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QUESITO:

Dato il seguente periodo: “Le chiederei, nel caso il divieto sia ancora attivo/fosse ancora attivo, se possa rilasciarci/potrebbe rilasciarci un permesso per l’accesso”, nella subordinata introdotta da nel caso entrambi i tempi del congiuntivo sono corretti, sulla scorta del grado di probabilit√† del verificarsi dell’evento?

 

RISPOSTA:

La proposizione introdotta da nel caso, nel caso in cui o nel caso che √® formalmente una relativa, anche se viene considerata un’ipotetica, vista la sovrapponibilit√† tra la locuzione congiuntiva e la congiunzione qualora. Proprio come qualora, questa locuzione richiede il congiuntivo (mentre se ammette anche l’indicativo) e preferisce l’imperfetto al presente e il trapassato al passato. La proposizione nel caso il divieto sia…, quindi, √® corretta, ma pi√Ļ comune sarebbe nel caso il divieto fosse…, con lo stesso significato. La proposizione introdotta da se √® un’interrogativa indiretta, retta dal verbo chiederei. Questa proposizione ammette l’indicativo, il congiuntivo e il condizionale. Tra l’indicativo e il congiuntivo non c’√® alcuna differenza semantica, ma l’indicativo √® una scelta pi√Ļ trascurata. Il condizionale, invece, aggiunge qui una sfumatura pragmatica di cortesia, perch√© formula la richiesta come condizionata (alla disponibilit√† della persona che riceve la richiesta).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Volevo chiedere gentilmente quale delle versioni è corretta:

“Il giudice NON può esercitare alcuna attività decisionale nella causa X,

– COMPRESA l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ – (cos√¨ in lingua originale del testo da tradurre – lingua polacca)

– ‚ÄúTRA CUI l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ

– ‚ÄúNEMMENO adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√©/o fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Dai punti di vista strettamente morfosintattico e lessicale vanno bene tutte e tre le frasi in questione. Tuttavia, dato che nei testi giuridici, amministrativi e burocratici √® sempre bene essere chiari, per evitare equivoci, la terza soluzione, con le leggere modificazioni qui proposte, √® la migliore: ‚ÄúIl giudice non pu√≤ esercitare alcuna attivit√† decisionale nella causa X, cio√® non pu√≤ nemmeno adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√© fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

Riguardo al contenuto, mi chiedo, per√≤, da non esperto di procedure giuridiche, se ‚Äúadottare‚ÄĚ sia il termine corretto, o se invece nel testo non si voglia intendere ‚Äúpromulgare‚ÄĚ o ‚Äúemanare‚ÄĚ. In effetti, dal contesto, il divieto sembra riguardare il ruolo attivo del giudice (cio√® quello di ‚Äúemanare decreti‚ÄĚ) nella causa in questione.

Le prime due soluzioni proposte, ancorch√© corrette, possono ingenerare equivoci per via dell‚Äôassenza di un chiaro segnale di negazione in ‚Äúcompresa‚ÄĚ e ‚Äútra cui‚ÄĚ. La negativit√† del concetto √® invece ben presente in ‚Äúnemmeno‚ÄĚ e ribadita, a ulteriore chiarezza, dal ‚Äúcio√®‚ÄĚ e dalla ripetizione del verbo ‚Äúcio√® non pu√≤ nemmeno‚ÄĚ, che riconducono questa parte di testo a quella precedente. Inoltre, la terza soluzione √® migliore anche perch√© contiene una pi√Ļ chiara espressione verbale (‚Äúadottare‚ÄĚ e ‚Äúfissare‚ÄĚ) rispetto all‚Äôespressione nominale ‚Äúadozione‚ÄĚ e ‚Äúfissazione‚ÄĚ.

Infine, meglio ‚Äún√©‚ÄĚ rispetto a ‚Äúo‚ÄĚ, dato che si tratta di una disgiuntiva negativa.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Avrei bisogno di aiuto per sciogliere un dubbio sull’uso di¬†proprio.
I RAGAZZI STUDIANO SPERANDO DI REALIZZARE UN GIORNO I ………… SOGNI.
Nello spazio va inserito proprio o loro?

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†proprio¬†si preferisce a¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto grammaticale della frase. Diviene obbligatorio per riferirsi al soggetto in una frase in cui ci sono pi√Ļ referenti possibili; in quel caso, infatti,¬†loro¬†rimanda sicuramente non al soggetto. Nella sua frase il riferimento non pu√≤ che essere¬†i ragazzi, quindi¬†proprio¬†(in questo caso nella forma¬†propri) √® preferibile, visto che¬†i ragazzi¬†√® il soggetto della frase, ma non obbligatorio; in una frase come “I ragazzi hanno rivelato ai professori che studiano sperando di realizzare i _____________ sogni”, invece,¬†propri¬†√® obbligatorio perch√©¬†loro¬†si riferirebbe ai professori (i loro sogni, cio√®, sono i sogni dei professori).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho letto¬†la risposta¬†su come accordare l’aggettivo con la parola¬†notaio¬†nel caso in cui il notaio √® una donna. Tuttavia, non sono sicura come mi devo comportare (facendo una traduzione) nella stessa situazione (il notaio √® una donna) con il pronome: “Il notaio ha informato che ….. Egli / Ella ha altres√¨ comunicato che …. “.

 

RISPOSTA:

Il pronome si comporta come l’aggettivo e il participio passato di un verbo inaccusativo (ovvero il verbo¬†essere¬†e tutti quelli con¬†essere¬†come ausiliare): il nome maschile √® ripreso da un pronome maschile e viceversa per il nome femminile, senza riguardo per il sesso del designato. Quindi “Il notaio √®¬†stato categorico…¬†Egli¬†ci ha convocato…”. Ribadisco, comunque, che designare una donna con il nome¬†notaio¬†√® scorretto tanto quanto designare una donna con il nome¬†infermiere¬†e tanto quanto designare un uomo con il nome¬†notaia¬†o¬†infermiera.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Venite a trovarci, pi√Ļ ne siamo e meglio √®”, √® corretta la presenza della particella¬†ne¬†e, nel caso, che funzione grammaticale svolgerebbe? Oppure non si dovrebbe utilizzare?

 

RISPOSTA:

L’inserimento del¬†ne¬†in costrutti del genere √® diffuso dell’italiano regionale meridionale; nella variet√† standard dell’italiano (quella descritta dalle grammatiche) il costrutto non richiede il pronome: la forma corretta √®¬†pi√Ļ siamo. Il¬†ne, si noti, √® richiesto quando il verbo √® alla terza plurale (pi√Ļ ne vengono), ma non quando √® alla prima e alla seconda; mentre il soggetto della prima e della seconda, infatti, √® sempre noto (perch√© coincide con il gruppo a cui appartiene l’emittente o con il gruppo a cui appartiene il ricevente), il soggetto di terza persona dipende dalla frase, quindi deve essere richiamato con il pronome, che ha la funzione di complemento partitivo. L’inserimento di¬†ne¬†alla prima e alla seconda plurale pu√≤ essere, pertanto, interpretato come un’estensione del costrutto della terza persona. A margine sottolineo che con il verbo¬†essere¬†alla terza persona il¬†ne¬†deve essere preceduto da¬†ce:¬†pi√Ļ ce ne sono¬†(non *pi√Ļ ne sono).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il mio quesito √® duplice. Mi farebbe piacere sapere se nella frase “Non feci in tempo a scansarmi che l’uomo in bicicletta mi travolse” ci troviamo di fronte a un caso di¬†che¬†polivalente. Io lo percepisco come tale e mi sentirei di segnalarlo e correggerlo in un tema. Non trovo per√≤ una forma valida con cui sostituirlo senza intervenire su tutta la struttura della frase, ad esempio “L’uomo in bicicletta mi travolse senza che potessi fare in tempo a scansarmi”. Pi√Ļ in generale mi chiedo spesso se i tratti di italiano neo-standard vadano corretti o accettati in ambito scolastico.

 

RISPOSTA:

In frasi come la sua il connettivo¬†che¬†√® usato con una funzione esplicativo-consecutiva, che rientra tra quelle raggruppate sotto l’etichetta di¬†che polivalente. La stessa funzione pu√≤ essere ravvisata in frasi come “Tu esercitati, che prima o poi avrai successo”, o “Vieni che ti spiego tutto”. Quest’uso √® certamente tipico del parlato di formalit√† medio-bassa (come suggerisce il senso stesso delle frasi esempio); la sua accettabilit√† nello scritto di media formalit√†, invece, oscilla in relazione alla sensibilit√† dei parlanti e alla costruzione dell’intera frase. Nella sua frase, per esempio, l’uso ha un’accettabilit√† pi√Ļ alta che negli esempi fatti da me, perch√©¬†non fare in tempo che¬†√® un costrutto quasi cristallizzato (un costrutto pienamente cristallizzato di questo tipo √®¬†fare in modo che). Per la verit√†, un’alternativa del tutto standard (e per questo meno espressiva) alla costruzione che non richieda lo stravolgimento della frase esiste: “Non feci in tempo a scansarmi: l’uomo in bicicletta mi travolse”. La variante sintattica, si noti, rivela che il¬†che¬†polivalente √® spesso un “riempitivo” coesivo per un collegamento logico che altrimenti rimarrebbe implicito; anche nei miei esempi, infatti, il¬†che¬†si pu√≤ semplicemente eliminare (con l’effetto secondario di elevare il registro).
Anche per altri tratti del neostandard l’accettabilit√† dipende oltre che, ovviamente, dal contesto, dalla sensibilit√† dei parlanti e dalla costruzione dell’intera frase. Per esempio, una dislocazione a sinistra come “Questo argomento lo tratteremo la prossima volta” √® pi√Ļ accettabile di “Di questo argomento ne parleremo la prossima volta”, perch√© anche se in entrambe le frasi la tematizzazione del costituente rafforza il collegamento con la frase precedente, nella seconda la ripresa pronominale non √® necessaria.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In italiano, se scriviamo la data, per esempio:
Lunedì 18 maggio 2024
dopo lunedì si mette la virgola?

 

RISPOSTA:

Non c’√® una regola codificata per questo caso. Procedendo per analogia, potremmo assimilare la data al nome proprio di una persona:¬†18 maggio 2024¬†equivarrebbe allora al nome e cognome della persona, mentre¬†luned√¨¬†sarebbe un’apposizione, come¬†signor,¬†dottor,¬†avvocata¬†o simili. Come in, per esempio,¬†dottor Mario Rossi, quindi, la virgola in¬†luned√¨ 18 maggio 2024¬†non √® richiesta. Seguendo la stessa analogia, se posponiamo¬†luned√¨¬†la virgola √® necessaria:¬†18 maggio 2024, luned√¨¬†(come¬†Mario Rossi, dottore).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Nome
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QUESITO:

Volevo sapere quale delle due forme √® corretta: ¬ęl‚Äôautobus/il treno viene¬Ľ o ¬ęl‚Äôautobus/il treno arriva¬Ľ. E se solo una delle due forme √® corretta vorrei capire perch√© l‚Äôaltra non lo √®.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, dal momento che, tra le varie accezioni (cio√® significati) di entrambi i verbi venire e arrivare ve n‚Äô√® almeno una in comune (cio√® quella di ‚Äėgiungere in un luogo‚Äô), in cui, dunque, i due verbi sono sinonimi. Tuttavia, dato che, com‚Äô√® noto, la sinonimia perfetta non esiste, va tenuto conto dei contesti in cui entrambi i verbi sono usati normalmente dai parlanti. Se se ne tiene conto, la differenza tra i due √® schiacciante: con i mezzi di trasporto, arrivare √® di gran lunga pi√Ļ frequente di venire, con migliaia (in qualche caso decine di migliaia) di occorrenze di scarto (dati facilmente verificabili in Google ricercando viene/arriva l‚Äôautobus/il treno). Perch√©? √ą pressoch√© impossibile rispondere a questa domanda, visto che la lingua evolve con percorsi non sempre lineari n√© analizzabili logicamente. Probabilmente i parlanti associano a venire (sempre in base alla frequenza e ai contesti d‚Äôuso) un tratto di maggiore ‚Äėumanit√†‚Äô, cio√® preferiscono quel verbo con soggetti umani o animati e con un certo scopo del movimento, laddove arrivare, invece, implica la sola idea di spostamento da un punto a un altro, con particolare riferimento alla meta. Infatti, se in Google si fa la ricerca ‚Äúil treno che arriva/viene da‚ÄĚ, ecco che la frequenza si inverte: viene √® pi√Ļ frequente di arriva, perch√©, evidentemente, sottolineando la provenienza, si d√† un valore semantico maggiore allo scopo o quantomeno alla natura dello spostamento. Morale della favola: i verbi sono corretti entrambi, ma √® meglio usare arrivare, con i mezzi di trasporto, a meno che non ne si specifichi la provenienza.

Un‚Äôaltra piccola osservazione a margine riguarda l‚Äôordine dei sintagmi della frase con questi due verbi, che √® preferibilmente quella verbo-soggetto, piuttosto che quella, canonica, soggetto-verbo. Questo accade perch√© arrivare e venire sono verbi inaccusativi, cio√® intransitivi con ausiliare essere, che, come tali, trattano il soggetto perlopi√Ļ come elemento nuovo, piuttosto che come dato, e dunque un po‚Äô alla stregua di un oggetto (per semplificare al massimo un fenomeno sintattico e pragmatico in verit√† molto complesso). Quindi: ¬ęarriva il treno/l‚Äôautobus¬Ľ √® un enunciato molto pi√Ļ frequente e naturale di ¬ęil treno/l‚Äôautobus arriva¬Ľ, se non segue altro sintagma, come per esempio ¬ęl‚Äôautobus arriva tra cinque minuti/subito¬Ľ, in cui invece l‚Äôordine preferito √® quello soggetto-verbo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema, Verbo
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QUESITO:

Vorrei chiedere un parere su questa frase: “Io da piccolo ero geloso di mio cugino, ma con il passare degli anni noi abbiamo creato un legame che oggi √® saldo. Nel 2021 lui aveva subito un incidente e sua moglie non mi aveva avvisato, lo avevo saputo solo quando i vicini mi informarono. Andai subito a trovarlo.”
Non si dovrebbe usare solo il passato remoto (subì, avvisò, seppi)?

 

RISPOSTA:

No, perch√© il trapassato prossimo serve a indicare un evento passato rispetto a un altro, anch‚Äôesso passato. In questo caso l’evento dell’incidente √® trapassato perch√© √® precedente all’altro evento, quello dell’informare.
Raphael Merida

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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QUESITO:

¬ęInizi√≤ tutto un anno fa: ero solo e lei venne a parlarmi. Quest’inverno lei mi √® stata vicina¬Ľ.

Non sarebbe pi√Ļ corretto utilizzare il passato prossimo visto che questo legame continua?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio √® ben scritto sia con il passato prossimo sia con il passato remoto. Con il passato remoto il livello stilistico si innalza: non a caso, il passato remoto √® il tempo tipico dei testi narrativi letterari (racconti, romanzi ecc.). √ą senza dubbio vero che il passato prossimo, a differenza del remoto, serve a indicare una conseguenza dell‚Äôazione nel presente, tant‚Äô√® vero che sarebbe quasi inaccettabile una frase come ¬ęQuest‚Äôinverno lei mi fu vicina¬Ľ, poich√© ci si aspetta una conseguenza di quella vicinanza (per esempio lo sbocciare di una storia d‚Äôamore, il consolidarsi di un‚Äôamicizia e simili), ancor pi√Ļ evidente per via del deittico questo. Diverso sarebbe ¬ęLo scorso inverno mi fu vicina¬Ľ: da una frase del genere non mi aspetto le conseguenze dell‚Äôevento. √ą vero altres√¨ che non √® bene passare dal passato remoto al passato prossimo (o viceversa), senza un‚Äôeffettiva necessit√†. Tuttavia, l‚Äôattacco del periodo (¬ęInizi√≤ tutto un anno fa¬Ľ) e anche il suo seguito immediato (¬ęvenne a parlarmi¬Ľ) sembrano qui indicare un evento preso nel suo isolamento, anche indipendentemente da quel che segue. Nella frase successiva √® come se il discorso riprendesse da capo. Se si vuole ottenere una maggiore contiguit√† tra gli eventi si pu√≤ volgere tutto al passato e al trapassato prossimo: ¬ę√ą iniziato (o Era iniziato)‚Ķ √® venuta (o era venuta)¬Ľ. Devo dire per√≤ che il passato remoto ben si presta, come gi√† detto, allo stile letterario e a quel distacco temporale tipico dell‚Äôincipit dei romanzi e dei racconti.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
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QUESITO:

Se io chiedo “Non sei mai stato a Granada, vero?”, la risposta corretta, se l’interlocutore non c’√® stato, √® “No”. Secondo mio padre invece la risposta corretta √® “S√¨”, che sottintende “S√¨, √® vero che non ci sono mai stato”. Io ho cercato senza successo di spiegargli che¬†vero?¬†√® una componente della frase necessaria a disambiguarla da quella che sarebbe una semplice affermazione quale “Non sei mai stato a Granada” e non una domanda. √ą diventato difficile fargli domande di questo tipo. Mi poteste fornire una regola rigorosa, chiara ed esaustiva per chiarire la questione?

 

RISPOSTA:

A rigore la risposta corretta √® “S√¨ (, non sono mai stato a Granada)”, a prescindere dalla presenza di¬†vero; l’interlocutore, infatti, dovrebbe confermare la negazione contenuta nella domanda per rispondere negativamente. Al contrario, per rispondere positivamente (nel caso in cui sia stato a Granada), l’interlocutore dovrebbe negare la negazione con un “No (, sono stato a Granada)”. Le risposte corrette a rigore, per√≤, non sono gradite ai parlanti, perch√© √® controintuitivo rispondere negativamente confermando e positivamente negando; da qui nasce l’abitudine a trascurare la forma della domanda e rispondere considerando soltanto la polarit√† della risposta. Nonostante questa abitudine, per√≤, non si pu√≤ dire che le risposte “rigorose” siano scorrette (per quanto, in un contesto informale, risultino un po’ pedanti).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere a quale persona si riferisce il pronome _questi _nella seguente frase:
“Con l’acquisto operato dal donante, Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e questi con atto del 2002 enunciava che il trasferimento avveniva nello stato di fatto e di diritto in cui si trovava il cespite”.

 

RISPOSTA:

In base alle regole del riferimento anaforico¬†questi¬†riprende (o √® coreferente con)¬†Tizio, ovvero quello tra i due possibili antecedenti (Caio¬†e¬†Tizio) che non √® il soggetto della proposizione reggente (Con l’acquisto Caio trasferiva lo stesso bene con i relativi confini). Per riprendere il soggetto di una proposizione reggente, infatti, bisogna usare l’ellissi del soggetto; per riprendere¬†Caio¬†nella coordinata, quindi, la frase avrebbe dovuto essere “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e con atto del 2002 enunciava…”. Esiste un’alternativa all’ellissi per riprendere il soggetto della reggente, ma non √®¬†questi, bens√¨ un pronome esplicito come¬†lo stesso¬†(preferibilmente completato dal nome): “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e lo stesso Caio con atto del 2002 enunciava…”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Può essere ritenuto corretto (o almeno non scorretto) un uso della virgola dopo espressioni come a seguire e al termine?
Ad esempio: “Al termine, consegna della medaglia al vincitore”, “A seguire, assegnazione di una borsa di studio al miglior studente”.

 

RISPOSTA:

La virgola non √® affatto scorretta; al contrario, √® preferibile inserirla. In generale, i sintagmi che hanno la funzione di espansioni (ovvero contengono informazioni che non sono collegate al verbo o a un singolo argomento del verbo, ma riguardano l’intera frase) e sono inseriti all’inizio della frase vanno separati con la virgola dal resto della frase. Se, invece, le espansioni si trovano in coda, la virgola √® opzionale: “Consegna della medaglia al vincitore al termine” / “Consegna della medaglia al vincitore, al termine”. L’inserimento della virgola accentua la rilevanza informativa dell’espansione. Se, infine, la frase lo consente, l’inserimento dell’espansione al centro della frase richiede tipicamente la separazione dal resto della frase con le virgole di apertura e chiusura: “La medaglia sar√† consegnata, al termine, al vincitore”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggendo in rete questa frase: ‚ÄúMichelangelo disegnava la lista della spesa siccome la sua domestica era analfabeta‚ÄĚ, mi sono imbattuto in un commento che criticava l‚Äôuso della congiunzione causale (siccome¬†pu√≤ essere usato soltanto a inizio frase). Dal momento che mi sembra una vera e propria regola fantasma, approfitto del portale per chiedere se ci√≤ sia vero o meno.

 

RISPOSTA:

Possiamo definirla una regola fantasma per due ragioni: 1. non c’√® una vera e propria restrizione dell’uso di¬†siccome¬†in tutte le posizioni, per quanto questa congiunzione in contesti formali preferisca una certa posizione; 2. la posizione preferita della congiunzione non √® a inizio frase, cio√® prima della principale, ma prima della reggente, anche quando quest’ultima segue la principale (si pensi a una frase come “Sono stanco di sentire che siccome sono basso non posso giocare a pallacanestro”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio nato da questa conversazione:
Tizio: ¬ęHo una brutta notizia da darti?¬Ľ
Caio: ¬ęPerch√®? Ne hai anche (di) belle?
In questo caso il di è di troppo e quindi impossibile?

 

RISPOSTA:

Innanzitutto non sempre un sintagma di troppo √® impossibile. Nella lingua d’uso comune √® frequente l’inserimento nelle frasi di sintagmi superflui dal punto di vista sintattico, ma utili sul piano testuale o comunicativo (per esempio perch√© enfatizzano la partecipazione emotiva del parlante). In altri casi ancora il sintagma superfluo deriva dall’attrazione di un altro elemento della frase, ma rimane giustificabile perch√© non rende la frase ambigua e, anzi, la sua sottrazione rende la frase meno naturale. In questo caso il¬†di¬†√® superfluo per attrazione, perch√© serve a costruire un sintagma partitivo non necessario attratto dall’altro sintagma partitivo presente nella frase, costruito con¬†ne. La domanda, in altre parole, si pu√≤ parafrasare cos√¨: “Hai anche alcune tra le notizie tra quelle che sono belle?”, mentre √® sufficiente “Hai anche alcune tra le notizie che sono belle?” (ovvero “Ne hai anche belle?”). La domanda, pertanto, pu√≤ ben essere costruita come “Ne hai anche belle?”. L’inserimento di¬†di, per√≤, non danneggia in alcun modo la sintassi e, per la verit√†, si pu√≤ anche giustificare sul piano sintattico: in teoria, infatti, le notizie belle sono un sottogruppo delle notizie, per cui √® possibile indicare le notizie possedute dall’interlocutore come una parte delle notizie belle, che a loro volta sono una parte delle notizie.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

Ho un dubbio reltivo alla seguente frase esterapolata dagli atti di un processo:
“i coniugi dichiarano di avere provveduto alla divisione dei beni mobili e di ogni altro oggetto di valore al di fuori di questa convenzione e di non avere null‚Äôaltro a pretendere una dall’altra”.
Qual √® la forma corretta:¬†una dall’altra,¬†uno dall’altro¬†oppure¬†uno dall’altra?

 

RISPOSTA:

I pronomi¬†uno¬†e¬†altro¬†hanno quattro forme (diversamente, per esempio, da¬†che, che ne ha una sola), quindi concordano con la parola a cui si riferiscono. Quando i due pronomi sono usati nell’espressione reciproca¬†l’un l’altro¬†o in varianti della stessa, pu√≤ capitare che la concordanza influenzi soltanto il genere, non il numero. Questo avviene quando la parola a cui entrambi i pronomi si riferiscono √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare. L’esempio della frase da lei proposta √® proprio il caso in cui la parola a cui i pronomi si riferiscono,¬†coniugi, √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare, ovvero ciascuno dei due coniugi. Da questo consegue che la forma grammaticalmente ineccepibile sia, nel suo caso,¬†l’uno dall’altro¬†(ovvero ‘un coniuge dall’altro coniuge’). Comunemente, se i due referenti dei due pronomi sono uno maschile, l’altro femminile, √® possibile anche costruire un accordo “logico”, cio√® non con la parola, ma con i referenti. In questo modo, se i coniugi in questione sono un uomo e una donna la forma sar√†¬†uno dall’altra¬†(ovvero ‘il marito dalla moglie’) o, viceversa,¬†una dall’altro. Un testo come una sentenza o simili, comunque, richiede il maggior rigore grammaticale possibile; in un simile testo, pertanto, √® preferibile usare la forma che concorda con¬†coniugi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “… a cui vorresti rivolgerti tu” il¬†tu¬†√® pleonastico o si pu√≤ considerare un rafforzativo?

 

RISPOSTA:

Non √® pleonastico: il soggetto pronominale ribadito a destra della frase serve a sottolineare che la volont√† di rivolgersi a quel qualcuno √® proprio del soggetto, non di altri. Questa sottolineatura pu√≤ essere utile per esempio se il parlante non condivide tale volont√†, oppure se vuole elogiarla, perch√© altri avrebbero manifestato una volont√† pi√Ļ comoda (ovviamente, dipende tutto dal contesto). L’esplicitazione del soggetto pronominale non sarebbe pleonastica neanche se questo fosse collocato prima del verbo: “… a cui tu vorresti rivolgerti”. In questo caso il pronome richiamerebbe al centro della discussione la responsabilit√† del soggetto nell’esprimere la volont√†, senza, per√≤, veicolare sfumature contrastive. Tali sfumature, per√≤, sarebbero veicolate anche con il soggetto preverbale, se la frase fosse pronnciata con un’enfasi intonativa sul pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale sarebbe la forma corretta?
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Un esempio sono Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Ne sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Esempi sono Milano e Roma‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette. I dubbi legati a questa frase riguardano da una parte la concordanza tra il soggetto e il verbo, dall’altra l’inserimento del pronome anaforico ne. Per quanto riguarda il primo dubbio, la regola richiede che il verbo di una frase concordi con il soggetto, ma nel caso in cui nella frase ci sia un predicato nominale con il nome del predicato rappresentato da un sintagma nominale o da un pronome di una persona diversa dal soggetto, la concordanza del verbo con il soggetto pu√≤ risultare, per quanto in astratto corretta, innaturale. La soluzione spesso adottata, allora, √® concordare il verbo essere¬†con il nome del predicato, come nella prima variante della frase da lei proposta. La stessa cosa succederebbe, per esempio, in una frase come “Il problema siete voi” (non *”Il problema √® voi”). Si noti che questa soluzione pu√≤ essere considerata a tutti gli effetti regolare, visto che il ruolo della parte nominale e quello del soggetto sono intercambiabili (“Un esempio sono Milano e Roma” pu√≤ essere riformulata come “Milano e Roma sono un esempio”). In alternativa, se la frase lo permette si pu√≤ far coincidere il numero del soggetto e quello della parte nominale, come nella terza variante della sua frase.
Per quanto riguarda l’inserimento di ne, √® una scelta possibile ma non necessaria: il pronome riprende come incapsulatore tutta la frase precedente, trasformando la frase in qualche modo in ‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Del fatto che le citt√† presenti nel grafico sono molto popolate¬†sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ. L’accostamento delle due frasi, per√≤, √® sufficiente a permettere al lettore di ricavare facilmente il collegamento logico; la coesione, pertanto, √® garantita anche senza il pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei capire se siano corrette queste sequenze di pronomi:
Io o tu (o te) o Tu o io (o me)?
Io e tu (o te) o Tu e io (o me)?

RISPOSTA:

Io o tu e Tu o io sono in astratto le uniche sequenze corrette quando i due pronomi fungono da soggetto. In realt√† la variante io o te √® ammissibile (sebbene meno formale), e persino preferita dai parlanti, perch√© la forma del pronome oggetto √® sfruttata per segnalare che il secondo soggetto √® focalizzato (io o TE). Pi√Ļ discutibile la variante tu o me, per la quale vale la stessa considerazione fatta per io o te, ma che risulta essere meno favorita dai parlanti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“I rigori sono sempre una sfida di nervi tra chi calcia e il portiere, e stavolta ha vinto lui”. Lui chi? Il portiere o chi calcia?

 

RISPOSTA:
La frase non √® ben composta, proprio perch√© non √® decidibile quale sia l’antecedente di lui. Pu√≤ essere corretta in diversi modi, per esempio sostituendo lui con il primo o il secondo (o anche quest’ultimo), a seconda di chi abbia effettivamente vinto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non mi è molto chiara la differenza tra i verbi essere e esserci.
Ad esempio alla domanda “C’√® Mario?”, possiamo rispondere “S√¨, c’√® /S√¨, √® qui”, ma non va bene “S√¨, c’√® qui”, ma non capisco perch√®, invece, va bene dire “C’√® un uomo qui”.

 

RISPOSTA:

Il verbo esserci significa proprio ‘essere in luogo’, quindi l’espressione c’√® qui √® inutilmente ripetitiva. La ripetizione, per√≤, √® ammessa, e in certi casi necessaria, se la frase √® marcata, cio√® √® costruita per mettere in forte evidenza una certa informazione, per segnalare il collegamento tra la frase e il resto del testo o per precisare quale sia la rilevanza della frase nel contesto situazionale. Nella frase “C’√® un uomo qui”, per esempio, il parlante precisa che l’uomo si trova nello stesso luogo in cui si svolge la conversazione, perch√© dal suo punto di vista la presenza dell’uomo √® rilevante soltanto in relazione al luogo (per esempio perch√© √® sorpreso di trovare un uomo in quel luogo). Va detto che tale frase sar√† pronunciata con una pausa prima di qui, a dimostrazione del fatto che l’informazione qui √® isolata rispetto a c’√® un uomo, come se fosse un elemento aggiunto a parte. Nello scritto, tale pausa pu√≤ essere rappresentata con una virgola, quindi “C’√® un uomo, qui”. La stessa costruzione pu√≤ adattarsi a “C’√® Mario, qui” soltanto in assenza della domanda precedente (“C’√® Mario?”): se il parlante risponde alla domanda, non ha motivo di precisare qui, perch√© la presenza nel luogo √® presupposta proprio nella domanda. A sua volta, la domanda pu√≤ essere costruita in modo marcato: “C’√® Mario, qui”, per precisare che l’interesse per la presenza di Mario √® legato proprio al luogo in cui si svolge la conversazione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In frasi come la seguente, il valore del costrutto mi sembra temporale o causale:

 

  1. Alla mia vista, è rimasto sorpreso = quando mi ha visto è rimasto sorpreso.

 

Nelle seguenti frasi mi sembra pi√Ļ vicino ad un complemento di luogo che temporale o causale:

  1. √ą davvero piacevole alla vista.
  2. Si trova tutto alla tua vista = si trova tutto davanti a te.
  3. √ą stato messo pi√Ļ alla vista di qualsiasi altra cosa.

 

Nella 4. si potrebbe utilizzare anche “in vista”, che infatti suona (quantomeno a me) pi√Ļ naturale.

In ogni caso, è un ragionamento corretto il mio o ci sono delle falle evidenti?

 

 

RISPOSTA:

  1. Alla vista assume un valore temporale-causale, perfettamente traducibile come ha fatto lei (‚Äúquando mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ, oppure ‚Äúa causa del fatto che mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ).
  2. Si tratta di un complemento di vantaggio (‚Äú√® piacevole [a vantaggio di che cosa?] alla vista‚ÄĚ).
  3. Indica un complemento di stato in luogo (“si trova tutto [dove?] alla tua vista).
  4. Alla vista coincide con la locuzione in vista; tuttavia, riformulerei la frase 4 cambiando il verbo mettere, che richiama alla mente la locuzione cristallizzata mettere in (bella) vista ‚Äėesporre qualcosa alla vista di tutti‚Äô. Sostituendo il verbo mettere con esporre possiamo scrivere la seguente frase senza alcuna ambiguit√† nell‚Äôuso delle locuzioni alla vista/in vista: ‚Äú√ą stato esposto alla vista pi√Ļ di qualsiasi altra cosa‚ÄĚ.

L‚Äôultima frase, in cui alla vista o in vista rappresenterebbe comunque un complemento di stato in luogo, evidenzia bene un concetto gi√† espresso pi√Ļ volte in molte risposte di DICO (pu√≤ cercare le varie risposte scrivendo la parola chiave complementi): per comprendere le strutture sintattiche e lessicali di una lingua, alle volte, non √® necessario applicare acriticamente la tassonomia dei complementi a tutti i sintagmi della frase, ma occorre proporre diversi tipi di analisi che tengano conto dei parametri sintattici e semantici della frase.

Raphael Merida

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QUESITO:

Ho un dubbio sull‚Äôuso della virgola. Sono abituata a scrivere frasi del tipo ‚Äúvi comunico, con grande piacere, che oggi pomeriggio‚Ķ‚ÄĚ. √ą corretto mettere ‚Äúcon grande piacere‚ÄĚ tra le virgole? Io lo considero un inciso.

RISPOSTA:

Nel suo esempio le virgole sono corrette, cos√¨ come sarebbe corretta la variante senza virgole. La scelta di separare dal nucleo della frase un complemento con funzione di espansione (con grande piacere, in questo caso) √® arbitraria. Sarebbe indispensabile, invece, se l‚Äôinciso fosse composto da una subordinata che precede la proposizione principale: ¬ęManifestando il mio grande piacere, vi comunico che‚Ķ¬Ľ.

Raphael Merida

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QUESITO:

Riguardo il suo ultimo intervento (‚Äú√ą bastato a/per e topicalizzazioni‚ÄĚ) mi √® quasi tutto chiaro.

L’unica cosa che non mi √® totalmente chiara √® quella che riguarda la topicalizzazione.

Secondo me: Per esempio, con un complemento di fine o proposizione finale anteposta, quest’ultimo/a √® topicalizzato/a e invece l’elemento focalizzato/marcato all’interno della frase √® il soggetto posposto (“impegno”) ed √® l√¨ che cade la tonica:

  1. a) Cosa √® bastato a raggiungere l’obiettivo/ al raggiungimento dell’obiettivo?
  2. b) A raggiungere l’obiettivo/al raggiungimento dell’obiettivo √® bastato il sano impegno.

Invece quando il complemento di fine o proposizione finale viene posposto/a (piuttosto che anteposto/a) diventa l’elemento focalizzato/marcato (cio√®, vi cade la tonica) e di conseguenza il soggetto (“impegno”) non ha particolare rilievo nella frase:

  1. c) L’impegno a cosa √® bastato?
  2. d) L’impegno √® bastato a raggiungere l’obiettivo/al raggiungimento dell’obiettivo.

Era questo che intendevo parlando di focalizzazione.

Sono corrette le mie considerazioni?

 

RISPOSTA:

S√¨, le sue considerazioni ora sono corrette. Dalla sua precedente domanda sembrava considerare focalizzato quanto si trovasse preposto al verbo o alla reggente, mentre in quei casi di tratta di topicalizzazioni. Bench√© la terminologia sui fenomeni di sintassi marcata talora oscilli lievemente (non tutti danno a focus lo stesso significato), di norma ci√≤ che √® focalizzato ha maggiore salienza fonica (non soltanto accentuativa), ha maggior rilievo informativo, veicola un‚Äôinformazione nuova e talora contrastata e riguarda il comment (o rema) o una sua parte. Di norma si trova sul lato destro degli enunciati, tranne casi specifici in cui viene anticipato, ma con forte rilievo prosodico: per es., ¬ęLUI devi incolpare, non me!¬Ľ. Quanto √® topicalizzato, all‚Äôopposto, ha funzione di topic (o tema), √® dato, ha intonazione ascendente-sospensiva, non saliente, si trova di norma sul lato sinistro degli enunciati.

Fabio Rossi

Parole chiave: Sintassi marcata, Tema e rema
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QUESITO:

Il condizionale passato pu√≤ essere impiegato – come spiegato a pi√Ļ riprese – per indicare il futuro nel passato; pu√≤, per√≤, esprimere anche anteriorit√† rispetto a un dato momento di riferimento e, nel contempo, mantenere la sua funzione di eventualit√†?

In un periodo come quello riportato pi√Ļ sotto, l’azione descritta con il condizionale passato sarebbe interpretata come anteriore, posteriore (rispetto a quella della subordinata) o sarebbero possibili entrambe le soluzioni?

1. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero lasciato la spiaggia.

In assenza di altri elementi, la semantica mi porterebbe a optare per l’interpretazione posteriore; ma, in astratto, potrebbe anche essere vero il contrario.

Con verbi differenti, ad esempio, non avrei alcuna esitazione a stabilire il rapporto tra le due proposizioni.

2. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa (condizionale passato = posteriorità rispetto al congiuntivo trapassato: Laura raggiunge lo stabilimento e i suoi amici, dopo, vanno a casa).

3. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero stati a casa (condizionale passato = anteriorità rispetto al congiuntivo trapassato. Laura raggiunge lo stabilimento, ma i suoi amici se ne sono andati a casa).

In sintesi, il condizionale passato, a seconda dei casi, pu√≤ esprimere anteriorit√† o posteriorit√† rispetto a un momento di riferimento (anche tralasciando l’enunciazione), come negli esempi sopra indicati?

Riguardo al periodo 1, l’inserimento di un avverbio come gi√† potrebbe fugare ogni dubbio circa la collocazione temporale dell’azione, spingendo a considerare la proposizione espressa con il condizionale passato nel passato rispetto alla subordinata? (“Laura sapeva che nel momento in cui avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero gi√† lasciato la spiaggia” = Gli amici di Laura hanno lasciato la spiaggia prima che lei abbia raggiunto lo stabilimento).

 

RISPOSTA:

Il condizionale descrive un evento condizionato rispetto a un altro condizionante (tipicamente costruito con una proposizione ipotetica); il rapporto tra la condizione e la conseguenza attiva automaticamente un rispecchiamento temporale in cui la condizione precede la conseguenza. Questa funzione modale e temporale che lega la proposizione con il condizionale alla proposizione con il congiuntivo (o l’indicativo) da essa dipendente si intreccia con quella relativamente temporale che lega la stessa proposizione con il condizionale a quella che la regge (se la frase la prevede). In questa seconda relazione entra in gioco il valore di futuro nel passato.

In particolare, quando la reggente √® al presente, quindi il momento dell’enunciazione √® presente, il condizionale passato descrive un evento anteriore, quindi passato: “Penso [adesso] che lui avrebbe agito diversamente [nel passato] se le condizioni lo avessero consentito”. Lo stesso vale se il momento dell’enunciazione √® futuro: “Ti renderai conto che lui avrebbe agito diversamente…”. Se il momento dell’enunciazione √® passato, la funzione relativamente temporale del condizionale passato diviene di posteriorit√† (√® il cosiddetto futuro nel passato). Per questo, nelle sue tre frasi, gli eventi al condizionale passato sono sempre successivi a quello del sapere espresso nella proposizione principale Laura sapeva. Per quanto riguarda la relazione tra la proposizione con il¬† condizionale e la subordinata al congiuntivo nelle sue frasi, bisogna considerare l’ambiguit√† provocata dalla semantica dei verbi e dalla congiunzione che introduce la subordinata stessa. Nella frase 1 non c’√® dubbio che l’evento del lasciare sia conseguente, quindi anche successivo, a quello del raggiungere;¬† nella frase 2 l’evento dell’andare potrebbe essere avvenuto precedentemente a quello del raggiungere, quindi potrebbe non esserne la conseguenza. Questa possibilit√† vale perch√© la locuzione congiuntiva nel momento in cui ammette un’interpretazione temporale, quindi √® possibile che l’andare segua il sapere ma preceda il raggiungere. Questa interpretazione non sarebbe possibile se al posto di nel momento in cui ci fosse se (“Se avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa” = gli amici vanno certamente via come conseguenza dell’arrivo di Laura, quindi dopo). Lo stesso vale a maggior ragione per la frase 3, in cui il verbo essere costringe a un’interpretazione anteriore rispetto a raggiungere (ma comunque sempre successiva a sapere), perch√© indica uno stato e non un’azione (diversamente da lasciare e andare). Nella frase, infatti, la congiunzione se sarebbe ammessa soltanto con una sfumatura concessiva (se = anche se), perch√© rappresentare un evento precedente a un altro come la conseguenza di quest’ultimo sarebbe incoerente. Ovviamente, l’aggiunta di gi√† enfatizza la precedenza dell’essere rispetto al raggiungere.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

 

Gradirei sapere se negli esempi elencati di seguito l’uso di ‚Äúquale‚ÄĚ √® corretto in sostituzione di ‚Äúcome‚ÄĚ.

  1. Ha adottato lo stoicismo quale filosofia di vita per affrontare i problemi della quotidianità.
  2. Si è posto la realizzazione di una mostra personale quale obiettivo artistico e professionale.
  3. L’aggettivo ‚Äúespansivo‚ÄĚ non √® preciso quale sinonimo di ‚Äúintraprendente‚ÄĚ.
  4. Ho scelto il cinema quale alternativa alla solita birra al pub.

RISPOSTA:

 

L‚Äôaggettivo quale pu√≤ assumere la funzione di aggettivo relativo con il significato di ‚Äėcome‚Äô; tutte le frasi da lei proposte, quindi, sono corrette.

Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo
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QUESITO:

 

Vorrei sapere se in queste due frasi è possibile inserire (oppure omettere) la virgola:

 

  1. ¬ęQuesto inoppugnabile assioma, proprio di ogni cittadino di un Paese sviluppato(,) e costato all‚Äôumanit√† sangue, lotte e sofferenze, [‚Ķ]¬Ľ.

C‚Äô√® il rischio che ‚Äúcostato‚ÄĚ venga inteso per il Paese e non per l‚Äôumanit√†?

 

  1. ¬ę√ą esattamente nelle questioni forse ‚Äúbanali‚ÄĚ e riguardanti la scelta da parte dell‚Äôindividuo (,) che raggiunge la sua massima potenza giuridica.¬Ľ

C‚Äô√® il rischio che senza la virgola si confonda il senso della frase (‚Äúriguardanti la scelta da parte dell‚Äôindividuo che raggiunge‚ÄĚ), che insomma sia l‚Äôindividuo a raggiungere la sua massima potenza giuridica e non l‚Äôassioma (come invece vorrei fare intendere)?

Inoltre, vorrei sapere se, quando la virgola viene aggiunta prima di e in frasi che hanno il soggetto diverso e sono distanti per contenuto e grammatica (¬ęeravamo arrivati puntuali, e Maria avrebbe voluto essere con i suoi amici al bar¬Ľ), possa essere anche omessa: ¬ęeravamo arrivati puntuali e Maria avrebbe voluto essere con i suoi amici al bar¬Ľ.

 

RISPOSTA:

 

Suppongo che le due frasi da lei esemplificate facciano parte di un unico periodo, cio√®: ¬ęQuesto inoppugnabile assioma, proprio di ogni cittadino di un Paese sviluppato (,) e costato all‚Äôumanit√† sangue, lotte e sofferenze, √® esattamente nelle questioni forse ‚Äúbanali‚ÄĚ (,) e riguardanti la scelta da parte dell‚Äôindividuo che raggiunge la sua massima potenza giuridica¬Ľ.

La presenza della virgola prima di e costato non √® indispensabile ma produce una sfumatura di significato diversa perch√© mette sullo stesso livello entrambe le unit√† informative (¬ęproprio di ogni cittadino di un Paese sviluppato¬Ľ e ¬ęcostato all‚Äôumanit√† sangue, lotte e sofferenze¬Ľ); anche senza la virgola per√≤ non c‚Äô√® il pericolo di confondersi perch√© il participiocostato fa riferimento ad assioma e poi ad umanit√† mentre sviluppato √® soltanto l‚Äôaggettivo di Paese. La verifica √® semplice perch√© basta aggiungere il verbo per capire che si tratta di due subordinate alla principale: ¬ęQuesto inoppugnabile assioma, che [l‚Äôassioma] √® proprio‚Ķ, e che [l‚Äôassioma] √® costato‚Ķ¬Ľ.

Nel secondo caso non va inserita la virgola perch√© la proposizione introdotta da che (¬ęche raggiunge la sua massima potenza giuridica¬Ľ) √® una completiva e si riferisce naturalmente alla reggente (¬ęQuesto inoppugnabile assioma √® nelle questioni banali¬Ľ); si pu√≤ inserire la virgola soltanto se si mette per inciso (quindi fra due virgole) la proposizione ¬ę‚Ķ, riguardanti la scelta da parte dell‚Äôindividuo, ‚Ķ¬Ľ.

Sull‚Äôuso della virgola prima della congiunzione e, e in generale sugli usi della punteggiatura, non esistono delle regole ferree. Nel caso di ¬ęEravamo arrivati puntuali e Maria avrebbe voluto essere con i suoi amici al bar¬Ľ il soggetto della coordinata diverso rispetto a quello della reggente rappresenta un segnale di autonomia. La frase, quindi, pu√≤ ammettere anche la virgola.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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QUESITO:

Gradirei sapere se dopo le classiche affermazioni poste a fine lettera, per esempio ¬ędistinti saluti¬Ľ, ¬ęcordiali saluti¬Ľ, ¬ęgrazie per l’attenzione¬Ľ eccetera, √® bene far seguire un punto prima del nome (per esempio: ¬ęDistinti saluti.

Mario Rossi¬Ľ) oppure se questo pu√≤ essere omesso (per esempio: ¬ęDistinti saluti

Mario Rossi¬Ľ), oppure se si pu√≤ ricorrere anche alla virgola (per esempio: ¬ęDistinti saluti,

Mario Rossi¬Ľ).

 

RISPOSTA:

La sua domanda affligge molti scriventi, evidentemente ormai disavvezzi alla corrispondenza tradizionalmente intesa. Nella quale sono ammesse tutte e le tre le soluzioni da lei prospettate, anche se quella con il punto √® decisamente la pi√Ļ moderna e mai, o quasi mai, contemplata in passato. Quindi √® anche da ritenersi la meno formale, in quanto meno in linea con la tradizione. Per il resto, oggi si tende all‚Äôuso maggioritario della virgola, che √® anche la soluzione suggerita da vari manuali di bon ton scrittorio (per es. quelli della fortunata coppia di linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota). Invece in passato (fino almeno alla met√† del Novecento) la tradizione escludeva qualunque segno di punteggiatura, tra i saluti e la firma, giacch√© il solo a capo con spazio bianco costituiva una evidente separazione tra le due sezioni. E quindi:

Cordiali saluti

Fabio Rossi (senza né virgola, né punto, ma con un solo a capo seguito o no da uno spazio bianco).

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęMe l’hai preso tu il libro che stavo leggendo?¬Ľ. La frase sopra riportata √® corretta? La parola libro √® una ripetizione?

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta, bench√© sia appropriata a un contesto informale e soprattutto parlato, meno appropriata (con qualche eccezione) nella lingua scritta e formale. Il costrutto si chiama dislocazione a destra (oppure a sinistra, se √® rovesciato: ¬ęil libro me l‚Äôhai preso tu¬Ľ) e prevede la ripetizione, come dice lei, dell‚Äôoggetto, che, nel caso della sua frase, compare sia in forma piena (il libro), sia nella forma pronominale (l‚Äô). I motivi che inducono a scegliere un costrutto siffatto sono di solito legati all‚Äôesigenza di dare maggiore o minore rilievo a determinate informazioni della frase. Nel caso specifico, per esempio, si mette in rilievo l‚Äôazione e chi la compie (hai preso e tu) e si d√† quasi per scontato il libro, come se fosse (come in effetti √®) gi√† ben presente nell‚Äôorizzonte comunicativo degli interlocutori; il libro, comunque, acquista esso stesso un suo particolare rilievo, perch√© diventa il tema su cui verte l‚Äôintero atto comunicativo. Delle dislocazioni abbiamo pi√Ļ volte discusso, nella banca dati di DICO. Pu√≤ vedere, per esempio, la domanda/risposta ‚ÄúDimmelo tu cosa sono le dislocazioni‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vi propongo un dubbio di punteggiatura riguardante il titolo di un libro: “Ultima fermata Parma”. Mi chiedo se fra fermata e Parma sia preferibile collocare due punti oppure una virgola.

 

RISPOSTA:

I titoli come quello da lei proposto sono frasi nominali; l’assenza di un verbo rende difficilmente applicabili le comuni regole sintattiche, comprese quelle sulla punteggiatura, e configura la frase come un enunciato, unit√† comunicativa in cui emergono le esigenze testuali, legate alla segnalazione del ruolo informativo dei costituenti. Nel caso specifico Ultima fermata rappresenta il tema, o topic, dell’enunciato, mentre Parma ne √® il rema, o comment; in altre parole, nell’enunciato viene introdotto un elemento, il topic, intorno al quale viene aggiunta un’informazione, il comment. La distinzione tra topic e comment nel parlato √® affidata a una pausa, tipicamente accompagnata da un’intonazione specifica per l’uno e l’altro costituente: il topic sar√† pronunciato con un andamento prosodico verso l’acuto sulla sillaba tonica, subito prima della pausa, quindi il rema avr√† un’intonazione conclusiva. In questo quadro le soluzioni interpuntive sono varie: √® possibile non inserire alcun segno, lasciando che la distinzione emerga da s√© nella lettura, oppure si possono inserire una virgola o i due punti. Con la virgola si segnala soltanto la separazione, presentando il comment come aggiunto al topic; con i due punti si suggerisce un dettaglio in pi√Ļ (che tutto sommato √® ricavabile anche con la virgola, ma con un piccolo sforzo interpretativo del lettore), cio√® che il comment veicola una spiegazione, una chiave di lettura del valore del topic. Ovviamente con questa soluzione lo scrivente sottolinea che il lettore abbia bisogno di questo tipo di istruzione, quindi lo invita apertamente a riconoscere il rapporto tra i costituenti come carico di un implicito da scoprire.

Si può, infine, usare anche il punto fermo, con la conseguenza di creare due enunciati, quindi di dare la funzione di comment a entrambi i costituenti.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúEra uno dei miei pregi, o almeno credevo che fosse tale.‚ÄĚ

Tale dovrebbe equivalere a un pregio. Dal punto di vista logico, non mi pare che la costruzione presenti grandi difficoltà interpretative; ma, dal punto di vista sintattico, _tale_ si riferisce a un termine che nel testo non compare, se non nella forma plurale (uno dei miei pregi).

Considerando ciò, il periodo è corretto?

 

RISPOSTA:

Il periodo √® corretto. Bisogna precisare intanto che il referente uno dei miei pregi √® singolare (appunto uno), non plurale. Pu√≤, comunque, capitare che un elemento anaforico rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore, ma semmai come una costruzione tipica del parlato; per esempio “Non c’√® neanche uno yogurt in frigo? Ma se ne ho presi sei l’altro giorno!” (ovvero ho preso sei yougurt).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho preparato questo quesito perché, talvolta, ho difficoltà a capire su chi ricada l’azione della subordinata. La regola secondo cui, se non vado errata, è consigliata (tranne alcuni casi) la forma implicita, laddove vi sia identità di soggetto tra la reggente e appunto la subordinata, non so se possa essere applicata agli esempi proposti:

1) Stefano ha chiesto ad Alessia di uscire.

2) Stefano ha detto quella bugia ad Alessia per illuderla di aver ragione.

Riguardo al primo esempio: Stefano ha chiesto ad Alessia che fosse lei ad uscire, oppure Stefano ha chiesto il permesso per uscire ad Alessia?

Riguardo al secondo esempio: la bugia è stata detta ad Alessia per illuderla che Stefano avesse ragione, oppure Stefano, con quella bugia, ha voluto illudere Alessia?

Vorrei infine aggiungere un terzo esempio. Stavolta si tratta di un’interrogativa indiretta; ma l‚Äôincertezza sui rapporti semantici tra le parti permangono:

3) Stefano ha chiesto ad Alessia se poteva/potesse uscire.

Stessa criticit√†: chi ‚Äúpoteva (o potesse) uscire‚ÄĚ tra i due?

 

RISPOSTA:

La regola generale dice che la subordinata completiva implicita presuppone che il soggetto sia lo stesso della reggente; ci sono, per√≤, dei casi in cui questa regola entra in competizione con altre regole, oppure con la logica ingenua del parlante, con l‚Äôeffetto di creare confusione nel parlante stesso. Nella frase 1) il problema √® causato dalla polisemia del verbo chiedere: se lo intendiamo come ‚Äėchiedere il permesso‚Äô allora la subordinata rientra nella regola dell‚Äôidentit√† di soggetto, per cui √® Luca che vuole uscire; se, invece, lo intendiamo come ‚Äėrichiedere‚Äô, la subordinata rientra nella regola della costruzione con i verbi di comando, che prevede l‚Äôidentit√† tra il soggetto della subordinata e l‚Äôoggetto del comando. In questo secondo caso, quindi, √® Alessia che deve uscire. C‚Äô√® anche una terza possibilit√†, attivata dal verbo chiedere in combinazione con uscire, e cio√® che Luca abbia invitato Alessia a un appuntamento romantico. In questo caso la subordinata ha come soggetto loro, che non coincide n√© con Luca n√© con Alessia: la soluzione regolare sarebbe, quindi, ‚ÄúLuca ha chiesto ad Alessia che uscissero‚ÄĚ, che, per√≤, sarebbe interpretata piuttosto come ‚Äė‚Ķ ha richiesto ad Alessia di far uscire altre persone‚Äô. Con questo terzo significato, la costruzione pi√Ļ comune sarebbe ancora ‚ÄúLuca ha chiesto ad Alessia di uscire‚ÄĚ, a rigore non corretta. La disambiguazione tra le tre possibilit√† sar√† garantita dal contesto; la soluzione 3), invece (pure possibile), non aiuta completamente, perch√© l‚Äôinserimento di potere esclude la terza interpretazione, ma lascia aperte le prime due (anche se la seconda sarebbe molto favorita): nel primo caso potere¬†sar√† interpretato propriamente come ‚Äėavere il permesso‚Äô; nel secondo sar√† interpretato come segnale di cortesia, quindi la frase sarebbe la variante indiretta di ‚ÄúAlessia, puoi uscire, per favore?‚ÄĚ.

Per quanto riguarda la frase 2), l‚Äôidentificazione del soggetto di aver ragione √® problematica perch√© l‚Äôoggetto pronominale della proposizione reggente (la) √® sentito come un possibile candidato, anche se a rigore non lo √®: il soggetto di aver √® Stefano, ovvero il soggetto della proposizione reggente; se, invece, si vuole che il soggetto sia Alessia, bisogner√† costruire la subordinata in modo esplicito: ‚Äú‚Ķilluderla che avesse ragione‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Tutte e tre le varianti sono ammissibili?

“Il fatto non √® dovuto a negligenza / a una negligenza / a una qualche negligenza” (da parte dell‚Äôimputato, ad esempio).

Nello specifico _a qualche_ e _a un qualche_ sono intercambiabili?

“Chiedilo a qualche medico / a un qualche medico”.

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda a negligenza / a una negligenza, la variante senza l’articolo √® generica e non specifica, ovvero si riferisce alla classe designata dal sintagma nominale, mentre la variante con l’articolo indeterminativo √® individuale non specifica, ovvero si riferisce a un esempio non specifico della classe designata dal sintagma. In altre parole, a negligenza rappresenta il referente come astratto e non collegato direttamente alla situazione descritta, a una negligenza lo rappresenta come un elemento qualsiasi integrato nella situazione. Come conseguenza pragmatica, a una negligenza veicola un’intenzione comunicativa di accusa, perch√© identifica una responsabilit√† circostanziale, mentre a negligenza rileva soltanto la circostanza, senza evidenziare alcuna responsabilit√†. Il terzo caso possibile in italiano, quello del referente individuale specifico, √® costruito con l’articolo determinativo o un aggettivo dimostrativo; ad esempio: “La negligenza che hai dimostrato √® grave”, oppure “Quella negligenza mi √® costata cara”. Si noti che il nome negligenza √® astratto quando √® generico, concreto quando √® individuale, perch√© passa a identificare un atto e le sue conseguenze.

La variante un qualche √® ridondante rispetto al solo un; l’aggettivo indefinito non aggiunge alcuna informazione al sintagma costruito con l’articolo indeterminativo, per quanto sia ipotizzabile che sia inserito per aumentarne la non specificit√†, ovvero l’indeterminatezza. Inoltre, qualche rende automaticamente il sintagma logicamente plurale, anche se grammaticalmente √® singolare (qualche dottore = ‘alcuni dottori’), quindi non √® compatibile con l’articolo indeterminativo. Per questi motivi la sequenza un qualche √® da evitare in contesti di formalit√† media e alta, specie se scritti; la ridondanza, e persino la forzatura grammaticale, invece, sono tollerabili nel parlato informale.

Va sottolineato che un qualche dottore non √® equivalente a un dottore qualsiasi / qualunque (possibili, ma meno formali, anche le varianti un qualsiasi / qualunque dottore), che indica l’assenza di qualit√† particolari (o il fatto che l’individuazione di qualit√† particolari sia trascurabile). Ad esempio: “Chiedilo a un qualche medico” = ‘chiedilo a un medico’ / “Chiedilo a un medico qualsiasi” = ‘chiedilo a un medico a prescindere da chi esso sia’.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono entrambe corrette

1) pensa i sacrifici che ha fatto tuo padre

2) pensa ai sacrifici che ha fatto tuo padre

 

RISPOSTA:

S√¨, le due frasi sono entrambe corrette, lievemente pi√Ļ formale la seconda. Il verbo pensare pu√≤ essere usato sia come transitivo sia come intransitivo. Inoltre, la sintassi dei due periodi √® differente, tanto da rendere pi√Ļ efficace la prima, della seconda frase, in determinati contesti, poich√© focalizza ¬ęi sacrifici¬Ľ. ¬ęChe ha fatto tuo padre¬Ľ √® una proposizione relativa nel secondo caso; mentre nel primo caso pu√≤ essere interpretato sia come una relativa, sia come una completiva con sollevamento dell‚Äôoggetto: Pensa che tuo padre ha fatto dei sacrifici. Per questo, bench√© meno formale, √® comunque pi√Ļ efficace a sottolineare il valore di quei sacrifici.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi sono reso conto che a livello molto colloquiale molte persone (anch’io faccio parte di questa cerchia) fanno uso di una strana dislocazione a sinistra di vari elementi grammaticali: soggetto, periodo ipotetico e complementi di ogni tipo.

Le pongo qualche esempio:

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti = se a me piace qualcuno, mi faccio avanti.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto= non so ciò che lui ha fatto.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse? = non so chi pensavi che lui fosse/ non so chi pensavi che fosse, lui?
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo = non so cosa lui vorrebbe che noi dicessimo/ non so cosa lui vorrebbe che dicessimo.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo = non so cosa lui vorrebbe che noi pensassimo/ non so cosa vorrebbe che pensassimo, lui, noi.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa= non penso che se fosse rimasta sarebbe cambiato qualcosa.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato= non so cosa sarebbe cambiato se fosse rimasta.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava = quando io / nel momento in cui io entravo, la gente non mi salutava.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo = penso/ sembra che questo sia ottimo.

In tutte queste frasi c’√® una dislocazione a sinistra di qualche elemento, ad esempio:

Nella prima abbiamo la dislocazione di un complemento dipendente dalla protasi.

Nella seconda la dislocazione del soggetto della relativa.

Nella terza la dislocazione del soggetto di una oggettiva esplicita la quale è dipendente da una proposizione interrogativa.

Nella quarta c’√® la dislocazione del soggetto della proposizione interrogativa.

Nella quinta c’√® una doppia dislocazione, cio√® degli elementi dislocati rispettivamente nella terza e nella quarta.

Nella sesta, per esempio, la protasi √® contenuta nell’oggettiva ed √® dipendente dalla stessa oggettiva (“che sarebbe cambiato qualcosa”) non dalla proposizione principale (“non penso”) eppure nonostante la protasi faccia parte dell’oggettiva viene occasionalmente dislocata a sinistra.

Nella settima abbiamo qualcosa di simile, ovvero la dislocazione della protasi dipendente da una proposizione interrogativa.

Possiamo parlare di dislocazioni grammaticalmente corrette oppure di colloquialismi impropri?

 

RISPOSTA:

L‚Äôitaliano ammette molto spesso lo spostamento di un sintagma, o di una proposizione, rispetto alla sua posizione canonica in un ordine non marcato. Lo spostamento (che √® una potente risorsa sintattica) √® dovuto a esigenze informativo-pragmatiche, cio√® per portare in prima posizione il tema dell‚Äôenunciato, cio√® la parte su cui verte l‚Äôinformazione. Talora questi spostamenti non hanno alcuna ricaduta sul registro, talaltra invece rendono l‚Äôenunciato meno formale, ma comunque corretto. Nessuno degli esempi da lei addotti √® scorretto e soltanto alcuni rendono l‚Äôenunciato meno formale. Nessuno, inoltre, √® configurabile come dislocazione tecnicamente intesa, ma soltanto come spostamento. In taluni casi, si parla anche di anacoluto o tema sospeso, in altri di sollevamento, ma, in buona sostanza, sempre di spostamento si tratta, ma non di dislocazione. Perch√© vi sia una dislocazione, oltre allo spostamento deve esservi anche una ripresa pronominale dell‚Äôelemento spostato, come in ¬ęil panino lo mangio¬Ľ, ¬ęche cosa vuoi non lo so¬Ľ (dislocazioni a sinistra), oppure ¬ęlo mangio il panino¬Ľ, ¬ęnon lo so che cosa vuoi¬Ľ (dislocazioni a destra). Vediamo ora caso per caso.

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti: non è meno formale della versione senza spostamento.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto: meno formali.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse?: meno formali.
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo: lievemente meno formali.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo: lievemente meno formali. In tutti i casi b-e, come vede, non soltanto la frase è perfettamente corretta, ma, in certi contesti, è anche migliore della frase non marcata, dal momento che valorizza il ruolo tematico di lui, che dunque può agevolare la coesione con quanto precede.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa: non è meno formale della versione senza spostamento.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato: non è meno formale della versione senza spostamento.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava: tema sospeso o anacoluto, meno formale della frase non marcata.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo: normalissimo caso di sollevamento del soggetto, non meno formale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vi propongo un altro quesito.

  1. Cercò di riattivare una memoria/quella memoria che non gli venne in soccorso.

Domando se sia normale (e anche corretto), in questo caso, sostituire l‚Äôarticolo determinativo ‚Äúla‚ÄĚ o con l‚Äôindeterminativo o con l‚Äôaggettivo dimostrativo. √ą evidente che la ‚Äúmemoria‚ÄĚ sia sempre e soltanto una, non necessitando dunque di essere distinta da altre; mi sembra tuttavia che, nell‚Äôesempio segnalato, l‚Äôarticolo indeterminativo o l‚Äôaggettivo dimostrativo si prestassero bene al legame con la proposizione successiva.

Il concetto si sarebbe potuto formulare, a mio avviso, anche mantenendo l’articolo determinativo e lavorando con la punteggiatura:

  1. Cercò di riattivare la memoria, che (però) non gli venne in soccorso.
  2. Cercò di riattivare la memoria. Che (però) non gli venne in soccorso.

Ma mi sento pi√Ļ incline verso le prime due soluzioni.

Nella speranza di aver espresso chiaramente il fulcro della questione, nonché le ragioni che mi hanno spinta a operare le scelte sopraindicate, vi ringrazio di nuovo per la vostra preziosa attenzione.

 

RISPOSTA:

Sia l‚Äôarticolo (determinativo o indeterminativo) sia l‚Äôaggettivo dimostrativo svolgono la funzione di determinante, cio√® servono a meglio circoscrivere il senso e l‚Äôambito dei nomi che precedono, per es. specificando se indicano elementi generici, categorie astratte, elementi di un insieme, elementi gi√† nominati o mai nominati prima, noti o ignoti all‚Äôinterlocutore ecc. Con termini come memoria, che indicano elementi non numerabili, non √® frequente l‚Äôarticolo indeterminativo, se non in casi particolari (¬ęha una memoria eccezionale¬Ľ). Nella sua frase 1 quindi opterei per l‚Äôarticolo determinativo la, preferibile anche rispetto a quella, perch√© il valore forico (cio√® la memoria ripresa subito dopo tramite il pronome relativo che) √® gi√† reso dall‚Äôarticolo determinativo. Non a caso, infatti, l‚Äôarticolo determinativo italiano deriva proprio da un dimostrativo (latino): ILLAM (o, al maschile, ILLUM). Le alternative interpuntive proposte sono altrettanto corrette, ma non indispensabili, a meno che non si voglia sottolineare il fatto che (la memoria) non venga in soccorso. Del resto, come giustamente osserva lei, la memoria √® sempre una, e dunque qui non ha senso la distinzione tra relativa limitativa (senza virgola) o esplicativa (con la virgola). Pertanto la presenza o no di un segno interpuntivo che distacchi la subordinata relativa dalla reggente √® dovuta soltanto all‚Äôesigenza di conferire maggiore autonomia (e dunque rilievo semantico) al mancato soccorso della memoria.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ci sono dei casi in cui √® possibile usare sia l¬īimperfetto che il passato prossimo? Ad esempio, come si comportano questi tempi verbali nelle frasi sottostanti? Grazie.

Sono andato/andavo a trovare i nonni centinaia di volte.

Faceva/ha fatto molto caldo e tutti si sono tuffati.

 

Ieri ho fatto il bucato, ho pulito casa e ho cucinato uno stufato.

Ieri facevo il bucato, pulivo casa e ho cucinato uno stufato.

 

Ha saputo gestire la situazione come meglio poteva.

Ha saputo gestire la situazione come meglio ha potuto.

 

Quando abitavo/ho abitato qui, andavo sempre a mangiare nei ristoranti pi√ļ economici.

 

Oggi pomeriggio aspettavo/ho aspettato all’aeroporto. L’aereo era in ritardo e non arrivava.

Ieri pomeriggio l’aereo √® arrivato/arrivava in ritardo. Ho aspettato quasi due ore.

 

Il supplemento di vacanza non era/√® stato previsto ma dato che nella settimana di Ferragosto tutti i centri di fisioterapia erano/sono stati chiusi abbiamo deciso che per il mio piede la terapia migliore sarebbe stata camminare nell¬īacqua di mare.

 

Ci√≤ che mi convinceva/ha convinto ancora di pi√Ļ era/√® stato il fatto che la mia amica , da cui ero stata invitata, in quel periodo non lavorava e quindi non sarei stata sola.

 

Siamo andate/andavamo in spiaggia dove abbiamo alternato/alternavamo letture e chiacchierate. Con lei √® possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato/mancava molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo.

 

RISPOSTA:

La differenza di massima tra imperfetto e passato prossimo √® nell‚Äôaspetto, ovvero nel modo in cui l‚Äôazione e il tempo vengono espressi dal verbo. In questo senso, mentre il passato (prossimo o remoto) indica soltanto che l‚Äôevento si √® concluso (sebbene le sue conseguenze possano essere ancora presenti e determinanti: ho capito, ho ricordato, ho imparato ecc.), l‚Äôimperfetto invece qualifica l‚Äôazione come in continuo svolgimento o abituale, sia pur sempre nel passato. L‚Äôimperfetto, inoltre, pu√≤ assumere anche molte sfumature modali (indicando, dunque, l‚Äôatteggiamento del parlante/scrivente su quanto sta dicendo/scrivendo), che lo rendono una delle forme verbali pi√Ļ usate in italiano e tale da sostituirsi spesso anche ad altre, come per es. al congiuntivo: ¬ęSe mi aiutavi facevamo prima¬Ľ (equivalente, ma pi√Ļ informale, a ¬ęSe mi avessi aiutato avremmo fatto prima¬Ľ). Fin quei la regola e la giustificazione del fatto che l‚Äôimperfetto sia molto diffuso, anche al posto di altre forme verbali. Nell‚Äôuso, poi, le cose sono sempre pi√Ļ sfumate, rispetto alle regole rigide. Ecco perch√©, in molte delle sue frasi, la differenza tra i due tempi verbali (imperfetto o passato prossimo) √® minima o quasi nulla, perch√© quello che cambia √® una sfumatura aspettuale (cio√® un modo di guardare all‚Äôevento) talmente piccola da annullarsi o quasi. Quindi la risposta alla sua domanda √® s√¨, spesso si possono usare sia l‚Äôimperfetto sia il passato prossimo. Analizziamo ora caso per caso per vedere che cosa cambia nell‚Äôuna e nell‚Äôaltra opzione.

¬ęSono andato/andavo a trovare i nonni centinaia di volte¬Ľ: meglio il passato prossimo, perch√© l‚Äôindicazione di tempo centinaia di volte comunque circoscrive l‚Äôevento. L‚Äôimperfetto √® comunque possibile, perch√© sottolinea l‚Äôabitualit√† e la ripetitivit√† dell‚Äôazione, sebbene il suo uso sia pi√Ļ naturale con un‚Äôespressione di tempo che ne indichi, per l‚Äôappunto, la ricorsivit√†, per es. tutti i giorni, dieci volte al mese ecc.

¬ęFaceva/ha fatto molto caldo e tutti si sono tuffati¬Ľ: il significato √® praticamente identico; il far caldo √® un evento che si protrae nel tempo (mentre tuffarsi √® puntuale), e dunque ben si presta all‚Äôuso anche all‚Äôimperfetto.

¬ęIeri ho fatto il bucato, ho pulito casa e ho cucinato uno stufato / Ieri facevo il bucato, pulivo casa e ho cucinato uno stufato¬Ľ. Meglio il passato prossimo (sono tutte azioni puntuali), a meno che non si trasformi all‚Äôimperfetto anche ¬ęcucinavo uno stufato¬Ľ e si aggiunga per√≤ un‚Äôespressione al passato che rappresenti l‚Äôevento che si √® verificato mentre lei faceva tutte quelle altre cose (espresse all‚Äôimperfetto, cio√® con continuit√† mentre si √® verificato l‚Äôevento); per es.: ¬ęIeri facevo il bucato, pulivo casa e cucinavo uno stufato, quanto √® arrivato Gianni e finalmente mi sono riposata¬Ľ.

¬ęHa saputo gestire la situazione come meglio poteva / Ha saputo gestire la situazione come meglio ha potuto¬Ľ: pressoch√© identici: potere, avere le capacit√† di fare qualcosa ben si prestano ad un uso continuato nel tempo.

¬ęQuando abitavo/ho abitato qui, andavo sempre a mangiare nei ristoranti pi√ļ economici¬Ľ: decisamente meglio l‚Äôimperfetto, dato che l‚Äôazione di abitare √® continuata e abituale, non certo puntuale.

¬ęOggi pomeriggio aspettavo/ho aspettato all’aeroporto. L’aereo era in ritardo e non arrivava¬Ľ: meglio il passato prossimo, per via dell‚Äôespressione di tempo specifica oggi pomeriggio. Andrebbe bene l‚Äôimperfetto se seguisse un evento puntuale: ¬ęOggi pomeriggio aspettavo all‚Äôaeroporto (cio√®: stavo aspettando), quanto mi hanno rubato la borsa¬Ľ.

¬ęIeri pomeriggio l’aereo √® arrivato/arrivava in ritardo. Ho aspettato quasi due ore¬Ľ: l‚Äôimperfetto non si pu√≤ usare, perch√© arrivare √® un‚Äôazione momentanea: l‚Äôaereo √® arrivato in un momento specifico. Sorvolo sulle eccezioni in cui anche arrivare potrebbe assumere ¬†una sfumatura continua (per es. ¬ęQuando ero piccolo la fine dell‚Äôinverno non arrivava mai¬Ľ).

¬ęIl supplemento di vacanza non era/√® stato previsto ma dato che nella settimana di Ferragosto tutti i centri di fisioterapia erano/sono stati chiusi abbiamo deciso che per il mio piede la terapia migliore sarebbe stata camminare nell¬īacqua di mare¬Ľ: meglio l‚Äôimperfetto (ma il passato √® comunque possibile), perch√© l‚Äôessere previsto e l‚Äôessere chiuso sono eventi continuati nel tempo e non momentanei.

¬ęCi√≤ che mi convinceva/ha convinto ancora di pi√Ļ era/√® stato il fatto che la mia amica, da cui ero stata invitata, in quel periodo non lavorava e quindi non sarei stata sola¬Ľ: √® preferibile il passato prossimo perch√©, anche se il convincersi e l‚Äôessere (riferito al fatto) possono essere fotografati nel loro svolgersi continuo nel tempo, in questo caso c‚Äô√® un singolo elemento (il fatto che l‚Äôamica non lavorasse in quel periodo) che ha convinto a prendere la decisione di andare.

¬ęSiamo andate/andavamo in spiaggia dove abbiamo alternato/alternavamo letture e chiacchierate. Con lei √® possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato/mancava molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo¬Ľ: vanno bene entrambe le forme, ma il senso della frase cambia lievemente; all‚Äôimperfetto indica che queste azioni avvenivano abitualmente, mentre al passato prossimo si suggerisce l‚Äôidea di qualcosa di limitato in un tempo. Chiaramente si potrebbe anche aggiungere un elemento temporale al passato: ¬ęPer tutto il mese siamo andate in spiaggia dove abbiamo alternato letture e chiacchierate. Con lei √® (o era) possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo¬Ľ. E anche altre sfumature di differenza possono essere colte in un testo del genere, che conferma quanto detto all‚Äôinizio sulle numerose sfumature aspettuali (e modali) dell‚Äôimperfetto. Per es. questo mi mancava molto sottolinea che manchi ancora, mentre in questo mi √® mancato molto potrebbe anche darsi che sia mancato fino a questo momento ma che ora non manchi pi√Ļ (dato che le due amiche si sono riviste o si stanno per rivedere). Ma, come ripeto, sono davvero dettagli minimi.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Un mio amico mi ha detto che non ci sarebbe stato al mio compleanno, ma che avrebbe voluto esserci. La risposta corretta √®: ¬ęsar√† come tu ci fossi¬Ľ oppure ¬ęsar√† come tu ci sia¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Si presume che la festa non ci sia ancora stata, pertanto la risposta, con il verbo reggente al futuro, richiederebbe, in teoria, il presente e non l‚Äôimperfetto, che invece implicherebbe un riferimento al passato. Del resto, il futuro √® allineato al presente nella consecutio temporum, e se il verbo reggente fosse al presente avremmo il congiuntivo presente nella subordinata: ¬ę(adesso) √® come se tu ci sia¬Ľ (o, informalmente, ¬ęcome se tu ci sei¬Ľ). Tuttavia, le comparative ipotetiche (introdotte da come se, con possibile ellissi di se) hanno per l‚Äôappunto una forte componente ipotetica che rende pienamente giustificabile (e tutto sommato preferibile) anche l‚Äôalternativa al congiuntivo imperfetto, in analogia con quanto avviene nel periodo ipotetico della probabilit√†: ¬ęse tu ci fossi sarebbe bello¬Ľ. Proprio per la carica epistemica (comunque tu non ci sei), dunque, qui anche l‚Äôimperfetto congiuntivo √® corretto, e anzi preferibile: ¬ę√® come (se) tu ci fossi¬Ľ, ¬ęsar√† come (se) tu ci fossi¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

In un discorso racconto o poesia,  passare dalla forma impersonale alla seconda persona singolare è corretto?

 

RISPOSTA:

In linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, sarebbe bene evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se si decide di rivolgersi sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, sarebbe bene continuare a evitare il Tu/Lei/Voi. Certo, quanto pi√Ļ il testo √® lungo, tanto pi√Ļ √® difficile mantenere il controllo della persona, cio√® dei pronomi da usare per rivolgersi al lettore/destinatario/narratario. Anche in un discorso orale, tanto pi√Ļ se formale, sarebbe auspicabile la coerenza negli usi del Tu/Lei/Voi, oppure delle forme impersonali, usando o sempre gli uni (Tu, Lei o Voi) o sempre le altre (le forme impersonali). La scelta meno marcata, cio√® buona un po‚Äô per tutte le occasioni, √® quella dell‚Äôimpersonalit√†, mentre la scelta del Tu/Lei/Voi, pure praticata spesso nel parlato e in poesia (da cui per√≤ di solito il Lei √® bandito), √® decisamente pi√Ļ insolita nella narrativa e nella saggistica. Nei testi poetici, poi, la libert√† (e quindi anche la possibile alternanza tra Tu/Voi e forme impersonali) √® ancora maggiore, per cui √® davvero complicato individuare delle norme o anche soltanto delle linee guida su questo argomento. Per fare un esempio pratico, tutta questa risposta √® scritta in forma impersonale. Si sarebbe potuto scriverla anche tutta dando del Tu o del Lei al lettore (non del Voi perch√© qui sto rispondendo a un lettore o a una lettrice specifico/a, non a un gruppo indistinto di lettori/lettrici), ma sarebbe stato strano alternare le due forme, come per esempio cos√¨:

¬ęIn linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, faresti bene a evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se decidi di rivolgerti sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, continua a evitare il Tu/Lei/Voi¬Ľ ecc. ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nel mio lavoro da copywriter, creo spesso delle campagne pubblicitarie per i social, la carta stampata e le affissioni.

Nelle “headline” (i titoli delle campagne pubblicitarie) io non metto mai il punto, a meno che non sia un punto interrogativo o esclamativo.

Tantissimi altri miei colleghi invece lo fanno.

Ad esempio nella headline “La colazione dei campioni” secondo me il punto non ci va. Mentre altri lo mettono.

Ho ragione io, hanno ragione i miei colleghi, o è una scelta stilistica?

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei: nei titoli di norma il punto non va. √ą pur vero che, soprattutto nella testualit√† online, lo stile la fa da padrone, come anche l‚Äôespressivit√†, le consuetudini scrittorie (mutate) e le attese dei lettori. Motivo per cui taluni argomentano sostenendo che il punto pu√≤ conferire maggiore perentoriet√†, sicurezza, affidabilit√† (come a dire: punto e basta, so quello che dico e che offro). Per queste ragioni, all‚Äôopposto, in altri tipi di testo il punto viene bandito anche fuor dai titoli: se ha esperienza di testualit√† nei social, sa come un punto alla fine di un post di fb o di un messaggio whatsapp pu√≤ rompere amicizie e amori (√® successo pi√Ļ volte veramente), perch√© viene interpretato come una chiusura all‚Äôaltro, un atto di violenza, una rottura del rapporto.

Cionondimeno, da affezionato tradizionalista alla testualit√† analogica, mi sento di suggerirle di rimanere fedele alla nostra vecchia e amata norma di non mettere mai il punto fermo alla fine di un titolo. Punto (ma sia qui detto e scritto senza alcuna ostilit√†, anzi…)

Fabio Rossi

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QUESITO:

Premetto che sono un cantautore e si tratta di una frase di un nuovo testo di una canzone. Non riesco a capire se √® corretta o meno, ho chiesto anche a mia moglie diplomata al liceo classico e laureata in lingue…

La frase √® la seguente: ¬ęDirei, anche una frase ti direi se la ricorderai¬Ľ.

Per questioni di metrica deve essere cos√¨, il dubbio √® se grammaticalmente devo usare necessariamente ¬ęse la ricordassi¬Ľ. Il significato non vuole essere retorico, ovvero non voglio dire che non ti dico una frase perch√© poi non te la ricordi ma √® quasi interrogativa, ovvero se tu mi prometti, o mi dici che la ricorderai allora quasi quasi ti direi anche una frase…

 

RISPOSTA:

Il verso va benissimo, √® corretto e anche efficace: l‚Äôindicativo nel periodo ipotetico √® sempre possibile, ancorch√© meno formale del congiuntivo. Inoltre, in questo caso, oltre ai motivi metrico-poetici (gi√† validissimi di per s√©, in una canzone), c‚Äô√® anche una ragione semantico-pragmatica, cio√® la (quasi) certezza, la garanzia, del ricordo: devi proprio promettermi ¬ęme la ricorder√≤¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Lingua letteraria, Registri, Verbo
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QUESITO:

Cordiali linguisti,

¬ęIndipendentemente dal fatto che io‚Ķ

  1. Sia o non sia religiosa
  2. Sia religiosa o meno
  3. Sia religiosa
  4. Possa essere religiosa¬Ľ.

Quando mi sono imbattuta nella redazione di questa frase, ho incontrato non poche difficoltà nello scegliere quale soluzione adottare tra quelle prospettate.

Alla fine ho optato per la numero 3, giudicando le altre, in particolare la numero 1 e la numero 2, ridondanti.

La numero 4, invece, mi pare, per così dire, cauta, con una sfumatura attenuativa del messaggio.

Gradirei molto una vostra opinione in merito.

 

RISPOSTA:

Nulla da aggiungere alla sua interpretazione, che non fa una piega. Forse si potrebbe spezzare una lancia a favore della 1 dicendo che √® di pi√Ļ immediata perspicuit√† per i lettori pi√Ļ pigri. La 3, in effetti, potrebbe indurre il lettore distratto a credere che, comunque, lei stia ammettendo (il fatto) di essere religiosa, senza alternative esplicite. Cionondimeno convengo con lei che la presenza del congiuntivo e l‚Äôintera costruzione della frase fanno optare per l‚Äôinterpretazione dubitativa: potrei esserlo come non esserlo, e ci√≤ √® indipendente da quel che segue. A volte, peraltro, la ridondanza serve proprio a scongiurare ogni rischio di ambiguit√† nei lettori (sempre pi√Ļ distratti).

Fabio Rossi

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Quesito:

Vorrei sapere se, dopo i due punti, sono  richieste le virgolette anche se non viene riportato il discorso di una persona diversa dallo scrivente. Per esempio: gli dissi: il tuo discorso non lo condivido. 

Risposta:

No, non sono obbligatorie. Dipende se si vuole sottolineare il tono dialogico (quasi teatrale), oppure ci si concentra soltanto sul contenuto delle parole dette. In quest’ultimo caso, naturalmente, c’√® sempre la possibilit√† di usare anche il discorso indiretto: gli dissi che non condividevo il suo discorso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei sapere se sia sempre errato inserire una virgola prima o dopo un complemento (¬ęHai lasciato altre cose in macchina¬Ľ, ¬ęQui, nevica¬Ľ, ¬ęParte anche lui dall‚ÄôAustralia, per poi arrivare in Cambogia¬Ľ, ¬ęCon il vocativo, ci va la virgola¬Ľ, ¬ęAndr√≤ in Svizzera, partendo dalla Germania, ecc.), oppure prima del che¬†(¬ęL‚Äôautomobile di Luca √® un vecchio catorcio, che quindi a volte pu√≤ avere dei problemi¬Ľ).

Mentre sono certo che una frase del genere √® agrammaticale: ¬ęIl gatto di Luca, √® un persiano.¬Ľ, ¬ę√ą un persiano, il gatto di Luca.¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’uso della punteggiatura, poco sistematico nelle trattazioni grammaticali, risponde a una molteplicità di funzioni, almeno sintattiche, pragmatiche, testuali, espressive, stilistiche, mimetiche dell’intonazione.

Quindi in molti degli esempi da lei riportati la virgola può esserci, oppure no, a seconda del contesto e della sfumatura pragmatico-semantica da dare al testo. Vediamoli in dettaglio.

1) ¬ęHai lasciato altre cose, in macchina¬Ľ: la presenza della virgola prima di in macchina attribuisce al sintagma il valore di informazione condivisa, per esempio perch√© √® stata gi√† introdotta: so che sai di aver lasciato alcune cose in macchina, ma ti faccio notare che ne hai lasciato anche altre (in macchina).

2) ¬ęQui, nevica¬Ľ: efficace nei casi di contrasto: qui, nevica, mentre da te in Sicilia immagino ci sia un sole che spacca, beato te!

3) ¬ęParte anche lui dall‚ÄôAustralia, per poi arrivare in Cambogia¬Ľ: la virgola prima di dall‚ÄôAustralia mette lui in relazione con qualcun altro che parte dall’Australia (per es. “Non saremo gli unici australiani alla riunione; domani parte anche lui, dall’Australia”).

4) ¬ęCon il vocativo, ci va la virgola¬Ľ… mentre col soggetto no.

5) ¬ęAndr√≤ in Svizzera, partendo dalla Germania¬Ľ: la virgola attribuisce pari importanza a entrambe le proposizioni.

6) ¬ęL‚Äôautomobile di Luca √® un vecchio catorcio, che quindi a volte pu√≤ avere dei problemi¬Ľ: con le relative la virgola ne segnala la natura esplicativa, anzich√© limitativa. Cio√®, se c‚Äô√® la virgola la relativa aggiunge un particolare accessorio, non determinante ai fini dell‚Äôidentificazione di qualcosa, come in: ¬ęLa macchina, che pu√≤ avere dei problemi, √® di Luca¬Ľ: c‚Äô√® solo una macchina, che √® di Luca e che pu√≤ avere dei problemi; ¬ęLa macchina che pu√≤ avere dei problemi √® di Luca¬Ľ: ci sono almeno due macchine, una con problemi (e di Luca) e l‚Äôaltra no.

7) ¬ęIl gatto di Luca, √® un persiano¬Ľ: mai separare il soggetto dal predicato con una virgola, a meno che non si voglia mettere in evidenza il soggetto, come in ¬ę√ą un persiano, il gatto di Luca¬Ľ, che va benissimo.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Leggo dal libro di una quotata scrittrice la seguente frase: ¬ęMi ha raccontato che li abbracciava, a lui e a nonno, fra le lacrime e i singhiozzi…¬Ľ.

¬ęLi abbracciava¬Ľ √® accusativo, ma subito dopo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ √® dativo.

Chiedo: √® da considerare un errore oppure quel dativo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ serve a rafforzare la frase ed √® quindi accettabile?

 

RISPOSTA:

Il costrutto dell‚Äôoggetto preposizionale, come abbracciare a qualcuno, √® diffuso negli italiani regionali, ma √® senza dubbio da evitare in italiano standard, quindi in questo caso lo considererei, se non scorretto, quanto meno inappropriato, a meno che nel romanzo non si voglia riprodurre un parlato regionale. Non c‚Äô√® dubbio che in molti casi i costrutti preposizionali servano a mettere in evidenza un sintagma, come nel caso di ¬ęa me non mi persuade¬Ľ (comunque da evitare in un italiano non informale), ma in questo caso l‚Äôoggetto diretto √® pi√Ļ che sufficiente a indicare la messa in rilievo, garantita dal pleonasmo pronominale della dislocazione a destra: ¬ęLi abbracciava, lui e nonno¬Ľ:

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quali forme del pronome dovrei usare nelle frasi seguenti?
“I ragazzi di oggi sono quello/quelli che sono”.
“Tu, figlia mia, sei quello/quella che tutti vorrebbero”.
Il pronome quello tanto nel primo quanto nel secondo esempio potrebbe essere valutato quale sinonimo di ciò?

 

RISPOSTA:

Proprio cos√¨:¬†quello¬†pu√≤ avere la funzione (pi√Ļ che il significato) di pronome neutro, equivalente a¬†ci√≤¬†o¬†la cosa. Per questo motivo nelle prime due frasi vanno bene sia¬†quello¬†sia il pronome concordato con il sintagma di cui √® anaforico. La scelta, per√≤, modifica il significato della frase:
“I ragazzi di oggi sono quello che sono” = ‘sono la cosa che sono, non ci si pu√≤ aspettare altro da loro’ (con una sfumatura negativa, di critica).
“I ragazzi di oggi sono quelli che sono” = ‘sono proprio cos√¨, non li si pu√≤ cambiare’ (con una sfumatura positiva).
Nella seconda coppia di frasi è decisamente preferibile quello:
“Tu, figlia mia, sei quello che tutti vorrebbero” = ‘sei il sogno di chiunque’.
“Tu, figlia mia, sei quella che tutti vorrebbero” = ‘sei la ragazza che tutti sceglierebbero all’interno del gruppo’. Quest’ultima frase suona innaturale dal punto di vista testuale, perch√©¬†quella¬†evoca un gruppo, o una coppia, che √® stato gi√† introdotto nel discorso, per cui, visto che gi√† √® stato detto che c’√® un gruppo tra cui scegliere, ci si aspetterebbe una forma come¬†“Sei tu, figlia mia, quella che tutti vorrebbero”, con enfasi su¬†sei tu, non su¬†quella che tutti vorrebbero. Per un giudizio pi√Ļ preciso, per√≤, bisognerebbe inserire la frase in un contesto pi√Ļ ampio.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

n

RISPOSTA:

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QUESITO:

Chiedo, cortesemente, se il seguente testo va bene: “Gent.mo Dirigente F,
sono con la presente per comunicarLe che nel mese di giugno mi ha contattato/sono
stata contattata il Dirigente S. e mi ha comunicato/ che mi ha comunicato  che il
prossimo anno scolastico mi verranno assegnate due classi seconde. Ha individuato
anche le docenti che mi dovrebbero sostituire in terza. Spero tanto che Lei tenga
conto di questa disposizione, voluta per tutelare le classi, visto che… “
 

 

RISPOSTA:

Diciamo che lo stile burocratico come al solito è sgradevolmente quanto inutilmente pomposo, e la sintassi delle alternative che propone non sempre è corretta. Ecco una possibile riscrittura, con le relative varianti.
“Gent.mo dirigente F.,

nel mese di giugno mi ha contattato il dirigente S. [oppure: sono stata contattata dal dirigente S.] e mi ha comunicato che [oppure: il quale mi ha comunicato che; oppure: comunicandomi che] il prossimo anno scolastico mi verranno assegnate due classi seconde. Ha individuato anche le docenti che mi dovrebbero sostituire in terza. Spero tanto che Lei tenga conto di questa disposizione, voluta per tutelare le classi, visto che… “

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei esporvi queste frasi:
1)Roma,¬†¬†che √® capitale d’Italia, √® una citt√† vicina al mare.
2)Le rendo noto che, se non salderà il suo debito,  passerò a vie legali.
Sia il primo inciso (che √® capitale d’Italia) che il secondo (se non salder√† il suo debito), qualora vengano sottratti, permettono alla frase di avere un senso compiuto (Roma √® una citta vicina al mare / le rendo noto che passer√≤ a vie legali).
Nella prima frase, per√≤, l’inciso d√† informazioni irrilevanti rispetto al senso della frase, nella¬† seconda, invece, l’inciso fornisce informazioni sostanziali (io passer√≤ a vie legali solo se si realizzer√† una ben precisa condizione: il suo mancato pagamento).
Mentre il primo inciso va posto sicuramente fra le virgole, il secondo non lo porrei fra di esse, perch√© le virgole farebbero risultare l’affermazione ” se non salder√† il suo debito” come marginale, anzich√© di centrale importanza.

 

RISPOSTA:

Va distinta la funzione di inciso da quella di parentetica. Una parentetica contiene di solito, come dice lei, un’informazione marginale (“che √® la capitale d’Italia”). Per¬†inciso, invece, si intende semplicemente la collocazione dell’informazione tra due pause, o virgole, ma non la sua marginalit√†. Le virgole che isolano la protasi del periodo ipotetico nell’esempio “Le rendo noto che, se non salder√† il suo debito,¬†¬†passer√≤ a vie legali” sono necessarie (e dunque se le eliminasse commetterebbe un errore!), perch√© indicano la spezzatura del rapporto assai vincolante tra reggente e completiva (…rendo noto che passer√≤…) mediante l’intromissione della protasi del periodo ipotetico. La posizione di inciso, cio√® la segnalazione di tale intromissione, non implica in alcun modo la minore importanza della protasi. Aggiungo che, qualora non vi fosse stata intromissione, e vi fosse dunque stato soltanto il periodo ipotetico, si sarebbe potuta usare la virgola oppure no (“se non salder√† il suo debito[,]¬† passer√≤ a vie legali”) senza alcun cambiamento di significato. La virgola, infatti, in questo caso √® un semplice retaggio del passato, quando si soleva separare quasi sistematicamente la premessa dalla conseguenza.
In generale, faccia attenzione a non caricare la punteggiatura di valori logicistici che le sono estranei: la virgola non indica quasi mai una riduzione di importanza (tranne, e non sempre, nel caso delle parentetiche di cui sopra), bens√¨ denota una frattura sintattica (in molti casi), una transizione di piano testuale o informativo (cio√® il passaggio da un’informazione all’altra, in molti altri casi), la riproduzione di una piccola pausa o curva intonativa (pi√Ļ raramente e soltanto nei testi mimetici del parlato), la messa in evidenza di un’informazione (e dunque l’esatto contrario di quel che dice lei, cio√® conferisce maggiore importanza a qualcosa: “Mario, ho incontrato, non Luca”, con focalizzazione di¬†Mario), oppure uno stilema (stile di un certo autore, consuetudine scrittoria ecc.).

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Dato che ci troviamo nel “periodo clou” dei matrimoni (e dato che non mi sembra il caso di correggere gli sposi nel momento pi√Ļ emozionante della loro vita), mi domandavo: √® giusto rispondere “S√¨, lo voglio” alla fatidica domanda posta dal prete (o da qualsiasi altra figura ufficiale che sta celebrando il matrimonio)?
Se non ricordo male, potrebbe trattarsi di un calco dall’inglese “I do”.
 

 

RISPOSTA:

Ha ragione, basterebbe il semplice (e fatidico)¬†S√¨, in teoria e secondo la lingua italiana. Questa √® la formula da sempre tipica del matrimoni italiani, almeno in passato (fu proprio il¬†s√¨¬†a sancire il matrimonio dei miei genitori, per esempio). Oggi sono invalse altre formule di autodichiarazione (“Prendo te come mia/o legittima/o sposa/o” ecc. ecc.).
Credo che sul “lo voglio”¬† abbiano influito non poco i doppiaggi di film e serie televisive angloamericani, nei quali andava colmato il movimento labiale dell’inglese¬†I do. Questa √® la spiegazione data da molti anglisti che si sono occupati di lingua del doppiaggio, o doppiaggese. Anche se forse questa sar√† stata una concausa, piuttosto che l’unica causa. Andrebbe infatti vista a ritroso tutta la storia della formula matrimoniale, per vedere che cosa vi fosse in passato, in latino e poi in italiano, se il solo¬†S√¨, oppure il solo¬†Lo voglio, oppure l’insieme di¬†S√¨, lo voglio, o magari altro ancora. Dico questo perch√© nell’italiano antico (sul retaggio del latino) sono frequenti risposte non secche (semplicemente s√¨ o no, come oggi), bens√¨ la ripetizione del verbo su cui √® incardinata la domanda: Vuoi / Voglio, Lo voglio, non voglio, non lo voglio ecc.
Come che sia la questione, l’importante √® usare una formula di risposta prevista dal diritto, altrimenti si rischia di invalidare il matrimonio (come pure √® successo anche recentemente). La formula di domanda/risposta del rito matrimoniale, infatti (civile o religioso che sia) √® un tipico caso di testo performativo, ovvero di testo vincolato alla forma al punto tale che proprio e soltanto la pronuncia di una determinata formula (e solo di quella!) produce un atto giuridico e un conseguente cambiamento di stato. Pertanto, attenzione: in questi casi non si scherza e non si va a gusto personale: si deve rispondere quello che prescrive la legge, altrimenti… addio matrimonio!

Fabio Rossi

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QUESITO:

Le sarei molto grato se mi chiarisse un dubbio relativo a questa frase: “Era sempre solo. Amici non ne aveva”. Quel “ne”, che sento usare regolarmente in frasi di questo tipo, mi suona bene, per√≤¬†¬†mi lascia
perplesso perch√© dovrebbe stare per “di amici”, ma allora la frase diventerebbe: “amici non di amici aveva”. Una affermazione insensata. Gradirei sapere se quel “ne” √® da considerarsi corretto.
 

 

RISPOSTA:

Il costrutto, tipico dell’italiano informale e colloquiale e dunque non scorretto in assoluto¬† ma sicuramente inadatto all’italiano formale, si chiama “tema sospeso” e consiste nel riportare il tema, o topic, dell’enunciato all’inizio per poi riprenderlo mediante un clitico, ovvero particella pronominale atona. Naturalmente il clitico √® pleonastico e il tema qui non ha valore di soggetto bens√¨ di complemento oggetto (duplicato da¬†ne). Molto prossimo a questo costrutto √® un altro, sempre di anticipazione del tema, o topicalizzazione, denominato “dislocazione a sinistra”: “di amici non ne aveva”.
Il corrispettivo formale, o quantomeno non informale, delle due espressioni √® “non aveva amici”.

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Riguardo alla frase: “le relazioni¬†‚Äúesulano dal¬†semplice¬†incontro del 4.07.2016‚ÄĚ,¬†vorrei sapere cortesemente se l’aggiunta dell’aggettivo¬†semplice¬†faccia s√¨ che il significato della frase anzich√© essere l’ammissione che le relazioni non contengano informazioni sull’incontro “tout court”, sia indicativo¬†che su tale argomento, pur in un contesto pi√Ļ ampio, sia stato¬†comunque adeguatamente riferito.

 

RISPOSTA:

√ą sempre difficile analizzare una parola in una breve frase estrapolata dal suo intero contesto, per√≤ in questo caso sia l’aggettivo¬†semplice¬†sia il verbo¬†esulare¬†lasciano intendere che le relazioni¬†non contengano informazioni sull’incontro, bens√¨, al contrario, contengano informazioni che vanno al di l√† dell’incontro e che con esso non hanno nulla a che vedere (esulare¬†vuol dire¬†”essere estraneo, non avere nulla a che fare con qualcosa”), ovvero vanno al di l√† dei temi all’ordine del giorno dell’incontro, o a quanto pattuito su quell’incontro ecc.¬†Nulla lascia intendere (in base all’aggettivo¬†semplice) che le suddette relazioni abbiano comunque riportato indicazioni esaurienti sull’incontro stesso.¬†Se si fosse voluto esprimere quest’ultimo concetto, si sarebbe dovuta formulare un’altra frase, quale per esempio la seguente: “Le relazioni, pur avendo riferito a sufficienza sui temi dell’incontro, sono andate ben oltre i temi previsti dall’incontro stesso”.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quando si scrive una lettera o una mail (come questa ad esempio), dopo l’intestazione, andando a capo io sono abituato a scrivere la parola successiva con prima lettera in minuscolo.
Tuttavia vedo che molti nelle lettere altamente formali procedono mettendo la lettera maiuscola.
Es:   Gentile Rossi Mario,
¬†¬† ¬† ¬† ¬†Con la presente sono ad informarLa…

Anche in¬†Cordiali Saluti¬†molti mettono entrambe le parole maiuscole…

 

RISPOSTA:

Poche sono le regole certe sull’iniziale maiuscola; il suo uso √® legato soprattutto a convenzioni pi√Ļ o meno stabili e deduzioni ragionevoli. A proposito delle e-mail formali, che possiamo assimilare alle lettere cartacee, iniziare il corpo della lettera, subito sotto l’intestazione, con la lettera miniscola √® coerente con la presenza, alla fine dell’intestazione, della virgola, che non √® seguita di norma dalla lettera maiuscola. C’√® da considerare, per√≤, l’a capo che separa l’intestazione dal corpo della lettera, tipicamente seguito dalla maiuscola. Tra le due motivazioni direi che pi√Ļ forte √® la virgola, che implica l’iniziale minuscola; non mi sentirei, per√≤, di condannare come scorretta l’iniziale maiuscola. Per quanto riguarda la doppia maiuscola in¬†Cordiali Saluti¬†(senza considerare l’eventuale precedenza del punto fermo, che ovviamente richiederebbe la maiuscola per¬†Cordiali), siamo di fronte a un uso enfatico di questo tratto grafico, del tutto soggettivo e legato allo stile personale; si tratta di una scelta non impossibile (proprio perch√© l’uso della maiuscola √® poco regolato), ma difficilmente giustificabile.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
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QUESITO:

Scrivo per chiedere se, secondo voi, nel contesto della frase sotto riportata la¬†congiunzione¬†ebbene¬†ha pi√Ļ valore avversativo o conclusivo.¬†
“Gli avevo chiesto se poteva farmi un favore, ebbene ha rifiutato”.
Io ritengo che abbia pi√Ļ un senso avversativo, √® pi√Ļ facile sostituirla con¬†ma,¬†per√≤,¬†tuttavia¬†rispetto che con¬†quindi¬†o¬†pertanto,¬†ma mi interessa capire¬†anche il vostro punto di vista.
Ho consultato il dizionario Sabatini-Coletti in cui, a proposito di¬†ebbene¬†si¬†legge che tale congiunzione pu√≤ essere utilizzata “con valore anche avversativo,¬†per segnalare una decisione o una circostanza contrarie all’aspettativa”. Vi √® inoltre la seguente frase a mo’ di esempio: “la sua proposta √® che io mi dimetta;¬†ebbene, non ci sto”. Mi sembra molto simile a quella da me proposta: in entrambi i casi,¬†infatti, vi sono sottese un’aspettativa (la proposta di una persona che io mi¬†dimetta; la mia richiesta di farmi un favore) e una decisione o una circostanza¬†contraria all’aspettativa (io non voglio dimettermi; una persona ha rifiutato la¬†mia richiesta di favore).¬†

 

RISPOSTA:

La domanda √® pi√Ļ insidiosa di quanto sembri a prima vista. Innanzitutto escludo che¬†ebbene¬†sia sostituibile¬†con¬†tuttavia¬†o simili, perch√© tale sostituzione (per quanto grammaticalmente possibile) modificherebbe il significato della frase. La frase, infatti, non mette in contrapposizione due eventi, ma presenta prima un evento e poi un altro che ne rappresenta l’esito. Il significato che tale esito sia contrario alle speranze dell’emittente non √® contenuto in¬†ebbene, ma √® inferito dal ricevente sulla base della sua conoscenza del mondo: la frase¬†“Gli avevo chiesto se poteva farmi un favore, ebbene ha accettato” sarebbe ugualmente coerente nel contesto adeguato. Dal punto di vista testuale,¬†ebbene¬†ha la funzione di segnale discorsivo metatestuale che serve a introdurre la conclusione di un racconto; il valore che meglio lo descrive, anche se in termini non tecnici, √® pertanto quello conclusivo (ebbene¬†si avvicina qui a¬†insomma:¬†“Gli avevo chiesto se poteva farmi un favore, insomma ha rifiutato”).
Possiamo considerare l’esempio del Sabatini-Coletti analogo alla sua frase; non condivido, per√≤, l’interpretazione data dal dizionario.¬†Aggiungo che il valore avversativo per¬†ebbene¬†non √® menzionato n√© dal Sabatini-Coletti on line, n√© dal GRADIT, n√© dallo Zanichelli, n√© dal Devoto-Oli, n√© dal Dizionario Garzanti.¬†
Sulla base dell’analisi condotta – si noti – la frase risulta formata da due enunciati giustapposti, tant’√® che richiederebbe un segno di interpunzione forte prima di¬†ebbene¬†(…¬†se poteva farmi un favore; ebbene, ha rifiutato¬†o anche …¬†se poteva farmi un favore. Ebbene, ha rifiutato), proprio come nell’esempio del Sabatini-Coletti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Se¬†scrivendo una frase come “Voleva la medaglia d’oro, ma fall√¨”, siccome si intende¬†che fall√¨ non nel volere la medaglia ma nell’ottenerla, quest’ultimo verbo √® sottinteso?

 

RISPOSTA:

Nella frase, in teoria se non si specifica in che cosa il soggetto fallisca, il verbo¬†fallire¬†si riferisce al¬†volere;¬†la logica, per√≤, consente di colmare questo vuoto e chiarisce che il fallimento non pu√≤ che riguardare l’ottenimento della medaglia.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coerenza
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QUESITO:

Ho un dubbio in merito all’uso della virgola, per quanto riguarda le congiunzioni correlative (sia, n√®, neppure).¬†
Ho letto che normalmente¬† non si mette se la prima congiunzione (‘sia’ o ‘n√©’) lega la parte che la segue direttamente a ci√≤ che precede ( es. La casa √® confortevole¬†sia d’inverno sia d’estate). Altrimenti dicono che si possa mettere (es. Lucia ha portato il nipote in riva al mare, sia per farlo giocare con la sabbia sia per fargli respirare un po’ d’aria pura). Io non riesco a capire come fare questa distinzione. Questi sono degli esempi che ho preso da qualche sito web, per√≤, non avendo capito, ho preferito chiedere a voi, perch√© siete pi√Ļ preparati in fatto di punteggiatura e grammatica.¬†
Ad esempio, se scrivo la frase: “Mi piace guardare una ragazza sia quando fa l’azione A, sia mentre fa l’azione B. E’ giusto oppure dovr√≤ scrivere: “Mi piace guardare una ragazza, sia quando fa l’azione A sia quando fa l’azione B. E come ci si comporta se ci fossero pi√Ļ membri ( es. Mi piace guardare una ragazza sia quando fa l’azione A, sia quando fa l’azione B, sia mentre fa l’azione B). In questo caso ho messo 3 virgole, ma secondo voi √® giusto? Oppure ne basta una finale?¬†
Riconosco che potrebbero non esserci delle regole ferree, però volevo un vostro parere a riguardo. 
 

RISPOSTA:

Non ci sono regole ferree, in effetti. Quasi mai sono ferree le regole di punteggiatura.
Il suggerimento √® di non appesantire troppo i periodi con coordinate correlative troppo lunghe. Dunque eviterei, in primo luogo, pi√Ļ di due sia, a favore di:
“Mi piace guardare una ragazza quando fa l’azione A, quando fa l’azione B e mentre fa l’azione C”.
Metterei la virgola tra i due¬†sia¬†quando il primo membro √® troppo lungo: “mi piace andare al mare sia quando il tempo √® bello e il sole rende insopportabile stare fuori dall’acqua, sia nelle cupe giornate invernali”.
Infine, la presenza o meno della virgola prima del primo sia dipende dal grado di indipendenza che si vuol attribuire a ciò che precede:
–¬†“Mi piace guardare una ragazza, sia quando fa l’azione A sia quando fa l’azione B”, ci√≤ che viene messo in rilievo, indipendentemente dal resto, √® che a lei piaccia guardare una ragazza.
– Invece in¬†“Mi piace guardare una ragazza sia quando fa l’azione A sia quando fa l’azione B” il suo piacere di guardarla √® subordinato al fatto che faccia determinate azioni e, poniamo, potrebbe non essere interessato a guardarla se ne facesse delle altre.
Quindi, s√¨, √® corretto quel che ha letto: dipende dal grado di coesione e di autonomia rispetto a quanto precede. Dipende, dunque, pi√Ļ che dal contesto, dal punto di vista di chi usa quella frase.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coesione
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QUESITO:

Mi sono imbattuto nella seguente frase: “Passione e¬†dedizione di cui tutti dovremmo farne tesoro”. A me sembra che la formulazione¬†corretta dovrebbe escludere la particella¬†ne¬†e si dovrebbe pertanto scrivere “passione e dedizione di cui tutti dovremmo fare tesoro”. Mi sbaglio?

 

RISPOSTA:

Non si sbaglia affatto. La duplicazione della particella pronominale, comune e tutto sommato accettabile in contesti parlati informali, nei quali assolve alla funzione di richiamare il tema rafforzando il poco trasparente pronome relativo di cui, non trova giustificazione nello scritto, specie formale o specialistico, e deve pertanto essere evitata.
Fabio Ruggiano 

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QUESITO:

Volevo chiedervi alcune delucidazioni in merito alla punteggiatura, in particolar modo riguardo alla virgola prima delle preposizioni in, con o per. Vi chiedo di controllare se queste frasi sono state scritte correttamente.
1) Salta la fila, con la nostra app.
2) Effettua il pagamento, in contanti o con carta.
3) Puoi pagare in contanti oppure direttamente sul nostro sito, con la tua carta di credito.
4) Oggi vado in montagna, per rilassarmi.
Io so perfettamente che, come regola, si mette la virgola prima di tali preposizioni, quando queste ultime non si riferiscono alla parola che precede (es. “Vado al mare, in vacanza”), oppure nel caso di un inciso alla fine della frase. Inoltre so che pu√≤ essere messa la virgola anche per creare effetti stilistici particolari, ma non credo che ci√≤ sia permesso al di fuori della scrittura creativa.¬†

 

RISPOSTA:

Nessuna preposizione richiede una certa punteggiatura. L’unica regola, piuttosto ovvia, che bisogna rispettare √® che non si pu√≤ separare la preposizione dal nome con cui essa costituisce un sintagma (*in, barca), o dalla proposizione che essa introduce, tranne nel caso di incisi (*per, fare pace, ma¬†per, una volta per tutte, fare pace). Nei suoi esempi, la virgola √® del tutto corretta, come corrette sarebbero le varianti senza virgola. In questi casi, infatti, l’inserimento della virgola √® una scelta legittima, che modifica il senso della frase, separando due informazioni che altrimenti sarebbero lette unitariamente. Con la separazione, le informazioni assumono pari importanza, mentre senza virgola la seconda, quella alla destra della frase, sarebbe pi√Ļ pregnante di quella alla sinistra. Prendiamo il primo esempio:
1a. Salta la fila con la nostra app = ‘usa la nostra app¬†per saltare la fila’.
1b.¬†Salta la fila, con la nostra app = ‘salta la fila, ma fallo non in un modo qualsiasi bens√¨ con la nostra app’.
Nel secondo esempio l’effetto √® lo stesso,¬†mutatis mutandis:
2a. Effettua il pagamento in contanti o con carta = ‘paga¬†in un modo o nell’altro‘.
2b.¬†Effettua il pagamento, in contanti o con carta = ‘paga, e inoltre scegli tu in che modo’.
E così via per gli altri.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Preposizione
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QUESITO:

“Non ho potuto informarla, come promesso, sulla questione”.
Mi sono trovata a scrivere questa frase in occasione di una lettera formale.
Quel¬†come promesso¬†avrebbe dovuto (e voluto) conferire al messaggio, pi√Ļ o meno, questo significato: ‘A differenza di quanto le avevo promesso…’.
Subito dopo aver spedito la missiva, sono stata sopraffatta da un dubbio, prettamente grammaticale, dato che, a livello logico, non sono riuscita a scorgere altri significati possibili: pu√≤ darsi che, a livello sintattico, abbia involontariamente detto il contrario: ‘Le avevo promesso che non l’avrei informata sulla questione, e infatti √® cos√¨’.
Ripeto: questa seconda interpretazione è fuori di ogni logica, ma mi domando che cosa dice la sintassi al riguardo.
E se avessi scritto “Come promesso, non ho potuto informarla sulla questione”, sarebbe cambiato qualcosa?
√ą evidente che con una parziale modifica del sintagma si sarebbe semplificato tutto e ogni incertezza sarebbe stata fugata (contrariamente a quanto promesso…), ma tant’√®.

 

RISPOSTA:

Il paragone dovrebbe in astratto valere in rapporto a ci√≤ che √® esplicitato, quindi il senso immediato della frase dovrebbe essere quello che lei non voleva esprimere.¬†In una frase negativa, per√≤, qualsiasi paragone risulta in pratica inevitabilmente ambiguo, perch√© il ricevente √® facilmente indotto a interpretarlo in rapporto alla versione implicita dell’evento (quella positiva). Tanto pi√Ļ in un caso come questo, in cui il senso immediato √® piuttosto bizzarro (difficilmente si promette di non poter fare una cosa).¬†√ą¬†il contesto, quindi, che consente di comprendere il messaggio senza problemi: come spesso avviene, cio√®, la testualit√†, ovvero l’immersione degli enunciati in un contesto comunicativo autentico, consente di superare i limiti espressivi della sintassi.¬†
Con qualche attenzione, comunque, √® possibile ridurre al minimo (ma mai a zero) il grado di ambiguit√† di uno scritto: le soluzioni che lei propone funzionano a questo scopo, ma in direzione opposta.¬†Come promesso, non ho potuto informarla¬†sfrutta lo spostamento del sintagma all’inizio della frase, che trasforma l’inciso, sintatticamente autonomo, in un’espansione frasale, che viene associata automaticamente a ci√≤ che √® esplicitato. La frase cos√¨ composta significa senz’altro che lo scrivente aveva promesso che non avrebbe potuto informare la persona e cos√¨ √® avvenuto. Al contrario,¬†contrariamente a quanto promesso¬†esplicita il valore negativo del paragone, che quindi nega la negazione e chiarisce che il riferimento √® alla versione positiva, implicita, dell’evento, cio√® che lo scrivente aveva promesso che avrebbe potuto informare la persona ma questo non √® avvenuto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo
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QUESITO:

vorrei sapere se il testo che riporto di seguito è corretto.

Egregio Dirigente Scolastico C. V.,
sono  R. L. ;  docente che ha avuto un giudizio di inidoneità temporanea alla mansione per fragilità. Comunico che mi sono sottoposta alla prima dose del vaccino anti-COVID e il 16 maggio farò la seconda dose. Chiedo la revisione del giudizio da parte del Medico Competente per tornare in servizio in presenza.
Distinti saluti.

 

RISPOSTA:

Nel testo non ci sono errori; suggerisco, per√≤, alcuni aggiustamenti che lo renderebbero pi√Ļ appropriato. La maiuscola di¬†Dirigente¬†√® comprensibile, sebbene non necessaria: ingiustificate e da eliminare, invece, sono quelle di¬†Scolastico,¬†Medico¬†e¬†Competente.
Insolito √® l’inserimento del nome del destinatario (sempre che¬†C. V.¬†siano le iniziali del nome) dopo il titolo del ruolo; si pu√≤ senz’altro eliminare il nome, anche perch√© in questo modo si segnala che ci si rivolge alla funzione, non alla persona. Sempre a proposito del destinatario, l’aggettivo¬†egregio¬†√® pomposo e al limite dell’appropriatezza in una comunicazione formale ma tra due persone che, immagino, si conoscano personalmente. Pi√Ļ adatto alla situazione sarebbe¬†Gentile.¬†
All’inizio del testo non √® necessario presentarsi, come se si parlasse al telefono; √® sufficiente a questo scopo inserire la firma in calce. Eliminato il riferimento personale, rimane in primo piano, come √® giusto che sia, il motivo della comunicazione, che potrebbe essere formulato cos√¨:¬†in relazione al¬†giudizio di inidoneit√† temporanea alla mansione per fragilit√† di cui sono stata oggetto, comunico…
Infine, l’aggettivo¬†Distinti¬†associato a¬†saluti¬†√® distaccato e asettico; in questo contesto potrebbe essere sostituito da¬†Cordiali.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
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QUESITO:

Vorrei sapere se √® grammaticalmente corretto l’utilizzo dell’abbreviazione¬†sigg.ri¬†o se l’abbreviazione della parola¬†signori¬†sia solamente¬†sigg.

 

RISPOSTA:

Sigg.ri¬†√® forma scorretta (attestata, ma da respingersi), poich√© combina arbitrariamente due forme possibili:¬† la pi√Ļ comune¬†sigg.¬†(che, come tutte le abbreviazioni per il plurale, raddoppia la consonante:¬†ess.¬†‘esempi’,¬†pp.¬†‘pagine’,¬†sgg.¬†‘seguenti’ ecc.) e la meno comune¬†sig.ri¬†(con una sola¬†g, perch√© il plurale √® rappresentato¬†dalla¬†i, in analogia a¬†signore¬†>¬†signori).
Fabio Rossi

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QUESITO:

Quando si scrive una lettera formale Cordiali Saluti va scritto con le lettere iniziali maiuscole oppure no?
Ad esempio: 
“Le porgo cordiali saluti” oppure “Le porgo Cordiali Saluti” ?

 

RISPOSTA:

Non c’√® una regola precisa sull’uso delle maiuscole in italiano. In generale √® frequente che la maiuscola venga usata con nomi comuni come¬†Presidente,¬†Direttore¬†/¬†Direttrice,¬†Sindaco¬†/¬†Sindaca¬†e tutti gli altri che identificano cariche pubbliche e posizioni di potere. Sulla base di questo uso¬†si potrebbe credere che la maiuscola renda un’espressione come¬†Cordiali Saluti¬†pi√Ļ ossequiosa, quindi pi√Ļ formale, ma ritengo che questo sia un eccesso e si possa tranquillamente evitare.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
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QUESITO:

Una collega mi contesta la correttezza della seguente frase: “Anche se¬†Daniela riuscirebbe a vendersi bene al colloquio, non √® cos√¨ facile per lei¬†trovare un nuovo lavoro”.
Quello che voglio dire √® che il soggetto della prima frase √® sicuramente in grado¬†di vendersi bene al colloquio: √® una certezza e non un’ipotesi. La collega mi dice¬†di usare il congiuntivo (se riuscisse a vendersi), ma allora sarebbe un’ipotesi¬†e non pi√Ļ qualcosa che io ritengo certamente vero. Chi ha ragione?

 

RISPOSTA:

La situazione √® pi√Ļ complicata di come sembri.¬†
La proposizione concessiva sintatticamente integrata nella stessa frase della reggente non ammette il modo condizionale, al pari della proposizione ipotetica. Da questo punto di vista sembrerebbe aver ragione la sua collega, che, per√≤, sbaglia nel proporre come soluzione la sostituzione del condizionale con il congiuntivo (riuscirebbe¬†>¬†riuscisse); cos√¨ facendo, infatti, si stravolgerebbe il senso della frase, trasformando un’affermazione incerta (anche se riuscirebbe) in una concessione (anche se riuscisse). La soluzione, invece, √® la separazione della concessiva dal resto della frase attraverso il punto fermo (o al limite il punto e virgola):¬†“Non √® cos√¨ facile per Daniela trovare un nuovo lavoro. Anche se¬†riuscirebbe a vendersi bene al colloquio”. In questo modo la concessiva diviene una pseudo-subordinata, ovvero una proposizione indipendente che sembra una subordinata. In quanto indipendente, pu√≤ prendere qualsiasi modo e tempo utile a esprimere quello che l’emittente intende, senza vincoli sintattici.¬†
L’espressione¬†anche se, quindi, ha la funzione di locuzione congiuntiva all’interno della stessa frase, di connettivo (o segnale discorsivo) se introduce una frase autonoma.
Proprio qui sta il suo errore, nell’aver usato il connettivo come una congiunzione. Si tratta di un errore meno grave di quello che scaturirebbe dalla sostituzione del condizionale con il congiuntivo, perch√© nella forma usata da lei il senso della frase √® ricostruibile dal ricevente con un po’ di sforzo, mentre nella forma proposta dalla sua collega il senso sarebbe irrimediabilmente falsato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo
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QUESITO:

C’√® qualche differenza tra¬†cuocere¬†e¬†far cuocere, verbi che si leggono nelle ricette?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†cuocere¬†pu√≤ essere transitivo (ho cotto la pasta) e intransitivo (la pasta cuoce), ma nell’uso vivo attuale la costruzione transitiva √® sfavorita, probabilmente perch√© l’evento del¬†cuocere¬†√® percepito come intrinsecamente intransitivo: √®, infatti, il cibo che cuoce come conseguenza della somministrazione di calore; del cuoco, al contrario, si preferisce dire che¬†cucina, ovvero ‘prepara i cibi’, anche, ma non soltanto, cuocendoli.¬†In sostituzione di¬†cuocere¬†transitivo si √®, dunque, diffuso¬†far(e) cuocere, per cui, per esempio,¬†fate cuocere per mezz’ora¬†√® preferito a¬†cuocete per mezz’ora.¬†
La costruzione fattitiva (quella con¬†fare) ha anche il vantaggio di sottolineare la durativit√† dell’evento (spesso utile nelle ricette), visto che¬†far cuocere¬†√® molto vicino a¬†lasciare cuocere.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se queste protasi richiedono, nell’oggettiva che segue, il congiuntivo presente o passato o se, come ho sentito dire, entrambe le soluzioni sono accettabili:
1) Se volessi che tu fossi (o sia)…
2) Se credessi / ritenessi / immaginassi che tu fossi (o sia)…
3) Se temessi che tu fossi (o sia)…
4) Se mi meravigliassi che tu fossi (o sia)…

 

RISPOSTA:

Le sue quattro frasi iniziali sono del tutto equivalenti dal punto di vista sintattico. Il dubbio sulla scelta del tempo del congiuntivo deriva dal fatto che¬†l’ipotesi presentata nella proposizione reggente √® situata nel presente (=¬†se¬†oggi¬†volessi / credessi / temessi / mi meravigliassi…) ma √® espressa con un tempo passato, l’imperfetto, in accordo con le regole della proposizione ipotetica.¬†Ricordiamo che secondo la consecutio temporum, particolarmente vincolante per le proposizioni completive, il presente indica contemporaneit√† nel presente, quindi √® coerente con la situazione descritta, l’imperfetto esprime contemporaneit√† nel passato, quindi √® coerente con il tempo che esprime il dubbio nella proposizione ipotetica reggente. L’imperfetto √®, inoltre, attratto dalla costruzione sottostante che sovrappone l’ipotetica alla completiva:¬†se temessi che tu fossi¬†=¬†se tu fossi.¬†
In conclusione, l’imperfetto √® difendibile, ma la scelta pi√Ļ sensata √® il presente, perch√©¬†lo stato dell’essere¬†√®, come detto, contemporaneo rispetto a un evento presente, sebbene espresso con l’imperfetto per una regola sintattica (la costruzione della proposizione ipotetica).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

“Domani chiamo” o “domani chiamer√≤”?

 

RISPOSTA:

La differenza √® di registro: il presente √® pi√Ļ colloquiale; il futuro pi√Ļ formale. Per un approfondimento pu√≤ consultare la risposta “Presente o futuro” dell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

a) “Marco, Giovanni e Luca sono amici e tutti e tre musicisti. Il solo Giovanni √® anche un affermato paroliere”.
b) “Marco, Giovanni e Luca sono tutti e tre musicisti. Ad essere anche un paroliere √® il solo Giovanni”.

Vi chiedo se le due costruzioni dell’aggettivo¬†solo, prima in funzione di soggetto, poi in funzione di complemento, sono valide. Per ci√≤ che concerne la seconda frase, gli avverbi¬†solo¬†e¬†soltanto¬†sarebbero certamente pi√Ļ usuali, ma vorrei sapere se sia comunque corretta la mia scelta.

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†solo¬†preposto al nome e preceduto dall’articolo prende il siginificato di ‘unico, singolo’. Nelle sue due frasi √® costruito correttamente (del resto il sintagma¬†il solo Giovanni¬†si ripete identico) e pu√≤ essere sostituito dagli avverbi¬†solo,¬†solamente,¬†soltanto¬†con praticamente nessuno scarto semantico.¬†Va¬†sottolineato che in entrambe le frasi¬†il solo Giovanni¬†√® soggetto, e in entrambi i casi del verbo¬†√®¬†(nella seconda frase si noti¬†√® il solo Giovanni, ovvero¬†il solo Giovanni √®). La differenza tra la prima e la seconda frase √® il diverso modo di focalizzare il sintagma¬†il solo Giovanni, con¬†il solo, che gi√† di per s√© concentra l’attenzione sul sintagma che lo contiene, o costruendo una frase scissa (o pi√Ļ precisamente scissa invertita: la scissa sarebbe¬†√® il solo Giovanni a essere…), che isola il sintagma all’interno di una proposizione presentativa, introdotta dal verbo¬†essere, completata da una subordinata relativa (o pi√Ļ precisamente pseudorelativa) implicita che contiene l’informazione¬†essere un paroliere. Come si pu√≤ vedere, l’informazione contenuta nella proposizione pseudorelativa √® rappresentata come nota (l’emittente, cio√®, presume che il ricevente abbia gi√† in mente tale concetto);¬†il concetto, per√≤, non √® stato introdotto prima, quindi la presunzione potrebbe essere sbagliata e il ricevente potrebbe non essere in grado di collegare il concetto di¬†essere un paroliere¬†con quello di¬†sono musicisti. La scelta comunque rimane¬†accettabile perch√© il¬†concetto di¬†paroliere¬†√® in qualche modo estraibile da quello di¬†musicisti, o almeno diventa estraibile da parte del ricevente quando viene introdotto come noto. Pi√Ļ difficile da interpretare, al limite dell’incoerenza, sarebbe stata una costruzione come¬†“Marco, Giovanni e Luca sono tutti e tre musicisti. Ad essere anche un autista √® il solo Giovanni”, laddove¬†“Marco, Giovanni e Luca sono amici e tutti e tre musicisti. Il solo Giovanni √® anche un autista” sarebbe rimasta del tutto coerente perch√© l’informazione¬†essere un autista¬†√® presentata non come nota, ma come nuova (pur con la focalizzazione dell’attenzione su¬†il solo Giovanni).
Per un approfondimento sulla frase scissa √® possibile consultare l’archivio di DICO usando la parola chiave¬†frase scissa.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Articolo
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QUESITO:

Come bisogna analizzare¬†freddo¬†nella frase “Oggi fa freddo”? √ą un soggetto oppure un complemento oggetto?
E la frase “Si vendono appartamenti” √® impersonale o riflessiva?

 

RISPOSTA:

Le espressioni¬†fa freddo,¬†fa caldo, come anche¬†fa giorno¬†e¬†fa notte, sono del tutto assimilabili ai verbi atmosferici (piove,¬†nevica…); vanno, quindi, analizzate complessivamente come forme verbali impersonali.
Nella frase “Si vendono appartamenti” il verbo non pu√≤ essere impersonale perch√© √® plurale. Per definizione, infatti, il verbo impersonale √® sempre alla terza persona singolare. La frase, pertanto, equivale ad¬†appartamenti sono venduti¬†e il verbo √® passivo. Attenzione, passivo, non riflessivo: gli appartamenti, infatti, non vendono s√© stessi, ma sono venduti da qualcuno che non √® esplicitato. La differenza tra¬†si¬†passivante e impersonalizzante √® oggetto di diverse risposte consultabili nell’archivio di DICO usando la parola chiave¬†impersonale. L’ultima risposta sull’argomento in ordine cronologico √® la seguente “Riflessivo, passivato o intransitivo pronominale“.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale
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QUESITO:

Mi piacerebbe portare alla vostra attenzione tre considerazioni relative alle proposizioni introdotte da vorrei che.

Prima considerazione.
Parto dal presupposto che siamo stati tutti (o quasi) abituati a usare il congiuntivo imperfetto, anche per azioni presenti o future, per i verbi indicanti opportunità, desiderio, volontà formati con il condizionale presente:
Vorrei che fosse estate.
Come suggerisce la Grammatica di Serianni, tuttavia, la “dipendente si costruisce col congiuntivo imperfetto pi√Ļ spesso che con il congiuntivo presente”. Da ci√≤ ricavo che la frase “Vorrei che sia estate”¬†
abbia una sua validità. 
Curiosando in rete, mi sono imbattuto in teorie secondo le quali la scelta tra i due tempi possibili non derivi da preferenze stilistiche o di consuetudine d’uso, ma da ragioni semantiche ben precise. In sostanza, se il nostro¬†vorrei¬†√® espressione di desiderio, via libera per il congiuntivo imperfetto; se, invece, √® una forma edulcolorata di¬†voglio, meglio il congiuntivo presente.

Seconda considerazione. 
Accantonando per il momento i temi finora affrontati, catalogare verbi come¬†volere,¬†desiderare,¬†gradire¬†√® abbastanza semplice. Ma non per tutti i verbi ‚Äď quantomeno per me ‚Äď lo √®. Prendiamo ad esempio le seguenti costruzioni:

1. Da una provocazione del genere, ci si aspetterebbe che domani la controparte reagisca / reagisse.  
2. Non accetterei che nei prossimi giorni Paola non si presenti / presentasse all’appuntamento.¬†

Forse è un mio deficit, ma i due imperfetti non mi paiono così stonati anche in un contesto di azione presente-futura. 

Terza e ultima considerazione.
Ho recentemente avuto un bonario contradditorio con un amico, appassionato, come me, di lingua italiana. Egli sostiene che una frase quale “Vorrei un’auto che avesse il cambio automatico” non ammetta varianti per la subordinata. Fermo restando che io stesso confermerei tale scelta sintattica, il focus, in questo caso, a mio avviso si sposta dai temi affrontati fin qui mettendo in evidenza la proposizione relativa. Riterrei corretta, bench√© inusuale, anche la costruzione “Vorrei un’auto che abbia il cambio automatico”.

 

RISPOSTA:

La spiegazione semantica della differenza tra congiuntivo presente e imperfetto nella completiva retta da¬†vorrei¬†√® piuttosto debole: distinguere tra¬†vorrei¬†forma di cortesia di¬†voglio¬†e¬†vorrei¬†forma sinceramente desiderativa √® una sofisticazione irrealistica. Stabilito che la ragione della preferenza per l’imperfetto nella completiva non √® di natura semantica, non √® comunque facile stabilire quale sia la ragione effettiva. Un fattore determinante √® certamente il modello del periodo ipotetico, che induce il parlante ad associare meccanicamente il condizionale presente al congiuntivo imperfetto. A questo si aggiunge la funzione pragmatica del condizionale, spesso usato per ridurre la partecipazione psicologica del parlante all’evento (vorrei¬†= ‘voglio se √® possibile’) e quindi coerente con l’allontanamento dell’evento dal presente operato dall’imperfetto. Si potrebbe obiettare che simili ragioni dovrebbero operare su tutte le reggenze, non soltanto su quelle dei verbi di desiderio, opportunit√†, necessit√†; a tale obiezione, per√≤, √® facile rispondere: tali verbi sono di gran lunga i pi√Ļ usati al condizionale per reggere una completiva e, per la verit√†, l’imperfetto √® considerato un’alternativa valida anche nei rari casi di verbi non rientranti in queste categorie. Un esempio di quest’ultima osservazione √® rappresentato dalle sue due frasi con¬†ci si aspetterebbe¬†e¬†non¬†accetterei. La seconda, per la verit√†, non √® utile perch√©¬†accettare¬†√® molto vicino a¬†volere, come¬†non accettare¬†√® vicino a¬†rifiutare, ovvero a¬†non volere¬†(questo a dimostrazione del fatto che √® difficile costruire esempi di verbi al condizionale che reggono completive e non esprimono desiderio, opportunit√†, necessit√†).¬†Aspettarsi¬†√® il tipico verbo che viene usato come controesempio per dimostrare che nella completiva dipendente da un condizionale presente si usa di norma il congiuntivo presente. Ebbene, anche in questo caso l’imperfetto “suona” accettabile, se non addirittura preferibile, a dispetto della norma della consecutio temporum secondo cui il condizionale presente funziona come l’indicativo presente, per cui¬†ci si aspetterebbe che reagisca¬†=¬†ci si aspetta che reagisca. Visto che i parlanti sentono come pi√Ļ appropriato il congiuntivo imperfetto in quasi tutti i casi, compreso questo, il congiuntivo imperfetto si pu√≤ considerare accettabile; la norma della consecutio, comunque, vige ancora, per cui in un contesto formale √® meglio costruire la frase con il congiuntivo presente (ovviamente nei pochi casi di verbi non di desiderio, opportunit√†, necessit√†). Al contrario, sebbene non si possa definire errato il congiuntivo presente in dipendenza da verbi di desiderio, opportunit√†, necessit√† al condizionale, questa scelta √® rischiosa perch√© verrebbe giudicata come errata dalla maggioranza dei parlanti.
La frase “Vorrei un’auto che avesse il cambio automatico” √® sintatticamente non giustificata. La proposizione relativa √® indipendente dalla consecutio temporum, per cui l’imperfetto al suo interno indica proprio un evento o uno stato passato. La frase cos√¨ costruita, quindi, lascia intendere che il parlante voglia adesso un’auto che in passato aveva il cambio automatico. Una vera bizzarria. La costruzione pi√Ļ attesa, pertanto, √® “Vorrei un’auto che abbia il cambio automatico” (o anche, in un contesto pi√Ļ colloquiale,¬†che ha il cambio automatico, non certo *che aveva il cambio automatico). Ovviamente, su questa frase agisce l’influenza della costruzione discussa sopra¬†vorrei che¬†+ congiuntivo imperfetto (vorrei che la mia auto avesse…), ma in questo caso il modello √® fuorviante e va tenuto distinto da questa costruzione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
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QUESITO:

Vorrei presentarvi alcune costruzioni per chiedere lumi circa il pronome.
“Poteva anche essere un semplice amico, visto il calore con cui lui / egli / questo¬†l’aveva salutata”.¬†A prescindere dalla scelta tra¬†lui¬†/¬†egli¬†/¬†questo¬†– che suppongo libera senza tema di incorrere in un errore -, il pronome √® consigliato o facoltativo?
“Domandami se io sono/sia d’accordo”. Come sopra. L’inserimento del pronome pu√≤ avere una funzione enfatica se si opta per l’indicativo presente? Nel caso invece si opti per il congiuntivo, immagino che esso sia obbligatorio per disambiguare il riferimento alla persona.
“Camminando da solo per il parco che lui amava, pensai ai ricordi pi√Ļ vivi di mio padre”.¬†L’anticipazione del pronome √® corretta?
Infine, mi piacerebbe conoscere quali sono i contesti sintattici in cui l’inserimento del pronome √® non gi√† facoltativo o sconsigliato, ma addirittura errato.

 

RISPOSTA:

Nella prima frase il pronome √® superfluo perch√© il soggetto della proposizione relativa coincide con quello della proposizione reggente. Si pu√≤, comunque, inserire per enfatizzare il soggetto (per esempio per esprimere un contrasto:¬†lui¬†diversamente da un altro)¬†o disambiguarne l’identit√† nel caso in cui ci siano pi√Ļ referenti possibili. La differenza tra¬†lui¬†e¬†egli¬†√® diafasica:¬†egli¬†√® pi√Ļ formale;¬†questo¬†accentua la distinzione con un¬†quello¬†eventualmente presente nel cotesto pi√Ļ ampio. Per ottenere una sfumatura distintiva si pu√≤ optare anche per¬†questi¬†o¬†costui, pronomi dimostrativi soggetto singolari di sapore letterario.
Nella seconda frase √® vero che il pronome √® superfluo (ma comunque possibile per le stesse ragioni viste per la prima frase) se si usa l’indicativo; se si usa il congiuntivo, invece, esso non √® obbligatorio, ma consigliabile. Per convenzione √® obbligatorio soltanto quando il soggetto del congiuntivo presente o imperfetto √® di seconda persona (se tu sia,¬†se tu fossi).
Nella terza frase l’anticipazione, o catafora, √® possibile, quindi corretta.
Un pronome può essere superfluo, come nei casi commentati sopra, ma difficilmente il suo inserimento può essere giudicato errato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome
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QUESITO:

Se dico “E tu non la condividi?” oppure “E tu la condividi?” la domanda ha sempre lo stesso significato?¬†Se rispondo si a queste due domande la risposta ha il medesimo significato?

 

RISPOSTA:

In una domanda che comincia con la negazione, quasi sempre essa ha soltanto funzione retorica, che punta a indirizzare l’interlocutore a rispondere positivamente (quindi a condividere). La risposta alla domanda con negazione, pertanto, sar√† la stessa di quella data alla domanda senza negazione.¬†In altre parole, una domanda come¬†non la condividi?¬†equivale quasi sempre a¬†la condividi, no?¬†A questa domanda, pertanto, si risponder√† allo stesso modo in cui si risponderebbe alla semplice domanda¬†la condividi?, ovvero¬†s√¨¬†nel caso in cui la si condivida,¬†no¬†nel caso in cui non la si condivida.
La possibilit√† che la negazione sia effettiva, e non retorica, √® remota (nel caso i parlanti cercheranno di formulare la domanda diversamente); per evitare ambiguit√†, comunque, si pu√≤ espicitare il senso della risposta, per esempio “S√¨, la condivido” o “No, non la condivido”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Retorica
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QUESITO:

Rivolgendosi ad una persona di sesso maschile con il pronome di cortesia¬†lei¬†√® corretto dire¬†l’avrei chiamato?

 

RISPOSTA:

La questione √® stata affrontata nella risposta n. “Lei”, “voi”, “loro” , che si pu√≤ leggere nell’archivio di DICO. La situazione √® cos√¨ esemplificata: “Signor Bianchi, la ho (l’ho) chiamata¬†perch√© lei mi sta¬†simpatico“. In altre parole, l’aggettivo¬†concorda al maschile (simpatico), il participio passato del verbo composto con ausiliare¬†avere¬†e preceduto dal pronome (la) concorda al femminile (chiamata). Il participio passato del verbo composto con ausiliare¬†essere, invece, concorda al maschile (si comporta, cio√®, come un aggettivo): “Signor Bianchi, sono contento che lei sia¬†arrivato“.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Parlando col diretto interessato si potrebbe dire “Spero che stai bene”? Oppure ci¬†vuole sempre il congiuntivo?

 

RISPOSTA:

L’indicativo √® corretto ma pi√Ļ trascurato: la scelta dipende dal registro che si vuole usare. Per approfondimenti sulla proposizione oggettiva retta dal verbo¬†sperare pu√≤ vedere anche le risposte¬†“Spero che pu√≤, possa o potrebbe” e “Spero che i dati”¬†dell’archivio di DICO.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

Sto preparando un concorso e la banca dati è priva di risposte esatte. Ho qualche dubbio sulle seguenti 10 domande di grammatica.

1) Quale delle seguenti frasi contiene un pronome indefinito?
a) Colui che parla è un buffone qualunque
b) Vado matto per certi tuoi dolci!
c) Riceveremo dei bei regali
d) Qualsiasi mezzo sarà buono per venire al mare
e) Quel tuo amico non mi ha detto niente

2) In quale delle seguenti frasi è presente un pronome personale con funzione di complemento?
a) Io e Giulia frequentiamo un corso di lingua tedesca
b) Credi a me, lo hai punito abbastanza
c) Luca ha preso in prestito tre libri dalla biblioteca
d) Quelle calze colorate potrebbero piacere molto a mia nipote
e) Egli non mi dà alcuna garanzia di riuscita

3) In quale delle seguenti frasi è presente un pronome personale con funzione di complemento?
a) Beati i miei cugini , che vanno tutti gli inverni per due settimane sulla neve!
b) Sono rimasta scioccata all’idea che pure lei, la mia vicina di casa, si √®¬†sposata!
c) Persino lui capì che dovevamo cambiare il nostro modo di fare!
d) Voi siete  colleghe dilavoro di mia sorella?
e) Potete contare sempre su di noi, anche se non ci facciamo vivi spesso

4) In quale delle seguenti frasi la particella pronominale “si” svolge la¬†funzione di riflessivo apparente?
a) Prima di uscire Linda si accertò che tutto fosse in ordine come voleva lei
b) Si narrano molte leggende sull’origine di quel lago
c) All’uscita da scuola Nina e Piero si aspettano a vicenda
d) Il raffreddore si attacca molto facilmente
e) Marta si macchiò le mani con il toner della fotocopiatrice

5) In quale delle seguenti frasi è presente un verbo intransitivo pronominale?
a) Mio figlio si agita sempre tanto e ciò succede ogni volta che incontra il tuo 
b) Giulia si impossessò della mia comoda poltrona e lì si addormentò
c) Non appena vi ha visti, lo zio vi ha salutati molto calorosamente
d) Per cucinare in casa mia si usano solo prodotti macrobiotici e di origine vegetale
e) Si inoltrer√† la pratica inerente il tuo nuovo contratto di lavoro all’ufficio¬†competente

6) In quale delle seguenti frasi è presente un verbo alla forma passiva?
a) Un abile chirurgo di fama internazionale operò con successo mia zia
b) Durante quell’alluvione andarono perse numerose opere d’arte
c) Quel museo chiuderà per molto tempo al pubblico a causa di ingenti lavori di restauro
d) Studenti di una scuola francese attendono ancora di ricevere una lettera dagli alunni della II E
e) Se continuer√† a non studiare non andr√† in vacanza durante l’estate

7) In quale delle seguenti frasi è presente una preposizione impropria?
a) A colazione siamo soliti mangiare dei biscotti al cioccolato e bere del latte caldo
b) Potr√† presentare le sue rimostranze presso l’ufficio reclami
c) Purtroppo mi si è già rotta la montatura degli occhiali
d) Tutti sono venuti a sapere del coraggio che hai dimostrato in quell’impresa
e) I tuoi genitori desiderano sopra ogni cosa la tua felicità

8) In quale delle seguenti frasi “che” ha funzione di complemento¬†oggetto?
a) Ho appena finito di leggere il libro che mi è stato regalato per Natale
b) Pirro capì che aveva perso molti uomini in battaglia
c) Mio padre non ha compreso una sola parola di ciò che è stato detto
d) Cesare pensò di rendere onore ai nemici che aveva sconfitto
e) Dobbiamo continuare a camminare ora che siamo quasi arrivati

9) Quale delle seguenti frasi contiene un pronome relativo?
a) Non so chi sia la persona alla tua destra
b) Da questo colle vedremo l’orso che esce dalla sua tana
c) Mi chiedo quale sia la data del prossimo colloquio
d) Mario crede che tu sia ancora all’estero
e) Penso che tu comprenda quale sensazione io stia provando

10) Che tipo di proposizione contiene la frase “Resta pure a casa fino¬†all’ora di cena, perch√© non √® importante che tu venga per la¬†riunione”?
a) Consecutiva
b) Temporale
c) Concessiva
d) Finale
e) Soggettiva 

 

RISPOSTA:

Come spesso avviene con questo tipo di domande così puntuali, la risposta può essere non univoca. Alcune delle domande, infatti, ammettono una doppia risposta.
1) = e): il pronome indefinito è niente.
2) = b): il pronome personale complemento √®¬†lo, ma anche¬†me¬†si trova all’interno di un complemento.
3) = e): il pronome è noi.
4) = e).
5) = a) e b). Sono verbi intransitivi pronominali agitarsi, impossessarsi, addormentarsi.
6) = b): andarono perse (ovvero furono perse).
7) = b): presso, e e): sopra.
8) = d).
9) = b).
10) = e). La proposizione è che tu venga per la riunione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se l’uso del condizionale √® corretto nella seguente relativa¬†all’interno di periodo ipotetico: “non si aspettavano che, se avessero pubblicato¬†il video, tutte le persone che lo avrebbero visto avrebbero riempito di insulti la¬†vittima”; √® forse preferibile il congiuntivo¬†avessero visto?

 

RISPOSTA:

Il congiuntivo √® possibile, ma non necessariamente preferibile; da una parte eleva il registro, dall’altra rende possibile l’interpretazione ipotetica della relativa. Con il congiuntivo, cio√®,¬†che lo avessero visto¬†rimane a met√† tra la relativa e la ipotetica (se lo avessero visto); con il condizionale passato, invece, l’unica interpretazione possibile √® relativa. Il congiuntivo trapassato, inoltre, rappresenta l’evento del¬†vedere¬†come precedente a quello del¬†riempire¬†(o come la condizione che determina quella conseguenza se interpretiamo la relativa come ipotetica); il condizionale passato, invece, rappresenta l’evento come successivo al¬†pubblicare¬†al pari del¬†riempire. Le sfumature semantiche sono da valutare attentamente nello scritto formale; in contesti pi√Ļ immediati, invece, emerge soprattutto la differenza di registro tra le soluzioni.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coesione, Registri, Verbo
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QUESITO:

n

RISPOSTA:

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QUESITO:

Vi interpello a proposito della posizione e della funzione che possano, di volta in volta, assumere nomi e pronomi all’interno di un periodo. Partiamo con le seguenti costruzioni:
1A) Se non potesse farti una visita, Marco potrebbe telefonarti?
1B) Se Marco non potesse farti una visita, potrebbe telefonarti?
2A) Quando lui le passò accanto, Donatella lo guardò con attenzione.
2B) Quando lui passò accanto a Donatella, lei lo guardò con attenzione.
Nonostante il significato sia il medesimo, quale costruzione consigliereste?
Procediamo con il secondo e ultimo caso:
3) Ognuno all’occorrenza presenterebbe la propria motivazione. Queste / Esse sarebbero quindi valutate da una commissione speciale.
Queste¬†/¬†Esse¬†si riferiscono alle¬†motivazioni¬†considerate nella loro totalit√† (e ci√≤ mi pare che sia facilmente arguibile dalla semantica della frase). Ma a livello grammaticale √® corretto usare un pronome plurale per riferirsi a un soggetto o a un complemento che, come nell’esempio sopraindicato, √® al singolare?

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda le frasi 1 e 2 la preferenza √® legata al contesto in cui le frasi sono inserite, visto che sono tutte ugualmente corrette. La frase 1A ritarda la presentazione di un elemento (Marco) introducendolo la prima volta con una ellissi (se non potesse); la 2A fa quasi lo stesso, ma usa un pronome (le) che rimanda alla presentazione successiva¬†(Donatella) dell’elemento anticipato, e vieve detto per questo¬†cataforico. Nella frase 1B, al contrario, l’elemento viene presentato fin da subito in forma piena, e poi ripreso nella 1B con una ellissi (potrebbe); nella 2B, infine, l’elemento introdotto √® ripreso con un pronome (lei) che rimanda all’indietro, e viene detto per questo¬†anaforico.
La costruzione cataforica √® pi√Ļ insolita e sorprendente; √® adatta allo scritto pi√Ļ che al parlato, e in particolare a uno scritto in cui spicchi la funzione poetica, ovvero l’uso della lingua a scopo estetico, per suscitare emozioni nel lettore.
Nella frase 3 la concordanza tra il nome singolare (motivazione) e un¬†pronome plurale (queste¬†o¬†esse) √® al limite dell’accettabilit√†. Per quanto¬†Ognuno… la propria motivazione¬†sia logicamente assimilabile a¬†tutti… le proprie motivazioni, grammaticalmente l’accordo √® scorretto. Preferibile √®, pertanto,¬†Questa / Essa sarebbe quindi valutata…, oppure, appunto,¬†Tutti… le proprie motivazioni. Queste / Esse sarebbero quindi valutate…¬†Possibile anche una soluzione di compromesso:¬†Ognuno… la propria motivazione. Tutte le motivazioni presentate sarebbero quindi valutate…
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Riconosco di incontrare talvolta un qualche problema nel risalire alla cosa o alla persona cui si riferisce il ne. Un esempio è questo:
1a) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© ne acquisisca il metodo”.
Ecco: chi deve acquisire il metodo di chi?
Supporrei che sia Giulia a dover imparare da Valentina. Nel caso la mia interpretazione sia giusta, se volessimo ribaltare i ruoli, dovremmo escogitare formule pi√Ļ precise (ma meno snelle) come
1b) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© questa acquisisca il metodo di quella” oppure basterebbe
1c) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© quest’ultima ne acquisisca il metodo”?
Mi chiedo inoltre se la grammatica ci dia regole ferree a tal proposito, oppure se ci si possa sempre affidare alla logica.
Porto un altro esempio che mi è capitato di formulare:
2a) “Bisogna associare l’autorimessa all’appartamento, affinch√© ne diventi pertinenza”.
Seguendo la sola logica, la frase √® di immediata comprensione: l’unico immobile destinato a diventare pertinenza pu√≤ essere l’autorimessa. Ma prescindendo dalla logica, la frase √® corretta sotto il profilo sintattico?
Se essa fosse stata costruita diversamente, invertendo le posizioni dei complementi, per ottenere lo stesso messaggio, avremmo potuto scrivere
2b) “Bisogna associare l’appartamento all’autorimessa, affinch√© quest’ultima diventi la sua pertinenza”?

 

RISPOSTA:

Il collegamento tra i pronomi e i nomi (o gli altri pronomi) a cui questi si riferiscono √® un punto in cui la grammatica incontra la testualit√†. Da una parte, infatti, abbiamo l’accordo morfologico, ovvero l’adattamento del pronome al nome a cui si riferisce (nel caso di¬†ne¬†questo adattamento non si vede, perch√© questo pronome √® invariabile), dall’altra abbiamo la coreferenza, ovvero la capacit√† di pi√Ļ parole di rimandare allo stesso referente. Nella sua frase 1a, per esempio,¬†Valentina¬†e¬†ne¬†rimandano allo stesso referente, che √® la persona di Valentina. La coreferenza richiede sempre un minimo di sforzo interpretativo da parte del ricevente, perch√© non √® di per s√© evidente che, rimanendo al nostro esempio,¬†Valentina¬†e¬†ne¬†rimandino alla stessa persona, visto che sono parole cos√¨ diverse.¬†Nella stessa proposizione finale in cui si trova¬†ne¬†c’√® anche un’altra forma coreferenziale: l’ellissi del soggetto di¬†acquisisca. L’ellissi √® una forma coreferenziale perch√© rimanda a un referente presentato attraverso un nome da qualche parte nella stessa frase (come in questo caso), oppure in un’altra frase del testo. Risalire alla parola con cui l’ellissi √® coreferente √® in teoria molto difficile, proprio perch√© l’ellissi si realizza come la sottrazione di una parola o un gruppo di parole (o sintagma).¬†
Per favorire l’interpretazione coreferenziale da parte del ricevente, ovvero il corretto rimando da un pronome, o da un’ellissi, all’elemento coreferente, l’emittente deve rispettare alcune regole nella costruzione della frase. La coreferenza, quindi, coinvolge anche la sintassi. Nell’esempio, il dubbio sul collegamento tra¬†ne¬†e¬†Valentina¬†potrebbe nascere a causa della presenza, nella proposizione reggente, di due nomi in astratto collegabili a¬†ne:¬†Giulia¬†e¬†Valentina,¬†e dall’ellissi del soggetto del verbo¬†acquisire. In questa situazione, il ricevente potrebbe rimanere nel dubbio su chi sia che deve acquisire il metodo da chi. Tale dubbio √® risolto immediatamente dalla regola secondo cui il soggetto ellittico di una subordinata deve coincidere con il soggetto della proposizione reggente. Ne consegue che il soggetto di¬†acquisisca¬†√® lo stesso di¬†studi, ovvero¬†Giulia. Per esclusione, quindi,¬†ne¬†rimanda a¬†Valentina. Lo stesso vale per la frase 2a: il soggetto di¬†diventi¬†deve essere¬†l’autorimessa, quindi¬†ne¬†rimanda all’appartamento.
Il suo ragionamento sull’inversione dei ruoli sintattici nelle subordinate √® corretto: per farlo bisogna esplicitare il soggetto delle subordinate, attraverso un pronome (come nelle frasi 1b e 2b) o anche attraverso un sintagma nominale, per esempio:¬†“Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√©¬†Valentina¬†acquisisca…”. Una volta esplicitato il soggetto della subordinata, si pu√≤ usare anche¬†ne¬†per rimandare all’altro possibile elemento coreferente, non pi√Ļ ambiguo, come nella frase 1c.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Nome, Pronome, Retorica
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QUESITO:

Ho qualche dubbio in merito alla seguente affermazione. Il¬†vogliate¬†che spesso si usa all’interno di questa frase non mi convince:
“Nel caso in cui aveste ricevuto questo mail per errore, vogliate avvertire il mittente al pi√Ļ presto a mezzo posta elettronica e distruggere il…”

 

RISPOSTA:

La forma √® pienamente legittima, sebbene adatta a contesti molto formali o burocratici. Si tratta del congiuntivo presente, seconda persona plurale, del verbo¬†volere, qui con la funzione esortativa, ovvero finalizzato a indurre il ricevente a fare una certa azione. Il congiuntivo esortativo √® la forma che sostituisce l’imperativo in contesti formali; l’alternativa a¬†vogliate avvertire, infatti, √®¬†avvertite, decisamente pi√Ļ diretta e aggressiva.
L’accordo al maschile con il nome¬†mail¬†(ma in realt√† dovrebbe essere¬†e-mail, o¬†email) √® al limite dell’accettabilit√†. Il nome¬†e-mail¬†√® comunemente femminile, per cui ci si aspetterebbe¬†questa e-mail, non¬†questo mail. Il maschile non si pu√≤ definire un errore in assoluto, visto che il genere dei prestiti dall’inglese √® soggetto a oscillazione, ma visto che questo nome √® saldamente femminile, il maschile appare discutibile.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il verbo tra parentesi si può omettere, andrebbe esplicitato, oppure la scelta è facoltativa indipendentemente dalla formalità del discorso?
1) Non riesco a dirle tutto ciò che vorrei (dirle).
2) Ho detto ciò che dovevo (dire).

 

RISPOSTA:

La ripetizione del verbo è ridondante ma non scorretta. La scelta dipenderà dal gusto del parlante.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Verbo
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QUESITO:

Quale tra le due espressioni √® la pi√Ļ formale?
– Dottore mi dispiace disturbarla;
– Dottore mi dispiace disturbarlo.

 

RISPOSTA:

Quando si d√† del lei a una persona, i pronomi vanno concordati con¬†lei, mentre gli aggettivi si concordano con la persona a cui ci si rivolge; quindi “Dottore, mi dispiace¬†disturbarla, perch√© so che lei √®¬†occupato“. La variante¬†dottore, … disturbarlo¬†√® scorretta, a meno che non ci si riferisca a un’altra persona: “Dottore, mi dispiace disturbarlo¬†ma potrebbe passarmi¬†suo figlio?”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome
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QUESITO:

Vorrei sottoporvi la seguente frase:
“Preferirei che gli regalassero qualcosa che usa / userebbe / usasse volentieri”.
In questa frase possono essere utilizzati tutti e tre i modi verbali in parentesi? Oppure qual è quello giusto da adottare?

 

RISPOSTA:

Tutte e tre le forme sono corrette; ognuna produce un significato diverso, adatto a situazioni diverse.
Normalmente la proposizione relativa richiede il modo indicativo se descrive un fatto o il condizionale se descrive un evento condizionato. Nella sua frase, pertanto,¬†usa¬†indica che il¬†qualcosa¬†regalato √® effettivamente usato dal destinatario del regalo. Si tratta di una situazione a rigore illogica, perch√© il destinatario non pu√≤ usare un oggetto prima che gli sia regalato; a meno che chi parla non si stia augurando (ma non sembra che sia cos√¨) che al destinatario sia regalato qualcosa che gi√† possiede. La frase pu√≤ comunque essere interpretata con meno rigore, attribuendo a¬†qualcosa¬†il significato di ‘qualcosa di un certo genere’: in questo modo l’illogicit√† sparisce, perch√© l’emittente si sta augurando che il destinatario riceva un oggetto di un genere che usa volentieri. Ovviamente, l’imprecisione abbassa il livello di formalit√† della frase, che risulta leggermente trascurata.
Il condizionale¬†userebbe¬†indica che l’uso del¬†qualcosa¬†√®, appunto, condizionato dalla ricezione del regalo:¬†… qualcosa che userebbe¬†(se gli venisse regalato). Questa opzione non presenta difficolt√†.
Il congiuntivo¬†usasse¬†ricalca il senso dell’indicativo, a cui aggiunge una sfumatura consecutivo-finale che fa sparire automaticamente l’illogicit√†:¬†… che usasse¬†= ‘che comportasse come conseguenza che il destinatario lo usi’.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
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QUESITO:

Quale delle due frasi è corretta?
– Intanto il fiume scava l’alveo dove scorre finch√© non si DISPERDE oltre la foce.
– Intanto il fiume scava l’alveo dove scorre finch√© non si DISPERDA oltre la foce.

 

RISPOSTA:

La proposizione temporale introdotta da¬†finch√© (non)¬†ha un comportamento peculiare. Quando descrive un evento al presente ammette sia l’indicativo sia il congiuntivo, anche se il congiuntivo risulta un po’ forzato. Quando descrive un evento futuro, ammette soltanto l’indicativo (futuro) se descrive un evento che continua fino a un punto; ammette sia l’indicativo (futuro), sia il congiuntivo (presente) se descrive un evento che avviene a un certo punto.
Di conseguenza, se la frase rappresenta l’evento come attuale, continuamente presente, √® preferibile¬†finch√© non si disperde; se, invece, la frase rappresenta l’evento come futuro, perch√© l’emittente sta immaginando che il fiume alla fine, quando non sar√† pi√Ļ visibile, si disperder√† nel mare, √® possibile usare il congiuntivo¬†si disperda¬†o l’indicativo futuro¬†si disperder√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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QUESITO:

Si dice “Professore volevo dirLE una cosa” o “… volevo dirGLI”?
E poi √® corretto¬†“Mi scuso per il ritardo” oppure “Mi scusi per il ritardo”.

 

RISPOSTA:

Quando si d√† del¬†lei¬†a qualcuno, si mantiene il¬†lei¬†anche nei complementi indiretti. Quindi √® corretto¬†professore, volevo dirle. La variante¬†professore, volevo dirgli¬†significa ‘volevo dire a lui’, quindi rimanda a una ulteriore persona di sesso maschile.
Mi scuso¬†e¬†mi scusi¬†sono entrambe corrette: la prima √® all’indicativo, quindi descrive un’azione del soggetto (il soggetto dichiara di scusarsi); la seconda √® al congiuntivo, detto¬†esortativo, quindi descrive una richiesta del soggetto all’interlocutore (il soggetto chiede all’interlocutore di scusarlo).
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Pronome, Registri
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QUESITO:

“Lo mand√≤ in quel luogo affinch√© non potesse pi√Ļ uscire”.
“Lo mand√≤ in quel luogo cosicch√© non potesse pi√Ļ uscire”.
La prima frase contiene una subordinata finale, la seconda una consecutiva. Basta solamente una congiunzione diversa per cambiare la natura di una subordinata?

 

RISPOSTA:

S√¨, basta cambiare la congiunzione per ottenere una proposizione diversa; per esempio: “Non so se arrivo” / “Non so quando arrivo”. Nel suo caso, per√≤, la proposizione rimane finale.
Non c’√® sempre una corrispondenza univoca tra una congiunzione e una proposizione (si pensi a quante proposizioni diverse pu√≤ introdurre¬†che) e¬†cosicch√©, in particolare,¬†pu√≤ introdurre sia una finale sia una consecutiva. Per distinguere le due proposizioni √® sufficiente provare a sostituire¬†cosicch√©¬†con¬†affinch√©: se √® possibile, come nel suo esempio, la proposizione √® una finale; altrimenti √® una consecutiva. Si pu√≤ distinguere la finale dalla consecutiva anche considerando il significato della proposizione. La proposizione finale descrive il fine che il soggetto della reggente aveva in mente quando ha fatto o fa quello che √® descritto nella reggente. Entrambe le sue frasi fanno questo: descrivono il fine per cui il soggetto sottinteso della reggente (lui¬†o¬†lei)¬†mand√≤¬†il complemento oggetto (lo)¬†in quel luogo.
Una consecutiva, invece, descrive una conseguenza dell’evento descritto nella reggente. Una proposizione consecutiva adatta alla reggente delle sue frasi potrebbe essere¬†cosicch√© lui non pot√© pi√Ļ uscire. Come si vede, questa proposizione ci comunica che cosa successe in conseguenza dell’evento del¬†mandare, non qual era stato il fine del¬†mandare. Si noti anche che la proposizione consecutiva non ammette il congiuntivo, al contrario della finale, che, quando √® esplicita, lo pretende.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Congiunzione, Verbo
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QUESITO:

Vi domando se l’aggettivo dimostrativo¬†questo¬†possa essere usato anche in costruzioni al passato per creare, per cos√¨ dire, un effetto di vicinanza, non tanto fisica, quanto ideale.
Sarebbe meglio propendere per quello, oppure, a seconda degli intenti semantici del parlante, entrambi sono ammessi?

1. Marco si mise la mani nei capelli e iniziò a piangere: questo (quel) suo disperarsi non mancò di turbarmi.

2. Quella mattina di maggio, Marco ricominciò a parlare della sua infanzia: questa volta si soffermò sul rapporto conflittuale con la propria madre.

In quest’ultimo esempio, mi sentirei di giustificare¬†questa volta¬†in opposizione a un’ipotetica¬†quella volta, cos√¨ da marcare uno stacco temporale tra due momenti storici distinti (ed entrambi situabili nel passato).

 

RISPOSTA:

L’uso di parole deittiche (cio√® ‘che indicano’) di vicinanza,¬†questo,¬†qui,¬†ora¬†e simili, √® consentito anche nel discorso indiretto al passato per rendere pi√Ļ vivido il racconto, proprio “avvicinando” la situazione. Questa scelta √® alla base del cosiddetto¬†discorso indiretto libero¬†(rimando alla risposta¬† “Apposizioni modali-associative e dintorni” dell’archivio di DICO per un approfondimento su ora).
Nella frase 2 non si può evocare la sua giustificazione per la scelta di questa, visto che la volta coincide con quella mattina, quindi ci si aspetterebbe quella volta. Questa rimane comunque una scelta possibile per la ragione illustrata sopra.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Sintassi marcata
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QUESITO:

In un elenco in cui gli elementi sono separati dal punto e virgola, √® ammisibile che tale segno di punteggiatura preceda la congiunzione¬†e¬†che introduce l’ultimo della serie?
1) La ragazza aveva begli occhi, scuri, profondi; una bocca carnosa, armoniosa; e una cascata fluente di capelli d’ebano.
Posto che la congiunzione in questo esempio si potrebbe omettere, l’accostamento con il punto e virgola √® scorretto?
La virgola, inoltre, prima della proposizione relativa è obbligatoria, facoltativa o errata?
2) Ha salutato i suoi amici, i cui figli sono in vacanza.
3) Ha salutato i suoi amici, i figli dei quali sono in vacanza.
E un’ultima cosa.
Ho la tendenza a inserire la virgola all’interno di frasi in cui credo che essa potrebbe essere tralasciata. Due esempi:
4) Lei osservava il suo riflesso sul lago, e l’autunno accendeva di colori il parco deserto.
5) Mi piacerebbe conoscere la sintassi italiana, e, inoltre, studiare l’etimologia delle parole pi√Ļ diffuse.
La virgola, a differenza della sola congiunzione, mi sembra che segnali meglio lo stacco tra le due proposizioni. √ą un uso sconsigliato?

 

RISPOSTA:

In astratto l’inserimento di un segno di punteggiatura prima della congiunzione¬†e¬†√® legittimo, quando la costruzione e il senso della frase lo richieda; quando, cio√®, la¬†e¬†introduca una parte della frase costruita in modo diverso rispetto alla parte precedente e l’informazione veicolata da questa parte sia solo indirettamente legata a quelle precedenti. Ad esempio: “L’ho invitato per farti un favore; e ti ricordo che non mi sta simpatico”; e anche¬†“L’ho invitato per farti un favore. E¬†ti ricordo che non mi sta simpatico”.
Con la e questo succede non frequentemente (perché questa congiunzione solitamente unisce sintagmi o proposizioni molto solidali): per questo si è generalizzata la falsa regola che non sia possibile far precedere la e da un segno di punteggiatura.
Nella sua frase 1 il caso √® diverso: la¬†e¬†conclude un elenco omogeneo, con membri nominali, ma che¬†al loro interno sono articolati in segmenti pi√Ļ piccoli separati da virgole. Questa situazione giustifica sintatticamente¬†la separazione dell’ultimo membro dell’elenco con il punto e virgola; la solidariet√† tra i membri dell’elenco, per√≤, potrebbe suggerire di evitare non la punteggiatura, ma proprio la¬†e: “La ragazza aveva begli occhi, scuri, profondi; una bocca carnosa, armoniosa; una cascata fluente di capelli d’ebano”. Si tratta, comunque, di una scelta libera.
La virgola che precede la proposizione relativa √® stata pi√Ļ volte trattata nelle risposte di DICO: la rimando alla risposta “Quel ragazzo che parlava a vanvera” o “Quel ragazzo, che parlava a vanvera”?” , ma potr√† trovarne altre cercando le parole chiave esplicativa¬†e¬†limitativa¬†nell’archivio.
Per le frasi 4 e 5 vale quanto detto per la 1: la virgola √® possibile, ma bisogna valutare quanto si vogliono rappresentare come¬†autonome¬†semanticamente le¬†proposizioni coordinate. Il cambiamento sintattico (del soggetto della proposizione, del tipo di sintagma preposizionale…)¬†√® un segnale di autonomia: √® il caso della frase 4, nella quale la proposizione coordinata ha un soggetto diverso da quella precedente. Anche se la sintassi non cambia, per√≤, √® sempre possibile lasciare intendere che la parte introdotta dalla¬†e¬†sia da considerarsi semanticamente non solidale con quella precedente. La frase 5, quindi, pu√≤ ammettere la virgola prima della¬†e, per rappresentare i due eventi come non strettamente collegati (come a dire¬†vorrei fare la prima cosa, e poi vorrei fare anche l’altra cosa).
Bisogna, comunque, chiedersi sempre che cosa si vuole rappresentare, e selezionare gli strumenti adatti di volta in volta allo scopo (si noti in questa stessa frase la virgola prima della e). 
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Congiunzione
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QUESITO:

Qual è la differenza di significato tra queste due affermazioni?
Senza la necessità di pretendere nulla.
Con la necessità di pretendere nulla.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette e identiche dal punto di vista del significato. 
La prima contiene una doppia negazione (senza¬†e¬†nulla) che rinforza il concetto; la seconda presenta come affermativa una circostanza negativa. Quest’ultima costruzione √® normale in altre lingue (come l’inglese), mentre in italiano risulta sgradita ai parlanti, che, invece, preferiscono la doppia negazione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome
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QUESITO:

Quale fra le due affermazioni è corretta da un punto di vista grammaticale?
“Gentile cliente desidero informarti DI AVERE a disposizione”, oppure “CHE HO a disposizione”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette. La prima √® pi√Ļ formale perch√© rispetta la norma, che non √® obbligatoria in questo caso, di usare l’infinito nella subordinata oggettiva quando il suo soggetto coincide con quello della reggente (come in questo caso); la seconda √® accettabile, ma meno appropriata, perch√©, come detto, l’uso dell’infinito non √® obbligatorio (anzi nella comunicazione parlata e nello scritto poco sorvegliato si preferisce l’indicativo) e perch√© la forma della reggente √® simile a quella tipica dei verbi di comando (richiedere,¬†ordinare,¬†imporre…), con i quali vige l’obbligo di usare l’infinito nella subordinata, ma quando il soggetto di quest’ultima coincide con il destinatario dell’ordine (quindi non in questo caso). In altre parole,¬†desidero informarti di avere a disposizione¬†si confonde con¬†desidero richiederti di avere pazienza, nella quale l’inifinito √® richiesto perch√© il soggetto √®¬†tu, non¬†io.
Nella frase c’√® un altro problema: la formula allocutiva¬†gentile cliente¬†stride con¬†il pronome¬†tu; ci si aspetterebbe, invece, il¬†lei¬†(informarla). Dopo il complemento di vocazione iniziale, inoltre, √® richiesta la virgola. Le forme pi√Ļ coerenti, in conclusione, sono “Gentile cliente, desidero informarla di avere a disposizione” (pi√Ļ formale), oppure “Caro cliente, desidero informarti che ho a disposizione” (amichevole).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą sbagliato scrivere¬†cinquant’otto?

 

RISPOSTA:

Le unit√† si uniscono di norma alle decine formando un’unica parola, quindi la forma certamente corretta √®¬†cinquantotto. La variante con l’elisione,¬†cinquant’otto, non rappresenta un errore grave, ma presuppone la forma¬†cinquanta otto, quindi anche¬†cinquanta uno,¬†cinquanta due,¬†cinquanta tre¬†ecc.,¬†che non possono dirsi scorrette, ma sono sfavorite nell’uso, probabilmente perch√© la parola unica rispecchia la forma dei numeri (51,¬†52,¬†53…¬†58), nella quale le cifre nono son separate dallo spazio.
Fabio Ruggiano

 

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QUESITO:

Le mie domande sono connesse, pi√Ļ o meno direttamente, con il periodo ipotetico. Le prime due riguardano i tempi possibili nelle subordinate dipendenti dall’apodosi.
1) Se avessi programmato le ferie, avresti avuto a disposizione tutto il tempo che avresti voluto / volevi / volessi / vuoi (tutti i tempi sono validi?).
2) Se fossi stata un’insegnante, mi sarei premurata di valorizzare gli studenti che avrebbero mostrato / avessero mostrato / mostrassero delle qualit√† (a proposito dell’ultimo esempio. Ammettiamo che tutte le scelte siano giustificabili, quella con il congiuntivo trapassato sarebbe inevitabilmente ancorata al rapporto di anteriorit√† della subordinata con la reggente, oppure potrebbe proiettarsi al futuro ‚Äď come il condizionale passato ‚Äď ma con maggiore rilievo al carattere eventuale dell’evento?).
3) Se fossi obbligata a sporgere denuncia perch√© qualcuno mi ha offesa, mi affiderei poi a un buon avvocato (√® valido l’indicativo nella subordinata dipendente dalla protasi del periodo ipotetico? Per aumentare il livello di formalit√†, si potrebbe optare per il congiuntivo passato o trapassato?).

 

RISPOSTA:

1) Sono valide tutte le forme tranne l’indicativo presente. Quest’ultimo, infatti, non si accorda logicamente con¬†avresti avuto, che √® un tempo del passato. Si noti che la proposizione relativa √® libera dalla consecutio temporum, ma non dalla logica, per cui non √® un problema che l’indicativo presente all’interno della consecutio indichi la contemporaneit√† rispetto al presente (mentre¬†avresti avuto¬†√® passato), ma che la costruzione¬†avresti avuto¬†(nel passato)¬†il tempo che¬†vuoi¬†(adesso) √® contraddittoria.
2) Ancora per incoerenza √® al limite dell’accettabilit√†¬†avrebbero mostrato, perch√©¬†mi sarei premurata¬†√†ncora l’evento al momento stesso in cui avviene, mentre¬†avrebbero mostrato¬†rimanda al tempo successivo. Diventerebbe pienamente logico se al posto di¬†mi sarei premurata¬†ci fosse, per esempio,¬†mi sarei prefissa l’impegno… Le altre due opzioni vanno bene. Il congiuntivo trapassato non pu√≤ riferirsi alla posterit√†; pu√≤, bens√¨, indicare un evento molto improbabile contemporaneo a¬†mi sarei premurata¬†(assumendo la funzione ipotetica), oppure indicare un evento precedente a¬†mi sarei premurata¬†(assumento la funzione temporale). Se attribuiamo al congiuntivo trapassato (o anche all’imperfetto) la funzione ipotetica, la proposizione relativa diviene una relativa impropria ipotetica. Se, invece, intendiamo il trapassato e l’imperfetto come tempi che indicano rispettivamente l’anteriorit√† rispetto al passato e il passato continuato, la relativa rimane non ipotetica. Si noti che anche cos√¨ non possiamo dire che la relativa rispetti la consecutio temporum (in contraddizione con quanto affermato sopra), perch√© i tempi sono usati con¬†il loro significato proprio (l’anteriorit√† rispetto al passato per il trapassato, il passato continuato per l’imperfetto), che, in questo caso, viene a coincidere con le regole della consecutio.
3) L’indicativo va benissimo nella causale in qualsiasi contesto, anche se dipendente da una ipotetica. Questa proposizione, infatti, non ammette di norma il congiuntivo.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se le frasi che seguono sono corrette in contesti formali:
РDa quando era piccola adoravo l’ospedale.
РCome credo già sai / Come credo che tu già sappia.
РCredo che lo stai facendo anche tu  / Credo che lo stia facendo anche tu.
РDa quello che mi ha raccontato mio fratello è una scuola molto bella, dice (oppure mi
dice) che i professori sono molto bravi.

 

RISPOSTA:

Nella prima frase, visto che il soggetto della subordinata √® diverso da quello della reggente √® bene esplicitarlo: “Da quando lei era piccola adoravo l’ospedale”.
Nella seconda e nella terza la variante pi√Ļ formale √® quella con il congiuntivo.
Nella quarta c’√® un problema di punteggiatura: la virgola deve essere sostituita dai due punti o dal punto e virgola (al limite anche da un punto fermo). Inoltre √® preferibile sostituire¬†sono¬†con¬†siano¬†(per la stessa ragione della seconda e della terza frase), anche se il verbo¬†dire¬†√® costruito pi√Ļ spesso con l’indicativo che con il congiuntivo.¬†Dice¬†o¬†mi dice, invece, non influiscono sul livello di formalit√†. Quindi: “Da quello che mi ha raccontato mio fratello √® una scuola molto bella; dice / mi dice che i professori siano molto bravi.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

In questa frase si usano questi e quegli. Non si puo usare questo e quello?

Marco e Gabriele sono molto diversi,¬†questi¬†√® pi√Ļ timido e¬†quegli¬†√® pi√Ļ espansivo. Inoltre¬†a quello¬†piace lo sport e a questo la musica.

 

RISPOSTA:

Questi¬†e¬†quegli¬†sono pronomi rari nell’uso, che possono sostiture i pronomi¬†questo¬†e¬†quello¬†quando hanno la funzione di soggetto (anche se non √® escluso l’uso con funzione di complemento oggetto o altri complementi). L’uso di questi pronomi aumenta il grado di formalit√† del discorso, ma non √® obbligatorio.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Coesione, Pronome, Registri
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QUESITO:

Un insegnante, rivolgendosi agli studenti, dice:‚Äô “Per malattia domani non sar√≤¬†presente per la lezione di scienze”. La frase √® corretta oppure avrebbe dovuto dire¬†presente alla lezione di scienze? C‚Äô√® una qualche¬†differenza?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette. Presente a sottolinea il luogo, la situazione in cui si è (o non si è) presenti; presente per sottolinea la funzione, lo scopo per cui si è (o non si è) presenti.
Fabio Ruggiano 

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QUESITO:

Molto spesso nelle grammatiche si parla di condizionale o congiuntivo in maniera troppo semplicistica limitandosi ad indicarne la preferenza nel solo periodo ipotetico senza però specificare le casistiche particolari che si possono verificare per esempio dopo quando, finché, come se o anche se. Nella fattispecie qui sotto riportata, mi sapete gentilmente confermare quali siano le frasi corrette e quali no con relativa argomentazione?
1) Stanno decidendo se acquistare o meno nuovi giocatori ma i problemi sono ben altri: ragionano come se quelli che poi arriverebbero (qualora lo decidessero), fossero in grado di farci migliorare.
2) Stanno decidendo se acquistare o meno nuovi giocatori ma i problemi sono ben altri: ragionano come se quelli che poi arriverebbero (qualora lo decidessero), sarebbero in grado di farci migliorare.
3) Stanno decidendo se acquistare o meno nuovi giocatori ma i problemi sono ben altri: ragionano come se quelli che poi arrivassero (qualora lo decidessero), fossero in grado di farci migliorare
4) Stanno decidendo se acquistare o meno nuovi giocatori ma i problemi sono ben altri: ragionano come se quelli che poi arrivassero (qualora lo decidessero), sarebbero in grado di farci migliorare.

 

RISPOSTA:

Nelle sue frasi ci sono due ordini di problemi: bisogna decidere¬†da una parte il modo della proposizione relativa¬†che poi arriverebbero / arrivassero; dall’altra il modo della proposizione¬†comparativa ipotetica¬†come se quelli sarebbero / fossero.¬†
La soluzione al primo problema √® che sono corretti tutti e due i modi: la proposizione relativa √® la pi√Ļ svincolata da regole sulla scelta dei modi e dei tempi verbali, perch√© funziona da ampliamento di un nome o un pronome (in questo caso¬†quelli). Pu√≤, quindi, esprimere la condizionalit√† con il condizionale, la non fattualit√† con il congiuntivo (e ricordiamo che la non fattualit√† espressa dal congiuntivo √® molto vaga) e anche la fattualit√† con l’indicativo:¬†quelli che poi arrivano / arriveranno.
Il modo della comparativa ipotetica √®, di norma, il congiuntivo: il condizionale non √® previsto. L’indicativo √® accettabile come variante trascurata (si comporta come se non gliene frega niente). L’attrazione verso il condizionale nel suo esempio √® dovuta al fatto che la comparativa, pur essendo un’ipotesi (per cui richiede il congiuntivo), esprime il risultato di una condizione (idea che si esprime con il condizionale o con l’indicativo).¬†Sarebbero / fossero in grado, infatti, √®, dal punto di vista logico, il risultato o della condizione espressa dalla relativa¬†che poi arrivassero¬†(interpretata come ‘se poi arrivassero’), o, se costruiamo la relativa con il condizionale, di una condizione implicita (per esempio¬†come se quelli che poi arriverebbero,¬†arrivando¬†sarebbero in grado di farci migliorare).
Dal punto di vista grammaticale, in conclusione, la variante al condizionale √® scorretta (anche se pu√≤ essere difesa con ragioni logiche). Sebbene sia il congiuntivo il modo corretto, per√≤, suggerisco di sostituire il tempo imperfetto con il presente del verbo modale¬†potere:¬†come se quelli che poi arrivassero / arriverebbero / arriveranno possano essere in grado…¬†In questo modo si mantiene la sfumatura potenziale dell’imperfetto ma si guadagna una pi√Ļ marcata proiezione nel futuro che recupera in parte, in modo grammaticalmente ineccepibile, l’idea della conseguenza.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
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QUESITO:

Si dice: “Ti chiamano quando li fa comodo” o “quando gli fa comodo”?
 

RISPOSTA:

Il pronome¬†li, corrispondente alla terza persona plurale,¬†pu√≤ essere usato soltanto nella funzione di complemento oggetto (ad esempio:¬†li chiamo¬†= ‘chiamo loro’). Non pu√≤, invece, svolgere la funzione di complemento di termine. Per questa funzione si pu√≤ usare¬†loro¬†(ti chiamano quando fa loro comodo), oppure¬†a loro¬†(ti chiamano quando fa comodo a loro) o anche¬†gli¬†(ti chiamano quando gli fa comodo), che vale anche per la terza persona singolare maschile. Rispetto a¬†loro¬†e¬†a loro,¬†gli¬†√® pi√Ļ informale, ma √® oggi pienamente accettato anche in contesti di media formalit√†.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Registri
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QUESITO:

Si dice “Voglio che tu la smetta” o “Voglio che tu la smetti”?
Ad esempio: “Marco, voglio che la smetti” √®¬†corretto?

 

RISPOSTA:

Si dice in entrambi i modi ed entrambi sono corretti; la variante con il congiuntivo, per√≤, √® pi√Ļ formale di quella con l’indicativo.
Per approfondimenti sull’alternanza tra indicativo e congiuntivo nelle proposizioni completive (come quella retta da¬†voglio¬†nel suo esempio) pu√≤ vedere le molte risposte in tema nell’archivio di DICO usando la parola chiave¬†congiuntivo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

Se mi rivolgo ad un uomo con la forma di cortesia, dir√≤: ” La terr√≤ informato” oppure ” la terr√≤ informata”?

 

RISPOSTA:

Lo stile pi√Ļ formale, e anche il rispetto pi√Ļ rigoroso della regola dell’accordo grammaticale, imporrebbero il femminile, dal momento che¬†Lei, anche come allocutivo di cortesia, √® femminile e non maschile.
Per taluni, tuttavia, l’affiancamento di un pronome rivolto a un uomo e parole (participi passati o aggettivi) con desinenze femminili pare assai stridente, per cui optano per (o inconsapevolmente adottano) l’accordo al maschile.
A questi ultimi “risentiti”, tuttavia, ricordiamo che una cosa √® il genere in natura (o anche nella personale immagine di s√©), un’altra cosa √® il genere grammaticale. Il pronome¬†Lei¬†rimane femminile (nel genere grammaticale) indipendentemente dal genere (fisico o psicologico) della persona cui si riferisce,¬†

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Si dice¬†i migliori vini d’Italia o dell’Italia?
I jeans robusti sono quelli larghi, non stretti?

 

RISPOSTA:

L’espressione comune √®¬†i migliori vini d’Italia. Si userebbe¬†dell’Italia¬†soltanto se l’Italia fosse il secondo termine di un paragone:¬†la Francia ha pi√Ļ vini dell’Italia.
L’aggettivo¬†robusto¬†significa anche ‘adatto a persone robuste’, quindi ‘largo’. Non pu√≤ significare mai ‘stretto’. Con il significato di ‘largo’, per√≤, non si usa riferito ai capi di abbigliamento, ma soltanto alle taglie; si dice¬†jeans di taglia robusta, non¬†jeans robusti. Ovviamente si pu√≤ dire¬†jeans robusti, ma solo se si intende¬†‘jeans forti, resistenti, che non si rompono facilmente’.
Fabio Ruggiano 

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QUESITO:

Se devo chiedere ad una persona se lei, la citata persona, √® in possesso di una¬†determinata cosa, un oggetto ad esempio, √® corretto dire: “Le chiedo di comunicare il possesso, da parte sua, della documentazione ecc.”¬†oppure basta dire: “Le chiedo di comunicare il possesso della documentazione ecc.”
Si può omettere da parte sua?
Tale omissione potrebbe non chiarire a quale soggetto debba riferirsi il possesso di quella cosa?

 

RISPOSTA:

L’espressione¬†da parte sua¬†pu√≤ essere omessa senza che si crei ambiguit√† su questo aspetto della frase: √® logico supporre, infatti, che si chieda alla persona di comunicare informazioni che la riguardano, non che riguardano altri. Se fosse quest’ultimo il caso, piuttosto, sarebbe necessario specificare chi sarebbe l’eventuale possessore.
Il problema maggiore della frase, comunque, non è quello da lei prospettato, bensì la soppressione della sfumatura potenziale causata dalla nominalizzazione. Il possesso, infatti, è soltanto possibile, ma questo non si evince dalla frase, che sembra riferirsi al possesso come a un fatto.
In altre parole,¬†comunicare il possesso¬†potrebbe significare tanto¬†comunicare di essere in possesso¬†(fatto), quanto¬†comunicare se lei sia in possesso¬†(possibilit√†), ed √® proprio il primo significato, quello fattuale, a essere preminente. Questo problema si pu√≤ superare o optando per la forma verbale della frase:¬†le chiedo di comunicare se lei sia in possesso, oppure inserendo un avverbio che esprima la potenzialit√†:¬†le chiedo di comunicare l’eventuale possesso.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quali sono le soluzioni corrette?
1. Vostra figlia √® molto pi√Ļ comprensiva e buona di quello che credete / crediate.
2. Marco Bormolini Doyle, nome completo del giovanotto, è / era un veterinario trentaduenne di Livigno (Inizio a descrivere un personaggio della storia; che tempo devo usare?).

 

RISPOSTA:

Le proposizioni comparative (come¬†di quello che credete / crediate)¬†possono avere il congiuntivo, l’indicativo e anche il condizionale (di quello che credereste). La scelta tra l’indicativo e il congiuntivo, in queste proposizioni, dipende dal grado di formalit√† che si vuole attribuire alla frase: il congiuntivo √® pi√Ļ formale, l’indicativo meno formale e pi√Ļ comune. Sull’alternanza diafasica (cio√® relativa alla formalit√†) tra indicativo e congiuntivo pu√≤ trovare decine di altre risposte nell’archivio di DICO usando le parole chiave¬†congiuntivo¬†o¬†diafasia.
La scelta tra¬†√®¬†e¬†era¬†nella seconda frase dipende dalla sussistenza della qualit√† del soggetto nell’oggi del narratore (a prescindere dalla sua coincidenza con l’oggi dell’autore). Se la qualit√† sussiste si user√† il presente; se, invece, √® legata al passato, si user√† l’imperfetto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Perché il superlativo simpaticissimo si forma cosi? Se largo  >  larghissimo, perché non si forma simpatichissimo?

 

RISPOSTA:

Le consonanti velari (la¬†c¬†di¬†casa¬†e la¬†g¬†di¬†gatto) a volte vengono a trovarsi davanti a¬†e¬†o a¬†i¬†a causa della flessione o della derivazione. Quando questo succede ci sono due possibilit√†: che si mantenga il suono, modificando la grafia (inserendo una¬†h¬†tra la consonante e la vocale), o che si mantenga la grafia, modificando il suono (le consonanti velari diventano palatali). Un esempio del primo tipo √® il plurale dei nomi e degli aggettivi che al singolare finiscono in¬†-co,¬†-ca,¬†-go,¬†-ga:¬†teca¬†>¬†teche,¬†bongo¬†>¬†bonghi,¬†largo¬†>¬†larghi¬†(e quindi anche¬†largo¬†>¬†larghissimo).¬†Un esempio del secondo tipo √® l’alternanza¬†vinco¬†/¬†vinci¬†nel verbo¬†vincere¬†(ma anche¬†simpatico¬†>¬†simpaticissimo).
Il criterio secondo cui si mantiene il suono o la grafia non √® preciso; quasi sempre, se la parola di base √® piana (cio√® ha l’accento sulla penultima sillaba) nella flessione o nella derivazione si mantiene il suono (larghi¬†e¬†larghissimo,¬†teche,¬†antichi), se, invece, la parola √® sdrucciola (cio√® ha l’accento sulla terzultima sillaba) si mantiene la grafia (simpatico¬†>¬†simpatici¬†e¬†simpaticissmo). Un’eccezione a questa regola √®¬†amico¬†>¬†amici¬†(non¬†amichi). Tra i verbi, se l’infinito √® piano si mantiene il suono (legare¬†>¬†io lego,¬†tu leghi), se l’infinito √®¬†sdrucciolo si mantiene la grafia (oltre a¬†vincere¬†ricordiamo¬†spingere¬†>¬†io spingo,¬†tu spingi).¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi propongo frasi sulle quali vorrei dei suggerimenti circa la punteggiatura. Tra parentesi ho inserito le alternative per sottoporle al vostro giudizio.
1. Non vorrei essere invadente: (;) spero che il tuo problema si sia risolto.
2. Ho saputo della tua malattia: (;) (.) come stai adesso?
3. Il ricordo di lei, bellissimo; le passeggiate di primavera; il sapore dei gelati, gustosi; (,) e l’amore dei nonni.
4. Scusa se ti disturbo di nuovo; (:) vorrei chiederti un favore.
5. Ti ho lasciato un messaggio in casa. Non so se lo leggerai. Comunque: (,) per cena, scongela il pane e riscalda la minestra.
6. Tutto avveniva secondo la scaletta preorganizzata: (,) (;) non serviva a niente affrettarsi.

 

RISPOSTA:

La scelta della punteggiatura raramente è esclusiva; quasi sempre ci sono almeno due possibilità di punteggiare i testi, che producono sfumature semantiche ora sottili, ora evidenti. Tra le opzioni che lei propone le uniche discutibili sono le seguenti:
3.¬†… il sapore dei gelati, gustosi; e l’amore dei nonni. Sebbene il punto e virgola sia correlato con gli altri precedenti, sembra superfluo prima della congiunzione copulativa, mentre la virgola √® richiesta per chiudere l’inciso¬†, gustosi,. Un’alternativa che salverebbe tutte le esigenze sarebbe¬†… gelati, gustosi; l’amore dei nonni.
6.¬†… scaletta preorganizzata, non serviva…¬†La virgola non √® adatta a separare due unit√† totalmente autonome dal punto di vista sintattico, tanto da poter essere identificate come due enunciati diversi (potremmo, infatti, separarle con il punto fermo).
Per il resto, i segni sono pienamente legittimi, ognuno con la sua specifica funzione: i due punti introducono una spiegazione (anche in forma di elenco) o la conseguenza di quanto detto prima; il punto e virgola separa due unit√† informative logicamente e sintatticamente autonome, o due enunciati; il punto fermo separa due enunciati o due unit√† testuali pi√Ļ ampie.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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QUESITO:

Ho letto in un testo due periodi che a mio parere non sono propriamente corretti. Riporto il primo:¬†“C’erano diverse persone, uno solo era uomo”.¬†Non mi convincono n√© la sintassi n√© la punteggiatura. Avrei scritto: “C’erano diverse persone: tra queste c’era solo un uomo”, oppure “C’erano diverse persone: tra di esse c’era solo un uomo”.

 

RISPOSTA:

La sua critica √® fondata: la coesione della frase che ha letto √® imprecisa, visto che¬†uno solo¬†rimanda a¬†persona, quindi dovrebbe essere femminile. Dobbiamo sottolineare che si tratta di una imprecisione non grave, perch√© non intacca la coerenza (non si crea ambiguit√† ed √® facile capire il senso della frase). L’imprecisione, inoltre, non √® immotivata, ma √® indotta dall’accordo “logico” di¬†uno solo¬†con¬†uomo, referente profondo del pronome.
Neanche la scelta della virgola al posto di un segno di interpunzione pi√Ļ forte, che sarebbe pi√Ļ adatto, impedisce la comprensione della frase.
In conclusione, la frase che lei ha letto è costruita in modo trascurato e sarebbe adatta a un contesto informale, specie se parlato.
Le sue due riscritture sanano l’imprecisione e rendono la frase pi√Ļ formale.
A margine faccio notare che sarebbe possibile anche sostituire i due punti con un punto e virgola, per sottolineare il passaggio a una nuova unit√† informativa senza implicare che essa sia da considerarsi la conseguenza logica della prima. La separazione tra le due unit√† potrebbe essere anche pi√Ļ netta, con un punto fermo, che creerebbe due enunciati distinti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Secondo me il seguente periodo non √® ben scritto: “Stabil√¨ di ricontrollare lo stato della domanda nelle prossime ore”.
Verbo al passato e aggettivo¬†prossime? Sinceramente, non mi convince.¬†Avrei scritto: “Stabil√¨ di ricontrollare lo stato della domanda nelle ore successive / nelle ore a venire / nelle ore che sarebbero seguite”.

 

RISPOSTA:

Ha ragione: il centro deittico (cio√® il punto di vista della rappresentazione verbalizzata nella frase) implicato dal verbo¬†stabil√¨¬†√® diverso da quello del qui e ora del parlante. Per questo motivo non √® possibile usare l’aggettivo¬†prossimo, che rimanda proprio al qui e ora del parlante, ma bisogna sostituirlo con forme che rimandino a¬†l√¨ e allora. Le sue soluzioni sono tutte valide in tal senso.
Va detto che l’imprecisione non √® grave, perch√© la coerenza √® salva, visto che non abbiamo difficolt√† a capire il senso della frase. Simili difetti vanno evitati nello scritto di media e alta formalit√†, ma sono perdonabili nel parlato e nello scritto trascurato.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Registri
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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso delle negazioni¬†no¬†e¬†non¬†nelle seguenti frasi: “√ą una risposta sincera non / no ironica”, “L’informazione mi √® arrivata tramite la mia mail personale, no / non su quella istituzionale”.

 

RISPOSTA:

No¬†(come anche¬†s√¨)¬†si usa sempre da solo: √® una parola olofrastica, cio√® che da sola sostituisce una frase: “- Vieni al cinema? – No (= ‘non vengo al cinema’)”. Al contrario,¬†non¬†non pu√≤ essere usato da solo, ma serve, invece, a negare un sintagma verbale (non vengo), nominale (ho visto¬†Piero, non Arturo), aggettivale, come nel suo primo esempio (non ironica), preposizionale, come nel suo secondo esempio (non su quella istituzionale).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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QUESITO:

se scrivo a proposito di Mario : “Quella persona (Mario) √® un¬†ipocrita”. Dovrei scrivere¬†un’ ipocrita¬†con l’apostrofo (persona¬†√® femminile)¬†oppure, essendo Mario un uomo, senza l’apostrofo? Propendo per il femminile, quindi con l’apostrofo. Del resto, se dicessi, sempre a proposito di Mario, che un falso, dovrei dire “Quella persona √® falsa” (al femminile) e non¬†“Quella persona √® falso”.¬†

 

RISPOSTA:

I suoi due esempi (“Quella persona √® un¬†ipocrita” e¬†“Quella persona √® falsa”) non si equivalgono, perch√© nel primo la parte nominale √® rappresentata da un nome (un ipocrita), nel secondo √® rappresentata da un aggettivo (falsa). Questa differenza √® determinante: l’aggettivo, infatti, concorda con il nome a cui si riferisce in numero e genere (quindi¬†Mario √® falso¬†ma¬†la persona √® falsa); il nome concorda soltanto in numero.¬†
In questo caso specifico c’√® una difficolt√†:¬†ipocrita¬†√® un nome di genere comune, che pu√≤ essere sia maschile che femminile, rimanendo invariabile. In teoria i nomi che hanno sia il maschile che il femminile possono essere concordati anche nel genere con l’altro nome a cui si riferiscono, come propone lei. In pratica, per√≤, questo non avviene, perch√© il soggetto logico (nel suo caso¬†Mario) √® pi√Ļ strettamente collegato al nome che funge da parte nominale di quanto non sia collegato all’aggettivo. La frase, pertanto, viene di norma costruita con¬†un ipocrita. Questo √® un caso in cui la logica vince sulla grammatica.
Il caso di¬†ipocrita¬†le sembra particolarmente dubbio perch√© questo nome pu√≤ essere usato come aggettivo; ma se proviamo a confrontarlo con ci sono altri nomi di genere mobile che non lasciano dubbi: “Quella persona (Mario) √® un giornalista” (e non *”Quella persona (Mario) √® una giornalista”).
Lo stesso dubbio relativo a¬†ipocrita¬†potrebbe valere¬†per alcuni nomi mobili (quelli che cambiano la desinenza a seconda del genere):¬†“Quella persona (Mario) √® un amico” o “Quella persona (Mario) √® un’amica”? Inevitabilmente, se si scegliesse la seconda soluzione si darebbe l’impressione che¬†la persona¬†sia una donna. Al contrario:¬†“Mario √® una persona amica”, perch√© qui¬†amica¬†√® usato come aggettivo. Nessun dubbio con un nome mobile come¬†maestro¬†/¬†maestra:¬†“Quella persona (Mario) √® un maestro”, e non *”Quella persona (Mario) √® una maestra”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Che cosa significano e quando si usano le seguenti espressioni?
1. Dammi un numero, presto!
2. Hai una domanda di riserva?
3. Non ti passa un giorno. 
4. Sono aperti i negozi oggi? 
5. Quando la bagniamo? 
6. Ben gli sta. 
7. Che taglio, complimenti. 
8. Bentrovato!  

 

RISPOSTA:

Le espressioni 1, 3 e 4 non hanno un significato figurato codificato. 
La 2 è un modo ironico per ammettere di non conoscere la risposta a una domanda, oppure di preferire non rispondere a una domanda.
Nella 5 il verbo¬†bagnare¬†√® usato probabilmente nel senso di ‘inaugurare’ oppure ‘festeggiare un successo’ (dipende dal referente di¬†la). Il verbo¬†bagnare¬†assume questo significato perch√© un elemento tipico dei festeggiamenti e delle inaugurazioni √® il bere convivialmente.
La 6 si dice per criticare qualcuno che ha fatto un danno a s√© stesso per non aver prestato ascolto a un consiglio o per aver fatto un’azione irresponsabile o cattiva. Per esempio quando uno scherzo di cattivo gusto si ritorce contro la persona che lo ha tentato.
La 7 √® probabilmente un complimento per una persona che si √® appena tagliata i capelli. Ricordo anche che a Roma si dice “Che taglio!” con il significato di ‘che bello!, fantastico!’. Questo, per√≤, √® un uso gergale.
Infine, bentrovato è del tutto analogo a bentornato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Retorica
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QUESITO:

“Credo che la tua tesi di rara completezza e profondit√†”.
Questa frase può apparire ambigua? La collocazione di rara prima o dopo completezza e profondità altererebbe il senso della frase?

 

RISPOSTA:

La posizione dell’aggettivo qualificativo rispetto al nome altera sempre il valore dell’aggettivo. Di norma, gli aggettivi preposti al nome¬†(quindi nella posizione pi√Ļ insolita) servono a qualificare emotivamente l’oggetto designato dal nome. Cos√¨¬†rara completezza¬†comunica una certa enfasi emotiva, assente in¬†completezza rara. Non si apprezza, invece, alcun cambiamento nel significato dell’aggettivo¬†raro¬†in ragione della sua posizione rispetto al nome. Questo avviene per altri aggettivi, per esempio¬†grande:¬†un grande artista¬†(‘molto capace’)¬†/¬†un artista grande¬†(‘corpulento’, oppure ‘anziano’).
Per un approfondimento di questo tema rimando alla FAQ¬† Usi enfatici di aggettivi come “determinato” dell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Aggettivo
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QUESITO:

Si pu√≤ dire “La citta di… ha i piu abitanti / √® la citta con i piu abitanti rispetto ad altre citta (cio√® con il numero piu alto di abitanti)?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ¬†pu√≤ essere avverbio o aggettivo. Quando √® avverbio √® seguito da un aggettivo (pi√Ļ bello) e pu√≤ essere preceduto dall’articolo determinativo per fare il superlativo relativo (il pi√Ļ bello del mondo); quando √® avverbio √® seguito da un nome (pi√Ļ abitanti) e non pu√≤ essere preceduto da un articolo determinativo (*i pi√Ļ abitanti).¬†Per fare il comparativo di maggioranza con un nome, quindi, basta dire “La¬†citt√† di XXX ha pi√Ļ abitanti di XXX”; per fare il superlativo relativo, invece, bisogna sostituire¬†pi√Ļ¬†con una espressione equivalente, per esempio “La citt√† di XXX ha il maggior numero di abitanti della regione”.
Attenzione: nel caso di “La citt√† di XXX ha pi√Ļ abitanti rispetto ad altre citt√† vicine”¬†siamo sempre di fronte a un comparativo di maggioranza (non a un superlativo relativo), perch√© si confronta un dato con un altro dato, anche se quest’ultimo √® composto da pi√Ļ dati. Per questo motivo, come si vede, in questo caso si pu√≤ dire¬†pi√Ļ abitanti rispetto a…¬†(ovviamente senza l’articolo determinativo).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Articolo, Avverbio
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QUESITO:

Potreste dirmi quale delle due frasi è corretta? Nella prima è presente potrebbe, nella seconda possa.
1. Quanti studenti sarebbero disposti a continuare la propria ricerca consapevoli¬†che il sistema dell’arte potrebbe non accoglierli mai?
2. Quanti studenti sarebbero disposti a continuare la propria ricerca consapevoli¬†che il sistema dell’arte possa non accoglierli mai?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette. Nella proposizione oggettiva (nel nostro caso¬†che il sistema dell’arte potrebbe / possa non accoglierli mai) possiamo trovare sia il congiuntivo, sia il condizionale. Possiamo anche trovare l’indicativo (che il sistema dell’arte pu√≤ non accoglierli mai), che √® equivalente al congiuntivo, ma meno formale.
La scelta tra il congiuntivo e il condizionale √® dettata da ragioni semantiche: il congiuntivo rappresente la soluzione pi√Ļ lineare, senza sfumature particolari; il condizionale aggiunge la sfumatura che gli √® propria, introducendo una condizione implicita. Nel nostro caso, con il condizionale si pu√≤ alludere a una condizione, o una concessione, come¬†che il sistema dell’arte potrebbe non accoglierli mai (anche se riuscissero a diventare dei professionisti).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le virgolette richiedono uno spazio di solito?

 

RISPOSTA:

Le virgolette si separano dalla cornice, mentre si uniscono al discorso in esse contenuto; per esempio¬†disse: “Lo sapevo” e se ne and√≤. Si noti che lo spazio prima √® richiesto anche se le virgolette iniziali sono precedute da un segno di punteggiatura; l’eventuale segno di punteggiatura successivo alle virgolette di chiusura, invece, non vuole lo spazio:¬†disse: “Lo sapevo“.¬†
Fabio Ruggiano 

 

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QUESITO:

Vorrei sapere se nello scritto va bene utilizzare il presente al posto del futuro indicativo; es. “La classe viene / verr√† divisa in sei gruppi, ognuno dei quali¬†legge / legger√† un libro. I membri di ciascun gruppo condividono / condivideranno la¬†lettura dello stesso libro e poi…”.

 

RISPOSTA:

Prima che la formalit√† bisogna valutare la chiarezza espressiva: nel suo esempio √® impossibile attribuire al presente il valore di futuro, perch√© mancano avverbi o altre indicazioni temporali che surroghino appunto l’idea del futuro. Il lettore, pertanto, √® indotto a interpretare il presente come atemporale, come se quella da lei presentata fosse la descrizione astratta, decontestualizzata, di un’attivit√†. Diversamente, con un’indicazione temporale il presente pu√≤ assumere la funzione di futuro: “Nella lezione di domani la classe viene divisa in sei gruppi…”.¬†
Il presente si presta bene a sostituire il futuro nel parlato e anche nello scritto di media formalit√†; nel suo caso consiglierei di usare il futuro anche dopo aver inserito l’indicazione temporale, perch√© il contesto sembra richiedere un tasso di formalit√† superiore alla media (un docente sta descrivendo per iscritto un’attivit√† ad alcuni studenti). La scelta del presente, comunque, √® sempre possibile, se il docente vuole ridurre la distanza sociale tra s√© e gli studenti.
Fabio Ruggiano 

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QUESITO:

In tempi relativamente recenti, mi pare che sia invalso l’uso (o l’abuso?) della congiunzione¬†anche¬†in contesti forse impropri (mi riferisco in special modo al primo dei due esempi sotto riportati).
“Ti va di studiare? Anche no”,
“Hai scritto tanto, talmente tanto che anche la met√† bastava”.
Fermo restando che in quest’ultima costruzione si sarebbe potuta migliorare la sintassi del verbo (ho scelto di presentare le frasi come le avevo sentite pronunciare); la congiunzione¬†anche¬†in entrambi gli esempi √® ben impiegata?

 

RISPOSTA:

Non si pu√≤ dire che nelle frasi da lei proposte ci siano degli errori. Si tratta certamente di frasi adatte a contesti informali, in cui non si bada molto alla precisione, ma, al contrario, si cerca di caricare la lingua di espressivit√† emotiva. La congiunzione¬†anche¬†si presta a questo scopo perch√© permette di presentare come alternativa, quindi meno perentoria, una soluzione in realt√† contraria a quella proposta dall’interlocutore. In questo modo la soluzione contraria risulta pi√Ļ cortese, quindi pi√Ļ socialmente accettabile, e si pu√≤ arricchire anche di una sfumatura ironica.¬†
Nel suo primo esempio¬†la congiunzione presenta la negazione decisamente netta¬†no¬†come un’alternativa possibile tra altre: si tratta certamente di un modo per rendere pi√Ļ cortese il rifiuto, ma si intravede, oltre a questo, un intento ironico nel contrasto tra la nettezza della negazione e l’apertura alla possibilit√† garantita dalla congiunzione¬†anche.
Nel secondo esempio l’ironia √® meno percepibile (probabilmente √® assente), mentre rimane chiaro l’intento di moderare la perentoriet√† della proposta alternativa. Senza¬†anche¬†il giudizio sulla quantit√† della scrittura prodotta risulta automaticamente critico; con¬†anche, invece, la soluzione di scrivere la met√† √® presentata come alternativa possibile che non esclude l’altra.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Congiunzione, Retorica
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QUESITO:

Spesso, anche nei vostri articoli, si parla dello stretto collegamento tra il passato prossimo e l’attualità dei fatti cui si riferisce.
Così da stabilire, nei limiti del possibile, una regola generale, vi pongo una domanda doppia: quando la principale è appunto al passato prossimo, nella secondaria (finale, interrogativa indiretta, in specie) si può optare per il tempo presente (indicativo, congiuntivo e talvolta condizionale)?
Scegliendo invece un tempo della sfera del passato (nel rispetto della consecutio), il fatto della proposizione secondaria perde attinenza con il momento dell’enunciazione?

 

RISPOSTA:

Partiamo da un esempio con una interrogativa indiretta: “Mi sono chiesto se tu fossi stato / fossi / sia stato / sia / sarai al corrente della situazione “. Come si vede, tutti i tempi sono possibili, ognuno esprimente un diverso rapporto con il verbo della principale. Ovviamente, sono anche possibili restrizioni su base semantica, con la interrogativa indiretta e con tutte le altre completive (oggettiva, soggettiva, dichiarativa); possiamo, per esempio, avere “Ho sognato che tu fossi morto”, ma non *Ho sognato che tu sia morto”, non per ragioni sintattiche, ma perch√© la frase non avrebbe senso.
La finale sfugge alla consecutio temporum perch√© la semantica implicita in questa proposizione impedisce che l’evento in essa espresso preceda quello della reggente. Non possiamo, pertanto, avere *”Ti ho chiamato perch√© tu fossi venuto”, n√© *”Ti ho chiamato perch√© tu sia venuto”. Possiamo, invece, avere “Ti ho chiamato perch√© tu venissi”, nella quale l’imperfetto (venissi) seleziona la funzione di passato del passato prossimo, con il quale instaura un rapporto di quasi-contemporaneit√† nel passato (il¬†venire¬†√® contemporaneo al¬†chiamare¬†nella mente di chi chiama, ma √® successivo nella realt√†). Possiamo anche avere “Ti ho chiamato perch√© tu venga”, con il presente (venga) che enfatizza la sfumatura di quasi-presente del passato prossimo, con il quale instaura un rapporto di quasi-contemporaneit√† nel presente (anche in questo caso, il¬†venire¬†non pu√≤ che essere successivo, nella realt√†, al¬†chiamare). Proprio la proiezione del congiuntivo presente nel futuro rende impropria *”Ti ho chiamato perch√© tu verrai”, anche perch√© la congiunzione¬†perch√©¬†seguita dall’indicativo viene interpretata come causale, non finale. Infatti la frase potrebbe anche essere possibile con una interpretazione causale: ‘ti ho chiamato a causa del fatto che so gi√† che tu verrai (perch√© sei costretto o simili)”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

La costruzione “non mi esprimerei in termini (tanto) emotivi quanto professionali”¬†equivale a “non mi esprimerei tanto in termini emotivi quanto in termini professionali”?
√ą una soluzione ragionevole per evitare la ripetizione della locuzione¬†in termini?
Sia nel primo sia nel secondo esempio ‚Äď dunque, in generale ‚Äď la congiunzione¬†tanto¬†√® omissibile?

 

RISPOSTA:

La costruzione¬†tanto in termini… quanto in termini¬†non √® equivalente a¬†in termini tanto… quanto.
Nel primo caso abbiamo una correlazione negativa, che contrappone due possibilit√† contrastanti: ‘non mi esprimerei in termini emotivi; mi esprimerei, piuttosto, in termini professionali’. Nel secondo caso, invece, abbiamo una correlazione positiva, che mette le due possibilit√† dalla stessa parte: ‘non mi esprimerei in termini n√© emotivi n√© professionali’.
L’omissione di¬†tanto¬†in entrambi i casi rende improbabile l’interpretazione positiva. Sia¬†“non mi esprimerei in termini emotivi quanto professionali”, sia “non mi esprimerei in termini emotivi quanto in termini professionali” rappresentano la contrapposizione tra due possibilit√† contrastanti.
Di conseguenza, se, invece, si vuole presentare una correlazione positiva, è necessario mantenere tanto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Coerenza, Congiunzione
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QUESITO:

√ą¬†corretto dire “Non manca la professionalit√† e l’attenzione”?¬†Forse va usato¬†non mancano.

 

RISPOSTA:

Il soggetto della frase √®¬†la professionalit√† e l’attenzione, che √® equivalente alla terza persona plurale; il verbo, pertanto, deve essere¬†mancano.
L’accordo al singolare √® ammissibile in un contesto di parlato informale; nello scritto, invece, √® bene rispettare la regola.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Verbo
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QUESITO:

 

Chiedo il vostro contributo per definire i criteri da adottare per creare il giusto rapporto tra i termini¬†quest’ultimo,¬†stesso¬†(e relative declinazioni in genere e numero) e i rispettivi antecedenti.
Nel brano “Valentina aveva guardato la TV, Sara aveva studiato e Martina aveva deciso di riposarsi, dato che si sentiva stanca. Io, durante il turno di lavoro, avevo dovuto affrontare diversi problemi e, tra l’uno e l’altro, avevo chiamato quest‚Äôultima”, il termine¬†quest’ultima¬†pu√≤ essere fatto risalire a Martina, nonostante il soggetto in questione sia, per cos√¨ dire, lontano nel testo?
Secondo esempio: “L‚Äôimpaginazione consiste nella definizione di due margini laterali, uno superiore e uno inferiore, nell‚Äôimpostazione di un‚Äôinterlinea di 1.5 pt e di una finestra centrale recante la denominazione. Il salvataggio della stessa dovr√† essere eseguita nel rispetto delle suddette disposizioni”. Qui¬†stessa¬†si riferisce a¬†finestra,¬†impaginazione¬†o¬†denominazione? Il termine¬†stessa, affinch√© ne sia comprensibile l’antecedente, ha l‚Äôobbligo di riferirsi all‚Äôultimo soggetto o complemento?
In generale, quali sono le regole da seguire – se esistono – per non incorrere nel rischio di essere fraintesi da eventuali lettori?

 

RISPOSTA:

Nel primo caso, la distanza dell’antecedente dal punto in cui deve essere inserita la forma anaforica rende consigliabile la ripresa piena; bisogna, quindi, riprendere il sintagma nominale pieno¬†Martina. Eventualmente, se Martina fosse identificabile in altri modi, specificati altrove nel co-testo, potrebbe essere usata la perifrasi corrispondente. Ad esempio, se Valentina e Sara fossero adolescenti e Martina una bambina, al posto di¬†Martina¬†potrebbe essere usato il sintagma¬†la piccola¬†(non¬†la bambina, che potrebbe far pensare a un ulteriore referente, diverso da quelli nominati prima).
A sconsigliare¬†quest’ultima¬†non √® l’ambiguit√† di questa forma pronominale, che √®, invece, molto precisa, anche perch√© mancano altri potenziali referenti, essendo¬†Martina¬†effettivamente l’ultimo oggetto femminile singolare nominato prima dell’anafora.¬†Quest’ultima¬†√® straniante perch√©¬†questa¬†rimanda a un referente molto vicino, mentre¬†Martina¬†si trova ben distante. Potremmo eliminare¬†questa, lasciando soltanto¬†l’ultima, ottenendo una coesione soddisfacente; l’aggettivo¬†ultimo, per√≤, raramente √® usato con funzione referenziale senza il pronome¬†questo¬†e il lettore rischia di credere che¬†chiamare l’ultima¬†possa essere un qualche genere di espressione idiomatica.¬†
Il secondo caso √® un po’ diverso: di certo non si pu√≤ usare¬†la stessa, che √®¬†adatto a riprendere l’ultimo referente nominato (quindi, qui,¬†denominazione). Per riprendere¬†l’impaginazione¬†in questo contesto, per√≤, la forma migliore √® non la ripetizione del sintagma, ma l’espressione¬†il¬†suo¬†salvataggio; l’aggettivo possessivo, infatti, √® perfetto per riprendere un soggetto divenuto, nella proposizione o nel periodo successivi, un complemento di specificazione. Lo stesso si potrebbe fare, per la verit√†, anche cataforicamente: “Il¬†suo¬†profumo era gi√† percepibile;¬†la primavera¬†stava per arrivare”.
Si noti, a margine, che eseguita deve diventare eseguito, perché concorda con il salvataggio.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Ha seguito un percorso di alfabetizzazione della¬†lingua italiana (,) conseguendo buoni risultati” √® necessario inserire la virgola¬†prima del gerundio?

 

RISPOSTA:

La virgola √® facoltativa e influisce sul senso generale della frase. Senza la virgola, la frase risulta un’unit√† informativa unica, con il focus sul conseguimento di buoni risultati; con la virgola, l’unit√† informativa viene separata in due focus, la frequenza del corso, con una sua importanza autonoma, e il conseguimento di buoni risultati, ugualmente rilevante.
Sottolineo che il sintagma¬†alfabetizzazione della lingua italiana¬†non √® ben formato, sebbene sia piuttosto diffuso nello “scolastichese”. La diffusione di questa espressione √® dovuta al suo depotenziamento semantico, che la assimila a¬†insegnamento della lingua italiana¬†o, in modo ancora pi√Ļ approssimativo, a¬†apprendimento della lingua italiana.
Ovviamente, c’√® una sostanziale differenza tra¬†insegnamento¬†e¬†alfabetizzazione, mentre davvero impossibile √® confondere l’alfabetizzazione, che procede dall’insegnante verso l’apprendente, con l’apprendimento, che procede al contrario.
Soprattutto, per√≤, il nome¬†alfabetizzazione¬†ha un comportamento sintattico particolare.¬†Come il verbo¬†alfabetizzare¬†non pu√≤ reggere il complemento oggetto dell’ambito del processo (nessuno direbbe mai *alfabetizzare¬†la lingua italiana),¬†ma pu√≤ reggere il complemento oggetto del destinatario del processo (alfabetizzare gli stranieri), cos√¨ il nome derivato dal verbo,¬†alfabetizzazione, non ammette il complemento di specificazione dell’ambito,¬†della lingua italiana, mentre ammette il complemento di specificazione del destinatario: “La scuola deve farsi carico dell’alfabetizzazione degli stranieri”.
Questa restrizione riguarda tutti i verbi in -izzare e i nomi in -izzazione con base nominale:
–¬†sponsorizzare¬†una squadra¬†(non *sponsorizzare¬†un contributo per le magliette) e¬†sponsorizzazione di una squadra¬†(non *sponsorizzazione di un contributo per le magliette);¬†
–¬†parcellizzare gli sforzi¬†(non *parcellizzare le piccole quantit√†)¬†e¬†parcellizzazione degli sforzi¬†(non *parcellizzazione delle piccole quantit√†);¬†
–¬†categorizzare i propri amici¬†‘dividere in categorie’ (non *categorizzare¬†le classificazioni) e¬†categorizzazione dei propri amici¬†(non *categorizzazione delle classificazioni);
ecc.
Come si vede, questi verbi indicano la realizzazione della propria base:¬†alfabetizzare¬†‘insegnare l’alfabeto’,¬†sponsorizzare¬†‘attribuire un finanziamento’ ecc.; non possono, quindi, ammettere un complemento oggetto che ribadisca la base: *alfabetizzare la lingua italiana¬†‘insegnare l’alfabeto la lingua italiana’. I nomi derivati¬†da questi verbi, come appunto¬†alfabetizzazione,¬†trasferiscono al complemento di specificazione questa restrizione relativa al complemento oggetto.
I verbi¬†in¬†-izzare¬†e i nomi in¬†-izzazione¬†con base aggettivale si comportano esattamente al contrario, perch√© indicano la qualit√† che apportano al complemento oggetto:¬†estremizzare la tensione¬†‘far diventare la tensione estrema’¬†(estremizzazione della tensione),¬†realizzare un progetto¬†‘far diventare un progetto reale’¬†(realizzazione di un progetto),¬†concretizzare le idee¬†‘far diventare le idee concrete’ (concretizzazione delle idee),¬†ufficializzare una decisione¬†‘far diventare una decisione ufficiale’ (ufficializzazione di una decisione)¬†ecc.
Alfabetizzazione della lingua italiana¬†deve essere, quindi, evitato.¬†Alfabetizzazione¬†si pu√≤ tranquillamente lasciare senza specificazione, oppure accompagnare con l’aggettivo¬†linguistica¬†(alfabetizzazione linguistica) o, al limite, con un complemento di limitazione:¬†alfabetizzazione in lingua italiana.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Nome, Tema e rema, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se nel seguente testo le congiunzioni all’inizio delle frasi sono corrette. Inoltre, √® preferibile scrivere¬†che quando ARRIVI il momento dei saluti?

Mi piacerebbe scrivere che √® tutta la vita che dico addio alle persone, perch√© amo le frasi ad effetto, ma sarebbe un po‚Äô esagerato. E fa un po‚Äô ridere ma √® allo¬†stesso tempo un po‚Äô triste che quando arriva il momento dei saluti io me ne esca con un semplice ‚Äúciao‚ÄĚ, come se fosse un giorno qualunque, come se fosse tutto a posto. Ma a volte non ci si saluta nemmeno. Nemmeno con un semplice ciao. E allora lo scrivo qui, per quelli a cui capiter√† di leggerlo: ciao.

 

RISPOSTA:

Le congiunzioni a inizio frase sono legittime: hanno la funzione di collegare logicamente il pezzo di testo successivo al precedente, in un’ottica transfrastica, cio√® che guarda non alle singole frasi come se fossero isolate, ma alla loro cooperazione nell’architettura del testo. In particolare, la¬†e¬†di¬†e fa un po’ ridere…¬†indica che l’enunciato successivo aggiunge una nuova considerazione a quella dell’enunciato precedente. La congiunzione¬†ma¬†di¬†ma a volte capita, a sua volta,¬†ha un significato concessivo; significa, cio√®, ‘anche se √® vero quanto ho detto finora, √® anche vero quello che sto per dire adesso’.¬†Nemmeno¬†√® considerato da molte grammatiche una congiunzione, ma √®, piuttosto, un avverbio. Il collegamento tra l’enunciato¬†nemmeno con un semplice ciao¬†e il precedente √® implicito, ed √® di tipo esemplificativo: il nuovo enunciato, cio√®, fornisce un esempio di come non ci si saluta. Infine, il significato della¬†e¬†di¬†e allora lo scrivo qui…¬†√® chiarito dall’avverbio¬†allora: la relazione tra i due enunciati √® di consecuzione.
Per quanto riguarda il congiuntivo nella temporale¬†quando arriva il momento, √® un’alternativa possibile. Avrebbe come conseguenza l’innalzamento del livello di formalit√† (forse in modo eccessivo rispetto allo scopo del testo).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Congiunzione, Registri
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QUESITO:

vorrei sapere se questo pensierino è scritto correttamente:

la vita √® un viaggio (che originalit√†) alla fine del quale, invece di fare le¬†valigie per tornare a casa, lasciamo tutto dov’√® e ci spogliamo di ogni cosa:¬†ricordi, desideri, averi. Ma va bene cos√¨. Se √® questo il prezzo del biglietto, e¬†anche se il viaggio non √® in prima classe e non √® emozionante e piacevole come
vorremmo che fosse, va bene così. Come potremmo rifiutare Рun viaggio nel mondo?

In modo particolare vorrei sapere se è giusto l’uso della lineetta.

 

RISPOSTA:

La costruzione √® corretta anche dal punto di vista della punteggiatura. Soltanto il trattino √® fuori luogo, perch√© non se ne coglie la funzione. Il trattino dovrebbe servire a delimitare un inciso (va usato, quindi, in coppia, per precedere e concludere l’inciso) o a introdurre un discorso diretto al posto delle virgolette. Il trattino corto serve anche – ma non √® il suo caso – a unire due parole per formarne una:¬†franco-tedesco,¬†fine-settimana,¬†carro-armato¬†ecc., o a indicare un intervallo:¬†9:00-13:00¬†‘dalle 9:00 alle 13:00’.¬†
Quello che lei cerca di fare con il trattino, probabilmente, √® separare l’unit√† informativa¬†come potremmo rifiutare¬†da¬†un viaggio nel mondo. Tale separazione non √® prevista dal punto di vista della sintassi, perch√©¬†un viaggio nel mondo¬†√® il complemento oggetto di¬†rifiutare¬†e non si pu√≤ separare il complemento oggetto dal predicato con un segno di interpunzione.
Dal punto di vista testuale, per√≤, la separazione pu√≤ essere motivata, se si vogliono separare nettamente le due unit√† informative attribuendo a entrambe un uguale peso semantico. Nell’italiano contemporaneo, questo risultato si pu√≤ ottenere legittimamente soltanto con il punto fermo, detto in questo caso¬†punto anomalo:¬†Come potremmo rifiutare. Un viaggio nel mondo?¬†Il punto anomalo va usato con cautela, per non trasformarlo in un vezzo senza valore espressivo. Nel suo brano, per esempio, non sembrerebbe una scelta stilisticamente coerente. All’opposto, ci sono autori, come il politologo Ilvo Diamanti, che ne hanno fatto uno stilema distintivo, ben integrato in uno stile tendente alla lapidariet√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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QUESITO:

Vi propongo due questioni riguardanti la scelta tra i modi indicativo e condizionale.
Prima questione.

1a. Spero che lei sia indisposta, altrimenti non vengo / verrò alla festa.
1b. Spero che lei sia indisposta, altrimenti non verrei alla festa.

Le frasi sono entrambe ben costruite?
Ci sono casi in generale in cui sia debba usare obbligatoriamente soltanto uno dei due modi (indicativo o condizionale) in frasi introdotte dalla congiunzione altrimenti?
Seconda questione.

2. Non ho intenzione di vendere la mia casa al mare. Se lo facessi, l’acquirente entrerebbe in possesso di un immobile che avrei ristrutturato da poco.

Il condizionale passato (avrei ristrutturato) potrebbe essere interpretato meramente come azione precedente a quella dell’entrare in possesso da parte dell’acquirente, oppure, sulla scorta del classico periodo ipotetico, porta con sé soltanto l’irrealizzabilità dell’evento?
Provo a snebbiare un po’ la domanda esplicando la base logica della frase: in questo contesto mi sentirei di adottare il condizionale passato per creare un rapporto temporale tra le due azioni (entrerebbe in possesso e avrei ristrutturato) distinguendole appunto sul piano della successione cronologica e non su quello semantico. L’azione eventuale del ristrutturare sarebbe difatti precedente a quella dell’entrare in possesso. Con un altro condizionale presente (ristrutturerei) tale stacco per me non sarebbe evidenziabile.
Avevo valutato anche due tempi dell’indicativo (passato prossimo e futuro anteriore), che però non mi sembrano adeguati al messaggio da trasferire all’interlocutore. Scegliendo tali forme verbali, a patto che siano valide, in che modo cambierebbe la semantica?

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi sono legittime. Nella 1, la proposizione disgiuntiva introdotta da¬†altrimenti¬†pu√≤ essere costruita con il presente indicativo (vengo), il futuro semplice (verr√≤) e il condizionale presente (verrei). La scelta fra le tre opzioni √® determinata da fattori semantici e diafasici: l’indicativo presente e il futuro¬†rappresentano l‚Äôalternativa come un fatto certo nel futuro immediato o lontano. Il presente √®, a questo scopo, meno formale del futuro. Il condizionale rappresenta la stessa alternativa¬†come una conseguenza condizionata da un altro evento. In assenza di altre indicazioni, tale evento sarebbe automaticamente fatto coincidere dal ricevente con l’indisposizione di lei: “Spero che lei sia indisposta, altrimenti (se lei non fosse indisposta) non verrei alla festa.
Nella frase 2, come ha giustamente notato lei, il valore del condizionale passato √® relativo alla consecutio temporum, non al grado di possibilit√† della conseguenza di un evento. Il condizionale passato, cio√®, indica che l’evento del ristrutturare √® passato rispetto a quello di riferimento, cio√® la vendita, ma futuro rispetto al momento dell’enunciazione, che √® ora. Non va dimenticato, per√≤, che il condizionale veicola sempre una sfumatura di potenzialit√†; dalla frase, infatti, traspare, per via del condizionale, che la ristrutturazione non sia stata ancora decisa.¬†
Si noter√† che il momento dell’enunciazione √® considerato passato nella frase, perch√© √® osservato dalla prospettiva futura del momento di riferimento; per questo si giustifica l’uso del condizionale passato, che, come √® noto, esprime il futuro nel passato, cio√® un evento futuro rispetto a un altro evento passato (qui coincidente, per l’appunto, con il presente). Non √® necessario spostare il centro deittico, cio√® il punto di vista, al futuro per costruire correttamente la frase: √® possibile anche mantenere quello del momento dell’enunciazione. In questo modo, il momento in cui avviene la ristrutturazione √® futuro rispetto al presente, ma passato rispetto alla vendita, ovvero √® futuro anteriore:¬†l‚Äôacquirente entrerebbe in possesso di un immobile che avr√≤ ristrutturato da poco. Con l’indicativo, per√≤, si perderebbe la sfumatura potenziale veicolata dal condizionale e la ristrutturazione apparirebbe concreta, gi√† decisa.
Il condizionale presente (ristrutturerei) al posto del passato cambia il senso della frase perch√© la funzione temporale preminente nel condizionale passato sarebbe in questo caso esclusa ed emergerebbe soltanto quella potenziale:¬†l‚Äôacquirente entrerebbe in possesso di un immobile che ristrutturerei (se potessi). Il condizionale presente, inoltre, impedisce l’uso della locuzione¬†da poco, visto che indica un‚Äôazione ancora da venire (forse).
Con il passato prossimo (ho ristrutturato) la frase sarebbe ancora corretta, ma la ristrutturazione sarebbe rappresentata come gi√† avvenuta al momento in cui l’emittente sta parlando.
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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QUESITO:

I seguenti esempi contengono ripetizioni o pleonasmi e sono pertanto da evitare?
1) Il suo commento è di per sé già eloquente.
2) Te l’ho già detto prima.
3) Risolvere definitivamente il problema.
4) L’uomo è un assiduo avventore del locale.
5) Bazzico abitualmente quel circolo.
6) Non so se lei ne sia capace. Ma il fatto che/se lo sia o non lo sia non è rivelante.

 

RISPOSTA:

Le frasi 1, 2, 3 e 5 presentano avverbi o locuzioni avverbiali che non apportano un significato determinante alla frase e servono soprattutto ad arricchirla sintatticamente. Possono, pertanto, essere definiti pleonastici e in uno stile che voglia essere asciutto andranno evitati (sebbene non si tratti di errori da nessun punto di vista). Si noti che, se nello scritto gli avverbi superflui non hanno ragione di apparire, nel parlato possono servire da appendici informative del verbo. Questo si nota soprattutto nella frase 5: se eliminiamo l’avverbio, l’informazione saliente diviene¬†quel circolo¬†(infatti l’accento della frase viene a cadere tutto su questo sintagma), ma l’emittente potrebbe voler puntare l’attenzione sull’azione del¬†bazzicare, non sul luogo. Per questo scopo avrebbe due possibilit√†: una dislocazione (quel circolo lo bazzico, cos√¨ come¬†il problema l’ho risolto) oppure, appunto, l’inserimento dell’avverbio semanticamente quasi neutrale che gli consenta di¬†appoggiare la voce non sul sintagma nominale (bazzico ABITUALMENTE quel circolo). Non ugualmente efficace sarebbe, invece,¬†BAZZICO quel circolo, perch√© la posizione iniziale non marcata del verbo lo configura come tema, ovvero come informazione poco saliente. Per approfondire i concetti di¬†tema,¬†rema,¬†dislocazione¬†e simili pu√≤ consultare l’archivio di DICO, a partire dalla risposta n.¬†28009, che rimanda a sua volta ad altre risorse della pagina.
Decisamente non superfluo √® l’aggettivo¬†assiduo¬†della frase 4: un¬†avventore, infatti, pu√≤ non essere¬†assiduo, ma¬†occasionale, oppure essere accompagnato da una proposizione relativa che lo qualifica diversamente. Il secondo periodo della frase 6 deve essere scompartito, perch√© le due possibili costruzioni sintattiche accorpate non sono equivalenti, ma una esprime un dubbio, l’altra esprime un fatto:
6a. Ma se lo sia o non lo sia non è rivelante.
6b. Ma il fatto che lo sia non è rivelante. / Ma il fatto che non lo sia non è rivelante.
Le varianti b risultano in contrasto logico con¬†il contenuto del primo periodo, che presenta un dubbio. La variante a potrebbe essere semplificata (Ma se lo sia non √® rivelante¬†oppure¬†Ma se non lo sia non √® rivelante), ma la semplificazione comporterebbe un lieve cambiamento nel senso della frase, perch√© farebbe propendere il dubbio verso una delle due possibilit√†, come se l’emittente sospettasse che il ricevente¬†fosse¬†oppure¬†non fosse¬†capace. Neanche qui, insomma, si riscontra un pleonasmo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella correzione di un testo scritto va bene quanto segue?
– INDICATORE: Completezza delle informazioni.
Il contenuto è completo/abbastanza completo/essenziale, ecc.
– INDICATORE: Organizzazione nella successione logica e nell’ordine¬†crono-spaziale.
L’esposizione risulta articolata/ lineare/frammentaria, ecc.
– INDICATORE: Correttezza ortografica, morfo-sintattica, punteggiatura, coesione.
La forma presenta lievi errori/pochi errori/ gravi errori.
– INDICATORE: Uso del lessico
Il lessico utilizzato è appropriato/ adeguato/semplice, ecc.

 

RISPOSTA:

La domanda esula dal nostro campo specifico, ma proverò comunque a fare qualche osservazione. Il primo indicatore è ben costruito, sia nella descrizione, sia nei livelli, tranne che per ecc., che in generale va evitato, proprio perché gli indicatori servono a dare chiarezza. Si può, semmai, aggiungere un quarto livello:

– INDICATORE: Completezza delle informazioni.
Il contenuto è completo / quasi completo / essenziale / quasi assente

Nel secondo indicatore non si capisce come si possano associare successione logica e ordine crono-spaziale. Ma soprattutto, non è chiaro che cosa si intenda con ordine crono-spaziale (o meglio spaziotemporale). Forse intendeva riferirsi alla successione degli eventi di una storia? In questo caso, si consideri che se per la successione logica si può individuare un modello migliore di un altro, per la successione degli eventi in una storia esistono tante possibilità (quelle che in narratologia sono definite intreccio) tra le quali è difficile stabilire la migliore.
I livelli, inoltre, non sembrano adatti a definire una gradualità di valore: perché, infatti, una organizzazione articolata sarebbe migliore di una lineare?
Ammesso che ordine crono-spaziale abbia il significato che io ho inteso, le propongo, per questo indicatore, questa scala di valore: articolata e lineare / lineare / a tratti imprecisa / fortemente imprecisa.
Il terzo indicatore raccoglie troppi aspetti. Si potrebbe dividere in almeno due indicatori, uno per l’ortografia e uno per la coesione (nel quale si pu√≤ far rientrare anche la punteggiatura e la morfosintassi). Volendo, per√≤, coesione e punteggiatura potrebbero essere separati da morfosintassi.
I livelli non vanno bene neanche in questo indicatore:¬†lievi¬†e¬†gravi¬†sono indicazioni di qualit√†, peraltro piuttosto arbitarie (quale errore ortografico √® pi√Ļ grave o lieve di altri?), mentre¬†pochi¬†indica una quantit√† ed √®, quindi, incongruente con gli altri. Ritengo che la strada migliore nel caso dell’ortografia sia proprio quella della quantit√†, quindi una scala come¬†molti errori¬†/ pochi errori / quasi nessun errore / nessun errore.
Per quanto riguarda la coesione, invece, si può propendere per la qualità, quindi per una scala come pienamente adeguata (allo scopo) / parzialmente adeguata (allo scopo) / appena adeguata (allo scopo) / del tutto inadeguata (allo scopo).
Anche per l’uso del lessico i livelli sono incongruenti: intanto¬†appropriato¬†e¬†adeguato¬†sono quasi sinonimi, quindi non rappresentano una distinzione chiara.¬†Semplice, inoltre, non individua per forza un difetto, quindi non √® adatto a rappresentare il grado pi√Ļ basso del giudizio. Potrebbe usare per questo indicatore la stessa scala che ho proposto per la coesione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi piacerebbe sapere se nei testi scritti la forma comprende solo gli aspetti grammaticali (punteggiatura, ortografia, morfosintassi) oppure anche il lessico.
Inoltre vorrei sapere se la coerenza riguarda il modo di esporre l’argomento, mentre la¬†coesione ha la funzione di collegare bene le parti.

 

RISPOSTA:

Il lessico fa certamente parte della forma di un testo nella sua parte significante, fatta di suoni, grafemi e morfemi. Nella parte del significato, invece, fa parte del contenuto del testo stesso.
In linguistica testuale, la coerenza √® la qualit√† imprescindibile dei testi. Rappresenta la capacit√† del testo di comunicare qualcosa, che dipende dalla sua non contraddittoriet√† rispetto al co-testo, al contesto, all’enciclopedia del ricevente. Per esempio, il testo che ho scritto finora √® coerente rispetto a s√© stesso (ovvero rispetto al co-testo), perch√© non contiene informazioni che contraddicono altre informazioni fornite in precedenza, ma √® anche coerente rispetto al contesto, cio√® alla sede che lo ospita e alla domanda a cui cerca di rispondere. Potrebbe, per√≤, essere incoerente rispetto all’enciclopedia del ricevente, ovvero rispetto alle sue conoscenze, se lei non conosce i fondamenti della linguistica testuale. In questo caso, questo testo sarebbe incoerente e non potrebbe comunicare niente. Se lei, invece, conosce i fondamenti della linguistica testuale, questo testo le sembrer√† sensato e quindi potr√† considerarsi coerente. Questo esempio mostra che la coerenza di un testo non √® assoluta, ma √® relativa al contesto e agli attori coinvolti nella comunicazione.¬†
La coesione non √® imprescindibile per un testo, e riguarda il corretto uso dei legami logici (i connettivi) e referenziali (i coesivi) previsti dalla lingua, ma anche dei segnali discorsivi, della punteggiatura, della consecutio temporum, della concordanza, della deissi (diversi accenni a queste categorie di parole e forme sono contenuti nell’archivio di DICO, a cui la rimando per approfondimenti).¬†
Sebbene un testo possa essere coeso senza essere coerente (pensi al caso fatto sopra), e possa essere coerente senza essere coeso (si pensi a una richiesta di informazioni da parte di uno straniero con una conoscenza limitata della lingua), √® vero anche che la coesione possa incidere sulla coerenza. Un connettivo, o un segnale discorsivo al posto sbagliato, per esempio, pu√≤ rendere incomprensibile un testo o cambiarne il senso. Ad esempio, una frase come “Mi piace il vino rosso,¬†quindi¬†questa sera ordiner√≤ un bicchiere di vino bianco” potrebbe risultare incoerente a causa della scelta sbagliata del segnale discorsivo; mentre pi√Ļ prevedibile sarebbe¬†“Mi piace il vino rosso,¬†ma¬†questa sera ordiner√≤ un bicchiere di vino bianco”. Attenzione, la prima frase non √® per forza incoerente; potrebbe, infatti, essere coerente nel contesto giusto (come si √® detto prima, infatti, la coerenza testuale √® una qualit√† relativa). In un ristorante in cui servono del vino rosso di pessima qualit√†, per esempio, la persona a cui piace il vino rosso potrebbe decidere, proprio perch√© le piace il vino rosso, di non ordinarne.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Si pu√≤ dire “a me mi piace”?

 

RISPOSTA:

‚ÄčIn contesti formali, soprattutto scritti, √® da evitare, perch√© pleonastico (lo stesso pronome √® ripetuto, sebbene in forma diversa, due volte). Nella lingua d’uso comune, per√≤, specie nel parlato, il costrutto √® molto diffuso e ampiamente accettato, tanto che sarebbe eccessivo sostenere che non si possa dire.¬†
La ragione del successo di questa costruzione, nota come¬†dislocazione a sinistra, √® che chiarisce bene quale sia l’argomento di cui si parla (tecnicamente¬†il tema) e quale sia l’informazione fornita su quell’argomento (tecnicamente¬†il rema). In questo caso il tema √®¬†a me, il rema¬†mi piace. Per fare un altro esempio analogo, in una frase come “A te non ti credo pi√Ļ”¬†(nella quale si nota la ripetizione del pronome, prima nella forma¬†a te, poi nella forma atona¬†ti), il tema √®¬†a te,¬†il rema tutto il resto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Sarò molto grato se Loro potranno aiutarmi e spiegare quando si usano agg. poss. Sua, Vostra, Loro in formule di cortesia e di cerimoniale.
Nel Vocabolario online (http://www.treccani.it/vocabolario/maesta) ho trovato la seguente spiegazione:
 

Maest√†…¬†2. a. Titolo e appellativo spettante in origine all’imperatore, in seguito¬†esteso anche ai re:¬†Sua M. reale e imperiale, o pi√Ļ comunem.¬†Sua M. il Re Imperatore,¬†o meglio¬†la M. del Re Imperatore, espressioni con le quali si indica un re che √® anche¬†imperatore; in usi assol.:¬†Sua M., il re o la regina;¬†le Loro Maest√†, il re e la¬†regina; nel discorso diretto:¬†Vostra M.,¬†le Vostre Maest√†

Cio√®, se ho capito bene, quando si rivolge direttamente a un Re o Imperatore, si¬†dice:¬†Vostra Maest√†¬†(con valore di 2a persona sing.),¬†le Vostre Maest√†¬†(con valore di 2a¬†persona pl.). Per es.: “Il sottoscritto chiede alla Vostra Maest√† / alle Vostre Maest√†”. Quando parliamo di un Re o Imperatore, invece, si dice:¬†Sua Maest√†¬†(con valore di 3a persona sing.),¬†le Loro Maest√†¬†(con valore di 3a persona¬†pl.). Per es.: “Vorrei parlare con Sua Maest√†”; “le Loro Maest√† sono occupate e non¬†possono riceverLa”.
Lo stesso principio nell’articolo (http://www.treccani.it/vocabolario/signoria):
 

Signoria‚Ķ 3. Titolo di grande onore e rispetto attribuito nell’ultimo medioevo ad¬†alti dignitar√ģ, funzionar√ģ e magistrati e a signori di stati assolutistici, esteso poi¬†dal primo Cinquecento, anche per influsso spagnolo, a persone di media condizione:¬†Vostra Signoria,¬†Sua S., e, al plur.,¬†le Vostre,¬†le Loro Signorie‚Ķ

Però nello Zingarelli 2004, p. 1017 trovo:
 

Loro B agg. poss. di 3a pers. pl. … preposto o postposto a un sostantivo si usa in formule di cortesia e di cerimoniale (con valore di seconda persona pl.): le signorie loro; le Loro maestà; le Loro altezze!

Questo significa che le Loro maestà si può usare come forma equivalente a le Vostre Maestà quando si rivolge direttamente al Re e alla Regina? 
Vorrei anche sapere:
Рse il principio spiegato nel Vocabolario Treccani è valido anche per: Altezza, Eccellenza, Grazia, Santità, Signoria, Eminenza?
РSe questi titoli / appellativi si possono usare quando ci si rivolge a una donna (per es. una principessa, una ambasciatrice, una donna autorevole.

 

RISPOSTA:

I pronomi di cortesia e gli aggettivi possessivi che li accompagnano,¬†Lei¬†/¬†Loro¬†(Suo¬†e¬†Loro) e¬†Voi¬†(Vostro), si distinguono soprattutto per il grado di formalit√† che veicolano: il¬†Voi¬†(quindi l’aggettivo¬†Vostro) √® sentito come massimamente rispettoso, mentre il¬†Lei¬†/¬†Loro¬†(con gli aggettivi¬†Suo¬†e¬†Loro) √® leggermente meno formale. L’unica distinzione funzionale tra le due persone riguarda le¬†allocuzioni:¬†Vostra Maest√†¬†/¬†Signoria¬†/¬†Grazia¬†difficilmente pu√≤ essere sostituito da¬†Sua Maest√†¬†o simili, che suona al limite dell’accettabilit√†. Fuori da questo contesto,¬†Voi¬†e¬†Lei¬†(e i rispettivi aggettivi possessivi) sono intercambiabili; si pu√≤ dire, per esempio:¬†“Vostra¬†Signoria,¬†la¬†prego di concedermi il¬†suo¬†perdono”, oppure¬†“Vostra¬†Signoria,¬†vi¬†prego di concedermi il¬†vostro¬†perdono”. Nel caso ci si rivolga a un re, sarebbe pi√Ļ indicata questa seconda soluzione, pi√Ļ ossequiosa.
Si noti che, se √® comune scrivere con lettera maiuscola i pronomi di cortesia, meno comune √® scrivere con maiuscola anche gli aggettivi possessivi.¬†√ą, inoltre, possibile sostituire¬†Lei¬†con¬†Ella¬†(quando √® soggetto), ma la rarit√† di questo pronome nell’italiano contemporaneo rischia di caratterizzare il discorso come troppo cerimonioso.¬†
La possibilità di passare al Lei dopo una allocuzione con il Voi è ben attestata anche nella tradizione; si legga questa lettera di Giacomo Leopardi del 1823:
 

Signoria Illustrissima Padrona Colendissima. Trovandomi sul punto di partire per Recanati mia patria, e non avendo avuto la sorte di poter inchinare¬†Vostra S. Ill.¬†[ovvero¬†Vostra Signoria Illustrissima] nelle due volte che mi sono recato presso di¬†Lei¬†a questo effetto, mi fo coraggio di servirmi della presente per chiedere i di¬†Lei¬†comandi nel mio imminente ritorno alla mia patria, dove sar√≤ disposto e pronto agli ordini di S. Em. [ovvero¬†Sua Eminenza]¬†il Signor Cardinale Segretario di Stato, e attender√≤ con fiducia gli effetti della¬†sua¬†alta beneficenza.¬†Avrei desiderato e voluto personalmente fare omaggio all’Eminenza Sua, offrirmi umilmente ai cenni della Medesima, e profondamente ringraziarla¬†delle benigne disposizioni che¬†si¬†√® degnata¬†di mostrare in favor mio, ma straniero come io sono alla Corte, timido per natura e per abitudine, e persuaso che ciascuno istante rapito alle vaste occupazioni di¬†sua Eminenza¬†sia rapito allo Stato, e al bene de’ sudditi Pontificii, ho sperato che¬†V.S. Ill.¬†si¬†sarebbe¬†compiaciuta di supplire alla mia insufficienza, rappresentando questi miei umili sentimenti all’Eminenza Sua, ed invocando la benignit√† della Medesima sulla mia rispettosa ritenutezza.¬†

Come si vede, Leopardi passa dal¬†Vostra¬†al¬†Lei¬†rivolgendosi alla stessa persona, e in ogni caso usa il verbo alla terza persona singolare quando il soggetto √® questa persona (ho sperato che¬†V.S. Ill.¬†si¬†sarebbe¬†compiaciuta). Quando si riferisce a un terzo personaggio illustre, usa ovviamente il¬†Lei¬†e l’aggettivo¬†sua¬†(sua Eminenza), perch√© non si tratta di una allocuzione, ma di un riferimento.
Per quanto riguarda il genere, i pronomi e gli aggettivi possessivi di cortesia sono ambigenere: potremmo dire che quando li usiamo ci rivolgiamo e ci riferiamo non alle persone ma ai ruoli politici che ricoprono, quindi non facciamo distinzione tra uomini e donne.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nello scritto √® possibile iniziare un periodo con “Ma¬†perch√©…?”.¬†
√ą¬†meglio scrivere “Studio la grammatica oppure studio grammatica”.¬†
‚ÄčInfine, nei temi¬†i numeri vanno scritti in lettere oppure √® possibile anche scriverli in cifre?

 

RISPOSTA:

‚ÄčMa perch√©¬†√® un attacco perfettamente legittimo¬†in uno scritto dialogico (il tipo di scritto delle chat e dei social network) e in qualunque altro scritto, anche letterario (teatro, romanzo),¬†che imiti l’andamento del parlato: “anzi, macelli e crudelt√† a non finire, eppure niente pi√Ļ diluvi, addirittura la promessa di non estirpare la vita dalla terra.¬†Ma perch√©¬†tanta piet√† per gli assassini venuti dopo e nessuna per quelli di prima, affogati tutti come topi?” (Claudio Magris,¬†Microcosmi, 1997). Va bene anche in uno scritto scientifico, o in generale informativo, divulgativo, inteso ad avvicinare il grande pubblico a un argomento difficile.¬†√ą inadatto a testi scientifici specialistici e a testi normativi.

Studio grammatica¬†e¬†studio la grammatica¬†sono entrambe corrette. La prima¬†rappresenta l’argomento dello studio come non numerabile, sottolineando che si tratta di una disciplina, una materia scolastica; la seconda lo rappresenta come un oggetto di studio tra tanti. Per capire meglio la sfumatura, si pu√≤ confrontare¬†studio (la) grammatica¬†con¬†faccio ginnastica¬†(impossibile *faccio la ginnastica), ovvero ‘sono nell’ora di ginnastica, a scuola o in palestra’, e¬†pratico la ginnastica¬†(molto innaturale¬†pratico ginnastica), ovvero ‘pratico lo sport della ginnastica’. Si pu√≤ arrivare a dire (con un po’ di immaginazione) che in¬†studio grammatica¬†(come in¬†faccio ginnastica) lo studio sia rappresentato come passivo, perch√© parte di un programma imposto, mentre in¬†studio la grammatica¬†si percepisca la partecipazione emotiva dell’emittente nel processo.

In uno scritto mediamente formale, quale pu√≤ essere considerato il tema scolastico, si preferisce scrivere i numeri con le lettere, perch√© le cifre non fanno parte dell’alfabeto. Si tratta di una convenzione di secondaria importanza, che pu√≤ essere applicata con flessibilit√†, soprattutto nel caso di numeri che richiedano stringhe di testo molto lunghe.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi sarei grato se mi deste alcune indicazioni utili sulla composizione di comunicazioni formali. Innanzitutto vi domando quale formula sia da preferire tra io sottoscritto e il sottoscritto. Mi pare che le due soluzioni convivano. Ho sempre preferito la seconda, malgrado tuttora mi generi una qualche esitazione in termini di concordanza.
Credo che tutte le parti variabili del discorso che sono declinate in base al genere e al numero e siano riferibili al sottoscritto (verbi, aggettivi) debbano muovere dalla terza persona. Tutto ciò alle volte risulta innaturale, considerando che lo scrivente si riferisce a sé stesso.
 

Il sottoscritto xxx intende richiedere che il proprio indirizzo di posta elettronica sia modificato e che ogni messaggio ad egli (?) inviato sia… Il sottoscritto richiede inoltre che i suoi dati personali…
Resta (?) in attesa di un riscontro.
Porge (?) distinti saluti.

Questi sono solo alcuni esempi critici; ma in una comunicazione mediamente lunga i motivi di incertezza possono essere numerosi. 
Domando inoltre se esista un’alternativa alla ripetizione del sostantivo sottoscritto durante la stesura: è possibile usare il pronome egli (o ella in caso di sottoscritta)?
E un’ultima cosa, che prescinde dalla concordanza: nella chiusa delle comunicazioni¬†formali non √® raro trovare ringraziamenti per l’attenzione o il tempo dedicati.¬†Quelle di seguito proposte sono tutte e cinque ammissibili?

Grazie per l’attenzione che mi dedicherete/dedicher√†.
Grazie per l’attenzione che vorrete/vorr√† dedicarmi.
Grazie per l’attenzione che vogliate/voglia dedicarmi.
Grazie per l’attenzione che mi avete/ha dedicata.
Grazie per l’attenzione che mi √® stata dedicata.

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa comunicazione scritta del tipo da lei indagato √® talmente formale da essere formalizzata, cio√® popolata di espressioni cristallizzate, che la configurano come ingessata e, per certi versi, come inelegante. Il primo punto critico √® propio la formula di responsabilit√†, che, come gi√† rilevato da lei, pu√≤ essere¬†Il sottoscritto¬†/¬†La sottoscritta¬†+ nome o¬†Io sottoscritto¬†/¬†La sottoscritta¬†+ nome.¬†
La prima variante √® quella pi√Ļ tradizionale; fa riferimento alla firma in calce, alla quale si demanda la dichiarazione della responsabilit√† sul contenuto della comunicazione, come se si dicesse ‘Quel Fabio Ruggiano che ha firmato questo scritto’.¬†Porta con s√©, per√≤, la stranezza di dover continuare tutto lo scritto in terza persona, mentre si parla di s√©; pena la perdita della coreferenza (*Il sottoscritto Fabio Ruggiano dichiaro…). In realt√† questa stranezza √® proprio ricercata e fa parte di quel formalismo di cui sopra: parlare in terza persona rende la comunicazione estremamente distaccata e oggettiva, come se lo scrivente non fosse direttamente interessato al contenuto della comunicazione, sebbene abbia dichiarato di esserne responsabile con il rimando alla firma. In questo contesto, che √® ovviamente simbolico e non deve dar conto solamente delle esigenze comunicative, continuano ad avere piena cittadinanza forme obsolete nella lingua comune, come i pronomi¬†egli¬†e¬†ella,¬†costui¬†e¬†costei,¬†codesto¬†e¬†codesta.¬†
L’innaturalezza della costruzione in terza persona, in un’epoca in cui il formalismo nella comunicazione √® quasi sparito in tutti i campi, ha reso insopportabile la formula¬†il sottoscritto¬†/¬†la sottoscritta; gli scriventi hanno, cos√¨, deformato appena la formula ottenendo quella che sembrava la soluzione pi√Ļ semplice:¬†Io sottoscritto¬†/¬†Io sottoscritta. Con questo cambiamento minimo, la terza persona diviene prima persona:¬†Io sottoscritto Fabio Ruggiano dichiaro…¬†Inutile dire, per√≤, che il formalismo in questo modo si perde, mentre si mantiene solamente la superficie di una formula a questo punto davvero stantia e grammaticalmente discutibile:¬†Io sottoscritto Fabio Ruggiano dichiaro, infatti, corrisponde a ‘Io Fabio Ruggiano che sono scritto sotto dichiaro’ (senza virgole). Dal punto di vista grammaticale, quindi, la costruzione √® sciatta, dal punto di vista logico √® ridondante: non c’√® motivo, infatti, di rimandare alla firma se si sta gi√† dichiarando la propria responsabilit√† parlando in prima persona. A questo punto, tanto vale eliminare¬†sottoscritto¬†e mantenere l’essenziale, facendo una scelta di vera semplificazione:¬†Io, Fabio Ruggiano, dichiaro…
In astratto, oggi le varianti Il sottoscritto / La sottoscritta e Io sottoscritto / Io sottoscritta sono ugualmente accettabili; la scelta tra le due è una questione di stile, nella quale potrebbero (o no) avere un peso le osservazioni fatte sopra. La variante Io, + nome, (la virgola fa parte della formula) è chiaramente la meno formale ed è attualmente la scelta meno scontata (ma a mio parere perfettamente legittima).
Per quanto riguarda le formule di commiato, infine, tutte le varianti da lei presentate sono valide, ma sono da posizionare in una scala di formalit√†. Dalla pi√Ļ alla meno formale troviamo:¬†

Grazie per l’attenzione che vogliate/voglia dedicarmi.
Grazie per l’attenzione che vorrete/vorr√† dedicarmi.
Grazie per l’attenzione che mi dedicherete/dedicher√†.
Grazie per l’attenzione che mi √® stata dedicata.
Grazie per l’attenzione che mi avete/ha dedicata.

Nell’ultima si consideri anche la possibilit√† di non concordare il participio passato (che mi avete¬†/¬†ha dedicato). Su questo punto rimando alle tante risposte dell’archivio di DICO che se ne sono occupate.
Riguardo alla prima, sottolineo che in questa forma suona un po’ innaturale, perch√© la proposizione ipotetica (o in questo caso relativa con sfumatura ipotetica) al congiuntivo presente √® rara: al presente si usa quasi sempre l’indicativo. Non la scarterei, per√≤, ma la renderei o ancora pi√Ļ formale, aggiungendo il pronome soggetto (Grazie per l’attenzione che voi vogliate¬†/¬†lei voglia dedicarmi), in modo da allontanarla totalmente dalla lingua comune e configurarla come un’espressione del tutto formalizzata; o pi√Ļ comune, con il congiuntivo imperfetto:¬†Grazie per l’attenzione che voleste¬†/¬†volesse dedicarmi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi chiedo se è corretto scrivere luogo e data in basso a sinistra, ad esempio:
I sottoscritti genitori _______ dell’alunno _____ autorizzano il proprio figlio a partecipare a ______
Milano, 30/08/2019                 Firma ___________

 

RISPOSTA:

S√¨, √® corretto. L’indicazione del luogo e della data in un messaggio possono andare sia all’inizio sia alla fine, sia a destra sia a sinistra, sia prima (pi√Ļ spesso) sia dopo (pi√Ļ raramente) la firma. Sono soltanto consuetudini scrittorie, convenzioni e stili diversi, ma nessuno pu√≤ essere considerato pi√Ļ giusto, n√© pi√Ļ sbagliato, dell’altro.

Fabio Rossi

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QUESITO:

In una conversazione informale pu√≤ essere accettata una frase come ‚ÄúSe vuoi,¬†domani¬†fammi sapere come √® andato il provino‚ÄĚ? Come dovrebbe essere formulata la stessa frase in un contesto pi√Ļ formale?

 

RISPOSTA:

La variazione diafasica (cio√® le differenze tra ambito formale e informale) non va enfatizzata. A volte, un enunciato va benissimo in entrambi gli ambiti, com‚Äô√® il caso del suo. Presupposto che vi sia un rapporto tra pari tra gli interlocutori (come testimonia l‚Äôuso del¬†Tu¬†in luogo del¬†Lei¬†come allocutivo), l‚Äôenunciato non ha alcuna necessit√† d‚Äôesser ‚Äúsollevato‚ÄĚ stilisticamente. Ovviamente, sono sempre possibili alternative, ma che suonerebbero stonate, a mio avviso, come per esempio la sostituzione (qui fuori luogo) dell‚Äôindicativo con il congiuntivo: ‚Äúcome sia andato‚ÄĚ. Si potrebbe anche eliminare, dandolo per scontato, l‚Äôinciso iniziale con funzione di segnale discorsivo incipitario: ‚ÄúSe vuoi‚ÄĚ. Si potrebbe anche trasformare l‚Äôenunciato da discorso diretto a indiretto (o proiettato, come lo chiamerebbe Halliday), e con sostituzione del presente con il futuro, a rendere meno perentoria la richiesta all‚Äôimperativo: ‚Äúti prego di farmi sapere come andr√† il provino‚ÄĚ. E mille altri cambiamenti sono possibili. Ma ripeto: il troppo stroppia. Perch√© mai accanirsi a modificare (o innalzare) ci√≤ che funziona benissimo cos√¨ com‚Äô√®, in tutti gli ambiti?
 
Fabio Rossi

Parole chiave: Registri
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QUESITO:

Per la possibilit√† di essere¬†¬†analizzato, in una frase come: “per la verit√† partir√≤¬†domani”, il sintagma “per la verit√†”, si pu√≤ considerare complemento di causa oppure di fine?

 

RISPOSTA:

‚ÄúPer la verit√†‚ÄĚ √® un segnale discorsivo che serve a conferire una modalit√† epistemica al verbo, dal quale dunque non dipende tramite una reggenza sintattica (il¬†per¬†non √® come in ‚Äúpasso per la porta‚ÄĚ , ovvero non √® dipendente dal verbo ma parte integrante della locuzione avverbiale “per la verit√†”), bens√¨ tramite un rapporto semantico-testuale. In altre parole, non √® in gioco qui la sintassi, bens√¨ la testualit√†. Motivo per cui NON si deve qui applicare l‚Äôanalisi logica, bens√¨ altri tipi di analisi, cio√® quella pragmatico-testuale. Come detto pi√Ļ e pi√Ļ volte in molte risposte di DICO, la tassonomia dei complementi non va applicata acriticamente a tutti i sintagmi della frase. Questo ne √® un caso tipico.
 
Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Avverbio, Verbo
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QUESITO:

Credo che in tutta Italia si dica: ” Anche te” invece di “Anche tu”. Esempi: ” Vai a Parigi? Anche te?” Verrai anche te stasera? ” Ora ti ci metti anche te”.¬†¬†Credo che sia sbagliato l’uso del pronome “te”. Ma a questo punto, in considerazione del fatto che viene utilizzato da tutti, anche in letteratura, che si fa? Cambiamo la grammatica?

 

RISPOSTA:

Ha ragione: esempi come quelli da lei citati, ancorch√© pi√Ļ comuni al Nord e a Roma che al Sud, sono comunque, almeno al livello informale, comuni in quasi tutta Italia. I motivi potrebbero essere vari e il pi√Ļ importante √® forse il seguente: le forme pronominali di complemento oggetto (lui,¬†lei,¬†te) meglio si prestano a usi topicalizzati o focalizzati, in cui cio√® l‚Äôattenzione si concentra sulla persona che prova una certa emozione, ha una certa idea ecc.: ‚Äúte, ti piace di pi√Ļ carne o pesce?‚ÄĚ, ‚ÄúTi ci metti anche te!‚ÄĚ ecc. Con¬†lui¬†e¬†lei¬†la tendenza, da secoli, si √® talmente rafforzata da aver scalzato ormai quasi del tutto (gi√† a partire da Manzoni) le relative forme di pronome soggetto:¬†egli¬†ed¬†ella¬†ormai sono, soprattutto il secondo, quasi solo retaggi letterari. Invece con¬†tu¬†(e ancor di pi√Ļ con¬†io) il discorso √® diverso, perch√© un buon numero di parlanti colti ha le sue stesse, giustificatissime, riserve, e magari utilizzano normalmente la formula ormai quasi cristallizzata ‚Äúio e te‚ÄĚ, ma sentono certo stridore da unghie sulla lavagna di fronte a ‚Äúvieni pure te?‚ÄĚ. Che fare, in questi casi? Cambiamo la grammatica? Ma se l‚Äôusano tutti? Si chiede assai saggiamente Lei. Come ben comprende, il rapporto tra norma e uso non pu√≤ che essere fluido, in movimento e in rinegoziazione continua tra gli utenti della lingua, soprattutto negli ultimi decenni. E allora, al momento abbiamo cambiato la grammatica accogliendo¬†lui¬†e¬†lei¬†soggetto, ma forse non √® ancora il momento di farlo per¬†te¬†soggetto, dato che un numero molto elevato di parlanti e scriventi, come Lei e come chi le scrive, ancora non sente naturale il¬†te¬†al posto di¬†tu¬†e gran parte degli italiani colti a Sud di Roma la pensa come noi due, credo. Pertanto, in barba allo strapotere romano-milanese, teniamoci ancora un po‚Äô il nostro¬†tu, senza crociate e pronti a cedere quando nessun altro, forse, ci far√† pi√Ļ una domanda (bella) come la sua.
 
Fabio Rossi

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‚ÄčQUESITO:

Mi piacerebbe sapere¬†se, in un testo scolastico (es. la simulazione di una lettera o di un diario), si pu√≤ accettare l’espressione¬†“Siamo migliori amiche”.

 

RISPOSTA:

La lettera a un amico o a un’amica e il diario sono generi caratterizzati da un registro informale, nel quale figurano a loro agio, e sono pienamente giustificate, espressioni “brillanti”, non canoniche, vicine al parlato.
Ma vediamo perch√©¬†migliore amico/a¬†e¬†migliori¬†amici/amiche¬†sono espressioni non canoniche.¬†Molto diffuse oggi, presentano tre difficolt√† se passate al vaglio della grammatica standard: non hanno l’articolo determinativo e non hanno il complemento partitivo, entrambi¬†richiesti dal superlativo relativo¬†migliore;¬†mancano del complemento di specificazione (o dell’aggettivo possessivo), richiesto dal nome¬†amico.
In una frase standard come “Il migliore amico dell’uomo √® il cane” si nota¬†che l’aggettivo al grado superlativo relativo sia preceduto dall’articolo determinativo;¬†amico, inoltre,¬†√® correttamente specificato (molto strano sarebbe *”Il miglior amico √® il cane”). Anche in questa frase, invece, manca il complemento partitivo, che, per la verit√†, pu√≤ facilmente essere sottinteso nel caso in cui coincida con¬†tra tutti gli altri¬†o simili:¬†“(Tra tutti gli altri amici,) il migliore amico dell’uomo √® il cane”.
Delle tre difficolt√† individuate nell’espressione qui analizzata, quindi, una √® trascurabile:¬†migliore amico¬†presuppone¬†tra tutti.
Pi√Ļ strana sembra la mancanza del complemento di specificazione per¬†amico/a/i/e. A ben vedere, per√≤, anche questa si spiega con il sottinteso: “Siamo migliori amiche” √® implicitamente completata da¬†l’una dell’altra. Come si vede, questo costrutto appesantisce l’espressione e la rende molto meno agevole e immediata: si capisce, quindi, perch√© i parlanti lo eludano. Rispetto allo standard, questa scelta rappresenta uno scarto, non grave ma sufficiente per abbassare di un gradino la formalit√† dell’espressione.
La terza mancanza, quella dell’articolo prima di¬†migliore/i, √® l’unica davvero grave, perch√© contrasta con una regola sintattica molto rigida (migliore¬†√® comparativo di maggioranza;¬†il migliore¬†√® superlativo relativo), sebbene si giustifichi sul piano della convenienza. Se inseriamo l’articolo, infatti, otteniamo “Siamo le migliori amiche”, che renderebbe il sottintendimento del complemento di specificazione inaccettabile per la maggioranza dei parlanti.
Questa disamina dei “difetti” insiti nell’espressione ci consegna, per contrasto, la variante standard della stessa: “Siamo le migliori amiche l’una dell’altra”. Si noter√†, nella formulazione, oltre alla minore efficacia espressiva, la “stranezza” del mancato accordo tra il nome del predicato¬†le migliori amiche¬†e il costrutto reciproco, che √® grammaticalmente singolare. La variante¬†“Siamo la migliore amica l’una dell’altra”, pure possibile, sana questa “stranezza”, ma provoca la sgrammaticatura (quindi √® formalmente pi√Ļ trascurata) del mancato accordo tra la copula (a sua volta concordata con il soggetto), plurale, e il nome del predicato, singolare.
A margine rilevo che la lettera e la pagina di diario, generi testuali familiari ai ragazzi fino a qualche anno fa, oggi appaiono anacronistici e, per questo, poco motivanti. Si possono sostituire con l’articolo di un blog, l’e-mail, il post di un social network (purch√© siano rese chiare le finalit√† e le caratteristiche formali che questi prodotti devono avere).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Se ti vengono in mente altre mete avvisami, cos√¨ mi attivo per la ricerca”, vorrei sapere se prima di¬†avvisami¬†bisogna inserire la virgola.¬†
Inoltre, nello scritto è meglio usare la forma Mi sono ricordato, oppure ricordo?

 

RISPOSTA:

Cominciamo dalla virgola dopo¬†avvisarmi, fortemente richiesta¬†per via della necessit√† di segnalare la separazione tra due unit√† informative all’interno di questo enunciato. La prima contiene il periodo ipotetico, la seconda la coordinata alla principale, con valore consecutivo.¬†
Oltre alla virgola, che √® la soluzione pi√Ļ semplice, √® possibile anche il punto e virgola, se si vuole enfatizzare l’autonomia dell’atto dell’attivarsi¬†rispetto a quello dell’avvisare. Possibile anche il punto fermo, che renderebbe ancora pi√Ļ autonomo e rilevante l’atto dell’attivarsi. Con il punto fermo, inoltre, il secondo enunciato pu√≤ assumere due forme:¬†“Se ti vengono in mente altre mete avvisami. Cos√¨ mi attivo per la ricerca” e¬†“Se ti vengono in mente altre mete avvisami. Cos√¨, mi attivo per la ricerca”. La seconda variante isola¬†cos√¨, sottolineando il collegamento logico tra la premessa dell’avvisare¬†e la conseguenza dell’attivarsi.¬†
Per quanto riguarda la virgola prima di¬†avvisami, √® buona norma separare con la virgola¬†la subordinata preposta alla sua reggente dalla reggente stessa. Tale norma ha a che fare con la sintassi del periodo pi√Ļ che con la sintassi dell’informazione; se la subordinata, al contrario, √® posposta, l’inserimento della virgola risponde a ragioni pi√Ļ informative che sintattiche.¬†
Calando il discorso teorico sui suoi esempi, abbiamo le seguenti soluzioni:¬†“Se ti vengono in mente altre mete,¬†avvisami”, ma¬†“Mi scusi se la disturbo”. Possibile, per la verit√†, anche¬†“Se ti vengono in mente altre mete avvisami”, perch√© la subordinata ipotetica (ovvero la protasi del periodo ipotetico) si trova regolarmente prima della reggente (l’apodosi), visto che rappresenta la condizione dell’evento descritto nell’apodosi. La variante senza virgola √® particolarmente efficace se la frase continua dopo la reggente con altre proposizioni coordinate o subordinate, perch√© permette di evitare una proliferazione di virgole (ma √® una considerazione da fare caso per caso).¬†√ą proprio questo il caso di¬†“Se ti vengono in mente altre mete avvisami, cos√¨…”.
Per quanto riguarda l’opposizione tra¬†mi sono ricordato¬†e¬†ricordo, la variante pronominale del verbo contiene, proprio in forza del pronome, una sfumatura di coinvolgimento emotivo del soggetto nel processo. Per questo motivo √® pi√Ļ tipica in discorsi informali, solitamente incentrati su esperienze personali. Sempre per questo motivo, inoltre,¬†ricordo¬†√® tipicamente usato con valore fattitivo (su questo concetto si pu√≤ vedere la risposta n. 280013 nell’archivio di DICO), cio√® nel senso di ‘far ricordare a qualcuno’.
Faccio notare che¬†mi sono ricordato¬†pu√≤ essere confrontato con¬†ho ricordato:¬†“Ieri mi sono ricordato dell’appuntamento / ho ricordato l’appuntamento¬†quando era troppo tardi”, ma anche con¬†ricordo‚Äč, in un contesto presente: “Mi sono ricordato / ricordo che Luca ci ha / aveva invitato a pranzo per oggi”. Molto strano sarebbe *”Ho¬†ricordato che Luca ci aveva invitato a pranzo per oggi”, a meno che il verbo non sia usato con valore fattitivo:¬†“Ho¬†ricordato a Mario che Luca ci aveva invitato a pranzo per oggi”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il mio dubbio riguarda le forme di saluto nello scritto. Si può chiudere una lettera informale con Cordiali saluti? Oppure iniziare una elaborato con Salve? Nel ringraziare, sempre a livello informale, è possibile usare la forma Grazie mille? 

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa rimando a questa risposta¬† dell’archivio di DICO, data qualche tempo fa, ma sempre valida, dal prof. Rossi a un altro utente riguardo alle formule da usare nelle e-mail.¬†Potrebbe anche trovare utile questa nota, sempre del prof. Rossi, pubblicata in DICO, nella rubrica¬†Lo sapevate che? ciao-arrivederci-e-salve-non-sono-del-tutto-intercambiabili/.
Infine, per quanto riguarda¬†grazie mille, va benissimo in una lettera, o¬†e-mail, informale di ringraziamento.¬†L’informalit√† dipende dalla posposizione dell’aggettivo, che lo rende pi√Ļ enfatico, e dall’iperbolicit√† di¬†mille; la variante pi√Ļ formale, non a caso, √®¬†molte grazie.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho qualche dubbio sull’uso della virgola, precisamente:¬†

“Vado al cinema, dove incontrer√≤ Lucia.¬†

In questa frase è corretto inserire la virgola prima di dove? in quali casi la congiunzione e può essere preceduta dalla virgola?

 

RISPOSTA:

Nella frase in questione la virgola √® ammessa, ma non necessaria; il suo inserimento dipende dal senso che si vuole dare alla frase. Senza virgola, il senso sar√†: ‘Vado proprio in quel cinema in cui incontrer√≤ Lucia”; con la virgola sar√†: ‘Vado al cinema, e l√¨ incontrer√≤ Lucia’. La virgola, cio√®, separa due unit√† informative, delle quali una √® di primo piano (qui coincidente con la proposizione principale), la seconda √® di sfondo (qui la proposizione relativa introdotta da dove). Con la virgola, quindi, la proposizione relativa diviene accessoria (e viene detta esplicativa ), mentre senza virgola essa √® informativamente unita alla principale, di cui limita il senso (e viene, per questo, detta limitativa). Come si vede, infatti, il cinema dove incontrer√≤ Lucia √® un’informazione unitaria, nella quale dove incontrer√≤ Lucia individua un cinema preciso (da qui la funzione limitativa), quello nel quale avverr√† l’incontro. Nella variante con la virgola, invece, il cinema pu√≤ essere uno qualsiasi, non viene identificato, e l’incontro √® un evento che si aggiunge a quello dell’andare al cinema, senza dire niente su quale sia il cinema scelto. Altre risposte su questo argomento, con frasi diverse e altri dettagli, possono essere trovate nell’archivio di DICO usando la parola chiave limitativa.
Per quanto riguarda la e, la questione √® analoga: la virgola separa informativamente la proposizione o il sintagma introdotti dalla congiunzione, rendendoli di sfondo rispetto a quelli con i quali sono coordinati. Si veda questo esempio letterario: “I carabinieri di Bovino avevano incontrato la carrozza colla quale erano scappati i domestici della Dal Colle, ed erano accorsi in fretta” (Giovanni Verga, Certi argomenti, 1876). La proposizione coordinata preceduta da virgola (ed erano accorsi in fretta ) diviene, proprio in virt√Ļ della virgola, di sfondo rispetto al resto della frase. Questa organizzazione fa assumere alla coordinata una sfumatura consequenziale (‘e per questo erano accorsi in fretta’) e, nello stesso tempo, fa risaltare l’unit√† informativa precedente e l’evento in essa descritto, che diviene di primo piano. Senza virgola, invece, la coordinata sarebbe parte di una unica unit√† informativa nella quale il contenuto delle due proposizioni sarebbe sullo stesso piano e ugualmente importante.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Gli esempi sotto riportati sono intercambiabili, nonostante qualche sfumatura di significato tra l’uno e l’altro? E soprattutto sono validi?
Alle volte mi trovo alle prese con tali opzioni e sono indecisa su quale preferire per scrivere costruzioni sintatticamente inappuntabili.

Paolo era sostenuto dai punti di forza del suo lavoro, che…
1) esaltavano la sua indole
2) ne esaltavano l’indole
3) gli esaltavano l’indole.

Marco osservò attentamente Anna:
4) le vide i capelli arruffati
5) ne vide i capelli arruffati
6) vide i suoi capelli arruffati.

 

RISPOSTA:

Nella prima frase, la soluzione migliore √® la 1, che evita qualunque ambiguit√†, perch√© l’aggettivo possessivo rimanda con sicurezza a Paolo.
La 2 non √® scorretta grammaticalmente, n√© √® da scartare, ma √® meno chiara, perch√©, sebbene il nome indole si adatti soprattutto a un referente umano, quindi a Paolo, il suo lavoro non pu√≤ essere escluso comereferente (la frase, cio√®, potrebbe significare che i punti di forza del suo lavoro esaltavano l’indole del suo lavoro) . Il pronome gli della terza soluzione √® da scartare:equivale, infatti, ad a lui, quinditrasforma la frase in “esaltavano l’indole a lui”, inaccettabile. C’√® da dire cheesempi del genere sono rinvenibili (ma non per questo devono essere riprodotti) in produzioni poco sorvegliate; derivano probabilmente dall’analogia con espressioni completabili tanto con il complemento di termine quanto con quello di specificazione, come”Gli strinse la mano” / “Ne strinse la mano” (e quindi anche “Strinse la sua mano”) , “Gli tocc√≤ la spalla” / “Ne tocc√≤ la spalla” (quindi anche “Tocc√≤ la sua spalla”) , “Gli allaccia le scarpe” / “Ne allaccia le scarpe” (quindi anche “Allaccia le sue scarpe”) e simili.
Nella seconda frase le soluzioni 5 e 6 sono corrette e non ambigue, quindi la scelta tra l’una e l’altra √® una questione di stile. Volendo essere molto precisi, in realt√†, le due varianti hanno una sfumatura di differenza sul piano informativo: la prima mette in evidenza il sintagma i capelli arruffati, come se Marco si concentrasse sui capelli di Anna, che erano arruffati; la seconda, invece, pone l’attenzione solo su arruffati, come se Marco notasse non i capelli in generale, ma il particolare dell’aspetto dei capelli.
La soluzione 4 √® simile alla 3, con la differenza che vedere, come tutti i verbi di percezione,tollerala doppia costruzione con il complemento di termine o quello di specificazione (succede lo stesso per sentire, come nella tipica frase”Il dottore sente il polso al / del paziente”, o per odorare: “Amo odorare i capelli alla / della mia fidanzata”) . Come si vede dagli esempi, comunque, il complemento di termine retto daiverbi di percezione √® una soluzione di registro basso. L’unico verbo semanticamente affine a questo gruppo che ammette entrambe le costruzioni e per il quale il complemento di termine si pu√≤ considerare d’uso medio √® toccare (e sinonimi, sfiorare, colpire, premere…) .Non a caso,esempi di “Le vede i capelli” on line sono quasi assenti (nessuna attestazione, invece, risulta per “le vide i capelli”) , mentre “Le tocca i capelli” conta migliaia di attestazioni.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri
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QUESITO:

Le tre frasi sotto indicate sono accettabili ed equivalenti?
1. Ho deciso di acquistare due regali: uno per Francesca, uno per Letizia.
2. Ho deciso di acquistare due regali: uno per Francesca, l’altro per Letizia.
3. Ho deciso di acquistare due regali: l’uno per Francesca, l’altro per Letizia.
Colgo l‚Äôoccasione per domandare ‚Äď a prescindere dagli esempi proposti ‚Äď se, in¬†generale, l’apostrofo per il pronome¬†uno¬†all’interno dei correlativi¬†l’un(o)‚Ķ l’altro¬†e relativi plurali sia obbligatorio o facoltativo.

 

RIPOSTA:

‚ÄčLe tre frasi sono valide e tutto sommato equivalenti. Volendo individuare una sfumatura semantica specifica, possiamo sottolineare che la 1 mette sullo stesso piano i due elementi correlati, mentre la 2 e la 3 distinguono tra un elemento che √®¬†uno¬†e uno che¬†l’altro, come se quest’ultimo fosse in subordine rispetto al primo. Per quanto riguarda l’articolo determinativo prima del pronome¬†uno, dal momento che ci sono solo due elementi in campo la sua presenza √® legittima, ma non necessaria, perch√© non pu√≤ esserci che un solo¬†uno¬†autodeterminato: se, invece, gli elementi correlati fossero tre o pi√Ļ, ovviamente l’articolo non potrebbe essere usato. In quel caso le opzioni sarebbero: “Ho deciso di acquistare tre regali: uno per Francesca, uno per Letizia, uno per Maria”; “Ho deciso di acquistare tre regali: uno per Francesca, uno per Letizia, un altro per Maria”;¬†“Ho deciso di acquistare tre regali: uno per Francesca, un altro per Letizia, un altro per Maria”.
Se la sua seconda domanda riguarda l’elisione dell’articolo determinativo, la risposta √® che, in generale, l’elisione non sia obbligatoria, ma sia talmente comune da essere obbligatoria di fatto (molto strano sarebbe¬†lo uno). Se, invece, la domanda riguarda il troncamento di¬†un(o), questo √® obbligatorio¬†nel sintagma, tipico della lingua del diritto,¬†l’un caso: “L’integrazione probatoria avverr√†, quindi,¬†nell’un caso, nelle forme del giudizio abbreviato e, nell’altro, in¬†quelle del giudizio direttissimo” (da una sentenza della Corte costituzionale).¬†√ą facoltativo, ma fortemente atteso, nel sintagma¬†l’un l’altro: “Si salutarono l’un l’altro”.¬†√ą, per il resto,¬†vietato, anche con lo stesso sintagma¬†l’un l’altro¬†se i due termini correlati sono separati:¬†“Si salutarono l’uno con un sorriso, l’altro no”. Oscillante il comportamento di¬†l’un contro l’altro¬†/¬†l’uno contro l’altro, che dovrebbe prendere la forma normale senza troncamento, ma sul quale pesa il famoso verso manzoniano,¬†risuonante nelle orecchie di tutti gli italiani,¬†“L’un contro l’altro armato”, frutto della “licenza poetica”.
Ricordo, comunque, che il troncamento di¬†un(o)¬†rifiuta l’inserimento dell’apostrofo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo
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QUESITO:

Si pu√≤ dire, a qualcuno che ti chiede se hai preso la patente: “S√¨, ma guido quasi¬†mai”?

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa frase non pu√≤ dirsi scorretta, ma √® certamente non tipica.¬†Comunemente,¬†infatti, la negazione precede l’elemento negato e poi, se serve, pu√≤ essere ripetuta per mezzo di avverbi o aggettivi semanticamente negativi. La costruzione pi√Ļ regolare per la sua frase, pertanto, √® quella con l’avverbio¬†quasi mai¬†spostato prima del verbo, che √® l’elemento negato: “S√¨, ma quasi mai guido”. Ovviamente, senza tenere in conto la costruzione in assoluto pi√Ļ comune, che sarebbe quella con la doppia negazione: “S√¨, ma non guido quasi mai”.
Riporto, per confermare che posizione attesa della negazione √® subito prima dell’elemento negato, questa frase tratta dal romanzo¬†Rinascimento privato¬†di Maria Bellonci (1986):¬†“Una cosa che gli uomini¬†quasi mai¬†conoscono¬†in profondo √® il vuoto dei figli, la mancanza della loro presenza da toccare con mano”.¬†Se spostassimo¬†quasi mai¬†dopo il verbo (sul modello della sua frase), l’elemento negato diverrebbe¬†in profondo, e il significato della frase cambierebbe, sebbene di poco: “Una cosa che gli uomini conoscono quasi mai in profondo √® il vuoto dei figli…”. Nella sua frase, dopo quasi mai¬†non c’√® un altro elemento da negare; il ricevente, pertanto, non pu√≤ che riportare la negazione al verbo.
Per un approfondimento sulle conseguenze informative dello spostamento degli elementi della frase, proprio in relazione alla negazione, la rimando alla risposta¬† dell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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QUESITO:

In molte opere narrative ho rilevato l’impiego di aggettivi e avverbi (richiamando¬†alla memoria ricordi scolastici, azzarderei a definirli¬†deittici) che i vari¬†scriventi hanno inserito in contesti passati anzich√© contemporanei.¬†Gradirei ricevere la vostra autorevole posizione al riguardo, nonch√© eventuali¬†suggerimenti per affinare le seguenti costruzioni:

1) Leo era gi√† stato rimproverato a pi√Ļ riprese, ma in¬†questa¬†occasione non profer√¨¬†parola (si sarebbe potuto sostituire¬†questa¬†con¬†quella?).
2) Marisa lo aveva cercato dappertutto e adesso lo vide.
3) Non riuscì a trovare la via di fuga ma ora notò una luce in fondo alla galleria.
4) Il suono del vento gli procurò stavolta un forte malessere (sostituire l’avverbio con in quella occasione o quella volta non sarebbe stato preferibile?).
5) In Michele scintillò la rabbia che, oggi, lo colpì come non mai.
6) La guardò come non era mai accaduto finora (avrei scritto fino ad allora o fino a quel momento).

 

RISPOSTA:

‚ÄčLe espressioni che lei ha correttamente definito deittiche¬†servono a indicare una persona, un luogo¬†o un momento presente nella realt√† extralinguistica. Tra le pi√Ļ comuni riconosciamo i pronomi personali e i dimostrativi, gli avverbi di tempo e di luogo; anche i tempi verbali, per√≤, possono svolgere questa funzione: se dico, ad esempio, “Sto lavorando”,¬†√® chiaro che l’azione sta avvenendo adesso. I deittici hanno la caratteristica di mutare di senso al mutare della situazione extralinguistica. L’enunciato “Sto lavorando”¬†pronunciato da Luca il¬†19 maggio 2019 alle 20:30 a casa ha un significato diverso da “Sto lavorando” pronunciato da Maria il 20 maggio alle 9:00 in ufficio. I due enunciati, cio√®, indicano (deissi¬†significa proprio ‘indicazione’) due situazioni completamente diverse.
Vista la loro relazione con la situazione extralinguistica, i deittici sbagliati provocherebbero un senso di straniamento nell’interlocutore e potrebbero inficiare la comprensione. Ad esempio, se un amico chiedesse a Luca: “Che stai facendo?” e lui rispondesse “Ieri ha lavorato”, l’amico rimarrebbe molto perplesso (a meno che non conoscesse dettagli della vita di Luca che spiegassero una simile risposta).
In realtà, è rarissimo che un parlante nativo abbia dubbi su quale deittico usare per descrivere la situazione a cui sta pensando: è una competenza che si acquisisce fin da piccolissimi.
I problemi possono insorgere quando il parlante deve proiettarsi in un centro deittico diverso da¬†io-qui-ora. Quando, cio√®, deve parlare non di s√© adesso, ma di s√© nel passato, o di altri nel presente, nel passato o nel futuro, il centro deittico, il centro da cui si dipartono le coordinate personali e spazio-temporali, lo pu√≤ indurre in errore. L’errore consiste quasi sempre (√® cos√¨ in tutti i suoi esempi) nella confusione tra quel centro deittico altro con quello relativo a¬†io-qui-ora;¬†ne deriva la sovrapposizione della situazione contingente, quella in cui l’emittente sta interloquendo con il ricevente, con quella riportata: quest’ultima viene riportata a¬†qui-ora¬†e a volte anche a¬†io¬†(si pensi a casi tipici della lingua poco sorvegliata come “Io sono una persona che sono sempre generoso”, ovviamente detto da un uomo), e viene, pertanto, descritta con i deittici propri della contingenza. Alcuni casi sono talmente comuni che possono essere considerati normali, almeno nel parlato poco sorvegliato e nello scritto dialogico; penso a¬†stavolta¬†della sua frase 4, a¬†ora¬†in una frase come questa: “Aveva provato di tutto e¬†ora¬†era rimasto senza alternative” (ora¬†nella sua frase 3, invece, mi sembra pi√Ļ difficile da accettare, probabilmente perch√© accompagna un passato remoto, non un imperfetto), e casi simili.
Bisogna anche considerare che lo slittamento di piani indessicali pu√≤ essere dovuto non alla confusione dei centri deittici ma al preciso intento, di natura letteraria, di sovrapporli. Si consideri un esempio come questo (dagli¬†Indifferenti¬†‚Äčdi¬†Alberto Moravia): “il disgusto che provava di se stesso aumentava; ecco: egli era dovunque¬†cos√¨: sfaccendato, indifferente; questa strada piovosa era la sua vita stessa”. L’aggettivo dimostrativo¬†questa¬†√® ovviamente fuori luogo in un racconto al passato, e andrebbe sostituito con¬†quella. L’autore, per√≤, non si √® confuso: ha volutamente giocato con le possibilit√† della lingua per catapultare per un attimo il personaggio nell’io-qui-ora¬†del lettore, che se lo vede quasi davanti, per poi riportarlo al suo centro deittico naturale.
Visto che i deittici fuori luogo dei suoi esempi potrebbero essere voluti dagli autori, suggerire correzioni potrebbe essere un eccesso di zelo. In ogni caso, volendo rispettare le regole standard della grammatica, ecco come si potrebbero emendare le frasi (in alcuni casi non faccio che applicare i suoi suggerimenti, che sono corretti):

1) Leo era gi√† stato rimproverato a pi√Ļ riprese, ma in¬†quella¬†occasione non profer√¨¬†parola.
2) Marisa lo aveva cercato dappertutto e allora lo vide.
3) Non riuscì a trovare la via di fuga ma allora / in quel momento notò una luce in fondo alla galleria.
4) Il suono del vento gli procurò stavolta / quella volta un forte malessere.
5) In Michele scintillò la rabbia che, quella volta / in quella occasione, lo colpì come non mai.
6) La guardò come non era mai accaduto fino ad allora / fino a quel momento.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Pronome, Registri, Verbo
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QUESITO:

Prendo spunto da questa risposta , in cui ho avuto modo di apprendere le vostre indicazioni circa l’inserimento di predicati al presente in costruzioni al passato.
Nonostante la vostra spiegazione sia stata, come al solito, comprensibile ed¬†esauriente, vorrei, se possibile, addentrarmi un po‚Äô nella materia.¬†Anche in periodi molto complessi √® consentita l‚Äôalternanza di tempi diversi a seconda¬†della condizione della situazione proposta o √® preferibile, laddove attuabile,¬†mantenere la narrazione “sulla stessa linea”?
Un esempio:
 

Molti anni fa facemmo una gita al mare. Lungo la spiaggia c’era un molo che si insinuava nella baia. Lì incontrammo un uomo, il suo nome era Ernest, e insieme a lui raggiungemmo quella montagna che con le sue vette lambiva il cielo.

Per prima cosa domando se la narrazione possa essere ritenuta valida, anche se Ernest è ancora in vita e continua a portare tale nome, il molo continua a insinuarsi nella baia e la montagna con le sue vette continua a lambire il cielo. Tali predicati potrebbero essere tramutati in indicativo presente per conferire alle descrizioni un carattere di attualità o ciò potrebbe generare delle stonature sintattiche?
 

Molti anni fa facemmo una gita al mare. Lungo la spiaggia c’è un molo che si insinua nella baia. Lì incontrammo un uomo, il suo nome è Ernest, e insieme a lui raggiungemmo quella montagna che con le sue vette lambisce il cielo.

Quale soluzione suggerireste, purché siano entrambe corrette?

 

RISPOSTA:

Le soluzioni che lei propone sono ugualmente valide. La prima lascia aperta la questione della persistenza degli elementi descritti nel presente; la seconda, invece, ne fa il centro dell’interesse. Questo √® un caso di scelta espressiva e narrativa, che va valutato da una parte¬†alla luce del gusto e dello stile scrittorio, dall’altra considerando i fini della narrazione, cio√® quanto sia importante, nel meccanismo narrativo, che gli elementi siano descritti come ancora attuali.

‚ÄčFabio Ruggiano

 

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

Le costruzioni implicite con l’infinito presente possono sostituire anche le coniugazioni al futuro delle costruzioni esplicite o sono invece contestualizzabili solo nella contemporaneità?
“Credo di venire” corrisponde all’agrammaticale “credo che io venga” o a “credo che¬†verr√≤”?
Quindi: le due costruzioni sotto riportate sono equivalenti e ugualmente accettabili?
“Egli ha fatto ci√≤ che aveva promesso che avrebbe fatto”;
“Egli ha fatto ci√≤ che aveva promesso di fare”.

‚Äč

RISPOSTA:

I modi indefiniti hanno il “difetto” di avere solamente due tempi, presente e passato. Non √® un caso che l’italiano abbia operato questa semplificazione rispetto al latino (ricordiamo, infatti, che in latino il participio e l’infinito avevano anche il futuro; il gerundio, invece, era molto diverso da quello italiano, quindi non si pu√≤ confrontare). Il futuro √® il tempo meno funzionale tra quelli codificati, perch√© pu√≤ essere facilmente assorbito dal presente. Anche tra i modi finiti, del resto, condizionale, congiuntivo e imperativo non hanno il futuro (l’imperativo lo aveva in latino, sebbene fosse raramente usato). Il futuro, pertanto, √® appannaggio del solo indicativo; e anche nell’indicativo notiamo nell’italiano contemporaneo la tendenza del presente a svolgere le funzioni del futuro, come in questo esempio letterario di discorso diretto: “- Alle tre ho¬†un appuntamento, ma appena finito¬†prendo¬†la macchina e¬†vengo.¬†-” (Sandro Veronesi,¬†Caos calmo, 2006).
La perdita del tempo futuro non danneggia affatto la comunicazione (altrimenti i parlanti non la avrebbero permessa): il ricevente √® sempre in grado di riportare l’azione al presente o al futuro grazie alle informazioni cotestuali o alla sua enciclopedia mentale (ovvero, semplificando, al buonsenso). Di conseguenza, “Credo di venire” pu√≤ significare tanto ‘Credo che io venga adesso’ quanto ‘Credo che verr√≤ pi√Ļ tardi’. Sottolineo che, sebbene in questo caso la costruzione implicita sia fortemente richiesta, le varianti esplicite, al congiuntivo¬†presente e all’indicativo futuro, non sono agrammaticali (cio√® non contemplate dal sistema della lingua): la prima √® al limite del substandard, la seconda √® decisamente accettabile in contesti di media formalit√† parlata, proprio perch√© giustificabile per la volont√† dell’emittente di sottolineare la temporalit√† dell’azione. Decisamente substandard, ma comunque non agrammaticale, √® “Credo che vengo”, che emerge in contesti molto trascurati, come questo (dalla pagina Instagram del cantante Nek): “Nek credo che vengo al tuo concerto a Napoli Io saro’ quella che urlera’ a pazza”.
La variante esplicita al futuro ha anche il vantaggio di esprimere la persona del soggetto, utile se l’emittente voglia enfatizzarla; si pensi alla differenza tra “Preciso che non sono stato ancora pagato”, o ancora pi√Ļ chiaramente “Preciso che io non sono stato ancora pagato”, e “Preciso di non essere stato ancora pagato”.
Questo stesso dettaglio pu√≤ rendere preferibile¬†“Egli ha fatto ci√≤ che aveva promesso che avrebbe fatto” rispetto a¬†“Egli ha fatto ci√≤ che aveva promesso di fare”. D’altro canto, per√≤, nella variante con il condizionale passato c’√® una sgradevole¬†ripetizione di¬†che, a fronte di uno scarsissimo guadagno semantico. Si¬†dovrebbe, pertanto, ma √®¬†una questione di stile,¬†preferire comunque la variante implicita.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

1) Condivido i tuoi timori, anche se dubito che altri si sarebbero posti / si porrebbero tutti questi problemi. 
2) Diceva che lavorare lo faceva / facesse sentire meglio.  
3)¬†Ancora oggi, insiste nel volermi fare lei, il bagno nella vasca, nonostante l’abbia /¬†l’avessi¬†invitata pi√Ļ volte a non considerarmi pi√Ļ un bambino e a lasciarmi lavare da solo.¬† ¬†
4)¬†Il nonno ha accettato la sfida: se dovessi riuscire nell’intento, mi porter√† /¬†porterebbe¬†sulla Torre Eiffel, a vedere Parigi dall’alto.¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†
5) Oggi è stato il giorno del funerale e Parigi ha mostrato il suo volto piovoso, come se anche il cielo volesse / avesse voluto partecipare al lutto, versando il suo tributo di lacrime per la mia mamma. 
6) Così, se dovessi averne bisogno, potrò / potrei contare anche sul loro aiuto.   
7) Se dovessero investirti non chiamerei / chiamerò nemmeno l’ambulanza anzi, ti passerei / passerò sopra anche con la mia auto.          
8) Così, se dovessero derubarmi ancora, salverei / salverò le scarpe buone.    
9)¬†Inoltre mi ha informato che potr√≤/¬†sarei potuto¬†entrare nella struttura la sera…¬†¬†
10) Le ha raccontato la mia storia e che, da questa sera, sarò / sarei diventato a tutti gli effetti un ospite fisso.    
11) Un collega è favorevole a estenderla ad amici e conoscenti di Philippe che vorranno / desiderassero partecipare.  
12) Papà chiede se fra le cose di Philippe abbia trovato una sua foto; anche se vecchia andrebbe / andrà bene ugualmente.                 
13) Marco aggiunge che le autorit√† hanno subito disposto l’esame autoptico, necessario per accertare ufficialmente le cause del decesso, e stabilire se le pallottole, che avevano colpito il senzatetto, siano state /¬†fossero state¬†esplose dall’arma sequestrata. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
14) … poiché loro non sarebbero vissuti / non avrebbero vissuto in eterno…

 

RISPOSTA:

L’espressione “a seconda dei casi” ha un significato vago, che si specifica nel co-testo in cui appare di volta in volta. In quello qui considerato, i¬†casi¬†sono le volte diverse in cui ripetiamo l’operazione. Questa interpretazione √® dovuta alla mancanza di riferimenti, nel co-testo, a possibili differenze da persona a persona; √® possibile, invece, ricondurre “a seconda dei casi” a¬†passaggio dell’aria, che √® un evento comune a tutte le persone e caratterizzato dalla ripetitivit√†. La frase pu√≤, insomma, essere parafrasata con “Alcune volte il punto di maggiore intensit√† sar√† quello di primo contatto dell’aria con le narici, altre volte sar√† un po’ pi√Ļ all’interno, altre volte ancora sar√† nel seno nasale”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi avvalgo della vostra cordiale disponibilità per esplicare il seguente interrogativo:
le frasi
1. Anche Tizio non è stato promosso;
2. Non è stato promosso neppure / nemmeno Tizio;
3. Neppure / nemmeno Tizio è stato promosso
sono tutte ben formate?
√ą possibile che modificando la posizione del predicato (esempio 2 rispetto a 1 e 3) o il tipo di costruzione da negativa a positiva (esempio 3 rispetto a 2),¬†anche¬†e¬†nemmeno¬†o¬†neppure¬†svolgano la medesima funzione?

 

RISPOSTA:

‚ÄčPer quanto riguarda la funzione degli avverbi negativi¬†nemmeno,¬†neanche,¬†neppure, essa cambia in relazione alla posizione degli avverbi nella frase; questi avverbi, cio√®, negano il sintagma al quale sono adiacenti. Quindi “Neppure Tizio √® stato promosso” vuol dire che neanche altri sono stati promossi, mentre “Tizio non √® stato neppure promosso” vuol dire che Tizio non ha superato neanche altre prove.
Aggiungo che la frase 1. √® al limite dell’accettabilit√†; la forma migliore sarebbe: “Neanche / neppure / nemmeno Tizio √® stato promosso”.
La questione dello spostamento dell’elemento negato all’interno della frase √® diversa, e chiama in causa la sintassi dell’informazione, ovvero il diverso peso che le informazioni acquisiscono a seconda della posizione in cui vengono inserite. Solitamente, le informazioni che inseriamo a destra sono quelle su cui vogliamo che il nostro interlocutore concentri la sua attenzione. Si pensi a un esempio come questo: “Ho preso la penna blu nel cassetto” / “Ho preso nel cassetto la penna blu”: l’informazione che si viene a trovare alla destra della frase (prima¬†nel¬†cassetto, poi¬†la penna) riceve un peso maggiore; diviene, come si dice in linguistica testuale, il¬†fuoco¬†dell’enunciato. Alcune parole, come gli avverbi¬†nemmeno¬†e simili, sono dette¬†focalizzatori, perch√© fanno risaltare l’informazione a cui si accompagnano qualsiasi sia la sua posizione. Nel nostro caso, infatti,¬†nemmeno Tizio¬†risulta il fuoco dell’enunciato anche se lo mettiamo a sinistra: “Neppure Tizio √® stato promosso”. Rimane da capire che differenza ci sia tra quest’ultima formulazione e “Non √® stato promosso neppure Tizio”. Dal punto di vista sintattico, notiamo che in questa formulazione diviene obbligatorio negare anche il verbo, mentre in quella con¬†nemmeno Tizio¬†a sinistra la negazione del verbo sarebbe, al contrario, inaccettabile. Questo avviene perch√© l’italiano preferisce inserire sempre la negazione all’inizio dell’enunciato e poi solitamente ammette, ma non richiede, la sua ripetizione.¬†Notiamo anche che il soggetto grammaticale del verbo,¬†Tizio, √® posposto.
Dal punto di vista della sintassi dell’informazione, immaginiamo una situazione in cui il parlante (una persona diversa da Tizio) non abbia superato un esame, e qualcuno glielo faccia notare per mancanza di tatto, o per dargli fastidio: “Quindi non sei stato promosso, eh?”. Il parlante potrebbe rispondere con entrambe le formulazioni:¬†“Non √® stato promosso neppure Tizio” chiarirebbe i termini della questione in modo neutrale: ‘riguardo al tema che hai sollevato, ti faccio notare che…’;¬†“Neppure Tizio √® stato promosso”, invece, stabilirebbe fin da subito ci√≤ che pi√Ļ preme al parlante comunicare, riducendo l’altra informazione a una appendice, richiesta per completare sintatticamente la frase (la sola enunciazione “Neppure Tizio” risulterebbe sospesa). Riguardo alla funzione informativa di questa appendice, emerge l’intento di¬†rimarcarne il valore pragmatico, come se il parlante comunicasse tra le righe ‘visto che me lo chiedi / se proprio lo vuoi sapere’, con tutte le sfumature psicologiche che ne possono derivare.
Fabio Ruggiano

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‚ÄčQUESITO:

L’uso del condizionale nelle proposizioni sotto¬†riportate √® adeguato?
1) Anche se dovresti occupartene tu, mi far√≤ carico io dell’incombenza.
2) Ho voluto aggiornarla sulla variazione, fermo restando che dovrebbe essere¬†l’istituto a procedere d’ufficio.

 

RISPOSTA:

√ą sicuramente corretto; in quanto all’adeguatezza, questa dipende dal contesto e dallo scopo comunicativo che l’emittente si propone. Il condizionale del verbo¬†dovere¬†serve per mitigare la forza illocutiva, ovvero la perentoriet√†, dell’ordine¬†realizzato con questo verbo. Tale modalizzazione del verbo¬†dovere¬†√®¬†quasi sempre richiesta in condizioni normali, per evitare di sembrare scortesi; ma nel caso in cui l’emittente intenda essere molto esplicito, al limite dello scortese, potrebbe anche optare per l’indicativo. Al contrario, se l’emittente intende ridurre ancora di pi√Ļ la forza illocutiva, pu√≤ sostituire del tutto il verbo¬†dovere¬†con altre perifrasi che mascherano completamente l’ordine, ad esempio: “Anche se potresti occupartene tu, mi far√≤ carico io dell’incombenza”, oppure mascherano il destinatario dell’ordine: “Anche se non dovrei occuparmene io, mi far√≤ comunque carico dell’incombenza”.
‚ÄčFabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se le seguenti costruzioni, ricavate da brani narrativi e di cui la letteratura abbonda, siano valide nelle loro ellissi verbali:
“Appoggiato a una delle cabine di ferro del portico era un uomo in attesa, le braccia¬†incrociate”.¬†
“Ripos√≤ lentamente il ricevitore, restando poi immobile, gli occhi sul telefono”.
“Era Annetta, la cuoca, gli occhi rossi, la testa imbacuccata nello scialle”.
“Donato, nude le braccia, in canottiera, i fianchi stretti da una sciarpa, se ne stava¬†accovacciato in un angolo”.
“Federica ora parlava piano, la testa china, i capelli sul viso”.
In quest’ultimo esempio vi √® inoltre un impiego particolare dell’avverbio¬†ora: √®¬†legittimo in un enunciato al passato?

 

RISPOSTA:

Quelle da lei messe in evidenza sono apposizioni modali-associative, ovvero nomi seguiti da aggettivi o participi (ma ci potrebbero essere anche proposizioni relative), apposti a un nome introdotto subito prima, di cui rappresentano un dettaglio. Il costrutto √® a suo agio in letteratura, ma alcuni di questi sintagmi, divenuti routinari, si sono diffusi anche nella lingua comune; ad esempio¬†le¬†braccia conserte¬†o¬†le¬†gambe penzoloni. Nella lingua comune, per la verit√†, si trova pi√Ļ frequentemente la variante sintatticamente legata di queste strutture:¬†con le braccia conserte,¬†con le gambe penzoloni,¬†con le dita incrociate¬†ecc., che viene a coincidere con un complemento predicativo (“Si ferm√≤ con le braccia alzate”) o di unione (“Si present√≤ con le scarpe tutte infangate”).
Queste apposizioni rientrano nella categoria delle strutture assolute, ovvero quelle strutture legate logicamente ma non sintatticamente al resto della frase di cui fanno parte.¬†Una disamina completa delle strutture assolute, compreso il cosiddetto¬†accusativo alla greca,¬†√® qui:¬†http://www.treccani.it/enciclopedia/strutture-assolute_(Enciclopedia-dell’Italiano)/.
Per quanto riguarda¬†ora¬†usato all’interno di un discorso riportato al passato, si deve innanzitutto ricordare che questo avverbio¬†√® comunissimo, e accettabile nello scritto di media formalit√†, anche con il significato di ‘in quel momento’ (il dizionario GRADIT d√† addirittura questo uso come FO, ovvero fondamentale: “per indicare contemporaneit√† nel passato, in quel momento:¬†il pericolo era cessato, o. poteva¬† fermarsi“). Lo scrivente, per√≤, potrebbe averlo usato come tratto del discorso indiretto libero (il breve estratto non consente di decidere a quale significato sia riconducibile l’uso specifico). Se, infatti, attribuiamo a¬†ora¬†il significato tradizionale di ‘in questo momento’, questo avverbio¬†sposta per un attimo il centro deittico dal piano¬†diegetico al piano¬†mimetico. In altre parole,¬†ora¬†interrompe la narrazione in terza persona, che √® costruita dall’esterno e da una coordinata temporale diversa rispetto ai fatti (chi narra, cio√®, √® una persona diversa da chi agisce, e si trova in un tempo diverso, tanto che riporta le azioni al passato) per portare il discorso al piano della realt√†, proiettandoci per un attimo nella linea temporale, quindi nel punto di vista, del protagonista della storia.
Fabio Ruggiano

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