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Categorie: Morfologia

QUESITO:

1a) La voglio tutta.
2a) Vi ho visti tutti.
3a) Noi veniamo tutti da Roma.
4a) Noi verremo in tanti alla festa.

Le frasi si possono riformulare così:
1b) Voglio tutta la torta (aggettivo).
2b) Ho visto tutti voi (aggettivo).
3b) Tutti noi veniamo da Roma (aggettivo).
4b) In tanti/tanti di noi verranno alla festa (pronome).
Nelle frasi “a” si fa un uso avverbiale dei pronomi e aggettivi?

 

RISPOSTA:

Nelle frasi del primo e del secondo gruppo tutto è sempre aggettivo e non ha mai la funzione di un avverbio: accompagna, infatti, sempre un nome o un altro pronome, anche se la sua posizione cambia. Anche la locuzione in tanti, che è aggettivale nella frase del primo gruppo, mentre è pronominale nella frase del secondo gruppo, non ha mai la funzione di avverbio.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Dato il seguente periodo: “Le chiederei, nel caso il divieto sia ancora attivo/fosse ancora attivo, se possa rilasciarci/potrebbe rilasciarci un permesso per l’accesso”, nella subordinata introdotta da nel caso entrambi i tempi del congiuntivo sono corretti, sulla scorta del grado di probabilit√† del verificarsi dell’evento?

 

RISPOSTA:

La proposizione introdotta da nel caso, nel caso in cui o nel caso che √® formalmente una relativa, anche se viene considerata un’ipotetica, vista la sovrapponibilit√† tra la locuzione congiuntiva e la congiunzione qualora. Proprio come qualora, questa locuzione richiede il congiuntivo (mentre se ammette anche l’indicativo) e preferisce l’imperfetto al presente e il trapassato al passato. La proposizione nel caso il divieto sia…, quindi, √® corretta, ma pi√Ļ comune sarebbe nel caso il divieto fosse…, con lo stesso significato. La proposizione introdotta da se √® un’interrogativa indiretta, retta dal verbo chiederei. Questa proposizione ammette l’indicativo, il congiuntivo e il condizionale. Tra l’indicativo e il congiuntivo non c’√® alcuna differenza semantica, ma l’indicativo √® una scelta pi√Ļ trascurata. Il condizionale, invece, aggiunge qui una sfumatura pragmatica di cortesia, perch√© formula la richiesta come condizionata (alla disponibilit√† della persona che riceve la richiesta).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi propongo questa frase: “Da quel momento in poi sapeva che sarebbe andato incontro ad un percorso doloroso, a prescindere dal fatto che fosse destinato a concludersi con la morte o meno”. Il mio dubbio si riferisce all’uso del congiuntivo trapassato. √ą forse pi√Ļ opportuno il ricorso al condizionale (sarebbe stato destinato a concludersi)?

 

RISPOSTA:

La forma fosse destinato non √® trapassato: pu√≤ essere interpretata come congiuntivo imperfetto passivo del verbo destinare oppure (pi√Ļ plausibilmente) come congiuntivo imperfetto di essere seguito dall’aggettivo destinato. Il trapassato passivo di destinare sarebbe fosse stato destinato. L’imperfetto in una completiva dipendente da un tempo storico esprime la contemporaneit√† nel passato, con una proiezione nella posterit√†; viene, quindi, correttamente usato anche per esprimere il futuro nel passato, in alternativa al condizionale passato. Rispetto a quest’ultimo, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho letto il¬†post¬†sull’espressione del futuro nel passato” con il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato. Quando si usa il congiuntivo imperfetto, si accentua la sorpresa o il grado di ipoteticit√† non c’entra?

 

RISPOSTA:

In questo caso l’ipoteticit√† non c’entra. Il congiuntivo √® soltanto pi√Ļ formale del condizionale, quindi pi√Ļ adatto ai contesti scritti (tranne quelli tra amici). Il condizionale, per√≤, √® una scelta adatta a quasi tutti i contesti; √®, anzi, la pi√Ļ usata, soprattutto perch√© il congiuntivo imperfetto serve anche a esprimere la contemporaneit√† nel passato, quindi non indica chiaramente che l’evento √® successivo a quello della reggente (anche se quasi sempre questo si capisce dal significato della frase).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

La mia domanda riguarda i possibili modi di introdurre  la categoria di riferimento nel superlativo assoluto. Tutte le grammatiche che ho consultato si limitano a citare le due classiche possibilità, ovvero la preposizione di con o senza articolo (senza, però, specificare in quali casi l’articolo viene omesso) e l’opzione tra / fra, nel caso in cui la categoria di riferimento sia un gruppo. I parlanti nativi sanno bene che esiste anche la possibilità di in o a; non so spiegare, però, quando si possono usare in / a al posto di di e in quest’ultimo caso quando si può omettere l’articolo.

 

RISPOSTA:

Il superlativo relativo si misura, appunto, in relazione a una categoria di cui fa parte l’individuo dotato della qualit√†. Per questo motivo il sintagma che segue questo superlativo √® considerato un complemento partitivo. Ovviamente, un sintagma formato con in¬†o¬†a¬†+ nome di luogo non pu√≤ essere un complemento partitivo. Vero √®, per√≤, che pu√≤ svolgere quasi la stessa funzione si potrebbe dire per metonimia. Se dico, cio√®, che qualcuno ha una qualit√† al massimo grado¬†in un luogo, per metonimia sto dicendo che la qualit√† √® al massimo grado in relazione a tutti gli individui della stessa categoria che si trovano in quel luogo. Ad esempio, “Luca √® il pi√Ļ bravo della sua squadra” = ‘Luca √® il pi√Ļ bravo in relazione a tutti gli individui che fanno parte della sua squadra” / “Luca √® il pi√Ļ brano nella sua squadra” = ‘Luca √® il pi√Ļ bravo in relazione a tutti gli individui che si trovano nella sua squadra’, Lo stesso vale, ad esempio, per “L’Empire State Building √® il grattacielo pi√Ļ alto di New York / a New York”. La differenza tra il complemento partitivo e quello di stato in luogo in questi casi √® effettivamente minima, tanto che i nativi non riuscirebbero a individuarla facilmente. In ogni caso, l’uso del complemento di stato in luogo per esprimere (per metonimia) il partitivo √® piuttosto raro (anche se¬†il gusto personale pu√≤ avere¬†un certo ruolo nella preferenza): in generale √® preferito soltanto in alcuni casi quasi idiomatici, come¬†al mondo; per il resto √® una possibilit√† poco sfruttata. Direi che le ragioni per cui le grammatiche non riportano questa possibilit√† sono proprio queste: si tratta di un uso estensivo ed √® piuttosto raro.
Se poi ti interessa sapere perch√© a volte si usi¬†in¬†e a volte¬†a, questo dipende dalla regola generale dell’alternanza tra queste preposizioni:¬†in Italia,¬†in Sicilia, ma¬†a New York,¬†a Roma…¬†
La questione dell’articolo √® cos√¨ schematizzabile: tra i nomi propri geografici non richiedono l’articolo i nomi di citt√† e piccola isola, mentre lo richiedono i nomi di Stato, continente e simili (con pochissime eccezioni, come¬†Israele). Neanche questi ultimi, per√≤, vogliono l’articolo quando sono preceduti da¬†in¬†e¬†a¬†(in Italia,¬†in Asia). Soltanto i nomi di Stato o simili plurali richiedono l’articolo anche con¬†in¬†e¬†a:¬†negli Stati Uniti. Vogliono sempre l’articolo, infine, i¬†nomi di luoghi fisici, come¬†il Mediterraneo,¬†gli Appennini,¬†il Garda,¬†le Baleari¬†ecc., perch√© sottintendono sempre un nome comune (il mar Mediterraneo,¬†i monti Appennini,¬†il lago di Garda,¬†le isole Baleari). Lo stesso vale anche per quei pochi nomi di luoghi fisici che non sottintendono un nome, come¬†le Alpi¬†(nelle Alpi).¬†¬†
Questa distribuzione dell’articolo √® una di quelle regole che si formano per convenzione e non hanno alla base una motivazione razionale o funzionale.¬†
Fabio Ruggiano
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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono accettabili.

1 ¬ęLa pizza ha cotto in cinque minuti¬Ľ.

2 ¬ęHa pesato pi√Ļ di cento chili¬Ľ (riferito al peso di una persona).

 

RISPOSTA:

No, non lo sono, o quanto meno risultano troppo informali e trascurate, per le seguenti ragioni. Cuocere, usato come verbo intransitivo, regge come ausiliare soltanto essere (√® cio√® un verbo inaccusativo). Pertanto, al passato, si pu√≤ dire o ¬ęLa pizza √® cotta in cinque minuti¬Ľ, oppure, se si vuole sottolineare la durata dell‚Äôazione, ¬ęLa pizza si √® cotta in cinque minuti¬Ľ.

Pesare pu√≤ reggere come ausiliare sia essere sia avere (cio√® √® un verbo sia inaccusativo, sia inergativo, a seconda dei contesti). Tuttavia nel senso di ‚Äėavere un peso‚Äô il verbo non pu√≤ avere l‚Äôaspetto durativo (io posso dire che sto pensando un pesce, ma non posso dire che io sto pensando 85 chili) e quindi non tollera il passato. Se voglio esprimere questo concetto debbo usare altre espressioni, quali l‚Äôimperfetto (¬ępesavo pi√Ļ di cento chili¬Ľ) oppure ¬ęsono arrivato a pensare pi√Ļ di cento chili¬Ľ o simili.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quando i miei interlocutori italiani mi dicono ‚Äúquesto non √® importante‚ÄĚ, ‚Äú√® un‚Äôeccezione‚ÄĚ, ‚Äúnon ti fissare‚ÄĚ, mi fanno impazzire; sono troppo curioso per capirne di pi√Ļ. Sono molto fortunato di averla conosciuta.

Mi piace tanto la sfumatura della lingua italiana anche se mi fa impazzire a volte. Noi diciamo che ‚Äúi step in it‚ÄĚ spesso e credo che s‚Äôimpari sbagliando. Ma con questo esempio (sulla differenza d‚Äôuso tra essere interessato e essere affezionato di cui a questa domanda/risposta) c‚Äô√® un modo per evitare questi sbagli? Ad esempio AFFEZIONARE come INTERESSARE √® un verbo transitivo e AFFEZIONARSI esiste. Sia INTERESSATO SIA AFFEZIONATO sembrano aggettivi. Essere interessato a qualcosa come dice lei √® quasi: question: una forma passiva (ma non √® scritto ‚Äúda qualcosa‚ÄĚ e quindi mi sembra pi√Ļ un aggettivo). Ma non riesco a capire come mai affezionato funzioni diversamente. C‚Äô√® un modo per estrarre un indizio con questi aggettivi/participi passati con ESSERE per evitare l‚Äôuso incorretto dei pronomi indiretti per far riferimento a una cosa? Potresti fornirmi altri esempi? Forse √® soltanto una cosa di apprendimento empirico?

 

RISPOSTA:

Lei ha messo ancora una volta il dito su un‚Äôaltra bella piaga della linguistica, ovvero il comportamento di alcuni verbi inaccusativi (essere interessato, essere affezionato) e, prima ancora, il rapporto tra linguistica teorica, linguistica applicata, didattica e uso (o comportamento) linguistico. Non sempre le grammatiche danno (n√© servono a dare) risposte utili alla classificazione teorica e alla riflessione linguistica. Solitamente, la grammatica pi√Ļ utile per questo genere di riflessioni (cio√®, per ricavare una regola dall‚Äôosservazione di molti esempi diversi) √® la Grande grammatica italiana di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino. Ma procediamo con ordine. I participi passati di verbi transitivi sono sempre a met√† strada tra valore aggettivale e valore verbale (pu√≤ vedere su questo la seguente domanda/risposta). Interessare e affezionare sono due verbi molto diversi. Il secondo √® solo transitivo, ma di fatto viene utilizzato soltanto nella forma pronominale (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa) o passiva/aggettivale (sono affezionato a qualcuno o qualcosa). Interessare √® sia transitivo sia intransitivo e consente usi e costruzioni differenti: A interessa B, A si interessa a B, A √® interessato da B, A √® interessato a B, A si interessa di B ecc. Per questo ribadisco che ¬ęessere interessato all‚Äôitaliano¬Ľ e ¬ęessere interessato dall‚Äôitaliano¬Ľ, sebbene il secondo sia meno comune del primo, sono molto simili. Mentre √® possibile dire sia ¬ęl‚Äôitaliano mi interessa¬Ľ, sia ¬ęmi interesso all‚Äôitaliano¬Ľ, sia (meno comune) ¬ęmi interesso dell‚Äôitaliano¬Ľ (per es.: ¬ędi mestiere, mi interesso delle sorti dell‚Äôitaliano nel mondo¬Ľ), con affezionare le costruzioni sono meno numerose: ¬ęil gatto √® affezionato / si affeziona alla casa¬Ľ (¬ęle √® affezionato¬Ľ, ¬ęle si affeziona¬Ľ), mentre √® impossibile (o possibile solo in teoria, ma di fatto innaturale) ¬ęla casa affeziona il gatto¬Ľ. Per questo motivo, cio√® per l‚Äôunicit√† della reggenza preposizionale in a per esprimere il secondo argomento verbale di affezionarsi (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa), il pronome gli/le funziona sempre bene con quel verbo. Mentre con interessare, che, come dimostrato, regge costrutti molto diversi, gli/le non funzionano sempre. A complicare l‚Äôintera questione c‚Äô√® anche il fatto che interessare al passato pu√≤ ammettere sia la costruzione transitiva sia quella inaccusativa: ¬ęuna cosa mi ha interessato¬Ľ / ¬ęuna cosa mi √® interessata¬Ľ. Insomma, come vede, le varianti da considerare sono molte, e riguardano in questo caso la natura e le reggenze del verbo in questione. La regola per non sbagliare in questo caso √® la seguente: con il verbo interessare non si pu√≤ pronominalizzare al dativo (gli/le) la cosa o la persona che interessano, perch√© esse debbono fungere da soggetto e non da complemento: ¬ęA mi interessa¬Ľ, oppure ¬ęIo mi interesso a A¬Ľ, ma non ¬ęIo gli/le interesso¬Ľ, perch√© in quest‚Äôultimo caso si intenderebbe che io interesso A e non che A interessa me.

L‚Äôunica regola empirica per non sbagliare √® quella di ascoltare e leggere il pi√Ļ possibile, per acquisire l‚Äôuso comune di forme e costrutti. La regola teorica, invece, √® quella che Lei gi√† applica molto bene: tenere sempre desto lo spirito critico e sforzarsi di cogliere un comportamento generale (= regola) che tenga insieme pi√Ļ esempi e che giustifichi, pertanto, analogie e differenze. Nel primo caso (empiria), la riflessione non giova (¬ęnon ti fissare¬Ľ), nel secondo (teoria) √® invece fondamentale. Va detto per√≤ che si pu√≤ leggere e scrivere bene anche senza conoscere a fondo le regole, come anche, viceversa, si possono conoscere a fondo le regole anche scrivendo e parlando molto male. In altre parole, tra linguistica teorica e comportamento linguistico c‚Äô√® spesso un abisso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il dubbio sull’uso dei pronomi indiretti riferiti a cose (di cui a questa domanda/risposta) mi è venuto quando tre italiani mi hanno detto che non potevo rispondere a una domanda così:

A: Come mai sei interessato all’italiano?

Io: Gli sono interessati tutti (gli = ‘all‚Äôitaliano’). Scherzavo mentre ho risposto.

Un professore di diritto, un insegnante alle medie, e la persona a cui ho risposto mi hanno detto che non andava bene. Mi sembrava strano dato che non volevo ripetere all’italiano, e quindi ho usato gli.

Mi domando ancora come mai tante persone istruite fanno questi errori. √ą una domanda a cui non mi aspetto una risposta.

 

RISPOSTA:

Per spezzare una lancia a favore delle risposte date da parlanti nativi, va detto che in effetti l‚Äôespressione ¬ęgli sono interessati¬Ľ non √® molto naturale ed √®, anzi, al limite dell‚Äôinaccettabile, ma non a causa del riferimento del pronome a una cosa (infatti, ¬ętutti lo conoscono¬Ľ nel senso di ¬ętutti conoscono l‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ętutti gli danno importanza¬Ľ riferito ¬ęall‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ęle danno importanza¬Ľ riferito ¬ęalla lingua italiana¬Ľ sarebbero perfettamente naturali e corretti), bens√¨ per la costruzione ¬ęessere interessato a qualcosa¬Ľ. L‚Äôespressione √® corretta, ma non tollera bene la pronominalizzazione al dativo (gli/le), dal momento che non rappresenta un vero dativo, bens√¨ una sorta di complemento d‚Äôagente (¬ęsono interessato da qualcosa¬Ľ come passivo di ¬ęqualcosa mi interessa¬Ľ). Infatti, sarebbe problematico anche ¬ęgli sono interessato¬Ľ nel senso di ¬ęsono interessato a Mario¬Ľ (a differenza di ¬ęgli sono affezionato¬Ľ, che va benissimo sempre, per persone e cose). Si tratterebbe dunque, col pronome, di cambiare costrutto; per esempio: ¬ęnon me ne interesso¬Ľ, ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, o ¬ęnon mi interessa¬Ľ. ¬ęSei interessato a Mario/all‚Äôitaliano?¬Ľ ¬ęNo, non mi interessa¬Ľ oppure ¬ęNon, non me ne interesso¬Ľ, o ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, ma non ¬ęnon gli sono interessato¬Ľ.

Come ben sa, l’italiano è pieno di sfumature, sia nella sintassi sia nella semantica. E Lei ha messo il dito nella piaga proprio su una di queste, legata al complesso verbo interessare/interessarsi.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Si dice che i pronomi personali rispondano alla domanda A CHI? Il pronome personale indiretto me = a me, ti = a te, gli = a lui, le = a lei, ci = a noi, vi = a voi e loro = a loro (anche gli).

Ho letto un pezzo nel Corriere della Sera qualche anno fa in cui un pronome personale indiretto era usato per far riferimento a una cosa inanimata, non a una persona.¬†Ho pensato a un altro esempio in cui il pronome personale indiretto dovrebbe essere accettabile per far riferimento a una cosa: “Hai lasciato l‚Äôassegno alla banca?” “S√¨, le ho lasciato l‚Äôassegno”, o “S√¨, gliel‚Äôho lasciato”.¬† Le = alla banca.

Se il mio esempio con la banca √® corretto, potrebbe spiegarmi come mai viene accettato? √ą perch√© in quel esempio, le vuol dire ‘alla commessa’ o ha a che fare con il verbo?¬† Potrebbe fornirmi altri esempi in cui un pronome personale indiretto pu√≤ far riferimento a una cosa invece di una persona? Immagino che sia una cosa molto particolare.

 

RISPOSTA:

Nessun uso irregolare, n√© particolare. Oggi gli e le (come anche lo, la) possono essere senza timore riferiti a cose, anche nell‚Äôuso scritto, nonostante le obiezioni di qualche grammatico attardato. La domanda cui rispondono non √® dunque ¬ęa chi?¬Ľ bens√¨ ¬ęa chi, a che cosa?¬Ľ. Gi√† negli anni Ottanta Serianni osservava, nella sua Grammatica, l‚Äôassoluta normalit√† di frasi come ¬ęQuest‚Äôorologio non funziona: che cosa gli hai fatto?¬Ľ. L‚Äôalternativa con esso √® del tutto innaturale, e dunque da evitare: ¬ęche cosa hai fatto a esso?¬Ľ. L‚Äôunica alternativa possibile, se non piacciono gli/le riferiti a cose (che per√≤, come ripeto, sono assolutamente corretti e normali) √® ripetere il nome: ¬ęL‚Äôorologio non funziona. Che cosa hai fatto all‚Äôorologio?¬Ľ. Gli esempi di le riferiti a cose femminili sono innumerevoli e tutti corretti e normali (non eccezionali): ¬ęquando le dai una verniciata?¬Ľ, riferito a parete; ¬ęle ho dato una spinta per farla ripartire¬Ľ (riferito a automobile) ecc. ecc.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi grammaticale, Pronome
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Non credo che nessuna donna si spingerebbe a tanto.”

Il “non” che precede il verbo “credo” si pu√≤ considerare una negazione pleonastica o espletiva che dir si voglia?

 

RISPOSTA:

La frase proposta √® del tutto legittima, cos√¨ come legittima sarebbe “Credo che nessuna donna si spingerebbe a tanto”, o “Non credo che alcuna donna si spingerebbe a tanto”; il non rappresenta, dunque, una negazione pleonastica ma non scorretta. In questa frase il tutto √® complicato dalla struttura sintattica complessa, per cui c’√® una reggente (credo) e una subordinata (che nessuna donna…), quindi il non nega la reggente. Questo potrebbe generare conflitti tra la prima (non) e la seconda negazione (nessuna). Tuttavia, in italiano, la presenza di un altro elemento negativo, oltre al non, come nessuno, niente, neppure ecc., non √® interpretabile come una doppia negazione. C’√® solo una regola da seguire in questi casi: se l’elemento negativo segue il verbo, il non √® obbligatorio, come nella frase “Non mi ha sentito nessuno”; se l’elemento negativo precede il verbo, il non si omette, come nella frase: “Nessuno mi ha sentito”.
Raphael Merida

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QUESITO:

Leggendo¬†la risposta sui termini¬†croccantino¬†e¬†crocchetta¬†non sono riuscito a trovare la forma che ho sentito diverse volte:¬†crocchini. Esempio: “Ho comperato i crocchini per il gatto”. Pu√≤ considerarsi una forma errata oppure un mutamento linguistico?

 

RISPOSTA:

Il nome¬†crocchino¬†non √® registrato n√© nel¬†Grande dizionario della lingua italiana¬†n√© nei dizionari dell’uso pi√Ļ aggiornati. Se ne trovano sporadiche attestazioni in Internet in siti commerciali specializzati in prodotti per animali domestici e in recensioni a prodotti del genere pubblicate nelle piattaforme commerciali generaliste. A giudicare da questi dati, si pu√≤ affermare che questo nome sia un regionalismo, ovvero un tratto linguistico tipico di alcune regioni italiane, in questo caso quelle del Nord, e assente nelle altre. I regionalismi non sono errori, ma forme nate e diffuse in un’area geografica limitata (una citt√†, una regione, una serie di regioni). Queste forme a volte vengono adottate dalla lingua nazionale, divenendo dialettalismi; √® il caso, per esempio, di molti termini gastronomici, come¬†burrata,¬†mozzarella,¬†crescentina
Dal punto di vista della formazione,¬†crocchino¬†√® certamente il frutto di un mutamento: dubito che sia un derivato deverbale formato da¬†crocc(are)¬†+¬†-ino, perch√© il verbo¬†croccare¬†√® uscito dall’uso, quindi difficilmente pu√≤ produrre parole nuove; potrebbe, invece, essere una variante di¬†crocchetta¬†con la sostituzione del suffisso apparente¬†-etta¬†(crocchetta¬†non √® suffissato, ma √® l’adattamento del francese¬†croquette) con¬†-ino, oppure un accorciamento da¬†crocc(ant)ino.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale delle due versioni è corretta: punto/paragrafo 42 e segg. oppure punti/paragrafi 42 e segg.?

 

RISPOSTA:

In questa frase, il participio presente¬†segg., ovvero¬†seguenti, si comporta sintatticamente come un aggettivo; deve, quindi, accompagnare un nome. La forma pi√Ļ corretta, pertanto, √®¬†punti/paragrafi 42 e segg., in cui¬†punti/paragrafi¬†governa l’accordo sia di¬†42¬†(che, ovviamente, rimane invariato) sia di¬†seguenti. In alternativa, si pu√≤ scrivere¬†punto/paragrafo 42 e punti/paragrafi segg.¬†(che, per√≤, risulta inutilmente ridondante). La costruzione¬†punto/paragrafo 42 e segg.¬†costituisce un errore veniale; si pu√≤ sempre ipotizzare, infatti, che ci sia un nome sottinteso:¬†punto/paragrafo 42 e (punti/paragrafi) segg.¬†In contesti formali, per√≤ (che sono gli unici in cui una formula del genere potrebbe apparire), √® preferibile rispettare le regole rigorosamente ed essere massimamente chiari.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Volevo chiedere se il verbo “sei passato” al quinto verso della mia strofa sia corretto al maschile (accordato a me che scrivo) o debba andare al femminile, accordato a “nuvola” del secondo verso?

Sei fermo, ma ti vedi
come una nuvola rapida
in un cielo che non sa affezionarsi
e che torna all’azzurro con indifferenza
quando sei passato.

 

RISPOSTA:

Il participio passato √® accordato al “tu” sottinteso (tu sei fermo, tu sei passato) e non a chi scrive (cio√® “io”). Se volessimo accordare il participio passato a nuvola, la frase non potrebbe mantenere l’accordo con il “tu”, ma con nuvola, quindi alla terza persona: “quando √® passata“. D’altronde, gi√† nel verso precedente il verbo √® accordato a nuvola in questo modo: “e che torna (la nuvola) all’azzurro”.
Se si scegliesse di accordare a nuvola, i due versi prenderebbero questa forma: “e che torna all’azzurro con indifferenza / quando √® passata”.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “con i piedi lontano/lontani¬†da terra” √® corretto usare l’avverbio o l’aggettivo?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, perch√© lontano in italiano ha i valori di aggettivo e di avverbio. L’aggettivo richiede l’accordo di genere e numero con il nome cui si riferisce (piedi lontani), l’avverbio invece, in questo caso costruito come locuzione preposizionale (lontano da), rimane invariato. La variante con l’aggettivo √® pi√Ļ comune, ma non per questo preferibile alla variante con l’avverbio.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Volevo chiedere quale delle tre versioni è corretta/preferibile o se invece sono tutte e tre ugualmente accettabili:

Questioni relative all‚Äôinterpretazione e all’applicazione del diritto dell‚ÄôUnione,

Questioni relative all’interpretazione e applicazione del diritto dell’Unione,

Questioni relative all’interpretazione ed applicazione del diritto dell’Unione.

 

RISPOSTA:

I tre esempi sono tutti e tre corretti (in quanto contemplati dal sistema grammaticale italiano), ma il primo √® preferibile. Le grammatiche son tutte concordi nell‚Äôammettere la possibilit√† dell‚Äôellissi preposizionale nei casi di pi√Ļ elementi retti dalla medesima preposizione, ma ribadiscono anche che, per chiarezza, talora √® bene ripetere la preposizione. Nel caso specifico, dato che la preposizione √® articolata, sarebbe meglio ripeterla o quanto meno ripetere l‚Äôarticolo: ‚ÄúQuestioni relative all‚Äôinterpretazione e l’applicazione‚ÄĚ.

La -d eufonica va limitata a casi di incontro tra due vocali identiche, dunque, semmai, ‚Äúinterpretazione ed educazione‚ÄĚ, ma ‚Äúinterpretazione e applicazione‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Avrei bisogno di aiuto per sciogliere un dubbio sull’uso di¬†proprio.
I RAGAZZI STUDIANO SPERANDO DI REALIZZARE UN GIORNO I ………… SOGNI.
Nello spazio va inserito proprio o loro?

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†proprio¬†si preferisce a¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto grammaticale della frase. Diviene obbligatorio per riferirsi al soggetto in una frase in cui ci sono pi√Ļ referenti possibili; in quel caso, infatti,¬†loro¬†rimanda sicuramente non al soggetto. Nella sua frase il riferimento non pu√≤ che essere¬†i ragazzi, quindi¬†proprio¬†(in questo caso nella forma¬†propri) √® preferibile, visto che¬†i ragazzi¬†√® il soggetto della frase, ma non obbligatorio; in una frase come “I ragazzi hanno rivelato ai professori che studiano sperando di realizzare i _____________ sogni”, invece,¬†propri¬†√® obbligatorio perch√©¬†loro¬†si riferirebbe ai professori (i loro sogni, cio√®, sono i sogni dei professori).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere, cortesemente, se lasagne è un nome comune o proprio.

 

RISPOSTA:

Lasagna (nei vocabolari questa parola è messa a lemma al singolare) è un nome comune che indica un tipo di pasta tagliata a strisce larghe.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Nome
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QUESITO:

Presa la frase “quanto sempre pi√Ļ ci se ne nutre in grazia”, come verrebbe l’analisi grammaticale? In particolare ci,¬†se e ne¬†sono pronomi? Al posto di quale significato? Credo che si sia passivante di ‘nutre‘, ne indichi “di questo”, ci non so.

 

RISPOSTA:

L’analisi grammaticale della frase, che risulta per√≤ incompleta, √®:
Quanto: congiunzione subordinante
sempre: avverbio di tempo
pi√Ļ_: avverbio di quantit√†
ci: pronome personale
se: pronome riflessivo
ne: pronome personale atono
nutre: voce del verbo nutrirsi, intransitivo pronominale.
in: preposizione semplice
grazia: nome comune, femminile, singolare.

Si, in questo caso rende il verbo riflessivo; ci ha la funzione di soggetto generico, che rende il verbo impersonale (la prima persona plurale ci √® quella che pi√Ļ richiama l’idea di impersonalit√†). Il ne si riferisce a qualcosa riferito precedentemente, immagino; quindi ha il significato di “di questo”.
Per un approfondimento sulla posizione dei pronomi atoni le suggerisco di leggere questa risposta di DICO.
Raphael Merida

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QUESITO:

Ho letto¬†la risposta¬†su come accordare l’aggettivo con la parola¬†notaio¬†nel caso in cui il notaio √® una donna. Tuttavia, non sono sicura come mi devo comportare (facendo una traduzione) nella stessa situazione (il notaio √® una donna) con il pronome: “Il notaio ha informato che ….. Egli / Ella ha altres√¨ comunicato che …. “.

 

RISPOSTA:

Il pronome si comporta come l’aggettivo e il participio passato di un verbo inaccusativo (ovvero il verbo¬†essere¬†e tutti quelli con¬†essere¬†come ausiliare): il nome maschile √® ripreso da un pronome maschile e viceversa per il nome femminile, senza riguardo per il sesso del designato. Quindi “Il notaio √®¬†stato categorico…¬†Egli¬†ci ha convocato…”. Ribadisco, comunque, che designare una donna con il nome¬†notaio¬†√® scorretto tanto quanto designare una donna con il nome¬†infermiere¬†e tanto quanto designare un uomo con il nome¬†notaia¬†o¬†infermiera.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho un dubbio che riguarda gli aggettivi numerali cardinali invariabili ma che si estende anche a tutti gli aggettivi qualificativi.

Se io scrivo: “Le mie tre rose sono fiorite”, posso fare l’analisi grammaticale dell’aggettivo numerale cardinale “tre” come femminile plurale dato che si accorda al nome “rose”?

Genere e numero dell’aggettivo numerale cambierebbero infatti se associati al nome: “I tre palazzi”.

Se io scrivo: ‚Äúla bambina √® gentile” posso analizzare l’aggettivo qualificativo come femminile e singolare anche se accanto ad un nome maschile singolare scrivo comunque “gentile”?

 

RISPOSTA:

Gli aggettivi (di qualunque tipo) non hanno un genere proprio, ma cambiano il genere in base al nome cui si riferiscono. Pertanto tre in tre rose è femminile, mentre è maschile in tre palazzi. Altrettanto gentile: femminile in persona gentile, maschile in modi gentili. Ciò vale dal punto di vista morfosintattico (cioè per quanto riguarda l’analisi grammaticale e la funzione dell’aggettivo). Dal punto di vista meramente formale, tre è un aggettivo invariabile, cioè che non varia (nella forma) tra maschile e femminile. Anche gentile è invariabile nel genere, anche se varia nel numero (gentile, gentili). Dal punto di vista funzionale, invece, come già detto, tutti gli aggettivi assumono il genere e il numero del nome cui si riferiscono.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Guardando un video di una docente di inglese e di comunicazione aziendale mi sono sorti dei dubbi sull’uso del congiuntivo. Riporto tre frasi di cui non capisco la costruzione.
1. Avevo distribuito volantini a tutti i ristoranti che mi capitassero di trovare.
2. Vi do tre consigli per gestire le telefonate di un cliente che parli inglese.
3. Mi è capitato che di fronte alla telefonata di un cliente che parlasse inglese.
Io nel primo e terzo caso avrei usato l’imperfetto, nel secondo il presente. Non ho fatto il liceo, ma un istituto professionale e faccio sempre molta fatica a capire casi come questo, anche studiando la grammatica di riferimento.

 

RISPOSTA:

In effetti i tempi usati dalla docente nelle frasi sono quelli che avrebbe usato lei, che sono anche quelli corretti: l’imperfetto nella prima e nella terza, il presente nella seconda. Per quanto riguarda il modo congiuntivo, si tratta di una scelta meno comune dell’indicativo nelle proposizioni relative, ma non √®, per questo, scorretto. Nelle frasi in questione nelle proposizioni relative si pu√≤ usare sia l’indicativo sia il congiuntivo, senza che il significato cambi: il congiuntivo rende semplicemente la frase pi√Ļ formale, adatta a un registo pi√Ļ elevato. Si potrebbe pensare che il congiuntivo aggiunga una sfumatura di eventualit√† alla proposizione, ma non √® cos√¨: la sfumatura di eventualit√†, se c’√®, √® veicolata dall’intera frase, non dal modo del verbo della subordinata. Si osservi, infatti, che il congiuntivo √® usato sia nella frase 2, in cui si parla di un cliente che potrebbe parlare inglese, sia nella frase 3, in cui si parla di clienti veramente conosciuti, quindi dei quali √® noto se parlassero inglese o no. Anche nella frase 1, del resto, i ristoranti nei quali sono stati distribuiti i volantini sono stati trovati o no: non c’√® niente di ipotetico in questo processo. Sottolineo, a margine, che nella relativa della frase 1 c’√® un errore sintattico indipendente dal modo verbale usato. La terza persona plurale di¬†capitassero¬†dipende dall’idea che il pronome¬†che, riferito ai ristoranti, sia il soggetto della proposizione relativa; ovviamente, per√≤, non √® cos√¨: il verbo¬†capitare¬†√® usato nella forma impersonale, senza soggetto, e¬†che¬†(riferito ai ristoranti) √® il complemento oggetto di¬†trovare. La forma di¬†capitare¬†da usare √®, quindi, la terza persona singolare¬†capitasse¬†(o¬†capitava, se si vuole usare l’indicativo), che √® la forma richiesta quando il verbo √® impersonale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

I prefissi come super-, arci-, iper-, ultra- ecc, si possono, indifferentemente, premettere a tutti gli aggettivi qualificativi di grado positivo, oppure seguono delle regole?

 

RISPOSTA:

Questi prefissi formano il superlativo assoluto dell’aggettivo a cui si uniscono; non possono essere usati, pertanto, con gli aggettivi che non ammettono il grado superlativo, ovvero gli aggettivi di relazione (quelli che instaurano una relazione oggettiva tra il nome che determinano e il nome da cui sono derivati) e quelli di grado positivo dal significato superlativo. Tra i primi figurano aggettivi come¬†mattutino,¬†mensile,¬†architettonico; tra i secondi troviamo aggettivi come¬†stupendo,¬†fantastico,¬†meraviglioso. Va detto che molti aggettivi di relazione hanno significati estensivi che ammettono la gradazione; per esempio¬†civile¬†√® di relazione in¬†codice civile¬†‘relativo alle relazioni sociali’ (impossibile *codice supercivile, come anche¬†codice civilissimo), ma indica una qualit√† graduabile in¬†una persona civile¬†‘che si comporta seguendo le regole’ (possibile¬†una persona supercivile, come anche¬†una persona civilissima). Per altri versi, anche gli aggettivi dal significato superlativo ammettono il grado superlativo quando sono usati con un valore enfatico o ironico (in contesti non formali); in questi casi preferiscono unirsi ai prefissi piuttosto che al suffisso¬†-issimo:¬†supermeraviglioso,¬†iperfantastico¬†ecc. (meno comuni¬†meravigliosissimo,¬†fantasticissimo¬†ecc.).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Potreste correggere le seguenti frasi? 
1) Cancellare alla lavagna o la lavagna.
2) Mettere sul piatto o nel piatto, la mozzarella è sul piatto o nel piatto.
3) Vado a nord o al nord.
4) Vado al sud Italia o a sud Italia.

 

RISPOSTA:

Cancellare alla lavagna¬†e¬†cancellare la lavagna¬†sono alternative ugualmente corrette dal significato diverso: la prima significa ‘cancellare ci√≤ che √® scritto alla lavagna’, la seconda ‘cancellare la superficie della lavagna’. La scelta tra¬†mettere sul piatto¬†e¬†mettere nel piatto¬†√® legata al gusto personale: le due varianti sono praticamente equivalenti.¬†A Nord,¬†a Sud¬†ecc. indicano la direzione del moto, mentre¬†al Nord,¬†al Sud¬†ecc. indicano ‘i luoghi che si trovano al Nord / al Sud’. Pertanto¬†vado a Nord¬†significa ‘mi sposto verso Nord’,¬†vado al Nord¬†significa ‘mi sposto nell’area geografica situata a Nord’. Ne consegue che¬†vado a Sud Italia¬†sia quasi inaccettabile, mentre¬†vado al Sud Italia¬†(o anche¬†vado nell’Italia del Sud) va bene, perch√© il Sud Italia non pu√≤ essere una direzione, ma √® una regione geografica.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale regola bisogna seguire per usare in modo corretto le preposizioni di e da?
1) Vestiti da sposa ma vestiti di scena
2) Errori di o da terza elementare
3) Buono di o da 10 euro

 

RISPOSTA:

Le preposizioni sono parole dal significato vago, per cui possono essere usate in contesti molto diversi, a volte anche apparentemente contraddittori. Pu√≤, inoltre, capitare che due o pi√Ļ preposizioni abbiano usi molto simili tra loro. Nei suoi esempi si vede che¬†da¬†indica prioritariamente una relazione di pertinenza, mentre¬†di¬†indica una relazione di appartenenza (anche figurata): un vestito da sposa, pertanto, √® un vestito che si addice a una sposa, mentre un vestito di scena √® un vestito che appartiene alla scena; un errore da terza elementare √® un errore che si addice a un livello di istruzione corrispondente alla terza elementare, mentre un errore di terza elementare non esiste, perch√© non √® possibile che un errore appartenza a un certo livello di istruzione. Nel terzo esempio la forma preferibile √®¬†da 10 euro, perch√© la relazione tra il buono e il valore economico √® di pertinenza;¬†buono di 10 euro, pur esistente, rappresenta una soluzione meno formale, derivante dalla possibilit√† di considerare la relazione tra il buono e il valore talmente stretta da essere assimilata all’appartenenza.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Oltre 10.000 soldati avanzarono sul fronte”,¬†oltre¬†si pu√≤ considerare complemento di quantit√†? Nella frase “Ti aspetto da meno di due ore”,¬†da meno di¬†√® una locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

In questa frase¬†oltre¬†si comporta come un avverbio che modifica l’aggettivo numerale¬†10.000; in analisi logica, pertanto, si analizza insieme all’aggettivo come attributo (in questo caso attributo del soggetto). Nella seconda frase la divisione in sintagmi non √® corretta:¬†ti aspetto¬†regge il complemento di tempo continuato¬†da meno, formato con l’aggettivo invariabile¬†meno, che ha qui un valore neutro (significa, cio√®, ‘una quantit√† minore’); tale aggettivo mette, quindi, la quantit√† indicata in relazione con un altro riferimento quantitativo, espresso dal complemento di paragone¬†di due ore.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale fra le due seguenti affermazioni è corretta da un punto di vista grammaticale?
Fai il saggio e TRANNE vantaggio.
Fai il saggio e TRAINE vantaggio.

 

RISPOSTA:

La forma verbale corretta √®¬†traine, formata da¬†trai¬†seconda persona singolare dell’imperativo del verbo¬†trarre, e¬†ne, particella pronominale che in questo caso pu√≤ essere parafrasata con ‘da questo comportamento’. La forma¬†tranne¬†(che coincide con la preposizione¬†tranne¬†‘eccetto’) non fa parte della coniugazione di questo verbo; non bisogna, quindi, confondersi con gli imperativi di altri verbi correttamente formati con il raddoppiamento della¬†n¬†di¬†ne:¬†danne¬†(da¬†dare),¬†fanne¬†(da¬†fare),¬†dinne¬†(da¬†dire),¬†vanne¬†(da¬†andare), stanne (da stare).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
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QUESITO:

Il mio quesito √® duplice. Mi farebbe piacere sapere se nella frase “Non feci in tempo a scansarmi che l’uomo in bicicletta mi travolse” ci troviamo di fronte a un caso di¬†che¬†polivalente. Io lo percepisco come tale e mi sentirei di segnalarlo e correggerlo in un tema. Non trovo per√≤ una forma valida con cui sostituirlo senza intervenire su tutta la struttura della frase, ad esempio “L’uomo in bicicletta mi travolse senza che potessi fare in tempo a scansarmi”. Pi√Ļ in generale mi chiedo spesso se i tratti di italiano neo-standard vadano corretti o accettati in ambito scolastico.

 

RISPOSTA:

In frasi come la sua il connettivo¬†che¬†√® usato con una funzione esplicativo-consecutiva, che rientra tra quelle raggruppate sotto l’etichetta di¬†che polivalente. La stessa funzione pu√≤ essere ravvisata in frasi come “Tu esercitati, che prima o poi avrai successo”, o “Vieni che ti spiego tutto”. Quest’uso √® certamente tipico del parlato di formalit√† medio-bassa (come suggerisce il senso stesso delle frasi esempio); la sua accettabilit√† nello scritto di media formalit√†, invece, oscilla in relazione alla sensibilit√† dei parlanti e alla costruzione dell’intera frase. Nella sua frase, per esempio, l’uso ha un’accettabilit√† pi√Ļ alta che negli esempi fatti da me, perch√©¬†non fare in tempo che¬†√® un costrutto quasi cristallizzato (un costrutto pienamente cristallizzato di questo tipo √®¬†fare in modo che). Per la verit√†, un’alternativa del tutto standard (e per questo meno espressiva) alla costruzione che non richieda lo stravolgimento della frase esiste: “Non feci in tempo a scansarmi: l’uomo in bicicletta mi travolse”. La variante sintattica, si noti, rivela che il¬†che¬†polivalente √® spesso un “riempitivo” coesivo per un collegamento logico che altrimenti rimarrebbe implicito; anche nei miei esempi, infatti, il¬†che¬†si pu√≤ semplicemente eliminare (con l’effetto secondario di elevare il registro).
Anche per altri tratti del neostandard l’accettabilit√† dipende oltre che, ovviamente, dal contesto, dalla sensibilit√† dei parlanti e dalla costruzione dell’intera frase. Per esempio, una dislocazione a sinistra come “Questo argomento lo tratteremo la prossima volta” √® pi√Ļ accettabile di “Di questo argomento ne parleremo la prossima volta”, perch√© anche se in entrambe le frasi la tematizzazione del costituente rafforza il collegamento con la frase precedente, nella seconda la ripresa pronominale non √® necessaria.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso della parola¬†sino¬†per determinare l’esatta conclusione di una azione in un determinato tempo. Provo a chiarire la mia richiesta attraverso un esempio. Dire che “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2”, significa che il 2 l’azienda √® aperta, o che l’azienda √® chiusa?

 

RISPOSTA:

Il problema non dipende dalla locuzione preposizionale¬†sino a, ma √® concettuale (infatti permane anche se eliminiamo¬†sino): quando il termine di un periodo di tempo non √® momentaneo, ma ha una certa durata (come una giornata), il periodo potrebbe finire in coincidenza con l’inizio del termine o con la fine dello stesso.
Questo problema √® alla base delle gag comiche classiche in cui due personaggi non riescono a mettersi d’accordo se il conto alla rovescia finisca in coincidenza con la parola¬†uno¬†o dopo che questa √® stata pronunciata. Nel suo caso, in teoria il periodo di chiusura potrebbe finire all’inizio del giorno 2, quindi il giorno 2 sarebbe escluso dalla chiusura, o alla fine dello stesso giorno, che quindi sarebbe incluso. Questo in teoria, perch√© in pratica l’indicazione del giorno implica che questo faccia parte del periodo; se, infatti, il giorno 2 fosse escluso il periodo finirebbe il giorno 1 e sarebbe antieconomico, quindi fuorviante, nominare il giorno 2 per riferirsi al giorno 1. Anche nel conto alla rovescia, del resto, dopo¬†uno¬†si dice spesso¬†via¬†o qualcosa di simile, a conferma che il conto include¬†uno. Ancora, per fare un altro esempio, una frase come “Hai tempo fino al 2 per ridarmi i soldi” significa che i soldi devono essere restituiti al massimo alla fine del giorno 2, quindi il giorno 2 fa parte del periodo indicato.
In ogni caso, per evitare qualsiasi incertezza, anche teorica, √® possibile aggiungere la dicitura¬†incluso¬†o¬†compreso¬†al termine finale del periodo: “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2 incluso” (oppure¬†sino al giorno 1 incluso¬†se il 2 √® escluso). Tale dicitura √® tipica del linguaggio burocratico ed √® spesso usata insieme alla preposizione¬†entro:¬†entro il giorno 2 incluso / compreso. Esiste anche la possibilit√† di aggiungere¬†escluso, che, per√≤, √® paradossale e difficilmente giustificabile: come detto sopra, se un termine √® escluso dovrebbe essere semplicemente non nominato.¬†Incluso¬†pu√≤ essere anche sostituito da¬†e non oltre, creando l’espressione bandiera del burocratese¬†entro e non oltre. Questa alternativa √® meno trasparente, quindi non preferibile, ma √® tanto apprezzata perch√© conferisce al testo una (malintesa) patina di ufficialit√†.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le frasi seguenti sono esempi di ridondanza, oppure rappresentano dei rafforzativi legittimi?
“√ą un libro che ho (gi√†) letto due volte”.
“Lui ha reagito con un ‘ciao’ e lei ha reagito (a sua volta) con un sorriso tirato via”.
Ho fatto riferimento al fenomeno della ridondanza perché mi pare che le due costruzioni funzionino anche senza le parti inserite tra parentesi. Se la mia osservazione è corretta, vi domando se sia consigliato mantenere o rimuovere tali parti.

 

RISPOSTA:

L’avverbio¬†gi√†¬†e la locuzione avverbiale¬†a sua volta¬†sono ridondanti solo apparentemente, mentre a un’analisi pi√Ļ attenta contribuiscono a costituire il significato delle frasi in cui sono inseriti.
Nella prima frase,¬†gi√†¬†punta l’attenzione sul fatto che la doppia lettura √® avvenuta in un periodo che si √® concluso; la frase senza¬†gi√†, invece, sottolinea che la lettura si √® ripetuta. Questa differenza potrebbe essere appena percepibile o, al contrario, molto rilevante a seconda del contesto in cui la frase √® inserita. Se, per esempio, il parlante avesse appena ricevuto il libro in questione in regalo, la frase con¬†gi√†¬†implicherebbe che tale regalo lo ha deluso (perch√© ha gi√† letto quel libro due volte); quella senza¬†gi√†, invece, implicherebbe piuttosto che il regalo lo ha sorpreso (perch√© conosce benissimo quel libro, e lo apprezza molto, tanto da averlo letto due volte).
Nella seconda frase,¬†a sua volta¬†√® ancora pi√Ļ necessario: se lo eliminiamo viene meno l’esplicitazione della reciprocit√† del saluto e il lettore non pu√≤, quindi, stabilire se i due personaggi si stiano salutando a vicenda o stiano entrambi salutando un terzo personaggio.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei porvi una domanda in merito (a mio parere) alla scarsa chiarezza riscontrabile nei testi di grammatica, in merito al rapporto fra la forma riflessiva e la forma passiva.
Nella forma riflessiva apparente (ad es., “Paolo si lava le mani”), il verbo sembra essere transitivo. Allora essendo transitivo dovrebbe essere possibile trasformare la frase riflessiva in passiva. Ad es., “Le mani di Paolo sono lavate da s√© stesso”.
Ora, a prescindere dalla correttezza o meno dell‚Äôesempio, mi aspetterei che le grammatiche ne parlino. Oppure, se contraddice la regola, in quanto il verbo¬†lavarsi¬†non sarebbe transitivo, gli autori dei testi scolastici potrebbero spendere qualche parola in pi√Ļ e dire esplicitamente che la forma passiva non √® possibile ottenerla dalle frasi riflessive. Punto.
Tenete conto che molto spesso gli allievi (specie quelli non madre lingua italiana, magari impegnati nell’apprendimento dell‚Äôitaliano L2 ) necessitano di regole grammaticali – morfologiche e sintattiche – un po‚Äô pi√Ļ agili, pi√Ļ lineari, meno deduttive.

 

RISPOSTA:

Il problema che lei solleva discende dall’idea che la forma passiva del verbo “si ottenga” da quella attiva. In realt√†, la forma passiva del verbo ha le sue regole di formazione indipendenti dalla forma attiva; essa, inoltre, coinvolge la costruzione dell’intera frase e dipende dall’intento dell’emittente di rappresentare la realt√† in un certo modo (mettendo in primo piano il processo e in secondo piano l’agente). La specularit√† tra la costruzione della frase attiva e passiva con i verbi transitivi √® un fatto secondario, utile in chiave didattica, perch√© consente di instaurare un confronto tra le due, ma non essenziale per comprendere la funzione specifica della costruzione passiva. Anzi, tale confronto rischia di essere fuorviante, proprio perch√© concentra l’attenzione sulla corrispondenza formale tra attivo e passivo e oscura la funzione specifica della costruzione passiva. Venendo al suo caso, √® vero che tra la costruzione attiva e quella passiva dei verbi transitivi pronominali c’√® una corrispondenza imperfetta, perch√© nel passivo viene a mancare l’elemento pronominale che sottolinea il vantaggio che il soggetto trae dal processo o la particolare intensit√† con cui partecipa al processo. Tale imperfezione, per√≤, non annulla la corrispondenza; non c’√® qui, quindi, un’eccezione da rilevare, ma una minima deviazione dalla regolarit√†. Ora, soffermarsi a puntualizzare le innumerevoli deviazioni dalla regolarit√† non √® possibile, n√© utile (si ricordi che la stessa regolarit√† delle costruzioni √® una schematizzazione di comodo): se le grammatiche scolastiche lo facessero diventerebbero indigeribili e abdicherebbero alla loro funzione di inquadramenti sintetici per principianti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le due frasi sono corrette?

1. Non ve n’√® mai fregato della vostra famiglia.

2. Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette, ma hanno significati opposti per via del verbo, che soltanto in apparenza √® uguale. Nel primo esempio, il verbo coinvolto √® fregarsi, un verbo intransitivo pronominale che significa ‘importare’; la frase, quindi, pu√≤ essere interpretata cos√¨: “Non vi √® mai importato della vostra famiglia”. Il pronome atono ne, in questo caso, serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon ve n‘√® mai fregato della vostra famiglia“. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato.
Nel secondo esempio, invece, la frase √® costruita attorno al verbo procomplementare fregarsene (sui verbi procomplementari rimando alle risposte contenute nell’Archivio di DICO). Il suo significato non √® ‘importare’, come per fregarsi, ma ‘mostrare indifferenza, infischiarsene’. La frase, quindi, assume tutto un altro senso: “Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia” equivale a “Non avete mai mostrato indifferenza nei confronti della vostra famiglia”, quindi “Vi siete sempre interessati della vostra famiglia”.
Questo caso, molto interessante, è un tipico esempio la cui risoluzione richiede una particolare attenzione alle particelle pronominali presenti nella frase, che possono modificare o, addirittura, ribaltare il significato di ciò che si vuole scrivere o dire.
Raphael Merida

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’analisi grammaticale di un nome. Nella frase “I gatti si riunirono e decisero quale nome dare alla gabbianella”, il sostantivo¬†nome¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e nomi astratti √® quasi sempre problematica e discutibile. In questo caso, poi, il problema √® particolarmente complicato, perch√© il nome¬†nome¬†non solo √® una parola, ma identifica metalinguisticamente una parola. Come ogni parola, quindi, ha una forma concreta, che viene pronunciata e sentita con l’udito, oltre che scritta e letta. D’altra parte, ha un significato, ovvero rimanda a un’idea mentale, a sua volta corrispondente alla persona nominata. Si pu√≤, quindi, concludere che il nome¬†nome¬†√® insieme concreto e astratto. Soprattutto, per√≤, si pu√≤ concludere che la distinzione stessa tra nomi concreti e astratti √® un esercizio logico un po’ ozioso, quando non arzigogolato, e di scarso effetto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Perché a volte l’articolo si concorda con l’aggettivo (ovvero con la parola che lo segue)? Ad esempio: il tuo amico invece di lo tuo amico, l’ultimo compito da fare invece di il ultimo compito da fare. Si concorda così per evitare la cacofonia?

 

RISPOSTA:

Bisogna distinguere tra l’accordo, che regola la scelta del genere e del numero dell’articolo, e l’armonizzazione della catena fonica, che regola la scelta della forma dell’articolo. L’articolo concorda sempre con il nome; infatti, nei suoi esempi,¬†il¬†e¬†l’¬†sono maschili singolari perch√©¬†amico¬†e¬†compito¬†sono nomi maschili singolari. La forma dell’articolo, poi, cambia a seconda dell’iniziale della parola subito successiva per facilitare la pronuncia dell’intera espressione che contiene l’articolo. L’articolo determinativo maschile singolare, per esempio, ha tre forme:¬†il,¬†lo,¬†l’, ognuna selezionata in base all’iniziale della parola successiva nella frase. Come lei stesso ha notato, del resto, la forma dell’articolo cambia anche se l’articolo √® seguito direttamente dal nome (l’amico, ma¬†il compito); in questo caso, infatti, il nome √® non solo la testa che governa l’accordo, ma anche la parola subito successiva all’articolo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere chiamata¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia. Come devo accordare l‚Äôaggettivo quando mi riferisco a lei? √ą corretto dire ‚ÄúIl mio notaio √® bravissimA / preparatissimA‚ÄĚ o devo usare sempre e solo l‚Äôaggettivo al maschile?

 

RISPOSTA:

L’accordo √® un fenomeno grammaticale; √®, quindi, regolato dal genere, non dal sesso. Questo principio funziona senza sbavature quando i nomi designano oggetti inanimati (“La porta √® rossa” / “Il tavolo √® basso”), e non desta particolari problemi neanche con gli animali (“La giraffa maschio √® altissima”, ma “Il maschio della giraffa √® altissimo”). I dubbi, invece, sorgono nei rari casi in cui un nome che designa una categoria di persone ha un genere che non corrisponde al sesso del designato. L’italiano possiede un piccolo numero di questi nomi (che rientrano nel gruppo dei nomi promiscui, insieme a quelli come giraffa,¬†pavone¬†ecc.), quasi tutti femminili ma riferiti tanto a uomini quanto a donne:¬†la guida,¬†la guardia,¬†la persona¬†e pochi altri. Anche a questi nomi si applica la regola dell’accordo, per cui “Mario √® una guida bravissima / una persona generosa” ecc.
I nomi mobili (come¬†amico¬†/¬†amica) adattano il genere al sesso del designato modificando la desinenza; non hanno, quindi, il problema dell’accordo. In questo gruppo, per√≤, rientrano alcuni nomi di professione e carica pubblica usati al maschile anche quando designano referenti femminili (notaio,¬†architetto,¬†il presidente¬†e tanti altri). Questi nomi non fanno eccezione per l’accordo; Il femminile con nomi maschili va considerato scorretto anche in questi casi: non solo, quindi¬†il notaio¬†sar√† sempre¬†bravissimo¬†e mai¬†bravissima, ma anche la frase iniziale della sua domanda dovr√† essere corretta in “Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere¬†chiamato¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia).
L’uso di un nome mobile maschile per un designato femminile – ricordiamo – √® scorretto: cos√¨ come non si pu√≤ dire “Il mio amico Maria √® una ragazza simpatica”, non si pu√≤ dire “Il mio avvocato / notaio / architetto… Maria Rossi √® una professionista eccellente”. La maggiore tolleranza per il maschile sovraesteso di nomi come¬†notaio¬†√® un fatto puramente culturale e non riguarda le regole della lingua italiana. Bisogna, certo, ammettere che le regole della lingua sono permeate dalla cultura; per questo motivo, per esempio, alcune parole usate comunemente in una certa epoca divengono inappropriate e persino censurate in un’altra (inutile fare degli esempi). Se, per√≤, l’italiano √® stato modellato dalla cultura nel senso della sovraestensione del maschile dei nomi di professione in un’epoca in cui questo era normale e accettato, per lo stesso principio il femminile di questi nomi deve tornare a essere usato in un’epoca in cui il pensiero comune √® cambiato.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio relativo all’analisi grammaticale degli aggettivi possessivi¬†loro¬†e¬†altrui.
Essendo entrambi invariabili vorrei capire se nel momento in cui devo analizzarli √® sufficiente scrivere “aggettivo possessivo invariabile” o se devo anche specificare maschile, femminile, singolare e plurale osservando il nome dell’oggetto posseduto.
Per esempio: “Le formiche portavano delle provviste nel loro formicaio”.
In questa frase devo scrivere: “aggettivo possessivo invariabile” o anche “maschile e singolare” perch√© si riferisce a formicaio, che √® appunto maschile singolare? O lo devo analizzare come femminile plurale perch√© √® riferito a formiche?

 

RISPOSTA:

La questione √® duplice: bisogna capire con quale sintagma concorderebbe¬†loro¬†se fosse variabile e come √® meglio descrivere tale accordo nell’ambito dell’analisi grammaticale. Per il primo punto possiamo servirci di uno stratagemma: osserviamo come si comportano gli aggettivi possessivi variabili in italiano, per esempio nella frase “Abbiamo preso il¬†suo¬†zaino”. Come si vede, la scelta dell’aggettivo √® determinata dalla persona o cosa che detiene il possesso (nella frase lo zaino appartiene a una terza persona, quindi si usa l’aggettivo di terza persona singolare), ma la forma dell’aggettivo dipende dal nome accompagnato (nella frase¬†suo¬†concorda con¬†zaino). Allo stesso modo, nella sua frase¬†loro¬†√® scelto perch√© il possessore √® una terza persona plurale (le formiche), ma se l’aggettivo fosse variabile concorderebbe con¬†formicaio¬†(e lo stesso vale per¬†altrui). Per quanto riguarda la descrizione dell’aggettivo nell’analisi grammaticale,¬†loro¬†deve essere descritto come invariabile; a rigore, infatti, attribuire a¬†loro¬†un genere e un numero √® scorretto, perch√© qualsiasi scelta non corrisponderebbe all’effettiva forma della parola (che, per l’appunto, non ha n√© genere n√© numero).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla corretta analisi del participio passato nella seguente frase: “Luigi √® stato colpito da una tegola MOSSA dal vento”. il participio¬†mossa¬†lo considero come un predicato verbale che introduce un’altra proposizione di cui¬†dal vento¬†√® una causa efficiente?
In altre parole, può un modo indefinito introdurre un predicato verbale? Ho consultato un paio di grammatiche ma ho sempre trovato esempi con modi finiti.

 

RISPOSTA:

Il participio passato e, in generale, una qualsiasi forma indefinita del verbo possono essere analizzati come predicato verbale (sebbene il participio possa fungere anche da sintagma nominale e aggettivale e l’infinito da sintagma nominale). Nel caso specifico,¬†mossa¬†equivale a¬†che era (stata) mossa, quindi √® il predicato verbale di una proposizione relativa implicita, completata dal complemento di causa efficiente¬†dal vento.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In qualche reminiscenza della mia memoria era presente la regola per cui in un elenco si debba mettere solo il primo articolo e i successivi si omettono. Pu√≤ essere che fosse riferito solo al caso in cui l’articolo sia il medesimo per tutti i nomi, non ricordo con esattezza. Perci√≤ √® corretta la seguente frase?
Ha il corpo tozzo, gambe corte e coda lunga.
E questa?
Ha la testa tonda, coda lunga e bocca piccola.

 

RISPOSTA:

L’articolo che accompagna il primo nome di un elenco non dovrebbe valere anche per gli altri nomi dell’elenco, ma ogni nome dovrebbe essere accompagnato dal proprio articolo. Una frase come “Ho comprato il martello, regolo e chiave inglese che mi avevi chiesto” √® chiaramente scorretta; si dice, invece, “Ho comprato il martello, il regolo e la chiave inglese che mi avevi chiesto”. Se tutti i nomi dell’elenco sono dello stesso genere e numero la regola non cambia: ciascuno deve avere il proprio articolo.
Ovviamente, l’articolo va inserito se √® richiesto: nei casi in cui il nome non avrebbe l’articolo fuori dall’elenco esso non lo deve avere neanche nell’elenco. Per esempio, cos√¨ come potrei dire “Ho comprato (dei) chiodi” potrei anche dire “Ho comprato un martello, (dei) chiodi e (dei) ganci”.
I suoi elenchi presentano una specificit√† ancora diversa: sono costruiti in modo da ammettere sia la soluzione con sia quella senza articolo per tutti e tre i membri (anche per il primo):¬†avere¬†(e verbi simili, come¬†presentare,¬†mostrare,¬†essere composto da) seguito da un elemento descrittivo, ma soprattutto da un elenco di elementi descrittivi, √®, infatti, un costrutto quasi cristallizzato con il nome o i nomi senza articolo. Si veda, per esempio, la seguente frase tratta dal sito catalogo.beniculturali.it: “L’oggetto ha¬†bocca piccola¬†con doppio bordo in rilievo,¬†collo lungo, due manici ad ansa”. Si potrebbe argomentare che, stante la possibilit√† di omettere l’articolo per tutti i membri di questo tipo di elenco, si dovrebbe fare la stessa scelta per tutti: o “Ha il corpo tozzo, le gambe corte e la coda lunga” o “Ha corpo tozzo, gambe corte e coda lunga”; per quanto, per√≤, questa soluzione sia ragionevole e per questo preferibile in contesti formali, l’inserimento dell’articolo soltanto per alcuni dei membri dell’elenco non pu√≤ essere considerato una scelta scorretta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nel Credo si dice:¬† ¬ęIl quale fu concepito DI spirito santo nacque da Maria Vergine¬Ľ; sono corrette o sbagliate e perch√©? ¬ęFu concepito Di spirito santo¬Ľ, oppure ¬ędello Spirito santo¬Ľ, ¬ęda spirito santo¬Ľ, o ¬ędallo spirito santo¬Ľ?. Inoltre, ¬ęda Maria Vergine¬Ľ o ¬ędalla Maria Vergine¬Ľ, ¬ędi Maria Vergine¬Ľ o ¬ęDella Maria Vergine¬Ľ? Se invece di ¬ęMaria Vergine¬Ľ si usa ¬ęVergine Maria¬Ľ cambia la preposizione?

 

RISPOSTA:

La preghiera del Credo, nella sua versione ufficiale in italiano, recita: ¬ęPer noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si √® incarnato nel seno della Vergine Maria e si √® fatto uomo¬Ľ. Circolano anche versioni pi√Ļ o meno scorrette di questa preghiera, quali ad esempio: ¬ęfu concepito di Spirito Santo¬Ľ, che √® una cattiva traduzione dal latino ¬ęconceptus est de Spiritu Sancto¬Ľ, in cui de indica in questo caso un complemento di agente (e con moto dall‚Äôaltro verso il basso), traducibile in italiano con la preposizione da e non con la preposizione di. Inoltre, la preposizione in questo caso deve essere articolata: ¬ędallo Spirito santo¬Ľ (e non ¬ęda Spirito santo¬Ľ), in quanto si riferisce a un elemento noto e determinato. Per rispondere alle altre domande, ecco i corretti usi preposizionali in italiano: ¬ęfu concepito dallo spirito santo¬Ľ (tutte le altre forme sono sbagliate); ¬ędalla Vergine Maria¬Ľ e ¬ęda Maria Vergine¬Ľ sono entrambe corrette. In ¬ęMaria Vergine¬Ľ la testa del sintagma √® Maria, che √® un nome proprio e come tale non richiede l‚Äôarticolo, mentre in ¬ęla Vergine Maria¬Ľ l‚Äôarticolo √® necessario in quanto richiesto dal sostantivo vergine. Quindi, analogamente, con le preposizioni: ¬ędella Vergine Maria¬Ľ oppure ¬ędi Maria Vergine¬Ľ (ma non ¬ędi Vergine Maria¬Ľ). L‚Äôordine delle parole non influisce sulla preposizione, ma sull‚Äôarticolo, e dunque sull‚Äôuso della preposizione semplice oppure articolata: di o della, da o dalla ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Una frase come “Nessuna parola, fatto o azione mi hanno ferito” √® corretta? Si pu√≤ concordare l’aggettivo indefinito solo con il nome pi√Ļ vicino?

 

RISPOSTA:

L’accordo tra un aggettivo preposto e un soggetto composto di nomi di genere diverso √® problematico, perch√© il nome pi√Ļ vicino all’aggettivo attrae la concordanza. Se, ad esempio, volessimo definire¬†amatissimi¬†il figlio e la figlia di qualcuno potremmo dire¬†gli amatissimi figlio e figlia¬†(con l’aggettivo al plurale maschile “onnicomprensivo”) o¬†l’amatissimo figlio e l’amatissima figlia; il rischio, per√≤, sarebbe di formare¬†l’amatissimo figlio e figlia, per via dell’attrazione dell’accordo operata dal nome pi√Ļ vicino all’aggettivo,¬†figlio. nel suo caso l’accordo al plurale non √® possibile, visto che¬†nessuno¬†non ha la forma plurale, quindi non rimane che “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi hanno ferito”. La concordanza di¬†nessuno¬†con il solo primo nome, comunque, non pu√≤ dirsi un errore grave: non pregiudica, infatti, affatto la comprensione della frase (gli aggettivi non ripetuti potrebbero essere considerati semplicemente sottintesi).
Aggiungo che anche il verbo¬†avere¬†pu√≤ andare al singolare (“Nessuna parola, fatto o azione mi ha ferito” o “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi ha ferito”); il singolare, si badi, √® dovuto non all’accordo con il solo primo soggetto, bens√¨ all’accordo con ciascun soggetto uno alla volta, visto che i tre nomi sono presentati come uno in alternativa all’altro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho una domanda riguardante la seguente frase, tratta da The Game di Alessandro Baricco:

L’istinto era quello di fermarli. Il pregiudizio, diffuso, quello che fossero dei distruttori punto e basta.

Nella frase,¬†quello che fossero equivale a (l’istinto) era che fossero (l’uso del congiuntivo imperfetto √® stilistico e non √® semantico). La mia confusione riguarda il fatto che in quello che il che √® un pronome relativo, mentre nella mia versione della frase il che √® una congiunzione. Nella frase originale perch√©¬†che √® un pronome relativo?¬†Non riesco a sostituirlo con il quale. A che cosa si referisce quello? Potrebbe farmi un altro esempio in cui quello che viene usato come nella frase di Baricco?

 

RISPOSTA:

Nella frase originale, quello serve a ripetere il sintagma l’istinto. Questa ripetizione √® possibile (anche se appesantisce la sintassi) e pu√≤ servire a far risaltare il sintagma ripreso. Essa, per√≤, non √® necessaria e non cambia la natura della proposizione introdotta da che; il che, infatti,¬†non si riferisce a¬†quello (infatti non pu√≤ essere sostituito da¬†il quale), ma √® una congiunzione, proprio come nella versione modificata. La proposizione introdotta da¬†che √® una completiva: nella variante con quello √® una dichiarativa; nella variante senza quello viene considerata soggettiva, anche se sostituisce una parte nominale (per un approfondimento si veda questa risposta). Frasi come quella da lei citata potrebbero essere “La paura era quella di non riuscire a vincere”; “La paura era quella che la mia squadra non avrebbe vinto”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho sempre detto, e credo anche scritto sprono, inteso come sostantivo, sinonimo di stimolo. Poi, di recente, un amico mi ha detto che non ha mai sentito sprono ma solo sprone. Ho cercato un po’ dappertutto. In effetti pare che si dica solo sprone. Eppure questa “mia” variante pensavo fosse corretta. Posso credere che sia solo un po’ desueta?¬†

 

RISPOSTA:

No, il sostantivo sprone √® una variante della parola sperone con la quale condivide il significato di ‘arnese per stimolare i fianchi della cavalcatura’; da questo significato, successivamente, sprone ha sviluppato quello figurato di ‘incitamento, stimolo’ (“Il suo √® esempio √® di sprone per tutti noi”). Morfologicamente, quindi, la parola corretta √® sprone e non sprono.

Quest’ultima non √® attestata, se non anticamente e in sporadici casi, stando al Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia. La confusione fra sprone e sprono √® facilmente intuibile per due ragioni: per la particolarit√† dei nomi di III classe, cio√® nomi maschili che terminano in –e al singolare e in –i al plurale (sprone/sproni; occasione/occasioni ecc.); per la possibile attrazione della prima persona singolare del verbo spronare, cio√® sprono.
Raphael Merida

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QUESITO:

Vi sottopongo questa frase: “Lei non volle andare in camera da letto. Restammo l√¨, su quelle vecchie poltrone, e pensai che eravamo i primi a farci l’amore”. Ovviamente¬†a farci l’amore significa: ‘a fare l’amore SU quelle poltrone’. Ora vi chiedo: pu√≤ il pronome ci sostutuire su¬†(sulle poltrone)? Inoltre,¬†la frase risulta subito comprensibile e scorrevole?

 

RISPOSTA:

La frase √® scorrevole e comprensibile. I pronomi non hanno un significato preciso, ma prendono il significato del sintagma che di volta in volta riprendono, o a cui rimandano, adattandolo alla sintassi della frase in cui si trovano. Cos√¨, nella sua frase¬†ci¬†significa ‘su quelle poltrone’, in una frase come “Amo Roma e ci vado ogni volta che posso” il pronome¬†ci¬†significa ‘a Roma’, in una frase come “Se scavi sotto l’albero ci troverai una scatola” lo stesso pronome significa ‘sotto l’albero’ e cos√¨ via.
Quasi tutte le grammatiche sostengono che¬†ci,¬†vi¬†e¬†ne¬†abbiano la natura di avverbi, non di pronomi, quando rappresentano indicazioni di luogo, come nella sua frase, dal momento che equivalgono a¬†qui,¬†l√¨, da qui, da l√¨. Come si vede dagli esempi per ci (ma questo vale anche per gli altri), per√≤, essi mantengono sempre la funzione di riprendere un sintagma introdotto altrove nella frase o nel testo, o ricavabile dal contesto (per esempio, davanti alla brochure di un viaggio organizzato un interlocutore potrebbe chiedere a un altro: “Ci andiamo?”): possiamo, quindi, considerarli pronomi anche in questo caso.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Noi non li assomigliamo o li assomigliamo troppo poco” √® corretto l’uso di¬†li¬†per¬†loro?

 

RISPOSTA:

No: il verbo¬†assomigliare¬†regge un sintagma introdotto da¬†a¬†(assomiglio a mio padre), mentre il pronome¬†li¬†pu√≤ fungere soltanto da complemento oggetto, non da complemento indiretto. Pertanto √® corretto¬†li chiamiamo¬†(ovvero¬†chiamiamo loro), mentre con il verbo¬†assomigliare¬†si possono usare¬†gli¬†oppure¬†a loro¬†(quindi¬†gli assomigliamo¬†o¬†assomigliamo a loro). In teoria √® possibile anche¬†loro¬†(assomigliamo loro), visto che¬†loro¬†pu√≤ sostituire¬†a loro, ma tale sostituzione √® pi√Ļ comune quando il pronome ha una chiara funzione di complemento di termine (per esempio¬†do loro un regalo); in questo caso, invece, in cui il sintagma √® piuttosto un complemento oggetto obliquo (sul quale si veda¬†questa risposta), √® preferibile a loro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’Italiano parlato, verbi che normalmente non avrebbero bisogno di particelle pronominali tendono ad assumerle quando si vuole esprimere un’emozione, di solito positiva, legata all’azione, tipicamente di soddisfazione.
Mangio un panino -> Mi mangio un panino
Bevi un tè! -> Beviti un tè!
In questo caso il pronome indica un complemento di vantaggio (Io mangio un panino per me, bevi un tè per te) oppure un altro complemento?

 

RISPOSTA:

I verbi formati con la particella pronominale a cui lei si riferisce rientrano nella categoria dei transitivi pronominali (anche detti¬†riflessivi apparenti). In essi la particella pronominale ha la funzione di indicare a volte che l’azione √® svolta per il soggetto (mi lavo le mani¬†= ‘lavo le mani a me’) oppure, come nei casi da lei portati, di indicare che l’azione √® svolta con particolare partecipazione emotiva da parte del soggetto. Volendo far rientrare queste funzioni nella classificazione dell’analisi logica, nei verbi come¬†lavarsi¬†+ complemento oggetto la particella √® pi√Ļ facilmente interpretabile come complemento di termine; in quelli come¬†mangiarsi¬†come complemento di vantaggio (come da lei suggerito). Va, per√≤, rilevato che non √® affatto necessario fare questa operazione di classificazione, che non aggiunge niente alla comprensione della frase e risulta un po’ logicistica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “√ą stato il sindaco a raccontare la storia pi√Ļ divertente della serata”, il nome¬†storia¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e astratti √® una ossessione della grammatica italiana non pienamente giustificata. I concetti di¬†concreto¬†e¬†astratto, infatti, sono di per s√© sfuggenti, ma soprattutto non riguardano la lingua, bens√¨ la realt√†; in altre parole, a essere concreto o astratto non √® il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altro nome), bens√¨ il referente del nome stesso, la “cosa” che viene designata con il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altra “cosa” designata da altro nome). Fatta questa premessa, comunque, nell’ottica usata dalle grammatiche scolastiche,¬†storia¬†√® in questo caso un nome concreto, perch√© designa un racconto specifico che √® stato pronunciato da un parlante e udito da un pubblico.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggendo in rete questa frase: ‚ÄúMichelangelo disegnava la lista della spesa siccome la sua domestica era analfabeta‚ÄĚ, mi sono imbattuto in un commento che criticava l‚Äôuso della congiunzione causale (siccome¬†pu√≤ essere usato soltanto a inizio frase). Dal momento che mi sembra una vera e propria regola fantasma, approfitto del portale per chiedere se ci√≤ sia vero o meno.

 

RISPOSTA:

Possiamo definirla una regola fantasma per due ragioni: 1. non c’√® una vera e propria restrizione dell’uso di¬†siccome¬†in tutte le posizioni, per quanto questa congiunzione in contesti formali preferisca una certa posizione; 2. la posizione preferita della congiunzione non √® a inizio frase, cio√® prima della principale, ma prima della reggente, anche quando quest’ultima segue la principale (si pensi a una frase come “Sono stanco di sentire che siccome sono basso non posso giocare a pallacanestro”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

A volte ho difficolt√† nel riconoscere se¬†uno¬†e¬†una¬†sono articoli indeterminativi o aggettivi. Per esempio nella frase: “Sono andato a Pisa per una visita”, in analisi logica¬†per una visita = complemento di fine pi√Ļ attributo, oppure una √® semplicemente articolo?

 

RISPOSTA:

In italiano √® possibile distinguere l’articolo indeterminativo dall’aggettivo numerale soltanto considerando il contesto della frase. Diversa la situazione di altre lingue, nelle quali le due parole hanno forme diverse; per esempio l’inglese, in cui un’espressione come¬†a ticket for an hour¬†suona molto bizzarra, perch√© significa ‘un biglietto per un’ora qualsiasi’, mentre del tutto normale √®¬†a ticket for one hour, cio√® ‘un biglietto per un’ora, valido per un’ora’.
Un modo molto pratico per accertarsi se¬†uno¬†sia da considerarsi articolo o numerale √® provare a parafrasarlo con¬†uno indeterminato¬†e con¬†uno solo. Se la parafrasi pi√Ļ calzante √® la prima saremo davanti a un articolo, se √® la seconda avremo un numerale. Nella sua frase¬†una visita¬†√® da intendersi probabilmente come ‘una visita indeterminata’, non come ‘una sola visita’, quindi¬†una¬†√® articolo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere di che tipo sono gli avverbi come “fortunatamente, sfortunatamente, purtroppo”, sui quali non c’√® molta chiarezza sui manuali di studio.

 

RISPOSTA:

Sono avverbi di giudizio che esprimono un punto di vista personale.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Avverbio
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QUESITO:

Ho un dubbio reltivo alla seguente frase esterapolata dagli atti di un processo:
“i coniugi dichiarano di avere provveduto alla divisione dei beni mobili e di ogni altro oggetto di valore al di fuori di questa convenzione e di non avere null‚Äôaltro a pretendere una dall’altra”.
Qual √® la forma corretta:¬†una dall’altra,¬†uno dall’altro¬†oppure¬†uno dall’altra?

 

RISPOSTA:

I pronomi¬†uno¬†e¬†altro¬†hanno quattro forme (diversamente, per esempio, da¬†che, che ne ha una sola), quindi concordano con la parola a cui si riferiscono. Quando i due pronomi sono usati nell’espressione reciproca¬†l’un l’altro¬†o in varianti della stessa, pu√≤ capitare che la concordanza influenzi soltanto il genere, non il numero. Questo avviene quando la parola a cui entrambi i pronomi si riferiscono √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare. L’esempio della frase da lei proposta √® proprio il caso in cui la parola a cui i pronomi si riferiscono,¬†coniugi, √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare, ovvero ciascuno dei due coniugi. Da questo consegue che la forma grammaticalmente ineccepibile sia, nel suo caso,¬†l’uno dall’altro¬†(ovvero ‘un coniuge dall’altro coniuge’). Comunemente, se i due referenti dei due pronomi sono uno maschile, l’altro femminile, √® possibile anche costruire un accordo “logico”, cio√® non con la parola, ma con i referenti. In questo modo, se i coniugi in questione sono un uomo e una donna la forma sar√†¬†uno dall’altra¬†(ovvero ‘il marito dalla moglie’) o, viceversa,¬†una dall’altro. Un testo come una sentenza o simili, comunque, richiede il maggior rigore grammaticale possibile; in un simile testo, pertanto, √® preferibile usare la forma che concorda con¬†coniugi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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‚ÄúHai scelto il brano peggiore tra i tanti possibili”.
Vorrei sapere se l’aggettivo¬†possibili¬†nella suddetta costruzione √® corretto.

S√¨, la costruzione √® corretta: l’aggettivo¬†possibile¬†√® comunemente usato in contesti simili senza un significato preciso, ma con la funzione di rafforzare proprio l’aggettivo o il pronome (ogni possibile candidato,¬†tutti i libri possibili…).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto l‚Äôuso di¬†conosciuto¬†come sinonimo di¬†noto?

 

RISPOSTA:

S√¨,¬†conosciuto¬†e¬†noto¬†sono sinonimi. Come tutti i sinonimi, comunque, non sono intercambiabili sempre: ovviamente¬†conosciuto¬†non pu√≤ essere sostituito da¬†noto¬†quando √® usato come participio passato, non come aggettivo (“L’ho conosciuto in un bar”); a sua volta¬†noto¬†√® preferito a¬†conosciuto¬†quando si riferisce a qualcosa che deriva la qualit√† dall’essere stata trattato o discusso in precedenza: “L’argomento √® noto a tutti; non serve tornarci su”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio che riguarda le proposizioni correlative costruite con non solo… ma anche, come nel periodo seguente:
‚ÄúSi occuper√† non solo della gestione, ma anche della programmazione‚ÄĚ.
Ma se io scrivessi:
‚ÄúMarco si occuper√† non solo della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli (anche) la programmazione‚ÄĚ, per la correttezza del periodo √® necessario che ci sia¬†anche?
Inoltre, avendo un rapporto di interdipendenza, sono considerate entrambe proposizioni coordinate correlative? E la principale?

 

RISPOSTA:

Anche¬†pu√≤ essere omesso sempre, non solo nel suo caso; i parlanti, per√≤, preferiscono inserirlo perch√© chiarisce il rapporto di correlazione con¬†non solo, che il solo¬†ma¬†lascia in parte sospeso (aumentando l’ambiguit√† della frase). Nella seconda frase, in ogni caso, il problema √® un altro: i due termini in correlazione non sono¬†la gestione¬†e¬†la programmazione, bens√¨ i comportamenti di Marco e Andrea; la frase risulta, pertanto, pi√Ļ chiara se entrambe le locuzioni correlative vengono inserite prima dei due nomi (‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† anche lasciargli la programmazione‚ÄĚ). Si noti che¬†anche¬†non pu√≤ essere inserito prima di¬†Andrea, perch√© questo avverbio (che molti considerano una congiunzione) ha una portata ristretta: si riferisce al costituente immediatamente adiacente, quindi¬†anche Andrea¬†significherebbe ‘Andrea oltre a qualcun altro’. La posizione obbligata di¬†anche, per√≤, non √® un problema, perch√© la correlazione tra¬†Non solo Marco si occuper√†¬†e¬†ma Andrea dovr√† anche lasciargli¬†(ovvero ‘dovr√†¬†in pi√Ļ¬†lasciargli la programmazione’) funziona perfettamente. La frase sarebbe ben formata anche cos√¨: ‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli anche la programmazione‚ÄĚ; in questo caso si metterebbe in evidenza che Andrea dovr√† lasciare a Marco la programmazione¬†oltre alla gestione.
Dal punto di vista dell’analisi del periodo, la proposizione che contiene¬†ma anche¬†√® coordinata all’altra, che possiamo considerare reggente, in cui appare l’altra parte della correlazione (non solo). La prima parte della correlazione funziona da anticipazione della seconda parte; un po’ come¬†tanto¬†funziona da anticipazione del¬†che¬†che introduce la proposizione consecutiva: “Sono¬†tanto¬†stanco¬†che¬†vado subito a letto”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei capire in quali situazioni è obbligatorio affiancare il congiuntivo imperfetto al condizionale presente, come nel caso di un periodo ipotetico.
Queste due frasi rischiano di essere avvertite come errate per il semplice fatto che si è abituati ad associare il condizionale al congiuntivo imperfetto, e ciò a volte manda in confusione anche me:
“Non potrei stabilire se l‚Äôabbia fatto un bambino o un adulto”.
“Vorrei che venga espulsa” (In questo caso il condizionale √® una forma ingentilita del presente).

 

RISPOSTA:

Nel quadro della consecutio temporum, il condizionale presente richiede gli stessi tempi del congiuntivo richiesti dall’indicativo presente. Per esempio, quindi, immagino che venga = immaginerei che venga (contemporaneità); immagino che venisse / sia venuto / fosse venuto = immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto (anteriorità). A questa regola si sottraggono i verbi di volontà, desiderio, opportunità (come volere, desiderare, pretendere, essere conveniente e simili), che instaurano il rapporto di contemporaneità con il congiuntivo non presente, ma imperfetto (probabilmente perché sono influenzati dal modello del periodo ipotetico del secondo tipo, in cui al condizionale presente corrisponde il congiuntivo imperfetto). A immaginerei che venga, quindi, corrisponde vorrei che venisse. La variante vorrei che venga in astratto è corretta, ma è di fatto giudicata decisamente trascurata. Coerentemente, per l’anteriorità alla costruzione immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto corrisponde il solo vorrei che lui fosse venuto. La variante vorrei che lui venisse per esprimere l’anteriorità è sconsigliata perché sarebbe interpretata come esprimente la contemporaneità.
Per ulteriori informazioni sui tempi del congiuntivo dipendenti da vorrei è possibile consultare questa risposta e questa risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

L‚Äôaggettivo poco concorda in genere e numero con il sostantivo al quale si riferisce. A tal proposito riprendo parte di un testo di una canzone: ‚ÄúUna √® troppo poco, due sono tante‚ÄĚ.

Di conseguenza, come devo comportarmi nelle seguenti espressioni?

  • La differenza √® poco/poca
  • Due settimane √® poco/sono poche

 

RISPOSTA:

Nel testo della canzone troppo poco √® una locuzione avverbiale. In questo caso l‚Äôavverbio poco si unisce all‚Äôavverbio troppo per sottolineare un eccesso di scarsit√†. Negli altri due esempi poco invece √® un aggettivo in funzione predicativa (cio√® si collega al nome tramite il verbo), quindi: ‚ÄúLa differenza √® poca‚ÄĚ e ‚ÄúDue settimane sono poche‚ÄĚ. Nell’alternativa “Due settimane √® poco”, poco √® un pronome indefinito in un‚Äôespressione ellittica in cui √® sottinteso un sostantivo ricavabile dal contesto: ‚ÄúDue settimane √® poco (tempo)‚ÄĚ.

Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Desidero porre una domanda in merito a un tema molto discusso: quale tipo di concordanza usare. Ad esempio:

Mi serve un mucchio di oggetti.
Mi servono un mucchio di oggetti.

La prima frase presenta una concordanza di tipo grammaticale. La seconda frase di una concordanza ‚Äúa senso‚ÄĚ.
Ora sono quasi sicuro che per l’italiano formale si dovrebbe usare la concordanza grammaticale; tuttavia suona meglio a mio avviso la concordanza a senso. La concordanza grammaticale sembra quasi stonare.

 

RISPOSTA:

La concordanza grammaticale in questi casi pu√≤ sembrare ‚Äústonata‚ÄĚ rispetto alla concordanza a senso perch√© si scontra con la rappresentazione logica soggiacente (un mucchio di oggetti¬†=¬†molti oggetti). Tale rappresentazione √® talmente evidente che la concordanza a senso √® percepita come pi√Ļ naturale rispetto a quella rispettosa della regola dell’accordo tra il soggetto e il verbo. Per questo motivo essa √® considerata generalmente accettabile, tranne che in contesti scritti formali.
Per una spiegazione pi√Ļ dettagliata pu√≤ leggere¬†questa risposta¬†gi√† presente in archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale sarebbe la forma corretta?
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Un esempio sono Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Ne sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Esempi sono Milano e Roma‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette. I dubbi legati a questa frase riguardano da una parte la concordanza tra il soggetto e il verbo, dall’altra l’inserimento del pronome anaforico ne. Per quanto riguarda il primo dubbio, la regola richiede che il verbo di una frase concordi con il soggetto, ma nel caso in cui nella frase ci sia un predicato nominale con il nome del predicato rappresentato da un sintagma nominale o da un pronome di una persona diversa dal soggetto, la concordanza del verbo con il soggetto pu√≤ risultare, per quanto in astratto corretta, innaturale. La soluzione spesso adottata, allora, √® concordare il verbo essere¬†con il nome del predicato, come nella prima variante della frase da lei proposta. La stessa cosa succederebbe, per esempio, in una frase come “Il problema siete voi” (non *”Il problema √® voi”). Si noti che questa soluzione pu√≤ essere considerata a tutti gli effetti regolare, visto che il ruolo della parte nominale e quello del soggetto sono intercambiabili (“Un esempio sono Milano e Roma” pu√≤ essere riformulata come “Milano e Roma sono un esempio”). In alternativa, se la frase lo permette si pu√≤ far coincidere il numero del soggetto e quello della parte nominale, come nella terza variante della sua frase.
Per quanto riguarda l’inserimento di ne, √® una scelta possibile ma non necessaria: il pronome riprende come incapsulatore tutta la frase precedente, trasformando la frase in qualche modo in ‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Del fatto che le citt√† presenti nel grafico sono molto popolate¬†sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ. L’accostamento delle due frasi, per√≤, √® sufficiente a permettere al lettore di ricavare facilmente il collegamento logico; la coesione, pertanto, √® garantita anche senza il pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei capire se siano corrette queste sequenze di pronomi:
Io o tu (o te) o Tu o io (o me)?
Io e tu (o te) o Tu e io (o me)?

RISPOSTA:

Io o tu e Tu o io sono in astratto le uniche sequenze corrette quando i due pronomi fungono da soggetto. In realt√† la variante io o te √® ammissibile (sebbene meno formale), e persino preferita dai parlanti, perch√© la forma del pronome oggetto √® sfruttata per segnalare che il secondo soggetto √® focalizzato (io o TE). Pi√Ļ discutibile la variante tu o me, per la quale vale la stessa considerazione fatta per io o te, ma che risulta essere meno favorita dai parlanti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“I rigori sono sempre una sfida di nervi tra chi calcia e il portiere, e stavolta ha vinto lui”. Lui chi? Il portiere o chi calcia?

 

RISPOSTA:
La frase non √® ben composta, proprio perch√© non √® decidibile quale sia l’antecedente di lui. Pu√≤ essere corretta in diversi modi, per esempio sostituendo lui con il primo o il secondo (o anche quest’ultimo), a seconda di chi abbia effettivamente vinto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Si dovrebbe scrivere: “Lei recit√≤ un Ave Maria” con l’apostrofo o senza? L’Ave Maria √® una preghiera e quindi si potrebbe anche scrivere con l’apostrofo, il che significa “Recitare una Ave Maria”. Per√≤ nessuno direbbe: “Recitare una Padre Nostro”.

RISPOSTA:

Visto che Ave Maria (anche nelle grafie avemaria e avemmaria) √® un sostantivo femminile, l‚Äôarticolo da usare sar√† la/una, quindi ‚Äúun‚ÄôAve Maria‚ÄĚ. Anche se si tratta di una preghiera, Padre nostro (anche nella grafia univerbata Padrenostro) √® un sostantivo maschile; quindi, avr√† come articolo il/un: ‚Äúun Padre nostro‚ÄĚ.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Articolo
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QUESITO:

So che bene si usa con un verbo, ma non il verbo essere. Esempio: “Sto bene”, ma “La pizza √® buona”. Vorrei sapere se le seguenti frasi siano corrette:

Non è bene fare questa cosa.
Non è buono fare questa cosa.
Non è un bene fare questa cosa.

 

RISPOSTA:

Bene pu√≤ essere avverbio o nome: quando accompagna stare √® usato come avverbio (sto bene = ‘mi sento in salute, a mio agio’); quando accompagna essere √® usato come nome (√® bene = ‘√® cosa giusta, utile, vantaggiosa’, √® un bene ‘√® una cosa giusta, utile, vantaggiosa’). La variante “Non √® buono fare questa cosa” √® anche possibile (come, per esempio, “Non √® onesto evadere le tasse”), ma √® sfavorita proprio per la concorrenza di¬†bene.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Le due proposizioni introdotte dalla negazione ‚Äún√©‚ÄĚ sono ben collegate al resto del periodo?

1) Ho effettuato due chiamate al vostro numero: non sono riuscita a parlare con un operatore, né sono stata richiamata, come (invece) promesso.

2) Ho effettuato due chiamate al vostro numero senza aver parlato con un operatore, né essere stata richiamata, come (invece) promesso.

Domando, a latere, se l’avverbio ‚Äúinvece‚ÄĚ in questi casi sia consigliato, da evitare perch√© ridondante, oppure sbagliato.

 

RISPOSTA:

Nel primo periodo la congiunzione n√© √® usata del tutto correttamente, nel secondo no. N√© vuol dire e non, quindi ¬ęe non sono stata richiamata¬Ľ ecc. Invece √® del tutto pleonastico in entrambi i periodi, quindi da evitare, anche se non √® errato. Nel secondo periodo, non si pu√≤ sostituire n√© con e non: *¬ęsenza… e non…¬Ľ. Tuttavia, la coordinazione copulativa negativa n√© correlata a senza √® abbastanza diffusa (perch√© senza, sebbene non sia una negazione, esprime un concetto di negazione, cio√® di privazione di qualcosa), nell‚Äôitaliano colloquiale, quindi si pu√≤ anche ammettere, nei registri meno sorvegliati. Ma √® senza dubbio da evitare nello scritto pi√Ļ sorvegliato.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Tante di cose” o “tante di persone”, come dice Lei, sono agrammaticali, ma in caso di ripresa nominale, cio√® col “ne” come ripresa pronominale in aggiunta al “di” partitivo (“Ne vede tante di cose/persone”), sarebbero legittime.

Se non si vuole utilizzare il pronome di ripresa “ne” allora bisognerebbe modificare il nome “cose”:

“Ogni giorno vede tante di queste cose/persone”.

Secondo lei, se cambiassimo ”vede tante di cose/persone” in “Vede tante di cose/persone interessanti” cambierebbe qualcosa o si resterebbe nell’agrammaticalit√†?

 

RISPOSTA:

Secondo me s√¨, sarebbe agrammaticale; accettabile, forse, soltanto in uno stile molto informale. L‚Äôindefinito tanto pu√≤ reggere il partitivo, ma in contesti in cui sia chiara la ripartizione di un sottogruppo: ¬ętanti dei miei amici non sono laureati¬Ľ, oppure: ¬ęvedo qui presenti tante delle persone che ho conosciuto al corso di francese¬Ľ o simili. Invece, nel suo esempio (¬ęvede tante di persone interessanti¬Ľ) non c‚Äô√® questa ripartizione, perch√© ¬ętante persone¬Ľ indica genericamente un numero elevato di persone e non un sottogruppo nell‚Äôambito di un gruppo pi√Ļ ampio o di una totalit√†.

Fabio Rossi

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Non so se esista una regola precisa per quanto riguarda l’uso dell’apostrofo in casi come quello che segue: “Hai visto le due sorelle?” “S√¨, le ho viste ieri”. Si potrebbe anche scrivere con l’apostrofo: “S√¨, l’ho viste ieri”? Sono corrette entrambe le forme?

L’elisione degli articoli e dei pronomi √® da evitare quando questi sono plurali: l’amica, ma non l’amiche; l’ho visto, ma non l’ho visti. Impossibile √® l’elisione di gli, perch√© in una sequenza come gl’alberi il nesso -gl- sarebbe pronunciato come in glabro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Sono molto comuni costruzione col “di” partitivo nelle quali manca un soggetto/oggetto perch√© sottinteso:

  1. a) Ce ne sono (tante) di cose!
  2. b) Ne ha fatte (tante) di cose!

Costruzioni analoghe sono quelle seguite da un modificatore nominale:

  1. c) Direi che (di persone) ce ne sono (tante) che non vanno mai al cinema.
  2. d) Di situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori.
  3. e) Nella vita di cose ne vedrai (tante) di belle e di brutte.

Nella frase “e” il modificatore del sintagma nominale sottinteso (“tante) √® preceduto dalla preposizione “di”, ma a differenza della frase “d”, dove il modificatore nominale √® un vero e proprio sintagma preposizionale, qui abbiamo un aggettivo che fa modificatore nominale, aggettivo che di norma non √® preceduto da nessuna preposizione, tranne in questi specifici casi.

Quello che mi chiedo è:

Se rendessimo esplicito il sintagma nominale “tante”, l’aggettivo richiederebbe lo stesso quel “di” o perlomeno sarebbe facoltativa la scelta di inserirlo o meno?

  1. f) Nella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte. A me non convince proprio quel “di” in quest’ultima frase , anzi lo casserei proprio, poich√© al mio orecchio suona malissimo, ma a rigor di logica forse √® corretto?

 

RISPOSTA:

La ragione della presenza del sintagma preposizionale introdotto da di √® dovuto al fatto che il clitico ne pronominalizza un sintagma preposizionale introdotto da di. Tant‚Äô√® vero che senza ne il di cade: ¬ęci sono tante cose/persone¬Ľ, ¬ęha fatto tante cose¬Ľ, ¬ęci sono tante persone che non vanno al cinema¬Ľ ecc.

In ¬ęDi situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori¬Ľ, ¬ędi tutti i colori¬Ľ √® un‚Äôespressione idiomatica ammissibile soltanto se introdotta da di, tant‚Äô√® vero che il di rimane anche senza ne: ¬ęho vissuto (tante) situazioni (simili) (che erano) di tutti i colori¬Ľ.

In ¬ęNella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte¬Ľ, come giustamente dice lei, il secondo (e il terzo) di √® di troppo (e dunque da evitare), perch√©, per via del clitico ne, serve il sintagma preposizionale ¬ędi cose¬Ľ, mentre belle e brutte sono aggettivi che, come tali, si collegano al nome (cose) senza preposizione. Esattamente come ¬ęvedrai cose belle e brutte¬Ľ. A meno che non siano aggettivi sostantivati (cio√® con cose sottinteso): ¬ęNella vita ne vedrai (tante) di belle e di brutte¬Ľ. Meno bene ¬ęNella vita ne vedrai (tante) belle e brutte¬Ľ. Del resto, l‚Äôespressione idiomatica √® ¬ęvederne delle belle¬Ľ, non certo *¬ęvederne belle¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“√ą arrivato il momento che il proprietario venga a ritirare la macchina”. La frase √® corretta o si dovrebbe scrivere con in cui?
“√ą arrivato il momento in cui il proprietario venga a ritirare la macchina”.
Perché mi suona meglio la prima?

 

RISPOSTA:

Subordinate come quella da lei presentata si collocano a met√† strada tra le relative, le temporali e le soggettive. Se la consideriamo una relativa dobbiamo costuirla con in cui, perch√© un evento succede in un momento; se la consideriamo temporale la costruiremo con quando; se la consideriamo soggettiva useremo la congiunzione che (in questo caso √® il momento che viene assimilato a √® il caso che o simili). I parlanti sfavoriscono decisamente l’opzione temporale e oscillano tra la relativa e la soggettiva, per via della somiglianza tra le due costruzioni (non a caso il che usato in casi come questi rientra nella casistica del cosiddetto che polivalente), preferendo, di solito, la seconda. Quest’ultima √® da considerarsi del tutto regolare e utilizzabile in ogni contesto. A conferma della vicinanza di questa subordinata alle soggettive, se il soggetto della subordinata √® impersonale essa si costruisce con di + infinito, proprio come le soggettive: “√ą arrivato il momento di andare”. Va detto, per√≤, che la costruzione relativa diviene preferibile se il momento non √® all’interno di un costrutto presentativo, per esempio “Nel momento stesso in cui l’ho visto ho provato una forte emozione”. In questo caso la costruzione con che¬†√® percepita come pi√Ļ trascurata.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

1) Lo fai pentire delle sue azioni.

2) Lo fai pentirsi delle sue azioni

3) Lo lasci pentire delle sue azioni.

4) Lo lasci pentirsi delle sue azioni.

Per quanto mi riguarda, penso che con “fare” sia sbagliata l’inserzione del pronome riflessivo “si”, nonostante il verbo sia intransitivo pronominale e lo richiede.

Per quanto riguarda il verbo “lasciare” credo che si possa utilizzare il riflessivo, o almeno l’ho sempre fatto, ma non so se sia necessario al 100%.

Quindi significa che per me sono corrette la prima e la quarta, la terza potrebbe forse essere corretta, infine c’√® la seconda che √® errata.

Non ho i mezzi per stabilirlo, quindi chiedo a lei.

Magari saprebbe dirmi se ci sono delle regole e ragioni grammaticali ben precise in merito, con cui si può stabilire la correttezza o la non correttezza delle quattro frasi?

 

RISPOSTA:

Come si legge nella Grande grammatica italiana di consultazione, di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino, 1991, vol. 2, p. 509, ¬ęI verbi riflessivi appaiono nella costruzione fattitiva senza il clitico riflessivo¬Ľ, pertanto le sole frasi corrette sono la 1 e la 3. In altri termini, quanto il verbo fattitivo o causativo (fare, lasciare) determina lo spostamento del soggetto della subordinata infinitiva, ingloba in s√© anche il clitico riflessivo, che invece deve essere espresso se lo spostamento del soggetto (e l‚Äôinfinitiva) manca, cio√®: ¬ęFai (o lasci) che si penta delle sue azioni¬Ľ. Lo stesso vale per soggetto/oggetto espresso in forma piena: ¬ęFai/lasci pentire (e non pentirsi) Marco delle sue azioni¬Ľ, ma ¬ęfai/lasci che Marco si penta (e non penta) delle sue azioni.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

Vi chiedo un consulto su questo esercizio: “Distingui gli aggettivi pronominali e i pronomi precisandone la funzione sintattica”.

“Te lo ricordo per l’ennesima volta, qui non c’√® niente di utile al tuo obiettivo”.

Te = pron. personale tonico, compl. termine
Lo = pron. personale atono, compl. ogg.
C’√® = questo non capisco cosa sia…
Niente = pron. indefinito, sogg.
Tuo = agg. possessivo, compl. fine.

L’analisi va bene, tranne che per due punti. 1. Il pronome te √® atono, non tonico: non bisogna confondere te tonico (come nella frase “Dico a te”) da te atono, variante formale di ti, come in questa frase, o come in “Dovevi proprio portartelo?”. 2. Tuo √® attributo, non complemento di fine (il complemento √® al tuo obiettivo).
Per quanto riguarda c’√®, si tratta di un’espressione formata da ci¬†+ √®. Ci pu√≤ essere un pronome personale atono di prima persona plurale (in frasi come “Ci fai un favore?”) e un pronome dimostrativo (in frasi come “Non ci pensare”); nell’espressione formata con il verbo essere, invece, equivale a l√¨ oppure qui¬†(a seconda dei contesti), quindi √® considerato generalmente un avverbio di luogo (anche se ci sarebbero ragioni per considerarlo un pronome). Dal punto di vista sintattico pu√≤ essere analizzato come complemento di stato in luogo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

1) Ti darò qualunque/qualsiasi cosa tu voglia o che tu voglia?

2) Si fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire o che potrebbe sentire durante la notte?

3) Chiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno o di cui tu abbia bisogno?

4) Ci sarà sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia o in cui tu lo faccia?

5) Mi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene o in cui si mangia?

Vanno bene sempre bene entrambe le soluzioni?

La mia impressione è che quando la preposizione che si usa nella frase principale è la stessa della relativa, allora il pronome relativo + preposizione si può anche omettere.

Diverso, penso, sia il caso in cui non ci sia questo combaciamento, dove bisogna inserirlo:

6a) Parliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene

6b)Parliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene*

A pensarci¬† bene, neanche nella frase 2 c’√® una corrispondenza tra preposizioni, ma √® anche vero che la relativa non ne ha nessuna.

√ą solo una mia impressione, sbagliata o giusta che sia, o c’√® una spiegazione grammaticale dietro?

 

RISPOSTA:

La sua domanda contiene già la risposta (quasi del tutto) corretta e denota un’eccellente capacità di ragionamento induttivo sulla lingua: cioè, lei ha ricavato la regola sulla base di un’analisi attenta degli esempi. I pronomi relativi doppi (chi, chiunque: alcuni funzionano sia come indefiniti sia come relativi), cioè quelli che sottintendono, o per meglio dire inglobano, l’antecedente (chi/chiunque = la persona/qualunque persona la quale; con gli aggettivi qualunque e qualsiasi l’antecedente va invece espresso: cosa, persona ecc.) e alcuni aggettivi relativi indefiniti (qualunque, qualsiasi) possono omettere la preposizione nella proposizione relativa soltanto a condizione che l’elemento pronominalizzato della relativa sia un complemento diretto oppure un soggetto, con qualche eccezione se le due preposizioni, quella della reggente e quella della relativa, sono uguali. Se dunque il complemento pronominalizzato nella subordinata relativa richiede una preposizione, essa di norma non può essere omessa. Se il pronome è doppio, nel caso di reggenza preposizionale esso va sciolto in due elementi (cioè antecedente + pronome):

– ¬ęvai con chiunque ami¬Ľ ma ¬ęvai con qualunque persona alla quale/a cui vuoi bene¬Ľ e non ¬ęvai con chiunque vuoi bene¬Ľ. √ą possibile l‚Äôomissione della preposizione se √® uguale alla preposizione della reggente: ¬ęvai con chi vuoi stare¬Ľ = ¬ęvai con la persona con quale vuoi stare¬Ľ (la prima frase √® pi√Ļ informale).

Commentiamo di seguito uno a uno tutti i suoi esempi:

1) ¬ęTi dar√≤ qualunque/qualsiasi cosa tu voglia¬Ľ o ¬ęche tu voglia¬Ľ? Il che √® pleonastico, e dunque da eliminare, perch√© qualunque ha gi√† valore di aggettivo relativo/indefinito e dunque non richiede un ulteriore pronome relativo: ¬ęqualunque cosa tu voglia¬Ľ.

2) ¬ęSi fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire¬Ľ o ¬ęche potrebbe sentire durante la notte¬Ľ? Come sopra: il che va eliminato.

3) ¬ęChiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno¬Ľ o ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ? In teoria bisognerebbe dire e scrivere ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ, perch√© ¬ęavere bisogno di qualcosa¬Ľ richiede la preposizione di; tuttavia nell‚Äôitaliano comune √® altrettanto corretta l‚Äôomissione del secondo di, attratto dal primo.

4) ¬ęCi sar√† sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia¬Ľ o ¬ęin cui tu lo faccia¬Ľ? Come sopra: vanno bene entrambi, e anzi il secondo (ancorch√© pi√Ļ corretto grammaticalmente) √® decisamente innaturale.

5) ¬ęMi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene¬Ľ o ¬ęin cui si mangia¬Ľ? La preposizione in √® necessaria: ¬ęin qualunque luogo in cui si mangi¬Ľ, anche se nell‚Äôitaliano comunque √® possibile anche l‚Äôomissione del secondo in, attratto, per cos√¨ dire, dal primo.

6a) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ: giusto, ci vogliono entrambe le preposizioni.

6b) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene¬Ľ: √® errata; la versione corretta √®: ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúLe parole scritte restano‚ÄĚ. In analisi grammaticale qual √® la funzione di ‚Äúscritte‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Aggettivo qualificativo, femminile, plurale. Naturalmente, trattasi di participio passato del verbo scrivere usato, nella frase in questione, con funzione aggettivale. Dato che le parole non funzionano in isolamento, in nessuna lingua, bens√¨ inserite in un contesto (frase), √® bene analizzarle nella funzione (non a caso, lei nella sua domanda utilizza la parola funzione) che svolgono all‚Äôinterno della frase. In questo caso non v‚Äô√® alcun dubbio che la funzione di scritte sia aggettivale (ovvero attributo in analisi logica). Vi sono peraltro dei casi limite: ¬ęLe parole scritte da te restano¬Ľ. In questo caso la presenza del complemento d‚Äôagente lascerebbe propendere per l‚Äôanalisi come verbo, cio√® participio passato. Tuttavia, dato che anche gli aggettivi (e i nomi) possono reggere argomenti (¬ęsensibile ai complimenti¬Ľ, ¬ęutile a/per scopi diversi¬Ľ ecc.), non √® questo un discrimine per stabilire se un participio sia verbale o aggettivale. Ancora una volta, come spesso accade nelle lingue, non si tratta di bianco o nero ma di come si decide di ritagliare la realt√† linguistica: chi opta per valorizzare sempre la natura verbale del participio (che, per inciso, si chiama cos√¨ proprio perch√© partecipa della doppia natura di verbo e di nome, ovvero aggettivo), chi invece (e io mi colloco tra questi ultimi) pensa che si debba valutare caso per caso a seconda del contesto sintattico. Non vi sarebbe alcun dubbio, per esempio, nel considerare verbale il participio della frase seguente: ¬ęScritte, le parole restano¬Ľ, nella quale ¬ęscritte¬Ľ, isolato dal resto della frase, non pu√≤ che assumere la funzione di subordinata (ipotetica implicita: ¬ęse scritte…¬Ľ). Anche nella sua frase si potrebbe sostenere che ¬ęscritte¬Ľ sia una relativa implicita: ¬ęLe parole che sono scritte restano¬Ľ, ma sarebbe una spiegazione antieconomica: perch√© mai scomodare una struttura sottintesa quando la linearit√† della frase √® chiarissima? Come vede, la distinzione tra analisi grammaticale e analisi logica, necessaria in teoria per tener distinti i piani dell‚Äôanalisi linguistica, √® meno netta nella realt√† dei fatti: per stabilire se analizzare ¬ęscritte¬Ľ come aggettivo o come verbo √® prima necessario comprendere la sintassi della frase. In conclusione, ribadisco la mia opinione: ¬ęscritte¬Ľ, nella frase in questione, va analizzato come aggettivo e non come participio passato.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase “Ne ha preparate tre, poi gliele ha spedite per congratularsi del suo successo” quali sono le funzioni sintattiche dei pronomi? Ecco la mia proposta:
Ne = pronome personale atono, compl. specificazione o partitivo
Tre¬†= pronome numerale, complemento di quantit√†? O forse pi√Ļ genericamente compl. specif.
Gliele = pronome personale. Gli: compl. termine. Le: compl. ogg.
Si (congratularsi) = pron. personale, intransitivo pronominale.
Suo = agg. possessivo, compl. specif.

 

RISPOSTA:

Le sue analisi sono sostanzialmente corrette, tranne i seguenti punti:
Tre = complemento oggetto. Il si contenuto nel verbo congratularsi, che √® intransitivo pronominale, non ha una funzione sintattica precisa, ma contribuisce alla costituzione del significato del verbo (forse lei intendeva proprio questo nella sua analisi, ma non √® chiaro). Suo¬†√® l’unica parola tra quelle analizzate che non √® un pronome, ma un aggettivo; dal punto di vista sintattico gli aggettivi non svolgono la funzione di complementi ma sono analizzati come attributi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “porta il latte con te, ma che sia freddo”, il “che” si riferisce a latte?

 

RISPOSTA:

No, il che √® un mero introduttore del congiuntivo desiderativo. Come se fosse: ¬ę[fa‚Äô in modo] che sia freddo¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quale delle seguenti frasi è corretta dal punto di vista grammaticale?
1. La sua destinazione? l’Italia.
2. La sua destinazione? Italia.
Oppure sono corrette entrambe?

 

RISPOSTA:

In italiano i nomi degli Stati richiedono l’articolo determinativo (l’Italia, il Cile, gli Stati Uniti, lo Zambia ecc.). Fanno eccezione Israele, che non vuole l’articolo perch√© √® un nome proprio di persona (infatti la dizione corretta sarebbe lo Stato di Israele), San Marino, per la stessa ragione di Israele, Andorra, che tende a coincidere con una citt√†, e le isole piccole (Cipro, Malta), per la stessa ragione.
La frase 2, comunque, non √® impossibile, ma veicola una sfumatura retorica: in essa Italia suggerisce che nel nome siano comprese implicazioni pi√Ļ ampie di quelle legate allo Stato, che riguardano, per esempio, la vita futura della persona. Possiamo fare un altro esempio con un nome comune, per chiarire il concetto: “- Che cosa desideri? – La pace” / “- Che cosa desideri? – Pace”. Nella seconda risposta il nome pace¬†√® caricato di un valore pi√Ļ pregnante, come se, appunto, il desiderio riguardasse non soltanto la pace, ma anche le conseguenze e le implicazioni della pace stessa.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “Tutto bene, davvero non vi preoccupate per me”, tutto √® pronome, aggettivo o nessuno dei due? Inoltre, ha la funzione sintattica di soggetto?

 

RISPOSTA:

Nella frase tutto equivale a ‘tutte le cose, ogni cosa’, quindi √® un pronome. La frase ‚ÄúTutto bene‚ÄĚ √® analizzabile come frase nominale, cio√® priva di verbo. In una frase senza verbo l‚Äôidentificazione del soggetto √® complicata, visto che quest‚Äôultimo si definisce come il costituente sintattico con cui il verbo concorda. D‚Äôaltro canto, √® facile riconoscere la costruzione verbale soggiacente quella non verbale: ‚ÄúVa tutto bene‚ÄĚ; in questa frase tutto ha proprio la funzione di soggetto.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Volevo sapere la differenza tra : di questa e su questa.

Es: ‚Äúnon mi hanno detto nulla di questa cosa‚ÄĚ;

‚Äúnon mi hanno detto nulla su questa cosa‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

 

Dire di o dire su si equivalgono perch√© sia la preposizione di sia la preposizione su introducono un complemento di argomento. L‚Äôoscillazione tra queste due preposizioni √® da sempre presente in italiano, basti vedere alcuni titoli di opere del passato come ‚ÄúSulle guerre di Fiandra‚ÄĚ o ‚ÄúDei sepolcri‚ÄĚ (in quest‚Äôultimo caso la preposizione di ricalca il complemento di argomento latino, costruito con la preposizione DE + ablativo come ‚ÄúDe bello gallico‚ÄĚ).

Raphael Merida

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QUESITO:

Le proposizioni relative nelle frasi di seguito sono limitative o esplicative? La virgola serve oppure no? In certi casi potrebbe essere utile un ‚Äúrinforzo‚ÄĚ pronominale per il che?
1a) Queste sono le sue parole(,) su cui vorrei soffermarmi.
1b) Queste sono le sue parole, quelle su cui vorrei soffermarmi.
2a) Ho dovuto accettare le sue ragioni(,) che non condivido.
2b) Ho dovuto accettare le sue ragioni, quelle che non condivido.
3a) Ero attratta dal suo ragionamento(,) che mi trasportava nei luoghi in cui amavo perdermi.
3b) Ero attratta dal suo ragionamento, quello che mi trasportava nei luoghi in cui amavo perdermi.

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi proposte sono possibili; in esse le relative sono costruite prima come limitative (che non richiedono la virgola), poi come esplicative, e questo cambiamento influisce sul significato della frase. Nella prima coppia, per esempio, la variante a indica che il soggetto vuole soffermarsi su alcune parole proferite da qualcuno; la variante b prima presenta le parole, poi indica che il soggetto vuole soffermarsi sulle parole presentate. L’inserimento del pronome dimostrativo nelle relative esplicative, possibile ma non necessario, ha l’effetto di separare ancora pi√Ļ nettamente le subordinate dalle reggenti.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale fra queste due affermazioni è corretta dal punto di vista grammaticale?
1) L’ultima sua opera è stato un libro.
2) L’ultima sua opera è stata un libro.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette: il participio passato della copula pu√≤ concordare con il soggetto o con il nome del predicato, se √® un nome di genere diverso dal soggetto, come in questo caso. Si noti che il participio passato dei verbi copulativi preferisce di gran lunga l’accordo con il soggetto (“L’ultima sua opera √® sembrata un capolavoro”; meno comune “… √® sembrato un capolavoro”), mentre il participio passato dei verbi che richiedono il complemento predicativo del soggetto concorda soltanto con il soggetto (“L’ultima sua opera √® stata ritenuta un capolavoro”; non *”… √® stato ritenuto un capolavoro”).
Si noti che se il nome del predicato o il complemento predicativo √® plurale mentre il soggetto √® singolare, il verbo in qualsiasi sua forma preferisce di gran lunga la concordanza con il nome del predicato o il complemento predicativo, non con il soggetto (“Il suo miglior piatto sono / sono state / sembrano / sono sembrate / sono ritenute le lasagne”). Al contrario, nei pochi casi in cui il soggetto √® plurale e il nome del predicato o il complemento predicativo √® singolare, il verbo concorda con il soggetto (“I suoi amici sono la sua famiglia”).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quali sono i tempi e i modi verbali pi√ļ adatti nelle proposizioni comparative? Il modo condizionale √© corretto?
√ą pi√ļ stupido di quanto tu pensi (indicativo o congiuntivo?) / pensassi / abbia pensato / avessi pensato.
√ą stato pi√ļ semplice di quanto tu creda / credessi / abbia creduto / avessi creduto.

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti da lei ipotizzate sono corrette, e le possibilit√† sono ancora di pi√Ļ. Al variare del modo cambia il grado di formalit√† (il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell’indicativo) o si aggiunge una sfumatura semantica (il condizionale presenta l’evento della subordinata come condizionato da un altro evento o come eventuale); al variare del tempo cambia la collocazione dell’evento descritto dalla subordinata sulla linea temporale (e solo secondariamente il rapporto temporale tra questo e l’evento della reggente). Si noti che le possibilit√† prescindono dal tempo della reggente, perch√© i due eventi rappresentati nella reggente e nella subordinata sono reciprocamente autonomi dal punto di vista temporale. Possiamo, dunque, avere in entrambe le frasi:
“… di quanto tu credi / creda” (indicativo e congiuntivo presente), senza differenza di significato, per indicare che il credere¬†avviene nel presente;
“… di quanto tu credevi / credessi” (indicativo e congiuntivo imperfetto), senza differenza di significato, per indicare che il credere avviene nel passato per un certo tempo;
“… di quanto tu hai creduto / abbia creduto” (indicativo passato prossimo e congiuntivo passato), senza differenza di significato, per indicare che il credere avviene nel passato in un momento definito ed √® ancora ben presente nella mente del parlante;
“… di quanto tu credesti” (indicativo passato remoto), per indicare che il credere avviene nel passato in un momento definito lontano dalla percezione del parlante;
“… di quanto tu avevi / avessi creduto” (indicativo e congiuntivo trapassato), senza differenza di significato, per indicare che il credere avviene in un momento del passato precedente a un altro momento (per esempio “√ą pi√Ļ stupido di quanto tu avevi / avessi creduto prima che succedesse quell’incidente”;
“… di quanto tu crederai” (indicativo futuro), per indicare che il credere avviene nel futuro;
“… di quanto tu crederesti” (condizionale presente), per indicare che il credere √® condizionato (per esempio “√ą pi√Ļ stupido di quanto tu crederesti se lo guardassi in faccia”) o semplicemente eventuale, e avviene nel presente;
“… di quanto tu avresti creduto” (condizionale passato), per indicare che il credere √® condizionato o semplicemente eventuale, e avviene nel passato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúUn uomo attraversava i ghiacciai‚Ķ: era equipaggiato, era armato ed era in viaggio verso chiss√† dove‚ÄĚ. Il correttore del testo considera i verbi era equipaggiato ed era armato come forme passive. Avrei qualche perplessit√† in merito.

 

RISPOSTA:

Fa bene: in questo caso equipaggiato e armato sono usati come aggettivi e funzionano da parti nominali dei predicati nominali era equipaggiato e era armato. Pu√≤ trovare maggiori spiegazioni sulla distinzione tra participio passato verbale e nominale in questa risposta dell’archivio di DICO.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Il soggetto della proposizione implicita pu√≤ avere due interpretazioni: impersonale oppure coreferente col soggetto della reggente, e spesso, ma non sempre, c’√® la doppia possibilit√†. Avrei da proporre alcune frasi che secondo possono essere da esempio:

1) Mario era ‚Äätroppo grande per capirlo = doppia interpretazione: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤ / Mario era troppo grande affinch√© si potesse capire Mario”.

2) Mario era ‚Äätroppo grande da capirlo = interpretazione che ha un soggetto coreferente con quello della reggente: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤”.

3) Mario era troppo grande da capire = interpretazione con soggetto impersonale/ generico: “Mario era troppo grande affinch√© soggetto generico potesse capire Mario”.

Le interpretazioni che ho dato alle precedenti frasi sono corrette o c’√® qualcosa da rivedere?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni implicite richiedono identit√† di soggetto con la reggente, tranne casi specifici (come quelle all’infinito rette da verbi di comando e il gerundio e il participio assoluti), che, per√≤, sono a loro volta regolati. Nei suoi esempi l’interpretazione con il soggetto non coreferenziale √® favorita dalla presenza del pronome atono diretto, che l’interlocutore √® tentato di riferire al soggetto della reggente, escludendo di conseguenza quest’ultimo dal ruolo di soggetto della subordinata. Tale interpretazione “logica” √® possibile in contesti parlati informali, ma sarebbe ovviamente sconveniente anche in questi contesti se facesse sorgere ambiguit√†. Nello scritto e anche nel parlato mediamente formale, le varianti con soggetto non coreferenziale vanno costruite con il verbo esplicito, per esempio “Mario era ‚Äätroppo grande perch√© lo si capisse”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

A) Ci sono degli studenti, molti dei quali non si impegnano abbastanza.
B) Ci sono degli studenti, di cui molti non si impegnano abbastanza.

La A ha un complemento partitivo che funge da modificatore del sintagma nominale, come per esempio:
‘Molti di quelli che vedi non si impegnano abbastanza’.
La B invece ha un complemento partitivo che funge da modificatore del sintagma verbale, come per esempio:
‘Di quelli che vedi molti non si impegnano abbastanza’.
√ą un’analisi corretta la mia? Se cos√¨ fosse, non ci sarebbe nessuna differenza d’uso tra A e B?

 

RISPOSTA:

L’unica differenza tra A e B √® la forma del pronome relativo (di cui / dei quali). A prescindere dalla forma, la funzione del relativo √® sempre quella di introdurre una proposizione relativa, che √® un modificatore di un sintagma nominale (in questo caso gli studenti). Per quanto le due varianti del relativo siano funzionalmente identiche, quella analitica, formata dall’articolo determinativo e quale, √® meno comune e pi√Ļ formale di quella sintetica, formata dal solo cui. Va aggiunto che la proposizione relativa richiesta qui √® certamente limitativa, cio√® contenente informazioni che identificano l’antecedente; questo tipo di proposizione relativa non va separato dalla reggente con alcun segno di punteggiatura e preferisce senz’altro la forma sintetica del relativo. Diversamente, la relativa esplicativa, che contiene informazioni aggiuntive sull’antecedente, va separata e pu√≤ essere costruita con entrambe le forme (per esempio: “Quest’anno ho una classe con molti studenti, molti dei quali / di cui molti non si impegnano abbastanza”).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nel mio lavoro di rilevazione degli incidenti stradali, quando si raccoglie la dichiarazione √® prassi scrivere: “proveniente da Via X percorrevo Via Y in direzione di Piazza Z …”. Io per√≤ preferisco cominciare usando il gerundio: “Provenendo da …”. L’inizio con il participio presente in funzione verbale √® da ritenersi errato, tollerato o corretto? Se corretto non √® comunque preferibile il gerundio?

 

RISPOSTA:

Il participio presente con funzione verbale √® raro e solitamente sgradito dai parlanti (anche se non pu√≤ essere definito scorretto). Si usa quasi esclusivamente in ambito burocratico, da cui proviene, non a caso, il suo esempio; anche in questo contesto, per√≤, pu√≤ essere sostituito da altre forme, come il gerundio, nell’ottica di un salutare avvicinamento del burocratese alla lingua comune.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúEra uno dei miei pregi, o almeno credevo che fosse tale.‚ÄĚ

Tale dovrebbe equivalere a un pregio. Dal punto di vista logico, non mi pare che la costruzione presenti grandi difficoltà interpretative; ma, dal punto di vista sintattico, _tale_ si riferisce a un termine che nel testo non compare, se non nella forma plurale (uno dei miei pregi).

Considerando ciò, il periodo è corretto?

 

RISPOSTA:

Il periodo √® corretto. Bisogna precisare intanto che il referente uno dei miei pregi √® singolare (appunto uno), non plurale. Pu√≤, comunque, capitare che un elemento anaforico rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore, ma semmai come una costruzione tipica del parlato; per esempio “Non c’√® neanche uno yogurt in frigo? Ma se ne ho presi sei l’altro giorno!” (ovvero ho preso sei yougurt).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho preparato questo quesito perché, talvolta, ho difficoltà a capire su chi ricada l’azione della subordinata. La regola secondo cui, se non vado errata, è consigliata (tranne alcuni casi) la forma implicita, laddove vi sia identità di soggetto tra la reggente e appunto la subordinata, non so se possa essere applicata agli esempi proposti:

1) Stefano ha chiesto ad Alessia di uscire.

2) Stefano ha detto quella bugia ad Alessia per illuderla di aver ragione.

Riguardo al primo esempio: Stefano ha chiesto ad Alessia che fosse lei ad uscire, oppure Stefano ha chiesto il permesso per uscire ad Alessia?

Riguardo al secondo esempio: la bugia è stata detta ad Alessia per illuderla che Stefano avesse ragione, oppure Stefano, con quella bugia, ha voluto illudere Alessia?

Vorrei infine aggiungere un terzo esempio. Stavolta si tratta di un’interrogativa indiretta; ma l‚Äôincertezza sui rapporti semantici tra le parti permangono:

3) Stefano ha chiesto ad Alessia se poteva/potesse uscire.

Stessa criticit√†: chi ‚Äúpoteva (o potesse) uscire‚ÄĚ tra i due?

 

RISPOSTA:

La regola generale dice che la subordinata completiva implicita presuppone che il soggetto sia lo stesso della reggente; ci sono, per√≤, dei casi in cui questa regola entra in competizione con altre regole, oppure con la logica ingenua del parlante, con l‚Äôeffetto di creare confusione nel parlante stesso. Nella frase 1) il problema √® causato dalla polisemia del verbo chiedere: se lo intendiamo come ‚Äėchiedere il permesso‚Äô allora la subordinata rientra nella regola dell‚Äôidentit√† di soggetto, per cui √® Luca che vuole uscire; se, invece, lo intendiamo come ‚Äėrichiedere‚Äô, la subordinata rientra nella regola della costruzione con i verbi di comando, che prevede l‚Äôidentit√† tra il soggetto della subordinata e l‚Äôoggetto del comando. In questo secondo caso, quindi, √® Alessia che deve uscire. C‚Äô√® anche una terza possibilit√†, attivata dal verbo chiedere in combinazione con uscire, e cio√® che Luca abbia invitato Alessia a un appuntamento romantico. In questo caso la subordinata ha come soggetto loro, che non coincide n√© con Luca n√© con Alessia: la soluzione regolare sarebbe, quindi, ‚ÄúLuca ha chiesto ad Alessia che uscissero‚ÄĚ, che, per√≤, sarebbe interpretata piuttosto come ‚Äė‚Ķ ha richiesto ad Alessia di far uscire altre persone‚Äô. Con questo terzo significato, la costruzione pi√Ļ comune sarebbe ancora ‚ÄúLuca ha chiesto ad Alessia di uscire‚ÄĚ, a rigore non corretta. La disambiguazione tra le tre possibilit√† sar√† garantita dal contesto; la soluzione 3), invece (pure possibile), non aiuta completamente, perch√© l‚Äôinserimento di potere esclude la terza interpretazione, ma lascia aperte le prime due (anche se la seconda sarebbe molto favorita): nel primo caso potere¬†sar√† interpretato propriamente come ‚Äėavere il permesso‚Äô; nel secondo sar√† interpretato come segnale di cortesia, quindi la frase sarebbe la variante indiretta di ‚ÄúAlessia, puoi uscire, per favore?‚ÄĚ.

Per quanto riguarda la frase 2), l‚Äôidentificazione del soggetto di aver ragione √® problematica perch√© l‚Äôoggetto pronominale della proposizione reggente (la) √® sentito come un possibile candidato, anche se a rigore non lo √®: il soggetto di aver √® Stefano, ovvero il soggetto della proposizione reggente; se, invece, si vuole che il soggetto sia Alessia, bisogner√† costruire la subordinata in modo esplicito: ‚Äú‚Ķilluderla che avesse ragione‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

  1. ‚ÄúStiamo parlando di voi stessi, ragazzi miei.‚ÄĚ
  2. ‚ÄúStavo parlando ai ragazzi di loro stessi.‚ÄĚ

In questi due casi, stessi è corretto quale rafforzativo, oppure si tratta di un uso scorretto, in quanto il soggetto della proposizione non coincide con il pronome cui si riferisce l’aggettivo?

 

RISPOSTA:

L’uso è corretto in entrambi i casi; l’aggetto stesso può accompagnare i sintagmi nominali della frase (anche costruiti con un pronome) a prescindere dalla funzione sintattica da questi svolta.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due soluzioni indicate pi√Ļ sotto sono, per motivi di registro, ammissibili.

1) Esserci impegnate / 2) Essersi impegnate.

Cerco di contestualizzare.

Un gruppo di studentesse contesta una valutazione da parte di un’insegnante. Una di esse, a nome del gruppo, si pronuncia in questi termini:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)esserci/essersi impegnate al massimo e (l‚Äô)aver applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo, non √® bastato per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (ho incluso l‚Äôarticolo determinativo tra parentesi perch√© credo che il parlante possa liberamente decidere se esplicitarlo od ometterlo).

Vorrei inoltre domandarvi se, modificando dati elementi della costruzione ed esulando dal caso specifico, si possa ‚Äúspersonalizzare‚ÄĚ il concetto, creando cos√¨ una sorta di ‚Äúcausa-effetto‚ÄĚ generale:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)essersi impegnati [non pi√Ļ femminile plurale, ma maschile] al massimo e (l‚Äô) aver applicato gli insegnamenti ricevuti negli anni, potrebbe non bastare per ottenere una valutazione sufficiente‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

L‚Äôespressione da lei evidenziata si trova all‚Äôinterno di una proposizione subordinata soggettiva retta dall‚Äôoggettiva non √® bastato, che √® impersonale; se la soggettiva condivide lo stesso soggetto della reggente essa deve essere ugualmente impersonale, quindi deve prendere la forma essersi impegnato, con il pronome si¬†e il participio al singolare maschile. Tale soluzione risulta doppiamente controintuitiva, perch√© il soggetto logico √® plurale e di sesso femminile (anche se il costrutto √® grammaticalmente impersonale) e perch√© la proposizione che regge l‚Äôoggettiva √® a sua volta dipendente dalla principale (per giunta collocata subito alla sinistra della soggettiva) costruita con il soggetto noi. Ne deriva un comprensibile rifiuto della forma che sarebbe corretta. Le alternative a questa soluzione sono: 1. la forma essersi impegnate, che a rigore √® scorretta, perch√© √® per met√† impersonale (l‚Äôinfinito essersi) e per met√† personale (il participio concordato con il soggetto logico plurale femminile); 2. la forma esserci impegnate, che √® internamente ben formata, ma sintatticamente scorretta perch√© costruisce la proposizione dipendente da una proposizione impersonale con un soggetto logico personale; 3. la costruzione personale, ma esplicita, della soggettiva: che ci siamo impegnate, corretta da tutti i punti di vista ma resa impossibile dalla coincidenza della presenza di un altro che¬†subito prima (‚ÄúPrendiamo atto che che ci siamo impegnate al massimo‚Ķ‚ÄĚ). Insomma, presupponendo di voler scartare la costruzione impersonale essersi impegnato¬†e l‚Äôalternativa 3, bisogna ammettere che scegliere una delle altre due comporta una scorrettezza tutto sommato veniale; in particolare la soluzione 2 sarebbe la pi√Ļ facilmente giustificabile, vista la costruzione personale della proposizione principale. Una soluzione del tutto corretta e priva di controindicazioni √® ovviamente possibile, ma comporta una riorganizzazione sintattica della frase; per esempio: ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato che ci siamo impegnate al massimo e abbiamo applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ, oppure ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato il nostro massimo impegno e l‚Äôapplicazione, laddove sia stata possibile, degli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (che ha il vantaggio di evitare la sgradevole ripetizione di che¬†a breve distanza).

A margine aggiungo che la virgola tra tempo e non non è richiesta, e anzi è al limite dell’errore, perché separa due parti non separabili della frase (prendiamo atto che… non è bastato) per il solo fatto che si trovano collocate a distanza.

In ultimo, la sua ipotesi di ‚Äúspersonalizzazione‚ÄĚ √® valida, purch√© la forma sia quella corretta, ovvero essersi impegnato.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Traggo questa frase dall’esordio di Sosia di Dostoevskij.

‚ÄúCome se non fosse ancora pienamente certo di essersi gi√† svegliato o di non stare ancora dormendo.‚ÄĚ

Non mi √® sembrato molto chiaro il significato della frase (non stare ancora dormendo vuol dire ‚Äėessere sveglio‚Äô, quindi non avrebbe senso). Presuppongo dunque che quel non¬†non abbia valore e la frase corrisponda a: ‚ÄúCome se non fosse certo di essersi gi√† svegliato o come se non fosse certo di stare ancora dormendo‚ÄĚ, ma vorrei sapere se questo uso di offrire un‚Äôalternativa che √® quasi una supposizione sia corretto.

Un‚Äôaltra edizione dello stesso romanzo: ‚ÄúCome una persona che non √® ancora pienamente sicura se sia desta o se dorma tuttora.‚ÄĚ

In questo caso il significato mi √® sembrato subito chiaro, ma non credo che la frase sia corretta, avendo lo stesso soggetto in forma esplicita. Vorrei capire quale delle due √® la pi√Ļ corretta. Da qui √® scaturita tutta una serie di dubbi:

‚ÄúTi giuro che sto piangendo / di stare ancora piangendo‚ÄĚ?

‚ÄúMi rinfacciavi di stare male / che stavo male‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Riguardo al dubbio sul valore di non, effettivamente qui l’avverbio deve avere valore espletivo (sul quale può leggere questa risposta dell’archivio di DICO: https://dico.unime.it/ufaq/non-proprio-una-negazione/), altrimenti la frase ripeterebbe due volte lo stesso concetto con parole diverse (non era certo di essere sveglio o di essere sveglio). Il non espletivo è una forma legittima e tutto sommato la logica consente di attribuirgli il valore corretto; in un contesto letterario, del resto, la precisione descrittiva e l’assenza di ambiguità non sono necessariamente obiettivi ricercati dall’emittente.

La costruzione implicita della subordinata oggettiva che condivide il soggetto della reggente non √® quasi mai obbligatoria, ma √® una scelta stilistica. L‚Äôobbligo scatta quando nella reggente c‚Äô√® un verbo di comando o consiglio e il soggetto della completiva √® la persona comandata (‚ÄúTi ordino di venire‚ÄĚ). Nel suo primo esempio, la variante implicita (di stare ancora piangendo) √® chiaramente una scelta formale, che risulterebbe inconsueta in un contesto colloquiale. Nel secondo esempio, addirittura, la variante implicita non segnala automaticamente l‚Äôidentit√† di soggetto, perch√© l‚Äôidentit√† confligge con la logica dell‚Äôintera frase (rinfacciare a qualcuno il proprio malessere √® possibile soltanto all‚Äôinterno di un contesto che deve essere chiarito); la costruzione, quindi, √® pi√Ļ facilmente interpretata come se il soggetto della completiva fosse l‚Äôoggetto del verbo della reggente, ovvero come se fosse esplicita (assimilando, un po‚Äô forzatamente, rinfacciare¬†ai verbi di comando o consiglio).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

La preposizione di può  essere impiegata nella formazione di complementi di tempo.

Esempio:

“Il panettone si mangia di marted√¨” = ‘ogni marted√¨’.

Forse sarebbe utilizzabile anche davanti a mesi e periodi festivi dell’anno:

“il panettone si mangia sempre di dicembre / ¬†Natale” = ‘ogni dicembre / ¬†Natale’.

In generale, per√≤, l’uso non “dovrebbe”, ma magari mi sbaglio, essere impiegabile nelle interrogative e nelle relative:

“Di quando / di che periodo/ di che mese / di che giorno si mangia il panettone?”

“Questo √® il periodo / mese / giorno di cui si mangia il panettone”.

Ripensando, però, a verbi come ricorrere o cadere, che fanno uso della preposizione di, mi sono sorti dei dubbi.

Ecco una frase tratta da un dizionario:

‚ÄúQuest’anno Pasqua cade di marzo”.

Quello che mi chiedo √® se l’uso e le regole cambino in presenza di simili verbi:

‚ÄúDi quando / di che periodo / di che mese / di che giorno cade / ricorre Pasqua?‚ÄĚ (???)

‚ÄúQuesto √® il periodo / mese / giorno di cui cade / ricorre questa festa‚ÄĚ (???).

 

RISPOSTA:

La preposizione di si pu√≤ usare per formare un complemento di tempo determinato; quando si combina con i nomi della settimana conferisce al sintagma un significato accessorio specifico, riguardante la tendenziale iterazione del processo (‚ÄúCi vediamo di domenica = ‚Äė‚Ķ solitamente la domenica‚Äô / ‚ÄúCi vediamo domenica‚ÄĚ = ‚Äė‚Ķ questa domenica‚Äô ). Di l√† dalla combinazione con i nomi della settimana, la preposizione √® poco usata per questo scopo; a essa vengono preferite in o a, ciascuna preferenzialmente o obbligatoriamente in combinazione con alcune serie di parole (per esempio (in / di / a maggio, ma a Natale, difficilmente di Natale, mai in Natale). Le interrogative che le sembrano innaturali, pertanto, sono semplicemente insolite; l‚Äôunica costruzione effettivamente scorretta √® di quando, perch√© quando¬†esprime gi√† senza preposizione quel significato (di quando √® usato, in uno stile trascurato, soltanto insieme al verbo essere con il significato di ‚Äėa quando risale‚Äô; per esempio: ‚ÄúDi quando √® il pollo che √® in frigo?‚ÄĚ). Le relative, invece, risultano estremamente innaturali, per quanto in linea di principio corrette. Diversamente dalle interrogative (escluse quelle introdotte da quando), che ripropongono il sintagma preposizionale con il nome (di che periodo, di che mese…), le relative spostano la preposizione sul pronome, producendo una combinazione molto complessa, vista la scarsa frequenza d’uso di di con questa funzione. Qualsiasi parlante preferirebbe, in questo caso, in cui.

I verbi cadere e ricorrere ‚Äėcapitare regolarmente‚Äô sono, in forza del loro significato, completati da argomenti costruiti come sintagmi preposizionali introdotti proprio da di, ma anche da in e a, con le stesse precisazioni circa la combinabilit√† con diverse serie di nomi e all’interno di tipi di frasi fatte in precedenza.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase, leggere è un verbo o un sostantivo, e ha funzione di complemento oggetto?

“Amo tanto leggere, in particolare mi piacciono i libri fantasy”.

 

RISPOSTA:

Nella frase non √® possibile decidere se l’infinito abbia valore di verbo o di nome: entrambe le analisi sono, pertanto, legittime. Il fatto che la parola non sia preceduta dall’articolo, comunque, fa propendere per l’analisi come verbo; diversamente, in una frase come “Amo tanto il leggere” la parola sarebbe certamente da analizzare come nome. Al contrario, se leggere fosse seguito da un complemento oggetto (per esempio “Amo tanto leggere romanzi d’avventura”) emergerebbe pi√Ļ chiaramente la funzione verbale.

Se leggere è un nome, esso rappresenta il complemento oggetto del verbo amo; se, invece, è un verbo, allora rappresenta una proposizione oggettiva subordinata alla reggente amo tanto.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

I verbi procomplementari, essendo formati da particelle pronominali di valore intensivo, andrebbero usati soltanto in contesti colloquiali, oppure possono essere utilizzati in qualsiasi registro? Quanto √® corretto scrivere: ¬ęstava per andarsene¬Ľ? Tra l‚Äôaltro sono frasi che si possono trovare ad apertura di libro.

Inoltre io distinguo perlomeno quattro tipi di frasi riflessive:

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: uso intensivo.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico.

Tolto l‚Äôuso intensivo e il riflessivo vero e proprio, gli altri due usi (riflessivo apparente e dativo etico) quanto sono accettabili? √ą corretto scrivere: ¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Nei verbi pronominali, e nel sottogruppo dei verbi procomplementari, la particella pronominale (o pi√Ļ d‚Äôuna), detta anche pronome atono o clitico, non svolge necessariamente un valore intensivo, ma svolge spesso un ruolo sintattico pieno di completamento della valenza del verbo, modificandone il significato. Per es. un conto √® il verbo fare, un altro conto il verbo farcela, altro √® sentire, altro √® sentirsela, finire e finirla ecc. A volte, tra un verbo pronominale (o procomplementare) e un verbo non pronominale c‚Äô√® quasi perfetta sinonimia, come accade per andare e andarsene, scordare e scordarsi, ricordare e ricordarsi, dimenticare e dimenticarsi ecc. In casi del genere, il verbo pronominale √® perlopi√Ļ meno formale rispetto al verbo privo di pronome. Se, nel caso di andarsene, possiamo dunque dire (ma solo impropriamente) che i clitici siano d‚Äôuso intensivo, in altri casi, come sentirsela, o saperla lunga, o finirla, la funzione del clitico non √® intensiva ma proprio strutturale e il cambiamento di significato, rispetto al verbo non pronominale, √® sostanziale. I verbi procomplementari, come gi√† detto, sono spesso usati nei registri colloquiali, ma non possono certo dirsi scorretti; inoltre, alcuni di essi possono addirittura essere d‚Äôuso molto formale, come ad es. volerne a qualcuno: ¬ęnon me ne voglia¬Ľ. Nella maggior parte dei casi, pertanto, i verbi procomplementari possono essere usati in tutti i registri; in alcuni casi, invece, sono limitati agli usi informali: fregarsene, farsela addosso, infischiarsene ecc. Ma non √® certo la presenza dei clitici a renderli informali: anche fregare √® pi√Ļ informale di rubare. ¬ęStava per andarsene¬Ľ va benissimo in tutti gli usi. Il fatto che ¬ęstava per andare¬Ľ sia lievemente pi√Ļ formale non scoraggia certo l‚Äôuso della forma pronominale. Come ripeto, stiamo comunque parlando di usi sempre corretti e ammissibili quasi sempre in ogni registro.

Eviterei, a scanso di equivoci, la dizione ¬ęuso intensivo¬Ľ, limitandola, se proprio deve, al solo dativo etico (del tipo ¬ęche mi combini?¬Ľ), nel quale il pronome in effetti non ha valore strutturale ma solo di sfumatura semantica. Il dativo etico √® d‚Äôambito colloquiale ma √® comunque corretto (anche Cicerone, come ricorder√†, lo utilizzava nelle sue lettere).

¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ non √® n√© un verbo procomplementare, n√© pronominale, n√© il clitico ha valore intensivo o etico. √ą un normalissimo complemento di termine con un verbo passivo con si passivante: ¬ęNon vengano chieste spiegazioni a me¬Ľ.

Per quanto riguarda le altre sottocategorie della macrocategoria dei verbi pronominali, osservo quanto segue.

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: verbo transitivo pronominale, d‚Äôuso colloquiale ma sempre corretto.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: come sopra, detto anche riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico, d‚Äôuso perlopi√Ļ colloquiale ma sempre corretto.

Esistono poi anche altre categorie di verbi pronominali, come, per l’appunto, i verbi procomplementari, i verbi reciproci (salutarsi, baciarsi ecc.) e i verbi intransitivi pronominali (esserci, trovarsi, rompersi ecc.).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Chiedo gentilmente delucidazioni su un dubbio che mi √® sorto. Scrivendo la frase ‚ÄúGran parte del merito √® ‚Ķ‚ÄĚ, dove ci sono i puntini va messo ‚Äúla sua‚ÄĚ o ‚Äúil suo‚ÄĚ?

Es.: ‚ÄúSe sono riusciti a fare questa cosa gran parte del merito √® la sua‚ÄĚ o ‚ÄúSe sono riusciti a fare questa cosa gran parte del merito √® il suo‚ÄĚ?

In pratica: ‚ÄúIl suo/la sua‚ÄĚ segue ‚Äúgran parte‚ÄĚ o ‚Äúmerito‚ÄĚ?

Nello specifico la frase precisa sarebbe: ‚ÄúIl tempo per lui sembra non passare mai: ennesima prestazione sontuosa; puntuale nelle chiusure, preciso negli interventi e provvidenziale in pi√Ļ di un‚Äôoccasione: se i biancoverdi sono riusciti a limitare il passivo nella prima frazione gran parte del merito √® la sua/il suo‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

La concordanza a rigor di grammatica, e dunque consigliabile in uno stile sorvegliato, √® al femminile, dal momento che la testa del sintagma √® femminile (¬ęgran parte¬Ľ). Il maschile si configura come una cosiddetta concordanza a senso, molto comune nell‚Äôitaliano colloquiale ma da evitare in quello scritto formale.

C‚Äô√® per√≤ un‚Äôalternativa per usare il maschile, ovvero quella di anticipare ¬ęil merito¬Ľ. Basterebbe scrivere cos√¨: ¬ęil merito √® in gran parte suo¬Ľ.

Sarebbe inoltre preferibile, in una prosa pi√Ļ agile ed elegante, eliminare l‚Äôarticolo, nella frase da lei segnalata: ¬ęgran parte del merito √® sua¬Ľ, considerando dunque sua (o suo) come aggettivo piuttosto che some pronome.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Tutte e tre le varianti sono ammissibili?

“Il fatto non √® dovuto a negligenza / a una negligenza / a una qualche negligenza” (da parte dell‚Äôimputato, ad esempio).

Nello specifico _a qualche_ e _a un qualche_ sono intercambiabili?

“Chiedilo a qualche medico / a un qualche medico”.

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda a negligenza / a una negligenza, la variante senza l’articolo √® generica e non specifica, ovvero si riferisce alla classe designata dal sintagma nominale, mentre la variante con l’articolo indeterminativo √® individuale non specifica, ovvero si riferisce a un esempio non specifico della classe designata dal sintagma. In altre parole, a negligenza rappresenta il referente come astratto e non collegato direttamente alla situazione descritta, a una negligenza lo rappresenta come un elemento qualsiasi integrato nella situazione. Come conseguenza pragmatica, a una negligenza veicola un’intenzione comunicativa di accusa, perch√© identifica una responsabilit√† circostanziale, mentre a negligenza rileva soltanto la circostanza, senza evidenziare alcuna responsabilit√†. Il terzo caso possibile in italiano, quello del referente individuale specifico, √® costruito con l’articolo determinativo o un aggettivo dimostrativo; ad esempio: “La negligenza che hai dimostrato √® grave”, oppure “Quella negligenza mi √® costata cara”. Si noti che il nome negligenza √® astratto quando √® generico, concreto quando √® individuale, perch√© passa a identificare un atto e le sue conseguenze.

La variante un qualche √® ridondante rispetto al solo un; l’aggettivo indefinito non aggiunge alcuna informazione al sintagma costruito con l’articolo indeterminativo, per quanto sia ipotizzabile che sia inserito per aumentarne la non specificit√†, ovvero l’indeterminatezza. Inoltre, qualche rende automaticamente il sintagma logicamente plurale, anche se grammaticalmente √® singolare (qualche dottore = ‘alcuni dottori’), quindi non √® compatibile con l’articolo indeterminativo. Per questi motivi la sequenza un qualche √® da evitare in contesti di formalit√† media e alta, specie se scritti; la ridondanza, e persino la forzatura grammaticale, invece, sono tollerabili nel parlato informale.

Va sottolineato che un qualche dottore non √® equivalente a un dottore qualsiasi / qualunque (possibili, ma meno formali, anche le varianti un qualsiasi / qualunque dottore), che indica l’assenza di qualit√† particolari (o il fatto che l’individuazione di qualit√† particolari sia trascurabile). Ad esempio: “Chiedilo a un qualche medico” = ‘chiedilo a un medico’ / “Chiedilo a un medico qualsiasi” = ‘chiedilo a un medico a prescindere da chi esso sia’.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi propongo un altro quesito.

  1. Cercò di riattivare una memoria/quella memoria che non gli venne in soccorso.

Domando se sia normale (e anche corretto), in questo caso, sostituire l‚Äôarticolo determinativo ‚Äúla‚ÄĚ o con l‚Äôindeterminativo o con l‚Äôaggettivo dimostrativo. √ą evidente che la ‚Äúmemoria‚ÄĚ sia sempre e soltanto una, non necessitando dunque di essere distinta da altre; mi sembra tuttavia che, nell‚Äôesempio segnalato, l‚Äôarticolo indeterminativo o l‚Äôaggettivo dimostrativo si prestassero bene al legame con la proposizione successiva.

Il concetto si sarebbe potuto formulare, a mio avviso, anche mantenendo l’articolo determinativo e lavorando con la punteggiatura:

  1. Cercò di riattivare la memoria, che (però) non gli venne in soccorso.
  2. Cercò di riattivare la memoria. Che (però) non gli venne in soccorso.

Ma mi sento pi√Ļ incline verso le prime due soluzioni.

Nella speranza di aver espresso chiaramente il fulcro della questione, nonché le ragioni che mi hanno spinta a operare le scelte sopraindicate, vi ringrazio di nuovo per la vostra preziosa attenzione.

 

RISPOSTA:

Sia l‚Äôarticolo (determinativo o indeterminativo) sia l‚Äôaggettivo dimostrativo svolgono la funzione di determinante, cio√® servono a meglio circoscrivere il senso e l‚Äôambito dei nomi che precedono, per es. specificando se indicano elementi generici, categorie astratte, elementi di un insieme, elementi gi√† nominati o mai nominati prima, noti o ignoti all‚Äôinterlocutore ecc. Con termini come memoria, che indicano elementi non numerabili, non √® frequente l‚Äôarticolo indeterminativo, se non in casi particolari (¬ęha una memoria eccezionale¬Ľ). Nella sua frase 1 quindi opterei per l‚Äôarticolo determinativo la, preferibile anche rispetto a quella, perch√© il valore forico (cio√® la memoria ripresa subito dopo tramite il pronome relativo che) √® gi√† reso dall‚Äôarticolo determinativo. Non a caso, infatti, l‚Äôarticolo determinativo italiano deriva proprio da un dimostrativo (latino): ILLAM (o, al maschile, ILLUM). Le alternative interpuntive proposte sono altrettanto corrette, ma non indispensabili, a meno che non si voglia sottolineare il fatto che (la memoria) non venga in soccorso. Del resto, come giustamente osserva lei, la memoria √® sempre una, e dunque qui non ha senso la distinzione tra relativa limitativa (senza virgola) o esplicativa (con la virgola). Pertanto la presenza o no di un segno interpuntivo che distacchi la subordinata relativa dalla reggente √® dovuta soltanto all‚Äôesigenza di conferire maggiore autonomia (e dunque rilievo semantico) al mancato soccorso della memoria.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Salve quale affermazione è corretta?

Grazie per esserci stata vicinO

Grazie per esserci stata vicinA

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, perch√© vicino ha due diversi valori in italiano: come aggettivo o come avverbio. Come aggettivo richiede l‚Äôaccordo di genere e di numero (¬ęstati vicini¬Ľ, ¬ęstate vicine¬Ľ) con il nome o il pronome cui si riferisce, come avverbio √® invece invariabile. Pertanto in ¬ęGrazie per esserci stata vicina¬Ľ, vicino √® un aggettivo e come tale va accordato con il soggetto (sottinteso) cui si riferisce (cio√® tu). In ¬ęGrazie per esserci stata vicino¬Ľ invece vicino √® un avverbio e come tale non cambia n√© nel genere n√© nel numero (¬ęstati vicino¬Ľ, ¬ęstate vicino¬Ľ). Come avverbio vicino √® simile a ¬ęaccanto¬Ľ.

Il significato delle due frasi non cambia nella sostanza, anche se il valore aggettivale √® meno impersonale e dunque, in certo qual modo, pi√Ļ caloroso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei sottoporre alla sua attenzione un quesito su quella che forse si potrebbe definire una sostantivizzazione del participio.

1) I morti per covid = la gente che è morta a causa del covid.

2) I Laureatisi in economia = le persone che si sono laureate in economia.

(Verbo intransitivo/participio passato verbale)

3)Gli Infettati da covid = la gente che è stata infettata dal covid.

4)I preoccupati da questa situazione = la gente che viene preoccupata dalla situazione

(Verbo passivo/participio passato verbale)

5)Gli amanti la musica = le persone amanti la musica.

6)I partecipanti al convegno = le persone partecipanti al convegno.

7)Gli aventi diritto = Le persone aventi diritto.

(Participio presente verbale)

8)I laureati in economia = Le persone che sono laureate in economia

9)I preoccupati per questa situazione = le persone che sono preoccupate per questa situazione

(Participio passato con funzione aggettivale)

10)I partecipanti al convegno = Le persone che sono partecipanti al convegno

(Participio presente con funzione aggettivale)

11)Gli infetti da covid = la gente che è infetta da covid.

12)Gli esperti di musica = Le persone che sono esperte di musica.

13) I pieni di rabbia = la gente che è piena di rabbia.

(Aggettivo)

Non penso che tutti i casi in questione siano sostantivi veri e propri, ma che il sostantivo sia racchiuso all’interno di participi passati verbali, participi presenti verbali, participi passati aggettivali, participi presenti aggettivali e aggettivi.

Penso si tratti di sostantivizzazione, altrimenti, basandoci sulla prima frase, avremmo, per esempio:

“Siete dei morti per il covid”, che sarebbe una frase con tutt’altro senso, in quanto il participio passato “morto” in questa specifica frase √® un sostantivo “puro” , ma nell’uso che si fa nella frase “1” non corrisponde alle funzioni che ha come sostantivo puro, ma a quelle del verbo.

In poche parole, nella prima frase dell’elenco mantiene il proprio valore verbale (intransitivo) originario, cio√® di di participio passato verbale di forma intransitiva.

Lo stesso si pu√≤ dire per quanto riguarda il participio presente “amante”.

Per esempio:

Pu√≤ essere un sostantivo puro = “gli amanti della musica”.

Pu√≤ essere un participio presente usato come aggettivo, cio√® un participio presente con funzione aggettivale = “le persone che sono amanti della musica”.

Pu√≤ essere, come nella frase in questione (5), usato come participio presente verbale, o meglio, ne ha tali funzioni nella quinta frase = “le persone amanti la musica”.

Lei cosa ne pensa? Ritiene la mia analisi giusta o sono letteralmente fuori strada?

 

RISPOSTA:

Il participio (presente e passato) si chiama cos√¨, fin dal latino, proprio perch√© ha una natura duplice, sia verbale, sia aggettivale-nominale, come dimostra tra l‚Äôaltro la lessicalizzazione piena di alcune parole, divenute sostantivi a tutti gli effetti: amante, i morti ecc., oppure di partici latini divenuti sostantivi italiani: studente, docente, presidente ecc. Dunque ¬ęI morti per Covid¬Ľ √® un caso di participio sostantivato (ma comprendo la sua osservazione al riguardo, sulla quale torner√≤ alla fine della risposta). ¬ęI laureatisi in economia¬Ľ non √® corretto, perch√© l‚Äôuso sostantivato sarebbe ¬ęI laureati in economia¬Ľ, mentre laureatisi, con la particella pronominale del verbo laurearsi, rende il participio verbale: ¬ęle persone laureatesi in economia¬Ľ va invece bene, ancorch√© pesante; anche in questo caso sarebbe meglio ¬ęle persone laureate in economia¬Ľ.

¬ęGli Infettati da Covid¬Ľ pu√≤ essere considerato sia d‚Äôuso nominale (perch√© ha l‚Äôarticolo) sia verbale (perch√© ha il complemento di causa efficiente).

¬ęI preoccupati da questa situazione¬Ľ: come sopra, sebbene nessuno in un italiano comune e fluido userebbe mai un‚Äôespressione cos√¨ innaturale. Sarebbe molto meglio ¬ęle persone preoccupate per questa situazione¬Ľ.

¬ęGli amanti la musica¬Ľ: come sopra, sia nominale (per l‚Äôarticolo), sia verbale (per il complemento oggetto). Ma sarebbe preferibile l‚Äôuso pienamente nominale: ¬ęGli amanti della musica¬Ľ.

¬ęI partecipanti al convegno¬Ľ: uso nominale.

¬ęGli aventi diritto¬Ľ: sia nominale sia verbale.

¬ęI laureati in economia¬Ľ: nominale.

¬ęI preoccupati per questa situazione¬Ľ: nominale, ma, come detto sopra, meglio ¬ęle persone preoccupate per questa situazione¬Ľ.

¬ęGli infetti da Covid¬Ľ: infetto in italiano non √® participio passato, dunque l‚Äôuso √® ovviamente nominale.

¬ęGli esperti di musica¬Ľ: nominale, perch√© il participio passato di esperire √® esperito, non esperto.

¬ęI pieni di rabbia¬Ľ: nominale, pieno non √® participio. Ovviamente, se in tutti questi casi si premette ¬ęle persone¬Ľ, quanto segue passa dal valore nominale a quello aggettivale.

Il suo ragionamento, ancorch√© un po‚Äô farraginoso, √® in gran parte giusto. Per riassumere: dato che in molti casi il participio continua a reggere un complemento (ovvero un argomento, cio√® un completamento) del verbo (come ¬ęI morti per Covid¬Ľ, ¬ęGli infettati dal Covid¬Ľ ecc.), allora, anche se √® preceduto dall‚Äôarticolo, esso non perde del tutto la sua componente verbale. Il ragionamento √® sensato, per√≤ deve tener presente che in italiano anche aggettivi e nomi possono reggere argomenti, come per es. pieno, disponibile, voglia, paura ecc.: ¬ęla piena di grazia¬Ľ, ¬ęi disponibili all‚Äôincontro¬Ľ, ¬ęho voglia di vacanza¬Ľ, ¬ępaura di morire¬Ľ ecc. Come vede, il confine tra nome (o aggettivo) e verbo √®, a ben guardare, meno rigido di quanto si creda, non soltanto nel caso del participio (presente e passato). Pertanto, in conclusione, la reggenza di complementi come ¬ęper Covid¬Ľ, ¬ęda Covid¬Ľ, ¬ęla musica¬Ľ ecc. non giustifica il fatto che i participi reggenti quei complementi siano soltanto verbali, ma, quantomeno, che siano sia nominali (o aggettivali) sia verbali.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ci sono dei casi in cui √® possibile usare sia l¬īimperfetto che il passato prossimo? Ad esempio, come si comportano questi tempi verbali nelle frasi sottostanti? Grazie.

Sono andato/andavo a trovare i nonni centinaia di volte.

Faceva/ha fatto molto caldo e tutti si sono tuffati.

 

Ieri ho fatto il bucato, ho pulito casa e ho cucinato uno stufato.

Ieri facevo il bucato, pulivo casa e ho cucinato uno stufato.

 

Ha saputo gestire la situazione come meglio poteva.

Ha saputo gestire la situazione come meglio ha potuto.

 

Quando abitavo/ho abitato qui, andavo sempre a mangiare nei ristoranti pi√ļ economici.

 

Oggi pomeriggio aspettavo/ho aspettato all’aeroporto. L’aereo era in ritardo e non arrivava.

Ieri pomeriggio l’aereo √® arrivato/arrivava in ritardo. Ho aspettato quasi due ore.

 

Il supplemento di vacanza non era/√® stato previsto ma dato che nella settimana di Ferragosto tutti i centri di fisioterapia erano/sono stati chiusi abbiamo deciso che per il mio piede la terapia migliore sarebbe stata camminare nell¬īacqua di mare.

 

Ci√≤ che mi convinceva/ha convinto ancora di pi√Ļ era/√® stato il fatto che la mia amica , da cui ero stata invitata, in quel periodo non lavorava e quindi non sarei stata sola.

 

Siamo andate/andavamo in spiaggia dove abbiamo alternato/alternavamo letture e chiacchierate. Con lei √® possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato/mancava molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo.

 

RISPOSTA:

La differenza di massima tra imperfetto e passato prossimo √® nell‚Äôaspetto, ovvero nel modo in cui l‚Äôazione e il tempo vengono espressi dal verbo. In questo senso, mentre il passato (prossimo o remoto) indica soltanto che l‚Äôevento si √® concluso (sebbene le sue conseguenze possano essere ancora presenti e determinanti: ho capito, ho ricordato, ho imparato ecc.), l‚Äôimperfetto invece qualifica l‚Äôazione come in continuo svolgimento o abituale, sia pur sempre nel passato. L‚Äôimperfetto, inoltre, pu√≤ assumere anche molte sfumature modali (indicando, dunque, l‚Äôatteggiamento del parlante/scrivente su quanto sta dicendo/scrivendo), che lo rendono una delle forme verbali pi√Ļ usate in italiano e tale da sostituirsi spesso anche ad altre, come per es. al congiuntivo: ¬ęSe mi aiutavi facevamo prima¬Ľ (equivalente, ma pi√Ļ informale, a ¬ęSe mi avessi aiutato avremmo fatto prima¬Ľ). Fin quei la regola e la giustificazione del fatto che l‚Äôimperfetto sia molto diffuso, anche al posto di altre forme verbali. Nell‚Äôuso, poi, le cose sono sempre pi√Ļ sfumate, rispetto alle regole rigide. Ecco perch√©, in molte delle sue frasi, la differenza tra i due tempi verbali (imperfetto o passato prossimo) √® minima o quasi nulla, perch√© quello che cambia √® una sfumatura aspettuale (cio√® un modo di guardare all‚Äôevento) talmente piccola da annullarsi o quasi. Quindi la risposta alla sua domanda √® s√¨, spesso si possono usare sia l‚Äôimperfetto sia il passato prossimo. Analizziamo ora caso per caso per vedere che cosa cambia nell‚Äôuna e nell‚Äôaltra opzione.

¬ęSono andato/andavo a trovare i nonni centinaia di volte¬Ľ: meglio il passato prossimo, perch√© l‚Äôindicazione di tempo centinaia di volte comunque circoscrive l‚Äôevento. L‚Äôimperfetto √® comunque possibile, perch√© sottolinea l‚Äôabitualit√† e la ripetitivit√† dell‚Äôazione, sebbene il suo uso sia pi√Ļ naturale con un‚Äôespressione di tempo che ne indichi, per l‚Äôappunto, la ricorsivit√†, per es. tutti i giorni, dieci volte al mese ecc.

¬ęFaceva/ha fatto molto caldo e tutti si sono tuffati¬Ľ: il significato √® praticamente identico; il far caldo √® un evento che si protrae nel tempo (mentre tuffarsi √® puntuale), e dunque ben si presta all‚Äôuso anche all‚Äôimperfetto.

¬ęIeri ho fatto il bucato, ho pulito casa e ho cucinato uno stufato / Ieri facevo il bucato, pulivo casa e ho cucinato uno stufato¬Ľ. Meglio il passato prossimo (sono tutte azioni puntuali), a meno che non si trasformi all‚Äôimperfetto anche ¬ęcucinavo uno stufato¬Ľ e si aggiunga per√≤ un‚Äôespressione al passato che rappresenti l‚Äôevento che si √® verificato mentre lei faceva tutte quelle altre cose (espresse all‚Äôimperfetto, cio√® con continuit√† mentre si √® verificato l‚Äôevento); per es.: ¬ęIeri facevo il bucato, pulivo casa e cucinavo uno stufato, quanto √® arrivato Gianni e finalmente mi sono riposata¬Ľ.

¬ęHa saputo gestire la situazione come meglio poteva / Ha saputo gestire la situazione come meglio ha potuto¬Ľ: pressoch√© identici: potere, avere le capacit√† di fare qualcosa ben si prestano ad un uso continuato nel tempo.

¬ęQuando abitavo/ho abitato qui, andavo sempre a mangiare nei ristoranti pi√ļ economici¬Ľ: decisamente meglio l‚Äôimperfetto, dato che l‚Äôazione di abitare √® continuata e abituale, non certo puntuale.

¬ęOggi pomeriggio aspettavo/ho aspettato all’aeroporto. L’aereo era in ritardo e non arrivava¬Ľ: meglio il passato prossimo, per via dell‚Äôespressione di tempo specifica oggi pomeriggio. Andrebbe bene l‚Äôimperfetto se seguisse un evento puntuale: ¬ęOggi pomeriggio aspettavo all‚Äôaeroporto (cio√®: stavo aspettando), quanto mi hanno rubato la borsa¬Ľ.

¬ęIeri pomeriggio l’aereo √® arrivato/arrivava in ritardo. Ho aspettato quasi due ore¬Ľ: l‚Äôimperfetto non si pu√≤ usare, perch√© arrivare √® un‚Äôazione momentanea: l‚Äôaereo √® arrivato in un momento specifico. Sorvolo sulle eccezioni in cui anche arrivare potrebbe assumere ¬†una sfumatura continua (per es. ¬ęQuando ero piccolo la fine dell‚Äôinverno non arrivava mai¬Ľ).

¬ęIl supplemento di vacanza non era/√® stato previsto ma dato che nella settimana di Ferragosto tutti i centri di fisioterapia erano/sono stati chiusi abbiamo deciso che per il mio piede la terapia migliore sarebbe stata camminare nell¬īacqua di mare¬Ľ: meglio l‚Äôimperfetto (ma il passato √® comunque possibile), perch√© l‚Äôessere previsto e l‚Äôessere chiuso sono eventi continuati nel tempo e non momentanei.

¬ęCi√≤ che mi convinceva/ha convinto ancora di pi√Ļ era/√® stato il fatto che la mia amica, da cui ero stata invitata, in quel periodo non lavorava e quindi non sarei stata sola¬Ľ: √® preferibile il passato prossimo perch√©, anche se il convincersi e l‚Äôessere (riferito al fatto) possono essere fotografati nel loro svolgersi continuo nel tempo, in questo caso c‚Äô√® un singolo elemento (il fatto che l‚Äôamica non lavorasse in quel periodo) che ha convinto a prendere la decisione di andare.

¬ęSiamo andate/andavamo in spiaggia dove abbiamo alternato/alternavamo letture e chiacchierate. Con lei √® possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato/mancava molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo¬Ľ: vanno bene entrambe le forme, ma il senso della frase cambia lievemente; all‚Äôimperfetto indica che queste azioni avvenivano abitualmente, mentre al passato prossimo si suggerisce l‚Äôidea di qualcosa di limitato in un tempo. Chiaramente si potrebbe anche aggiungere un elemento temporale al passato: ¬ęPer tutto il mese siamo andate in spiaggia dove abbiamo alternato letture e chiacchierate. Con lei √® (o era) possibile parlare di tutto! Questo mi √® mancato molto, perch√© negli ultimi tempi a causa dei miei e dei suoi impegni non avevamo avuto l¬īopportunit√† di farlo¬Ľ. E anche altre sfumature di differenza possono essere colte in un testo del genere, che conferma quanto detto all‚Äôinizio sulle numerose sfumature aspettuali (e modali) dell‚Äôimperfetto. Per es. questo mi mancava molto sottolinea che manchi ancora, mentre in questo mi √® mancato molto potrebbe anche darsi che sia mancato fino a questo momento ma che ora non manchi pi√Ļ (dato che le due amiche si sono riviste o si stanno per rivedere). Ma, come ripeto, sono davvero dettagli minimi.

Fabio Rossi

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QUESITO:

A me riesce difficile capire quando di è essenziale e quando soltanto ridondante.

¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ; ¬ęPensa di valere di pi√Ļ/pi√Ļ di noi¬Ľ.

C’è qualche regola da seguire?

Invece credo che una costruzione simile sia sbagliata: ¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ. O soltanto ¬ęNon me ne intendo¬Ľ, sottintendendo l‚Äôargomento, oppure ¬ęNon mi intendo di matematica¬Ľ senza ‚Äúne‚ÄĚ.

Anche con in ho questo problema: ¬ęIn molti andarono/Molti andarono¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In effetti non √® semplice, perch√©, pi√Ļ che vere e proprie regole di grammatica stabili, si tratta in questi casi di consuetudini di occorrenza, cio√® di espressioni pi√Ļ o meno cristallizzate con o senza di. Di meno pu√≤ fungere da locuzione avverbiale, del tutto interscambiabile con meno (¬ębisognerebbe parlare di meno e pensare di pi√Ļ¬Ľ), oppure da locuzione aggettivale, spesso, ma non sempre, interscambiabile con meno (¬ęun tempo le macchine in strada erano di meno¬Ľ o ¬ęerano meno¬Ľ); ma per esempio in ¬ęho una carda di meno¬Ľ (o ¬ęin meno¬Ľ) mal si presta alla sostituzione con il solo meno, cos√¨ come ¬ęce n‚Äô√® uno di meno¬Ľ (ma non ¬ęuno meno¬Ľ).

Nel suo primo esempio, di pu√≤ anche mancare: ¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ. Quando invece meno √® seguito dal secondo di termine di paragone, √® bene omettere di: ¬ęPensa di valere pi√Ļ/meno di noi¬Ľ, anche se la forma con di, in questo caso, √® comunque possibile. Ma, per esempio, in ¬ęVorrei pi√Ļ/meno pasta di te¬Ľ, il di non va usato.

¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ √® una costruzione pleonastica tipica del parlato e della lingua informale denominata tecnicamente dislocazione a destra. In quanto pleonastica (dal momento che ne sta per di matematica) sarebbe meglio evitarla nella lingua scritta e formale, a meno che non manchi il sintagma pieno: ¬ęNon me ne intendo¬Ľ.

¬ęMolti andarono¬Ľ va bene per tutti gli usi, mentre ¬ęIn molti andarono¬Ľ, oltrech√© meno formale, √® pi√Ļ adatto nell‚Äôordine invertito dei costituenti, per esempio: ¬ęSe ne sono andati in molti¬Ľ. Inoltre, in molti, rispetto a molti, fa presupporre una quantit√† assoluta, priva di relazione con altre: ¬ęmolti andarono al mare, ma altrettanti in montagna¬Ľ; ¬ęin molti andarono al mare¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

“A proposito” sappiamo che √® una locuzione avverbiale, ma si pu√≤ usare anche come avverbio. Ma in quale gruppo di avverbi pu√≤ essere inserito?

 

RISPOSTA:

Locuzione significa ‚Äėinsieme di pi√Ļ parole che esprime il medesimo contenuto di una parola sola‚Äô, quindi locuzione avverbiale di fatto √® sinonimo di avverbio, con l‚Äôunica differenza che l‚Äôavverbio √® costituito da una parola sola (per es. limitatamente), mentre la locuzione √® costituita da pi√Ļ parole (per es. a proposito). A proposito pu√≤ essere sia una locuzione preposizionale, sia una locuzione avverbiale. Nel primo caso, accompagnata da di, ha il significato della preposizione su e pu√≤ introdurre un complemento di argomento: ¬ęNon ho nulla da aggiungere a proposito della tua bocciatura¬Ľ. √ą sinonima di un‚Äôaltra locuzione preposizionale: riguardo a. Quando funge da locuzione avverbiale, invece, ha un valore pi√Ļ o meno riconducibile a quello degli avverbi di modo (ma con sfumature anche di avverbio di giudizio o di limitazione): ¬ęCapita proprio a proposito¬Ľ, ¬ęHa parlato proprio a proposito¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nell’analisi grammaticale dei nomi collettivi trovo difficile indicare se si tratti di nomi di persona, animale o cosa. In un esercizio scolastico, sarebbe opportuno tralasciare tale dicitura oppure è possibile far rientrare questi nomi in una categoria? Ed eventualmente quale? Ad esempio, gregge può essere definito un nome comune di animale? O un nome comune di cosa? Oppure semplicemente un nome comune, collettivo?

 

RISPOSTA:

Semplicemente nome comune, collettivo: entia multiplicanda non sunt praeter necessitatem.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Desidererei sapere se questa frase √® corretta: ¬ęNon sono come te che ti (invece che ¬ęa cui¬Ľ) piacciono le auto di lusso¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, anche se la prima √® meno formale della seconda. Le due alternative non sono peraltro identiche: il che della prima frase infatti non √® propriamente un pronome relativo, bens√¨ un che polivalente, con valore, in questo caso, vicino a quello di una congiunzione consecutiva: ‘tale che ti piacciono’. Dunque, oltre a essere meno formale, la prima frase esprime qualcosa in pi√Ļ rispetto alla seconda, cio√® un maggior distacco (o un giudizio pi√Ļ negativo) nei confronti di una persona tale (talmente superficiale, materialista, capitalista, o che so io) da dar valore alle auto di lusso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Potrebbe gentilmente chiarirmi un dubbio riguardo all’uso della vocale I nel digramma GN? I verbi impegniamo, bagniamo, insegniamo si scrivono con la I?

Potrebbe inoltre dirmi come fare la divisione in sillabe delle stesse parole?

 

RISPOSTA:

Le forme verbali da lei segnalate si scrivono con la i, alla prima persona del presente indicativo e congiuntivo, perché la i fa parte della desinenza verbale (-iamo), non della radice (e infatti i verbi sono impegnare, bagnare, insegnare ecc., senza i). Diciamo amiamo, non *amamo. Naturalmente la i si scrive ma non si pronuncia, perché viene assorbita dalla pronuncia palatale del nesso GN. La divisione in sillabe è la seguente: im-pe-gnia-mo; ba-gnia-mo; in-se-gnia-mo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
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QUESITO:

L’accrescitivo di scarpa è scarpona, scarpone o entrambe le forme sono corrette?

 

RISPOSTA:

Entrambe le forme sono corrette. A sfavore della prima forma sta che è meno formale e quindi raramente contemplata da dizionari e grammatiche, ma a sfavore della seconda forma sta il fatto che si è lessicalizzata con altro significato (scarponi da montagna, da scii ecc.), tanto da essere fraintendibile come accrescitivo di scarpa (che è, però, il suo significato originario). Quindi, tutto sommato, suggerirei scarpona, con buona pace dei vocabolari e delle grammatiche attardati che ancora non la registrano.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se l’espressione esclusi eventi imprevedibili pu√≤ essere definita corretta. Ho letto che, secondo alcuni studiosi, il termine escluso dovrebbe essere trattato come una sorta di avverbio quando significa ‚Äėad eccezione di‚Äô, per cui nella fattispecie sarebbe corretto usare l’espressione escluso eventi imprevedibili. Io penso che entrambe le soluzioni siano corrette, comunque vorrei il vostro piacere a riguardo.

 

RISPOSTA:

Il processo di grammaticalizzazione del participio passato (con valore aggettivale o nominale) di escluso, ancora in corso, non pu√≤ certo dirsi concluso (come invece √® accaduto per eccetto). Quindi oggi √® decisamente minoritario l‚Äôuso di escluso (invariabile) come preposizione (e non avverbio), in casi come escluso la domenica. Decisamente maggioritario (43 mila contro 16 mila oggi in Google) l‚Äôuso aggettivale: esclusa la domenica (impossibile invece, oggi, eccetta la domenica). Quindi, oggi √® decisamente pi√Ļ corretta (e accetta in tutte le variet√† di lingua) la sua frase (esclusi eventi imprevedibili), piuttosto che l‚Äôaltra (escluso eventi imprevedibili). Chiss√†, per√≤, che tra cent‚Äôanni (pi√Ļ o meno, a grammaticalizzazione conclusa) le cose non si invertano.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nel vostro archivio sono molteplici gli articoli inerenti all’alternanza, spesso ostica per i parlanti, tra il si passivante e il si impersonale. Alcuni di questi sono stati pubblicati di recente; approfitto pertanto dell’attualit√† dell’argomento per presentare una mia domanda.

Parto dall’esempio: Noi da giovani si mangiavano cibi genuini.

La costruzione √® corretta? Quando il soggetto di prima persona plurale √®, come nell’esempio, esplicito, ma anche quando √® implicito purch√© facilmente ricavabile dal contesto, il parlante ha l’obbligo di scegliere il si impersonale, oppure anche il si passivante √® possibile?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio da lei proposto √® il si di prima persona plurale tipico del toscano e non rientra dunque n√© nel si impersonale n√© nel si passivante. Tuttavia la sua frase presenta un errore: in (italiano regionale) toscano infatti il si ‚Äėprima persona plurale‚Äô si costruisce con la terza persona singolare (e non plurale) del verbo: ¬ęNoi si mangiava cibi genuini¬Ľ = ‚Äėnoi mangiavamo cibi genuini‚Äô. A meno che la sua frase non costituisca un anacoluto (pure possibile nel parlato), con cambio di progetto da personale (noi) a passivante con valore di impersonale (si mangiavano).

Ecco poche regole per districarsi nell‚Äôuso del si impersonale/passivante. Se c‚Äô√® un soggetto espresso, non si pu√≤ utilizzare il si impersonale (altrimenti non sarebbe impersonale…). Se il verbo √® intransitivo, e dunque non ammette la forma passiva, non si pu√≤ utilizzare il si passivante (altrimenti non sarebbe passivante…). Nella pratica, il significato di entrambi i si √® pressoch√© identico e l‚Äôincertezza di cui parla lei √® dunque pi√Ļ teorica (e metalinguistica) che pratica.

Per esempio: in ¬ęsi mangiavano cibi genuini¬Ľ (senza soggetto espresso), il si √® passivante (‚Äėcibi genuini venivano mangiati‚Äô) ma il significato di fatto non cambia rispetto a un uso impersonale (o quasi): ‚Äėqualcuno (o tutti, in generale) mangiava…‚Äô .

Il si impersonale si costruisce soltanto con la terza persona singolare del verbo (si pensa, si dice, si teme, si arriva), mentre il si passivante ammette sia il singolare (si vede il mare, che può essere sia si passivante sia si impersonale), sia il plurale (non si mangiano cibi avariati). In caso di verbo intransitivo, come in si andava,  è possibile soltanto la terza persona singolare. Nei verbi transitivi è ammessa sia la terza singolare sia la terza plurale (si mangia, si mangiano).

Insomma, nella produzione e nell’interpretazione degli enunciati grossi problemi, almeno per i madrelingua, non ve ne sono: il significato, infatti, sia per il si impersonale sia per il si passivante, di fatto è sempre impersonale (o quasi), come ripeto: qualcuno (o tutti in generale) va, mangia ecc. A essere ostico, quindi, non è l’uso, quanto l’analisi, che tutto sommato mi sembra un problema (molto) secondario.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Avrei bisogno di sciogliere questo dubbio:

1 Si sono cominciate a introdurre nuove regole.

2 Si è cominciato a introdurre nuove regole.

Sono entrambe frasi corrette?

 

RISPOSTA:

S√¨, sono entrambe frasi corrette e significano la stessa cosa. La prima √® costruita con il si passivante, e dunque letteralmente equivale a ¬ęNuove regole hanno cominciato a essere introdotte¬Ľ. La seconda √® costruita con il si impersonale: ¬ęQualcuno ha cominciato a introdurre nuove regole¬Ľ. In Toscana quest‚Äôultima frase avrebbe anche il significato di ¬ęNoi abbiamo cominciato a introdurre nuove regole¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Gradirei sapere se √® possibile usare i pronomi lui, lei, loro riferendoli a cose o ad animali. Mi suonerebbe piuttosto strano riferirmi ad un gatto usando il pronome esso (o essa ¬†se fosse una gatta) o essi se si tratta di pi√Ļ animali. Lo stesso vale per animali considerati, pi√Ļ o meno a torto inferiori come, per esempio, gli scarafaggi. Cos√¨ pure mi suonerebbe male parlare di un mobile usando il pronome esso¬†anzich√® lui o di pi√Ļ mobili servendomi del pronome essi anzich√® usare loro.

RISPOSTA:

I pronomi esso, essa, essi, esse sono usati preferibilmente in riferimento a oggetti inanimati (anche se non √® escluso l’uso riferito a esseri animati). Il caso degli animali √® problematico, perch√® gli animali sono esseri animati, ma generalmente considerati non come individui, bens√¨ come “copie” dello stesso prototipo (per quanto questa convinzione sia discutibile). La scelta del pronome per gli animali, pertanto, √® delegata alla sensibilit√†¬† del parlante, e non √® soggetta a una regola precisa; spesso i parlanti sono indotti a usare lui, lei, loro in riferimento ad animali domestici, con i quali hanno un legame affettivo, e negli altri casi esso, essa, essi, esse, oppure questo ecc. o, quando possibile, nessun pronome o alternative al pronome, come la ripetizione del nome che definisce il genere dell’animale. Va anche detto che esso ;e varianti sono divenuti in generale rari in italiano, per cui in ogni caso i parlanti cercano modi per evitarli.
L’uso di esso e varianti in riferimento a mobili o altri oggetti inanimati non crea nessun problema, a parte, appunto, l’avversione per il pronome ormai raro, a cui vengono preferite sempre alternative come i pronomi dimostrativi, sintagmi nominali o l’omissione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Nome, Pronome
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Vorrei chiedere una precisazione¬†sull’analisi grammaticale dei nomi astratti.¬†√ą¬†corretto in analisi grammaticale scrivere… “nome astratto, individuale”?¬†Esempio:¬†tristezza¬†=¬†nome comune di cosa, astratto, individuale etc.
Individuale è solo per i nomi concreti, giusto?

 

RISPOSTA:

I nomi individuali sono tutti quelli che si riferiscono a un singolo individuo di qualsiasi categoria; sono, quindi, tutti i nomi che non sono collettivi. Stando alla definizione, quindi, anche i nomi astratti possono essere distinti in individuali e collettivi. 
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Nome
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QUESITO:

Quali delle seguenti varianti sono corrette?

“Grazie per averci supportato”.
“Grazie per averci supportati”.

“Il geometra Federica”.
“La geometra Federica”.

 

RISPOSTA:

Nella prima coppia entrambe le varianti sono corrette. L’accordo del participio passato di un verbo transitivo con il complemento oggetto √® obbligatorio quando il complemento oggetto √® rappresentato dai pronomi¬†lo,¬†la,¬†li,¬†le, che esprimono morfologicamente il genere (quindi¬†grazie per averla supportata¬†ma non *grazie per averla supportato); con¬†mi,¬†ti,¬†ci,¬†vi,¬†ne, invece, si pu√≤ scegliere se accordare il participio con il genere del referente del pronome o no (oltre al suo esempio, si veda un caso come questo: “Siamo le sorelle Rossi: ci ha accompagnato / accompagnate nostro padre”).
Nella seconda coppia la forma corretta √®¬†la geometra Federica; il nome¬†geometra, infatti, √® di genere comune, o epiceno (come¬†atleta,¬†artista,¬†collega,¬†nipote¬†e tanti altri) e si accorda al genere del suo referente grazie alla modulazione dell’articolo o di un aggettivo che lo accompagna (atleta talentuosa).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nelle seguenti frasi qual è la diversa funzione grammaticale di una?
“Vorrei una sola fettina di arrosto”;
“La zia abita in una bella casa”.

 

RISPOSTA:

Nella prima una è un aggettivo numerale cardinale; nella seconda è un articolo indeterminativo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso della parola¬†ore. In un elenco di attivit√† quale¬†forma √® corretta?
‚ÄĘ H 12.00-13.00 SAGGIO DI CHITARRA
‚ÄĘ H 15.30 SAGGIO PIANOFORTE, ECC.
oppure
‚ÄĘ 12.00-13.00 SAGGIO DI CHITARRA
‚ÄĘ 15.30 SAGGIO PIANOFORTE, ECC.
Ne approfitto per chiarire un altro dubbio: se in un testo si elencano i tempi scuola di un Istituto, il titolo dovrà essere al singolare o al plurale, precisamente:
Tempo scuola / Tempi scuola
РScuola Carducci dal lunedì al sabato dalle ore 8.00 alle 16.00
РScuola Falcone dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30 alle 16.30

 

RISPOSTA:

Per la verit√† nei suoi esempi la parola¬†ore¬†non appare, ma appare¬†H, che sta per l’inglese¬†hour¬†ed √® entrato stabilmente nell’uso. La presenza dell’intervallo di tempo rende non necessario specificare che si tratta, appunto, di un orario, ma niente vieta di specificarlo ugualmente, come fa lei oppure con¬†ore 12:00-13:00 saggio di chitarra…¬†Nella stringa¬†15.30 SAGGIO PIANOFORTE, ovviamente, sarebbe bene indicare anche l’orario di chiusura dell’attivit√†. Aggiungo che negli orari in italiano si preferisce separare i minuti dalle ore non con il punto, come fa lei (uso che rimanda al mondo anglofono), ma con la virgola o i due punti.
L’espressione polirematica¬†tempo scuola¬†indica i limiti temporali massimi all’interno dei quali possono essere organizzati schemi orari diversi, a seconda delle attivit√† offerte e selezionate dalle famiglie degli studenti. Ne consegue che la forma pi√Ļ calzante sia il singolare nel caso ci si riferisca a un istituto, plurale, ma anche singolare, se ci si riferisce a pi√Ļ istituti (o pi√Ļ plessi dello stesso istituto).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se email è da considerarsi di genere femminile o maschile

 

RISPOSTA:

Il nome¬†e-mail¬†(o¬†email) √® stabilmente usato come femminile, sulla base della vicinanza semantica con il nome italiano¬†lettera¬†(oppure¬†posta). In astratto sarebbe possibile considerarlo maschile, visto che la regola del genere dei nomi stranieri stabilisce di usarli tutti come maschili (tranne quelli che nella lingua d’origine sono femminili), ma l’uso femminile √® talmente radicato da essere difficilmente modificabile.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle seguenti costruzioni il termine altrettanto è ben impiegato? Nel primo esempio, in particolare, il verbo essere costituisce una variante valida?
– Sono stata onesta con te: tu vedi di essere / fare altrettanto con me.
– Io sono tranquilla, ma non so se potrei dire altrettanto di te.

 

RISPOSTA:

Le frasi, in cui¬†altrettanto¬†ha la funzione di pronome indefinito,¬†sono ben costruite; per averne la prova si pu√≤ sostituire¬†altrettanto¬†con¬†la stessa cosa:¬†tu vedi di fare la stessa cosa con me;¬†non so se potrei dire la stessa cosa di te. Se sostituiamo¬†fare¬†con¬†essere¬†nella prima frase otteniamo la frase¬†tu vedi di essere altrettanto con me, che √® in astratto ben costruita (equivale a¬†tu vedi di essere la stessa cosa con me), ma un po’ forzata e difficilmente accettabile, perch√© assimila un modo di essere a una cosa. La frase diventa accettabile aggiungendo un pronome di ripresa:¬†tu vedi di¬†esserlo¬†altrettanto con me; in questo modo il pronome¬†lo¬†riprende¬†onesta¬†e¬†altrettanto¬†diviene un avverbio, equivalente a ‘nella stessa misura’.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “Monica ha braccia pi√Ļ che robuste, spalle larghe, ecc.”,
robuste √® aggettivo, invece “pi√Ļ che” √® una locuzione oppure serve per formare il
superlativo assoluto?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che robuste¬†√® superlativo assoluto, dunque¬†pi√Ļ che¬†in questo caso √® una locuzione avverbiale che sta per ‚Äėmolto‚Äô.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Leggendo la frase “L’autunno arriv√≤ precocemente” mi √® venuto un dubbio:¬†precocemente¬†√® un avverbio di tempo o di modo?

 

RISPOSTA:

Per rispondere bisogna chiedersi se l’avverbio fornisca informazioni sul tempo¬†o sul modo in cui √® avvenuto l’evento dell’arrivare. A ben vedere, ci sono ragioni a favore dell’una e dell’altra opzione, ma concluderei che l’informazione temporale √® in questo avverbio pi√Ļ forte di quella modale. Dobbiamo, insomma, considerare questo avverbio affine pi√Ļ a¬†prima¬†(avverbio di tempo) che a¬†bene¬†(avverbio di modo).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Avverbio
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Quale affermazione è corretta?

Ci porterà molto fortuna.
Ci porterà molta fortuna.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, ma la seconda, nella quale¬†molta¬†√® un aggettivo che accompagna¬†fortuna, √® di gran lunga pi√Ļ comune. Nella prima¬†molto¬†√® un avverbio che si riferisce a tutta la frase. Per cogliere con pi√Ļ chiarezza il significato della prima frase si pu√≤ sostituire¬†molto¬†con il sinonimo¬†grandemente: “Ci porter√† grandemente fortuna”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase: ‚Äúquel quartiere √® pericoloso: restane lontano‚ÄĚ, lontano √® complemento
predicativo del soggetto o complemento di luogo?

 

RISPOSTA:

Lontano è predicativo del soggetto, mentre la particella pronominale atona (clitica) ne (= da quel luogo) è complemento di moto da luogo.
Che luogo abbia qui valore di aggettivo e non di avverbio è confermato dal fatto che deve accordarsi col soggetto: resta lontana, restate lontani/e ecc.
In una frase in cui lontano avesse valore di avverbio (es. andiamo lontano), esso sarebbe allora complemento di luogo (in questo caso moto a luogo).

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se, quando il noi non è un soggetto logico, bensì un soggetto e vero e proprio, anche se sottinteso, il si impersonale è sempre possibile. 
Ad esempio:
a) (Le mie amiche ed io = noi) quando si era (= eravamo) giovani, si ballava (= ballavamo) tutte le canzoni dell’estate.
Suppongo che si potrebbe optare per il passivante, in quanto il verbo √® transitivo e l’oggetto √® espresso, ma
b) “Quando si era giovani si ballavano tutte le canzoni dell’estate” mi sembrerebbe una generalizzazione quasi spersonalizzante.
Oppure:
c) Chiamami al telefono, stasera, così si fa (noi due) due chiacchiere.
Sarebbe possibile, pure qui, se non vado errata, la costruzione passivante, ma non si verrebbe a creare la stessa situazione succitata?
d) Chiamami al telefono, stasera, così si fanno due chiacchiere.
e) (Noi ragazze) l’anno scorso si sarebbe potute andare (= saremmo potute andare) all’estero.
Benché presiedute da differenti contesti semantici, tutte le frasi sopra riportate sarebbero conformi alla grammatica?

 

RISPOSTA:

Tutte le costruzioni da lei proposte sono corrette (il tipo¬†noi si √®¬†√® oggi tipico del toscano, ma la sua presenza nella tradizione letteraria lo rende familiare a tutta l’Italia)¬†e sintatticamente equivalenti. L’esplicitazione del soggetto mitiga l’effetto di spersonalizzazione della¬†costruzione impersonale; ricordiamo, per√≤, che la costruzione impersonale serve proprio a non esplicitare il soggetto: se, quindi, non √® necessario nascondere il soggetto si pu√≤ optare per la costruzione del tutto personale (ad esempio “Le mie amiche e io quando eravamo giovani ballavamo tutte le canzoni dell’estate”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Le convinzioni limitanti da cancellare sono le seguenti: io sono…, io ho…”. Se, invece, dico: “Vanno cancellate tutte le convinzioni limitanti” non sono obbligato ad elencarle. Giusto?

 

RISPOSTA:

La sua idea √® corretta. Il participio presente¬†seguenti¬†significa letteralmente ‘che seguono’: ci si aspetta, quindi, che effettivamente le convinzioni seguano; l’aggettivo¬†tutte, invece, pu√≤ anticipare l’elencazione delle convinzioni, rimandare alle convinzioni limitanti che sono state introdotte precedentemente, o riferirsi a tutte le convinzioni in generale, senza richiedere che esse vengano elencate.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale
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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Vorrei il vostro parere a proposito della classificazione del nome. In un manuale di grammatica ho trovato la seguente classificazione gerarchica a due livelli:

  • Proprio
  • Comune
    • concreto
    • astratto
    • individuale
    • collettivo

In un altro manuale ho trovato una classificazione differente (a tre livelli):

  • Proprio
  • Comune
    • Concreto
      • individuale
      • collettivo
    • Astratto

In un terzo, infine, si ha una classificazione in cui concreto, astratto, individuale, collettivo sono allo stesso livello di proprio e comune, anziché sottogruppi.
Quale classificazione è la migliore?

 

RISPOSTA:

Classificare un oggetto grammaticale è sempre un problema: si rischia sempre di lasciare fuori dalla classe un elemento, creando la cosiddetta eccezione. Nel caso specifico la classificazione meno problematica è quella meno gerarchizzata, ovvero la terza. I nomi propri, infatti, sono individuali, perché designano elementi singoli (singolari o plurali: Paolo, Italia, Alpi), quindi non dovrebbero essere esclusi da questo tratto, come fanno le prime due classificazioni. Per non parlare del fatto che un nome come Dio è proprio, individuale e astratto (ma il concetto di astrattezza applicato ai nomi è sempre discutibile, quindi meglio non spaccare il capello su questo punto).
La seconda classificazione, inoltre, esclude indebitamente non solo i propri ma anche gli astratti dal tratto individuale / collettivo.
Come si pu√≤ vedere, ogni gerarchizzazione semantica √® una forzatura: i nomi propri possono essere concreti e astratti, individuali e persino collettivi (l’Appennino¬†√® una catena montuosa) al pari dei comuni. L’unica precisazione non problematica nella classificazione √® diadica: i nomi propri sono opposti ai comuni; i concreti agli astratti; gli individuali ai collettivi. Questa √® l’unica precisazione che manca nello schema della terza classificazione, che risulta, pertanto, comunque non ottimale.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi grammaticale, Nome
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QUESITO:

C’√® qualche differenza tra¬†cuocere¬†e¬†far cuocere, verbi che si leggono nelle ricette?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†cuocere¬†pu√≤ essere transitivo (ho cotto la pasta) e intransitivo (la pasta cuoce), ma nell’uso vivo attuale la costruzione transitiva √® sfavorita, probabilmente perch√© l’evento del¬†cuocere¬†√® percepito come intrinsecamente intransitivo: √®, infatti, il cibo che cuoce come conseguenza della somministrazione di calore; del cuoco, al contrario, si preferisce dire che¬†cucina, ovvero ‘prepara i cibi’, anche, ma non soltanto, cuocendoli.¬†In sostituzione di¬†cuocere¬†transitivo si √®, dunque, diffuso¬†far(e) cuocere, per cui, per esempio,¬†fate cuocere per mezz’ora¬†√® preferito a¬†cuocete per mezz’ora.¬†
La costruzione fattitiva (quella con¬†fare) ha anche il vantaggio di sottolineare la durativit√† dell’evento (spesso utile nelle ricette), visto che¬†far cuocere¬†√® molto vicino a¬†lasciare cuocere.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
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QUESITO:

Come bisogna analizzare¬†freddo¬†nella frase “Oggi fa freddo”? √ą un soggetto oppure un complemento oggetto?
E la frase “Si vendono appartamenti” √® impersonale o riflessiva?

 

RISPOSTA:

Le espressioni¬†fa freddo,¬†fa caldo, come anche¬†fa giorno¬†e¬†fa notte, sono del tutto assimilabili ai verbi atmosferici (piove,¬†nevica…); vanno, quindi, analizzate complessivamente come forme verbali impersonali.
Nella frase “Si vendono appartamenti” il verbo non pu√≤ essere impersonale perch√© √® plurale. Per definizione, infatti, il verbo impersonale √® sempre alla terza persona singolare. La frase, pertanto, equivale ad¬†appartamenti sono venduti¬†e il verbo √® passivo. Attenzione, passivo, non riflessivo: gli appartamenti, infatti, non vendono s√© stessi, ma sono venduti da qualcuno che non √® esplicitato. La differenza tra¬†si¬†passivante e impersonalizzante √® oggetto di diverse risposte consultabili nell’archivio di DICO usando la parola chiave¬†impersonale. L’ultima risposta sull’argomento in ordine cronologico √® la seguente “Riflessivo, passivato o intransitivo pronominale“.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Le frasi indicate di seguito – tutte contenenti l’avverbio e congiunzione¬†come¬†– sono ben costruite?
1 РCome non avete capito la prima né la seconda volta, pensereste forse di capire adesso?
2 – Ha riso di gusto, come mai prima (= come mai prima d’ora).
3 – Rise di gusto, come mai prima (= come mai prima d’allora).
4 – Come promesso, ti invio queste foto.
5 – Come da lei indicatomi, le fornirei i dati richiesti.
6 – Come da bando, allego un mio documento di riconoscimento.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono corrette. La prima √® un po’ forzata logicamente, ma comunque accettabile: paragona, infatti, un evento che non √® avvenuto a una domanda sulla possibilit√† che un altro evento accada. Suggerirei, per questa frase, di sostituire¬†come¬†con¬†se¬†(se non avete capito…, pensereste di capire adesso?).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale
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QUESITO:

Se scrivo “Penso che l‚Äôossessione di Carla per Marco sia di gran lunga inferiore DELLA tua per lei (Carla)” √® sbagliato?

 

RISPOSTA:

Il secondo termine di paragone è sempre introdotto da di (o che se è costituito da un nome o un pronome preceduti da una preposizione, oppure se è un verbo, un aggettivo o un avverbio), tranne che con gli aggettivi inferiore e superiore, che richiedono a. 
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Sto preparando un concorso e la banca dati è priva di risposte esatte. Ho qualche dubbio sulle seguenti 10 domande di grammatica.

1) Quale delle seguenti frasi contiene un pronome indefinito?
a) Colui che parla è un buffone qualunque
b) Vado matto per certi tuoi dolci!
c) Riceveremo dei bei regali
d) Qualsiasi mezzo sarà buono per venire al mare
e) Quel tuo amico non mi ha detto niente

2) In quale delle seguenti frasi è presente un pronome personale con funzione di complemento?
a) Io e Giulia frequentiamo un corso di lingua tedesca
b) Credi a me, lo hai punito abbastanza
c) Luca ha preso in prestito tre libri dalla biblioteca
d) Quelle calze colorate potrebbero piacere molto a mia nipote
e) Egli non mi dà alcuna garanzia di riuscita

3) In quale delle seguenti frasi è presente un pronome personale con funzione di complemento?
a) Beati i miei cugini , che vanno tutti gli inverni per due settimane sulla neve!
b) Sono rimasta scioccata all’idea che pure lei, la mia vicina di casa, si √®¬†sposata!
c) Persino lui capì che dovevamo cambiare il nostro modo di fare!
d) Voi siete  colleghe dilavoro di mia sorella?
e) Potete contare sempre su di noi, anche se non ci facciamo vivi spesso

4) In quale delle seguenti frasi la particella pronominale “si” svolge la¬†funzione di riflessivo apparente?
a) Prima di uscire Linda si accertò che tutto fosse in ordine come voleva lei
b) Si narrano molte leggende sull’origine di quel lago
c) All’uscita da scuola Nina e Piero si aspettano a vicenda
d) Il raffreddore si attacca molto facilmente
e) Marta si macchiò le mani con il toner della fotocopiatrice

5) In quale delle seguenti frasi è presente un verbo intransitivo pronominale?
a) Mio figlio si agita sempre tanto e ciò succede ogni volta che incontra il tuo 
b) Giulia si impossessò della mia comoda poltrona e lì si addormentò
c) Non appena vi ha visti, lo zio vi ha salutati molto calorosamente
d) Per cucinare in casa mia si usano solo prodotti macrobiotici e di origine vegetale
e) Si inoltrer√† la pratica inerente il tuo nuovo contratto di lavoro all’ufficio¬†competente

6) In quale delle seguenti frasi è presente un verbo alla forma passiva?
a) Un abile chirurgo di fama internazionale operò con successo mia zia
b) Durante quell’alluvione andarono perse numerose opere d’arte
c) Quel museo chiuderà per molto tempo al pubblico a causa di ingenti lavori di restauro
d) Studenti di una scuola francese attendono ancora di ricevere una lettera dagli alunni della II E
e) Se continuer√† a non studiare non andr√† in vacanza durante l’estate

7) In quale delle seguenti frasi è presente una preposizione impropria?
a) A colazione siamo soliti mangiare dei biscotti al cioccolato e bere del latte caldo
b) Potr√† presentare le sue rimostranze presso l’ufficio reclami
c) Purtroppo mi si è già rotta la montatura degli occhiali
d) Tutti sono venuti a sapere del coraggio che hai dimostrato in quell’impresa
e) I tuoi genitori desiderano sopra ogni cosa la tua felicità

8) In quale delle seguenti frasi “che” ha funzione di complemento¬†oggetto?
a) Ho appena finito di leggere il libro che mi è stato regalato per Natale
b) Pirro capì che aveva perso molti uomini in battaglia
c) Mio padre non ha compreso una sola parola di ciò che è stato detto
d) Cesare pensò di rendere onore ai nemici che aveva sconfitto
e) Dobbiamo continuare a camminare ora che siamo quasi arrivati

9) Quale delle seguenti frasi contiene un pronome relativo?
a) Non so chi sia la persona alla tua destra
b) Da questo colle vedremo l’orso che esce dalla sua tana
c) Mi chiedo quale sia la data del prossimo colloquio
d) Mario crede che tu sia ancora all’estero
e) Penso che tu comprenda quale sensazione io stia provando

10) Che tipo di proposizione contiene la frase “Resta pure a casa fino¬†all’ora di cena, perch√© non √® importante che tu venga per la¬†riunione”?
a) Consecutiva
b) Temporale
c) Concessiva
d) Finale
e) Soggettiva 

 

RISPOSTA:

Come spesso avviene con questo tipo di domande così puntuali, la risposta può essere non univoca. Alcune delle domande, infatti, ammettono una doppia risposta.
1) = e): il pronome indefinito è niente.
2) = b): il pronome personale complemento √®¬†lo, ma anche¬†me¬†si trova all’interno di un complemento.
3) = e): il pronome è noi.
4) = e).
5) = a) e b). Sono verbi intransitivi pronominali agitarsi, impossessarsi, addormentarsi.
6) = b): andarono perse (ovvero furono perse).
7) = b): presso, e e): sopra.
8) = d).
9) = b).
10) = e). La proposizione è che tu venga per la riunione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

“Si concentrava sui suoni di quel luogo, finch√© la testa non le si svuotava e non si sentiva altro che un oggetto inanimato, piante tra le piante, terra che si¬†fondeva con la terra”.
Si concentrava è un verbo intransitivo pronominale, oppure riflessivo?
Si svuotava: riflessivo o forma passiva con si passivante?
Si sentiva: riflessivo o forma passiva con si passivante?
Si fondeva: riflessivo?

 

RISPOSTA:

La prova della riflessivit√† di un verbo √® data dalla identit√† tra il soggetto e il complemento oggetto. Nel caso del verbo¬†concentrarsi¬†possiamo dire che il soggetto, qui sottinteso,¬†concentri¬†s√© stesso? No: il verbo, piuttosto, esprime un’azione nella quale il soggetto √® intensamente coinvolto. Questo verbo, pertanto,¬†√® pronominale¬†ma non riflessivo, ed √®¬†intransitivo perch√© non regge alcun complemento oggetto. Lo stesso vale per¬†svuotarsi¬†e¬†fondersi, che quindi non sono n√© riflessivi n√© passivati, bens√¨ ancora intransitivi pronominali.¬†
Diverso il discorso per¬†si sentiva: l’espressione¬†non si sentiva altro¬†equivale a¬†niente altro¬†era sentito, quindi √® una forma passivata tramite il pronome¬†si¬†(detto per questo¬†passivante). Ricordo che al singolare non c’√® modo di distinguere il¬†si¬†passivante dal¬†si¬†impersonalizzante:¬†non si sentiva altro, infatti, pu√≤ essere parafrasato anche come¬†nessuno sentiva altro¬†(impersonale). Al plurale, invece, l’espressione sarebbe senz’altro passivata:¬†non si sentivano altri rumori¬†(molto strana, anche se in teoria possibile, sarebbe la costruzione impersonale¬†non si sentiva altri rumori).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Quale delle due affermazioni è corretta?
1. Non accessibile alle persone.
2. Non accessibile dalle persone. 

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†accessibile¬†regge la preposizione¬†a. Non √® escluso, comunque, l’uso assoluto, cio√® senza altro complemento, e il completamento con il generico complemento di agente, che si costruisce con la preposizione¬†da. Questa preposizione, per√≤, si usa anche per indicare il percorso attraverso cui un luogo √® accessibile:¬†accessibile da computer,¬†dalla strada,¬†dal mare, per cui¬†accessibile¬†alle persone¬†√® pi√Ļ preciso e immediato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Coesione
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QUESITO:

In analisi grammaticale la parola museo è un nome collettivo o individuale?

 

RISPOSTA:

Il nome¬†museo¬†√® collettivo se √® usato nel senso di ‘raccolta di opere d’arte’; se, invece, √® usato (come √® comunemente) nel senso di ‘luogo nel quale √® conservata una raccolta di opere d’arte’ √® individuale.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale
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QUESITO:

Si dice¬†i migliori vini d’Italia o dell’Italia?
I jeans robusti sono quelli larghi, non stretti?

 

RISPOSTA:

L’espressione comune √®¬†i migliori vini d’Italia. Si userebbe¬†dell’Italia¬†soltanto se l’Italia fosse il secondo termine di un paragone:¬†la Francia ha pi√Ļ vini dell’Italia.
L’aggettivo¬†robusto¬†significa anche ‘adatto a persone robuste’, quindi ‘largo’. Non pu√≤ significare mai ‘stretto’. Con il significato di ‘largo’, per√≤, non si usa riferito ai capi di abbigliamento, ma soltanto alle taglie; si dice¬†jeans di taglia robusta, non¬†jeans robusti. Ovviamente si pu√≤ dire¬†jeans robusti, ma solo se si intende¬†‘jeans forti, resistenti, che non si rompono facilmente’.
Fabio Ruggiano 

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QUESITO:

Se devo chiedere ad una persona se lei, la citata persona, √® in possesso di una¬†determinata cosa, un oggetto ad esempio, √® corretto dire: “Le chiedo di comunicare il possesso, da parte sua, della documentazione ecc.”¬†oppure basta dire: “Le chiedo di comunicare il possesso della documentazione ecc.”
Si può omettere da parte sua?
Tale omissione potrebbe non chiarire a quale soggetto debba riferirsi il possesso di quella cosa?

 

RISPOSTA:

L’espressione¬†da parte sua¬†pu√≤ essere omessa senza che si crei ambiguit√† su questo aspetto della frase: √® logico supporre, infatti, che si chieda alla persona di comunicare informazioni che la riguardano, non che riguardano altri. Se fosse quest’ultimo il caso, piuttosto, sarebbe necessario specificare chi sarebbe l’eventuale possessore.
Il problema maggiore della frase, comunque, non è quello da lei prospettato, bensì la soppressione della sfumatura potenziale causata dalla nominalizzazione. Il possesso, infatti, è soltanto possibile, ma questo non si evince dalla frase, che sembra riferirsi al possesso come a un fatto.
In altre parole,¬†comunicare il possesso¬†potrebbe significare tanto¬†comunicare di essere in possesso¬†(fatto), quanto¬†comunicare se lei sia in possesso¬†(possibilit√†), ed √® proprio il primo significato, quello fattuale, a essere preminente. Questo problema si pu√≤ superare o optando per la forma verbale della frase:¬†le chiedo di comunicare se lei sia in possesso, oppure inserendo un avverbio che esprima la potenzialit√†:¬†le chiedo di comunicare l’eventuale possesso.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Pronti¬†√® un verbo (participio presente) oppure un aggettivo? In questa frase sembra un participio presente: “i nuovi personaggi contano veramente: perch√®¬†pronti¬†a sacrificare la loro vita per qualcosa di pi√Ļ grande”.
Se √® un participio presente, qual √® l’infinito? Ho trovato la forma verbale¬†essere promente, che non avevo mai sentito, ma esiste?

 

RISPOSTA:

Pronti¬†√® la forma maschile plurale dell’aggettivo¬†pronto. Effettivamente questo aggettivo ha un’origine verbale: continua, infatti, il latino¬†PROMPTUM,¬†participio perfetto del verbo¬†PROMERE. Si badi, comunque, che il participio perfetto latino corrisponde¬†grosso modo¬†al participio passato, non al presente. Un aggettivo (oggi usato quasi esclusivamente come nome) che continua un participio presente latino √®, per esempio,¬†presidente, dal latino PRAESIDENTEM, participio presente del verbo PRAESIDERE.
Si ricordi che i participi presenti italiani finiscono soltanto in -ante (amante) o -(i)ente (ardente, dormiente). 
Oltre che dalla terminazione simile a quella dei participi presenti, l’idea che¬†pronto¬†potesse essere una forma verbale potrebbe essere stata suggerita dalla sintassi della frase:¬†perch√© pronti, infatti, √® una proposizione nominale, cio√® senza verbo. In questo caso, per√≤, √® facile riconoscere che il verbo √®¬†essere¬†sottinteso:¬†perch√© sono pronti.
Per quanto riguarda¬†promente, la forma non √® attestata, cio√® non √® stata mai usata, ma √® teoricamente esistente. Sarebbe il participio presente di¬†promere, il verbo che continua proprio il latino PROMERE, etimologicamente legato anche a¬†pronto, e che significa ‘manifestare’ o ‘estrarre’. Se fosse usato, quindi,¬†promente¬†significherebbe ‘manifestante’ o ‘estraente’. Va detto, comunque, che¬†promere, oltre a essere un verbo difettivo, perch√© √® stato usato soltanto alla terza persona singolare dell’indicativo presente, √® anche molto raro e aulico; non ci sono molte possibilit√†, quindi, che¬†promente¬†venga mai usato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Lo guardai per svariati minuti e lo studiai attento”: l’uso dell‚Äôaggettivo con¬†funzione avverbiale √® adatto anche a un tono formale? In un esempio come quello¬†indicato soluzioni quali¬†attentamente¬†o¬†con attenzione¬†sarebbero da favorire?

 

RISPOSTA:

L’uso dell’aggettivo con funzione avverbiale √® attestato fin dal Trecento ed √® codificato nell’italiano standard.¬†Se osserviamo la distribuzione di questo fenomeno oggi, notiamo che esso √® tipico di espressioni idiomatiche o comunque cristallizzate:¬†andare piano¬†(e¬†andarci piano),¬†parlare forte,¬†tenere duro… Questo tipo di espressioni sposta di norma il registro verso il basso, al limite dell’informalit√† (e in casi come¬†andarci piano¬†supera questo limite).
A parte questi casi, per√≤, l’aggettivo con funzione avverbiale √® anche sfruttato in testi letterari o che hanno scopi estetici (ad esempio pubblicitari:¬†vota comunista,¬†mangia sano…). Anche questi usi, pur rimanendo standard, sono diafasicamente orientati verso l’alto, ovvero verso¬†la variet√† letteraria.
Il suo esempio fa parte di questa seconda fenomenologia, nella quale l’aggettivo √® scelto come variante libera dell’avverbio, funzionale a un effetto estetico o poetico.
Si noti che tra¬†attento¬†e¬†attentamente¬†si coglie anche una differenza semantica: l’aggettivo √® un complemento predicativo, che indica l’atteggiamento del soggetto (= ‘lo studiai rimanendo attento’); l’avverbio √® un complemento di modo, che indica il modo in cui √® svolta l’azione (= ‘lo studiai in modo attento’).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei chiedere dove e come potrei attingere informazioni per capire quando √® possibile usare l’espressione¬†e non, come nella frase “Si √® servito di strumenti tecnologici e non”.

 

RISPOSTA:

L’avverbio¬†non¬†si usa davanti al sintagma o la frase negata dall’avverbio stesso. In alternativa, pu√≤ essere usato davanti a un inciso, seguito dal sintagma o la frase negata:¬†“Mario ha 40 anni e non, come lui sostiene, 36”.
Quando, invece, la negazione riguarda il sintagma precedente si usa no. 
L’espressione¬†e non¬†√® usata¬†comunemente, nel parlato e nello scritto, anche al posto di¬†e no.¬†La ragione di questo uso √® che il parlante suppone che¬†non¬†sia comunque seguito dal sintagma precedente sottinteso; per esempio:¬†tecnologici e non (tecnologici). Si tratta di una possibilit√† non necessaria, vista la presenza di¬†e no, ma,¬†visto che √® di uso comune, pu√≤ essere accettata in contesti informali; in contesti formali e ufficiali, invece, √® preferibile la forma normale.
Si consideri che la sostituzione di¬†e no¬†con¬†e non¬†√® impossibile quando a essere negata √® una frase o un verbo:¬†“Vieni¬†o no¬†al cinema?” (*”Vieni o non al cinema?”); “Quello lo conosco, quell’altro¬†no” (*”Quello lo conosco, quell’altro non”).
Una breve illustrazione dell’alternanza tra¬†no¬†e¬†non¬†√® nel volume¬†Italiano¬†di Luca Serianni, Milano, Garzanti, 1997, p. 352.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica

QUESITO:

Quale versione della seguente frase è preferibile? 
1.¬†“Il ragazzo si √® servito di strumenti tecnologici e non in modo corretto”;
2.¬†“Il ragazzo si √® servito di / degli¬†strumenti, tecnologici e non, in modo corretto”.

 

RISPOSTA:

Ci sono diversi modi per rendere non ambigua questa frase. Innanzitutto bisogna fare una piccola correzione: l’espressione¬†e non¬†non √® corretta; si dice¬†e no, perch√©¬†non¬†richiede l’esplicitazione del sintagma o della frase negati (per esempio¬†tecnologici e non tecnologici). Con questa correzione, entrambe le versioni della frase (nella seconda¬†degli strumenti¬†va preferito a¬†di strumenti)¬†risultano chiare. La 2, con l’inciso, mette in secondo piano il tipo di strumenti, facendo risaltare l’uso corretto che √® stato fatto degli strumenti. Nella 1, invece, si definisce¬†corretto¬†l’uso proprio degli strumenti¬†tecnologici e no.
Ancora meglio, comunque, sarebbe chiarire quali siano questi strumenti¬†non tecnologici, per esempio:¬†tecnologici e cartacei¬†(ma non posso essere preciso perch√© non so di quali altri strumenti si √® servito il ragazzo). Un’ulteriore alternativa sarebbe¬†si √® servito delle TIC e degli strumenti analogici¬†(ma, anche qui, dovrei sapere di quali strumenti si sta parlando).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nell’analisi grammaticale un nome falso alterato pu√≤ essere definito anche come¬†primitivo? E un nome semplicemente alterato?¬†I nomi in questione sono¬†salvietta¬†e¬†musetto.

 

RISPOSTA:

I falsi alterati possono essere primitivi, come il suo¬†salvietta¬†(adattamento del francese¬†serviette) o derivati con suffissi polifunzionali, come, per esempio,¬†ciabattino, che non √® una piccola ciabatta ma un artigiano che ripara le scarpe. Qualche problema di classificazione pongono i nomi formati per alterazione che oggi sono percepiti come primitivi, come¬†bambino¬†(da¬†bambo¬†+¬†-ino) o¬†cucciolo. Molti di questi¬†sono nati con¬†significati specifici, o li hanno assunti nel tempo, anche molto distanti da quelli dei nomi base:¬†pinolo,¬†poltrona,¬†libretto,¬†cannone,¬†lunotto…¬†
A questi nomi possono applicarsi entrambe le etichette, a seconda che li si guardi in prospettiva storica o sincronica. Dal punto di vista morfologico, però, sono innegabilmente derivati. 
I nomi alterati, come¬†musetto¬†‘piccolo muso’, sono, in quanto alterati, non primitivi. Ricordo che i suffissi alterativi non sono diversi dagli altri suffissi dal punto di vista morfologico: i nomi (ma anche gli aggettivi, gli avverbi e i verbi) alterati sono, pertanto, una sottocategoria dei derivati.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi grammaticale, Nome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su questa frase: “La mia mamma √® la pi√Ļ bella del mondo”.¬†La pi√Ļ bella¬†√® superlativo relativo o assoluto?

 

RISPOSTA:

Superlativo relativo: lo si riconosce dalla forma (articolo +¬†pi√Ļ¬†+ grado positivo dell’aggettivo) e dalla presenza del complemento partitivo (del mondo¬†= ‘tra tutte quelle del mondo’). Proprio il complemento partitivo, che pu√≤ essere esplicito o implicito, rende relativa (rispetto a un insieme) la qualit√† superlativa. Il superlativo assoluto ha forma diversa (bellissima¬†oppure¬†molto bella) e non √® seguito dal complemento partitivo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho dei dubbi su alcuni esercizi sui pronomi proposti da un sussidiario di scuola primaria, secondo me un po’ confusi…
Nella frase “Molte volte veniamo disturbati per nulla”,¬†nulla¬†ha valore di¬†pronome indefinito o di avverbio?
Nella frase “Mia sorella ha quattordici anni, ma vorrebbe averne diciannove per andare all’universit√†”,¬†diciannove¬†√® pronome numerale pur essendoci la¬†particella¬†ne¬†che gi√† sostituisce il nome?
Nella frase “Siamo due fratelli: Gianni ha quattro anni, io ne ho il doppio”,¬†doppio¬†ha funzione di pronome numerale?

RISPOSTA:

Il problema della prima frase √® dovuto forse all’ambiguit√† dell’espressione¬†per nulla. Questa, infatti, pu√≤ significare tanto ‘per motivi futili, senza una vera ragione’, quanto ‘affatto, assolutamente no’. Il significato inteso nella frase √® certaemente il primo (visto che il secondo si usa quasi esclusivamente in frasi negative): in questo caso¬†nulla¬†√® pronome indefinito, sostituibile con¬†nessuna cosa. Nel secondo caso¬†nulla¬†sarebbe, per la verit√†, sempre un pronome indefinito, che, per√≤, insieme alla preposizione¬†per¬†forma una perifrasi o locuzione avverbiale. In una frase come “Dimmi pure, non mi disturbi per nulla”, per esempio,¬†per nulla¬†significa letteralmente ‘per nessuna cosa, per nessuna ragione, in nessun modo’; partendo da questo significato, la perifrasi si √® cristallizzata dinenendo a tutti gli effetti un avverbio.¬†
Nulla¬†si pu√≤ usare come avverbio anche senza¬†per:¬†“Non me ne importa nulla”; anche qui √® chiara la funzione di partenza di pronome (= ‘non me ne importa nessun aspetto’), che si √® cristallizzata trasformando la parola in un avverbio.
Per quanto riguarda i numerali, nella prima frase¬†diciannove¬†√® un pronome, e la presenza di¬†ne¬†non cambia la sua natura. Si noti che lo stesso avviene con¬†nulla¬†(“Non me¬†ne¬†importa¬†nulla“) e avverrebbe con qualsiasi altro aggettivo/pronome indefinito:¬†ne vorrebbe avere alcuni.¬†
Nell’ultima frase,¬†il doppio¬†√® ancora pronome numerale. In questo caso, il dubbio potrebbe essere se¬†doppio¬†non sia da considerarsi nome (non pu√≤ essere, invece, aggettivo, visto che √® preceduto dall’articolo e ha chiaramente la funzione di rimandare a un altro referente). La natura quasi nominale degli aggettivi che non accompagnano nomi √® gi√† stata discussa nella risposta n. 2800253 dell’archivio di DICO (ma si pu√≤ vedere anche la 2800269).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho letto che per definizione gli aggettivi indefiniti indicano una qualità o una quantità imprecisata. Non riesco però a immaginare un esempio in cui un aggettivo indefinito possa esprimere una qualità. Ancor meno dopo aver letto l’esempio riportato dal sito che ho consultato: era alquanto difficile. Non si tratta di avverbio?

 

RISPOSTA:

Ha ragione: gli aggettivi indefiniti non esprimono qualit√†, bens√¨ caratteristiche legate alla quantit√† di un oggetto. Tale differenza si vede bene se confrontiamo l’aggettivo qualificativo¬†diverso¬†con l’aggettivo indefinito¬†diverso¬†(o, se vogliamo, l’uso qualificativo dall’uso indefinito dell’aggettivo¬†diverso): 1. “I tuoi amici sono diversi dai miei” (= i miei amici hanno una certa qualit√†); 2. “Ho diversi amici a Genova” (= ho un numero imprecisato di amici). Ancora pi√Ļ chiara √® la differenza nell’aggettivo¬†certo: 1. “Sono certo della mia affermazione”; 2. “Ho una certa idea che tu mi stia mentendo”. Quando √® usato come indefinito,¬†certo¬†significa ‘imprecisato’, che √® per certi versi il contrario del significato assunto dall’aggettivo qualificativo.
Un’altra caratteristica degli aggettivi indefiniti √® che alcuni possono essere usati come avverbi. Uno degli aggettivi con questa capacit√† √® proprio¬†certo: “Non √® certo (=¬†certamente) lui che stavo cercando”. Un altro √®¬†alquanto, che √®, appunto, avverbio nella frase da lei riportata. Proprio¬†alquanto, tra l’altro, al singolare¬†√® usato raramente, e soltanto con nomi non numerabili:¬†alquanto zucchero,¬†alquanto traffico; pi√Ļ spesso √® usato al plurale (alquante persone,¬†alquanti invitati). Ancora pi√Ļ spesso, invece, √® usato come avverbio, per modificare un aggettivo, come nella sua frase, o un altro avverbio (alquanto velocemente,¬†alquanto presto).¬†
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Ognuno ha le sue idee, ma bisogna rispettare quelle altrui”,¬†ognuno¬†√® un pronome; invece¬†altrui¬†che funzione ha?¬†

RISPOSTA:

Ha la funzione che gli √® propria sempre nell’italiano moderno, ovvero quella di aggettivo possessivo. Anticamente era possibile usarlo anche come pronome, con il singificato di ‘qualcun altro’ o ‘a qualcun altro’.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nel seguente brano vicino è un aggettivo o un avverbio?
Bello di persona, gentile di modi, venne chiamato a Roma, dove il Papa lo volle¬†sempre¬†vicino¬†e gli affid√≤ i lavori pi√Ļ delicati.
Forse si tratta di un predicativo dell’oggetto?

 

RISPOSTA:

Quando¬†vicino¬†(ma anche¬†lontano) √® singolare maschile non si distingue nella forma dall’avverbio, ed √®, pertanto, difficile stabilire se abbia funzione di aggettivo o di avverbio. Ovviamente, se l’aggettivo si riferisce a un nome femminile e/o plurale il problema si risolve automaticamente: in¬†il papa la volle vicina¬†o¬†il papa li volle vicini¬†la parola √® un aggettivo; in¬†il papa la volle vicino¬†o¬†il papa li volle vicino¬†√® un avverbio di luogo. La coincidenza morfologica rende difficile stabilire la funzione della parola perch√©, a monte, √® difficile stabilire la differenza di funzione, quindi di significato, tra¬†vicino¬†aggettivo e¬†vicino¬†avverbio di luogo. Un modo per rilevare questa differenza √® considerare che¬†l’aggettivo rappresenta una qualit√† del nome a cui si riferisce, mentre l’avverbio indica una posizione relativa nello spazio. Per questo quando vogliamo comunicare la nostra partecipazione al dolore di una persona diciamo¬†ti siamo vicini, non¬†ti siamo vicino,¬†perch√© vogliamo esprimere un sentimento, una caratteristica che in quel momento ci qualifica, non una posizione nello spazio. Con il verbo¬†essere¬†costruiamo comunemente espressioni che contrastano con questo principio: “- Dove sono i cani? – Sono vicini” (pi√Ļ insolito, sebbene pi√Ļ logico,¬†sono vicino). Questo, per√≤, si spiega con l’ambiguit√† semantica propria del verbo¬†essere, che √® prima di tutto la copula, quindi seleziona preferibilmente l’aggettivo, e solo secondariamente √® un verbo spaziale, equivalente a¬†trovarsi. L’ambiguit√† tocca comunque quasi tutti i verbi, perch√© √® insita nella parola stessa¬†vicino¬†(cos√¨ come in¬†lontano): la posizione nello spazio, infatti, √® affine a una qualit√†. Per questo, anche se sostituiamo¬†si trovano¬†a¬†sono¬†nell’esempio precedente, la costruzione non cambia di molto:¬†“- Dove si trovano i cani? – Si trovano vicini”. Va detto, per√≤, che con¬†trovarsi¬†l’avverbio diviene molto pi√Ļ accettabile (si trovano vicino), perch√© il verbo seleziona pi√Ļ decisamente l’informazione relativa al luogo.
In definitiva, quindi, nel suo esempio¬†vicino¬†pu√≤ essere tanto un aggettivo quanto un avverbio. Se √® aggettivo, l’espressione √® parafrasabile come¬†il papa volle che lui gli fosse vicino; se √® avverbio, propende per¬†il papa volle che lui gli stesse vicino. Difficilmente, comunque, il parlante medio coglierebbe tale distinzione; sarebbe portato, invece, a considerare le due versioni della frase assolutamente equivalenti.
Dal punto di vista dell’analisi logica, l’aggettivo pu√≤ essere considerato un attributo o¬†un complemento predicativo dell’oggetto (a seconda dell’impostazione seguita); l’avverbio √®, invece, un complemento di stato in luogo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Adesso ti ci metti anche tu a prendermi in giro” come si analizza la¬†parola¬†anche? √ą un avverbio o una congiunzione? E la parola¬†neppure¬†nella frase “Non¬†c’era neppure un libro”? A me paiono avverbi, ma i libri da cui sono tratte le¬†indicano come congiunzioni… Perch√©? Cosa uniscono?

 

RISPOSTA:

Le grammatiche scolastiche tendono a considerare queste parole congiunzioni sulla scorta di frasi come “Ho incontrato lui e anche quell’altro” e “Non voglio studiare e neppure leggere”; √® chiaro, per√≤, che anche in esempi del genere la parola che congiunge √® un’altra (e, ma potrebbe essere anche¬†ma¬†o¬†o), mentre¬†anche¬†e¬†neppure¬†si legano a un nome, un verbo, un pronome, un aggettivo, come fanno gli avverbi.
In conclusione concordo con lei: si tratta di avverbi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le seguenti parole usate come sostantivi sono invariabili (cioè hanno la forma plurale e la terminazione non cambia col mutare del numero) o ammettono solo il singolare? Se sono variabili e si usa il plurale, quale terminazione hanno:
domani¬†‘il giorno seguente, il giorno dopo’; ‘il futuro, l’avvenire’;¬†
dopo¬†‘ci√≤ che accadr√† poi; l’avvenire, il futuro’;
eden¬†‘il paradiso terrestre’; luogo o condizione di pace e di felicit√†’;
ginseng¬†‘pianta erbacea perenne della famiglia delle Araliacee’;
io¬†‘la propria persona’;
iris¬†‘giaggiolo’;
mais¬†‘ganturco’;
mammut¬†‘elefante preistorico’;
marcia¬†‘materia purulenta, pus’;
masut,¬†mazut¬†‘residuo della distillazione dei petroli greggi’;
megahertz¬†‘unit√† di misura della frequenza’;
meno ‘la cosa minore, la parte minore; segno di valori negativi e dell’operazione della sottrazione’.
Quale articolo indeterminativo bisogna usare davanti a pneumatico e iota? Nei vari dizionari della lingua italiana ho trovato: non capire un / una iota; non valere uno / una iota; un / uno pneumatico.

 

RISPOSTA:

‚ÄčCome regola generale, i sostantivi che finiscono per consonante sono invariabili (e molto spesso maschili). Quindi¬†un ginseng¬†/¬†molti ginseng,¬†un megahertz¬†/¬†molti megahertz. Questa regola si intreccia con il significato dei sostantivi, che a volte esclude l’uso plurale. Questo √® il caso di¬†eden, che indica un luogo unico, difficilmente immaginabile al plurale.¬†√ą il caso anche di¬†mais, che non √® usato al plurale perch√© indica un prodotto considerato complessivamente (come¬†mais¬†si comportano i sostantivi che indicano sostanze:¬†acqua,¬†sale,¬†mercurio…).
Le parole del suo elenco che non sono sostantivi, ma avverbi (domani,¬†meno,¬†dopo) o¬†pronomi (io), quando sono usati con la funzione di sostantivi non ammettono il plurale, se non in casi molto rari (“I domani di ieri” √® un romanzo di Ali B√©cheur del 2019). In questi casi, comunque, sono invariabili.
Infine, il termine¬†marcia¬†‘pus’ (antiquato e di bassissimo uso) non si usa al plurale perch√© indica una sostanza.
Per quanto riguarda gli articoli da scegliere, il nome¬†pneumatico¬†va considerato come¬†psicologo, quindi¬†uno pneumatico. Negli ultimi decenni si √®, per√≤, diffuso nell’uso¬†un pneumatico, e oggi entrambe le soluzioni sono accettabili (ma¬†uno pneumatico¬†√® pi√Ļ corretta).¬†Iota¬†pu√≤ essere considerato sia maschile sia femminile; inoltre¬†un iota,¬†uno iota,¬†una iota¬†(raro¬†un’iota)¬†sono tutte soluzioni corrette, perch√© il suono [j], corrispondente a una¬†i¬†seguita da una vocale, √® a met√† strada tra una vocale e una consonante.¬†Oggi sono pi√Ļ comuni¬†uno iota¬†e¬†una iota¬†(ma si consideri che questa parola √® rara). Nell’espressione¬†non capire un iota¬†si conserva il modo di scrivere pi√Ļ comune in passato¬†(si pu√≤ comunque dire¬†non capire uno / una iota), visto che l’espressione √® antiquata; oggi si preferisce dire¬†non capire un’acca¬†oppure¬†non capire un tubo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nella frase “Ha fatto un minimo sforzo”,¬†minimo¬†potrebbe essere considerato sia superlativo assoluto sia superlativo relativo, nel senso di ‘il pi√Ļ piccolo tra tanti’?

 

RISPOSTA:

Minimo¬†√® il superlativo assoluto di¬†piccolo; il superlativo relativo si forma con¬†il minore. “Ha fatto lo sforzo minore” implicherebbe la presenza di un riferimento rispetto al quale il superlativo sarebbe tale: “Ha fatto il minor sforzo possibile / lo sforzo minore tra quelli che gli si erano prospettati / lo sforzo minore della sua squadra (tra quelli fatti dai componenti della sua squadra)”.
Raphael Merida
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase “la cosa che Michele sa fare di pi√Ļ √® scrivere”,¬†di pi√Ļ¬†√® un comparativo?

 

RISPOSTA:

Nella frase,¬†di pi√Ļ¬†(che¬†equivale all’avverbio¬†meglio)¬†√® senz’altro un’espressione superlativa, non comparativa: non c’√®, infatti, un secondo termine di paragone.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In una frase come “loro si vestono eleganti”,¬†l’aggettivo, che mi pare un¬†avverbio, si concorda con il soggetto o no?
 

 

RISPOSTA:

La frase “loro si vestono eleganti” √® corretta, ma informale. Sarebbe pi√Ļ formale “loro si vestono elegantemente”, con l’avverbio al posto dell’aggettivo (che, infatti, ha funzione avverbiale). Possibile, ma molto informale, anche “loro si vestono elegante”, con l’aggettivo che rimane invariato proprio perch√© ha la funzione di avverbio.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

“Tutt’e due” si pu√≤ ritenere un pronome¬†personale, dato che contiene un indefinito ma anche un aggettivo numerate?

 

RISPOSTA:

Tutti e due = entrambi non è pronome personale, bensì pronome (o aggettivo, se seguito da un nome) numerativo.
 
Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi grammaticale, Pronome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Pi√Ļ che mai si pu√≤ considerare un comparativo di maggioranza? Oppure √® solo incremento valore aggettivo?¬†Es: sono pi√Ļ che mai felice.

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che mai¬†non √® interpretabile come un comparativo, bens√¨ come un modificatore dell‚Äôaggettivo cui si accompagna, per indicarne il grado di intensit√†: √® dunque equivalente a un avverbio (tecnicamente, si tratta di una locuzione avverbiale) come¬†moltissimo¬†o simili. In questo caso, dunque, √® un tutt‚Äôuno con¬†felice, quale parte nominale del predicato nominale ‚Äúsono pi√Ļ che mai felice‚ÄĚ.
 
Fabio Rossi

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‚ÄčQUESITO:

Mi piacerebbe sapere¬†se, in un testo scolastico (es. la simulazione di una lettera o di un diario), si pu√≤ accettare l’espressione¬†“Siamo migliori amiche”.

 

RISPOSTA:

La lettera a un amico o a un’amica e il diario sono generi caratterizzati da un registro informale, nel quale figurano a loro agio, e sono pienamente giustificate, espressioni “brillanti”, non canoniche, vicine al parlato.
Ma vediamo perch√©¬†migliore amico/a¬†e¬†migliori¬†amici/amiche¬†sono espressioni non canoniche.¬†Molto diffuse oggi, presentano tre difficolt√† se passate al vaglio della grammatica standard: non hanno l’articolo determinativo e non hanno il complemento partitivo, entrambi¬†richiesti dal superlativo relativo¬†migliore;¬†mancano del complemento di specificazione (o dell’aggettivo possessivo), richiesto dal nome¬†amico.
In una frase standard come “Il migliore amico dell’uomo √® il cane” si nota¬†che l’aggettivo al grado superlativo relativo sia preceduto dall’articolo determinativo;¬†amico, inoltre,¬†√® correttamente specificato (molto strano sarebbe *”Il miglior amico √® il cane”). Anche in questa frase, invece, manca il complemento partitivo, che, per la verit√†, pu√≤ facilmente essere sottinteso nel caso in cui coincida con¬†tra tutti gli altri¬†o simili:¬†“(Tra tutti gli altri amici,) il migliore amico dell’uomo √® il cane”.
Delle tre difficolt√† individuate nell’espressione qui analizzata, quindi, una √® trascurabile:¬†migliore amico¬†presuppone¬†tra tutti.
Pi√Ļ strana sembra la mancanza del complemento di specificazione per¬†amico/a/i/e. A ben vedere, per√≤, anche questa si spiega con il sottinteso: “Siamo migliori amiche” √® implicitamente completata da¬†l’una dell’altra. Come si vede, questo costrutto appesantisce l’espressione e la rende molto meno agevole e immediata: si capisce, quindi, perch√© i parlanti lo eludano. Rispetto allo standard, questa scelta rappresenta uno scarto, non grave ma sufficiente per abbassare di un gradino la formalit√† dell’espressione.
La terza mancanza, quella dell’articolo prima di¬†migliore/i, √® l’unica davvero grave, perch√© contrasta con una regola sintattica molto rigida (migliore¬†√® comparativo di maggioranza;¬†il migliore¬†√® superlativo relativo), sebbene si giustifichi sul piano della convenienza. Se inseriamo l’articolo, infatti, otteniamo “Siamo le migliori amiche”, che renderebbe il sottintendimento del complemento di specificazione inaccettabile per la maggioranza dei parlanti.
Questa disamina dei “difetti” insiti nell’espressione ci consegna, per contrasto, la variante standard della stessa: “Siamo le migliori amiche l’una dell’altra”. Si noter√†, nella formulazione, oltre alla minore efficacia espressiva, la “stranezza” del mancato accordo tra il nome del predicato¬†le migliori amiche¬†e il costrutto reciproco, che √® grammaticalmente singolare. La variante¬†“Siamo la migliore amica l’una dell’altra”, pure possibile, sana questa “stranezza”, ma provoca la sgrammaticatura (quindi √® formalmente pi√Ļ trascurata) del mancato accordo tra la copula (a sua volta concordata con il soggetto), plurale, e il nome del predicato, singolare.
A margine rilevo che la lettera e la pagina di diario, generi testuali familiari ai ragazzi fino a qualche anno fa, oggi appaiono anacronistici e, per questo, poco motivanti. Si possono sostituire con l’articolo di un blog, l’e-mail, il post di un social network (purch√© siano rese chiare le finalit√† e le caratteristiche formali che questi prodotti devono avere).
Fabio Ruggiano

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‚ÄčQUESITO:

In analisi logica e grammaticale, come si analizza¬†ci¬†nelle espressioni:¬†“CI incontreremo alle 16?”, “CI vedremo alle 16”?
I verbi incontrarsi e vedersi vanno considerati transitivi o intransitivi?

 

RISPOSTA:

‚ÄčSi tratta di un pronome personale atono, anche detto¬†particella pronominale. In analisi logica va considerato parte integrante dei verbi¬†incontrarsi¬†e¬†vedersi. Volendolo analizzare, esso sembra avere la funzione di¬†complemento oggetto, ma questa √® in contraddizione con il genere intransitivo di questi verbi.
Ricordo che¬†in¬†questi verbi,¬†detti¬†riflessivi¬†reciproci¬†o solamente¬†reciproci, il pronome¬†ci¬†non ha il valore propriamente riflessivo di¬†noi stessi, ma uno leggermente diverso, difficile da esprimere in altro modo:¬†“Io e Luca dobbiamo incontrarci” significa non *’Io devo incontrare me stesso e Luca deve incontrare s√© stesso”, ma ‘io devo incontrare Luca e Luca deve incontrare me’¬†(mentre “Io e Luca dobbiamo vestirci” significa esattamente ‘Io devo vestire me stesso e Luca deve vestire s√© stesso’).¬†
Aggiungo che entrambi i verbi in questione possono essere costruiti anche come intransitivi pronominali, in casi come “Stasera mi incontrer√≤ / mi vedr√≤ con Luca”, nei quali il pronome non ha alcun valore proprio (la frase non significa *’incontrer√≤ / vedr√≤ me stesso con Luca’) e serve solamente a sottolineare il coinvolgimento del soggetto nell’azione espressa dal verbo. In questi casi, in analisi logica non si pu√≤ che considerare il pronome come parte integrante del verbo.
Sia che siano costruiti come reciproci, sia che siano costruiti come intransitivi pronominali, i due verbi sono intransitivi (e richiedono l’ausiliare essere).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Facendo l’analisi logica della frase:¬†“Ha lavorato piuttosto bene”, l’avverbio¬†piuttosto¬†come viene analizzato?

 

RISPOSTA:

Piuttosto bene è considerato, in analisi logica, un unico complemento, in questo caso di modo. Come piuttosto si comportano gli altri avverbi che modificano un aggettivo o un avverbio, abbastanza, molto, tanto, poco, alquanto, quasi ecc.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Buongiorno, nella seguente frase: “Aprile √® il quarto mese dell’anno, maggio √® il quinto”,¬†il quinto¬†√® pronome o sostantivo? Io sono pi√Ļ orientata per il sostantivo.

 

RISPOSTA:

Nel suo caso il numerale √® un pronome. Per maggiori informazioni la rimando a questa altra risposta dell’archivio di DICO.
‚ÄčFabio Ruggiano

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QUESITO:

Avrei bisogno di alcune conferme inerenti ad alcune frasi da analizzare grammaticalmente per una scheda di scuola primaria.
1. “Questi soldi sono pochi”.¬†Pochi¬†√® aggettivo o pronome?
2. “Nessuno dei miei fratelli mi ascolta”.¬†Nessuno¬†√® aggettivo o pronome?
3. “Qualche volta ci divertiamo davvero poco”.¬†Poco¬†√® aggettivo o pronome?
4. “Mario ha parlato tanto”.¬†Tanto¬†√® aggettivo o pronome?
5. “Alla gara di nuoto sono arrivato primo”.¬†Primo¬†√® aggettivo o pronome?

 

RISPOSTA:

Pochi¬†√® aggettivo (predicativo, perch√© si collega al nome non direttamente, ma per il tramite di un verbo) nella prima frase, mentre¬†poco¬†√® avverbio nella terza (pi√Ļ precisamente¬†davvero poco¬†√® una locuzione avverbiale). Avverbio √® anche¬†tanto¬†nella quarta frase: come¬†davvero¬†poco¬†nella terza frase, infatti, modifica il significato del verbo aggiungendo ad esso una sfumatura.¬†Nessuno¬†√® un¬†pronome,¬†primo¬†√® aggettivo (predicativo, come¬†poco¬†nella prima frase).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Il mio banco √® il primo a destra, quello di Giovanni il¬†secondo” il numerale¬†primo¬†√® da considerarsi aggettivo o pronome?

 

RISPOSTA:

Essendo preceduti da articoli, n√©¬†primo¬†n√©¬†secondo¬†possono essere considerati semplici aggettivi. Non possono essere neanche considerati aggettivi sostantivati (come¬†il rosso¬†in una frase come “Il rosso ti dona molto”), perch√© √® evidente la loro funzione di rimandare a un nome gi√† introdotto precedentemente,¬†banco. Questa √® la tipica funzione dei pronomi; difatti, se al posto di¬†il primo¬†mettessimo¬†quello¬†(“Il mio banco √® quello”),¬†quello¬†sarebbe un pronome dimostrativo. C’√® da dire che alcune grammatiche attribuiscono ai numerali la funzione di aggettivi o di nomi, ma non quella di pronomi: secondo questa visione,¬†il primo¬†e¬†il secondo, nella sua frase, sarebbero nomi. La differenza tra¬†il primo¬†e¬†quello¬†sarebbe che¬†il primo¬†ha un contenuto semantico ben preciso, mentre¬†quello¬†veicola solamente un significato di contorno;¬†la funzione dei numerali in casi come questo, per√≤, √® talmente vicina a quella dei pronomi che non ho molti dubbi nel definirli, appunto, pronomi.
Dubbi maggiori sulla natura dei numerali, non solo degli ordinali, ma anche dei cardinali, sorgono quando essi fanno riferimento a un nome non introdotto, ma “inglobato”, ovvero implicito: “Ho preso otto in fisica”, “sono le tre e un quarto”. In questi casi c’√® un accordo quasi unanime nel riconoscerli come nomi.
Una grammatica che ha rilevato il problema della labilit√† dei confini tra natura nominale e pronominale nel campo dei numerali in italiano √® quella (in francese) di Jacqueline Brunet,¬†Grammaire critique de l’Italien, Universit√© de Paris VIII-Vincennes, Paris, 1981¬†(vol. IV, pp. 86-87, 92-93).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Se √® vero che le forme dei pronomi possessivi corrispondono a quelle degli aggettivi e¬†sono SEMPRE precedute da articolo, nella frase “Queste penne sono mie” qual √® l’analisi¬†grammaticale di¬†mie?

RISPOSTA:

‚ÄčNella sua frase¬†mie¬†√® un aggettivo con funzione predicativa (completa, insieme alla copula, il predicato nominale). Per coglierne pi√Ļ chiaramente la natura di aggettivo, e la differenza con il pronome corrispondente, si possono fare le seguenti sostituzioni:
a. “Queste penne sono mie” = “Queste penne sono di mia propriet√†” = “Queste penne mi appartengono”;
b. “Queste penne sono le mie” = “Queste penne sono quelle di mia propriet√†” =¬†“Queste penne sono quelle che mi appartengono”.
Fabio Ruggiano

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