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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Mario √® nato al rombo del cannone” o “Mario era nato al rombo del cannone”? A mio parere la prima espressione √® corretta a patto che Mario sia ancora in vita, la seconda invece √® da preferirsi qualora Mario sia ormai defunto. Vorrei sapere se questa mia opinione √® corretta.

 

RISPOSTA:

La sua interpretazione, ancorch√© non del tutto priva di qualche intuizione, √® troppo rigida e quindi, s√¨, infondata nella sua assolutezza. Sebbene il passato prossimo indichi di norma una conseguenza o una ricaduta (talora in verit√† pi√Ļ teorica, o ‚Äúpragmatica‚ÄĚ, che reale) dell‚Äôazione al passato sul tempo presente, e il remoto tenda a escludere, invece, tale ricaduta, i due tempi sono ampiamente intercambiabili in italiano (tranne che per verbi dal significato decisamente durativo, non puntuale, quali capire e sentire in espressioni quali hai capito, hai sentito e simili, decisamente substandard, o regionali, se al passato remoto in certi contesti: *capisti, *sentisti e simili), con una maggiore formalit√† per il passato remoto. Quindi, anche per una persona defunta, posso ben dire, per esempio: ¬ęGiacomo Leopardi √® nato a Recanati¬Ľ (e non necessariamente ¬ęnacque¬Ľ). Quanto al trapassato prossimo, esso implica di norma il rapporto di anteriorit√† rispetto ad altro evento sempre al passato. Nel suo esempio, peraltro sempre corretto, dunque, ¬ęera nato¬Ľ non ha nulla a che vedere col fatto che Mario sia morto o vivo e vegeto, bens√¨ con l‚Äôeventuale prosecuzione del discorso, al passato, con altre azioni o eventi legati a Mario: ¬ęera nato al rombo del cannone mentre era in corso la seconda guerra mondiale¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

I verbi essere e stare sono intercambiabili?

Ad esempio alla domanda ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ, potrei rispondere usando il verbo stare e dire ‚ÄúSto qui‚ÄĚ?

C‚Äô√® differenza tra ‚ÄúSono alla cassa‚ÄĚ e ‚Äústo alla cassa‚ÄĚ?

Ci sono dei casi in cui il verbo stare non andrebbe usato?

RISPOSTA:

La confusione deriva dal fatto che spesso il verbo stare √® usato legittimamente al posto del verbo essere in frasi, per esempio, che esprimono una condizione psicologica di una persona (‚ÄúSono in ansia‚ÄĚ / ‚ÄúSto in ansia‚ÄĚ). Tuttavia, anche se esiste una forte continuit√† semantica fra essere e stare, ci sono dei casi in cui questi due verbi non sono intercambiabili. Per esempio, rispondere a ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ con ‚ÄúSto qui‚ÄĚ in luogo di ‚ÄúSono qui‚ÄĚ √® un tratto tipico dei dialetti meridionali, inclini a sostituire il verbo essere con il verbo stare (‚ÄúSto nervoso‚ÄĚ al posto di ‚ÄúSono nervoso‚ÄĚ; ‚ÄúLa sedia sta rotta‚ÄĚ al posto di ‚ÄúLa sedia √® rotta‚ÄĚ). Vista la sua natura regionale, occorre evitare questa forma in contesti formali.

Riguardo alla seconda domanda, la risposta √® s√¨: sto alla cassa significa ‚Äėsvolgere la mansione di cassiere‚Äô; sono alla cassa, invece, ‚Äėtrovarsi vicino alla cassa‚Äô. A differenza di essere, il verbo stare, infatti, racchiude alcuni significati che designano una situazione duratura nel tempo (‚ÄúSono a Roma‚ÄĚ significa ‚Äėmi trovo a Roma‚Äô, ‚ÄúSto a Roma‚ÄĚ, invece, ‘abito a Roma‚Äô).

Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su una frase: ‚Äúavrei bisogno di sapere se potessi sostenere l‚Äôesame (giorno x)‚ÄĚ. Non mi suona male ma mi √® stato fatto notare che non era cos√¨ corretta e che dovrei dire invece ‚Äúse sia possibile(‚Ķ)‚ÄĚ. Potreste aiutarmi? Vanno bene entrambe?

 

RISPOSTA:

In effetti, non si giustifica l‚Äôimperfetto, perch√© in questo caso il rapporto temporale tra le due proposizioni non √® di contemporaneit√† nel passato, bens√¨ di posteriorit√† o di contemporaneit√† nel presente, quindi la scelta migliore √® il congiuntivo presente, oppure l‚Äôindicativo presente: ¬ę… se posso sostenere… / se √® possibile sostenere…¬Ľ. Inoltre, √® sbagliato (o quantomeno troppo informale e regionale) ¬ęgiorno 12¬Ľ (per es.), perch√© la forma dell‚Äôitaliano standard prevede l‚Äôuso dell‚Äôarticolo, cio√® ¬ęil giorno 12¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

√ą preferibile dire: ¬ęIeri avrei voluto tornare a casa presto ma ho trovato tanto traffico¬Ľ oppure ¬ęIeri sarei voluto tornare a casa presto ma ho trovato tanto traffico¬Ľ? Non mi risulta che esista una regola rigida. Credo che entrambe le frasi possano essere corrette. Sbaglio?

 

RISPOSTA:

Non sbaglia. Nel caso di costrutto servile + infinito l’italiano ammette la doppia possibilità: o l’ausiliare del servile (avere), o l’ausiliare del verbo retto dal servile (o essere o avere, a seconda del verbo). Solitamente al Nord si preferisce la prima opzione, al Sud la seconda, ma non esiste una regola, sono soltanto tendenze d’uso e talora addirittura soltanto gusto personale ed eufonia (a seconda del tipo di frase e delle parole che la costituiscono). Tendenzialmente, per esempio, io, da centromeridionale, preferisco il secondo tipo (con essere), mentre molti miei amici settentrionali usano quasi sempre avere.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il testo che segue è la parte di una favola. Vorrei sapere se la punteggiatura e i verbi sono corretti:
¬ęIn una grande prateria ci vivevano bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo: forte, bello, veloce… Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi √® proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male, infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero che cos√¨ appena gli sarebbe venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e si sarebbe preso una botta/crapata e cos√¨ and√≤¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In brano presenta svariate inesattezze, che commenterò sotto.

¬ęIn una grande prateria ci vivevano [il ci √® pleonastico: indica infatti il complemento di luogo gi√† espresso da in una grande prateria; ci va dunque eliminato] bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo: forte, bello, veloce… [eviterei i due punti che spezzano inutilmente il discorso; li sostituirei con una virgola] Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi √® [refuso per e congiunzione] proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male, [prima di infatti va un segno di punteggiatura forte, come un punto e virgola] infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero che [eliminare il che e aggiungere due punti] cos√¨ [virgola] appena gli sarebbe [fosse: qui il condizionale √® sbagliato perch√© √® come se fosse un periodo ipotetico: se gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato…] venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e [manca il soggetto, altrimenti il lettore crede che si tratti sempre dell‚Äôinsetto, mentre invece qui il soggetto cambia ed √® il bufalo] si sarebbe preso una botta/crapata [crapata √® troppo informale/regionale e stona in un racconto; anche il generico botta non √® il massimo; meglio testata, o gran testata, seguito da un punto] e cos√¨ and√≤¬Ľ.

Quindi il brano corretto sarebbe come segue:

¬ęIn una grande prateria vivevano bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo, forte, bello, veloce… Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi e proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male; infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero: cos√¨, appena gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e il bufalo si sarebbe preso una gran testata. E cos√¨ and√≤¬Ľ. Oppure: ¬ęcos√¨, appena il bufalo gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e quello si sarebbe preso una gran testata¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nel vostro archivio sono molteplici gli articoli inerenti all’alternanza, spesso ostica per i parlanti, tra il si passivante e il si impersonale. Alcuni di questi sono stati pubblicati di recente; approfitto pertanto dell’attualit√† dell’argomento per presentare una mia domanda.

Parto dall’esempio: Noi da giovani si mangiavano cibi genuini.

La costruzione √® corretta? Quando il soggetto di prima persona plurale √®, come nell’esempio, esplicito, ma anche quando √® implicito purch√© facilmente ricavabile dal contesto, il parlante ha l’obbligo di scegliere il si impersonale, oppure anche il si passivante √® possibile?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio da lei proposto √® il si di prima persona plurale tipico del toscano e non rientra dunque n√© nel si impersonale n√© nel si passivante. Tuttavia la sua frase presenta un errore: in (italiano regionale) toscano infatti il si ‚Äėprima persona plurale‚Äô si costruisce con la terza persona singolare (e non plurale) del verbo: ¬ęNoi si mangiava cibi genuini¬Ľ = ‚Äėnoi mangiavamo cibi genuini‚Äô. A meno che la sua frase non costituisca un anacoluto (pure possibile nel parlato), con cambio di progetto da personale (noi) a passivante con valore di impersonale (si mangiavano).

Ecco poche regole per districarsi nell‚Äôuso del si impersonale/passivante. Se c‚Äô√® un soggetto espresso, non si pu√≤ utilizzare il si impersonale (altrimenti non sarebbe impersonale…). Se il verbo √® intransitivo, e dunque non ammette la forma passiva, non si pu√≤ utilizzare il si passivante (altrimenti non sarebbe passivante…). Nella pratica, il significato di entrambi i si √® pressoch√© identico e l‚Äôincertezza di cui parla lei √® dunque pi√Ļ teorica (e metalinguistica) che pratica.

Per esempio: in ¬ęsi mangiavano cibi genuini¬Ľ (senza soggetto espresso), il si √® passivante (‚Äėcibi genuini venivano mangiati‚Äô) ma il significato di fatto non cambia rispetto a un uso impersonale (o quasi): ‚Äėqualcuno (o tutti, in generale) mangiava…‚Äô .

Il si impersonale si costruisce soltanto con la terza persona singolare del verbo (si pensa, si dice, si teme, si arriva), mentre il si passivante ammette sia il singolare (si vede il mare, che può essere sia si passivante sia si impersonale), sia il plurale (non si mangiano cibi avariati). In caso di verbo intransitivo, come in si andava,  è possibile soltanto la terza persona singolare. Nei verbi transitivi è ammessa sia la terza singolare sia la terza plurale (si mangia, si mangiano).

Insomma, nella produzione e nell’interpretazione degli enunciati grossi problemi, almeno per i madrelingua, non ve ne sono: il significato, infatti, sia per il si impersonale sia per il si passivante, di fatto è sempre impersonale (o quasi), come ripeto: qualcuno (o tutti in generale) va, mangia ecc. A essere ostico, quindi, non è l’uso, quanto l’analisi, che tutto sommato mi sembra un problema (molto) secondario.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Leggo dal libro di una quotata scrittrice la seguente frase: ¬ęMi ha raccontato che li abbracciava, a lui e a nonno, fra le lacrime e i singhiozzi…¬Ľ.

¬ęLi abbracciava¬Ľ √® accusativo, ma subito dopo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ √® dativo.

Chiedo: √® da considerare un errore oppure quel dativo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ serve a rafforzare la frase ed √® quindi accettabile?

 

RISPOSTA:

Il costrutto dell‚Äôoggetto preposizionale, come abbracciare a qualcuno, √® diffuso negli italiani regionali, ma √® senza dubbio da evitare in italiano standard, quindi in questo caso lo considererei, se non scorretto, quanto meno inappropriato, a meno che nel romanzo non si voglia riprodurre un parlato regionale. Non c‚Äô√® dubbio che in molti casi i costrutti preposizionali servano a mettere in evidenza un sintagma, come nel caso di ¬ęa me non mi persuade¬Ľ (comunque da evitare in un italiano non informale), ma in questo caso l‚Äôoggetto diretto √® pi√Ļ che sufficiente a indicare la messa in rilievo, garantita dal pleonasmo pronominale della dislocazione a destra: ¬ęLi abbracciava, lui e nonno¬Ľ:

Fabio Rossi

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QUESITO:

Avrei bisogno di sciogliere questo dubbio:

1 Si sono cominciate a introdurre nuove regole.

2 Si è cominciato a introdurre nuove regole.

Sono entrambe frasi corrette?

 

RISPOSTA:

S√¨, sono entrambe frasi corrette e significano la stessa cosa. La prima √® costruita con il si passivante, e dunque letteralmente equivale a ¬ęNuove regole hanno cominciato a essere introdotte¬Ľ. La seconda √® costruita con il si impersonale: ¬ęQualcuno ha cominciato a introdurre nuove regole¬Ľ. In Toscana quest‚Äôultima frase avrebbe anche il significato di ¬ęNoi abbiamo cominciato a introdurre nuove regole¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Se si dice: “L’esame √® andato abbastanza bene” vuol dire che √® andato meglio o un po’ meno bene di quando si dice:¬†¬†“L’esame √® andato bene”?
√ą preferibile che il nostro esame vada bene o abbastanza bene?

 

RISPOSTA:

Il siciliano¬†abbastanza¬†non ha lo stesso significato dell’equivalente parola italiana. In italiano con¬†abbastanza¬†si indica di solito una quantit√† appena sufficiente, o di poco superiore alla sufficienza, cio√® quanto basta, laddove il siciliano l’intende come quasi sinonimo di¬†molto. Motivo per cui, se in Sicilia un esame passato abbastanza bene √® lodevole, in italiano esso rappresenta un risultato mediocre. Insomma, in italiano √® preferibile che l’esame vada bene, piuttosto che abbastanza bene.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Su un bando di un concorso artistico ho letto il seguente passaggio:
“Elaborati con cui si sia partecipato a precedenti competizioni non sono ammessi dal presente regolamento”.
Quel¬†si sia¬†dovrebbe ricondursi a un uso impersonale e, se non sbaglio, come¬†tale dovrebbe ammettere l’ausiliare¬†essere.
Per prima cosa: la frase letta sul bando è costruita bene?
Poi: l’uso, in un esempio del genere, dell’ausiliare¬†avere¬†sarebbe stato un¬†errore grave? Nelle costruzioni impersonali l’ausiliare √® sempre e comunque¬†essere?

 

RISPOSTA:

La frase da lei riportata √® costruita bene. La costruzione impersonale con il pronome¬†si¬†richiede sempre l’ausiliare¬†essere. L’ausiliare¬†avere¬†pu√≤ emergere in produzioni molto trascurate di parlanti il cui dialetto prevede tale costruzione; essa va considerata scorretta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

E’ risaputo che l’imperativo di “dire” √® di’( con l’apostrofo) in quanto ci troviamo di fronte al troncamento di “dici”. Questo “dici” da dove esce? √ą forse una espressione italiana arcaica?

 

RISPOSTA:

No, in italiano, di ieri e di oggi, l’imperativo del verbo¬†dire, che deriva da¬†dic¬†(e non¬†dice) latino, √® sempre stato¬†di’¬†(scritto con varie grafie, sebbene oggi l’unica standard sia quella apostrofata). Dunque¬†dici¬†NON √® apocope dell’italiano¬†dici, che non esiste (o quanto meno non √® contemplato dal sistema verbale dell’italiano standard)!¬†Dici, pure attestato in italiano (substandard) di ieri e di oggi pu√≤ avere varie spiegazioni (ogni errore, o se preferisce ogni alternativa substandard, ha una sua spiegazione, cio√® una sua regola, o pi√Ļ d’una):

  1. √® un tratto dialettale: in Sicilia, molti, quasi tutti, dicono¬†dici, come imperativo, perch√© c’√® nel loro dialetto. Lo stesso dicasi per il napoletano. E’ insomma un tratto di italiano regionale.
  2. Pu√≤ essere un’erronea ricostruzione della forma¬†di’, avvertita come apocope da¬†dici¬†(che per√≤, come gi√† detto, non √® apocope dall’italiano, bens√¨ dal latino¬†dic, che perde solo la¬†c, non¬†ce/ci, che non esistono).
  3. Erronea estensione analogica degli imperativi delle altre forme verbali: dunque¬†dici¬†come¬†leggi,¬†prendi¬†ecc., uguali alle seconde persone dell’indicativo.
  4. Dici¬†pu√≤ anche essere, in certi contesti,¬†un’estensione dell’indicativo usato come imperativo (cio√® il cosiddetto indicativo iussivo): “Ora la finisci e mi porti i compiti” (anzich√© “Finiscila e portami i compiti”). Ovviamente, se fosse questo il caso (per es. “ora mi dici tutta la verit√†”),¬†dici¬†non sarebbe un errore.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

  • Io avevo vent’anni, mentre mia sorella poteva averne avuto compiuti trenta da qualche giorno.

 

La lettura di questa frase all’interno di un romanzo, mi ha lasciato alquanto perplessa.¬†

√ą corretta o l’autore/traduttore ha preso un abbaglio?

 

Mi è venuto spontaneo formulare due composizioni alternative, che vorrei sottoporre al vostro vaglio.

 

  • Io avevo vent’anni, mentre mia sorella potrebbe averne avuto compiuti trenta da qualche giorno.

  • Io avevo vent’anni, mentre mia sorella avrebbe potuto averne compiuti trenta da qualche giorno.

 

Mi rendo conto che quest’ultima alternativa potrebbe risultare un po’¬†‚Äúpesante‚Äú, ma sarebbe grammaticalmente accettabile?

 

RISPOSTA:

Nessuno degli esempi riportati è corretto. Le uniche versioni corrette sono le seguenti:

Io avevo vent’anni, mentre mia sorella poteva averne compiuti trenta da qualche giorno.

Io avevo vent’anni, mentre mia sorella poteva averne avuti trenta da qualche giorno.

In italiano infatti il passato di compiere è ho compiuto, non certo ho avuto compiuto/i.
Per lo stesso motivo, le alternative corrette delle frasi da lei proposte sono le seguenti:

  • Io avevo vent’anni, mentre mia sorella potrebbe averne compiuti (o averne avuti) trenta da qualche giorno.

  • Io avevo vent’anni, mentre mia sorella avrebbe potuto averne (o compierne) trenta da qualche giorno.

    Le ultime due frasi sono comunque troppo faticose (soprattutto la seconda, che, con quel condizionale passato riferito a¬†potere¬†sembra escludere, contraddittoriamente, l’ipotesi dei trent’anni): per esprimere l’eventualit√† del fatto (cio√® l’ipotesi sull’et√† della sorella), basta o il verbo¬†potere¬†o il condizionale passato, non c’√® bisogno di usarli entrambi (il troppo stroppia).
    Il motivo dell’errore di¬†avere avuto compiuti¬†in luogo di¬†avere compiuti¬†(nessun errore √® immotivato e ogni errore segue sue proprie regole) pu√≤ essere duplice:
    1) lo/la scrivente si confonde tra due possibili costrutti, che combina erroneamente: A) ho trent’anni / B) ho compiuto trent’anni. La confusione √® incoraggiata dalla sintassi complessa data dalla formulazione di un’ipotesi fatta su un evento del passato.
    2) lo/la scrivente √® siciliano/a e dunque tende a preferire costrutti sintetici col participio passato che ritiene italiani mentre invece sono solo regionali. Per es. molti siciliani (quasi tutti) sono persuasi che “come vuoi cucinata la carne”, o “che cosa vuoi regalato per il compleanno” sia costrutti italiani, mentre invece sono validi soltanto in alcune aree regionali. In italiano si dice: “come vuoi che cucini la pasta” e “che cosa vuoi che ti regali (o per/come regalo) per il compleanno”.

    Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Siamo studenti di italiano e ci stiamo imbattendo in una questione riguardante¬†l’evoluzione dei dialetti italiani. Sappiamo che l’italiano standard evolve¬†quotidianamente mentre ci chiediamo se anche i dialetti subiscano influenze.¬†Dunque, vorremmo sapere se e come i diletti possono essere influenzati.
Inoltre ci stiamo chiedendo se nella frase sopra sia corretto usare o meno il congiuntivo: subiscono o subiscano.

 

RISPOSTA:

I dialetti sono lingue come l’italiano, il francese o il cinese. La differenza tra una lingua e un dialetto non √® nel funzionamento, ma nell’ampiezza d’uso: i dialetti sono usati da comunit√† ristrette che hanno anche un’altra lingua, l’italiano, con la quale comunicano a un livello pi√Ļ ampio e in contesti ufficiali.
Anche i dialetti evolvono, quindi, e subiscono l’influenza dell’italiano e delle altre lingue (e in misura ridotta influenzano l’italiano e persino le altre lingue).¬†
I rapporti tra l’italiano e i dialetti sono molto complessi, tanto che vengono scritti diversi libri ogni anno su questo argomento: non √® possibile, quindi, sintetizzare la questione in una breve risposta. In generale possiamo dire che l’italiano si √® diffuso tra tutta la popolazione, anche come lingua del parlato informale, non solo per lo scritto ufficiale e letterario, a partire dalla seconda met√† del Novecento. Da allora i dialetti hanno cominciato a perdere funzionalit√†, ovvero a essere usati sempre meno anche in famiglia e tra amici. Questo processo ha rallentato l’evoluzione dei dialetti, impoverendone il lessico e riducendo il numero dei parlanti nativi di queste lingue, ovvero delle persone che nascono in famiglie in cui queste lingue si parlano spontaneamente (anche se la situazione √® diversa da regione a regione e tra le citt√† e le zone rurali). Da qualche decennio si nota un nuovo interesse per i dialetti: sono nati movimenti e associazioni che vogliono salvare queste lingue dalla morte. Queste iniziative potrebbero portare, in futuro, a recuperare non solo la conoscenza dei dialetti, ma anche l’uso.
Per quanto riguarda la seconda domanda, nella vostra frase vanno bene sia¬†subiscono¬†sia¬†subiscano. Il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell’indicativo, ovvero pi√Ļ adatto a contesti ufficiali, specialmente scritti: in questo contesto, quindi, √® preferibile.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Entro stasera bisogna che il capoufficio mi chiami/mi abbia chiamato.”
“Entro stasera bisognerebbe che il capoufficio mi chiamasse/mi avesse chiamato.”
Se le due varianti proposte per ognuna delle frasi sono corrette, domando:
le forme verbali in questi casi sono riconducibili alla consecutio (abbia chiamato e avesse chiamato sono rispettivamente anteriori a bisogna e bisognerebbe), oppure indicano il grado di probabilit√† dell’evento (abbia chiamato e avessi chiamato sono meno probabili rispetto a chiami e chiamasse)?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†bisognare¬†(e analoghi:¬†√® necessario,¬†richiesto¬†ecc.) regge una completiva che ha due marche di subordinazione: il connettivo¬†che¬†(talora omesso) e il congiuntivo, che nel registro meno formale pu√≤ tranquillamente sempre essere sostituito dall‚Äôindicativo. Il congiuntivo, pertanto, retaggio di antiche reggenze latine, serve a indicare la subordinazione e non il grado di eventualit√† (come erroneamente detto dalle grammatiche), tranne in alcuni ovvi casi come il periodo ipotetico ecc. (ma su questo trover√† ampia documentazione nel nostro archivio delle risposte DICO digitando la parola¬†congiuntivo). La completiva retta da¬†bisogna¬†non ha bisogno (scusi il gioco di parole) di specificare finemente il tempo dell‚Äôazione rispetto alla reggente; in altre parole, da adesso (momento dell‚Äôenunciazione, ovvero di chi dice¬†bisogna) a quando l‚Äôenunciatore/trice ritiene che ‚Äúbisogni‚ÄĚ, l‚Äôazione si esprime di norma al presente (o all‚Äôimperfetto in dipendenza da¬†bisognava). Oltretutto, nel suo esempio, l‚Äôazione della chiamata non √® anteriore, bens√¨ posteriore alla reggente (bisogna adesso), ma √® semmai anteriore rispetto alla circostanza posta dallo/a stesso/a enunciatore/trice (entro stasera). Motivo per cui, a maggior ragione, non c‚Äô√® alcun bisogno di utilizzare il passato (mi abbia chiamato¬†/¬†mi avesse chiamato), n√© c‚Äôentra nulla l‚Äôeventualit√†; come ripeto, infatti, il congiuntivo √® richiesto (nello stile formale) come marca di subordinazione, non come indicazione di eventualit√† (bisogna, oltretutto, esprime la necessit√† non certo l‚Äôeventualit√†, sebbene non sia certo se la persona chiami o no). Quindi, la¬†consecutio temporum¬†non richiede affatto il passato e l‚Äôazione espressa al presente (o all‚Äôimperfetto) rappresenta l‚Äôalternativa migliore. Possiamo dunque dire che l‚Äôalternativa¬†mi¬†abbia / avesse chiamato sia¬†(o √®) scorretta? Non direi: con la lingua si pu√≤ fare quasi tutto quel che si vuole e pertanto se un/a parlante sente l‚Äôesigenza di esprimere l‚Äôazione come anteriore vuol dire che la lingua gli/le consente di farlo, per√≤ mi sento di affermare che la soluzione al passato / trapassato sia / √® meno appropriata, soprattutto a un contesto formale.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nonostante nel vostro archivio delle domande siano molteplici le occasioni di chiarimento riguardo al “si passivante” e al “si impersonale”, la recente lettura delle frasi seguenti ha risvegliato in me una certa esitazione.

a) Quando ti si elenca tutti i difetti che hai, ti irrigidisci.
b) Quando si vanno a toccare questi argomenti delicati, è normale che chi ne è chiamato in causa reagisca male.

Esempio “a”: avrei coniugato il verbo “elencare” alla terza persona plurale (elencano)¬† in funzione del si passivante.
Avrei scelto la soluzione migliore, oppure anche la frase che mi è capitato di leggere è accettabile? Quale preferire tra le due?
Esempio “b”: a rigor di grammatica (se ho ben interpretato le vostre indicazioni), non si sarebbe dovuto coniugare il verbo alla terza persona singolare (quando si va a toccare questi argomenti delicati)? Il verbo “andare” mi pare che regga tutta la frase, a partire dal sintagma “a toccare”, e che non si leghi direttamente all’oggetto plurale (gli argomenti delicati); allora perch√© trasformare l’oggetto in soggetto?

 

RISPOSTA:

Sia in a) sia in b)¬†vanno bene entrambi i costrutti, con verbo sia al singolare sia al plurale. Entrambi, cio√®, son prodotti “a rigor di grammatica”.
In a), la forma plurale lascerebbe classificare senza dubbio il “si” come passivante, mentre con il verbo al plurale si tratta di un costrutto, tipico del fiorentino ma anche dell’italiano, pressoch√© identico al “si” impersonale, ma in Toscana possibile anche per la prima persona plurale: “noi si va al cinema stasera”.
Di fatto, entrambi i costrutti (“si elenca” e “si elencano”) producono il medesimo significato e il medesimo livello di media formalit√†.
Il secondo esempio √® pi√Ļ interessante. Nel caso di verbo fraseologici come “si va a + infinito” √® possibile il “sollevamento” dell’oggetto in soggetto. In questo caso √® un po’ come se la frase fosse al passivo: “si vanno a toccare”¬† = “vanno (o vengono) a essere toccati”. Donde il plurale del verbo e il passaggio dall’oggetto al soggetto. Peraltro, questo passaggio dall’oggetto al soggetto si verifica anche in altri casi di verbi fraseologici, come quelli di percezione: “ti vedo mangiare” = vedo te (oggetto) che (soggetto) mangi.
Anche in questi casi, come nel caso a), siamo di fronte a significato pressoché identico e a stesso livello di formalità.

Fabio Rossi

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QUESITO:

 

Vorrei chiedere il significato di un modismo: smezziamoci una pizza. Significa che siamo amici?
 

RISPOSTA:

L’espressione “smezzarsi una pizza”, tipicamente romana, √® usata abitualmente nel senso letterale, e non idiomatico, di ‘prendere una pizza in due, mangiandone met√† per uno’.
Nulla vieta di usare l’espressione in accezione metaforica, e dunque idiomatica, con il significato di ‘siamo amici e quindi condividiamo tutto’.
Quella che invece si usa – sempre perlopi√Ļ a Roma e nell’Italia centrale ma per influenza dei media anche nel resto d’Italia – come frase idiomatica √® “smezzarsi la torta”, nel senso di ‘fare a met√† degli utili di qualcosa’, usata perlopi√Ļ in accezione negativa per proventi loschi: “Destra e Sinistra si sono smezzati la torta: se ora il governo cominciasse a far piazza pulita di questo sistema, dovrebbe dare addosso a tantissimi ‚Äúamici e raccomandati‚ÄĚ vicini a QUESTO governo!” (esempio del 2008 colto in Google).

Fabio Rossi
 

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Categorie: Semantica, Sintassi

‚ÄčQUESITO:

Vorrei approfondire il capitolo della particella¬†si, gi√†¬†analizzata di recente da voi linguisti in uno degli esempi contenuti nell’articolo¬†numero 2800208. L‚Äôutente ha espresso dubbi molto simili ai miei, che non mi sono mai¬†stancato di consultare le varie grammatiche disponibili sul mercato per provare a¬†comporre un quadro organico di regole.
Ho letto che “con un verbo intransitivo o transitivo senza oggetto espresso, il¬†si¬†non¬†ha valore passivante ma impersonale”; su un’altra grammatica, a proposito del¬†passivante, si legge “la regola vale anche quando il verbo, all’infinito, √® preceduto¬†da verbi servili o fraseologici. Se per√≤ la frase si complica, √® naturale considerare¬†quel¬†si¬†come un soggetto impersonale, equivalente a noi”; infine “con il¬†si¬†passivo il
soggetto logico √® sempre umano e plurale, mentre nella costruzione passiva non ci sono¬†restrizioni sul tipo di soggetto logico”.
Sono un appassionato di lingua italiana ma non un professore di lettere; ho quindi raccolto le idee e sono arrivato a formulare questi costrutti, su cui vi sarei grato se interveniste:
“Non si mangiano le mele” (corretto, passivante)
“Non si mangia le mele” (corretto, impersonale)
“Sono soldi che non si riescono a spendere” (corretto, passivante)
“Sono soldi che non si riesce a spendere” (corretto, impersonale)
“Si devono a controllare i bambini” (corretto?)
“Non si potevano pi√Ļ guardare i film” (corretto?)
“Si riuscirebbe a vedere distintamente tutti i singoli effetti delle vostre scelte”¬†(stando alle regole, il¬†si¬†impersonale √® doveroso, perch√©¬†gli effetti¬†sono¬†formalmente distanti dal verbo; ma adottare il passivante sarebbe comunque possibile?).
Mi aggancio in parte all’utente che mi ha preceduto nella presentazione del quesito e¬†vi chiedo se l‚Äôuso impersonale √® sempre attuabile oppure ci sono determinati casi che¬†lo inibiscono. Non per scegliere la strada comoda, ma con l‚Äôuso impersonale saremmo¬†certi di non sbagliare mai? Potrei ad esempio scegliere di scrivere o dire “Non si¬†spende pi√Ļ soldi” anzich√© “Non si spendono pi√Ļ soldi”, “Sono libri che non si legge¬†pi√Ļ” anzich√© “Sono libri che non si leggono pi√Ļ”?
Cosa significa, all’atto pratico, che il “soggetto logico √® sempre umano e plurale”?¬†Se fosse inanimato e singolare, la costruzione con il¬†si¬†passivante non potrebbe¬†essere ottenuta?

 

RISPOSTA:

Come sintetizzato da una delle grammatiche da lei citata, il¬†si¬†ha funzione impersonale solamente con i verbi intransitivi e con i transitivi senza oggetto espresso (che, quindi, si comportano come gli intransitivi): “Di solito il giorno di Natale si va a pranzo dai parenti”; “Non si parcheggia in seconda fila” (si noti, a margine, che il costrutto impersonale assume quasi sempre una sfumatura di obbligo, o¬†deontica). Negli altri casi, cio√® con i verbi transitivi con l’oggetto espresso, il¬†si¬†assume funzione passivante, trasformando l’oggetto grammaticale in soggetto logico: “Si mangia la mela” = “La mela √® mangiata”; “Si mangiano le mele” = “Le mele sono mangiate”.
Le frasi “Si mangia le mele” e “Sono libri che non si legge¬†pi√Ļ” sono ammissibili soltanto se si sottintende il soggetto¬†noi: “Noi si mangia le mele” e “Sono libri che noi non si legge¬†pi√Ļ”. Questa costruzione √® ben nota alla tradizione letteraria italiana e oggi √® ancora vitale nel parlato toscano; fuori dalla Toscana, per√≤, √® poco comune. Inoltre, se non esplicitiamo il soggetto¬†noi,¬†frasi come “Si mangia le mele” e “Non si legge pi√Ļ libri” possono ingenerare confusione, perch√© coincidono con le forme colloquiali del verbo transitivo con il pronome che indica un particolare coinvolgimento del soggetto nell’azione, come in “Mi sono bevuto una bella birra” (= ‘Mi sono bevuto una bella birra con piena soddisfazione’).
Quando il verbo costruito con¬†si¬†√® seguito da una intera proposizione, detta¬†soggettiva, il¬†si¬†√® considerato impersonale (come se il verbo fosse transitivo senza oggetto). In realt√†, si noter√† che il costrutto equivale a quello passivante: “Si mangia la mela” (ovvero “La mela √® mangiata”) equivale a “Si dice che tu sia un ritardatario” (ovvero “Che tu sia un ritardatario √® detto”). Classificazioni a parte, per√≤, il dettaglio a cui prestare attenzione √® che, in questo caso, il verbo reggente la soggettiva √® sempre singolare, anche quando il soggetto della proposizione soggettiva √® plurale: “Si spera che cadranno molte stelle a Ferragosto”, non *”Si sperano che cadranno molte stelle a Ferragosto”; “Si dice che ieri siano arrivati molti ospiti”, non *”Si dicono che ieri siano arrivati molti ospiti”. Questa regola equivale a quella correttamente intuita da lei a proposito della frase¬†“Si riuscirebbe a vedere distintamente tutti i singoli effetti delle vostre scelte”; dal momento che¬†gli effetti¬†√® il soggetto della proposizione soggettiva, non dovrebbe influire sulla concordanza del verbo reggente l’intera proposizione,¬†si riuscirebbe, che rimane singolare: la costruzione *”Si riuscirebbero a vedere… gli effetti…” √®, pertanto, scorretta.
Tale scorrettezza, per√≤, √®¬†riscontrabile nel discorso poco sorvegliato e, in alcuni casi, passa decisamente inosservata. Tra le¬†due frasi seguenti, ad esempio, si fa fatica a considerare scorretta la prima:¬†“Sono soldi che non si riescono a spendere” /¬†“Sono soldi che non si riesce a spendere”. Pur trovandoci nella medesima situazione della frase precedente (“Si riuscirebbe a vedere…gli effetti”), qui¬†riuscire¬†e¬†spendere i soldi¬†sono talmente solidali da poter quasi essere considerati un unico verbo e indurre a trascurare la regola grammaticale. Come se ci√≤ non bastasse, la costruzione con la proposizione relativa complica ulteriormente la situazione. In questi casi, in astratto la scelta pi√Ļ formale rimane quella di considerare¬†a spendere¬†una proposizione soggettiva retta da¬†si riesce, ma in pratica si pu√≤ considerare valida anche l’eventuale infrazione (non si riescono a spendere). Allo stesso modo si comportano tutti i verbi detti¬†modali, che aggiungono una sfumatura al verbo semanticamente pi√Ļ rilevante e sintatticamente lo reggono; in un caso come il seguente, qualunque parlante propenderebbe per la seconda soluzione, in astratto scorretta, e scarterebbe, al contrario, la prima, in astratto corretta: “I punti dell’ordine del giorno si comincia a trattare dopo le comunicazioni preliminari”;¬†“I punti dell’ordine del giorno si cominciano a trattare dopo le comunicazioni preliminari”.
Ci sono casi, poi, in cui il verbo che tecnicamente regge il complemento oggetto ha un legame ancora pi√Ļ stretto con il verbo che lo regge: i costrutti con i verbi servili (dovere,¬†potere,¬†volere). Uno di questi esempi √® “Si devono controllare i bambini” (non “a controllare”, come ha scritto lei, forse per distrazione). Come si nota, il verbo che regge il complemento oggetto √®¬†controllare, mentre √®¬†dovere¬†che concorda con esso; un altro esempio √® “Non si potevano pi√Ļ guardare i film”.¬†√ą¬†il caso limite di solidariet√† tra verbo reggente e proposizione soggettiva, che impedisce di considerare corrette le costruzioni “Si deve controllare i bambini”, “Non si poteva pi√Ļ guardare i film”.
Queste ultime ridiventano accettabili se consideriamo sottinteso (ma √® molto meglio esplicitarlo) il soggetto¬†noi, secondo la costruzione tradizionalmente letteraria e oggi toscana:¬†“Noi si deve controllare i bambini”, “Noi non si poteva pi√Ļ guardare i film”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

L’avverbio di luogo¬†ci¬†sostituisce il luogo. Ad esempio: “- ti trovi¬†bene a Firenze? – S√¨, mi ci trovo bene”.
Coniughiamo le prime tre persone: Io mi ci trovo bene. Tu ti ci trovi bene. Lui / lei ci si trova bene.
Come vede, alla terza persona il¬†ci¬†precede il¬†si, mentre nella prima e seconda¬†persona l’avverbio di luogo √® posto dopo i pronomi.
Possiamo affermare che questo “capovolgimento” √® dovuto ad una questione di natura fonetica?
E ancora: per la prima persona plurale, credo nessuno dica e tanto meno scriva¬†Noi¬†ci ci troviamo bene. Come ovviare? Usare la variante¬†vi¬†al posto di¬†ci, renderebbe¬†la frase ancora pi√Ļ bislacca:¬†Noi vi ci troviamo bene.
E allora? Come sostituire il ci ci?

 

RISPOSTA:

L’inversione dell’ordine dei pronomi (ci¬†√® un pronome, non un avverbio, per quanto abbia la funzione di indicare un luogo) alla terza persona √® dovuta probabilmente alla concorrenza di una struttura simile, che ha avuto il sopravvento. Su¬†lui si ci trova¬†ha influito la forma impersonale del verbo pronominale corrispondente a¬†trovarsi, ovvero¬†trovarci¬†‘riconoscere’,¬†in cui¬†ci¬†fa parte del verbo stesso e¬†si¬†√® il pronome che rende il verbo impersonale. Il fenomeno non riguarda questo verbo in particolare, ma si √® prodotto su tutti i verbi analoghi allo stesso modo:¬†metterci¬†ha influito su¬†mettersi,¬†farci¬†su¬†farsi,¬†vederci¬†su¬†vedersi¬†ecc.
Anche all’infinito √® evitata la forma che dovrebbe essere regolare,¬†trovarsici,¬†in favore di quella analoga ai verbi con¬†ci, quindi¬†trovarcisi.¬†
Tale adattamento √® antico: non ho trovato esempi di¬†si ci¬†in testi letterari pi√Ļ recenti di questo: “Ad alcuni reggenti, in questo primo anno, dispiacque la novit√† per gl’incomodi che s’immaginavano dover soffrire, ma dapoi ben si ci accomodarono” (Pietro Giannone,¬†Vita scritta da lui medesimo, 1740 ca.). Per la verit√†, ho trovato attestazioni anche contemporanee di¬†si ci, in discorsi parlati o scritti trascurati di provenienza siciliana, come questo, tratto da un’intercettazione di due malavitosi della provincia di Palermo: “Allora Vic√®, fagli sapere se lui¬†si ci¬†pu√≤ mettere” (livesicilia.it, 2019), quest’altro, tratto da una dichiarazione del mafioso Giovanni Brusca: “Dopodich√© gli dico: ‘Fagli sapere a Tot√≤ Riina che ho commesso l’omicidio di Vincenzo Milazzo’, perch√© lui¬†si ci¬†vedeva tutti i giorni” (repubblica.it, 2019), o questo, da un blog sportivo catanese: “Lui¬†si ci¬†mette sempre l‚Äôimpegno necessario per se e per la squadra” (ilblogdialessandromagno.it, 2014). Quest’ultimo esempio √® davvero notevole, perch√© il verbo qui usato √®¬†metterci¬†‘impiegare’, non¬†mettersi¬†‘sistemarsi’ (come nell’esempio precedente), quindi¬†si¬†non √® richiesto dalla costruzione, ma √® inserito perch√© lo scrivente si adegua a¬†un modello per lui forte.
Non escludo, quindi, che si ci rimanga ancora oggi come regionalismo popolare siciliano o al massimo meridionale.
Per quanto riguarda la seconda domanda, comunemente si ovvia al problema della ripetizione di¬†ci¬†alla prima plurale con l’eliminazione del¬†ci¬†di luogo (noi ci troviamo bene). Se √® necessario sottolineare il luogo, √® possibile trasformare il secondo¬†ci¬†in¬†l√¨¬†/¬†l√†, che va anteposto o posposto:¬†noi l√¨ /¬†l√†¬†ci troviamo bene, o¬†noi ci troviamo bene l√¨¬†/¬†l√†.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Perch√© secondo i pi√Ļ si dovrebbe dire “vado al mare” e non “vado a mare”?

 

RISPOSTA:

Andare al mare significa “andare in una localit√† che si trova nei pressi del mare”. Se ci si trova in citt√†, e si va verso una localit√† del genere, allora si sta andando al mare; se, invece, ci si trova gi√† in spiaggia, e semplicemente ci si avvicina al mare, non si sta andando al mare, ma piuttosto in acqua.

La forma “(andare) a mare” sembra essere non standard, ma diffusa solamente nel Sud Italia. Tra le ragioni che hanno portato alla sua diffusione possiamo immaginare che essa funzioni da compromesso tra al mare e in acqua nel caso in cui ci si trovi in una localit√† marittima o balneare, ma non in prossimit√† del mare, e ci si stia dirigendo verso il mare. Questa condizione √® tipica, ma non esclusiva, del Meridione (nella Liguria di Ponente esiste l’espressione “andare a spiaggia”, che sembra rispondere alla stessa esigenza di rappresentare la condizione di andare al mare pur essendo gi√† molto vicini ad esso); su “andare a mare” deve aver influito anche il fenomeno linguistico dell’assimilazione, marcatamente meridionale, per cui al mare si pronuncia [am’mare] e da qui viene reinterpretato nello scritto come a mare.

A mare non √® del tutto estraneo all’italiano: √® accettato nello standard in pochissimi casi, come “buttare/buttarsi a mare”, “tuffarsi a mare” e simili; oppure nel senso di ‘sul mare’, come in “porta a mare”, usato da Guicciardini, “tira vento di greco a mare” (D’Annunzio), “passeggiata a mare”; e in alcuni toponimi, non a caso quasi tutti meridionali, Praia a Mare, Castello a Mare, ma anche Gatteo a Mare e, nell’Ottocento, Bologna a Mare, italianizzazione di Boulogne-sur-Mer.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO: 

√ą¬†corretta la frase “Incontro persone che so aver opinioni diverse dalle mie”,¬†con l’infinito alla latina anzich√© la forma esplicita con l’indicativo?
Penso di no, ma non ne sono certissimo, perché il soggetto della completiva dovrebbe coincidere di norma con il soggetto della reggente. Forse i toscani usano questo costrutto arcaico. 

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa costruzione della frase √® corretta e ancora a suo agio nell’italiano contemporaneo, anche di media formalit√†, senza coloriture regionali; ho trovato, per esempio,¬†un costrutto simile in un account Facebook: “Come faccio a segnalare una persona che so avere un profilo falso ma mi ha bloccato?”. A darle la sensazione di arcaicit√† √® forse l’apocope di¬†aver, che suona un po’ letteraria, sebbene sia anch’essa piuttosto comune.
Ha ragione a ricordare la norma della conservazione del soggetto per l’infinito. Questa, per√≤, non √® assoluta e, in questo caso, viene infranta con buone ragioni (nonch√© sulla base di un modello molto antico). La costruzione sintattica superficiale della frase nasconde una costruzione logica bimembre: da una parte “Incontro persone”, dall’altra “so che queste persone hanno opinioni diverse dalle mie”. Il pronome relativo consente di fondere le due costruzioni logicamente autonome in modi diversi, per esempio cos√¨: “So che le persone che incontro hanno opinioni diverse dalle mie”. Se, per√≤, per ragioni informative, vogliamo isolare a sinistra della frase “Incontro persone”, si¬†crea un corto circuito tra la sintassi e la logica, perch√© la proposizione dipendente dal verbo¬†sapere¬†√® a met√† strada tra una oggettiva e una relativa. Nella frase¬†“Incontro persone che¬†so che hanno opinioni diverse dalle mie”, cio√®, il parlante rimane incerto se interpretare “che hanno opinioni diverse dalle mie” come una relativa dipendente da “Incontro persone” (come se “che so” fosse, in realt√†, una incidentale tipo ” – e lo so -“) o come una oggettiva dipendente da “che so”. La¬†costruzione con l’infinito elimina la difficolt√†.
Si noti, a questo proposito, che il soggetto dell’infinito in quest’ultima costruzione non pu√≤ che essere l’oggetto del verbo della reggente. Se il soggetto fosse lo stesso della reggente¬†sarebbe richiesta la preposizione introduttiva¬†di: “So di aver opinioni diverse”; nel caso specifico, per√≤, il risultato sarebbe incoerente, visto che la frase completa diverrebbe *”Incontro persone che¬†so di aver opinioni diverse dalle mie”.
Avvicinerei questo caso agli altri comunemente considerati le eccezioni pi√Ļ evidenti alla norma dell’identit√† del soggetto tra la reggente e la subordinata implicita, le frasi con un verbo di comando o licenza e quelle con un verbo di percezione¬†nella reggente, nelle quali il soggetto della oggettiva √® senz’altro l’oggetto (diretto o indiretto) del verbo della reggente, non il soggetto: “Ti ordino / permetto di fare √¨ compiti” = “Ordino / permetto che tu faccia i compiti”; “Ti ho visto uscire” = “Ho visto che tu uscivi / sei uscito”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In un paragrafo incluso in una grammatica, leggo, a proposito dell‚Äôaccordo del¬†participio passato, il seguente esempio:¬†“Non si √® vinta la partita”.
Domanda: la costruzione “Non si √® vinto la partita”, anche se non riconducibile alla¬†regola cui si riferisce l’esempio precedente, sarebbe corretta quale forma¬†impersonale, equivalente a “Noi non abbiamo vinto la partita”?
Accordo con negazione né.
Leggo la frase:¬†“N√© io n√© tu n√© lei n√© gli altri sanno‚Ķ”.
Domanda: non sarebbe stato pi√Ļ giusto coniugare il verbo alla prima persona plurale: “N√© io n√© tu n√© lei n√© gli altri sappiamo”? O esiste oppure una terza coniugazione pi√Ļ¬†appropriata?
Ultimo caso: congiunzione disgiuntiva¬†o. Leggo che quando si presenta una scelta¬†netta, il verbo si accorda al singolare (se ovviamente lo sono anche i soggetti).¬†Evinco che la regola decada se i soggetti siano di numero misto: “O io o loro andremo”.
Domanda: il verbo pu√≤ essere accordato al plurale anche se i soggetti sono singolari e¬†se il primo di essi non √® preceduto dalla congiunzione: “Riceveranno i genitori il prof. Rossi o il prof. Verdi”?

 

RISPOSTA:

Quando il verbo costruito con il¬†si¬†√® transitivo e ha il complemento oggetto espresso, la costruzione si considera non impersonale ma passiva; la forma corretta nel suo caso √®, pertanto, “Non si √® vinta la partita” (equivalente a “la partita non √® stata vinta”). La variante¬†“Non si √® vinto la partita” non √® impossibile, per√≤: viene a coincidere con il tipo di costruzione impersonale tipica del toscano e della tradizione letteraria, quindi non proprio comune (ma comunque legittima),¬†noi si fa qualcosa¬†(e¬†noi si fa alcune cose). Si considerino, per un confronto, questi due esempi giornalistici: “Non si diventa politici di successo perch√©¬†si sono vinte le elezioni: si vincono le elezioni perch√© si √® politici di successo” (la Repubblica, 27 gennaio 2018); “Dare la colpa a qualcuno che per una volta¬†si √® vinto le elezioni: non √® ancora successo, ma dal PD possiamo aspettarci anche di peggio” (l’Espresso, 11 giugno 2013). Nel secondo esempio “si √® vinto le elezioni” sottintende un soggetto¬†noi, ovvero “noi si √® vinto le elezioni”. Si consideri, comunque, che anche la forma impersonale del tipo¬†noi si fa alcune cose¬†si pu√≤ costruire come se fosse passivante:¬†noi si fanno cose (si veda l’esempio letterario riportato¬† in questa risposta¬†dell’archivio di DICO).
In una frase con soggetti multipli, se √® presente¬†io¬†il verbo va¬†alla prima persona plurale, come da lei suggerito (se ci fosse¬†tu¬†senza¬†io, il verbo andrebbe alla seconda plurale). La versione da lei letta √® scorretta; in essa il verbo √® accordato “per prossimit√†” con l’ultimo soggetto introdotto, come si farebbe nel parlato poco sorvegliato.
“O io o loro andremo” √® corretto (rappresenta un caso sovrapponibile a quello appena discusso). Il verbo va comunemente alla terza plurale anche con soggetti di terza persona singolare uniti da¬†o. Pu√≤ andare al¬†singolare quando i soggetti¬†stanno tra loro in un rapporto di alternativa: “Verr√† a chiamarti un mio amico o mio fratello”. Niente vieta, per√≤, di concordare il verbo alla terza plurale anche in questo caso: “Fu stabilito che, nei giorni seguenti,¬†lui o la governante¬†mi¬†avrebbero¬†portato da mangiare”¬†(Guido Piovene,¬†Le stelle fredde, 1970).
Infine, la presenza della seconda¬†o¬†correlativa non cambia niente ai fini dell’accordo; quindi¬†“Riceveranno i genitori il prof. Rossi o il prof. Verdi” √® ben formata, come anche¬†“Il prof. Rossi o il prof. Verdi riceveranno i genitori venerd√¨” o¬†“O il prof. Rossi o il prof. Verdi riceveranno i genitori venerd√¨”. Possibili anche, ricollegandoci alla questione appena discussa,¬†“(O) il prof. Rossi o il prof. Verdi ricever√† i genitori venerd√¨” e¬†“Ricever√† i genitori (o) il prof. Rossi o il prof. Verdi”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi disturbo ancora con una seconda, rapida domanda rapida: verbi fraseologici e gerundio possono ‚Äúconvivere‚ÄĚ in una frase governata da un verbo al passato? Mi sono imbattuta in una costruzione che, lo ammetto, non sono riuscita a concludere con una piena coscienza linguistica

L’uomo, al telefono, doveva star offendendo la ragazza, che infatti si alzò dalla sedia, rossa in viso.
E se dovessimo usare la particella pronominale, quale sarebbe la sua posizione?
L’uomo, al telefono, la doveva star offendendo
L’uomo, al telefono, doveva starla offendendo
L’uomo, al telefono, doveva star offendendola.

 

RISPOSTA:

Rapida la domanda, tutt’altro che banale, meno rapida e tutt’altro che semplice la risposta.
La perifrasi aspettuale (che esprime cioè, in questo caso, l’aspetto verbale dell’imminenza o della progressività dell’azione) costruita con stare + gerundio è ritenuta da molti parlanti italiani scarsamente accettabile quando stare è all’infinito. Su questo tema, mi permetto di rinviare a un mio articolo di qualche anno fa: Fabio Rossi, La perifrasi aspettuale stare + gerundio in costrutti subordinati impliciti, in Sintassi storica e sincronica dell’italiano. Subordinazione, coordinazione, giustapposizione. Atti del X Congresso della Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana (Basilea, 30 giugno-3 luglio 2008), a cura di Angela Ferrari, Firenze, Cesati, 2009, vol. II, pp. 1155-1170. Aggiungo che stare all’infinito + gerundio è preferito dai parlanti (e scriventi) meridionali, rispetto a quelli settentrionali.
Non se ne trovano moltissimi esempi nella storia dell‚Äôitaliano, bench√© oggi sia sempre pi√Ļ frequente. Per questi motivi, la sua perplessit√† √® pi√Ļ che legittima. La perplessit√† non riguarda, dunque, tanto la presenza del tempo passato, quanto tre particolari:
1) la presenza di stare all’infinito. La perifrasi stare + gerundio in posizione subordinata sembra conferire un eccesso di autonomia semantica al verbo stare, ma non aggiungo qui altre specificazioni linguistiche (forse eccessivamente complesse in questa sede), che potranno peraltro essere reperite nell’articolo sopra citato, se interessa approfondire la questione.
2) La presenza di due ausiliari, o meglio un verbo modale (o servile) + una perifrasi aspettuale, cioè dovere e stare.
3) La presenza del clitico (la particella pronominale atona la), che può assumere tre diverse posizioni, in questi casi.
Dunque, nonostante certa impressione di pesantezza, tutte e quattro gli esempi da lei riportati sono corretti, in italiano. Naturalmente, il proprio gusto personale far√† optare per l‚Äôuna o l‚Äôaltra soluzione. Io, personalmente, per evitare la pesantezza, eliminerei il primo modale sostituendolo con un avverbio: ‚Äúl‚Äôuomo molto probabilmente la stava offendendo‚ÄĚ.
Aggiungo che l‚Äôimperfetto¬†doveva, in questi casi, non ha tanto valore temporale (passato), bens√¨ modale epistemico (cio√® indica l‚Äôeventualit√† o un certo grado di incertezza, di ipoteticit√† e simili). Insomma, √® come se fosse: ‚Äúmolto probabilmente stava offendendola‚ÄĚ o ‚Äúla stava offendendo‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Prima che il mio continuo correggere i miei genitori diventi la causa di conflitti a¬†fuoco volevo che mi forniste una prova inconfutabile della correttezza dell’articolo¬†i¬†per il plurale di¬†cioccolatino. √ą gi√† abbastanza errato non riuscire facilmente a¬†pronunciarlo senza triplicare la¬†t, per non parlare del fatto che sento dire da anni
formule come¬†lo cioccolato¬†/¬†lo cioccolatto¬†/¬†la cioccolatta¬†e simili aberrazioni. Anche in questi casi non mi dispiacerebbe poter eventualmente annoverare la vostra spiegazione come prova a mio favore in tribunale ūüėČ

 

RISPOSTA:

L’articolo per¬†cioccolatini¬†√® certamente¬†i:¬†il cioccolatino¬†/¬†i cioccolatini. Allo stesso modo l’articolo indeterminativo √®¬†un.¬†La propensione per *lo cioccolatino¬†/ *uno cioccolatino¬†/¬†*gli cioccolatini¬†potrebbe derivare dalla pronuncia della affricata palatale iniziale come fricativa postalveolare, che avvicina¬†cioccolatino¬†a¬†scioccolatino. La ricerca in rete di “lo cioccolatino” restituisce poche decine di risultati, tutte da fonti non autorevoli, commenti di utenti, pagine di¬†social network, siti amatoriali e simili, a dimostrazione che l’oscillazione su questo punto della norma √® trascurabile e *lo¬†/¬†uno¬†cioccolatino¬†/ *gli cioccolatini¬†sono da considerarsi substandard.
Leggermente pi√Ļ diffuso, soprattutto nel Sud Italia (appare qualche volta anche in Pirandello e Matilde Serao), √® *cioccolattino/i, non registrato dal dizionario dell’uso GRADIT. Sebbene questa variante sia oggi esclusa dall’uso e da considerarsi substandard al pari di *lo¬†cioccolatino, va detto a sua difesa che ha¬†una formazione regolare (e non dimentichiamo le occorrenze letterarie). Deriva, infatti, dalle varianti di¬†cioccolato¬†con rafforzamento della consonante postonica intervocalica (un fenomeno tipico dell’italiano: si pensi a LEGEM >¬†legge)¬†cioccolatto,¬†cioccolatte¬†e¬†cioccolatta,¬†normali nei secoli passati e ancora oggi esistenti (delle tre solamente¬†cioccolatta¬†non √® registrata nel GRADIT).¬†Il rafforzamento si spiega con l’etimo, che √® lo spagnolo¬†chocolate¬†(a sua volta da una parola nahuatl), da cui si √® sviluppato regolarmente l’adattamento¬†cioccolatte¬†e le altre due forme, analogiche dei nomi maschili in¬†-o¬†e dei femminili in¬†-a. Probabilmente il francese¬†chocolat¬†ha, in seguito, prodotto¬†cioccolato, che si √® imposto sul concorrente pi√Ļ antico.
‚ÄčFabio Ruggiano

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QUESITO:

Sto preparando un breve articolo per la rubrica di cultura locale di UniversoMe (il giornale gestito dagli studenti dell’Università) riguardo al ruolo di Messina nella storia della lingua italiana. Pensavo di trattare degli scrittori nati a Messina legati alla scuola siciliana e accennare al periodo messinese di Pietro Bembo. Altri suggerimenti? Grazie.

 

RISPOSTA:

Oltre ai riferimenti da lei ricordati, le suggerisco di nominare l’ignoto autore nascosto sotto lo pseudonimo Partenio Zanclaio che pubblic√≤ nel 1647 il poemetto¬†Cittadinus maccaronice metrificatus, un galateo in latino maccheronico con inserti in dialetto messinese, in napoletano, in italiano e in spagnolo. Inoltre grande importanza per la storia della lingua italiana a Messina riveste¬†l’accademico dei Pericolanti settecentesco Pippo Romeo, che in una sua cicalata, intitolata¬†I pregi dell’ignoranza¬†(1800), simula questo dialogo con un amico, che difende il dialetto contro la “moda” di parlare italiano:

– Romeo) Chiunque ha fior di senno, ed √® di mente sana…
– Amico) E in quale lingua reciti?
– In lingua italiana…
– Eccu lu primu erruri supra cui ti piscu;
Rispunnimi: in Girmania, si predica un tidiscu
a tutti ddi mustazzi in lingua missinisa,
tu non lu chiami pacciu? E non saria un’offisa,
anzi un insultu massimu a tutta la nazioni,
quannu la propria lingua pi’ un’estira pusponi?
[…]
РMa non è tanta oscura
la lingua italiana: non si può diri estrania;
cc’√® differenza massima chidda di la Girmania…

Infine una menzione merita Stefano D’Arrigo, nato ad Al√¨ Terme e autore di¬†Horcynus Orca, romanzo scritto in una lingua che sfrutta materiale dialettale all’interno di un italiano¬†personalissimo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio: √® pi√Ļ corretto dire ”ieri mi addormentai” o ”ieri mi sono addormentata”?

 

RISPOSTA:

La variante con il passato prossimo, “Ieri mi sono addormentata”, √® la pi√Ļ naturale.
Normalmente, il passato prossimo e il passato remoto esprimono non semplicemente la lontananza, minore o maggiore, di un evento rispetto al momento dell’enunciazione, bens√¨ la partecipazione psicologica che l’emittente vuole dimostrare con l’evento stesso. Ad esempio, la frase “Dieci anni fa mi sono rotto una gamba” risulta molto pi√Ļ naturale di “Dieci anni fa mi ruppi una gamba”, perch√© √® naturale che l’emittente consideri l’evento, bench√© distante nel tempo, psicologicamente vicino, o, se vogliamo, legato al presente (il momento dell’enunciazione) attraverso le sue conseguenze. Per questo motivo, eventi passati ma ancora vicini al momento dell’enunciazione difficilmente possono essere espressi con il passato remoto, anche se si sono conclusi, perch√© √® prevedibile che le loro conseguenze siano ancora percepibili dall’emittente come presenti; ci√≤ vale ancora di pi√Ļ quando si racconta un evento privato o comunque personale, come nel suo esempio.
Non si pu√≤ dire in astratto che la variante con il passato remoto sia sbagliata; si tratta, per√≤, di una scelta¬†marcata, cio√® insolita, non comune. Tale scelta potrebbe essere frutto di una competenza comunicativa non perfetta: una costruzione del genere, cio√®, non stupirebbe in bocca ad un apprendente straniero, ad esempio anglofono o ispanofono, di lingua italiana, come il risultato della sovrapposizione dell’italiano sulla sua lingua madre, nella quale il passato remoto √® pi√Ļ usato che in italiano (“Yesterday I fell asleep” e “Ayer me qued√© dormido”¬†risultano del tutto normali); oppure in bocca ad un parlante pur italiano che, per√≤, si lascia condizionare dal suo dialetto locale (molti dialetti meridionali non hanno il passato prossimo). In alternativa, la scelta del passato remoto potrebbe dipendere dalla precisa volont√† dell’emittente di esprimersi in modo insolito, per ottenere una sfumatura espressiva. Nel seguente esempio, non a caso letterario, le due possibili cause della scelta del passato remoto si confondono:


Ieri mi portò a casa sua. Parlò per molte ore, non so quante, poiché a un dato momento mi addormentai, forse egli voleva che mi addormentassi (Gonzalo Torrente Ballester, Don Juan, traduzione di Angela Ambrosini, 1985).


La traduttrice del romanzo dallo spagnolo lascia al passato remoto i verbi che in originale erano al passato remoto (o meglio¬†pret√©rito perfecto simple)¬†perch√© percepisce che il personaggio vuole esprimere una separazione psicologica tra gli eventi narrati e il momento dell’enunciazione.
Bisogna aggiungere, infine, che nell’italiano contemporaneo il passato prossimo sta prendendo sempre pi√Ļ piede rispetto al remoto; siamo portati sempre di pi√Ļ, cio√®, a designare gli eventi passati come “prossimi”.¬†C’√® ancora spesso, per√≤, la possibilit√† di scegliere quale passato usare per sottolineare la maggiore o minore vicinanza psicologica all’evento; ad esempio, “La I Guerra mondiale ha provocato la morte di milioni di persone” riflette una maggiore vicinanza emotiva al racconto, mentre “La I Guerra mondiale provoc√≤ la morte di milioni di persone” risulta pi√Ļ distaccato e oggettivo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In Liguria si usa la parola “Rebecca” per indicare il cardigan. Sapete dirmi¬†qual √® l’origine di questa parola, che non credo faccia parte dell’italiano¬†standard? Grazie

 

RISPOSTA:

Il termine rebecca¬†‘cardigan’, pur comune, non figura, in effetti, nei principali dizionari storici del ligure e del genovese, segno, evidentemente, della relativa modernit√† del termine, o della sua almeno parziale gergalit√†. Possiamo, dunque, soltanto formulare delle ipotesi etimologiche. Almeno tre.
1) Dallo spagnolo¬†rebeca, dal nome del personaggio dell’omonimo film di Hitchcock (Rebecca, 1940), che indossava quel capo d’abbigliamento.
2) Dall’etimo ebraico (controverso) del nome proprio Rebecca, che equivale, pi√Ļ o meno, a ‘legame’. E dunque, per transizione, capo d’abbigliamento che si lega, cio√® allaccia.
3) Dal francese¬†se rebiquer¬†‘arricciarsi, rivoltarsi all’ins√Ļ’, anche riferito a collo di capi di abbigliamento.
Come spesso accade, non √® possibile optare con assoluta certezza per l’uno o per l’altro etimo, in assenza di testimonianze dirette e attendibili.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Buongiorno, la maestra di mio figlio usa l’espressione “scendere le valigie”,¬†“scendere gli scatoloni”, ecc. Siccome in Liguria questa espressione non viene¬†usata, vorremmo sapere se √® corretta o se appartiene all’area linguistica¬†d’origine della maestra (Sicilia). Grazie

 

RISPOSTA:

L’uso transitivo di alcuni verbi di movimento intransitivi, salire,¬†scendere,¬†entrare,¬†uscire¬†(e¬†possiamo aggiungere anche¬†tornare/ritornare¬†nel senso di ‘restituire’),¬†√® uno dei tratti pi√Ļ riconoscibili dell’italiano sovraregionale meridionale e non √® accettato nell’italiano¬†standard.
Ricordiamo, per inciso, che¬†salire¬†e¬†scendere¬†possono essere transitivi anche in italiano, sebbene solamente in relazione ad oggetti interni (scale,¬†strade,¬†montagne…).
L’uso transitivo con oggetti diversi, come nel suo esempio, deriva da una italianizzazione del dialetto, ma √® favorito dall’economia espressiva che comporta: le alternative a questi verbi, infatti, sono o composte (portare/tirare¬†su/gi√Ļ/fuori/dentro…) o molto formali (sollevare,¬†calare,¬†inserire,¬†estrarre…).¬†Probabilmente in virt√Ļ di questo vantaggio i parlanti abituati a sfruttare tale uso hanno difficolt√† ad abbandonarlo, perch√© sentono le alternative meno funzionali; la resistenza da parte dei difensori della regola, per√≤, rimane salda, il che significa che questa eccezione non sar√† accolta in italiano ancora per molto tempo (sempre che lo sia mai). Forse un piccolo segnale di “sfondamento” pu√≤ essere visto nel botta e risposta, a sfondo ironico, che ha animato i¬†social network¬†(senza limitazioni geografiche) negli ultimi mesi, identificato dal¬†tormentone¬†#escile (https://twitter.com/hashtag/escile?lang=it).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Salve, mi piacerebbe sapere l’origine della parola “baitta” spesso utilizzata
dai giovani messinesi per identificare una ragazzina altezzosa, troppo sicura
di sé. Purtroppo, facendo una semplice ricerca su internet, non ho trovato
alcuna informazione.

 

RISPOSTA:

Come giustamente dice Lei, il termine (baittu/a, diminutivo di¬†baiu) √® praticamente assente da tutte le fonti lessicografiche, italiane e dialettali, a stampa e online. Tranne una: l‚Äôottimo, encomiabile¬†Lessico Etimologico Italiano¬†(LEI) curato dal linguistica tedesco Max Pfister ed edito, a partire dal 1979 e tuttora in corso di stampa, presso l‚Äôeditore Ludwig Reichert di Wiesbaden. Da questo imprescindibile strumento scientifico, si ricava quanto segue: l‚Äôetimo di questa e di moltissime altre forme (da¬†baio¬†a¬†baiocco) √® il latino¬†badius/baius¬†dal significato originario di ‚Äėrosso‚Äô. Da quest‚Äôetimo hanno preso vita migliaia di forme e significati in tutti i dialetti italiani, a indicare animali, vegetali, persone, monete, oggetti vari ecc. Tra i moltissimi lemmi associabili a¬†badius, si ricava il siciliano¬†baiu, che pu√≤ significare varie cose, da ‚Äėragazzetto‚Äô a ‚Äėdomestico‚Äô. √ą chiaro che il suo¬†baittu,¬†baitta¬†√® un diminutivo di questa forma. La trafila semantica (metaforica) che pu√≤ aver condotto da ‚Äėrosso‚Äô a ‚Äėragazzo‚Äô pu√≤ essere duplice: 1) baio > cavallo > mulo > soldato, lavoratore, garzone ragazzo ecc.; 2) rosso > carne poco cotta > cosa o persona incerta, che vale poco ecc. (vi sono, nei vari dialetti, esempi molteplici di questi riferimenti alle persone e alle situazioni, da ‚Äėtempo incerto e variabile‚Äô a ‚Äėpersona da poco‚Äô, da ‚Äėuomo poco virile‚Äô a ‚Äėpersona giovane‚Äô ¬†ecc.

Fabio Rossi

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