

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta. Se pu√≤ avere √® un proposizione interrogativa indiretta, che pu√≤ essere costruita con l’indicativo, il congiuntivo o il condizionale, a seconda del significato e del registro.
Pu√≤ approfondire l’argomento inserendo come parole chiave “interrogativa indiretta” all’interno dell’Archivio di DICO.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Desidero, per favore, chiedere se la consecutio di questa frase è errata:
“Navigher√≤ fintanto ch√© ci siano mari da navigare”.

 

RISPOSTA:

La costruzione √® corretta. La congiunzione fintantoch√© introduce una proposizione temporale e ammette il verbo al congiuntivo (come nell’esempio) o all’indicativo: “Navigher√≤ fintantoch√© ci saranno mari da navigare”. Pu√≤ approfondire l’argomento anche in queste due risposte: Le mille forme della proposizione temporale e Usi dei tempi con fintantoch√©.

Raphael Merida

Parole chiave: Congiunzione, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase √® corretto l’uso del condizionale sarebbe?

E non so neanche se sarebbe stato in grado di leggerla.

 

RISPOSTA:

Il condizionale è corretto: la proposizione introdotta da se è una interrogativa indiretta, che ammette i modi indicativo, congiuntivo e, appunto, condizionale.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Non ho ben capito se il verbo interessare regge il complemento oggetto o il complemento di termine. Ad esempio nella frase ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ, ¬ęmi¬Ľ che complemento √®?

Quanto all’uso di anch’io/neanch’io, vanno bene queste frasi?

¬ęNon vado al cinema¬Ľ. ¬ęAnch¬īio non vado¬Ľ / ¬ęNeanch¬īio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Interessare pu√≤ essere usato sia transitivamente (cio√® col complemento oggetto: interessare qualcuno), sia intransitivamente (cio√® col complemento di termine: interessare a qualcuno). Nonostante le sottili differenze semantiche rilevate dai vocabolari (interessare + compl. oggetto ha un valore meno intenso, e pu√≤ significare sia ‚Äėincuriosire‚Äô sia ‚Äėriguardare‚Äô: ¬ęl‚Äôesenzione interessa soltanto i maggiori di 60 anni¬Ľ; interessare + compl. di termine significa ‚Äėavere a cuore‚Äô: ¬ęa Laura interessava molto Raphael¬Ľ), i due usi sono spesso intercambiabili, anche se la costruzione con il complemento di termine (cio√® di interessare come verbo intransitivo) √® molto pi√Ļ frequente. Per cui una frase come ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ pu√≤ valere sia ‚Äėinteressa me‚Äô, sia, pi√Ļ probabilmente ‚Äėinteressa a me‚Äô, tanto pi√Ļ se il complemento √® espresso dal pronome clitico mi, ti ecc., che ha la medesima forma all‚Äôaccusativo e al dativo. La costruzione transitiva, a differenza di quella intransitiva, pu√≤ essere usata anche in riferimento alle cose: ¬ęl‚Äôinterruzione interessa la strada statale 113¬Ľ (e non *alla strada).

Anche non non √® corretto in italiano. Con la negazione anche si trasforma in neanche, neppure o nemmeno: ¬ęNeanch‚Äôio¬Ľ / ¬ęNeanche io varo al cinema¬Ľ / ¬ęNon vado al cinema neanche io¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

“Chi fosse interessato mi contatti” o “chi sia interessato mi contatti”?
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato? (Chi era interessato, tre giorni fa, mi contatti adesso).

 

RISPOSTA:

La variante con il congiuntivo presente √® ingiustificata, quindi da considerare errata. Le alternative possibili sono chi fosse… e chi √®... Lei ha ragione a rilevare nell’imperfetto un valore di passato: in effetti il significato della prima frase potrebbe essere quello da lei inteso; tale significato astratto, per√≤, sarebbe senz’altro scartato dai parlanti per via dell’incoerenza tra un interesse passato e l’azione presente. In altre frasi potrebbe, comunque, essere attivo; per esempio “Chi fosse vivo nel 1910 oggi √® certamente morto”. Rimane da spiegare quale sia la differenza tra chi √®… e chi fosse…. Il congiuntivo imperfetto aggiunge alla proposizione relativa una sfumatura di ipoteticit√† (chi fosse = se qualcuno fosse) assente nell’indicativo presente. A ben vedere, tale sfumatura √® superflua, visto che la situazione descritta √® gi√† ipotetica in s√© (il parlante non sa se qualcuno lo contatter√† e chi sia questo qualcuno); i parlanti, per√≤, dimostrano di apprezzare l’enfatizzazione di questo tratto, ottenuta proprio con il congiuntivo imperfetto, che avvicina, come detto, chi fosse a se qualcuno fosse.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho notato che appurare e constatare sono dati per sinonimi dai vocabolari. Appurare dovrebbe stare per ‚Äėaccertare‚Äô, ‚Äėverificare‚Äô; l’utilizzo di questo verbo presuppone che non si sia certo di un qualcosa.

Esempio:

  1. A) Ho appurato l’esattezza di questa teoria.

Il senso della frase dovrebbe essere questo: “Ho verificato/valutato l’esattezza di questa teoria”.

Quindi il verbo appurare si dovrebbe usare quando c’√® un dubbio e si vuole verificare se un qualcosa sia vero o falso. Questo qualcosa potrebbe rivelarsi vero o anche falso, in questo caso una teoria, quindi non si sa se sia vera o falsa, in quanto ho fatto una verifica senza dare l’esito.

Esemplifico la stessa frase con il verbo constatare:

  1. B) Ho constatato l’esattezza della teoria.

In questo caso, il verbo mi d√† l’impressione di non mettere in dubbio la cosa, bens√¨ confermare e dimostrare, dare conferma del fatto e non investigare sulla veridicit√†, ma riconoscere come vero un qualcosa che √® stato verificato in precedenza e il riscontro alla fine √® stato favorevole, ovvero la teoria che poi si √® rivelata esatta ed √® una verit√† fattuale.

Si possono fare altri esempi:

  1. C) “Ho appurato la sincerit√† di quella persona. Ti posso dire che √® meglio starne alla larga.”

D)”Ho constatato la sincerit√† di quella persona.”

Nella frase C con appurare dico di aver indagato, ma solo dopo la successiva frase ti faccio capire implicitamente che √® una persona falsa facendoti capire l’esito del controllo che ho svolto

Nella frase D invece non ho bisogno di aggiungere altro, in quanto mi sono reso conto della sua sincerità e la posso confermare.

√ą proprio per questa enorme differenza, forse, che mi sembrerebbe strano dire: “Hai constatato se ci sono tutti”, in quanto constatare, oltre a verificare qualcosa, d√† anche l’impressione proprio di confermare positivamente la cosa, senza lasciare la sfumatura del dubbio.

RISPOSTA:

I verbi appurare e constatare significano ‚Äėaccertare‚Äô, quindi sono legati da un rapporto di sinonimia. La distinzione pi√Ļ netta, che ha permesso la conservazione di entrambi i verbi, √® di tipo diafasico; ci√≤ significa che il loro uso varia a seconda del contesto situazionale: constatare √® usato in ambito giuridico, appurare no.

In tutte le sue frasi i due verbi sono equivalenti. L‚Äôultima frase (‚ÄúHai constatato se ci sono tutti‚ÄĚ, alla quale occorre aggiungere il punto interrogativo alla fine), invece, √® costruita in modo sbagliato: il verbo constatare, in questo caso, richiede l‚Äôuso di che + indicativo, quindi: ‚ÄúHai constatato che ci sono tutti?‚ÄĚ.

Per trovare una sfumatura di significato occorre risalire all‚Äôetimo: il latino constat (da constare) significa ‚Äė√® certo‚Äô, mentre purus significa ‚Äėpuro‚Äô, cio√® il risultato dell‚Äôeliminazione delle impurit√†. Da queste considerazioni si ricava che appurare(derivato di purus) allude al processo di eliminazione dei dubbi per arrivare alla verit√† e constatare invece al risultato dello stabilire la verit√†.

Raphael Merida

Parole chiave: Etimologia, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dubbi sulla correttezza del condizionale in una frase indipendente come: ‚Äútranquillo: lui non si ALLONTANEREBBE‚ÄĚ (senza il nostro consenso)

√ą corretto? Grazie

 

RISPOSTA:

Il condizionale nella dichiarativa (‚Äúlui non si allontanerebbe‚ÄĚ) √® ammesso e accentua la sfumatura semantica potenziale. Al posto del condizionale potremmo trovare anche un indicativo presente ‚Äúlui non si allontana‚ÄĚ, che sottolinea, invece, un‚Äôaffermazione (‚Äúsono sicuro che lui non si allontana‚ÄĚ).

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

So che bene si usa con un verbo, ma non il verbo essere. Esempio: “Sto bene”, ma “La pizza √® buona”. Vorrei sapere se le seguenti frasi siano corrette:

Non è bene fare questa cosa.
Non è buono fare questa cosa.
Non è un bene fare questa cosa.

 

RISPOSTA:

Bene pu√≤ essere avverbio o nome: quando accompagna stare √® usato come avverbio (sto bene = ‘mi sento in salute, a mio agio’); quando accompagna essere √® usato come nome (√® bene = ‘√® cosa giusta, utile, vantaggiosa’, √® un bene ‘√® una cosa giusta, utile, vantaggiosa’). La variante “Non √® buono fare questa cosa” √® anche possibile (come, per esempio, “Non √® onesto evadere le tasse”), ma √® sfavorita proprio per la concorrenza di¬†bene.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Non mi è molto chiara la differenza tra i verbi essere e esserci.
Ad esempio alla domanda “C’√® Mario?”, possiamo rispondere “S√¨, c’√® /S√¨, √® qui”, ma non va bene “S√¨, c’√® qui”, ma non capisco perch√®, invece, va bene dire “C’√® un uomo qui”.

 

RISPOSTA:

Il verbo esserci significa proprio ‘essere in luogo’, quindi l’espressione c’√® qui √® inutilmente ripetitiva. La ripetizione, per√≤, √® ammessa, e in certi casi necessaria, se la frase √® marcata, cio√® √® costruita per mettere in forte evidenza una certa informazione, per segnalare il collegamento tra la frase e il resto del testo o per precisare quale sia la rilevanza della frase nel contesto situazionale. Nella frase “C’√® un uomo qui”, per esempio, il parlante precisa che l’uomo si trova nello stesso luogo in cui si svolge la conversazione, perch√© dal suo punto di vista la presenza dell’uomo √® rilevante soltanto in relazione al luogo (per esempio perch√© √® sorpreso di trovare un uomo in quel luogo). Va detto che tale frase sar√† pronunciata con una pausa prima di qui, a dimostrazione del fatto che l’informazione qui √® isolata rispetto a c’√® un uomo, come se fosse un elemento aggiunto a parte. Nello scritto, tale pausa pu√≤ essere rappresentata con una virgola, quindi “C’√® un uomo, qui”. La stessa costruzione pu√≤ adattarsi a “C’√® Mario, qui” soltanto in assenza della domanda precedente (“C’√® Mario?”): se il parlante risponde alla domanda, non ha motivo di precisare qui, perch√© la presenza nel luogo √® presupposta proprio nella domanda. A sua volta, la domanda pu√≤ essere costruita in modo marcato: “C’√® Mario, qui”, per precisare che l’interesse per la presenza di Mario √® legato proprio al luogo in cui si svolge la conversazione.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

In frasi come la seguente, il valore del costrutto mi sembra temporale o causale:

 

  1. Alla mia vista, è rimasto sorpreso = quando mi ha visto è rimasto sorpreso.

 

Nelle seguenti frasi mi sembra pi√Ļ vicino ad un complemento di luogo che temporale o causale:

  1. √ą davvero piacevole alla vista.
  2. Si trova tutto alla tua vista = si trova tutto davanti a te.
  3. √ą stato messo pi√Ļ alla vista di qualsiasi altra cosa.

 

Nella 4. si potrebbe utilizzare anche “in vista”, che infatti suona (quantomeno a me) pi√Ļ naturale.

In ogni caso, è un ragionamento corretto il mio o ci sono delle falle evidenti?

 

 

RISPOSTA:

  1. Alla vista assume un valore temporale-causale, perfettamente traducibile come ha fatto lei (‚Äúquando mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ, oppure ‚Äúa causa del fatto che mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ).
  2. Si tratta di un complemento di vantaggio (‚Äú√® piacevole [a vantaggio di che cosa?] alla vista‚ÄĚ).
  3. Indica un complemento di stato in luogo (“si trova tutto [dove?] alla tua vista).
  4. Alla vista coincide con la locuzione in vista; tuttavia, riformulerei la frase 4 cambiando il verbo mettere, che richiama alla mente la locuzione cristallizzata mettere in (bella) vista ‚Äėesporre qualcosa alla vista di tutti‚Äô. Sostituendo il verbo mettere con esporre possiamo scrivere la seguente frase senza alcuna ambiguit√† nell‚Äôuso delle locuzioni alla vista/in vista: ‚Äú√ą stato esposto alla vista pi√Ļ di qualsiasi altra cosa‚ÄĚ.

L‚Äôultima frase, in cui alla vista o in vista rappresenterebbe comunque un complemento di stato in luogo, evidenzia bene un concetto gi√† espresso pi√Ļ volte in molte risposte di DICO (pu√≤ cercare le varie risposte scrivendo la parola chiave complementi): per comprendere le strutture sintattiche e lessicali di una lingua, alle volte, non √® necessario applicare acriticamente la tassonomia dei complementi a tutti i sintagmi della frase, ma occorre proporre diversi tipi di analisi che tengano conto dei parametri sintattici e semantici della frase.

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

1) ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso della particella ci oppure sarebbe pi√Ļ corretto usare solamente l‚Äôinfinito ‚ÄúNon riesco a credere che ‚Ķ‚ÄĚ. Perch√©?

2) ‚ÄúSe ne hai voglia, leggi questo libro‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso di ne oppure sarebbe pi√Ļ corretto scrivere/dire ‚ÄúSe hai voglia‚Ķ‚ÄĚ. Qual √® la differenza?

3) ‚ÄúIn pi√Ļ, consiglio di dare un‚Äôocchiata, anche a questi libri‚ÄĚ. √ą ammissibile la virgola dopo consiglio di dare un‚Äôocchiata oppure viola le norme della punteggiatura?

4) Dei clienti entrano in un ristorante; dovrebbero dire: ‚ÄúBuongiorno, siamo quattro‚ÄĚ oppure ‚Äú‚Ķ siamo in quattro?‚ÄĚ C‚Äô√® una differenza?

 

RISPOSTA:

1) Il pronome atono ci in crederci serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato. Si tratta di un costrutto tipico del parlato o dello scritto informale.

2) S√¨, √® corretto. Il sostantivo voglia unito al verbo avere (‚Äúavere voglia‚ÄĚ) richiede l‚Äôargomento di ci√≤ di cui si ha voglia, per avere senso; deve essere seguito, quindi, dalla preposizione di (‚Äúho voglia di‚ÄĚ). La frase pu√≤ essere infatti parafrasata come segue: ‚ÄúSe hai voglia di leggere, leggi questo libro‚ÄĚ. Il ne sostituisce il complemento di tipo argomentale di leggere.

3) No, non √® ammissibile. Non bisogna mai separare con una virgola il predicato dall‚Äôoggetto. In questo caso il predicato √® formato dalla locuzione dare un‚Äôocchiata, facilmente parafrasabile con guardare. Questo tipo di costrutti √® definito dai linguisti ‚Äúa verbo supporto‚ÄĚ (per questo argomento la rimando alla risposta Fare piacere, i verbi supporto e i verbi causativi).

4) In questo caso non esiste una regola precisa, ma potrebbe esserci una sottilissima sfumatura semantica tra le due varianti. La presenza della preposizione tra il verbo e il numerale (‚Äúsiamo in quattro) sembra indicare un gruppo definito di persone, il cui numero non √® casuale ma gi√† stabilito; l‚Äôassenza della preposizione (‚Äúsiamo quattro‚ÄĚ), invece, d√† l‚Äôidea di un gruppo il cui numero √® variabile e in corso di definizione. La preposizione in √® essenziale, infine, con i verbi diversi da essere: ‚ÄúGiocheremo in cinque‚ÄĚ, ‚ÄúAbbiamo viaggiato in venti‚ÄĚ ecc. ¬†

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

 

“Mai che qualcuno dica” o “dicesse la verit√†”?

Quale delle due va bene? E di che tipo di costruzione si tratta?

 

RISPOSTA:

 

L‚Äôalternativa con il congiuntivo presente √® certamente preferibile, quella con il congiuntivo imperfetto sarebbe corretta nell‚Äôitaliano standard per riferirsi al passato: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando frequentavo quelle persone¬Ľ; pu√≤, per√≤, valere anche per riferirsi al presente: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando gli chiedi spiegazioni¬Ľ. Questo secondo uso √® di provenienza regionale ed √® substandard (cio√® ancora non del tutto corretto), ma sempre pi√Ļ accettato e diffuso nella lingua parlata. ¬†

Il costrutto mai che + congiuntivo, di recente diffusione, √® sicuramente informale perch√© il che √® polivalente (come nei costrutti, ugualmente di recente diffusione, mica che, solo che, certo che…). Sui vari usi di che la rimando alla risposta Un che, tante funzioni dell‚ÄôArchivio di DICO.

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

1) Sarebbe stato meglio che tu fossi andato via.

2) Sarebbe stato meglio che tu andassi via.

Parliamo di due frasi corrette, anche se credo sia preferibile la a.

Io ho sempre visto, in questi contesti, l’imperfetto congiuntivo e il congiuntivo trapassato come due opzioni altamente interscambiabili, ma forse √® una mia percezione erronea.

C’√® invece qualche differenza tra la prima e la seconda frase da un punto di vista semantico?

 

RISPOSTA:

Le due frasi hanno significato diverso. La frase 2 indica un rapporto di contemporaneit√† tra il momento di riferimento (quello dell’essere meglio) e il momento dell‚Äôazione (quello dell’andare); il momento dell’andare, cio√®, era lo stesso in cui l’azione sarebbe stata preferibile. La frase 1, invece, esprime un rapporto di anteriorit√† del momento dell‚Äôazione rispetto a quello di riferimento. La differenza si capisce meglio se allarghiamo il contesto:

  1. Grazie per aver fatto la spesa, ma sarebbe stato meglio che ci fossi andato io.
  2. Sei stato imprudente: sarebbe stato meglio che tu non parlassi cos√¨ apertamente durante l’intervista.

Anche se la 2 √® legittima, essa viene sfavorita dalla sovrapposizione di questa costruzione con quella del periodo ipotetico, per cui a un condizionale passato nell’apodosi di solito corrisponde un congiuntivo trapassato nella protasi (sarebbe stato meglio che tu fossi andato =¬†sarebbe stato meglio se tu fossi andato). In seguito a questa confusione, la 1 viene usata sia nel suo valore proprio (anteriorit√† dell’azione rispetto a un momento di riferimento passato), sia in quello che sarebbe proprio della 2 (contemporaneit√† dell’azione con un momento di riferimento passato).

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

(1) Chiedo alle persone che conoscessero già la risposta di restare in silenzio.

(1a) Volevo confermare che nella proposizione relativa possiamo sostituire conoscessero¬†sia al congiuntivo presente conoscano sia all‚Äôindicativo conoscono senza cambiare la semantica della proposizione.¬† In altre parole, il valore del congiuntivo (sia all‚Äôimperfetto sia al presente) √® diafasico, giusto? La proposizione relativa √® propria, giusto? √ą soltanto una questione del registro.

 

Prendiamo un’altra frase che mi sembra strutturalmente simile:

(2) Possono iscriversi al primo anno tutti coloro che abbiano passato l’esame di amissione.

(2a) La struttura della frase sembra uguale alla frase dell’esempio 1 nel senso che c’è un requisito o una limitazione, giusto?

(2b) Possiamo sostituire avessero passato e avevano passato per abbiano passato senza cambiare la semantica della frase? Anche qui i diversi modi dei verbi sono soltanto una cosa del registro e i valori sono diafasici?

(2c) Come possiamo capire che il pronome relativo che non pu√≤ essere sostituto per esempio con ‚Äútale che‚ÄĚ per darle una sfumatura di una proposizione consecutiva.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi 1 e 2 si può sostituire il congiuntivo con l’indicativo senza alcun cambiamento di significato; la scelta tra i due modi è un fatto che determina il maggior o minor grado di formalità. Sulla scelta fra presente e imperfetto congiuntivo la rimando alle seguenti risposte nell’archivio di DICO: Congiuntivo e consecutio nella proposizione relativa e Relative improprie.

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Potreste indicarmi quale delle due versioni che seguono sia pi√Ļ corretta?

  1. Mi ha chiamato o mi ha chiamata (se donna);
  2. Ci hai inibito o ci hai inibiti?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti sono corrette. In casi come questi, cio√® quando le particelle pronominali ricoprono la funzione di complemento oggetto e si trovano prima del verbo, √® possibile scegliere liberamente l‚Äôaccordo sia per il genere (anche se il pronome indica una persona di sesso femminile), sia per il numero. Questa libert√† non vale per i pronomi di terza persona singolare e plurale per i quali l‚Äôaccordo di genere e numero del participio con l‚Äôoggetto √® obbligatorio: ¬ęLi ho visti¬Ľ (e non *li ho visto); ¬ęl(a) ho mangiata¬Ľ (e non *l(a) ho mangiato).

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

La frase di partenza viene da Moravia:

(1) ‚ÄúGli avevano fatto credere ad una tresca di Lisa‚Ķ.‚ÄĚ.

Volevo confermare che in questa frase non possiamo dire: ‚ÄúGli ci avevano fatto credere‚ÄĚ (ci = ad una tresca) perch√© gli ci non √® permesso nella grammatica italiana, giusto? Ma si sente:

(1a) Gli ci vuole molto tempo (gli = ‚Äėa lui‚Äô).

 

Gli ci vuole molto tempo è una forma colloquiale? Potrebbe darmi altri esempi in cui gli ci viene usato?

 

(2) Ammaniti nel libro Ti prendo e ti porto via scrive:

‚ÄúMi ci faceva credere‚ÄĚ.

Per me, il pronome mi ha valore di ‚Äúa me‚ÄĚ.¬† Di nuovo, volevo capire se questo uso della lingua √® soltanto colloquiale dato che la grammatica non indica la combinazione di un pronome indiretto con ci.

 

RISPOSTA:

Nella frase di Moravia non avrebbe senso inserire ci. Esistono frasi come 1a che sono del tutto legittime e riconosciute dalla grammatica italiana. In questo caso, volerci, che significa ‘essere necessario’, rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso ci) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo aggiungendo una sfumatura di partecipazione emotiva. La presenza di gli ci fa capire, nel suo esempio, che ci si riferisce a una terza persona, ma nulla vieta che ci si riferisca ad altre: ‚ÄúGli/Ti/Mi ci √® voluta una settimana‚ÄĚ.

L’esempio tratto da Ammaniti, pur un po’ forzato, è possibile; si tratta, in questo caso, di una struttura colloquiale, presente soprattutto nel parlato, dove ci si riferisce a ciò che è stata detto prima.

Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementare.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Sono molto comuni costruzione col “di” partitivo nelle quali manca un soggetto/oggetto perch√© sottinteso:

  1. a) Ce ne sono (tante) di cose!
  2. b) Ne ha fatte (tante) di cose!

Costruzioni analoghe sono quelle seguite da un modificatore nominale:

  1. c) Direi che (di persone) ce ne sono (tante) che non vanno mai al cinema.
  2. d) Di situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori.
  3. e) Nella vita di cose ne vedrai (tante) di belle e di brutte.

Nella frase “e” il modificatore del sintagma nominale sottinteso (“tante) √® preceduto dalla preposizione “di”, ma a differenza della frase “d”, dove il modificatore nominale √® un vero e proprio sintagma preposizionale, qui abbiamo un aggettivo che fa modificatore nominale, aggettivo che di norma non √® preceduto da nessuna preposizione, tranne in questi specifici casi.

Quello che mi chiedo è:

Se rendessimo esplicito il sintagma nominale “tante”, l’aggettivo richiederebbe lo stesso quel “di” o perlomeno sarebbe facoltativa la scelta di inserirlo o meno?

  1. f) Nella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte. A me non convince proprio quel “di” in quest’ultima frase , anzi lo casserei proprio, poich√© al mio orecchio suona malissimo, ma a rigor di logica forse √® corretto?

 

RISPOSTA:

La ragione della presenza del sintagma preposizionale introdotto da di √® dovuto al fatto che il clitico ne pronominalizza un sintagma preposizionale introdotto da di. Tant‚Äô√® vero che senza ne il di cade: ¬ęci sono tante cose/persone¬Ľ, ¬ęha fatto tante cose¬Ľ, ¬ęci sono tante persone che non vanno al cinema¬Ľ ecc.

In ¬ęDi situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori¬Ľ, ¬ędi tutti i colori¬Ľ √® un‚Äôespressione idiomatica ammissibile soltanto se introdotta da di, tant‚Äô√® vero che il di rimane anche senza ne: ¬ęho vissuto (tante) situazioni (simili) (che erano) di tutti i colori¬Ľ.

In ¬ęNella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte¬Ľ, come giustamente dice lei, il secondo (e il terzo) di √® di troppo (e dunque da evitare), perch√©, per via del clitico ne, serve il sintagma preposizionale ¬ędi cose¬Ľ, mentre belle e brutte sono aggettivi che, come tali, si collegano al nome (cose) senza preposizione. Esattamente come ¬ęvedrai cose belle e brutte¬Ľ. A meno che non siano aggettivi sostantivati (cio√® con cose sottinteso): ¬ęNella vita ne vedrai (tante) di belle e di brutte¬Ľ. Meno bene ¬ęNella vita ne vedrai (tante) belle e brutte¬Ľ. Del resto, l‚Äôespressione idiomatica √® ¬ęvederne delle belle¬Ľ, non certo *¬ęvederne belle¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

  1. a) Forse ci sarebbe chi accetterebbe a occhi chiusi.
  2. b) Forse ci sarebbe chi accettasse a occhi chiusi.

Tra le due mi suona di pi√Ļ la frase “a”, dove peraltro penso si possa ipotizzare una protasi velata/sottintesa:

“Forse ci sarebbe chi (se ne avesse la possibilit√†) accetterebbe a occhi chiusi”.

Ecco, sempre in merito alla questione del congiuntivo, condizionale e un’eventuale protasi implicita, ho letto delle risposte recenti su “Dico”, formulazioni del tipo “Chiunque volesse/vorrebbe, farebbe…”

La mia personale proposta è:

  1. c) Chi parteciperebbe alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.
  2. d) Chi partecipasse alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.

La frase “d” ricalca ovviamente il periodo ipotetico:

“Se qualcuno partecipasse alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.”

Mentre la frase “c” ha un condizionale che √® innescato e condizionato da una protasi che resta implicita:

“Chi parteciperebbe alla gara (se ne avesse la possibilit√†), forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte”.

Protasi, quest’ultima, che forse “potrebbe” (uso il condizionale) anche essere espressa per confermare la correttezza (?) del costrutto:

“Chi parteciperebbe alla gara se ne avesse la possibilit√†, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte”.

Che ne pensa? Sono intuizioni corrette, le mie?

 

RISPOSTA:

S√¨, le sue sono intuizioni sostanzialmente corrette. Con alcune precisazioni. Il fatto che le ‚Äúsuoni‚ÄĚ meglio ¬ęForse ci sarebbe chi accetterebbe a occhi chiusi¬Ľ si spiega con la struttura della frase, cio√® una frase scissa con c‚Äô√® presentativo, che dunque √® un po‚Äô come una frase semplice anzich√© complessa, equivalente a ¬ęForse qualcuno accetterebbe a occhi chiusi¬Ľ. La modalit√† epistemica della frase autorizza pienamente il condizionale (ma anche il congiuntivo) senza alcun bisogno di sottintendere una protasi. Il concetto di sottinteso, infatti, andrebbe invocato il meno possibile, per evitare di sostituire le nostre personali e opinabili intuizioni all‚Äôeffettiva natura della frase. Motivo per cui ¬ęChi parteciperebbe alla gara…¬Ľ √® decisamente da respingere, a meno che, come dice lei, la protasi non sia presente. Ma, ne converr√†, la frase con protasi ‚Äúsuona‚ÄĚ come del tutto innaturale, nella sua farraginosit√†: ¬ęChi parteciperebbe alla gara se ne avesse la possibilit√†, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte¬Ľ. Eviterei dunque questi tentativi scolastici e alessandrini di far tornare a tutti i costi i conti di frasi che nessuno pronuncerebbe mai, in contesti naturali. Meglio, dunque, il piano e naturale ¬ęChi partecipasse alla gara¬Ľ ecc.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questi giorni mi sono imbattuto in questa frase: ¬ęIl suo passatempo consiste nel coltivare i fiori¬Ľ. Mi chiedo cosa sia ¬ęconsiste nel coltivare i fiori¬Ľ in analisi del periodo.

 

RISPOSTA:

Il suo passatempo consiste: principale

nel coltivare i fiori: subordinata completiva (soggettiva) implicita.

Sebbene l’infinito sia sostantivato (nel coltivare), esso viene comunque analizzato come proposizione.

Sebbene la proposizione si comporti non come soggetto, bens√¨ come parte nominale di un predicato nominale (consiste nel = essere: il passatempo √® coltivare…), essa √® comunque analizzabile come completiva soggettiva.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Possono gli indefiniti reggere il condizionale?

Ecco alcune frasi:

Chiunque vorrebbe partecipare, deve mettere il suo nome sulla lista.

Ecco una piccola guida per chi vorrebbe avere maggiori informazioni.

Quale tempo e modo regge, invece, dovunque?

-Ti seguirò, dovunque tu vai/vada/andrai/andresti/andassi.

E se nella principale c¬ī√© un condizionale?

-Ti seguirei, dovunque …

-Ti avrei seguito, dovunque…

 

RISPOSTA:

Gli indefiniti possono reggere il condizionale soltanto se si trovano nella proposizione reggente, non se si trovano in una proposizione relativa con sfumatura ipotetica come tutte quelle da lei indicate, nelle quali è ammesso soltanto il congiuntivo o l’indicativo. Vediamo caso per caso.

¬ęChiunque volesse/voglia partecipare, deve mettere il suo nome sulla lista¬Ľ: la relativa retta da chiunque ha un evidente valore ipotetico, cio√® √® analoga alla protasi del periodo ipotetico: ¬ęse qualcuno volesse partecipare…¬Ľ. Quindi comprende bene come il condizionale sarebbe del tutto abnorme: *se qualcuno vorrebbe…

Identico discorso per le altre frasi:

¬ęEcco una piccola guida per chi volesse/voglia avere maggiori informazioni¬Ľ.

¬ęTi seguir√†, dovunque tu vai/vada/andrai/ andassi¬Ľ (ma non *andresti).

¬ęTi seguirei, dovunque tu andassi¬Ľ: identico a sopra, con preferenza per andassi, sempre in parallelo con il periodo ipotetico: ¬ęse andassi in qualunque luogo, io ti seguirei¬Ľ.

¬ęTi avrei seguito, dovunque fossi andato¬Ľ.

Diverso il caso in cui l‚Äôindefinito si trovasse nella reggente, cio√® con valore analogo a quello di una apodosi di un periodo ipotetico, cio√® con valore condizionale, appunto: ¬ęchiunque potrebbe partecipare¬Ľ (se volesse);

¬ęTi seguirei dovunque¬Ľ (se partissi);

¬ęTi avrei seguito dovunque¬Ľ (se fossi partito).

Molto interessanti le ultime frasi, perch√©, come vede, a seconda della pausa (o, per meglio dire, a seconda della relazione col verbo reggente), dovunque pu√≤ avere funzione avverbiale (¬ęTi seguirei/avrei seguito dovunque¬Ľ), e in questo caso, come parte della reggente, pu√≤ accompagnarsi a un condizionale, oppure funzione pronominale o di congiunzione relativa (¬ęTi avrei seguito, dovunque fossi andato¬Ľ), in cui il valore √® di pronome doppio ‚Äėin qualunque luogo in cui‚Äô, il quale, essendo alla testa di una subordinata relativa ipotetica, non pu√≤ ammettere il condizionale.

Ecco un‚Äôaltra coppia di esempi: ¬ęti seguo/seguirei ovunque (tu) vada/andassi¬Ľ DIVERSO DA ¬ęse io non ti seguissi tu andresti ovunque¬Ľ. Nel primo caso ovunque ha valore di congiunzione relativa (cio√® di pronome relativo doppio: ‚Äėin qualunque luogo in cui‚Äô), mentre nel secondo caso ha valore di avverbio (‚Äėdappertutto, in qualunque luogo‚Äô).

Prevengo subito un‚Äôaltra domanda possibile: allora non pu√≤ esistere una subordinata relativa al condizionale? S√¨, ma soltanto se ha valore condizionale, cio√® come una sporta di apodosi di periodo ipotetico con protasi sottintesa: ¬ęquesti sono i soldi che ti lascerei¬Ľ (protasi sottintesa: ¬ęse io morissi/se dovessi averne bisogno¬Ľ ecc.).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vi propongo questa frase: “Quell’esame di laboratorio si avvale dell’uso di sostanze radioattive”. Desidererei sapere se il verbo in questione pu√≤ riferirsi ad una procedura oltre che a colui o a coloro che tale procedura pongono in atto.

 

RISPOSTA:

Non sono sicuro di aver ben compreso la sua domanda: vuole sapere se il verbo avvalersi pu√≤ ammettere un soggetto inanimato (quell’esame), oppure soltanto animato (i tecnici di laboratorio)? Se la domanda √® questa, la risposta √® s√¨, il verbo avvalersi, bench√© propriamente riferito a soggetti animati, pu√≤, per metonimia, riferirsi anche a soggetti inanimati che indichino, per traslato, le persone. √ą evidente che con esame di laboratorio si intende qui la persona o le persone che hanno eseguito quell’esame.

Fabio Rossi

Parole chiave: Retorica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale fra le due seguenti affermazioni √® la pi√Ļ corretta e formale?

1) serve un sacco di cose

2) servono un sacco di cose

Io personalmente credo che la prima sia la pi√Ļ formale in quanto richiama una concordanza grammaticale, mentre la seconda pi√Ļ diffusa nel linguaggio confidenziale sembra accordata ‚Äúad orecchio‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Senza dubbio la prima √® pi√Ļ formale e ineccepibile, dal punto di vista grammaticale, dato che ¬ęun sacco¬Ľ, testa del sintagma, √® singolare. Il secondo √® un caso normalissimo (e ormai accettato anche dall‚Äôitaliano standard) di concordanza a senso, in cui la concordanza del verbo al plurale si spiega con il fatto che l‚Äôintera espressione ¬ęun sacco di X¬Ľ indica una molteplicit√†, del tutto equivalente a ¬ęmolti X¬Ľ. Inoltre, dato che √® la stessa espressione ¬ęun sacco di¬Ľ ad essere informale e colloquiale, e dato che essa si √® del tutto lessicalizzata come pressoch√© assoluto sinonimo di ¬ęmolti¬Ľ, la concordanza ‚Äúgrammaticale‚ÄĚ col verbo al singolare appare in questo caso un‚Äôinutile, e un po‚Äô goffa, pedanteria. Si pu√≤ aggiungere, infine, che talora al Nord pu√≤ essere preferita la prima forma (col verbo al singolare) non in quanto pi√Ļ formale, bens√¨ in quanto pi√Ļ vicina ad analoghi casi (ma stavolta non standard) di italiano regionale con verbo al singolare accordato a soggetto plurale, come per esempio ¬ęce n‚Äô√® molti¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su una frase: ‚Äúavrei bisogno di sapere se potessi sostenere l‚Äôesame (giorno x)‚ÄĚ. Non mi suona male ma mi √® stato fatto notare che non era cos√¨ corretta e che dovrei dire invece ‚Äúse sia possibile(‚Ķ)‚ÄĚ. Potreste aiutarmi? Vanno bene entrambe?

 

RISPOSTA:

In effetti, non si giustifica l‚Äôimperfetto, perch√© in questo caso il rapporto temporale tra le due proposizioni non √® di contemporaneit√† nel passato, bens√¨ di posteriorit√† o di contemporaneit√† nel presente, quindi la scelta migliore √® il congiuntivo presente, oppure l‚Äôindicativo presente: ¬ę… se posso sostenere… / se √® possibile sostenere…¬Ľ. Inoltre, √® sbagliato (o quantomeno troppo informale e regionale) ¬ęgiorno 12¬Ľ (per es.), perch√© la forma dell‚Äôitaliano standard prevede l‚Äôuso dell‚Äôarticolo, cio√® ¬ęil giorno 12¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

1.Probabilmente non ci sarebbe nessuno che mi desse/darebbe una mano.

2.Se avessi cercato aiuto, non avrei trovato qualcuno che mi desse/avrebbe dato una mano.

3.Se fosse il caso, te lo direi prima che tu te ne vada/andassi/andresti.

4.Se fosse stato il caso, te lo avrei detto prima che tu ne andassi/fossi andato/saresti andato.

Secondo me, nelle prime due frasi si può usare sia il congiuntivo imperfetto che il condizionale presente (1) e passato (2).

In merito alla terza, per una questione di orecchiabilit√†, direi corretto l’imperfetto e un po’ meno il congiuntivo presente, mentre “no” assoluto per il condizionale presente, che con “prima che” non penso sia compatibile.

In merito alla quarta, va bene l’imperfetto e congiuntivo trapassato, mentre, come dicevo prima, no per il condizionale passato in quanto incompatibile con “prima che”.

Cosa ne pensa? Sono considerazioni corrette oppure ravvisa degli errori di valutazione?

 

RISPOSTA:

Le sue interpretazioni mi sembrano ineccepibili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Premetto che tendo a evitare di chiedere chiarimenti su argomenti ampiamente discussi, ma stavolta non posso rinunciarvi: si tratta di un dubbio che mi assilla da tempo (e, evidentemente, non assilla soltanto me). Confido sempre in voi quando mi trovo in tale condizione: siete un solido punto di riferimento.
Detto questo, vengo al dunque.
In vari articoli ‚Äď alcuni dei quali sono piuttosto recenti ‚Äď avete spiegato e ribadito che nelle completive, in particolare nelle oggettive, il condizionale √® ammesso se la protasi √® esplicita.
Mi riallaccio a un esempio già analizzato, introdotto da sarebbe possibile/è possibile.
La mia domanda √® diretta: il condizionale nella proposizione oggettiva √® ammesso come variante accettabile delle soluzioni con il congiuntivo, oppure √® l’unica forma ammessa?
In altre parole, anche quando vi sia una protasi esplicita, o quando essa sia ricavabile dal contesto senza grossi sforzi logici, il parlante può comunque selezionare il congiuntivo?
Le varianti sintattiche (sono tutte corrette?) che un esempio come quello sopra citato potrebbe accogliere sarebbero le seguenti:
a) Sarebbe possibile che arriverebbe, se lo aspettassimo ancora.
b) Sarebbe possibile che arrivi, se lo aspettassimo ancora.
c) Sarebbe possibile che arrivasse, se lo aspettassimo ancora.
d) √ą possibile che arriverebbe, se lo aspettiamo/aspettassimo ancora.
e) √ą possibile che arrivi, se lo aspettiamo/aspettassimo ancora.

Ho sempre privilegiato il congiuntivo nelle oggettive affini a quella che è al centro del quesito (in questo caso, ad esempio, fra tutte le varianti, sceglierei la C e la E, indipendentemente dalla presenza della protasi). Ho inoltre notato, effettuando alcune ricerche su Google Libri, che molti autori, nelle loro opere, hanno seguito la stessa strada.
Chiedo aiuto a voi, come al solito, per dissipare la nebbia intorno a questo argomento.

 

RISPOSTA:

Nessuna delle cinque frasi pu√≤ dirsi errata, anche se quelle meno felici sono proprio la a) e la d), perch√© da una completiva retta da ‚Äúpossibile‚ÄĚ ci si aspetta in primo luogo il congiuntivo. Qui il condizionale ovviamente si giustifica perch√© la completiva √® a sua volta apodosi di periodo ipotetico, per√≤, come ripeto, il congiuntivo √® comunque la scelta preferibile. Sulla consecutio temporum arrivi/arrivasse (entrambe forme corrette), pu√≤ leggere la risposta di DICO Congiuntivo presente o imperfetto in dipendenza da vorrei e altre risposte connesse.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

1) Lo fai pentire delle sue azioni.

2) Lo fai pentirsi delle sue azioni

3) Lo lasci pentire delle sue azioni.

4) Lo lasci pentirsi delle sue azioni.

Per quanto mi riguarda, penso che con “fare” sia sbagliata l’inserzione del pronome riflessivo “si”, nonostante il verbo sia intransitivo pronominale e lo richiede.

Per quanto riguarda il verbo “lasciare” credo che si possa utilizzare il riflessivo, o almeno l’ho sempre fatto, ma non so se sia necessario al 100%.

Quindi significa che per me sono corrette la prima e la quarta, la terza potrebbe forse essere corretta, infine c’√® la seconda che √® errata.

Non ho i mezzi per stabilirlo, quindi chiedo a lei.

Magari saprebbe dirmi se ci sono delle regole e ragioni grammaticali ben precise in merito, con cui si può stabilire la correttezza o la non correttezza delle quattro frasi?

 

RISPOSTA:

Come si legge nella Grande grammatica italiana di consultazione, di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino, 1991, vol. 2, p. 509, ¬ęI verbi riflessivi appaiono nella costruzione fattitiva senza il clitico riflessivo¬Ľ, pertanto le sole frasi corrette sono la 1 e la 3. In altri termini, quanto il verbo fattitivo o causativo (fare, lasciare) determina lo spostamento del soggetto della subordinata infinitiva, ingloba in s√© anche il clitico riflessivo, che invece deve essere espresso se lo spostamento del soggetto (e l‚Äôinfinitiva) manca, cio√®: ¬ęFai (o lasci) che si penta delle sue azioni¬Ľ. Lo stesso vale per soggetto/oggetto espresso in forma piena: ¬ęFai/lasci pentire (e non pentirsi) Marco delle sue azioni¬Ľ, ma ¬ęfai/lasci che Marco si penta (e non penta) delle sue azioni.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La ringrazio per aver chiarito il mio dubbio sulla questione delle proposizioni causali/finali.

Lei ha per√≤ sollevato la questione del tema del controllo, su cui non avevo mai fatto pi√Ļ di tanto caso.

Nella frase “spero di redimermi” vi √® una oggettiva implicita, che si lega al verbo sperare, il cui soggetto √® “controllato” dal soggetto della reggente.

Ci sono casi in cui, per√≤, la subordinata implicita pi√Ļ che essere legata direttamente al verbo, fa da modificatore di un sintagma nominale, quest’ultimo legato direttamente al verbo:

  1. a) Non dimenticherò mai il fatto di essere sempre stato leale con tutti voi.
  2. b) Pensavo che questa fosse l’occasione per potermi pentire.

Queste due frasi sono molto idiomatiche, ma da un punto di vista puramente grammaticale (sempre riallacciandoci alla questione che la subordinata implicita non ha un contatto diretto col soggetto della reggente, ma piuttosto tale subordinata è parte del sintagma nominale) possono essere viste come corrette?

In queste due frasi, può effettivamente il soggetto della reggente (io) essere il controllore della subordinata implicita?

C’√® poi un ulteriore costrutto grammaticale, a mio modo di vedere molto idiomatico e utilizzato:

  1. c) Questa è la vostra occasione di/per accorgervi delle qualità di questo giocatore, molto spesso sottovalutate.

In questa frase, abbiamo nuovamente una subordinata implicita (introdotta da “per” o “di”) e che si lega al sintagma nominale, come nei due casi precedenti.

La vera differenza la fa lo stesso sintagma nominale, che è il soggetto grammaticale della reggente.

Quindi ci sarebbe da chiedersi: Perch√© si lega il soggetto della implicita alla seconda plurale “voi”?

Forse l’aggettivo “vostro” controlla il soggetto della subordinata implicita? Secondo lei, potremmo quindi vedere tale aggettivo come soggetto logico della reggente? Il soggetto logico, secondo le grammatiche, pu√≤ controllare il soggetto della subordinata implicita, in quanto √® colui che materialmente fa qualcosa:

“Mi sembra di aver capito”.

“Mi” equivale a “io”, che sarebbe riformulabile in tal modo:

“Io penso di aver capito”.

Cosa ne pensa lei di questi particolari casi?

 

RISPOSTA:

Certamente le frasi da lei riportate sono corrette (e non sono idiomatiche, né colloquiali, ma del tutto normali in qualunque registro dell’italiano standard). Anche quando le subordinate espandono un sintagma nominale, cioè dipendono da un nome, un aggettivo o un pronome anziché da un verbo (e troverà numerosi esempi di questo sempre nella solita Grande grammatica italiana di consultazione), il soggetto è controllato da un elemento della reggente. Nelle prime due frasi da lei citate, infatti, il soggetto della subordinata è controllato dal soggetto della reggente (io).

Molto giusta la sua intuizione sulle altre frasi: il soggetto della subordinata può essere controllato anche da altri elementi della reggente, ivi compreso un soggetto logico, a senso, generico ecc.:

  1. c) ¬ęQuesta √® la vostra occasione di/per accorgervi delle qualit√† di questo giocatore¬Ľ: il controllore √® sicuramente vostra.
  2. d) ¬ęMi sembra di aver capito¬Ľ: il controllore √® mi (cio√® il benefattivo o esperiente, chi prova una determinata esperienza, ovvero il soggetto logico, in questo caso).

Ma ci possono essere anche casi pi√Ļ complessi sintatticamente, per esempio:

¬ęTi ho dato la scusa per/di andartene¬Ľ: il soggetto della subordinata (tu) √® controllato dal complemento di termine della reggente (ti).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Il condizionale passato pu√≤ essere impiegato – come spiegato a pi√Ļ riprese – per indicare il futuro nel passato; pu√≤, per√≤, esprimere anche anteriorit√† rispetto a un dato momento di riferimento e, nel contempo, mantenere la sua funzione di eventualit√†?

In un periodo come quello riportato pi√Ļ sotto, l’azione descritta con il condizionale passato sarebbe interpretata come anteriore, posteriore (rispetto a quella della subordinata) o sarebbero possibili entrambe le soluzioni?

1. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero lasciato la spiaggia.

In assenza di altri elementi, la semantica mi porterebbe a optare per l’interpretazione posteriore; ma, in astratto, potrebbe anche essere vero il contrario.

Con verbi differenti, ad esempio, non avrei alcuna esitazione a stabilire il rapporto tra le due proposizioni.

2. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa (condizionale passato = posteriorità rispetto al congiuntivo trapassato: Laura raggiunge lo stabilimento e i suoi amici, dopo, vanno a casa).

3. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero stati a casa (condizionale passato = anteriorità rispetto al congiuntivo trapassato. Laura raggiunge lo stabilimento, ma i suoi amici se ne sono andati a casa).

In sintesi, il condizionale passato, a seconda dei casi, pu√≤ esprimere anteriorit√† o posteriorit√† rispetto a un momento di riferimento (anche tralasciando l’enunciazione), come negli esempi sopra indicati?

Riguardo al periodo 1, l’inserimento di un avverbio come gi√† potrebbe fugare ogni dubbio circa la collocazione temporale dell’azione, spingendo a considerare la proposizione espressa con il condizionale passato nel passato rispetto alla subordinata? (“Laura sapeva che nel momento in cui avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero gi√† lasciato la spiaggia” = Gli amici di Laura hanno lasciato la spiaggia prima che lei abbia raggiunto lo stabilimento).

 

RISPOSTA:

Il condizionale descrive un evento condizionato rispetto a un altro condizionante (tipicamente costruito con una proposizione ipotetica); il rapporto tra la condizione e la conseguenza attiva automaticamente un rispecchiamento temporale in cui la condizione precede la conseguenza. Questa funzione modale e temporale che lega la proposizione con il condizionale alla proposizione con il congiuntivo (o l’indicativo) da essa dipendente si intreccia con quella relativamente temporale che lega la stessa proposizione con il condizionale a quella che la regge (se la frase la prevede). In questa seconda relazione entra in gioco il valore di futuro nel passato.

In particolare, quando la reggente √® al presente, quindi il momento dell’enunciazione √® presente, il condizionale passato descrive un evento anteriore, quindi passato: “Penso [adesso] che lui avrebbe agito diversamente [nel passato] se le condizioni lo avessero consentito”. Lo stesso vale se il momento dell’enunciazione √® futuro: “Ti renderai conto che lui avrebbe agito diversamente…”. Se il momento dell’enunciazione √® passato, la funzione relativamente temporale del condizionale passato diviene di posteriorit√† (√® il cosiddetto futuro nel passato). Per questo, nelle sue tre frasi, gli eventi al condizionale passato sono sempre successivi a quello del sapere espresso nella proposizione principale Laura sapeva. Per quanto riguarda la relazione tra la proposizione con il¬† condizionale e la subordinata al congiuntivo nelle sue frasi, bisogna considerare l’ambiguit√† provocata dalla semantica dei verbi e dalla congiunzione che introduce la subordinata stessa. Nella frase 1 non c’√® dubbio che l’evento del lasciare sia conseguente, quindi anche successivo, a quello del raggiungere;¬† nella frase 2 l’evento dell’andare potrebbe essere avvenuto precedentemente a quello del raggiungere, quindi potrebbe non esserne la conseguenza. Questa possibilit√† vale perch√© la locuzione congiuntiva nel momento in cui ammette un’interpretazione temporale, quindi √® possibile che l’andare segua il sapere ma preceda il raggiungere. Questa interpretazione non sarebbe possibile se al posto di nel momento in cui ci fosse se (“Se avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa” = gli amici vanno certamente via come conseguenza dell’arrivo di Laura, quindi dopo). Lo stesso vale a maggior ragione per la frase 3, in cui il verbo essere costringe a un’interpretazione anteriore rispetto a raggiungere (ma comunque sempre successiva a sapere), perch√© indica uno stato e non un’azione (diversamente da lasciare e andare). Nella frase, infatti, la congiunzione se sarebbe ammessa soltanto con una sfumatura concessiva (se = anche se), perch√© rappresentare un evento precedente a un altro come la conseguenza di quest’ultimo sarebbe incoerente. Ovviamente, l’aggiunta di gi√† enfatizza la precedenza dell’essere rispetto al raggiungere.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Stavo pensando a qualche frase:

1) Lo ringrazio per avermi aiutato

2) Lo rispetto per avermi aiutato

3) Questo lo dico al di là del rispetto che io ho per lui per avermi aiutato.

Partiamo dalle prime 2:

Qui abbiamo una proposizione causale, il cui soggetto rimanda all’oggetto diretta della reggente.

Ora, esistono numerosi verbi che si comportano in questo modo, ma che solitamente reggono la preposizione di, (come anche lo stesso verbo “ringraziare”), per esempio:

– lo supplico di andarsene (finale).

– ti ringrazio di avermi dato ascolto (causale).

Quella di far concordare oggetto diretto della reggente e soggetto della finale o causale introdotta da “per” pu√≤ ritenersi un grossolano errore, se non un colloquialismo, in quanto sarebbe meglio una proposizione esplicita come “perch√©, “poich√©”, “affinch√©” ecc…?

La terza frase √® quella che mi desta pi√Ļ dubbi, in quanto non c’√® un oggetto diretto (lui) che possa concordare col soggetto della proposizione implicita causale, ma il soggetto della causale sembra comunque essere lo stesso del pronome del sintagma preposizionale “per lui”.

Forse, √® proprio a causa di quel “per” che il tutto mi suona scorretto, forse cambierebbe qualcosa se in questa frase dicessimo “di lui” al posto di “per lui”.

Rimetto a lei l’ultima parola, quella che possa far luce sull’intrigo.

 

RISPOSTA:

Come gi√† osservato in altre risposte, il tema del ‚Äúcontrollo‚ÄĚ (come si definisce in sintassi, o se preferisce dell‚Äôidentit√† del soggetto con altro elemento della frase) del soggetto delle subordinate implicite, ora da parte del soggetto della reggente, ora da parte di altri complementi (non solo l‚Äôoggetto) √® ricco e complesso. Non c‚Äôentra nulla la colloquialit√†, nei casi specifici da lei sottoposti. Pu√≤ avere una prima panoramica della ricchissima casistica del controllo del soggetto delle subordinate all‚Äôinfinito nella Grande grammatica di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, Bologna, il Mulino, 1991, vol. 2, pp. 483-569.

Come ripeto, la frase 3 va benissimo, il soggetto della subordinata implicita infinitiva causale (¬ęper avermi aiutato¬Ľ) √® controllato da ¬ęper lui¬Ľ, non √® colloquiale e non cambierebbe nulla rispetto a ¬ędi lui¬Ľ (per es.: ¬ę…considerazione che ho di lui…¬Ľ).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Non sempre riesco a trovare la preposizione giusta, proprio come nel caso dei verbi e aggettivi seguenti:

discutere di politica so che √© corretto ma va anche bene ¬īdiscutere di Carlo o su Carlo¬ī?

parlare di musica o sulla musica

persuado Ines a iscriversi…

sono persuaso di o a

mi sono persuaso di o a

convinco Ines di o a

mi convinco di o a

mi sono convinto di o a

fortunato di o a 

sono d¬īaccordo di o a

badare di non cadere o a non cadere

sono deluso di o per aver perso

Come ci si comporta quando non si riescono a trovare le giuste preposizioni per un verbo, un aggettivo … nel dizionario?

 

RISPOSTA:

La scelta della preposizione √® tutt‚Äôaltro che semplice, anche per i madrelingua. In caso di dubbio, i vocabolari migliori aiutano quasi sempre, perch√© di solito specificano le principali reggenze preposizionali soprattutto dei verbi, talora anche dei sostantivi e degli aggettivi. I dizionari pi√Ļ utili in questo senso sono il Sabatini Coletti (gratuitamente consultabile nel sito del Corriere della sera), il GRADIT di Tullio De Mauro (gratuitamente consultabile nel sito internazionale.it) e il Nuovo Devoto Oli. Vediamo ora i suoi casi specifici.

¬ęDiscutere di politica¬Ľ, ¬ędi Carlo¬Ľ vanno benissimo. Si pu√≤ anche discutere su qualcosa, per√≤ √® sicuramente una scelta pi√Ļ formale o adatta a una discussione pi√Ļ specifica, non per parlare del pi√Ļ e del meno, per cui ¬ędiscutere su Carlo¬Ľ, ancorch√© corretto, suonerebbe un po‚Äô strano.

¬ęParlare di musica¬Ľ √® la scelta migliore. Se si sta parlando a un convegno si pu√≤ dire anche ¬ęfare una conferenza sulla musica di Chopin¬Ľ. Su presuppone un parlare pi√Ļ specificamente, mentre di ha un uso esteso a tutte le situazioni.

¬ęPersuado Ines a iscriversi¬Ľ: benissimo.

¬ęSono persuaso di¬Ľ va bene, ma √® possibile anche a, che accentua il fine: ¬ęmi persuasi ad ascoltarlo¬Ľ, ¬ęsono persuaso di volerlo fare¬Ľ.

¬ęConvinco Ines di o a¬Ľ vanno bene entrambi, ma, se il contesto sottolinea il fine, allora √® meglio a, come per persuadere: ¬ęConvinco Ines a venire a cena con me¬Ľ, ¬ęsono convinto di volerla invitare a cena¬Ľ.

¬ęFortunato di¬Ľ √® meglio di ¬ęfortunato a¬Ľ, se segue una proposizione infinitiva, ma se segue un nome si pu√≤ usare solo a: ¬ęsono fortunato di giocare a tennis con te¬Ľ, ma ¬ęsono fortunato al gioco¬Ľ, ¬ęa carte¬Ľ. Ma √® possibile anche di in alcuni casi: ¬ęfui fortunato del risultato¬Ľ. Ed √® possibile anche in: ¬ęfortunato in amore¬Ľ. Dipende dal contesto: in certe espressioni √® meglio a, in altre di, in altre in: in casi simili la consultazione del vocabolario √® indispensabile.

¬ęSono d‚Äôaccordo¬Ľ pu√≤ reggere sia di sia a. ¬ęSono d‚Äôaccordo di finire prima¬Ľ, ¬ę√® d‚Äôaccordo a vendermi la moto¬Ľ. Per l‚Äôargomento su cui si √® d‚Äôaccordo si usa su: ¬ęessere d‚Äôaccordo su qualcosa¬Ľ.

¬ęBadare di non cadere¬Ľ o ¬ęa non cadere¬Ľ vanno bene entrambi, il primo √® pi√Ļ comune.

¬ęsono deluso di¬Ľ o ¬ęper aver perso¬Ľ vanno bene entrambi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Preposizione, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1.Mario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

2.Mario era abbastanza tranquillo da poter sopportare:

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

3.Mario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Quello che penso √® che nel caso della preposizione “per” sia necessario il complemento oggetto, a quel punto avremmo due interpretazioni differenti:

a = soggetto coreferente

b = soggetto generico introdotto nella subordinata.

Con la preposizione da √® diverso, perch√© se si inserisce il complemento oggetto, l’interpretazione (a) diventa quella che vede due soggetti coreferenti, mentre se non si usa alcun complemento oggetto, parliamo di un interpretazione (b) che ha un valore passivo/impersonale.

Seguendo questa logica se io dicessi:

4.Il dolore era troppo grande per poterlo sopportare”, potrei voler dire:

Interpretazione a = il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Frase decisamente irrealistica, in quanto è impensabile come frase, ma è giusto per far capire la differenza)

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poter sopportare:

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poterlo sopportare:

Interpretazione a) il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Come la quarta nella interpretazione “a”)

Sono corretti il mio ragionamento e le mie interpretazioni?

Cio√® che la preposizione “per” richiede il complemento oggetto e pu√≤ avere doppia interpretazione, a e b, generando magari ambiguit√†.

Mentre la preposizione “da”, in dipendenza dalla presenza o assenza del complemento oggetto, pu√≤ avere una sola delle due interpretazioni.

 

RISPOSTA:

No, la sua interpretazione non √® corretta. √ą vero che da + infinito di un verbo transitivo indica un valore passivo, cio√® qualcosa che deve essere fatto: da fare, da comprare, da vedere ecc. In quanto tale, il clitico √® pleonastico e comunque, sia che ci sia, sia che manchi, non muta il significato della frase: ¬ęil dolore √® troppo forte da sopportare/sopportarlo¬Ľ pu√≤ voler dire soltanto ‚Äė…troppo forte per essere sopportato‚Äô. La versione col clitico √® decisamente informale e da evitarsi in uno stile sorvegliato.

La finale implicita con per + infinito, così come da + infinito, impone l’obbligo dell’identità del soggetto della subordinata e di quello della reggente. Quindi:

  1. ¬ęMario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare¬Ľ. L‚Äôunica interpretazione possibile √®: ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo perch√© lui stesso potesse sopportare ci√≤‚Äô. Se invece si vuole esprimere che Mario viene sopportato allora bisogna rendere esplicita la subordinata ed esprimere il soggetto: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ.
  2. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da (poter) sopportare¬Ľ. Bench√© sia possibile l‚Äôinterpretazione ‚Äėda essere sopportato‚Äô, la frase suscita comunque ambiguit√†, pertanto sarebbe meglio renderla esplicita: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ. Al limite, informalmente, si potrebbe usare il si passivante: ¬ęMario era abbastanza tranquillo da sopportarsi/potersi sopportare¬Ľ, cio√® ¬ęessere/poter essere sopportato¬Ľ.
  3. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare¬Ľ: √® possibile soltanto l‚Äôinterpretazione ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo da poter sopportare qualcosa‚Äô.

Quindi: se non c’è identità di soggetto chiara tra reggente e subordinata implicita, è sempre meglio trasformare la subordinata in esplicita ed esprimere il nuovo soggetto.

  1. ¬ęIl dolore era troppo grande per poterlo sopportare¬Ľ: soltanto il senso consente di evitare l‚Äôinterpretazione assurda ‚Äėil dolore era troppo grande perch√© il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno‚Äô. La frase √® comunque imperfettamente formata e dunque sarebbe meglio cambiarla in: ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ.
  2. ¬ęIl dolore era troppo grande da poter sopportare¬Ľ: la frase √® mal formata per le stesse ragioni della precedente e della n. 2; pertanto √® meglio cambiarla in ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ, oppure, informalmente, ¬ęda sopportarsi¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúLe parole scritte restano‚ÄĚ. In analisi grammaticale qual √® la funzione di ‚Äúscritte‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Aggettivo qualificativo, femminile, plurale. Naturalmente, trattasi di participio passato del verbo scrivere usato, nella frase in questione, con funzione aggettivale. Dato che le parole non funzionano in isolamento, in nessuna lingua, bens√¨ inserite in un contesto (frase), √® bene analizzarle nella funzione (non a caso, lei nella sua domanda utilizza la parola funzione) che svolgono all‚Äôinterno della frase. In questo caso non v‚Äô√® alcun dubbio che la funzione di scritte sia aggettivale (ovvero attributo in analisi logica). Vi sono peraltro dei casi limite: ¬ęLe parole scritte da te restano¬Ľ. In questo caso la presenza del complemento d‚Äôagente lascerebbe propendere per l‚Äôanalisi come verbo, cio√® participio passato. Tuttavia, dato che anche gli aggettivi (e i nomi) possono reggere argomenti (¬ęsensibile ai complimenti¬Ľ, ¬ęutile a/per scopi diversi¬Ľ ecc.), non √® questo un discrimine per stabilire se un participio sia verbale o aggettivale. Ancora una volta, come spesso accade nelle lingue, non si tratta di bianco o nero ma di come si decide di ritagliare la realt√† linguistica: chi opta per valorizzare sempre la natura verbale del participio (che, per inciso, si chiama cos√¨ proprio perch√© partecipa della doppia natura di verbo e di nome, ovvero aggettivo), chi invece (e io mi colloco tra questi ultimi) pensa che si debba valutare caso per caso a seconda del contesto sintattico. Non vi sarebbe alcun dubbio, per esempio, nel considerare verbale il participio della frase seguente: ¬ęScritte, le parole restano¬Ľ, nella quale ¬ęscritte¬Ľ, isolato dal resto della frase, non pu√≤ che assumere la funzione di subordinata (ipotetica implicita: ¬ęse scritte…¬Ľ). Anche nella sua frase si potrebbe sostenere che ¬ęscritte¬Ľ sia una relativa implicita: ¬ęLe parole che sono scritte restano¬Ľ, ma sarebbe una spiegazione antieconomica: perch√© mai scomodare una struttura sottintesa quando la linearit√† della frase √® chiarissima? Come vede, la distinzione tra analisi grammaticale e analisi logica, necessaria in teoria per tener distinti i piani dell‚Äôanalisi linguistica, √® meno netta nella realt√† dei fatti: per stabilire se analizzare ¬ęscritte¬Ľ come aggettivo o come verbo √® prima necessario comprendere la sintassi della frase. In conclusione, ribadisco la mia opinione: ¬ęscritte¬Ľ, nella frase in questione, va analizzato come aggettivo e non come participio passato.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Sintassi

QUESITO:

Le soluzioni sotto indicate sono sintatticamente possibili?

In caso di risposta affermativa, tra esse ce ne sono alcune che potrebbero essere giudicate illogiche?

(Personalmente, mi sentirei di scartare soltanto la numero 4; mentre la numero 1, con i due congiuntivi invertiti, mi pare tutto sommato coerente.)

1) Mettiamo che il giornalista che si interessasse al caso ci faccia domande scomode…

2) Mettiamo che il giornalista che si interessasse al caso ci facesse domande scomode…

3) Mettiamo che il giornalista che si interessi al caso ci faccia domande scomode…

4) Mettiamo che il giornalista che si interessi al caso ci facesse domande scomode…

 

RISPOSTA:

S√¨, vanno tutte bene: la relativa impropria (con valore epistemico-eventuale) pu√≤ essere espressa sia con il congiuntivo presente (a rigore il tempo pi√Ļ adatto, trattandosi di contemporaneit√† al presente: si suppone infatti che il giornalista se ne interessi adesso e ci faccia delle domande adesso), sia all‚Äôimperfetto (adatto proprio per il valore eventuale: se si interessasse, ci farebbe… se ci facesse delle domande…).

lo stesso vale per ¬ęci faccia / ci facesse delle domande¬Ľ.

Come giustamente osserva lei, la 4 sembra non funzionare, perché presenta uno scollamento tra il presente (il giornalista se ne interessa ora) e l’imperfetto; anche se, in teoria, sarebbe sempre possibile che ci si riferisse a un evento passato: il giornalista al caso si interessa tuttora e ieri, mentre ci intervistava, ci faceva delle domande scomode. Al di fuori di quest’eventualità (comunque equivoca, se non vengono fornite esplicite coordinate temporali), il numero 4 risulterebbe mal formato.

La frase migliore, comunque, e dunque pi√Ļ adatta a uno stile formale, proprio perch√© non suscita alcun equivoco, √® la n. 3; sarebbe altrettanto corretta e formale con una relativa propria: ¬ęMettiamo che il giornalista che si interessa al caso ci faccia domande scomode¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “Ne ha preparate tre, poi gliele ha spedite per congratularsi del suo successo” quali sono le funzioni sintattiche dei pronomi? Ecco la mia proposta:
Ne = pronome personale atono, compl. specificazione o partitivo
Tre¬†= pronome numerale, complemento di quantit√†? O forse pi√Ļ genericamente compl. specif.
Gliele = pronome personale. Gli: compl. termine. Le: compl. ogg.
Si (congratularsi) = pron. personale, intransitivo pronominale.
Suo = agg. possessivo, compl. specif.

 

RISPOSTA:

Le sue analisi sono sostanzialmente corrette, tranne i seguenti punti:
Tre = complemento oggetto. Il si contenuto nel verbo congratularsi, che √® intransitivo pronominale, non ha una funzione sintattica precisa, ma contribuisce alla costituzione del significato del verbo (forse lei intendeva proprio questo nella sua analisi, ma non √® chiaro). Suo¬†√® l’unica parola tra quelle analizzate che non √® un pronome, ma un aggettivo; dal punto di vista sintattico gli aggettivi non svolgono la funzione di complementi ma sono analizzati come attributi.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Tre esempi da <> Elisa Morante

(1) (p234 ): Fin dalla mattina presto, io li udivo dalla mia stanza CHE subito appena svegli incominciavano a mischiarsi fra loro due in giochi e risate……

Il che mi pare una congiunzione.   Quale tipo di proposizione èa la subordinata? Una dichiarativa?

Possiamo trasformare la frase cosi:

Fin dalla mattina presto, io li udivo dalla mia stanza INCOMINCIARE subito appena svegli a mischiarsi far loro due in giochi e risate…

(2) p227¬†¬† e mentr’esse, in coro, gli magnificavano quel nuovo figlio, lui gli accord√≤ solo un’attenzione opaca distratta, con l’aria di un ragazzo forastico, e cresciuto fuori della famiglia, A CUI LE SORELLE MINORI MOSTRASSERO la propria bambola.

La subordinata dopo a cui è una proposizione relativa impropria consecutiva?   Possiamo scriverla cosi:

in modo tale che le sorelle minori mostrassero la propria bambola?

L’indicativo e’ anche accettabile?

(3) p. 264¬† Intanto SI SAPPIA ‚Ķche il fatale bacio, nella mia memoria capricciosa, s‚Äôera fatto pi√Ļ ingenuo del vero (come una musica di cui SI RAMMENTI solo il semplice tema).

Si sappia viene considerata l’imperativo o l’esortativo?

Possiamo anche usare Si RAMMENTA senza cambiare il significato della subordinata?  (non mi sembra ne’ una proposizione finale ne’ consecutiva).

 

RISPOSTA:

1) Il primo caso √® una relativa dipendente da verbi di percezione, che pu√≤ essere trasformata in una completiva. Pertanto: in ¬ęli udivo che incominciavano¬Ľ il che √® relativo, ma se trasformiamo la frase in una completiva (con il medesimo significato) il che diventa completivo: ¬ęudivo che loro incominciavano¬Ľ. √ą, come dice lei, possibile anche la trasformazione in relativa/completiva implicita: ¬ęli udivo incominciare¬Ľ.

2) S√¨, pu√≤ sostituire l‚Äôindicativo al congiuntivo senza alcun cambiamento di significato. Il congiuntivo si spiega non tanto per la sfumatura consecutiva (pure possibile) quanto per la sfumatura comparativo-ipotetica di tutta la frase: aveva l‚Äôaria come uno che…, come se…

3) ¬ęSi sappia¬Ľ √® congiuntivo esortativo impersonale. Anche in ¬ęri rammenti/a¬Ľ la sostituzione dell‚Äôindicativo al congiuntivo non cambia in nulla il significato della frase. Non occorre ipotizzare, ancora una volta, una sfumatura consecutiva (pure possibile, mentre √® del tutto sbagliata la sfumatura finale), perch√©, ancora una volta, il congiuntivo si giustifica con la sfumatura eventuale.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In un precedente intervento ho sottoposto alla sua attenzione alcune frasi.

Ne √® conseguito che “possibile” o “possibilit√†” non reggono il condizionale quindi le seguenti frasi sarebbero sbagliate:

  1. √ą possibile che arriverebbe.
  2. Sarebbe possibile che arriverebbe.

3.C’√® la possibilit√† che arriverebbe.

  1. Ci sarebbe la possibilità che arriverebbe.

Immagino che, come il condizionale semplice, “possibilit√†/possibile” non possa reggere nemmeno il condizionale composto, ma mi corregga se sbaglio.

Varrebbe lo stesso discorso anche per costruzioni analoghe come le seguenti:

  1. a) Può/ potrebbe darsi/ essere che lo mangerebbe.
  2. b) Poteva/ avrebbe potuto darsi/ essere che lo avrebbe mangiato.
  3. c) √ą/ sarebbe probabile che lo mangerebbe.
  4. d) Era/ sarebbe stato probabile che lo avrebbe mangiato.
  5. e) C’√®/ ci sarebbe la probabilit√† che lo mangerebbe.
  6. f) C’era/Ci sarebbe stata la probabilit√† che lo avrebbe mangiato.

Personalmente un condizionale semplice o composto, non mi suonerebbe affatto male, però è solo una mia impressione.

Cambia qualcosa oppure ci troviamo nella stessa situazione di prima, e quindi mi sbaglio nuovamente?

 

RISPOSTA:

Come le ho già scritto nella precedente risposta [Possibile/possibilità che + congiuntivo o condizionale?], sarebbe bene limitare l’uso di esempi fatti a tavolino, pesanti sintatticamente e che pretendono di presupporre protasi sottintese. Aggiungo, inoltre, che il condizionale passato ha una gamma di funzioni diverse da quelle del congiuntivo presente, ovvero può essere usato anche per indicare il futuro nel passato (come può vedere nella recente domanda di DICO Futuro nel passato). Ciò premesso, commento le sue frasi una ad una.

  1. √ą possibile che arriverebbe. Da evitare. La frase corretta √® ¬ę√® possibile che arrivi¬Ľ.
  2. Sarebbe possibile che arriverebbe. Da evitare. La frase corretta √® ¬ę…che arrivasse/arrivi¬Ľ. Naturalmente, se nel discorso ci fosse una protasi allora il condizionale sarebbe ammesso: ¬ęSarebbe possibile che arriverebbe, se lo aspettassimo ancora¬Ľ. Ma, ripeto: o c‚Äô√®, o non c‚Äô√®, perch√© presupporla come sottintesa?

3.C’√® la possibilit√† che arriverebbe. Come sopra.

  1. Ci sarebbe la possibilità che arriverebbe. Come sopra.
  2. a) Pu√≤/ potrebbe darsi/ essere che lo mangerebbe. Come sopra: ¬ę…che lo mangi¬Ľ, ma con la protasi: ¬ępu√≤ tarsi che se lo mangerebbe, se provassimo a darglielo¬Ľ.
  3. b) Poteva/ avrebbe potuto darsi/ essere che lo avrebbe mangiato. ¬ęPoteva darsi che lo mangiasse¬Ľ. Oppure, con protasi: ¬ępoteva darsi che lo avrebbe mangiato, se glielo avessimo dato¬Ľ.
  4. c) √ą/ sarebbe probabile che lo mangerebbe. Come sopra.
  5. d) Era/ sarebbe stato probabile che lo avrebbe mangiato. Come sopra.
  6. e) C’√®/ ci sarebbe la probabilit√† che lo mangerebbe. Come sopra.
  7. f) C’era/Ci sarebbe stata la probabilit√† che lo avrebbe mangiato. Come sopra.

In conclusione: non invocare protasi sottintese: o ci sono, o non ci sono.

Aggiungo per√≤ che con ‚Äúpu√≤ darsi‚ÄĚ e ‚Äúpoteva darsi‚ÄĚ il condizionale funziona meglio, e sa perch√©? Perch√© pu√≤ darsi si √® quasi grammaticalizzato come un avverbio, cio√® come se fosse forse, e dunque: ¬ęforse lo mangerebbe¬Ľ = ¬ępu√≤ darsi che lo mangerebbe¬Ľ, ¬ępoteva darsi che lo avrebbe mangiato¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0
Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “porta il latte con te, ma che sia freddo”, il “che” si riferisce a latte?

 

RISPOSTA:

No, il che √® un mero introduttore del congiuntivo desiderativo. Come se fosse: ¬ę[fa‚Äô in modo] che sia freddo¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0