Tutte le domande

QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Se ho un discorso diretto interrotto da un inciso, come “Prendi il libro”, disse la mamma, “E mettiamoci al lavoro”, √® necessario scrivere la¬†e¬†maiuscola anche se la frase √® iniziata nel discorso diretto precedente?

 

RISPOSTA:

Non √® necessario, proprio in considerazione del fatto che il discorso continua dal blocco precedente. Anche l’uso della maiuscola, del resto, non pu√≤ dirsi scorretto, visto che si tratta comunque di un blocco di discorso diretto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho sempre detto, e credo anche scritto sprono, inteso come sostantivo, sinonimo di stimolo. Poi, di recente, un amico mi ha detto che non ha mai sentito sprono ma solo sprone. Ho cercato un po’ dappertutto. In effetti pare che si dica solo sprone. Eppure questa “mia” variante pensavo fosse corretta. Posso credere che sia solo un po’ desueta?¬†

 

RISPOSTA:

No, il sostantivo sprone √® una variante della parola sperone con la quale condivide il significato di ‘arnese per stimolare i fianchi della cavalcatura’; da questo significato, successivamente, sprone ha sviluppato quello figurato di ‘incitamento, stimolo’ (“Il suo √® esempio √® di sprone per tutti noi”). Morfologicamente, quindi, la parola corretta √® sprone e non sprono.

Quest’ultima non √® attestata, se non anticamente e in sporadici casi, stando al Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia. La confusione fra sprone e sprono √® facilmente intuibile per due ragioni: per la particolarit√† dei nomi di III classe, cio√® nomi maschili che terminano in –e al singolare e in –i al plurale (sprone/sproni; occasione/occasioni ecc.); per la possibile attrazione della prima persona singolare del verbo spronare, cio√® sprono.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

I mesi dell‚Äôanno sono in italiano sostantivi, tuttavia pur essendo ‚Äúnomi propri di cosa‚ÄĚ, si scrivono con la lettera minuscola. √ą sbagliato ricondurre l‚Äôuso della lettera minuscola al fatto che vengano intesi come ‚Äúaggettivi‚ÄĚ‚Äô del sostantivo ‚Äúmese‚ÄĚ (anche se sottinteso) come avviene, tra l‚Äôaltro, in latino (dove sono aggettivi)?

RISPOSTA:

In italiano, i nomi dei mesi, cos√¨ come quelli della settimana e delle stagioni, non sono dei veri nomi propri (in latino, molti nomi dei mesi erano derivati da nomi propri: Ianuarius ‘Giano’; Martius ‘Marte ecc.) e non richiedono l’iniziale maiuscola. A parte i casi di personificazione (per esempio in poesia), quelli in cui un nome √® attribuito a una persona (per esempio Domenica, nome proprio di persona), o alcuni casi particolari che indicano una determinata occorrenza (il Sabato Santo, il Marted√¨ grasso ecc.), i nomi dei giorni, dei mesi e delle stagioni non indicano un’unicit√†, ma una periodicit√†, cio√® qualcosa che si ripete sempre. Nell’italiano antico e moderno i nomi che indicano data (come appunto i nomi dei giorni, dei mesi o delle stagioni) sono stati percepiti da un buon numero di parlanti come nomi propri e per questo scritti spesso con la lettera maiuscola. Nell’italiano contemporaneo questa percezione √® venuta meno e l’uso della maiuscola pu√≤ essere ricondotto all’influsso della grafia inglese che, al contrario di quella italiana, prevede l’iniziale maiuscola per questo tipo di nomi.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

All’interno di un opuscolo che annunciava una serie di eventi in pubblico, mi √® capitato di leggere un’espressione simile a questa: “Ore 18.00 piazza Chiesa: Inizio della competizione (etc.)”.

Al riguardo, mi chiedo se siano corretti l’uso dei due punti (che, immagino, siano stati impiegati per separare la puntualizzazione del luogo da quella del rispettivo appuntamento) e l’uso del maiuscolo per la successiva parola “Inizio”.

 

RISPOSTA:

Di norma, i due punti separano due segmenti di testo dello stesso periodo; quel che viene dopo questo segno interpuntivo, dunque, non richiede la lettera maiuscola. Nell’esempio occorre separare non soltanto il luogo dalla descrizione dell’evento, ma anche l’ora dal luogo. Per scandire meglio le informazioni potremmo inserire un trattino (“Ore 18.00 – piazza Chiesa: inizio della competizione”) o una virgola (“Ore 18.00, piazza Chiesa: inizio della competizione”). Un altro espediente efficace consiste nell’inserimento del luogo tra parentesi tonde: “Ore 18.00 (piazza Chiesa): inizio della competizione”.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei chiedere come si divide in sillabe la parola ‚Äúspirituale‚ÄĚ, perch√© a mio avviso nella parola si verifica un dittongo, mentre molti dizionari riportano come corretta la divisione ‚Äúspi-ri-tu-a-le‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Nella parola spirituale si verifica uno iato perch√© la u primo elemento del gruppo ua √® una vocale e non una semiconsonante (quindi si pronuncia autonomamente rispetto alla a). Come lei osserva, i principali dizionari concordano sulla divisione in sillabe spi-ri-tu-√†-le. Il problema pu√≤ emergere sulle parole in cui la coppia ua √® atona come in spiritualit√† o spiritualista; in questi casi √® difficile dire con certezza se si tratti di dittongo o iato. I dizionari, infatti, divergono sulla divisione in sillabe di queste parole: alcuni applicano il criterio dell’analogia, per cui se nella parola spirituale si verifica uno iato anche in spiritualista si avr√† uno iato, quindi spi-ri-tu-a-l√¨-sta; altri, invece, considerano la sequenza atona un dittongo ascendente, quindi spi-ri-tua-li-t√†.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se √® possibile usare glielo¬†rivolgendosi a un gruppo di persone (solo maschi, solo femmine o a composizione mista): “Non appena lo avr√≤ saputo, glielo riferir√≤”.

 

RISPOSTA:

Nell’esempio riportato, glielo √® corretto e pu√≤ essere usato per riferirsi a una donna o a un uomo. Ci√≤ √® possibile perch√© quando due pronomi complemento deboli sono usati in coppia il primo cambia forma: cos√¨ avviene, per esempio, per mi che diventa me (“Mi presti il libro?” > “Me lo presti?”), per ti che diventa te (“Ti presto il libro” > “Te lo presto”) e per gli e le che si trasformano in glie invariabile (“Presto il libro a Fabio/Maria” > “Glielo presto)”.
√ą bene specificare che in passato l’uso della forma pronominale atona gli in funzione di complemento di termine per loro, a loro non era accettata; adesso, invece, √® da ritenersi una forma senz’altro corretta in quasi tutti i livelli della lingua (tranne che nel caso, forse, di registri altamente formali, dove √® consigliabile l’uso di loro al posto di gli). Per questo motivo, una frase come “Ho detto a Maria e Fabio che glielo presto” pu√≤ essere considerata corretta.
Raphael Merida

Parole chiave: Pronome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Si scrive: “Un bel e solido palazzo” oppure: “Un bello e solido palazzo”? Ovviamente √® preferibile scrivere: “Un palazzo bello e solido”. Ma dovendo scegliere, in questo caso, tra bel e bello, quale si fa preferire?

 

RISPOSTA:

Bel e bello seguono gli stessi criteri degli articoli il e lo. In questo caso, davanti a vocale, pu√≤ avvenire l’elisione di bello; avremo quindi “Un bell’e solido palazzo”.

Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Alcuni vocabolari riportano la forma grafica “neoassunto”, altri no.
Scrivere “neo assunto” √® comunque corretto?

 

RISPOSTA:

La grafia corretta √® neoassunto, riportata anche dai principali dizionari dell’uso.
Neo-, che significa ‘nuovo, recente’, √® un prefissoide di origine greca; si tratta cio√® di un elemento lessicale dotato di autonomia semantica che pu√≤ essere premesso a parole di qualsiasi origine (si pensi per esempio ad auto- nel significato di ‘da s√©’ da cui si formano parole come autocoscienza, autocritica, automobile). Per queste ragioni, le parole composte con un prefissoide prediligono la forma univerbata a quella staccata.
Raphael Merida

Parole chiave: Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Si dovrebbe scrivere: “Lei recit√≤ un Ave Maria” con l’apostrofo o senza? L’Ave Maria √® una preghiera e quindi si potrebbe anche scrivere con l’apostrofo, il che significa “Recitare una Ave Maria”. Per√≤ nessuno direbbe: “Recitare una Padre Nostro”.

RISPOSTA:

Visto che Ave Maria (anche nelle grafie avemaria e avemmaria) √® un sostantivo femminile, l‚Äôarticolo da usare sar√† la/una, quindi ‚Äúun‚ÄôAve Maria‚ÄĚ. Anche se si tratta di una preghiera, Padre nostro (anche nella grafia univerbata Padrenostro) √® un sostantivo maschile; quindi, avr√† come articolo il/un: ‚Äúun Padre nostro‚ÄĚ.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Articolo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

1) ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso della particella ci oppure sarebbe pi√Ļ corretto usare solamente l‚Äôinfinito ‚ÄúNon riesco a credere che ‚Ķ‚ÄĚ. Perch√©?

2) ‚ÄúSe ne hai voglia, leggi questo libro‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso di ne oppure sarebbe pi√Ļ corretto scrivere/dire ‚ÄúSe hai voglia‚Ķ‚ÄĚ. Qual √® la differenza?

3) ‚ÄúIn pi√Ļ, consiglio di dare un‚Äôocchiata, anche a questi libri‚ÄĚ. √ą ammissibile la virgola dopo consiglio di dare un‚Äôocchiata oppure viola le norme della punteggiatura?

4) Dei clienti entrano in un ristorante; dovrebbero dire: ‚ÄúBuongiorno, siamo quattro‚ÄĚ oppure ‚Äú‚Ķ siamo in quattro?‚ÄĚ C‚Äô√® una differenza?

 

RISPOSTA:

1) Il pronome atono ci in crederci serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato. Si tratta di un costrutto tipico del parlato o dello scritto informale.

2) S√¨, √® corretto. Il sostantivo voglia unito al verbo avere (‚Äúavere voglia‚ÄĚ) richiede l‚Äôargomento di ci√≤ di cui si ha voglia, per avere senso; deve essere seguito, quindi, dalla preposizione di (‚Äúho voglia di‚ÄĚ). La frase pu√≤ essere infatti parafrasata come segue: ‚ÄúSe hai voglia di leggere, leggi questo libro‚ÄĚ. Il ne sostituisce il complemento di tipo argomentale di leggere.

3) No, non √® ammissibile. Non bisogna mai separare con una virgola il predicato dall‚Äôoggetto. In questo caso il predicato √® formato dalla locuzione dare un‚Äôocchiata, facilmente parafrasabile con guardare. Questo tipo di costrutti √® definito dai linguisti ‚Äúa verbo supporto‚ÄĚ (per questo argomento la rimando alla risposta Fare piacere, i verbi supporto e i verbi causativi).

4) In questo caso non esiste una regola precisa, ma potrebbe esserci una sottilissima sfumatura semantica tra le due varianti. La presenza della preposizione tra il verbo e il numerale (‚Äúsiamo in quattro) sembra indicare un gruppo definito di persone, il cui numero non √® casuale ma gi√† stabilito; l‚Äôassenza della preposizione (‚Äúsiamo quattro‚ÄĚ), invece, d√† l‚Äôidea di un gruppo il cui numero √® variabile e in corso di definizione. La preposizione in √® essenziale, infine, con i verbi diversi da essere: ‚ÄúGiocheremo in cinque‚ÄĚ, ‚ÄúAbbiamo viaggiato in venti‚ÄĚ ecc. ¬†

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

Non so se esista una regola precisa per quanto riguarda l’uso dell’apostrofo in casi come quello che segue: “Hai visto le due sorelle?” “S√¨, le ho viste ieri”. Si potrebbe anche scrivere con l’apostrofo: “S√¨, l’ho viste ieri”? Sono corrette entrambe le forme?

L’elisione degli articoli e dei pronomi √® da evitare quando questi sono plurali: l’amica, ma non l’amiche; l’ho visto, ma non l’ho visti. Impossibile √® l’elisione di gli, perch√© in una sequenza come gl’alberi il nesso -gl- sarebbe pronunciato come in glabro.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

Nella parola saggio, -ggi- può essere considerato un trigramma composto dal digramma -gg- + -i- muta?

Le doppie non sono mai menzionate negli elenchi dei digrammi perch√© rappresentano non fonemi determinati, ma varianti rafforzate di altri fonemi. Non sarebbe, per√≤, del tutto scorretto considerarle comunque digrammi, al pari dei digrammi che rappresentano fonemi scempi. Seguendo il primo criterio, -ggi- in saggio, ovvero, foneticamente, [d í:] o [dd í], √® la variante rafforzata del fonema [d í]; seguendo il secondo, √® un trigramma che rappresenta il fonema [d í:], distinto da [d í]. In entrambi i casi, il grafema -i- in questa parola non corrisponde a un fonema, ma serve a distinguere il suono palatale da quello velare (che si avrebbe in saggo); il termine tecnico per definire questa funzione della -i- √® diacritica o (segno) diacritico. Di solito, inoltre, non si dice che la -i- √® muta perch√© in altre parole rappresenta una semivocale (cambio) o una vocale a tutti gli effetti (farmacia); diversamente, l’-h- √® detta muta perch√© in italiano non ha mai un suono (per approfondimenti si veda qui).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Scritto-parlato-mediato
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ormai siamo (quasi) tutti d’accordo che QUAL, avendo forma autonoma, non necessiti di apostrofo. Si dir√† quindi: “Qual √® la tua opinione, qual era la tua opinione” etc. Ma davanti a un sostantivo si usa QUAL o QUALE? Esempio: si pu√≤ scrivere “Quale insalata preferisci?” oppure, avendo forma autonoma, si deve scrivere “Qual insalata preferisci?” Ancora: Lei scriverebbe “Quale evento della tua vita…” oppure “Qual evento della tua vita…”.

 

RISPOSTA:

La forma apocopata qual non ha restrizioni: in astratto √® utilizzabile sempre. √ą, per√≤, di fatto rarissima; si usa quasi esclusivamente davanti alle forme verbali √® e era e nell’espressione qual buon vento. Per il resto si usa sempre quale.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se il termine “leoluchiane” √® corretto per indicare “Giornate di studio dedicate a San Leoluca” (“Giornate leoluchiane”).

 

RISPOSTA:

L‚Äôaggettivo leoluchiano √® ben formato e rappresenta bene il nome di Leoluca. Aggiungo che l‚Äôaggettivo san si scrive per lo pi√Ļ con la minuscola quando indica la persona (come nel caso di san Leoluca), con la maiuscola quando fa parte del nome proprio di una chiesa (‚Äúla basilica di San Pietro‚ÄĚ), di una localit√† (‚Äúl‚Äôestate scorsa sono stato a San Gimignano‚ÄĚ), di una via o di una piazza (‚Äúpiazza San Francesco‚ÄĚ).

Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quali e quante sono le forme ormai cristallizzate che risulterebbero fuori norma se impiegate senza la ‚Äúd‚ÄĚ eufonica, a parte ad esempio, ad eccezione, ad ogni buon conto?

 

RISPOSTA:

Non esiste una norma precisa che regoli l‚Äôuso della d eufonica. Per esempio, alcune delle locuzioni da lei citate possono scriversi legittimamente senza la d eufonica: a eccezione di e a ogni buon conto (cos√¨ sono riportate anche nei principali vocabolari dell‚Äôuso). Una delle rarissime eccezioni in cui la d eufonica √® quasi sempre presente per via della sua specificit√† √® la locuzione ad esempio, divenuta a tutti gli effetti una formula (insieme a per esempio). Tuttavia, potremmo trovare la locuzione a esempio in una frase tipo: ‚ÄúLa pazienza di Luca viene sempre portata a esempio di virt√Ļ da imitare‚ÄĚ.

In generale, la d eufonica, che in realt√† √® etimologica perch√© risalente a un d o a un t latini in ad, et o aut (da cui a, e, o), ha goduto nel corso del tempo di una certa elasticit√†: molto usata nella lingua antica, ridotta nell‚Äôitaliano moderno. Secondo il linguista Bruno Migliorini, l‚Äôuso della d eufonica dovrebbe essere limitato ai casi di incontro della stessa vocale come in ad Alberto, ed ecco ecc., ma anche in esempi come questi, per via della flessibilit√† dell‚Äôitaliano contemporaneo nei confronti dello iato (cio√® l‚Äôincontro di due vocali di due sillabe diverse), si potrebbe omette la d come in ‚ÄúHo chiesto a Luca e Erica‚ÄĚ.

Insomma, l’uso della d eufonica non ha regole precise ma cammina costantemente con l’evoluzione della lingua e la sensibilità di chi parla o scrive.

Di seguito suggeriamo alcuni casi in cui l’aggiunta di una d sarebbe sconveniente (1 e 2) o da evitare (3 e 4):

 

  1. quando la presenza di una d appesantisce la catena fonica e la vocale della parola successiva √® seguita da d come in ‚Äúedicole ed editoriali‚ÄĚ;
  2. in frasi come ‚Äúsi dice ubbidire od obbedire‚ÄĚ perch√© la presenza della d dopo la vocale o risulterebbe ormai rara e antiquata.
  3. prima di un inciso: ‚ÄúHo chiesto a Luca di uscire ed, ogni volta, risponde di no‚ÄĚ;
  4. davanti alla‚Äôh aspirata di parole o nomi stranieri: ‚ÄúCase ed hotel‚ÄĚ o ‚ÄúSabine ed Halil‚ÄĚ.

 

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nel mio lavoro da copywriter, creo spesso delle campagne pubblicitarie per i social, la carta stampata e le affissioni.

Nelle “headline” (i titoli delle campagne pubblicitarie) io non metto mai il punto, a meno che non sia un punto interrogativo o esclamativo.

Tantissimi altri miei colleghi invece lo fanno.

Ad esempio nella headline “La colazione dei campioni” secondo me il punto non ci va. Mentre altri lo mettono.

Ho ragione io, hanno ragione i miei colleghi, o è una scelta stilistica?

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei: nei titoli di norma il punto non va. √ą pur vero che, soprattutto nella testualit√† online, lo stile la fa da padrone, come anche l‚Äôespressivit√†, le consuetudini scrittorie (mutate) e le attese dei lettori. Motivo per cui taluni argomentano sostenendo che il punto pu√≤ conferire maggiore perentoriet√†, sicurezza, affidabilit√† (come a dire: punto e basta, so quello che dico e che offro). Per queste ragioni, all‚Äôopposto, in altri tipi di testo il punto viene bandito anche fuor dai titoli: se ha esperienza di testualit√† nei social, sa come un punto alla fine di un post di fb o di un messaggio whatsapp pu√≤ rompere amicizie e amori (√® successo pi√Ļ volte veramente), perch√© viene interpretato come una chiusura all‚Äôaltro, un atto di violenza, una rottura del rapporto.

Cionondimeno, da affezionato tradizionalista alla testualit√† analogica, mi sento di suggerirle di rimanere fedele alla nostra vecchia e amata norma di non mettere mai il punto fermo alla fine di un titolo. Punto (ma sia qui detto e scritto senza alcuna ostilit√†, anzi…)

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho sempre utilizzato la parola latina ius premettendo ad essa l’articolo lo, probabilmente influenzata da casi analoghi (lo Ione di Platone). Mi accade per√≤ di leggere il ius su un manuale. Quale dei due articoli (il/lo) costituisce la forma corretta?

 

RISPOSTA:

Senza dubbio alcuno lo ius. Infatti, anche volendo appigliarsi alla pronuncia (forse) non semiconsonantica, ma vocalica, della i prevocalica, l’articolo mai sarebbe il, ma semmai l’: l’imbuto. E infatti l’ius (così come l’iena, per la iena) è possibile, sebbene minoritario e arcaico.

Fabio Rossi

Parole chiave: Articolo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Potrebbe gentilmente chiarirmi un dubbio riguardo all’uso della vocale I nel digramma GN? I verbi impegniamo, bagniamo, insegniamo si scrivono con la I?

Potrebbe inoltre dirmi come fare la divisione in sillabe delle stesse parole?

 

RISPOSTA:

Le forme verbali da lei segnalate si scrivono con la i, alla prima persona del presente indicativo e congiuntivo, perché la i fa parte della desinenza verbale (-iamo), non della radice (e infatti i verbi sono impegnare, bagnare, insegnare ecc., senza i). Diciamo amiamo, non *amamo. Naturalmente la i si scrive ma non si pronuncia, perché viene assorbita dalla pronuncia palatale del nesso GN. La divisione in sillabe è la seguente: im-pe-gnia-mo; ba-gnia-mo; in-se-gnia-mo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo sapere quale delle seguenti frasi è scritta meglio dal punto di vista interpuntivo. So benissimo che non ci sono regole ferree nella punteggiatura, però volevo un vostro consiglio su quale delle due fosse migliore, come pure conoscere la differenza fra entrambe. Inoltre desideravo sapere se nei rispettivi casi fosse meglio usare il corsivo oppure le virgolette, nonché se fosse necessaria la maiuscola per il testo tra gli apici o quello scritto in corsivo. Se poi conoscete un modo migliore per formulare la frase, non esitate a suggerirmelo. 

Ecco le seguenti frasi:

1) Quando hai effettuato la ricarica postepay inviami la foto della ricevuta, con su scritto a penna la seguente causale: “acquisto bitcoin da¬†xxxx@gmail.com

2) Quando hai effettuato la ricarica postepay, inviami la foto della ricevuta con su scritto a penna la seguente causale: “acquisto bitcoin da¬†xxxx@gmail.com

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi da Lei proposte vanno bene.
Nello specifico: la virgola dopo una subordinata premessa alla reggente (Quando hai effettuato la ricarica postepay,) si pu√≤ mettere, ma non √® mai obbligatoria. Anche la virgola prima del complemento (, con su scritto…) si pu√≤ mettere o no.
In generale, la presenza delle virgole (entrambe quelle segnalate) ha come risultato quello di dare maggiore rilievo semantico, in certo qual modo maggiore autonomia, alle due componenti separate dalla virgola stessa.
Quanto all’alternativa virgolette/corsivo, decisamente meglio le virgolette, dal momento che si tratta di una citazione diretta della frase scritta o da scrivere. Il corsivo, comunque, non sarebbe del tutto errato, dal momento che segnalerebbe, metalinguisticamente, l’oggetto della citazione.
Quanto all’iniziale maiuscola o minuscola all’interno della citazione, anche in questo caso entrambe le soluzioni sarebbero accettabili: di solito si preferisce la minuscola quando la citazione √® integrata sintatticamente alla frase citante (per es.:¬†la frase “scrivi il tuo nome” √® corretta), la maiuscola quando la frase citata √® sintatticamente autonoma dal contesto (come nel suo caso, dopo i due punti). Un’altra ratio √® quella filologica: cio√® si usa la minuscola o la maiuscola a seconda che nell’originale citato (o nell’esempio fornito) vi sia, o debba esservi, la minuscola o la maiuscola.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vi scrivo riguardo un dubbio riguardo l’uso delle virgolette a inizio frase.
Nello specifico, mi riferisco all’uso delle virgolette per enfasi,¬†¬†per esempio in uno scambio:
A) Non è una soluzione, è un disastro!
B) “Disastro” mi sembra un’esagerazione…
In questo caso, nella frase pronunciata da B “disastro” andrebbe scritto con la maiuscola?
 

 

RISPOSTA:

Certamente “Disastro” nel secondo turno dialogico va scritto con l’iniziale maiuscola, indipendentemente dalle virgolette, visto che si tratta della parola inziale della frase.
Le virgolette, tuttavia, in questo caso, non hanno valore di enfasi bens√¨ metalinguistico o di citazione, cio√® sono identiche al corsivo e servono soltanto a segnalare che ci si sta riferendo a una parola citata da una frase precedente, cio√®, per l’appunto, la parola “disastro”.
Sarebbero virgolette d’enfasi se per caso fossero state usate nel primo turno:¬†Non √® una soluzione, √® un “disastro”! E sarebbero state da evitarsi, dal momento che non c’√® alcun bisogno di sottolineare una parola che ha gi√† di per s√©, in quel contesto, un chiaro valore estensivo e iperbolico.

Fabio Rossi
 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere perch√© il plurale della parola¬†assassinio¬†risulta essere assassinii, mentre il plurale della parola¬†guscio¬†o¬†della parola¬†occhio¬†risulta essere (almeno da quello che ho avuto modo di notare in alcuni scritti)¬†gusci¬†e¬†occhi, anzich√©¬†guscii¬†e¬†occhii. Vorrei sapere se¬†c’√® una regola in proposito.

 

RISPOSTA:

Nell’italiano contemporaneo i nomi che al singolare finiscono in¬†-io¬†al plurale mantengono la¬†i¬†se essa √®¬†accentata (addio¬†>¬†addii), la perdono se non √® accentata (occhio¬†>¬†occhi). Le forme¬†occhii,¬†guscii,¬†bivii¬†ecc., rispettose della forma della parola, ma non del suono, visto che la sequenza¬†ii¬†del plurale si pronuncia come un’unica¬†i,¬†sono attestate fino a met√† Novecento, per poi divenire rare o essere completamente abbandonate.
La¬†i¬†non accentata del singolare si mantiene al plurale nella parola¬†assassinio¬†soltanto per distinguere nello scritto questo nome dall’omofono (nonch√© omografo)¬†assassini, plurale di¬†assassino. Si noti che questa motivazione √® molto debole, infatti il plurale¬†assassini¬†per¬†assassinio¬†√® anche possibile, cos√¨ come il plurale¬†omicidi¬†per¬†omicidio¬†√® pi√Ļ comune di¬†omicidii, a dispetto dell’esistenza dell’omofono e omografo¬†omicidi, plurale di¬†omicida.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Storia della lingua
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quando si scrive una lettera o una mail (come questa ad esempio), dopo l’intestazione, andando a capo io sono abituato a scrivere la parola successiva con prima lettera in minuscolo.
Tuttavia vedo che molti nelle lettere altamente formali procedono mettendo la lettera maiuscola.
Es:   Gentile Rossi Mario,
¬†¬† ¬† ¬† ¬†Con la presente sono ad informarLa…

Anche in¬†Cordiali Saluti¬†molti mettono entrambe le parole maiuscole…

 

RISPOSTA:

Poche sono le regole certe sull’iniziale maiuscola; il suo uso √® legato soprattutto a convenzioni pi√Ļ o meno stabili e deduzioni ragionevoli. A proposito delle e-mail formali, che possiamo assimilare alle lettere cartacee, iniziare il corpo della lettera, subito sotto l’intestazione, con la lettera miniscola √® coerente con la presenza, alla fine dell’intestazione, della virgola, che non √® seguita di norma dalla lettera maiuscola. C’√® da considerare, per√≤, l’a capo che separa l’intestazione dal corpo della lettera, tipicamente seguito dalla maiuscola. Tra le due motivazioni direi che pi√Ļ forte √® la virgola, che implica l’iniziale minuscola; non mi sentirei, per√≤, di condannare come scorretta l’iniziale maiuscola. Per quanto riguarda la doppia maiuscola in¬†Cordiali Saluti¬†(senza considerare l’eventuale precedenza del punto fermo, che ovviamente richiederebbe la maiuscola per¬†Cordiali), siamo di fronte a un uso enfatico di questo tratto grafico, del tutto soggettivo e legato allo stile personale; si tratta di una scelta non impossibile (proprio perch√© l’uso della maiuscola √® poco regolato), ma difficilmente giustificabile.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quali delle seguenti frasi, è corretta da un punto di vista grammaticale?
Non ci ho voglia
Non c’ho voglia
Non ciò voglia
 

 

RISPOSTA:

“Non ci ho voglia” e “Non c‚Äôho voglia” sono entrambe corrette, sebbene entrambe informali (la seconda pi√Ļ della prima) e adatte pi√Ļ al parlato che allo scritto, per via della presenza del¬†ci¬†attualizzante, rispetto al pi√Ļ formale “Non ho voglia”. La seconda, inoltre, genere problemi di pronuncia, poich√©, per la mancanza di una vocale palatale, indurrebbe l’erronea pronuncia “k√≤”.
“Non ci√≤ voglia” √® un grave errore, perch√© confonde “ci ho” con il pronome “ci√≤”, solo per via del fatto che la pronuncia delle due forme √® identica. Naturalmente la forma “non ci√≤ voglia” non ha alcun senso e dunque √® annoverabile tra le forme di italiano popolare, oppure di interlingua, ovvero una forma tipica di chi non conosce bene o affatto la lingua italiana.

Fabio Rossi

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale fra le due affermazioni √® la pi√Ļ formale?
Quanto alto è Mario?
Quanto alto sarà Mario?
Inoltre ho visto che va molto di moda ultimamente mettere l‚Äôasterisco per rendere ‚Äúneutri‚ÄĚ i sostantivi (asterisco egualitario di genere) che se non ho capito male,¬†sarebbe invece consigliato rivolgersi ad entrambi i sessi con il maschile plurale secondo canoni formali della lingua italiana.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette (anche se sarebbe meglio anteporre il verbo: Quanto √® alto, Quanto sar√† alto Mario?), soltanto che in questo caso il futuro ha un valore epistemico, cio√® indica un certo grado di dubbio o probabilit√†: “mi chiedo quanto possa essere alto Mario” ecc. Dato che ogni domanda (che non sia retorica) contiene in s√© un elemento dubitativo (altrimenti se si sapesse gi√† la risposta non si farebbe la domanda), in questo caso il futuro √® tutto sommato pleonastico, in quanto equivalente al presente.
Il problema dell’uso dell’asterisco, o dello schwa, a scopo inclusivo, ovvero per rendere sia il maschile, sia il femminile, sia per includere nel novero persone non binarie, √®, soprattutto in questi giorni, pi√Ļ vivo che mai e non pu√≤ essere riassunto in poche battute qui. Ognuno ha le sue idee, legittimamente. Ovviamente la soluzione dell’asterisco e dello schwa violano le attuali norme ortografiche e morfologiche dell’italiano, ma ogni lingua evolve anche a costo di infrazioni del sistema. Pertanto se tali istanze inclusive (di per s√© nobilissime, ovviamente, in qualunque societ√† civile) venissero sentite dalla maggioranza degli utenti come necessarie alla comunicazione, il sistema linguistico non potr√† non esserne influenzato e dunque l’asterisco e/o lo schwa saranno inclusi nel nostro sistema ortografico e morfologico, con buona pace degli oppositori e delle petizioni. Del resto, non √® questo l’unico caso, nella storia della lingua, di vistosi cambiamenti del sistema ortografico: quando io andavo alle scuole elementari era ancora ammessa la grafia √≤, √†i, √†, in luogo di ho, hai ha.
Morale della favola: non parlerei di corretto/scorretto, nei casi di asterisco o di schwa, ma di sentito o no come urgente, usato o no da un congruo numero di utenti ecc. Peraltro, il fatto che oggi si utilizzi il maschile indistinto (eviterei l’uso della parola “neutro”, visto che l’italiano, differentemente da altre lingue, non ha il genere neutro) per rivolgersi sia agli uomini, sia alle donne, sia alle persone non binarie, non relega certo al rango di scorrettezza altri usi possibili, quali per esempio quello, perch√© no, di utilizzare il solo femminile sempre.
Accada quel che accada nella lingua italiana (che, come ripeto, √® in continua evoluzione e non pu√≤ non riflettere le istanze sociali di chi la usa, visto che ogni lingua umana √®, in primo luogo, uno strumento sociale), di qui a qualche mese o anno o decennio, mi pare si debba comunque guardare con favore al fatto che molte persone ritengano importante ridurre il pi√Ļ possibile la discriminazione e l’esclusione, presenti purtroppo ancora largamente nelle nostre societ√† e dunque, di riflesso, anche nelle nostre lingue.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le forme ‚Äúbuona sera‚ÄĚ e ‚Äúbuonasera‚ÄĚ sono entrambe corrette, ma quale √® maggiormente¬†indicata nelle comunicazioni formali?

 

RISPOSTA:

Cominciamo col dire che oggi le due forme sono del tutto equivalenti sul piano diafasico, ovvero entrambe sono perfettamente adatte sia al registro formale, sia a quello informale. E lo stesso valga per le analoghe coppie buon giorno / buongiorno, buona notte / buonanotte.

Sicuramente, visto che le forme univerbate nascono da quelle staccate, cio√® dalle locuzioni¬†buona sera¬†ecc., √® chiaro che oggi le forme staccate siano meno frequenti e d‚Äôorigine pi√Ļ antica, pertanto abbiano un sapore pi√Ļ ricercato (staserei per dire lezioso, in certi casi).

I dizionari di solito non prendono posizione: per es. né il Gradit di De Mauro (gratuitamente consultabile nel sito del periodico Internazionale.it) né il Sabatini Coletti (gratuitamente consultabile nel sito del Corriere della sera) distinguono tra le due forme, riportate come del tutto equivalenti.

Il Treccani, invece (treccani.it), sostiene che le forme staccate (buona sera¬†ecc.) siano pi√Ļ comuni di quelle univerbate, bench√© questa valutazione sia smentita dai corpora (come vedremo tra un attimo). Ho il sospetto che, come spesso accade, il tendenziale purismo del vocabolario Treccani dica ‚Äúpi√Ļ com.‚ÄĚ laddove vorrebbe invece dire ‚Äúpi√Ļ elegante perch√© pi√Ļ antico e raro‚ÄĚ.

E veniamo ai corpora. Grazie alla preziosa funzione di calcolo delle frequenze agganciata a Google libri, denominata N-Gram Viewer (liberamente accessibile in https://books.google.com/ngrams) possiamo appurare quanto segue:

–¬†buonasera¬†sorpassa le frequenze di¬†buona sera¬†nel 1973, e da l√¨ in poi l‚Äôimpennata della prima forma √® progressiva rispetto alla caduta della seconda forma;

Рanalogamente per buonanotte e buona notte (il sorpasso della prima forma inizia nel 1992) e per buongiorno e buon giorno (il sorpasso della prima forma inizia nel 1961). I dati sono ricavati dall’immensa mole di testi presenti in tutto Google libri dal 1500 al 2019.

Insomma, le forme staccate buona sera, buona notte e buon giorno sono destinate a scomparire, così come sono scomparse per che, per ciò, sopra tutto ecc. Il suggerimento è di usare, in tutti i contesti, le forme univerbate, per evitare di esporci alla critica di essere troppo retrogradi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Leggendo su internet i vari nomi dati alla morte, come Tristo Mietitore o Signora in Nero, mi chiedo se è così che ci si debba regolare nel caso se ne volessero coniare di nuovi. Mi riferisco alle maiuscole, che vengono messe anche alle parole seguenti, ma non alle preposizioni.

 

RISPOSTA:

Le convenzioni sull’uso della maiuscola sono poco vincolanti quando si tratta di usi non canonici. Nel suo caso possiamo considerare le espressioni da lei citate come nomi propri composti (in questo senso anche¬†Morte¬†pu√≤ essere scritto maiuscolo, se √® usato come nome proprio). I nomi propri formati da pi√Ļ di una parola sono piuttosto rari: esempi del genere sono quelli geografici, come¬†Monte Bianco,¬†Mar Nero¬†e anche¬†L’Aquila,¬†Il Cairo¬†ecc. Per convenzione, tutte le parole che compongono questi nomi si scrivono maiuscole; questa convenzione, per√≤, si scontra con quella, opposta, che sfavorisce la maiuscola per le parole vuote (articoli, preposizioni, congiunzioni). Nel caso di¬†L’Aquila¬†e simili questa eccezione √® aggirata dal fatto che la parola vuota √® iniziale, quindi la maiuscola si giustifica per quest’altra via; in casi come¬†Mare dei Sargassi, invece, si propende senz’altro per la minuscola per le preposizioni.¬†
Il suo caso pu√≤ essere ben assimilato a quello dei nomi geografici, per cui vanno bene¬†Tristo Mietitore¬†(come¬†Mar Nero) e¬†Signora in Nero¬†(come¬†Mare dei Sargassi). Non sono esclusi, per√≤,¬†tristo Mietitore, visto che¬†tristo¬†√® decisamente distinguibile come attributo, mentre¬†Nero¬†di¬†Mar Nero¬†√® pi√Ļ nettamente parte del nome, e¬†Signora in nero, perch√©, similmente,¬†in nero¬†√® una specificazione abbastanza autonoma, laddove¬†dei Sargassi¬†di¬†Mare dei Sargassi¬†√® nettamente parte del nome.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Nome, Preposizione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se parlando di una entità personificata, essa debba andare con la lettera maiuscola: per esempio, la Vita.

 

RISPOSTA:

Anche se la lettera maiuscola si usa per i nomi propri, non ha la capacit√† di segnalare l’animatezza di un referente, altrimenti dovremmo scrivere¬†il Cane,¬†la Pecora¬†ecc. Piuttosto, la maiuscola segnala l’unicit√† del referente rispetto a una classe; quindi i nomi propri sono maiuscoli perch√© identificano persone uniche,¬†la Terra¬†√® maiuscola perch√© identifica un oggetto specifico distinto dalla¬†terra¬†nome comune ecc. In considerazione di questo, la sua idea non funziona bene e rischia di ingenerare confusione nel lettore.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

“Entro stasera bisogna che il capoufficio mi chiami/mi abbia chiamato.”
“Entro stasera bisognerebbe che il capoufficio mi chiamasse/mi avesse chiamato.”
Se le due varianti proposte per ognuna delle frasi sono corrette, domando:
le forme verbali in questi casi sono riconducibili alla consecutio (abbia chiamato e avesse chiamato sono rispettivamente anteriori a bisogna e bisognerebbe), oppure indicano il grado di probabilit√† dell’evento (abbia chiamato e avessi chiamato sono meno probabili rispetto a chiami e chiamasse)?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†bisognare¬†(e analoghi:¬†√® necessario,¬†richiesto¬†ecc.) regge una completiva che ha due marche di subordinazione: il connettivo¬†che¬†(talora omesso) e il congiuntivo, che nel registro meno formale pu√≤ tranquillamente sempre essere sostituito dall‚Äôindicativo. Il congiuntivo, pertanto, retaggio di antiche reggenze latine, serve a indicare la subordinazione e non il grado di eventualit√† (come erroneamente detto dalle grammatiche), tranne in alcuni ovvi casi come il periodo ipotetico ecc. (ma su questo trover√† ampia documentazione nel nostro archivio delle risposte DICO digitando la parola¬†congiuntivo). La completiva retta da¬†bisogna¬†non ha bisogno (scusi il gioco di parole) di specificare finemente il tempo dell‚Äôazione rispetto alla reggente; in altre parole, da adesso (momento dell‚Äôenunciazione, ovvero di chi dice¬†bisogna) a quando l‚Äôenunciatore/trice ritiene che ‚Äúbisogni‚ÄĚ, l‚Äôazione si esprime di norma al presente (o all‚Äôimperfetto in dipendenza da¬†bisognava). Oltretutto, nel suo esempio, l‚Äôazione della chiamata non √® anteriore, bens√¨ posteriore alla reggente (bisogna adesso), ma √® semmai anteriore rispetto alla circostanza posta dallo/a stesso/a enunciatore/trice (entro stasera). Motivo per cui, a maggior ragione, non c‚Äô√® alcun bisogno di utilizzare il passato (mi abbia chiamato¬†/¬†mi avesse chiamato), n√© c‚Äôentra nulla l‚Äôeventualit√†; come ripeto, infatti, il congiuntivo √® richiesto (nello stile formale) come marca di subordinazione, non come indicazione di eventualit√† (bisogna, oltretutto, esprime la necessit√† non certo l‚Äôeventualit√†, sebbene non sia certo se la persona chiami o no). Quindi, la¬†consecutio temporum¬†non richiede affatto il passato e l‚Äôazione espressa al presente (o all‚Äôimperfetto) rappresenta l‚Äôalternativa migliore. Possiamo dunque dire che l‚Äôalternativa¬†mi¬†abbia / avesse chiamato sia¬†(o √®) scorretta? Non direi: con la lingua si pu√≤ fare quasi tutto quel che si vuole e pertanto se un/a parlante sente l‚Äôesigenza di esprimere l‚Äôazione come anteriore vuol dire che la lingua gli/le consente di farlo, per√≤ mi sento di affermare che la soluzione al passato / trapassato sia / √® meno appropriata, soprattutto a un contesto formale.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi chiedo se una citazione possa avere o no la maiuscola a seconda di come¬†√® scritta. Per esempio: se scrivo: “Qualcuno ha detto: ‘La vita non √® aspettare che¬†passi la tempesta, √® imparare a danzare sotto la pioggia’”, so che ci vuole la¬†maiuscola, ma mi capita di leggere invece: “Qualcuno ha detto che ‘la vita non √®¬†aspettare che passi la tempesta, √® imparare a danzare sotto la pioggia’”. √ą corretto?¬†la seconda frase si scrive cos√¨ perch√© √® un discorso indiretto?

 

RISPOSTA:

Uno dei pochi punti fermi dell’ortografia nell’ambito della punteggiatura √® che il discorso diretto deve cominciare con la lettera maiuscola. Si noti, a parte, che questa¬†convenzione, in teoria utile per distinguere il discorso riportato dalla cornice che lo inquadra, va accolta senza dogmatismo: in pratica, infatti, non √® affatto necessario segnalare con la maiuscola la alterit√† del discorso riportato rispetto alla cornice quando il discorso riportato ha gi√† una sua precisa segnalazione introduttiva (: ” oppure : ‚Äď) e conclusiva (” oppure ‚Äď).
Tornando al tema centrale, le citazioni letterali di parole altrui possono essere assimilate a un discorso diretto oppure no; nel primo caso si ricade nell’obbligo della lettera maiuscola, nel secondo caso, invece, no. Che cosa distingue il primo caso dal secondo? La presenza, nel secondo caso, di un connettivo (come nella sua frase¬†che)¬†che integra la citazione all’interno della sintassi della cornice. Anche in questo caso, va ricordato, √® bene mantenere le virgolette intorno alla citazione, per segnalare che quelle parole provengono da un’altra fonte.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Congiunzione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se in queste due frasi √® d’obbligo l’uso delle virgolette e della maiuscola dopo i due punti:
1 – Ama la vita. Ma spesso sarebbe meglio dire: attento che non ti combini
qualcosa!
2 –¬†¬†Vorrei dire a chi mi critica: potrei dir peggio io di voi!
 

 

RISPOSTA:

A rigore s√¨, trattandosi di normalissimi casi di discorso diretto introdotto dal verbo¬†dire¬†(ancorch√© attribuito alla voce pensiero dello/a stesso/a narratore/narratrice). Per√≤ in letteratura i casi di voce pensiero o voce riprodotta espressi senza virgolette e senza maiuscola sono numerosissimi, per cui sarei molto elastico al riguardo. Certo, con tutto il rispetto per l’estro creativo degli autori e delle autrici, la chiarezza e l’agevolazione della comprensione dei lettori e delle lettrici sono sempre da mettersi al primo posto, quando si scrive (letteratura o no), per cui io le suggerirei di utilizzare sia le virgolette sia l’inziale maiuscola.

Fabio Rossi
 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Se nel mezzo di un periodo scrivo, usando le virgolette, frasi tipo “il lavoro¬†nobilita l’uomo”, devo preferire la maiuscola o la minuscola?

 

RISPOSTA:

Sia che si riferisca all’articolo¬†il, sia che si riferisca a¬†uomo, la variante da usare √® la minuscola; non c’√®, infatti, nessuna circostanza che giustifichi l’uso della maiuscola.
La maiuscola dopo le virgolette √® convenzionalmente usata all’inizio di un discorso diretto (… disse: “Domani piover√†”).¬†Sempre possibile √® la maiuscola enfatica per¬†uomo, per dare risalto all’universalit√† del riferimento. Una scelta del genere, si badi, sarebbe propria di uno stile ampolloso.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quanto √® difficile per uno che non √® un grammatico non fare errori grammaticali? O per uno che ha “solo” delle buone conoscenze di grammatica? Succede che degli scrittori, anche affermati, facciano degli errori?

 

RISPOSTA:

La risposta a questa domanda, solo apparentemente banale, richiede una precisazione preliminare sui concetti di grammatica e di errore. Va distinta la Grammatica (che per convenzione scrivo con l’iniziale maiuscola) dalla grammatica (minuscola). La Grammatica √® l’insieme delle regole di funzionamento di una lingua che ogni parlante ha ormai introiettato pi√Ļ o meno pienamente all’et√† delle scuole elementari. Dopo si arricchiscono il lessico e la sintassi, e magari si evita la maggior parte degli errori di ortografia, ma il grosso della lingua a 10 anni √® bell’e imparato. Esistono poi i libri di grammatica, tutti pi√Ļ o meno puristici, che prescrivono cio√® una serie di regole. Non tutte queste regole sono sullo stesso piano e non tutti gli errori descritti come tali dalle grammatiche sono veri e propri errori di Grammatica, ma semplicemente opzioni meno formali della lingua, perfettamente corrette nello stile informale ma meno adatte in quello formale. Un tipico esempio √® il congiuntivo nelle completive come “penso che √® tardi”, forma del tutto corretta secondo la Grammatica ma tacciata d’errore dalle grammatiche solo perch√© meno formale di “penso che sia tardi”. Di errori veri e propri i parlanti e scriventi adulti ne commettono pochissimi. Per la maggior parte dei casi si tratta di forme meno formali e inadatte alla scrittura ufficiale e colta. Sicuramente, per√≤, oggi sono in pochissimi gli scriventi che riescono a dominare perfettamente tutti i livelli della lingua, e specialmente quelli pi√Ļ formali. Neppure alcuni scrittori odierni, anche affermati, riescono a usare la lingua con consapevolezza in tutte le sue variet√†. In questo senso, dunque, se vuole dare a “errore” il significato di “impropriet√† stilistica” o “povert√† lessicale” o “scarsa coesione sintattica e testuale”, allora taluni scrittori commettono errori. Io per√≤ non li chiamerei errori ma impropriet√†. Non bisogna essere grammatici per usare la lingua in tutta la sua ricchezza. Direi che √® utile essere lettori umili e curiosi. Essere bacchettoni non aiuta mai, in questi casi, perch√© ci si arrocca su posizioni indifendibili, sotto il profilo scientifico, come quella di tacciare d’errore l’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo. Raramente una forma attestata in migliaia di scriventi pu√≤ essere considerata errata. Anche molti errori, oltretutto, hanno una loro ragion d’essere, cio√® una loro motivazione, sebbene non ritenuta valida dalla maggior parte degli scriventi colti. Ovvero quasi nessun errore √® casuale o immotivato. Qual √® la motivazione della forma “qual’√®” con l’apostrofo, per fare un esempio? Il fatto che nell’italiano d’oggi¬†qual¬†non √® quasi mai seguito da consonante (tranne che nell’espressione cristallizzata “qual buon vento ti porta?”). Nel momento in cui le grammatiche, i giornali cartacei e la gran parte degli scrittori colti considereranno normale “qual’√®”, essa (che gi√† oggi √® maggioritaria online rispetto a “qual √®” senza apostrofo) diventer√† in tutto e per tutto una forma corretta dell’italiano standard. Morale della favola: gli errori non¬†¬†sono ontologici e una volta per tutte ma storici e legati alle dinamiche sociali (come tutto nelle lingue, fenomeni storico-sociali per antonomasia). Molte delle forme un tempo normali in italiano oggi sarebbero scorrette, come “opra” per opera o “canoscere” per conoscere.
Per concludere, oggi pi√Ļ che errori veri e propri (cio√® forme non previste dalla Grammatica, ovvero dal sistema di una lingua, come gli errori di ortografia o di desinenza: “la sedia si √® rotto”) la gran parte degli scriventi mostra un notevole e pericoloso analfabetismo funzionale, ovvero l’incapacit√† di capire e usare la lingua in tutto l’ampio spettro delle sue variet√†. E dunque c’√® chi non comprende, e quindi non √® in grado di usare, parole dal significato anche molto comune come¬†tuttavia,¬†bench√©,¬†¬†acconsentire,¬†tollerare¬†ecc. Sembra molto pi√Ļ grave questo fenomeno che non il singolo erroretto d’ortografia, che pu√≤ sfuggire a chiunque, o lo strafalcione di una parola usata al posto di un’altra, o una caduta nell’uso della consecutio temporum. Mediamente, dunque, una discreta conoscenza della grammatica italiana ci mette sicuramente al riparo da troppi errori di Grammatica, anche se soltanto una regolare esposizione alla lingua formale letta e scritta ci allontana dal rischio di diventare analfabeti funzionali.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei presentarvi quattro quesiti sul punto interrogativo.
1) Quando vi sia una sequenza di domande, in particolare se queste siano connesse tra di loro, è possibile usare la minuscola dopo il nostro segno, oppure è obbligatoria la maiuscola?
1a) ¬ęHai mangiato? hai bevuto? ti sei riposato un po’?¬Ľ
1b) ¬ęHai mangiato? Hai bevuto? Ti sei riposato un po’?¬Ľ

2) Quando in una frase vi siano pi√Ļ domande riconducibili, per cos√¨ dire, a un’unica struttura logico-sintattica, il punto interrogativo pu√≤ essere posto soltanto una volta a fine frase, o √® possibile anche la scelta opposta?
2a) ¬ęChe cosa √® successo di cos√¨ importante, puoi dirmelo?¬Ľ
2b) ¬ęChe cosa √® successo di cos√¨ importante? puoi dirmelo?¬Ľ
2c) ¬ęLui come sta adesso, si sa qualcosa?¬Ľ
2d) ¬ęLui come sta adesso? si sa qualcosa?¬Ľ
2e) ¬ęChe cosa vuoi fare: parlargli o ignorarlo?¬Ľ
2f) ¬ęChe cosa vuoi fare, parlargli o ignorarlo?¬Ľ
2g) ¬ęChe cosa vuoi fare? parlargli o ignorarlo?¬Ľ

3) Quando in una frase interrogativa si propongano pi√Ļ alternative, il nostro segno pu√≤ essere collocato alla fine, o √® meglio spezzare la frase?
3a) ¬ęSi pu√≤ parlare apertamente? Oppure preferite che diciamo mezze verit√† o che tacciamo?¬Ľ
3b) ¬ęPossiamo parlare, oppure preferite che diciamo mezze verit√† o che tacciamo?¬Ľ ¬†

4) Dal punto di vista della punteggiatura, qual √® la forma migliore per sintagmi come ¬ęperch√© no¬Ľ, ¬ęche so io¬Ľ, ¬ęche ne so¬Ľ e simili, quando questi si trovino in date frasi sotto forma di inciso?
4a) ¬ęVorrei parlare e, perch√© no, anche scrivere¬Ľ
4b) ¬ęVorrei parlare e, perch√© no? anche scrivere¬Ľ
4c) ¬ęVorrei parlare e, perch√© no?, anche scrivere¬Ľ
5a) ¬ęSi pu√≤, che so io, contattarlo?¬Ľ
5b) ¬ęSi pu√≤, che so io? contattarlo?¬Ľ
5c) ¬ęSi pu√≤, che so io?, contattarlo?¬Ľ.

 

RISPOSTA:

I casi da lei prospettati non sono codificati, ma ammettono in teoria tutte le varianti, perch√© ognuna √® giustificabile sulla base di una certa finalit√† espressiva. Ci sono, per√≤, delle tendenze d’uso. Nella frase 1 √® senz’altro pi√Ļ comune la lettera maiuscola, perch√© il punto interrogativo √® assimilato al punto fermo. La lettera minuscola pu√≤ essere usata per sottolineare che il punto interrogativo serve soltanto a indicare un’inflessione della voce, ma sintatticamente la frase va avanti. Per esempio, la lettera minuscola potrebbe essere usata nelle frasi 4b e 5b. Rimanendo sulle frasi 4 e 5, va comunque detto che le forme pi√Ļ comuni sono la 4a e la 5a, perch√© l’intento interrogativo emerge chiaramente anche senza punto interrogativo, e per evitare proprio di inserire un punto interrogativo in mezzo alla frase. Le frasi del punto 2 sono tutte possibili: la preferenza per l’una o l’altra variante dipender√† dallo stile personale (per esempio, la sequenza ravvicinata di due o pi√Ļ punti interrogativi potrebbe essere giudicato inelegante). Lo stesso vale per le frasi del punto 3.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un dubbio a proposito della divisione in sillabe di parole che presentano le vocali ui o iu.
Sui-no o su-i-no? Re-sti-tui-re o re-sti-tu-i-re?
In particolar modo, se la vocale accentata è la seconda ho trovato pareri discordanti.
Quindi, dittongo o iato?

 

RISPOSTA:

In entrambi i casi da lei proposti si tratta di uno iato, perché la u primo elemento della coppia ui è una vocale, e non una semivocale (quindi si pronuncia autonomamente rispetto alla i). Per questa ragione la divisione in sillabe sarà su-i-no e re-sti-tu-i-re. 
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se un’espressione estrapolata da una frase pu√≤ essere scritta in questo modo: “QUEL ‘avrebbe detto’ √® corretto o meno”? Oppure √® preferibile dire: “QUELL’ ‘avrebbe detto’ √® corretto o meno”?

 

RISPOSTA:

Quando si sostantivizza una parte del discorso, essa deve essere considerata un nome a tutti gli effetti. Come diremmo¬†quell’albero, quindi, diremo¬†quell’avrebbe. Se possibile, inoltre, √® preferibile evitare la successione dell’apostrofo e delle virgolette (o del singolo apice, nel caso in cui ci si trovi all’interno di virgolette), usando il corsivo: “quell’avrebbe detto…”.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

vorrei sapere se il testo che riporto di seguito è corretto.

Egregio Dirigente Scolastico C. V.,
sono  R. L. ;  docente che ha avuto un giudizio di inidoneità temporanea alla mansione per fragilità. Comunico che mi sono sottoposta alla prima dose del vaccino anti-COVID e il 16 maggio farò la seconda dose. Chiedo la revisione del giudizio da parte del Medico Competente per tornare in servizio in presenza.
Distinti saluti.

 

RISPOSTA:

Nel testo non ci sono errori; suggerisco, per√≤, alcuni aggiustamenti che lo renderebbero pi√Ļ appropriato. La maiuscola di¬†Dirigente¬†√® comprensibile, sebbene non necessaria: ingiustificate e da eliminare, invece, sono quelle di¬†Scolastico,¬†Medico¬†e¬†Competente.
Insolito √® l’inserimento del nome del destinatario (sempre che¬†C. V.¬†siano le iniziali del nome) dopo il titolo del ruolo; si pu√≤ senz’altro eliminare il nome, anche perch√© in questo modo si segnala che ci si rivolge alla funzione, non alla persona. Sempre a proposito del destinatario, l’aggettivo¬†egregio¬†√® pomposo e al limite dell’appropriatezza in una comunicazione formale ma tra due persone che, immagino, si conoscano personalmente. Pi√Ļ adatto alla situazione sarebbe¬†Gentile.¬†
All’inizio del testo non √® necessario presentarsi, come se si parlasse al telefono; √® sufficiente a questo scopo inserire la firma in calce. Eliminato il riferimento personale, rimane in primo piano, come √® giusto che sia, il motivo della comunicazione, che potrebbe essere formulato cos√¨:¬†in relazione al¬†giudizio di inidoneit√† temporanea alla mansione per fragilit√† di cui sono stata oggetto, comunico…
Infine, l’aggettivo¬†Distinti¬†associato a¬†saluti¬†√® distaccato e asettico; in questo contesto potrebbe essere sostituito da¬†Cordiali.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se √® grammaticalmente corretto l’utilizzo dell’abbreviazione¬†sigg.ri¬†o se l’abbreviazione della parola¬†signori¬†sia solamente¬†sigg.

 

RISPOSTA:

Sigg.ri¬†√® forma scorretta (attestata, ma da respingersi), poich√© combina arbitrariamente due forme possibili:¬† la pi√Ļ comune¬†sigg.¬†(che, come tutte le abbreviazioni per il plurale, raddoppia la consonante:¬†ess.¬†‘esempi’,¬†pp.¬†‘pagine’,¬†sgg.¬†‘seguenti’ ecc.) e la meno comune¬†sig.ri¬†(con una sola¬†g, perch√© il plurale √® rappresentato¬†dalla¬†i, in analogia a¬†signore¬†>¬†signori).
Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quando si scrive una lettera formale Cordiali Saluti va scritto con le lettere iniziali maiuscole oppure no?
Ad esempio: 
“Le porgo cordiali saluti” oppure “Le porgo Cordiali Saluti” ?

 

RISPOSTA:

Non c’√® una regola precisa sull’uso delle maiuscole in italiano. In generale √® frequente che la maiuscola venga usata con nomi comuni come¬†Presidente,¬†Direttore¬†/¬†Direttrice,¬†Sindaco¬†/¬†Sindaca¬†e tutti gli altri che identificano cariche pubbliche e posizioni di potere. Sulla base di questo uso¬†si potrebbe credere che la maiuscola renda un’espressione come¬†Cordiali Saluti¬†pi√Ļ ossequiosa, quindi pi√Ļ formale, ma ritengo che questo sia un eccesso e si possa tranquillamente evitare.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un dubbio circa la seguente costruzione:
“Michele ascolt√≤ la storia della sua adolescenza vista dall’esterno: in quelle parole, lucide, c’era tutto lui stesso”.
√ą corretto scrivere (o dire)¬†lui stesso, o si sarebbe dovuto propendere per¬†se stesso?

 

RISPOSTA:

Questa frase √® senz’altro un caso limite: rappresenta una situazione in cui una persona sente parlare di s√© da un’altra persona. Non √® sorprendente che questo provochi una certa confusione nei riferimenti dei pronomi. A rigore,¬†s√©¬†rimanda al soggetto della frase, quindi nella frase¬†in quelle parole, lucide, c’era tutto lui stesso¬†non si pu√≤ usare, perch√© il soggetto della frase non √® Michele, bens√¨¬†tutto lui stesso. Ne consegue che¬†lui stesso¬†√® il pronome corretto. Nello stesso tempo, per√≤, √® evidente che¬†tutto lui stesso¬†√® proprio Michele, quindi¬†s√© stesso¬†√® giustificabile per logica.
Piccola notazione grafematica: nonostante l’inveterata abitudine a scrivere¬†s√©¬†senza accento quando √® seguito da¬†stesso, consiglio di mantenere sempre l’accento, perch√© la parola √® sempre la stessa e non c’√® ragione di modificarne la grafia.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nello studio della grammatica di nostra figlia ci siamo imbattuti un una¬†discrepanza tra due libri di testo sull’argomento dei trigrammi che sono quindi a¬†chiedervi di dirimere.
La prima domanda è quindi se i trigrammi siano da considerarsi due o quattro.
Inoltre:
1) in “Grammatica Pratica” di E. Sergio √® scritto che¬†ci¬†e¬†gi¬†seguiti da¬†a,¬†e, o, u sono digrammi. Quindi¬†specie,¬†cieco,¬†cielo,¬†societ√†,¬†superficie,¬†braciere,¬†panciera,¬†grattacielo,¬†igiene¬†e derivati,¬†effigie¬†sono da considerarsi correttamente digrammi?¬†
2) Nella stessa grammatica viene illustrato il caso di sciatore e fruscio e evidenziando che non si tratta di trigrammi. Sono quindi da considerarsi digrammi?
3) In “Datti una Regola” di E. Zordan c’√® una nota sia per i digrammi che per i trigrammi: “nei gruppi¬†ci,¬†gi¬†seguiti da vocali, la¬†i¬†serve solo da segno grafico per rendere dolci i suoni¬†c¬†e¬†g“. Per segno grafico si intende segno diacritico? Ovvero nei digrammi e trigrammi¬†i¬†ed¬†h¬†sono sempre segni diacritici?

 

RISPOSTA:

I trigrammi in italiano sono 2, gli (come in aglio) e sci (come in sciocco). I digrammi, invece, sono sette: gl davanti a i (figli); gn davanti a vocale (compagno); ch davanti a e e i (chiedere); gh davanti a e e i (margherita); sc davanti a e e i (scena); ci davanti a a, o, u (camicia); gi davanti a a, o, u (valigia). Il caso dei gruppi ci e gi seguiti da e è oggetto di dibattito, perché qui la i non corrisponde a un fonema né ha funzione diacritica; continuiamo a scriverla soltanto per mantenere la somiglianza grafica delle parole con la loro base etimologica (ad esempio effigie < effigiem, panciera < pancia + -iera, camicie < camicia ecc.). Se eliminiamo questa i il suono della parola non cambia affatto (infatti alcune di queste parole si possono scrivere anche senza i, come pancera o effige). Effettivamente, però, anche in questo caso abbiamo due grafemi (c + i e g + i) che rappresentano un unico fonema, quindi possiamo considerarli digrammi.
Chi¬†e¬†ghi¬†non sono trigrammi, ma l’unione di due digrammi,¬†ch¬†e¬†gh, con la vocale (o la semivocale)¬†i. Si noti, infatti, che in¬†aglio¬†e¬†sciocco¬†i gruppi di grafemi¬†gli¬†e¬†sci¬†rappresentano ognuno un unico suono, mentre in¬†chiedere¬†e¬†ghiro¬†i gruppi¬†chi¬†e¬†ghi¬†rappresentano due suoni, rispettivamente¬†ch-i¬†e¬†gh-i.¬†
La¬†i¬†segno diacritico (o segno grafico, cio√® senza valore fonetico) √® quella che serve a indicare che il grafema precedente deve essere pronunciato come palatale (o dolce) e non come velare (o duro). Per esempio nella parola¬†sciatto¬†la¬†i¬†indica che il fonema corrispondente al digramma¬†sc¬†√® palatale. Dal momento che il grafema¬†i¬†√® funzionale alla pronuncia del digramma¬†sc¬†lo consideriamo un tutt’uno con esso, per cui otteniamo il trigramma¬†sci. Se in questa parola togliamo il grafema¬†i¬†otteniamo una parola diversa,¬†scatto, nella quale abbiamo¬†due fonemi distinti, quello corrispondente al grafema¬†s¬†e quello corrispondente al grafema¬†c¬†velare (oltre agli altri che completano la parola). La¬†i¬†√® un segno diacritico nei digrammi¬†ci¬†e¬†gi¬†e nei trigrammi; ha, invece,¬†valore fonetico, cio√® corrisponde a un fonema autonomo, quando √® accentata (come in¬†fruscio, in cui abbiamo il digramma¬†sc¬†seguito dal fonema corrispondente a¬†i)¬†oppure quando non √® preceduta da¬†sc,¬†c,¬†g¬†o¬†gl¬†(attivit√†). La parola¬†sciare¬†√® un caso isolato, perch√© non si pronuncia¬†sci√†re, quindi con il trigramma¬†sci, ma quasi¬†sc√¨√†re, con la¬†i¬†autonoma. Per capire meglio questa particolarit√† basta confrontare la pronuncia di¬†sciare¬†con quella di¬†sciara¬†(‘la scia della lava depositata sui fianchi di un vulcano’), in cui¬†sci¬†√® un trigramma.
Anche l’h¬†√® un segno diacritico, che indica il contrario della¬†i, ovvero che il fonema precedente deve essere pronunciato come velare e non come palatale.¬†In italiano l’h¬†non ha mai valore fonetico (√® “muta”), ma¬†pu√≤ servire 1. come segno diacritico; 2. a distinguere graficamente due parole omofone (ad esempio¬†ha¬†e¬†a); a rappresentare una particolare emissione della voce nelle onomatopee¬†ah!,¬†oh!¬†e simili.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Titoli come avvocato, professore ecc., se non accompagnati dal cognome, vanno maiuscoli?  
Come si comportano i titoli con il sesso delle persone? Sindaco e sindaca? Architetto e architetta? 

 

RISPOSTA:

Non c’√® alcuna ragione per scrivere con lettera maiuscola i titoli di professione, anche quando non siano seguiti dal nome della persona. Il maiuscolo pu√≤ essere usato (ma non √® obbligatorio neanche in questo caso) quando il titolo √® usato per antonomasia per riferirsi a una persona specifica:¬†l’Avvocato¬†(Giovanni Agnelli),¬†il Professore¬†(Romano Prodi).¬†I titoli di professioni comunemente ritenute prestigiose (Onorevole, ma anche¬†Presidente,¬†Papa,¬†Direttore…) sono spesso scritti con la maiuscola, per sottolinearne il valore distintivo, anche se non √® affatto necessario farlo. Quindi, se scrivere l’Avvocato¬†fa pensare a una persona specifica, ovvero l’avvocato Giovanni Agnelli, scrivere¬†l’Onorevole¬†pu√≤ rimandare a qualunque onorevole che sia stato nominato precedentemente.
I nomi di professione femminili sindaca e architetta sono ben formati e perfettamente legittimi; è preferibile, quindi, usarli quando ci si riferisce a professioniste. Sui nomi di professione femminili rimando a questo articolo pubblicato in DICO.
Nell’articolo √® inserito anche il link alla guida¬†Giulia, a cura di Cecilia Robustelli, che spiega dettagliatamente tutti i casi dubbi (il link √® questo: https://accademiadellacrusca.it/sites/www.accademiadellacrusca.it/files/page/2014/12/19/donne_grammatica_media.pdf).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua e società, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho notato che in alcune frasi vengono utilizzati i trattini (-), che se non erro sono simili alle virgolette. In questa frase: “Donare sangue – dice spesso – √® facile” (riferito chiaramente ad una persona).
Per quale motivo servono i trattini?

 

RISPOSTA:

I trattini hanno una funzione simile a quella delle parentesi (non hanno, invece, niente a che fare con le virgolette). Possono essere usati per contenere un sintagma (ovvero un pezzo di una proposizione) aggiuntivo, che modifica leggermente il significato della frase in cui √® inserito: “Sei arrivato – come sempre – in ritardo”. In questi casi possono essere sostituiti dalle parentesi: “Sei arrivato (come sempre) in ritardo”, o dalle virgole di apertura e chiusura:¬†“Sei arrivato, come sempre, in ritardo”. Rispetto alle parentesi, le virgole e i trattini mettono meno in secondo piano l’informazione che racchiudono.
Pi√Ļ spesso, i trattini sono usati per contenere un’intera¬†proposizione incidentale, dotata di un verbo (come nel suo esempio). In questi casi si possono comunque sostituire con le virgole, mentre difficilmente si useranno le parentesi.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

“Non passano n√© per la mente e nemmeno per il cervello” si pu√≤ anche esprimere: “Non passano per la mente e nemmeno per il cervello”?¬†Il¬†n√©¬†si pu√≤ togliere?

 

RISPOSTA:

S√¨, la congiunzione¬†n√©¬†(che si scrive sempre con l’accento, per distinguerla dal pronome¬†ne) in questo caso rafforza la contrapposizione tra i due elementi correlati, ma non √® necessaria.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Congiunzione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Il termine¬†bustrofedico,¬†data l’etimologia, pu√≤ riferirsi alla¬†lingua ebraica? Ho trovato a proposito il termine¬†sinistroverso,¬†che √® anni luce pi√Ļ povero del precedente.

 

RISPOSTA:

Come √® noto, la scrittura bustrofedica procede a righi alternati da sinistra a destra e da destra a sinistra. Le lingue semitiche, come l’arabo e l’ebraico, non hanno questa caratteristica, ma procedono sempre nello stesso verso, da destra a sinistra. Il termine¬†bustrofedico, pertanto, non descrive con precisione queste lingue. Il termine¬†sinistroverso, non registrato dai vocabolari,¬†sembra pi√Ļ adatto a descrivere segni che possono presentarsi rivolti in un verso o nell’altro, infatti¬†√® usato in contesti specialistici soprattutto per descrivere figure dipinte su ceramica rivolte verso sinistra. Anche questo termine, pertanto, non sembra adatto, visto che la scrittura delle lingue semitiche pu√≤ presentarsi rivolta soltanto in un verso. Il¬†termine pi√Ļ adatto (nonch√© quello pi√Ļ usato) per descrivere l’andamento della scrittura dell’ebraico √®¬†sinistrorso.
Fabio Ruggiano 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą sbagliato scrivere¬†cinquant’otto?

 

RISPOSTA:

Le unit√† si uniscono di norma alle decine formando un’unica parola, quindi la forma certamente corretta √®¬†cinquantotto. La variante con l’elisione,¬†cinquant’otto, non rappresenta un errore grave, ma presuppone la forma¬†cinquanta otto, quindi anche¬†cinquanta uno,¬†cinquanta due,¬†cinquanta tre¬†ecc.,¬†che non possono dirsi scorrette, ma sono sfavorite nell’uso, probabilmente perch√© la parola unica rispecchia la forma dei numeri (51,¬†52,¬†53…¬†58), nella quale le cifre nono son separate dallo spazio.
Fabio Ruggiano

 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Dopo cento e uno è possibile dire cento e due, cento e tre, cento e tredici eccetera?
Si dice centouno favole / libri (plurale) però cento e una favola / cento e uno libro (singolare)?
E con mille vale la stessa regola? Mille e due, mille e tredici, mille e trecentodue, e poi milleuno favole, mille e una favola?
Lo stesso vale per un milione e novantunmila, due milioni e centocinquemila, quattrocentoottantottomila e novecentocinquantuno. Dopo milione, miliardo, mila si mette la e?
Ancora, si scrive¬†anni ’80¬†o¬†anni 80,¬†nel 45¬†o¬†nel ’45?
E quando si scrivono insieme e attaccati i numeri grandi?

 

RISPOSTA:

I composti con¬†cento,¬†mille¬†e¬†-mila¬†si possono scrivere attaccati, senza¬†e¬†o staccati, con la congiunzione; sono, quindi, corretti, sia¬†centotredici¬†sia¬†cento e tredici, sia¬†milletredici¬†sia¬†mille e tredici, sia¬†duemila e novantanove¬†sia¬†duemilanovantanove. Molto pi√Ļ comune oggi, comunque, √® la forma unita.¬†Si noti che la decina¬†ottanta¬†perde l’iniziale in composizione con¬†cento:¬†centottanta,¬†centottantuno¬†(oppure¬†cento e ottanta,¬†cento e ottantuno) ecc. Quindi non¬†quattrocentoottantottomila¬†ma¬†quattrocentottantottomila.
Centouno e centouna sono per forza plurali, visto che indicano un gruppo numeroso di elementi. Quando si scrivono separati può sembrare strano concordare uno e una con un nome plurale, ma è ancora possibile: mille e una case, cento e un libri. Diviene possibile, però, anche concordarli al singolare: mille e una casa, cento e un libro.
Milione e miliardo si scrivono sempre separati dalle altre cifre, con la congiunzione e: un milione e novantunmila (non un milionenovantunmila), due milioni e centocinquemila (non due milionicentocinquemila).
I decenni e gli anni si scrivono sempre con l’apostrofo quando viene omesso il migliaio corrispondente al secolo:¬†gli anni ’80¬†(=¬†gli anni 1980),¬†il ’45¬†(=¬†il 1945). Possibile anche riferirsi a decenni di altri secoli, specificando il secolo:¬†gli anni ’80 dell’Ottocento.
Queste regole coprono tutti i casi possibili.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se √® corretto dire: ‚ÄúCi sono dei familiari seduti intorno ad un tavolo. Dentro la¬†¬†stanza, altri carcerati ed i loro cari‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

In mancanza di ulteriori indicazioni contestuali, la frase √® indubbiamente corretta.¬†√ą peraltro migliorabile, per esempio eliminando le¬†d¬†eufoniche: “Ci sono dei familiari seduti intorno a un tavolo. Dentro la¬†¬†stanza, altri carcerati e i loro cari”.¬† Oppure usando un verbo meno trito di¬†esserci: “Alcuni familiari sedevano a un tavolo. Nella stanza, altri carcerati e i loro cari”. Infine, se comunque l’ambiente √® lo stesso, non si vede la necessit√† di duplicare l’informazione sui familiari = cari: “I carcerati con alcuni familiari sedevano a un tavolo” sarebbe meno ridondante.

Fabio Rossi

Parole chiave: Congiunzione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se l’uso dei due punti e anche dell’iniziale¬†maiuscola di alcune parole nel seguente testo vanno bene.
“Come deliberato dal Collegio Docenti (Collegio docenti) in data 12 settembre 2020, la¬†macrounit√† interdisciplinare “Diritti e Costituzione” sar√† sviluppata dai docenti del Consiglio di Classe (Consiglio di classe) tenendo conto dei seguenti argomenti:
‚ÄĘ Lettere (lettere): Orientamento formativo
‚ÄĘ Inglese (inglese): Diritti umani e minoranze
‚ÄĘ Scienze (scienze): Dipendenze
‚ÄĘ Tecnologia (tecnologia): Infrastrutture e innovazione”.

 

RISPOSTA:

L’uso delle maiuscole √® scarsamente codificato e, di l√† da alcune funzioni cristallizzate, molto variabile a seconda del gusto. In generale pu√≤ essere sensato seguire il principio che le istituzioni e le organizzazioni assimilabili funzionalmente a istituzioni vanno maiuscole, mentre i ruoli no; quindi¬†Consiglio¬†ma¬†consigliere,¬†Comune¬†ma¬†sindaco,¬†Presidenza¬†ma¬†presidente,¬†Parlamento¬†ma¬†onorevole¬†ecc. Secondo questo principio si dovrebbe scrivere¬†Collegio docenti, ma non si pu√≤ dire che¬†Collegio Docenti¬†sia sbagliato. Sempre secondo lo stesso principio¬†Consiglio di classe¬†√® meglio di¬†Consiglio di Classe, perch√© la classe non √® assimilabile a un’istituzione, ma √® piuttosto un insieme di persone.
Il titolo della macrounità, Diritti e Costituzione, può andar bene, proprio perché è un titolo. La maiuscola di Costituzione si giustifica perché il termine rappresenta il titolo della costituzione italiana (anche se si può scrivere anche minuscolo). Non è, invece, necessario scrivere con la maiuscola tutti i nomi dei titoli, e infatti i titoli degli argomenti conclusivi vanno bene così come sono.
Il nome delle materie può andare maiuscolo, perché in questo modo si distingue, ad esempio, la materia scolastica Tecnologia dalla tecnologia in senso lato.
L’uso dei due punti √® corretto. Pu√≤ essere giudicato poco elegante l’inserimento di un elenco introdotto dai due punti all’interno di un elenco introdotto dai due punti (seguenti argomenti:¬†‚ÄĘ Lettere: Orientamento formativo…); in questo caso, per√≤, non vedo alternative a questa soluzione, che comunque, lo ripeto, √® corretta.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Prima delle virgolette per citare un nome va messo¬†de? Non si pu√≤ mettere il¬†di? “Le vicende de “La coscienza di Zeno” o “le vicende di…”?¬†

 

RISPOSTA:

Il problema nasce quando un titolo, oppure il nome di una citt√†, che iniziano con un articolo sono preceduti da una preposizione che in italiano subisce la fusione con l’articolo (di,¬†a,¬†da,¬†in,¬†su).
Non esiste una regola codificata su questo aspetto dell’ortografia, ma alcuni ritengono sia necessario mantenere la preposizione separata dal titolo o il nome, perch√© la fusione dell’articolo con la preposizione farebbe perdere l’integrit√† del titolo o del nome. Propongono allora di lasciare la preposizione staccata dall’articolo:¬†le vicende di La coscienza di Zeno,¬†un¬†documentario su Il Cairo¬†ecc. Questa soluzione ha il problema che nell’italiano moderno la separazione tra le preposizioni e l’articolo nei casi in cui √® prevista la fusione √® ingiustificata. Un problema ancora pi√Ļ grave per l’italiano moderno √® la soluzione di modificare le preposizioni¬†di¬†e¬†in¬†creando le forme, altrimenti inesistenti,¬†de¬†e¬†ne¬†(de I Promessi sposi,¬†ne La Coscienza di Zeno).¬†
Mi pare, infine, che la soluzione pi√Ļ logica sia quella di costituire la preposizione articolata e usare la maiuscola per il nome successivo all’articolo; quindi, nel suo caso,¬†le vicende della Coscienza di Zeno, o, per fare altri esempi,¬†Manzoni lavor√≤ ai¬†Promessi sposi per pi√Ļ di venti anni,¬†ho visto un documentario¬†sul Cairo¬†ecc. Le virgolette non rappresentano una difficolt√†:¬†le vicende della “Coscienza di Zeno”¬†ecc.
Fabio Ruggiano 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Navigando su internet mi sono imbattuto quasi per caso nel concetto di “vocali sonore aspirate” (alla voce wikipedia di “sonorizzazione aspirata”). Potrei chiederle gentilmente se si tratta di un errore (si sa il grado di attendibilit√† di wikipedia…) oppure se √® qualcosa che riguarda lingue particolari.¬†

Alla voce predetta ci si limita a dire che “le vocali sonore aspirate sono scritte.¬†Secondo me si intendeva dire vocali sonore mute (in francese esistono).

Vorrei inoltre chiederle alcune conferme in tema di parole con le doppie: è esatto dire che le doppie sono allungamenti delle consonanti o delle vocali di durata variabile (non quindi necessariamente con raddoppio della sonorità), anche a seconda del grado di intensità che si vuole dare di volta in volta alla parola utilizzata? La finalità delle doppie qual è, quella di creare nuove combinazione per nuove parole? 

Infine, esistono dati (anche per approssimazione ovviamente) circa il numero di parole  italiano con le doppie?

 

RISPOSTA:

La voce di Wikipedia sembra, in questo caso, un mezzo disastro (altre voci sono ben fatte, ma questa no), perch√© usa il termine tecnico¬†sonorizzazione¬†in due accezioni differenti: da un lato, nel senso noto in fonologia (√® sonoro ci√≤ che mette in vibrazione le corde vocali, sordo ci√≤ che non le fa vibrare); dall’altro, come termine (impreciso) della versione vulgata della fonetica articolatoria che indica pi√Ļ o meno ‘ci√≤ che √® udibile‚Äô, cio√® udibile anche se sussurrato e con notevole passaggio di aria. Lo stesso dicasi per¬†aspirato, usato in modo contraddittorio. √ą chiaro che tra i due significati ci sia un ampio margine di sovrapposizione: ci√≤ che √® udibile deve, in certo qual modo, produrre vibrazione delle corde. Ma non necessariamente, in realt√†: anche un soffio √® udibile, ma non per questo √® sonoro (cio√® non provoca vibrazione delle corde vocali): da qui l’uso incoerente o oscillante dei termini¬†sonoro¬†e¬†aspirato¬†in questo articolo di Wikipedia.

Il disastro diventa massimo quando l‚Äôarticolo invoca un’inconsistente “vocale sonora aspirata”. Se √® vocale, √® per forza sonora (in fonetica, ma non in ortografia, come dir√≤ tra un secondo) e se √® aspirata non √® solo vocale, ma ha almeno una testa o una coda consonantica, per es. un fonema glottidale (come nelle numerose lingue che contengono consonanti aspirate) o di altra natura. Come se pronunciassi “ha” con una forte aspirazione iniziale: √® chiaro che ad essere aspirata non sarebbe la vocale, ma la consonante che la precede (non certo in italiano, dove la¬†h¬†√® sempre muta, cio√® si scrive ma non si pronuncia).

Nulla di tutto questo ha a che vedere con le mute, che è un concetto che Рper es. nel francese la e non accentata, o nella h italiana Рha a che vedere con la grafia e con la pronuncia: cioè alcuni segni di scrivono (per retaggio grafico del passato) ma NON si pronunciano (o si neutralizzano nella pronuncia come schwa, nel caso della e in certe parole e in certe pronunce del francese odierno e del passato, ma con modalità differenti nelle diverse epoche).

Insomma: un conto √® l’aspirazione (che non ha a che vedere con le vocali ma con le consonanti), un conto l’essere muto (problema grafico e fonetico insieme), un conto la sonorit√† (che riguarda la vibrazione, rispetto alla non vibrazione, delle corde vocali), e un altro conto ancora √® la pronuncia sussurrata o sfiatata o altro, che riguarda unicamente una modalit√† di articolazione pertinente alla fonetica e non (salvo eccezioni di certe lingue) alla fonologia. Per un esempio di pronuncia sibilata (o aspirata, come erroneamente definita nell’articolo) immagini quando lei sussurra una frase per non essere sentito da tutti.

Inoltre, quando Wikipedia scrive “le vocali ecc. sono scritte ecc.” intende dire: ‘si scrivono in alfabetico fonetico come [a] [e] ecc.’, ma, ancora una volta, sbaglia, perch√© se sono veramente aspirate si scrivono (sempre in alfabeto fonetico) diversamente e presuppongono prima (o pi√Ļ raramente dopo) della vocale stessa un elemento consonantico (se trattasi di un fonema, nelle lingue che posseggono fonemi aspirati: quali le glottidali o anche le fricative), oppure un fono (se trattasi di mera articolazione priva di ricaduta semantica) comunque di natura aspirata (glottidale ecc.).

Per quanto riguarda le doppie:¬†consonante doppia = consonante lunga (o meglio intensa) e conseguentemente vocale breve della medesima sillaba; prendiamo¬†papa / pappa: in¬†pappa¬†non √® soltanto la¬†p¬†a essere pi√Ļ lunga, ma anche la prima¬†a¬†a essere pi√Ļ breve. Viceversa per le cosiddette scempie (che in fonetica si definiscono tenui).

Non tiriamo in ballo la sonorit√†, che riguarda la vibrazione delle corde vocali: esistono doppie sia nelle sorde (tt) sia nelle sonore (dd). Forse lei intende dire¬† ‘allungamento del suono’: questo √® vero talora. Ma nelle sorde si ha allungamento di un non suono: provi a pronunciare¬†tatto¬†e¬†daddo: scoprir√† che in¬†tatto¬†tra la¬†a¬†e la¬†o¬†le sue corde vocali non vibrano (basta toccarsi il pomo d’Adamo con un dito) e dunque c’√® una pausa (pi√Ļ lunga che in¬†tato), mentre in¬†daddo¬†vibrano (meno a lungo che in¬†dado) e infatti sentir√† un pizzicorino sul dito che sta toccando il pomo d’Adamo. Non confonda sonoro con suono (come faceva Wikipedia!).

Sì, infine, la finalità delle doppie è creare nuove parole: pala / palla ecc.

Sicuramente esistono strumenti elettronici in grado di rilevare la statistica delle parole con doppie in italiano: non ho un riferimento preciso, ma provi a cercare online. Ormai la statistica applicata alla linguistica √® una disciplina assai consolidata, da decenni. Basterebbe anche, con un dizionario elettronico che consenta una ricerca nel solo campo lemma, chiedere quanti lemmi contengono¬†bb, quanti¬†cc,¬†dd¬†ecc. per tutte le consonanti doppie. Facendo la somma, si otterrebbe il numero dei lemmi con doppie in italiano, presumibilmente assai elevato, almeno un quarto del totale dei lemmi in italiano, che, secondo i dizionari pi√Ļ ricchi, sono almeno 250 mila, sebbene i pi√Ļ frequenti non siano pi√Ļ di diecimila.

Naturalmente possono esistere anche parole con doppie vocali, o vocali lunghe, ma occorre distinguere tra quelle che si pronunciano lunghe pur non essendo scritte due volte, quelle che invece sono scritte due volte (come certe interiezioni: aah), quelle che sono scritte due volte per motivi lessicali, morfologici, retaggi etimologici ecc. (zoo, studii, maree ecc.).

N√© nelle consonanti n√© nelle vocali, infine, il piano grafico va confuso con quello fonetico, n√© quello fonetico (tutti i suoni) con quello fonologico (solo i suoni pertinenti, cio√® quelli che, se tolti o aggiunti, determinano un nuovo significato:¬†papa / pappa). Non tutto ci√≤ che si scrive raddoppiato si pronuncia due volte e inoltre, in modo pressoch√© sistematico (tranne che nei casi delle due vocali morfologiche:¬†marea / maree¬†e simili), un grafema doppio non corrisponde a un suono doppio, ma, semmai (laddove la lingua lo preveda) a un fonema pi√Ļ lungo (rispetto a quello scritto come non doppio, o scempio). E viceversa: taluni segni si scrivono come scempi ma si pronunciano come lunghi: da Firenze (inclusa) in gi√Ļ¬†grazie¬†si pronuncia indubitabilmente come¬†grazzie¬†(o¬†grazzzzzie!), sebbene la scrizione con due o pi√Ļ zeta sia un gravissimo errore di ortografia.

Insomma la fonetica, l‚Äôetimologia, i rapporti tra grafia e pronuncia di vocali e consonanti semplici o doppie ci porta lontanissimo e non possiamo esaurirlo qui. Inoltre, bisognerebbe tener conto delle differenze tra le varie lingue: in talune, come l‚Äôitaliano, la lunghezza consonantica √® fonologicamente pi√Ļ pertinente di quella vocalica, in altre, come l‚Äôinglese, accade l‚Äôopposto, in francese le doppie consonanti esistono solo graficamente ma non hanno alcuna pertinenza fonologica ecc. ecc.

 

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Perché il superlativo simpaticissimo si forma cosi? Se largo  >  larghissimo, perché non si forma simpatichissimo?

 

RISPOSTA:

Le consonanti velari (la¬†c¬†di¬†casa¬†e la¬†g¬†di¬†gatto) a volte vengono a trovarsi davanti a¬†e¬†o a¬†i¬†a causa della flessione o della derivazione. Quando questo succede ci sono due possibilit√†: che si mantenga il suono, modificando la grafia (inserendo una¬†h¬†tra la consonante e la vocale), o che si mantenga la grafia, modificando il suono (le consonanti velari diventano palatali). Un esempio del primo tipo √® il plurale dei nomi e degli aggettivi che al singolare finiscono in¬†-co,¬†-ca,¬†-go,¬†-ga:¬†teca¬†>¬†teche,¬†bongo¬†>¬†bonghi,¬†largo¬†>¬†larghi¬†(e quindi anche¬†largo¬†>¬†larghissimo).¬†Un esempio del secondo tipo √® l’alternanza¬†vinco¬†/¬†vinci¬†nel verbo¬†vincere¬†(ma anche¬†simpatico¬†>¬†simpaticissimo).
Il criterio secondo cui si mantiene il suono o la grafia non √® preciso; quasi sempre, se la parola di base √® piana (cio√® ha l’accento sulla penultima sillaba) nella flessione o nella derivazione si mantiene il suono (larghi¬†e¬†larghissimo,¬†teche,¬†antichi), se, invece, la parola √® sdrucciola (cio√® ha l’accento sulla terzultima sillaba) si mantiene la grafia (simpatico¬†>¬†simpatici¬†e¬†simpaticissmo). Un’eccezione a questa regola √®¬†amico¬†>¬†amici¬†(non¬†amichi). Tra i verbi, se l’infinito √® piano si mantiene il suono (legare¬†>¬†io lego,¬†tu leghi), se l’infinito √®¬†sdrucciolo si mantiene la grafia (oltre a¬†vincere¬†ricordiamo¬†spingere¬†>¬†io spingo,¬†tu spingi).¬†
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Se¬†Dio¬†√® un nome proprio, non √® sbagliato se io lo uso senza riferirmi al dio¬†del paradiso e dell‚Äôinferno, ma riferendomi a un dio qualunque? Se dico: “Non so¬†se Dio esiste” non mi sto riferendo a UN DIO in particolare. O no?

 

RISPOSTA:

Il nome dio può adattarsi a qualunque divinità. Senza articolo e con lettera maiuscola è usato come nome proprio, riferito al dio di una religione monoteistica, mentre per gli dei che hanno nomi si usa come nome comune, quasi sempre in funzione di apposizione (il dio Apollo, il dio Ganesh). In questi casi, quando non accompagna il nome proprio può essere sostituito da la divinità.
Di solito, con¬†Dio¬†senza ulteriori attributi o modificatori si intende il dio cristiano; sebbene questa identificazione non sia giustificata sul piano linguistico, ma dipenda da ragioni sociali e culturali, non si pu√≤ fingere che non sia attiva. Una frase come quella da lei proposta, pertanto, sar√† facilmente interpretata come ‘non so se il dio cristiano esista’, piuttosto che ‘non so se esista alcun dio’. Servir√†, quindi, una ulteriore specificazione se con¬†Dio¬†si intende ‘qualsiasi dio’¬†(a meno che non si ricerchi volutamente l’ambiguit√†).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Leggo quanto scrive un politico di un contesto provinciale: “Sono stato bravo nel scegliere le persone …”. Credo che sia uno strafalcione. La¬†regola della cosiddetta¬†s¬†impura vale anche davanti ai verbi. Quindi:¬†nello scegliere. Concorda?

 

RISPOSTA:

Certamente: la regola ha un’origine fonetica, quindi si applica a prescindere dalle categorie lessicali.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

L’espressione¬†La vedo stanco¬†√® corretta? La prima lettera dentro le virgolette va maiuscola? E quella dopo le virgolette? Comunque¬†stanco¬†pu√≤ essere usato al maschile dando del lei?¬†

 

RISPOSTA:

Per l’iniziale della prima parola all’interno delle virgolette c’√® una convenzione molto radicata che la vuole maiuscola sempre se le virgolette contengono un discorso diretto (disse: “Vieni”.). Se le virgolette non contengono un discorso diretto non richiedono la lettera maiuscola (il tuo “mal di testa” √® molto sospetto).¬†All’esterno delle virgolette (quindi anche dopo) vigono le regole comuni: la maiuscola √®, quindi, regolata dalla punteggiatura (disse: “Vieni” e le fece un cenno¬†/¬†disse: “Vieni”. E le fece un segno).
Per la concordanza del pronome di cortesia rimando alla FAQ “Lei”, “voi”, “loro” dell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le virgolette richiedono uno spazio di solito?

 

RISPOSTA:

Le virgolette si separano dalla cornice, mentre si uniscono al discorso in esse contenuto; per esempio¬†disse: “Lo sapevo” e se ne and√≤. Si noti che lo spazio prima √® richiesto anche se le virgolette iniziali sono precedute da un segno di punteggiatura; l’eventuale segno di punteggiatura successivo alle virgolette di chiusura, invece, non vuole lo spazio:¬†disse: “Lo sapevo“.¬†
Fabio Ruggiano 

 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se nei numeri composti con uno è possibile o obbligatorio il troncamento: ventun o ventuno libri, ventun, ventuno o ventuna ragazze, ventun o ventuno aule, centuno, centouno o cento uno ragazze?
Il numero ordinale, inoltre, come si forma? centounesimo o centunesimo? centoduesimo o centoundicesimo,
millesimo primo o milleunesimo?

 

RISPOSTA:

I composti di¬†uno¬†sono invariabili:¬†ventuni,¬†ventuna¬†e¬†ventune¬†non esistono.¬†Il troncamento, o apocope, con questi composti¬†√® possibile, ma non obbligatorio:¬†ventuno libri¬†ma anche¬†ventun libri,¬†ventuno ragazze¬†ma anche¬†ventun ragazze,¬†ventuno aule¬†ma anche¬†ventun aule. La forma non apocopata √® la pi√Ļ frequente nell’italiano contemporaneo, soprattutto davanti a parole femminili inizianti per¬†a:¬†ventuno aule¬†√® molto pi√Ļ comune di¬†ventun aule.
Diversamente dall’apocope, l’elisione con questi numerali √® impossibile: *ventun’amici¬†o *ventun’amiche¬†sono forme scorrette.¬†
Quando nei numerali composti oltre il¬†cento¬†si incontrano due vocali, queste si mantengono:¬†centouno,¬†milleuno¬†ecc., persino se sono uguali:¬†centootto. Al contrario, al di sotto di¬†cento¬†la prima vocale cade:¬†ottantuno,¬†ottantotto¬†ecc. Per il numerali cardinali oltre il¬†mille, inoltre, √® possibile la forma¬†mille¬†e uno¬†(mille e due…), accanto a¬†milleuno¬†(milledue…). Al di sopra di¬†un milione, la forma separata diviene l’unica possibile:¬†un milione¬†e uno. Nelle forme in cui √® separato dal resto,¬†uno¬†si accorda anche al femminile:¬†mille e una stella¬†(o¬†milleuno stelle),¬†un milione e una stella.

Anche per gli ordinali, le vocali si mantengono al di sopra di cento: centounesimo (e ovviamente centoduesimo), centoundicesimo ecc. Al di sopra di millesimo gli ordinali divengono rarissimi; le forme ufficiali, comunque, sono milleunesimo, milleduesimo ecc.
La forma alternativa degli ordinali, composta dall’ordinale che indica la decina, il centinaio  o il migliaio seguito da quello che indica le unità, è possibile per tutti i numeri oltre il dieci: decimoprimo, decimosecondo, centesimoprimo, millesimoprimo ecc. Si può scrivere sempre anche staccata: decimo primo ecc. 
Queste forme, che corrispondono alla traduzione delle cifre romane (MI = millesimoprimo), sono usate in contesti molto formali.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere come sia corretto scrivere la frase: “Eravate tutti paesani miei e non l’ho sapevate”.

 

RISPOSTA:

L’ortografia della frase √®¬†non lo sapevate.¬†L’ho¬†√® uguale a¬†lo ho, ma il verbo¬†avere¬†in questa frase non pu√≤ essere inserito, visto che c’√® gi√† il verbo¬†sapevate.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

La¬†lettera¬†w¬†fa parte dell’alfabeto italiano oppure √® una lettera a parte di¬†origine straniera?¬†

 

RISPOSTA:

Precisiamo innanzitutto che¬†w¬†√® un grafema, cio√® un simbolo che corrisponde a un suono o¬†fonema. Questa precisazione serve perch√© alcuni grafemi, tra cui anche questo, corrispondono a pi√Ļ di un fonema. Il termine¬†lettera, invece, confonde il valore grafico con quello fonetico.
Il grafema¬†w¬†non fa parte dell‚Äôalfabeto italiano, che comprende solo 21 grafemi, ma rientra nell‚Äôalfabeto latino moderno. Fu inventato dagli scrittori anglosassoni del Medioevo per distinguere la¬†u¬†vocale dalla¬†u¬†semiconsonante (quella dell’inglese¬†whisky) o consonante¬†(quella del tedesco¬†wafer). ¬†
Nell‚Äôalfabeto latino classico, infatti, il grafema¬†u¬†(maiuscolo¬†V)¬†aveva allo stesso tempo il valore consonantico della¬†v, quello vocalico della¬†u¬†e quello semiconsonantico della¬†u¬†di¬†whisky; quindi si potevano avere parole come¬†uult¬†(=¬†vult¬†‘lui / lei vuole’).
In italiano,¬†a partire dal XVI secolo il grafema¬†u¬†si stabilizz√≤ con il valore vocalico (luce) e semivocalico / semiconsonantico (uomo); il grafema¬†v¬†con quello di consonante (vino).¬†La¬†w, invece, non fu accolta, ma rimase appannaggio delle lingue germaniche, che pure usano lo stesso alfabeto neolatino di base dell’italiano.¬†
Il grafema w fu introdotto molto tempo dopo per poter scrivere alcuni nomi e parole inglesi o tedeschi (Washington, weltanschauung) e si pronuncia, di solito, come nella lingua di origine del termine, quindi u semiconsonante per parole di origine inglese e v per parole di origine tedesca.
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quali sono gli unici sistemi (o l’unico sistema) che ha¬†corrispondenza biunivoca tra foni e grafemi?

 

RISPOSTA:

Le lingue sono tendenzialmente pi√Ļ o meno trasparenti dal punto di vista fonologico (tra quelle pi√Ļ trasparenti ci sono l’italiano, lo spagnolo e il tedesco) e nessuna¬†lingua naturale √® totalmente trasparente. Totalmente trasparente √® l’esperanto, la lingua artificiale creata nell’Ottocento da¬†Ludwik Lejzer Zamenhof.
Esiste, inoltre, l’IPA (International Phonetic Alphabet),¬†un sistema di simboli che rappresentano in modo univoco tutti i foni potenzialmente producibili dal sistema fonatorio umano. In questo senso, l’IPA pu√≤ essere considerato l’unico sistema che presenta un rapporto uno a uno tra simbolo grafico e fono. I¬†simboli dell’IPA possono essere definiti grafemi, in quanto ognuno rappresenta in modo grafico un fono, che a sua volta √® codificato come fonema in una o pi√Ļ lingue.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Chiedo il vostro aiuto per sapere qual √® la preposizione giusta da mettere davanti al nome di un’associazione che si chiama¬†Lortobio,¬†volutamente scritto tutto attaccato.
Quale delle seguenti forme é corretta? venite a Lortobio o venite al Lortobio?

RISPOSTA:

Se consideriamo l’articolo come parte del nome, dobbiamo smettere di considerarlo articolo, per cui il nome Lortobio diviene a tutti gli effetti assimilabile a, per esempio,¬†locale. Ne consegue che si dir√†¬†venite al Lortobio¬†(come si direbbe¬†venite al locale).
L’altra soluzione non √® impossibile, ma √® molto improbabile: sarebbe valida soltanto se si considerasse Lortobio alla stregua di un nome di citt√†, come¬†Londra. In quel caso, ovviamente, avremmo¬†venite a Lortobio¬†(come¬†venite a Londra). Osservando come si comportano i nomi propri di aziende (la Fiat), istituzioni (l’INPS), associazioni di vario genere (la CGIL,¬†il CONI), la soluzione con l’articolo √® senz’altro la migliore.
Non √®, invece, possibile considerare l’articolo separato dal nome, se lo si scrive univerbato con il nome, perch√© graficamente¬†Ortobio¬†richiederebbe l’articolo apostrofato, quindi¬†venite all’Ortobio.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se le seguenti frasi sono giuste:
1. Sul naso aveva una spruzzata di lentiggini, ma nel complesso somigliava a cento altre ragazze, se non che aveva degli occhi enormi e non era truccata.
2. Nessuno le si sedette accanto.
3. Pareva in un mondo tutto suo, isolata in una mare di occhi fissi su di lei.
4. Il secondo giorno arriv√≤ vestita in modo sempre strano, ma diverso, e questa¬†volta cant√≤…
5. Infatti in quella scuola erano tutti uguali: se per caso capitava di distinguersi, in un nanosecondo sarebbero tornati alla normalità.

 

RISPOSTA:

1. Il connettivo se non che è la sintesi di se non per il fatto che. Si può usare come fa lei (anche nella forma univerbata sennonché), anche senza che che abbia un aggancio preciso. Possibile, eventualmente, usare la variante completa se non per il fatto che.
2. Niente da segnalare.
3. Niente da segnalare.
4. Niente da segnalare.
5. La forma impersonale¬†capitava¬†non va bene in dipendenza dalla reggente con soggetto personale¬†in un nanosecondo sarebbero tornati¬†alla normalit√†. Si pu√≤ correggere cos√¨: “Se per caso a qualcuno capitava di¬†distinguersi, in un nanosecondo sarebbe tornato alla normalit√†”.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le seguenti parole usate come sostantivi sono invariabili (cioè hanno la forma plurale e la terminazione non cambia col mutare del numero) o ammettono solo il singolare? Se sono variabili e si usa il plurale, quale terminazione hanno:
domani¬†‘il giorno seguente, il giorno dopo’; ‘il futuro, l’avvenire’;¬†
dopo¬†‘ci√≤ che accadr√† poi; l’avvenire, il futuro’;
eden¬†‘il paradiso terrestre’; luogo o condizione di pace e di felicit√†’;
ginseng¬†‘pianta erbacea perenne della famiglia delle Araliacee’;
io¬†‘la propria persona’;
iris¬†‘giaggiolo’;
mais¬†‘ganturco’;
mammut¬†‘elefante preistorico’;
marcia¬†‘materia purulenta, pus’;
masut,¬†mazut¬†‘residuo della distillazione dei petroli greggi’;
megahertz¬†‘unit√† di misura della frequenza’;
meno ‘la cosa minore, la parte minore; segno di valori negativi e dell’operazione della sottrazione’.
Quale articolo indeterminativo bisogna usare davanti a pneumatico e iota? Nei vari dizionari della lingua italiana ho trovato: non capire un / una iota; non valere uno / una iota; un / uno pneumatico.

 

RISPOSTA:

‚ÄčCome regola generale, i sostantivi che finiscono per consonante sono invariabili (e molto spesso maschili). Quindi¬†un ginseng¬†/¬†molti ginseng,¬†un megahertz¬†/¬†molti megahertz. Questa regola si intreccia con il significato dei sostantivi, che a volte esclude l’uso plurale. Questo √® il caso di¬†eden, che indica un luogo unico, difficilmente immaginabile al plurale.¬†√ą il caso anche di¬†mais, che non √® usato al plurale perch√© indica un prodotto considerato complessivamente (come¬†mais¬†si comportano i sostantivi che indicano sostanze:¬†acqua,¬†sale,¬†mercurio…).
Le parole del suo elenco che non sono sostantivi, ma avverbi (domani,¬†meno,¬†dopo) o¬†pronomi (io), quando sono usati con la funzione di sostantivi non ammettono il plurale, se non in casi molto rari (“I domani di ieri” √® un romanzo di Ali B√©cheur del 2019). In questi casi, comunque, sono invariabili.
Infine, il termine¬†marcia¬†‘pus’ (antiquato e di bassissimo uso) non si usa al plurale perch√© indica una sostanza.
Per quanto riguarda gli articoli da scegliere, il nome¬†pneumatico¬†va considerato come¬†psicologo, quindi¬†uno pneumatico. Negli ultimi decenni si √®, per√≤, diffuso nell’uso¬†un pneumatico, e oggi entrambe le soluzioni sono accettabili (ma¬†uno pneumatico¬†√® pi√Ļ corretta).¬†Iota¬†pu√≤ essere considerato sia maschile sia femminile; inoltre¬†un iota,¬†uno iota,¬†una iota¬†(raro¬†un’iota)¬†sono tutte soluzioni corrette, perch√© il suono [j], corrispondente a una¬†i¬†seguita da una vocale, √® a met√† strada tra una vocale e una consonante.¬†Oggi sono pi√Ļ comuni¬†uno iota¬†e¬†una iota¬†(ma si consideri che questa parola √® rara). Nell’espressione¬†non capire un iota¬†si conserva il modo di scrivere pi√Ļ comune in passato¬†(si pu√≤ comunque dire¬†non capire uno / una iota), visto che l’espressione √® antiquata; oggi si preferisce dire¬†non capire un’acca¬†oppure¬†non capire un tubo.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nello scritto √® possibile iniziare un periodo con “Ma¬†perch√©…?”.¬†
√ą¬†meglio scrivere “Studio la grammatica oppure studio grammatica”.¬†
‚ÄčInfine, nei temi¬†i numeri vanno scritti in lettere oppure √® possibile anche scriverli in cifre?

 

RISPOSTA:

‚ÄčMa perch√©¬†√® un attacco perfettamente legittimo¬†in uno scritto dialogico (il tipo di scritto delle chat e dei social network) e in qualunque altro scritto, anche letterario (teatro, romanzo),¬†che imiti l’andamento del parlato: “anzi, macelli e crudelt√† a non finire, eppure niente pi√Ļ diluvi, addirittura la promessa di non estirpare la vita dalla terra.¬†Ma perch√©¬†tanta piet√† per gli assassini venuti dopo e nessuna per quelli di prima, affogati tutti come topi?” (Claudio Magris,¬†Microcosmi, 1997). Va bene anche in uno scritto scientifico, o in generale informativo, divulgativo, inteso ad avvicinare il grande pubblico a un argomento difficile.¬†√ą inadatto a testi scientifici specialistici e a testi normativi.

Studio grammatica¬†e¬†studio la grammatica¬†sono entrambe corrette. La prima¬†rappresenta l’argomento dello studio come non numerabile, sottolineando che si tratta di una disciplina, una materia scolastica; la seconda lo rappresenta come un oggetto di studio tra tanti. Per capire meglio la sfumatura, si pu√≤ confrontare¬†studio (la) grammatica¬†con¬†faccio ginnastica¬†(impossibile *faccio la ginnastica), ovvero ‘sono nell’ora di ginnastica, a scuola o in palestra’, e¬†pratico la ginnastica¬†(molto innaturale¬†pratico ginnastica), ovvero ‘pratico lo sport della ginnastica’. Si pu√≤ arrivare a dire (con un po’ di immaginazione) che in¬†studio grammatica¬†(come in¬†faccio ginnastica) lo studio sia rappresentato come passivo, perch√© parte di un programma imposto, mentre in¬†studio la grammatica¬†si percepisca la partecipazione emotiva dell’emittente nel processo.

In uno scritto mediamente formale, quale pu√≤ essere considerato il tema scolastico, si preferisce scrivere i numeri con le lettere, perch√© le cifre non fanno parte dell’alfabeto. Si tratta di una convenzione di secondaria importanza, che pu√≤ essere applicata con flessibilit√†, soprattutto nel caso di numeri che richiedano stringhe di testo molto lunghe.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vi chiedo se è corretto scrivere luogo e data in basso a sinistra, ad esempio:
I sottoscritti genitori _______ dell’alunno _____ autorizzano il proprio figlio a partecipare a ______
Milano, 30/08/2019                 Firma ___________

 

RISPOSTA:

S√¨, √® corretto. L’indicazione del luogo e della data in un messaggio possono andare sia all’inizio sia alla fine, sia a destra sia a sinistra, sia prima (pi√Ļ spesso) sia dopo (pi√Ļ raramente) la firma. Sono soltanto consuetudini scrittorie, convenzioni e stili diversi, ma nessuno pu√≤ essere considerato pi√Ļ giusto, n√© pi√Ļ sbagliato, dell’altro.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:
So che in italiano le singole lettere vengono pronunciate come quando si dice l’alfabeto: la b¬†(‘bi’), la¬†c¬†(‘ci’), la¬†f¬†(‘effe’). In alcuni casi ho dei dubbi: la¬†c¬†si¬†pronuncia ‘c’; ma non dovrebbe essere accompagnata dalla¬†i?. La pronuncia alfabetica¬†riguarda anche i digrammi e trigrammi: la¬†gl¬†(‘gi elle’), la¬†gn¬†(‘gi enne’), la¬†ch¬†(‘ci¬†acca’), la¬†gli¬†(‘gi elle i’). Come mai anche i digrammi si pronunciano separatamente?

 

RISPOSTA:

‚ÄčIl concetto di¬†lettera¬†√® ambiguo, perch√© pu√≤ riferirsi a un oggetto fonetico, il fonema, e a uno grafico, il grafema. Ricordiamo che le lingue nascono parlate, quindi sono composte prima di tutto dai fonemi, i suoni che i parlanti di una determinata lingua riconoscono come distinti e autonomi. I grafemi sono tentativi di “tradurre” i suoni in segni grafici, per dare un corpo visibile ai suoni, in modo da poterli scrivere.¬†
L’alfabeto di una lingua √® fatto di grafemi, che sono tipicamente in numero minore rispetto ai fonemi propri di quella lingua. Questo avviene perch√© alcuni grafemi sono usati per rappresentare pi√Ļ di un fonema (ad esempio in italiano¬†c¬†rappresenta¬†sia il fonema / ß/, come in¬†cena,¬†sia il fonema /k/, come in¬†cane) e alcuni fonemi mancano del tutto (ad esempio in italiano /…≤/ di¬†gnocco¬†non √® rappresentato nell’alfabeto, ma √® rappresentato dal digramma¬†gn). Si noti che lo stesso fonema pu√≤ essere rappresentato in modo diverso negli alfabeti di lingue diverse: √® il caso, per esempio, proprio di /…≤/, che in spagnolo √® presente nell’alfabeto con il segno¬†√Ī.
Una volta creato l’alfabeto, i grafemi divengono nomi comuni, quindi si pone il problema del genere da attribuire loro. Alcuni sono stati nella storia stabilmente femminili, perch√© terminanti per¬†-a:¬†a,¬†zeta,¬†acca; gli altri hanno sempre oscillato tra il maschile e il femminile fino a pochi decenni fa (si pensi all’espressione idiomatica¬†mettere i puntini sulle i, nota anche nella variante¬†mettere i puntini sugli i), per fissarsi generalmente sul femminile negli ultimi tempi (ma in realt√† ancora oggi sono accettabili entrambi i generi, e le lettere dell’alfabeto greco sono considerate maschili). Tale oscillazione √® dovuta alla possibilit√† di sottintendere, accanto al nome del grafema, tanto¬†segno¬†quanto, appunto,¬†lettera.
L’alfabeto, dunque, √® una costruzione altamente convenzionale, soggetta a molte spinte analogiche. Non devono stupire, pertanto, alcune incongruenze al suo interno, come la mancanza di alcuni suoni, la confusione di pi√Ļ suoni in un solo segno, e persino la mancanza di alcuni segni che pure si usano nella lingua (nell’alfabeto italiano, per esempio, mancano¬†j,¬†k,¬†x,¬†y,¬†w).¬†¬†
Per quanto riguarda la pronuncia dei nomi dei grafemi, le consonanti necessitano di una vocale di appoggio, visto che, come √® noto, le consonanti “suonano”, cio√® producono un suono, solamente quando sono accompagnate da una vocale. La vocale di appoggio nella storia dell’italiano √® stata inizialmente la¬†e, ma poi i parlanti hanno preferito la¬†i¬†(probabilmente perch√© √® la vocale percepita come la pi√Ļ debole). Ci sono alcune eccezioni, dovute all’intento di evitare potenziali confusioni:¬†effe,¬†emme,¬†enne¬†per esempio, non sono¬†fi,¬†mi,¬†ni¬†per evitare la confusione con le omonime lettere dell’alfabeto greco. Questo, per√≤, non ha indotto a cambiare il nome della¬†p¬†(identico al¬†pi greco)¬†in *eppe.¬†Acca¬†ha un’etimologia incerta,¬†elle¬†e¬†esse¬†servono a evitare la confusione con¬†li¬†e¬†si,¬†erre¬†probabilmente √® nato per evitare un nesso difficile da pronunciare:¬†il ri.¬†
‚ÄčDovendo scrivere il nome di una consonante, si pu√≤ scegliere se riportare il singolo grafema, ad esempio¬†p, oppure rappresentare fedelmente la pronuncia, segnando anche la vocale di appoggio, ad esempio¬†pi. Tradizionalmente, per√≤, questo secondo modo √® riservato alle lettere dell’alfabeto greco, per distinguerle dai grafemi latini, che si scrivono da soli.
I digrammi si possono pronunciare riportando la rappresentazione grafica al fonema corrispondente, oppure scandendo le componenti grafiche separatamente. La prima soluzione ha il difetto di risultare molto artificiosa, perch√© bisogna evitare di pronunciare la vocale di appoggio, altrimenti si crea un trigramma. Siccome questo √® impossibile, si deve optare per la sostituzione della¬†i¬†con la vocale […ô], detta¬†schwa, inesistente nel repertorio dell’italiano standard (ma esistente in molti dialetti). I trigrammi¬†gli¬†e¬†sci¬†sono pi√Ļ facili da pronunciare foneticamente, perch√© contengono la vocale¬†i¬†alla fine.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Storia della lingua
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gentile staff DICO,

nonostante la mia lunga esperienza nel mondo accademico, ho sempre avuto alcuni dubbi su come si debba scrivere correttamente una e-mail. Nel mio caso, diretta ai professori universitari, ai quali rivolgo richieste molto comuni (ad esempio fissare una appuntamento nelle loro ore di ricevimento oppure avere chiarimenti in merito a seminari, convegni ecc.). Purtroppo non ho mai trovato una fonte ufficiale (come testi), che mi abbiano fornito le indicazioni, a parte qualcuna.

Vi ringrazio previamente per la Vostra cortesia.
Cordiali saluti.

 

RISPOSTA:

Cominciamo col dire che la sua e-mail¬†√® scritta benissimo, e dunque potrebbe ben essere proposta a modello di stesura. Con un’unica omissione: non ha scritto il suo nome e cognome alla fine del messaggio, come invece sarebbe buona norma fare sempre.
Per il resto, sarebbe necessario distinguere sempre tra l’ambito informale (nel quale non vi sono regole particolari da seguire, se non quelle generali dell’italiano) e quello formale, come quello da lei suggerito: vale a dire una¬†e-mail¬†di lavoro, per es. a professori. In quest’ultimo caso, la posta elettronica non differisce molto dalle vecchie lettere cartacee: si inizia con il rivolgersi al proprio destinatario, con i titoli del caso:¬†Gentile,¬†Chiar.mo¬†ecc.
Dopo un a capo, meglio ancora se con un rigo bianco, segue il testo della lettera, che si deve concludere con i saluti e con la firma (nome e cognome).
Si pu√≤ omettere la data, che √®, nella posta elettronica, inserita automaticamente dal sistema. Il soggetto o oggetto (l’argomento) non occorre specificarlo nel corpo del messaggio, visto che c’√® l’apposito campo¬†Oggetto¬†nei sistemi di posta elettronica.
Se la¬†e-mail¬†√® molto formale, si pu√≤ anche (non √® indispensabile) optare per la maiuscola di cortesia, da utilizzare tutte le volte che ci si rivolge al destinatario:¬†Lei,¬†Suo,¬†Vostra¬†ecc., esattamente come fa lei (io, invece, in questo caso opto per la forma pi√Ļ confidenziale, con l’iniziale minuscola), nella sua (bella)¬†e-mail. L’importante √® la coerenza: in un medesimo messaggio, o l’iniziale maiuscola di cortesia si scrive sempre, o mai, non qualche volta s√¨ e qualche volta no, altrimenti si d√† l’impressione di trascuratezza e disordine e di essere scriventi inesperti.
Poche, elementari regole, che possono essere reperite, per es., nei manuali di scrittura correnti. Recentemente, l’Accademia della Crusca sta vendendo, tutti i venerd√¨, insieme con¬†la Repubblica, dei volumetti sull’italiano. La terza uscita era dedicata proprio alla scrittura¬†online, con qualche indicazione anche sulla posta elettronica.
Mi permetto di suggerirle, tra i numerosi manuali di scrittura dell’italiano, il seguente: Fabio Rossi e Fabio Ruggiano,¬†Scrivere in italiano. Dalla pratica alla teoria, Roma, Carocci, 2013.
Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

In italiano formale, ad esempio in una relazione, le parole straniere vanno sempre virgolettate anche se non esistono analoghi in italiano (o sono desueti)? Per esempio, come dorei scrivere i termini router o switch, ma anche computer?

 

 

RISPOSTA:

Come al solito, nelle lingue quasi mai la risposta √® semplice e univoca, tipo s√¨/no, corretto/scorretto. Nel caso da te richiesto, la gran parte dei linguisti conviene sulla necessit√† di contrassegnare sempre un termine straniero, per indicarne l’estraneit√† (talora anche nella pronuncia) rispetto al sistema italiano. Tuttavia l’espediente pi√Ļ comune per contrassegnare i forestierismi non √® rappresentato tanto dalle virgolette (che sarebbe meglio riservare alle citazioni e, pi√Ļ raramente, agli usi semantici particolari delle parole), bens√¨ dal corsivo. Dunque, anche computer , mouse, router ecc. andrebbero, soprattutto in contesti formali, sempre scritti in corsivo.

Fabio Rossi e Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Perch√© quando¬†scriviamo un testo (in questo caso non intendo su un supporto digitale) non¬†utilizziamo mai l’accento grave, ma su quelle parole per cui √® prevista¬†l’accentazione inseriamo solo quello acuto? Si pu√≤ considerare grammaticalmente¬†corretto o dovremmo essere a conoscenza di quei vocaboli che per natura portano l’uno¬†o l’altro accento?

 

RISPOSTA:

L’accento √® un tratto grafico piuttosto trascurato nella prassi della lingua. Per varie ragioni, che vanno dalla scarsa visibilit√† del corpo del segno alla limitata presenza del segno nel sistema, esso tende a essere omesso in scritti poco formali (nei testi dialogici elettronicamente mediati, ad esempio) e rappresenta uno dei tratti pi√Ļ problematici dell’apprendimento dell’ortografia. Stando cos√¨ le cose, l’insegnamento scolastico tralascia quasi sempre l’argomento della distinzione tra accento grave e acuto, limitandosi a trattare l’accento in generale. Per questo motivo, gli scriventi adottano normalmente un unico tratto, che pu√≤ coincidere con l’accento grave (dall’alto verso il basso, corrispondente a una vocale aperta), quello acuto (dal basso verso l’alto, corrispondente a una vocale chiusa), nessuno dei due (per esempio un segno piatto, oppure un quasi-apostrofo), o alternativamente l’uno o l’altro dei segni, senza la consapevolezza della differenza.¬†√ą¬†ovviamente pi√Ļ corretto differenziare i due accenti, anche se comunemente non si fa (e, bisogna dirlo, dal punto di vista fonologico cambia poco).
Alcune regole di base: in italiano l’accento grafico si segna solamente quando cade alla fine della parola. L’accento in fine di parola √® quasi sempre grave.¬†Se la parola finisce in¬†a,¬†i,¬†u, per convenzione si segna sempre l’accento grave (alcune case editrici preferiscono l’accento acuto per la¬†i¬†e la¬†u, che sono, effettivamente, vocali chiuse).¬†Se la parola finisce in¬†o, ha sempre l’accento grave, perch√© la¬†o¬†√® sempre aperta in fine di parola.¬†Se la parola finisce¬†in¬†e,¬†hanno l’accento acuto solamente¬†n√©,¬†s√©, i composti di¬†che¬†(perch√©,¬†nonch√©,¬†bench√©…), la terza persona singolare del passato remoto di alcuni verbi della seconda coniugazione (abbatt√©,¬†perd√©,¬†pot√©)¬†e poche altre parole (nontiscordardim√©).¬†Per togliersi il dubbio √® sempre bene consultare il dizionario.¬†
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Io lavoro all’universit√† e malgrado la mia, diciamo cos√¨, buona conoscenza dell’italiano, mi trovo a chiedere sempre: ma come devo scrivere:¬†l’8 aprile,¬†l’1 aprile,¬†lo 08¬†o¬†lo 01?¬†O √® meglio scrivere¬†il 1¬į¬†o¬†scriverlo in lettere? Inoltre,¬†si scrive¬†dall’1¬†o¬†dallo 01?
E poi¬†conseguente¬†o¬†consequente?¬†Io ho scritto¬†conseguente¬†perch√® da una azione primaria dovrebbero seguirne altre…¬†consequenziali¬†(o¬†conseguenziali?). Sono giuste tutte e due?

 

RISPOSTA:

Tutti dubbi pi√Ļ che legittimi, stia pur tranquillo/a, e condivisi dalla gran parte degli italiani, anche colti, per via del fatto che certe cose non vengono (quasi) mai spiegate dalle grammatiche, oppure perch√© l‚Äôitaliano √® pi√Ļ elastico (e dunque ammette pi√Ļ soluzioni) di quanto comunemente si creda. Rispondiamo con ordine a tutte le sue domande.
1) Decisamente meglio l’8, l’11 ecc. La soluzione con lo zero davanti è tipicamente burocratica e da riservarsi a quei formulari che pretendono due cifre per ogni numero: 04/05/15 per il 4 maggio del 2015, per intenderci.
2) Se per√≤ il giorno del mese √® il primo (nella scrittura distesa, meglio scrivere i numeri a lettere, piuttosto che in cifre, ma nelle date secche, e nei formulari burocratici, la scrittura in cifre √® obbligatoria), allora sarebbe meglio scrivere ‚Äú1¬į maggio‚ÄĚ, piuttosto che ‚Äú1 maggio‚ÄĚ, e pronunciare ‚Äúprimo maggio‚ÄĚ (o giugno ecc.) piuttosto che ‚Äúuno maggio‚ÄĚ. Questo per via della consuetudine antica (conservatasi quasi soltanto per il primo giorno di ogni mese) di intendere il numero del giorno come numero ordinale (primo, secondo ecc., sottinteso giorno) e non cardinale. Comunque, anticamente, si utilizzavano per le date anche i numeri cardinali, ma li si introduceva con gli articoli: per es., ‚Äúli 22 di aprile‚ÄĚ. Sottinteso: giorni. Naturalmente,¬†li¬†√® un articolo arcaico, oggi non pi√Ļ possibile, anche se rimasto disponibile nei soliti formulari burocratici: es. Messina, li… Dato che √® articolo e non avverbio di luogo, la forma con l‚Äôaccento (pure talora attestata) √® erronea: Messina, l√¨… Erronea perch√©, come ripeto, non si tratta di un avverbio di luogo.
3) Si dice e si scrive ‚Äúdal 2 all‚Äô8‚ÄĚ, ‚Äúdal 1¬į al 10 luglio‚ÄĚ e simili. Ovviamente, se il formulario impone sia l‚Äôarticolo sia lo zero iniziale, l‚Äôunica forma corretta non pu√≤ che essere ‚Äúdallo 01 allo 08‚ÄĚ, anche se, come ripeto, √® brutto (sia a vedersi scritto, sia a sentirsi pronunciato) e burocratico. Meglio sempre senza zero.
4) Seguente e conseguente si scrivono con la g in quanto derivano direttamente dall’italiano, come participi presenti del verbo seguire. Invece consequenziale è ripreso dalla forma latina consequentia, e per questo si scrive con la q. Si tratta comunque, all’origine, sempre di eredi del verbo latino sequi. Tuttavia, quando la parola che ne è derivata in italiano ha avuto una trafila etimologica popolare, vale a dire di uso ininterrotto dall’antichità fino ad oggi, con tutti gli inevitabili cambiamenti fonetici, la q si è trasformata (tecnicamente, sonorizzata) in g, come in conseguenza, seguire ecc. Quando, invece, la parola che ne è derivata ha seguito una trafila dotta, recuperando cioè artificiosamente l’antica forma latina, la q si è mantenuta: sequenza, consequenziale. Spessissimo, dalla medesima forma latina, derivano diverse forme italiane (dette allotropi) con esiti fonetici diversi. Per es., dal latino vitium derivano tanto l’italiano vizio, quanto l’italiano vezzo. Da radium derivano radio, razzo e raggio ecc. ecc.
Fabio Rossi
 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 1
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Si scrive “ai bei e dolci momenti”, “ai begli e dolci momenti”, oppure “ai belli e dolci momenti”?

 

RISPOSTA:

L’alternanza tra bel¬†e¬†bello¬†e, al plurale, tra¬†bei¬†e¬†begli,¬†segue gli stessi criteri di quella tra gli articoli¬†il¬†e¬†lo¬†e¬†i¬†e¬†gli;¬†quindi¬†bel¬†e¬†bei¬†davanti a consonante semplice o consonante diversa da¬†s¬†seguita da¬†r¬†o¬†l¬†(bel plenilunio¬†ma¬†bello sguardo),¬†bello¬†e¬†begli¬†davanti a vocale,¬†s¬†seguita da altra consonante (la cosiddetta¬†s impura),¬†n¬†palatale,¬†z,¬†x¬†(begli gnocchi,¬†begli zoccoli,¬†bello xilofono) e¬†gruppi consonantici vari,¬†ps-,¬†pn-¬†ecc. Davanti a vocale,¬†bello¬†√® spesso eliso:¬†bell’amico; al plurale, invece, l’elisione √® vietata:¬†*begl’amici.
Belli¬†√® una variante di¬†begli¬†che si usa solamente quando √® alla fine della frase o, se la frase continua, quando √® posposto al nome a cui si riferisce: “E c’era il sole¬†e avevi gli occhi belli. Lui ti baci√≤ le labbra ed i capelli” cantava Fabrizio De Andr√© nella¬†Canzone di Marinella; “I regali belli sono quelli fatti con il cuore”, “Quest’anno i fuochi d’artificio sono stati i pi√Ļ belli di sempre”. Si usa anche quando √® sostantivato: “Ma davvero i belli guadagnano di pi√Ļ” (ilsole24ore.it, 9 luglio 2018).
Nel suo esempio, quindi, la forma corretta √® “Ai begli e dolci momenti”, perch√©¬†begli¬†√® seguito da¬†e. Non bisogna farsi ingannare dal fatto che l’aggettivo sia riferito a¬†momenti, che, cominciando per consonante, richiederebbe¬†bei: quello che conta nella scelta tra¬†bei¬†e¬†begli¬†(esattamente come nella scelta tra¬†i¬†e¬†gli)¬†√® l’iniziale della parola successiva.
Se invertissimo l’ordine delle parole, potremmo avere “Ai dolci e bei momenti”, “Ai momenti belli e dolci” e altre combinazioni.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho sempre problemi con le doppie. Come posso fare?
Grazie

 

RISPOSTA:

I suoi sono problemi pi√Ļ che legittimi, vista l‚Äôimpossibilit√† a ricondurre la grafia delle doppie (o geminate) a una serie di regole semplici e sempre valide. Questo √® stato a lungo un punto debole della norma dell‚Äôitaliano scritto e ancora oggi molti parlanti sono incerti su alcuni casi, per via della discrepanza tra il parlato e lo scritto, perch√© non sempre a un suono rafforzato corrisponde un grafema raddoppiato. I casi problematici sono tanti e, in assenza di un rimedio certo, il primo consiglio che possiamo dare √® allenarsi costantemente alla scrittura e alla lettura, non avendo mai timore o vergogna a usare il dizionario.
Per il resto, possiamo solamente accennare ai fenomeni principali alla base delle incongruenze tra il parlato e lo scritto, e suggerire alcuni accorgimenti pratici. Prima di tutto, osserviamo che le geminate possono occorrere solo tra due vocali o se precedute da una vocale e seguite da r o l (occorrere, attrito, applausi): non è, infatti, possibile raddoppiare una consonante che si trova tra due consonanti (contratto) o tra una vocale e una consonante diversa da r o l (vescovo).
Molte parole che la maggior parte dei parlanti italiani pronunciano con una consonante rafforzata a cui corrisponde un solo grafema (che comunemente √® chiamato¬†lettera) sono latinismi (detti anche¬†parole dotte), ovvero prestiti dal latino, che mantengono, in tutto o in parte, la forma grafica che avevano originariamente (un po’ come i prestiti dall’inglese, che nello scritto si mantengono inalterati, o cambiano di poco, mentre nel parlato si adattano quasi del tutto alla fonetica italiana). Un esempio di latinismo √®¬†vizio¬†(dal latino Vń¨Tń¨UM), che, infatti, da Firenze in gi√Ļ si pronuncia¬†*vizzio. In italiano, i fonemi (o suoni) /ts/ e /dz/, che corrispondono entrambi al grafema¬†z, sono sempre rafforzati quando si trovano tra due vocali, ma se la parola in cui uno dei due occorre √® un latinismo, al fonema rafforzato corrisponde un solo grafema. Per questo motivo abbiamo parole popolari, nelle quali la grafia rispecchia la fonetica, come¬†azzoppare,¬†carrozza,¬†corazza,¬†piazza,¬†pazzia,¬†puzza,¬†spazzare¬†ecc., e latinismi come¬†armistizio,¬†ospizio,¬†abbreviazione,¬†razione,¬†sodalizio,¬†inezia,¬†spezia¬†ecc. Purtroppo, essere consapevoli dell‚Äôesistenza dei latinismi non √® utile nella pratica; non ci consente, cio√®, di prevedere se un fonema si scriva scempio o raddoppiato. Un utile accorgimento, molto noto, √® scrivere sempre scempia la¬†z¬†del suffisso¬†-zione¬†(tipico dei latinismi), ma anche quella della terminazione¬†-zio,¬†-zia,¬†-zie¬†con la¬†i¬†non accentata (ozio,¬†screzio,¬†amicizia,¬†calvizie) e comunque la¬†z¬†seguita dalla¬†i¬†non accentata, a sua volta seguita da un‚Äôaltra vocale (come in¬†prezioso¬†e¬†preziario, anche se alla base c‚Äô√®¬†prezzo). Se la¬†z¬†√® seguita da¬†i¬†accentata le cose si complicano, perch√© abbiamo le parole popolari¬†pazzia¬†e¬†razzia, e le parole dotte¬†abbazia¬†(anche¬†abazia),¬†democrazia¬†e tutti i derivati da¬†-crazia¬†(burocrazia,¬†plutocrazia,¬†tecnocrazia…).
Al contrario, le parole che finiscono con i fonemi /ts/ o /dz/¬†seguiti direttamente dalla desinenza (e ovviamente preceduti da una vocale) hanno tutte la doppia:¬†lezzo,¬†lizza,¬†pazzo,¬†pezzo,¬†pizza,¬†razza,¬†rozzo,¬†vezzo… Attenzione, il suffisso accrescitivo¬†-one¬†(come tutti gli altri suffissi:¬†-oso,¬†-ino,¬†-erello…) applicato a queste parole mantiene la doppia¬†z, quindi¬†pezzone,¬†puzzone¬†ecc. (da non confondere con le parole in¬†-zione¬†come¬†intuizione,¬†pozione,¬†azione,¬†razione,¬†stazione¬†ecc.).
Specularmente, le parole che finiscono in¬†-gione¬†vogliono sempre una sola¬†g:¬†ragione,¬†regione,¬†pigione,¬†prigione,¬†magione,¬†religione,¬†stagione; tra quelle che finiscono in¬†-ggio¬†e quelle in¬†-gio, invece, prevalgono quelle raddoppiate, ma bisogna stare attenti. Per la grafia del fonema /d í/ (corrispondente al grafema¬†g¬†seguito da¬†i¬†o¬†e), infatti, oltre ai latinismi, creano dubbi anche i francesismi; dal francese derivano¬†agio¬†e¬†disagio,¬†malvagio,¬†reg√¨a, ma anche¬†paggio,¬†coraggio,¬†selvaggio,¬†formaggio¬†e, in generale, il suffisso¬†-aggio. Il fonema /d í/, inoltre, √® rappresentato da una¬†g¬†sola anche in¬†bambagia¬†(dal latino BAMBACń¨AM, per effetto della sonorizzazione della /t É/),¬†legittimo¬†(dal latino LEGń¨Tń¨MUM),¬†regio¬†‚Äėregale‚Äô (dal latino REGń¨UM, a cui si contrappone la parola popolare¬†reggia¬†‚Äėdimora del re‚Äô),¬†rigido¬†(dal latino Rń¨Gń¨DUM),¬†rigettare¬†(perch√© il prefisso¬†ri-¬†non produce assimilazione, diversamente dai prefissi che finiscono in consonante, come¬†in-, da cui¬†irrigidire,¬†irrituale,¬†irrevocabile) e simili. Un trucco, per la verit√† soggetto a coincidenze sfortunate, per indovinare con quante¬†g¬†si scriva una parola che termina in¬†-agio¬†o¬†-aggio¬†√® separare quest‚Äôultima parte dalla parte precedente: se rimane una parola di senso compiuto, o che si avvicina a una parola di senso compiuto, la parte finale √® il suffisso¬†-aggio, altrimenti la parola semplicemente finisce in¬†-agio: quindi a¬†vassallo¬†corrisponde¬†vassallaggio, a¬†forma formaggio, al verbo¬†pestare¬†pestaggio¬†e, meno chiaramente, a¬†cuore¬†coraggio, al francese¬†ligne¬†‚Äėdiscendenza‚Äô (a sua volta dal latino¬†LINńĒAM)¬†lignaggio, ancora al francese¬†feurre¬†‚Äėpaglia‚Äô¬†foraggio¬†ecc.;¬†malvagio, invece, √® una parola senza suffisso, cos√¨ come¬†contagio¬†(coincidenza sfortunata:¬†conta-¬†potrebbe sembrare una parola, ma basta osservare che¬†contare¬†non ha niente a che fare con le malattie per riconoscere questo come un falso positivo),¬†magio,¬†naufragio,¬†plagio,¬†presagio¬†(anche per¬†presa-¬†vale la considerazione fatta per¬†conta-¬†a proposito di¬†contagio) ecc. Lo stesso trucco funziona per le parole terminanti in¬†-eggio¬†e¬†-egio:¬†alpeggio¬†(corrispondente a¬†Alpi),¬†maneggio¬†(mano),¬†palleggio¬†(palla), ma¬†ciliegio,¬†collegio¬†(che non ha a che fare con¬†colle),¬†egregio,¬†pregio,¬†privilegio,¬†sacrilegio. Per la verit√†, in quest‚Äôultimo si riconosce la base¬†sacro, come in¬†regio¬†si riconosce¬†re: sono i limiti di questo trucco un po’ arrangiato. Limiti ancora pi√Ļ evidenti quando¬†-ggio¬†e¬†-gio¬†sono precedute dalle altre vocali: in questi casi il trucco perde quasi del tutto valore. Bisogna dire, per√≤, che si tratta di pochissimi casi. C‚Äô√® una sola parola (a parte qualche altro termine raro) che finisce in¬†-iggio:¬†pomeriggio; qualcuna in pi√Ļ finisce in¬†-igio¬†(bigio,¬†grigio,¬†ligio,¬†fastigio,¬†litigio,¬†prestigio,¬†prodigio…). Pochissime anche quelle che finiscono in¬†-oggio:¬†alloggio,¬†appoggio¬†e¬†poggio,¬†moggio,¬†sloggio¬†e poche altre; ancora meno quelle in¬†-ogio:¬†elogio,¬†mogio,¬†necrologio,¬†orologio¬†e poche altre. Non si registrano, infine, parole in¬†-uggio¬†(ma ricordiamo¬†uggia¬†‘noia’), mentre rare sono quelle in¬†-ugio:¬†archibugio,¬†indugio,¬†pertugio,¬†rifugio,¬†segugio,¬†sotterfugio.
Anche tra le parole che finiscono in¬†-ggine¬†o¬†-gine¬†queste terminazioni sono quasi sempre precedute dalla vocale¬†a¬†(quindi¬†-aggine¬†o¬†-agine). Poche di queste hanno una sola¬†g:¬†cartilagine,¬†immagine,¬†indagine, ma anche¬†caligine,¬†origine,¬†scaturigine,¬†vertigine. Molte di pi√Ļ sono quelle con la doppia¬†g: si tratta soprattutto di parole che indicano difetti del carattere, come¬†balordaggine,¬†cafonaggine,¬†cocciutaggine,¬†infingardaggine,¬†sbadataggine,¬†sfacciataggine¬†ecc.; accanto a queste troviamo¬†lentiggine,¬†fuliggine,¬†ruggine,¬†testuggine¬†e poche altre.
L‚Äôopposizione tra parole popolari, che rispecchiano nella grafia la pronuncia delle consonanti, e parole dotte si manifesta anche nel raddoppiamento incostante della¬†b: da una parte abbiamo¬†abbiamo¬†e¬†abbia,¬†abbaiare,¬†abbinare,¬†babbo,¬†rabbia,¬†scabbia¬†(anche¬†rabbino, non dal latino, ma dall’ebraico¬†rabbi¬†‚Äėmaestro mio‚Äô) ecc.; dall’altra¬†abietto,¬†abitare,¬†abitudine,¬†inibire,¬†bibita,¬†imbibire,¬†rubino¬†ecc. In un caso, vanno bene entrambe le soluzioni:¬†obiettivo¬†e¬†obbiettivo. Il francese ha dato un piccolo contributo anche in questo ambito, con¬†bobina,¬†cabina¬†(da¬†cabine¬†‚Äėcapanna‚Äô),¬†carabina¬†e¬†carabiniere¬†e qualche altra parola. Ad aumentare la confusione, pu√≤ capitare che la parola base sia popolare, mentre le derivate (o alcune di esse) siano dotte: √® il caso di¬†dubbio, da cui derivano tanto¬†dubbioso¬†quanto¬†dubitare; un caso simile a quello, gi√† visto, di¬†prezzo, legato a¬†prezioso¬†e¬†preziario.
Ricordiamo, infine, le parole univerbate, che hanno la geminata per effetto del raddoppiamento fonosintattico. Questo fenomeno ci porta a rafforzare la consonante iniziale delle parole precedute da alcuni monosillabi (a,¬†da,¬†e,¬†√®,¬†che¬†e altri), pochi bisillabi (ad esempio¬†sopra), e tutte le parole che finiscono con una vocale accentata. Per questo motivo¬†re Carlo¬†si pronuncia (tranne che in alcune regioni del Nord)¬†reccarlo¬†(cosa, tra l‚Äôaltro, utile, perch√© permette di distinguere nel parlato¬†re Carlo¬†da¬†recarlo¬†‚Äėportarlo‚Äô, che si pronuncia come si scrive). Ovviamente, per√≤,¬†re Carlo¬†si scrive cos√¨, con una sola¬†C¬†in¬†Carlo, perch√© in italiano nessuna parola, che non sia un acronimo, pu√≤ cominciare con due consonanti uguali (al contrario, esistono rarissime parole che cominciano con due vocali uguali:¬†aaleniano,¬†iinga,¬†oocito¬†e poche altre).
Alcune espressioni di largo uso nelle quali opera il raddoppiamento fonosintattico, per√≤, con il tempo sono divenute parole uniche, ovvero¬†univerbate, come¬†appena¬†(a¬†+¬†pena),¬†dappoco¬†‚Äėbuono a nulla‚Äô (da¬†+¬†poco),¬†sebbene¬†(se¬†+¬†bene),¬†soprattutto¬†(sopra¬†+¬†tutto),¬†vieppi√Ļ¬†(via¬†+¬†pi√Ļ) ecc. A volte l’univerbazione √® opzionale; infatti si pu√≤ scrivere anche¬†a pena¬†e¬†da poco,¬†a capo¬†e¬†accapo,¬†da capo¬†e¬†daccapo¬†(ma¬†se bene¬†invece di¬†sebbene,¬†sopra tutto¬†al posto di¬†soprattutto,¬†via pi√Ļ¬†al posto di¬†vieppi√Ļ¬†sono decisamente inusuali). Quel che conta, per√≤, √® che quando¬†queste parole si scrivono univerbate, la consonante foneticamente rafforzata si scrive geminata, perch√© rappresenta il raddoppiamento fonosintattico prodottosi quando le parole erano separate.
Un tranello in cui non si deve cadere è unire nella scrittura espressioni che, sebbene del tutto simili ad altre univerbate, si scrivono ancora separate. Così, accanto ad apposta (a + posta) abbiamo a posto, che non si può scrivere *apposto (la parola apposto esiste: è il participio passato del verbo apporre; bisogna stare attenti a non fare confusione), ma anche a volte, che non si può scrivere *avvolte (anche in questo caso, la parola avvolte esiste: è il participio passato del verbo avvolgere), a poco a poco, non *appoco appoco ecc.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Prima che il mio continuo correggere i miei genitori diventi la causa di conflitti a¬†fuoco volevo che mi forniste una prova inconfutabile della correttezza dell’articolo¬†i¬†per il plurale di¬†cioccolatino. √ą gi√† abbastanza errato non riuscire facilmente a¬†pronunciarlo senza triplicare la¬†t, per non parlare del fatto che sento dire da anni
formule come¬†lo cioccolato¬†/¬†lo cioccolatto¬†/¬†la cioccolatta¬†e simili aberrazioni. Anche in questi casi non mi dispiacerebbe poter eventualmente annoverare la vostra spiegazione come prova a mio favore in tribunale ūüėČ

 

RISPOSTA:

L’articolo per¬†cioccolatini¬†√® certamente¬†i:¬†il cioccolatino¬†/¬†i cioccolatini. Allo stesso modo l’articolo indeterminativo √®¬†un.¬†La propensione per *lo cioccolatino¬†/ *uno cioccolatino¬†/¬†*gli cioccolatini¬†potrebbe derivare dalla pronuncia della affricata palatale iniziale come fricativa postalveolare, che avvicina¬†cioccolatino¬†a¬†scioccolatino. La ricerca in rete di “lo cioccolatino” restituisce poche decine di risultati, tutte da fonti non autorevoli, commenti di utenti, pagine di¬†social network, siti amatoriali e simili, a dimostrazione che l’oscillazione su questo punto della norma √® trascurabile e *lo¬†/¬†uno¬†cioccolatino¬†/ *gli cioccolatini¬†sono da considerarsi substandard.
Leggermente pi√Ļ diffuso, soprattutto nel Sud Italia (appare qualche volta anche in Pirandello e Matilde Serao), √® *cioccolattino/i, non registrato dal dizionario dell’uso GRADIT. Sebbene questa variante sia oggi esclusa dall’uso e da considerarsi substandard al pari di *lo¬†cioccolatino, va detto a sua difesa che ha¬†una formazione regolare (e non dimentichiamo le occorrenze letterarie). Deriva, infatti, dalle varianti di¬†cioccolato¬†con rafforzamento della consonante postonica intervocalica (un fenomeno tipico dell’italiano: si pensi a LEGEM >¬†legge)¬†cioccolatto,¬†cioccolatte¬†e¬†cioccolatta,¬†normali nei secoli passati e ancora oggi esistenti (delle tre solamente¬†cioccolatta¬†non √® registrata nel GRADIT).¬†Il rafforzamento si spiega con l’etimo, che √® lo spagnolo¬†chocolate¬†(a sua volta da una parola nahuatl), da cui si √® sviluppato regolarmente l’adattamento¬†cioccolatte¬†e le altre due forme, analogiche dei nomi maschili in¬†-o¬†e dei femminili in¬†-a. Probabilmente il francese¬†chocolat¬†ha, in seguito, prodotto¬†cioccolato, che si √® imposto sul concorrente pi√Ļ antico.
‚ÄčFabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se sia corretto scrivere¬†extrafondente¬†tutto attaccato e se in una frase del tipo ‚ÄúPer Pasqua ho ricevuto in regalo un uovo di cioccolato extrafondente‚ÄĚ la parola extrafondente possa essere considerata come aggettivo qualificativo al grado superlativo assoluto.

 

RISPOSTA:

La grafia¬†extrafondente¬†√® pienamente accolta, tanto da essere registrata nel dizionario dell’uso GRADIT. Basta fare una veloce ricerca¬†on line, comunque, per vedere che le alternative¬†extra-fondente¬†e¬†extra fondente¬†sono diffuse tra gli scriventi (difficile stabilire quale sia la preferita). Sono tutte da considerarsi corrette, al pari di¬†extra vergine¬†e¬†extra-amaro.
Questa variabilit√† grafica, del resto, √® prevedibile, visto che i prefissi¬†extra-,¬†mega,¬†maxi-¬†e simili sono percepiti quasi come parole a s√© stanti (possono essere annoverati, infatti, nella categoria degli affissoidi, e in particolare prefissoidi, morfemi a met√† tra gli affissi e la parole a tutti gli effetti) e pertanto resistono all’univerbazione, cio√® alla fusione con la parola base per formare una nuova parola. Solo quando la nuova parola √® del tutto acclimata la grafia univerbata si stabilizza, come in¬†extracomunitario,¬†extraconiugale,¬†extraparlamentare¬†ecc.
Per quanto riguarda il grado dell’aggettivo, √® sicuramente superlativo assoluto: i prefissoidi sopracitati rappresentano una alternativa, molto apprezzata nell’italiano contemporaneo, al suffisso¬†-issimo¬†o all’avverbio¬†molto. Nel caso specifico dell’aggettivo¬†fondente, il superlativo¬†fondentissimo¬†√® al limite dell’accettabilit√†, perch√© la qualit√† definita dall’aggettivo non si pu√≤ graduare, un po’ come per¬†iniziale¬†o¬†motorizzato.¬†Extrafondente, infatti,¬†√® nato in ambito¬†pubblicitario, nel quale si fanno spesso forzature linguistiche, e si pu√≤ dire solo della cioccolata.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

[…]¬†¬†ho un dubbio sulla grafia
di una parola: qualcunaltro,qualcun’altro o qualcun altro?

 

RISPOSTA:

La grafia corretta √®¬†qualcun altro.¬†Qualcuno¬†si comporta come l’articolo indeterminativo¬†un,¬†uno,¬†una: dunque vuole l’apostrofo al femminile (perch√© √® elisione di¬†qualcuna), non lo vuole al maschile. Esempi: “qualcun altro”, “qualcun’altra”, “c’√® qualcuno che possa aiutarmi?”, “Qualcuna di voi ha visto la mia matita?”.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

La maggior parte delle persone sa che l’accento √® usato sulla parola “s√¨”¬†quando quest’ultima √® un avverbio affermativo. Sulle lettere maiuscole l’accento non √® necessario?

 

RISPOSTA:

Normalmente sui monosillabi l’accento grafico non √® segnato, perch√© √® scontato che l’accento cada sull’unica vocale della parola, ma nel caso di s√¨¬†(come di¬†d√†,¬†d√¨,¬†√®,¬†l√†,¬†l√¨,¬†n√©,¬†s√©,¬†t√®), esso √® necessario per evitare confusione con monosillabi formalmente uguali, tranne, appunto, che per ¬†l’accento.
Se la parola lo richiede, l’accento va segnato sempre, anche quando la parola √® maiuscola, e anche in contesti in cui non¬†ci sia alcun pericolo di confonderla con altre.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gentilissimi, Quale tra blu e ble è la forma italiana corretta? Grazie.

 

RISPOSTA:

Le tre forme bleu, blé e blu sono tutte e tre corrette e possono dunque essere utilizzate liberamente.
Qualche precisazione di storia, stile e opportunità.
1) Tutte e tre derivano dal medesimo etimo, l’antica forma germanica, franca,¬†blao, che diede vita anche all’antico italiano¬†biavo¬†‘azzurro chiaro’,
2) Il termine¬†bl√©¬†andrebbe scritto pi√Ļ opportunamente con l’accento¬†acuto ed √® considerata variante meno formale e meno comune di¬†blu.
3)  Bleu è un francesismo: dato che sia blu sia blé ne sono gli adattamenti italiani, tanto meglio optare per questi ultimi.
4) Dato che¬†blu¬†√® la forma pi√Ļ comune, pi√Ļ diffusa in italiano, e anche avvertita come pi√Ļ formale, o almeno adatta a tutti i registri, meglio optare per quest’ultima, piuttosto che per¬†bl√©.

Fabio Rossi

Parole chiave: Etimologia, Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

E’ corretto scrivere “Capo Organo” oppure “Capoorgano”? E’ corretto scrivere “Capo Segreteria” oppure “Caposegreteria”? In attesa di una cortese risposta, porgo i pi√Ļ cordiali saluti.

 

RISPOSTA:

Le parole composte, cioè formate da due parole (nomi, aggettivi, verbi, raramente preposizioni e avverbi), come attaccapanni, capostazione, terremoto, possono essere scritte senza interruzione, unite dal trattino o separate. La distinzione tra la scrittura congiunta e quella con trattino non è sempre netta. I composti con verbi sono normalmente univerbati (lavapiatti, andirivieni, viavai); quelli con aggettivi si fondono facilmente (agrodolce, biancospino, verderame); quelli che coinvolgono nomi rimangono spesso separati (tranne quelli formati con verbo + nome), meno spesso prendono il trattino.
Con il tempo, il composto può perdere trasparenza e finire per essere considerato una parola unica. Tale processo può essere lungo, tanto che due versioni, con e senza trattino, o anche separate e univerbate, spesso convivono per molto tempo. Si può arrivare ai casi estremi (rari) di parole di cui esistono le tre versioni grafiche, ad esempio piccolo borghese,piccolo-borghese e piccoloborghese. Il processo può anche essere frenato da ragioni peculiari delle singole parole, come in diritto-dovere, franco-austriaco, italo-tedesco, nelle quali opera la necessità di mantenere i due costituenti autonomi.
Insomma, sulla grafia delle parole composte influiscono fattori diversi, legati alla norma ma soprattutto all’uso.
Le parole composte con il costituente¬†capo¬†e indicanti qualifiche professionali sono in continuo aumento, sulla falsariga dell’evoluzione del mondo del lavoro.¬†Capo organo¬†e¬†capo segreteria¬†non sono registrate nei dizionari, ma la ricerca¬†on line¬†permette di rilevarne l’uso corrente:¬†capo organo¬†appare quasi sempre nella grafia separata, come era prevedibile, vista la recente¬†formazione, l’uso ristretto e la difficolt√† dell’incontro delle due¬†o;¬†capo segreteria,¬†leggermente pi√Ļ acclimata, accoglie anche la grafia¬†caposegreteria. Non sembrano diffuse (ma sono possibili) le varianti¬†capo-organo¬†e¬†capo-segreteria.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Buonasera,

vorrei sapere qual è la forma corretta tra queste: Рsemiabbandono Рsemi abbandono Рsemi-abbandono. Grazie.

 

RISPOSTA:

Le parole formate con il componente semi- sono considerate derivate, non composte, perché semi- è un prefisso, non una parola a sé stante. Non sono contemplate, pertanto, varianti alla grafia univerbata semiabbandono.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei gentilmente sapere quando i termini “quanto” “questo” e “quale” si
apostrofano. Esempio: quest anno o quest’anno? Qual √® o qual’√®? E simili.
Grazie.

 

RISPOSTA:

Senza entrare in dettagli tecnici (quali: “l’apostrofo serve per l’elisione, mentre l’apocope, o troncamento, non √® segnalata dall’apostrofo, salvo eccezioni”), basta attenersi a questa semplice regoletta empirica: usi l’apostrofo quanto la parola priva della vocale finale (quest,¬†qual¬†ecc.) non potrebbe stare davanti a parola iniziante per consonante, mentre non usi l’apostrofo in tutti gli altri casi. Dunque:¬†quest’anno,¬†quant’√® bella¬†ecc. (con l’apostrofo), perch√© sarebbero impossibili forme come¬†quest mano,¬†quant dista¬†ecc. Invece¬†qual √®¬†si scrive senza apostrofo perch√©¬†qual¬†pu√≤ esistere anche davanti a parole inizianti per consonante, come nel detto “qual buon vento ti porta?”. Per lo stesso motivo, l’articolo indeterminativo¬†un¬†(maschile) non vuole mai l’apostrofo (un amico,¬†un secondo), mentre il femminile¬†una¬†lo vuole (un’amica, ma¬†una sedia).¬†

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0