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Categorie: Morfologia

QUESITO:

1a) La voglio tutta.
2a) Vi ho visti tutti.
3a) Noi veniamo tutti da Roma.
4a) Noi verremo in tanti alla festa.

Le frasi si possono riformulare così:
1b) Voglio tutta la torta (aggettivo).
2b) Ho visto tutti voi (aggettivo).
3b) Tutti noi veniamo da Roma (aggettivo).
4b) In tanti/tanti di noi verranno alla festa (pronome).
Nelle frasi “a” si fa un uso avverbiale dei pronomi e aggettivi?

 

RISPOSTA:

Nelle frasi del primo e del secondo gruppo tutto è sempre aggettivo e non ha mai la funzione di un avverbio: accompagna, infatti, sempre un nome o un altro pronome, anche se la sua posizione cambia. Anche la locuzione in tanti, che è aggettivale nella frase del primo gruppo, mentre è pronominale nella frase del secondo gruppo, non ha mai la funzione di avverbio.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho letto il seguente periodo: “Sfido chiunque adesso mi sta leggendo e legger√† questi racconti, a non desiderare una simile avventura”. Non dovrebbe essere¬†chiunque adesso mi stia leggendo…?¬†Chiunque¬†regge sia il congiuntivo che l’indicativo, ma in questo caso √® pronome sia indefinito che relativo (= ‘qualunque persona che’).

 

RISPOSTA:

Il pronome relativo indefinito¬†chiunque¬†richiede effettivamente il congiuntivo; la scelta dell’indicativo √® molto trascurata. Immagino che sia stata influenzata dall’indicativo futuro¬†legger√†¬†subito successivo, che √® l’unica forma possibile per esprimere il futuro in questa frase, per cui √® accettabile anche nello scritto di media formalit√† (l’alternativa con il congiuntivo non potrebbe assolutamente veicolare l’idea del futuro, a meno che non venga aggiunto un avverbio di tempo:¬†chiunque adesso mi stia leggendo e legga in futuro questi racconti).
La frase presenta un’altra scelta infelice: la virgola tra la reggente (Sfido) e la completiva oggettiva (a non desiderare…). Le completive, escluse le dichiarative, non devono essere separate dalla reggente con alcun segno di punteggiatura (tranne che non ci sia in mezzo un’incidentale), allo stesso modo in cui, nella frase semplice, il verbo non deve essere separato dal complemento oggetto.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1A) Questa √® la citt√† in cui serve un’ora per arrivare.
1B) Questa √® la citt√† per arrivare nella quale serve un’ora.
2A) La cosa che devo svegliarmi presto per fare è questa.
2B) La cosa per fare la quale devo svegliarmi presto è questa.
3A) Questo è un dolce che è necessaria tanta pratica per fare.
3B) Questo è un dolce per fare il quale è necessaria tanta pratica.

Entrambe le costruzioni delle tre coppie vanno bene?

 

RISPOSTA:

Le varianti A e B sono praticamente equivalenti: si distinguono soltanto per la posizione e la forma del pronome relativo, che non cambiano la struttura sintattica. In frasi come queste il pronome relativo sintetizza due funzioni apparentemente inconciliabili: collega la proposizione relativa alla reggente e proietta la sua funzione sintattica nella finale, dove è collocato il verbo che effettivamente lo regge. Paradossalmente, la finale è subordinata alla relativa, quindi il relativo si trova a essere contemporaneamente nella proposizione reggente e nella subordinata.
Nella frase 1A, per esempio,¬†in cui¬†introduce la relativa¬†in cui serve un’ora, ma √® retto da¬†arrivare, che si trova nella finale subordinata alla relativa; lo stesso vale per¬†che¬†in¬†che devo svegliarmi presto, retto da¬†fare¬†nella finale, e per¬†che¬†in¬†che √® necessaria tanta pratica, retto da¬†fare¬†nella finale. Si noti che nelle varianti B succede lo stesso: nella 1B¬†nella quale¬†introduce comunque la proposizione relativa¬†nella quale serve un’ora¬†ma √® retto da¬†arrivare, che si trova nella finale comunque subordinata alla relativa.
Come si pu√≤ intuire, questa costruzione intricata non √® standard, ma pu√≤ tornare utile in alcune situazioni comunicative per sintetizzare un concetto che altrimenti richiederebbe una formulazione pi√Ļ lunga, o meno efficace, per essere detto. La frase A, per esempio, potrebbe essere formulata cos√¨: “Questa √® la citt√† in cui si arriva guidando per un’ora”, o “Per arrivare in questa citt√† serve un’ora”, o simili. In conclusione, quindi, il costrutto pu√≤ certamente essere sfruttato all’occorrenza nel parlato e nello scritto informale, ma va evitato nel parlato di alta formalit√† e nello scritto di media e alta formalit√†.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quando i miei interlocutori italiani mi dicono ‚Äúquesto non √® importante‚ÄĚ, ‚Äú√® un‚Äôeccezione‚ÄĚ, ‚Äúnon ti fissare‚ÄĚ, mi fanno impazzire; sono troppo curioso per capirne di pi√Ļ. Sono molto fortunato di averla conosciuta.

Mi piace tanto la sfumatura della lingua italiana anche se mi fa impazzire a volte. Noi diciamo che ‚Äúi step in it‚ÄĚ spesso e credo che s‚Äôimpari sbagliando. Ma con questo esempio (sulla differenza d‚Äôuso tra essere interessato e essere affezionato di cui a questa domanda/risposta) c‚Äô√® un modo per evitare questi sbagli? Ad esempio AFFEZIONARE come INTERESSARE √® un verbo transitivo e AFFEZIONARSI esiste. Sia INTERESSATO SIA AFFEZIONATO sembrano aggettivi. Essere interessato a qualcosa come dice lei √® quasi: question: una forma passiva (ma non √® scritto ‚Äúda qualcosa‚ÄĚ e quindi mi sembra pi√Ļ un aggettivo). Ma non riesco a capire come mai affezionato funzioni diversamente. C‚Äô√® un modo per estrarre un indizio con questi aggettivi/participi passati con ESSERE per evitare l‚Äôuso incorretto dei pronomi indiretti per far riferimento a una cosa? Potresti fornirmi altri esempi? Forse √® soltanto una cosa di apprendimento empirico?

 

RISPOSTA:

Lei ha messo ancora una volta il dito su un‚Äôaltra bella piaga della linguistica, ovvero il comportamento di alcuni verbi inaccusativi (essere interessato, essere affezionato) e, prima ancora, il rapporto tra linguistica teorica, linguistica applicata, didattica e uso (o comportamento) linguistico. Non sempre le grammatiche danno (n√© servono a dare) risposte utili alla classificazione teorica e alla riflessione linguistica. Solitamente, la grammatica pi√Ļ utile per questo genere di riflessioni (cio√®, per ricavare una regola dall‚Äôosservazione di molti esempi diversi) √® la Grande grammatica italiana di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino. Ma procediamo con ordine. I participi passati di verbi transitivi sono sempre a met√† strada tra valore aggettivale e valore verbale (pu√≤ vedere su questo la seguente domanda/risposta). Interessare e affezionare sono due verbi molto diversi. Il secondo √® solo transitivo, ma di fatto viene utilizzato soltanto nella forma pronominale (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa) o passiva/aggettivale (sono affezionato a qualcuno o qualcosa). Interessare √® sia transitivo sia intransitivo e consente usi e costruzioni differenti: A interessa B, A si interessa a B, A √® interessato da B, A √® interessato a B, A si interessa di B ecc. Per questo ribadisco che ¬ęessere interessato all‚Äôitaliano¬Ľ e ¬ęessere interessato dall‚Äôitaliano¬Ľ, sebbene il secondo sia meno comune del primo, sono molto simili. Mentre √® possibile dire sia ¬ęl‚Äôitaliano mi interessa¬Ľ, sia ¬ęmi interesso all‚Äôitaliano¬Ľ, sia (meno comune) ¬ęmi interesso dell‚Äôitaliano¬Ľ (per es.: ¬ędi mestiere, mi interesso delle sorti dell‚Äôitaliano nel mondo¬Ľ), con affezionare le costruzioni sono meno numerose: ¬ęil gatto √® affezionato / si affeziona alla casa¬Ľ (¬ęle √® affezionato¬Ľ, ¬ęle si affeziona¬Ľ), mentre √® impossibile (o possibile solo in teoria, ma di fatto innaturale) ¬ęla casa affeziona il gatto¬Ľ. Per questo motivo, cio√® per l‚Äôunicit√† della reggenza preposizionale in a per esprimere il secondo argomento verbale di affezionarsi (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa), il pronome gli/le funziona sempre bene con quel verbo. Mentre con interessare, che, come dimostrato, regge costrutti molto diversi, gli/le non funzionano sempre. A complicare l‚Äôintera questione c‚Äô√® anche il fatto che interessare al passato pu√≤ ammettere sia la costruzione transitiva sia quella inaccusativa: ¬ęuna cosa mi ha interessato¬Ľ / ¬ęuna cosa mi √® interessata¬Ľ. Insomma, come vede, le varianti da considerare sono molte, e riguardano in questo caso la natura e le reggenze del verbo in questione. La regola per non sbagliare in questo caso √® la seguente: con il verbo interessare non si pu√≤ pronominalizzare al dativo (gli/le) la cosa o la persona che interessano, perch√© esse debbono fungere da soggetto e non da complemento: ¬ęA mi interessa¬Ľ, oppure ¬ęIo mi interesso a A¬Ľ, ma non ¬ęIo gli/le interesso¬Ľ, perch√© in quest‚Äôultimo caso si intenderebbe che io interesso A e non che A interessa me.

L‚Äôunica regola empirica per non sbagliare √® quella di ascoltare e leggere il pi√Ļ possibile, per acquisire l‚Äôuso comune di forme e costrutti. La regola teorica, invece, √® quella che Lei gi√† applica molto bene: tenere sempre desto lo spirito critico e sforzarsi di cogliere un comportamento generale (= regola) che tenga insieme pi√Ļ esempi e che giustifichi, pertanto, analogie e differenze. Nel primo caso (empiria), la riflessione non giova (¬ęnon ti fissare¬Ľ), nel secondo (teoria) √® invece fondamentale. Va detto per√≤ che si pu√≤ leggere e scrivere bene anche senza conoscere a fondo le regole, come anche, viceversa, si possono conoscere a fondo le regole anche scrivendo e parlando molto male. In altre parole, tra linguistica teorica e comportamento linguistico c‚Äô√® spesso un abisso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il dubbio sull’uso dei pronomi indiretti riferiti a cose (di cui a questa domanda/risposta) mi è venuto quando tre italiani mi hanno detto che non potevo rispondere a una domanda così:

A: Come mai sei interessato all’italiano?

Io: Gli sono interessati tutti (gli = ‘all‚Äôitaliano’). Scherzavo mentre ho risposto.

Un professore di diritto, un insegnante alle medie, e la persona a cui ho risposto mi hanno detto che non andava bene. Mi sembrava strano dato che non volevo ripetere all’italiano, e quindi ho usato gli.

Mi domando ancora come mai tante persone istruite fanno questi errori. √ą una domanda a cui non mi aspetto una risposta.

 

RISPOSTA:

Per spezzare una lancia a favore delle risposte date da parlanti nativi, va detto che in effetti l‚Äôespressione ¬ęgli sono interessati¬Ľ non √® molto naturale ed √®, anzi, al limite dell‚Äôinaccettabile, ma non a causa del riferimento del pronome a una cosa (infatti, ¬ętutti lo conoscono¬Ľ nel senso di ¬ętutti conoscono l‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ętutti gli danno importanza¬Ľ riferito ¬ęall‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ęle danno importanza¬Ľ riferito ¬ęalla lingua italiana¬Ľ sarebbero perfettamente naturali e corretti), bens√¨ per la costruzione ¬ęessere interessato a qualcosa¬Ľ. L‚Äôespressione √® corretta, ma non tollera bene la pronominalizzazione al dativo (gli/le), dal momento che non rappresenta un vero dativo, bens√¨ una sorta di complemento d‚Äôagente (¬ęsono interessato da qualcosa¬Ľ come passivo di ¬ęqualcosa mi interessa¬Ľ). Infatti, sarebbe problematico anche ¬ęgli sono interessato¬Ľ nel senso di ¬ęsono interessato a Mario¬Ľ (a differenza di ¬ęgli sono affezionato¬Ľ, che va benissimo sempre, per persone e cose). Si tratterebbe dunque, col pronome, di cambiare costrutto; per esempio: ¬ęnon me ne interesso¬Ľ, ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, o ¬ęnon mi interessa¬Ľ. ¬ęSei interessato a Mario/all‚Äôitaliano?¬Ľ ¬ęNo, non mi interessa¬Ľ oppure ¬ęNon, non me ne interesso¬Ľ, o ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, ma non ¬ęnon gli sono interessato¬Ľ.

Come ben sa, l’italiano è pieno di sfumature, sia nella sintassi sia nella semantica. E Lei ha messo il dito nella piaga proprio su una di queste, legata al complesso verbo interessare/interessarsi.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Si dice che i pronomi personali rispondano alla domanda A CHI? Il pronome personale indiretto me = a me, ti = a te, gli = a lui, le = a lei, ci = a noi, vi = a voi e loro = a loro (anche gli).

Ho letto un pezzo nel Corriere della Sera qualche anno fa in cui un pronome personale indiretto era usato per far riferimento a una cosa inanimata, non a una persona.¬†Ho pensato a un altro esempio in cui il pronome personale indiretto dovrebbe essere accettabile per far riferimento a una cosa: “Hai lasciato l‚Äôassegno alla banca?” “S√¨, le ho lasciato l‚Äôassegno”, o “S√¨, gliel‚Äôho lasciato”.¬† Le = alla banca.

Se il mio esempio con la banca √® corretto, potrebbe spiegarmi come mai viene accettato? √ą perch√© in quel esempio, le vuol dire ‘alla commessa’ o ha a che fare con il verbo?¬† Potrebbe fornirmi altri esempi in cui un pronome personale indiretto pu√≤ far riferimento a una cosa invece di una persona? Immagino che sia una cosa molto particolare.

 

RISPOSTA:

Nessun uso irregolare, n√© particolare. Oggi gli e le (come anche lo, la) possono essere senza timore riferiti a cose, anche nell‚Äôuso scritto, nonostante le obiezioni di qualche grammatico attardato. La domanda cui rispondono non √® dunque ¬ęa chi?¬Ľ bens√¨ ¬ęa chi, a che cosa?¬Ľ. Gi√† negli anni Ottanta Serianni osservava, nella sua Grammatica, l‚Äôassoluta normalit√† di frasi come ¬ęQuest‚Äôorologio non funziona: che cosa gli hai fatto?¬Ľ. L‚Äôalternativa con esso √® del tutto innaturale, e dunque da evitare: ¬ęche cosa hai fatto a esso?¬Ľ. L‚Äôunica alternativa possibile, se non piacciono gli/le riferiti a cose (che per√≤, come ripeto, sono assolutamente corretti e normali) √® ripetere il nome: ¬ęL‚Äôorologio non funziona. Che cosa hai fatto all‚Äôorologio?¬Ľ. Gli esempi di le riferiti a cose femminili sono innumerevoli e tutti corretti e normali (non eccezionali): ¬ęquando le dai una verniciata?¬Ľ, riferito a parete; ¬ęle ho dato una spinta per farla ripartire¬Ľ (riferito a automobile) ecc. ecc.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi grammaticale, Pronome
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QUESITO:

Dopo mare e prima di che¬†(al primo verso) √® opportuno inserire la virgola (come nel testo) o sarebbe stato meglio l’uso del punto?

“Sogno il mare, che ancora mi sveli
il petto incostante, le possibilit√†!”

RISPOSTA:

La proposizione in questione (“che ancora mi sveli) √® senza dubbio un’oggettiva introdotta dal verbo sognare, quindi prima di che non va inserita la virgola. Si pu√≤, eventualmente, spezzare la frase, ma cambiandone il significato, aggiungendo i due punti (“Sogno il mare: che ancora mi sveli…); in questo modo, quella introdotta da che √® una proposizione indipendente di tipo esclamativo (segnalata, appunto, dal segno interpuntivo finale). In ogni caso, in un testo poetico la punteggiatura raramente √® vincolata dalla grammatica.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome
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QUESITO:

Ho potuto constatare che il clitico¬†ne¬†ha una posizione molto pi√Ļ libera rispetto ad altri clitici.
Con si impersonale:
1) Se ne deve raccogliere 10 di mele.
2) Si deve raccoglierne 10 di mele.
3) Di gesti simili se ne vede fare tanti.
4) Di gesti simili si vede farne tanti.
Con si passivante:
5) Se ne devono raccogliere 10 di mele
6) Si devono raccoglierne 10 di mele.
7) Di gesti simili se ne vedono fare tanti.
8) Di gesti simili si vedono farne tanti.
Per come la vedo io, le prime quattro costruzioni dove il si è impersonale (difatti quindi singolare) la posizione del ne è irrilevante ai fini della correttezza grammaticale. Col si passivante, mi suonano corrette solo quelle col ne in posizione proclitica, quindi 5 e 7, ma non saprei esprimermi sulle restanti due.

 

RISPOSTA:

Bisogna intanto precisare che¬†ne¬†ha lo stesso grado di libert√† degli altri clitici, alcuni dei quali, per√≤, hanno comportamenti particolari. Per esempio, se sostituiamo¬†ne¬†con¬†lo¬†nel primo gruppo di frasi (modificandole opportunamente) avremo soluzioni ugualmente grammaticali:¬†lo si deve raccogliere,¬†si deve raccoglierlo,¬†un gesto simile lo si vede fare,¬†un gesto simile si vede farlo. Come si sar√† notato,¬†lo¬†(come anche¬†ci,¬†vi,¬†la,¬†li,¬†le) precede il¬†si¬†impersonale, mentre¬†ne¬†lo segue; anche¬†lo¬†segue, invece, il¬†si¬†quando questo √® passivante. Ovviamente, in questo caso il¬†si¬†non avr√† funzione propriamente passivante (altrimenti il complemento oggetto coinciderebbe con il soggetto e non ci sarebbe posto per il pronome¬†lo), ma sar√† parte di verbi pronominali transitivi:¬†se lo devono comprare, o sar√† il complemento oggetto di un verbo transitivo retto da un verbo pronominale copulativo o causativo:¬†se lo vedono sottrarre,¬†se lo fanno consegnare. Cos√¨ come sarebbero mal composte *si devono comprarlo¬†e *si vedono sottrarlo, sono mal composte le varianti 6 e 8 (quelle che anche a lei “suonano male”). La ragione della restrizione ha a che fare con il forte legame tra i pronomi e il verbo semanticamente pi√Ļ saliente del costrutto, che comporta che la posizione pi√Ļ naturale dei pronomi sia quella enclitica. Ora, in italiano contemporaneo √® divenuto comune anticipare i pronomi prima del verbo reggente (un fenomeno noto come¬†risalita dei clitici), sia esso servile, aspettuale, causativo e persino nel caso complesso della sua frase 7, perch√© tali verbi sono sempre pi√Ļ percepiti come strettamente solidali con il verbo pi√Ļ saliente, cio√® sono assimilati agli ausiliari. In altre parole, oggi si preferisce¬†se ne devono fare¬†a¬†devono farsene, e¬†ce ne faranno avere¬†rispetto a¬†faranno avercene¬†(che √® addirittura quasi impossibile), sul modello di¬†se ne sono visti. Ovviamente, nel caso di gruppi di pronomi, la risalita deve riguardare entrambi; la separazione non √® giustificabile.
Il¬†si¬†impersonale si comporta in modo diverso, perch√© il suo legame con il verbo √® relativamente debole; deve, infatti, rimanere proclitico (deve raccogliersi¬†√® automaticamente interpretato come passivo rispetto a¬†si deve raccogliere, che pu√≤ essere passivo o impersonale) e pu√≤, quindi, essere separato dal pronome che lo accompagna. Da qui la grammaticalit√† di 2 e 4 (che √®, anzi, pi√Ļ formale di 3).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi piacerebbe sapere se queste frasi sono corrette e quale sia il rapporto temporale tra i verbi al loro interno.
La prima: “Ho promesso che nel momento in cui mi (fossi?) lasciato non mi sarei pi√Ļ fidanzato.” √ą corretto utilizzare il trapassato congiuntivo o pu√≤ essere utilizzato anche il condizionale passato(sarei lasciato)? Se entrambe sono corrette, qual √® la differenza?
La seconda domanda riguarda un dialogo fra due attori in cui uno dei due racconta all’altro una vicenda di rivalsa ed √® cos√¨ formulata: “E chiunque avrebbe potuto pensare che quella (fosse?) l’occasione giusta, in cui avresti potuto rinfacciargli tutto!” √ą giusto utilizzare l’imperfetto congiuntivo? O potrebbe esser corretto anche il condizionale passato (sarebbe stata)? Eventualmente qual √® la differenza tra le due opzioni?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase la proposizione introdotta da¬†nel momento in cui¬†√® normalmente considerata una ipotetica (nel momento in cui¬†=¬†se), quindi il verbo al suo interno segue le regole previste per la rappresentazione dell’ipotesi (l’indicativo per un’ipotesi realistica, il congiuntivo imperfetto per una possibile, il congiuntivo trapassato per una irrealistica. In questa proposizione il condizionale √® in ogni caso escluso. Non √® escluso, invece, che la proposizione sia intesa come una relativa, semanticamente coincidente con una temporale (nel momento in cui¬†=¬†quando): in questo caso pu√≤ essere usato il condizionale passato, con la funzione di futuro nel passato. Ovviamente, se sostituiamo¬†mi fossi¬†con¬†mi sarei¬†l’evento da ipotetico diviene certo.
Nella seconda frase la subordinata √® una oggettiva, che ammette sia il congiuntivo imperfetto sia il condizionale passato per descrivere un evento successivo rispetto a un altro passato (avrebbe potuto pensare). Il congiuntivo imperfetto serve, per√≤, anche a indicare la contemporaneit√† nel passato (per cui in genere √® sfavorito quando si voglia sottolineare la posteriorit√†); nella frase in questione, quindi, assume automaticamente questa funzione, ovvero sottolinea che l’occasione √® contemporanea rispetto al momento dell’evento, cio√® quello in cui chiunque avrebbe pensato. Il condizionale passato, invece, non ha altra interpretazione possibile in questo caso, per cui qui sottolinea che l’occasione √®¬†posteriore rispetto al momento di riferimento, quello rispetto a cui¬†chiunque avrebbe pensato¬†(si ricordi, infatti, che¬†avrebbe pensato √® a sua volta posteriore rispetto a un momento che non √® esplicitato nella frase). A bene vedere, comunque, la differenza tra le due varianti √® irrilevante dal punto di vista semantico (in un caso l’occasione √® rappresentata come contemporanea al pensiero di chiunque, nell’altro come successiva al momento rispetto a cui anche il pensiero √® successivo, quindi di fatto ugualmente contemporanea al pensiero); la differenza percepita tra le due forme, pertanto, √® soltanto di registro: il congiuntivo √® l’opzione pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúComunico la mia assenza per domani 10 marzo. Ne allego di seguito il giustificativo”.

Vorrei sapere se questo uso pronominale sia corretto. Dal punto di vista formale, scomponendo i rapporti sintattici, mi pare che non ci sia niente di sbagliato. (Ne allego il giustificativo = allego il giustificativo dell’assenza.) Quando ho letto il messaggio la prima volta, per√≤, ho avuto un principio di perplessit√†. Chiedo a voi, come al solito, per sciogliere il dubbio.

 

RISPOSTA:

La frase è perfettamente corretta. Le ragioni della sua perplessità sono dovute alla distanza tra il pronome ne e il nome cui si riferisce (assenza). Dato che però nessun altro dei costituenti prima di ne (domani, 10 marzo) si presta ad essere sostituito da ne, la coreferenza tra ne e assenza, sebbene svolta nell’arco di due diverse frasi, è perfettamente rispettata.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

la frase ‚ÄúViviamo in un paese (a) cui dobbiamo essere orgogliosi di appartenere‚ÄĚ, che ho udito pronunciare a un giornalista per la ricorrenza del 25 aprile, √® ben costruita?

Mi domando in particolare se rifletta correttamente la seguente perifrasi (visto che è tale il senso generale del messaggio): Dobbiamo essere orgogliosi di appartenere al paese in cui viviamo.

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta: ‚Äúappartenere a un paese‚ÄĚ e dunque ‚Äúpaese cui (o a cui) apparteniamo‚ÄĚ. Data la distanza tra il verbo (appartenere) e il pronome retto da quel verbo (cui/a cui), a causa della complessit√† sintattica della frase, a una prima lettura il cui spiazza, perch√© si deve arrivare alla fine della frase prima di trovarne l‚Äôaggancio morfosintattico.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

vi chiedo cortesemente di sciogliere un dubbio sull‚Äôanalisi logica della seguente frase: ‚ÄúIeri √® stata una bella giornata‚ÄĚ. Sulla copia docenti di un testo di grammatica √® indicato ‚Äúieri‚ÄĚ come soggetto; invece, sul sito della Treccani, di una frase simile, ovvero ‚ÄúDomani sar√† una giornata emozionante‚ÄĚ, si afferma che il soggetto non c‚Äô√®, perch√© il verbo √® impersonale.

Potreste cortesemente esprimervi in merito?

 

RISPOSTA:

La questione √® complessa ed √® da tempo all‚Äôattenzione dei linguisti, che dibattono sul ruolo del soggetto e sulla natura dei verbi impersonali. In realt√†, entrambe le risposte sono giuste e ben argomentabili, secondo i diversi orientamenti della linguistica. La risposta della Treccani √® la pi√Ļ tradizionale: ‚Äúieri‚ÄĚ (o ‚Äúdomani‚ÄĚ o ‚Äúluned√¨‚ÄĚ o simili) verrebbe inteso come complemento di tempo, ‚Äúuna bella giornata‚ÄĚ √® parte nominale del predicato nominale, dunque manca il soggetto. Tuttavia si fa fatica a ritenere ‚Äúessere una bella giornata‚ÄĚ (o simili) alla stregua di una espressione impersonale, tanto pi√Ļ che se cambiassimo l‚Äôattacco, il verbo cambierebbe accordo di numero, per esempio: ‚ÄúIeri e l‚Äôaltro ieri sono state giornate emozionanti‚ÄĚ. E gi√† questo basterebbe a dar ragione a chi ritiene che ‚Äúieri‚ÄĚ, nella frase in questione, sia soggetto. Tuttavia vi sono altri casi in cui il discorso non √® cos√¨ pacifico: ‚Äúieri (e l‚Äôaltro ieri) √® stato nuvoloso‚ÄĚ (e non *‚Äúsono stati nuvolosi‚ÄĚ). In casi simili, √® legittimo considerare ‚Äú√® stato nuvoloso‚ÄĚ alla stregua di verbi impersonali quali i meteorologici piove, nevica ecc. Ricordiamo, inoltre, che secondo la grammatica generativo-trasformazionale anche i verbi impersonali, in realt√†, hanno un soggetto, ma non espresso. In casi simili, √® come se il soggetto fosse un ‚Äúesso‚ÄĚ nascosto, che invece √® palese in altre lingue quali l‚Äôinglese (‚Äúit‚Äôs raining‚ÄĚ), il francese, il tedesco e moltissime altre. E come addirittura accade in certi dialetti, quali il fiorentino (pi√Ļ demotico): ‚Äúe‚Äô piove‚ÄĚ.

Quindi, per concludere, nella frase iniziale (‚ÄúIeri √® stata una bella giornata‚ÄĚ e simili) √® meglio ritenere ‚Äúieri‚ÄĚ come soggetto, mentre in frasi analoghe √® meglio considerare ‚Äúieri‚ÄĚ come complemento di tempo.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Presa la frase “quanto sempre pi√Ļ ci se ne nutre in grazia”, come verrebbe l’analisi grammaticale? In particolare ci,¬†se e ne¬†sono pronomi? Al posto di quale significato? Credo che si sia passivante di ‘nutre‘, ne indichi “di questo”, ci non so.

 

RISPOSTA:

L’analisi grammaticale della frase, che risulta per√≤ incompleta, √®:
Quanto: congiunzione subordinante
sempre: avverbio di tempo
pi√Ļ_: avverbio di quantit√†
ci: pronome personale
se: pronome riflessivo
ne: pronome personale atono
nutre: voce del verbo nutrirsi, intransitivo pronominale.
in: preposizione semplice
grazia: nome comune, femminile, singolare.

Si, in questo caso rende il verbo riflessivo; ci ha la funzione di soggetto generico, che rende il verbo impersonale (la prima persona plurale ci √® quella che pi√Ļ richiama l’idea di impersonalit√†). Il ne si riferisce a qualcosa riferito precedentemente, immagino; quindi ha il significato di “di questo”.
Per un approfondimento sulla posizione dei pronomi atoni le suggerisco di leggere questa risposta di DICO.
Raphael Merida

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QUESITO:

Ho letto¬†la risposta¬†su come accordare l’aggettivo con la parola¬†notaio¬†nel caso in cui il notaio √® una donna. Tuttavia, non sono sicura come mi devo comportare (facendo una traduzione) nella stessa situazione (il notaio √® una donna) con il pronome: “Il notaio ha informato che ….. Egli / Ella ha altres√¨ comunicato che …. “.

 

RISPOSTA:

Il pronome si comporta come l’aggettivo e il participio passato di un verbo inaccusativo (ovvero il verbo¬†essere¬†e tutti quelli con¬†essere¬†come ausiliare): il nome maschile √® ripreso da un pronome maschile e viceversa per il nome femminile, senza riguardo per il sesso del designato. Quindi “Il notaio √®¬†stato categorico…¬†Egli¬†ci ha convocato…”. Ribadisco, comunque, che designare una donna con il nome¬†notaio¬†√® scorretto tanto quanto designare una donna con il nome¬†infermiere¬†e tanto quanto designare un uomo con il nome¬†notaia¬†o¬†infermiera.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il mio dubbio riguarda la costruzione della seguente frase: ‚ÄúL’animale si chiamava Bubu e ovunque sarebbe andato avrebbe obbedito solo al suo padrone‚ÄĚ.

√ą corretto il condizionale passato dopo “ovunque”, in quanto azione futura nel passato, o si deve usare il congiuntivo “ovunque fosse andato”?

 

RISPOSTA:

La soluzione col condizionale passato fa leva, come giustamente osserva lei, sul futuro nel passato; la proposizione √® per√≤, a sua volta, dipendente da una reggente che gi√† esprime il futuro nel passato (‚Äúavrebbe obbedito‚ÄĚ), pertanto √® decisamente da preferire la seconda soluzione col congiuntivo trapassato (‚Äúovunque fosse andato‚ÄĚ), per via della carica eventuale (quasi protasi di periodo di ipotetico) della subordinata relativa introdotta da ovunque: ‚Äúse fosse andato in un posto qualunque, avrebbe obbedito‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase “Venite a trovarci, pi√Ļ ne siamo e meglio √®”, √® corretta la presenza della particella¬†ne¬†e, nel caso, che funzione grammaticale svolgerebbe? Oppure non si dovrebbe utilizzare?

 

RISPOSTA:

L’inserimento del¬†ne¬†in costrutti del genere √® diffuso dell’italiano regionale meridionale; nella variet√† standard dell’italiano (quella descritta dalle grammatiche) il costrutto non richiede il pronome: la forma corretta √®¬†pi√Ļ siamo. Il¬†ne, si noti, √® richiesto quando il verbo √® alla terza plurale (pi√Ļ ne vengono), ma non quando √® alla prima e alla seconda; mentre il soggetto della prima e della seconda, infatti, √® sempre noto (perch√© coincide con il gruppo a cui appartiene l’emittente o con il gruppo a cui appartiene il ricevente), il soggetto di terza persona dipende dalla frase, quindi deve essere richiamato con il pronome, che ha la funzione di complemento partitivo. L’inserimento di¬†ne¬†alla prima e alla seconda plurale pu√≤ essere, pertanto, interpretato come un’estensione del costrutto della terza persona. A margine sottolineo che con il verbo¬†essere¬†alla terza persona il¬†ne¬†deve essere preceduto da¬†ce:¬†pi√Ļ ce ne sono¬†(non *pi√Ļ ne sono).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Desidererei mi venisse chiarito un dubbio relativamente a questa frase: “Ritengo queste richieste inaccettabili, eccetto quella che si riferisce eccetera”. Quel “quella”, riferito a richieste, pu√≤ essere considerato grammaticalmente corretto?

 

RISPOSTA:

S√¨, certamente √® corretto. Le richieste sono varie, dunque √® chiaro che se se ne vuole isolare una soltanto sia rispettato l‚Äôaccordo per genere ma quello non per numero. La coreferenza (parziale) tra ‚Äúqueste richieste‚ÄĚ e ‚Äúquella‚ÄĚ √® perfettamente intelligibile e grammaticalmente corretto, perch√© rispetta sia le regole della semantica, sia quelle della morfosintassi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome
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QUESITO:

Vorrei sapere se la costruzione ‚ÄúSono affermazioni, queste, che non mi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ sia una valida alternativa di ‚ÄúNon mi faccio scrupoli di diffondere queste affermazioni‚ÄĚ.

Il mio dubbio, nell‚Äôesempio originario, riguarda la porzione ‚Äúmi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ: qui le parti del discorso hanno i giusti collegamenti sintattici?

 

RISPOSTA:

Certamente, la frase √® del tutto corretta, perch√© il pronome relativo che svolge il ruolo di complemento oggetto, e dunque in ‚Äúche non mi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ, che = queste affermazioni.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

‚ÄúSi prega di recarsi all’appuntamento nel rispetto dell’orario assegnato. Portare con s√© il documento di riconoscimento.”

Il pronome ‚Äús√©‚ÄĚ pu√≤ essere usato anche quando una frase non ha un soggetto espresso (non so se si possa parlare in tale esempio di ‚Äúsoggetto logico‚Äú), oppure si tratta di un uso improprio?

 

RISPOSTA:

Si pu√≤, la frase √® del tutto corretta. ‚ÄúPortare con s√©‚ÄĚ, infatti, equivale in tutto e per tutto a ‚ÄúOgnuno (o ciascuno) porti con s√©‚ÄĚ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Pronome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Non mi √® ben chiaro come distinguere se nelle seguenti frasi gli elementi in maiuscolo sono aggettivi o pronomi indefiniti. Inoltre possono essere considerati tutti quantificatori, o alcuni di essi (ad es. “altri”) non hanno la funzione di quantificare?

1) In un mondo multietnico, inevitabilmente siamo in TANTE, TUTTE diverse e OGNUNA con il suo fascino e la propria identità, ma è pur vero che tra queste ALCUNE hanno un carisma irresistibile.

[tante=aggettivo indefinito quantitativo; tutte=aggettivo indefinito collettivo; ognuna= pronome indefinito collettivo; alcune=pronome indefinito singolativo]

2) Ne ho sentite dire di TUTTI i colori su di me.

[tutti=aggettivo indefinito collettivo]

3) TANTI mi confessano che trasmetto loro i piaceri della bellezza. ALTRI dicono che sono molto musicale e regalo benessere con le mie vibrazioni.

[tanti=pronome indefinito quantitativo; altri= pronome indefinito singolativo]

4) Sono UNA che lascia il segno e con orgoglio vi comunico che nella competizione mondiale sono arrivata quarta. Conosco gente di TUTTE le et√† che si avvicina a me per i motivi pi√Ļ diversi.

[una=pronome indefinito singolativo; tutte=aggettivo indefinito collettivo]

 

RISPOSTA:

Sono tutti quantificatori e indefiniti e sono quasi tutti pronomi, tranne quelli accompagnati a un nome, cio√® ‚Äútutti i colori‚ÄĚ (aggettivo indefinito) e ‚Äútutte le et√†‚ÄĚ (aggettivo indefinito). In ‚Äúsono una‚ÄĚ, una, a rigore, √® pronome numerale, anche se, dato il significato di ‚Äúuna certa persona‚ÄĚ o ‚Äúquel tipo di persona‚ÄĚ, pu√≤ anche essere interpretato come pronome indefinito. L‚Äôimportante √® riconoscerne il valore pronominale (anzich√© aggettivale, visto che non si accompagna a un nome) e di quantificatore.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Pronome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Non riesco a capire che funzione ha “questo” nella seguente frase (chi parla √® la personificazione della lingua italiana): ¬ęAltri dicono che sono molto musicale e regalo benessere con le mie vibrazioni. Sar√† forse per QUESTO che l‚ÄôOpera √® nata nel mio Paese¬Ľ,

In questo caso, “questo” √® un pronome dimostrativo che sostituisce un’intera frase (“il fatto che sono molto musicale e regalo benessere con le mie vibrazioni”)? O √® una locuzione congiuntiva, sostituibile con “perci√≤”, “per tale motivo”? O √® qualcosa d’altro?

 

RISPOSTA:

Questo √® un pronome dimostrativo che funge da incapsulatore, in questo caso, cio√® pronominalizza un‚Äôintera frase o porzione di testo, piuttosto che un singolo sintagma. Per questo, con parziale perdita semantica e grammaticalizzazione, pu√≤ essere inteso anche come locuzione congiuntiva di valore analogo a perci√≤; tuttavia, nel caso specifico, la forte coesione della frase (con il complemento per questo retto dal verbo sar√†) fa propendere per la prima interpretazione. Il valore di locuzione congiuntiva, o meglio ancora di segnale discorsivo, sarebbe pi√Ļ probabile in un caso del genere: ¬ęPer questo, l‚Äôopera √® nata nel mio paese¬Ľ. Con perci√≤ il confine tra i due tipi (molto sfumato) √® pi√Ļ semplice, perch√© la grammaticalizzazione ha comportato l‚Äôuniverbazione di per ci√≤ in perci√≤ (come per che in perch√©, poi che in poich√© ecc.). Mentre per questo non ha (ancora) dato luogo a perquesto.

Fabio Rossi

Parole chiave: Congiunzione, Pronome
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Guardando un video di una docente di inglese e di comunicazione aziendale mi sono sorti dei dubbi sull’uso del congiuntivo. Riporto tre frasi di cui non capisco la costruzione.
1. Avevo distribuito volantini a tutti i ristoranti che mi capitassero di trovare.
2. Vi do tre consigli per gestire le telefonate di un cliente che parli inglese.
3. Mi è capitato che di fronte alla telefonata di un cliente che parlasse inglese.
Io nel primo e terzo caso avrei usato l’imperfetto, nel secondo il presente. Non ho fatto il liceo, ma un istituto professionale e faccio sempre molta fatica a capire casi come questo, anche studiando la grammatica di riferimento.

 

RISPOSTA:

In effetti i tempi usati dalla docente nelle frasi sono quelli che avrebbe usato lei, che sono anche quelli corretti: l’imperfetto nella prima e nella terza, il presente nella seconda. Per quanto riguarda il modo congiuntivo, si tratta di una scelta meno comune dell’indicativo nelle proposizioni relative, ma non √®, per questo, scorretto. Nelle frasi in questione nelle proposizioni relative si pu√≤ usare sia l’indicativo sia il congiuntivo, senza che il significato cambi: il congiuntivo rende semplicemente la frase pi√Ļ formale, adatta a un registo pi√Ļ elevato. Si potrebbe pensare che il congiuntivo aggiunga una sfumatura di eventualit√† alla proposizione, ma non √® cos√¨: la sfumatura di eventualit√†, se c’√®, √® veicolata dall’intera frase, non dal modo del verbo della subordinata. Si osservi, infatti, che il congiuntivo √® usato sia nella frase 2, in cui si parla di un cliente che potrebbe parlare inglese, sia nella frase 3, in cui si parla di clienti veramente conosciuti, quindi dei quali √® noto se parlassero inglese o no. Anche nella frase 1, del resto, i ristoranti nei quali sono stati distribuiti i volantini sono stati trovati o no: non c’√® niente di ipotetico in questo processo. Sottolineo, a margine, che nella relativa della frase 1 c’√® un errore sintattico indipendente dal modo verbale usato. La terza persona plurale di¬†capitassero¬†dipende dall’idea che il pronome¬†che, riferito ai ristoranti, sia il soggetto della proposizione relativa; ovviamente, per√≤, non √® cos√¨: il verbo¬†capitare¬†√® usato nella forma impersonale, senza soggetto, e¬†che¬†(riferito ai ristoranti) √® il complemento oggetto di¬†trovare. La forma di¬†capitare¬†da usare √®, quindi, la terza persona singolare¬†capitasse¬†(o¬†capitava, se si vuole usare l’indicativo), che √® la forma richiesta quando il verbo √® impersonale.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho trovato queste frasi nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:

(1) ‚ÄúIo c‚Äôavevo guadagnato una Sakura acustica con la paletta in finta madreperla su cui spaccarmi i polpastrelli; lui un partner affidabile e diligente che accompagnasse i suoi assolo‚ÄĚ (p. 33).

Il che prima di accompagnasse è evidentemente un pronome relativo, che, a mio parere, introduce una proposizione dipendente impropria, cioè una proposizione consecutiva. Possiamo, quindi, sostituirlo con tale che? L’uso dell’imperfetto congiuntivo accompagnasse per me dà una sfumatura di un’eventualità, e quindi la sfumatura per me si avvinca a quella di una proposizione finale con il verbo all’imperfetto del congiuntivo.
Se sostituissimo¬†accompagnasse¬†con¬†avrebbe accompagnato¬†sembrerebbe che l’evento successivo sia certo, non pi√Ļ un‚Äôeventualit√†; in quel caso, quindi, la proposizione relativa impropria non avrebbe pi√Ļ la sfumatura finale, ma avrebbe soltanto quella consecutiva: giusto?

Secondo esempio:

(2) ‚ÄúE dato che non c‚Äô√® limite all‚Äôimprudenza, gli avevo lanciato un‚Äôocchiata che un ceffo di tale suscettibilit√† avrebbe di certo interpretato nel peggiore dei modi‚ÄĚ (p. 14).

A mio parere, anche in questa frase il che è un pronome relativo, ma curiosamente Piperno ha usato avrebbe interpretato invece dell’imperfetto del congiuntivo. A mio parere qui il pronome relativo introduce ancora una proposizione relativa impropria con valore consecutivo. A differenza dell’esempio (1), però, mi dicono che interpretasse non sia ammesso. Quindi se fosse così concluderei che la proposizione impropria non può essere una finale dato che le proposizioni finali reggono sempre un verbo al congiuntivo: è giusto?

Terzo esempio:

(3) ‚ÄúGli avevo lanciato un’occhiata che aprisse svariati scenari possibili (che avrebbe aperto svariati scenari possibili)‚ÄĚ.

Mi dicono che cos√¨ sia¬†aprisse¬†sia¬†avrebbe aperto¬†siano accettabili. √ą giusto? Se tutti e due i verbi sono corretti nell‚Äôesempio significa che la proposizione relativa potrebbe essere interpretata sia come finale sia come consecutiva?
Mi domando se sia necessario in una proposizione relativa impropria che l’oggetto a cui fa riferimento il pronome relativo sia il soggetto della dipendente per interpretare la dipendente impropria come una finale.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa nell’esempio 1 riceve effettivamente dal congiuntivo una sfumatura eventuale, che le fa prendere un significato consecutivo-finale. Quando nella reggente √® descritta un’azione volontaria non √® facile distinguere tra i due valori, perch√© l’evento descritto nella proposizione relativa pu√≤ essere interpretato come la conseguenza o anche come il fine dell’azione della reggente; nella frase in questione, per√≤, nella reggente √® descritta una condizione (lui (ci aveva guadagnato) un partner), per cui si pu√≤ scartare il valore finale, visto che una condizione √® uno stato di fatto privo di finalit√†. La sostituzione di¬†che¬†con¬†tale che in questo caso √® possibile (con l’effetto di trasformare il che a met√† tra il relativo e la congiunzione consecutiva in una congiunzione consecutiva), anche se la sintassi in questo modo diventa poco naturale; con tale sarebbe preferibile la costruzione della consecutiva con l’infinito: , tale da accompagnare i suoi assolo.
Se sostituiamo il congiuntivo imperfetto con il condizionale passato la sfumatura eventuale viene meno e l’evento descritto nella relativa diviene fattuale: con¬†che avrebbe accompagnato i suoi assolo, quindi, si intende descrivere quello che effettivamente sarebbe successo in seguito al verificarsi della condizione della reggente, non quello che sarebbe potuto succedere come conseguenza della condizione descritta nella reggente. Lo stesso avviene se sostituiamo¬†che¬†con¬†tale che:¬†, tale che avrebbe accompagnato i suoi assolo.
Nella frase 2 il condizionale passato indica, come indicherebbe nella 1, che l’evento descritto √® un fatto, non una possibilit√†. Va sottolineato che, trattandosi di un evento successivo, la fattualit√† non pu√≤ che essere immaginata dal parlante, infatti nella frase si legge¬†avrebbe di certo interpretato, cio√® ‘avrebbe – io credevo in quel momento – interpretato’. Il congiuntivo imperfetto non √® affatto impossibile, ma √® strano:¬†un‚Äôocchiata che un ceffo di tale suscettibilit√† interpretasse nel peggiore dei modi¬†√® un’occhiata lanciata con lo scopo di suscitare nel ceffo la reazione peggiore; la relativa, cio√®, prende, per via del congiuntivo, il tipico significato consecutivo-finale. La stranezza dipende dal fatto che il bersaglio dell’azione (un ceffo di tale suscettibilit√†) √® rappresentato come indeterminato, quindi l’azione sarebbe rappresentata come finalizzata a suscitare una certa reazione su un bersaglio indeterminato. La costruzione con il congiuntivo diviene del tutto regolare se si rappresenta il bersaglio come determinato; per esempio:¬†avevo lanciato a quei due un‚Äôocchiata che interpretassero nel peggiore dei modi. L’esempio 3 funziona esattamente come il 2. Per quanto riguarda l’ultima osservazione, non √® cos√¨: il relativo pu√≤ avere varie funzioni nella proposizione che introduce anche quando questa ha un significato consecutivo-finale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle frasi che costituiscono l’elenco numerato √® pi√Ļ appropriato utilizzare il congiuntivo o l’indicativo del verbo indicato tra parentesi?
Per l’analisi dei libri di testo è stato impiegato il modello di sviluppo dell’autonomia di Reinders, basato su 8 livelli, per ciascuno dei quali sono stati ricercati nei testi specifici elementi:
1. Per il livello della definizione dei bisogni sono stati ricercati elementi che (permettono o permettano?) al discente di riflettere sui propri punti di forza, di debolezza ed esigenza nell’utilizzo della LS.
3. Per la pianificazione dell’apprendimento è stato verificato se i libri (consentono o consentano?) al discente di definire i tempi, le modalità e gli obiettivi di apprendimento per ciascuna unità o alcune di esse.
5. Per la selezione delle strategie di apprendimento sono state ricercate sia attività che informazioni che (aiutano o aiutino?) il discente ad adottare consapevolmente una specifica strategia di apprendimento.
6. Per il livello delle esercitazioni √® stata osservata la presenza di esercizi liberi, in cui lo studente (pu√≤ o possa?) utilizzare la LS senza rigide linee guida ed esprimersi, quindi, in modo pi√Ļ autentico sia in classe che al di fuori.
7. Per il monitoraggio dei progressi sono state ricercate sezioni che (permettono o permettano?) al discente di registrare e riflettere su cosa e come ha imparato.
8. Infine, per il livello della valutazione sono state considerate attività di autovalutazione o di feedback tra pari che (consentono o consentano?) agli studenti di esprimere un giudizio su ciò che essi stessi o i propri pari hanno appreso.

 

RISPOSTA:

In tutti i casi meno uno il verbo si trova all’interno di proposizioni relative. Queste ultime, tipicamente costruite con l’indicativo, possono prendere il congiuntivo quando il pronome relativo ha un antecedente indeterminato; il congiuntivo invece dell’indicativo produce un innalzamento diafasico, mentre il significato, a seconda della frase, non cambia affatto oppure assume una sfumatura consecutivo-finale. Mentre, ad esempio,¬†elementi che permettono¬†indica che gli elementi ricercati posseggono la qualit√† descritta (cio√® permettono al discente di riflettere),¬†elementi che permettano¬†indica che gli elementi sono ricercati perch√© posseggano quella stessa qualit√†, o, in altre parole, nel primo caso si cercano degli elementi con una certa qualit√†, nel secondo si cerca una certa qualit√† posseduta da alcuni elementi. Del tutto ininfluente sul significato √®, invece, la scelta del modo verbale nella proposizione interrogativa indiretta nella frase 3: qui la scelta dipende soltanto da ragioni diafasiche, ovvero dall’intento di usare un registro medio-alto (con il congiuntivo) o medio-basso (con l’indicativo).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei porvi una domanda in merito (a mio parere) alla scarsa chiarezza riscontrabile nei testi di grammatica, in merito al rapporto fra la forma riflessiva e la forma passiva.
Nella forma riflessiva apparente (ad es., “Paolo si lava le mani”), il verbo sembra essere transitivo. Allora essendo transitivo dovrebbe essere possibile trasformare la frase riflessiva in passiva. Ad es., “Le mani di Paolo sono lavate da s√© stesso”.
Ora, a prescindere dalla correttezza o meno dell‚Äôesempio, mi aspetterei che le grammatiche ne parlino. Oppure, se contraddice la regola, in quanto il verbo¬†lavarsi¬†non sarebbe transitivo, gli autori dei testi scolastici potrebbero spendere qualche parola in pi√Ļ e dire esplicitamente che la forma passiva non √® possibile ottenerla dalle frasi riflessive. Punto.
Tenete conto che molto spesso gli allievi (specie quelli non madre lingua italiana, magari impegnati nell’apprendimento dell‚Äôitaliano L2 ) necessitano di regole grammaticali – morfologiche e sintattiche – un po‚Äô pi√Ļ agili, pi√Ļ lineari, meno deduttive.

 

RISPOSTA:

Il problema che lei solleva discende dall’idea che la forma passiva del verbo “si ottenga” da quella attiva. In realt√†, la forma passiva del verbo ha le sue regole di formazione indipendenti dalla forma attiva; essa, inoltre, coinvolge la costruzione dell’intera frase e dipende dall’intento dell’emittente di rappresentare la realt√† in un certo modo (mettendo in primo piano il processo e in secondo piano l’agente). La specularit√† tra la costruzione della frase attiva e passiva con i verbi transitivi √® un fatto secondario, utile in chiave didattica, perch√© consente di instaurare un confronto tra le due, ma non essenziale per comprendere la funzione specifica della costruzione passiva. Anzi, tale confronto rischia di essere fuorviante, proprio perch√© concentra l’attenzione sulla corrispondenza formale tra attivo e passivo e oscura la funzione specifica della costruzione passiva. Venendo al suo caso, √® vero che tra la costruzione attiva e quella passiva dei verbi transitivi pronominali c’√® una corrispondenza imperfetta, perch√© nel passivo viene a mancare l’elemento pronominale che sottolinea il vantaggio che il soggetto trae dal processo o la particolare intensit√† con cui partecipa al processo. Tale imperfezione, per√≤, non annulla la corrispondenza; non c’√® qui, quindi, un’eccezione da rilevare, ma una minima deviazione dalla regolarit√†. Ora, soffermarsi a puntualizzare le innumerevoli deviazioni dalla regolarit√† non √® possibile, n√© utile (si ricordi che la stessa regolarit√† delle costruzioni √® una schematizzazione di comodo): se le grammatiche scolastiche lo facessero diventerebbero indigeribili e abdicherebbero alla loro funzione di inquadramenti sintetici per principianti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le due frasi sono corrette?

1. Non ve n’√® mai fregato della vostra famiglia.

2. Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette, ma hanno significati opposti per via del verbo, che soltanto in apparenza √® uguale. Nel primo esempio, il verbo coinvolto √® fregarsi, un verbo intransitivo pronominale che significa ‘importare’; la frase, quindi, pu√≤ essere interpretata cos√¨: “Non vi √® mai importato della vostra famiglia”. Il pronome atono ne, in questo caso, serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon ve n‘√® mai fregato della vostra famiglia“. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato.
Nel secondo esempio, invece, la frase √® costruita attorno al verbo procomplementare fregarsene (sui verbi procomplementari rimando alle risposte contenute nell’Archivio di DICO). Il suo significato non √® ‘importare’, come per fregarsi, ma ‘mostrare indifferenza, infischiarsene’. La frase, quindi, assume tutto un altro senso: “Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia” equivale a “Non avete mai mostrato indifferenza nei confronti della vostra famiglia”, quindi “Vi siete sempre interessati della vostra famiglia”.
Questo caso, molto interessante, è un tipico esempio la cui risoluzione richiede una particolare attenzione alle particelle pronominali presenti nella frase, che possono modificare o, addirittura, ribaltare il significato di ciò che si vuole scrivere o dire.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In grammatica, la posizione delle particelle pronominali è codificato da regole ben precise, oppure è libera e segue pertanto le preferenze del parlante?
In particolare, le costruzioni sotto indicate sono valide e caratterizzate dallo stesso grado di formalità?

1a) Posso parlarti?
1b) Ti posso parlare?
2a) Ti sto guardando
2b) Sto guardandoti
3a) Non ti muovere!
3b) Non muoverti!
4a) Ti sto venendo a cercare
4b) Sto venendoti a cercare
4c) Sto venendo a cercarti.

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi riportate negli esempi sono corrette. I pronomi atoni (mi, ti, gli, lo ecc.) possono collocarsi, a seconda del modo verbale, prima o dopo il verbo: quando si trovano prima del verbo, i pronomi si chiamano proclitici (mi scrivi), quando stanno dopo il verbo, e quindi formano un’unica parola con esso, si chiamano enclitici (scrivimi).
Vediamo nel dettaglio perch√© tutti gli esempi da lei riportati ammettono questa doppia possibilit√†. Nelle frasi 1a e 1b l’infinito parlare √® retto dal verbo servile potere; in questi casi, il pronome pu√≤ seguire l’infinito, come nella frase 1a, oppure pu√≤ precedere il servile, come nella frase 1b. Anche il verbo stare seguito dal gerundio, che indica un’azione nel suo svolgersi, ammette la doppia posizione del pronome atono; per questo motivo, le frasi 2a e 2b sono equivalenti. Il pronome pu√≤ precedere o seguire il verbo anche quando la frase contiene un imperativo negativo, come nei casi di 3a e 3b; se, invece, la frase contenesse un imperativo affermativo il pronome potrebbe stare soltanto in posizione enclitica (muoviti). Le frasi 4a, 4b e 4c ammettono una triplice possibilit√† perch√© il verbo stare regge un verbo di moto (andare) che, a sua volta, regge un infinito preceduto da preposizione (a cercare): il verbo, quindi √® andare a cercare. Per tali ragioni, il pronome pu√≤ trovarsi prima o dopo la costruzione stare + gerundio (4a e 4b), oppure dopo l’infinito del verbo (4c).
Raphael Merida

Parole chiave: Coesione, Pronome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se la preposizione ‚Äúa‚Äú davanti a ‚Äúcui‚Äú pu√≤ essere sempre omessa, o se, in determinati casi, l’ellissi possa determinare costruzioni errate.

1) La riflessione (a) cui vorrei portarti è questa…
2) La signora (a) cui ho chiesto un favore è tua sorella.

Sono molto curioso circa l’origine della regola, e soprattutto mi chiedo per quale ragione si applichi esclusivamente, se non vado errato, a questa preposizione semplice e non anche ad alcune delle altre.

 

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette (cui / a cui) perch√© nei due esempi cui assume la funzione di complemento di termine. L’oscillazione risale alla forma latina cui che significa ‘al quale’; a causa della possibile ambiguit√† generata dalla mancanza della preposizione, si √® sentita l’esigenza di accostare al pronome cui la preposizione tipica del complemento di termine, cio√® a. Per queste ragioni, la forma senza preposizione √® considerata pi√Ļ formale di quella con la preposizione.
L’omissione riguarda anche la preposizione di in frasi come “Maria la cui bravura √® proverbiale”, dove cui, posizionato fra l’articolo e il sostantivo, ha valore di complemento di specificazione (la frase, altrimenti, dovrebbe essere tradotta cos√¨: “Maria, la bravura della quale √® proverbiale”). In casi come questo, fino all’Ottocento, la preposizione di era ammessa in una costruzione ormai uscita dall’uso, cio√® il di cui.
Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase il congiuntivo¬†cerchino¬†√® preferibile rispetto all’indicativo¬†cercano?
“Scelgo le forme che non cercano scopi per descrivere quello che sento per te”.

 

RISPOSTA:

No: l’indicativo √® la forma migliore, perch√© l’antecedente del relativo,¬†le forme, √® determinato, quindi non si armonizza bene con il congiuntivo, che renderebbe la qualit√† del¬†cercare scopi¬†eventuale, quindi indeterminata. Diversamente, il congiuntivo sarebbe possibile, ma comunque non obbligatorio, se la frase fosse “Scelgo forme che non cerchino scopi…”. In questo caso¬†cerchino¬†sarebbe interpratato come un processo consecutivo-finale (come se le forme fossero scelte allo scopo di non cercare scopi), mentre¬†cercano¬†qualificherebbe in astratto le forme scelte.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

I verbi in maiuscolo nella seguente frase sono corretti?
“Se ci ferissimo in una zona remota dovremmo avere con noi un buon kit di primo soccorso, che CONTENGA quegli strumenti che ci CONSENTIREBBERO di fronteggiare anche gravi situazioni di urgenza”.

 

RISPOSTA:

Il congiuntivo presente¬†contenga¬†√® adatto a esprimere l’atemporalit√† (o meglio la pantemporalit√†, ovvero l’indipendenza da coordinate temporali particolari) del processo che qualifica il kit. Si noti che il conguntivo √® preferibile all’indicativo in questo caso perch√© l’antecedente del relativo,¬†un buon kit, √® indeterminato; se al posto di¬†un buon kit¬†ci fosse, per esempio,¬†il kit, l’indicativo presente¬†contiene¬†sarebbe preferibile (in quel caso, per√≤, la proposizione relativa diventerebbe automaticamente limitativa, quindi si dovrebbe anche eliminare la virgola prima del pronome relativo).
La decisione riguardo a¬†consentirebbero¬†√® pi√Ļ complicata: nella frase cos√¨ costruita si pu√≤ usare sia questa forma sia l’indicativo presente¬†consentono. Nel primo caso il processo √® rappresentato come conseguenza di una condizione sottintesa (per esempio¬†se si presentassero); nel secondo caso il processo √® presentato come pantemporale, al pari di¬†contenga. Rispetto a¬†contenga, qui l’indicativo √® preferibile al congiuntivo perch√© l’antecedente del relativo,¬†quegli strumenti, √® determinato.
Va detto, comunque, che bisogna evitare di subordinare una relativa a un’altra relativa. A questo scopo si pu√≤ sostituire, per esempio,¬†che ci consentono¬†o¬†che ci consentirebbero¬†con¬†utili a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me, che non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Non so se la costruzione sia corretta. Non ravviso niente di illogico o di irregolare in essa; tuttavia non sono convinta che, dal punto di vista grammaticale, il riferimento del ¬ęche¬Ľ sia valido.

La frase, parafrasata, sarebbe questa:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me. Io non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Ma nell’esempio, il ¬ęche¬Ľ, se non erro, si riferisce a un soggetto non espresso. Mi domando se la mia osservazione sia giusta.

 

RISPOSTA:

La frase √® ben formata e il che non si riferisce a un soggetto non espresso, bens√¨ a un complemento di termine (della reggente), svolgendo tuttavia la funzione di soggetto della subordinata relativa. Il fatto che l‚Äôantecedente del relativo (cio√® il nome cui il relativo si riferisce) sia in un complemento indiretto non crea alcuna difficolt√†; l‚Äôimportante √® che il pronome relativo, all‚Äôinterno della proposizione relativa, svolga il ruolo o di soggetto o di oggetto, e nessun altro (salvo eccezioni d‚Äôambito colloquiale e al limite dell‚Äôaccettabilit√†). Dunque, sarebbe substandard un esempio del genere: ¬ęla critica √® rivolta a me, che non me ne importa niente¬Ľ (cio√® ¬ęa cui non importa niente¬Ľ). In questo caso, saremmo di fronte a una cosiddetta relativa debole, o che polivalente, da evitare nello stile formale o anche di media formalit√†.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho una domanda riguardante la seguente frase, tratta da The Game di Alessandro Baricco:

L’istinto era quello di fermarli. Il pregiudizio, diffuso, quello che fossero dei distruttori punto e basta.

Nella frase,¬†quello che fossero equivale a (l’istinto) era che fossero (l’uso del congiuntivo imperfetto √® stilistico e non √® semantico). La mia confusione riguarda il fatto che in quello che il che √® un pronome relativo, mentre nella mia versione della frase il che √® una congiunzione. Nella frase originale perch√©¬†che √® un pronome relativo?¬†Non riesco a sostituirlo con il quale. A che cosa si referisce quello? Potrebbe farmi un altro esempio in cui quello che viene usato come nella frase di Baricco?

 

RISPOSTA:

Nella frase originale, quello serve a ripetere il sintagma l’istinto. Questa ripetizione √® possibile (anche se appesantisce la sintassi) e pu√≤ servire a far risaltare il sintagma ripreso. Essa, per√≤, non √® necessaria e non cambia la natura della proposizione introdotta da che; il che, infatti,¬†non si riferisce a¬†quello (infatti non pu√≤ essere sostituito da¬†il quale), ma √® una congiunzione, proprio come nella versione modificata. La proposizione introdotta da¬†che √® una completiva: nella variante con quello √® una dichiarativa; nella variante senza quello viene considerata soggettiva, anche se sostituisce una parte nominale (per un approfondimento si veda questa risposta). Frasi come quella da lei citata potrebbero essere “La paura era quella di non riuscire a vincere”; “La paura era quella che la mia squadra non avrebbe vinto”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Pongo il seguente quesito. Nella frase “il gatto gli balz√≤ addosso”, il termine “addosso” √® da considerarsi avverbio o preposizione impropria riferita a “gli”? Io lo interpreto come avverbio e quindi penso a due complementi diversi in analisi logica, ma la presenza della particella pronominale prima del verbo mi pone qualche imbarazzo. Il problema si ripresenta in frasi come: “il bambino gli and√≤ incontro; gli salt√≤ sopra; gli rimase dietro; le mise sopra un cappello” e simili. Voi come lo interpretate?

 

RISPOSTA:

I casi portati a esempio rientrano nella tipologia dell‚Äôestrazione della preposizione nei casi di locuzione formata da preposizione polisillabica (o impropria, secondo la grammatica tradizionale) e preposizione semplice (cfr. L. Renzi, Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il Mulino, 1988, vol. I, pp. 524-528; si veda anche la voce Preposizione, curata da Hanne Jansen, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani, 2011, liberamente accessibile online nel sito treccani.it). L‚Äôestrazione consiste in questo: in determinate condizioni (per es. in presenza di clitico, o particella pronominale atona), viene eliminata (tecnicamente, estratta; o meglio: viene estratto il sintagma preposizionale, ovvero il complemento: gli = a lui ecc.) la preposizione semplice, mentre il clitico viene anticipato: ¬ęil gatto balz√≤ addosso a lui¬Ľ > ¬ęil gatto gli balz√≤ addosso¬Ľ. Quindi addosso, in questo caso (oppure incontro, dietro, contro, accanto ecc.) √® una preposizione e non un avverbio. Dunque vi √® un solo complemento, non due.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vi sottopongo questa frase: “Lei non volle andare in camera da letto. Restammo l√¨, su quelle vecchie poltrone, e pensai che eravamo i primi a farci l’amore”. Ovviamente¬†a farci l’amore significa: ‘a fare l’amore SU quelle poltrone’. Ora vi chiedo: pu√≤ il pronome ci sostutuire su¬†(sulle poltrone)? Inoltre,¬†la frase risulta subito comprensibile e scorrevole?

 

RISPOSTA:

La frase √® scorrevole e comprensibile. I pronomi non hanno un significato preciso, ma prendono il significato del sintagma che di volta in volta riprendono, o a cui rimandano, adattandolo alla sintassi della frase in cui si trovano. Cos√¨, nella sua frase¬†ci¬†significa ‘su quelle poltrone’, in una frase come “Amo Roma e ci vado ogni volta che posso” il pronome¬†ci¬†significa ‘a Roma’, in una frase come “Se scavi sotto l’albero ci troverai una scatola” lo stesso pronome significa ‘sotto l’albero’ e cos√¨ via.
Quasi tutte le grammatiche sostengono che¬†ci,¬†vi¬†e¬†ne¬†abbiano la natura di avverbi, non di pronomi, quando rappresentano indicazioni di luogo, come nella sua frase, dal momento che equivalgono a¬†qui,¬†l√¨, da qui, da l√¨. Come si vede dagli esempi per ci (ma questo vale anche per gli altri), per√≤, essi mantengono sempre la funzione di riprendere un sintagma introdotto altrove nella frase o nel testo, o ricavabile dal contesto (per esempio, davanti alla brochure di un viaggio organizzato un interlocutore potrebbe chiedere a un altro: “Ci andiamo?”): possiamo, quindi, considerarli pronomi anche in questo caso.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se entrambe le soluzioni riportate di seguito sono corrette, oppure se ve ne sia una meno formale rispetto all’altra:
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile cogliere.
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile da cogliere.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono possibili e praticamente equivalenti dal punto di vista semantico; la prima, però, ha una costruzione sintattica intricata, per quanto del tutto comprensibile e ammessa dalla grammatica.
L’intrico dipende dalla natura della proposizione¬†che cogliere, contemporaneamente relativa e soggettiva; da una parte, infatti,¬†che¬†riprende il sintagma¬†una sfumatura semantica¬†(quindi introduce una relativa), dall’altra la proposizione funge da soggetto di¬†risulta difficile¬†(quindi √® una soggettiva). Per evidenziare questa sovrapposizione di funzioni, potremmo parafrasare questa parte della frase con¬†cogliere la quale risulta difficile.
La seconda frase √® pi√Ļ lineare dal punto di vista sintattico:¬†che¬†√® il soggetto della proposizione relativa¬†che risulta difficile;¬†da cogliere¬†√® una proposizione completiva assimilabile a una oggettiva, retta dall’aggettivo¬†difficile. Non √® facile associare le due frasi a determinati registri: in linea generale, mentre la seconda √® adatta a tutti i contesti, la prima √® pi√Ļ adatta a contesti medio-alti, soprattutto scritti, per via della complessit√† della costruzione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Incontro difficoltà nel collocare le virgole in questa costruzione:
“Marco accusa Paolo che accusa Luigi che fa finta di niente”.
Mi verrebbe spontaneo inserire soltanto una virgola, dopo¬†Luigi: “Marco accusa Paolo che accusa Luigi, che fa finta di niente”, ma al tempo stesso mi domando se non servirebbe anche dopo Paolo: “Marco accusa Paolo, che accusa Luigi, che fa finta di niente”.

 

RISPOSTA:

La soluzione corretta √® quella con due virgole: entrambe le relative, infatti, sono per forza esplicative, perch√© i nomi propri sono fortemente determinati e possono essere ulteriormente identificati con una relativa limitativa soltanto in condizioni speciali (per esempio “Ho incontrato quel Paolo che fa il barista a Modena”).
Maggiori informazioni sulle relative limitative ed esplicative possono essere ricavate qui.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Noi non li assomigliamo o li assomigliamo troppo poco” √® corretto l’uso di¬†li¬†per¬†loro?

 

RISPOSTA:

No: il verbo¬†assomigliare¬†regge un sintagma introdotto da¬†a¬†(assomiglio a mio padre), mentre il pronome¬†li¬†pu√≤ fungere soltanto da complemento oggetto, non da complemento indiretto. Pertanto √® corretto¬†li chiamiamo¬†(ovvero¬†chiamiamo loro), mentre con il verbo¬†assomigliare¬†si possono usare¬†gli¬†oppure¬†a loro¬†(quindi¬†gli assomigliamo¬†o¬†assomigliamo a loro). In teoria √® possibile anche¬†loro¬†(assomigliamo loro), visto che¬†loro¬†pu√≤ sostituire¬†a loro, ma tale sostituzione √® pi√Ļ comune quando il pronome ha una chiara funzione di complemento di termine (per esempio¬†do loro un regalo); in questo caso, invece, in cui il sintagma √® piuttosto un complemento oggetto obliquo (sul quale si veda¬†questa risposta), √® preferibile a loro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere a quale persona si riferisce il pronome _questi _nella seguente frase:
“Con l’acquisto operato dal donante, Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e questi con atto del 2002 enunciava che il trasferimento avveniva nello stato di fatto e di diritto in cui si trovava il cespite”.

 

RISPOSTA:

In base alle regole del riferimento anaforico¬†questi¬†riprende (o √® coreferente con)¬†Tizio, ovvero quello tra i due possibili antecedenti (Caio¬†e¬†Tizio) che non √® il soggetto della proposizione reggente (Con l’acquisto Caio trasferiva lo stesso bene con i relativi confini). Per riprendere il soggetto di una proposizione reggente, infatti, bisogna usare l’ellissi del soggetto; per riprendere¬†Caio¬†nella coordinata, quindi, la frase avrebbe dovuto essere “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e con atto del 2002 enunciava…”. Esiste un’alternativa all’ellissi per riprendere il soggetto della reggente, ma non √®¬†questi, bens√¨ un pronome esplicito come¬†lo stesso¬†(preferibilmente completato dal nome): “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e lo stesso Caio con atto del 2002 enunciava…”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’Italiano parlato, verbi che normalmente non avrebbero bisogno di particelle pronominali tendono ad assumerle quando si vuole esprimere un’emozione, di solito positiva, legata all’azione, tipicamente di soddisfazione.
Mangio un panino -> Mi mangio un panino
Bevi un tè! -> Beviti un tè!
In questo caso il pronome indica un complemento di vantaggio (Io mangio un panino per me, bevi un tè per te) oppure un altro complemento?

 

RISPOSTA:

I verbi formati con la particella pronominale a cui lei si riferisce rientrano nella categoria dei transitivi pronominali (anche detti¬†riflessivi apparenti). In essi la particella pronominale ha la funzione di indicare a volte che l’azione √® svolta per il soggetto (mi lavo le mani¬†= ‘lavo le mani a me’) oppure, come nei casi da lei portati, di indicare che l’azione √® svolta con particolare partecipazione emotiva da parte del soggetto. Volendo far rientrare queste funzioni nella classificazione dell’analisi logica, nei verbi come¬†lavarsi¬†+ complemento oggetto la particella √® pi√Ļ facilmente interpretabile come complemento di termine; in quelli come¬†mangiarsi¬†come complemento di vantaggio (come da lei suggerito). Va, per√≤, rilevato che non √® affatto necessario fare questa operazione di classificazione, che non aggiunge niente alla comprensione della frase e risulta un po’ logicistica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi √® capitato di scrivere la seguente frase in un messaggio: “Ti invio il documento di cui mio marito ha parlato alla tua collega”. Nel rileggerlo e analizzandone la sintassi, non riscontro errori; tuttavia, a orecchio, non mi convince.
Se non ci fosse il complemento di termine in coda alla costruzione, non avrei alcun dubbio.

 

RISPOSTA:

La sintassi della frase √® corretta; il complemento di termine retto dal verbo parlare deve necessariamente essere inserito dopo il verbo stesso (l’inversione sarebbe molto innaturale), quindi la posizione in coda alla frase √® quasi obbligata. Non √®, del resto, possibile eliminarlo, visto che √® il secondo argomento del verbo (il cui schema valenziale √®, appunto, SOGG. + parlare + ARG. PREPOS.): parlare¬†senza l’indicazione della persona a cui si parla, infatti, prende significati del tutto diversi da quello qui inteso, ovvero ‘avere la facolt√† del linguaggio’ (“Mio figlio ancora non parla”), oppure ‘dialogare’ (“Di solito parliamo di calcio”) o anche ‘rivelare un segreto’ (“Il complice ha parlato”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ, che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.

√ą corretto/accettabile l‚Äôuso del congiuntivo nella relativa qui proposta o sarebbe stato pi√Ļ corretto usare l‚Äôindicativo?
Credo che il congiuntivo dia una sfumatura di eventualità o si tratta di un ipercorrettismo o attrazione modale?

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa si costruisce normalmente con l’indicativo. In questa proposizione il congiuntivo pu√≤ essere utile a esprimere una sfumatura consecutivo-finale (“Cerco una persona che mi capisca”); quando, inoltre, essa √® subordinata a un’altra proposizione al congiuntivo, pu√≤ prendere il congiuntivo per quella che possiamo definire¬†attrazione modale. Che il congiuntivo nel suo caso non sia richiesto per ragioni semantiche √® dimostrato dal fatto che, sostituendolo con l’indicativo (che io non avevo afferrato), il risultato non solo √® pienamente accettabile, ma mantiene lo stesso significato. Perdipi√Ļ, il congiuntivo √® persino forzato nella relativa esplicativa (quale √® quella della sua frase), che aggiunge informazioni accesorie all’antecedente (qualcosa); risulterebbe del tutto naturale, invece, nella relativa limitativa, che serve a identificare l’antecedente: ‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Ho un dubbio reltivo alla seguente frase esterapolata dagli atti di un processo:
“i coniugi dichiarano di avere provveduto alla divisione dei beni mobili e di ogni altro oggetto di valore al di fuori di questa convenzione e di non avere null‚Äôaltro a pretendere una dall’altra”.
Qual √® la forma corretta:¬†una dall’altra,¬†uno dall’altro¬†oppure¬†uno dall’altra?

 

RISPOSTA:

I pronomi¬†uno¬†e¬†altro¬†hanno quattro forme (diversamente, per esempio, da¬†che, che ne ha una sola), quindi concordano con la parola a cui si riferiscono. Quando i due pronomi sono usati nell’espressione reciproca¬†l’un l’altro¬†o in varianti della stessa, pu√≤ capitare che la concordanza influenzi soltanto il genere, non il numero. Questo avviene quando la parola a cui entrambi i pronomi si riferiscono √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare. L’esempio della frase da lei proposta √® proprio il caso in cui la parola a cui i pronomi si riferiscono,¬†coniugi, √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare, ovvero ciascuno dei due coniugi. Da questo consegue che la forma grammaticalmente ineccepibile sia, nel suo caso,¬†l’uno dall’altro¬†(ovvero ‘un coniuge dall’altro coniuge’). Comunemente, se i due referenti dei due pronomi sono uno maschile, l’altro femminile, √® possibile anche costruire un accordo “logico”, cio√® non con la parola, ma con i referenti. In questo modo, se i coniugi in questione sono un uomo e una donna la forma sar√†¬†uno dall’altra¬†(ovvero ‘il marito dalla moglie’) o, viceversa,¬†una dall’altro. Un testo come una sentenza o simili, comunque, richiede il maggior rigore grammaticale possibile; in un simile testo, pertanto, √® preferibile usare la forma che concorda con¬†coniugi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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‚ÄúHai scelto il brano peggiore tra i tanti possibili”.
Vorrei sapere se l’aggettivo¬†possibili¬†nella suddetta costruzione √® corretto.

S√¨, la costruzione √® corretta: l’aggettivo¬†possibile¬†√® comunemente usato in contesti simili senza un significato preciso, ma con la funzione di rafforzare proprio l’aggettivo o il pronome (ogni possibile candidato,¬†tutti i libri possibili…).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato usare “proprio” al posto di “nostro” come nell‚Äôesempio che segue?
“E per colpa tua, mettiamo anche oggi in dubbio la propria conoscenza”.

 

RISPOSTA:

Proprio pu√≤ sostituire soltanto i possessivi di terza persona suo e loro. La frase proposta quindi non √® corretta perch√© propria non si riferisce a un soggetto di terza persona (“E per colpa tua, Mario anche oggi mette in dubbio le sue/proprie conoscenze”), ma a un soggetto di prima persona plurale: “E per colpa tua, (noi) mettiamo anche oggi in dubbio la nostra conoscenza”.
Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Pronome
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QUESITO:

Vorrei esprimere un dubbio in merito all’uso del congiuntivo passato e trapassato con il pronome relativo misto¬†chiunque. Nella frase “Chiunque abbia pronunciato un giudizio cos√¨ avventato, avrebbe dovuto documentarsi pi√Ļ scrupolosamente”, dopo il pronome¬†chiunque¬†potrebbe andarci bene anche il trapassato congiuntivo¬†avesse pronunciato? Se s√¨, perch√©?

 

RISPOSTA:

La frase¬†chiunque avesse pronunciato…¬†√® corretta: il trapassato¬†avesse pronunciato¬†pu√≤ servire a collocare l’evento prima di un altro evento passato, per esempio in una frase come “Luca pens√≤ che chiunque avesse pronunciato…” (in questo caso il passato non sarebbe corretto: *”Luca pens√≤ che chiunque abbia pronunciato…”). Il trapassato √® anche comunemente usato in relazione al presente, non al passato; in questo caso la relazione temporale rimane identica a quella instaurata dal passato:¬†(penso che) chiunque abbia pronunciato…¬†=¬†(penso che) chiunque avesse pronunciato…. Quest’uso deriva dalla sovrapposizione sulla proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†del modello della proposizione ipotetica (chiunque avesse pronunciato¬†=¬†se qualcuno avesse pronunciato); a ben vedere, per√≤, la sovrapposizione √® indebita, perch√© la sostituzione del passato con il trapassato non modifica il senso generale della proposizione relativa. Proprio perch√© il trapassato in queste condizioni (nella proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†senza un rapporto di anteriorit√† rispetto al passato) √® di fatto equivalente al passato, se ne pu√≤ sconsigliare l’uso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se √® possibile usare glielo¬†rivolgendosi a un gruppo di persone (solo maschi, solo femmine o a composizione mista): “Non appena lo avr√≤ saputo, glielo riferir√≤”.

 

RISPOSTA:

Nell’esempio riportato, glielo √® corretto e pu√≤ essere usato per riferirsi a una donna o a un uomo. Ci√≤ √® possibile perch√© quando due pronomi complemento deboli sono usati in coppia il primo cambia forma: cos√¨ avviene, per esempio, per mi che diventa me (“Mi presti il libro?” > “Me lo presti?”), per ti che diventa te (“Ti presto il libro” > “Te lo presto”) e per gli e le che si trasformano in glie invariabile (“Presto il libro a Fabio/Maria” > “Glielo presto)”.
√ą bene specificare che in passato l’uso della forma pronominale atona gli in funzione di complemento di termine per loro, a loro non era accettata; adesso, invece, √® da ritenersi una forma senz’altro corretta in quasi tutti i livelli della lingua (tranne che nel caso, forse, di registri altamente formali, dove √® consigliabile l’uso di loro al posto di gli). Per questo motivo, una frase come “Ho detto a Maria e Fabio che glielo presto” pu√≤ essere considerata corretta.
Raphael Merida

Parole chiave: Pronome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Perch√© nella frase “Molti trovano che Steve Jobs sia stato un genio”,¬†un genio¬†√® complemento predicativo dell’oggetto? Lo capirei se ci fosse scritto “Molti ritengono Steve Jobs un genio”.
Riesco a fare l’analisi del periodo ma quando provo a fare l’analisi logica non mi ritrovo pi√Ļ:
Molti: sogg.
trovano: p. verbale
Steve Jobs: c. ogg.
che (il quale): sogg.
sia stato: copula
un genio: c. pred. del soggetto
Evidentemente così non va.

 

RISPOSTA:

L’analisi logica si applica alle frasi semplici. Nella frase da lei proposta, invece, ci sono due proposizioni legate da un rapporto di subordinazione. A causa di questo rapporto specifico, di tipo completivo, il soggetto della proposizione subordinata (Steve Jobs) √® nello stesso tempo il complemento oggetto “logico” del verbo della proposizione reggente, tanto che lei stesso ha riformulato la frase trasformando la subordinata oggettiva in un complemento oggetto seguito da un complemento predicativo dell’oggetto. La frase, insomma, non pu√≤ essere analizzata con gli strumenti dell’analisi logica senza incappare in questo dilemma.
Va sottolineato, per chiarezza, che nella frase “Molti trovano che Steve Jobs sia stato un genio”¬†che¬†non √® un pronome relativo (come √® indicato nella sua analisi, effettivamente impossibile), ma √® una congiunzione che introduce la proposizione oggettiva.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

L‚Äôaggettivo poco concorda in genere e numero con il sostantivo al quale si riferisce. A tal proposito riprendo parte di un testo di una canzone: ‚ÄúUna √® troppo poco, due sono tante‚ÄĚ.

Di conseguenza, come devo comportarmi nelle seguenti espressioni?

  • La differenza √® poco/poca
  • Due settimane √® poco/sono poche

 

RISPOSTA:

Nel testo della canzone troppo poco √® una locuzione avverbiale. In questo caso l‚Äôavverbio poco si unisce all‚Äôavverbio troppo per sottolineare un eccesso di scarsit√†. Negli altri due esempi poco invece √® un aggettivo in funzione predicativa (cio√® si collega al nome tramite il verbo), quindi: ‚ÄúLa differenza √® poca‚ÄĚ e ‚ÄúDue settimane sono poche‚ÄĚ. Nell’alternativa “Due settimane √® poco”, poco √® un pronome indefinito in un‚Äôespressione ellittica in cui √® sottinteso un sostantivo ricavabile dal contesto: ‚ÄúDue settimane √® poco (tempo)‚ÄĚ.

Raphael Merida

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QUESITO:

Nella frase “… a cui vorresti rivolgerti tu” il¬†tu¬†√® pleonastico o si pu√≤ considerare un rafforzativo?

 

RISPOSTA:

Non √® pleonastico: il soggetto pronominale ribadito a destra della frase serve a sottolineare che la volont√† di rivolgersi a quel qualcuno √® proprio del soggetto, non di altri. Questa sottolineatura pu√≤ essere utile per esempio se il parlante non condivide tale volont√†, oppure se vuole elogiarla, perch√© altri avrebbero manifestato una volont√† pi√Ļ comoda (ovviamente, dipende tutto dal contesto). L’esplicitazione del soggetto pronominale non sarebbe pleonastica neanche se questo fosse collocato prima del verbo: “… a cui tu vorresti rivolgerti”. In questo caso il pronome richiamerebbe al centro della discussione la responsabilit√† del soggetto nell’esprimere la volont√†, senza, per√≤, veicolare sfumature contrastive. Tali sfumature, per√≤, sarebbero veicolate anche con il soggetto preverbale, se la frase fosse pronnciata con un’enfasi intonativa sul pronome.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se entrambe le soluzioni sotto proposte possono essere giudicate valide.

1) Si è dovuto intervenire per placare gli animi.
2) Si è dovuti intervenire per placare gli animi.

A condizione di non essermi confusa durante la consultazione e l’analisi, in letteratura le due costruzioni coesistono.

 

RISPOSTA:

I verbi intransitivi (come¬†intervenire) concordano il participio passato con il soggetto (Luisa √® intervenuta). Nella costruzione impersonale, in cui, per definizione, manca il soggetto grammaticale, il participio viene concordato con un soggetto “logico”, che coincide con una prima persona plurale (maschile o femminile secondo le normali regole dell’accordo). La costruzione, pertanto, pu√≤ essere¬†si √® intervenuti¬†o¬†si √® intervenute. La presenza del verbo servile¬†dovere¬†complica questa regola, perch√© questo verbo ha come ausiliare¬†avere, quindi nella forma impersonale mantiene il participio passato invariabile. Si pensi, per esempio, a una conversazione del genere:
-Siete intervenuti?
-Si è dovuto (impossibile *si è dovuti).
Come si può immaginare, le due costruzioni concorrenti entrano in conflitto, creando la doppia possibilità. Per le ragioni spiegate, entrambe le costruzioni sono giustificabili, anche se la seconda è preferibile, perché il verbo servile ha una forte tendenza a prendere la costruzione del verbo retto, che è semanticamente dominante. Questo si vede, per esempio, nella netta preferenza dei parlanti per forme come sono dovuto andare rispetto a ho dovuto andare.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Quale sarebbe la forma corretta?
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Un esempio sono Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Ne sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Esempi sono Milano e Roma‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette. I dubbi legati a questa frase riguardano da una parte la concordanza tra il soggetto e il verbo, dall’altra l’inserimento del pronome anaforico ne. Per quanto riguarda il primo dubbio, la regola richiede che il verbo di una frase concordi con il soggetto, ma nel caso in cui nella frase ci sia un predicato nominale con il nome del predicato rappresentato da un sintagma nominale o da un pronome di una persona diversa dal soggetto, la concordanza del verbo con il soggetto pu√≤ risultare, per quanto in astratto corretta, innaturale. La soluzione spesso adottata, allora, √® concordare il verbo essere¬†con il nome del predicato, come nella prima variante della frase da lei proposta. La stessa cosa succederebbe, per esempio, in una frase come “Il problema siete voi” (non *”Il problema √® voi”). Si noti che questa soluzione pu√≤ essere considerata a tutti gli effetti regolare, visto che il ruolo della parte nominale e quello del soggetto sono intercambiabili (“Un esempio sono Milano e Roma” pu√≤ essere riformulata come “Milano e Roma sono un esempio”). In alternativa, se la frase lo permette si pu√≤ far coincidere il numero del soggetto e quello della parte nominale, come nella terza variante della sua frase.
Per quanto riguarda l’inserimento di ne, √® una scelta possibile ma non necessaria: il pronome riprende come incapsulatore tutta la frase precedente, trasformando la frase in qualche modo in ‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Del fatto che le citt√† presenti nel grafico sono molto popolate¬†sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ. L’accostamento delle due frasi, per√≤, √® sufficiente a permettere al lettore di ricavare facilmente il collegamento logico; la coesione, pertanto, √® garantita anche senza il pronome.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi permetto di dissentire da questa vostra risposta.¬†Quel chiunque sia non pu√≤ essere inteso come nel caso di qualora¬†o nel caso in cui?: “Qualora qualcuno fosse interessato, mi contatti”.
Oppure come nel caso di un passato: “(…) la denuncia pu√≤ essere fatta da chiunque sia stato presente ad un fatto punibile o ne abbia avuta cognizione in altro modo, senza essere stato offeso, n√© danneggiato (…)” (“Codice di procedura penale del Regno d‚ÄôItalia”, 1871).
O come nel caso di una concessiva: “Chiunque sia stato, non la passer√† liscia”.
O come la formulazione di una ipotesi: “Una macchina che sia rotta non potrebbe gareggiare”.

 

RISPOSTA:

Se assimiliamo la costruzione chi fosse a se qualcuno fosse, con riferimento al presente, la costruzione chi sia dovrebbe essere assimilata a se qualcuno sia, che non √® prevista in italiano (e si sovrapporrebbe funzionalmente a se qualcuno fosse). Gli esempi che lei fa per contestare questa spiegazione riguardano non chi, ma chiunque: quest’ultimo pronome contiene un tratto di forte indeterminatezza che ne favorisce l’associazione al congiuntivo anche al presente a prescindere dalla sovrapposizione del costrutto ipotetico. Per la verit√†, chiunque¬†√® obbligatoriamente accompagnato dal congiuntivo, proprio in virt√Ļ del suo significato indeterminato, particolarmente coerente con la sfumatura non-fattuale attribuita al congiuntivo.
Chi pu√≤ comportarsi come chiunque, quindi prendere il congiuntivo anche al presente, se nella relativa c’√® il tempo passato, che accentua la non-fattualit√† dell’evento (chi sia stato interessato √® del tutto legittima). Questa osservazione risponde alla sua seconda ipotesi: il passato cambia le condizioni d’uso del congiuntivo (e faccio comunque notare che nella citazione del Codice non c’√® chi, ma chiunque). Un’altra circostanza che favorisce l’uso del congiuntivo nella relativa √® l’indeterminatezza dell’antecedente. Questa non si applica a chi, che non ha un antecedente esplicito, ma a che; la cito qui perch√© spiega il suo ultimo esempio: “Una macchina che sia rotta…”.
Per quanto riguarda il terzo esempio, infine, non solo questo ripropone l’associazione tra chi sia e chiunque sia stato, doppiamente indebita perch√© chiunque sia stato¬†√® indeterminato e passato, ma viene definito “caso di una concessiva”, mentre nella frase non √® presente alcun legame logico di concessione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Vorrei capire se siano corrette queste sequenze di pronomi:
Io o tu (o te) o Tu o io (o me)?
Io e tu (o te) o Tu e io (o me)?

RISPOSTA:

Io o tu e Tu o io sono in astratto le uniche sequenze corrette quando i due pronomi fungono da soggetto. In realt√† la variante io o te √® ammissibile (sebbene meno formale), e persino preferita dai parlanti, perch√© la forma del pronome oggetto √® sfruttata per segnalare che il secondo soggetto √® focalizzato (io o TE). Pi√Ļ discutibile la variante tu o me, per la quale vale la stessa considerazione fatta per io o te, ma che risulta essere meno favorita dai parlanti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non ho ben capito se il verbo interessare regge il complemento oggetto o il complemento di termine. Ad esempio nella frase ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ, ¬ęmi¬Ľ che complemento √®?

Quanto all’uso di anch’io/neanch’io, vanno bene queste frasi?

¬ęNon vado al cinema¬Ľ. ¬ęAnch¬īio non vado¬Ľ / ¬ęNeanch¬īio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Interessare pu√≤ essere usato sia transitivamente (cio√® col complemento oggetto: interessare qualcuno), sia intransitivamente (cio√® col complemento di termine: interessare a qualcuno). Nonostante le sottili differenze semantiche rilevate dai vocabolari (interessare + compl. oggetto ha un valore meno intenso, e pu√≤ significare sia ‚Äėincuriosire‚Äô sia ‚Äėriguardare‚Äô: ¬ęl‚Äôesenzione interessa soltanto i maggiori di 60 anni¬Ľ; interessare + compl. di termine significa ‚Äėavere a cuore‚Äô: ¬ęa Laura interessava molto Raphael¬Ľ), i due usi sono spesso intercambiabili, anche se la costruzione con il complemento di termine (cio√® di interessare come verbo intransitivo) √® molto pi√Ļ frequente. Per cui una frase come ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ pu√≤ valere sia ‚Äėinteressa me‚Äô, sia, pi√Ļ probabilmente ‚Äėinteressa a me‚Äô, tanto pi√Ļ se il complemento √® espresso dal pronome clitico mi, ti ecc., che ha la medesima forma all‚Äôaccusativo e al dativo. La costruzione transitiva, a differenza di quella intransitiva, pu√≤ essere usata anche in riferimento alle cose: ¬ęl‚Äôinterruzione interessa la strada statale 113¬Ľ (e non *alla strada).

Anche non non √® corretto in italiano. Con la negazione anche si trasforma in neanche, neppure o nemmeno: ¬ęNeanch‚Äôio¬Ľ / ¬ęNeanche io varo al cinema¬Ľ / ¬ęNon vado al cinema neanche io¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

“I rigori sono sempre una sfida di nervi tra chi calcia e il portiere, e stavolta ha vinto lui”. Lui chi? Il portiere o chi calcia?

 

RISPOSTA:
La frase non √® ben composta, proprio perch√© non √® decidibile quale sia l’antecedente di lui. Pu√≤ essere corretta in diversi modi, per esempio sostituendo lui con il primo o il secondo (o anche quest’ultimo), a seconda di chi abbia effettivamente vinto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretta questa frase?

‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che coloro che anche ultimissimi¬†saranno premiati‚ÄĚ.

Il senso è che anche gli ultimi arrivati in una gara porteranno a casa qualcosa.

 

RISPOSTA:

La frase non è corretta dal punto di vista sintattico e necessita di essere riscritta. Suggerirei alcune riscritture semplificate:

  1. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che anche gli ultimissimi saranno premiati‚ÄĚ;
  2. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che saranno premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ;
  3. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu coloro che saranno arrivati anche ultimissimi premiati‚ÄĚ;
  4. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati coloro che saranno arrivati anche ultimissimi‚ÄĚ;
  5. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ.

Raphael Merida

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QUESITO:

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli incondizionati di quando era giovane.”

Vi chiedo se √® corretto l’uso dell’aggettivo (in questo caso “incondizionati”) dopo il dimostrativo “quelli”, che, in tale costruzione, se non vado errata assume la funzione di pronome.

Vi chiedo infine se sia possibile, per ottenere particolari effetti retorici, isolare l’aggettivo tra due virgole, creando cos√¨ un inciso:

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli, incondizionati, di quando era giovane.”

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli incondizionati di quando era giovane.”

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta. Il referente slancio √® singolare ma pu√≤ capitare che un elemento anaforico (in questo caso il pronome quelli) rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore. L‚Äôaggettivo incondizionati deve accordarsi, naturalmente, con il pronome cui si riferisce, cio√® quelli. Inoltre, l‚Äôaggettivo isolato tra due virgole crea una doppia focalizzazione nella sequenza narrativa. Dei due fuochi (‚Äúquelli‚ÄĚ e ‚Äúincondizionati‚ÄĚ) il pi√Ļ marcato √® il secondo grazie all‚Äôeffetto dell‚Äôisolamento e del lavoro inferenziale a cui questo invita il lettore (gli slanci di una volta non erano semplici slanci; erano incondizionati).

Raphael Merida

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QUESITO:

1) ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso della particella ci oppure sarebbe pi√Ļ corretto usare solamente l‚Äôinfinito ‚ÄúNon riesco a credere che ‚Ķ‚ÄĚ. Perch√©?

2) ‚ÄúSe ne hai voglia, leggi questo libro‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso di ne oppure sarebbe pi√Ļ corretto scrivere/dire ‚ÄúSe hai voglia‚Ķ‚ÄĚ. Qual √® la differenza?

3) ‚ÄúIn pi√Ļ, consiglio di dare un‚Äôocchiata, anche a questi libri‚ÄĚ. √ą ammissibile la virgola dopo consiglio di dare un‚Äôocchiata oppure viola le norme della punteggiatura?

4) Dei clienti entrano in un ristorante; dovrebbero dire: ‚ÄúBuongiorno, siamo quattro‚ÄĚ oppure ‚Äú‚Ķ siamo in quattro?‚ÄĚ C‚Äô√® una differenza?

 

RISPOSTA:

1) Il pronome atono ci in crederci serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato. Si tratta di un costrutto tipico del parlato o dello scritto informale.

2) S√¨, √® corretto. Il sostantivo voglia unito al verbo avere (‚Äúavere voglia‚ÄĚ) richiede l‚Äôargomento di ci√≤ di cui si ha voglia, per avere senso; deve essere seguito, quindi, dalla preposizione di (‚Äúho voglia di‚ÄĚ). La frase pu√≤ essere infatti parafrasata come segue: ‚ÄúSe hai voglia di leggere, leggi questo libro‚ÄĚ. Il ne sostituisce il complemento di tipo argomentale di leggere.

3) No, non √® ammissibile. Non bisogna mai separare con una virgola il predicato dall‚Äôoggetto. In questo caso il predicato √® formato dalla locuzione dare un‚Äôocchiata, facilmente parafrasabile con guardare. Questo tipo di costrutti √® definito dai linguisti ‚Äúa verbo supporto‚ÄĚ (per questo argomento la rimando alla risposta Fare piacere, i verbi supporto e i verbi causativi).

4) In questo caso non esiste una regola precisa, ma potrebbe esserci una sottilissima sfumatura semantica tra le due varianti. La presenza della preposizione tra il verbo e il numerale (‚Äúsiamo in quattro) sembra indicare un gruppo definito di persone, il cui numero non √® casuale ma gi√† stabilito; l‚Äôassenza della preposizione (‚Äúsiamo quattro‚ÄĚ), invece, d√† l‚Äôidea di un gruppo il cui numero √® variabile e in corso di definizione. La preposizione in √® essenziale, infine, con i verbi diversi da essere: ‚ÄúGiocheremo in cinque‚ÄĚ, ‚ÄúAbbiamo viaggiato in venti‚ÄĚ ecc. ¬†

Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Non mi è del tutto chiaro quando è considerato accettabile sostituire che con il quale/la quale/i quali/le quali.

Da quanto ho capito √® frequente e accettata la sostituzione in una relativa esplicativa in cui il pronome √® soggetto (es: ¬ęPi√Ļ tardi verr√† a trovarci il nuovo vicino, il quale si √® trasferito qui da sole due settimane¬Ľ.)

Sono considerate accettabili le forme composte come oggetto nelle relative esplicative (es: Paola e Giovanna, le quali hai conosciuto l’altro giorno alla festa, mi hanno detto che hanno intenzione di trasferirsi a Parigi.)

Inoltre, sono ancora considerate accettabili le forme composte nelle relative restrittive, o √® ormai percepita come “strana”, se non errata?

Ad esempio:

Mi piacciono i fumetti che/*i quali propongono avventure.

Mi porteresti la borsa che/*la quale ho dimenticato nel portabagagli?

Stavo alla finestra a osservare le persone che/*le quali passavano.

Stavo alla finestra a osservare le persone che/*le quali passavano.

Cerco un gatto che/il quale* ha il pelo nero e il muso bianco.

√ą raro incontrare una persona che/*la quale abbia dedicato tutta la vita allo studio.

 

RISPOSTA:

Le sue considerazioni sono tutte giuste. Nelle relative esplicative il quale √® usato in modo intercambiabile con che, sebbene ne rappresenti la variante pi√Ļ formale. Nelle relative limitative il quale √® ancora usato, sebbene in modo minoritario, quando l‚Äôantecedente √® un numerale, un pronome indefinito o un sintagma indeterminato come nell‚Äôesempio ¬ę√ą raro incontrare una persona la quale abbia dedicato tutta la vita allo studio¬Ľ; quando invece l‚Äôantecedente √® un sintagma determinato √® impossibile la sostituzione: ¬ęIl mio amico *il quale ti ho presentato l‚Äôaltro anno √® morto ieri¬Ľ. Sulle relative esplicative e limitative la rimando alla risposta Relative limitative o esplicative contenuta nell’archivio di DICO.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Potreste indicarmi quale delle due versioni che seguono sia pi√Ļ corretta?

  1. Mi ha chiamato o mi ha chiamata (se donna);
  2. Ci hai inibito o ci hai inibiti?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti sono corrette. In casi come questi, cio√® quando le particelle pronominali ricoprono la funzione di complemento oggetto e si trovano prima del verbo, √® possibile scegliere liberamente l‚Äôaccordo sia per il genere (anche se il pronome indica una persona di sesso femminile), sia per il numero. Questa libert√† non vale per i pronomi di terza persona singolare e plurale per i quali l‚Äôaccordo di genere e numero del participio con l‚Äôoggetto √® obbligatorio: ¬ęLi ho visti¬Ľ (e non *li ho visto); ¬ęl(a) ho mangiata¬Ľ (e non *l(a) ho mangiato).

Raphael Merida

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QUESITO:

La frase di partenza viene da Moravia:

(1) ‚ÄúGli avevano fatto credere ad una tresca di Lisa‚Ķ.‚ÄĚ.

Volevo confermare che in questa frase non possiamo dire: ‚ÄúGli ci avevano fatto credere‚ÄĚ (ci = ad una tresca) perch√© gli ci non √® permesso nella grammatica italiana, giusto? Ma si sente:

(1a) Gli ci vuole molto tempo (gli = ‚Äėa lui‚Äô).

 

Gli ci vuole molto tempo è una forma colloquiale? Potrebbe darmi altri esempi in cui gli ci viene usato?

 

(2) Ammaniti nel libro Ti prendo e ti porto via scrive:

‚ÄúMi ci faceva credere‚ÄĚ.

Per me, il pronome mi ha valore di ‚Äúa me‚ÄĚ.¬† Di nuovo, volevo capire se questo uso della lingua √® soltanto colloquiale dato che la grammatica non indica la combinazione di un pronome indiretto con ci.

 

RISPOSTA:

Nella frase di Moravia non avrebbe senso inserire ci. Esistono frasi come 1a che sono del tutto legittime e riconosciute dalla grammatica italiana. In questo caso, volerci, che significa ‘essere necessario’, rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso ci) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo aggiungendo una sfumatura di partecipazione emotiva. La presenza di gli ci fa capire, nel suo esempio, che ci si riferisce a una terza persona, ma nulla vieta che ci si riferisca ad altre: ‚ÄúGli/Ti/Mi ci √® voluta una settimana‚ÄĚ.

L’esempio tratto da Ammaniti, pur un po’ forzato, è possibile; si tratta, in questo caso, di una struttura colloquiale, presente soprattutto nel parlato, dove ci si riferisce a ciò che è stata detto prima.

Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementare.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Nella frase “una madre di un ragazzo ogni giorno mette il suo zaino nell’entrata per ricordarglielo”, non ci sono errori o possibili equivoci nel pronome “suo”? Come ci si deve regolare in questi casi per non sbagliare?

 

RISPOSTA:

In questo caso non mi sembra vi siano equivoci, sia per motivi contestuali (perch√© mai la madre dovrebbe indurre il figlio a prendere il proprio, anzich√© il suo, zaino, per andare a scuola?), sia per motivi morfologici: infatti, se si volesse specificare l‚Äôappartenenza dello zaino al soggetto della frase (cio√®, alla madre), si sarebbe potuto utilizzare proprio, per evitare ambiguit√†. In altri contesti, qualora vi fosse ambiguit√†, √® suggeribile sostituire il possessivo con un sintagma disambiguante: ¬ęLuca accompagna Laura a casa di lei¬Ľ; anche se, pure in questo caso, basterebbe sua, se ci si riferisce alla casa di Laura, propria se ci si riferisce a quella di Luca.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Pronome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Tante di cose” o “tante di persone”, come dice Lei, sono agrammaticali, ma in caso di ripresa nominale, cio√® col “ne” come ripresa pronominale in aggiunta al “di” partitivo (“Ne vede tante di cose/persone”), sarebbero legittime.

Se non si vuole utilizzare il pronome di ripresa “ne” allora bisognerebbe modificare il nome “cose”:

“Ogni giorno vede tante di queste cose/persone”.

Secondo lei, se cambiassimo ”vede tante di cose/persone” in “Vede tante di cose/persone interessanti” cambierebbe qualcosa o si resterebbe nell’agrammaticalit√†?

 

RISPOSTA:

Secondo me s√¨, sarebbe agrammaticale; accettabile, forse, soltanto in uno stile molto informale. L‚Äôindefinito tanto pu√≤ reggere il partitivo, ma in contesti in cui sia chiara la ripartizione di un sottogruppo: ¬ętanti dei miei amici non sono laureati¬Ľ, oppure: ¬ęvedo qui presenti tante delle persone che ho conosciuto al corso di francese¬Ľ o simili. Invece, nel suo esempio (¬ęvede tante di persone interessanti¬Ľ) non c‚Äô√® questa ripartizione, perch√© ¬ętante persone¬Ľ indica genericamente un numero elevato di persone e non un sottogruppo nell‚Äôambito di un gruppo pi√Ļ ampio o di una totalit√†.

Fabio Rossi

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Non so se esista una regola precisa per quanto riguarda l’uso dell’apostrofo in casi come quello che segue: “Hai visto le due sorelle?” “S√¨, le ho viste ieri”. Si potrebbe anche scrivere con l’apostrofo: “S√¨, l’ho viste ieri”? Sono corrette entrambe le forme?

L’elisione degli articoli e dei pronomi √® da evitare quando questi sono plurali: l’amica, ma non l’amiche; l’ho visto, ma non l’ho visti. Impossibile √® l’elisione di gli, perch√© in una sequenza come gl’alberi il nesso -gl- sarebbe pronunciato come in glabro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Sono molto comuni costruzione col “di” partitivo nelle quali manca un soggetto/oggetto perch√© sottinteso:

  1. a) Ce ne sono (tante) di cose!
  2. b) Ne ha fatte (tante) di cose!

Costruzioni analoghe sono quelle seguite da un modificatore nominale:

  1. c) Direi che (di persone) ce ne sono (tante) che non vanno mai al cinema.
  2. d) Di situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori.
  3. e) Nella vita di cose ne vedrai (tante) di belle e di brutte.

Nella frase “e” il modificatore del sintagma nominale sottinteso (“tante) √® preceduto dalla preposizione “di”, ma a differenza della frase “d”, dove il modificatore nominale √® un vero e proprio sintagma preposizionale, qui abbiamo un aggettivo che fa modificatore nominale, aggettivo che di norma non √® preceduto da nessuna preposizione, tranne in questi specifici casi.

Quello che mi chiedo è:

Se rendessimo esplicito il sintagma nominale “tante”, l’aggettivo richiederebbe lo stesso quel “di” o perlomeno sarebbe facoltativa la scelta di inserirlo o meno?

  1. f) Nella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte. A me non convince proprio quel “di” in quest’ultima frase , anzi lo casserei proprio, poich√© al mio orecchio suona malissimo, ma a rigor di logica forse √® corretto?

 

RISPOSTA:

La ragione della presenza del sintagma preposizionale introdotto da di √® dovuto al fatto che il clitico ne pronominalizza un sintagma preposizionale introdotto da di. Tant‚Äô√® vero che senza ne il di cade: ¬ęci sono tante cose/persone¬Ľ, ¬ęha fatto tante cose¬Ľ, ¬ęci sono tante persone che non vanno al cinema¬Ľ ecc.

In ¬ęDi situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori¬Ľ, ¬ędi tutti i colori¬Ľ √® un‚Äôespressione idiomatica ammissibile soltanto se introdotta da di, tant‚Äô√® vero che il di rimane anche senza ne: ¬ęho vissuto (tante) situazioni (simili) (che erano) di tutti i colori¬Ľ.

In ¬ęNella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte¬Ľ, come giustamente dice lei, il secondo (e il terzo) di √® di troppo (e dunque da evitare), perch√©, per via del clitico ne, serve il sintagma preposizionale ¬ędi cose¬Ľ, mentre belle e brutte sono aggettivi che, come tali, si collegano al nome (cose) senza preposizione. Esattamente come ¬ęvedrai cose belle e brutte¬Ľ. A meno che non siano aggettivi sostantivati (cio√® con cose sottinteso): ¬ęNella vita ne vedrai (tante) di belle e di brutte¬Ľ. Meno bene ¬ęNella vita ne vedrai (tante) belle e brutte¬Ľ. Del resto, l‚Äôespressione idiomatica √® ¬ęvederne delle belle¬Ľ, non certo *¬ęvederne belle¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

  1. a) Forse ci sarebbe chi accetterebbe a occhi chiusi.
  2. b) Forse ci sarebbe chi accettasse a occhi chiusi.

Tra le due mi suona di pi√Ļ la frase “a”, dove peraltro penso si possa ipotizzare una protasi velata/sottintesa:

“Forse ci sarebbe chi (se ne avesse la possibilit√†) accetterebbe a occhi chiusi”.

Ecco, sempre in merito alla questione del congiuntivo, condizionale e un’eventuale protasi implicita, ho letto delle risposte recenti su “Dico”, formulazioni del tipo “Chiunque volesse/vorrebbe, farebbe…”

La mia personale proposta è:

  1. c) Chi parteciperebbe alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.
  2. d) Chi partecipasse alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.

La frase “d” ricalca ovviamente il periodo ipotetico:

“Se qualcuno partecipasse alla gara, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte.”

Mentre la frase “c” ha un condizionale che √® innescato e condizionato da una protasi che resta implicita:

“Chi parteciperebbe alla gara (se ne avesse la possibilit√†), forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte”.

Protasi, quest’ultima, che forse “potrebbe” (uso il condizionale) anche essere espressa per confermare la correttezza (?) del costrutto:

“Chi parteciperebbe alla gara se ne avesse la possibilit√†, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte”.

Che ne pensa? Sono intuizioni corrette, le mie?

 

RISPOSTA:

S√¨, le sue sono intuizioni sostanzialmente corrette. Con alcune precisazioni. Il fatto che le ‚Äúsuoni‚ÄĚ meglio ¬ęForse ci sarebbe chi accetterebbe a occhi chiusi¬Ľ si spiega con la struttura della frase, cio√® una frase scissa con c‚Äô√® presentativo, che dunque √® un po‚Äô come una frase semplice anzich√© complessa, equivalente a ¬ęForse qualcuno accetterebbe a occhi chiusi¬Ľ. La modalit√† epistemica della frase autorizza pienamente il condizionale (ma anche il congiuntivo) senza alcun bisogno di sottintendere una protasi. Il concetto di sottinteso, infatti, andrebbe invocato il meno possibile, per evitare di sostituire le nostre personali e opinabili intuizioni all‚Äôeffettiva natura della frase. Motivo per cui ¬ęChi parteciperebbe alla gara…¬Ľ √® decisamente da respingere, a meno che, come dice lei, la protasi non sia presente. Ma, ne converr√†, la frase con protasi ‚Äúsuona‚ÄĚ come del tutto innaturale, nella sua farraginosit√†: ¬ęChi parteciperebbe alla gara se ne avesse la possibilit√†, forse si ritroverebbe davanti un avversario troppo forte¬Ľ. Eviterei dunque questi tentativi scolastici e alessandrini di far tornare a tutti i costi i conti di frasi che nessuno pronuncerebbe mai, in contesti naturali. Meglio, dunque, il piano e naturale ¬ęChi partecipasse alla gara¬Ľ ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

“√ą arrivato il momento che il proprietario venga a ritirare la macchina”. La frase √® corretta o si dovrebbe scrivere con in cui?
“√ą arrivato il momento in cui il proprietario venga a ritirare la macchina”.
Perché mi suona meglio la prima?

 

RISPOSTA:

Subordinate come quella da lei presentata si collocano a met√† strada tra le relative, le temporali e le soggettive. Se la consideriamo una relativa dobbiamo costuirla con in cui, perch√© un evento succede in un momento; se la consideriamo temporale la costruiremo con quando; se la consideriamo soggettiva useremo la congiunzione che (in questo caso √® il momento che viene assimilato a √® il caso che o simili). I parlanti sfavoriscono decisamente l’opzione temporale e oscillano tra la relativa e la soggettiva, per via della somiglianza tra le due costruzioni (non a caso il che usato in casi come questi rientra nella casistica del cosiddetto che polivalente), preferendo, di solito, la seconda. Quest’ultima √® da considerarsi del tutto regolare e utilizzabile in ogni contesto. A conferma della vicinanza di questa subordinata alle soggettive, se il soggetto della subordinata √® impersonale essa si costruisce con di + infinito, proprio come le soggettive: “√ą arrivato il momento di andare”. Va detto, per√≤, che la costruzione relativa diviene preferibile se il momento non √® all’interno di un costrutto presentativo, per esempio “Nel momento stesso in cui l’ho visto ho provato una forte emozione”. In questo caso la costruzione con che¬†√® percepita come pi√Ļ trascurata.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In realt√† non penso di aver trovato una risposta. Qualcuno (per es. nella voce ¬ęrelative, congiunzioni¬Ľ, di Giuliana Fiorentino, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani) considera questi casi (Mi sembra ieri che/quando eri ancora piccolo tra le mie braccia e guardati adesso invece;

Mi sembra di essere ritornato piccolo che/quando la vita era pi√Ļ spensierata; Chiami proprio adesso che/quando sono cos√¨ impegnato; L‚Äôinformazione √® arrivata proprio ieri che/quando √® successo il casino) come introdotti da una congiunzione relativa. Ho semplicemente detto che sui dizionari si parla di congiunzione relativa assimilabile a “in cui” (“quell’estate quando lo incontrai”) o di congiunzione relativa doppia (“lo conobbi quando ero a Roma”). Tuttavia, nelle quattro frasi riportate (soprattutto la seconda), non mi sembra che la funzione di “quando” sia n√© quella di una congiunzione relativa n√© quella una congiunzione relativa doppia, visto che Lei stesso mi ha fatto notare che n√© “in cui” n√© “nel momento in cui” possono sostituire quel “quando” nelle frasi. Infatti, da l√¨ √® nato il mio dubbio, visto che ho chiesto quale valore avesse quel “quando” (vista la connessione che aveva con l’antecedente a mo’ di pronome relativo) e come lo si potesse eventualmente parafrasare.

 

RISPOSTA:

In effetti la classificazione di questi casi √® problematica, n√© le grammatiche n√© i dizionari aiutano molto, dato che taluni classificano alcune subordinate introdotte da quando soltanto come temporali (escludendo dunque la possibilit√† di un quando congiunzione relativa), mentre altri pongono il caso. Ancora una volta, come ribadito pi√Ļ volte nelle nostre risposte di DICO, non esiste una risposta giusta e una sbagliata, ma √® solo questione di diversi punti di vista da cui guardare al fenomeno. Chi classifica tutti i casi come temporali (Serianni), chi, invece, fa definizioni pi√Ļ sottili (come la voce ¬ęrelative, congiunzioni¬Ľ, di Giuliana Fiorentino, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani. Certamente, per√≤, il discrimine non pu√≤ essere quello della parafrasi, perch√©, da questo punto di vista, anche una congiunzione temporale pu√≤ essere parafrasata con ‚Äėnel periodo/momento in cui‚Äô o simili: ¬ęandr√≤ al mare quando avr√≤ finito gli esami¬Ľ. Allora forse sarebbe pi√Ļ prudente (ma, ripeto, √® soltanto una delle tante soluzioni possibili) considerare quando come congiunzione relativa (o pronome relativo) soltanto nei casi di un antecedente chiaro: “quell’estate quando lo incontrai”. Per tutti gli altri casi, invece, ivi compresi quelli da lei segnalati in ‚ÄúChe temporale‚ÄĚ (risposta di DICO), ritengo ancora pi√Ļ prudente la classificazione come temporale, senza dare rilievo alla parafrasi, che porta fuori strada per i motivi gi√† detti. Infatti, in buona sostanza, in tutti e 4 i casi da lei segnalati la parafrasi possibile √® uguale sia nel valore temporale, sia nel valore relativo. Ma allora che senso ha aggiungere quest‚Äôaltra categoria? Entia multiplicanda non sunt praeter necessitatem. A meno che non si guardi alla struttura profonda della frase, sceverando di volta in volta se il valore sia pi√Ļ vicino all‚Äôamplificazione di un sintagma nominale (relativo), oppure a un valore avverbiale, cio√® extranucleare (temporale). Per riprendere i suoi esempi:

  1. ¬ęMi sembra ieri che/quando eri ancora piccolo tra le mie braccia e guardati adesso invece¬Ľ. Parafrasi: nel periodo/all‚Äôepoca in cui
  2. ¬ęMi sembra di essere ritornato piccolo che/quando la vita era pi√Ļ spensierata¬Ľ. Parafrasi: nel periodo in cui.
  3. ¬ęChiami proprio adesso che/quando sono cos√¨ impegnato¬Ľ. Parafrasi: in un momento in cui.
  4. ¬ęL‚Äôinformazione √® arrivata proprio ieri che/quando √® successo il casino¬Ľ. Parafrasi: nel momento in cui.

 

Come vede, in nessun caso c‚Äô√® un antecedente (specifico) espresso, ma andrebbe ricostruito come se fosse inglobato nella congiunzione (o pronome) quando. Cosa che ho fatto nella parafrasi, che per√≤, attenzione, √® solo a scopo esplicativo. Se le frasi fossero davvero prodotte con la parafrasi da me proposta, sarebbero delle pessime frasi, cio√® del tutto innaturali. In conclusione, come ripeto, ma che senso avrebbe addurre la parafrasi a riprova del valore relativo se quella stessa parafrasi spiegherebbe anche il valore temporale propriamente detto? ¬ęRispondi quando ti chiamo¬Ľ, parafrasi: nel momento in cui.

Ovviamente, in altre frasi, quando può avere anche valori (interrogativo, ipotetico, avversativo), ma questa è un’altra storia.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

  1. Mi sembra ieri che/quando eri ancora piccolo tra le mie braccia e guardati adesso invece.
  2. Mi sembra di essere ritornato piccolo che/quando la vita era pi√Ļ spensierata.
  3. Chiami proprio adesso che/quando sono così impegnato.
  4. L’informazione √® arrivata proprio ieri che/quando √® successo il casino.

Il “che” in queste frasi che valore ha, di pronome relativo assimilabile a “in cui”?

“Quando” invece potrebbe essere una congiunzione relativa col valore di “in cui” oppure invece potrebbe essere una congiunzione relativa doppia, paragonabile a “il periodo in cui/nel periodo in cui”?

Fermo restando che tutti le alternative proposte in sostituzione di “che” o “quando” non mi suonerebbero nelle quattro frasi elencate.

 

RISPOSTA:

Il che in questione √® un tipico ¬ęche temporale¬Ľ, vale a dire di valore intermedio tra il pronome relativo e la congiunzione, in alcuni casi; in altri con valore decisamente di congiunzione temporale. Quando √® una congiunzione temporale e non un pronome relativo doppio, anche se la distinzione √® di carattere pi√Ļ convenzionale-nomenclatorio che sostanziale: per esempio, √® chiaro il parallelismo con dove pronome relativo doppio (‚Äėnel luogo in cui‚Äô: ¬ęva‚Äô dove di pare¬Ľ); per√≤, per convenzione, esistono le subordinate temporali, e non le ‚Äúlocali‚ÄĚ, che vengono invece categorizzate come relative. In nessuna delle frasi proposte sarebbe possibile la sostituzione con ‚Äúin cui‚ÄĚ. Anche la sostituzione con ‚Äúil periodo in cui‚ÄĚ sarebbe del tutto innaturale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1) Lo fai pentire delle sue azioni.

2) Lo fai pentirsi delle sue azioni

3) Lo lasci pentire delle sue azioni.

4) Lo lasci pentirsi delle sue azioni.

Per quanto mi riguarda, penso che con “fare” sia sbagliata l’inserzione del pronome riflessivo “si”, nonostante il verbo sia intransitivo pronominale e lo richiede.

Per quanto riguarda il verbo “lasciare” credo che si possa utilizzare il riflessivo, o almeno l’ho sempre fatto, ma non so se sia necessario al 100%.

Quindi significa che per me sono corrette la prima e la quarta, la terza potrebbe forse essere corretta, infine c’√® la seconda che √® errata.

Non ho i mezzi per stabilirlo, quindi chiedo a lei.

Magari saprebbe dirmi se ci sono delle regole e ragioni grammaticali ben precise in merito, con cui si può stabilire la correttezza o la non correttezza delle quattro frasi?

 

RISPOSTA:

Come si legge nella Grande grammatica italiana di consultazione, di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino, 1991, vol. 2, p. 509, ¬ęI verbi riflessivi appaiono nella costruzione fattitiva senza il clitico riflessivo¬Ľ, pertanto le sole frasi corrette sono la 1 e la 3. In altri termini, quanto il verbo fattitivo o causativo (fare, lasciare) determina lo spostamento del soggetto della subordinata infinitiva, ingloba in s√© anche il clitico riflessivo, che invece deve essere espresso se lo spostamento del soggetto (e l‚Äôinfinitiva) manca, cio√®: ¬ęFai (o lasci) che si penta delle sue azioni¬Ľ. Lo stesso vale per soggetto/oggetto espresso in forma piena: ¬ęFai/lasci pentire (e non pentirsi) Marco delle sue azioni¬Ľ, ma ¬ęfai/lasci che Marco si penta (e non penta) delle sue azioni.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

Vi chiedo un consulto su questo esercizio: “Distingui gli aggettivi pronominali e i pronomi precisandone la funzione sintattica”.

“Te lo ricordo per l’ennesima volta, qui non c’√® niente di utile al tuo obiettivo”.

Te = pron. personale tonico, compl. termine
Lo = pron. personale atono, compl. ogg.
C’√® = questo non capisco cosa sia…
Niente = pron. indefinito, sogg.
Tuo = agg. possessivo, compl. fine.

L’analisi va bene, tranne che per due punti. 1. Il pronome te √® atono, non tonico: non bisogna confondere te tonico (come nella frase “Dico a te”) da te atono, variante formale di ti, come in questa frase, o come in “Dovevi proprio portartelo?”. 2. Tuo √® attributo, non complemento di fine (il complemento √® al tuo obiettivo).
Per quanto riguarda c’√®, si tratta di un’espressione formata da ci¬†+ √®. Ci pu√≤ essere un pronome personale atono di prima persona plurale (in frasi come “Ci fai un favore?”) e un pronome dimostrativo (in frasi come “Non ci pensare”); nell’espressione formata con il verbo essere, invece, equivale a l√¨ oppure qui¬†(a seconda dei contesti), quindi √® considerato generalmente un avverbio di luogo (anche se ci sarebbero ragioni per considerarlo un pronome). Dal punto di vista sintattico pu√≤ essere analizzato come complemento di stato in luogo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1) Ti darò qualunque/qualsiasi cosa tu voglia o che tu voglia?

2) Si fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire o che potrebbe sentire durante la notte?

3) Chiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno o di cui tu abbia bisogno?

4) Ci sarà sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia o in cui tu lo faccia?

5) Mi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene o in cui si mangia?

Vanno bene sempre bene entrambe le soluzioni?

La mia impressione è che quando la preposizione che si usa nella frase principale è la stessa della relativa, allora il pronome relativo + preposizione si può anche omettere.

Diverso, penso, sia il caso in cui non ci sia questo combaciamento, dove bisogna inserirlo:

6a) Parliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene

6b)Parliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene*

A pensarci¬† bene, neanche nella frase 2 c’√® una corrispondenza tra preposizioni, ma √® anche vero che la relativa non ne ha nessuna.

√ą solo una mia impressione, sbagliata o giusta che sia, o c’√® una spiegazione grammaticale dietro?

 

RISPOSTA:

La sua domanda contiene già la risposta (quasi del tutto) corretta e denota un’eccellente capacità di ragionamento induttivo sulla lingua: cioè, lei ha ricavato la regola sulla base di un’analisi attenta degli esempi. I pronomi relativi doppi (chi, chiunque: alcuni funzionano sia come indefiniti sia come relativi), cioè quelli che sottintendono, o per meglio dire inglobano, l’antecedente (chi/chiunque = la persona/qualunque persona la quale; con gli aggettivi qualunque e qualsiasi l’antecedente va invece espresso: cosa, persona ecc.) e alcuni aggettivi relativi indefiniti (qualunque, qualsiasi) possono omettere la preposizione nella proposizione relativa soltanto a condizione che l’elemento pronominalizzato della relativa sia un complemento diretto oppure un soggetto, con qualche eccezione se le due preposizioni, quella della reggente e quella della relativa, sono uguali. Se dunque il complemento pronominalizzato nella subordinata relativa richiede una preposizione, essa di norma non può essere omessa. Se il pronome è doppio, nel caso di reggenza preposizionale esso va sciolto in due elementi (cioè antecedente + pronome):

– ¬ęvai con chiunque ami¬Ľ ma ¬ęvai con qualunque persona alla quale/a cui vuoi bene¬Ľ e non ¬ęvai con chiunque vuoi bene¬Ľ. √ą possibile l‚Äôomissione della preposizione se √® uguale alla preposizione della reggente: ¬ęvai con chi vuoi stare¬Ľ = ¬ęvai con la persona con quale vuoi stare¬Ľ (la prima frase √® pi√Ļ informale).

Commentiamo di seguito uno a uno tutti i suoi esempi:

1) ¬ęTi dar√≤ qualunque/qualsiasi cosa tu voglia¬Ľ o ¬ęche tu voglia¬Ľ? Il che √® pleonastico, e dunque da eliminare, perch√© qualunque ha gi√† valore di aggettivo relativo/indefinito e dunque non richiede un ulteriore pronome relativo: ¬ęqualunque cosa tu voglia¬Ľ.

2) ¬ęSi fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire¬Ľ o ¬ęche potrebbe sentire durante la notte¬Ľ? Come sopra: il che va eliminato.

3) ¬ęChiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno¬Ľ o ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ? In teoria bisognerebbe dire e scrivere ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ, perch√© ¬ęavere bisogno di qualcosa¬Ľ richiede la preposizione di; tuttavia nell‚Äôitaliano comune √® altrettanto corretta l‚Äôomissione del secondo di, attratto dal primo.

4) ¬ęCi sar√† sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia¬Ľ o ¬ęin cui tu lo faccia¬Ľ? Come sopra: vanno bene entrambi, e anzi il secondo (ancorch√© pi√Ļ corretto grammaticalmente) √® decisamente innaturale.

5) ¬ęMi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene¬Ľ o ¬ęin cui si mangia¬Ľ? La preposizione in √® necessaria: ¬ęin qualunque luogo in cui si mangi¬Ľ, anche se nell‚Äôitaliano comunque √® possibile anche l‚Äôomissione del secondo in, attratto, per cos√¨ dire, dal primo.

6a) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ: giusto, ci vogliono entrambe le preposizioni.

6b) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene¬Ľ: √® errata; la versione corretta √®: ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase “Ne ha preparate tre, poi gliele ha spedite per congratularsi del suo successo” quali sono le funzioni sintattiche dei pronomi? Ecco la mia proposta:
Ne = pronome personale atono, compl. specificazione o partitivo
Tre¬†= pronome numerale, complemento di quantit√†? O forse pi√Ļ genericamente compl. specif.
Gliele = pronome personale. Gli: compl. termine. Le: compl. ogg.
Si (congratularsi) = pron. personale, intransitivo pronominale.
Suo = agg. possessivo, compl. specif.

 

RISPOSTA:

Le sue analisi sono sostanzialmente corrette, tranne i seguenti punti:
Tre = complemento oggetto. Il si contenuto nel verbo congratularsi, che √® intransitivo pronominale, non ha una funzione sintattica precisa, ma contribuisce alla costituzione del significato del verbo (forse lei intendeva proprio questo nella sua analisi, ma non √® chiaro). Suo¬†√® l’unica parola tra quelle analizzate che non √® un pronome, ma un aggettivo; dal punto di vista sintattico gli aggettivi non svolgono la funzione di complementi ma sono analizzati come attributi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Tre esempi da <> Elisa Morante

(1) (p234 ): Fin dalla mattina presto, io li udivo dalla mia stanza CHE subito appena svegli incominciavano a mischiarsi fra loro due in giochi e risate……

Il che mi pare una congiunzione.   Quale tipo di proposizione èa la subordinata? Una dichiarativa?

Possiamo trasformare la frase cosi:

Fin dalla mattina presto, io li udivo dalla mia stanza INCOMINCIARE subito appena svegli a mischiarsi far loro due in giochi e risate…

(2) p227¬†¬† e mentr’esse, in coro, gli magnificavano quel nuovo figlio, lui gli accord√≤ solo un’attenzione opaca distratta, con l’aria di un ragazzo forastico, e cresciuto fuori della famiglia, A CUI LE SORELLE MINORI MOSTRASSERO la propria bambola.

La subordinata dopo a cui è una proposizione relativa impropria consecutiva?   Possiamo scriverla cosi:

in modo tale che le sorelle minori mostrassero la propria bambola?

L’indicativo e’ anche accettabile?

(3) p. 264¬† Intanto SI SAPPIA ‚Ķche il fatale bacio, nella mia memoria capricciosa, s‚Äôera fatto pi√Ļ ingenuo del vero (come una musica di cui SI RAMMENTI solo il semplice tema).

Si sappia viene considerata l’imperativo o l’esortativo?

Possiamo anche usare Si RAMMENTA senza cambiare il significato della subordinata?  (non mi sembra ne’ una proposizione finale ne’ consecutiva).

 

RISPOSTA:

1) Il primo caso √® una relativa dipendente da verbi di percezione, che pu√≤ essere trasformata in una completiva. Pertanto: in ¬ęli udivo che incominciavano¬Ľ il che √® relativo, ma se trasformiamo la frase in una completiva (con il medesimo significato) il che diventa completivo: ¬ęudivo che loro incominciavano¬Ľ. √ą, come dice lei, possibile anche la trasformazione in relativa/completiva implicita: ¬ęli udivo incominciare¬Ľ.

2) S√¨, pu√≤ sostituire l‚Äôindicativo al congiuntivo senza alcun cambiamento di significato. Il congiuntivo si spiega non tanto per la sfumatura consecutiva (pure possibile) quanto per la sfumatura comparativo-ipotetica di tutta la frase: aveva l‚Äôaria come uno che…, come se…

3) ¬ęSi sappia¬Ľ √® congiuntivo esortativo impersonale. Anche in ¬ęri rammenti/a¬Ľ la sostituzione dell‚Äôindicativo al congiuntivo non cambia in nulla il significato della frase. Non occorre ipotizzare, ancora una volta, una sfumatura consecutiva (pure possibile, mentre √® del tutto sbagliata la sfumatura finale), perch√©, ancora una volta, il congiuntivo si giustifica con la sfumatura eventuale.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“In Norvegia non ci sono mai stato”. Quel “ci” pu√≤ essere accettato anche in un linguaggio formale, pur essendo un pleonasmo, oppure √® preferibile dire: “In Norvegia non sono mai stato”?

 

RISPOSTA:

Sicuramente il pleonasmo √® evitabile nel registro formale, a condizione, per√≤, di modificare l‚Äôordine dei costituenti: ¬ęNon sono mai stato in Norvegia¬Ľ. Infatti la tematizzazione (o topicalizzazione), cio√® la collocazione del tema in prima posizione, richiede la ripresa clitica (dislocazione a sinistra): ¬ęIn Norvegia non ci sono mai stato¬Ľ. Se eliminasse il ¬ęci¬Ľ l‚Äôenunciato verrebbe interpretato come focalizzazione, anzich√© come tematizzazione, ovvero: ¬ęIn Norvegia non sono mia stato [mentre in Svezia s√¨]¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

1a)Il segreto per il successo, te lo potranno svelare quanti sono arrivati al successo.

2a)Tendo ad apprezzare quanti hanno il coraggio di rischiare la vita.

1b)Questo lo sanno quanti ne sono arrivati l’anno scorso.

2b)Prendo quanti ne restano sul vassoio.

1c)Questo tragico evento te lo potranno raccontare (in?) quanti sono sopravvissuti alla strage.

2c)Ho salutato (in?) quanti hanno partecipato alla riunione.

1d)Questo tragico evento te lo potranno raccontare (in?) quanti ne sono arrivati l’anno scorso.

2d)Ho salutato (in?) quanti ne sono arrivati oggi.

√ą giusto usare quanti / in quanti come soggetto nelle varianti 1 e come complemento oggetto nelle varianti 2?

In linea di massima, le frasi sono ben costruite?

Sui vari dizionari quanti viene classificato anche come pronome, quindi pensavo che potesse avere la funzione di soggetto o di oggetto in base al contesto.

 

RISPOSTA:

 

Alcuni pronomi indefiniti (molti, pochi, tanti) e il pronome quanti sia come relativo sia come interrogativo possono essere costruiti con la preposizione in quando hanno la funzione di soggetto e si riferiscono a un gruppo di persone. In particolare, il pronome quanti ammette la costruzione con in quando è soggetto o della reggente, o della subordinata o di entrambe le proposizioni. In tutte le frasi proposte è possibile sostituire quanti con in quanti tranne che nella 2b, in cui quanti non si riferisce a un gruppo di persone ma agli oggetti rimasti sul vassoio.

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ormai siamo (quasi) tutti d’accordo che QUAL, avendo forma autonoma, non necessiti di apostrofo. Si dir√† quindi: “Qual √® la tua opinione, qual era la tua opinione” etc. Ma davanti a un sostantivo si usa QUAL o QUALE? Esempio: si pu√≤ scrivere “Quale insalata preferisci?” oppure, avendo forma autonoma, si deve scrivere “Qual insalata preferisci?” Ancora: Lei scriverebbe “Quale evento della tua vita…” oppure “Qual evento della tua vita…”.

 

RISPOSTA:

La forma apocopata qual non ha restrizioni: in astratto √® utilizzabile sempre. √ą, per√≤, di fatto rarissima; si usa quasi esclusivamente davanti alle forme verbali √® e era e nell’espressione qual buon vento. Per il resto si usa sempre quale.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “Tutto bene, davvero non vi preoccupate per me”, tutto √® pronome, aggettivo o nessuno dei due? Inoltre, ha la funzione sintattica di soggetto?

 

RISPOSTA:

Nella frase tutto equivale a ‘tutte le cose, ogni cosa’, quindi √® un pronome. La frase ‚ÄúTutto bene‚ÄĚ √® analizzabile come frase nominale, cio√® priva di verbo. In una frase senza verbo l‚Äôidentificazione del soggetto √® complicata, visto che quest‚Äôultimo si definisce come il costituente sintattico con cui il verbo concorda. D‚Äôaltro canto, √® facile riconoscere la costruzione verbale soggiacente quella non verbale: ‚ÄúVa tutto bene‚ÄĚ; in questa frase tutto ha proprio la funzione di soggetto.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

 

Si dice: “questi discorsi non c’entrano nulla” oppure “questi discorsi non centrano nulla”?

 

RISPOSTA:

 

La forma corretta √® c‚Äôentrano. Entrarci √® un verbo procomplementare che, come ci ricorda il Grande Dizionario Italiano dell‚ÄôUso (GRADIT), pu√≤ essere usato con valore intensivo nel significato di ‚Äėtrovare posto, avere spazio sufficiente per stare in qualcosa‚Äô (¬ęIn questa stanza c‚Äôentrano mille persone¬Ľ) o con il significato figurato di ‚Äėavere attinenza con qualcosa‚Äô, come nel caso da lei presentato. In una frase come ¬ęquesti discorsi non centrano l‚Äôargomento¬Ľ il verbo in questione √®, invece, centrare nel significato figurato di ‚Äėcogliere con precisione il punto centrale di un tema‚Äô.

Per approfondire la morfologia del verbo entrarci la invito a leggere la risposta La posizione del pronome.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Il quesito a cui volevo sottoporre la sua attenzione è quello di frasi che apparentemente sembrano delle relative, o che forse lo sono in parte.

Questo tipo di frasi contiene spesso un che, che potrebbe forse trattarsi di un che polivalente.

Proporrei qualche frase che secondo me possono rientrare in questa definizione:

  1. Sono arrivato qui che ero piccolo.
  2. Ho iniziato che ero ricchissimo.
  3. Ho finito che sono diventato povero.
  4. L’ho conosciuto che non era ancora cos√¨ famoso.
  5. L’ho trovato che dormiva beato.
  6. Sono qui che aspetto.

Le frasi in questione, per quanto contengano il pronome relativo che, mi sembrano abbiano tutt’altra funzione.

Per esempio, da 1 a 5 direi che quel che sia molto vicino ad un complemento di tempo.

Nella sesta il che mi sembra abbia valore finale: ¬ęChe aspetto¬Ľ = per aspettare/ad aspettare.

 

RISPOSTA:

Sì, ha ragione, sono relative improprie, ovvero il che in esse usato può rientrare nell’ampia tipologia del che polivalente. Proviamo a spiegarne alla svelta l’uso caso per caso.

  1. Sono arrivato qui che ero piccolo: valore temporale, ma in uno stile meno informale può essere risolto anche con un complemento predicativo del soggetto: sono arrivato qui da piccolo.
  2. Ho iniziato che ero ricchissimo. Come sopra.
  3. Ho finito che sono diventato povero. Qui l‚Äôequivalente meno informale sarebbe pi√Ļ o meno un verbo aspettuale o fraseologico: ho finito per (o col) diventare povero.
  4. L’ho conosciuto che non era ancora cos√¨ famoso. Questa e la frase successiva rientrano nella tipologia delle relative con verbi di percezione (o simili): l‚Äôho visto che dormiva / l‚Äôho visto dormire.
  5. L’ho trovato che dormiva beato. Come sopra.
  6. Sono qui che aspetto. Valore finale: sono qui ad aspettarti, ma anche: ti sto aspettando qui.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei proporvi questa frase: ¬ęGli studiosi si sono chiesti come sarebbe andata a finire¬Ľ. In questo caso ¬ęchiesti¬Ľ mi pare decisamente corretto. Se dico per√≤: ¬ęGli studiosi se lo sono chiesti¬Ľ, quel ¬ęchiesti¬Ľ √® altrettanto corretto o √® necessario dire ¬ęchiesto¬Ľ? Oppure entrambe le soluzioni sono accettabili?

 

RISPOSTA:

Entrambe le soluzioni sono corrette e con frequenze analoghe, in italiano. Infatti, se ricerchiamo le frequenze odierne in Google, troviamo 55.200 risultati per ¬ęse lo sono chiesti¬Ľ, contro 58.400 per ¬ęse lo sono chiesto¬Ľ. Quindi con una lieve prevalenza per l‚Äôaccordo con l‚Äôoggetto. Come si pu√≤ facilmente verificare sia nella Grammatica di Serianni (per es. la Garzantina), sia nella Grande grammatica italiana di consultazione di L. Renzi, G. Salvi e A. Cardinaletti (il Mulino), cio√® le due pi√Ļ accreditate grammatiche dell‚Äôitaliano, opposte nella concezione tanto da essere complementari, l‚Äôaccordo del participio passato presenta una tipologia variegatissima in italiano, secondo mille variabili: a volte si tratta di cambiamento nel tempo, altre volte di usi regionali, altre volte di registro, altre volte ancora dipende dal tipo di verbo e finanche dal suo significato; molto spesso, infine, l‚Äôaccordo √® del tutto libero, cio√® sono ammesse entrambe le forme (cio√® con accordo o col soggetto, o con l‚Äôoggetto, o, addirittura, senza accordo, cio√® al maschile indistinto non marcato). Data la ricchezza di usi e possibilit√† √® impossibile ripercorrerne qui le coordinate dei vari costrutti. Pensi per√≤ a usi (tutti possibili) come i seguenti:

– me ne sono bevuta/o una (di birra) ‚Äď ma: ho bevuto una birra

– se lo sono visti/o davanti (l‚Äôorso) ‚Äď ma: hanno visto l‚Äôorso

– ne hanno prese/o/i due (di scatole) ‚Äď hanno preso due scatole

– ne ho comprati/o/e due chili (di mele) ‚Äď ma: ho comprato due chili di mele

– Paola non se ne √® mangiati/a per niente (di biscotti) ‚Äď ma: Paola non ha mangiato i biscotti.

Come linea di tendenza molto generale, l‚Äôaccordo col soggetto e la forma senza accordo sono pi√Ļ rari, nei verbi pronominali con oggetto, laddove la forma preferita √® quella dell‚Äôaccordo con l‚Äôoggetto. Ma, come ha visto, le eccezioni sono numerose.

La lingua italiana, e qualunque altra lingua del mondo, √® fatta di un‚Äôestesa ¬ęzona grigia¬Ľ, come la chiamava Serianni, cio√® di usi plurimi tutti ammessi dalla norma. Il grigio (con tutte le sue sfumature), dunque, pi√Ļ del bianco o del nero, √® il colore che si addice alla grammatica.

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęMe l’hai preso tu il libro che stavo leggendo?¬Ľ. La frase sopra riportata √® corretta? La parola libro √® una ripetizione?

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta, bench√© sia appropriata a un contesto informale e soprattutto parlato, meno appropriata (con qualche eccezione) nella lingua scritta e formale. Il costrutto si chiama dislocazione a destra (oppure a sinistra, se √® rovesciato: ¬ęil libro me l‚Äôhai preso tu¬Ľ) e prevede la ripetizione, come dice lei, dell‚Äôoggetto, che, nel caso della sua frase, compare sia in forma piena (il libro), sia nella forma pronominale (l‚Äô). I motivi che inducono a scegliere un costrutto siffatto sono di solito legati all‚Äôesigenza di dare maggiore o minore rilievo a determinate informazioni della frase. Nel caso specifico, per esempio, si mette in rilievo l‚Äôazione e chi la compie (hai preso e tu) e si d√† quasi per scontato il libro, come se fosse (come in effetti √®) gi√† ben presente nell‚Äôorizzonte comunicativo degli interlocutori; il libro, comunque, acquista esso stesso un suo particolare rilievo, perch√© diventa il tema su cui verte l‚Äôintero atto comunicativo. Delle dislocazioni abbiamo pi√Ļ volte discusso, nella banca dati di DICO. Pu√≤ vedere, per esempio, la domanda/risposta ‚ÄúDimmelo tu cosa sono le dislocazioni‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedervi una consulenza sintattica sulla frase “questo quadro √® stato comprato da qualcuno che se ne intende”.¬†In particolare, mi interessava capire il valore sintattico della particella se. Ne¬†√® complemento di specificazione (o forse di argomento), m non riesco a comprendere la funzione di¬†se.

 

RISPOSTA:

Se ne intende equivale a intendersene ‚Äėessere competente in qualcosa‚Äô, che rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso si, nella forma se, e ne) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo. L‚Äôappendice pronominale –sene, quindi, non ha un significato autonomo ma arricchisce il verbo base attraverso una sfumatura emotiva; nel caso da lei proposto, intendersene (o il corrispettivo intendersi), a differenza del transitivo intendere, richiede un complemento di specificazione: ‚Äúse ne intende di arte‚ÄĚ / ‚Äúsi intende di arte‚ÄĚ.
Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementar*.

Raphael Merida

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho udito in TV il seguente passaggio giornalistico:
1a) Una malattia da cui si è scoperto che xxx è affetto da tempo.
La frase, francamente, mi lascia molto perplessa. Forse sbaglio nella ricostruzione sintattica; ma, tradotta, la frase a mio avviso suonerebbe pi√Ļ o meno cos√¨: “Dalla malattia [da cui xxx √® affetto] si √® scoperto che‚Ķ”, e non √® certamente questo il significato che il giornalista voleva trasmettere ai telespettatori. Mi sono cos√¨ applicata per provare a elaborare delle alternative, che vorrei sottoporvi, partendo da quello che dovrebbe essere il messaggio di base della frase.
1b) Una malattia da cui ‚Äď si √® scoperto ‚Äď xxx √® affetto da tempo.
Ho introdotto un inciso per non eliminare il si impersonale.
1c) Una malattia da cui xxx ha scoperto di essere affetto.
(Ho eliminato il si impersonale.)
Che cosa ne pensate?

 

RISPOSTA:

Ha ragione a considerare la frase mal costruita: il pronome da cui difficilmente pu√≤ essere collegato a essere affetto, visto che il primo si trova nella proposizione relativa da cui si √® scoperto, il secondo nella soggettiva esplicita che xxx √® affetto da tempo, retta dalla relativa. Il pronome viene, invece, naturalmente collegato a scoprire, venendo a costituire un significato chiaramente impossibile per la frase, perch√© essere affetto rimane senza un argomento, quindi incompleto. La sua ricostruzione 1b √® efficace, perch√© restaura il significato inteso mantenendo quasi la stessa forma della frase; la 1c, invece, pur essendo formalmente corretta, tradisce il significato inteso, perch√© attribuisce indebitamente la scoperta alla persona affetta dalla malattia. Si noti che la frase 1c riutilizza quasi la stessa struttura della 1a, con, per√≤, la differenza determinante che la soggettiva esplicita √® stata trasformata in una oggettiva implicita. Se l’oggettiva fosse esplicita la frase tornerebbe a essere mal costruita (per esempio “Una malattia da cui Luca ha scoperto che Andrea √® affetto da tempo”, oppure “Una malattia da cui ho scoperto che sono affetto da tempo”), perch√© il che che introduce l’oggettiva (e la soggettiva nella frase 1a) interferisce con da cui.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome
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QUESITO:

Le proposizioni relative nelle frasi di seguito sono limitative o esplicative? La virgola serve oppure no? In certi casi potrebbe essere utile un ‚Äúrinforzo‚ÄĚ pronominale per il che?
1a) Queste sono le sue parole(,) su cui vorrei soffermarmi.
1b) Queste sono le sue parole, quelle su cui vorrei soffermarmi.
2a) Ho dovuto accettare le sue ragioni(,) che non condivido.
2b) Ho dovuto accettare le sue ragioni, quelle che non condivido.
3a) Ero attratta dal suo ragionamento(,) che mi trasportava nei luoghi in cui amavo perdermi.
3b) Ero attratta dal suo ragionamento, quello che mi trasportava nei luoghi in cui amavo perdermi.

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi proposte sono possibili; in esse le relative sono costruite prima come limitative (che non richiedono la virgola), poi come esplicative, e questo cambiamento influisce sul significato della frase. Nella prima coppia, per esempio, la variante a indica che il soggetto vuole soffermarsi su alcune parole proferite da qualcuno; la variante b prima presenta le parole, poi indica che il soggetto vuole soffermarsi sulle parole presentate. L’inserimento del pronome dimostrativo nelle relative esplicative, possibile ma non necessario, ha l’effetto di separare ancora pi√Ļ nettamente le subordinate dalle reggenti.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Il soggetto della proposizione implicita pu√≤ avere due interpretazioni: impersonale oppure coreferente col soggetto della reggente, e spesso, ma non sempre, c’√® la doppia possibilit√†. Avrei da proporre alcune frasi che secondo possono essere da esempio:

1) Mario era ‚Äätroppo grande per capirlo = doppia interpretazione: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤ / Mario era troppo grande affinch√© si potesse capire Mario”.

2) Mario era ‚Äätroppo grande da capirlo = interpretazione che ha un soggetto coreferente con quello della reggente: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤”.

3) Mario era troppo grande da capire = interpretazione con soggetto impersonale/ generico: “Mario era troppo grande affinch√© soggetto generico potesse capire Mario”.

Le interpretazioni che ho dato alle precedenti frasi sono corrette o c’√® qualcosa da rivedere?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni implicite richiedono identit√† di soggetto con la reggente, tranne casi specifici (come quelle all’infinito rette da verbi di comando e il gerundio e il participio assoluti), che, per√≤, sono a loro volta regolati. Nei suoi esempi l’interpretazione con il soggetto non coreferenziale √® favorita dalla presenza del pronome atono diretto, che l’interlocutore √® tentato di riferire al soggetto della reggente, escludendo di conseguenza quest’ultimo dal ruolo di soggetto della subordinata. Tale interpretazione “logica” √® possibile in contesti parlati informali, ma sarebbe ovviamente sconveniente anche in questi contesti se facesse sorgere ambiguit√†. Nello scritto e anche nel parlato mediamente formale, le varianti con soggetto non coreferenziale vanno costruite con il verbo esplicito, per esempio “Mario era ‚Äätroppo grande perch√© lo si capisse”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

A) Ci sono degli studenti, molti dei quali non si impegnano abbastanza.
B) Ci sono degli studenti, di cui molti non si impegnano abbastanza.

La A ha un complemento partitivo che funge da modificatore del sintagma nominale, come per esempio:
‘Molti di quelli che vedi non si impegnano abbastanza’.
La B invece ha un complemento partitivo che funge da modificatore del sintagma verbale, come per esempio:
‘Di quelli che vedi molti non si impegnano abbastanza’.
√ą un’analisi corretta la mia? Se cos√¨ fosse, non ci sarebbe nessuna differenza d’uso tra A e B?

 

RISPOSTA:

L’unica differenza tra A e B √® la forma del pronome relativo (di cui / dei quali). A prescindere dalla forma, la funzione del relativo √® sempre quella di introdurre una proposizione relativa, che √® un modificatore di un sintagma nominale (in questo caso gli studenti). Per quanto le due varianti del relativo siano funzionalmente identiche, quella analitica, formata dall’articolo determinativo e quale, √® meno comune e pi√Ļ formale di quella sintetica, formata dal solo cui. Va aggiunto che la proposizione relativa richiesta qui √® certamente limitativa, cio√® contenente informazioni che identificano l’antecedente; questo tipo di proposizione relativa non va separato dalla reggente con alcun segno di punteggiatura e preferisce senz’altro la forma sintetica del relativo. Diversamente, la relativa esplicativa, che contiene informazioni aggiuntive sull’antecedente, va separata e pu√≤ essere costruita con entrambe le forme (per esempio: “Quest’anno ho una classe con molti studenti, molti dei quali / di cui molti non si impegnano abbastanza”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho preparato questo quesito perché, talvolta, ho difficoltà a capire su chi ricada l’azione della subordinata. La regola secondo cui, se non vado errata, è consigliata (tranne alcuni casi) la forma implicita, laddove vi sia identità di soggetto tra la reggente e appunto la subordinata, non so se possa essere applicata agli esempi proposti:

1) Stefano ha chiesto ad Alessia di uscire.

2) Stefano ha detto quella bugia ad Alessia per illuderla di aver ragione.

Riguardo al primo esempio: Stefano ha chiesto ad Alessia che fosse lei ad uscire, oppure Stefano ha chiesto il permesso per uscire ad Alessia?

Riguardo al secondo esempio: la bugia è stata detta ad Alessia per illuderla che Stefano avesse ragione, oppure Stefano, con quella bugia, ha voluto illudere Alessia?

Vorrei infine aggiungere un terzo esempio. Stavolta si tratta di un’interrogativa indiretta; ma l‚Äôincertezza sui rapporti semantici tra le parti permangono:

3) Stefano ha chiesto ad Alessia se poteva/potesse uscire.

Stessa criticit√†: chi ‚Äúpoteva (o potesse) uscire‚ÄĚ tra i due?

 

RISPOSTA:

La regola generale dice che la subordinata completiva implicita presuppone che il soggetto sia lo stesso della reggente; ci sono, per√≤, dei casi in cui questa regola entra in competizione con altre regole, oppure con la logica ingenua del parlante, con l‚Äôeffetto di creare confusione nel parlante stesso. Nella frase 1) il problema √® causato dalla polisemia del verbo chiedere: se lo intendiamo come ‚Äėchiedere il permesso‚Äô allora la subordinata rientra nella regola dell‚Äôidentit√† di soggetto, per cui √® Luca che vuole uscire; se, invece, lo intendiamo come ‚Äėrichiedere‚Äô, la subordinata rientra nella regola della costruzione con i verbi di comando, che prevede l‚Äôidentit√† tra il soggetto della subordinata e l‚Äôoggetto del comando. In questo secondo caso, quindi, √® Alessia che deve uscire. C‚Äô√® anche una terza possibilit√†, attivata dal verbo chiedere in combinazione con uscire, e cio√® che Luca abbia invitato Alessia a un appuntamento romantico. In questo caso la subordinata ha come soggetto loro, che non coincide n√© con Luca n√© con Alessia: la soluzione regolare sarebbe, quindi, ‚ÄúLuca ha chiesto ad Alessia che uscissero‚ÄĚ, che, per√≤, sarebbe interpretata piuttosto come ‚Äė‚Ķ ha richiesto ad Alessia di far uscire altre persone‚Äô. Con questo terzo significato, la costruzione pi√Ļ comune sarebbe ancora ‚ÄúLuca ha chiesto ad Alessia di uscire‚ÄĚ, a rigore non corretta. La disambiguazione tra le tre possibilit√† sar√† garantita dal contesto; la soluzione 3), invece (pure possibile), non aiuta completamente, perch√© l‚Äôinserimento di potere esclude la terza interpretazione, ma lascia aperte le prime due (anche se la seconda sarebbe molto favorita): nel primo caso potere¬†sar√† interpretato propriamente come ‚Äėavere il permesso‚Äô; nel secondo sar√† interpretato come segnale di cortesia, quindi la frase sarebbe la variante indiretta di ‚ÄúAlessia, puoi uscire, per favore?‚ÄĚ.

Per quanto riguarda la frase 2), l‚Äôidentificazione del soggetto di aver ragione √® problematica perch√© l‚Äôoggetto pronominale della proposizione reggente (la) √® sentito come un possibile candidato, anche se a rigore non lo √®: il soggetto di aver √® Stefano, ovvero il soggetto della proposizione reggente; se, invece, si vuole che il soggetto sia Alessia, bisogner√† costruire la subordinata in modo esplicito: ‚Äú‚Ķilluderla che avesse ragione‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due soluzioni indicate pi√Ļ sotto sono, per motivi di registro, ammissibili.

1) Esserci impegnate / 2) Essersi impegnate.

Cerco di contestualizzare.

Un gruppo di studentesse contesta una valutazione da parte di un’insegnante. Una di esse, a nome del gruppo, si pronuncia in questi termini:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)esserci/essersi impegnate al massimo e (l‚Äô)aver applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo, non √® bastato per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (ho incluso l‚Äôarticolo determinativo tra parentesi perch√© credo che il parlante possa liberamente decidere se esplicitarlo od ometterlo).

Vorrei inoltre domandarvi se, modificando dati elementi della costruzione ed esulando dal caso specifico, si possa ‚Äúspersonalizzare‚ÄĚ il concetto, creando cos√¨ una sorta di ‚Äúcausa-effetto‚ÄĚ generale:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)essersi impegnati [non pi√Ļ femminile plurale, ma maschile] al massimo e (l‚Äô) aver applicato gli insegnamenti ricevuti negli anni, potrebbe non bastare per ottenere una valutazione sufficiente‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

L‚Äôespressione da lei evidenziata si trova all‚Äôinterno di una proposizione subordinata soggettiva retta dall‚Äôoggettiva non √® bastato, che √® impersonale; se la soggettiva condivide lo stesso soggetto della reggente essa deve essere ugualmente impersonale, quindi deve prendere la forma essersi impegnato, con il pronome si¬†e il participio al singolare maschile. Tale soluzione risulta doppiamente controintuitiva, perch√© il soggetto logico √® plurale e di sesso femminile (anche se il costrutto √® grammaticalmente impersonale) e perch√© la proposizione che regge l‚Äôoggettiva √® a sua volta dipendente dalla principale (per giunta collocata subito alla sinistra della soggettiva) costruita con il soggetto noi. Ne deriva un comprensibile rifiuto della forma che sarebbe corretta. Le alternative a questa soluzione sono: 1. la forma essersi impegnate, che a rigore √® scorretta, perch√© √® per met√† impersonale (l‚Äôinfinito essersi) e per met√† personale (il participio concordato con il soggetto logico plurale femminile); 2. la forma esserci impegnate, che √® internamente ben formata, ma sintatticamente scorretta perch√© costruisce la proposizione dipendente da una proposizione impersonale con un soggetto logico personale; 3. la costruzione personale, ma esplicita, della soggettiva: che ci siamo impegnate, corretta da tutti i punti di vista ma resa impossibile dalla coincidenza della presenza di un altro che¬†subito prima (‚ÄúPrendiamo atto che che ci siamo impegnate al massimo‚Ķ‚ÄĚ). Insomma, presupponendo di voler scartare la costruzione impersonale essersi impegnato¬†e l‚Äôalternativa 3, bisogna ammettere che scegliere una delle altre due comporta una scorrettezza tutto sommato veniale; in particolare la soluzione 2 sarebbe la pi√Ļ facilmente giustificabile, vista la costruzione personale della proposizione principale. Una soluzione del tutto corretta e priva di controindicazioni √® ovviamente possibile, ma comporta una riorganizzazione sintattica della frase; per esempio: ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato che ci siamo impegnate al massimo e abbiamo applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ, oppure ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato il nostro massimo impegno e l‚Äôapplicazione, laddove sia stata possibile, degli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (che ha il vantaggio di evitare la sgradevole ripetizione di che¬†a breve distanza).

A margine aggiungo che la virgola tra tempo e non non è richiesta, e anzi è al limite dell’errore, perché separa due parti non separabili della frase (prendiamo atto che… non è bastato) per il solo fatto che si trovano collocate a distanza.

In ultimo, la sua ipotesi di ‚Äúspersonalizzazione‚ÄĚ √® valida, purch√© la forma sia quella corretta, ovvero essersi impegnato.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi riguardo alla possibile collocazione dei modificatori nominali in diversi contesti e situazioni.

Modificatori del nome preceduti da un modificatore verbale:

1a. Ho messo una cosa qui bellissima / di marmo / che potrebbe aiutarmi.

Modificatori del nome dopo il verbo dell’interrogativa:

2a. Quale cosa hai venduto di plastica / plasticosa / che non andava venduta?

3a. Quante ne hai dezuccherate / senza zucchero / che non fanno male alla salute?

4a. Cosa hai osato toccare di colore giallo / di legno / che non andava toccato?

5a. Di quale parte sei della Svezia?

Questione ancora pi√Ļ complicata:

Modificatori del nome, preceduti da un modificatore verbale, collocati dopo il verbo di un’interrogativa:

6a. Quale cosa hai messo qui di colore rosso / rossa / che non apprezzi pi√Ļ di tanto?

7a. Quale cosa hai comprato senza nemmeno avvisarmi di colore rosso / rossa / che ti piace?

Chiaramente tutte le frasi possono essere riformulate in questo modo:

1b. Ho messo qui una cosa bellissima / di vetro / che potrebbe aiutarmi.

2b. Quale cosa di plastica / plasticosa / che non andava venduta hai venduto?

3b. Quante dezuccherate / senza zucchero / che fanno male ne hai?

4b. Cosa di colore giallo / di legno / che non andava toccato hai osato toccare?

5b. Di quale parte della Svezia sei?

6b. Quale cosa di colore rosso / rossa / che non apprezzi hai messo qui?

7b. Quale cosa di colore rosso / rossa / che ti piace hai comprato senza avvisarmi?

La questione potrebbe farsi pi√Ļ intricata se si pensa che in alcune di queste frasi il complemento preposizionale / aggettivo potrebbe essere interpretato come modificatore verbale, pi√Ļ precisamente come complemento predicativo del soggetto / oggetto, non come modificatore nominale, vista la sua posizione postverbale, per la precisione negli esempi da 2 e 4.

Inoltre, l’esempio 7 potrebbe essere ambiguo, in quanto che ti piace¬†potrebbe essere anche inteso come subordinata esplicita del verbo avvisare, dando il senso che qualcuno compra un qualcosa che gli piace, senza per√≤ avvisare qualcun altro.

Chiaramente queste situazioni di ambiguità si possono creare, ma quello che mi chiedo è questo: sintatticamente e grammaticalmente parlando, possiamo parlare di frasi corrette in questi significati e nel senso che vorrei dare? Cioè, i vari modificatori nominali (di legno, che non andava toccato, della Svezia, bellissima ecc.) delle frasi b si possono considerare dei modificatori nominali tanto nelle varianti a quanto nelle varianti b?

 

RISPOSTA:

Qualunque sia la posizione del modificatore, esso sar√† sempre ricondotto al sintagma modificato; anche se interpretiamo i modificatori come complementi predicativi (o predicazioni supplementari), dal punto di vista sintattico e semantico essi modificano ancora i sintagmi nominali a cui si riferiscono. Va, per√≤, detto, che il modificatore √® tipicamente adiacente al modificato, tranne che non ci siano ragioni per allontanarlo (per esempio l‚Äôinserimento di un altro modificatore pi√Ļ strettamente legato al modificatore o la funzione predicativa del modificatore): alcune frasi a, pertanto, risultano innaturali e al limite dell‚Äôaccettabilit√† (per esempio ‚ÄúHo messo una cosa qui bellissima‚ÄĚ, perch√© difficilmente si pu√≤ accettare che l‚Äôaggettivo qualificativo sia legato al sintagma nominale qualificato meno strettamente di un‚Äôindicazione di luogo). La proposizione esclusiva nella frase 7 non √® in nessun caso un modificatore del nome (infatti non pu√≤ essere in alcun modo trasformata in una relativa il cui pronome introduttore riprenda il sintagma nominale o in un aggettivo); modificatori di sintagmi nominali introdotti da senza sarebbero, ad esempio, borsa senza manici (ovvero che non ha i manici), oppure maglietta senza maniche (smanicata).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Tutte queste frasi e alternative sono corrette?

“Mi ha chiesto che cosa significasse quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significhi quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significherebbe quel gesto”

“Mi ha chiesto che cosa significa quel gesto”

 

“Un bambino che legga / leggesse / legge per bene una enciclopedia(,) imparerebbe tutto ci√≤ che una scuola pu√≤ / potesse / possa / potrebbe offrirgli”.

 

“Un amico che diffami / diffama / diffamasse non √® / sarebbe un buon amico”.

 

Attenendomi, per esempio, a queste tabelle della “Treccani”, una frase del genere sarebbe agrammaticale: “Credo che l’avesse visto”?

A che attenersi per sapere se si sta (o stia?) costruendo una frase che rispetta (o rispetti?) la concordanza dei tempi verbali?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti dei tre gruppi sono corrette. Nel primo gruppo la subordinata √® una interrogativa indiretta, che √® strettamente vincolata alla consecutio temporum; non tutte le varianti presentate, per√≤, hanno a che fare direttamente con il sistema della consecutio. Le varianti con significa / significhi sono semanticamente equivalenti; in questo caso la differenza tra l’indicativo e il congiuntivo √® di tipo diafasico, cio√® di registro (lo stesso vale per sta / stia e rispetta / rispetti della frase finale della sua domanda). Quella con il condizionale contiene, ovviamente, una sfumatura di condizionalit√†; presuppone, cio√®, che ci sia una condizione (espressa altrove o implicita) per l’avverarsi dell’evento del significare (per esempio “…che cosa significherebbe quel gesto se lui lo facesse“). In alternativa (ma la corretta interpretazione dipende dal contesto), il condizionale pu√≤ essere interpretato come un segnale di cortesia, ovvero come una variante indiretta di significa. Per quanto riguarda la consecutio temporum, queste tre varianti esprimono tutte la contemporaneit√† con il presente; il passato prossimo (qui ha chiesto), infatti, pu√≤ funzionare da passato ma anche da presente, se descrive un evento che √® ancora in corso (ha chiesto comporta che la domanda √® ancora valida nel momento in cui l’emittente parla). Diversamente da queste tre, la variante all’imperfetto esprime (anche qui l’interpretazione dipende dal contesto) la contemporaneit√† con il passato, l’anteriorit√† rispetto al presente o anche l’anteriorit√† rispetto al passato; per esempio “L’ho incontrato ieri e mi ha chiesto (passato) che cosa significasse (contemporaneit√† con il passato) il nostro incontro”; “L’ho appena incontrato e mi ha chiesto (domanda ancora valida = presente) che cosa significasse il mio discorso di ieri (anteriorit√† rispetto al presente)”; “L’ho incontrato ieri e mi ha chiesto (passato) che cosa significasse (anteriorit√† rispetto al passato) il mio discorso del giorno prima”.

La seconda e la terza frase contengono subordinate relative, che non sono strettamente legate alla consecutio temporum; le varianti legge / legga funzionano come significa / significhi del gruppo precedente; leggesse qui non √® interpretabile come passato, per via del verbo della reggente (imparerebbe), che √® presente; esso va, quindi, interpretato come una variante di legga favorita dalla sovrapposizione del modello del periodo ipotetico: che leggesse …imparerebbe = se leggesse …imparerebbe. Si noti che se il verbo della reggente fosse passato, leggesse sarebbe interpretato come passato (per esempio “Un bambino che cinquant’anni fa leggesse per bene una enciclopedia avrebbe imparato…”).

Per “…tutto ci√≤ che una scuola pu√≤ / potesse / possa / potrebbe offrirgli” vale quanto appena detto, tranne che qui √® ammesso sia il congiuntivo imperfetto, con la stessa sfumatura ipotetica della prima relativa, sia il condizionale presente (non ammesso nella prima relativa per via della sovrapposizione del modello del periodo ipotetico), attratto dal condizionale della proposizione reggente. A margine sottolineo che la virgola tra enciclopedia e imparerebbe non va inserita, perch√© si configurerebbe come virgola tra il soggetto (Un bambino che legga / leggesse / legge per bene una enciclopedia) e il verbo.

Per la relativa della terza frase vale tutto quello che è stato detto per la prima relativa della seconda. Chiaramente, se si opta per diffamasse la reggente prenderà il condizionale sarebbe per via della sovrapposizione del modello del periodo ipotetico.

La frase “Credo che l’avesse visto” non √® affatto agrammaticale, ma descrive una situazione in cui un parlante riferisce di un evento passato precedente un altro; per esempio “Luca ieri √® rimasto a guardare il film per pura gentilezza; credo che l’avesse gi√† visto”. Lo schema presentato nella pagina a cui lei rimanda contiene soltanto i casi pi√Ļ comuni di relazione temporale tra reggente e subordinata completiva; i tanti casi non contemplati non sono esclusi, ma solo tralasciati per brevit√†. Sulla consecutio temporum in generale rimando alle tante risposte dell’Archivio di DICO che contengono la parola consecutio; in particolare la scelta dei tempi nelle relative √® al centro di questa.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho dei dubbi sulle frasi seguenti.

1a. √ą la prima volta che vedo questo film.

1b. √ą la prima volta che ho visto questo film.

1c. √ą stata la prima volta che ho visto questo film.

 

2a. Visto/viste tutte le poesie, abbiamo deciso che…

2b. Dato/dati i risultati, abbiamo deciso che…

 

RISPOSTA:

Nel primo gruppo di frasi la proposizione subordinata √® di fatto una relativa (il che che la introduce √® detto polivalente, ma la proposizione si comporta comunque come una relativa), quindi ha ampia libert√† nella scelta del tempo verbale. La logica esclude la 1b, perch√© se la prima volta √® presente anche la visione del film deve essere presente. Le altre due sono corrette. Nel secondo gruppo i participi passati concordano con i soggetti delle subordinate implicite (le poesie e i risultati): le proposizioni, infatti, sono equivalenti a “Essendo state viste tutte le poesie” e “Essendo stati dati tutti i risultati”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Bisogna attenersi a quanto affermato dal ‚ÄúSabatini‚ÄĚ: ¬ęSe l’elemento negato √® anteposto al verbo, questo rifiuta il non: neanche io so come fare¬Ľ?

¬ęAnche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ e ¬ęNeanche se dovessimo aspettare sarebbe un problema¬Ľ sono le uniche possibilit√† corrette? Tuttavia mi √® capitato di leggere esempi contradditori con quanto appena affermato anche in La luna e i fal√≤.

E se l‚Äôelemento di negazione √® posposto al verbo: ¬ęNon sarebbe un problema neanche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Sebbene l‚Äôitaliano richieda, o ammetta, la doppia negazione in alcuni casi (¬ęnon voglio niente¬Ľ), la rifiuta in altri, precisamente quando un elemento (avverbio, congiunzione, aggettivo o pronome, a seconda dei casi) di negazione come neanche, neppure, nemmeno, niente, nessuno √® anteposto al verbo. Come giustamente osserva Serianni nel cap. VII, par. 193, della sua Grammatica, ¬ęquesta norma va oggi osservata scrupolosamente, almeno nello scritto formale. Tuttavia, nell‚Äôitaliano dei secoli scorsi e anche in quello contemporaneo non mancano le deflessioni in un senso o nell‚Äôaltro¬Ľ, dovute per esempio a forme regionali, di italiano popolare, di trascuratezza, di espressivit√†. Tra le deflessioni, troviamo addirittura Manzoni: ¬ęUna di quelle donnette alle quali nessuno, quasi per necessit√†, non manca mai di dare il buongiorno¬Ľ. Deflessioni, tra i moltissimi altri, in Pavese: ¬ęNeanche tra loro non si conoscevano¬Ľ, ¬ęneanche qui non mi credevano¬Ľ. Cionondimeno, ci√≤ non altera la norma dell‚Äôitaliano. Pertanto, ¬ęAnche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ e ¬ęNeanche se dovessimo aspettare sarebbe un problema¬Ľ vanno bene, mentre ¬ęNeanche se dovessimo aspettare non sarebbe un problema¬Ľ va evitato. Quando l‚Äôelemento di negazione √® posposto al verbo, la doppia negazione √® ammessa: ¬ęNon sarebbe un problema neanche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ va altrettanto bene quanto ¬ęNon sarebbe un problema anche se dovessimo aspettare di pi√Ļ¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

I verbi procomplementari, essendo formati da particelle pronominali di valore intensivo, andrebbero usati soltanto in contesti colloquiali, oppure possono essere utilizzati in qualsiasi registro? Quanto √® corretto scrivere: ¬ęstava per andarsene¬Ľ? Tra l‚Äôaltro sono frasi che si possono trovare ad apertura di libro.

Inoltre io distinguo perlomeno quattro tipi di frasi riflessive:

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: uso intensivo.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico.

Tolto l‚Äôuso intensivo e il riflessivo vero e proprio, gli altri due usi (riflessivo apparente e dativo etico) quanto sono accettabili? √ą corretto scrivere: ¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Nei verbi pronominali, e nel sottogruppo dei verbi procomplementari, la particella pronominale (o pi√Ļ d‚Äôuna), detta anche pronome atono o clitico, non svolge necessariamente un valore intensivo, ma svolge spesso un ruolo sintattico pieno di completamento della valenza del verbo, modificandone il significato. Per es. un conto √® il verbo fare, un altro conto il verbo farcela, altro √® sentire, altro √® sentirsela, finire e finirla ecc. A volte, tra un verbo pronominale (o procomplementare) e un verbo non pronominale c‚Äô√® quasi perfetta sinonimia, come accade per andare e andarsene, scordare e scordarsi, ricordare e ricordarsi, dimenticare e dimenticarsi ecc. In casi del genere, il verbo pronominale √® perlopi√Ļ meno formale rispetto al verbo privo di pronome. Se, nel caso di andarsene, possiamo dunque dire (ma solo impropriamente) che i clitici siano d‚Äôuso intensivo, in altri casi, come sentirsela, o saperla lunga, o finirla, la funzione del clitico non √® intensiva ma proprio strutturale e il cambiamento di significato, rispetto al verbo non pronominale, √® sostanziale. I verbi procomplementari, come gi√† detto, sono spesso usati nei registri colloquiali, ma non possono certo dirsi scorretti; inoltre, alcuni di essi possono addirittura essere d‚Äôuso molto formale, come ad es. volerne a qualcuno: ¬ęnon me ne voglia¬Ľ. Nella maggior parte dei casi, pertanto, i verbi procomplementari possono essere usati in tutti i registri; in alcuni casi, invece, sono limitati agli usi informali: fregarsene, farsela addosso, infischiarsene ecc. Ma non √® certo la presenza dei clitici a renderli informali: anche fregare √® pi√Ļ informale di rubare. ¬ęStava per andarsene¬Ľ va benissimo in tutti gli usi. Il fatto che ¬ęstava per andare¬Ľ sia lievemente pi√Ļ formale non scoraggia certo l‚Äôuso della forma pronominale. Come ripeto, stiamo comunque parlando di usi sempre corretti e ammissibili quasi sempre in ogni registro.

Eviterei, a scanso di equivoci, la dizione ¬ęuso intensivo¬Ľ, limitandola, se proprio deve, al solo dativo etico (del tipo ¬ęche mi combini?¬Ľ), nel quale il pronome in effetti non ha valore strutturale ma solo di sfumatura semantica. Il dativo etico √® d‚Äôambito colloquiale ma √® comunque corretto (anche Cicerone, come ricorder√†, lo utilizzava nelle sue lettere).

¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ non √® n√© un verbo procomplementare, n√© pronominale, n√© il clitico ha valore intensivo o etico. √ą un normalissimo complemento di termine con un verbo passivo con si passivante: ¬ęNon vengano chieste spiegazioni a me¬Ľ.

Per quanto riguarda le altre sottocategorie della macrocategoria dei verbi pronominali, osservo quanto segue.

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: verbo transitivo pronominale, d‚Äôuso colloquiale ma sempre corretto.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: come sopra, detto anche riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico, d‚Äôuso perlopi√Ļ colloquiale ma sempre corretto.

Esistono poi anche altre categorie di verbi pronominali, come, per l’appunto, i verbi procomplementari, i verbi reciproci (salutarsi, baciarsi ecc.) e i verbi intransitivi pronominali (esserci, trovarsi, rompersi ecc.).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Chiedo gentilmente delucidazioni su un dubbio che mi √® sorto. Scrivendo la frase ‚ÄúGran parte del merito √® ‚Ķ‚ÄĚ, dove ci sono i puntini va messo ‚Äúla sua‚ÄĚ o ‚Äúil suo‚ÄĚ?

Es.: ‚ÄúSe sono riusciti a fare questa cosa gran parte del merito √® la sua‚ÄĚ o ‚ÄúSe sono riusciti a fare questa cosa gran parte del merito √® il suo‚ÄĚ?

In pratica: ‚ÄúIl suo/la sua‚ÄĚ segue ‚Äúgran parte‚ÄĚ o ‚Äúmerito‚ÄĚ?

Nello specifico la frase precisa sarebbe: ‚ÄúIl tempo per lui sembra non passare mai: ennesima prestazione sontuosa; puntuale nelle chiusure, preciso negli interventi e provvidenziale in pi√Ļ di un‚Äôoccasione: se i biancoverdi sono riusciti a limitare il passivo nella prima frazione gran parte del merito √® la sua/il suo‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

La concordanza a rigor di grammatica, e dunque consigliabile in uno stile sorvegliato, √® al femminile, dal momento che la testa del sintagma √® femminile (¬ęgran parte¬Ľ). Il maschile si configura come una cosiddetta concordanza a senso, molto comune nell‚Äôitaliano colloquiale ma da evitare in quello scritto formale.

C‚Äô√® per√≤ un‚Äôalternativa per usare il maschile, ovvero quella di anticipare ¬ęil merito¬Ľ. Basterebbe scrivere cos√¨: ¬ęil merito √® in gran parte suo¬Ľ.

Sarebbe inoltre preferibile, in una prosa pi√Ļ agile ed elegante, eliminare l‚Äôarticolo, nella frase da lei segnalata: ¬ęgran parte del merito √® sua¬Ľ, considerando dunque sua (o suo) come aggettivo piuttosto che some pronome.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel verso della canzone “Dammi solo un’ora baby / e un po’ di coca-cola che mi graffi la gola”, la relativa √® consecutivo-finale, ma se al posto del congiuntivo graffi usassimo l’indicativo graffia la semantica della frase cambierebbe?

 

RISPOSTA:

Nel verso la relativa con che e il congiuntivo ha un valore a met√† strada tra il consecutivo e il finale; il modo migliore per trasformarla √® tale che + congiuntivo. La trasformazione con tale che + indicativo non sarebbe equivalente; tale costruzione sarebbe, anzi, molto strana, perch√© il graffiare √® qui rappresentato non come una qualit√† della Coca-Cola (come sarebbe in una frase come “La Coca-Cola contiene una tale quantit√† di anidride carbonica che graffia la gola”), ma come lo scopo per cui il parlante chiede la Coca-Cola.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase (1) ‚ÄúPossono candidarsi al concorso solo persone che abbiano compiuto i 18 anni di et√†‚ÄĚ, la relativa √® definita da alcune fonti condizionale-restrittiva. L‚Äôuso del congiuntivo in questo tipo di proposizione relativa √® diafasico?

Mi domando se sia anche possibile considerarla una proposizione relativa impropria consecutiva? Volevo provare a modellare altre frasi di questo genere:

(2) Gli anziani che abitino nella zona 5 possono vaccinarsi domani.

(3) Le persone che abbiano paura dei vaccini possono parlare con il rappresentante regionale della sanità. 

(4) Gli anziani che abbiano paura del covid dovrebbero vaccinarsi.

Non sono sicuro se le frase 3 e 4 funzionino con il congiuntivo e sembrano un po’ diverse dalla prima, ma non riesco a descrivere come mai.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa in 1 non √® di tipo consecutivo; il congiuntivo al suo interno ha un valore diafasico, ovvero innalza lo stile rispetto all’indicativo. Se sostituiamo abbiano con hanno il significato complessivo non cambia. Bisogna, ovviamente, considerare che i parlanti associano al congiuntivo una sfumatura di eventualit√†; a ben vedere, per√≤, persone che abbiano compiuto e persone che hanno compiuto descrive esattamente la stessa circostanza. Lo stesso vale per le proposizioni relative nelle altre frasi; queste frasi, per√≤, risultano pi√Ļ forzate perch√© l’antecedente del relativo √® determinato, quindi in contrasto con la sfumatura eventuale associata al congiuntivo.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi sono reso conto che a livello molto colloquiale molte persone (anch’io faccio parte di questa cerchia) fanno uso di una strana dislocazione a sinistra di vari elementi grammaticali: soggetto, periodo ipotetico e complementi di ogni tipo.

Le pongo qualche esempio:

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti = se a me piace qualcuno, mi faccio avanti.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto= non so ciò che lui ha fatto.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse? = non so chi pensavi che lui fosse/ non so chi pensavi che fosse, lui?
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo = non so cosa lui vorrebbe che noi dicessimo/ non so cosa lui vorrebbe che dicessimo.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo = non so cosa lui vorrebbe che noi pensassimo/ non so cosa vorrebbe che pensassimo, lui, noi.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa= non penso che se fosse rimasta sarebbe cambiato qualcosa.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato= non so cosa sarebbe cambiato se fosse rimasta.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava = quando io / nel momento in cui io entravo, la gente non mi salutava.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo = penso/ sembra che questo sia ottimo.

In tutte queste frasi c’√® una dislocazione a sinistra di qualche elemento, ad esempio:

Nella prima abbiamo la dislocazione di un complemento dipendente dalla protasi.

Nella seconda la dislocazione del soggetto della relativa.

Nella terza la dislocazione del soggetto di una oggettiva esplicita la quale è dipendente da una proposizione interrogativa.

Nella quarta c’√® la dislocazione del soggetto della proposizione interrogativa.

Nella quinta c’√® una doppia dislocazione, cio√® degli elementi dislocati rispettivamente nella terza e nella quarta.

Nella sesta, per esempio, la protasi √® contenuta nell’oggettiva ed √® dipendente dalla stessa oggettiva (“che sarebbe cambiato qualcosa”) non dalla proposizione principale (“non penso”) eppure nonostante la protasi faccia parte dell’oggettiva viene occasionalmente dislocata a sinistra.

Nella settima abbiamo qualcosa di simile, ovvero la dislocazione della protasi dipendente da una proposizione interrogativa.

Possiamo parlare di dislocazioni grammaticalmente corrette oppure di colloquialismi impropri?

 

RISPOSTA:

L‚Äôitaliano ammette molto spesso lo spostamento di un sintagma, o di una proposizione, rispetto alla sua posizione canonica in un ordine non marcato. Lo spostamento (che √® una potente risorsa sintattica) √® dovuto a esigenze informativo-pragmatiche, cio√® per portare in prima posizione il tema dell‚Äôenunciato, cio√® la parte su cui verte l‚Äôinformazione. Talora questi spostamenti non hanno alcuna ricaduta sul registro, talaltra invece rendono l‚Äôenunciato meno formale, ma comunque corretto. Nessuno degli esempi da lei addotti √® scorretto e soltanto alcuni rendono l‚Äôenunciato meno formale. Nessuno, inoltre, √® configurabile come dislocazione tecnicamente intesa, ma soltanto come spostamento. In taluni casi, si parla anche di anacoluto o tema sospeso, in altri di sollevamento, ma, in buona sostanza, sempre di spostamento si tratta, ma non di dislocazione. Perch√© vi sia una dislocazione, oltre allo spostamento deve esservi anche una ripresa pronominale dell‚Äôelemento spostato, come in ¬ęil panino lo mangio¬Ľ, ¬ęche cosa vuoi non lo so¬Ľ (dislocazioni a sinistra), oppure ¬ęlo mangio il panino¬Ľ, ¬ęnon lo so che cosa vuoi¬Ľ (dislocazioni a destra). Vediamo ora caso per caso.

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti: non è meno formale della versione senza spostamento.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto: meno formali.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse?: meno formali.
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo: lievemente meno formali.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo: lievemente meno formali. In tutti i casi b-e, come vede, non soltanto la frase è perfettamente corretta, ma, in certi contesti, è anche migliore della frase non marcata, dal momento che valorizza il ruolo tematico di lui, che dunque può agevolare la coesione con quanto precede.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa: non è meno formale della versione senza spostamento.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato: non è meno formale della versione senza spostamento.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava: tema sospeso o anacoluto, meno formale della frase non marcata.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo: normalissimo caso di sollevamento del soggetto, non meno formale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vi propongo un altro quesito.

  1. Cercò di riattivare una memoria/quella memoria che non gli venne in soccorso.

Domando se sia normale (e anche corretto), in questo caso, sostituire l‚Äôarticolo determinativo ‚Äúla‚ÄĚ o con l‚Äôindeterminativo o con l‚Äôaggettivo dimostrativo. √ą evidente che la ‚Äúmemoria‚ÄĚ sia sempre e soltanto una, non necessitando dunque di essere distinta da altre; mi sembra tuttavia che, nell‚Äôesempio segnalato, l‚Äôarticolo indeterminativo o l‚Äôaggettivo dimostrativo si prestassero bene al legame con la proposizione successiva.

Il concetto si sarebbe potuto formulare, a mio avviso, anche mantenendo l’articolo determinativo e lavorando con la punteggiatura:

  1. Cercò di riattivare la memoria, che (però) non gli venne in soccorso.
  2. Cercò di riattivare la memoria. Che (però) non gli venne in soccorso.

Ma mi sento pi√Ļ incline verso le prime due soluzioni.

Nella speranza di aver espresso chiaramente il fulcro della questione, nonché le ragioni che mi hanno spinta a operare le scelte sopraindicate, vi ringrazio di nuovo per la vostra preziosa attenzione.

 

RISPOSTA:

Sia l‚Äôarticolo (determinativo o indeterminativo) sia l‚Äôaggettivo dimostrativo svolgono la funzione di determinante, cio√® servono a meglio circoscrivere il senso e l‚Äôambito dei nomi che precedono, per es. specificando se indicano elementi generici, categorie astratte, elementi di un insieme, elementi gi√† nominati o mai nominati prima, noti o ignoti all‚Äôinterlocutore ecc. Con termini come memoria, che indicano elementi non numerabili, non √® frequente l‚Äôarticolo indeterminativo, se non in casi particolari (¬ęha una memoria eccezionale¬Ľ). Nella sua frase 1 quindi opterei per l‚Äôarticolo determinativo la, preferibile anche rispetto a quella, perch√© il valore forico (cio√® la memoria ripresa subito dopo tramite il pronome relativo che) √® gi√† reso dall‚Äôarticolo determinativo. Non a caso, infatti, l‚Äôarticolo determinativo italiano deriva proprio da un dimostrativo (latino): ILLAM (o, al maschile, ILLUM). Le alternative interpuntive proposte sono altrettanto corrette, ma non indispensabili, a meno che non si voglia sottolineare il fatto che (la memoria) non venga in soccorso. Del resto, come giustamente osserva lei, la memoria √® sempre una, e dunque qui non ha senso la distinzione tra relativa limitativa (senza virgola) o esplicativa (con la virgola). Pertanto la presenza o no di un segno interpuntivo che distacchi la subordinata relativa dalla reggente √® dovuta soltanto all‚Äôesigenza di conferire maggiore autonomia (e dunque rilievo semantico) al mancato soccorso della memoria.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se la seguente costruzione possa essere giudicata corretta (in particolare l’attacco, per cos√¨ dire, della coordinata, con il pronome relativo che si riallaccia alla proposizione precedente).

¬ęSpero che la poesia sia icastica e che le cui metafore traggano origine dal mondo della natura¬Ľ.

 

RISPOSTA:

No, la frase non √® corretta, in quanto il pronome relativo, che introduce una subordinata relativa, risulta qui privo di verbo; il verbo in questione, traggano, √® infatti in questo caso il verbo della subordinata completiva (che traggano) e non della relativa, che rimane dunque appesa, cio√® senza un verbo. Quindi la versione corretta della sua frase √® ¬ęSpero che la poesia sia icastica e che le sue metafore traggano origine dal mondo della natura¬Ľ. L‚Äôunico modo per inserire una relativa in dipendenza da un‚Äôaltra subordinata √® quello di far s√¨ che entrambe le subordinate abbiano un verbo. Per esempio: ¬ęApprezzo che tu abbia scritto una poesia icastica, le cui metafore traggono origine dal mondo della natura¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

A me riesce difficile capire quando di è essenziale e quando soltanto ridondante.

¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ; ¬ęPensa di valere di pi√Ļ/pi√Ļ di noi¬Ľ.

C’è qualche regola da seguire?

Invece credo che una costruzione simile sia sbagliata: ¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ. O soltanto ¬ęNon me ne intendo¬Ľ, sottintendendo l‚Äôargomento, oppure ¬ęNon mi intendo di matematica¬Ľ senza ‚Äúne‚ÄĚ.

Anche con in ho questo problema: ¬ęIn molti andarono/Molti andarono¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In effetti non √® semplice, perch√©, pi√Ļ che vere e proprie regole di grammatica stabili, si tratta in questi casi di consuetudini di occorrenza, cio√® di espressioni pi√Ļ o meno cristallizzate con o senza di. Di meno pu√≤ fungere da locuzione avverbiale, del tutto interscambiabile con meno (¬ębisognerebbe parlare di meno e pensare di pi√Ļ¬Ľ), oppure da locuzione aggettivale, spesso, ma non sempre, interscambiabile con meno (¬ęun tempo le macchine in strada erano di meno¬Ľ o ¬ęerano meno¬Ľ); ma per esempio in ¬ęho una carda di meno¬Ľ (o ¬ęin meno¬Ľ) mal si presta alla sostituzione con il solo meno, cos√¨ come ¬ęce n‚Äô√® uno di meno¬Ľ (ma non ¬ęuno meno¬Ľ).

Nel suo primo esempio, di pu√≤ anche mancare: ¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ. Quando invece meno √® seguito dal secondo di termine di paragone, √® bene omettere di: ¬ęPensa di valere pi√Ļ/meno di noi¬Ľ, anche se la forma con di, in questo caso, √® comunque possibile. Ma, per esempio, in ¬ęVorrei pi√Ļ/meno pasta di te¬Ľ, il di non va usato.

¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ √® una costruzione pleonastica tipica del parlato e della lingua informale denominata tecnicamente dislocazione a destra. In quanto pleonastica (dal momento che ne sta per di matematica) sarebbe meglio evitarla nella lingua scritta e formale, a meno che non manchi il sintagma pieno: ¬ęNon me ne intendo¬Ľ.

¬ęMolti andarono¬Ľ va bene per tutti gli usi, mentre ¬ęIn molti andarono¬Ľ, oltrech√© meno formale, √® pi√Ļ adatto nell‚Äôordine invertito dei costituenti, per esempio: ¬ęSe ne sono andati in molti¬Ľ. Inoltre, in molti, rispetto a molti, fa presupporre una quantit√† assoluta, priva di relazione con altre: ¬ęmolti andarono al mare, ma altrettanti in montagna¬Ľ; ¬ęin molti andarono al mare¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho diverse domande sull’uso dei modi nelle subordinate.

1. L’alternanza tra l’indicativo e il congiuntivo ha una valore diafasico nelle completive?

2. Per quanto riguarda la proposizione relativa, nelle frasi seguenti il congiuntivo pu√≤ essere sostituito dall’indicativo senza cambiamento di significato?

a. E poiché il denaro, in America come altrove, si guadagna in mille modi ma difficilmente con lo studio delle lettere e delle arti e alle lettere si dedicano volentieri soprattutto i facoltosi che vi siano inclinati (Soldati, America primo amore).

b. La stazione della vecchia Delhi di notte √® uno di quei posti dove un viaggiatore che non abbia fatto l’abitudine all’India pu√≤ essere preso dal panico (Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra).

c. Per un professionista sessantenne, che a suo tempo abbia fatto buoni studi superiori ma poi si sia occupato di altro ‚Äď poniamo di import-export o di ortopedia ‚Äď, la storia sar√† probabilmente la disciplina che si interessa di guerre‚Ķ (Serianni, Prima lezione di grammatica, p. 3).

d. Ho sentito storie da favola su tante notti passate all’aperto, non un problema che sia uno, tutto liscio come nei film (Daniele Mencarelli, Sempre tornare, p. 34).

e. Chi parla di un’intelligenza artificiale che possa prendere il potere o quantomeno surrogare l’intelligenza naturale non ha mai visto un bambino davanti a una pasticceria o un adulto o un’adulta disposti a giocarsi per amore, o per qualcosa che ne ha una vaga parvenza, la fama, la rispettabilità, la grandezza (Corriere della Sera, 31 gennaio 2023, A chi fa davvero paura l’intelligenza artificiale?).

f. Era l’unico che avesse la qualit√† per farlo.

3. Nella frase ‚ÄúHo trovato qualcuno che potrebbe / pu√≤ aiutarci‚ÄĚ il congiuntivo possa non va bene. √ą vero?

4. Nei prossimi esempi la scelta tra il congiuntivo e l’indicativo è libera?

I ragazzi che non studino / studiano bene la lingua italiana non riusciranno a lavorare come giornalisti.

Un ragazzo che non studi bene….

5. Nella seguente frase è possibile sostituire pigliassero con pigliavano senza cambiare la semantica?

Proprio per questo avevo fatto l’attendente, per non avere sempre intorno i sergenti che mi pigliassero in giro quando parlavo (Pavese, La luna e il falò, p. 109).

6. In questi esempi la relativa è investita di un senso ipotetico di improbabilità?

Un viaggiatore armato di binocolo che si trovasse a bordo di una mongolfiera potrebbe vedere meglio di chiunque altro lo scenario della nostra storia.  (Ammaniti, Ti prendo e ti porto via, p. 46).

Un viaggiatore armato di binocolo che si trova / si trovi a bordo di una mongolfiera potrebbe vedere meglio di chiunque altro lo scenario della nostra storia (frase da Ammaniti modificata).

 

RISPOSTA:

1. Nei casi in cui l‚Äôalternanza √® possibile (quindi esclusi i casi in cui √® obbligatorio usare o l‚Äôindicativo o il congiuntivo) essa ha valore diafasico: la variante con il congiuntivo √® pi√Ļ formale di quella con l‚Äôindicativo.

2. Nelle proposizioni relative a-d il congiuntivo ha ancora valore diafasico. Nell‚Äôesempio e la relativa √® consecutivo-finale (un‚Äôintelligenza artificiale che possa prendere = un‚Äôintelligenza artificiale tale da poter prendere); la variante all‚Äôindicativo presenterebbe il poter prendere come fattuale. L‚Äôesempio f presenta una relativa apparentemente consecutiva, ma in cui, invece, il congiuntivo ha valore diafasico (avesse = aveva). Consecutivo-finale sarebbe una frase come ‚ÄúEra l’unico che avesse la possibilit√† di farlo; mentre, infatti, la qualit√† √® certamente posseduta dal soggetto, e non pu√≤ essere rappresentata come un‚Äôacquisizione possibile, la possibilit√† √® per definizione un‚Äôacquisizione possibile.

3. Nella frase l‚Äôuso del congiuntivo √® impedito dal verbo trovare al passato, che presenta l‚Äôantecedente qualcuno come certamente reale. Si noti che la relativa consecutivo-finale al congiuntivo sarebbe possibile se al posto di trovare ci fosse, per esempio, pensare (‚ÄúHo pensato a qualcuno che possa aiutarci‚ÄĚ) e anche se il verbo trovare fosse presente (‚ÄúTrova qualcuno che possa aiutarci‚ÄĚ), perch√© in quel caso qualcuno non sarebbe certamente reale, ma sarebbe ipotetico.

4. Nella frase con l’antecedente i ragazzi la relativa al congiuntivo è molto innaturale, perché l’antecedente è determinato e complessivamente la frase è di formalità media. In quella con l’antecedente singolare si possono usare entrambi i modi, perché l’antecedente è indeterminato; in questo caso non sarebbe facile stabilire se il congiuntivo avrebbe valore diafasico o la funzione di rendere la relativa consecutiva: le due funzioni si sovrapporrebbero.

5. L’indicativo si può sostituire al congiuntivo, ma cambia il significato della frase. Il congiuntivo, infatti, è attratto dalla proposizione finale reggente (per non avere i sergenti che mi pigliassero in giro = affinché i sergenti non mi pigliassero in giro); l’indicativo darebbe, invece, alla relativa la funzione di qualificare fattualmente l’antecedente.

6. Nella frase originale che si trovasse = se si trovasse; nella frase modificata l’alternanza ha un valore simile a quello della seconda frase dell’esempio 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In un discorso racconto o poesia,  passare dalla forma impersonale alla seconda persona singolare è corretto?

 

RISPOSTA:

In linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, sarebbe bene evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se si decide di rivolgersi sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, sarebbe bene continuare a evitare il Tu/Lei/Voi. Certo, quanto pi√Ļ il testo √® lungo, tanto pi√Ļ √® difficile mantenere il controllo della persona, cio√® dei pronomi da usare per rivolgersi al lettore/destinatario/narratario. Anche in un discorso orale, tanto pi√Ļ se formale, sarebbe auspicabile la coerenza negli usi del Tu/Lei/Voi, oppure delle forme impersonali, usando o sempre gli uni (Tu, Lei o Voi) o sempre le altre (le forme impersonali). La scelta meno marcata, cio√® buona un po‚Äô per tutte le occasioni, √® quella dell‚Äôimpersonalit√†, mentre la scelta del Tu/Lei/Voi, pure praticata spesso nel parlato e in poesia (da cui per√≤ di solito il Lei √® bandito), √® decisamente pi√Ļ insolita nella narrativa e nella saggistica. Nei testi poetici, poi, la libert√† (e quindi anche la possibile alternanza tra Tu/Voi e forme impersonali) √® ancora maggiore, per cui √® davvero complicato individuare delle norme o anche soltanto delle linee guida su questo argomento. Per fare un esempio pratico, tutta questa risposta √® scritta in forma impersonale. Si sarebbe potuto scriverla anche tutta dando del Tu o del Lei al lettore (non del Voi perch√© qui sto rispondendo a un lettore o a una lettrice specifico/a, non a un gruppo indistinto di lettori/lettrici), ma sarebbe stato strano alternare le due forme, come per esempio cos√¨:

¬ęIn linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, faresti bene a evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se decidi di rivolgerti sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, continua a evitare il Tu/Lei/Voi¬Ľ ecc. ecc.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale tra le due √® la costruzione pi√Ļ appropriata a un uso formale?

¬ęPerch√© non si √® ricorso/i prima a questo stratagemma?¬Ľ

O ancora:

¬ęPerch√© non si √® intervenuto/i prima?¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Abbiamo fornito molte risposte analoghe a questa, sugli usi del si passivante e del si impersonale: le suggerisco pertanto di ricercare nell‚Äôarchivio delle risposte di Dico, scrivendo ‚Äúpassivante‚ÄĚ o ‚Äúpassivato‚ÄĚ o ‚Äúsi impersonale‚ÄĚ nel campo della ricerca libera. I due casi specifici da lei segnalati, comunque, non rientrano nella tipologia del si passivante, bens√¨ del si impersonale, poich√© entrambi i verbi (ricorrere e intervenire) sono intransitivi e come tali non possono ammettere la forma passiva, dunque neppure il si passivante. Tuttavia la sua domanda √® molto interessante, perch√© consente di riflettere sull‚Äôuso dell‚Äôaccordo del participio passato nel caso di si impersonale con verbi composti.

I verbi intransitivi che hanno come ausiliare avere non accordano il participio con il soggetto; il participio rimane pertanto invariato, cio√® sempre al maschile singolare: ¬ęper oggi si √® lavorato abbastanza¬Ľ, ¬ęsi √® giocato a pallone¬Ľ; mentre i verbi che hanno come ausiliare essere, richiedono l‚Äôaccordo del participio: ¬ęsi √® andati (o andate) al mare¬Ľ, ¬ęsi √® morte (o morti) di noia¬Ľ. Pertanto l‚Äôunica forma corretta della sua seconda frase √®: ¬ęPerch√© non si √® intervenuti prima?¬Ľ, dal momento che intervenire ha come ausiliare essere. A rigore, anche nella sua prima frase il participio passato dovrebbe essere accordato: ¬ęPerch√© non si √® ricorsi/e prima a questo stratagemma?¬Ľ; tuttavia non sono rari (bench√© minoritari rispetto a essere) i casi in cui ricorrere possa reggere l‚Äôausiliare avere; pertanto √® corretta (ma meno formale) anche la forma con il participio non accordato, cio√® al maschile singolare: ¬ęPerch√© non si √® ricorso prima a questo stratagemma?¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il testo che segue è la parte di una favola. Vorrei sapere se la punteggiatura e i verbi sono corretti:
¬ęIn una grande prateria ci vivevano bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo: forte, bello, veloce… Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi √® proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male, infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero che cos√¨ appena gli sarebbe venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e si sarebbe preso una botta/crapata e cos√¨ and√≤¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In brano presenta svariate inesattezze, che commenterò sotto.

¬ęIn una grande prateria ci vivevano [il ci √® pleonastico: indica infatti il complemento di luogo gi√† espresso da in una grande prateria; ci va dunque eliminato] bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo: forte, bello, veloce… [eviterei i due punti che spezzano inutilmente il discorso; li sostituirei con una virgola] Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi √® [refuso per e congiunzione] proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male, [prima di infatti va un segno di punteggiatura forte, come un punto e virgola] infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero che [eliminare il che e aggiungere due punti] cos√¨ [virgola] appena gli sarebbe [fosse: qui il condizionale √® sbagliato perch√© √® come se fosse un periodo ipotetico: se gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato…] venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e [manca il soggetto, altrimenti il lettore crede che si tratti sempre dell‚Äôinsetto, mentre invece qui il soggetto cambia ed √® il bufalo] si sarebbe preso una botta/crapata [crapata √® troppo informale/regionale e stona in un racconto; anche il generico botta non √® il massimo; meglio testata, o gran testata, seguito da un punto] e cos√¨ and√≤¬Ľ.

Quindi il brano corretto sarebbe come segue:

¬ęIn una grande prateria vivevano bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo, forte, bello, veloce… Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi e proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male; infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero: cos√¨, appena gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e il bufalo si sarebbe preso una gran testata. E cos√¨ and√≤¬Ľ. Oppure: ¬ęcos√¨, appena il bufalo gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e quello si sarebbe preso una gran testata¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Avrei dei dubbi in merito ai verbi piacere, sedere e all’espressione dare per scontato.

Quale ausiliare si usa in presenza di un modale (al participio passato) e del verbo piacere? Ad es. Gli  è piaciuta la pizza. Come ha potuto piacergli la pizza / Come è potuta  piacergli la pizza?

Quanto al verbo sedere, io siedo è il presente ma sono seduto è anche presente? Qual è il passato prossimo di sedere? Mi sono seduto è il passato prossimo di sedersi.

Infine vorrei sapere se l¬īaggettivo scontato dell¬īespressione dare per scontato vada concordato col sostantivo a cui si riferisce.

 

RISPOSTA:

I verbi servili ammettono sia l’ausiliare proprio sia quello del verbo che dipende dal servile, pertanto entrambe le alternative sono corrette: Come ha potuto piacergli la pizza / Come è potuta  piacergli la pizza.

In sono seduto di fatto il participio passato perde il valore verbale per assumere quello aggettivale che pure gli √® proprio, dunque l‚Äôespressione √® al presente, non certo al passato. Sedere (verbo decisamente raro, rispetto al pronominale sedersi, oggi pi√Ļ comune) √® di fatto difettivo, mancando dei tempi composti, nei quali viene sostituito, per l‚Äôappunto, dal pronominale: mi sono seduto. Possibile, nella lingua comune, anche l‚Äôuso di sedere come ‚Äėfar sedere‚Äô, dunque causativo (e transitivo), che pertanto ammette in questo caso i tempi composti e l‚Äôausiliare avere: ¬ęha seduto il bambino sul seggiolone¬Ľ.

Scontato può essere sia invariabile: dare per scontato la vittoria; sia accordato: dare per scontata la vittoria. Nel primo caso, l’originale valore verbale (participio passato del verbo scontare) tende a desemantizzarsi e a grammaticalizzarsi verso l’uso fraseologico, ma il processo non è ancora del tutto compiuto, dal momento che le forme non accordate ancora vengono avvertite come meno formali di quelle accordate, che dunque sono da preferirsi. Adesso in Google dare per scontato la vittoria conta circa 1000 occorrenze, contro le circa 4000 di dare per scontata la vittoria.

Fabio Rossi

Parole chiave: Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In un avviso qual è la forma corretta da scrivere?

1) Si avvisa ai signori condomini

2) Si avvisa i signori condomini.

 

RISPOSTA:

Nessuna delle due, bens√¨: ¬ęSi avvisano i signori condomini¬Ľ, con il si passivante con valore impersonale: ‚Äėi signori condomini sono avvisati‚Äô. Avvisare √® intransitivo e dunque regge il complemento oggetto, non il complemento di termine (ai). Un‚Äôalternativa possibile soltanto in Toscana sarebbe quella con il si con valore di prima persona plurale: ¬ęSi avvisa i signori condomini¬Ľ, cio√® ‚Äėnoi avvisiamo i signori condomini‚Äô.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale frase è corretta? Li adoro / Gli adoro?

 

RISPOSTA:

Li adoro, perché adorare regge il complemento oggetto (li) e non il complemento di termine (gli, loro).

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi riguardo all’uso del termine quest’ultimo, per il fatto che ho paura che ci siano dei fraintendimenti nelle frasi e nei concetti espressi. L’esempio √® questo:

¬ęCarla l’ultima volta che l’ho vista indossava una giacca di lana, quest’ultima era molto bella e aveva un colore blu scuro”. In questa frase √® possibile che ci sia l’ambiguit√† quando si usa quest’ultima insieme agli aggettivi bella e di colore blu scuro, che magari non si capisce se questi aggettivi sono riferiti alla giacca come capo d’abbigliamento nella sua interezza o specificamente e solamente alla stoffa di lana di cui √® composta la giacca? Chiedo questo perch√© l’ultimo sostantivo in ordine di apparizione nella frase √® la parola lana che viene dopo la parola giacca, quindi quest’ultima potrebbe sembrare si riferisca solo a lana anzich√© a giacca.

 

RISPOSTA:

In effetti √® spesso problematico il recupero anaforico di quest‚Äôultimo, motivo per cui, in casi dubbi, √® meglio ripetere il sintagma piuttosto che pronominalizzarlo con quest‚Äôultimo. Ora nel caso che pone lei il buon senso aiuta a non riferirsi alla lana, ma all‚Äôintero capo di abbigliamento, per√≤ ci sono casi davvero problematici, soprattutto nei giornali, e soprattutto, come dice lei, nel caso di sintagmi che dipendono da altri sintagmi. Per esempio: ¬ęIl figlio del tabaccaio √® stato rapito. Quest‚Äôultimo aveva trent‚Äôanni¬Ľ. Chi, il tabaccaio o suo figlio? Meglio ripetere: Il figlio aveva trent‚Äôanni.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Mi sorge un dubbio. Quale delle seguenti affermazioni è corretta? Questi è mio cugino oppure questo è mio cugino?

Se dico: mio cugino fa il falegname. Questi è molto bravo nel suo lavoro.

Oppure si deve usare questo?

 

RISPOSTA:

Questo √® pi√Ļ informale, questi √® molto formale. Tuttavia nel suo esempio sono inappropriati entrambi, perch√© non c‚Äô√® alcun bisogno di ribadire il soggetto nominato tre parole prima. Quindi l‚Äôunica frase adatta √® la seguente: ¬ęMio cugino fa il falegname. √ą molto bravo nel suo lavoro¬Ľ (oppure ¬ęed √® molto bravo…¬Ľ).

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Desidererei sapere se questa frase √® corretta: ¬ęNon sono come te che ti (invece che ¬ęa cui¬Ľ) piacciono le auto di lusso¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, anche se la prima √® meno formale della seconda. Le due alternative non sono peraltro identiche: il che della prima frase infatti non √® propriamente un pronome relativo, bens√¨ un che polivalente, con valore, in questo caso, vicino a quello di una congiunzione consecutiva: ‘tale che ti piacciono’. Dunque, oltre a essere meno formale, la prima frase esprime qualcosa in pi√Ļ rispetto alla seconda, cio√® un maggior distacco (o un giudizio pi√Ļ negativo) nei confronti di una persona tale (talmente superficiale, materialista, capitalista, o che so io) da dar valore alle auto di lusso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase seguente ¬ęll Dirigente scolastico e gli insegnanti hanno il piacere di incontrarvi per presentare la nostra scuola¬Ľ, non sarebbe meglio scrivere presentarvi?

 

RISPOSTA:

Non è indispensabile, il senso è chiarissimo ugualmente. Del resto il verbo presentare richiede il dativo soltanto se si presenta una persona a un’altra, ma per altri contesti si può presentare una relazione, un progetto, una scuola, senza specificare a chi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Nel vostro archivio sono molteplici gli articoli inerenti all’alternanza, spesso ostica per i parlanti, tra il si passivante e il si impersonale. Alcuni di questi sono stati pubblicati di recente; approfitto pertanto dell’attualit√† dell’argomento per presentare una mia domanda.

Parto dall’esempio: Noi da giovani si mangiavano cibi genuini.

La costruzione √® corretta? Quando il soggetto di prima persona plurale √®, come nell’esempio, esplicito, ma anche quando √® implicito purch√© facilmente ricavabile dal contesto, il parlante ha l’obbligo di scegliere il si impersonale, oppure anche il si passivante √® possibile?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio da lei proposto √® il si di prima persona plurale tipico del toscano e non rientra dunque n√© nel si impersonale n√© nel si passivante. Tuttavia la sua frase presenta un errore: in (italiano regionale) toscano infatti il si ‚Äėprima persona plurale‚Äô si costruisce con la terza persona singolare (e non plurale) del verbo: ¬ęNoi si mangiava cibi genuini¬Ľ = ‚Äėnoi mangiavamo cibi genuini‚Äô. A meno che la sua frase non costituisca un anacoluto (pure possibile nel parlato), con cambio di progetto da personale (noi) a passivante con valore di impersonale (si mangiavano).

Ecco poche regole per districarsi nell‚Äôuso del si impersonale/passivante. Se c‚Äô√® un soggetto espresso, non si pu√≤ utilizzare il si impersonale (altrimenti non sarebbe impersonale…). Se il verbo √® intransitivo, e dunque non ammette la forma passiva, non si pu√≤ utilizzare il si passivante (altrimenti non sarebbe passivante…). Nella pratica, il significato di entrambi i si √® pressoch√© identico e l‚Äôincertezza di cui parla lei √® dunque pi√Ļ teorica (e metalinguistica) che pratica.

Per esempio: in ¬ęsi mangiavano cibi genuini¬Ľ (senza soggetto espresso), il si √® passivante (‚Äėcibi genuini venivano mangiati‚Äô) ma il significato di fatto non cambia rispetto a un uso impersonale (o quasi): ‚Äėqualcuno (o tutti, in generale) mangiava…‚Äô .

Il si impersonale si costruisce soltanto con la terza persona singolare del verbo (si pensa, si dice, si teme, si arriva), mentre il si passivante ammette sia il singolare (si vede il mare, che può essere sia si passivante sia si impersonale), sia il plurale (non si mangiano cibi avariati). In caso di verbo intransitivo, come in si andava,  è possibile soltanto la terza persona singolare. Nei verbi transitivi è ammessa sia la terza singolare sia la terza plurale (si mangia, si mangiano).

Insomma, nella produzione e nell’interpretazione degli enunciati grossi problemi, almeno per i madrelingua, non ve ne sono: il significato, infatti, sia per il si impersonale sia per il si passivante, di fatto è sempre impersonale (o quasi), come ripeto: qualcuno (o tutti in generale) va, mangia ecc. A essere ostico, quindi, non è l’uso, quanto l’analisi, che tutto sommato mi sembra un problema (molto) secondario.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Leggo dal libro di una quotata scrittrice la seguente frase: ¬ęMi ha raccontato che li abbracciava, a lui e a nonno, fra le lacrime e i singhiozzi…¬Ľ.

¬ęLi abbracciava¬Ľ √® accusativo, ma subito dopo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ √® dativo.

Chiedo: √® da considerare un errore oppure quel dativo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ serve a rafforzare la frase ed √® quindi accettabile?

 

RISPOSTA:

Il costrutto dell‚Äôoggetto preposizionale, come abbracciare a qualcuno, √® diffuso negli italiani regionali, ma √® senza dubbio da evitare in italiano standard, quindi in questo caso lo considererei, se non scorretto, quanto meno inappropriato, a meno che nel romanzo non si voglia riprodurre un parlato regionale. Non c‚Äô√® dubbio che in molti casi i costrutti preposizionali servano a mettere in evidenza un sintagma, come nel caso di ¬ęa me non mi persuade¬Ľ (comunque da evitare in un italiano non informale), ma in questo caso l‚Äôoggetto diretto √® pi√Ļ che sufficiente a indicare la messa in rilievo, garantita dal pleonasmo pronominale della dislocazione a destra: ¬ęLi abbracciava, lui e nonno¬Ľ:

Fabio Rossi

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QUESITO:

Avrei bisogno di sciogliere questo dubbio:

1 Si sono cominciate a introdurre nuove regole.

2 Si è cominciato a introdurre nuove regole.

Sono entrambe frasi corrette?

 

RISPOSTA:

S√¨, sono entrambe frasi corrette e significano la stessa cosa. La prima √® costruita con il si passivante, e dunque letteralmente equivale a ¬ęNuove regole hanno cominciato a essere introdotte¬Ľ. La seconda √® costruita con il si impersonale: ¬ęQualcuno ha cominciato a introdurre nuove regole¬Ľ. In Toscana quest‚Äôultima frase avrebbe anche il significato di ¬ęNoi abbiamo cominciato a introdurre nuove regole¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

L’ambiguita’ fa parte della bellezza e della frustrazione della lingua italiana dato che la particella <>¬†¬†puo’ indicare diverse cose. Lo sapevo gia’.
Per evitare questi malintesi, che cosa puo’ consigliarmi? Devo evitare questo uso di ci nelle frasi che le ho girato o devo cambiare i miei interlocutori (scherzo).
Questo tipo di cosa mi succede abbastanza frequentemente anche se provo a fare pratica con gli italiani colti.¬†¬† A volte mi fa impazzire quando va cosi’.¬†¬†¬†¬†Vuol dire che la lingua italiana debba essere semplificata?¬†¬†Forse vuol dire che in questi giorni con la tecnologia, i bombardamenti delle informazioni, non c’e’ tempo per studiare bene la lingua italiana in Italia.¬†¬†Ne sono molto curioso.
Questo tipo di cosa succede anche tra le madrelingue?¬†¬† Immagino di si’ dato che la lingua e’ a volte ambigua.¬†¬†Potrebbe fare un’ipotesi per spiegarmi come mai due dei miei interlocutori non mi abbiano fatto una domanda per farmi chiarire quello che volevo dire con la particella ci???
 

 

RISPOSTA:

Come dice lei, l’ambiguit√† fa parte di tutte le lingue naturali del mondo. Se cos√¨ non fosse, ci vorrebbe una quantit√† infinita di segni (parole, frasi ecc.) per esprimere un rapporto univoco segno / significato, ma la memoria umana non √® fato per gestire l’infinito, pertanto ci si deve rassegnare alla polisemia (cio√® al fatto che uno stesso segno, parola, frase, abbiano pi√Ļ significati) e all’ambiguit√†. Ambiguit√† che peraltro 99 volte su cento il contesto e la collaborazione tra gli interlocutori contribuiscono a limitare. Proprio per questo i suoi interlocutori, in quanto parlanti nativi e attivi, cio√® collaborativi, non hanno avuto alcun problema a disambiguare, grazie al contesto, il suo enunciato.
Di casi come questi ne trover√† a miliardi, in tutte le lingue del mondo, e non sono un male, bens√¨ un bene delle lingue. Appunto perch√© consentono di risparmiare le risorse della nostra limitata memoria. La polisemia non ha nulla a che vedere n√© con lo studio, n√© con l’imperizia dei parlanti, n√© con la decadenza, o la semplificazione, delle lingue. Comunque, tutte le lingue tendono alla semplificazione delle risorse.
Quindi dorma pure sonni tranquilli e confidi nella forza del contesto e nello spirito collaborativo dei suoi interlocutori.
Per quanto riguarda (tra i miliardi) altri esempi possibili di polisemia di¬†ci, nei vari contesti, pensi anche a un verbo pronominale come¬†tenerci, che pu√≤ indicare sia ‘avere interesse per qualcuno o qualcosa’, sia ‘tenere in un luogo’:
1) (riferito a una scatola): ci tengo (nel senso di ‘mi piace molto’)
2) ci tengo le sigarette.

Fabio Rossi

Parole chiave: Avverbio, Pronome
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QUESITO:

Ho una domanda con l’uso della particella CI nelle frasi seguenti:
(1) Grazie per avermici portato.  (ci = in questo posto, ci funziona come un avverbio di luogo)
(2) Una persona mi ha detto di essersi trasferita a Madrid senza aver trovato un lavoro.
 Le ho risposto:  Spero che tu CI abbia portato dei soldi.    
Intendevo ‚Äúa Madrid‚ÄĚ per CI.¬†¬†¬†¬† E‚Äô come dire‚ÄĚ Spero che tu abbia portato li‚Äô dei soldi.
Sto provando a pensare come un italiano.  Quest’esempio e’ una sciocchezza ma provo a caprine di piu’ della ragione per cui suoni male.   E’ una questione del verbo?  E’ locuzione?  Qualcos’altro?
So che non si dice ‚Äúci arrivo‚ÄĚ per indicare a casa tua‚Ķ(Ci arrivo ha il significato riuscire).¬†¬†Ma si dice semplicemente Arrivo, ma si puo‚Äô dire ‚Äúci sono arrivato (ci = li‚Äô).‚Ä̬†¬†
Potrebbe farmi altri esempi (con altri verbi) in cui la particella CI non sembra corretta in una frase come un avverbio di luogo?

 

RISPOSTA:

Giusto l’esempio 1 e la sua interpretazione.
Anche l’esempio 2 va bene, per√≤ le sembra strano perch√© l√¨ il¬†ci¬†tende a essere interpretato come ‘a noi’ (che peraltro ha la stessa etimologia dell’avverbio di luogo: lat.¬†hicce¬†‘in questo luogo’, e poi per metonimia, ‘noi che siamo in questo luogo’). Dunque “suona male” non per via del verbo, n√© per via di “ci”, che √® usato correttamente, ma per via del significato pi√Ļ comune di¬†ci¬†= a noi. Pu√≤ comunque usare la frase esattamente come l’ha formulata lei, col significato di ‘l√¨’.
Pu√≤ benissimo usare ‚Äúci arrivo‚ÄĚ anche per indicare un luogo: “Come ci arrivi a casa mia?” “Ci arrivo con il treno”. Il significato di ‘riuscire’ √® ancora una volta un significato traslato, metaforico, che non annulla assolutamente il significato locativo originario.¬†
Come esempi, pu√≤ immaginare tutti i casi in cui¬†arrivarci¬†indichi un luogo, come quello che le ho fatto poco fa. Per es. una frase come “Non √® difficile arrivarci” √® interpretabile soltanto in base al contesto. In un caso pu√≤ significare ‘a lavoro, a casa tua ecc.’; in un altro caso pu√≤ significare, nell’italiano informale, ‘non √® difficile capire quello che ti sto dicendo’.

Fabio Rossi 

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‘In questo letto si dormono sonni tranquilli’.
In questa frase √® corretto dire che il “si” √® passivante e non impersonale?
Il soggetto, infatti, √® “sonni tranquilli” (= in questo letto vengono dormiti sonni tranquilli).

 

RISPOSTA:

Sì, il si in questo caso ha valore passivante. La forma attiva è il costrutto con oggetto interno: dormire sonno tranquilli, al passivo: sono dormiti sonno tranquilli, ovviamente del tutto innaturale e impossibile, in questa forma, in italiano. Come sempre, il confine tra il si passivante e il si impersonale è molto labile, dal momento che i costrutti passivi servono proprio, spesso, a mascherare il soggetto, cioè nel caso di espressioni impersonali, come in questo caso: chiunque (cioè un soggetto generico, impersonale) può dormire sogni tranquilli in questo letto.
In conclusione: è un si passivante con valore impersonale.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Su un bando di un concorso artistico ho letto il seguente passaggio:
“Elaborati con cui si sia partecipato a precedenti competizioni non sono ammessi dal presente regolamento”.
Quel¬†si sia¬†dovrebbe ricondursi a un uso impersonale e, se non sbaglio, come¬†tale dovrebbe ammettere l’ausiliare¬†essere.
Per prima cosa: la frase letta sul bando è costruita bene?
Poi: l’uso, in un esempio del genere, dell’ausiliare¬†avere¬†sarebbe stato un¬†errore grave? Nelle costruzioni impersonali l’ausiliare √® sempre e comunque¬†essere?

 

RISPOSTA:

La frase da lei riportata √® costruita bene. La costruzione impersonale con il pronome¬†si¬†richiede sempre l’ausiliare¬†essere. L’ausiliare¬†avere¬†pu√≤ emergere in produzioni molto trascurate di parlanti il cui dialetto prevede tale costruzione; essa va considerata scorretta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

La frase
a) “Si sarebbero voluti far guidare dal leader del partito”
è equivalente (e quindi corretta, anche se meno elegante) di
b) “Avrebbero voluto farsi guidare”
o
c) “Avrebbero voluto essere guidati”?

 

RISPOSTA:

La frase a) √® semanticamente equivalente alla b), rispetto alla quale si distngue soltanto per l’anticipazione del pronome¬†si, che provoca il cambiamento di ausiliare. L’anticipazione del pronome (o risalita del clitico) √® effettivamente una scelta che abbassa leggermente la formalit√† della frase. La c) √® anche molto simile alle altre due, ma la sostituzione di¬†farsi guidare¬†con¬†essere guidati¬†produce un cambiamento di significato:¬†essere guidati¬†√® pi√Ļ neutrale di¬†farsi guidare, che implica un maggiore grado di dipendenza del soggetto dalla guida.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Vorrei sapere se l’espressione¬†salutamelo¬†in sostituzione di¬†salutalo a nome mio¬†pu√≤ essere considerata corretta anche in¬†un linguaggio di registro alto o se va considerata come una espressione informale.

 

RISPOSTA:

Si suppone che in un contesto che richieda un registro alto gli interlocutori si diano del¬†lei, quindi la variante pi√Ļ formale sarebbe¬†lo saluti a nome mio, o persino¬†la prego di porgergli i miei saluti, e cos√¨ via.¬†Salutalo¬†a nome mio, quindi, si situa a met√† strada tra soluzioni pi√Ļ articolate come queste e¬†salutamelo, che √® una scelta di media formalit√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Gradirei sapere se √® possibile usare i pronomi lui, lei, loro riferendoli a cose o ad animali. Mi suonerebbe piuttosto strano riferirmi ad un gatto usando il pronome esso (o essa ¬†se fosse una gatta) o essi se si tratta di pi√Ļ animali. Lo stesso vale per animali considerati, pi√Ļ o meno a torto inferiori come, per esempio, gli scarafaggi. Cos√¨ pure mi suonerebbe male parlare di un mobile usando il pronome esso¬†anzich√® lui o di pi√Ļ mobili servendomi del pronome essi anzich√® usare loro.

RISPOSTA:

I pronomi esso, essa, essi, esse sono usati preferibilmente in riferimento a oggetti inanimati (anche se non √® escluso l’uso riferito a esseri animati). Il caso degli animali √® problematico, perch√® gli animali sono esseri animati, ma generalmente considerati non come individui, bens√¨ come “copie” dello stesso prototipo (per quanto questa convinzione sia discutibile). La scelta del pronome per gli animali, pertanto, √® delegata alla sensibilit√†¬† del parlante, e non √® soggetta a una regola precisa; spesso i parlanti sono indotti a usare lui, lei, loro in riferimento ad animali domestici, con i quali hanno un legame affettivo, e negli altri casi esso, essa, essi, esse, oppure questo ecc. o, quando possibile, nessun pronome o alternative al pronome, come la ripetizione del nome che definisce il genere dell’animale. Va anche detto che esso ;e varianti sono divenuti in generale rari in italiano, per cui in ogni caso i parlanti cercano modi per evitarli.
L’uso di esso e varianti in riferimento a mobili o altri oggetti inanimati non crea nessun problema, a parte, appunto, l’avversione per il pronome ormai raro, a cui vengono preferite sempre alternative come i pronomi dimostrativi, sintagmi nominali o l’omissione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Nome, Pronome
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Porto alla vostra attenzione il seguente testo:
“Sarebbero scattate le sanzioni, se si fossero superate le cinque infrazioni annuali del regolamento interno“.
Il si passivante √® corretto? ‚ÄúSe si fossero superate‚Äú equivale cio√® a ‚Äúse fossero state superate‚Äú? Quest’ultima forma sarebbe stata sostituibile all’altra, senza differenze di rilievo, nell’esempio menzionato?

 

RISPOSTA:

S√¨, il¬†si¬†passivante √® perfettamente corretto ed equivalente alla forma passiva, che in questo caso andrebbe ugualmente bene nell’esempio da lei fornito, senza scarti stilistici rilevanti.

Fabio Rossi

Parole chiave: Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nelle seguenti frasi si accorda o no il participio passato con il pronome diretto?

Frase 1:
Il senso dell’umorismo lo ha aiutato¬†¬†(lui)

Frase 2:
L’ironia lo¬†¬†ha aiutato¬†¬†¬†¬†o
L’ironia lo ha aiutata? (lui)
 

RISPOSTA:

Il participio passato si accorda, in questo caso, con il pronome, che esprime il complemento oggetto: dunque, essendo maschile, l’unica forma corretta √® al maschile. Se ci fosse “la” come pronome, allora il participio andrebbe al femminile:¬†L’ironia la¬†ha (o l’ha) aiutata (cio√® lei, per es. Giulia).
Di norma, il participio passato nei verbi composti o non si accorda (√® cio√® al maschile indistinto): ti ho scritto una lettera. Oppure si accorda con l’oggetto se √® transitivo attivo (l’ho salutata), con il soggetto se √® intransitivo (Giulia √® andata) oppure transitivo passivo (Giulia √® stata promossa).

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Propongo questa frase: “Oggi sto bene, a differenza di ieri¬†che avevo 38 di temperatura”. Quel¬†che¬†pu√≤ essere accettato o √® indispensabile¬†sostituirlo con¬†quando?¬†

 

RISPOSTA:

Si tratta di un¬†che¬†polivalente (sul quale pu√≤ leggere la risposta n. 2800522 dell’archivio di DICO), molto frequente nella variet√† di lingua usata comunemente nel parlato e nello scritto informale. In una frase come questa, quindi, √® accettabilissimo.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Registri
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase seguente:
“A proposito di quello che si insegna nelle aule di medicina e CHE n√© Tizio, n√© Caio n√© Sempronio sembrano esserne a conoscenza”
ovviamente sarebbe stato meglio scrivere di cui al posto di che: ma è proprio sbagliato?

 

RISPOSTA:

Nella frase il pronome relativo indiretto √® sostituito dalla forma base¬†che; la funzione sintattica persa a causa della sostituzione √® recuperata inserendo il secondo pronome,¬†ne, nel corpo della frase (esserne).¬†La variante standard, quindi, richiede¬†in cui¬†al posto di¬†che¬†e¬†essere¬†al posto di¬†esserne:¬†…e¬†di cui¬†n√© Tizio, n√© Caio n√© Sempronio sembrano¬†essere¬†a conoscenza. ¬†
Costruzioni come questa¬†sono sempre pi√Ļ comuni nell’italiano contemporaneo (la persona che te ne ho parlato¬†=¬†di cui ti ho parlato;¬†la festa che non ci sono andato¬†=¬†alla quale non sono andato;¬†il collega che ci ho pranzato insieme ieri¬†=¬†con cui / insieme a cui ho pranzato ieri¬†ecc.), favorite dal vantaggio di usare i pronomi¬†che¬†e tutti quelli personali, ad alta funzionalit√†, quindi pi√Ļ facili da ricordare e scegliere correttamente per i parlanti, al posto delle¬†forme indirette del pronome relativo,¬†a bassa funzionalit√†, quindi pi√Ļ complicate. Non solo non sono previste dallo standard, ma comportano un uso dei pronomi contrario alle regole della sintassi; per questo¬†sono da considerarsi trascurate e da evitare in contesti anche di media formalit√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Registri, Sintassi marcata
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QUESITO:

Quali forme del pronome dovrei usare nelle frasi seguenti?
“I ragazzi di oggi sono quello/quelli che sono”.
“Tu, figlia mia, sei quello/quella che tutti vorrebbero”.
Il pronome quello tanto nel primo quanto nel secondo esempio potrebbe essere valutato quale sinonimo di ciò?

 

RISPOSTA:

Proprio cos√¨:¬†quello¬†pu√≤ avere la funzione (pi√Ļ che il significato) di pronome neutro, equivalente a¬†ci√≤¬†o¬†la cosa. Per questo motivo nelle prime due frasi vanno bene sia¬†quello¬†sia il pronome concordato con il sintagma di cui √® anaforico. La scelta, per√≤, modifica il significato della frase:
“I ragazzi di oggi sono quello che sono” = ‘sono la cosa che sono, non ci si pu√≤ aspettare altro da loro’ (con una sfumatura negativa, di critica).
“I ragazzi di oggi sono quelli che sono” = ‘sono proprio cos√¨, non li si pu√≤ cambiare’ (con una sfumatura positiva).
Nella seconda coppia di frasi è decisamente preferibile quello:
“Tu, figlia mia, sei quello che tutti vorrebbero” = ‘sei il sogno di chiunque’.
“Tu, figlia mia, sei quella che tutti vorrebbero” = ‘sei la ragazza che tutti sceglierebbero all’interno del gruppo’. Quest’ultima frase suona innaturale dal punto di vista testuale, perch√©¬†quella¬†evoca un gruppo, o una coppia, che √® stato gi√† introdotto nel discorso, per cui, visto che gi√† √® stato detto che c’√® un gruppo tra cui scegliere, ci si aspetterebbe una forma come¬†“Sei tu, figlia mia, quella che tutti vorrebbero”, con enfasi su¬†sei tu, non su¬†quella che tutti vorrebbero. Per un giudizio pi√Ļ preciso, per√≤, bisognerebbe inserire la frase in un contesto pi√Ļ ampio.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Volevo sapere se nella seguente frase fosse corretto l’uso di¬†esternarmi,¬†o se √® meglio usare¬†esternare.¬†

In sostanza: non ti fai problemi a esternarmi il tuo lato rustico e primitivo.

 

RISPOSTA:

Esternarmi, che si distingue da esternare perché ha il pronome mi integrato (esternarmi = esternare a me), è corretto. Alternative pure valide sono manifestarmi, mostrarmi, rivelarmi, svelarmi.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Verbo
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QUESITO:

Come già chiarito in passato, nonostante alle scuole mi abbiano insegnato che
quando si dal del Lei ad una persona si accorda al femminile (es. “Signor Verdi la
vedo stanca), Lei mi ha insegnato che al giorno d’oggi è consentito l’accordo al
maschile anche quando si da del Lei (es. “Signor Verdi La vedo stanco)…
Io sono d’accordo con Lei e la ringrazio per questo suo chiarimento, tuttavia
alcuni insegnanti di lettere miei amici dicono che accordare al maschile “la vedo
stanco‚ÄĚ sia errato.
Ribadisco che invece io sono d’accordo con Lei.
Cosa ne pensa di questi insegnanti?
Volevo porLe una domanda ancora:
dando appunto del Lei ad una persona di sesso maschile, si dice “Signor Verdi
l‚Äôavrei chiamata o l‚Äôavrei chiamato?‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Come giustamente ricorda Lei, sebbene l’accordo grammaticale richieda il femminile con l’allocutivo di cortesia Lei, l’italiano comune prevede che, per gli aggettivi connessi a un destinatario maschile, si violi l’accordo preferendo il maschile al femminile. Tuttavia questo non pu√≤ accadere per l’accordo del participio passato, dal momento che l’accordo al maschile lascerebbe intendere, erroneamente, che ci si riferisse, non deitticamente, a qualcuno diverso dall’allocutario. Infatti, nell’esempio da Lei fornito,¬†‚ÄúSignor Verdi l‚Äôavrei chiamata” √® l’unica forma corretta per rivolgersi all’uomo cui ci si sta rivolgendo, laddove, invece, “l‚Äôavrei chiamato” si riferirebbe ad altro uomo esterno alla conversazione. Naturalmente, in caso di allocutaria, il fraintendimento rimane, sebbene nel contesto dialogico l’interpretazione preferenziale sia sempre quella del riferimento alla persona cui si sta dando del Lei: “Signora l’avrei chiamata”. Ovviamente sarebbe la stessa forma anche se il “chiamata” si riferisse ad altra persona: “L’avrei chiamata, sua figlia”.

Fabio Rossi

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Nella frase ‚Äúgrazie all‚Äôeredit√†, mi sono comprata una casa‚ÄĚ, √® corretto dire che MI (anche se √® un pronome personale¬†¬†ridondante, sconsigliato in contesti formali) √® un complemento di vantaggio?

 

RISPOSTA:

S√¨, se vogliamo rimanere a tutti i costi nei ranghi dell’analisi logica tradizionale, schiacciati dall’ottica un po’ asfittica della nomenclatura dei complementi.
Se invece vogliamo allargare il nostro sguardo all’analisi sintattica un po’ pi√Ļ profonda, in grado di spiegare il funzionamento dei verbi e dei loro argomenti nelle frasi e nei testi reali, possiamo dire che¬†comprarsi¬†√® un verbo transitivo pronominale, nel quale la particella pronominale atona svolge il ruolo di argomento del verbo, cio√® completa la valenza del verbo trivalente¬†comprare¬†usato nella versione pronominale¬†comprarsi: soggetto + oggetto +¬†argomento preposizionale (a me, a te, a s√© ecc.).
Il tipo comprarsi una casa è adatto a tutti i tipi di contesto, non soltanto a quelli informali, e il pronome non è affatto pleonastico. Infatti ho comprato una casa e mi sono comprato (o comprata) una casa sono due costruzioni diverse, la prima col verbo comprare, la seconda col verbo pronominale comprarsi, quasi sinonime ma sintatticamente diverse, al punto tale da richiedere due diversi ausiliari: avere il primo, essere il secondo,.  

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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QUESITO:

Desidero sottoporre alla vostra attenzione un altro testo dei miei. Volevo
sapere se questo testo fosse ben scritto (anche a livello della
punteggiatura) e se è necessario migliorare il riferimento
pronominale. Inoltre volevo sapere se nel testo si intuisce che la ragazza
si tiene il naso tappato dal momento in cui mi ci infila dentro fino a che
non raggiunge la sua abitazione. Per quanto riguarda l’ultima frase, volevo
sapere se questa fosse ben scritta, oppure se posso formularla ancora
meglio. In altre parole, ciò che voglio dire è che la ragazza fa le ultime
due azioni per tirarmi fuori dal suo naso.

*Successivamente provi ad acciuffarmi, però non ci riesci: sono troppo
piccolo. Ritenti una seconda volta e anche una terza, ma non c’√® verso: √®
troppo complicato per te. Tuttavia non ti arrendi, e alla fine, dopo aver
fatto quasi l’impossibile, hai successo: a questo punto usi le dita per
infilarmi nel tuo naso; dopodiché continui a tenerti sempre il naso tappato
per intrappolarmici dentro. Ormai non perdi pi√Ļ altro tempo ed esci di
soppiatto dal mio appartamento, e cammini a passo spedito verso casa tua:
che è lontanissima dalla mia. Non appena arrivi, entri subito in camera tua
e chiudi la porta della stanza. Adesso usi sempre le tue stesse dita per
tirarmi fuori dal tuo naso, così come provi a soffiarti, di nuovo, il naso
con la mano: una volta che mi hai espulso fuori da quello, non fai
nient’altro che posarmi con estrema delicatezza sul cuscino del tuo letto.*

Vi ringrazio come sempre per i vostri preziosi suggerimenti. Ne sto facendo
tesoro, e posso dire che grazie ai vostri consigli sto evitando un sacco di
errori. Ancora grazie per il magnifico servizio che offrite.

 

RISPOSTA:

I riferimenti pronominali sono corretti e quanto vuole esprimere si capisce benissimo. Forse si potrebbero migliorare un paio di cose che segnalo sotto nel testo tra parentesi quadre. Ci√≤ che contribuirebbe a rendere il testo un po’ meno faticoso, tra l’altro, √® l’eliminazione dei continui aggettivi possessivi¬†tuo: √® ovvio che una parte del corpo (naso) sia della persona di cui si fa riferimento, non c’√® alcun bisogno di sottolinearlo, di norma. Questa abitudine (sbagliata) di dire continuamente¬†mio naso,¬†tue mani¬†ecc. √® invalsa dall’inglese (per es. del doppiaggio), in cui invece i possessivi sono sempre obbligatori:¬†my nose,¬†my finger,¬†my house¬†ecc.
Ecco qui il brano con alcune proposte di correzione:

Successivamente provi ad acciuffarmi, per√≤ non ci riesci: sono troppo piccolo. Ritenti una seconda volta e anche una terza, ma non c’√® verso: √® troppo complicato per te. Tuttavia non ti arrendi, e alla fine, dopo aver fatto quasi l’impossibile, hai successo: a questo punto usi le dita per infilarmi nel tuo naso [qui¬†tuo¬†√® corretto ed efficace, perch√© in effetti il contesto √® davvero insolito: complimenti per la vivida fantasia!]; dopodich√© continui a tenerti sempre il naso tappato per intrappolarmici¬†dentro. Ormai non perdi pi√Ļ altro tempo ed esci di soppiatto dal mio appartamento, e cammini a passo spedito verso casa tua: [qui sarebbe meglio una virgola al posto dei due punti] che √® lontanissima dalla mia. Non appena arrivi, entri subito in camera tua e chiudi la porta della stanza. Adesso usi sempre le tue stesse dita per tirarmi fuori dal tuo [eliminare¬†tuo: ormai √® chiaro di chi sia il naso] naso, cos√¨ come provi a soffiarti, di nuovo, il naso con la mano: una volta che mi hai espulso fuori da quello [da quello¬†√® inutile e pesante: eliminarlo!], non fai nient’altro che posarmi con estrema delicatezza sul cuscino del tuo [sta a casa sua, √® ovvio che il letto sia il suo: eliminare¬†suo] letto.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Pronome
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi capita spesso¬†¬†di sentire espressioni tipo ‚ÄúMi devo andare a preparare per l‚Äôesame‚ÄĚ al posto di ‚ÄúDevo preparami/mi devo preparare per l‚Äôesame‚ÄĚ. La prima forma √® ugualmente accettabile?

 

RISPOSTA:

Colloquiale ma accettabile senza dubbio. Si tratta di verbi fraseologici, o aspettuali, che accompagnano il verbo principale per qualificare meglio il tipo di azione (tecnicamente, l’aspetto), e, come in questo caso, quasi per attenuarne un po’ il senso generale:¬†sono in procinto di prepararmi,¬†mi sto preparando,¬†mi metto a preparare¬†e simili.
In certi contesti, l’uso di¬†andare¬†pu√≤ essere anche richiesto per esprimere un significato diverso: “ora torno a casa perch√© devo andare a prepararmi per l’esame”, che aggiunge l’idea di andarsene da un posto verso un altro al fine di prepararsi all’esame.
Altre volte ancora, ma non √® questo il caso, il verbo¬†andare¬†ha altri usi fraseologici sempre colloquiali e attenuativi, quasi a prendere tempo mentre si pensa a che cosa dire: “Andiamo ora a spiegare il teorema di Pitagora”: che non aggiunge nulla rispetto a “Ora spiegheremo/spieghiamo il teorema di Pitagora”.
Quanto alla posizione del clitico o particella pronominale atona (mi), essa √® libera, in casi simili, e dunque vanno bene sia “mi devo/debbo andare a preparare”, sia “devo/debbo andare a prepararmi”, sia “devo/debbo andarmi a preparare”.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho scritto un paio di frasi della cui correttezza non sono certa:
‚ÄúLa strada era bagnata: la pioggia ne ricopriva il fondo‚ÄĚ
(=la pioggia ricopriva il fondo della strada)
‚ÄúLa cucina era sporca: polvere e residui di cibo ne rivestivano la sommit√† del piano cottura”
(=polvere e residui di cibo rivestivano la sommità del piano cottura della cucina).
Il pronome ‚Äúne‚ÄĚ nei due esempi – di cui, per chiarezza, ho riportato tra parentesi una sorta di parafrasi ‚Äď √® ben impiegato?
 

RISPOSTA:

Sì, è ben impiegato in entrambi i casi.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Analisi logica, Pronome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vi propongo questa costruzione:
‚ÄúIl messaggio a cui hai allegato il documento di cui abbiamo gi√† discusso √® datato 4 giugno‚ÄĚ.
Ho un dubbio su questa ‚Äď passatemi l‚Äôespressione – ‚Äúrelativizzazione doppia‚ÄĚ: si pu√≤ inserire, all‚Äôinterno del medesimo periodo, un rimando al soggetto (a cui) e uno al complemento (di cui)?
 

 

RISPOSTA:

S√¨, si pu√≤, √® un po’ pesante ma non c’√® nessuna regola che lo vieti. Due pronomi relativi possono tranquillamente riferirsi a elementi diversi ed essere in casi diversi.
Per semplificare il testo si potrebbe scrivere così, trasformando una relativa in un complemento:
‚ÄúIl messaggio con allegato il documento di cui abbiamo gi√† discusso √® datato 4 giugno‚ÄĚ.
Oppure ancora (con un che al posto di a cui):
‚ÄúIl messaggio che allegava il documento di cui abbiamo gi√† discusso √® datato 4 giugno‚ÄĚ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome
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QUESITO:

Le sarei molto grato se mi chiarisse un dubbio relativo a questa frase: “Era sempre solo. Amici non ne aveva”. Quel “ne”, che sento usare regolarmente in frasi di questo tipo, mi suona bene, per√≤¬†¬†mi lascia
perplesso perch√© dovrebbe stare per “di amici”, ma allora la frase diventerebbe: “amici non di amici aveva”. Una affermazione insensata. Gradirei sapere se quel “ne” √® da considerarsi corretto.
 

 

RISPOSTA:

Il costrutto, tipico dell’italiano informale e colloquiale e dunque non scorretto in assoluto¬† ma sicuramente inadatto all’italiano formale, si chiama “tema sospeso” e consiste nel riportare il tema, o topic, dell’enunciato all’inizio per poi riprenderlo mediante un clitico, ovvero particella pronominale atona. Naturalmente il clitico √® pleonastico e il tema qui non ha valore di soggetto bens√¨ di complemento oggetto (duplicato da¬†ne). Molto prossimo a questo costrutto √® un altro, sempre di anticipazione del tema, o topicalizzazione, denominato “dislocazione a sinistra”: “di amici non ne aveva”.
Il corrispettivo formale, o quantomeno non informale, delle due espressioni √® “non aveva amici”.

Fabio Rossi
 

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho ricevuto un messaggio che continua a non convincermi:
“Mi sono messo a farmi la barba”. Io credo che sia errato, in quanto c’√® un doppio pronome (mi e farMi).
Pensando alla stessa frase con un diverso complemento però la frase tornerebbe:
“mi sono messo a fargli la barba”.
Quindi nel primo caso cosa potrebbe essere a non convincermi?? Oltre che suonare male sono convinta che ci sia qualcosa che non torni grammaticalmente.
 

 

RISPOSTA:

Si √® gi√† data da s√© la risposta giusta: visto che non altro pronome l’espressione funzionerebbe perfettamente, vuol dire che non c’√® nulla di sbagliato. Il fatto che vi siano due pronomi personali (e tutti e due di prima persona) deriva dal fatto che si stanno usando due verbi pronominali, entrambi alla prima persona: il primo √® il verbo aspettuale¬†mettersi, il secondo il verbo riflessivo apparente (o meglio transitivo pronominale)¬†farsi la barba. Nulla di strano, dunque. Non si lasci trasportare dall’idiosincrasia dell’orecchio che rifiuta la ripetizione del¬†mi: le lingue non funzionano a orecchio e l’insofferenza per la ripetizione √® un insano portato di una didattica distorta.
Del resto, per avere prove ulteriori, che cosa ci sarebbe di strano nella frase “mi √® capitato di perdermi”?

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Quali delle seguenti varianti sono corrette?

“Grazie per averci supportato”.
“Grazie per averci supportati”.

“Il geometra Federica”.
“La geometra Federica”.

 

RISPOSTA:

Nella prima coppia entrambe le varianti sono corrette. L’accordo del participio passato di un verbo transitivo con il complemento oggetto √® obbligatorio quando il complemento oggetto √® rappresentato dai pronomi¬†lo,¬†la,¬†li,¬†le, che esprimono morfologicamente il genere (quindi¬†grazie per averla supportata¬†ma non *grazie per averla supportato); con¬†mi,¬†ti,¬†ci,¬†vi,¬†ne, invece, si pu√≤ scegliere se accordare il participio con il genere del referente del pronome o no (oltre al suo esempio, si veda un caso come questo: “Siamo le sorelle Rossi: ci ha accompagnato / accompagnate nostro padre”).
Nella seconda coppia la forma corretta √®¬†la geometra Federica; il nome¬†geometra, infatti, √® di genere comune, o epiceno (come¬†atleta,¬†artista,¬†collega,¬†nipote¬†e tanti altri) e si accorda al genere del suo referente grazie alla modulazione dell’articolo o di un aggettivo che lo accompagna (atleta talentuosa).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle seguenti frasi ci sono proposizioni relative; in tutte e tre le frasi c’√®¬†la sfumatura di eventualit√† (e forse ipotetica nella prima):
“Si pu√≤ dire che cosa rischiano i lavoratori che dovessero portare avanti la mobilitazione nonostante questo avviso?”.
“Chiedo alle persone che conoscessero (anche conoscano) gi√† la risposta di restare in silenzio”.
“Non mi piacerebbe un cagnolino che non mi venisse incontro quando rientro a casa”.
Le mie domande:
1. il pronome relativo che in tutte e tre le frasi è improprio?
2. Quando troviamo una proposizione relativa che con un verbo al congiuntivo, il relativo è sempre considerato improprio?
3. Se la risposta è sì, penso che ci siano soltanto due possibilità: valore finale o valore consecutivo. Giusto?
Ho delle difficolt√† a individuare una¬†che¬†improrio con valore consecutivo: √® pi√Ļ facile per me individuare un valore finale.¬†Quindi mi domando:
1. quando c’è un congiuntivo nella proposizione relativa, non è possibile considerare il che un relativo proprio? 
2. Quando una proposizione con un che relativo ha il verbo al congiuntivo e sicuramente non ha valore finale, posso concludere che è una consecutiva?
3. Se la risposta è sì, possiamo concludere che le relative in queste due frasi hanno valore consecutivo?
“Non c‚Äô√® niente che tu possa fare”.
“Marco √® il ragazzo pi√Ļ simpatico che io conosca”.

 

RISPOSTA:

Innanzitutto bisogna ricordare che il pronome¬†che¬†non √® mai detto¬†improprio. In tutte le frasi da lei proposte (tranne l’ultima, come vedremo alla fine) ha sempre la funzione di pronome relativo, e tale funzione non pu√≤ che essere propria.¬†Sono, piuttosto, le proposizioni relative nel loro complesso a essere definite da alcuni¬†improprie¬†quando assumono un significato non esattamente relativo, ma assimilabile a quello di altre proposizioni. L’etichetta¬†improprio, si noti, non √® precisa, perch√© fa pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nella costruzione di queste¬†proposizioni, che invece sono del tutto regolari. Le proposizioni relative con un significato vicino ad altre proposizioni possono essere:
consecutive (cerco un centro di gravità permanente che [= tale che] non mi faccia mai cambiare idea, cantava Franco Battiato nella canzone Centro di gravità permanente);
causali (ho prestato a Luca il libro che mi [= perché me lo] aveva richiesto con insistenza);
concessive (Luca, che [= anche se] non voleva venire, alla fine si è divertito.
Per quanto riguarda il significato finale, esso è di solito contemplato nelle grammatiche, ma, come dice lei, è quasi indistinguibile da quello consecutivo. Per semplicità, si può parlare di significato consecutivo-finale.
Come si pu√≤ vedere, l’interpretazione speciale della proposizione relativa non √® collegata al modo congiuntivo: le relative con significato causale e consecutivo, infatti, richiedono l’indicativo. Inoltre, l’uso del congiuntivo nella proposizione relativa non produce necessariamente un significato speciale, ma a volte serve soltanto a elevare il registro della frase. √ą il caso della prima delle sue ultime frasi, nella quale il significato non cambia se sostituiamo il congiuntivo con l’indicativo (“Non c‚Äô√® niente che puoi fare”), anche se l’antecedente indefinito¬†niente¬†fa propendere senz’altro per il congiuntivo nella relativa. L’ultima frase, invece, contiene non una proposizione relativa, ma una comparativa, che serve a esprimere il secondo termine di un paragone¬†ed √® introdotta dalla congiunzione (non dal pronome)¬†che. Per la precisione, anche nella proposizione comparativa il congiuntivo serve a elevare il registro; se lo sostituiamo con l’indicativo il significato non cambia:¬†“Marco √® il ragazzo pi√Ļ simpatico che conosco”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle seguenti costruzioni il termine altrettanto è ben impiegato? Nel primo esempio, in particolare, il verbo essere costituisce una variante valida?
– Sono stata onesta con te: tu vedi di essere / fare altrettanto con me.
– Io sono tranquilla, ma non so se potrei dire altrettanto di te.

 

RISPOSTA:

Le frasi, in cui¬†altrettanto¬†ha la funzione di pronome indefinito,¬†sono ben costruite; per averne la prova si pu√≤ sostituire¬†altrettanto¬†con¬†la stessa cosa:¬†tu vedi di fare la stessa cosa con me;¬†non so se potrei dire la stessa cosa di te. Se sostituiamo¬†fare¬†con¬†essere¬†nella prima frase otteniamo la frase¬†tu vedi di essere altrettanto con me, che √® in astratto ben costruita (equivale a¬†tu vedi di essere la stessa cosa con me), ma un po’ forzata e difficilmente accettabile, perch√© assimila un modo di essere a una cosa. La frase diventa accettabile aggiungendo un pronome di ripresa:¬†tu vedi di¬†esserlo¬†altrettanto con me; in questo modo il pronome¬†lo¬†riprende¬†onesta¬†e¬†altrettanto¬†diviene un avverbio, equivalente a ‘nella stessa misura’.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Si dice come tu o come te? 
Esempio: “le persone che hanno fatto bene le attivit√†, come tu / te, avranno un premio”.

 

RISPOSTA:

Si dice come te. Il pronome tu si usa solo quando funge da soggetto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome
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QUESITO:

√ą corretto dire PENSAVI CHE¬†ME¬†LO RUBASSI ? O la forma corretta √© solo¬†TE¬†LO RUBASSI?

 

RISPOSTA:

Entrambe le forme sono corrette, ma hanno un significato leggeremente diverso e sono adatte a contesti diversi. Nella prima il verbo usato √®¬†rubarsi, un verbo pronominale che ha quasi lo stesso significato di¬†rubare, a cui aggiunge, per√≤, una rappresentazione accentuata dell’interesse del soggetto, del vantaggio che gli deriva dall’azione. Si noti che in questa frase manca l’indicazione della persona potenzialmente derubata, che quindi potrebbe essere chiunque, non per forza la seconda persona della seconda frase. L’esplicitazione sintetica della persona potenzialmente derubata con questo verbo √®, del resto, impossibile: non √® possibile *rubarsi qualcosa a qualcuno.
Nella seconda frase il verbo usato è rubare e te indica, appunto, la persona potenzialmente derubata.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

“Entro stasera bisogna che il capoufficio mi chiami/mi abbia chiamato.”
“Entro stasera bisognerebbe che il capoufficio mi chiamasse/mi avesse chiamato.”
Se le due varianti proposte per ognuna delle frasi sono corrette, domando:
le forme verbali in questi casi sono riconducibili alla consecutio (abbia chiamato e avesse chiamato sono rispettivamente anteriori a bisogna e bisognerebbe), oppure indicano il grado di probabilit√† dell’evento (abbia chiamato e avessi chiamato sono meno probabili rispetto a chiami e chiamasse)?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†bisognare¬†(e analoghi:¬†√® necessario,¬†richiesto¬†ecc.) regge una completiva che ha due marche di subordinazione: il connettivo¬†che¬†(talora omesso) e il congiuntivo, che nel registro meno formale pu√≤ tranquillamente sempre essere sostituito dall‚Äôindicativo. Il congiuntivo, pertanto, retaggio di antiche reggenze latine, serve a indicare la subordinazione e non il grado di eventualit√† (come erroneamente detto dalle grammatiche), tranne in alcuni ovvi casi come il periodo ipotetico ecc. (ma su questo trover√† ampia documentazione nel nostro archivio delle risposte DICO digitando la parola¬†congiuntivo). La completiva retta da¬†bisogna¬†non ha bisogno (scusi il gioco di parole) di specificare finemente il tempo dell‚Äôazione rispetto alla reggente; in altre parole, da adesso (momento dell‚Äôenunciazione, ovvero di chi dice¬†bisogna) a quando l‚Äôenunciatore/trice ritiene che ‚Äúbisogni‚ÄĚ, l‚Äôazione si esprime di norma al presente (o all‚Äôimperfetto in dipendenza da¬†bisognava). Oltretutto, nel suo esempio, l‚Äôazione della chiamata non √® anteriore, bens√¨ posteriore alla reggente (bisogna adesso), ma √® semmai anteriore rispetto alla circostanza posta dallo/a stesso/a enunciatore/trice (entro stasera). Motivo per cui, a maggior ragione, non c‚Äô√® alcun bisogno di utilizzare il passato (mi abbia chiamato¬†/¬†mi avesse chiamato), n√© c‚Äôentra nulla l‚Äôeventualit√†; come ripeto, infatti, il congiuntivo √® richiesto (nello stile formale) come marca di subordinazione, non come indicazione di eventualit√† (bisogna, oltretutto, esprime la necessit√† non certo l‚Äôeventualit√†, sebbene non sia certo se la persona chiami o no). Quindi, la¬†consecutio temporum¬†non richiede affatto il passato e l‚Äôazione espressa al presente (o all‚Äôimperfetto) rappresenta l‚Äôalternativa migliore. Possiamo dunque dire che l‚Äôalternativa¬†mi¬†abbia / avesse chiamato sia¬†(o √®) scorretta? Non direi: con la lingua si pu√≤ fare quasi tutto quel che si vuole e pertanto se un/a parlante sente l‚Äôesigenza di esprimere l‚Äôazione come anteriore vuol dire che la lingua gli/le consente di farlo, per√≤ mi sento di affermare che la soluzione al passato / trapassato sia / √® meno appropriata, soprattutto a un contesto formale.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Avendo io dimenticate le buone regole nonch√© avendone perso l’uso “ad orecchio”, mi trovo a non esser pi√Ļ capace di stabilire qual √® l’ausiliare giusto in una frase di questo tipo:

[…] se si ha/√® coltivato un campo e si ha/√® attraversato un ponte [eccetera].

Inoltre: sarebbe corretto impiegare in quella stessa frase prima il verbo avere (ha coltivato) e subito dopo il verbo essere (è attraversato)?
 

 

RISPOSTA:

Con la particella pronominale¬†si¬†non √® ammesso l‚Äôausiliare¬†avere, ma soltanto¬†essere. Pertanto l‚Äôunica forma corretta della frase proposta √®: ‚Äú… se si √® coltivato un campo e si √® attraversato un ponte…‚ÄĚ.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Pronome, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Credo sia corretto dire: “Sei tu che mi ispiri”, ma forse √® preferibile il verbo in terza persona: “Sei tu che mi ispira”. Quale frase √®¬†consigliabile?

 

RISPOSTA:

La difficolt√† nella scelta della persona della proposizione subordinata deriva dalla natura incerta di questa proposizione. Essa, infatti, non √® propriamente una relativa, diversamente da quello che si pu√≤ pensare. Se fosse una relativa, non avremmo dubbi nello scegliere la terza persona, perch√© il pronome relativo sarebbe senz’altro preceduto da un antecedente alla terza persona; per esempio: “Tu sei¬†quello¬†che mi ispira”. Nella sua frase, invece, la proposizione √® di tipo pseudorelativo, simile a una relativa ma in realt√† pi√Ļ prossima a una completiva. In questo tipo di proposizione¬†che¬†non √® un pronome relativo, ma una congiunzione, come dimostra il fatto che √® invariabile: “√ą a te *a cui ho dato la penna” (corretto: “√ą a te¬†che¬†ho dato la penna”). Come conseguenza,¬†che¬†non ha un vero e proprio antecedente nella reggente e anche quando¬†sembra fungere da soggetto della proposizione subordinata, come nel suo caso, non pu√≤ svolgere questa funzione. Il soggetto della subordinata, pertanto, sar√† o espresso nella subordinata (per esempio “√ą lui che ho visto”) oppure sar√†¬†lo stesso della reggente, come nel suo caso: “Sei tu che mi ispiri”. A ulteriore dimostrazione della correttezza di questa scelta, si noti che la subordinata pu√≤ anche essere costruita con l’infinito, proprio perch√© ha come soggetto lo stesso della reggente: “Sei tu a ispirarmi”.¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi sono imbattuto nella seguente frase: “Passione e¬†dedizione di cui tutti dovremmo farne tesoro”. A me sembra che la formulazione¬†corretta dovrebbe escludere la particella¬†ne¬†e si dovrebbe pertanto scrivere “passione e dedizione di cui tutti dovremmo fare tesoro”. Mi sbaglio?

 

RISPOSTA:

Non si sbaglia affatto. La duplicazione della particella pronominale, comune e tutto sommato accettabile in contesti parlati informali, nei quali assolve alla funzione di richiamare il tema rafforzando il poco trasparente pronome relativo di cui, non trova giustificazione nello scritto, specie formale o specialistico, e deve pertanto essere evitata.
Fabio Ruggiano 

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

√ą¬†possibile accordare il pronome indefinito¬†qualcosa¬†a un aggettivo¬†femminile?
“Cerco qualcosa bella” √® completamente sbagliato?

 

RISPOSTA:

L’accordo al femminile √® sbagliato, perch√©¬†qualcosa¬†√® maschile sia come pronome, sia come nome (un qualcosa, non *una qualcosa). Bisogna dire che tale errore √® molto comune, perch√© i parlanti riconoscono il nome femminile¬†cosa¬†all’interno di questa parola e sono tratti in inganno; rimane, per√≤, sicuramente un errore.¬†
Fabio Ruggano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

orrei chiedere se queste frasi con il pronome NE ma senza la quantità e con la  concordanza del participio sono giuste o no:

Hai comprato del vino?              Sì, ne ho comprato.
Hai comprato della pasta?         Sì, ne ho comprata.
Hai comprato dei pomodori?     Sì, ne ho comprati.
Hai comprato delle mele?         Sì, ne ho comprate.

 

RISPOSTA:

S√¨, sono corrette e sono migliori e pi√Ļ formali rispetto alle rispettive forme non accordate (cio√®:¬†ne ho comprato, per tutte e cinque i casi).

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quali verbi sono corretti tra le proposizioni seguenti? 
‚ÄúTutti gli abitanti avevano paura che se non lo avessero pagato subito si arrabbiava/sarebbe arrabbiato e distruggeva/avrebbe distrutto tutto‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Come al solito l’uso del congiuntivo/condizionale oppure dell’indicativo nel periodo ipotetico della possibilit√† e dell’irrealt√† non attiene tanto alla correttezza, quanto alla formalit√† della frase. L’uso del congiuntivo/condizionale √® pi√Ļ formale (e dunque sempre suggeribile), mentre quello dell’indicativo √® limitato ai discorsi pi√Ļ informali. Nel suo caso, inoltre, si tratterebbe, con l’indicativo nella sola apodosi, di un periodo ipotetico misto, con la soluzione formale (congiuntivo) nella protasi e quella informale (indicativo) nell’apodosi. Tale mistura, ancorch√© attestata e possibile nei casi pi√Ļ informali, √® decisamente da evitare. Pertanto, nel periodo ipotetico dell’irrealt√† da lei proposto, √® da preferire senza dubbio alcuno la soluzione seguente:
“Tutti gli abitanti avevano paura che se non lo avessero pagato subito si sarebbe arrabbiato e avrebbe distrutto tutto”.
Aggiungo che, essendo il soggetto riferito a qualcuno che nella proposizione √® un complemento oggetto (lo), sarebbe meglio non lasciare sottinteso il soggetto, ma esprimerlo esplicitamente o con un pronome (lui) o con una forma piena (l’uomo¬†ecc.).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase: ‚Äúquel quartiere √® pericoloso: restane lontano‚ÄĚ, lontano √® complemento
predicativo del soggetto o complemento di luogo?

 

RISPOSTA:

Lontano è predicativo del soggetto, mentre la particella pronominale atona (clitica) ne (= da quel luogo) è complemento di moto da luogo.
Che luogo abbia qui valore di aggettivo e non di avverbio è confermato dal fatto che deve accordarsi col soggetto: resta lontana, restate lontani/e ecc.
In una frase in cui lontano avesse valore di avverbio (es. andiamo lontano), esso sarebbe allora complemento di luogo (in questo caso moto a luogo).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Se devo chiedere ad una persona quanto bene vuole a loro, quale delle seguenti due domande è corretta?
Quanto li vuoi bene?
Quanto gli vuoi bene ?
Se è riferito a lui sono quasi sicuro che che vada bene la seconda domanda, ma se è riferito a loro forse va bene la prima domanda
 

 

RISPOSTA:

Gli = a lui
le = a lei
loro o a loro = a pi√Ļ persone (plurale), nella lingua formale
gli =¬†a pi√Ļ persone (plurale), nella lingua informale
li = solo per il complemento ogget