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QUESITO:

Che differenza c’√® tra¬†al solito¬†e¬†di solito?

 

RISPOSTA:

Le due espressioni sono molto diverse.¬†Al solito¬†significa ‘come avviene di solito’, quindi mette a confronto un evento con tutti gli altri eventi simili accaduti in passato: “Al solito, quando non prendo l’ombrello piove”. Questo confronto √® usato tipicamente in commenti polemici oppure amaramente ironici (come quello dell’esempio).¬†Di solito¬†significa semplicemente ‘abitualmente, normalmente’, quindi non instaura nessun confronto e non suggerisce nessuna sfumatura polemica o ironica. Per questo motivo, una frase come “Di solito, quando non prendo l’ombrello piove” sarebbe un po’ strana, perch√© rappresenterebbe l’evento come un fatto effettivamente abituale (mentre, ovviamente, non pu√≤ essere cos√¨).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Retorica
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

1a) La voglio tutta.
2a) Vi ho visti tutti.
3a) Noi veniamo tutti da Roma.
4a) Noi verremo in tanti alla festa.

Le frasi si possono riformulare così:
1b) Voglio tutta la torta (aggettivo).
2b) Ho visto tutti voi (aggettivo).
3b) Tutti noi veniamo da Roma (aggettivo).
4b) In tanti/tanti di noi verranno alla festa (pronome).
Nelle frasi “a” si fa un uso avverbiale dei pronomi e aggettivi?

 

RISPOSTA:

Nelle frasi del primo e del secondo gruppo tutto è sempre aggettivo e non ha mai la funzione di un avverbio: accompagna, infatti, sempre un nome o un altro pronome, anche se la sua posizione cambia. Anche la locuzione in tanti, che è aggettivale nella frase del primo gruppo, mentre è pronominale nella frase del secondo gruppo, non ha mai la funzione di avverbio.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Non credo che nessuna donna si spingerebbe a tanto.”

Il “non” che precede il verbo “credo” si pu√≤ considerare una negazione pleonastica o espletiva che dir si voglia?

 

RISPOSTA:

La frase proposta √® del tutto legittima, cos√¨ come legittima sarebbe “Credo che nessuna donna si spingerebbe a tanto”, o “Non credo che alcuna donna si spingerebbe a tanto”; il non rappresenta, dunque, una negazione pleonastica ma non scorretta. In questa frase il tutto √® complicato dalla struttura sintattica complessa, per cui c’√® una reggente (credo) e una subordinata (che nessuna donna…), quindi il non nega la reggente. Questo potrebbe generare conflitti tra la prima (non) e la seconda negazione (nessuna). Tuttavia, in italiano, la presenza di un altro elemento negativo, oltre al non, come nessuno, niente, neppure ecc., non √® interpretabile come una doppia negazione. C’√® solo una regola da seguire in questi casi: se l’elemento negativo segue il verbo, il non √® obbligatorio, come nella frase “Non mi ha sentito nessuno”; se l’elemento negativo precede il verbo, il non si omette, come nella frase: “Nessuno mi ha sentito”.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “con i piedi lontano/lontani¬†da terra” √® corretto usare l’avverbio o l’aggettivo?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, perch√© lontano in italiano ha i valori di aggettivo e di avverbio. L’aggettivo richiede l’accordo di genere e numero con il nome cui si riferisce (piedi lontani), l’avverbio invece, in questo caso costruito come locuzione preposizionale (lontano da), rimane invariato. La variante con l’aggettivo √® pi√Ļ comune, ma non per questo preferibile alla variante con l’avverbio.
Raphael Merida

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QUESITO:

Volevo chiedere gentilmente quale delle versioni è corretta:

“Il giudice NON può esercitare alcuna attività decisionale nella causa X,

– COMPRESA l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ – (cos√¨ in lingua originale del testo da tradurre – lingua polacca)

– ‚ÄúTRA CUI l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ

– ‚ÄúNEMMENO adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√©/o fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Dai punti di vista strettamente morfosintattico e lessicale vanno bene tutte e tre le frasi in questione. Tuttavia, dato che nei testi giuridici, amministrativi e burocratici √® sempre bene essere chiari, per evitare equivoci, la terza soluzione, con le leggere modificazioni qui proposte, √® la migliore: ‚ÄúIl giudice non pu√≤ esercitare alcuna attivit√† decisionale nella causa X, cio√® non pu√≤ nemmeno adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√© fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

Riguardo al contenuto, mi chiedo, per√≤, da non esperto di procedure giuridiche, se ‚Äúadottare‚ÄĚ sia il termine corretto, o se invece nel testo non si voglia intendere ‚Äúpromulgare‚ÄĚ o ‚Äúemanare‚ÄĚ. In effetti, dal contesto, il divieto sembra riguardare il ruolo attivo del giudice (cio√® quello di ‚Äúemanare decreti‚ÄĚ) nella causa in questione.

Le prime due soluzioni proposte, ancorch√© corrette, possono ingenerare equivoci per via dell‚Äôassenza di un chiaro segnale di negazione in ‚Äúcompresa‚ÄĚ e ‚Äútra cui‚ÄĚ. La negativit√† del concetto √® invece ben presente in ‚Äúnemmeno‚ÄĚ e ribadita, a ulteriore chiarezza, dal ‚Äúcio√®‚ÄĚ e dalla ripetizione del verbo ‚Äúcio√® non pu√≤ nemmeno‚ÄĚ, che riconducono questa parte di testo a quella precedente. Inoltre, la terza soluzione √® migliore anche perch√© contiene una pi√Ļ chiara espressione verbale (‚Äúadottare‚ÄĚ e ‚Äúfissare‚ÄĚ) rispetto all‚Äôespressione nominale ‚Äúadozione‚ÄĚ e ‚Äúfissazione‚ÄĚ.

Infine, meglio ‚Äún√©‚ÄĚ rispetto a ‚Äúo‚ÄĚ, dato che si tratta di una disgiuntiva negativa.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

In vita ho sempre detto indistintamente:

  1. A) Lunedì prossimo.
  2. B) Il lunedì prossimo.
  3. C) Il prossimo lunedì.

Mentre ho sempre visto come errore:

  1. D) Prossimo lunedì.

Qualche giorno fa, durante una discussione, mi √® stato corretto “Ci vediamo il luned√¨ prossimo” (B), e mi √® stato detto che o si mette l’articolo quando “prossimo‚ÄĚ √® anteposto e lo si toglie quando “prossimo” √® posposto.

Mi sa dire se davvero esiste una regola grammaticale che determina l’uso o l’omissione dell’articolo in questo caso?

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei, le tre forme sono tutte e tre corrette e ben attestate negli usi dell‚Äôitaliano. Sicuramente l‚Äôarticolo √® pi√Ļ comune con scorso/prossimo anteposti ed √® meno comune con scorso/prossimo posposti, tuttavia la forma ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ non pu√≤ certo dirsi errata, sebbene online circoli una siffatta regoletta empirica (per es. nella consulenza linguistica di Zanichelli: https://aulalingue.scuola.zanichelli.it/benvenuti/2019/01/31/uso-dellarticolo-davanti-alle-date-alle-ore-ai-giorni/).

L‚Äôarticolo con le espressioni di tempo tende a cadere, oggi, per ragioni svariate (cfr. questo articolo dell‚ÄôAccademia della Crusca: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/omissione-dellarticolo-determinativo-nella-locuzione-temporale-settimana-prossimascorsa/161). Tuttavia espressioni come ‚Äúprossimo luned√¨‚ÄĚ, ‚Äúsettimana prossima‚ÄĚ e simili sono ancora considerate non standard, o quantomeno inadatte all‚Äôitaliano formale. Pu√≤ darsi che in futuro la perdita dell‚Äôarticolo nelle espressioni di tempo si grammaticalizzi ed entri dunque a far parte delle grammatiche e dell‚Äôitaliano standard, ma fino a quel momento sarebbe bene evitare espressioni, pure oggi comuni, quali ‚Äúla riunione si terr√† giorno 23‚ÄĚ, ‚Äúci vediamo settimana prossima‚ÄĚ e simili.

Quanto poi al tipo ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ (che oggi conta ben 13100 risultati in Google, e gi√† questo basterebbe per considerarlo del tutto ammissibile nell‚Äôitaliano attuale), osserviamo che i giorni della settimana rientrano a pieno titolo nei sostantivi e che ammettono l‚Äôarticolo in una serie di espressioni: ‚Äúun luned√¨ d‚Äôinferno‚ÄĚ; ‚Äúil luned√¨ preferito‚ÄĚ, ‚Äúi luned√¨ sono i giorni pi√Ļ duri‚ÄĚ ecc. Va anche osservato che nei riferimenti di tempo determinato l‚Äôarticolo non va messo, perch√© il nome del giorno √® utilizzato con funzione avverbiale: ‚Äúci vediamo luned√¨‚ÄĚ (analogo a ‚Äúci vediamo domani‚ÄĚ). L‚Äôarticolo va messo invece per indicare l‚Äôabitualit√†: ‚Äúci vediamo il luned√¨‚ÄĚ significa ‚Äúci vediamo tutti i luned√¨‚ÄĚ, o ‚Äúdi luned√¨‚ÄĚ, o ‚Äúogni i luned√¨‚ÄĚ. Tuttavia, come mostrano gli esempi precedenti, √® possibile determinare il giorno mediante l‚Äôarticolo, e dato che gli aggettivi scorso e prossimo servono proprio a determinare meglio il nome, l‚Äôarticolo √® adeguato indipendentemente dalla posizione rispetto al nome, come mostrano le coppie seguenti: ‚Äúoggi √® un buon luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúoggi √® un luned√¨ buono‚ÄĚ; ‚Äúil miglior luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúil luned√¨ migliore‚ÄĚ; ‚Äúil brutto luned√¨‚ÄĚ / ‚Äúil luned√¨ brutto‚ÄĚ; e ancora: ‚Äúci vedremo il luned√¨ del concerto‚ÄĚ (non certo *‚ÄĚci vedremo luned√¨ del concerto‚ÄĚ) ecc. Resta indubbio, per√≤, che gli italiani preferiscano omettere l‚Äôarticolo quando scorso e prossimo sono posposti, e che dunque ‚Äúluned√¨ prossimo‚ÄĚ sia pi√Ļ frequente e comune di ‚Äúil luned√¨ prossimo‚ÄĚ. Ma meno comune non vuol dire certo sbagliato.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Articolo, Avverbio, Nome, Registri
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QUESITO:

Nella frase “Oltre 10.000 soldati avanzarono sul fronte”,¬†oltre¬†si pu√≤ considerare complemento di quantit√†? Nella frase “Ti aspetto da meno di due ore”,¬†da meno di¬†√® una locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

In questa frase¬†oltre¬†si comporta come un avverbio che modifica l’aggettivo numerale¬†10.000; in analisi logica, pertanto, si analizza insieme all’aggettivo come attributo (in questo caso attributo del soggetto). Nella seconda frase la divisione in sintagmi non √® corretta:¬†ti aspetto¬†regge il complemento di tempo continuato¬†da meno, formato con l’aggettivo invariabile¬†meno, che ha qui un valore neutro (significa, cio√®, ‘una quantit√† minore’); tale aggettivo mette, quindi, la quantit√† indicata in relazione con un altro riferimento quantitativo, espresso dal complemento di paragone¬†di due ore.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho trovato questa frase nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:
“Potr√† apparire strano che fin qui non avessi ancora messo a parte i miei dei pericoli che incombevano sul loro unico figlio”.
Nella completiva dipendente trovo curioso che il tempo verbale usato sia il trapassato del congiuntivo (avessi messo) invece del congiuntivo passato (abbia messo). So che la concordanza dei tempi √® pi√Ļ rigida con le completive di questo tipo e volevo capire la ragione per cui il tempo verbale sia ammissibile in questa frase. √ą una scelta stilistica?
√ą possibile che Piperno voglia impartire una sfumatura di una cosa nel passato che √® successo prima di un‚Äôaltra cosa nel passato? √ą lecito sia nella lingua parlata sia nella lingua scritta?

 

RISPOSTA:

Il trapassato √® la scelta pi√Ļ regolare in questo contesto; il tempo di riferimento, infatti, √® il passato (lo si evince dall’imperfetto¬†incombevano)¬†e con il trapassato si intende, appunto, descrivere un evento avvenuto (o non avvenuto) precedentemente. Sorprendente, piuttosto, √® l’avverbio¬†fin qui¬†usato per riferirsi a un momento passato, ovvero con il significato non di ‘fino ad adesso’ ma di ‘fino ad allora’. Si tratta di un uso molto comune nella lingua parlata, sfruttato in letteratura per confondere il piano della narrazione con quello dell’enunciazione (una tecnica nota come¬†discorso indiretto libero). Il piano temporale su cui si colloca¬†fin qui¬†√® ancora pi√Ļ ambiguo per via della presenza di¬†potr√†, futuro epistemico equivalente a ‘forse √®’, riferito al momento dell’enunciazione. Nella frase, insomma, lo scrivente si rivolge al lettore dicendo che nel momento in cui quest’ultimo sta leggendo appare probabilmente strano che in quel momento del passato (identificato con fin qui) lo scrivente stesso non avesse ancora compiuto (evento descritto al trapassato) quell’azione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso della parola¬†sino¬†per determinare l’esatta conclusione di una azione in un determinato tempo. Provo a chiarire la mia richiesta attraverso un esempio. Dire che “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2”, significa che il 2 l’azienda √® aperta, o che l’azienda √® chiusa?

 

RISPOSTA:

Il problema non dipende dalla locuzione preposizionale¬†sino a, ma √® concettuale (infatti permane anche se eliminiamo¬†sino): quando il termine di un periodo di tempo non √® momentaneo, ma ha una certa durata (come una giornata), il periodo potrebbe finire in coincidenza con l’inizio del termine o con la fine dello stesso.
Questo problema √® alla base delle gag comiche classiche in cui due personaggi non riescono a mettersi d’accordo se il conto alla rovescia finisca in coincidenza con la parola¬†uno¬†o dopo che questa √® stata pronunciata. Nel suo caso, in teoria il periodo di chiusura potrebbe finire all’inizio del giorno 2, quindi il giorno 2 sarebbe escluso dalla chiusura, o alla fine dello stesso giorno, che quindi sarebbe incluso. Questo in teoria, perch√© in pratica l’indicazione del giorno implica che questo faccia parte del periodo; se, infatti, il giorno 2 fosse escluso il periodo finirebbe il giorno 1 e sarebbe antieconomico, quindi fuorviante, nominare il giorno 2 per riferirsi al giorno 1. Anche nel conto alla rovescia, del resto, dopo¬†uno¬†si dice spesso¬†via¬†o qualcosa di simile, a conferma che il conto include¬†uno. Ancora, per fare un altro esempio, una frase come “Hai tempo fino al 2 per ridarmi i soldi” significa che i soldi devono essere restituiti al massimo alla fine del giorno 2, quindi il giorno 2 fa parte del periodo indicato.
In ogni caso, per evitare qualsiasi incertezza, anche teorica, √® possibile aggiungere la dicitura¬†incluso¬†o¬†compreso¬†al termine finale del periodo: “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2 incluso” (oppure¬†sino al giorno 1 incluso¬†se il 2 √® escluso). Tale dicitura √® tipica del linguaggio burocratico ed √® spesso usata insieme alla preposizione¬†entro:¬†entro il giorno 2 incluso / compreso. Esiste anche la possibilit√† di aggiungere¬†escluso, che, per√≤, √® paradossale e difficilmente giustificabile: come detto sopra, se un termine √® escluso dovrebbe essere semplicemente non nominato.¬†Incluso¬†pu√≤ essere anche sostituito da¬†e non oltre, creando l’espressione bandiera del burocratese¬†entro e non oltre. Questa alternativa √® meno trasparente, quindi non preferibile, ma √® tanto apprezzata perch√© conferisce al testo una (malintesa) patina di ufficialit√†.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le frasi seguenti sono esempi di ridondanza, oppure rappresentano dei rafforzativi legittimi?
“√ą un libro che ho (gi√†) letto due volte”.
“Lui ha reagito con un ‘ciao’ e lei ha reagito (a sua volta) con un sorriso tirato via”.
Ho fatto riferimento al fenomeno della ridondanza perché mi pare che le due costruzioni funzionino anche senza le parti inserite tra parentesi. Se la mia osservazione è corretta, vi domando se sia consigliato mantenere o rimuovere tali parti.

 

RISPOSTA:

L’avverbio¬†gi√†¬†e la locuzione avverbiale¬†a sua volta¬†sono ridondanti solo apparentemente, mentre a un’analisi pi√Ļ attenta contribuiscono a costituire il significato delle frasi in cui sono inseriti.
Nella prima frase,¬†gi√†¬†punta l’attenzione sul fatto che la doppia lettura √® avvenuta in un periodo che si √® concluso; la frase senza¬†gi√†, invece, sottolinea che la lettura si √® ripetuta. Questa differenza potrebbe essere appena percepibile o, al contrario, molto rilevante a seconda del contesto in cui la frase √® inserita. Se, per esempio, il parlante avesse appena ricevuto il libro in questione in regalo, la frase con¬†gi√†¬†implicherebbe che tale regalo lo ha deluso (perch√© ha gi√† letto quel libro due volte); quella senza¬†gi√†, invece, implicherebbe piuttosto che il regalo lo ha sorpreso (perch√© conosce benissimo quel libro, e lo apprezza molto, tanto da averlo letto due volte).
Nella seconda frase,¬†a sua volta¬†√® ancora pi√Ļ necessario: se lo eliminiamo viene meno l’esplicitazione della reciprocit√† del saluto e il lettore non pu√≤, quindi, stabilire se i due personaggi si stiano salutando a vicenda o stiano entrambi salutando un terzo personaggio.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto l‚Äôuso della virgola in una frase di questo tipo (dopo il verbo, prima del complemento oggetto ma in presenza di¬†da una parte‚Ķ dall‚Äôaltra)?
‚ÄúIl documento mostra, da una parte il tuo elaborato, dall‚Äôaltra il mio‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La virgola va evitata, proprio perché separa il complemento oggetto dal verbo. In alternativa si può inserire la locuzione tra due virgole; a quel punto, però, per simmetria si dovrà fare lo stesso con la locuzione correlativa:
‚ÄúIl documento mostra, da una parte, il tuo elaborato, dall‚Äôaltra, il mio‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Avverbio
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QUESITO:

Si dice: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa (o prima?), aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La locuzione temporale ‚ÄúX fa‚ÄĚ (per es. ¬ędieci anni fa¬Ľ) pu√≤ essere usata soltanto se il riferimento cronologico rispetto al quale si sta dicendo ‚ÄúX fa‚ÄĚ √® il momento stesso in cui si riporta l‚Äôaffermazione. Quindi, ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ vuol dire che il povero padre, nel momento in cui √® morto (cio√® dieci anni fa, rispetto al momento in cui si fa l‚Äôaffermazione, e dunque nel 2014), aveva gi√† pensato al futuro dei figli. ¬ęPrima¬Ľ, invece, √® usato rispetto a un altro termine temporale, sempre al passato, oltre al momento in cui si riporta l‚Äôevento. Quindi, sempre ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni prima, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ significa che il padre dieci anni prima di morire aveva gi√† pensato al futuro dei figli. Per cui, ponendo che il padre sia morto nel 2014, gi√† nel 2004 aveva pensato al loro futuro. Per riassumere: si usa ¬ędieci anni fa¬Ľ se i riferimenti temporali sono soltanto due, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento e il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto; si usa invece ¬ędieci anni prima¬Ľ se i riferimenti temporali sono tre, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento, il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto e un terzo momento (cio√®, per l‚Äôappunto, ¬ędieci anni prima dell‚Äôevento 2, cio√® quello della morte). Se io dico, nel 2024, ¬ęci siamo conosciuti due anni fa¬Ľ, vuol dire che ci siamo conosciuti nel 2022; ma non posso dire ¬ęci siamo conosciuti due anni prima¬Ľ, perch√© chi mi ascolta chiederebbe ¬ęprima di che cosa?¬Ľ. Posso invece dire: ¬ęci siamo conosciuti due anni prima della maturit√† (oppure: due anni prima che finissimo la scuola)¬Ľ, perch√©, oltre al 2024 e al momento in cui ci siamo conosciuti, viene specificato anche un terzo riferimento cronologico (cio√® la maturit√†, o la fine della scuola).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Pongo il seguente quesito. Nella frase “il gatto gli balz√≤ addosso”, il termine “addosso” √® da considerarsi avverbio o preposizione impropria riferita a “gli”? Io lo interpreto come avverbio e quindi penso a due complementi diversi in analisi logica, ma la presenza della particella pronominale prima del verbo mi pone qualche imbarazzo. Il problema si ripresenta in frasi come: “il bambino gli and√≤ incontro; gli salt√≤ sopra; gli rimase dietro; le mise sopra un cappello” e simili. Voi come lo interpretate?

 

RISPOSTA:

I casi portati a esempio rientrano nella tipologia dell‚Äôestrazione della preposizione nei casi di locuzione formata da preposizione polisillabica (o impropria, secondo la grammatica tradizionale) e preposizione semplice (cfr. L. Renzi, Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il Mulino, 1988, vol. I, pp. 524-528; si veda anche la voce Preposizione, curata da Hanne Jansen, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani, 2011, liberamente accessibile online nel sito treccani.it). L‚Äôestrazione consiste in questo: in determinate condizioni (per es. in presenza di clitico, o particella pronominale atona), viene eliminata (tecnicamente, estratta; o meglio: viene estratto il sintagma preposizionale, ovvero il complemento: gli = a lui ecc.) la preposizione semplice, mentre il clitico viene anticipato: ¬ęil gatto balz√≤ addosso a lui¬Ľ > ¬ęil gatto gli balz√≤ addosso¬Ľ. Quindi addosso, in questo caso (oppure incontro, dietro, contro, accanto ecc.) √® una preposizione e non un avverbio. Dunque vi √® un solo complemento, non due.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Se io chiedo “Non sei mai stato a Granada, vero?”, la risposta corretta, se l’interlocutore non c’√® stato, √® “No”. Secondo mio padre invece la risposta corretta √® “S√¨”, che sottintende “S√¨, √® vero che non ci sono mai stato”. Io ho cercato senza successo di spiegargli che¬†vero?¬†√® una componente della frase necessaria a disambiguarla da quella che sarebbe una semplice affermazione quale “Non sei mai stato a Granada” e non una domanda. √ą diventato difficile fargli domande di questo tipo. Mi poteste fornire una regola rigorosa, chiara ed esaustiva per chiarire la questione?

 

RISPOSTA:

A rigore la risposta corretta √® “S√¨ (, non sono mai stato a Granada)”, a prescindere dalla presenza di¬†vero; l’interlocutore, infatti, dovrebbe confermare la negazione contenuta nella domanda per rispondere negativamente. Al contrario, per rispondere positivamente (nel caso in cui sia stato a Granada), l’interlocutore dovrebbe negare la negazione con un “No (, sono stato a Granada)”. Le risposte corrette a rigore, per√≤, non sono gradite ai parlanti, perch√© √® controintuitivo rispondere negativamente confermando e positivamente negando; da qui nasce l’abitudine a trascurare la forma della domanda e rispondere considerando soltanto la polarit√† della risposta. Nonostante questa abitudine, per√≤, non si pu√≤ dire che le risposte “rigorose” siano scorrette (per quanto, in un contesto informale, risultino un po’ pedanti).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi sottopongo questa frase: “Lei non volle andare in camera da letto. Restammo l√¨, su quelle vecchie poltrone, e pensai che eravamo i primi a farci l’amore”. Ovviamente¬†a farci l’amore significa: ‘a fare l’amore SU quelle poltrone’. Ora vi chiedo: pu√≤ il pronome ci sostutuire su¬†(sulle poltrone)? Inoltre,¬†la frase risulta subito comprensibile e scorrevole?

 

RISPOSTA:

La frase √® scorrevole e comprensibile. I pronomi non hanno un significato preciso, ma prendono il significato del sintagma che di volta in volta riprendono, o a cui rimandano, adattandolo alla sintassi della frase in cui si trovano. Cos√¨, nella sua frase¬†ci¬†significa ‘su quelle poltrone’, in una frase come “Amo Roma e ci vado ogni volta che posso” il pronome¬†ci¬†significa ‘a Roma’, in una frase come “Se scavi sotto l’albero ci troverai una scatola” lo stesso pronome significa ‘sotto l’albero’ e cos√¨ via.
Quasi tutte le grammatiche sostengono che¬†ci,¬†vi¬†e¬†ne¬†abbiano la natura di avverbi, non di pronomi, quando rappresentano indicazioni di luogo, come nella sua frase, dal momento che equivalgono a¬†qui,¬†l√¨, da qui, da l√¨. Come si vede dagli esempi per ci (ma questo vale anche per gli altri), per√≤, essi mantengono sempre la funzione di riprendere un sintagma introdotto altrove nella frase o nel testo, o ricavabile dal contesto (per esempio, davanti alla brochure di un viaggio organizzato un interlocutore potrebbe chiedere a un altro: “Ci andiamo?”): possiamo, quindi, considerarli pronomi anche in questo caso.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quali frasi sono corrette?

1a. Chissà se esistano i fantasmi
1b. Chissà se esistono i fantasmi
Oppure:
2a. Alcuni mi chiedono se esistano i fantasmi
2b. Alcuni mi chiedono se esistono i fantasmi

Inoltre:
3a. Mi piace un sacco le persone
3b. Mi piacciono un sacco le persone

 

RISPOSTA:

Le frasi 1a, 1b, 2a e 2b sono tutte varianti ben formate. Si tratta di interrogative indirette che ammettono sia il congiuntivo sia l’indicativo. La soluzione con il congiuntivo √® pi√Ļ aderente alla grammatica standard ed √® preferibile in contesti di alta formalit√†; quella con l’indicativo invece √® meno formale, ma comunque corretta.
Fra 3a e 3b la variante corretta √® soltanto 3b. Il verbo piacere √® intransitivo e non pu√≤ reggere un complemento oggetto; una delle particolarit√† di questo verbo (le cui sfumature si possono approfondire qui) √® il soggetto, che solitamente si trova posposto al verbo e sembra comportarsi come un complemento oggetto. In questo caso, il soggetto √® le persone, quindi l’accordo grammaticale andr√† al plurale piacciono. La frase riscritta in altro modo sarebbe: “Le persone piacciono a me un sacco”. Aggiungo, come nota di chiusura, che un sacco, che qui equivale a ‘molto’, ha valore avverbiale ed √® tipico del linguaggio colloquiale.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho notato che, in presenza di come e quanto, per ragioni a me ignote, il congiuntivo prevale sull’indicativo, che tuttavia non dovrebbe essere scorretto:

1) Ho visto quanto tu la amassi / amavi.

2) Mi aggiornò su come volesse / voleva intervenire.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi da lei proposte le subordinate sono interrogative indirette, che sono il tipo di completiva pi√Ļ naturalmente costruito con il congiuntivo. Come pu√≤ anche sostituire che in proposizioni soggettive e oggettive, come nella frase ‚ÄúSo / √ą noto come tu ritenga la cosa sbagliata‚ÄĚ (= ‚Äú‚Ķ che tu ritieni la cosa sbagliata‚ÄĚ). Nelle proposizioni cos√¨ costruite √® decisamente preferibile il congiuntivo, probabilmente perch√© esse vengono associate alle interrogative indirette.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere di che tipo sono gli avverbi come “fortunatamente, sfortunatamente, purtroppo”, sui quali non c’√® molta chiarezza sui manuali di studio.

 

RISPOSTA:

Sono avverbi di giudizio che esprimono un punto di vista personale.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Avverbio
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio che riguarda le proposizioni correlative costruite con non solo… ma anche, come nel periodo seguente:
‚ÄúSi occuper√† non solo della gestione, ma anche della programmazione‚ÄĚ.
Ma se io scrivessi:
‚ÄúMarco si occuper√† non solo della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli (anche) la programmazione‚ÄĚ, per la correttezza del periodo √® necessario che ci sia¬†anche?
Inoltre, avendo un rapporto di interdipendenza, sono considerate entrambe proposizioni coordinate correlative? E la principale?

 

RISPOSTA:

Anche¬†pu√≤ essere omesso sempre, non solo nel suo caso; i parlanti, per√≤, preferiscono inserirlo perch√© chiarisce il rapporto di correlazione con¬†non solo, che il solo¬†ma¬†lascia in parte sospeso (aumentando l’ambiguit√† della frase). Nella seconda frase, in ogni caso, il problema √® un altro: i due termini in correlazione non sono¬†la gestione¬†e¬†la programmazione, bens√¨ i comportamenti di Marco e Andrea; la frase risulta, pertanto, pi√Ļ chiara se entrambe le locuzioni correlative vengono inserite prima dei due nomi (‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† anche lasciargli la programmazione‚ÄĚ). Si noti che¬†anche¬†non pu√≤ essere inserito prima di¬†Andrea, perch√© questo avverbio (che molti considerano una congiunzione) ha una portata ristretta: si riferisce al costituente immediatamente adiacente, quindi¬†anche Andrea¬†significherebbe ‘Andrea oltre a qualcun altro’. La posizione obbligata di¬†anche, per√≤, non √® un problema, perch√© la correlazione tra¬†Non solo Marco si occuper√†¬†e¬†ma Andrea dovr√† anche lasciargli¬†(ovvero ‘dovr√†¬†in pi√Ļ¬†lasciargli la programmazione’) funziona perfettamente. La frase sarebbe ben formata anche cos√¨: ‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli anche la programmazione‚ÄĚ; in questo caso si metterebbe in evidenza che Andrea dovr√† lasciare a Marco la programmazione¬†oltre alla gestione.
Dal punto di vista dell’analisi del periodo, la proposizione che contiene¬†ma anche¬†√® coordinata all’altra, che possiamo considerare reggente, in cui appare l’altra parte della correlazione (non solo). La prima parte della correlazione funziona da anticipazione della seconda parte; un po’ come¬†tanto¬†funziona da anticipazione del¬†che¬†che introduce la proposizione consecutiva: “Sono¬†tanto¬†stanco¬†che¬†vado subito a letto”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

L‚Äôaggettivo poco concorda in genere e numero con il sostantivo al quale si riferisce. A tal proposito riprendo parte di un testo di una canzone: ‚ÄúUna √® troppo poco, due sono tante‚ÄĚ.

Di conseguenza, come devo comportarmi nelle seguenti espressioni?

  • La differenza √® poco/poca
  • Due settimane √® poco/sono poche

 

RISPOSTA:

Nel testo della canzone troppo poco √® una locuzione avverbiale. In questo caso l‚Äôavverbio poco si unisce all‚Äôavverbio troppo per sottolineare un eccesso di scarsit√†. Negli altri due esempi poco invece √® un aggettivo in funzione predicativa (cio√® si collega al nome tramite il verbo), quindi: ‚ÄúLa differenza √® poca‚ÄĚ e ‚ÄúDue settimane sono poche‚ÄĚ. Nell’alternativa “Due settimane √® poco”, poco √® un pronome indefinito in un‚Äôespressione ellittica in cui √® sottinteso un sostantivo ricavabile dal contesto: ‚ÄúDue settimane √® poco (tempo)‚ÄĚ.

Raphael Merida

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QUESITO:

So che bene si usa con un verbo, ma non il verbo essere. Esempio: “Sto bene”, ma “La pizza √® buona”. Vorrei sapere se le seguenti frasi siano corrette:

Non è bene fare questa cosa.
Non è buono fare questa cosa.
Non è un bene fare questa cosa.

 

RISPOSTA:

Bene pu√≤ essere avverbio o nome: quando accompagna stare √® usato come avverbio (sto bene = ‘mi sento in salute, a mio agio’); quando accompagna essere √® usato come nome (√® bene = ‘√® cosa giusta, utile, vantaggiosa’, √® un bene ‘√® una cosa giusta, utile, vantaggiosa’). La variante “Non √® buono fare questa cosa” √® anche possibile (come, per esempio, “Non √® onesto evadere le tasse”), ma √® sfavorita proprio per la concorrenza di¬†bene.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho sempre dato per scontato che la lunghezza fosse verticale e la larghezza orizzontale. E che quindi la longitudine fosse orizzontale e la latitudine verticale, essendo il nostro pianeta pi√Ļ lungo orizzontalmente che verticalmente.
Adesso però ho dei dubbi.
Nel grande romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari, si accenna a un gradone che corre longitudinalmente verso il Nord, che taglia longitudinalmente la pianura. Non capendo come facesse un piano orizzontale a correre in lungo, ho cercato il significato di longitudinale: ¬ęche √® disposto nel senso della lunghezza¬Ľ, ¬ęorizzontale, in lunghezza¬Ľ. Se √® orizzontale, non dovrebbe essere disposto nel senso della larghezza?

 

RISPOSTA:

La longitudine si calcola in orizzontale (cio√®, letteralmente, parallelamente all’Orizzonte), perch√© segna un punto a Est o a Ovest del meridiano di Greenwich. La latitudine, al contrario, segna un punto a Nord o a Sud dell’Equatore, quindi si calcola in verticale (cio√® perpendicolarmente all’Equatore).
Bisogna, per√≤, distinguere tra i nomi longitudine e latitudine e gli aggettivi longitudinale e latitudinale (nonch√© gli avverbi in -mente da essi derivati): i primi hanno un’applicazione esclusivamente scientifica (e sono usati nella lingua comune solo nelle locuzioni avverbiali in longitudine e in latitudine); i secondi sono usati regolarmente anche con un significato estensivo (che recupera il significato etimologico longus ‘lungo’ e latus ‘largo’), e in particolare longitudinale ‘esteso nel senso della lunghezza’, latitudinale ‘esteso nel senso della larghezza’. Di conseguenza, longitudinale diviene, nella lingua comune, equivalente a lungo (per cui longitudinalmente e in longitudine equivalgono a in lunghezza), mentre il meno usato latitudinale diviene equivalente a largo (e latitudinalmente e in latitudine equivalgono a in larghezza). Dal momento che, per convenzione, in una superficie la lunghezza √® la dimensione pi√Ļ estesa e la larghezza quella meno estesa, nell’esempio da lei riportato il gradone descritto √® un oggetto orientato nella stessa direzione della dimensione pi√Ļ estesa dell’area considerata.
Si noti che tanto la lunghezza quanto la larghezza sono dimensioni orizzontali, cio√® parallele al piano dell’Orizzonte; nel caso di oggetti tridimensionali a queste si aggiunge l’altezza, che √® la dimensione verticale, cio√® perpendicolare al piano dell’Orizzonte.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

Quesito:

Ho un dubbio riguardo alla corretta interpretazione dell’uso di anche¬†nella seguente frase:

Si consiglia intervento psico-educativo (2-4 ore a settimana, anche in piccolo gruppo).

Sulla base delle diverse definizioni del significato di anche“, sembrerebbe che la frase dovrebbe interpretarsi nel seguente modo:

Si consigliano 2/4 ore di intervento psico-educativo e anche 2/4 ore del medesimo intervento da svolgersi in piccolo gruppo (per un totale dunque di 4/8 ore).

L’interpretazione in senso “additivo” di anche del secondo elemento intervento in gruppo rispetto al primo elemento intervento sottinteso √® corretta?¬†L’interpretazione, se corretta, pu√≤ definirsi univoca o pu√≤ essere ambigua?

 

RISPOSTA:

Il significato di anche nella frase è senza dubbio rafforzativo; con esso, cioè, si ammette che l’intervento descritto precedentemente venga svolto nella modalità indicata subito dopo (in piccolo gruppo). Non bisogna, quindi, considerare l’intervento in piccolo gruppo come aggiuntivo rispetto a un altro intervento da svolgere con modalità diversa. Si tratta comunque di un’aggiunta, a ben vedere, ma ciò che viene aggiunto è una modalità alternativa per lo stesso intervento, non un ulteriore intervento. Se fosse aggiunto un intervento, la frase sarebbe stata formulata diversamente, esplicitando i termini salienti dell’intervento aggiuntivo (2-4 ore); per esempio (2-4 ore a settimana in seduta individuale e anche / inoltre 2-4 ore in piccolo gruppo).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei capire meglio la differenza tra i seguenti termini: serio / serioso: una persona seriosa è una persona pesante?

Emozionante / emozionale: può un bracciale essere emozionale perché richiama delle emozioni?

A tempo, per tempo, in tempo-di fretta, in fretta: comprendo la differenza tra andare in fretta e andare di fretta ma, ad esempio, nel caso di ¬ęmangiare¬Ľ si dice ¬ęmangiare di fretta¬Ľ o ¬ęmangiare in fretta¬Ľ?

Solo, da solo

 

RISPOSTA:

Sì, una persona seriosa è una persona pesante, che si prende troppo sul serio; anche un argomento può essere serioso.

Emozionale ha un uso molto limitato, sebbene oggi se ne abusi per influenza dell’inglese emotional, per cui non mi meraviglierei se anche un bracciale venisse (impropriamente) definito emozionale, anche se a rigore emozionale non è ciò che produce emozioni, bensì ciò che riguarda le emozioni, quindi si può parlare di stato emozionale (o emotivo).

Meglio ¬ęmangiare in fretta¬Ľ; ¬ędi fretta¬Ľ di solito si riferisce a andare o essere (ma non solo): ¬ęvado di fretta¬Ľ, ¬ęsono di fretta¬Ľ = ¬ęho fretta¬Ľ. Comunque, non √® scorretto dire ¬ęmangiare di fretta¬Ľ.

Solo e da solo sono spesso intercambiabili: ¬ęsono sempre solo / da solo¬Ľ. Ma a volte non sono equivalenti: ¬ęriesci a farlo da solo¬Ľ vuol dire ‚Äėsenza l‚Äôaiuto di nessuno‚Äô.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Avverbio, Italiano L2
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Su varie grammatiche, incluso Treccani, si legge che tra avverbi interrogativi (interrogativa diretta) e verbo è impossibile frapporre un elemento, che sia soggetto o qualsiasi altro elemento:

1)Quando marco arriverà a destinazione?*

2)Dove oggi andrai?*

Se si parla di congiunzione interrogativa, e di conseguenza di interrogative indirette

è possibile la frapposizione solo del soggetto:

3)Non so quando Marco arriverà.

4)Non so dove oggi andrà a fare shopping.*

Tutte queste regole e regolette, per√≤, non valgono con “Perch√©”, usato sia come avverbio interrogativo che come congiunzione interrogativa; infatti con “perch√©” √® possibile sia frapporre complementi (“Qui”, “con me” ecc…) sia soggetti (“Lui”, “Marco”), anche insieme, volendo, come nelle frasi 5 e 6.

Tutto questo sia nelle interrogative dirette o indirette che siano, per esempio:

5)Perch√© Marco all’estero si trova male?

6)Non so Marco all’estero si trovi cos√¨ male.

Credo e spero che da 1 a 6 lei possa concordare con me.

Ci sono però dei casi, che non so per idiomaticità o meno, ma contravvengono a ciò che ho detto da 1 a 6, cioè:

a)Ricordo quando da bambino giocavo al parco con gli amichetti.

b)Non ho mai saputo quando da bambino hai avuto la prima fidanzatina.

c)Quanto la fortuna potrà incidere sul risultato?

Le frasi “a” e “b” sono dello stesso tipo della frase 4, mentre la frase “c” mi sembra dello stesso tipo della frase “1”.

Seguendo la (mia) logica, a meno che non abbia fatto un discorso errato dall’inizio alla fine, le tre frasi in questione sono scorrette, eppure le ho sentite spesso, anche con una certa frequenza; infatti anche a me √® capitato di dirle in svariate occasioni, poich√© al mio orecchio suonano particolarmente idiomatiche e non vi ravviso nessuna stonatura.

Qual è quindi la verità?

 

RISPOSTA:

Da assiduo navigatore di DICO, sa bene che la grammatica e la linguistica non si valutano in base alla verit√† (ammesso che si sappia cosa sia, la verit√†…), bens√¨ ad altre categorie, quali la frequenza, l‚Äôaccettabilit√†, la variabilit√† ecc. Ci√≤ premesso, non √® affatto vero che gli interrogativi non ammettano elementi tra s√© e il verbo, e, tra i miliardi di frasi possibili, basterebbe questa: ¬ęPerch√© Marco non arriva?¬Ľ. Quindi, non soltanto concordo con lei, ma le confermo che nessuna delle frasi da lei citate (a, b, c) √® sbagliata, e non perch√© siano idiomatiche (e infatti non lo sono), ma perch√© la mobilit√† dei costituenti consente queste e altre modificazioni dell‚Äôordine cosiddetto diretto. Neppure le altre frasi da lei citate sono scorrette n√© agrammaticali, tranne la 2: ¬ę*Dove oggi andrai?¬Ľ, che per√≤ diventa quasi accettabile se al verbo si aggiunge un altro elemento: ¬ęDove, oggi, andrai a fare la spesa?¬Ľ (non naturalissima, ma possibile).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Possono gli indefiniti reggere il condizionale?

Ecco alcune frasi:

Chiunque vorrebbe partecipare, deve mettere il suo nome sulla lista.

Ecco una piccola guida per chi vorrebbe avere maggiori informazioni.

Quale tempo e modo regge, invece, dovunque?

-Ti seguirò, dovunque tu vai/vada/andrai/andresti/andassi.

E se nella principale c¬ī√© un condizionale?

-Ti seguirei, dovunque …

-Ti avrei seguito, dovunque…

 

RISPOSTA:

Gli indefiniti possono reggere il condizionale soltanto se si trovano nella proposizione reggente, non se si trovano in una proposizione relativa con sfumatura ipotetica come tutte quelle da lei indicate, nelle quali è ammesso soltanto il congiuntivo o l’indicativo. Vediamo caso per caso.

¬ęChiunque volesse/voglia partecipare, deve mettere il suo nome sulla lista¬Ľ: la relativa retta da chiunque ha un evidente valore ipotetico, cio√® √® analoga alla protasi del periodo ipotetico: ¬ęse qualcuno volesse partecipare…¬Ľ. Quindi comprende bene come il condizionale sarebbe del tutto abnorme: *se qualcuno vorrebbe…

Identico discorso per le altre frasi:

¬ęEcco una piccola guida per chi volesse/voglia avere maggiori informazioni¬Ľ.

¬ęTi seguir√†, dovunque tu vai/vada/andrai/ andassi¬Ľ (ma non *andresti).

¬ęTi seguirei, dovunque tu andassi¬Ľ: identico a sopra, con preferenza per andassi, sempre in parallelo con il periodo ipotetico: ¬ęse andassi in qualunque luogo, io ti seguirei¬Ľ.

¬ęTi avrei seguito, dovunque fossi andato¬Ľ.

Diverso il caso in cui l‚Äôindefinito si trovasse nella reggente, cio√® con valore analogo a quello di una apodosi di un periodo ipotetico, cio√® con valore condizionale, appunto: ¬ęchiunque potrebbe partecipare¬Ľ (se volesse);

¬ęTi seguirei dovunque¬Ľ (se partissi);

¬ęTi avrei seguito dovunque¬Ľ (se fossi partito).

Molto interessanti le ultime frasi, perch√©, come vede, a seconda della pausa (o, per meglio dire, a seconda della relazione col verbo reggente), dovunque pu√≤ avere funzione avverbiale (¬ęTi seguirei/avrei seguito dovunque¬Ľ), e in questo caso, come parte della reggente, pu√≤ accompagnarsi a un condizionale, oppure funzione pronominale o di congiunzione relativa (¬ęTi avrei seguito, dovunque fossi andato¬Ľ), in cui il valore √® di pronome doppio ‚Äėin qualunque luogo in cui‚Äô, il quale, essendo alla testa di una subordinata relativa ipotetica, non pu√≤ ammettere il condizionale.

Ecco un‚Äôaltra coppia di esempi: ¬ęti seguo/seguirei ovunque (tu) vada/andassi¬Ľ DIVERSO DA ¬ęse io non ti seguissi tu andresti ovunque¬Ľ. Nel primo caso ovunque ha valore di congiunzione relativa (cio√® di pronome relativo doppio: ‚Äėin qualunque luogo in cui‚Äô), mentre nel secondo caso ha valore di avverbio (‚Äėdappertutto, in qualunque luogo‚Äô).

Prevengo subito un‚Äôaltra domanda possibile: allora non pu√≤ esistere una subordinata relativa al condizionale? S√¨, ma soltanto se ha valore condizionale, cio√® come una sporta di apodosi di periodo ipotetico con protasi sottintesa: ¬ęquesti sono i soldi che ti lascerei¬Ľ (protasi sottintesa: ¬ęse io morissi/se dovessi averne bisogno¬Ľ ecc.).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

Vi chiedo un consulto su questo esercizio: “Distingui gli aggettivi pronominali e i pronomi precisandone la funzione sintattica”.

“Te lo ricordo per l’ennesima volta, qui non c’√® niente di utile al tuo obiettivo”.

Te = pron. personale tonico, compl. termine
Lo = pron. personale atono, compl. ogg.
C’√® = questo non capisco cosa sia…
Niente = pron. indefinito, sogg.
Tuo = agg. possessivo, compl. fine.

L’analisi va bene, tranne che per due punti. 1. Il pronome te √® atono, non tonico: non bisogna confondere te tonico (come nella frase “Dico a te”) da te atono, variante formale di ti, come in questa frase, o come in “Dovevi proprio portartelo?”. 2. Tuo √® attributo, non complemento di fine (il complemento √® al tuo obiettivo).
Per quanto riguarda c’√®, si tratta di un’espressione formata da ci¬†+ √®. Ci pu√≤ essere un pronome personale atono di prima persona plurale (in frasi come “Ci fai un favore?”) e un pronome dimostrativo (in frasi come “Non ci pensare”); nell’espressione formata con il verbo essere, invece, equivale a l√¨ oppure qui¬†(a seconda dei contesti), quindi √® considerato generalmente un avverbio di luogo (anche se ci sarebbero ragioni per considerarlo un pronome). Dal punto di vista sintattico pu√≤ essere analizzato come complemento di stato in luogo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho la necessità di esprimere un concetto che potrei sintetizzare così: prima arriveranno, prima se ne andranno.
Per ragioni pi√Ļ narrative che prettamente linguistiche, ho dovuto scartare la suddetta soluzione, a favore di un’altra che sposasse un modello sintattico affine a quello del periodo ipotetico con la coppia di correlativi quanto pi√Ļ/tanto pi√Ļ.
Il risultato √® stato questo: “Quanto prima fossero arrivati, tanto prima se ne sarebbero andati”.
La frase in questione è corretta dal punto di vista della scelta dei modi (congiuntivo/condizionale), oppure sarebbe stato preferibile adottare il condizionale per entrambi i predicati?
Se i suddetti correlativi non fossero adattabili a questa costruzione, e si scegliesse dunque di limitarsi alla forma prima… prima, il modello ipotetico “congiuntivo-condizionale” sarebbe comunque possibile? “Prima fossero arrivati, prima se ne sarebbero andati”.

 

RISPOSTA:

I due avverbi correlativi prima… prima introducono una sfumatura ipotetica nel periodo, tanto che questo viene assoggettato alla costruzione tipica con l’indicativo (“Prima arriveranno, prima se ne andranno”) o il congiuntivo nella proposizione che contiene la condizione, ed √® quindi assimilabile alla protasi, e il condizionale in quella che contiene la conseguenza, ed √® quindi assimilabile all’apodosi (“Prima fossero arrivati, prima se ne sarebbero andati”). Si noti che, diversamente dal periodo ipotetico, in questo caso il congiuntivo imperfetto nella proposizione dipendente √® molto innaturale (?“Prima arrivassero, prima se ne andrebbero”, ma “Se arrivassero prima, se ne andrebbero prima”). L’aggiunta di quanto / tanto non cambia niente nella costruzione (n√©, per la verit√†, aggiunge alcunch√© al significato della frase): i modi e i tempi richiesti rimangono quelli indicati per prima… prima.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Scritta cos√¨, questa frase ¬ęDovresti aiutarmi, non chiudermi la porta in faccia¬Ľ, vuol dire: ¬ęDovresti aiutarmi, non, invece chiudermi la porta in faccia¬Ľ (insomma, esprimere un giudizio), oppure pu√≤ essere interpretata come una frase esortativa: ¬ęNon chiudermi la porta in faccia! Devi aiutarmi¬Ľ? C‚Äô√® il rischio di fare confusione?

 

RISPOSTA:

Non c‚Äô√® il rischio di confondersi perch√©, come nota lei, per avere la sfumatura esortativa dovremmo scrivere la frase in un altro modo. Tra le due proposizioni ‚ÄúDovresti aiutarmi‚ÄĚ e ‚Äúnon chiudermi la porta in faccia‚ÄĚ, unite per asindeto dalla virgola, c‚Äô√® una relazione di opposizione (o di sostituzione) interpretabile come: ‚ÄúDovresti aiutarmi, non, invece, chiudermi la porta in faccia‚ÄĚ.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Avverbio
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QUESITO:

Vorrei sapere se √® pi√Ļ corretto dire: “Ho dormito fino adesso”¬†oppure “fino ad adesso”. Ritengo che entrambe le espressioni siano corrette.

 

RISPOSTA:

Entrambe le locuzioni sono corrette. La preposizione fino è seguita, di solito, da un avverbio o da una preposizione che determina il momento preciso in cui si conclude qualcosa che ha una durata nel tempo. Con alcuni avverbi di tempo, come adesso, ora, allora, la preposizione a può essere omessa. Fino adesso, dunque, equivale a fino ad adesso, così come, per esempio, la locuzione finora (o con grafia non comune fin ora) corrisponde a fino a(d) ora. Per ragioni di eufonia si può usare sino al posto di fino.
Raphael Merida

Parole chiave: Avverbio, Preposizione
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QUESITO:

Queste due frasi, nonostante contengano il non, hanno lo stesso significato?
“Incapacit√† di fare silenzio”
“Incapacit√† di non fare silenzio”
Io le interpreto entrambe con il significato di ‘urlare’.

 

RISPOSTA:

Nelle espressioni (pi√Ļ che frasi sono parti di frasi) il non √® determinante: se parafrasiamo non frase silenzio con parlare (non √® necessario ricorrere al verbo urlare), la seconda espressione significa ‘incapacit√† di parlare’, che √®, come ci si aspetta, data la presenza della negazione, il contrario del significato della prima espressione, in cui non non c’√®.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Avverbio
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QUESITO:

Traggo questa frase dall’esordio di Sosia di Dostoevskij.

‚ÄúCome se non fosse ancora pienamente certo di essersi gi√† svegliato o di non stare ancora dormendo.‚ÄĚ

Non mi √® sembrato molto chiaro il significato della frase (non stare ancora dormendo vuol dire ‚Äėessere sveglio‚Äô, quindi non avrebbe senso). Presuppongo dunque che quel non¬†non abbia valore e la frase corrisponda a: ‚ÄúCome se non fosse certo di essersi gi√† svegliato o come se non fosse certo di stare ancora dormendo‚ÄĚ, ma vorrei sapere se questo uso di offrire un‚Äôalternativa che √® quasi una supposizione sia corretto.

Un‚Äôaltra edizione dello stesso romanzo: ‚ÄúCome una persona che non √® ancora pienamente sicura se sia desta o se dorma tuttora.‚ÄĚ

In questo caso il significato mi √® sembrato subito chiaro, ma non credo che la frase sia corretta, avendo lo stesso soggetto in forma esplicita. Vorrei capire quale delle due √® la pi√Ļ corretta. Da qui √® scaturita tutta una serie di dubbi:

‚ÄúTi giuro che sto piangendo / di stare ancora piangendo‚ÄĚ?

‚ÄúMi rinfacciavi di stare male / che stavo male‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Riguardo al dubbio sul valore di non, effettivamente qui l’avverbio deve avere valore espletivo (sul quale può leggere questa risposta dell’archivio di DICO: https://dico.unime.it/ufaq/non-proprio-una-negazione/), altrimenti la frase ripeterebbe due volte lo stesso concetto con parole diverse (non era certo di essere sveglio o di essere sveglio). Il non espletivo è una forma legittima e tutto sommato la logica consente di attribuirgli il valore corretto; in un contesto letterario, del resto, la precisione descrittiva e l’assenza di ambiguità non sono necessariamente obiettivi ricercati dall’emittente.

La costruzione implicita della subordinata oggettiva che condivide il soggetto della reggente non √® quasi mai obbligatoria, ma √® una scelta stilistica. L‚Äôobbligo scatta quando nella reggente c‚Äô√® un verbo di comando o consiglio e il soggetto della completiva √® la persona comandata (‚ÄúTi ordino di venire‚ÄĚ). Nel suo primo esempio, la variante implicita (di stare ancora piangendo) √® chiaramente una scelta formale, che risulterebbe inconsueta in un contesto colloquiale. Nel secondo esempio, addirittura, la variante implicita non segnala automaticamente l‚Äôidentit√† di soggetto, perch√© l‚Äôidentit√† confligge con la logica dell‚Äôintera frase (rinfacciare a qualcuno il proprio malessere √® possibile soltanto all‚Äôinterno di un contesto che deve essere chiarito); la costruzione, quindi, √® pi√Ļ facilmente interpretata come se il soggetto della completiva fosse l‚Äôoggetto del verbo della reggente, ovvero come se fosse esplicita (assimilando, un po‚Äô forzatamente, rinfacciare¬†ai verbi di comando o consiglio).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Bisogna attenersi a quanto affermato dal ‚ÄúSabatini‚ÄĚ: ¬ęSe l’elemento negato √® anteposto al verbo, questo rifiuta il non: neanche io so come fare¬Ľ?

¬ęAnche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ e ¬ęNeanche se dovessimo aspettare sarebbe un problema¬Ľ sono le uniche possibilit√† corrette? Tuttavia mi √® capitato di leggere esempi contradditori con quanto appena affermato anche in La luna e i fal√≤.

E se l‚Äôelemento di negazione √® posposto al verbo: ¬ęNon sarebbe un problema neanche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Sebbene l‚Äôitaliano richieda, o ammetta, la doppia negazione in alcuni casi (¬ęnon voglio niente¬Ľ), la rifiuta in altri, precisamente quando un elemento (avverbio, congiunzione, aggettivo o pronome, a seconda dei casi) di negazione come neanche, neppure, nemmeno, niente, nessuno √® anteposto al verbo. Come giustamente osserva Serianni nel cap. VII, par. 193, della sua Grammatica, ¬ęquesta norma va oggi osservata scrupolosamente, almeno nello scritto formale. Tuttavia, nell‚Äôitaliano dei secoli scorsi e anche in quello contemporaneo non mancano le deflessioni in un senso o nell‚Äôaltro¬Ľ, dovute per esempio a forme regionali, di italiano popolare, di trascuratezza, di espressivit√†. Tra le deflessioni, troviamo addirittura Manzoni: ¬ęUna di quelle donnette alle quali nessuno, quasi per necessit√†, non manca mai di dare il buongiorno¬Ľ. Deflessioni, tra i moltissimi altri, in Pavese: ¬ęNeanche tra loro non si conoscevano¬Ľ, ¬ęneanche qui non mi credevano¬Ľ. Cionondimeno, ci√≤ non altera la norma dell‚Äôitaliano. Pertanto, ¬ęAnche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ e ¬ęNeanche se dovessimo aspettare sarebbe un problema¬Ľ vanno bene, mentre ¬ęNeanche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ va evitato. Quando l‚Äôelemento di negazione √® posposto al verbo, la doppia negazione √® ammessa: ¬ęNon sarebbe un problema neanche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ va altrettanto bene quanto ¬ęNon sarebbe un problema anche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

  1. Il fatto che a me non sia capitata un’esperienza del genere non esclude che essa sia capitata ad altre persone.
  2. Il fatto che a me non sia capitata un’esperienza del genere non esclude che essa sia potuta capitare ad altre persone.
  3. Il fatto che a me non sia capitata un’esperienza del genere non esclude che essa possa essere capitata ad altre persone.

In una costruzione come questa il verbo servile ‚Äúpotere‚ÄĚ serve per modificare leggermente il senso del messaggio (varianti 2 e 3), oppure la frase pu√≤ essere privata di tale verbo (esempio 1) senza comportare sostanziali differenze semantiche?

  1. Non mi ricordo neppure quale fosse il suo nome, e questa la dice lunga su quanto (poco) mi importasse di lui.

L‚Äôavverbio ‚Äúpoco‚ÄĚ, in questo caso, costituisce un elemento ridondante?

 

RISPOSTA:

In entrambi i casi gli elementi sono ridondanti, a rigore, in quanto ricavabili dal contesto. Non è però scorretto specificarli, se si vuole sottolineare un aspetto particolare. Dato che personalmente opto sempre per una sintassi e una semantica ergonomiche, suggerirei di eliminare entrambi gli elementi.

In tutte le prime tre frasi, la stessa reggente ¬ęnon esclude che¬Ľ implica che il capitare o no di una certa esperienza sia una possibilit√†, non una certezza, e questo rende pleonastico il servile potere. Suggerirei di evitarlo per non appesantire ulteriormente la sintassi frasale.

Nella quarta frase il disinteresse del soggetto √® talmente evidente (¬ęNon mi ricordo¬Ľ ecc.) da rendere inutile ¬ępoco¬Ľ. Anche in questo caso ne suggerirei l‚Äôeliminazione.

Fabio Rossi

Parole chiave: Avverbio, Verbo
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Salve quale affermazione è corretta?

Grazie per esserci stata vicinO

Grazie per esserci stata vicinA

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, perch√© vicino ha due diversi valori in italiano: come aggettivo o come avverbio. Come aggettivo richiede l‚Äôaccordo di genere e di numero (¬ęstati vicini¬Ľ, ¬ęstate vicine¬Ľ) con il nome o il pronome cui si riferisce, come avverbio √® invece invariabile. Pertanto in ¬ęGrazie per esserci stata vicina¬Ľ, vicino √® un aggettivo e come tale va accordato con il soggetto (sottinteso) cui si riferisce (cio√® tu). In ¬ęGrazie per esserci stata vicino¬Ľ invece vicino √® un avverbio e come tale non cambia n√© nel genere n√© nel numero (¬ęstati vicino¬Ľ, ¬ęstate vicino¬Ľ). Come avverbio vicino √® simile a ¬ęaccanto¬Ľ.

Il significato delle due frasi non cambia nella sostanza, anche se il valore aggettivale √® meno impersonale e dunque, in certo qual modo, pi√Ļ caloroso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

A me riesce difficile capire quando di è essenziale e quando soltanto ridondante.

¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ; ¬ęPensa di valere di pi√Ļ/pi√Ļ di noi¬Ľ.

C’è qualche regola da seguire?

Invece credo che una costruzione simile sia sbagliata: ¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ. O soltanto ¬ęNon me ne intendo¬Ľ, sottintendendo l‚Äôargomento, oppure ¬ęNon mi intendo di matematica¬Ľ senza ‚Äúne‚ÄĚ.

Anche con in ho questo problema: ¬ęIn molti andarono/Molti andarono¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In effetti non √® semplice, perch√©, pi√Ļ che vere e proprie regole di grammatica stabili, si tratta in questi casi di consuetudini di occorrenza, cio√® di espressioni pi√Ļ o meno cristallizzate con o senza di. Di meno pu√≤ fungere da locuzione avverbiale, del tutto interscambiabile con meno (¬ębisognerebbe parlare di meno e pensare di pi√Ļ¬Ľ), oppure da locuzione aggettivale, spesso, ma non sempre, interscambiabile con meno (¬ęun tempo le macchine in strada erano di meno¬Ľ o ¬ęerano meno¬Ľ); ma per esempio in ¬ęho una carda di meno¬Ľ (o ¬ęin meno¬Ľ) mal si presta alla sostituzione con il solo meno, cos√¨ come ¬ęce n‚Äô√® uno di meno¬Ľ (ma non ¬ęuno meno¬Ľ).

Nel suo primo esempio, di pu√≤ anche mancare: ¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ. Quando invece meno √® seguito dal secondo di termine di paragone, √® bene omettere di: ¬ęPensa di valere pi√Ļ/meno di noi¬Ľ, anche se la forma con di, in questo caso, √® comunque possibile. Ma, per esempio, in ¬ęVorrei pi√Ļ/meno pasta di te¬Ľ, il di non va usato.

¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ √® una costruzione pleonastica tipica del parlato e della lingua informale denominata tecnicamente dislocazione a destra. In quanto pleonastica (dal momento che ne sta per di matematica) sarebbe meglio evitarla nella lingua scritta e formale, a meno che non manchi il sintagma pieno: ¬ęNon me ne intendo¬Ľ.

¬ęMolti andarono¬Ľ va bene per tutti gli usi, mentre ¬ęIn molti andarono¬Ľ, oltrech√© meno formale, √® pi√Ļ adatto nell‚Äôordine invertito dei costituenti, per esempio: ¬ęSe ne sono andati in molti¬Ľ. Inoltre, in molti, rispetto a molti, fa presupporre una quantit√† assoluta, priva di relazione con altre: ¬ęmolti andarono al mare, ma altrettanti in montagna¬Ľ; ¬ęin molti andarono al mare¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

“A proposito” sappiamo che √® una locuzione avverbiale, ma si pu√≤ usare anche come avverbio. Ma in quale gruppo di avverbi pu√≤ essere inserito?

 

RISPOSTA:

Locuzione significa ‚Äėinsieme di pi√Ļ parole che esprime il medesimo contenuto di una parola sola‚Äô, quindi locuzione avverbiale di fatto √® sinonimo di avverbio, con l‚Äôunica differenza che l‚Äôavverbio √® costituito da una parola sola (per es. limitatamente), mentre la locuzione √® costituita da pi√Ļ parole (per es. a proposito). A proposito pu√≤ essere sia una locuzione preposizionale, sia una locuzione avverbiale. Nel primo caso, accompagnata da di, ha il significato della preposizione su e pu√≤ introdurre un complemento di argomento: ¬ęNon ho nulla da aggiungere a proposito della tua bocciatura¬Ľ. √ą sinonima di un‚Äôaltra locuzione preposizionale: riguardo a. Quando funge da locuzione avverbiale, invece, ha un valore pi√Ļ o meno riconducibile a quello degli avverbi di modo (ma con sfumature anche di avverbio di giudizio o di limitazione): ¬ęCapita proprio a proposito¬Ľ, ¬ęHa parlato proprio a proposito¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

L’ambiguita’ fa parte della bellezza e della frustrazione della lingua italiana dato che la particella <>¬†¬†puo’ indicare diverse cose. Lo sapevo gia’.
Per evitare questi malintesi, che cosa puo’ consigliarmi? Devo evitare questo uso di ci nelle frasi che le ho girato o devo cambiare i miei interlocutori (scherzo).
Questo tipo di cosa mi succede abbastanza frequentemente anche se provo a fare pratica con gli italiani colti.¬†¬† A volte mi fa impazzire quando va cosi’.¬†¬†¬†¬†Vuol dire che la lingua italiana debba essere semplificata?¬†¬†Forse vuol dire che in questi giorni con la tecnologia, i bombardamenti delle informazioni, non c’e’ tempo per studiare bene la lingua italiana in Italia.¬†¬†Ne sono molto curioso.
Questo tipo di cosa succede anche tra le madrelingue?¬†¬† Immagino di si’ dato che la lingua e’ a volte ambigua.¬†¬†Potrebbe fare un’ipotesi per spiegarmi come mai due dei miei interlocutori non mi abbiano fatto una domanda per farmi chiarire quello che volevo dire con la particella ci???
 

 

RISPOSTA:

Come dice lei, l’ambiguit√† fa parte di tutte le lingue naturali del mondo. Se cos√¨ non fosse, ci vorrebbe una quantit√† infinita di segni (parole, frasi ecc.) per esprimere un rapporto univoco segno / significato, ma la memoria umana non √® fato per gestire l’infinito, pertanto ci si deve rassegnare alla polisemia (cio√® al fatto che uno stesso segno, parola, frase, abbiano pi√Ļ significati) e all’ambiguit√†. Ambiguit√† che peraltro 99 volte su cento il contesto e la collaborazione tra gli interlocutori contribuiscono a limitare. Proprio per questo i suoi interlocutori, in quanto parlanti nativi e attivi, cio√® collaborativi, non hanno avuto alcun problema a disambiguare, grazie al contesto, il suo enunciato.
Di casi come questi ne trover√† a miliardi, in tutte le lingue del mondo, e non sono un male, bens√¨ un bene delle lingue. Appunto perch√© consentono di risparmiare le risorse della nostra limitata memoria. La polisemia non ha nulla a che vedere n√© con lo studio, n√© con l’imperizia dei parlanti, n√© con la decadenza, o la semplificazione, delle lingue. Comunque, tutte le lingue tendono alla semplificazione delle risorse.
Quindi dorma pure sonni tranquilli e confidi nella forza del contesto e nello spirito collaborativo dei suoi interlocutori.
Per quanto riguarda (tra i miliardi) altri esempi possibili di polisemia di¬†ci, nei vari contesti, pensi anche a un verbo pronominale come¬†tenerci, che pu√≤ indicare sia ‘avere interesse per qualcuno o qualcosa’, sia ‘tenere in un luogo’:
1) (riferito a una scatola): ci tengo (nel senso di ‘mi piace molto’)
2) ci tengo le sigarette.

Fabio Rossi

Parole chiave: Avverbio, Pronome
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QUESITO:

Ho una domanda con l’uso della particella CI nelle frasi seguenti:
(1) Grazie per avermici portato.  (ci = in questo posto, ci funziona come un avverbio di luogo)
(2) Una persona mi ha detto di essersi trasferita a Madrid senza aver trovato un lavoro.
 Le ho risposto:  Spero che tu CI abbia portato dei soldi.    
Intendevo ‚Äúa Madrid‚ÄĚ per CI.¬†¬†¬†¬† E‚Äô come dire‚ÄĚ Spero che tu abbia portato li‚Äô dei soldi.
Sto provando a pensare come un italiano.  Quest’esempio e’ una sciocchezza ma provo a caprine di piu’ della ragione per cui suoni male.   E’ una questione del verbo?  E’ locuzione?  Qualcos’altro?
So che non si dice ‚Äúci arrivo‚ÄĚ per indicare a casa tua‚Ķ(Ci arrivo ha il significato riuscire).¬†¬†Ma si dice semplicemente Arrivo, ma si puo‚Äô dire ‚Äúci sono arrivato (ci = li‚Äô).‚Ä̬†¬†
Potrebbe farmi altri esempi (con altri verbi) in cui la particella CI non sembra corretta in una frase come un avverbio di luogo?

 

RISPOSTA:

Giusto l’esempio 1 e la sua interpretazione.
Anche l’esempio 2 va bene, per√≤ le sembra strano perch√© l√¨ il¬†ci¬†tende a essere interpretato come ‘a noi’ (che peraltro ha la stessa etimologia dell’avverbio di luogo: lat.¬†hicce¬†‘in questo luogo’, e poi per metonimia, ‘noi che siamo in questo luogo’). Dunque “suona male” non per via del verbo, n√© per via di “ci”, che √® usato correttamente, ma per via del significato pi√Ļ comune di¬†ci¬†= a noi. Pu√≤ comunque usare la frase esattamente come l’ha formulata lei, col significato di ‘l√¨’.
Pu√≤ benissimo usare ‚Äúci arrivo‚ÄĚ anche per indicare un luogo: “Come ci arrivi a casa mia?” “Ci arrivo con il treno”. Il significato di ‘riuscire’ √® ancora una volta un significato traslato, metaforico, che non annulla assolutamente il significato locativo originario.¬†
Come esempi, pu√≤ immaginare tutti i casi in cui¬†arrivarci¬†indichi un luogo, come quello che le ho fatto poco fa. Per es. una frase come “Non √® difficile arrivarci” √® interpretabile soltanto in base al contesto. In un caso pu√≤ significare ‘a lavoro, a casa tua ecc.’; in un altro caso pu√≤ significare, nell’italiano informale, ‘non √® difficile capire quello che ti sto dicendo’.

Fabio Rossi 

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QUESITO:

Se si dice: “L’esame √® andato abbastanza bene” vuol dire che √® andato meglio o un po’ meno bene di quando si dice:¬†¬†“L’esame √® andato bene”?
√ą preferibile che il nostro esame vada bene o abbastanza bene?

 

RISPOSTA:

Il siciliano¬†abbastanza¬†non ha lo stesso significato dell’equivalente parola italiana. In italiano con¬†abbastanza¬†si indica di solito una quantit√† appena sufficiente, o di poco superiore alla sufficienza, cio√® quanto basta, laddove il siciliano l’intende come quasi sinonimo di¬†molto. Motivo per cui, se in Sicilia un esame passato abbastanza bene √® lodevole, in italiano esso rappresenta un risultato mediocre. Insomma, in italiano √® preferibile che l’esame vada bene, piuttosto che abbastanza bene.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

a) I negozi che sono vicino/vicini a casa mia praticano dei prezzi competitivi.

Credo che entrambe le soluzioni siano corrette.

Vorrei sapere se rendendo la frase ellittica del primo predicato il parlante possa
comunque decidere quale soluzione adottare.

b) I negozi vicino/vicini a casa mia praticano dei prezzi competitivi.

 

RISPOSTA:

Entrambe le soluzioni vanno bene, e sono chiare, sia nella versione con verbo espresso, sia nella versione nominale, cioè priva di verbo.
Vicino a¬†√® locuzione preposizionale costruita con l’avverbio (come tale invariabile)¬†vicino¬†+ la preposizione a.
Vicini¬†√® invece l’aggettivo (e come tale flesso) costruito con la preposizione¬†a¬†(ovvero un aggettivo che richiede un argomento preposizionale). Non c’√® alcun motivo per preferire l’una costruzione all’altra.

Fabio Rossi

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QUESITO:

√ą¬†corretto scrivere¬†fuori dal¬†o¬†fuori del?

 

RISPOSTA:

La forma comune √®¬†fuori dal¬†(e¬†fuori¬†dallo,¬†dalla¬†ecc.);¬†fuori di¬†si usa soltanto in alcune espressioni cristallizzate, nelle quali non si mette l’articolo, come¬†fuori di casa¬†e¬†fuori di testa¬†(ed equivalenti,¬†come¬†fuori di zucca,¬†di melone¬†ecc.). Con gli avverbi di luogo¬†qui,¬†qua,¬†l√¨,¬†l√†¬†sono possibili sia¬†fuori da¬†sia¬†fuori di.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo, Avverbio, Preposizione
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QUESITO:

Quale forma è corretta?
Una volta sola
Una volta solo

Marco non era a casa
Marco non c’era a casa

Inoltre ad una donna non sposata anche se ha una età avanzata si può dire ancora signorina?

 

RISPOSTA:

“Una volta sola” (o “Una sola volta”) e “Una volta solo” (o “Solo una volta”) sono entrambe frasi corrette, sebbene la seconda sia meno adatta a un contesto formale. Nella prima, l’aggettivo¬†solo¬†√®, come di consueto, accordato con il sostantivo femminile¬†volta. Nella seconda, invece,¬†solo¬†non ha valore di aggettivo bens√¨ di avverbio, ovvero sta per¬†soltanto.
“Marco non era a casa” va bene sempre e in tutte le variet√† di italiano, mentre “Marco non c‚Äôera a casa” va bene soltanto nel parlato informale o nello scritto che lo imita. Tra l’altro, l’enunciato sarebbe pronunciato con una leggera pausa prima di “a casa”. L’avverbio/pronome locativo¬†ci¬†in questo caso risulta pleonastico per via della presenza del sintagma locativo pieno “a casa”. L’intera frase, dunque, possibile ma informale, si configura come una dislocazione a destra. Pu√≤ essere utile in un contesto in cui “a casa” sia considerato elemento dato, per es. nel dialogo seguente:
– Ho cercato Marco ma non si trova da nessuna parte.
– Hai cercato a casa?
– Non c’era, a casa!
Una donna non sposata anche se ha un’et√† avanzata si pu√≤ dire ancora¬†signorina, anche se l’uso di questa parola √® giustamente sempre meno frequente, in quanto fortemente discriminatorio nei confronti delle donne. Perch√© mai, infatti, di una donna si dovrebbe rilevare lo stato civile mentre di un uomo no? Lei chiamerebbe mai un uomo non sposato signorino?

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Una commentatrice mi ha contestato¬†la costruzione di una frase tramite l’estensore del seguente articolo:
¬ę‚ÄúAncora una volta XXX NON perde occasione per tacere e fare un uso sconsiderato e violento dei social network ‚Äď afferma YYY ‚Äď‚Ä̂Ķ che dovrebbe, prima, imparare l‚Äôitaliano (Non per difendere XXX, ma la nostra lingua)¬Ľ.
Faccio osservare alla commentatrice che:
¬ęNon capisco se ti riferisci al NON, visto che l‚Äôhai evidenziato:
‚ÄúLa negazione espletiva (o fraseologica) √® in linguistica la comparsa facoltativa di un elemento con valore di negazione (ad esempio, l‚Äôitaliano¬†non), senza che cambi il significato della frase. Si parla anche di negazione pleonastica, dato che la presenza della negazione √® ritenuta superflua (pleonastica) o giustificata al pi√Ļ da considerazioni stilistiche.‚ÄĚ. O trattasi di altro?¬Ľ.
Al che lei ribatte:
¬ęTrattasi del fatto che, col¬†non, il concetto assume proprio il significato opposto.
Avrebbero dovuto scrivere¬†perde l‚Äôoccasione di tacere¬†o¬†non perde l‚Äôoccasione di fare un uso sconsiderato etc etc. I due concetti sono in antitesi. Il primo √® considerato positivo e il secondo negativo, ma li hanno accorpati nella stessa frase usando lo stesso verbo. OK?¬Ľ.¬†
Per me ci sono due questioni. La prima √® che quel¬†NON¬†pu√≤ essere considerato una negazione pleonastica o espletiva, per cui …NON perde occasione per tacere… ha lo stesso valore di …¬†perde l‚Äôoccasione di tacere…; la seconda √® che le frasi non sono affatto in antitesi, in quanto nella seconda …e fare un uso sconsiderato e violento dei social network¬†√® sottesa la stessa condizione che ha definito la prima, ovvero¬†e¬†(NON perde occasione di)¬†fare un uso sconsiderato e violento dei social network.
Infatti, di nuovo faccio osservare che:
¬ęE infatti avevo intuito giusto. Quel NON non √® una negazione vera e propria, ma un accorgimento stilistico che non cambia il senso della frase, come ho evidenziato nella citazione riportata. Frase che resta sempre del valore di¬†perde l‚Äôoccasione di tacere.¬†Inoltre, se nel primo concetto, cio√®¬†perde occasione per tacere¬†√® stato specificato il¬†NON, nel secondo …e fare un uso sconsiderato e violento dei social network¬†√® sotteso, per cui diventa …e¬†(NON perde occasione di)¬†fare un uso sconsiderato e violento dei social network.¬†Insomma, il comun denominatore √®¬†NON perde occasione‚Ķ, i concetti a cui si riferisce sono¬†per tacere‚Ķ e …¬†¬†e¬†(di)¬†fare uso‚Ķ¬Ľ.
A giustificazione, porto gli esempi della Treccani:
“Non sono propriamente negative le frasi comparative, esclamative e temporali, nelle quali il¬†non¬†(soggetto a frequenti oscillazioni nell‚Äôuso) √® solo espletivo, cio√® riempitivo e opzionale:
a. √® pi√Ļ furbo di quanto non pensassi
b. quante sciocchezze non ha detto!
c. l‚Äôho aspettato finch√© non √® arrivato”.
Ora, anche se la frase imputata, a mio avviso, potrebbe rientrare benissimo nella categoria del caso “b.” riportato da Treccani, contrariamente a quanto sostenuto dall’interlocutrice, Le chiedo: abbiamo a che fare o no con una negazione espletiva?

 

RISPOSTA:

La commentatrice ha ragione: il¬†non¬†nella sua frase non √® pleonastico, ma ha pieno valore sintattico. Lo dimostrano due rilievi: 1. se lo eliminiamo la frase passa a significare l’opposto (mentre se eliminiamo un¬†non¬†pleonastico la frase continua ad avere lo stesso significato); 2. come lei stesso argomenta, il¬†non¬†ha pieno valore in relazione al secondo verbo (non perde occasione per fare un uso sconsiderato…): ha, quindi, necessariamente lo stesso valore proprio nel primo caso (non perde occasione per tacere). Non √® possibile, insomma, che il¬†non¬†abbia, all’interno della stessa costruzione duplicata (non perde occasione), prima un valore e poi un altro. La frase corretta potrebbe prendere due strade: negare due azioni valorialmente negative, per esempio cos√¨: ‚ÄúAncora una volta XXX¬†non¬†perde l’occasione per¬†parlare a sproposito¬†e fare un uso sconsiderato e violento dei social network”; affermare due azioni valorialmente positive, per esempio cos√¨:¬†‚ÄúAncora una volta XXX perde l’occasione per¬†tacere¬†e¬†per fare un uso moderato e pacifico¬†dei social network” (soluzione sicuramente meno incisiva).
Si noti che nella riscrittura ho sostituito l’espressione¬†perdere occasione¬†con¬†perdere l’occasione, perch√© la variante senza articolo √® adatta a descrivere comportamenti in modo generico (non perde mai occasione per fare una battuta), mentre qui si parla di un evento specifico, per quanto inserito nel quadro di un comportamento.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Coerenza, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle seguenti costruzioni il termine altrettanto è ben impiegato? Nel primo esempio, in particolare, il verbo essere costituisce una variante valida?
– Sono stata onesta con te: tu vedi di essere / fare altrettanto con me.
– Io sono tranquilla, ma non so se potrei dire altrettanto di te.

 

RISPOSTA:

Le frasi, in cui¬†altrettanto¬†ha la funzione di pronome indefinito,¬†sono ben costruite; per averne la prova si pu√≤ sostituire¬†altrettanto¬†con¬†la stessa cosa:¬†tu vedi di fare la stessa cosa con me;¬†non so se potrei dire la stessa cosa di te. Se sostituiamo¬†fare¬†con¬†essere¬†nella prima frase otteniamo la frase¬†tu vedi di essere altrettanto con me, che √® in astratto ben costruita (equivale a¬†tu vedi di essere la stessa cosa con me), ma un po’ forzata e difficilmente accettabile, perch√© assimila un modo di essere a una cosa. La frase diventa accettabile aggiungendo un pronome di ripresa:¬†tu vedi di¬†esserlo¬†altrettanto con me; in questo modo il pronome¬†lo¬†riprende¬†onesta¬†e¬†altrettanto¬†diviene un avverbio, equivalente a ‘nella stessa misura’.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “Monica ha braccia pi√Ļ che robuste, spalle larghe, ecc.”,
robuste √® aggettivo, invece “pi√Ļ che” √® una locuzione oppure serve per formare il
superlativo assoluto?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che robuste¬†√® superlativo assoluto, dunque¬†pi√Ļ che¬†in questo caso √® una locuzione avverbiale che sta per ‚Äėmolto‚Äô.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Leggo e sento spesso frasi del tipo “Mi manca NON poterti abbracciare”, “Mi manca NON poterti sentire”‚Ķ
A mio avviso il NON non √® necessario perch√© il senso di queste frasi √® ‚Äúvorrei tanto poterti abbracciare/sentire, peccato che non sia possibile!”.
Perché allora c’è chi sbaglia? Come può essere spiegato questo errore?

 

RISPOSTA:

La sua osservazione √® corretta: a rigore, le frasi da lei riportate significano il contrario di quello che certamente intendono comunicare. Questa contraddizione, per√≤, √® quasi giustificabile, tanto che la considererei un errore veniale (almeno in contesti informali). Il verbo¬†mancare, infatti, contiene due significati combinati: ‘non avere qualcosa’ e ‘soffrire (per la condizione del non avere qualcosa)’. Nelle frasi che lei riporta emerge chiaramente il tratto del¬†soffrire, mentre quello del¬†non avere¬†si ricava per deduzione.¬†L’emittente, evidentemente, sente l’esigenza di esplicitare questo tratto, cio√® che allo stato attuale l’evento (dell’abbracciare, del¬†sentire¬†o altro) non si sta verificando attraverso l’avverbio¬†non.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho l’abitudine di inserire in molte delle mie costruzioni l’aggettivo “eventuale”.¬†

Dopo anni e anni di impiego largo e sistematico ho iniziato a domandarmi se esso sia stato, e sia, superfluo. Non vorrei che la semantica delle frasi, o la semplice logica, portasse allo stesso risultato finale per il mittente, anche se l’aggettivo fosse espunto.

Ecco un campionario di esempi:  

a) Bisogna controllare l’eventuale buona riuscita dell’esperimento.
b) √ą opportuno verificare l’eventuale assenza del delegato.
c) Il vincitore dovrà eventualmente partecipare alla premiazione?
d) Gli esaminatori valuteranno i progetti e ne giudicheranno l’eventuale approvazione.
e) Dati aspetti della circolare sono determinanti ai fini di un eventuale stato di agitazione.

 

RISPOSTA:

In effetti¬† in tutti gli esempi citati¬†eventuale¬†ed¬†eventualmente¬†sono pleonastici, perch√© l’eventualit√† del fatto √® implicata dal contesto o dal significato del verbo:
a) se bisogna controllarla, vuol dire che che la buona riuscita non √® assodata, ma va per l’appunto controllata;
b) idem per verificare;
c) l’eventualit√† √® data dalla domanda stessa;
d) valutare e giudicare sono alla stregua di controllare e verificare;
e) forse √® questo l’unico caso in cui¬†eventuale¬†possa agevolare la comprensione dell’enunciato, dal momento che lo stato di agitazione potrebbe essere dato per assodato, se non ci fosse¬†eventuale; anche se dal senso generale dell’enunciato si capisce che¬†essere determinante ai fini di qualcosa¬†ha senso soltanto se questo qualcosa esiste, altrimenti il discorso non avrebbe senso; e dunque direi che¬†eventuale¬†√® tranquillamente omissibile anche in questo caso.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Avverbio
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Leggendo la frase “L’autunno arriv√≤ precocemente” mi √® venuto un dubbio:¬†precocemente¬†√® un avverbio di tempo o di modo?

 

RISPOSTA:

Per rispondere bisogna chiedersi se l’avverbio fornisca informazioni sul tempo¬†o sul modo in cui √® avvenuto l’evento dell’arrivare. A ben vedere, ci sono ragioni a favore dell’una e dell’altra opzione, ma concluderei che l’informazione temporale √® in questo avverbio pi√Ļ forte di quella modale. Dobbiamo, insomma, considerare questo avverbio affine pi√Ļ a¬†prima¬†(avverbio di tempo) che a¬†bene¬†(avverbio di modo).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Avverbio
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Quale affermazione è corretta?

Ci porterà molto fortuna.
Ci porterà molta fortuna.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, ma la seconda, nella quale¬†molta¬†√® un aggettivo che accompagna¬†fortuna, √® di gran lunga pi√Ļ comune. Nella prima¬†molto¬†√® un avverbio che si riferisce a tutta la frase. Per cogliere con pi√Ļ chiarezza il significato della prima frase si pu√≤ sostituire¬†molto¬†con il sinonimo¬†grandemente: “Ci porter√† grandemente fortuna”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase: ‚Äúquel quartiere √® pericoloso: restane lontano‚ÄĚ, lontano √® complemento
predicativo del soggetto o complemento di luogo?

 

RISPOSTA:

Lontano è predicativo del soggetto, mentre la particella pronominale atona (clitica) ne (= da quel luogo) è complemento di moto da luogo.
Che luogo abbia qui valore di aggettivo e non di avverbio è confermato dal fatto che deve accordarsi col soggetto: resta lontana, restate lontani/e ecc.
In una frase in cui lontano avesse valore di avverbio (es. andiamo lontano), esso sarebbe allora complemento di luogo (in questo caso moto a luogo).

Fabio Rossi

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QUESITO:

E’ corretto proporre tra i sinonimi di ‚Äúsovente‚ÄĚ anche ‚Äúsolitamente‚ÄĚ, oppure vuol dire solo ‚Äúspesso‚ÄĚ?
 

 

RISPOSTA:

No, il francesismo¬†sovente¬†ha soltanto il significato di “spesso”, oppure, nel raro e arcaico uso come aggettivo, di “frequente”.

Fabio Rossi

Parole chiave: Avverbio
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

La frase “Non mi aveva colpito il suo sguardo, quanto la sua voce e la sua postura” √® ben costruita?
In particolare, sono corrette le ellissi della congiunzione tanto dopo colpito per stabilire la correlazione con quanto e quella del predicato verbale nella seconda metà della frase? Peraltro tale predicato, relativo a la sua voce e il suo portamento, dovrebbe essere al plurale; è comunque accettabile che il predicato non mi aveva colpito, singolare, regga tutta la frase?

 

RISPOSTA:

L’avverbio¬†quanto¬†√® usato spesso in correlazione con¬†tanto; l’assenza di quest’ultimo, per√≤, √® possibile e non pu√≤ essere, pertanto, considerata un errore.
La concordanza tra il predicato singolare¬†non mi aveva colpito¬†e il soggetto plurale¬†la sua voce e il suo comportamento¬†√® a rigor di grammatica scorretta, ma visto che la comprensione non √® messa in discussione si pu√≤ considerare accettabile, per quanto imprecisa. L’alternativa pi√Ļ precisa, si badi, non √®¬†non mi avevano colpito il suo sguardo, quanto…, che sarebbe ancora peggiore di quella iniziale, bens√¨¬†non mi aveva colpito il suo sguardo, quanto¬†mi avevano colpito…
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il comparativo di maggioranza o minoranza con il verbo piacere si forma usando di oppure che?

 

RISPOSTA:

Gli avverbi¬†pi√Ļ¬†e¬†meno¬†che accompagnano il verbo¬†piacere¬†non formano un comparativo, perch√© non sono uniti a un aggettivo, ma sono comunque seguiti da un secondo termine di paragone: “Il cinema mi piace pi√Ļ della televisione”. In questi casi, quindi, tali avverbi sono autonomi e possono richiedere sia la preposizione¬†di¬†sia la congiunzione¬†che. Se il secondo termine di paragone √® un nome o un pronome si possono usare entrambe:¬†“Il cinema mi piace pi√Ļ della televisione” /¬†“Il cinema mi piace pi√Ļ che la televisione”. Il¬†che¬†√® pi√Ļ comune se il secondo termine di paragone √® anticipato:¬†“Pi√Ļ che la televisione mi piace il cinema”, oppure se il primo termine di paragone √® posto dopo il verbo: “Mi piace il cinema pi√Ļ che la / della televisione”. La differenza tra le due forme √® che la preposizione costruisce il secondo termine di paragone come un sintagma (complemento di paragone):¬†il cinema mi piace / pi√Ļ della televisione; la congiunzione, invece, lo costruisce come una proposizione (proposizione comparativa):¬†pi√Ļ che (mi piace) la televisione / mi piace il cinema,¬†oppure¬†mi piace il cinema / pi√Ļ che (mi piace) la televisione.
Per questo motivo, se il secondo termine di paragone √® una proposizione, o anche soltanto un infinito verbale, il secondo termine di paragone √® senz’altro introdotto da¬†che: “Mi piace andare al cinema pi√Ļ che guardare la televisione”, “Mi piace sciare pi√Ļ che nuotare”.¬†
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei esporre un dubbio sull’analisi del periodo di una coordinata introdotta dalla congiunzione “anzi” e che, a detta delle grammatiche correnti, dovrebbe inserirsi tra le coordinate avversative.
La frase è questa:
-Restituiscimi i miei soldi: proposizione principale
-O non ti dar√≤ pi√Ļ nulla, : coordinata alla principale (disgiuntiva)
– anzi non ti considerer√≤ pi√Ļ un amico: coordinata di tipo avversativo? In realt√†, a me sembra avere un valore accrescitivo (non solo non ti dar√≤ pi√Ļ i soldi, in pi√Ļ non ti considerer√≤ come amico) o di tipo sostitutivo (in sostituzione della prima minaccia ne uso un’altra).
√ą lecito il mio ragionamento? Come si pu√≤ definire in questo caso la congiunzione?
 

 

RISPOSTA:

In effetti qui non si tratta tanto di contrastare qualcosa (avversativa), quanto, semmai, di aggiungere una minaccia. Casi come questi, perfettamente comuni e corretti, mostrano quanto le categorie della grammatica (intesa come libri di grammatica) siano molto pi√Ļ strette, poco utili, poco funzionali e spesso incoerenti di quelle della Grammatica (intesa come funzionamento di una lingua).
Nei libri di grammatica, per comodit√† e per brevit√†, la relazione di sostituzione viene di solito trattata insieme a quella avversativa, e dunque in fondo l’analisi che lei ha trovato non √® del tutto scorretta, ancorch√© migliorabile. Nella sua frase, tuttavia, il valore di¬†anzi¬†non √® tanto quello di congiunzione, bens√¨ quello di avverbio, o meglio di segnale discorsivo, col valore di ‘e per di pi√Ļ, addirittura’ o simili.
Come ben mostra questo esempio, il confine tra coordinate e subordinate √® davvero molto debole, talvolta, ed √® il classico confine posto dai libri di grammatica pi√Ļ che dalla Grammatica della lingua, che vede le due relazioni (di paratassi e ipotassi) pressoch√© sullo stesso piano.
In questo caso le strade per analizzare questo periodo sono almeno tre (oltre a quello di¬†anzi…¬†come avversativa), tutte e tre difendibili:
1) considerare la proposizione introdotta da anzi come coordinata di tipo aggiuntivo (sebbene i libri di grammatica di solito non annoverino questa categoria);
2) Considerare la proposizione introdotta da¬†anzi¬†come coordinata per asindeto, visto che¬†anzi¬†ha qui valore pi√Ļ avverbiale che di congiunzione (e sempre di valore aggiuntivo);
3) Concentrarsi soltanto sul valore semantico del periodo e analizzarlo, dunque, così:
– Restituiscimi i miei soldi = se non mi restituisci i miei soldi (ipotetica)
– o non ti dar√≤ pi√Ļ nulla = non ti dar√≤ pi√Ļ nulla (principale)
– anzi non ti considerer√≤ pi√Ļ un amico = coordinata per asindeto (oppure aggiuntiva) alla principale.
Il suo ragionamento è del tutto valido e mostra una notevole capacità di riflessione metalinguistica

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Queste due domande sono uguali come significato, nonostante in una ci sia il non?
Siamo sicuri di essere invece in ritardo?
Siamo sicuri di non essere invece in ritardo?

 

RISPOSTA:

Non sono uguali, sebbene siano molto simili. Nella prima si mette in dubbio la certezza di essere in ritardo; nella seconda si esprime un dubbio circa la possibilit√† di essere in ritardo. La prima si userebbe per obiettare a un’affermazione di certezza di ritardo (equivale a ‘non sono sicuro che siamo davvero in ritardo); la seconda si userebbe autonomamente (equivale a ‘forse siamo in ritardo).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Non capisco se, in queste frasi, quello indicato in corsivo sia un complemento di modo o predicativo. C’√® un “trucchetto” per imparare a distinguerlo¬†senza avere dubbi?
1. “FRANCESCO CORRE¬†VELOCE¬†VERSO LA PALESTRA” (qui direi che si tratta di un COMPL. DI MODO perch√© posso trasformarlo nell’avverbio¬†velocemente; ma sarebbe errato¬†del tutto considerarlo compl. predicativo?).
2. SE NE ANDÒ ZITTO ZITTO A CASA.

 

RISPOSTA:

Per distinguere l’aggettivo con funzione predicativa da quello con funzione avverbiale bisogna considerare se esso descrive uno stato o una qualit√† del soggetto (predicativo) oppure un modo di realizzazione dell’azione (avverbiale). Spesso questa distinzione √® abbastanza netta, ma ci possono essere casi dubbi. Nei suoi due esempi,¬†veloce¬†√® decisamente un aggettivo avverbiale (quindi, dal punto di vista dell’analisi logica, un complemento di modo), perch√© la qualit√† della velocit√† si riferisce all’azione del¬†correre, non al soggetto;¬†zitto zitto¬†√® direttamente una locuzione avverbiale, equivalente a¬†silenziosamente, quindi √® senz’altro un complemento di modo. Diversamente, in una frase come “Se ne and√≤ zitto a casa”¬†zitto¬†sarebbe un aggettivo predicativo (quindi un complemento predicativo), perch√© descriverebbe non il modo di andare, ma una qualit√† temporanea del soggetto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Avverbio
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Non so quale frase – o quali, nel caso ce ne sia pi√Ļ di una – tra queste sia¬†scorretta.
Il dubbio verte sulla declinazione del termine dritto.
1a) I ragazzi guardarono dritto negli occhi le ragazze.
1b) I ragazzi guardarono dritti negli occhi le ragazze.
1c) I ragazzi guardarono dritte negli occhi le ragazze.

 

RISPOSTA:

L’unica forma possibile √®¬†dritto, perch√© il termine qui √® usato come avverbio di modo ed √®, quindi, invariabile.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho letto in un libro questa frase: “Era mezzo morta di paura”. Io direi: “Era mezza morta di paura”, essendo¬†mezza¬†un aggettivo. Mi √® stato detto che¬†mezzo¬†pu√≤ essere usato anche come avverbio e di conseguenza l’espressione¬†mezzo morta¬†potrebbe essere considerata corretta. Lo conferma?

 

RISPOSTA:

Nell’espressione da lei citata¬†mezzo¬†√® chiaramente un avverbio, quindi deve rimanere invariato a prescindere dal genere dell’aggettivo che accompagna. Funziona, cio√®, come¬†molto:¬†molto buona,¬†molto buone¬†ecc. Che sia un avverbio e non un aggettivo √® facilmente dimostrabile:¬†mezza morta, infatti,¬†non funziona n√© sintatticamente n√© semanticamente. Dal punto di vista sintattico, due aggettivi predicativi in sequenza non separati da una congiunzione o da una virgola sono molto strani: “- Com’era la macchina che hai visto? –¬†Era rossa veloce”; dal punto di vista semantico, l’aggettivo¬†mezzo¬†significa ‘diviso a met√†’, e non credo che la signora soggetto della frase fosse divisa a met√†, oltre che morta di paura. Piuttosto, la signora era¬†parzialmente morta di paura, ovvero¬†mezzo¬†=¬†parzialmente.¬†
Nella lingua d’uso si possono incontrare espressioni come¬†mezza morta,¬†mezza matta¬†o simili perch√© l’avverbio¬†mezzo¬†√® molto pi√Ļ raro dell’aggettivo¬†mezzo, quindi¬†il parlante √® indotto a credere che¬†mezzo¬†sia sempre un aggettivo.¬†Signora mezza morta, per√≤, equivale, lo ripeto, a¬†*bicicletta molta vecchia¬†(al posto di¬†molto vecchia).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Avverbio
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QUESITO:

√ą¬†pi√Ļ corretto dire¬†una volta solo¬†o¬†una volta sola? So che comunque si dice spesso¬†solo una volta.

 

RISPOSTA:

Solo una volta e una volta sola sono espressioni comuni, corrette e praticamente sinonimiche. Nella prima solo è un avverbio, equivalente a solamente, nella seconda sola è un aggettivo, concordato con volta. Una volta solo è possibile e corretta, al pari di una volta solamente, ma è sfavorita dai parlanti rispetto a una volta sola. 
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le alternative al seguente esempio, segnalate con 1a, 1b e 1c, sono equivalenti e, soprattutto, anche in caso di differenze a livello di significato, si qualificano come accettabili dal punto di vista grammaticale?
1) Se fosse bel tempo, andrei al lago. Se fosse brutto tempo, starei a casa.
1a) Se fosse bel tempo, andrei al lago. Se non lo fosse, starei a casa.
1b) Se fosse bel tempo, andrei al lago. In caso contrario, starei a casa.
1c) Se fosse bel tempo, andrei al lago. Diversamente, starei a casa.

 

RISPOSTA:

Si tratta di alternative tutte corrette e semanticamente praticamente equivalenti, tra le quali si pu√≤ scegliere in base a criteri stilistici soggettivi. Una piccola sfumatura semantica distintiva si nota nelle ultime due, che aggiungono una locuzione avverbiale e un avverbio, quindi dicono qualcosa in pi√Ļ delle altre due.¬†In caso contrario¬†sottolinea l’opposizione delle due situazioni;¬†diversamente¬†non mette le due situazioni in contrapposizione, ma le qualifica, appunto, come diverse.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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QUESITO:

Vi domando se l’aggettivo dimostrativo¬†questo¬†possa essere usato anche in costruzioni al passato per creare, per cos√¨ dire, un effetto di vicinanza, non tanto fisica, quanto ideale.
Sarebbe meglio propendere per quello, oppure, a seconda degli intenti semantici del parlante, entrambi sono ammessi?

1. Marco si mise la mani nei capelli e iniziò a piangere: questo (quel) suo disperarsi non mancò di turbarmi.

2. Quella mattina di maggio, Marco ricominciò a parlare della sua infanzia: questa volta si soffermò sul rapporto conflittuale con la propria madre.

In quest’ultimo esempio, mi sentirei di giustificare¬†questa volta¬†in opposizione a un’ipotetica¬†quella volta, cos√¨ da marcare uno stacco temporale tra due momenti storici distinti (ed entrambi situabili nel passato).

 

RISPOSTA:

L’uso di parole deittiche (cio√® ‘che indicano’) di vicinanza,¬†questo,¬†qui,¬†ora¬†e simili, √® consentito anche nel discorso indiretto al passato per rendere pi√Ļ vivido il racconto, proprio “avvicinando” la situazione. Questa scelta √® alla base del cosiddetto¬†discorso indiretto libero¬†(rimando alla risposta¬† “Apposizioni modali-associative e dintorni” dell’archivio di DICO per un approfondimento su ora).
Nella frase 2 non si può evocare la sua giustificazione per la scelta di questa, visto che la volta coincide con quella mattina, quindi ci si aspetterebbe quella volta. Questa rimane comunque una scelta possibile per la ragione illustrata sopra.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Sintassi marcata
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Qual è il connettivo giusto? 
“Non mi trovi piu bella che / di prima?”
Come posso scegliere la forma giusta davanti agli avverbi?

 

RISPOSTA:

Quando si mettono a confronto due avverbi, il secondo è introdotto sempre da che: meglio prima che dopo, meglio dopo che prima, meglio bene che velocemente
Anche in questo caso si userebbe¬†che¬†se l’avverbio che rappresenta il primo termine di paragone fosse esplicitato:¬†pi√Ļ bella¬†ora¬†che prima. Senza l’avverbio¬†ora¬†si pu√≤ ancora usare¬†che¬†(pi√Ļ bella che prima), ma¬†la frase suona strana, perch√© sembra che si stia facendo un confronto, impossibile, tra l’aggettivo¬†bella¬†e l’avverbio¬†prima. La forma¬†pi√Ļ bella di prima¬†permette di evitare questa ambiguit√† (la preposizione¬†di, infatti,¬†indica¬†una relazione pi√Ļ ampia rispetto a¬†che).¬†Pi√Ļ bella di prima¬†√®, quindi, preferibile a¬†pi√Ļ bella che prima.¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso delle negazioni¬†no¬†e¬†non¬†nelle seguenti frasi: “√ą una risposta sincera non / no ironica”, “L’informazione mi √® arrivata tramite la mia mail personale, no / non su quella istituzionale”.

 

RISPOSTA:

No¬†(come anche¬†s√¨)¬†si usa sempre da solo: √® una parola olofrastica, cio√® che da sola sostituisce una frase: “- Vieni al cinema? – No (= ‘non vengo al cinema’)”. Al contrario,¬†non¬†non pu√≤ essere usato da solo, ma serve, invece, a negare un sintagma verbale (non vengo), nominale (ho visto¬†Piero, non Arturo), aggettivale, come nel suo primo esempio (non ironica), preposizionale, come nel suo secondo esempio (non su quella istituzionale).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Scrivendo¬†“Il procuratore disse che la costruzione avrebbe dovuto essere demolita” senza l’ausilio del cosiddetto co-testo, potrei, dal punto di vista sintattico, collegarmi tanto al futuro quanto al passato?
1.¬†avrebbe dovuto essere demolita¬†= ‘dovr√† essere demolita’.
2.¬†avrebbe dovuto essere demolita¬†= ‘doveva essere stata gi√† demolita’.
In che modo si può disambiguare il periodo, usando soltanto le forme verbali?

 

RISPOSTA:

La frase √® effettivamente ambigua: il condizionale passato dei verbi servili serve normalmente per esprimere un evento controfattuale nel passato (avrebbe dovuto / potuto / voluto essere presente¬†ma non ce l’ha fatta), ma, quando √® retto da un verbo di¬†dire¬†o¬†pensare¬†al passato, viene a coincidere con il costrutto del futuro nel passato (arricchito dalla sfumatura modale apportata dal verbo servile), senza perdere, per√≤, l’altra funzione.
Eliminando il verbo servile il condizionale passato assume soltanto la funzione di futuro nel passato:¬†disse che la costruzione sarebbe stata demolita. Proprio questo √® un modo per evitare l’ambiguit√† nel caso in cui il costrutto sia da intendere come futuro; la sfumatura deontica (quella fornita dal verbo¬†dovere) pu√≤ essere recuperata con un avverbio di giudizio:¬†disse che la costruzione sarebbe stata sicuramente demolita. Un altro modo per ovviare al problema √® aggiungere un avverbio di tempo o un’espressione temporale. In questo modo si pu√≤ usare il costrutto per il passato o per il futuro:¬†disse che la costruzione avrebbe dovuto essere demolita tempo prima¬†/¬†disse che la costruzione avrebbe dovuto essere demolita di l√¨ a un anno.¬†
Fabio Ruggiano
 

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QUESITO:

Si pu√≤ dire “La citta di… ha i piu abitanti / √® la citta con i piu abitanti rispetto ad altre citta (cio√® con il numero piu alto di abitanti)?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ¬†pu√≤ essere avverbio o aggettivo. Quando √® avverbio √® seguito da un aggettivo (pi√Ļ bello) e pu√≤ essere preceduto dall’articolo determinativo per fare il superlativo relativo (il pi√Ļ bello del mondo); quando √® avverbio √® seguito da un nome (pi√Ļ abitanti) e non pu√≤ essere preceduto da un articolo determinativo (*i pi√Ļ abitanti).¬†Per fare il comparativo di maggioranza con un nome, quindi, basta dire “La¬†citt√† di XXX ha pi√Ļ abitanti di XXX”; per fare il superlativo relativo, invece, bisogna sostituire¬†pi√Ļ¬†con una espressione equivalente, per esempio “La citt√† di XXX ha il maggior numero di abitanti della regione”.
Attenzione: nel caso di “La citt√† di XXX ha pi√Ļ abitanti rispetto ad altre citt√† vicine”¬†siamo sempre di fronte a un comparativo di maggioranza (non a un superlativo relativo), perch√© si confronta un dato con un altro dato, anche se quest’ultimo √® composto da pi√Ļ dati. Per questo motivo, come si vede, in questo caso si pu√≤ dire¬†pi√Ļ abitanti rispetto a…¬†(ovviamente senza l’articolo determinativo).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Articolo, Avverbio
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QUESITO:

In tempi relativamente recenti, mi pare che sia invalso l’uso (o l’abuso?) della congiunzione¬†anche¬†in contesti forse impropri (mi riferisco in special modo al primo dei due esempi sotto riportati).
“Ti va di studiare? Anche no”,
“Hai scritto tanto, talmente tanto che anche la met√† bastava”.
Fermo restando che in quest’ultima costruzione si sarebbe potuta migliorare la sintassi del verbo (ho scelto di presentare le frasi come le avevo sentite pronunciare); la congiunzione¬†anche¬†in entrambi gli esempi √® ben impiegata?

 

RISPOSTA:

Non si pu√≤ dire che nelle frasi da lei proposte ci siano degli errori. Si tratta certamente di frasi adatte a contesti informali, in cui non si bada molto alla precisione, ma, al contrario, si cerca di caricare la lingua di espressivit√† emotiva. La congiunzione¬†anche¬†si presta a questo scopo perch√© permette di presentare come alternativa, quindi meno perentoria, una soluzione in realt√† contraria a quella proposta dall’interlocutore. In questo modo la soluzione contraria risulta pi√Ļ cortese, quindi pi√Ļ socialmente accettabile, e si pu√≤ arricchire anche di una sfumatura ironica.¬†
Nel suo primo esempio¬†la congiunzione presenta la negazione decisamente netta¬†no¬†come un’alternativa possibile tra altre: si tratta certamente di un modo per rendere pi√Ļ cortese il rifiuto, ma si intravede, oltre a questo, un intento ironico nel contrasto tra la nettezza della negazione e l’apertura alla possibilit√† garantita dalla congiunzione¬†anche.
Nel secondo esempio l’ironia √® meno percepibile (probabilmente √® assente), mentre rimane chiaro l’intento di moderare la perentoriet√† della proposta alternativa. Senza¬†anche¬†il giudizio sulla quantit√† della scrittura prodotta risulta automaticamente critico; con¬†anche, invece, la soluzione di scrivere la met√† √® presentata come alternativa possibile che non esclude l’altra.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Congiunzione, Retorica
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QUESITO:

La costruzione “non mi esprimerei in termini (tanto) emotivi quanto professionali”¬†equivale a “non mi esprimerei tanto in termini emotivi quanto in termini professionali”?
√ą una soluzione ragionevole per evitare la ripetizione della locuzione¬†in termini?
Sia nel primo sia nel secondo esempio ‚Äď dunque, in generale ‚Äď la congiunzione¬†tanto¬†√® omissibile?

 

RISPOSTA:

La costruzione¬†tanto in termini… quanto in termini¬†non √® equivalente a¬†in termini tanto… quanto.
Nel primo caso abbiamo una correlazione negativa, che contrappone due possibilit√† contrastanti: ‘non mi esprimerei in termini emotivi; mi esprimerei, piuttosto, in termini professionali’. Nel secondo caso, invece, abbiamo una correlazione positiva, che mette le due possibilit√† dalla stessa parte: ‘non mi esprimerei in termini n√© emotivi n√© professionali’.
L’omissione di¬†tanto¬†in entrambi i casi rende improbabile l’interpretazione positiva. Sia¬†“non mi esprimerei in termini emotivi quanto professionali”, sia “non mi esprimerei in termini emotivi quanto in termini professionali” rappresentano la contrapposizione tra due possibilit√† contrastanti.
Di conseguenza, se, invece, si vuole presentare una correlazione positiva, è necessario mantenere tanto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Coerenza, Congiunzione
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QUESITO:

“Lo guardai per svariati minuti e lo studiai attento”: l’uso dell‚Äôaggettivo con¬†funzione avverbiale √® adatto anche a un tono formale? In un esempio come quello¬†indicato soluzioni quali¬†attentamente¬†o¬†con attenzione¬†sarebbero da favorire?

 

RISPOSTA:

L’uso dell’aggettivo con funzione avverbiale √® attestato fin dal Trecento ed √® codificato nell’italiano standard.¬†Se osserviamo la distribuzione di questo fenomeno oggi, notiamo che esso √® tipico di espressioni idiomatiche o comunque cristallizzate:¬†andare piano¬†(e¬†andarci piano),¬†parlare forte,¬†tenere duro… Questo tipo di espressioni sposta di norma il registro verso il basso, al limite dell’informalit√† (e in casi come¬†andarci piano¬†supera questo limite).
A parte questi casi, per√≤, l’aggettivo con funzione avverbiale √® anche sfruttato in testi letterari o che hanno scopi estetici (ad esempio pubblicitari:¬†vota comunista,¬†mangia sano…). Anche questi usi, pur rimanendo standard, sono diafasicamente orientati verso l’alto, ovvero verso¬†la variet√† letteraria.
Il suo esempio fa parte di questa seconda fenomenologia, nella quale l’aggettivo √® scelto come variante libera dell’avverbio, funzionale a un effetto estetico o poetico.
Si noti che tra¬†attento¬†e¬†attentamente¬†si coglie anche una differenza semantica: l’aggettivo √® un complemento predicativo, che indica l’atteggiamento del soggetto (= ‘lo studiai rimanendo attento’); l’avverbio √® un complemento di modo, che indica il modo in cui √® svolta l’azione (= ‘lo studiai in modo attento’).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei chiedere dove e come potrei attingere informazioni per capire quando √® possibile usare l’espressione¬†e non, come nella frase “Si √® servito di strumenti tecnologici e non”.

 

RISPOSTA:

L’avverbio¬†non¬†si usa davanti al sintagma o la frase negata dall’avverbio stesso. In alternativa, pu√≤ essere usato davanti a un inciso, seguito dal sintagma o la frase negata:¬†“Mario ha 40 anni e non, come lui sostiene, 36”.
Quando, invece, la negazione riguarda il sintagma precedente si usa no. 
L’espressione¬†e non¬†√® usata¬†comunemente, nel parlato e nello scritto, anche al posto di¬†e no.¬†La ragione di questo uso √® che il parlante suppone che¬†non¬†sia comunque seguito dal sintagma precedente sottinteso; per esempio:¬†tecnologici e non (tecnologici). Si tratta di una possibilit√† non necessaria, vista la presenza di¬†e no, ma,¬†visto che √® di uso comune, pu√≤ essere accettata in contesti informali; in contesti formali e ufficiali, invece, √® preferibile la forma normale.
Si consideri che la sostituzione di¬†e no¬†con¬†e non¬†√® impossibile quando a essere negata √® una frase o un verbo:¬†“Vieni¬†o no¬†al cinema?” (*”Vieni o non al cinema?”); “Quello lo conosco, quell’altro¬†no” (*”Quello lo conosco, quell’altro non”).
Una breve illustrazione dell’alternanza tra¬†no¬†e¬†non¬†√® nel volume¬†Italiano¬†di Luca Serianni, Milano, Garzanti, 1997, p. 352.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vi scrivo per esporvi la confusione generatami dalla voce¬†Proposizioni temporali¬†dell’Enciclopedia dell’italiano Treccani curata da Federica Da Milano. Qui (¬†http://www.treccani.it/enciclopedia/frasi-temporali_%28Enciclopedia-dell%27Italiano%29/) l’ autrice scrive la seguente frase “Per quanto riguarda l’espressione della posteriorit√† (l’azione espressa dalla subordinata √® posteriore a quella della reggente), nelle temporali esplicite si utilizza la locuzione congiuntiva¬†prima che“; viceversa per l’anteriorit√† la subordinata √® introdotta da¬†dopo che, sempre secondo l’autrice della voce. In pratica √® il capovolgimento di quello che mi √® sempre sembrato di leggere dalle grammatiche – e che sulla stessa Treccani si trova a un’altra voce dedicata alle temporali (qui¬†http://www.treccani.it/enciclopedia/proposizioni-temporali_%28La-grammatica-italiana%29/).

 

RISPOSTA:

Per quanto possa sembrare controintuitivo al primo sguardo, la voce dell’Enciclopedia dell’italiano Treccani √® corretta. Si noti il seguente esempio: “Prima che Luca arrivasse ci stavamo divertendo”; √® chiaro che il divertimento era in corso prima rispetto all’arrivo di Luca, quindi la subordinata introdotta da¬†prima che¬†contiene un evento posteriore rispetto a quello della reggente. Lo stesso, ma al contrario, vale per la temporale introdotta da¬†dopo che. In altre parole, nella locuzione¬†prima che¬†(e, specularmente, in¬†dopo che), l’avverbio¬†prima¬†fa parte della reggente e il¬†che¬†introduce la temporale (ci stavamo divertendo prima¬†/¬†che tu arrivassi).¬†
Scorretta, invece, è la spiegazione della seconda fonte da lei citata, che lascia intendere il contrario.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Avverbio
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho dei dubbi su alcuni esercizi sui pronomi proposti da un sussidiario di scuola primaria, secondo me un po’ confusi…
Nella frase “Molte volte veniamo disturbati per nulla”,¬†nulla¬†ha valore di¬†pronome indefinito o di avverbio?
Nella frase “Mia sorella ha quattordici anni, ma vorrebbe averne diciannove per andare all’universit√†”,¬†diciannove¬†√® pronome numerale pur essendoci la¬†particella¬†ne¬†che gi√† sostituisce il nome?
Nella frase “Siamo due fratelli: Gianni ha quattro anni, io ne ho il doppio”,¬†doppio¬†ha funzione di pronome numerale?

RISPOSTA:

Il problema della prima frase √® dovuto forse all’ambiguit√† dell’espressione¬†per nulla. Questa, infatti, pu√≤ significare tanto ‘per motivi futili, senza una vera ragione’, quanto ‘affatto, assolutamente no’. Il significato inteso nella frase √® certaemente il primo (visto che il secondo si usa quasi esclusivamente in frasi negative): in questo caso¬†nulla¬†√® pronome indefinito, sostituibile con¬†nessuna cosa. Nel secondo caso¬†nulla¬†sarebbe, per la verit√†, sempre un pronome indefinito, che, per√≤, insieme alla preposizione¬†per¬†forma una perifrasi o locuzione avverbiale. In una frase come “Dimmi pure, non mi disturbi per nulla”, per esempio,¬†per nulla¬†significa letteralmente ‘per nessuna cosa, per nessuna ragione, in nessun modo’; partendo da questo significato, la perifrasi si √® cristallizzata dinenendo a tutti gli effetti un avverbio.¬†
Nulla¬†si pu√≤ usare come avverbio anche senza¬†per:¬†“Non me ne importa nulla”; anche qui √® chiara la funzione di partenza di pronome (= ‘non me ne importa nessun aspetto’), che si √® cristallizzata trasformando la parola in un avverbio.
Per quanto riguarda i numerali, nella prima frase¬†diciannove¬†√® un pronome, e la presenza di¬†ne¬†non cambia la sua natura. Si noti che lo stesso avviene con¬†nulla¬†(“Non me¬†ne¬†importa¬†nulla“) e avverrebbe con qualsiasi altro aggettivo/pronome indefinito:¬†ne vorrebbe avere alcuni.¬†
Nell’ultima frase,¬†il doppio¬†√® ancora pronome numerale. In questo caso, il dubbio potrebbe essere se¬†doppio¬†non sia da considerarsi nome (non pu√≤ essere, invece, aggettivo, visto che √® preceduto dall’articolo e ha chiaramente la funzione di rimandare a un altro referente). La natura quasi nominale degli aggettivi che non accompagnano nomi √® gi√† stata discussa nella risposta n. 2800253 dell’archivio di DICO (ma si pu√≤ vedere anche la 2800269).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho letto che per definizione gli aggettivi indefiniti indicano una qualità o una quantità imprecisata. Non riesco però a immaginare un esempio in cui un aggettivo indefinito possa esprimere una qualità. Ancor meno dopo aver letto l’esempio riportato dal sito che ho consultato: era alquanto difficile. Non si tratta di avverbio?

 

RISPOSTA:

Ha ragione: gli aggettivi indefiniti non esprimono qualit√†, bens√¨ caratteristiche legate alla quantit√† di un oggetto. Tale differenza si vede bene se confrontiamo l’aggettivo qualificativo¬†diverso¬†con l’aggettivo indefinito¬†diverso¬†(o, se vogliamo, l’uso qualificativo dall’uso indefinito dell’aggettivo¬†diverso): 1. “I tuoi amici sono diversi dai miei” (= i miei amici hanno una certa qualit√†); 2. “Ho diversi amici a Genova” (= ho un numero imprecisato di amici). Ancora pi√Ļ chiara √® la differenza nell’aggettivo¬†certo: 1. “Sono certo della mia affermazione”; 2. “Ho una certa idea che tu mi stia mentendo”. Quando √® usato come indefinito,¬†certo¬†significa ‘imprecisato’, che √® per certi versi il contrario del significato assunto dall’aggettivo qualificativo.
Un’altra caratteristica degli aggettivi indefiniti √® che alcuni possono essere usati come avverbi. Uno degli aggettivi con questa capacit√† √® proprio¬†certo: “Non √® certo (=¬†certamente) lui che stavo cercando”. Un altro √®¬†alquanto, che √®, appunto, avverbio nella frase da lei riportata. Proprio¬†alquanto, tra l’altro, al singolare¬†√® usato raramente, e soltanto con nomi non numerabili:¬†alquanto zucchero,¬†alquanto traffico; pi√Ļ spesso √® usato al plurale (alquante persone,¬†alquanti invitati). Ancora pi√Ļ spesso, invece, √® usato come avverbio, per modificare un aggettivo, come nella sua frase, o un altro avverbio (alquanto velocemente,¬†alquanto presto).¬†
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi rivolgo a voi per un dubbio di analisi logica.
L’uomo = sogg.;
che = pronome relativo sogg. della subordinata;
è vissuto = pred. verb. della subordinata;
in modo onesto = compl. predicativo del sogg. della subordinata;
morì = pred. verb.;
sereno = compl. predicativo del sogg.
In modo onesto viene considerato da qualcuno complemento di modo, qual è la vostra opinione in merito?

 

RISPOSTA:

√ą senz’altro un complemento di modo, perch√© esprime in che modo si √® svolta l’azione del¬†vivere¬†(tanto che si pu√≤ anche sostituire con l’avverbio di modo¬†onestamente). Sarebbe stato un complemento predicativo se avessimo avuto¬†mor√¨ onesto, cio√® ‘mor√¨ da uomo onesto’. Lo stesso, ma al contrario, vale per¬†mor√¨ sereno, nella principale:¬†sereno¬†√® un predicativo del soggetto, ma se al suo posto avessimo avuto¬†mor√¨ serenamente¬†(o¬†mor√¨ in modo sereno) avremmo avuto un complemento di modo.
Aggiungo che il passaggio dal passato remoto (mor√¨)¬†della proposizione principale al passato prossimo (√® vissuto) della relativa non √® una buona scelta: √® preferibile usare, nella subordinata, il passato remoto, l’imperfetto o anche il trapassato prossimo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se nel seguente testo le congiunzioni all’inizio delle frasi sono corrette. Inoltre, √® preferibile scrivere¬†che quando ARRIVI il momento dei saluti?

Mi piacerebbe scrivere che √® tutta la vita che dico addio alle persone, perch√© amo le frasi ad effetto, ma sarebbe un po‚Äô esagerato. E fa un po‚Äô ridere ma √® allo¬†stesso tempo un po‚Äô triste che quando arriva il momento dei saluti io me ne esca con un semplice ‚Äúciao‚ÄĚ, come se fosse un giorno qualunque, come se fosse tutto a posto. Ma a volte non ci si saluta nemmeno. Nemmeno con un semplice ciao. E allora lo scrivo qui, per quelli a cui capiter√† di leggerlo: ciao.

 

RISPOSTA:

Le congiunzioni a inizio frase sono legittime: hanno la funzione di collegare logicamente il pezzo di testo successivo al precedente, in un’ottica transfrastica, cio√® che guarda non alle singole frasi come se fossero isolate, ma alla loro cooperazione nell’architettura del testo. In particolare, la¬†e¬†di¬†e fa un po’ ridere…¬†indica che l’enunciato successivo aggiunge una nuova considerazione a quella dell’enunciato precedente. La congiunzione¬†ma¬†di¬†ma a volte capita, a sua volta,¬†ha un significato concessivo; significa, cio√®, ‘anche se √® vero quanto ho detto finora, √® anche vero quello che sto per dire adesso’.¬†Nemmeno¬†√® considerato da molte grammatiche una congiunzione, ma √®, piuttosto, un avverbio. Il collegamento tra l’enunciato¬†nemmeno con un semplice ciao¬†e il precedente √® implicito, ed √® di tipo esemplificativo: il nuovo enunciato, cio√®, fornisce un esempio di come non ci si saluta. Infine, il significato della¬†e¬†di¬†e allora lo scrivo qui…¬†√® chiarito dall’avverbio¬†allora: la relazione tra i due enunciati √® di consecuzione.
Per quanto riguarda il congiuntivo nella temporale¬†quando arriva il momento, √® un’alternativa possibile. Avrebbe come conseguenza l’innalzamento del livello di formalit√† (forse in modo eccessivo rispetto allo scopo del testo).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Congiunzione, Registri
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Dopo le espressioni si dice, dicono quale modo verbale si usa? 
Riguardo al condizionale passato, secondo le grammatiche¬†lo si usa se nel presente o nel futuro un’intenzione non puo¬†avverarsi. Ma pare che non sia obbligatorio. Cio√®¬†posso usarlo ma l’italiano permette in questi casi anche il condizionale semplice: “Verrei / sarei venuta con te al cinema ma ho molto da fare”.
Riguardo ai relativi che e il quale, quando sono alternative e quando si usa esclusivamente che?
1. Ci sono molte agenzie che / le quali organizzano viaggi economici per i giovani.
2. Ho parlato con il meccanico che / il quale mi ha detto che non riuscirà a riparare l’auto per giovedì.
3. Com’era lo spettacolo che¬†avete visto ieri? ¬†
4. Le informazioni che ci ha dato il vigile non erano corrette. 
Mi pare che quando si tratta di una proposizione soggettiva entrambi sono giusti, mentre se la subordinata è oggettiva si usa solo che. Ho ragione?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†dire¬†preferisce l’indicativo nella proposizione completiva: “Il giornale dice che ieri c’√® stato un terremoto in Turchia”. Le espressioni¬†si dice¬†e¬†dicono, per√≤, ammettono facilmente il congiuntivo, perch√© sono impersonali: “Si dice / dicono che ci sia stato un terremoto in Turchia”. Quando¬†dicono¬†ha il soggetto, si comporta come¬†dire¬†in generale, e preferisce l’indicativo: “I miei amici dicono che sono simpatico”.
Il condizionale presente indica un evento possibile, che può ancora avverarsi; quello passato indica un evento molto improbabile o impossibile.
Il pronome relativo non ha niente a che fare con le proposizioni soggettive e oggettive. Queste ultime sono introdotte da¬†che¬†con funzione di congiunzione, non di pronome (infatti nelle oggettive e nelle soggettive¬†che¬†rimane sempre fisso:¬†penso che…,¬†si dice che…).
Il quale¬†non pu√≤ sostituire¬†che¬†nelle relative limitative, cio√® quelle che contribuiscono a identificare l’antecedente. Relative limitative sono quelle presenti nelle sue frasi 1, 3 e 4 (quindi nella 1 la sostituzione non va bene). In realt√† la sostituzione non √® vietata, ma non avviene mai.¬†
Il quale¬†pu√≤ sostituire¬†che¬†nelle relative esplicative, che aggiungono informazioni secondarie all’antecedente. Nella sua frase 2, per esempio, la relativa¬†che mi ha detto¬†non serve a chiarire chi sia¬†il meccanico, ma aggiunge un’informazione riguardante ci√≤ che il meccanico ha fatto. Nella 1, invece, la relativa chiarisce quali siano le¬†molte agenzie¬†appena nominate.
Per un approfondimento sulle relative limitative ed esplicative pu√≤ consultare l’archivio di DICO con le parole chiave¬†esplicativa¬†ed¬†esplicative.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

Come si può migliorare la seguente frase?
“Rilascio tutte le convinzioni e memorie emozionali collegate entrambe limitanti”, nel senso che sono limitanti sia le convinzioni che le emozioni.¬†

 

RISPOSTA:

Innanzitutto le consiglio di mettere una virgola dopo¬†collegate, perch√© la relativa implicita che segue √® di tipo esplicativo (assimilabile a una causale: ‘perch√© sono limitanti’). Sulla relativa esplicativa si possono consultare le molte risposte nell’archivio di DICO usando la parola chiave¬†esplicativa.
Inoltre, √® meglio sostituire¬†entrambe, perch√© questo aggettivo e pronome si riferisce a due oggetti singoli (significa ‘tutte e due’), mentre qui il riferimento √® a due insiemi di oggetti. Per fare questo¬†le soluzioni sono diverse. Si pu√≤ usare un avverbio o una locuzione avverbiale:¬†ugualmente limitanti,¬†parimenti limitanti,¬†limitanti allo stesso modo. Si pu√≤ anche riformulare la frase:¬†“Rilascio tutte le convinzioni e memorie emozionali collegate: sia le une che le altre, infatti, sono limitanti”, o ancora¬†“Rilascio tutte le convinzioni e memorie emozionali collegate: sono limitanti sia le une che le altre”. E altro ancora.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Qual è l’analisi di questo periodo?
E se la vita non fosse una cosa seria, alla fine ce la saremo guastata prendendo tutto maledettamente sul serio.
√ą corretto l‚Äôuso di¬†maledettamente?

 

RISPOSTA:

Il periodo √® formato da una proposizione condizionale (E se la vita non fosse una cosa seria,), subordinata di primo grado alla principale (alla fine ce la saremo¬†guastata), che regge un’altra subordinata di primo grado, strumentale implicita (prendendo tutto maledettamente sul serio), intrepretabile anche come una causale.
La proposizione condizionale ha una evidente sfumatura concessiva, che potrebbe essere sottolineata o cos√¨: “Anche se la vita non fosse una cosa seria, alla fine noi ce la saremo guastata…”, o, in modo ancora pi√Ļ netto, cos√¨:¬†“Anche se la vita non fosse una cosa seria, alla fine noi ce la saremo comunque guastata…”
Maledettamente è corretto, ma si deve ricordare che, per il suo significato, abbassa il registro del discorso: deve essere usato, quindi, nel contesto appropriato.
Nella costruzione del periodo vanno sottolineate due particolarit√†: la prima √® la congiunzione¬†e¬†all’inizio del periodo, che collega il periodo stesso al testo precedente, oppure, in assenza di un testo precedente, all’universo del discorso (come se implicasse:¬†oltre a tutto quello che gi√† sappiamo aggiungo cio…).
La seconda √® il futuro anteriore¬†ce la¬†saremo guastata, che instaura un rapporto complesso con il congiuntivo imperfetto¬†fosse. Il congiuntivo, infatti, rappresenta la condizione come possibile, mentre l’indicativo rappresenta la conseguenza come un fatto, e in pi√Ļ, per via del tempo futuro anteriore, osserva l’evento dalla prospettiva futura, rispetto alla quale l’evento √® gi√† compiuto.
Un’alternativa possibile per la costruzione della principale √® il condizionale passato (ce la¬†saremmo guastata). Con esso, la prospettiva sarebbe dal passato verso il presente, con una fattualit√† sfumata; senza la certezza, cio√®, che l’evento si sia davvero realizzato cos√¨ come descritto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

La locuzione¬†prima di allora¬†pu√≤ essere riferita a un momento futuro? Ad esempio: “Il primo appuntamento libero √® per il prossimo mese. Non ho trovato niente prima di allora”.

 

RISPOSTA:

S√¨, l’avverbio¬†allora¬†pu√≤ indicare un momento nel passato o nel futuro. Basti pensare alla sua etimologia:¬†ad illam horam¬†‘in quel momento’, che non specifica se nel passato o nel futuro. Conseguentemente,¬†prima di allora¬†pu√≤ ben indicare un momento che precede un altro momento futuro.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Etimologia
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nel seguente brano vicino è un aggettivo o un avverbio?
Bello di persona, gentile di modi, venne chiamato a Roma, dove il Papa lo volle¬†sempre¬†vicino¬†e gli affid√≤ i lavori pi√Ļ delicati.
Forse si tratta di un predicativo dell’oggetto?

 

RISPOSTA:

Quando¬†vicino¬†(ma anche¬†lontano) √® singolare maschile non si distingue nella forma dall’avverbio, ed √®, pertanto, difficile stabilire se abbia funzione di aggettivo o di avverbio. Ovviamente, se l’aggettivo si riferisce a un nome femminile e/o plurale il problema si risolve automaticamente: in¬†il papa la volle vicina¬†o¬†il papa li volle vicini¬†la parola √® un aggettivo; in¬†il papa la volle vicino¬†o¬†il papa li volle vicino¬†√® un avverbio di luogo. La coincidenza morfologica rende difficile stabilire la funzione della parola perch√©, a monte, √® difficile stabilire la differenza di funzione, quindi di significato, tra¬†vicino¬†aggettivo e¬†vicino¬†avverbio di luogo. Un modo per rilevare questa differenza √® considerare che¬†l’aggettivo rappresenta una qualit√† del nome a cui si riferisce, mentre l’avverbio indica una posizione relativa nello spazio. Per questo quando vogliamo comunicare la nostra partecipazione al dolore di una persona diciamo¬†ti siamo vicini, non¬†ti siamo vicino,¬†perch√© vogliamo esprimere un sentimento, una caratteristica che in quel momento ci qualifica, non una posizione nello spazio. Con il verbo¬†essere¬†costruiamo comunemente espressioni che contrastano con questo principio: “- Dove sono i cani? – Sono vicini” (pi√Ļ insolito, sebbene pi√Ļ logico,¬†sono vicino). Questo, per√≤, si spiega con l’ambiguit√† semantica propria del verbo¬†essere, che √® prima di tutto la copula, quindi seleziona preferibilmente l’aggettivo, e solo secondariamente √® un verbo spaziale, equivalente a¬†trovarsi. L’ambiguit√† tocca comunque quasi tutti i verbi, perch√© √® insita nella parola stessa¬†vicino¬†(cos√¨ come in¬†lontano): la posizione nello spazio, infatti, √® affine a una qualit√†. Per questo, anche se sostituiamo¬†si trovano¬†a¬†sono¬†nell’esempio precedente, la costruzione non cambia di molto:¬†“- Dove si trovano i cani? – Si trovano vicini”. Va detto, per√≤, che con¬†trovarsi¬†l’avverbio diviene molto pi√Ļ accettabile (si trovano vicino), perch√© il verbo seleziona pi√Ļ decisamente l’informazione relativa al luogo.
In definitiva, quindi, nel suo esempio¬†vicino¬†pu√≤ essere tanto un aggettivo quanto un avverbio. Se √® aggettivo, l’espressione √® parafrasabile come¬†il papa volle che lui gli fosse vicino; se √® avverbio, propende per¬†il papa volle che lui gli stesse vicino. Difficilmente, comunque, il parlante medio coglierebbe tale distinzione; sarebbe portato, invece, a considerare le due versioni della frase assolutamente equivalenti.
Dal punto di vista dell’analisi logica, l’aggettivo pu√≤ essere considerato un attributo o¬†un complemento predicativo dell’oggetto (a seconda dell’impostazione seguita); l’avverbio √®, invece, un complemento di stato in luogo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

I seguenti esempi contengono ripetizioni o pleonasmi e sono pertanto da evitare?
1) Il suo commento è di per sé già eloquente.
2) Te l’ho già detto prima.
3) Risolvere definitivamente il problema.
4) L’uomo è un assiduo avventore del locale.
5) Bazzico abitualmente quel circolo.
6) Non so se lei ne sia capace. Ma il fatto che/se lo sia o non lo sia non è rivelante.

 

RISPOSTA:

Le frasi 1, 2, 3 e 5 presentano avverbi o locuzioni avverbiali che non apportano un significato determinante alla frase e servono soprattutto ad arricchirla sintatticamente. Possono, pertanto, essere definiti pleonastici e in uno stile che voglia essere asciutto andranno evitati (sebbene non si tratti di errori da nessun punto di vista). Si noti che, se nello scritto gli avverbi superflui non hanno ragione di apparire, nel parlato possono servire da appendici informative del verbo. Questo si nota soprattutto nella frase 5: se eliminiamo l’avverbio, l’informazione saliente diviene¬†quel circolo¬†(infatti l’accento della frase viene a cadere tutto su questo sintagma), ma l’emittente potrebbe voler puntare l’attenzione sull’azione del¬†bazzicare, non sul luogo. Per questo scopo avrebbe due possibilit√†: una dislocazione (quel circolo lo bazzico, cos√¨ come¬†il problema l’ho risolto) oppure, appunto, l’inserimento dell’avverbio semanticamente quasi neutrale che gli consenta di¬†appoggiare la voce non sul sintagma nominale (bazzico ABITUALMENTE quel circolo). Non ugualmente efficace sarebbe, invece,¬†BAZZICO quel circolo, perch√© la posizione iniziale non marcata del verbo lo configura come tema, ovvero come informazione poco saliente. Per approfondire i concetti di¬†tema,¬†rema,¬†dislocazione¬†e simili pu√≤ consultare l’archivio di DICO, a partire dalla risposta n.¬†28009, che rimanda a sua volta ad altre risorse della pagina.
Decisamente non superfluo √® l’aggettivo¬†assiduo¬†della frase 4: un¬†avventore, infatti, pu√≤ non essere¬†assiduo, ma¬†occasionale, oppure essere accompagnato da una proposizione relativa che lo qualifica diversamente. Il secondo periodo della frase 6 deve essere scompartito, perch√© le due possibili costruzioni sintattiche accorpate non sono equivalenti, ma una esprime un dubbio, l’altra esprime un fatto:
6a. Ma se lo sia o non lo sia non è rivelante.
6b. Ma il fatto che lo sia non è rivelante. / Ma il fatto che non lo sia non è rivelante.
Le varianti b risultano in contrasto logico con¬†il contenuto del primo periodo, che presenta un dubbio. La variante a potrebbe essere semplificata (Ma se lo sia non √® rivelante¬†oppure¬†Ma se non lo sia non √® rivelante), ma la semplificazione comporterebbe un lieve cambiamento nel senso della frase, perch√© farebbe propendere il dubbio verso una delle due possibilit√†, come se l’emittente sospettasse che il ricevente¬†fosse¬†oppure¬†non fosse¬†capace. Neanche qui, insomma, si riscontra un pleonasmo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Come posso capire la regola nel caso della comparazione di due avverbi?
1. Elena ha studiato pi√Ļ oggi che ieri.¬†
2. Mario √® tornato pi√Ļ stanco di prima.¬†
In queste due frasi si usano congiunzioni diverse, perché?

 

RISPOSTA:

Nelle sue frasi √® presente una comparazione, che richiede il secondo termine di paragone, anche detto¬†complemento di paragone. Questo complemento √® introdotto dalla preposizione¬†di¬†o dalla congiunzione¬†che¬†secondo queste regole:¬†di¬†√® preferito (ma la sostituzione con¬†che¬†√® possibile) quando il complemento √® costituito da un nome (pi√Ļ stanco di Luca)¬†o un pronome (pi√Ļ stanco di te)¬†non preceduti da altre preposizioni, oppure un avverbio. In quest’ultimo caso rientra la sua seconda frase.
Che¬†√® obbligatorio quando il complemento di paragone √® costituito da un nome o un pronome preceduti da una preposizione: “Mi piace di pi√Ļ parlare con te / con Luca che con lui / con Marco”; quando √® costituito da un aggettivo, se questo riguarda lo stesso oggetto del primo aggettivo: “Luca √® pi√Ļ studioso che intelligente”, “Questa occasione √® pi√Ļ unica che rara”, oppure da un avverbio se questo riguarda lo stesso evento (pi√Ļ oggi che ieri, come nella sua prima frase); quando √® costituito da un verbo, ovvero da un’intera proposizione: “Mi piace di pi√Ļ sciare che pattinare”, “Correndo si arriva prima che camminando”, “Se ogni tanto ti limiti nel bere √® meglio che se bevi sconsideratamente”.
Si noti che, nella sua prima frase, se cambiamo l’ordine delle parole¬†di¬†diventa preferibile a¬†che: “Elena ha studiato pi√Ļ oggi che ieri”, ma “Oggi Elena ha studiato pi√Ļ di ieri”. In questa forma, infatti, il complemento di paragone diventa analogo a quello della seconda frase.¬†
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “Adesso ti ci metti anche tu a prendermi in giro” come si analizza la¬†parola¬†anche? √ą un avverbio o una congiunzione? E la parola¬†neppure¬†nella frase “Non¬†c’era neppure un libro”? A me paiono avverbi, ma i libri da cui sono tratte le¬†indicano come congiunzioni… Perch√©? Cosa uniscono?

 

RISPOSTA:

Le grammatiche scolastiche tendono a considerare queste parole congiunzioni sulla scorta di frasi come “Ho incontrato lui e anche quell’altro” e “Non voglio studiare e neppure leggere”; √® chiaro, per√≤, che anche in esempi del genere la parola che congiunge √® un’altra (e, ma potrebbe essere anche¬†ma¬†o¬†o), mentre¬†anche¬†e¬†neppure¬†si legano a un nome, un verbo, un pronome, un aggettivo, come fanno gli avverbi.
In conclusione concordo con lei: si tratta di avverbi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase “la cosa che Michele sa fare di pi√Ļ √® scrivere”,¬†di pi√Ļ¬†√® un comparativo?

 

RISPOSTA:

Nella frase,¬†di pi√Ļ¬†(che¬†equivale all’avverbio¬†meglio)¬†√® senz’altro un’espressione superlativa, non comparativa: non c’√®, infatti, un secondo termine di paragone.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

√ą¬†possibile scrivere¬†molto superiore?

 

RISPOSTA:

Certo: √® equivalente a¬†molto pi√Ļ alto. In questo caso l’avverbio¬†molto¬†serve a rafforzare la locuzione aggettivale comparativa.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Avverbio
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Le quattro costruzioni di seguito indicate sono consentite? Qual è la migliore e quale andrebbe invece evitata o da riservare a uno scritto poco sorvegliato?

1) La frutta e la verdura non sono attraenti né per la freschezza né per il prezzo;
2) Né la frutta né la verdura sono attraenti né per la freschezza né per il prezzo;
3) Sia la frutta sia la verdura non sono attraenti per (a causa di) la freschezza e il prezzo;
4) Sia la frutta sia la verdura non sono attraenti né per la freschezza né per il prezzo.

 

RISPOSTA:

‚ÄčIn linea di principio, nessuna delle formulazioni √® scorretta. Sempre in linea di principio, la formulazione con una sola negazione sarebbe gi√† sufficiente a chiarire l’idea: “La frutta e la verdura non sono attraenti per la freschezza e per il prezzo”, oppure “N√© la frutta n√© la verdura sono attraenti per la freschezza e per il prezzo”. Queste ultime sarebbero le forme pi√Ļ vicine allo standard. Meno felice¬†“La frutta e la verdura sono attraenti n√© per la freschezza n√© per il prezzo”, perch√© in italiano la posizione tipica della negazione √® a sinistra del verbo. Comunemente si preferisce, infatti, la costruzione “Nessuno¬†dei miei amici √® venuto”, oppure “I miei amici¬†non¬†sono venuti”, ma si evita “√ą venuto¬†nessuno¬†dei miei amici”, che viene formulata comunemente come “Non¬†√® venuto¬†nessuno¬†dei miei amici”, con la doppia negazione (diversamente dall’inglese, nel quale √® tipica una costruzione come “I have no money”, ovvero “Ho nessun denaro / ho niente soldi”), oppure, ma √® una soluzione rara, “Non √® venuto alcuno dei miei amici”.¬†
Nella lingua d’uso comune, quindi, la doppia negazione (a sinistra e a destra del verbo) √® quasi necessaria se gli elementi negati sono a destra del verbo, per cui sono accettabili, anche se meno formali, tanto la prima quanto la seconda variante da lei proposte. La terza e la quarta risultano un po’ strane (ma, ripeto, non scorrette) per l’opposizione di fatto che si crea tra¬†sia… sia¬†e¬†non, che √® meglio evitare usando, appunto,¬†n√©¬†e tornando, quindi, alle varianti di cui sopra.
Per quanto riguarda la scelta tra¬†per¬†e¬†a causa di, questa dipende da quanto si vuole essere espliciti; la maggiore esplicitezza allontana dalla lingua d’uso e avvicina allo standard.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Avverbio, Registri, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO

Non molto tempo fa ho letto su uno spazio di discussione una discettazione sui modi verbali da adottare con le completive oggettive, specie quando queste sono rette da verbi di opinione, percezione e simili.
Pi√Ļ di un utente osservava che in relazione a eventi futuri nella secondaria si debba¬†adottare solo l’indicativo futuro e mai il congiuntivo presente, che √® da¬†circoscrivere alla contemporaneit√† tra reggente e secondaria. Applicando la regola¬†tali frasi sarebbero quindi da penna rossa:

1. Credo che alla festa di stasera non partecipi nessuno.
2. Non penso che in un prosieguo di tempo tuo fratello utilizzi il dizionario.
3. Ipotizzo che entro dieci anni scompaiano del tutto le mezze stagioni.

Che ne pensate?

 

RISPOSTA

L’opinione che nella proposizione oggettiva con un evento al futuro si debba usare obbligatoriamente l’indicativo futuro √® infondata. L’indicativo futuro √® una variante pienamente accettabile, ma meno formale del congiuntivo presente. In generale, il congiuntivo √® sempre il modo da preferire nelle completive in un contesto medio-alto nel parlato e anche medio-basso nello scritto. Bisogna riconoscere all’indicativo futuro una maggiore precisione nel descrivere un evento futuro rispetto al congiuntivo presente; tale vantaggio, per√≤, √® poco funzionale, visto che la contestualizzazione futura √® ugualmente riconoscibile e, se necessario, ricostruibile attraverso strumenti lessicali come gli avverbi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedere che in queste frasi la particella ci ha valore avverbiale o idiomatico:

1. Per cuocere la pasta al dente CI vogliono 8-10 minuti. 
2. Per arrivare in centro con l’autobus CI metto venti minuti. 
3. Ieri abbiamo provato a connetterci con i nostri amici all’estero, ma non CI siamo riusciti.
4. Non parlare così forte. CI sento benissimo! 

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa distinzione tra valore avverbiale e valore idiomatico non √® chiara. Immagino che lei intenda accertare quando¬†ci¬†abbia la funzione propria di pronome¬†e quando, invece, si unisca al verbo per fargli prendere un nuovo significato. In ogni caso,¬†ci¬†non ha mai la funzione di avverbio, anche se a volte √® semanticamente equivalente a un avverbio di luogo: “Ci¬†sono andato ieri” = “Sono andato¬†l√¨¬†/¬†in quel posto¬†ieri”.
Nelle frasi da lei proposte,¬†ci¬†√® un pronome solamente nella 3, nella quale¬†riuscirci¬†significa ‘riuscire a fare questa cosa’. Nelle altre frasi,¬†ci¬†si fonde con i verbi e non √® pi√Ļ semanticamente separabile¬†da essi, producendo 1. volerci¬†‘richiedere’, 2.¬†metterci¬†‘impiegare’, 4.¬†sentirci¬†‘avere il senso dell’udito in una certa condizione’. Questi verbi formati con l’aggiunta di un pronome atono sono detti¬†procomplementari: trover√† ulteriori informazioni al riguardo nelle FAQ¬† Ci penso e ci ripenso: le costruzioni del verbo “pensare”, “Ci si dimentica” come funziona la costruzione impersonale e Non √® possibile “starsene” tranquilli con i verbi pronominali dell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi logica, Avverbio, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Leggevo che l’avverbio¬†pi√Ļ¬†pu√≤ determinare un verbo.¬†In frasi come queste: “la citt√† merita di pi√Ļ”,¬†l’avverbio¬†pi√Ļ¬†non ha un valore comparativo?¬†Cio√®, ci sono situazioni in cui¬†pi√Ļ¬†√® solamente un avverbio di quantit√† senza essere¬†comparativo o superlativo?

 

RISPOSTA:

‚ÄčCome avverbio, o anche aggettivo (in frasi come “ho bisogno di pi√Ļ tempo”),¬†pi√Ļ¬†√® sempre comparativo o superlativo. Instaura, cio√®, un rapporto tra due termini o tra un termine e un gruppo di riferimento, anche quando l’altro termine del rapporto, o il gruppo di riferimento, siano sottintesi: “la citt√† meria di pi√Ļ (di quanto abbia avuto finora)”, “Luca √® il pi√Ļ forte (tra tutte le persone del mondo)”.
Anche quando √® usato in espressioni negative, per indicare un evento che cessa di avvenire, in realt√† stabilisce un rapporto tra due termini, in questo caso un¬†prima¬†e un¬†dopo: “non lo faccio pi√Ļ” = ‘non aggiungo altro rispetto a quanto gi√† fatto’, quindi ‘da ora il mio agire in questo modo sar√† meno (= non sar√† di pi√Ļ) di quello precedente’.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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QUESITO:

Per la possibilit√† di essere¬†¬†analizzato, in una frase come: “per la verit√† partir√≤¬†domani”, il sintagma “per la verit√†”, si pu√≤ considerare complemento di causa oppure di fine?

 

RISPOSTA:

‚ÄúPer la verit√†‚ÄĚ √® un segnale discorsivo che serve a conferire una modalit√† epistemica al verbo, dal quale dunque non dipende tramite una reggenza sintattica (il¬†per¬†non √® come in ‚Äúpasso per la porta‚ÄĚ , ovvero non √® dipendente dal verbo ma parte integrante della locuzione avverbiale “per la verit√†”), bens√¨ tramite un rapporto semantico-testuale. In altre parole, non √® in gioco qui la sintassi, bens√¨ la testualit√†. Motivo per cui NON si deve qui applicare l‚Äôanalisi logica, bens√¨ altri tipi di analisi, cio√® quella pragmatico-testuale. Come detto pi√Ļ e pi√Ļ volte in molte risposte di DICO, la tassonomia dei complementi non va applicata acriticamente a tutti i sintagmi della frase. Questo ne √® un caso tipico.
 
Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Avverbio, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Pi√Ļ che mai si pu√≤ considerare un comparativo di maggioranza? Oppure √® solo incremento valore aggettivo?¬†Es: sono pi√Ļ che mai felice.

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che mai¬†non √® interpretabile come un comparativo, bens√¨ come un modificatore dell‚Äôaggettivo cui si accompagna, per indicarne il grado di intensit√†: √® dunque equivalente a un avverbio (tecnicamente, si tratta di una locuzione avverbiale) come¬†moltissimo¬†o simili. In questo caso, dunque, √® un tutt‚Äôuno con¬†felice, quale parte nominale del predicato nominale ‚Äúsono pi√Ļ che mai felice‚ÄĚ.
 
Fabio Rossi

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Categorie: Punteggiatura, Semantica

QUESITO:

Ho un dubbio sul significato o uso di alcune parole poste tra le virgole.
Questa √® la frase: “Avendo lavorato nel corso degli anni con un certo numero di studenti, penso che i meditanti debbano seguire il respiro dove gli sembra pi√Ļ vivido e tranquillo, dove √® pi√Ļ probabile che catturi la loro attenzione. Nessuna di queste aree rimarr√† sempre, in ogni seduta, la pi√Ļ vivida.Ma √® importante non continuare a passare da una all’altra, alimentando una mente gi√† agitata.
La mia domanda √® questa: quando scrive “in ogni seduta” tra le virgole, sta puntualizzando cosa significa l’avverbio “sempre”; oppure sta solo aggiungendo una informazione nel contesto della frase? Cio√® una considerazione all’interno della frase.

 

RISPOSTA:

A rigor di logica, l’inciso in questione serva a meglio precisare l’avverbio precedente:¬†sempre, cio√® in ogni seduta. Dal contesto del brano da Lei riportato (in verit√† non chiarissimo), non sembrano potervi essere altre interpretazioni. In realt√†¬†sempre¬†e¬†mai, nella loro assolutezza, non richiederebbero alcuna precisazione n√© dunque alcun inciso, visto che c’√® poco da chiarire su ci√≤ che deve verificarsi tutte le volte (e dunque, implicitamente, in ogni seduta) o nessuna volta. Tuttavia spesso i parlanti (e dal tono del discorso il suo ha tutta l’aria di essere un brano di parlato trascritto, o quasi) tendono a svuotare di valore semantico gli avverbi¬†sempre¬†e¬†mai¬†e a usarli quasi come segnali discorsivi, come dimostrano esempi, assai frequenti, quali: “di solito ho sempre fame” o “di solito non ho mai caldo”; da un punto di vista logico, naturalmente,¬†mai¬†e¬†sempre¬†sono inconciliabili con¬†di solito.

Fabio Rossi

Parole chiave: Avverbio
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Facendo l’analisi logica della frase:¬†“Ha lavorato piuttosto bene”, l’avverbio¬†piuttosto¬†come viene analizzato?

 

RISPOSTA:

Piuttosto bene è considerato, in analisi logica, un unico complemento, in questo caso di modo. Come piuttosto si comportano gli altri avverbi che modificano un aggettivo o un avverbio, abbastanza, molto, tanto, poco, alquanto, quasi ecc.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedere se in queste frasi e meglio usare il passato prossimo,¬†l’imperfetto o vanno bene tutt’e due.

1. Quando Luigi bussava / ha bussato, noi guardavamo la TV.
2. Dove eri / sei stato nel pomeriggio? eri / sei stato in città?
3. L’estate scorsa mangiavamo sempre in spiaggia.
4. Paolo è uscito / usciva nel momento in cui io telefonavo / ho telefonato.

 

RISPOSTA:

L’imperfetto come tempo √® usato primariamente con due funzioni: per indicare che l’evento si √® ripetuto pi√Ļ volte nel passato, o che era abituale; per osservare l’evento nel suo svolgimento, nel suo processo, mentre stava accadendo.
Nella frase 1., “Quando Luigi bussava, noi guardavamo la TV” si pu√≤ interpretare come relazione¬†abituale, ripetutasi molte volte. Se, invece, intendiamo i due eventi come svolti contemporaneamente in una occasione unica √® preferibile¬†sostituire¬†quando¬†con¬†mentre, perch√©¬†mentre¬†sottolinea la durata del processo. Avremo, quindi, “Mentre Luigi bussava, noi guardavamo la TV”.
Comunemente, comunque, l’imperfetto durativo √® messo in relazione con un passato momentaneo, prossimo o remoto, che esprime l’evento di primo piano. Nel nostro caso avremo, quindi: “Quando Luigi ha bussato, noi guardavamo la TV”. In teoria possiamo fare il contrario: “Mentre Luigi bussava, noi abbiamo guardato la TV”, ma il risultato √® un po’ surreale; se sostituiamo l’azione del¬†guardare la TV¬†con un altro evento, per√≤, la frase diviene possibile: “Mentre Luigi bussava, √® arrivato Luca”. Possibile anche “Quando Luigi ha bussato, √® arrivato Luca”, per sottolineare che le due azioni si sono svolte nello stesso momento.
Nella frase 2., la costruzione esclude che l’imperfetto indichi un’azione ripetuta. Indica sicuramente, invece, che l’evento dell’essere¬†sia visto nel suo processo. Anche in questo caso, questa scelta si giustifica soprattutto se si vuole mettere l’evento all’imperfetto in relazione con un altro evento avvenuto mentre il primo si stava svolgendo; per esempio: “Dove eri nel pomeriggio, quando ti ho telefonato?”. Il passato prossimo, invece, osserva l’evento nella sua completezza, senza riferimento al processo: una frase come “Dove sei stato nel pomeriggio”, pertanto, serve a informarsi sulle attivit√† svolte dall’interlocutore nella giornata.
Nella 3., l’imperfetto si interpreta automaticamente come segnale di abitudinariet√†, a causa dell’avverbio¬†sempre. Possibile anche “L’estate scorsa abbiamo mangiato sempre in spiaggia”, per indicare non l’abitudine, ma una caratteristica generale dell’estate scorsa.
La 4. somiglia molto alla 1. Possibile l’interpretazione abituale dell’imperfetto, che, per√≤, dovrebbe essere favorita da un avverbio come¬†solitamente: “Paolo solitamente usciva nel momento in cui io telefonavo”. Anche in questo caso, la costruzione pi√Ļ comune sar√†:¬†“Paolo √® uscito nel momento in cui io telefonavo” (meno naturale “Paolo usciva nel momento in cui io ho telefonato”). Si noti che il connettivo¬†nel momento in cui¬†non permette di interpretare l’imperfetto esattamente come durativo, ma rende l’azione incoativa, concentrando l’attenzione sul processo di preparazione dell’evento. “Nel momento in cui telefonavo”, pertanto, si interpreta come ‘nel processo di preparazione della telefonata’.
Possibile anche “Paolo √® uscito nel momento in cui io ho telefonato”, per indicare che i due eventi sono avvenuti nello stesso momento.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Si pu√≤ dire, a qualcuno che ti chiede se hai preso la patente: “S√¨, ma guido quasi¬†mai”?

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa frase non pu√≤ dirsi scorretta, ma √® certamente non tipica.¬†Comunemente,¬†infatti, la negazione precede l’elemento negato e poi, se serve, pu√≤ essere ripetuta per mezzo di avverbi o aggettivi semanticamente negativi. La costruzione pi√Ļ regolare per la sua frase, pertanto, √® quella con l’avverbio¬†quasi mai¬†spostato prima del verbo, che √® l’elemento negato: “S√¨, ma quasi mai guido”. Ovviamente, senza tenere in conto la costruzione in assoluto pi√Ļ comune, che sarebbe quella con la doppia negazione: “S√¨, ma non guido quasi mai”.
Riporto, per confermare che posizione attesa della negazione √® subito prima dell’elemento negato, questa frase tratta dal romanzo¬†Rinascimento privato¬†di Maria Bellonci (1986):¬†“Una cosa che gli uomini¬†quasi mai¬†conoscono¬†in profondo √® il vuoto dei figli, la mancanza della loro presenza da toccare con mano”.¬†Se spostassimo¬†quasi mai¬†dopo il verbo (sul modello della sua frase), l’elemento negato diverrebbe¬†in profondo, e il significato della frase cambierebbe, sebbene di poco: “Una cosa che gli uomini conoscono quasi mai in profondo √® il vuoto dei figli…”. Nella sua frase, dopo quasi mai¬†non c’√® un altro elemento da negare; il ricevente, pertanto, non pu√≤ che riportare la negazione al verbo.
Per un approfondimento sulle conseguenze informative dello spostamento degli elementi della frase, proprio in relazione alla negazione, la rimando alla risposta¬† dell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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QUESITO:

In molte opere narrative ho rilevato l’impiego di aggettivi e avverbi (richiamando¬†alla memoria ricordi scolastici, azzarderei a definirli¬†deittici) che i vari¬†scriventi hanno inserito in contesti passati anzich√© contemporanei.¬†Gradirei ricevere la vostra autorevole posizione al riguardo, nonch√© eventuali¬†suggerimenti per affinare le seguenti costruzioni:

1) Leo era gi√† stato rimproverato a pi√Ļ riprese, ma in¬†questa¬†occasione non profer√¨¬†parola (si sarebbe potuto sostituire¬†questa¬†con¬†quella?).
2) Marisa lo aveva cercato dappertutto e adesso lo vide.
3) Non riuscì a trovare la via di fuga ma ora notò una luce in fondo alla galleria.
4) Il suono del vento gli procurò stavolta un forte malessere (sostituire l’avverbio con in quella occasione o quella volta non sarebbe stato preferibile?).
5) In Michele scintillò la rabbia che, oggi, lo colpì come non mai.
6) La guardò come non era mai accaduto finora (avrei scritto fino ad allora o fino a quel momento).

 

RISPOSTA:

‚ÄčLe espressioni che lei ha correttamente definito deittiche¬†servono a indicare una persona, un luogo¬†o un momento presente nella realt√† extralinguistica. Tra le pi√Ļ comuni riconosciamo i pronomi personali e i dimostrativi, gli avverbi di tempo e di luogo; anche i tempi verbali, per√≤, possono svolgere questa funzione: se dico, ad esempio, “Sto lavorando”,¬†√® chiaro che l’azione sta avvenendo adesso. I deittici hanno la caratteristica di mutare di senso al mutare della situazione extralinguistica. L’enunciato “Sto lavorando”¬†pronunciato da Luca il¬†19 maggio 2019 alle 20:30 a casa ha un significato diverso da “Sto lavorando” pronunciato da Maria il 20 maggio alle 9:00 in ufficio. I due enunciati, cio√®, indicano (deissi¬†significa proprio ‘indicazione’) due situazioni completamente diverse.
Vista la loro relazione con la situazione extralinguistica, i deittici sbagliati provocherebbero un senso di straniamento nell’interlocutore e potrebbero inficiare la comprensione. Ad esempio, se un amico chiedesse a Luca: “Che stai facendo?” e lui rispondesse “Ieri ha lavorato”, l’amico rimarrebbe molto perplesso (a meno che non conoscesse dettagli della vita di Luca che spiegassero una simile risposta).
In realtà, è rarissimo che un parlante nativo abbia dubbi su quale deittico usare per descrivere la situazione a cui sta pensando: è una competenza che si acquisisce fin da piccolissimi.
I problemi possono insorgere quando il parlante deve proiettarsi in un centro deittico diverso da¬†io-qui-ora. Quando, cio√®, deve parlare non di s√© adesso, ma di s√© nel passato, o di altri nel presente, nel passato o nel futuro, il centro deittico, il centro da cui si dipartono le coordinate personali e spazio-temporali, lo pu√≤ indurre in errore. L’errore consiste quasi sempre (√® cos√¨ in tutti i suoi esempi) nella confusione tra quel centro deittico altro con quello relativo a¬†io-qui-ora;¬†ne deriva la sovrapposizione della situazione contingente, quella in cui l’emittente sta interloquendo con il ricevente, con quella riportata: quest’ultima viene riportata a¬†qui-ora¬†e a volte anche a¬†io¬†(si pensi a casi tipici della lingua poco sorvegliata come “Io sono una persona che sono sempre generoso”, ovviamente detto da un uomo), e viene, pertanto, descritta con i deittici propri della contingenza. Alcuni casi sono talmente comuni che possono essere considerati normali, almeno nel parlato poco sorvegliato e nello scritto dialogico; penso a¬†stavolta¬†della sua frase 4, a¬†ora¬†in una frase come questa: “Aveva provato di tutto e¬†ora¬†era rimasto senza alternative” (ora¬†nella sua frase 3, invece, mi sembra pi√Ļ difficile da accettare, probabilmente perch√© accompagna un passato remoto, non un imperfetto), e casi simili.
Bisogna anche considerare che lo slittamento di piani indessicali pu√≤ essere dovuto non alla confusione dei centri deittici ma al preciso intento, di natura letteraria, di sovrapporli. Si consideri un esempio come questo (dagli¬†Indifferenti¬†‚Äčdi¬†Alberto Moravia): “il disgusto che provava di se stesso aumentava; ecco: egli era dovunque¬†cos√¨: sfaccendato, indifferente; questa strada piovosa era la sua vita stessa”. L’aggettivo dimostrativo¬†questa¬†√® ovviamente fuori luogo in un racconto al passato, e andrebbe sostituito con¬†quella. L’autore, per√≤, non si √® confuso: ha volutamente giocato con le possibilit√† della lingua per catapultare per un attimo il personaggio nell’io-qui-ora¬†del lettore, che se lo vede quasi davanti, per poi riportarlo al suo centro deittico naturale.
Visto che i deittici fuori luogo dei suoi esempi potrebbero essere voluti dagli autori, suggerire correzioni potrebbe essere un eccesso di zelo. In ogni caso, volendo rispettare le regole standard della grammatica, ecco come si potrebbero emendare le frasi (in alcuni casi non faccio che applicare i suoi suggerimenti, che sono corretti):

1) Leo era gi√† stato rimproverato a pi√Ļ riprese, ma in¬†quella¬†occasione non profer√¨¬†parola.
2) Marisa lo aveva cercato dappertutto e allora lo vide.
3) Non riuscì a trovare la via di fuga ma allora / in quel momento notò una luce in fondo alla galleria.
4) Il suono del vento gli procurò stavolta / quella volta un forte malessere.
5) In Michele scintillò la rabbia che, quella volta / in quella occasione, lo colpì come non mai.
6) La guardò come non era mai accaduto fino ad allora / fino a quel momento.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Avrei bisogno di alcune conferme inerenti ad alcune frasi da analizzare grammaticalmente per una scheda di scuola primaria.
1. “Questi soldi sono pochi”.¬†Pochi¬†√® aggettivo o pronome?
2. “Nessuno dei miei fratelli mi ascolta”.¬†Nessuno¬†√® aggettivo o pronome?
3. “Qualche volta ci divertiamo davvero poco”.¬†Poco¬†√® aggettivo o pronome?
4. “Mario ha parlato tanto”.¬†Tanto¬†√® aggettivo o pronome?
5. “Alla gara di nuoto sono arrivato primo”.¬†Primo¬†√® aggettivo o pronome?

 

RISPOSTA:

Pochi¬†√® aggettivo (predicativo, perch√© si collega al nome non direttamente, ma per il tramite di un verbo) nella prima frase, mentre¬†poco¬†√® avverbio nella terza (pi√Ļ precisamente¬†davvero poco¬†√® una locuzione avverbiale). Avverbio √® anche¬†tanto¬†nella quarta frase: come¬†davvero¬†poco¬†nella terza frase, infatti, modifica il significato del verbo aggiungendo ad esso una sfumatura.¬†Nessuno¬†√® un¬†pronome,¬†primo¬†√® aggettivo (predicativo, come¬†poco¬†nella prima frase).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi avvalgo della vostra cordiale disponibilità per esplicare il seguente interrogativo:
le frasi
1. Anche Tizio non è stato promosso;
2. Non è stato promosso neppure / nemmeno Tizio;
3. Neppure / nemmeno Tizio è stato promosso
sono tutte ben formate?
√ą possibile che modificando la posizione del predicato (esempio 2 rispetto a 1 e 3) o il tipo di costruzione da negativa a positiva (esempio 3 rispetto a 2),¬†anche¬†e¬†nemmeno¬†o¬†neppure¬†svolgano la medesima funzione?

 

RISPOSTA:

‚ÄčPer quanto riguarda la funzione degli avverbi negativi¬†nemmeno,¬†neanche,¬†neppure, essa cambia in relazione alla posizione degli avverbi nella frase; questi avverbi, cio√®, negano il sintagma al quale sono adiacenti. Quindi “Neppure Tizio √® stato promosso” vuol dire che neanche altri sono stati promossi, mentre “Tizio non √® stato neppure promosso” vuol dire che Tizio non ha superato neanche altre prove.
Aggiungo che la frase 1. √® al limite dell’accettabilit√†; la forma migliore sarebbe: “Neanche / neppure / nemmeno Tizio √® stato promosso”.
La questione dello spostamento dell’elemento negato all’interno della frase √® diversa, e chiama in causa la sintassi dell’informazione, ovvero il diverso peso che le informazioni acquisiscono a seconda della posizione in cui vengono inserite. Solitamente, le informazioni che inseriamo a destra sono quelle su cui vogliamo che il nostro interlocutore concentri la sua attenzione. Si pensi a un esempio come questo: “Ho preso la penna blu nel cassetto” / “Ho preso nel cassetto la penna blu”: l’informazione che si viene a trovare alla destra della frase (prima¬†nel¬†cassetto, poi¬†la penna) riceve un peso maggiore; diviene, come si dice in linguistica testuale, il¬†fuoco¬†dell’enunciato. Alcune parole, come gli avverbi¬†nemmeno¬†e simili, sono dette¬†focalizzatori, perch√© fanno risaltare l’informazione a cui si accompagnano qualsiasi sia la sua posizione. Nel nostro caso, infatti,¬†nemmeno Tizio¬†risulta il fuoco dell’enunciato anche se lo mettiamo a sinistra: “Neppure Tizio √® stato promosso”. Rimane da capire che differenza ci sia tra quest’ultima formulazione e “Non √® stato promosso neppure Tizio”. Dal punto di vista sintattico, notiamo che in questa formulazione diviene obbligatorio negare anche il verbo, mentre in quella con¬†nemmeno Tizio¬†a sinistra la negazione del verbo sarebbe, al contrario, inaccettabile. Questo avviene perch√© l’italiano preferisce inserire sempre la negazione all’inizio dell’enunciato e poi solitamente ammette, ma non richiede, la sua ripetizione.¬†Notiamo anche che il soggetto grammaticale del verbo,¬†Tizio, √® posposto.
Dal punto di vista della sintassi dell’informazione, immaginiamo una situazione in cui il parlante (una persona diversa da Tizio) non abbia superato un esame, e qualcuno glielo faccia notare per mancanza di tatto, o per dargli fastidio: “Quindi non sei stato promosso, eh?”. Il parlante potrebbe rispondere con entrambe le formulazioni:¬†“Non √® stato promosso neppure Tizio” chiarirebbe i termini della questione in modo neutrale: ‘riguardo al tema che hai sollevato, ti faccio notare che…’;¬†“Neppure Tizio √® stato promosso”, invece, stabilirebbe fin da subito ci√≤ che pi√Ļ preme al parlante comunicare, riducendo l’altra informazione a una appendice, richiesta per completare sintatticamente la frase (la sola enunciazione “Neppure Tizio” risulterebbe sospesa). Riguardo alla funzione informativa di questa appendice, emerge l’intento di¬†rimarcarne il valore pragmatico, come se il parlante comunicasse tra le righe ‘visto che me lo chiedi / se proprio lo vuoi sapere’, con tutte le sfumature psicologiche che ne possono derivare.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Che valore ha la negazione¬†non¬†nella seguente frase:¬†‚ÄúHo pi√Ļ freddo quando piove che non quando nevica‚ÄĚ?¬†√ą diverso da quello che la stessa negazione assume in questa frase:¬†‚ÄúHo pi√Ļ freddo quando piove di quando non nevica‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

‚ÄčCambiando la posizione del¬†non¬†la sua funzione cambia e, con essa, cambia il¬†significato della frase. Nella frase “Ho pi√Ļ freddo quando piove di quando non nevica” l’avverbio √® inserito all’interno della proposizione temporale, quindi si unisce al verbo rendendolo negativo. L’anticipazione rispetto alla congiunzione¬†quando¬†produce due effetti: obbliga a modificare la congiunzione¬†di¬†in¬†che¬†(le due congiunzioni sono, invece, ugualmente valide senza¬†non) e¬†trasforma¬†non¬†da negazione vera e propria in negazione espletiva. Questo tipo di funzione di¬†non¬†riguarda alcune proposizioni subordinate (le comparative, le esclamative, quelle introdotte da¬†chiss√† che, le temporali introdotte da¬†finch√©¬†e¬†prima che,¬†le eccettuative)¬†ed √® sempre facoltativa (sebbene in alcuni casi sia sconsigliata e in alcuni, al contrario, consigliata).
Tra le comparative,¬†quella di uguaglianza esclude la negazione espletiva: “Amo il calcio tanto quanto non amo la pallavolo” significa che non amo affatto la pallavolo. Al contrario, la comparativa di disuguaglianza, soprattutto di maggioranza (come quella contenuta nella sua frase: “Ho pi√Ļ freddo quando piove¬†che non quando nevica“), la accetta di buon grado.¬†La negazione espletiva non rende la proposizione a cui si riferisce negativa, diversamente dalla negazione propria, che polarizza negativamente il verbo della proposizione. Al contrario, la proposizione che segue la negazione esplicativa √® per forza positiva, in quanto questo tipo di negazione implica che ci sia una controparte negativa della proposizione positiva; cos√¨¬†“Ho pi√Ļ freddo quando piove¬†che non quando nevica” implica¬†“Ho meno freddo / non ho freddo quando nevica”.
Quando il secondo termine di paragone possiede la qualit√† oggetto della comparazione in un grado minimo o nullo la negazione esplicativa √® pienamente accettabile; al contrario, quando la qualit√† √® posseduta in grado massimo la negazione √® meno calzante. In altre parole, la sua frase (“Ho pi√Ļ freddo quando piove¬†che non quando nevica”) suggerisce che quando nevica il soggetto abbia pochissimo o niente affatto freddo, mentre la variante¬†“Ho pi√Ļ freddo quando piove¬†che quando nevica” suggerisce che anche quando nevica il soggetto senta freddo (sebbene meno di quanto ne sente con la pioggia).
Sottolineo, a margine, che in una frase del genere la proposizione temporale “Quando nevica” si trova pur sempre all’interno del costrutto comparativo e viene considerata, pertanto, una proposizione comparativa. Questo vale anche per la temporale con la negazione propria in “Ho pi√Ļ freddo quando piove¬†di quando non nevica“; un buon modo per definire questo tipo di proposizione pu√≤ essere¬†temporale comparativa.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Avverbio
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase: “Eventualmente ti avverto io”, l’avverbio¬†eventualmente¬†che valore¬†ha sul piano dell’analisi logica? Qual √® la funzione logica degli avverbi di¬†valutazione (ovviamente,¬†certamente¬†ecc.)?
Nella frase “La data del mio esame coincide con quella del mio compleanno”,¬†con quella¬†che¬†complemento √®?

RISPOSTA:

‚ÄčL’avverbio¬†eventualmente¬†non √® inquadrabile in una categoria di complementi, perch√© modifica non il predicato verbale o un predicato nominale contenuti nella proposizione, bens√¨ l’intera proposizione. Gli avverbi che hanno questa funzione sono detti¬†frasali, nel senso che appartengono al rango della frase, non a quello della proposizione. Non a caso,¬†eventualmente¬†pu√≤ essere trasformato in una proposizione reggente: “√ą possibile che ti avverta io”. Lo stesso si pu√≤ dire per gli altri avverbi che modificano il valore di verit√† dell’enunciato espresso dalla proposizione (ovviamente,¬†certamente,¬†forse¬†ecc.).
Nel secondo esempio,¬†con quella¬†√® assimilabile a un complemento di paragone; la frase, infatti, equivale a¬†“La data del mio esame √® la stessa di quella del mio compleanno”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Avverbio
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QUESITO:

La frase “Non potr√† suonare pi√Ļ”, oppure “non ti bacer√† pi√Ļ”¬†indica sia la cessazione di qualcosa che prima accadeva sia un fatto che non si verificher√† per la prima volta?¬†Cio√® √® una frase da contestualizzare?

 

RISPOSTA:

Normalmente, tra le funzioni di¬†pi√Ļ¬†c’√® quella di indicare, in correlazione con una negazione, la cessazione di un’azione; usando i suoi esempi, quindi, “Non potr√† suonare pi√Ļ” pu√≤ essere riferito a un musicista che si √® rotto due dita, mentre “Non ti bacer√† pi√Ļ” a una persona che √® stata lasciata da un fidanzato e quindi in futuro non ricever√† da lui i baci che riceveva in passato.¬†In questi casi,¬†pi√Ļ¬†prende il significato di ‘pi√Ļ a lungo’, quindi ‘ancora’; non a caso, in inglese questa funzione √® spesso svolta dalla perifrasi¬†(no)¬†longer, che significa letteralmente ‘(non) pi√Ļ a lungo’: “I will not serve that in which I no longer believe” (‘Non servir√≤ pi√Ļ ci√≤ in cui non credo pi√Ļ’) scrive James Joyce in¬†A Portrait of the Artist as a Young Man.
La funzione di¬†pi√Ļ¬†‘ancora’, inoltre, opera per la massa, oltre che per il tempo, in frasi come “Non ne voglio pi√Ļ”, ovvero ‘Non voglio una quantit√† maggiore di ci√≤’.
Tornando alla dimensione del tempo,¬†pi√Ļ¬†pu√≤ facilmente essere usato in riferimento ad azioni che non si sono ancora verificate, ma erano state programmate; quindi “Non potr√† suonare pi√Ļ” pu√≤ anche essere riferito a un musicista che avrebbe dovuto esibirsi in un concerto ma ha avuto un incidente. In questo caso la frase √® parafrasabile come ‘Non potr√† dare seguito alla preventivata azione di suonare’.¬†Lo stesso vale per “Non ti bacer√† pi√Ļ”, che pu√≤ riferirsi a qualcuno che era pronto a impegnarsi in una relazione amorosa e ha cambiato idea prima che questa iniziasse, quindi ‘Non dar√† seguito alla preventivata azione del baciare’. Quest’uso estensivo di¬†pi√Ļ¬†√® da considerarsi meno formale di quello descritto sopra (e infatti √® pi√Ļ comune in comunicazioni informali); si pu√≤ trovare anche in¬†frasi al passato come “Sei pi√Ļ andato a Parigi?” nel senso di ‘Hai poi dato seguito alla preventivata azione di andare a Parigi?’.
In conclusione, come sempre quando √® possibile una doppia interpretazione, √® meglio contestualizzare l’enunciato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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QUESITO:

Ho una domanda di tipo semantico: l’avverbio¬†spesso¬†√® di tempo e corrisponde a¬†frequentemente. Secondo Voi, √® corretto scrivere: “La gente spesso non ha denti”?
Se la frequenza è una fatto temporale, la gente (nome collettivo), non può avere i denti qualche volta sì e qualche volta no.

 

RISPOSTA:

Quella che a lei sembra una stranezza si pu√≤ spiegare sulla base della comune concezione semplificata del tempo come di un contenitore che si riempie e si svuota. Questa concezione porta alla associazione tra¬†numerosit√†, quantit√† della massa e ricorsivit√†: c’√® una stretta relazione, cio√®, tra il numero di individui che compie un’azione o si trova in uno stato, la grandezza di un fenomeno e la probabilit√† che l’azione, lo stato o il fenomeno si presentino nel tempo (cio√® “riempiano il tempo”). Del resto, l’aggettivo italiano¬†spesso¬†‘dotato di un certo spessore’ e l’avverbio¬†spesso¬†‘molte volte’ continuano¬†l’aggettivo latino¬†spissus¬†‘folto, affollato’; come si vede, quindi, numerosit√†, massa e ricorsivit√† sono concettualmente prossime, tanto da essere difficilmente distinguibili.
Si aggiunga che l’aggettivo¬†frequente¬†in latino (frequens) e in italiano antico significava anche ‘affollato’ (oltre che ‘solito, frequente’: “Questo sicuro e gaudioso regno, / frequente in gente antica e in novella, / viso e amore avea tutto ad un segno” (Paradiso, XXXI, 25-27). Ancora oggi, in italiano, il verbo¬†frequentare, pur derivando da¬†frequente,¬†mantiene l’ambiguit√† concettuale di fondo: “Quel locale non lo frequenta nessuno” significa ‘nessuno affolla quel locale’.
Il suo esempio, sulla base di questa concezione comune, rispecchiata implicitamente nella lingua, √® sensato: “la gente spesso non ha denti” equivale a “molta gente non ha denti”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Buonasera,

vi scrivo per chiedere informazione riguardo all’espressione¬†molte grazie, che √® stata oggetto di un’accesa discussione con un signore che sosteneva fosse errata. Secondo codesto signore l’espressione giusta sarebbe¬†molto grazie. Vi chiedo gentilmente se mi potete chiarire la questione.

 

RISPOSTA:

Grazie¬†√® un nome (√® il plurale di¬†grazia), e come tutti i nomi concorda con l’aggettivo in genere e numero:¬†molte grazie,¬†tante grazie,¬†infinite grazie¬†ecc. La parola, per√≤, si usa spesso come interiezione, da sola, con un significato del tutto diverso rispetto al singolare: infatti non posso dire *No, grazia. La specializzazione del plurale in questa funzione induce alcuni parlanti a considerare questa parola come un avverbio (al pari, ad esempio, di¬†bene¬†o¬†male) e, di conseguenza, a pensare che debba essere accompagnata solamente da avverbi. Da qui il *molto grazie¬†(sul modello di¬†molto bene)¬†proposto dal suo interlocutore,¬†in realt√† scorretto, ma anche il¬†grazie assai, diffuso in alcune regioni meridionali e accettabile solamente in contesti molto informali.
L’uso di¬†grazie¬†come interiezione, quindi, non ha fatto perdere a questa parola la sua natura di nome; tanto che pu√≤ ancora essere usata in frasi come “Madonna del Bosco ‚Äď La Vergine che dispensa le sue grazie da un castagneto” (a proposito di una apparizione mariana in un bosco).
Si noti che l’interiezione¬†grazie¬†√® una semplificazione dell’espressione¬†rendere grazie¬†‘restituire benevolenze’ (dal latino¬†gratias agere, dal significato simile). Quando ringraziamo, quindi, dichiariamo di contraccambiare con la benevolenza il favore ricevuto.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nell’espressione “il male pu√≤ annidarsi anche laddove sembri non esistere” √® corretta la forma col congiuntivo o andrebbe corretta in “il¬†male pu√≤ annidarsi anche laddove sembra non esistere”?

 

RISPOSTA:

Nel suo esempio laddove¬†ha il valore di avverbio, del tutto equivalente a¬†l√† dove. La proposizione introdotta da questo connettivo spesso esclude il congiuntivo: “Laddove un tempo crescevano solo i fiori del male ora sono stati piantati semi di iris, glicine e narciso” (repubblica.it, 2018). Il congiuntivo √® ammesso, sebbene non obbligatorio,¬†quando, come nel suo esempio, la proposizione ha una forte sfumatura eventuale. Quando √® usato, esso produce anche un innalzamento della formalit√† della frase.
Oltre che da avverbio,¬†laddove¬†pu√≤ fungere da congiunzione avversativa (analoga a¬†mentre), costruita obbligatoriamente con l’indicativo (fatta salva la possibilit√†, sempre valida, di sostituire l’indicativo con il condizionale): “ma in alcuni casi questo stesso vizio pu√≤ portare all’errore esattamente opposto, decretando la pura e semplice insopportabilit√† del dolore altrui,¬†laddove¬†invece quel dolore non¬†√®¬†affatto insopportabile, o non lo √® ancora” (Sandro Veronesi,¬†Caos calmo, 2006).
Pu√≤, infine, essere una congiunzione condizionale; in questo caso obbligatorio √®¬†il congiuntivo (prevedibilmente, visto che quest’uso √® raro e altamente formale): “Laddove Luca lo desideri, pu√≤ raggiungerci pi√Ļ tardi”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il mio dubbio riguarda l’avverbio¬†sempre. Essendo un avverbio indefinito, quando lo troviamo nelle frasi al futuro, come facciamo a capire se si tratta di una continuit√† ininterrotta ”con termine di tempo” o ”senza termine di tempo”? Per esempio: “La Terra girer√† sempre”, “Ti amer√≤ sempre”…

 

RISPOSTA:

Quando accompagna un verbo al futuro, sempre assume un valore non pienamente temporale, quale invece gli √® proprio con verbi al presente e al passato. Con verbi al futuro, sempre ha una sfumatura concessiva (indica che l’azione o la circostanza continuer√† a realizzarsi a dispetto di qualunque avversit√†) , mentre un valore pienamente temporale √® assunto da per sempre. Prendiamo, per chiarire questa differenza, una frase come “I genitori perdoneranno sempre gli sbagli dei figli”; difficilmente sarebbe costruita come “I genitori perdoneranno per sempre gli sbagli dei figli”, perch√© il senso √® che qualunque cosa succeda, l’azione continuer√† a realizzarsi (e la dimensione temporale √® secondaria). √ą vero che i due avverbi possono avvicinarsi molto nel significato, come nella frase “Rimarr√≤ sempre con te”/”Rimarr√≤ con te per sempre”; anche in questo caso, comunque, si nota la sfumatura pi√Ļ concessiva (quasi a dire nonostante tutto ) di sempre e quella pi√Ļ temporale di per sempre.

Un confronto interlinguistico con l’inglese ci consente di vedere pi√Ļ chiaramente la differenza tra sempre e per sempre: il primo, infatti, corrisponde a always, il secondo a forever; due avverbi del tutto diversi, quindi.

Come ho detto all’inizio, per√≤, sempre ha un valore pi√Ļ chiaramente temporale con verbi al passato (“Sono sempre stato contrario alla caccia”) e al presente (“Chiamo sempre lo stesso idraulico, perch√© di lui mi fido”). In questo tipo di frasi, per sempre non √® accettabile.

Venendo, infine, alla sua domanda, per quanto ne sappiamo, nel mondo fisico tutto ha fine, quindi l’uso dell’avverbio (per) sempre accanto ad un verbo al futuro indica non la reale eternit√† dell’azione o della circostanza, ma la sua prosecuzione fino al suo termine naturale, che non √® noto. In altre parole, la durata dell’azione o della circostanza √® intesa non come eterna, ma come indeterminatamente duratura.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio
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QUESITO:

Alcuni dizionari dicono ”sempre: indica continuit√†”. Il treccani, invece,
dice ”continuit√† ininterrotta”. Che differenza c’√® tra continuit√† e
continuità ininterrotta?

 

RISPOSTA:

In effetti √® una minuzia. Per√≤, a rigore, anche l’avverbio abitualmente, oppure¬†sistematicamente, ecc. indicano continuit√†. Tuttavia¬†sempre¬†esclude, o tende ad escludere, che tale continuit√† abbia interruzioni. Per es.: “Da dieci anni, tra le due e le tre schiaccio abitualmente un pisolino”: vuol dire che potrei anche non farlo, qualche volta. Con¬†sempre, escludo questa eventuale interruzione di continuit√†.

Fabio Rossi

Parole chiave: Avverbio
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