Tutte le domande

QUESITO:

Mi capita spesso di sentir usare, anche da persone colte, il verbo¬†implementare¬†come sinonimo di¬†aumentare,¬†potenziare, mentre il vocabolario riporta tutt’altro significato e cio√® ‘attivare, rendere operante’. Vorrei conoscere il vostro parere in proposito.

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†implementare¬†√® un anglismo ormai acclimato in italiano, dal momento che si trova registrato nei dizionari addirittura all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quindi aveva cominciato a circolare almeno nel decennio precedente. Inoltre, da¬†implementare¬†si sono formati derivati, come¬†implementazione¬†e, pi√Ļ recentemente,¬†implemento,¬†implementabile,¬†implementale¬†e¬†implementare¬†(agg.). Come da lei notato, il significato del verbo ricalca quello del verbo¬†implement¬†da cui deriva: ‘mettere in atto, perfezionare, portare a compimento un processo’; frequentemente, per√≤, nel linguaggio comune, il verbo √® usato con il significato di ‘accrescere, aumentare, aggiungere’. Lo slittamento semantico, ancora non penetrato nei vocabolari dell’uso (neanche al fine di censurarlo), quindi recente, dipende dalla sovrapposizione tra l’inglese¬†implement¬†e il latino IMPLERE (da cui¬†implement¬†deriva), che in italiano ha dato¬†empire, oggi quasi del tutto sostituito da¬†riempire. I parlanti italiani, cio√®, riconoscono in¬†implementare¬†la radice di¬†riempire, grazie alla quantit√† di parole della famiglia¬†plen-¬†in cui facilmente si riconosce la corrispondenza con l’italiano¬†pien/pi: pensiamo al latinismo¬†plenum¬†‘riunione plenaria’, e allo stesso aggettivo¬†plenario, al prefissoide¬†pleni-, da cui, per esempio,¬†plenipotenziario¬†‘che ha pieni poteri’ ecc. La sovrapposizione tra¬†implement¬†e¬†riempire¬†attraverso il latino √® un’operazione indebita; rivela, per√≤, una certa creativit√† da parte dei parlanti, nonch√© una forza reattiva della lingua italiana all’inclusione passiva di parole straniere. Bisogna, infine, ricordare che l’uso, se si diffonde, finisce sempre per avere la meglio: √® prevedibile, quindi, che in questo caso il significato comune di¬†implementare¬†si aggiunga a quello attualmente registrato nei vocabolari e, addirittura, alla lunga lo sostituisca del tutto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In diversi dizionari on line ho trovato come sinonimo di sinagoga il termine Chiesa.
Il sito Virgilio sapere Sinonimi mette come sinonimo di moschea chiesa musulmana.
Volevo sapere se il termine chiesa può essere usato come sinonimo di sinagoga.

 

RISPOSTA:

N√© sinagoga, n√© moschea possono essere considerati sinonimi di chiesa e nessuno dei principali dizionari dell’uso mette in relazione sinonimica le tre parole. Chiesa, infatti, designa esclusivamente un edificio destinato al culto cristiano, oppure un gruppo di fedeli che professa la religione cristiana; allo stesso modo, sinagogaindica un edificio consacrato al culto ebraico o la comunit√† ebraica. Si differenzia la parola moschea, che indica soltanto l’edificio caratteristico della religione musulmana senza riferirsi alla comunit√† musulmana.
Raphael Merida

Parole chiave: Lingua e società, Nome
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QUESITO:

Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere chiamata¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia. Come devo accordare l‚Äôaggettivo quando mi riferisco a lei? √ą corretto dire ‚ÄúIl mio notaio √® bravissimA / preparatissimA‚ÄĚ o devo usare sempre e solo l‚Äôaggettivo al maschile?

 

RISPOSTA:

L’accordo √® un fenomeno grammaticale; √®, quindi, regolato dal genere, non dal sesso. Questo principio funziona senza sbavature quando i nomi designano oggetti inanimati (“La porta √® rossa” / “Il tavolo √® basso”), e non desta particolari problemi neanche con gli animali (“La giraffa maschio √® altissima”, ma “Il maschio della giraffa √® altissimo”). I dubbi, invece, sorgono nei rari casi in cui un nome che designa una categoria di persone ha un genere che non corrisponde al sesso del designato. L’italiano possiede un piccolo numero di questi nomi (che rientrano nel gruppo dei nomi promiscui, insieme a quelli come giraffa,¬†pavone¬†ecc.), quasi tutti femminili ma riferiti tanto a uomini quanto a donne:¬†la guida,¬†la guardia,¬†la persona¬†e pochi altri. Anche a questi nomi si applica la regola dell’accordo, per cui “Mario √® una guida bravissima / una persona generosa” ecc.
I nomi mobili (come¬†amico¬†/¬†amica) adattano il genere al sesso del designato modificando la desinenza; non hanno, quindi, il problema dell’accordo. In questo gruppo, per√≤, rientrano alcuni nomi di professione e carica pubblica usati al maschile anche quando designano referenti femminili (notaio,¬†architetto,¬†il presidente¬†e tanti altri). Questi nomi non fanno eccezione per l’accordo; Il femminile con nomi maschili va considerato scorretto anche in questi casi: non solo, quindi¬†il notaio¬†sar√† sempre¬†bravissimo¬†e mai¬†bravissima, ma anche la frase iniziale della sua domanda dovr√† essere corretta in “Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere¬†chiamato¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia).
L’uso di un nome mobile maschile per un designato femminile – ricordiamo – √® scorretto: cos√¨ come non si pu√≤ dire “Il mio amico Maria √® una ragazza simpatica”, non si pu√≤ dire “Il mio avvocato / notaio / architetto… Maria Rossi √® una professionista eccellente”. La maggiore tolleranza per il maschile sovraesteso di nomi come¬†notaio¬†√® un fatto puramente culturale e non riguarda le regole della lingua italiana. Bisogna, certo, ammettere che le regole della lingua sono permeate dalla cultura; per questo motivo, per esempio, alcune parole usate comunemente in una certa epoca divengono inappropriate e persino censurate in un’altra (inutile fare degli esempi). Se, per√≤, l’italiano √® stato modellato dalla cultura nel senso della sovraestensione del maschile dei nomi di professione in un’epoca in cui questo era normale e accettato, per lo stesso principio il femminile di questi nomi deve tornare a essere usato in un’epoca in cui il pensiero comune √® cambiato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Se io chiedo “Non sei mai stato a Granada, vero?”, la risposta corretta, se l’interlocutore non c’√® stato, √® “No”. Secondo mio padre invece la risposta corretta √® “S√¨”, che sottintende “S√¨, √® vero che non ci sono mai stato”. Io ho cercato senza successo di spiegargli che¬†vero?¬†√® una componente della frase necessaria a disambiguarla da quella che sarebbe una semplice affermazione quale “Non sei mai stato a Granada” e non una domanda. √ą diventato difficile fargli domande di questo tipo. Mi poteste fornire una regola rigorosa, chiara ed esaustiva per chiarire la questione?

 

RISPOSTA:

A rigore la risposta corretta √® “S√¨ (, non sono mai stato a Granada)”, a prescindere dalla presenza di¬†vero; l’interlocutore, infatti, dovrebbe confermare la negazione contenuta nella domanda per rispondere negativamente. Al contrario, per rispondere positivamente (nel caso in cui sia stato a Granada), l’interlocutore dovrebbe negare la negazione con un “No (, sono stato a Granada)”. Le risposte corrette a rigore, per√≤, non sono gradite ai parlanti, perch√© √® controintuitivo rispondere negativamente confermando e positivamente negando; da qui nasce l’abitudine a trascurare la forma della domanda e rispondere considerando soltanto la polarit√† della risposta. Nonostante questa abitudine, per√≤, non si pu√≤ dire che le risposte “rigorose” siano scorrette (per quanto, in un contesto informale, risultino un po’ pedanti).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una discussione, un mio caro amico mi indica che Рa suo dire Рtaciamo è una possibile versione alternativa, ma corretta, di tacciamo.
Ogni riferimento che ho trovato sembra smentirlo. Tuttavia, a sostegno della sua ipotesi mi segnala una pagina di Wikipedia. In effetti la voce taciamo è riportata, anche se priva della relativa pagina grammaticale.
Cos√¨ c’√® rimasto il dubbio che possa esistere un uso grammaticalmente corretto, e non relegato a questioni dialettali o di usanze regionali tra i parlanti.

 

RISPOSTA:

La forma¬†tacciamo¬†√® quella sicuramente corretta, anche se¬†taciamo¬†esiste: i pochi verbi in¬†cere¬†(tacere,¬†giacere,¬†(s)piacere…) hanno una radice che cambia (polimorfica) a seconda della desinenza. In fiorentino antico, e da l√¨ in italiano, la consonante prepalatale si rafforza se si trova dopo vocale e davanti a [j], ovvero al suono della i¬†seguita da un’altra vocale (o semivocalica). Per questo¬†taccio,¬†tacciamo,¬†tacciono,¬†taccia,¬†tacciano, ma¬†taci¬†(qui la¬†i¬†√® una vocale, non una semivocale, perch√© non √® seguita da un’altra vocale),¬†tacete,¬†tacere¬†ecc. Le radici polimorfiche sono facilmente soggette a processi analogici; i parlanti, cio√®, spesso adattano le forme minoritarie, per quanto etimologicamente corrette, a quelle maggioritarie, pure corrette, ma derivate da trafile di formazione diverse. Proprio un processo analogico √® quello che ha creato¬†taciamo¬†sulla base del modello maggioritario¬†tac¬†rispetto a quello minoritario¬†tacc-. Si noti che il participio passato¬†taciuto¬†non ha la consonante rafforzata perch√© nasce gi√† come forma analogica (in latino era¬†tacitus) modellata sulla maggioranza dei participi passati dei verbi della seconda coniugazione (creduto,¬†cresciuto,¬†voluto…).
Il processo di adattamento pu√≤ avere successo nel tempo e, effettivamente, creare forme nuove;¬†taciamo¬†(ma anche¬†piaciamo¬†e¬†giaciamo) oggi esistono, ma per queste parole il processo √®¬†in fieri, come testimonia l’atteggiamento dei vocabolari: il GRADIT, che √® aperto all’uso vivo, riporta¬†taciamo¬†accanto a¬†tacciamo¬†(e¬†piaciamo¬†accanto a¬†piacciamo,¬†giaciamo¬†accanto a¬†giacciamo); lo Zingarelli e il Treccani, invece, pur essendo vocabolari dell‚Äôuso, non registrano affatto la variante. In conclusione, attualmente la forma¬†taciamo¬†√® percepita come scorretta, quindi va evitata anche in contesti informali, specie se scritti; in futuro, per√≤, √® probabile che diventi comune accanto a¬†tacciamo¬†e, addirittura, che la sostituisca.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggo sulla Treccani che nella proposizione concessiva il verbo è al congiuntivo tranne quando introdotta da anche se. Dunque volevo la conferma che solo il primo di questi due periodi sia corretto, e perché:
“Anche se vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
“Seppure vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
Inoltre volevo sapere cosa ne dite della variante:
“Se anche vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.

 

RISPOSTA:

La prima frase √® del tutto corretta; la seconda pu√≤ essere considerata scorretta in qualsiasi contesto scritto, nonch√© in contesti parlati medi. Va detto, per√≤, che esempi di¬†seppure vai,¬†seppure sei¬†e simili non mancano in rete, per quanto siano di gran lunga minoritari rispetto alle varianti con il congiuntivo. Il modo congiuntivo ha un ambito d’uso variegato: in alcune proposizioni √® obbligatorio, in altre √® in alternanza con l’indicativo, in altre √® richiesto da alcune congiunzioni e locuzioni congiuntive ma non da altre. Un esempio di quest’ultimo caso, oltre a quello discusso qui, √® la proposizione temporale, che richiede il congiuntivo soltanto se √® introdotta da¬†prima che. L’associazione di¬†anche se¬†all’indicativo √® probabilmente dovuta alla vicinanza di questa locuzione alla congiunzione ipotetica¬†se, che al presente richiede l’indicativo (se vai in Ferrari…). Il parallelo tra¬†se¬†e¬†anche se¬†√® confermato dal fatto che entrambe richiedono il congiuntivo all’imperfetto e al trapassato (anche se tu andassi / fossi andato). Proprio questa vicinanza semantica rende indistinguibile in molti casi¬†anche se¬†da¬†se anche, sebbene la seconda sia una locuzione congiuntiva ipotetica, non concessiva, che equivale a¬†se, eventualmente,. La differenza emerge chiaramente se l’ipotesi presenta una realt√† certamente verificatasi o certamente non verificatasi; per esempio: “Anche se il computer si √® rotto, non ne comprer√≤ un altro” / *”Se anche il computer si √® rotto…”. La seconda frase √® impossibile, perch√© non presenta una concessione contrastata dal contenuto della proposizione reggente, ma presenta un fatto sicuramente avvenuto come un’ipotesi. Si noti, comunque, che in una comunicazione autentica il ricevente tenderebbe a interpretare anche nel secondo caso la proposizione ipotetica come una concessiva, vista la vicinanza tra le due costruzioni. Con l’imperfetto e il trapassato, per di pi√Ļ, le due locuzioni diventano praticamente equivalenti: “Anche se il computer si rompesse, non ne comprerei un altro” / “Se anche il computer si rompesse…”. In questi casi, sebbene la locuzione¬†se anche¬†sia sempre ipotetica, non concessiva, essa sarebbe interpretata dalla maggioranza dei parlanti come concessiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

I verbi essere e stare sono intercambiabili?

Ad esempio alla domanda ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ, potrei rispondere usando il verbo stare e dire ‚ÄúSto qui‚ÄĚ?

C‚Äô√® differenza tra ‚ÄúSono alla cassa‚ÄĚ e ‚Äústo alla cassa‚ÄĚ?

Ci sono dei casi in cui il verbo stare non andrebbe usato?

RISPOSTA:

La confusione deriva dal fatto che spesso il verbo stare √® usato legittimamente al posto del verbo essere in frasi, per esempio, che esprimono una condizione psicologica di una persona (‚ÄúSono in ansia‚ÄĚ / ‚ÄúSto in ansia‚ÄĚ). Tuttavia, anche se esiste una forte continuit√† semantica fra essere e stare, ci sono dei casi in cui questi due verbi non sono intercambiabili. Per esempio, rispondere a ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ con ‚ÄúSto qui‚ÄĚ in luogo di ‚ÄúSono qui‚ÄĚ √® un tratto tipico dei dialetti meridionali, inclini a sostituire il verbo essere con il verbo stare (‚ÄúSto nervoso‚ÄĚ al posto di ‚ÄúSono nervoso‚ÄĚ; ‚ÄúLa sedia sta rotta‚ÄĚ al posto di ‚ÄúLa sedia √® rotta‚ÄĚ). Vista la sua natura regionale, occorre evitare questa forma in contesti formali.

Riguardo alla seconda domanda, la risposta √® s√¨: sto alla cassa significa ‚Äėsvolgere la mansione di cassiere‚Äô; sono alla cassa, invece, ‚Äėtrovarsi vicino alla cassa‚Äô. A differenza di essere, il verbo stare, infatti, racchiude alcuni significati che designano una situazione duratura nel tempo (‚ÄúSono a Roma‚ÄĚ significa ‚Äėmi trovo a Roma‚Äô, ‚ÄúSto a Roma‚ÄĚ, invece, ‘abito a Roma‚Äô).

Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei capire se siano corrette queste sequenze di pronomi:
Io o tu (o te) o Tu o io (o me)?
Io e tu (o te) o Tu e io (o me)?

RISPOSTA:

Io o tu e Tu o io sono in astratto le uniche sequenze corrette quando i due pronomi fungono da soggetto. In realt√† la variante io o te √® ammissibile (sebbene meno formale), e persino preferita dai parlanti, perch√© la forma del pronome oggetto √® sfruttata per segnalare che il secondo soggetto √® focalizzato (io o TE). Pi√Ļ discutibile la variante tu o me, per la quale vale la stessa considerazione fatta per io o te, ma che risulta essere meno favorita dai parlanti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Chi fosse interessato mi contatti” o “chi sia interessato mi contatti”?
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato? (Chi era interessato, tre giorni fa, mi contatti adesso).

 

RISPOSTA:

La variante con il congiuntivo presente √® ingiustificata, quindi da considerare errata. Le alternative possibili sono chi fosse… e chi √®... Lei ha ragione a rilevare nell’imperfetto un valore di passato: in effetti il significato della prima frase potrebbe essere quello da lei inteso; tale significato astratto, per√≤, sarebbe senz’altro scartato dai parlanti per via dell’incoerenza tra un interesse passato e l’azione presente. In altre frasi potrebbe, comunque, essere attivo; per esempio “Chi fosse vivo nel 1910 oggi √® certamente morto”. Rimane da spiegare quale sia la differenza tra chi √®… e chi fosse…. Il congiuntivo imperfetto aggiunge alla proposizione relativa una sfumatura di ipoteticit√† (chi fosse = se qualcuno fosse) assente nell’indicativo presente. A ben vedere, tale sfumatura √® superflua, visto che la situazione descritta √® gi√† ipotetica in s√© (il parlante non sa se qualcuno lo contatter√† e chi sia questo qualcuno); i parlanti, per√≤, dimostrano di apprezzare l’enfatizzazione di questo tratto, ottenuta proprio con il congiuntivo imperfetto, che avvicina, come detto, chi fosse a se qualcuno fosse.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą possibile usare i termini: avvocata, architetta, ingegnera¬†ecc.? Rimangono formali in questa maniera?

 

RISPOSTA:

I nomi di professione femminili come quelli da lei elencati, pur scarsamente o per niente usati in passato, sono regolari e possono essere usati in ogni contesto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni carteggio informatico e carteggio digitale, usate al fine di indicare uno scambio di e-mail, messaggi WhatsApp o sms, possono essere considerate corrette? Se così non fosse, quali altre espressioni potrebbero essere usate in loro vece?

 

RISPOSTA:

Sì, entrambe le espressioni potrebbero essere usate per indicare uno scambio di sms, di messaggi inviati tramite e-mail o servizi di messaggistica istantanea. Per avere il requisito di carteggio (digitale o informatico), però, è necessario che lo scambio di messaggi fra due persone sia continuo nel tempo. Sarebbe possibile usare anche il termine corrispondenza, già adottato nel linguaggio informatico per indicare uno scambio di messaggi che hanno in comune lo stesso destinatario o lo stesso oggetto.

Raphael Merida

Parole chiave: Lingua e società, Nome
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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Leggo su un giornale a diffusione nazionale quanto dichiara un noto giornalista: ¬ęVi spiego come si diventa giornalista¬Ľ. Io avrei usato il plurale: ¬ęVi spiego come si diventa giornalisti¬Ľ. Sono corrette entrambe le varianti? Se s√¨, quale si fa preferire?

 

RISPOSTA:

Le due forme sono del tutto equivalenti, sul piano strutturale e stilistico, e dunque entrambe perfettamente corrette in italiano. Il singolare si riferisce al ruolo, mentre il plurale d√† pi√Ļ rilievo alle persone che ricoprono quel ruolo. Capisco la sua preferenza: parlando a un uditorio ampio, per esempio a studenti e studentesse, puntare alla concreta possibilit√† che ciascuna/o di loro diventi giornalista pu√≤ sembrare pi√Ļ efficace. Per√≤ a favore del singolare rema l‚Äôessere adatto sia a un uomo sia a una donna, laddove il plurale al maschile indistinto, oggi pi√Ļ che mai, pu√≤ essere comprensibilmente avvertito come discriminatorio. Allora al plurale sarebbe bene aggiungere ‚Äúe giornaliste‚ÄĚ. Il singolare √® pi√Ļ economico e pi√Ļ inclusivo e quindi, in fin dei conti, preferibile: laddove la morfologia aiuta l‚Äôinclusivit√† √® sempre bene sfruttarne le risorse.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi sto occupando dello studio delle temporali. Vorrei cercare di capire quali tempi verbali possono essere usati in queste proposizioni al fine di poter esprimere sfumature di significato.

РCompro la pizza quando lui arriva / arrivi / arrivasse / arriverà / è arrivato / sia arrivato / fosse arrivato / sarà arrivato.

РNon compro la pizza finché lui non torna, torni, tornasse, tornerà (tempi composti?)

РGli ho promesso un lavoro non appena sarà / sia / fosse / sarebbe / sarebbe stato / fosse stato possibile

РLavorerai non appena è / sarà / sia / fosse possibile.

– A lui non importava fintantoch√© c’era / ci sarebbe stata / ci fosse stata Dorothy insieme a lui.

– Il direttore gli aveva promesso un posto di lavoro non appena fosse possibile, fosse stato possibile, sarebbe stato possibile.

– Pare che facesse suonare la campana ogni volta che trovava / trovasse / avrebbe trovato / avesse trovato un nome per il suo personaggio.

РGlielo dirò non appena tu lo vuoi / vorrai / voglia / volessi.

– Parliamo fino a quando non ci stanchiamo (indicativo e congiuntivo) / ci stancheremo / ci stancassimo / stancheremmo (tempi composti?).

РRifiutò di andarsene finché non avesse finito il pasto, avrebbe finito.

– Lo temeva ma pensava di temerlo solo finch√© non aveva accettato / avesse accettato / avrebbe accettato / ebbe accettato di completare l¬īopera.

– Stavo bene attento a muovermi ogniqualvolta ne avessi avuto bisogno / ne avessi bisogno / ne avrei avuto bisogno / ne avrei bisogno / ne avevo bisogno.

РDobbiamo proseguire finché non avremo / abbiamo (indicativo e congiuntivo) / avessimo ritrovato la strada dei mattoni gialli.

 

RISPOSTA:

Sulla scelta della forma verbale nelle frasi dell’elenco agiscono diversi fattori che si influenzano a vicenda (tra cui la semantica della frase), producendo restrizioni non sempre riconducibili a una regola generale. Di seguito le varianti pi√Ļ accettabili, con qualche nota illustrativa:

РCompro la pizza quando lui arriva / arriverà / sarà arrivato.

Il futuro anteriore √® un po’ spiazzante in relazione al presente usato come futuro (meglio sarebbe “Comprer√≤… quando sar√† arrivato”); possibile – ma forzato – √® arrivato, che, per√≤, funziona meglio con congiunzioni come una volta che e appena. Sono esclusi i tempi passati del congiuntivo sia arrivato e fosse arrivato. Non √® escluso il congiuntivo presente, se si attribuisce a quando il senso di qualora. Molto forzato √® arrivasse, che mette l’evento fattuale al presente della reggente in relazione con un’ipotesi possibile.

 

РNon compro la pizza finché lui non torna / torni / tornerà (tempi composti?).

In questa frase la congiunzione finch√© non ammette l’indicativo e il congiuntivo come variante formale (non con slittamento di significato verso la non fattualit√†). Per questo √® impossibile tornasse. Possibili sono, invece, l’indicativo futuro anteriore e il congiuntivo passato, perch√© finch√© non permette di considerare il processo del non comprare o come contemporaneo all’attesa, o come successivo, quindi con una prospettiva dal futuro al passato sull’evento del tornare.

 

РGli ho promesso un lavoro non appena sarà / sia / fosse / sarebbe stato / fosse stato possibile.

L’unica forma esclusa √® sarebbe, perch√© l’evento della subordinata non pu√≤ essere considerato condizionato da quello della reggente. Il condizionale passato, invece, pu√≤ avere la funzione di futuro nel passato.

 

РLavorerai non appena è / sarà / sia possibile.

Esclusa fosse.

 

– A lui non importava fintantoch√© c’era / ci sarebbe stata / ci fosse stata Dorothy insieme a lui.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Il direttore gli aveva promesso un posto di lavoro non appena fosse / fosse stato / sarebbe stato possibile.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Pare che facesse suonare la campana ogni volta che trovava / trovasse un nome per il suo personaggio.

Esclusa avrebbe trovato, perch√© l’evento del trovare non pu√≤ essere successivo a quello del suonare; avesse trovato potrebbe essere usata come variante formale di aveva trovato (forma a sua volta del tutto possibile), ma risulterebbe forzata, perch√© suggerirebbe che l’evento √® non fattuale, quando non pu√≤ esserlo.

 

РGlielo dirò non appena tu lo vuoi / vorrai / voglia / volessi.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Parliamo fino a quando non ci stanchiamo (indicativo e congiuntivo) / stancheremo / stancheremmo (tempi composti?).

Le forme escluse sono ci stancheremmo, perch√© l’evento della subordinata non pu√≤ essere considerato condizionato da quello della reggente, e ci fossimo stancati; ci stancassimo √® al limite dell’accettabilit√† (rispetto a finch√© non la presenza di quando la rende leggermente pi√Ļ accettabile, ma sarebbe difficilmente selezionata dai parlanti).

 

РRifiutò di andarsene finché non avesse finito il pasto.

Impossibile avrebbe finito, perch√© l’evento del finire non pu√≤ essere n√© condizionato n√© successivo a quello dell’andarsene.

 

– Lo temeva ma pensava di temerlo solo finch√© non avesse accettato / avrebbe accettato di completare l’opera.

In questa frase la reggente della temporale di temerlo è equivalente a che lo avrebbe temuto, quindi la temporale introdotta da finché non non ammette il congiuntivo ebbe accettato. Potrebbe ammettere aveva accettato, che, però, è sfavorito dalla sovrapposizione sulla frase dello schema del periodo ipotetico del terzo tipo (condizionale passato-congiuntivo trapassato).

 

– Stavo bene attento a muovermi ogniqualvolta ne avessi avuto bisogno / avessi bisogno / avevo bisogno.

La reggente della temporale qui equivale a mi muovevo: nella temporale sono impossibili avrei bisogno e avrei avuto bisogno, perch√© l’avere bisogno deve precedere e non pu√≤ essere condizionato dal muoversi.

 

РDobbiamo proseguire finché non avremo / abbiamo (indicativo e congiuntivo) la strada dei mattoni gialli.

Impossibile avessimo trovato.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se i verbi sono usati correttamente negli esempi 1-4:
(1) Mi ha chiesto se io lo avrei chiamato quando sarei tornato in Italia
(2) Mi ha chiesto se io lo chiamassi quando sarei tornato in Italia.
(3) Mi ha chiesto se lo avrei chiamato quando io fossi tornato in Italia.
(4) Mi ha chiesto se io lo chiamassi quando io fossi tornato in Italia
Inoltre, so che posso dire “Lo chiamer√≤ quando sar√≤ tornato in Italia”, ma penso che la forma “Mi ha chiesto se lo chiamer√≤ quando sar√≤ tornato in Italia” venga considerata sbagliata dato che non rispetta la consecutio temporum. Giusto?
Altre variazioni della stessa frase con le stesse domande:
(5) Mi ha chiesto se lo chiamerò quando sarei tornato in Italia.
(6) Mi ha chiesto se lo chiamerò quando fossi tornato in Italia.

 

RISPOSTA:

Le forme verbali nelle frasi 1-4 sono corrette (ma eviterei di esplicitare il soggetto pronominale io tanto nella proposizione interrogativa indiretta quanto nella temporale). Per descrivere un evento futuro rispetto a un momento di riferimento passato (mi ha chiesto) nelle proposizioni completive si pu√≤ usare sia il condizionale passato sia il congiuntivo imperfetto. Quest’ultimo √® pi√Ļ formale, ma anche pi√Ļ ambiguo, visto che la stessa forma si usa per esprimere la contemporaneit√† nel passato. Il congiuntivo imperfetto, insomma, esprime una contemporaneit√† nel passato proiettata nella posteriorit√†; il condizionale passato esprime soltanto la posteriorit√† rispetto al passato. La proposizione temporale descrive un evento da una parte posteriore rispetto al momento di riferimento (mi ha chiesto), dall’altra anteriore rispetto all’evento del chiamare, che diventa un secondo momento di riferimento. In questa situazione si pu√≤ scegliere se collegare l’evento del tornare a quello del chiedere o a quello del chiamare. Nel primo caso avremo le frasi 3 e 4, con il congiuntivo trapassato che esprime anteriorit√† rispetto al passato (visto che la contemporaneit√† e la posteriorit√† nel passato si comportano come passati); nel secondo caso avremo le frasi 1 e 2, con il condizionale passato che esprime posteriorit√† rispetto al passato (mi ha chiesto), trascurando il rapporto temporale con il chiamare. Va detto, inoltre, che la proposizione temporale introdotta da quando con il congiuntivo viene a coincidere con la ipotetica (quando fossi tornato = qualora fossi tornato), quindi assume una sfumatura di incertezza.

Nella completiva pu√≤ essere usato anche l’indicativo futuro, come nelle ultime due frasi, se si vuole sganciare l’evento dal rapporto con il momento di riferimento (mi ha chiesto) e si considera rilevante il momento dell’enunciazione (ora). In questo modo l’evento del chiamare √® rappresentato come posteriore rispetto al presente, ovvero come futuro. Se si fa questa scelta (che sarebbe adatta al parlato e allo scritto poco sorvegliato), nella temporale bisogna usare o il futuro semplice torner√≤ o il futuro anteriore sar√≤ tornato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale forma è corretta?
Una volta sola
Una volta solo

Marco non era a casa
Marco non c’era a casa

Inoltre ad una donna non sposata anche se ha una età avanzata si può dire ancora signorina?

 

RISPOSTA:

“Una volta sola” (o “Una sola volta”) e “Una volta solo” (o “Solo una volta”) sono entrambe frasi corrette, sebbene la seconda sia meno adatta a un contesto formale. Nella prima, l’aggettivo¬†solo¬†√®, come di consueto, accordato con il sostantivo femminile¬†volta. Nella seconda, invece,¬†solo¬†non ha valore di aggettivo bens√¨ di avverbio, ovvero sta per¬†soltanto.
“Marco non era a casa” va bene sempre e in tutte le variet√† di italiano, mentre “Marco non c‚Äôera a casa” va bene soltanto nel parlato informale o nello scritto che lo imita. Tra l’altro, l’enunciato sarebbe pronunciato con una leggera pausa prima di “a casa”. L’avverbio/pronome locativo¬†ci¬†in questo caso risulta pleonastico per via della presenza del sintagma locativo pieno “a casa”. L’intera frase, dunque, possibile ma informale, si configura come una dislocazione a destra. Pu√≤ essere utile in un contesto in cui “a casa” sia considerato elemento dato, per es. nel dialogo seguente:
– Ho cercato Marco ma non si trova da nessuna parte.
– Hai cercato a casa?
– Non c’era, a casa!
Una donna non sposata anche se ha un’et√† avanzata si pu√≤ dire ancora¬†signorina, anche se l’uso di questa parola √® giustamente sempre meno frequente, in quanto fortemente discriminatorio nei confronti delle donne. Perch√© mai, infatti, di una donna si dovrebbe rilevare lo stato civile mentre di un uomo no? Lei chiamerebbe mai un uomo non sposato signorino?

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Siamo studenti di italiano e ci stiamo imbattendo in una questione riguardante¬†l’evoluzione dei dialetti italiani. Sappiamo che l’italiano standard evolve¬†quotidianamente mentre ci chiediamo se anche i dialetti subiscano influenze.¬†Dunque, vorremmo sapere se e come i diletti possono essere influenzati.
Inoltre ci stiamo chiedendo se nella frase sopra sia corretto usare o meno il congiuntivo: subiscono o subiscano.

 

RISPOSTA:

I dialetti sono lingue come l’italiano, il francese o il cinese. La differenza tra una lingua e un dialetto non √® nel funzionamento, ma nell’ampiezza d’uso: i dialetti sono usati da comunit√† ristrette che hanno anche un’altra lingua, l’italiano, con la quale comunicano a un livello pi√Ļ ampio e in contesti ufficiali.
Anche i dialetti evolvono, quindi, e subiscono l’influenza dell’italiano e delle altre lingue (e in misura ridotta influenzano l’italiano e persino le altre lingue).¬†
I rapporti tra l’italiano e i dialetti sono molto complessi, tanto che vengono scritti diversi libri ogni anno su questo argomento: non √® possibile, quindi, sintetizzare la questione in una breve risposta. In generale possiamo dire che l’italiano si √® diffuso tra tutta la popolazione, anche come lingua del parlato informale, non solo per lo scritto ufficiale e letterario, a partire dalla seconda met√† del Novecento. Da allora i dialetti hanno cominciato a perdere funzionalit√†, ovvero a essere usati sempre meno anche in famiglia e tra amici. Questo processo ha rallentato l’evoluzione dei dialetti, impoverendone il lessico e riducendo il numero dei parlanti nativi di queste lingue, ovvero delle persone che nascono in famiglie in cui queste lingue si parlano spontaneamente (anche se la situazione √® diversa da regione a regione e tra le citt√† e le zone rurali). Da qualche decennio si nota un nuovo interesse per i dialetti: sono nati movimenti e associazioni che vogliono salvare queste lingue dalla morte. Queste iniziative potrebbero portare, in futuro, a recuperare non solo la conoscenza dei dialetti, ma anche l’uso.
Per quanto riguarda la seconda domanda, nella vostra frase vanno bene sia¬†subiscono¬†sia¬†subiscano. Il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell’indicativo, ovvero pi√Ļ adatto a contesti ufficiali, specialmente scritti: in questo contesto, quindi, √® preferibile.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale fra le due affermazioni √® la pi√Ļ formale?
Quanto alto è Mario?
Quanto alto sarà Mario?
Inoltre ho visto che va molto di moda ultimamente mettere l‚Äôasterisco per rendere ‚Äúneutri‚ÄĚ i sostantivi (asterisco egualitario di genere) che se non ho capito male,¬†sarebbe invece consigliato rivolgersi ad entrambi i sessi con il maschile plurale secondo canoni formali della lingua italiana.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette (anche se sarebbe meglio anteporre il verbo: Quanto √® alto, Quanto sar√† alto Mario?), soltanto che in questo caso il futuro ha un valore epistemico, cio√® indica un certo grado di dubbio o probabilit√†: “mi chiedo quanto possa essere alto Mario” ecc. Dato che ogni domanda (che non sia retorica) contiene in s√© un elemento dubitativo (altrimenti se si sapesse gi√† la risposta non si farebbe la domanda), in questo caso il futuro √® tutto sommato pleonastico, in quanto equivalente al presente.
Il problema dell’uso dell’asterisco, o dello schwa, a scopo inclusivo, ovvero per rendere sia il maschile, sia il femminile, sia per includere nel novero persone non binarie, √®, soprattutto in questi giorni, pi√Ļ vivo che mai e non pu√≤ essere riassunto in poche battute qui. Ognuno ha le sue idee, legittimamente. Ovviamente la soluzione dell’asterisco e dello schwa violano le attuali norme ortografiche e morfologiche dell’italiano, ma ogni lingua evolve anche a costo di infrazioni del sistema. Pertanto se tali istanze inclusive (di per s√© nobilissime, ovviamente, in qualunque societ√† civile) venissero sentite dalla maggioranza degli utenti come necessarie alla comunicazione, il sistema linguistico non potr√† non esserne influenzato e dunque l’asterisco e/o lo schwa saranno inclusi nel nostro sistema ortografico e morfologico, con buona pace degli oppositori e delle petizioni. Del resto, non √® questo l’unico caso, nella storia della lingua, di vistosi cambiamenti del sistema ortografico: quando io andavo alle scuole elementari era ancora ammessa la grafia √≤, √†i, √†, in luogo di ho, hai ha.
Morale della favola: non parlerei di corretto/scorretto, nei casi di asterisco o di schwa, ma di sentito o no come urgente, usato o no da un congruo numero di utenti ecc. Peraltro, il fatto che oggi si utilizzi il maschile indistinto (eviterei l’uso della parola “neutro”, visto che l’italiano, differentemente da altre lingue, non ha il genere neutro) per rivolgersi sia agli uomini, sia alle donne, sia alle persone non binarie, non relega certo al rango di scorrettezza altri usi possibili, quali per esempio quello, perch√© no, di utilizzare il solo femminile sempre.
Accada quel che accada nella lingua italiana (che, come ripeto, √® in continua evoluzione e non pu√≤ non riflettere le istanze sociali di chi la usa, visto che ogni lingua umana √®, in primo luogo, uno strumento sociale), di qui a qualche mese o anno o decennio, mi pare si debba comunque guardare con favore al fatto che molte persone ritengano importante ridurre il pi√Ļ possibile la discriminazione e l’esclusione, presenti purtroppo ancora largamente nelle nostre societ√† e dunque, di riflesso, anche nelle nostre lingue.

Fabio Rossi

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QUESITO:

“Entro stasera bisogna che il capoufficio mi chiami/mi abbia chiamato.”
“Entro stasera bisognerebbe che il capoufficio mi chiamasse/mi avesse chiamato.”
Se le due varianti proposte per ognuna delle frasi sono corrette, domando:
le forme verbali in questi casi sono riconducibili alla consecutio (abbia chiamato e avesse chiamato sono rispettivamente anteriori a bisogna e bisognerebbe), oppure indicano il grado di probabilit√† dell’evento (abbia chiamato e avessi chiamato sono meno probabili rispetto a chiami e chiamasse)?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†bisognare¬†(e analoghi:¬†√® necessario,¬†richiesto¬†ecc.) regge una completiva che ha due marche di subordinazione: il connettivo¬†che¬†(talora omesso) e il congiuntivo, che nel registro meno formale pu√≤ tranquillamente sempre essere sostituito dall‚Äôindicativo. Il congiuntivo, pertanto, retaggio di antiche reggenze latine, serve a indicare la subordinazione e non il grado di eventualit√† (come erroneamente detto dalle grammatiche), tranne in alcuni ovvi casi come il periodo ipotetico ecc. (ma su questo trover√† ampia documentazione nel nostro archivio delle risposte DICO digitando la parola¬†congiuntivo). La completiva retta da¬†bisogna¬†non ha bisogno (scusi il gioco di parole) di specificare finemente il tempo dell‚Äôazione rispetto alla reggente; in altre parole, da adesso (momento dell‚Äôenunciazione, ovvero di chi dice¬†bisogna) a quando l‚Äôenunciatore/trice ritiene che ‚Äúbisogni‚ÄĚ, l‚Äôazione si esprime di norma al presente (o all‚Äôimperfetto in dipendenza da¬†bisognava). Oltretutto, nel suo esempio, l‚Äôazione della chiamata non √® anteriore, bens√¨ posteriore alla reggente (bisogna adesso), ma √® semmai anteriore rispetto alla circostanza posta dallo/a stesso/a enunciatore/trice (entro stasera). Motivo per cui, a maggior ragione, non c‚Äô√® alcun bisogno di utilizzare il passato (mi abbia chiamato¬†/¬†mi avesse chiamato), n√© c‚Äôentra nulla l‚Äôeventualit√†; come ripeto, infatti, il congiuntivo √® richiesto (nello stile formale) come marca di subordinazione, non come indicazione di eventualit√† (bisogna, oltretutto, esprime la necessit√† non certo l‚Äôeventualit√†, sebbene non sia certo se la persona chiami o no). Quindi, la¬†consecutio temporum¬†non richiede affatto il passato e l‚Äôazione espressa al presente (o all‚Äôimperfetto) rappresenta l‚Äôalternativa migliore. Possiamo dunque dire che l‚Äôalternativa¬†mi¬†abbia / avesse chiamato sia¬†(o √®) scorretta? Non direi: con la lingua si pu√≤ fare quasi tutto quel che si vuole e pertanto se un/a parlante sente l‚Äôesigenza di esprimere l‚Äôazione come anteriore vuol dire che la lingua gli/le consente di farlo, per√≤ mi sento di affermare che la soluzione al passato / trapassato sia / √® meno appropriata, soprattutto a un contesto formale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quanto √® difficile per uno che non √® un grammatico non fare errori grammaticali? O per uno che ha “solo” delle buone conoscenze di grammatica? Succede che degli scrittori, anche affermati, facciano degli errori?

 

RISPOSTA:

La risposta a questa domanda, solo apparentemente banale, richiede una precisazione preliminare sui concetti di grammatica e di errore. Va distinta la Grammatica (che per convenzione scrivo con l’iniziale maiuscola) dalla grammatica (minuscola). La Grammatica √® l’insieme delle regole di funzionamento di una lingua che ogni parlante ha ormai introiettato pi√Ļ o meno pienamente all’et√† delle scuole elementari. Dopo si arricchiscono il lessico e la sintassi, e magari si evita la maggior parte degli errori di ortografia, ma il grosso della lingua a 10 anni √® bell’e imparato. Esistono poi i libri di grammatica, tutti pi√Ļ o meno puristici, che prescrivono cio√® una serie di regole. Non tutte queste regole sono sullo stesso piano e non tutti gli errori descritti come tali dalle grammatiche sono veri e propri errori di Grammatica, ma semplicemente opzioni meno formali della lingua, perfettamente corrette nello stile informale ma meno adatte in quello formale. Un tipico esempio √® il congiuntivo nelle completive come “penso che √® tardi”, forma del tutto corretta secondo la Grammatica ma tacciata d’errore dalle grammatiche solo perch√© meno formale di “penso che sia tardi”. Di errori veri e propri i parlanti e scriventi adulti ne commettono pochissimi. Per la maggior parte dei casi si tratta di forme meno formali e inadatte alla scrittura ufficiale e colta. Sicuramente, per√≤, oggi sono in pochissimi gli scriventi che riescono a dominare perfettamente tutti i livelli della lingua, e specialmente quelli pi√Ļ formali. Neppure alcuni scrittori odierni, anche affermati, riescono a usare la lingua con consapevolezza in tutte le sue variet√†. In questo senso, dunque, se vuole dare a “errore” il significato di “impropriet√† stilistica” o “povert√† lessicale” o “scarsa coesione sintattica e testuale”, allora taluni scrittori commettono errori. Io per√≤ non li chiamerei errori ma impropriet√†. Non bisogna essere grammatici per usare la lingua in tutta la sua ricchezza. Direi che √® utile essere lettori umili e curiosi. Essere bacchettoni non aiuta mai, in questi casi, perch√© ci si arrocca su posizioni indifendibili, sotto il profilo scientifico, come quella di tacciare d’errore l’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo. Raramente una forma attestata in migliaia di scriventi pu√≤ essere considerata errata. Anche molti errori, oltretutto, hanno una loro ragion d’essere, cio√® una loro motivazione, sebbene non ritenuta valida dalla maggior parte degli scriventi colti. Ovvero quasi nessun errore √® casuale o immotivato. Qual √® la motivazione della forma “qual’√®” con l’apostrofo, per fare un esempio? Il fatto che nell’italiano d’oggi¬†qual¬†non √® quasi mai seguito da consonante (tranne che nell’espressione cristallizzata “qual buon vento ti porta?”). Nel momento in cui le grammatiche, i giornali cartacei e la gran parte degli scrittori colti considereranno normale “qual’√®”, essa (che gi√† oggi √® maggioritaria online rispetto a “qual √®” senza apostrofo) diventer√† in tutto e per tutto una forma corretta dell’italiano standard. Morale della favola: gli errori non¬†¬†sono ontologici e una volta per tutte ma storici e legati alle dinamiche sociali (come tutto nelle lingue, fenomeni storico-sociali per antonomasia). Molte delle forme un tempo normali in italiano oggi sarebbero scorrette, come “opra” per opera o “canoscere” per conoscere.
Per concludere, oggi pi√Ļ che errori veri e propri (cio√® forme non previste dalla Grammatica, ovvero dal sistema di una lingua, come gli errori di ortografia o di desinenza: “la sedia si √® rotto”) la gran parte degli scriventi mostra un notevole e pericoloso analfabetismo funzionale, ovvero l’incapacit√† di capire e usare la lingua in tutto l’ampio spettro delle sue variet√†. E dunque c’√® chi non comprende, e quindi non √® in grado di usare, parole dal significato anche molto comune come¬†tuttavia,¬†bench√©,¬†¬†acconsentire,¬†tollerare¬†ecc. Sembra molto pi√Ļ grave questo fenomeno che non il singolo erroretto d’ortografia, che pu√≤ sfuggire a chiunque, o lo strafalcione di una parola usata al posto di un’altra, o una caduta nell’uso della consecutio temporum. Mediamente, dunque, una discreta conoscenza della grammatica italiana ci mette sicuramente al riparo da troppi errori di Grammatica, anche se soltanto una regolare esposizione alla lingua formale letta e scritta ci allontana dal rischio di diventare analfabeti funzionali.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella FAQ¬† “Vorrei” usare il tempo giusto del congiuntivo, a proposito della frase¬†“Vorrei un’auto che avesse/abbia il cambio automatico”¬†√® stato detto¬†che il congiuntivo imperfetto in una proposizione relativa viene giudicato valido solo in riferimento a un’azione/condizione passata.¬†Ma il congiuntivo imperfetto non potrebbe essere interpretato in chiave ipotetica, veicolando non tanto il passato quanto un grado di probabilit√† del verificarsi¬†dell’evento inferiore a quello che sarebbe stato determinato dal congiuntivo¬†presente?
Congiuntivo imperfetto = meno probabile; congiuntivo presente = pi√Ļ probabile.
Come avviene, grosso modo, nelle subordinate condizionali costruite con qualora, nel caso che.
“Nel caso piovesse / piova, resto a casa”; “Qualora non potessi / possa uscire per la pioggia, resterei a casa”.
Onestamente, sovente ho scritto o detto “In Italia servirebbe un governo che aiutasse [nel presente e nel futuro, nda] i¬†giovani”.
“Guarderei volentieri un film che avesse come protagonista Al Pacino”.
“Si potrebbe studiare una soluzione che desse risalto a tutti i problemi finora¬†discussi”.
Non ho mai collegato l’imperfetto al passato, ma, come spiegato, ho attribuito¬†alla subordinata un taglio ‚Äď mi verrebbe da dire ‚Äď relativo-ipotetico.
Ho sempre sbagliato?

 

RISPOSTA:

Come scritto nella FAQ¬† “Vorrei” usare il tempo giusto del congiuntivo, nella costruzione della relativa¬†vorrei X che¬†agisce il modello della completiva¬†vorrei che X. La preferenza sempre pi√Ļ marcata per il congiuntivo imperfetto in quest’ultimo tipo di proposizione in dipendenza dal condizionale (anche di verbi non di desiderio, opportunit√†, necessit√†) si trasmette anche all’altro tipo (la relativa), senza, per√≤, che ci sia una ragione sintattica per questo. Si noti che la preferenza per il congiuntivo imperfetto nella completiva √® a sua volta dovuta al modello del periodo ipotetico, nel quale il condizionale presente √® di norma associato proprio al congiuntivo imperfetto (vorrei che tu fossi¬†<¬†vorrei se tu fossi;¬†mi aspetterei che tu venissi¬†<¬†mi aspetterei se tu venissi). Se consideriamo questi passaggi, √® prevedibile che il senso ipotetico rimanga percepibile nella completiva e nella relativa dipendente da un condizionale. Dobbiamo, per√≤, rilevare che nella completiva e nella relativa l’ipoteticit√† dipende non da ragioni sintattiche, ma di analogia: il congiuntivo imperfetto, infatti, non veicola in astratto una sfumatura semantica particolare, ma si carica di questa sfumatura quando √® inserito nello schema del periodo ipotetico. La proposizione completiva e quella relativa, pertanto, dovrebbero essere estranee a questo significato.
Insomma “Guarderei volentieri un film che abbia come protagonista Al Pacino” √® la forma attesa per la relativa al presente; “Guarderei volentieri un film che avesse come protagonista Al Pacino” √® una forma che ricalca il periodo ipotetico del secondo tipo, ma che, rimanendo nel costrutto della proposizione relativa, indica che la qualit√† del film (avere come protagonista Al Pacino) riguarda il passato (e, al pari della frase della risposta 2800836, √® un po’ bizzarra, perch√© la qualit√† passata non pu√≤ che permanere nel presente). A riprova di questa ricostruzione, osserviamo che cosa succede se sostituiamo l’indicativo al congiuntivo nella proposizione relativa:¬†guarderei un film che abbia come protagonista…¬†√® del tutto equivalente (ma pi√Ļ formale) a¬†guarderei un film che ha come protagonista…;¬†guarderei un film che avesse come protagonista…¬†√® equivalente a¬†guarderei un film che aveva come protagonista…
Non mi spingerei fino a definire¬†sbagliato¬†il congiuntivo imperfetto nella proposizione relativa retta da un condizionale: vero √®, infatti, che il modello del periodo ipotetico √® forte e che molti parlanti attribuiscono all’imperfetto, per via di questo modello, un maggiore grado di ipoteticit√† rispetto al presente. Dopo tutto, la lingua √® fatta di percezione: non ci sono strutture obbligate per natura, ma soltanto strutture alle quali gruppi di parlanti assegnano concordemente gli stessi significati. Finch√© si potr√† scegliere tra il presente e l’imperfetto (√® possibile, infatti, che in futuro l’imperfetto diventi la forma dominante), per√≤, propenderei ancora per il presente; oltre a essere la forma sintatticamente attesa, si noti, il presente evita l’ambiguit√† tra¬†guarderei un film che avesse¬†(= ‘eventualmente ha’) e¬†guarderei un film che avesse¬†(= ‘aveva’).¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Titoli come avvocato, professore ecc., se non accompagnati dal cognome, vanno maiuscoli?  
Come si comportano i titoli con il sesso delle persone? Sindaco e sindaca? Architetto e architetta? 

 

RISPOSTA:

Non c’√® alcuna ragione per scrivere con lettera maiuscola i titoli di professione, anche quando non siano seguiti dal nome della persona. Il maiuscolo pu√≤ essere usato (ma non √® obbligatorio neanche in questo caso) quando il titolo √® usato per antonomasia per riferirsi a una persona specifica:¬†l’Avvocato¬†(Giovanni Agnelli),¬†il Professore¬†(Romano Prodi).¬†I titoli di professioni comunemente ritenute prestigiose (Onorevole, ma anche¬†Presidente,¬†Papa,¬†Direttore…) sono spesso scritti con la maiuscola, per sottolinearne il valore distintivo, anche se non √® affatto necessario farlo. Quindi, se scrivere l’Avvocato¬†fa pensare a una persona specifica, ovvero l’avvocato Giovanni Agnelli, scrivere¬†l’Onorevole¬†pu√≤ rimandare a qualunque onorevole che sia stato nominato precedentemente.
I nomi di professione femminili sindaca e architetta sono ben formati e perfettamente legittimi; è preferibile, quindi, usarli quando ci si riferisce a professioniste. Sui nomi di professione femminili rimando a questo articolo pubblicato in DICO.
Nell’articolo √® inserito anche il link alla guida¬†Giulia, a cura di Cecilia Robustelli, che spiega dettagliatamente tutti i casi dubbi (il link √® questo: https://accademiadellacrusca.it/sites/www.accademiadellacrusca.it/files/page/2014/12/19/donne_grammatica_media.pdf).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua e società, Nome
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QUESITO:

Esiste un equivalente italiano del proverbio latino sub pondere crescit palma?

 

RISPOSTA:

Il proverbio latino, pi√Ļ comune nella forma¬†palma sub pondere crescit, pu√≤ essere¬†tradotto ‘la palma cresce sotto il suo peso’ o ‘la palma cresce sotto il peso’. Descrive metaforicamente l’idea che le difficolt√† della vita rendono pi√Ļ forti.
In italiano molti proverbi o frasi celebri latine sono mantenuti e usati in originale, come parte del patrimonio culturale:¬†ad impossibilia nemo tenetur,¬†beati monoculi in terra caecorum,¬†carpe diem,¬†est modus in rebus,¬†risus abundat in ore stultorum¬†e decine di altri; potremmo dire, quindi, che le frasi latine non hanno quasi mai bisogno di un equivalente in italiano. Ironicamente, un equivalente di questa frase potrebbe essere quest’altra, ugualmente latina, che per√≤ circola anche in traduzione:¬†ignis aurum probat, miseria fortes viros¬†‘il fuoco prova l’oro, la sventura gli uomini forti’. L’originale proviene dal¬†De Providentia¬†di Seneca (V, 10).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Credo che in tutta Italia si dica: ” Anche te” invece di “Anche tu”. Esempi: ” Vai a Parigi? Anche te?” Verrai anche te stasera? ” Ora ti ci metti anche te”.¬†¬†Credo che sia sbagliato l’uso del pronome “te”. Ma a questo punto, in considerazione del fatto che viene utilizzato da tutti, anche in letteratura, che si fa? Cambiamo la grammatica?

 

RISPOSTA:

Ha ragione: esempi come quelli da lei citati, ancorch√© pi√Ļ comuni al Nord e a Roma che al Sud, sono comunque, almeno al livello informale, comuni in quasi tutta Italia. I motivi potrebbero essere vari e il pi√Ļ importante √® forse il seguente: le forme pronominali di complemento oggetto (lui,¬†lei,¬†te) meglio si prestano a usi topicalizzati o focalizzati, in cui cio√® l‚Äôattenzione si concentra sulla persona che prova una certa emozione, ha una certa idea ecc.: ‚Äúte, ti piace di pi√Ļ carne o pesce?‚ÄĚ, ‚ÄúTi ci metti anche te!‚ÄĚ ecc. Con¬†lui¬†e¬†lei¬†la tendenza, da secoli, si √® talmente rafforzata da aver scalzato ormai quasi del tutto (gi√† a partire da Manzoni) le relative forme di pronome soggetto:¬†egli¬†ed¬†ella¬†ormai sono, soprattutto il secondo, quasi solo retaggi letterari. Invece con¬†tu¬†(e ancor di pi√Ļ con¬†io) il discorso √® diverso, perch√© un buon numero di parlanti colti ha le sue stesse, giustificatissime, riserve, e magari utilizzano normalmente la formula ormai quasi cristallizzata ‚Äúio e te‚ÄĚ, ma sentono certo stridore da unghie sulla lavagna di fronte a ‚Äúvieni pure te?‚ÄĚ. Che fare, in questi casi? Cambiamo la grammatica? Ma se l‚Äôusano tutti? Si chiede assai saggiamente Lei. Come ben comprende, il rapporto tra norma e uso non pu√≤ che essere fluido, in movimento e in rinegoziazione continua tra gli utenti della lingua, soprattutto negli ultimi decenni. E allora, al momento abbiamo cambiato la grammatica accogliendo¬†lui¬†e¬†lei¬†soggetto, ma forse non √® ancora il momento di farlo per¬†te¬†soggetto, dato che un numero molto elevato di parlanti e scriventi, come Lei e come chi le scrive, ancora non sente naturale il¬†te¬†al posto di¬†tu¬†e gran parte degli italiani colti a Sud di Roma la pensa come noi due, credo. Pertanto, in barba allo strapotere romano-milanese, teniamoci ancora un po‚Äô il nostro¬†tu, senza crociate e pronti a cedere quando nessun altro, forse, ci far√† pi√Ļ una domanda (bella) come la sua.
 
Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi piacerebbe avere dei chiarimenti in merito all’uso di¬†piuttosto che¬†con valore disgiuntivo al posto di¬†o¬†/¬†oppure. Ad esempio: “Sono¬†stata al mercato e non sapevo se comprare pomodori piuttosto che cipolle, piuttosto¬†che dell’aglio”. Potreste fornirmi delle delucidazioni in merito a questo strano uso?
Il significato di¬†piuttosto che¬†a cui sono abituata √® quello di¬†invece di, come in questo¬†esempio: “Piuttosto che sgridarmi, spiegami dove ho sbagliato”.

 

RISPOSTA:

Il significato di¬†piuttosto che¬†a cui lei √® abituata, cio√® di ‘invece di‚Äô o ‚Äėanzich√©‚Äô, √® l’unico appartenente all’italiano standard (quello codificato dalle grammatiche e dai dizionari). Con questo significato, il connettivo ha valore comparativo ed eccettuativo; l’esempio da lei fornito, infatti, pu√≤ essere trasformato nel seguente modo: “Spiegami dove ho sbagliato, invece di sgridarmi”.
Da pi√Ļ di un decennio, e specialmente nell’italiano centrosettentrionale,¬†piuttosto che¬†ha assunto il significato proprio della congiunzione disgiuntiva¬†o. Le ragioni di questa moda sono da ricercarsi nella percezione di¬†piuttosto che¬†come nobilitante rispetto a¬†o¬†da parte dei¬†ceti medio-alti del Settentrione che, poi, hanno influenzato gli altri parlanti. Sono gli stessi motivi, per esempio, che inducono a pronunciare¬†r√Ļbrica¬†invece di¬†rubr√¨ca,¬†m√≤llica¬†piuttosto che¬†moll√¨ca.
L’uso disgiuntivo di¬†piuttosto che¬†√®¬†ancora da considerare scorretto e non √® consigliabile in nessun contesto; non solo perch√© in contrasto con la grammatica e con la storia etimologica del sintagma, ma anche perch√© pu√≤ creare importanti ambiguit√† nella comunicazione, rischiando di compromettere la funzione del linguaggio. Una frase come “Stasera vado al cinema piuttosto che al teatro” indica una preferenza (‘Stasera vado al cinema, non al teatro’) e non un’alternativa (‘Stasera vado al cinema o al teatro’). L’uso disgiuntivo √®, comunque, tipico di catene di alternative,¬†come nell’esempio da lei proposto “pomodori piuttosto che cipolle, piuttosto che dell‚Äôaglio”. Si noti che la frase, se interpretata con il valore standard di¬†piuttosto che,¬†significherebbe: ‘[compro] i pomodori e non le cipolle, n√© dell‚Äôaglio”.
Gi√† nel 2002 la linguista Ornella Castellani Pollidori ipotizzava che alla base dell’uso di¬†piuttosto che¬†con valore disgiuntivo ci fossero frasi come “Andiamo a Vienna in treno o piuttosto in aereo” (in cui¬†piuttosto¬†d√† maggiore plausibilit√† al secondo elemento della coppia disgiuntiva).
Raphael Merida

Parole chiave: Lingua e società
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QUESITO:

Vorrei chiederVi, dopo aver letto alcuni articoli in internet che utilizzano questa forma, se √® giusto dire “mi hai svoltato la giornata”. Io sarei pi√Ļ propenso ad utilizzare la forma “hai dato una svolta alla mia giornata” ma vedo che in alcuni casi viene utilizzata, quindi mi chiedevo se fosse utilizzabile anche questa forma.¬†

 

RISPOSTA:

L’uso del verbo¬†svoltare¬†nella frase da lei segnalata √® d’ambito gergale, molto comune, almeno nell’Italia centrale, tra i giovani (e meno giovani) da molti anni. In quanto uso gergale, √® limitato perlopi√Ļ al parlato informale, tra pari, o allo scritto che ne imita le movenze. Sicuramente sarebbe bene evitare simili usi in scritti d’ambito formale o anche nel parlato rivolto a persone che non condividono il medesimo orizzonte socioculturale. L’alternativa¬† da lei proposta andrebbe benissimo per usi pi√Ļ formali, ma risulterebbe artefatta in un dialogo (o in una chat, per fare un esempio di scrittura informale) tra pari che condividano il medesimo gergo.¬†Svoltare, in gergo, pu√≤ essere utilizzato sia intransitivamente (ho svoltato, cio√® ‘ho riportato un successo’: “Ho svoltato col lavoro”; “Quella ragazza m’ha dato il suo numero di telefono: ho proprio svoltato!”), sia transitivamente, come appunto in “M’hai svoltato la giornata”, cio√® ‘hai determinato un esito molto positivo, magari insperato, nella mia giornata’, o ‘hai risolto un problema’ e simili. Naturalmente, pu√≤ essere usato anche ironicamente, cio√® per esprimere l’esatto contrario. Se avessi un incidente d’auto, potrei esprimere il mio disappunto esclamando: “Oggi ho proprio svoltato”, o “Ho svoltato la giornata”, o, rivolgendomi non proprio euforicamente a chi mi ha tamponato: “M’hai svoltato la giornata!”.
In una prospettiva stilistica, pu√≤ essere utile conoscere l’uso di queste espressioni gergali, per esempio se si sta scrivendo un romanzo d’ambiente giovanile e si vogliono creare dialoghi agili e credibili tra i personaggi.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Si può scrivere in un tema la seguente frase: trucco e parrucco?

 

RISPOSTA:

L’espressione trucco e parrucco¬†√® un idiotismo, cio√® una costruzione caratteristica di una lingua (dal greco¬†idiotes¬†‘particolare, specifico’), intraducibile e difficilmente sostituibile con una perifrasi analoga. Gli idiotismi, anche detti¬†espressioni idiomatiche, determinano sempre un abbassamento del tono del discorso, soprattutto se, come in questo caso, contengono parole storpiate al fine di creare un effetto fonico (come, per fare un altro esempio, in¬†il troppo stroppia). L’adeguatezza di simili espressioni va valutata alla luce delle variabili testuali: chi sono l’emittente e il ricevente¬†del testo, e in che rapporto sociale sono tra loro, in quale ambiente √® inserito il testo¬†(familiare, scolastico, universitario, lavorativo…), qual √® il suo scopo, √® scritto (quindi tendenzialmente pi√Ļ formale) o parlato (tendenzialmente pi√Ļ permeabile agli abbassamenti di tono)?
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Buongiorno la mia per chiedervi se √® corretto un errore che hanno segnato a mio figlio di 11 anni sul tema e cio√® lui ha scritto “poi andammo in classe ed i maestri ci spiegarono tutto”, la professoressa ha corretto con “poi andammo in classe ed i professori ci spiegarono tutto”. √ą un errore scrivere maestro al posto di professore? Vi ringrazio in anticipo della vostra cortese risposta in quanto il bambino √® rimasto sbalordito da questa correzione.

 

RISPOSTA:

Immagino che suo figlio frequenti la prima media, giusto? Se ho ragione, allora in effetti il personale docente che insegna alle scuole medie si denomina con l’etichetta di “professore” e non con quella di “maestro”. “Maestro/maestra” √® invece la denominazione del personale docente delle scuole elementari e materne. In questo senso, l’insegnante di suo figlio (che infatti lei stessa definisce “professoressa”) ha corretto giustamente l’errore. Naturalmente, non si tratta di un errore di grammatica, bens√¨ di lessico. Ma le lingue sono fatte anche di lessico.
√ą bene abituare i ragazzi, fin dai primi di anni di scuola, ad usare le parole secondo il loro significato pi√Ļ preciso e pi√Ļ adatto alle situazioni comunicative. Non √® che un “maestro” valga di meno di un “professore” (si figuri che in ambito musicale il rapporto √® ribaltato: “maestro” ¬†√® il titolo che spetta al direttore d’orchestra, mentre “professore” √® il titolo degli orchestrali da lui diretti), ma semplicemente la lingua √® fatta di convenzioni (anche sociali) e di abitudini. Visto che l’uso odierno dell’italiano assegna un nome per gli insegnanti della scuola primaria e dell’infanzia (maestre e maestri) e un nome per quelli di scuola secondaria e dell’universit√† (professoresse e professori), chi viola tale uso viola una regola della nostra lingua.
Ci√≤ detto, spieghi a suo figlio che non deve certo mortificarsi per la correzione: √® in ottima compagnia. Anche mio figlio, di dodici anni (e chiss√† quante migliaia di bambini italiani!), all’inizio delle medie si confondeva spesso tra “maestra” e “professoressa”. Ma, come si sa, e per fortuna, “sbagliando si impara”.
Un caro saluto

Fabio Rossi

Parole chiave: Lingua e società
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