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QUESITO:

Che differenza c’√® tra¬†al solito¬†e¬†di solito?

 

RISPOSTA:

Le due espressioni sono molto diverse.¬†Al solito¬†significa ‘come avviene di solito’, quindi mette a confronto un evento con tutti gli altri eventi simili accaduti in passato: “Al solito, quando non prendo l’ombrello piove”. Questo confronto √® usato tipicamente in commenti polemici oppure amaramente ironici (come quello dell’esempio).¬†Di solito¬†significa semplicemente ‘abitualmente, normalmente’, quindi non instaura nessun confronto e non suggerisce nessuna sfumatura polemica o ironica. Per questo motivo, una frase come “Di solito, quando non prendo l’ombrello piove” sarebbe un po’ strana, perch√© rappresenterebbe l’evento come un fatto effettivamente abituale (mentre, ovviamente, non pu√≤ essere cos√¨).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Retorica
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QUESITO:

Mi capita spesso di sentir usare, anche da persone colte, il verbo¬†implementare¬†come sinonimo di¬†aumentare,¬†potenziare, mentre il vocabolario riporta tutt’altro significato e cio√® ‘attivare, rendere operante’. Vorrei conoscere il vostro parere in proposito.

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†implementare¬†√® un anglismo ormai acclimato in italiano, dal momento che si trova registrato nei dizionari addirittura all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quindi aveva cominciato a circolare almeno nel decennio precedente. Inoltre, da¬†implementare¬†si sono formati derivati, come¬†implementazione¬†e, pi√Ļ recentemente,¬†implemento,¬†implementabile,¬†implementale¬†e¬†implementare¬†(agg.). Come da lei notato, il significato del verbo ricalca quello del verbo¬†implement¬†da cui deriva: ‘mettere in atto, perfezionare, portare a compimento un processo’; frequentemente, per√≤, nel linguaggio comune, il verbo √® usato con il significato di ‘accrescere, aumentare, aggiungere’. Lo slittamento semantico, ancora non penetrato nei vocabolari dell’uso (neanche al fine di censurarlo), quindi recente, dipende dalla sovrapposizione tra l’inglese¬†implement¬†e il latino IMPLERE (da cui¬†implement¬†deriva), che in italiano ha dato¬†empire, oggi quasi del tutto sostituito da¬†riempire. I parlanti italiani, cio√®, riconoscono in¬†implementare¬†la radice di¬†riempire, grazie alla quantit√† di parole della famiglia¬†plen-¬†in cui facilmente si riconosce la corrispondenza con l’italiano¬†pien/pi: pensiamo al latinismo¬†plenum¬†‘riunione plenaria’, e allo stesso aggettivo¬†plenario, al prefissoide¬†pleni-, da cui, per esempio,¬†plenipotenziario¬†‘che ha pieni poteri’ ecc. La sovrapposizione tra¬†implement¬†e¬†riempire¬†attraverso il latino √® un’operazione indebita; rivela, per√≤, una certa creativit√† da parte dei parlanti, nonch√© una forza reattiva della lingua italiana all’inclusione passiva di parole straniere. Bisogna, infine, ricordare che l’uso, se si diffonde, finisce sempre per avere la meglio: √® prevedibile, quindi, che in questo caso il significato comune di¬†implementare¬†si aggiunga a quello attualmente registrato nei vocabolari e, addirittura, alla lunga lo sostituisca del tutto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi propongo questa frase: “Da quel momento in poi sapeva che sarebbe andato incontro ad un percorso doloroso, a prescindere dal fatto che fosse destinato a concludersi con la morte o meno”. Il mio dubbio si riferisce all’uso del congiuntivo trapassato. √ą forse pi√Ļ opportuno il ricorso al condizionale (sarebbe stato destinato a concludersi)?

 

RISPOSTA:

La forma fosse destinato non √® trapassato: pu√≤ essere interpretata come congiuntivo imperfetto passivo del verbo destinare oppure (pi√Ļ plausibilmente) come congiuntivo imperfetto di essere seguito dall’aggettivo destinato. Il trapassato passivo di destinare sarebbe fosse stato destinato. L’imperfetto in una completiva dipendente da un tempo storico esprime la contemporaneit√† nel passato, con una proiezione nella posterit√†; viene, quindi, correttamente usato anche per esprimere il futuro nel passato, in alternativa al condizionale passato. Rispetto a quest’ultimo, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho letto il¬†post¬†sull’espressione del futuro nel passato” con il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato. Quando si usa il congiuntivo imperfetto, si accentua la sorpresa o il grado di ipoteticit√† non c’entra?

 

RISPOSTA:

In questo caso l’ipoteticit√† non c’entra. Il congiuntivo √® soltanto pi√Ļ formale del condizionale, quindi pi√Ļ adatto ai contesti scritti (tranne quelli tra amici). Il condizionale, per√≤, √® una scelta adatta a quasi tutti i contesti; √®, anzi, la pi√Ļ usata, soprattutto perch√© il congiuntivo imperfetto serve anche a esprimere la contemporaneit√† nel passato, quindi non indica chiaramente che l’evento √® successivo a quello della reggente (anche se quasi sempre questo si capisce dal significato della frase).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

A proposito di¬†se¬†con valore concessivo, vi chiedo se la seguente frase sia corretta utilizzando il condizionale nella protasi e se la stessa sia possibile omettendo la congiunzione¬†anche: “Ho pochissimo denaro e non ho niente da comprare. Anche se mi piacerebbe avere una bicicletta nuova, non posso permettermela”.

 

RISPOSTA:

La frase è corretta; la proposizione anche se mi piacerebbe, però, non è la protasi di un periodo ipotetico, ma è una concessiva. La protasi del periodo ipotetico, ovvero la proposizione ipotetica, detta anche condizionale, non ammette il modo condizionale. Se si elimina anche dalla proposizione concessiva, chiunque continuerà a interpretare la proposizione come concessiva, sulla base del significato complessivo della frase, e della presenza del condizionale; la proposizione sarebbe, però, mal composta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

‚ÄėLascio Stefano esprimere il suo parere‚Äô o ‚ÄėLascio a Stefano esprime il suo parere‚Äô

Quale delle due è corretta? La prima, vero?

 

RISPOSTA:

Nessuna delle due frasi √® scorretta (immagino che nella seconda esprime stia per esprimere). Quando √® seguito dall’infinito (come in questo caso), il verbo lasciare assume il significato di ‘permettere’ e pu√≤ essere costruito in diversi modi: “Lascio Stefano esprimere il suo parere” (costruito come un accusativo con l’infinito, cio√® senza la preposizione), o “Lascio esprimere a Stefano il suo parere”. C’√® da dire che la frase contiene un verbo (lascio) che cambia significato grazie alla presenza di un altro verbo coniugato all’infinito (esprimere); per via di questa solidariet√† semantica, sarebbe forse preferibile non interporre fra i due verbi un altro elemento.
Oltre che dall’infinito, il verbo lasciare pu√≤ essere seguito da una proposizione introdotta da che: “Lascio che Stefano esprima il suo parere”, dove il verbo √® coniugato obbligatoriamente al congiuntivo.
Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

La mia domanda riguarda i possibili modi di introdurre  la categoria di riferimento nel superlativo assoluto. Tutte le grammatiche che ho consultato si limitano a citare le due classiche possibilità, ovvero la preposizione di con o senza articolo (senza, però, specificare in quali casi l’articolo viene omesso) e l’opzione tra / fra, nel caso in cui la categoria di riferimento sia un gruppo. I parlanti nativi sanno bene che esiste anche la possibilità di in o a; non so spiegare, però, quando si possono usare in / a al posto di di e in quest’ultimo caso quando si può omettere l’articolo.

 

RISPOSTA:

Il superlativo relativo si misura, appunto, in relazione a una categoria di cui fa parte l’individuo dotato della qualit√†. Per questo motivo il sintagma che segue questo superlativo √® considerato un complemento partitivo. Ovviamente, un sintagma formato con in¬†o¬†a¬†+ nome di luogo non pu√≤ essere un complemento partitivo. Vero √®, per√≤, che pu√≤ svolgere quasi la stessa funzione si potrebbe dire per metonimia. Se dico, cio√®, che qualcuno ha una qualit√† al massimo grado¬†in un luogo, per metonimia sto dicendo che la qualit√† √® al massimo grado in relazione a tutti gli individui della stessa categoria che si trovano in quel luogo. Ad esempio, “Luca √® il pi√Ļ bravo della sua squadra” = ‘Luca √® il pi√Ļ bravo in relazione a tutti gli individui che fanno parte della sua squadra” / “Luca √® il pi√Ļ brano nella sua squadra” = ‘Luca √® il pi√Ļ bravo in relazione a tutti gli individui che si trovano nella sua squadra’, Lo stesso vale, ad esempio, per “L’Empire State Building √® il grattacielo pi√Ļ alto di New York / a New York”. La differenza tra il complemento partitivo e quello di stato in luogo in questi casi √® effettivamente minima, tanto che i nativi non riuscirebbero a individuarla facilmente. In ogni caso, l’uso del complemento di stato in luogo per esprimere (per metonimia) il partitivo √® piuttosto raro (anche se¬†il gusto personale pu√≤ avere¬†un certo ruolo nella preferenza): in generale √® preferito soltanto in alcuni casi quasi idiomatici, come¬†al mondo; per il resto √® una possibilit√† poco sfruttata. Direi che le ragioni per cui le grammatiche non riportano questa possibilit√† sono proprio queste: si tratta di un uso estensivo ed √® piuttosto raro.
Se poi ti interessa sapere perch√© a volte si usi¬†in¬†e a volte¬†a, questo dipende dalla regola generale dell’alternanza tra queste preposizioni:¬†in Italia,¬†in Sicilia, ma¬†a New York,¬†a Roma…¬†
La questione dell’articolo √® cos√¨ schematizzabile: tra i nomi propri geografici non richiedono l’articolo i nomi di citt√† e piccola isola, mentre lo richiedono i nomi di Stato, continente e simili (con pochissime eccezioni, come¬†Israele). Neanche questi ultimi, per√≤, vogliono l’articolo quando sono preceduti da¬†in¬†e¬†a¬†(in Italia,¬†in Asia). Soltanto i nomi di Stato o simili plurali richiedono l’articolo anche con¬†in¬†e¬†a:¬†negli Stati Uniti. Vogliono sempre l’articolo, infine, i¬†nomi di luoghi fisici, come¬†il Mediterraneo,¬†gli Appennini,¬†il Garda,¬†le Baleari¬†ecc., perch√© sottintendono sempre un nome comune (il mar Mediterraneo,¬†i monti Appennini,¬†il lago di Garda,¬†le isole Baleari). Lo stesso vale anche per quei pochi nomi di luoghi fisici che non sottintendono un nome, come¬†le Alpi¬†(nelle Alpi).¬†¬†
Questa distribuzione dell’articolo √® una di quelle regole che si formano per convenzione e non hanno alla base una motivazione razionale o funzionale.¬†
Fabio Ruggiano
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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono accettabili.

1 ¬ęLa pizza ha cotto in cinque minuti¬Ľ.

2 ¬ęHa pesato pi√Ļ di cento chili¬Ľ (riferito al peso di una persona).

 

RISPOSTA:

No, non lo sono, o quanto meno risultano troppo informali e trascurate, per le seguenti ragioni. Cuocere, usato come verbo intransitivo, regge come ausiliare soltanto essere (√® cio√® un verbo inaccusativo). Pertanto, al passato, si pu√≤ dire o ¬ęLa pizza √® cotta in cinque minuti¬Ľ, oppure, se si vuole sottolineare la durata dell‚Äôazione, ¬ęLa pizza si √® cotta in cinque minuti¬Ľ.

Pesare pu√≤ reggere come ausiliare sia essere sia avere (cio√® √® un verbo sia inaccusativo, sia inergativo, a seconda dei contesti). Tuttavia nel senso di ‚Äėavere un peso‚Äô il verbo non pu√≤ avere l‚Äôaspetto durativo (io posso dire che sto pensando un pesce, ma non posso dire che io sto pensando 85 chili) e quindi non tollera il passato. Se voglio esprimere questo concetto debbo usare altre espressioni, quali l‚Äôimperfetto (¬ępesavo pi√Ļ di cento chili¬Ľ) oppure ¬ęsono arrivato a pensare pi√Ļ di cento chili¬Ľ o simili.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Quando i miei interlocutori italiani mi dicono ‚Äúquesto non √® importante‚ÄĚ, ‚Äú√® un‚Äôeccezione‚ÄĚ, ‚Äúnon ti fissare‚ÄĚ, mi fanno impazzire; sono troppo curioso per capirne di pi√Ļ. Sono molto fortunato di averla conosciuta.

Mi piace tanto la sfumatura della lingua italiana anche se mi fa impazzire a volte. Noi diciamo che ‚Äúi step in it‚ÄĚ spesso e credo che s‚Äôimpari sbagliando. Ma con questo esempio (sulla differenza d‚Äôuso tra essere interessato e essere affezionato di cui a questa domanda/risposta) c‚Äô√® un modo per evitare questi sbagli? Ad esempio AFFEZIONARE come INTERESSARE √® un verbo transitivo e AFFEZIONARSI esiste. Sia INTERESSATO SIA AFFEZIONATO sembrano aggettivi. Essere interessato a qualcosa come dice lei √® quasi: question: una forma passiva (ma non √® scritto ‚Äúda qualcosa‚ÄĚ e quindi mi sembra pi√Ļ un aggettivo). Ma non riesco a capire come mai affezionato funzioni diversamente. C‚Äô√® un modo per estrarre un indizio con questi aggettivi/participi passati con ESSERE per evitare l‚Äôuso incorretto dei pronomi indiretti per far riferimento a una cosa? Potresti fornirmi altri esempi? Forse √® soltanto una cosa di apprendimento empirico?

 

RISPOSTA:

Lei ha messo ancora una volta il dito su un‚Äôaltra bella piaga della linguistica, ovvero il comportamento di alcuni verbi inaccusativi (essere interessato, essere affezionato) e, prima ancora, il rapporto tra linguistica teorica, linguistica applicata, didattica e uso (o comportamento) linguistico. Non sempre le grammatiche danno (n√© servono a dare) risposte utili alla classificazione teorica e alla riflessione linguistica. Solitamente, la grammatica pi√Ļ utile per questo genere di riflessioni (cio√®, per ricavare una regola dall‚Äôosservazione di molti esempi diversi) √® la Grande grammatica italiana di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino. Ma procediamo con ordine. I participi passati di verbi transitivi sono sempre a met√† strada tra valore aggettivale e valore verbale (pu√≤ vedere su questo la seguente domanda/risposta). Interessare e affezionare sono due verbi molto diversi. Il secondo √® solo transitivo, ma di fatto viene utilizzato soltanto nella forma pronominale (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa) o passiva/aggettivale (sono affezionato a qualcuno o qualcosa). Interessare √® sia transitivo sia intransitivo e consente usi e costruzioni differenti: A interessa B, A si interessa a B, A √® interessato da B, A √® interessato a B, A si interessa di B ecc. Per questo ribadisco che ¬ęessere interessato all‚Äôitaliano¬Ľ e ¬ęessere interessato dall‚Äôitaliano¬Ľ, sebbene il secondo sia meno comune del primo, sono molto simili. Mentre √® possibile dire sia ¬ęl‚Äôitaliano mi interessa¬Ľ, sia ¬ęmi interesso all‚Äôitaliano¬Ľ, sia (meno comune) ¬ęmi interesso dell‚Äôitaliano¬Ľ (per es.: ¬ędi mestiere, mi interesso delle sorti dell‚Äôitaliano nel mondo¬Ľ), con affezionare le costruzioni sono meno numerose: ¬ęil gatto √® affezionato / si affeziona alla casa¬Ľ (¬ęle √® affezionato¬Ľ, ¬ęle si affeziona¬Ľ), mentre √® impossibile (o possibile solo in teoria, ma di fatto innaturale) ¬ęla casa affeziona il gatto¬Ľ. Per questo motivo, cio√® per l‚Äôunicit√† della reggenza preposizionale in a per esprimere il secondo argomento verbale di affezionarsi (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa), il pronome gli/le funziona sempre bene con quel verbo. Mentre con interessare, che, come dimostrato, regge costrutti molto diversi, gli/le non funzionano sempre. A complicare l‚Äôintera questione c‚Äô√® anche il fatto che interessare al passato pu√≤ ammettere sia la costruzione transitiva sia quella inaccusativa: ¬ęuna cosa mi ha interessato¬Ľ / ¬ęuna cosa mi √® interessata¬Ľ. Insomma, come vede, le varianti da considerare sono molte, e riguardano in questo caso la natura e le reggenze del verbo in questione. La regola per non sbagliare in questo caso √® la seguente: con il verbo interessare non si pu√≤ pronominalizzare al dativo (gli/le) la cosa o la persona che interessano, perch√© esse debbono fungere da soggetto e non da complemento: ¬ęA mi interessa¬Ľ, oppure ¬ęIo mi interesso a A¬Ľ, ma non ¬ęIo gli/le interesso¬Ľ, perch√© in quest‚Äôultimo caso si intenderebbe che io interesso A e non che A interessa me.

L‚Äôunica regola empirica per non sbagliare √® quella di ascoltare e leggere il pi√Ļ possibile, per acquisire l‚Äôuso comune di forme e costrutti. La regola teorica, invece, √® quella che Lei gi√† applica molto bene: tenere sempre desto lo spirito critico e sforzarsi di cogliere un comportamento generale (= regola) che tenga insieme pi√Ļ esempi e che giustifichi, pertanto, analogie e differenze. Nel primo caso (empiria), la riflessione non giova (¬ęnon ti fissare¬Ľ), nel secondo (teoria) √® invece fondamentale. Va detto per√≤ che si pu√≤ leggere e scrivere bene anche senza conoscere a fondo le regole, come anche, viceversa, si possono conoscere a fondo le regole anche scrivendo e parlando molto male. In altre parole, tra linguistica teorica e comportamento linguistico c‚Äô√® spesso un abisso.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il dubbio sull’uso dei pronomi indiretti riferiti a cose (di cui a questa domanda/risposta) mi è venuto quando tre italiani mi hanno detto che non potevo rispondere a una domanda così:

A: Come mai sei interessato all’italiano?

Io: Gli sono interessati tutti (gli = ‘all‚Äôitaliano’). Scherzavo mentre ho risposto.

Un professore di diritto, un insegnante alle medie, e la persona a cui ho risposto mi hanno detto che non andava bene. Mi sembrava strano dato che non volevo ripetere all’italiano, e quindi ho usato gli.

Mi domando ancora come mai tante persone istruite fanno questi errori. √ą una domanda a cui non mi aspetto una risposta.

 

RISPOSTA:

Per spezzare una lancia a favore delle risposte date da parlanti nativi, va detto che in effetti l‚Äôespressione ¬ęgli sono interessati¬Ľ non √® molto naturale ed √®, anzi, al limite dell‚Äôinaccettabile, ma non a causa del riferimento del pronome a una cosa (infatti, ¬ętutti lo conoscono¬Ľ nel senso di ¬ętutti conoscono l‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ętutti gli danno importanza¬Ľ riferito ¬ęall‚Äôitaliano¬Ľ o ¬ęle danno importanza¬Ľ riferito ¬ęalla lingua italiana¬Ľ sarebbero perfettamente naturali e corretti), bens√¨ per la costruzione ¬ęessere interessato a qualcosa¬Ľ. L‚Äôespressione √® corretta, ma non tollera bene la pronominalizzazione al dativo (gli/le), dal momento che non rappresenta un vero dativo, bens√¨ una sorta di complemento d‚Äôagente (¬ęsono interessato da qualcosa¬Ľ come passivo di ¬ęqualcosa mi interessa¬Ľ). Infatti, sarebbe problematico anche ¬ęgli sono interessato¬Ľ nel senso di ¬ęsono interessato a Mario¬Ľ (a differenza di ¬ęgli sono affezionato¬Ľ, che va benissimo sempre, per persone e cose). Si tratterebbe dunque, col pronome, di cambiare costrutto; per esempio: ¬ęnon me ne interesso¬Ľ, ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, o ¬ęnon mi interessa¬Ľ. ¬ęSei interessato a Mario/all‚Äôitaliano?¬Ľ ¬ęNo, non mi interessa¬Ľ oppure ¬ęNon, non me ne interesso¬Ľ, o ¬ęnon ne sono interessato¬Ľ, ma non ¬ęnon gli sono interessato¬Ľ.

Come ben sa, l’italiano è pieno di sfumature, sia nella sintassi sia nella semantica. E Lei ha messo il dito nella piaga proprio su una di queste, legata al complesso verbo interessare/interessarsi.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Non credo che nessuna donna si spingerebbe a tanto.”

Il “non” che precede il verbo “credo” si pu√≤ considerare una negazione pleonastica o espletiva che dir si voglia?

 

RISPOSTA:

La frase proposta √® del tutto legittima, cos√¨ come legittima sarebbe “Credo che nessuna donna si spingerebbe a tanto”, o “Non credo che alcuna donna si spingerebbe a tanto”; il non rappresenta, dunque, una negazione pleonastica ma non scorretta. In questa frase il tutto √® complicato dalla struttura sintattica complessa, per cui c’√® una reggente (credo) e una subordinata (che nessuna donna…), quindi il non nega la reggente. Questo potrebbe generare conflitti tra la prima (non) e la seconda negazione (nessuna). Tuttavia, in italiano, la presenza di un altro elemento negativo, oltre al non, come nessuno, niente, neppure ecc., non √® interpretabile come una doppia negazione. C’√® solo una regola da seguire in questi casi: se l’elemento negativo segue il verbo, il non √® obbligatorio, come nella frase “Non mi ha sentito nessuno”; se l’elemento negativo precede il verbo, il non si omette, come nella frase: “Nessuno mi ha sentito”.
Raphael Merida

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QUESITO:

Dopo la parola giardino, alla fine del terzo verso √® opportuno l’uso del punto e virgola o sarebbe stato corretto l’utilizzo dei due punti?

√ą facile mimare le vocazioni dell‚Äôegoismo,
basta ammutolire la coscienza e la sete va libera
come una bimba nel primo giardino;
la mano si allunga, compulsiva nel prendere,
e senza uno specchio pi√Ļ largo della faccia,
restano dietro persino i fanghi del rimorso.

 

RISPOSTA:

Entrambe le proposte sono legittime. Con il punto e virgola si separano due unità informative logicamente e sintatticamente autonome; con i due punti, invece, si introduce una conseguenza di quanto detto prima.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo
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QUESITO:

Dopo mare e prima di che¬†(al primo verso) √® opportuno inserire la virgola (come nel testo) o sarebbe stato meglio l’uso del punto?

“Sogno il mare, che ancora mi sveli
il petto incostante, le possibilit√†!”

RISPOSTA:

La proposizione in questione (“che ancora mi sveli) √® senza dubbio un’oggettiva introdotta dal verbo sognare, quindi prima di che non va inserita la virgola. Si pu√≤, eventualmente, spezzare la frase, ma cambiandone il significato, aggiungendo i due punti (“Sogno il mare: che ancora mi sveli…); in questo modo, quella introdotta da che √® una proposizione indipendente di tipo esclamativo (segnalata, appunto, dal segno interpuntivo finale). In ogni caso, in un testo poetico la punteggiatura raramente √® vincolata dalla grammatica.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se in questa frase il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato possono essere scambiati senza modificarne il significato:
“Non mi aspettavo che Luca si impegnasse/si sarebbe impegnato cos√¨ tanto per la prova di oggi”.
In alcuni testi di grammatica, soprattutto rivolti a studenti stranieri, viene riportata la possibilit√† di utilizzare indifferentemente congiuntivo imperfetto e condizionale passato per esprimere posteriorit√† della subordinata rispetto alla principale (e dare l’idea, quindi, anche di futuro nel passato), con verbi nella principale che reggono al presente sia congiuntivo che indicativo futuro. Personalmente, percepisco una leggera posteriorit√† con l’utilizzo del congiuntivo imperfetto quando le due azioni sono temporalmente ravvicinate o non vi sono esplicite indicazioni temporali; in caso contrario opterei per il condizionale passato. Chiedo se questa mia considerazione possa ritenersi valida.
Ad un primo ascolto, con la frase che ho riportato all’inizio, percepisco lo stesso significato con l’utilizzo di entrambi i modi verbali; ma, analizzandola nel dettaglio, il congiuntivo imperfetto non mi d√† pienamente l’idea di posteriorit√† che d√† invece il condizionale passato. Chiedo quindi quali significati, se ci sono, danno entrambi i modi verbali alla frase, e in generale, se e quando congiuntivo imperfetto e condizionale passato possono essere effettivamente scambiati per indicare posteriorit√†.

 

RISPOSTA:

La sua impressione √® corretta, ma non determinante. Entrambe le forme verbali possono essere usate con la stessa funzione; il congiuntivo imperfetto, per√≤, serve anche a rappresentare la contemporeneit√† nel passato, per cui il senso della posteriorit√† √® pi√Ļ sfumato. Bisogna dire, per√≤, che difficilmente si possono immaginare esempi in cui il congiuntivo imperfetto risulta ambiguo rispetto al rapporto temporale dell’evento descritto con l’evento della principale. Ovviamente, comunque, la presenza di un avverbio di tempo (o di un’altra espressione contestualizzante) esplicita ulteriormente la collocazione temporale dell’evento. In definitiva, quindi, la scelta tra il congiuntivo imperfetto e il condizionale passato in questi casi dipende soltanto dal registro: il congiuntivo √® la soluzione pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi piacerebbe sapere se queste frasi sono corrette e quale sia il rapporto temporale tra i verbi al loro interno.
La prima: “Ho promesso che nel momento in cui mi (fossi?) lasciato non mi sarei pi√Ļ fidanzato.” √ą corretto utilizzare il trapassato congiuntivo o pu√≤ essere utilizzato anche il condizionale passato(sarei lasciato)? Se entrambe sono corrette, qual √® la differenza?
La seconda domanda riguarda un dialogo fra due attori in cui uno dei due racconta all’altro una vicenda di rivalsa ed √® cos√¨ formulata: “E chiunque avrebbe potuto pensare che quella (fosse?) l’occasione giusta, in cui avresti potuto rinfacciargli tutto!” √ą giusto utilizzare l’imperfetto congiuntivo? O potrebbe esser corretto anche il condizionale passato (sarebbe stata)? Eventualmente qual √® la differenza tra le due opzioni?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase la proposizione introdotta da¬†nel momento in cui¬†√® normalmente considerata una ipotetica (nel momento in cui¬†=¬†se), quindi il verbo al suo interno segue le regole previste per la rappresentazione dell’ipotesi (l’indicativo per un’ipotesi realistica, il congiuntivo imperfetto per una possibile, il congiuntivo trapassato per una irrealistica. In questa proposizione il condizionale √® in ogni caso escluso. Non √® escluso, invece, che la proposizione sia intesa come una relativa, semanticamente coincidente con una temporale (nel momento in cui¬†=¬†quando): in questo caso pu√≤ essere usato il condizionale passato, con la funzione di futuro nel passato. Ovviamente, se sostituiamo¬†mi fossi¬†con¬†mi sarei¬†l’evento da ipotetico diviene certo.
Nella seconda frase la subordinata √® una oggettiva, che ammette sia il congiuntivo imperfetto sia il condizionale passato per descrivere un evento successivo rispetto a un altro passato (avrebbe potuto pensare). Il congiuntivo imperfetto serve, per√≤, anche a indicare la contemporaneit√† nel passato (per cui in genere √® sfavorito quando si voglia sottolineare la posteriorit√†); nella frase in questione, quindi, assume automaticamente questa funzione, ovvero sottolinea che l’occasione √® contemporanea rispetto al momento dell’evento, cio√® quello in cui chiunque avrebbe pensato. Il condizionale passato, invece, non ha altra interpretazione possibile in questo caso, per cui qui sottolinea che l’occasione √®¬†posteriore rispetto al momento di riferimento, quello rispetto a cui¬†chiunque avrebbe pensato¬†(si ricordi, infatti, che¬†avrebbe pensato √® a sua volta posteriore rispetto a un momento che non √® esplicitato nella frase). A bene vedere, comunque, la differenza tra le due varianti √® irrilevante dal punto di vista semantico (in un caso l’occasione √® rappresentata come contemporanea al pensiero di chiunque, nell’altro come successiva al momento rispetto a cui anche il pensiero √® successivo, quindi di fatto ugualmente contemporanea al pensiero); la differenza percepita tra le due forme, pertanto, √® soltanto di registro: il congiuntivo √® l’opzione pi√Ļ formale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Insegnate a vostro figlio a pensare alle azioni da fare per prepararsi per categorie anzich√© elenchi”, quale complemento √®¬†per categorie?

 

RISPOSTA:

Complemento di fine, visto che la preparazione è finalizzata alle categorie.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi
RISPOSTA:

Nelle due frasi, come introduce proposizioni di natura diversa, che si costruiscono diversamente. Nella prima frase la proposizione √® un’interrogativa indiretta, che preferisce sempre il congiuntivo, e in particolare lo richiede decisamente quando √® introdotta da come; nella seconda √® una comparativa, che, al contrario, richiede l’indicativo quando √® introdotta da come. Si noti che nella prima subordinata l’uso dell’indicativo non √® escluso: “Mi aveva colpito come era riuscito a raccontare la storia” √® possibile, con uno slittamento della proposizione verso il valore di oggettiva, non pi√Ļ di interrogativa indiretta. Con l’indicativo, in altre parole, come diviene equivalente a che.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Volendo scrivere la frase “Grazie per il supporto ricevuto….. ricerca di mio padre” si deve usare la preposizione articolata¬†alla¬†oppure¬†nella?

 

RISPOSTA:

In questa frase, il sintagma¬†la ricerca¬†pu√≤ svolgere la funzione semantico-sintattica dello scopo del supporto (o del sostegno, dell’aiuto, della collaborazione e simili), dell’ambito nel quale il soggetto riceve un vantaggio dal supporto, oppure dell’ambito all’interno del quale si realizza il supporto ricevuto. Se vogliamo rappresentare la ricerca come scopo (complemento di fine) o come ambito del vantaggio (complemento di vantaggio), possiamo costruire il sintagma con la preposizione¬†per (la); l’ambito in cui il supporto si realizza, invece, inquadrato nel cosiddetto¬†complemento di limitazione, pu√≤ essere costruito con la preposizione¬†in¬†(quindi¬†nella). Tanto per lo scopo quanto per il vantaggio si pu√≤ usare la preposizione¬†a; in questo caso, per√≤, la¬†a¬†non pu√≤ essere selezionata perch√© lo impedisce il verbo¬†ricevere: non si pu√≤, infatti, ricevere qualcosa a…, ma si pu√≤ ricevere qualcosa per… La preposizione¬†a¬†pu√≤ essere usata anche per costruire il complemento di limitazione, ma soltanto in pochi casi specifici, per esempio con l’aggettivo¬†bravo¬†(“√ą bravo a calcio”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione, Verbo
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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Volevo chiedere se il verbo “sei passato” al quinto verso della mia strofa sia corretto al maschile (accordato a me che scrivo) o debba andare al femminile, accordato a “nuvola” del secondo verso?

Sei fermo, ma ti vedi
come una nuvola rapida
in un cielo che non sa affezionarsi
e che torna all’azzurro con indifferenza
quando sei passato.

 

RISPOSTA:

Il participio passato √® accordato al “tu” sottinteso (tu sei fermo, tu sei passato) e non a chi scrive (cio√® “io”). Se volessimo accordare il participio passato a nuvola, la frase non potrebbe mantenere l’accordo con il “tu”, ma con nuvola, quindi alla terza persona: “quando √® passata“. D’altronde, gi√† nel verso precedente il verbo √® accordato a nuvola in questo modo: “e che torna (la nuvola) all’azzurro”.
Se si scegliesse di accordare a nuvola, i due versi prenderebbero questa forma: “e che torna all’azzurro con indifferenza / quando √® passata”.
Raphael Merida

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QUESITO:

Volevo chiedere gentilmente quale delle versioni è corretta:

“Il giudice NON può esercitare alcuna attività decisionale nella causa X,

– COMPRESA l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ – (cos√¨ in lingua originale del testo da tradurre – lingua polacca)

– ‚ÄúTRA CUI l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ

– ‚ÄúNEMMENO adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√©/o fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Dai punti di vista strettamente morfosintattico e lessicale vanno bene tutte e tre le frasi in questione. Tuttavia, dato che nei testi giuridici, amministrativi e burocratici √® sempre bene essere chiari, per evitare equivoci, la terza soluzione, con le leggere modificazioni qui proposte, √® la migliore: ‚ÄúIl giudice non pu√≤ esercitare alcuna attivit√† decisionale nella causa X, cio√® non pu√≤ nemmeno adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√© fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

Riguardo al contenuto, mi chiedo, per√≤, da non esperto di procedure giuridiche, se ‚Äúadottare‚ÄĚ sia il termine corretto, o se invece nel testo non si voglia intendere ‚Äúpromulgare‚ÄĚ o ‚Äúemanare‚ÄĚ. In effetti, dal contesto, il divieto sembra riguardare il ruolo attivo del giudice (cio√® quello di ‚Äúemanare decreti‚ÄĚ) nella causa in questione.

Le prime due soluzioni proposte, ancorch√© corrette, possono ingenerare equivoci per via dell‚Äôassenza di un chiaro segnale di negazione in ‚Äúcompresa‚ÄĚ e ‚Äútra cui‚ÄĚ. La negativit√† del concetto √® invece ben presente in ‚Äúnemmeno‚ÄĚ e ribadita, a ulteriore chiarezza, dal ‚Äúcio√®‚ÄĚ e dalla ripetizione del verbo ‚Äúcio√® non pu√≤ nemmeno‚ÄĚ, che riconducono questa parte di testo a quella precedente. Inoltre, la terza soluzione √® migliore anche perch√© contiene una pi√Ļ chiara espressione verbale (‚Äúadottare‚ÄĚ e ‚Äúfissare‚ÄĚ) rispetto all‚Äôespressione nominale ‚Äúadozione‚ÄĚ e ‚Äúfissazione‚ÄĚ.

Infine, meglio ‚Äún√©‚ÄĚ rispetto a ‚Äúo‚ÄĚ, dato che si tratta di una disgiuntiva negativa.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “esprimo la mia opinione in relazione alla mia esperienza con voi‚ÄĚ, il sintagma introdotto da “in relazione alla” esprime un complem. di limitazione?

 

RISPOSTA:

Sì. Potrebbe peraltro anche essere considerato un complemento di argomento, dal momento che le aree semantiche di questi due complementi sono spesso limitrofe, se non addirittura in parte sovrapponibili. Dipende dal contesto: se l’opinione verte sulla relazione, allora si tratta di complemento di argomento, se l’opinione verte su altre cose, ma è data nell’ambito di una relazione, allora è complemento di argomento. Naturalmente, come ben si vede, queste considerazioni riguardano la sfera meramente semantico-contestuale e nulla hanno a che vedere con la sintassi. Il che ci fa ribadire, per l’ennesima volta, la suprema inutilità (a non dir di peggio) dell’analisi logica (che di logica non ha nulla) tradizionalmente intesa.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica
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QUESITO:

Presa la frase “quanto sempre pi√Ļ ci se ne nutre in grazia”, come verrebbe l’analisi grammaticale? In particolare ci,¬†se e ne¬†sono pronomi? Al posto di quale significato? Credo che si sia passivante di ‘nutre‘, ne indichi “di questo”, ci non so.

 

RISPOSTA:

L’analisi grammaticale della frase, che risulta per√≤ incompleta, √®:
Quanto: congiunzione subordinante
sempre: avverbio di tempo
pi√Ļ_: avverbio di quantit√†
ci: pronome personale
se: pronome riflessivo
ne: pronome personale atono
nutre: voce del verbo nutrirsi, intransitivo pronominale.
in: preposizione semplice
grazia: nome comune, femminile, singolare.

Si, in questo caso rende il verbo riflessivo; ci ha la funzione di soggetto generico, che rende il verbo impersonale (la prima persona plurale ci √® quella che pi√Ļ richiama l’idea di impersonalit√†). Il ne si riferisce a qualcosa riferito precedentemente, immagino; quindi ha il significato di “di questo”.
Per un approfondimento sulla posizione dei pronomi atoni le suggerisco di leggere questa risposta di DICO.
Raphael Merida

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QUESITO:

S√¨ pu√≤ analizzare la seguente frase “L‚Äôuomo era impegnato per conto di una ditta in attivit√† di manutenzione su un impianto di zuccherificio” in questo modo seguente?

Uomo = soggetto

Era impegnato = pred. verbale

Per conto di una ditta = complemento di sostituzione

In una attività = stato in luogo figurato

Di manutenzione = complem. di specificazione

Su un impianto = stato in luogo

Di zuccherificio = compl. specificazione

 

RISPOSTA:

L‚Äôanalisi √® sostanzialmente corretta, con qualche precisazione. Il soggetto √® comprensivo dell‚Äôarticolo: ‚ÄúL‚Äôuomo‚ÄĚ. Nell‚Äôinsensatezza della tipologia dei complementi (qui pi√Ļ volte rilevata), si pu√≤ osservare che ‚Äúper conto di una ditta‚ÄĚ, meglio che come complemento di sostituzione, pu√≤ essere considerato complemento di vantaggio, visto che l‚Äôuomo, pi√Ļ che lavorare al posto di una ditta, lavora a favore di essa. Inoltre ‚Äúsu un impianto di zuccherificio‚ÄĚ non √® un sintagma perfettamente formato in italiano. Sarebbe pi√Ļ corretto dire che lavora ‚Äúin (e non su) uno zuccherificio‚ÄĚ, oppure ‚Äúin un impianto per la produzione dello zucchero‚ÄĚ, visto che zuccherificio vuol dire ‚Äėche produce lo zucchero‚ÄĚ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto dire “La Ficht conferma il rating BBB dell’Italia” oppure “per l’Italia”?
Inoltre:
1) dell’Italia = compl. specificazione?
2) per l’Italia= compl. di vantaggio?

 

RISPOSTA:

Le due varianti sono corrette ma cambiano il significato della frase:¬†conferma il rating BBB dell’Italia¬†indica che il rating era gi√† stato assegnato (√®, appunto,¬†il rating dell’Italia) e ora l’agenzia lo conferma;¬†conferma il rating BBB per l’Italia¬†indica che il rating era stato annunciato, se ne era parlato, ma soltanto adesso √® stato effettivamente assegnato (quindi la conferma riguarda non il rating gi√† assegnato, ma l’anticipazione a proposito del rating che sarebbe stato assegnato). In analisi logica¬†dell’Italia¬†√® complemento di specificazione,¬†per l’Italia¬†√® complemento di vantaggio (o di svantaggio, se la frase lascia intendere che il rating √® una brutta notizia) se si intende il rating come un servizio reso all’Italia; √®, in alternativa, complemento di argomento se si intende il rating come un voto che riguarda l’Italia.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

Desidererei mi venisse chiarito un dubbio relativamente a questa frase: “Ritengo queste richieste inaccettabili, eccetto quella che si riferisce eccetera”. Quel “quella”, riferito a richieste, pu√≤ essere considerato grammaticalmente corretto?

 

RISPOSTA:

S√¨, certamente √® corretto. Le richieste sono varie, dunque √® chiaro che se se ne vuole isolare una soltanto sia rispettato l‚Äôaccordo per genere ma quello non per numero. La coreferenza (parziale) tra ‚Äúqueste richieste‚ÄĚ e ‚Äúquella‚ÄĚ √® perfettamente intelligibile e grammaticalmente corretto, perch√© rispetta sia le regole della semantica, sia quelle della morfosintassi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Accordo/concordanza, Pronome
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Le frasi seguenti sono corrette?

Le pie donne, guidate dalla Perpetua, raccontavano con enfasi quanto avessero faticato per addobbare a festa la chiesa; attendendo, a volte inutilmente, la riconoscenza degli altri fedeli.

A dire il vero, per stimolare i bislacchi criticoni bastava davvero poco: un abito troppo corto, un’acconciatura particolare, l’ostentazione di qualche appariscente gioiello; e con l’aggiunta dell’invidia, la cattiveria diventava esplosiva.

In quei periodi, indipendentemente dalle zone geografiche, le famiglie di stampo patriarcale relegavano la donna al ruolo di casalinga, madre e moglie; qualche volta anche di amante, qualora i mariti lo avessero desiderato.

Il paese, pur essendo piccolo, aveva tutto ciò di cui gli abitanti potessero avere bisogno:

Lui accettò di buon grado e, pensando che avrebbe fatto cosa gradita alla madre, se ne avesse portate un po’ anche a lei, infilò la canottiera dentro i pantaloni,

La collina retrostante terminava a ridosso della casa e si aveva l’impressione che tenesse in piedi la costruzione, sostenendo il muro posteriore; e non è detto che non fosse proprio così.

E pensare che, quella sera, il Maresciallo non vedeva l’ora di tornare a casa: aveva bellissime novità da comunicare alla famiglia; invece si trovò a dover affrontare una bella grana.

Dovremmo permettergli anche di portare gli amici a casa, così avremmo modo di conoscerli.

Dopo la condanna della ragazza, tutto fu messo a tacere; d’altronde, la vittima sacrificale era stata immolata e si presunse che gli altri panni sporchi fossero stati lavati in casa; ma rimane il dubbio che ci√≤ sia veramente accaduto.

apparsi sui mezzi d’informazione di tutto il mondo ancora prima che le varie agenzie statali avessero inviato le relative informative a chi di competenza.

Nei giorni seguenti, fu messo a punto un piano; la resa dei conti sarebbe avvenuta su un terreno congeniale alla squadra. Era necessario invertire la situazione: fare uscire allo scoperto i trafficanti e permettere alla squadra di agire nell’ombra.

Andrea disse subito che avrebbe chiamato l’ambulanza, ma la madre trovò la forza per dirgli che non voleva andare all’ospedale: se proprio doveva accadere, avrebbe preferito morire a casa, nel suo letto.

Mi dispiacerebbe se lei, da lass√Ļ, pensasse che io abbia voluto (volessi) pi√Ļ bene a pap√†.

 

RISPOSTA:

Sì, le frasi sono tutte corrette. Segnaliamo poche minuzie. Perpetua, se usato come antonomasia, e dunque nome comune, va scritto con l’iniziale minuscola.

‚ÄúSi presunse che gli altri panni sporchi fossero stati lavati in casa‚ÄĚ implica che, all‚Äôepoca in cui lo si presumeva, i panni sporchi erano gi√† stati lavati. Se invece si vuol dire che all‚Äôepoca della presunzione ancora non si sapeva, allora va usato il futuro nel passato mediante il condizionale passato: ‚Äúsi presunse che gli altri panni sporchi sarebbero stati lavati in casa‚ÄĚ.

In ‚ÄúMi dispiacerebbe se lei, da lass√Ļ, pensasse che io abbia voluto (volessi) pi√Ļ bene a pap√†‚ÄĚ vanno bene sia ‚Äúabbia voluto‚ÄĚ sia ‚Äúvolessi‚ÄĚ sia ‚Äúavessi voluto‚ÄĚ. A questo punto, meglio affidarsi al suono ed evitare troppe ‚Äúss‚ÄĚ, quindi meglio ‚Äúabbia voluto‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei una consulenza sul significato della frase complessa riportata di seguito: “La frase √® una forma linguistica indipendente, non compresa mediante nessuna costruzione grammaticale in una forma linguistica maggiore, escluso il testo”.

La frase è una forma linguistica indipendente = frase reggente principale;

Non compresa (che non è compresa = subordinata relativa) mediante alcuna costruzione grammaticale (attributo + complemento di esclusione) in una forma linguistica maggiore (complemento di stato in luogo figurato) escluso il testo (subord. di esclusione).

Come può essere parafrasata, ossia cosa significa in concreto, la frase in questione?

 

RISPOSTA:

Cominciamo dall’analisi del periodo.

‚ÄúLa frase √® un forma linguistica indipendente‚ÄĚ: proposizione principale;

‚Äúnon compresa mediante nessuna costruzione grammaticale in una forma linguistica maggiore‚ÄĚ: subordinata relativa implicita;

escluso il testo (subordinata esclusiva implicita).

Analisi logica della proposizione relativa:

la frase: soggetto sottinteso evincibile dal predicato verbale ‚Äúnon compresa‚ÄĚ;

non compresa: predicato verbale;

mediante alcuna costruzione grammaticale: attributo + complemento di mezzo;

in una forma linguistica maggiore: complemento di stato in luogo figurato + attributo.

Il senso (e quindi la parafrasi) della frase in questione, che √® una delle tante possibili definizioni di ‚Äúfrase‚ÄĚ, √® il seguente. La frase √®, dal punto di vista sintattico, indipendente da altre frasi, cio√® non fa parte di nessuna frase complessa (in quanto √® essa stessa una frase, semplice o complessa, che si conclude con un punto, senza altri vincoli sintattici con strutture esterne alla frase stessa). Naturalmente, bisogna tener conto del contesto, o per meglio dire del cotesto, cio√® dell‚Äôintero testo in cui la frase √® inserita, per comprenderne a pieno il significato. Quindi, bench√© autonoma sul piano sintattico, sul piano semantico la frase non √® del tutto autonoma, perch√© va inquadrata in un‚Äôunit√† di rango superiore detta testo.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą corretta l’analisi della seguente frase?¬† “Tiziano propone classi separate per studenti disabili, una mossa lesiva dei diritti di queste persone, in contrasto con i principi pedagogici‚ÄĚ.

Tiziano = soggetto

Propone = predicato Verbale

Classi separate = compl. Oggetto + attributo

Per studenti disabili = complemento di destinazione + attributo

Una mossa lesiva = apposizione + attributo

Dei diritti = complemento di termine

Delle persone = compl. di specificazione

In contrasto con i principi pedagogici = complemento di paragone e attributo

 

RISPOSTA:

Secondo l‚Äôanalisi logica tradizionale, vi sono alcune inesattezze o precisazioni da fare. Quello che lei chiama complemento di destinazione pu√≤ essere classificato anche come complemento di vantaggio. ‚ÄúDei diritti‚ÄĚ √® complemento di specificazione, anzich√© di termine. Come si vede e come chiarito pi√Ļ volte nelle risposte di DICO, per√≤, una analisi siffatta non spiega nulla della struttura sintattica della frase, limitandosi ad apporre impressionistiche etichette semantiche ai vari sintagmi. Pi√Ļ utile sarebbe invece comprendere e distinguere, per esempio, il valore argomentale di ‚Äúclassi separate‚ÄĚ e di ‚Äúdei diritti‚ÄĚ (che completa il sintagma ‚Äúmossa lesiva‚ÄĚ), rispetto al valore di circostante o di espansione degli altri sintagmi. In particolare, il circostante ‚Äúuna mossa lesiva dei diritti‚ÄĚ (del tutto omologa a una relativa ‚Äúche lede i diritti‚ÄĚ) amplifica tutto ci√≤ che precede (‚Äúpropone classi separate per studenti disabili‚ÄĚ); questa funzione di amplificazione (o circostante) si perde nella banale etichetta di apposizione, che sembra limitare (erroneamente) il riferimento di ‚Äúuna mossa lesiva dei diritti‚ÄĚ al solo ‚Äúclassi separate‚ÄĚ, quando invece √® evidente che ad essere una mossa lesiva non siano soltanto le classi separate, bens√¨ la proposta delle classi separate. Ancora una volta, dunque, pi√Ļ che la sciocca, inutile e dannosa analisi logica tradizionale sarebbe importante che la scuola insegnasse un‚Äôoculata e semplificata versione della grammatica valenziale.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica
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QUESITO:

Vorrei sapere se la costruzione ‚ÄúSono affermazioni, queste, che non mi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ sia una valida alternativa di ‚ÄúNon mi faccio scrupoli di diffondere queste affermazioni‚ÄĚ.

Il mio dubbio, nell‚Äôesempio originario, riguarda la porzione ‚Äúmi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ: qui le parti del discorso hanno i giusti collegamenti sintattici?

 

RISPOSTA:

Certamente, la frase √® del tutto corretta, perch√© il pronome relativo che svolge il ruolo di complemento oggetto, e dunque in ‚Äúche non mi faccio scrupoli di diffondere‚ÄĚ, che = queste affermazioni.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

La frase “Si fa presto a dire amore” potrebbe essere analizzata nel seguente modo?

Si fa presto = reggente impersonale

A dire amore = subordinata limitazione

 

RISPOSTA:

S√¨, la subordinata √® una limitativa implicita. Tenga poi conto, per√≤, che per le implicite il confine tra diversi tipi di subordinata √® molto sfumato (limitativa, causale, finale, consecutiva, tra le altre, spesso possono legittimamente essere confuse), in virt√Ļ della estrema polisemia dei connettivi (per, di, a ecc.) e dei modi verbali. Dunque, vale per le subordinate quanto detto spesso per i complementi: pi√Ļ che accanirsi sul tipo (semantico), √® meglio comprendere la funzione sintattica della subordinata. In questo caso, non v‚Äô√® alcun dubbio sulla natura avverbiale della subordinata.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “I romani, sotto la guida di Cesare Giulio, conquistarono le Gallie”, sotto la guida pu√≤ considerarsi complemento di mezzo?

“Voteremo sulla base/ in base a queste considerazione”….”Sulla base di” introduce un complem. di limitazione?

 

RISPOSTA:

Le due risposte sono entrambe corrette. Resta l’insensatezza della tipologia dei complementi secondo l’analisi logica tradizionale, che si limita a porre etichette semantiche (e impressionistiche) del tutto inutili a spiegare il funzionamento sintattico e logico della frase. Su questo aspetto, si rimanda alla seguente risposta di DICO: https://dico.unime.it/ufaq/il-complemento-di-quantita-e-il-complemento-di-specificazione-linutilita-dellanalisi-logica-tradizionale/

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In un recente intervento di una parlamentare ho sentito questa frase: “Non vorrei che nessuna donna che in questo momento VORREBBE abortire si sentisse attaccata da questo stato”. Si tratta di un intervento emotivamente concitato, per√≤ l’uso del condizionale non mi convince, per via della sfumatura ipotetica. Cosa ne pensate, √® accettabile?

 

RISPOSTA:

Il condizionale nella relativa di questa frase non è accettabile, ma va sostituito con il congiuntivo imperfetto: la relativa, infatti, è fortemente attratta dal modello della proposizione ipotetica (che in questo momento volesse abortire = se in questo momento volesse abortire).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

L’analisi logica delle seguenti frasi √® corretta?
“Sono stato sottoposto a visita medica”.
Sono stato sottoposto = predicato verbale;
a visita medica: complemento predicativo del soggetto (o di fine).

“La casa √® in fiamme”.
La casa = soggetto;
è = pred. verbale;
in fiamme = complemento di stato in luogo figurato.

Nella frase “Ho dato una casa in affitto”, il complemento¬†in affitto¬†pu√≤ considerarsi complemento di qualit√†?

 

RISPOSTA:

A visita medica¬†pu√≤ essere considerato soltanto complemento di termine, mentre¬†in affitto¬†potrebbe essere classificato come complemento di fine. Entrambe queste etichette, per√≤, risultano forzate: l’analisi logica, infatti, non funziona bene con espressioni come¬†sottoporre a visita, o¬†dare in affitto¬†(ma anche¬†dare ascolto,¬†fare il proprio ingresso,¬†prendere una decisione,¬†mettere in campo¬†e tante altre). Queste espressioni, che sono dette¬†costruzioni a verbo supporto, consentono di veicolare un significato verbale attraverso un sintagma nominale o preposizionale, grazie all’unione di questo sintagma con un sintagma verbale desemantizzato (cio√® privato di un significato proprio). Il modo migliore di analizzare queste espressioni sarebbe, quindi, considerarle insieme, come predicati nominali, cio√® predicati in cui la parte predicativa non √® il verbo ma il nome. Tale opzione, per√≤, non √® prevista dall’analisi logica (ma √®, invece, prevista nell’ambito della grammatica valenziale).
La prova che le costruzioni a verbo supporto siano espressioni unitarie è che molte di queste possono essere parafrasate con un verbo: sottoporre a visita = visitare (e, quindi, essere sottoposto a visita = essere visitato), dare in affitto = affittare (come anche prendere in affitto = affittare), prendere una decisione = decidere ecc. Per le costruzioni che non corrispondono a singoli verbi vale lo stesso principio, con la differenza che, banalmente, nella lingua non esiste (ancora) un verbo con quel significato.
Per¬†essere in fiamme¬†il discorso √® diverso:¬†in fiamme¬†non √® un luogo figurato n√© una situazione che racchiude la casa; √®, piuttosto, un modo di essere temporaneo della casa (corrisponde pi√Ļ o meno all’aggettivo¬†infuocata). Ne deriva che¬†√®¬†√® copula e¬†in fiamme¬†√® parte nominale del predicato nominale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Guardando un video di una docente di inglese e di comunicazione aziendale mi sono sorti dei dubbi sull’uso del congiuntivo. Riporto tre frasi di cui non capisco la costruzione.
1. Avevo distribuito volantini a tutti i ristoranti che mi capitassero di trovare.
2. Vi do tre consigli per gestire le telefonate di un cliente che parli inglese.
3. Mi è capitato che di fronte alla telefonata di un cliente che parlasse inglese.
Io nel primo e terzo caso avrei usato l’imperfetto, nel secondo il presente. Non ho fatto il liceo, ma un istituto professionale e faccio sempre molta fatica a capire casi come questo, anche studiando la grammatica di riferimento.

 

RISPOSTA:

In effetti i tempi usati dalla docente nelle frasi sono quelli che avrebbe usato lei, che sono anche quelli corretti: l’imperfetto nella prima e nella terza, il presente nella seconda. Per quanto riguarda il modo congiuntivo, si tratta di una scelta meno comune dell’indicativo nelle proposizioni relative, ma non √®, per questo, scorretto. Nelle frasi in questione nelle proposizioni relative si pu√≤ usare sia l’indicativo sia il congiuntivo, senza che il significato cambi: il congiuntivo rende semplicemente la frase pi√Ļ formale, adatta a un registo pi√Ļ elevato. Si potrebbe pensare che il congiuntivo aggiunga una sfumatura di eventualit√† alla proposizione, ma non √® cos√¨: la sfumatura di eventualit√†, se c’√®, √® veicolata dall’intera frase, non dal modo del verbo della subordinata. Si osservi, infatti, che il congiuntivo √® usato sia nella frase 2, in cui si parla di un cliente che potrebbe parlare inglese, sia nella frase 3, in cui si parla di clienti veramente conosciuti, quindi dei quali √® noto se parlassero inglese o no. Anche nella frase 1, del resto, i ristoranti nei quali sono stati distribuiti i volantini sono stati trovati o no: non c’√® niente di ipotetico in questo processo. Sottolineo, a margine, che nella relativa della frase 1 c’√® un errore sintattico indipendente dal modo verbale usato. La terza persona plurale di¬†capitassero¬†dipende dall’idea che il pronome¬†che, riferito ai ristoranti, sia il soggetto della proposizione relativa; ovviamente, per√≤, non √® cos√¨: il verbo¬†capitare¬†√® usato nella forma impersonale, senza soggetto, e¬†che¬†(riferito ai ristoranti) √® il complemento oggetto di¬†trovare. La forma di¬†capitare¬†da usare √®, quindi, la terza persona singolare¬†capitasse¬†(o¬†capitava, se si vuole usare l’indicativo), che √® la forma richiesta quando il verbo √® impersonale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

I prefissi come super-, arci-, iper-, ultra- ecc, si possono, indifferentemente, premettere a tutti gli aggettivi qualificativi di grado positivo, oppure seguono delle regole?

 

RISPOSTA:

Questi prefissi formano il superlativo assoluto dell’aggettivo a cui si uniscono; non possono essere usati, pertanto, con gli aggettivi che non ammettono il grado superlativo, ovvero gli aggettivi di relazione (quelli che instaurano una relazione oggettiva tra il nome che determinano e il nome da cui sono derivati) e quelli di grado positivo dal significato superlativo. Tra i primi figurano aggettivi come¬†mattutino,¬†mensile,¬†architettonico; tra i secondi troviamo aggettivi come¬†stupendo,¬†fantastico,¬†meraviglioso. Va detto che molti aggettivi di relazione hanno significati estensivi che ammettono la gradazione; per esempio¬†civile¬†√® di relazione in¬†codice civile¬†‘relativo alle relazioni sociali’ (impossibile *codice supercivile, come anche¬†codice civilissimo), ma indica una qualit√† graduabile in¬†una persona civile¬†‘che si comporta seguendo le regole’ (possibile¬†una persona supercivile, come anche¬†una persona civilissima). Per altri versi, anche gli aggettivi dal significato superlativo ammettono il grado superlativo quando sono usati con un valore enfatico o ironico (in contesti non formali); in questi casi preferiscono unirsi ai prefissi piuttosto che al suffisso¬†-issimo:¬†supermeraviglioso,¬†iperfantastico¬†ecc. (meno comuni¬†meravigliosissimo,¬†fantasticissimo¬†ecc.).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quale delle frasi √® corretta? “Ad un tratto il capo mi dice che se fossi riuscita a svolgere il compito avrei ottenuto un aumento” o “Ad un tratto il capo mi dice che se riuscir√≤ a svolgere il compito otterr√≤ un aumento” o “Ad un tratto il capo mi dice che se riuscissi a svolgere il compito otterrei un aumento”.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono ugualmente corrette, ma rappresentano il riuscire come altamente improbabile (se fossi riuscita), fattuale (se riuscirò), possibile (se riuscissi).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho trovato queste frasi nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:

(1) ‚ÄúIo c‚Äôavevo guadagnato una Sakura acustica con la paletta in finta madreperla su cui spaccarmi i polpastrelli; lui un partner affidabile e diligente che accompagnasse i suoi assolo‚ÄĚ (p. 33).

Il che prima di accompagnasse è evidentemente un pronome relativo, che, a mio parere, introduce una proposizione dipendente impropria, cioè una proposizione consecutiva. Possiamo, quindi, sostituirlo con tale che? L’uso dell’imperfetto congiuntivo accompagnasse per me dà una sfumatura di un’eventualità, e quindi la sfumatura per me si avvinca a quella di una proposizione finale con il verbo all’imperfetto del congiuntivo.
Se sostituissimo¬†accompagnasse¬†con¬†avrebbe accompagnato¬†sembrerebbe che l’evento successivo sia certo, non pi√Ļ un‚Äôeventualit√†; in quel caso, quindi, la proposizione relativa impropria non avrebbe pi√Ļ la sfumatura finale, ma avrebbe soltanto quella consecutiva: giusto?

Secondo esempio:

(2) ‚ÄúE dato che non c‚Äô√® limite all‚Äôimprudenza, gli avevo lanciato un‚Äôocchiata che un ceffo di tale suscettibilit√† avrebbe di certo interpretato nel peggiore dei modi‚ÄĚ (p. 14).

A mio parere, anche in questa frase il che è un pronome relativo, ma curiosamente Piperno ha usato avrebbe interpretato invece dell’imperfetto del congiuntivo. A mio parere qui il pronome relativo introduce ancora una proposizione relativa impropria con valore consecutivo. A differenza dell’esempio (1), però, mi dicono che interpretasse non sia ammesso. Quindi se fosse così concluderei che la proposizione impropria non può essere una finale dato che le proposizioni finali reggono sempre un verbo al congiuntivo: è giusto?

Terzo esempio:

(3) ‚ÄúGli avevo lanciato un’occhiata che aprisse svariati scenari possibili (che avrebbe aperto svariati scenari possibili)‚ÄĚ.

Mi dicono che cos√¨ sia¬†aprisse¬†sia¬†avrebbe aperto¬†siano accettabili. √ą giusto? Se tutti e due i verbi sono corretti nell‚Äôesempio significa che la proposizione relativa potrebbe essere interpretata sia come finale sia come consecutiva?
Mi domando se sia necessario in una proposizione relativa impropria che l’oggetto a cui fa riferimento il pronome relativo sia il soggetto della dipendente per interpretare la dipendente impropria come una finale.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa nell’esempio 1 riceve effettivamente dal congiuntivo una sfumatura eventuale, che le fa prendere un significato consecutivo-finale. Quando nella reggente √® descritta un’azione volontaria non √® facile distinguere tra i due valori, perch√© l’evento descritto nella proposizione relativa pu√≤ essere interpretato come la conseguenza o anche come il fine dell’azione della reggente; nella frase in questione, per√≤, nella reggente √® descritta una condizione (lui (ci aveva guadagnato) un partner), per cui si pu√≤ scartare il valore finale, visto che una condizione √® uno stato di fatto privo di finalit√†. La sostituzione di¬†che¬†con¬†tale che in questo caso √® possibile (con l’effetto di trasformare il che a met√† tra il relativo e la congiunzione consecutiva in una congiunzione consecutiva), anche se la sintassi in questo modo diventa poco naturale; con tale sarebbe preferibile la costruzione della consecutiva con l’infinito: , tale da accompagnare i suoi assolo.
Se sostituiamo il congiuntivo imperfetto con il condizionale passato la sfumatura eventuale viene meno e l’evento descritto nella relativa diviene fattuale: con¬†che avrebbe accompagnato i suoi assolo, quindi, si intende descrivere quello che effettivamente sarebbe successo in seguito al verificarsi della condizione della reggente, non quello che sarebbe potuto succedere come conseguenza della condizione descritta nella reggente. Lo stesso avviene se sostituiamo¬†che¬†con¬†tale che:¬†, tale che avrebbe accompagnato i suoi assolo.
Nella frase 2 il condizionale passato indica, come indicherebbe nella 1, che l’evento descritto √® un fatto, non una possibilit√†. Va sottolineato che, trattandosi di un evento successivo, la fattualit√† non pu√≤ che essere immaginata dal parlante, infatti nella frase si legge¬†avrebbe di certo interpretato, cio√® ‘avrebbe – io credevo in quel momento – interpretato’. Il congiuntivo imperfetto non √® affatto impossibile, ma √® strano:¬†un‚Äôocchiata che un ceffo di tale suscettibilit√† interpretasse nel peggiore dei modi¬†√® un’occhiata lanciata con lo scopo di suscitare nel ceffo la reazione peggiore; la relativa, cio√®, prende, per via del congiuntivo, il tipico significato consecutivo-finale. La stranezza dipende dal fatto che il bersaglio dell’azione (un ceffo di tale suscettibilit√†) √® rappresentato come indeterminato, quindi l’azione sarebbe rappresentata come finalizzata a suscitare una certa reazione su un bersaglio indeterminato. La costruzione con il congiuntivo diviene del tutto regolare se si rappresenta il bersaglio come determinato; per esempio:¬†avevo lanciato a quei due un‚Äôocchiata che interpretassero nel peggiore dei modi. L’esempio 3 funziona esattamente come il 2. Per quanto riguarda l’ultima osservazione, non √® cos√¨: il relativo pu√≤ avere varie funzioni nella proposizione che introduce anche quando questa ha un significato consecutivo-finale.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Potreste correggere le seguenti frasi? 
1) Cancellare alla lavagna o la lavagna.
2) Mettere sul piatto o nel piatto, la mozzarella è sul piatto o nel piatto.
3) Vado a nord o al nord.
4) Vado al sud Italia o a sud Italia.

 

RISPOSTA:

Cancellare alla lavagna¬†e¬†cancellare la lavagna¬†sono alternative ugualmente corrette dal significato diverso: la prima significa ‘cancellare ci√≤ che √® scritto alla lavagna’, la seconda ‘cancellare la superficie della lavagna’. La scelta tra¬†mettere sul piatto¬†e¬†mettere nel piatto¬†√® legata al gusto personale: le due varianti sono praticamente equivalenti.¬†A Nord,¬†a Sud¬†ecc. indicano la direzione del moto, mentre¬†al Nord,¬†al Sud¬†ecc. indicano ‘i luoghi che si trovano al Nord / al Sud’. Pertanto¬†vado a Nord¬†significa ‘mi sposto verso Nord’,¬†vado al Nord¬†significa ‘mi sposto nell’area geografica situata a Nord’. Ne consegue che¬†vado a Sud Italia¬†sia quasi inaccettabile, mentre¬†vado al Sud Italia¬†(o anche¬†vado nell’Italia del Sud) va bene, perch√© il Sud Italia non pu√≤ essere una direzione, ma √® una regione geografica.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale regola bisogna seguire per usare in modo corretto le preposizioni di e da?
1) Vestiti da sposa ma vestiti di scena
2) Errori di o da terza elementare
3) Buono di o da 10 euro

 

RISPOSTA:

Le preposizioni sono parole dal significato vago, per cui possono essere usate in contesti molto diversi, a volte anche apparentemente contraddittori. Pu√≤, inoltre, capitare che due o pi√Ļ preposizioni abbiano usi molto simili tra loro. Nei suoi esempi si vede che¬†da¬†indica prioritariamente una relazione di pertinenza, mentre¬†di¬†indica una relazione di appartenenza (anche figurata): un vestito da sposa, pertanto, √® un vestito che si addice a una sposa, mentre un vestito di scena √® un vestito che appartiene alla scena; un errore da terza elementare √® un errore che si addice a un livello di istruzione corrispondente alla terza elementare, mentre un errore di terza elementare non esiste, perch√© non √® possibile che un errore appartenza a un certo livello di istruzione. Nel terzo esempio la forma preferibile √®¬†da 10 euro, perch√© la relazione tra il buono e il valore economico √® di pertinenza;¬†buono di 10 euro, pur esistente, rappresenta una soluzione meno formale, derivante dalla possibilit√† di considerare la relazione tra il buono e il valore talmente stretta da essere assimilata all’appartenenza.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Il file √® in fase di caricamento”, il complemento¬†in fase di caricamento pu√≤ considerarsi predicativo del soggetto o stato in luogo?¬†L’espressione¬†in sciopero della fame¬†si pu√≤ analizzare cos√¨?
In sciopero = c. di luogo figurato;
della fame = c. di fine

 

RISPOSTA:

La fase di caricamento non è una qualità del file, ma è un processo nel quale si trova il file; si può, quindi, interpretare il sintagma come luogo figurato. Volendo sottolineare che tale luogo si configura come un processo, si può anche sostenere che il complemento sia di moto per luogo.

In sciopero¬†indica una situazione in cui si trova una persona, quindi pu√≤ rientrare nell’idea di stato in luogo figurato;¬†della fame, invece, specifica di che tipo √® lo sciopero, cio√® che cosa lo caratterizza, quindi √® un complemento di specificazione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In “Fattelo spiegare da Giulio”, il complemento¬†da Giulio¬†si pu√≤ considerare un complemento di origine?

 

RISPOSTA:

S√¨. In alternativa, considerando che la costruzione fattitiva (fare¬†+ infinito) √® parafrasabile con quella passiva:¬†io mi faccio spiegare un argomento da Giulio¬†=¬†io faccio in modo che l’argomento mi sia spiegato da Giulio, √® giustificabile anche l’interpretazione del sintagma come complemento d’agente.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In base a può introdurre un complemento di limitazione?

 

RISPOSTA:

S√¨, per esempio nella frase “In base ai dati, la situazione √® in miglioramento”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “in risposta alle sue richieste, Le daremo appuntamento per gioved√¨ prossimo” √® corretta la seguente analisi logica?
In risposta alle sue richieste = complem di fine+ attributo;
Le = c. di termine;
daremo = predicato verbale;
appuntamento = c. oggetto;
per giovedì prossimo = c. di tempo determinato + attributo.

 

RISPOSTA:

L’analisi ha un solo problema: il sintagma¬†In risposta alle sue richieste¬†non dovrebbe essere considerato insieme, ma dovrebbe essere diviso in¬†In risposta¬†e¬†alle sue richieste. Di questi due,¬†alle sue richieste¬†√® un complemento di termine, mentre¬†In risposta¬†pu√≤ essere considerato un complemento di fine, se intendiamo il sintagma equivalente a¬†al fine di rispondere, oppure – opzione per me pi√Ļ ragionevole – un complemento predicativo dell’oggetto (che √®¬†appuntamento) se lo consideriamo equivalente a¬†in qualit√† di risposta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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QUESITO:

Nella frase “Oltre 10.000 soldati avanzarono sul fronte”,¬†oltre¬†si pu√≤ considerare complemento di quantit√†? Nella frase “Ti aspetto da meno di due ore”,¬†da meno di¬†√® una locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

In questa frase¬†oltre¬†si comporta come un avverbio che modifica l’aggettivo numerale¬†10.000; in analisi logica, pertanto, si analizza insieme all’aggettivo come attributo (in questo caso attributo del soggetto). Nella seconda frase la divisione in sintagmi non √® corretta:¬†ti aspetto¬†regge il complemento di tempo continuato¬†da meno, formato con l’aggettivo invariabile¬†meno, che ha qui un valore neutro (significa, cio√®, ‘una quantit√† minore’); tale aggettivo mette, quindi, la quantit√† indicata in relazione con un altro riferimento quantitativo, espresso dal complemento di paragone¬†di due ore.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Ho individuato la causa delle interruzioni nell’accesso a Internet”, il sintagma¬†nell’accesso¬†√® un complemento di limitazione?

 

RISPOSTA:

La frase √® ambigua:¬†l’accesso¬†potrebbe, infatti, essere la causa delle interruzioni (= ho scoperto che la causa delle interruzioni, per esempio del servizio, √® un problema di accesso) oppure riferirsi alle interruzioni (= ho scoperto qual √® la causa delle interruzioni nell’accesso). Nel primo caso¬†nell’accesso¬†sarebbe un complemento di stato in luogo figurato, perch√© la causa si trova nell’accesso; nel secondo potrebbe essere interpretato o, ancora, come complemento di stato in luogo, perch√© le interruzioni avvengono all’interno del processo di accesso, oppure come complemento di limitazione, perch√© le interruzioni sono relative all’accesso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Coerenza
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QUESITO:

La domanda diretta nella frase ¬ęRenata domand√≤ a Luca: “Vuoi venire a teatro con me sabato prossimo?”¬Ľ pu√≤ essere trasformata in indiretta in modi diversi:
¬ęRenata domand√≤ a Luca se voleva / avesse voluto / avrebbe voluto / volesse andare a teatro con lei il sabato seguente¬Ľ.
Qual √® l’alternativa migliore?

 

RISPOSTA:

L’alternativa migliore √®¬†volesse: il congiuntivo imperfetto nella proposizione interrogativa indiretta (e nelle altre completive) descrive, infatti, un evento contemporaneo o successivo a quello della reggente quando quest’ultimo √® passato. Del tutto adeguato anche il condizionale passato¬†avrebbe voluto, che descrive un evento successivo a quello della reggente quando questo √® passato, ed √® preferito al congiuntivo imperfetto in contesti di media formalit√†. Possibile anche l’indicativo imperfetto¬†voleva, equivalente in questo caso al congiuntivo imperfetto, ma decisamente meno formale. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto, a rigore, descrive l’evento come precedente a quello della reggente quando questo √® passato; non √® adatto, quindi, a descrivere il rapporto tra la domanda e il volere di Luca. In alternativa, il trapassato potrebbe descrivere il volere come precedente a un altro evento, qui non nominato (per esempio “Renata domand√≤ a Luca se avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”); nella frase in questione, per√≤, non sembra esserci questa intenzione. Alcuni parlanti userebbero, comunque, il congiuntivo trapassato in questa frase, probabilmente come conseguenza della confusione tra la proposizione interrogativa indiretta e la condizionale, nella quale il congiuntivo trapassato √® associato all’irrealt√†. Con questa forma, quindi, tali parlanti intenderebbero presentare la domanda come non tendenziosa, ovvero cortese, aperta a ogni risposta. Che il congiuntivo trapassato avrebbe qui la funzione impropria di rendere la domanda pi√Ļ cortese √® provato dall’impossibilit√† di usarlo con la stessa funzione nelle altre completive. Si prenda, ad esempio, la frase “Renata immagin√≤ che Luca _________________ andare a teatro con lei il sabato seguente”: le soluzioni possibili sono¬†volesse,¬†avrebbe voluto,¬†voleva. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto¬†√® possibile soltanto con la funzione propria di collocare il¬†volere¬†in un momento precedente a un altro, qui non nominato (per esempio “Renata immagin√≤ che Luca avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi sulla concordanza dei seguenti verbi.

  • Se ci√≤ non si verifica, i miei parenti sono tenuti a prendere provvedimenti / Se ci√≤ non si dovesse verificare, i miei parenti saranno tenuti a prendere provvedimenti;

  • L’uso di questi dispositivi peggiorino (o peggiori) le capacit√† cognitive.

 

RISPOSTA:

Entrambe le versioni della prima frase sono corrette, ma occorrono alcune precisazioni. L’indicativo presente al posto del futuro (non si verifica e sono tenuti a prendere provvedimenti al posto di non si verificher√† e saranno tenuti a prendere provvedimenti) abbassa il registro della frase, quindi si adatta a un contesto informale. La seconda opzione, cio√® quella con il congiuntivo presente non si dovesse verificare, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Nella seconda frase la concordanza dev’essere al singolare, ma all’indicativo presente e non al congiuntivo, quindi: “L’uso di questi dispositivi peggiora le capacit√† cognitive”, dove peggiora si accorda con l’uso.
Raphael Merida

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QUESITO:

Vorrei sapere se nella frase che segue √® consentito l’uso della virgola prima della preposizione “per”, e se non sia il caso di inserire una virgola prima del “che” (anche in relazione alla presenza o assenza del termine “altrettanto”): “Il prossimo anno segner√† l’inizio di altrettante collaborazioni che vedranno il nostro gruppo offrire servizi sempre migliori, per una crescita in linea con quelle che sono le richieste dei propri fornitori”.

 

RISPOSTA:

La virgola prima della subordinata introdotta da per √® facoltativa; inserendola, poniamo la subordinata sullo stesso piano informativo della altre proposizioni. L’assenza o la presenza della virgola prima della proposizione relativa influisce sul significato della frase (nel primo caso si parla di relative limitative, nel secondo di relative esplicative: la rimando a quest’articolo per approfondire il tema). Nella frase esemplificata l’interpretazione pi√Ļ ovvia della relativa √® quella limitativa perch√© l’informazione √® determinante ai fini dell’identificazione di qualcosa.
In generale, per√≤, l’intera frase risulta appesantita da costrutti ridondanti (quelle che sono le richieste) e da costruzioni sintattiche poco chiare (vedranno il nostro gruppo offrire servizi). Le suggerisco, quindi, una possibile riscrittura: “Il prossimo anno segner√† l’inizio di altrettante collaborazioni che permetteranno al nostro gruppo di offrire servizi migliori, per una crescita in linea con le richieste dei fornitori”.
Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se nello scritto √® pi√Ļ corretta la forma con il congiuntivo o l’indicativo: “Se ci√≤ non si verifica, i miei parenti sono tenuti a prendere provvedimenti” oppure “Se ci√≤ non si dovesse verificare, i miei parenti saranno tenuti a prendere provvedimenti”?

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono ugualmente corrette, ma diverse. La prima √® un periodo ipotetico del primo tipo, o della realt√†, con l’indicativo sia nell’apodosi (la proposizione principale), sia nella protasi (la proposizione ipotetica); la seconda √® un periodo ipotetico misto, con un’apodosi della realt√† e una protasi del secondo tipo, o della possibilit√†. La scelta tra le due frasi dipender√† dal significato ricercato: con la prima l’ipotesi √® rappresentata come fattuale, con la seconda la stessa ipotesi √® rappresentata come possibile, eventuale, incerta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

A¬†mio parere le parole combaciare, collimare, coincidere stanno a significare un contatto perfetto fra due superfici ma non necessariamente una fusione, mentre il termine collegare e aderire (come suggerisce l’etimologia) presuppongono non solo il contatto ma anche la fusione. Se ci√≤ fosse vero, asserire che due superfici si trovano nel rapporto indicato dai primi termini (collimare, coincidere, combaciare), significherebbe tassativamente che esse si toccano ma non si fondono l’una con l’altra oppure il fatto che si fondino o meno resterebbe incerto?

 

RISPOSTA:

In nessuno dei verbi da lei presi in esempio emerge l’idea di “fusione” ma quella di “corrispondenza”. In casi come questo, l’etimologia delle parole pu√≤ venirci in aiuto.
Collimare √® una lettura errata del latino collineare (da cum + linea), che significava ‘mettere sulla stessa linea’ (in italiano diventa termine tecnico nell’astronomia e si espande con il significato generale di ‘coincidere’); coincidere deriva dal latino cum e incidere, cio√® ‘cadere dentro insieme’; collegare, dal latino colligare, a sua volta composto da cum e ligare, significa ‘legare insieme’; aderire viene dal latino adhaerere, composto di ad, che significa ‘a’, e haerere, cio√® ‚Äėstare attaccato‚Äô; infine, combaciare che, come suggerisce la parola stessa, √® composto da con e baciare.
Vedendoli insieme, tutti i verbi sono connessi semanticamente dall’idea di corrispondenza fra due unit√† e per nessuno di essi si pu√≤ dire che ci sia un grado pi√Ļ o meno alto di “fusione”. Una frase come “due parti del materiale combaciano bene”, per significare che due parti sono perfettamente sovrapponibili, equivale a “due parti del materiale aderiscono bene” / “due parti del materiale coincidono bene” / “due parti del materiale collimano bene”; non √® frequente, ma si pu√≤ usare una frase come “due parti del materiale (si) collegano bene”. Il significato primario di collegare per√≤ indica che stiamo mettendo in contatto due parti, cio√® che le stiamo unendo, come nella seguente frase: “collegare due parti del materiale”.
Escludendo aderire e coincidere, i cui significati primari sono ‘essere attaccato’ e ‘corrispondere perfettamente’, gli altri verbi in questione sono sovrapponibili nei loro significati figurati (combaciare, collimare) e nel loro uso intransitivo (collegare): “Le idee di Marta combaciano con le mie” equivale a “Le idee di Marta collimano con le mie”, “Le idee di Marta (si) collegano alle mie”.
In una frase come “Luca aderisce a quella manifestazione” il verbo aderire, invece, non pu√≤ essere cambiato per via del suo uso figurato che significa ‘sostenere con la propria partecipazione’.
Raphael Merida

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso della parola¬†sino¬†per determinare l’esatta conclusione di una azione in un determinato tempo. Provo a chiarire la mia richiesta attraverso un esempio. Dire che “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2”, significa che il 2 l’azienda √® aperta, o che l’azienda √® chiusa?

 

RISPOSTA:

Il problema non dipende dalla locuzione preposizionale¬†sino a, ma √® concettuale (infatti permane anche se eliminiamo¬†sino): quando il termine di un periodo di tempo non √® momentaneo, ma ha una certa durata (come una giornata), il periodo potrebbe finire in coincidenza con l’inizio del termine o con la fine dello stesso.
Questo problema √® alla base delle gag comiche classiche in cui due personaggi non riescono a mettersi d’accordo se il conto alla rovescia finisca in coincidenza con la parola¬†uno¬†o dopo che questa √® stata pronunciata. Nel suo caso, in teoria il periodo di chiusura potrebbe finire all’inizio del giorno 2, quindi il giorno 2 sarebbe escluso dalla chiusura, o alla fine dello stesso giorno, che quindi sarebbe incluso. Questo in teoria, perch√© in pratica l’indicazione del giorno implica che questo faccia parte del periodo; se, infatti, il giorno 2 fosse escluso il periodo finirebbe il giorno 1 e sarebbe antieconomico, quindi fuorviante, nominare il giorno 2 per riferirsi al giorno 1. Anche nel conto alla rovescia, del resto, dopo¬†uno¬†si dice spesso¬†via¬†o qualcosa di simile, a conferma che il conto include¬†uno. Ancora, per fare un altro esempio, una frase come “Hai tempo fino al 2 per ridarmi i soldi” significa che i soldi devono essere restituiti al massimo alla fine del giorno 2, quindi il giorno 2 fa parte del periodo indicato.
In ogni caso, per evitare qualsiasi incertezza, anche teorica, √® possibile aggiungere la dicitura¬†incluso¬†o¬†compreso¬†al termine finale del periodo: “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2 incluso” (oppure¬†sino al giorno 1 incluso¬†se il 2 √® escluso). Tale dicitura √® tipica del linguaggio burocratico ed √® spesso usata insieme alla preposizione¬†entro:¬†entro il giorno 2 incluso / compreso. Esiste anche la possibilit√† di aggiungere¬†escluso, che, per√≤, √® paradossale e difficilmente giustificabile: come detto sopra, se un termine √® escluso dovrebbe essere semplicemente non nominato.¬†Incluso¬†pu√≤ essere anche sostituito da¬†e non oltre, creando l’espressione bandiera del burocratese¬†entro e non oltre. Questa alternativa √® meno trasparente, quindi non preferibile, ma √® tanto apprezzata perch√© conferisce al testo una (malintesa) patina di ufficialit√†.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le frasi seguenti sono esempi di ridondanza, oppure rappresentano dei rafforzativi legittimi?
“√ą un libro che ho (gi√†) letto due volte”.
“Lui ha reagito con un ‘ciao’ e lei ha reagito (a sua volta) con un sorriso tirato via”.
Ho fatto riferimento al fenomeno della ridondanza perché mi pare che le due costruzioni funzionino anche senza le parti inserite tra parentesi. Se la mia osservazione è corretta, vi domando se sia consigliato mantenere o rimuovere tali parti.

 

RISPOSTA:

L’avverbio¬†gi√†¬†e la locuzione avverbiale¬†a sua volta¬†sono ridondanti solo apparentemente, mentre a un’analisi pi√Ļ attenta contribuiscono a costituire il significato delle frasi in cui sono inseriti.
Nella prima frase,¬†gi√†¬†punta l’attenzione sul fatto che la doppia lettura √® avvenuta in un periodo che si √® concluso; la frase senza¬†gi√†, invece, sottolinea che la lettura si √® ripetuta. Questa differenza potrebbe essere appena percepibile o, al contrario, molto rilevante a seconda del contesto in cui la frase √® inserita. Se, per esempio, il parlante avesse appena ricevuto il libro in questione in regalo, la frase con¬†gi√†¬†implicherebbe che tale regalo lo ha deluso (perch√© ha gi√† letto quel libro due volte); quella senza¬†gi√†, invece, implicherebbe piuttosto che il regalo lo ha sorpreso (perch√© conosce benissimo quel libro, e lo apprezza molto, tanto da averlo letto due volte).
Nella seconda frase,¬†a sua volta¬†√® ancora pi√Ļ necessario: se lo eliminiamo viene meno l’esplicitazione della reciprocit√† del saluto e il lettore non pu√≤, quindi, stabilire se i due personaggi si stiano salutando a vicenda o stiano entrambi salutando un terzo personaggio.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quale delle due frasi √® corretta: “Sar√† difficile che ti ricorderai di me” oppure “sar√† difficile che ti ricordi di me”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette. Un evento futuro espresso con una proposizione completiva dipendente da una reggente al futuro o al presente pu√≤ essere descritto con il congiuntivo presente (qui¬†ricordi) o con l’indicativo futuro (qui¬†ricorderai). Il congiuntivo √® la scelta pi√Ļ formale; l’indicativo quella pi√Ļ adatta al parlato e allo scritto medio-basso. Per un approfondimento della questione si veda¬†questa risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle frasi che costituiscono l’elenco numerato √® pi√Ļ appropriato utilizzare il congiuntivo o l’indicativo del verbo indicato tra parentesi?
Per l’analisi dei libri di testo è stato impiegato il modello di sviluppo dell’autonomia di Reinders, basato su 8 livelli, per ciascuno dei quali sono stati ricercati nei testi specifici elementi:
1. Per il livello della definizione dei bisogni sono stati ricercati elementi che (permettono o permettano?) al discente di riflettere sui propri punti di forza, di debolezza ed esigenza nell’utilizzo della LS.
3. Per la pianificazione dell’apprendimento è stato verificato se i libri (consentono o consentano?) al discente di definire i tempi, le modalità e gli obiettivi di apprendimento per ciascuna unità o alcune di esse.
5. Per la selezione delle strategie di apprendimento sono state ricercate sia attività che informazioni che (aiutano o aiutino?) il discente ad adottare consapevolmente una specifica strategia di apprendimento.
6. Per il livello delle esercitazioni √® stata osservata la presenza di esercizi liberi, in cui lo studente (pu√≤ o possa?) utilizzare la LS senza rigide linee guida ed esprimersi, quindi, in modo pi√Ļ autentico sia in classe che al di fuori.
7. Per il monitoraggio dei progressi sono state ricercate sezioni che (permettono o permettano?) al discente di registrare e riflettere su cosa e come ha imparato.
8. Infine, per il livello della valutazione sono state considerate attività di autovalutazione o di feedback tra pari che (consentono o consentano?) agli studenti di esprimere un giudizio su ciò che essi stessi o i propri pari hanno appreso.

 

RISPOSTA:

In tutti i casi meno uno il verbo si trova all’interno di proposizioni relative. Queste ultime, tipicamente costruite con l’indicativo, possono prendere il congiuntivo quando il pronome relativo ha un antecedente indeterminato; il congiuntivo invece dell’indicativo produce un innalzamento diafasico, mentre il significato, a seconda della frase, non cambia affatto oppure assume una sfumatura consecutivo-finale. Mentre, ad esempio,¬†elementi che permettono¬†indica che gli elementi ricercati posseggono la qualit√† descritta (cio√® permettono al discente di riflettere),¬†elementi che permettano¬†indica che gli elementi sono ricercati perch√© posseggano quella stessa qualit√†, o, in altre parole, nel primo caso si cercano degli elementi con una certa qualit√†, nel secondo si cerca una certa qualit√† posseduta da alcuni elementi. Del tutto ininfluente sul significato √®, invece, la scelta del modo verbale nella proposizione interrogativa indiretta nella frase 3: qui la scelta dipende soltanto da ragioni diafasiche, ovvero dall’intento di usare un registro medio-alto (con il congiuntivo) o medio-basso (con l’indicativo).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei porvi una domanda in merito (a mio parere) alla scarsa chiarezza riscontrabile nei testi di grammatica, in merito al rapporto fra la forma riflessiva e la forma passiva.
Nella forma riflessiva apparente (ad es., “Paolo si lava le mani”), il verbo sembra essere transitivo. Allora essendo transitivo dovrebbe essere possibile trasformare la frase riflessiva in passiva. Ad es., “Le mani di Paolo sono lavate da s√© stesso”.
Ora, a prescindere dalla correttezza o meno dell‚Äôesempio, mi aspetterei che le grammatiche ne parlino. Oppure, se contraddice la regola, in quanto il verbo¬†lavarsi¬†non sarebbe transitivo, gli autori dei testi scolastici potrebbero spendere qualche parola in pi√Ļ e dire esplicitamente che la forma passiva non √® possibile ottenerla dalle frasi riflessive. Punto.
Tenete conto che molto spesso gli allievi (specie quelli non madre lingua italiana, magari impegnati nell’apprendimento dell‚Äôitaliano L2 ) necessitano di regole grammaticali – morfologiche e sintattiche – un po‚Äô pi√Ļ agili, pi√Ļ lineari, meno deduttive.

 

RISPOSTA:

Il problema che lei solleva discende dall’idea che la forma passiva del verbo “si ottenga” da quella attiva. In realt√†, la forma passiva del verbo ha le sue regole di formazione indipendenti dalla forma attiva; essa, inoltre, coinvolge la costruzione dell’intera frase e dipende dall’intento dell’emittente di rappresentare la realt√† in un certo modo (mettendo in primo piano il processo e in secondo piano l’agente). La specularit√† tra la costruzione della frase attiva e passiva con i verbi transitivi √® un fatto secondario, utile in chiave didattica, perch√© consente di instaurare un confronto tra le due, ma non essenziale per comprendere la funzione specifica della costruzione passiva. Anzi, tale confronto rischia di essere fuorviante, proprio perch√© concentra l’attenzione sulla corrispondenza formale tra attivo e passivo e oscura la funzione specifica della costruzione passiva. Venendo al suo caso, √® vero che tra la costruzione attiva e quella passiva dei verbi transitivi pronominali c’√® una corrispondenza imperfetta, perch√© nel passivo viene a mancare l’elemento pronominale che sottolinea il vantaggio che il soggetto trae dal processo o la particolare intensit√† con cui partecipa al processo. Tale imperfezione, per√≤, non annulla la corrispondenza; non c’√® qui, quindi, un’eccezione da rilevare, ma una minima deviazione dalla regolarit√†. Ora, soffermarsi a puntualizzare le innumerevoli deviazioni dalla regolarit√† non √® possibile, n√© utile (si ricordi che la stessa regolarit√† delle costruzioni √® una schematizzazione di comodo): se le grammatiche scolastiche lo facessero diventerebbero indigeribili e abdicherebbero alla loro funzione di inquadramenti sintetici per principianti.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Maria traduce il testo dall’italiano all’inglese”. Che complementi sono¬†dall’italiano e all’inglese?

 

RISPOSTA:

Sono, rispettivamente, complemento di origine o provenienza e complemento di moto a luogo figurato. Quest’ultimo pu√≤ anche essere definito in questo caso¬†complemento di destinazione, ma questa etichetta non rientra tra quelle pi√Ļ comunemente usate nei manuali di grammatica italiana (√® usata, invece, per descrivere la funzione del caso dativo delle lingue antiche).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le due frasi sono corrette?

1. Non ve n’√® mai fregato della vostra famiglia.

2. Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette, ma hanno significati opposti per via del verbo, che soltanto in apparenza √® uguale. Nel primo esempio, il verbo coinvolto √® fregarsi, un verbo intransitivo pronominale che significa ‘importare’; la frase, quindi, pu√≤ essere interpretata cos√¨: “Non vi √® mai importato della vostra famiglia”. Il pronome atono ne, in questo caso, serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon ve n‘√® mai fregato della vostra famiglia“. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato.
Nel secondo esempio, invece, la frase √® costruita attorno al verbo procomplementare fregarsene (sui verbi procomplementari rimando alle risposte contenute nell’Archivio di DICO). Il suo significato non √® ‘importare’, come per fregarsi, ma ‘mostrare indifferenza, infischiarsene’. La frase, quindi, assume tutto un altro senso: “Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia” equivale a “Non avete mai mostrato indifferenza nei confronti della vostra famiglia”, quindi “Vi siete sempre interessati della vostra famiglia”.
Questo caso, molto interessante, è un tipico esempio la cui risoluzione richiede una particolare attenzione alle particelle pronominali presenti nella frase, che possono modificare o, addirittura, ribaltare il significato di ciò che si vuole scrivere o dire.
Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto iniziare una frase, che non ne precede altre, con affinch√©?

 

RISPOSTA:

S√¨, l’ordine delle proposizioni all’interno di una frase pu√≤ variare, quindi una proposizione subordinata finale introdotta dalla congiunzione affinch√© pu√≤ precedere la reggente, come nel seguente esempio: “Affinch√© la torta sia cotta [subordinata], il forno deve mantenere una temperatura di 150 gradi [reggente]”. Sarebbe sbagliato, invece, lasciare la subordinata sospesa, cio√® senza la proposizione reggente; una frase come *Affinch√© la torta sia cotta risulterebbe priva di senso.
Raphael Merida

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QUESITO:

Gradirei sapere se √® corretto definire col termine situazione l’immagine di una foto che riproduce una realt√† urbana del passato. Esempio: “Ricordo vagamente la situazione fissata da questa fotografia”.

 

RISPOSTA:

Certamente. Il sostantivo situazione pu√≤ ben rappresentare una circostanza in un determinato momento. Per comprendere perch√© questa parola pu√≤ adattarsi a vari contesti d’uso dobbiamo ripercorrere la sua etimologia. Il sostantivo situazione entra in italiano, probabilmente, attraverso il francese situation, a sua volta derivato dal latino medievale situare, verbo mantenuto intatto in italiano con il significato letterale di ‘mettere in un posto’ e con quello figurato di ‘inserire in un contesto’. Il verbo situare √® un derivato del latino situs, il cui significato veicola gi√† l’idea di luogo; tant’√® che in italiano il sostantivo sito mantiene l’accezione di spazio fisico (“il sito archeologico di Selinunte √® meraviglioso”) o figurato (“devo visitare il tuo sito internet”).
Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si nota l’influenza dell’arte africana sulla sua opera.
Buonasera! In analisi logica, “l’influenza” √® soggetto o oggetto? Ovvero “si nota” √® passivante o impersonale? Inoltre mi permetto di chiedere che complemento sia “sulla sua opera”: luogo figurato?

 

RISPOSTA:

Nel suo esempio, il verbo √® costruito con il si impersonale. Si nota assume la funzione di soggetto (√® come se si intendesse “Qualcuno nota”), l’influenza √® complemento oggetto, dell’arte africana complemento di specificazione, sulla sua opera complemento di stato in luogo figurato.
Per un approfondimento sul si impersonale / si passivante, la esorto a consultare l’archivio di DICO.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase il congiuntivo¬†cerchino¬†√® preferibile rispetto all’indicativo¬†cercano?
“Scelgo le forme che non cercano scopi per descrivere quello che sento per te”.

 

RISPOSTA:

No: l’indicativo √® la forma migliore, perch√© l’antecedente del relativo,¬†le forme, √® determinato, quindi non si armonizza bene con il congiuntivo, che renderebbe la qualit√† del¬†cercare scopi¬†eventuale, quindi indeterminata. Diversamente, il congiuntivo sarebbe possibile, ma comunque non obbligatorio, se la frase fosse “Scelgo forme che non cerchino scopi…”. In questo caso¬†cerchino¬†sarebbe interpratato come un processo consecutivo-finale (come se le forme fossero scelte allo scopo di non cercare scopi), mentre¬†cercano¬†qualificherebbe in astratto le forme scelte.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

PER, DA, DI introducono la causa, ma cosa cambia tra le tre preposizioni? Perché alcune volte si possono usare tutte e tre e altre volte no?
Es.¬†grido dalla / per la / di gioia, ma “Matteo √® a letto per l’influenza”, non¬†dall’influenza¬†o¬†di influenza.

 

RISPOSTA:

Dal punto di vista della funzione generale di ciascuna preposizione,¬†per¬†indica l’attraversamento (passare per il bosco), quindi il mezzo (prendere per le corna), ma anche la causa (piangere per una perdita) e il fine (studiare per un esame);¬†da¬†indica la provenienza (venire dall’Italia), quindi, anche se per ragioni diverse rispetto a¬†per, la causa (piangere dalla gioia);¬†di¬†indica la relazione, che pu√≤ prendere moltissime forme (il fratello di Mario,¬†la porta di casa,¬†il tavolo di legno,¬†mangiare di gusto), tra cui anche la causa (morire di noia). Nell’esempio¬†gridare dalla / per la / di, quindi, il sintagma costruito con¬†dalla¬†esprime l’origine del processo del verbo, quello costruito con¬†per la¬†esprime il percorso attraverso cui si √® prodotto il processo del verbo, quello costruito con¬†di¬†indica in relazione a che cosa si √® prodotto il processo del verbo. Sono, come si vede, sfumature diverse dello stesso concetto di causa. La spiegazione semantica, per√≤, √® parziale, e non permette di decidere quale sia la preposizione corretta (e se siano possibili pi√Ļ soluzioni) nel caso di sintagmi mai sentiti prima. Accanto alla funzione delle preposizioni si possono ricordare, allora, alcune costanti d’uso:¬†di¬†causale si usa soltanto in pochi sintagmi cristallizzati e non richiede mai l’articolo (mentre¬†per¬†e¬†da¬†s√¨):¬†di freddo,¬†di caldo,¬†di fame,¬†di sete,¬†di gioia¬†ed altre emozioni (di paura,¬†di dolore,¬†di felicit√†);¬†da¬†si usa in tutti i sintagmi in cui si pu√≤ usare anche¬†di, ma richiede, come detto, l’articolo e ha maggiore libert√†.¬†Di, infatti, √® legata non solo ad alcuni sintagmi, ma anche ad alcuni verbi: si pu√≤, per esempio¬†morire di freddo¬†e¬†morire dal freddo, ma mentre si pu√≤¬†svenire dal freddo¬†non si pu√≤ *svenire di freddo. Di l√† da questi sintagmi cristallizzati, comunque, non si usa neanche¬†da; non si pu√≤, per esempio, *ammalarsi dall’aria fredda.¬†Per¬†ha, invece, una distribuzione del tutto libera: si pu√≤ sia¬†morire per il freddo, sia¬†svenire per il freddo, sia¬†ammalarsi per l’aria fredda.
Queste considerazioni lasciano sicuramente spazio a casi dubbi, e non sono di pratico impiego quando bisogna usare la lingua in presa diretta. Per essere immediatamente sicuri di usare la preposizione giusta non c’√® altro metodo che esercitarsi molto e, in caso di dubbio, usare gli strumenti lessicografici in circolazione, come i dizionari e le banche dati (oltre che i servizi di consulenza come DICO).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

I verbi in maiuscolo nella seguente frase sono corretti?
“Se ci ferissimo in una zona remota dovremmo avere con noi un buon kit di primo soccorso, che CONTENGA quegli strumenti che ci CONSENTIREBBERO di fronteggiare anche gravi situazioni di urgenza”.

 

RISPOSTA:

Il congiuntivo presente¬†contenga¬†√® adatto a esprimere l’atemporalit√† (o meglio la pantemporalit√†, ovvero l’indipendenza da coordinate temporali particolari) del processo che qualifica il kit. Si noti che il conguntivo √® preferibile all’indicativo in questo caso perch√© l’antecedente del relativo,¬†un buon kit, √® indeterminato; se al posto di¬†un buon kit¬†ci fosse, per esempio,¬†il kit, l’indicativo presente¬†contiene¬†sarebbe preferibile (in quel caso, per√≤, la proposizione relativa diventerebbe automaticamente limitativa, quindi si dovrebbe anche eliminare la virgola prima del pronome relativo).
La decisione riguardo a¬†consentirebbero¬†√® pi√Ļ complicata: nella frase cos√¨ costruita si pu√≤ usare sia questa forma sia l’indicativo presente¬†consentono. Nel primo caso il processo √® rappresentato come conseguenza di una condizione sottintesa (per esempio¬†se si presentassero); nel secondo caso il processo √® presentato come pantemporale, al pari di¬†contenga. Rispetto a¬†contenga, qui l’indicativo √® preferibile al congiuntivo perch√© l’antecedente del relativo,¬†quegli strumenti, √® determinato.
Va detto, comunque, che bisogna evitare di subordinare una relativa a un’altra relativa. A questo scopo si pu√≤ sostituire, per esempio,¬†che ci consentono¬†o¬†che ci consentirebbero¬†con¬†utili a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

In diversi dizionari on line ho trovato come sinonimo di sinagoga il termine Chiesa.
Il sito Virgilio sapere Sinonimi mette come sinonimo di moschea chiesa musulmana.
Volevo sapere se il termine chiesa può essere usato come sinonimo di sinagoga.

 

RISPOSTA:

N√© sinagoga, n√© moschea possono essere considerati sinonimi di chiesa e nessuno dei principali dizionari dell’uso mette in relazione sinonimica le tre parole. Chiesa, infatti, designa esclusivamente un edificio destinato al culto cristiano, oppure un gruppo di fedeli che professa la religione cristiana; allo stesso modo, sinagogaindica un edificio consacrato al culto ebraico o la comunit√† ebraica. Si differenzia la parola moschea, che indica soltanto l’edificio caratteristico della religione musulmana senza riferirsi alla comunit√† musulmana.
Raphael Merida

Parole chiave: Lingua e società, Nome
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QUESITO:

Ho un dubbio sull’analisi grammaticale di un nome. Nella frase “I gatti si riunirono e decisero quale nome dare alla gabbianella”, il sostantivo¬†nome¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e nomi astratti √® quasi sempre problematica e discutibile. In questo caso, poi, il problema √® particolarmente complicato, perch√© il nome¬†nome¬†non solo √® una parola, ma identifica metalinguisticamente una parola. Come ogni parola, quindi, ha una forma concreta, che viene pronunciata e sentita con l’udito, oltre che scritta e letta. D’altra parte, ha un significato, ovvero rimanda a un’idea mentale, a sua volta corrispondente alla persona nominata. Si pu√≤, quindi, concludere che il nome¬†nome¬†√® insieme concreto e astratto. Soprattutto, per√≤, si pu√≤ concludere che la distinzione stessa tra nomi concreti e astratti √® un esercizio logico un po’ ozioso, quando non arzigogolato, e di scarso effetto.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

Quale delle seguenti è una forma passiva del verbo andare?
a) Io vado
b) Io sono andato
c) Andando
d) Nessuna delle precedenti; il verbo andare non ha la forma passiva

La risposta corretta √®¬†d. Il verbo¬†andare¬†non ha la diatesi passiva, come tutti i verbi intransitivi; non √® possibile, infatti, rappresentare il processo dell’andare¬†come subito da qualcuno o qualcosa.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere la differenza che c’√® tra i due tempi verbali delle due frasi che seguono:

1. Ora Luca mangia un gelato;

2. Ora Luca sta scrivendo al computer.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi descrivono un evento che avviene mentre l’emittente sta parlando o scrivendo, quindi Luca mangia un gelato mentre io sto parlando, o Luca sta scrivendo al computer mentre io mangio. A differenza della prima frase all’indicativo presente (mangia), la seconda √® costruita con la perifrasi progressiva stare + gerundio (sta scrivendo), che indica un processo in corso di svolgimento la cui durata si protrae oltre il momento in cui l’emittente si focalizza.
Raphael Merida

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel periodo: “Avevo visto Mario e gli avevo chiesto di passare dal mio studio, ma non ha portato i documenti che avrei dovuto consultre” la coordinata avversativa¬†ma non ha portato i documenti¬†√® da considerare legata alla coordinata copulativa¬†e gli avevo chiesto¬†oppure alla subordinata oggettiva¬†di passare dal mio studio?

 

RISPOSTA:

La coordinata introdotta da ma è formalmente collegata alla coordinata alla principale e gli avevo chiesto; nessun elemento al suo interno, infatti, può collocarla su un piano della gerarchia sintattica diverso dal primo. Certo, se sottraessimo la subordinata oggettiva, il contenuto della seconda coordinata non sarebbe comprensibile (e gli avevo chiesto, ma non ha portato i documenti); questo, però, è un effetto della forza del legame di subordinazione completivo (quello che lega gli avevo chiesto e di passare dal mio studio), per il quale la reggente risulta incompleta senza la subordinata.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Parler√≤ soltanto con chi conosca / conoscesse almeno i principi essenziali”.
“Non parler√≤ con chi non conosca / conoscesse almeno i principi essenziali”.
Con chi parlerò?

 

RISPOSTA:

La relativa introdotta da¬†chi¬†ha un valore consecutivo (chi (non) conosca¬†= ‘le persone tali da (non) conoscere’), che giustifica l’uso del congiuntivo. Il tempo del congiuntivo nella relativa √® deittico, cio√® allineato con il tempo extralinguistico: se il¬†conoscere¬†√® presente o futuro (quindi comunque presente ai fini della scelta del tempo del congiuntivo) si dovr√† usare il presente; se, invece, il¬†conoscere¬†√® passato (“parler√≤ ora o domani con chi conoscesse ieri i principi essenziali”), si user√† l’imperfetto. L’imperfetto, per la verit√†, potrebbe essere usato anche per il presente, perch√©¬†chi (non) conoscesse¬†pu√≤ essere interpretato come¬†se qualcuno (non) conoscesse; si tratterebbe, per√≤, di un uso ambiguo e, in pi√Ļ, la sfumatura ulteriore di eventualit√† aggiunta dall’imperfetto sarebbe superflua. In¬†questa risposta¬†pu√≤ trovare la spiegazione di un caso analogo al suo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si dice ¬ęha constatato che il sig. X fosse presente¬Ľ o ¬ęha constatato che il sig. X era presente¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette: quella al congiuntivo √® pi√Ļ formale, ma quella all‚Äôindicativo √® pi√Ļ comune. Nelle subordinate completive l‚Äôindicativo e il congiuntivo sono intercambiabili, sebbene con gradi di accettabilit√† differenti a seconda del verbo reggente e anche del fatto che vi sia o no la negazione, oltre che in base al grado di formalit√†. Con la negazione, per esempio, il congiuntivo √® sempre preferibile: ¬ęNon ha constatato se X fosse presente¬Ľ. Con la negazione, tra l‚Äôaltro, la completiva non √® un‚Äôoggettiva, bens√¨ una interrogativa indiretta, introdotta da se. Nelle frasi affermative, vi sono verbi che ammettono, e quasi prediligono, l‚Äôindicativo, quali constatare, appurare, dire, vedere, sentire (una frase come ¬ęsento che Luca sia affannato¬Ľ, ancorch√© non erronea, √® al limite dell‚Äôinaccettabile, in un italiano comune); e verbi che invece preferiscono il congiuntivo (la maggior parte: volere, temere, credere, pensare, ritenere, dubitare, sognare‚Ķ). In linea di massima, i verbi che esprimono una percezione diretta della realt√† prediligono l‚Äôindicativo (tranne che con la negazione), mentre i verbi che esprimono un‚Äôipotesi, un timore, una volont√† e simili prediligono il congiuntivo. Oltre che dal grado di formalit√†, la presenza dell‚Äôindicativo o del congiuntivo nelle subordinate, dunque, non dipendono tanto dal grado di certezza (come erroneamente spesso si dice), quanto dalla percezione pi√Ļ o meno diretta. Se dipendesse dalla certezza, allora frasi come le seguenti sarebbero impossibili: ¬ęcredo fermamente che Dio esista¬Ľ; ¬ęho sognato che volevi uccidermi¬Ľ, mentre invece sarebbero poco naturali ¬ęcredo fermamente che Dio esiste¬Ľ e ¬ęho sognato che volessi uccidermi¬Ľ. Questo perch√© sognare si riferisce comunque al frutto di una percezione diretta, mentre il verbo credere (cos√¨ come avere fede), pur non mettendo in dubbio il frutto di quanto viene creduto, lo esprime comunque con un verbo che indica una elaborazione del pensiero (come pensare). ¬†

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho una domanda riguardante la seguente frase, tratta da The Game di Alessandro Baricco:

L’istinto era quello di fermarli. Il pregiudizio, diffuso, quello che fossero dei distruttori punto e basta.

Nella frase,¬†quello che fossero equivale a (l’istinto) era che fossero (l’uso del congiuntivo imperfetto √® stilistico e non √® semantico). La mia confusione riguarda il fatto che in quello che il che √® un pronome relativo, mentre nella mia versione della frase il che √® una congiunzione. Nella frase originale perch√©¬†che √® un pronome relativo?¬†Non riesco a sostituirlo con il quale. A che cosa si referisce quello? Potrebbe farmi un altro esempio in cui quello che viene usato come nella frase di Baricco?

 

RISPOSTA:

Nella frase originale, quello serve a ripetere il sintagma l’istinto. Questa ripetizione √® possibile (anche se appesantisce la sintassi) e pu√≤ servire a far risaltare il sintagma ripreso. Essa, per√≤, non √® necessaria e non cambia la natura della proposizione introdotta da che; il che, infatti,¬†non si riferisce a¬†quello (infatti non pu√≤ essere sostituito da¬†il quale), ma √® una congiunzione, proprio come nella versione modificata. La proposizione introdotta da¬†che √® una completiva: nella variante con quello √® una dichiarativa; nella variante senza quello viene considerata soggettiva, anche se sostituisce una parte nominale (per un approfondimento si veda questa risposta). Frasi come quella da lei citata potrebbero essere “La paura era quella di non riuscire a vincere”; “La paura era quella che la mia squadra non avrebbe vinto”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel seguente esempio la proposizione che inizia con dovreste esprime una possibilità, giusto?

Non mi pare che dovreste avere troppa difficoltà a collocare una trama sopra delle note (M. Morazzoni).

√ą¬†possibile formulare la proposizione senza dovere (“Non mi pare che avreste troppa difficolt√† a collocare una trama sopra delle note”)?

Un altro esempio: “Penso che Mario potrebbe¬†uscire stasera” (possibilit√†); se cambio la frase con “Penso che Mario uscirebbe stasera” dovrei esplicitare una condizione, ad esempio se avesse tempo?

Nella frase ‚ÄúIo penso che dovremmo tenerla unita, questa fortuna, tenere insieme i figli, e le donne e noi stessi, tutti insieme” (U. Riccarelli), mi¬†sembra che dovremmo esprima in modo cordiale un consiglio invece che una possibilit√†. Per questo tipo di completiva penso che sia necessario usare dovere, potere, o volere e non sarebbe possibile scrivere la proposizione senza un verbo servile; giusto?

 

RISPOSTA:

I verbi servili aggiungono sempre una sfumatura di significato al verbo che reggono. Nella prima frase,¬†dovreste rappresenta il non avere difficolt√† come ipotizzato dall’emittente, quindi che il parlante √® incerto se quello che sta dicendo si avverer√†. Il condizionale, in questo caso, non √® legato a una premessa, ma esprime il dubbio dell’emittente (come se nella frase fosse sottinteso se avessi ragione, se la mia idea fosse corretta o simili). Se eliminiamo il verbo servile, viene meno la sfumatura ipotetica; avreste indicherebbe che il non avere difficolt√† √® la conseguenza di una premessa. Tale premessa dovrebbe essere esplicitata, altrimenti la frase rimane in sospeso. Lo stesso vale per la seconda frase: come da lei proposto, il servile potere rappresenta l’uscire come potenziale; senza il servile,¬†uscirebbe diviene la conseguenza di una premessa che deve essere esplicitata.

Nella terza frase,¬†dovremmo esprime ancora un’ipotesi dell’emittente; visto il significato della frase, per√≤, in questo caso l’ipotesi √® interpretata automaticamente come un auspicio, quindi anche come un invito all’interlocutore a realizzare il contenuto della frase. Anche qui senza il verbo servile il tenerla unita e le altre azioni diventerebbero conseguenze di premesse che devono essere esplicitate. Ovviamente, se sostituiamo dovere con un altro verbo servile il significato della frase cambia: con¬†potere l’invito si trasforma in una possibilit√†, con volere in un desiderio.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Mario √® nato al rombo del cannone” o “Mario era nato al rombo del cannone”? A mio parere la prima espressione √® corretta a patto che Mario sia ancora in vita, la seconda invece √® da preferirsi qualora Mario sia ormai defunto. Vorrei sapere se questa mia opinione √® corretta.

 

RISPOSTA:

La sua interpretazione, ancorch√© non del tutto priva di qualche intuizione, √® troppo rigida e quindi, s√¨, infondata nella sua assolutezza. Sebbene il passato prossimo indichi di norma una conseguenza o una ricaduta (talora in verit√† pi√Ļ teorica, o ‚Äúpragmatica‚ÄĚ, che reale) dell‚Äôazione al passato sul tempo presente, e il remoto tenda a escludere, invece, tale ricaduta, i due tempi sono ampiamente intercambiabili in italiano (tranne che per verbi dal significato decisamente durativo, non puntuale, quali capire e sentire in espressioni quali hai capito, hai sentito e simili, decisamente substandard, o regionali, se al passato remoto in certi contesti: *capisti, *sentisti e simili), con una maggiore formalit√† per il passato remoto. Quindi, anche per una persona defunta, posso ben dire, per esempio: ¬ęGiacomo Leopardi √® nato a Recanati¬Ľ (e non necessariamente ¬ęnacque¬Ľ). Quanto al trapassato prossimo, esso implica di norma il rapporto di anteriorit√† rispetto ad altro evento sempre al passato. Nel suo esempio, peraltro sempre corretto, dunque, ¬ęera nato¬Ľ non ha nulla a che vedere col fatto che Mario sia morto o vivo e vegeto, bens√¨ con l‚Äôeventuale prosecuzione del discorso, al passato, con altre azioni o eventi legati a Mario: ¬ęera nato al rombo del cannone mentre era in corso la seconda guerra mondiale¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1. Seppur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.
Mi è capitato di sentire delle frasi del genere e mi chiedevo se fossero corrette.
Per me, le uniche due versioni corrette sono quelle formate da “seppure” + verbo di modo finito e “pur(e)” con gerundio:
2. Seppure io abbia sbagliato, ho fatto tutto in buona fede.
3. Pur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.

 

RISPOSTA:

La frase 1. √® senza dubbio scorretta; la 2. e la 3., invece, sono ben formate. Le proposizioni concessive esplicite, come nel caso di 2., possono avere il verbo al congiuntivo o all’indicativo, a seconda delle congiunzioni dalle quali sono introdotte. Reggono il congiuntivo, per esempio, le congiunzioni seppure, sebbene, malgrado ecc.: “Seppure/Sebbene/Malgrado abbia sbagliato”; regge l’indicativo una locuzione congiuntiva come anche se: “Anche se ho sbagliato”. Le concessive implicite, come nel caso di 3., sono costruite invece con il gerundio (o con il participio e in rari casi con l’infinito) preceduto da un connettivo come pure: questa costruzione √® possibile soltanto nel caso in cui il soggetto della concessiva coincida con quello della reggente.
Raphael Merida

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QUESITO:

Una giornalista, alla radio, ha detto: ¬ęEra un artista che metteva tutti i suoi discepoli a proprio agio¬Ľ. Forse sono troppo pedante, fossilizzandomi sulle regole della sintassi e trascurando cos√¨ il messaggio che il parlante voleva chiaramente suggerire, o, forse, sono io a essere in errore; ma quell’aggettivo, proprio, non dovrebbe riferirsi al soggetto?

Se cos√¨ fosse, il significato della frase sarebbe alquanto bizzarro: l’‚Äúagio‚ÄĚ sarebbe stato dell’artista stesso invece che dei discepoli di quest’ultimo. Al posto della giornalista, avrei detto ¬ęa loro agio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Ha perfettamente ragione, proprio √® un errore, perch√© pu√≤ riferirsi soltanto al soggetto della proposizione nella quale √® inserito. Viceversa, a volte in luogo di proprio √® ammesso anche loro, se non genera equivoci: ¬ęgli studenti, con le loro brave cartelle sulle spalle¬Ľ (o ¬ęproprie cartelle¬Ľ).

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo
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QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

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QUESITO:

Volevo sapere quale delle due forme √® corretta: ¬ęl‚Äôautobus/il treno viene¬Ľ o ¬ęl‚Äôautobus/il treno arriva¬Ľ. E se solo una delle due forme √® corretta vorrei capire perch√© l‚Äôaltra non lo √®.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, dal momento che, tra le varie accezioni (cio√® significati) di entrambi i verbi venire e arrivare ve n‚Äô√® almeno una in comune (cio√® quella di ‚Äėgiungere in un luogo‚Äô), in cui, dunque, i due verbi sono sinonimi. Tuttavia, dato che, com‚Äô√® noto, la sinonimia perfetta non esiste, va tenuto conto dei contesti in cui entrambi i verbi sono usati normalmente dai parlanti. Se se ne tiene conto, la differenza tra i due √® schiacciante: con i mezzi di trasporto, arrivare √® di gran lunga pi√Ļ frequente di venire, con migliaia (in qualche caso decine di migliaia) di occorrenze di scarto (dati facilmente verificabili in Google ricercando viene/arriva l‚Äôautobus/il treno). Perch√©? √ą pressoch√© impossibile rispondere a questa domanda, visto che la lingua evolve con percorsi non sempre lineari n√© analizzabili logicamente. Probabilmente i parlanti associano a venire (sempre in base alla frequenza e ai contesti d‚Äôuso) un tratto di maggiore ‚Äėumanit√†‚Äô, cio√® preferiscono quel verbo con soggetti umani o animati e con un certo scopo del movimento, laddove arrivare, invece, implica la sola idea di spostamento da un punto a un altro, con particolare riferimento alla meta. Infatti, se in Google si fa la ricerca ‚Äúil treno che arriva/viene da‚ÄĚ, ecco che la frequenza si inverte: viene √® pi√Ļ frequente di arriva, perch√©, evidentemente, sottolineando la provenienza, si d√† un valore semantico maggiore allo scopo o quantomeno alla natura dello spostamento. Morale della favola: i verbi sono corretti entrambi, ma √® meglio usare arrivare, con i mezzi di trasporto, a meno che non ne si specifichi la provenienza.

Un‚Äôaltra piccola osservazione a margine riguarda l‚Äôordine dei sintagmi della frase con questi due verbi, che √® preferibilmente quella verbo-soggetto, piuttosto che quella, canonica, soggetto-verbo. Questo accade perch√© arrivare e venire sono verbi inaccusativi, cio√® intransitivi con ausiliare essere, che, come tali, trattano il soggetto perlopi√Ļ come elemento nuovo, piuttosto che come dato, e dunque un po‚Äô alla stregua di un oggetto (per semplificare al massimo un fenomeno sintattico e pragmatico in verit√† molto complesso). Quindi: ¬ęarriva il treno/l‚Äôautobus¬Ľ √® un enunciato molto pi√Ļ frequente e naturale di ¬ęil treno/l‚Äôautobus arriva¬Ľ, se non segue altro sintagma, come per esempio ¬ęl‚Äôautobus arriva tra cinque minuti/subito¬Ľ, in cui invece l‚Äôordine preferito √® quello soggetto-verbo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema, Verbo
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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

  1. Esiste una varietà di discipline, quali quelle umanistica, artistica e scientifica.

Vorrei sapere se la costruzione è corretta, o se sarebbe consigliato strutturarla in maniera leggermente diversa sul piano della flessione.

  1. Esiste una varietà di discipline, quale quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.
  2. Esiste una varietà di discipline, quali quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.

 

RISPOSTA:

La 1 e la 3 sono parimenti corrette, mentre la seconda presenta un errore di accordo in quale, che deve concordare con discipline, da cui dipende, e non con quella n√© con variet√†. In verit√†, pur corrette, la prima e la terza frase sono entrambe un po‚Äô faticose e ridondanti, soprattutto la terza, per via della ripetizione di quella. Forse si potrebbe snellire il tutto cos√¨: ¬ęci sono diversi ambiti disciplinari: umanistico, artistico e scientifico¬Ľ. In effetti, pi√Ļ che di disciplina, si sta qui trattando di ambiti disciplinari (ciascuno strutturato, al suo interno, in diverse discipline: la letteratura, la filologia ecc.; la biologia, la fisica ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Le mogli litigano con i mariti.

Le fidanzate ballano con i fidanzati.

Le mamme aspettano i figli all’uscita della scuola.

Vorrei sapere se questi tre esempi (che sono solo alcuni tra i tanti ricavabili nei contesti pi√Ļ disparati) creano, per cos√¨ dire, delle relazioni semantiche ridondanti tra le ‚Äúcategorie‚ÄĚ che citano all’interno della medesima frase.

√ą evidente che una moglie √® tale se e solo se sussiste un marito, e lo stesso dicasi per una mamma in funzione di un figlio, ecc.

Non sarebbe stato sufficiente, e forse anche meno ridondante, citare una categoria pi√Ļ ‚Äúampia‚Äú (una delle due, o quella del soggetto o quella dell’oggetto), senza per questo disperdere la semantica generale della frase?

Le donne litigano con i (propri) mariti.

Le fidanzate ballano con i (propri) fidanzati.

Le donne (le ragazze) aspettano i (propri) figli…

Quali soluzioni suggerireste?

 

RISPOSTA:

L‚Äôeliminazione della ridondanza √® un proposito decisamente salutare nella scrittura, sebbene nessuna lingua possa eliminarla del tutto: il rumore di fondo (cio√® la ridondanza) talora serve a far capire meglio i concetti e a veicolare meglio gli atti comunicativi. Nei casi dai lei proposti mi sembra che il suo giudizio sia forse un po‚Äô troppo severo, e oltre tutto nel secondo caso non propone (forse per mero refuso) alcuna alternativa: ¬ęle fidanzate ballano con i fidanzati¬Ľ (forse voleva intendere le ragazze?). Quello che risulterebbe invece davvero inutilmente ridondante sarebbe ¬ępropri¬Ľ: √® infatti del tutto controintuitivo che le fidanzate ballino con fidanzati altrui, o che le mogli litighino con mariti altrui ecc. Sicuramente, le altre sue alternative sono possibili, e il senso non ne risentirebbe (grazie all‚Äôinferenza semantica del contesto, come lei stessa ben intuisce). Tuttavia, non mi sentirei di affermare che ¬ęle donne litigano con i mariti¬Ľ sia migliore di ¬ęle mogli litigano con i mariti¬Ľ ecc. Anzi, tutto sommato, la seconda alternativa mi sembra pi√Ļ precisa, e dunque preferibile: ¬ęle ragazze aspettano i figli¬Ľ potrebbe addirittura ingenerare l‚Äôequivoco di interpretare ¬ęragazze¬Ľ come ‚Äėbaby-sitter‚Äô (per esempio) che aspettano figli di altre. E simili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Retorica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą possibile dire ¬ęVorrei che faccia¬Ľ invece che ¬ęVorrei che tu facessi¬Ľ? √ą corretto pensare che il congiuntivo presente dia al mio desiderio una sfumatura di maggiore cogenza, un senso imperioso? Normalmente, da quello che trovo anche nelle grammatiche, si usa il congiuntivo imperfetto nella subordinata, poich√© l‚Äôevento √® dato come realizzabile solo se si attua il mio desiderio. Ma nel caso in cui io parlante intenda il mio vorrei come ‚Äėobbligo‚Äô, e usi il condizionale solo in quanto formula di cortesia, √® accettato il congiuntivo presente? In sintesi: √® un vero e proprio errore usare il congiuntivo presente nella frase citata in apertura, o si tratta di una forma poco usuale, ma in alcuni casi prevista e possibile? Si tratta di un problema di grammatica o di semantica?

 

RISPOSTA:

Come spesso accade, di errori veri e propri nella lingua ve ne sono pochi; il pi√Ļ delle volte si tratta di variet√†, impropriet√†, sfumature. In questo caso, se non errato, l‚Äôuso del presente congiuntivo in associazione col condizionale presente, possibile in astratto, √® improprio e decisamente minoritario (nelle persone colte), sia per ragioni semantiche, sia per ragioni grammaticali, o per meglio dire di analogia con altri costrutti che associano congiuntivo a condizionale. Dal punto di vista semantico, come giustamente ricorda lei, la spiegazione che si d√† al condizionale √® che il parlante/scrivente ¬ęmostra di credere poco alla realizzabilit√† del proprio desiderio, lo d√† quasi come fosse gi√† alle spalle¬Ľ (L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 63). Pu√≤ trovare approfondimenti al riguardo in numerose altre domande di DICO, riassunte qui. Quel che pi√Ļ conta, per√≤, √® l‚Äôuso dei parlanti e degli scriventi, pi√Ļ che le loro eventuali intenzioni recondite. Nell‚Äôuso comune, quando compare il condizionale presente nella reggente, scatta quasi sempre l‚Äôuso combinato del congiuntivo imperfetto. Perch√©? Evidentemente per via del costrutto che pi√Ļ d‚Äôogni altro (come frequenza d‚Äôuso) combina i due modi e tempi, vale a dire il periodo ipotetico del secondo tipo (il pi√Ļ frequente dei periodi ipotetici): ¬ęverrei se potessi¬Ľ (e non ¬ęse possa¬Ľ!). Per questa ragione, i parlanti e gli scriventi colti (e conseguentemente le grammatiche) associano all‚Äôuso combinato di condizionale presente pi√Ļ congiuntivo presente un valore di estrema trascuratezza, prossimo all‚Äôerrore. La giustificazione che lei d√† dell‚Äôopzione del congiuntivo presente √® ineccepibile, ma logicistica: le lingue non funzionano con astratte logiche a posteriori, bens√¨ in base a consuetudini consolidate.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Si dice: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa (o prima?), aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La locuzione temporale ‚ÄúX fa‚ÄĚ (per es. ¬ędieci anni fa¬Ľ) pu√≤ essere usata soltanto se il riferimento cronologico rispetto al quale si sta dicendo ‚ÄúX fa‚ÄĚ √® il momento stesso in cui si riporta l‚Äôaffermazione. Quindi, ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ vuol dire che il povero padre, nel momento in cui √® morto (cio√® dieci anni fa, rispetto al momento in cui si fa l‚Äôaffermazione, e dunque nel 2014), aveva gi√† pensato al futuro dei figli. ¬ęPrima¬Ľ, invece, √® usato rispetto a un altro termine temporale, sempre al passato, oltre al momento in cui si riporta l‚Äôevento. Quindi, sempre ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni prima, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ significa che il padre dieci anni prima di morire aveva gi√† pensato al futuro dei figli. Per cui, ponendo che il padre sia morto nel 2014, gi√† nel 2004 aveva pensato al loro futuro. Per riassumere: si usa ¬ędieci anni fa¬Ľ se i riferimenti temporali sono soltanto due, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento e il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto; si usa invece ¬ędieci anni prima¬Ľ se i riferimenti temporali sono tre, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento, il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto e un terzo momento (cio√®, per l‚Äôappunto, ¬ędieci anni prima dell‚Äôevento 2, cio√® quello della morte). Se io dico, nel 2024, ¬ęci siamo conosciuti due anni fa¬Ľ, vuol dire che ci siamo conosciuti nel 2022; ma non posso dire ¬ęci siamo conosciuti due anni prima¬Ľ, perch√© chi mi ascolta chiederebbe ¬ęprima di che cosa?¬Ľ. Posso invece dire: ¬ęci siamo conosciuti due anni prima della maturit√† (oppure: due anni prima che finissimo la scuola)¬Ľ, perch√©, oltre al 2024 e al momento in cui ci siamo conosciuti, viene specificato anche un terzo riferimento cronologico (cio√® la maturit√†, o la fine della scuola).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Se io chiedo “Non sei mai stato a Granada, vero?”, la risposta corretta, se l’interlocutore non c’√® stato, √® “No”. Secondo mio padre invece la risposta corretta √® “S√¨”, che sottintende “S√¨, √® vero che non ci sono mai stato”. Io ho cercato senza successo di spiegargli che¬†vero?¬†√® una componente della frase necessaria a disambiguarla da quella che sarebbe una semplice affermazione quale “Non sei mai stato a Granada” e non una domanda. √ą diventato difficile fargli domande di questo tipo. Mi poteste fornire una regola rigorosa, chiara ed esaustiva per chiarire la questione?

 

RISPOSTA:

A rigore la risposta corretta √® “S√¨ (, non sono mai stato a Granada)”, a prescindere dalla presenza di¬†vero; l’interlocutore, infatti, dovrebbe confermare la negazione contenuta nella domanda per rispondere negativamente. Al contrario, per rispondere positivamente (nel caso in cui sia stato a Granada), l’interlocutore dovrebbe negare la negazione con un “No (, sono stato a Granada)”. Le risposte corrette a rigore, per√≤, non sono gradite ai parlanti, perch√© √® controintuitivo rispondere negativamente confermando e positivamente negando; da qui nasce l’abitudine a trascurare la forma della domanda e rispondere considerando soltanto la polarit√† della risposta. Nonostante questa abitudine, per√≤, non si pu√≤ dire che le risposte “rigorose” siano scorrette (per quanto, in un contesto informale, risultino un po’ pedanti).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi sottopongo questa frase: “Lei non volle andare in camera da letto. Restammo l√¨, su quelle vecchie poltrone, e pensai che eravamo i primi a farci l’amore”. Ovviamente¬†a farci l’amore significa: ‘a fare l’amore SU quelle poltrone’. Ora vi chiedo: pu√≤ il pronome ci sostutuire su¬†(sulle poltrone)? Inoltre,¬†la frase risulta subito comprensibile e scorrevole?

 

RISPOSTA:

La frase √® scorrevole e comprensibile. I pronomi non hanno un significato preciso, ma prendono il significato del sintagma che di volta in volta riprendono, o a cui rimandano, adattandolo alla sintassi della frase in cui si trovano. Cos√¨, nella sua frase¬†ci¬†significa ‘su quelle poltrone’, in una frase come “Amo Roma e ci vado ogni volta che posso” il pronome¬†ci¬†significa ‘a Roma’, in una frase come “Se scavi sotto l’albero ci troverai una scatola” lo stesso pronome significa ‘sotto l’albero’ e cos√¨ via.
Quasi tutte le grammatiche sostengono che¬†ci,¬†vi¬†e¬†ne¬†abbiano la natura di avverbi, non di pronomi, quando rappresentano indicazioni di luogo, come nella sua frase, dal momento che equivalgono a¬†qui,¬†l√¨, da qui, da l√¨. Come si vede dagli esempi per ci (ma questo vale anche per gli altri), per√≤, essi mantengono sempre la funzione di riprendere un sintagma introdotto altrove nella frase o nel testo, o ricavabile dal contesto (per esempio, davanti alla brochure di un viaggio organizzato un interlocutore potrebbe chiedere a un altro: “Ci andiamo?”): possiamo, quindi, considerarli pronomi anche in questo caso.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se entrambe le soluzioni riportate di seguito sono corrette, oppure se ve ne sia una meno formale rispetto all’altra:
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile cogliere.
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile da cogliere.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono possibili e praticamente equivalenti dal punto di vista semantico; la prima, però, ha una costruzione sintattica intricata, per quanto del tutto comprensibile e ammessa dalla grammatica.
L’intrico dipende dalla natura della proposizione¬†che cogliere, contemporaneamente relativa e soggettiva; da una parte, infatti,¬†che¬†riprende il sintagma¬†una sfumatura semantica¬†(quindi introduce una relativa), dall’altra la proposizione funge da soggetto di¬†risulta difficile¬†(quindi √® una soggettiva). Per evidenziare questa sovrapposizione di funzioni, potremmo parafrasare questa parte della frase con¬†cogliere la quale risulta difficile.
La seconda frase √® pi√Ļ lineare dal punto di vista sintattico:¬†che¬†√® il soggetto della proposizione relativa¬†che risulta difficile;¬†da cogliere¬†√® una proposizione completiva assimilabile a una oggettiva, retta dall’aggettivo¬†difficile. Non √® facile associare le due frasi a determinati registri: in linea generale, mentre la seconda √® adatta a tutti i contesti, la prima √® pi√Ļ adatta a contesti medio-alti, soprattutto scritti, per via della complessit√† della costruzione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Desidererei sapere se l’espressione¬†per via di¬†pu√≤ essere usata anche come sinonimo di¬†per merito di,¬†grazie a, oltre che con il significato di¬†a causa di. Ad esempio: “Ha ottenuto un posto di prestigio per via delle sue benemerenze”. Il giudizio veicolato va valutato¬†dal punto di vista del parlante o del soggetto della frase? Se io dico che una persona √® stata promossa perch√© ha goduto di forti raccomandazioni, per me parlante il fatto va visto come negativo; √® stato promosso un soggetto che non lo meritava, con danno per la societ√† e forse anche per me personalmente; al contrario per il soggetto della frase √® stato sicuramente un vantaggio. In questo caso devo usare¬†per via di¬†o¬†a causa di¬†oppure¬†grazie a¬†o¬†per merito di?

 

RISPOSTA:

La locuzione preposizionale¬†per via di¬†indica letteralmente che quanto segue √® la via, il percorso seguito per arrivare a un risultato; √®, quindi, equivalente a¬†per mezzo di. Non √® facile, per√≤, distinguere il percorso dalla spinta iniziale che porta a intraprendere il percorso, ovvero la causa; per questo motivo questa locuzione preposizionale ha finito per essere usata per indicare che quanto segue √® la causa di un fenomeno (quindi come sinonimo di¬†a causa di), non il mezzo con il quale questo si √® manifestato. Le locuzioni¬†per merito di¬†e¬†grazie a¬†rimangono ancora pi√Ļ ambigue tra la causa e il mezzo: non √® possibile stabilirne nettamente il significato. Per quanto, per√≤, queste locuzioni possano indicare che quanto segue √® la causa di un fenomeno, al pari di¬†per via di, la sostituzione di¬†per via di¬†con una di queste altererebbe l’interpretazione complessiva della frase, perch√©¬†per merito di¬†e¬†grazie a¬†veicolano una sfumatura connotativa positiva assente in¬†per via di.

La responsabilit√† dell’enunciazione, quindi del modo di rappresentare la realt√† al suo interno, √® sempre dell’emittente (chi parla o scrive). La connotazione positiva o negativa di un fenomeno, quindi, deriva dal punto di vista dell’emittente e dipende da come quest’ultimo sceglie di costruirla (in base, per esempio, alle sue credenze e al contesto in cui si trova). L’emittente, per√≤, pu√≤ scegliere, con un artificio retorico, di rappresentare un punto di vista evidentemente opposto al proprio, per far risaltare quest’ultimo per contrasto.
Spieghiamo meglio. In ogni frase il senso complessivo √® il risultato dell’intreccio dei significati e dei sensi evocati da ciascuna parola o espressione. Nel caso in questione, una frase come “La persona √® stata promossa per via di / a causa di forti raccomandazioni” fa interagire l’implicita inevitabile condanna complessiva (in Italia la raccomandazione √® ufficialmente considerata una pratica scorretta) con l’oggettivit√† di¬†per via di. Questa rappresentazione sarebbe adatta a una denuncia formale (ovvero che vuole essere rappresentata come formale), in cui possibilmente si portino le prove di tali raccomandazioni e si voglia dimostrare con queste che la promozione √® stata un abuso. Se, invece, la denuncia √® informale (uno sfogo emotivo o un’accusa di principio, per esempio), sarebbe pi√Ļ adatta la costruzione “La persona √® stata promossa grazie a / per merito di forti raccomandazioni”, nella quale la locuzione preposizionale connotata positivamente colorisce l’affermazione di una sfumatura di soggettivit√†. Ovviamente, in questo caso la connotazione positiva √® in contrasto con il senso complessivamente negativo della frase, quindi non ci sono dubbi che l’emittente stia usando un artificio retorico per far risaltare,¬†a contrario, la sua posizione. Sta, in altre parole, facendo dell’ironia.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ritengo che il termine¬†ipotesi¬†si riferisca ad un contenuto, oggettivamente incerto, che viene dato come puramente possibile anche dal parlante, mentre i vocaboli¬†arbitrario¬†e¬†illazione¬†(che considererei sinonimi) definiscano un’affermazione data erroneamente come certa dal parlante, pur essendo oggettivamente solo possibile. Non essendo sicuro della mia posizione, gradirei un vostro parere al riguardo.

 

RISPOSTA:

Il nome¬†ipotesi¬†indica un presupposto logico che deve essere dimostrato vero o falso. Per esempio, l’ipotesi che il riscaldamento globale attuale sia prodotto in larga parte dalle attivit√† umane √® stata ampiamente provata. Una volta dimostrata, l’ipotesi diviene una tesi; √®, comunque, spesso possibile mettere in discussione le prove a sostegno dell’ipotesi, quindi revocare la certezza della tesi derivante. Da questo significato di base, il nome¬†ipotesi¬†ha sviluppato quello, pi√Ļ comune, di ‘congettura’, che apparentemente √® equivalente a ‘presupposto di un ragionamento’, ma invece presenta una determinante differenza di prospettiva: mentre, infatti, il presupposto innesca un ragionamento finalizzato a provarlo, una congettura potrebbe avere lo stesso valore ma √® pi√Ļ spesso, al contrario, proposta come conclusone incerta di un ragionamento. Per quanto incerta, quindi, la congettura √® rappresentata come un’opinione gi√† formata, non come un’idea ancora da verificare. Con questo secondo significato,¬†ipotesi¬†si avvicina al significato comune di¬†illazione, che √® proprio ‘deduzione, congettura basata su prove incerte’. Rispetto a¬†ipotesi, inoltre, nel significato di¬†illazione¬†√® sottolineata la componente di incertezza, ovvero di insufficienza di prove, che porta con s√© una connotazione negativa. Una illazione √®, cio√®, una congettura decisamente incerta, partigiana, una supposizione presentata come conclusiva ma in realt√† indebita o ingiustificata, spesso introdotta per confondere il ragionamento di altri, o per danneggiare maliziosamente la reputazione di qualcuno.
L’aggettivo¬†arbitrario¬†ha, nel linguaggio comune, il significato di ‚Äėnon necessariamente ben motivato‚Äô o ‚Äėpoco giustificato‚Äô; per questo motivo pu√≤ considerarsi sinonimo di¬†indebito¬†e persino¬†illegittimo. Tanto un’ipotesi quanto un’illazione possono essere arbitrarie, ma se un’ipotesi arbitraria √® un passaggio logico azzardato, un errore in buona fede, l’illazione arbitraria √® una fallacia architettata con dolo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Coerenza, Nome
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QUESITO:

Nell’Italiano parlato, verbi che normalmente non avrebbero bisogno di particelle pronominali tendono ad assumerle quando si vuole esprimere un’emozione, di solito positiva, legata all’azione, tipicamente di soddisfazione.
Mangio un panino -> Mi mangio un panino
Bevi un tè! -> Beviti un tè!
In questo caso il pronome indica un complemento di vantaggio (Io mangio un panino per me, bevi un tè per te) oppure un altro complemento?

 

RISPOSTA:

I verbi formati con la particella pronominale a cui lei si riferisce rientrano nella categoria dei transitivi pronominali (anche detti¬†riflessivi apparenti). In essi la particella pronominale ha la funzione di indicare a volte che l’azione √® svolta per il soggetto (mi lavo le mani¬†= ‘lavo le mani a me’) oppure, come nei casi da lei portati, di indicare che l’azione √® svolta con particolare partecipazione emotiva da parte del soggetto. Volendo far rientrare queste funzioni nella classificazione dell’analisi logica, nei verbi come¬†lavarsi¬†+ complemento oggetto la particella √® pi√Ļ facilmente interpretabile come complemento di termine; in quelli come¬†mangiarsi¬†come complemento di vantaggio (come da lei suggerito). Va, per√≤, rilevato che non √® affatto necessario fare questa operazione di classificazione, che non aggiunge niente alla comprensione della frase e risulta un po’ logicistica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’espressione¬†godere di un diritto¬†a quale complemento corrisponde¬†di un diritto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica √® un complemento di specificazione. Pi√Ļ utile, per√≤, √® l’interpretazione data dalla grammatica valenziale, secondo cui si tratta di un complemento oggetto obliquo, ovvero di un sintagma che ha la stessa funzione del complemento oggetto, ma non √® diretto, bens√¨ preposizionale, semplicemente perch√© il verbo richiede tale preposizione (come in¬†fidarsi di,¬†servirsi di, contare su,¬†obbedire a¬†e tanti altri). Il sintagma¬†di un diritto, infatti, √® necessario per completare sintatticamente il verbo¬†godere, quindi √® un argomento di questo verbo, mentre il complemento di specificazione non √® mai un argomento del verbo, perch√© indica un dettaglio relativo a un sintagma nominale (la casa di Mario,¬†il cancello della scuola,¬†l’introduzione del libro…). Se confrontiamo, inoltre,¬†godere di un diritto¬†con, per esempio,¬†esercitare un diritto, vediamo che la struttura profonda del predicato √® identica, perch√© la preposizione fa da collegamento formale tra il verbo e il sintagma, non contribuisce in alcun modo al significato del sintagma. Infine, un’ulteriore prova del fatto che questo sintagma ha la funzione di un complemento oggetto √® che nel parlato e nello scritto trascurato si tende a dimenticare la preposizione, producendo espressioni come¬†godere un diritto¬†(ma anche¬†abusare qualcuno¬†al posto di¬†abusare di qualcuno,¬†obbedire un ordine, invece di¬†obbedire a un ordine). Sebbene queste realizzazioni siano scorrette, bisogna notare che se in queste espressioni la preposizione avesse un significato preciso (e non fosse, invece, un collegamente soltanto formale), non sarebbe possibile escluderla; nessuno, infatti, direbbe o scriverebbe mai¬†la casa Mario¬†invece di¬†la casa di Mario.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi sono tutte grammaticalmente corrette?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia stato lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse stato lui il colpevole?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette; il diverso tempo del congiuntivo nella subordinata dichiarativa instaura di volta in volta un rapporto temporale diverso tra lo stato descritto nella dichiarativa e l’evento della reggente. Nello stabilire quale sia tale rapposto bisogna considerare che nella reggente figura un passato prossimo, un tempo che si comporta a volte come storico, a volte come presente, perch√© indica un evento passato ancora valido nel presente. Nella prima frase, per esempio, il presente¬†sia¬†instaura un rapporto di contemporaneit√† nel presente con¬†hai pensato, perch√© in questa frase¬†hai pensato¬†indica che il¬†pensare¬†iniziato nel passato √® ancora in corso (deve essere cos√¨, altrimenti non avrebbe senso rappresentare l’essere colpevole¬†come presente). Anche nella seconda frase¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente, rispetto al quale¬†l’essere colpevole¬†√® anteriore, quindi passato. Nella terza frase possiamo avere due interpretazioni: se¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente¬†fosse¬†esprime uno stato anteriore (nonch√© continuato nel passato); se, per√≤,¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista passato (in questa frase ci√≤ √® possibile proprio perch√© questo verbo √® messo in relazione con un imperfetto),¬†fosse¬†indica contemporaneit√† nel passato. Per vedere pi√Ļ chiaramente questa differenza si osservino le seguenti frasi:
1. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole;
2. Stamattina ho pensato che lui fosse colpevole.
Nella prima frase l’essere colpevole¬†√® contemporaneo nel passato rispetto a¬†ho pensato; nella seconda √® anteriore (e continuato) rispetto al presente, perch√© qui¬†ho pensato¬†stabilisce un punto di vista presente. Si noti, comunque, che nella frase 1 non √® esclusa l’interpretazione anteriore (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole anche le altre volte che l’avevano arrestato”) cos√¨ come nella 2 non √® esclusa quella contemporanea (per esempio “Stamattina ho pensato che proprio mentre lo guardavo lui fosse colpevole”).
Nella quarta frase, infine, il trapassato indica che lo stato dell’essere colpevole¬†√® anteriore a un altro evento, anch’esso passato; questo altro evento pu√≤ coincidere con il¬†pensare¬†se¬†hai pensato¬†funziona da tempo storico, altrimenti deve essere un altro evento, non esplicitato. Anche in questo caso, per vedere meglio la differenza si osservino queste frasi:
3. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole;
4. Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole.
Nella prima l’essere colpevole¬†precede nel tempo il¬†pensare, che √® passato; nella seconda l’essere colpevole¬†precede un altro evento (per esempio “Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”), perch√© il¬†pensare¬†funziona da presente. La presenza di un terzo evento non √®, comunque, esclusa dalla frase 3 (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Gradirei sapere se la seguente espressione √® corretta: “Erano rimasti due sorelle e un fratello ed erano tutti celibi”. √ą corretto definire i fratelli e la sorella con l’unico termine¬†celibi¬†o √® d’obbligo esprimersi diversamente, attribuendo ai maschi il termine¬†celibi¬†e alle femmine il termine¬†nubile?

 

RISPOSTA:

I termini¬†celibe¬†e¬†nubile¬†hanno un riferimento di genere inequivocabile, quindi sarebbe scorretto attribuire l’uno o l’altro al genere opposto. Per descrivere la situazione bisogna costruire la frase diversamente, per esempio¬†… e nessuno dei tre si era sposato¬†o¬†… e n√© le sorelle n√© il fratello si erano sposati, oppure scegliere un termine diverso, come¬†single¬†o¬†non sposati.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato far seguire il congiuntivo presente all‚Äôespressione¬†come se, oppure √® obbligatorio l’imperfetto?
“Ne parli come se sia colpa mia!”
“Apri le finestre come se faccia caldo”.
√ą possibile omettere¬†se fosse¬†senza alterare il significato della frase dal punto di vista temporale?
“Carlo cammina come se fosse un ubriaco che non riuscisse a reggersi in piedi”.
“Carlo cammina come un ubriaco che non riuscisse / riesca a reggersi in piedi”.
La seconda alternativa conserva la stessa sfumatura ipotetica oppure colloca l’azione nel passato?

 

RISPOSTA:

La proposizione comparativa ipotetica, introdotta da¬†come se, presenta un evento ipotetico che somiglia a quello descritto nella reggente e che potrebbe, pertanto, spiegarlo. L’ipoteticit√† dell’evento presentato richiede una costruzione che ricalca quella della proposizione ipotetica, ovvero il congiuntivo imperfetto per la possibilit√†, il congiuntivo trapassato per l’irrealt√†. L’irrealt√†, si noti, corrisponde in questa proposizione all’atteggiamento di incertezza dell’emittente riguardo alla somiglianza tra gli eventi); ad esempio: “Rispose come se avesse paura” (l’avere paura¬†√® presentato come potenzialmente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, spiegarlo), “Rispose come se avesse avuto paura” (l’avere paura¬†√® presentato come incertamente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, essere preso in considerazione tra le spiegazioni possibili).
Per quanto riguarda le due frasi confrontate, la prima presenta una comparazione ipotetica, la seconda presenta una comparazione oggettiva; con la prima, pertanto, l’emittente √® pi√Ļ cauto nell’accostare il modo di camminare di Carlo a quello di un ubriaco. In ogni caso, la rappresentazione della comparazione non condiziona la costruzione della proposizione relativa (che non riesca / riuscisse). Questa proposizione pu√≤ essere costruita nella prima e nella seconda frase tanto con il presente quanto con l’imperfetto; nel primo caso il¬†riuscire¬†√® semplicemente rappresentato come presente, nel secondo si aggiunge una sfumatura ipotetica, conferita dalla sovrapposizione tra¬†che non riuscisse¬†e¬†se non riuscisse.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso del congiuntivo/condizionale¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†nella frase che segue.

L‚Äôufficio ha quindi proceduto all‚Äôistruttoria ed all‚Äôesitazione delle istanze per impedire da un lato che il condono potesse agire da ‚Äúscudo giudiziario‚ÄĚ (in quanto la presentazione della domanda di condono sospende il procedimento penale e quello per le sanzioni amministrative) e dall‚Äôaltro per evitare all‚Äôente eventuali richieste di risarcimento da chi¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†voluto avere ragione della propria istanza di sanatoria prima che l‚ÄôAG procedesse, ad ogni modo, all‚Äôabbattimento dell‚Äôimmobile abusivo.

 

RISPOSTA:

Il dubbio tra il condizionale passato e il congiuntivo trapassato dipende dalla presenza, nella frase, di due possibili momenti di riferimento, uno precedente al¬†volere avere ragione¬†(coincidente con il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), uno successivo (coincidente con il¬†procedere all’abbattimento). Il condizionale passato ha la funzione di esprimere la posteriorit√† rispetto a un punto prospettico collocato nel passato, quindi descrive il processo del¬†volere avere ragione¬†come posteriore all’evento, passato, del¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze. Il congiuntivo trapassato, diversamente, descrive il¬†volere avere ragione¬†come precedente rispetto all’evento, pure passato (ma, attenzione, successivo al¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), del¬†procedere all’abbattimento. Entrambe le scelte sono, pertanto, legittime in astratto; entrambe, per√≤, presentano dei difetti: la prima non veicola alcuna sfumatura eventuale, che sarebbe, invece, utile; la seconda veicola s√¨ un senso di eventualit√† (per via della sovrapposizione tra la proposizione relativa e la condizionale:¬†da chi avesse voluto¬†=¬†se qualcuno avesse voluto), ma costringe a cambiare il momento di riferimento a met√† frase, creando una certa ambiguit√† (il¬†volere avere ragione¬†precede il¬†procedere all’abbattimento¬†o il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze?). Consigliamo, allora, una terza soluzione: il congiuntivo imperfetto (da chi volesse avere ragione), che non cambia il momento di riferimento e veicola una sfumatura eventuale. Il congiuntivo imperfetto ha, inoltre, il vantaggio di essere percepito come pi√Ļ formale del condizionale passato, quindi pi√Ļ appropriato a un contesto come questo.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúStringo la coppa tra le mani‚ÄĚ che funzione logica ha il sintagma¬†tra le mani? Indica uno stato in luogo o un complemento di mezzo?

 

RISPOSTA:

Indica uno stato in luogo, ma l’interpretazione come complemento di mezzo √® legittima. Non √® raro che un’indicazione di luogo sia ulteriormente interpretabile come informazione circa un mezzo. Succede, per esempio, in espressioni come¬†in treno,¬†in macchina,¬†in bicicletta…: in una frase come “Vado a scuola in bicicletta”, infatti, il complemento introdotto da¬†in¬†indica il luogo in cui mi trovo mentre vado a scuola, ma quel luogo ha anche la funzione del mezzo con cui copro il tragitto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

Può essere ritenuto corretto (o almeno non scorretto) un uso della virgola dopo espressioni come a seguire e al termine?
Ad esempio: “Al termine, consegna della medaglia al vincitore”, “A seguire, assegnazione di una borsa di studio al miglior studente”.

 

RISPOSTA:

La virgola non √® affatto scorretta; al contrario, √® preferibile inserirla. In generale, i sintagmi che hanno la funzione di espansioni (ovvero contengono informazioni che non sono collegate al verbo o a un singolo argomento del verbo, ma riguardano l’intera frase) e sono inseriti all’inizio della frase vanno separati con la virgola dal resto della frase. Se, invece, le espansioni si trovano in coda, la virgola √® opzionale: “Consegna della medaglia al vincitore al termine” / “Consegna della medaglia al vincitore, al termine”. L’inserimento della virgola accentua la rilevanza informativa dell’espansione. Se, infine, la frase lo consente, l’inserimento dell’espansione al centro della frase richiede tipicamente la separazione dal resto della frase con le virgole di apertura e chiusura: “La medaglia sar√† consegnata, al termine, al vincitore”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi √® capitato di scrivere la seguente frase in un messaggio: “Ti invio il documento di cui mio marito ha parlato alla tua collega”. Nel rileggerlo e analizzandone la sintassi, non riscontro errori; tuttavia, a orecchio, non mi convince.
Se non ci fosse il complemento di termine in coda alla costruzione, non avrei alcun dubbio.

 

RISPOSTA:

La sintassi della frase √® corretta; il complemento di termine retto dal verbo parlare deve necessariamente essere inserito dopo il verbo stesso (l’inversione sarebbe molto innaturale), quindi la posizione in coda alla frase √® quasi obbligata. Non √®, del resto, possibile eliminarlo, visto che √® il secondo argomento del verbo (il cui schema valenziale √®, appunto, SOGG. + parlare + ARG. PREPOS.): parlare¬†senza l’indicazione della persona a cui si parla, infatti, prende significati del tutto diversi da quello qui inteso, ovvero ‘avere la facolt√† del linguaggio’ (“Mio figlio ancora non parla”), oppure ‘dialogare’ (“Di solito parliamo di calcio”) o anche ‘rivelare un segreto’ (“Il complice ha parlato”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su un esercizio che chiede se in una frase il verbo¬†essere¬†√® utilizzato come ausiliare o con significato proprio, La frase √® la seguente: “Oggi sono distrutto”.
Trovandomi in una quarta primaria che non conosce ancora le forme passive, e mancando nella frase un agente, ho interpretato la parola distrutto come un participio passato con funzione aggettivale e ho suggerito un significato proprio del verbo essere. Ma il libro, nelle soluzioni, lo interpreta come verbo essere con funzione di ausiliare.
Potete chiarire il mio dubbio?

 

RISPOSTA:

La soluzione sta nel mezzo: nella frase il verbo¬†essere¬†non √® ausiliare, ma non ha neanche un significato proprio, visto che √® copula (e la copula, per l’appunto, non ha un significato proprio, ma serve soltanto a collegare il soggetto con la parte nominale del predicato). Se il libro interpreta¬†sono¬†come ausiliare fa una scelta molto strana, per quanto non sbagliata in assoluto.¬†Sono, infatti, potrebbe ben essere l’ausiliare di un verbo passivo, ma se cos√¨ fosse la frase avrebbe un significato molto innaturale: “Oggi vengo distrutto” o “Oggi mi si distrugge”. Chiaramente, quindi,¬†sono distrutto¬†√® predicato nominale e la frase significa “Oggi sono molto stanco”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “√ą stato il sindaco a raccontare la storia pi√Ļ divertente della serata”, il nome¬†storia¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e astratti √® una ossessione della grammatica italiana non pienamente giustificata. I concetti di¬†concreto¬†e¬†astratto, infatti, sono di per s√© sfuggenti, ma soprattutto non riguardano la lingua, bens√¨ la realt√†; in altre parole, a essere concreto o astratto non √® il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altro nome), bens√¨ il referente del nome stesso, la “cosa” che viene designata con il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altra “cosa” designata da altro nome). Fatta questa premessa, comunque, nell’ottica usata dalle grammatiche scolastiche,¬†storia¬†√® in questo caso un nome concreto, perch√© designa un racconto specifico che √® stato pronunciato da un parlante e udito da un pubblico.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

Quale complemento rappresenta il sintagma introdotto da in base a nella seguente frase?
“√ą necessario agire in base alle esigenze del volgo”.

L’analisi logica non permette di classificare con la stessa precisione tutti i sintagmi possibili, nonostante la tipologia sia ricca (secondo alcuni persino troppo ricca). Nel caso in questione, il complemento pi√Ļ vicino alla funzione sintattico-semantica svolta dal sintagma¬†in base alle esigenze¬†√® quello di causa, visto che si pu√≤ parafrasare il sintagma con ‘in modo che il nostro agire sia l’effetto di’.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Desidererei sottoporre alla vostra attenzione questa frase: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si sono sposati”. Se i nonni non ci sono pi√Ļ o anche uno solo di essi √® mancato, √® corretto esprimersi in questo modo o √® necessario ricorrere ad un’altra espressione? Per esempio: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si erano sposati” oppure “I miei nonni si erano sposati, come oggi, 70 anni fa”.

 

RISPOSTA:

Il trapassato prossimo si usa per esprimere un rapporto di anteriorit√† rispetto a un altro evento avvenuto nel passato. Nella frase in questione l‚Äôorganizzazione sintattica mette l‚Äôaccento sui 70 anni, per cui l‚Äôinserimento di un momento di riferimento passato (la morte di uno dei due coniugi o di entrambi), che giustificherebbe l‚Äôuso del trapassato, comporterebbe una contraddizione; il lettore, cio√®, non saprebbe come armonizzare l‚Äôinformazione che il calcolo degli anni ammonta a 70 con l‚Äôinformazione che tale calcolo non ha valore, perch√© nel frattempo √® successo un fatto che lo ha modificato. Inoltre, dal punto di vista semantico l‚Äôevento dello sposarsi √® momentaneo: una volta avvenuto non pu√≤ essere annullato da un altro evento successivo. Anche con la morte di uno dei coniugi, la circostanza del matrimonio rimane valida e legata a un preciso momento del passato. Diversamente, il processo dell‚Äôessere sposati pu√≤ essere modificato dalla morte (o il divorzio). Il messaggio da lei richiesto, insomma, pu√≤ essere espresso con un periodo ipotetico, per esempio: ‚ÄúOggi i miei nonni festeggerebbero 70 anni di matrimonio (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ, oppure ‚ÄúOggi i miei nonni sarebbero sposati da 70 anni (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

Francesca Rodolico

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QUESITO:

Quali frasi sono corrette?

1a. Chissà se esistano i fantasmi
1b. Chissà se esistono i fantasmi
Oppure:
2a. Alcuni mi chiedono se esistano i fantasmi
2b. Alcuni mi chiedono se esistono i fantasmi

Inoltre:
3a. Mi piace un sacco le persone
3b. Mi piacciono un sacco le persone

 

RISPOSTA:

Le frasi 1a, 1b, 2a e 2b sono tutte varianti ben formate. Si tratta di interrogative indirette che ammettono sia il congiuntivo sia l’indicativo. La soluzione con il congiuntivo √® pi√Ļ aderente alla grammatica standard ed √® preferibile in contesti di alta formalit√†; quella con l’indicativo invece √® meno formale, ma comunque corretta.
Fra 3a e 3b la variante corretta √® soltanto 3b. Il verbo piacere √® intransitivo e non pu√≤ reggere un complemento oggetto; una delle particolarit√† di questo verbo (le cui sfumature si possono approfondire qui) √® il soggetto, che solitamente si trova posposto al verbo e sembra comportarsi come un complemento oggetto. In questo caso, il soggetto √® le persone, quindi l’accordo grammaticale andr√† al plurale piacciono. La frase riscritta in altro modo sarebbe: “Le persone piacciono a me un sacco”. Aggiungo, come nota di chiusura, che un sacco, che qui equivale a ‘molto’, ha valore avverbiale ed √® tipico del linguaggio colloquiale.
Raphael Merida

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QUESITO:

A volte ho difficolt√† nel riconoscere se¬†uno¬†e¬†una¬†sono articoli indeterminativi o aggettivi. Per esempio nella frase: “Sono andato a Pisa per una visita”, in analisi logica¬†per una visita = complemento di fine pi√Ļ attributo, oppure una √® semplicemente articolo?

 

RISPOSTA:

In italiano √® possibile distinguere l’articolo indeterminativo dall’aggettivo numerale soltanto considerando il contesto della frase. Diversa la situazione di altre lingue, nelle quali le due parole hanno forme diverse; per esempio l’inglese, in cui un’espressione come¬†a ticket for an hour¬†suona molto bizzarra, perch√© significa ‘un biglietto per un’ora qualsiasi’, mentre del tutto normale √®¬†a ticket for one hour, cio√® ‘un biglietto per un’ora, valido per un’ora’.
Un modo molto pratico per accertarsi se¬†uno¬†sia da considerarsi articolo o numerale √® provare a parafrasarlo con¬†uno indeterminato¬†e con¬†uno solo. Se la parafrasi pi√Ļ calzante √® la prima saremo davanti a un articolo, se √® la seconda avremo un numerale. Nella sua frase¬†una visita¬†√® da intendersi probabilmente come ‘una visita indeterminata’, non come ‘una sola visita’, quindi¬†una¬†√® articolo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nell’espressione¬†spaziare da un argomento all’altro¬†che complemento √®¬†da un argomento?

 

RISPOSTA:

Complemento di origine.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúMi piacciono molto i romanzi, soprattutto quelli di avventura‚ÄĚ,¬†di avventura¬†√® un complemento di specificazione o di argomento?

 

RISPOSTA:

Entrambe le risposte sono giustificate. Volendo essere pignoli, possiamo osservare che un romanzo di avventura non ha come argomento l’avventura, ma racconta una storia avventurosa, ovvero caratterizzata da avventurosit√†. Propenderei, pertanto, per il complemento di specificazione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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QUESITO:

I mesi dell‚Äôanno sono in italiano sostantivi, tuttavia pur essendo ‚Äúnomi propri di cosa‚ÄĚ, si scrivono con la lettera minuscola. √ą sbagliato ricondurre l‚Äôuso della lettera minuscola al fatto che vengano intesi come ‚Äúaggettivi‚ÄĚ‚Äô del sostantivo ‚Äúmese‚ÄĚ (anche se sottinteso) come avviene, tra l‚Äôaltro, in latino (dove sono aggettivi)?

RISPOSTA:

In italiano, i nomi dei mesi, cos√¨ come quelli della settimana e delle stagioni, non sono dei veri nomi propri (in latino, molti nomi dei mesi erano derivati da nomi propri: Ianuarius ‘Giano’; Martius ‘Marte ecc.) e non richiedono l’iniziale maiuscola. A parte i casi di personificazione (per esempio in poesia), quelli in cui un nome √® attribuito a una persona (per esempio Domenica, nome proprio di persona), o alcuni casi particolari che indicano una determinata occorrenza (il Sabato Santo, il Marted√¨ grasso ecc.), i nomi dei giorni, dei mesi e delle stagioni non indicano un’unicit√†, ma una periodicit√†, cio√® qualcosa che si ripete sempre. Nell’italiano antico e moderno i nomi che indicano data (come appunto i nomi dei giorni, dei mesi o delle stagioni) sono stati percepiti da un buon numero di parlanti come nomi propri e per questo scritti spesso con la lettera maiuscola. Nell’italiano contemporaneo questa percezione √® venuta meno e l’uso della maiuscola pu√≤ essere ricondotto all’influsso della grafia inglese che, al contrario di quella italiana, prevede l’iniziale maiuscola per questo tipo di nomi.
Raphael Merida

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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‚ÄúHai scelto il brano peggiore tra i tanti possibili”.
Vorrei sapere se l’aggettivo¬†possibili¬†nella suddetta costruzione √® corretto.

S√¨, la costruzione √® corretta: l’aggettivo¬†possibile¬†√® comunemente usato in contesti simili senza un significato preciso, ma con la funzione di rafforzare proprio l’aggettivo o il pronome (ogni possibile candidato,¬†tutti i libri possibili…).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto l‚Äôuso di¬†conosciuto¬†come sinonimo di¬†noto?

 

RISPOSTA:

S√¨,¬†conosciuto¬†e¬†noto¬†sono sinonimi. Come tutti i sinonimi, comunque, non sono intercambiabili sempre: ovviamente¬†conosciuto¬†non pu√≤ essere sostituito da¬†noto¬†quando √® usato come participio passato, non come aggettivo (“L’ho conosciuto in un bar”); a sua volta¬†noto¬†√® preferito a¬†conosciuto¬†quando si riferisce a qualcosa che deriva la qualit√† dall’essere stata trattato o discusso in precedenza: “L’argomento √® noto a tutti; non serve tornarci su”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non riesco a capire bene quale ausiliare usare con il verbo volare se non si è in presenza di un moto a luogo e da luogo. Come posso comportarmi in queste frasi?

1. Questo √® l¬īaereo su cui ho volato/sono volato.

2. Ho volato in Italia (qui inteso come stato in luogo).

3. Cosa ha volato/è volato in cielo?

4. Sono volato/ho volato (con il deltaplano).

5. L’uccellino ha volato/√® volato (ma non via).

6. I partecipanti sono volati/hanno volato sulla pista (inteso come stato in luogo).

Quanto al verbo vincere, esso regge la preposizione contro?

 

RISPOSTA:

Il verbo volare pu√≤ essere costruito con entrambi gli ausiliari quando si riferisce a persone (che possono volare grazie all‚Äôuso di mezzi di trasporto aerei o in significati figurati), di animali dotati di ali e di veicoli deputati al volo. In questi casi avere √® il pi√Ļ utilizzato, mentre √® preferibile utilizzare essere quando il verbo √® accompagnato da complementi di moto da luogo o a luogo, in quasi tutti i significati figurati e per le azioni in corso di svolgimento. Di conseguenza, negli esempi 1, 2, 4 e 5 sarebbe preferibile selezionare l‚Äôausiliare avere. Al contrario, richiedono¬†l‚Äôausiliare¬†essere l‚Äôesempio 3, in quanto qui il soggetto potrebbe essere un oggetto che si libra in volo sospinto dal vento o altre forze, e l’esempio 6, perch√© qui¬†volare √® usato con il significato figurato di ‘muoversi velocemente’ (lo stesso che si userebbe in frasi come “Sono volato, ma sono arrivato comunque tardi”).

Nell‚Äôesempio 5 la scelta dell‚Äôausiliare influisce sul significato della frase:¬†ha volato significa ‘√® riuscito a volare’;¬†√® volato,¬† preferibilmente seguito da un sintagma che indica il luogo (via,¬†lontano,¬†fuori dalla finestra…), significa ‘si √® spostato in volo’.

In quanto alla seconda domanda, il verbo vincere pu√≤ essere transitivo (vincere la partita), ma √® pi√Ļ spesso intransitivo (vincere a dadi, di due punti, con l’inganno). In entrambi i casi pu√≤ essere accompagnato da complementi indiretti che indicano l’avversario sconfitto e sono costruiti con¬†con¬†o contro. Quando √® transitivo, inoltre, l’avversario pu√≤ essere costruito come complemento oggetto:¬†vincere il nemico.

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato usare “proprio” al posto di “nostro” come nell‚Äôesempio che segue?
“E per colpa tua, mettiamo anche oggi in dubbio la propria conoscenza”.

 

RISPOSTA:

Proprio pu√≤ sostituire soltanto i possessivi di terza persona suo e loro. La frase proposta quindi non √® corretta perch√© propria non si riferisce a un soggetto di terza persona (“E per colpa tua, Mario anche oggi mette in dubbio le sue/proprie conoscenze”), ma a un soggetto di prima persona plurale: “E per colpa tua, (noi) mettiamo anche oggi in dubbio la nostra conoscenza”.
Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Pronome
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QUESITO:

Chiedo delucidazioni sull’uso dell’espressione proseguire gli studi.
Queste forme sono tutte corrette e alternative?
PROSEGUIRE GLI STUDI AL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI PRESSO IL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI NEL CORSO DI STUDI…

 

RISPOSTA:

La variante pi√Ļ naturale √®¬†nel corso di studi. Accanto a questa si pu√≤ usare¬†presso il;¬†presso, infatti, √® usato comunemente con il significato di ‚Äėin, dentro‚Äô, sebbene significhi propriamente ‚Äėvicino a‚Äô e sebbene l‚Äôuso con il significato di ‚Äėin‚Äô sia pi√Ļ adatto all‚Äôambito burocratico. La scelta pi√Ļ insolita sarebbe¬†al, visto che la preposizione¬†a _√® preferita per introdurre ambienti associati fortemente a specifiche esperienze (_a casa,¬†a scuola,¬†all‚Äôuniversit√†) oppure ambienti dai confini non facilmente determinabili (a Roma,¬†a Venezia, ma¬†in Italia). Possibile sarebbe anche riformulare la frase inserendo il verbo¬†iscriversi, per esempio cos√¨:¬†proseguire gli studi iscrivendosi al corso di¬†(o anche¬†nel corso). In questo caso la preposizione¬†a _(o _in) sarebbe richiesta direttamente dal verbo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggo sulla Treccani che nella proposizione concessiva il verbo è al congiuntivo tranne quando introdotta da anche se. Dunque volevo la conferma che solo il primo di questi due periodi sia corretto, e perché:
“Anche se vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
“Seppure vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
Inoltre volevo sapere cosa ne dite della variante:
“Se anche vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.

 

RISPOSTA:

La prima frase √® del tutto corretta; la seconda pu√≤ essere considerata scorretta in qualsiasi contesto scritto, nonch√© in contesti parlati medi. Va detto, per√≤, che esempi di¬†seppure vai,¬†seppure sei¬†e simili non mancano in rete, per quanto siano di gran lunga minoritari rispetto alle varianti con il congiuntivo. Il modo congiuntivo ha un ambito d’uso variegato: in alcune proposizioni √® obbligatorio, in altre √® in alternanza con l’indicativo, in altre √® richiesto da alcune congiunzioni e locuzioni congiuntive ma non da altre. Un esempio di quest’ultimo caso, oltre a quello discusso qui, √® la proposizione temporale, che richiede il congiuntivo soltanto se √® introdotta da¬†prima che. L’associazione di¬†anche se¬†all’indicativo √® probabilmente dovuta alla vicinanza di questa locuzione alla congiunzione ipotetica¬†se, che al presente richiede l’indicativo (se vai in Ferrari…). Il parallelo tra¬†se¬†e¬†anche se¬†√® confermato dal fatto che entrambe richiedono il congiuntivo all’imperfetto e al trapassato (anche se tu andassi / fossi andato). Proprio questa vicinanza semantica rende indistinguibile in molti casi¬†anche se¬†da¬†se anche, sebbene la seconda sia una locuzione congiuntiva ipotetica, non concessiva, che equivale a¬†se, eventualmente,. La differenza emerge chiaramente se l’ipotesi presenta una realt√† certamente verificatasi o certamente non verificatasi; per esempio: “Anche se il computer si √® rotto, non ne comprer√≤ un altro” / *”Se anche il computer si √® rotto…”. La seconda frase √® impossibile, perch√© non presenta una concessione contrastata dal contenuto della proposizione reggente, ma presenta un fatto sicuramente avvenuto come un’ipotesi. Si noti, comunque, che in una comunicazione autentica il ricevente tenderebbe a interpretare anche nel secondo caso la proposizione ipotetica come una concessiva, vista la vicinanza tra le due costruzioni. Con l’imperfetto e il trapassato, per di pi√Ļ, le due locuzioni diventano praticamente equivalenti: “Anche se il computer si rompesse, non ne comprerei un altro” / “Se anche il computer si rompesse…”. In questi casi, sebbene la locuzione¬†se anche¬†sia sempre ipotetica, non concessiva, essa sarebbe interpretata dalla maggioranza dei parlanti come concessiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei esprimere un dubbio in merito all’uso del congiuntivo passato e trapassato con il pronome relativo misto¬†chiunque. Nella frase “Chiunque abbia pronunciato un giudizio cos√¨ avventato, avrebbe dovuto documentarsi pi√Ļ scrupolosamente”, dopo il pronome¬†chiunque¬†potrebbe andarci bene anche il trapassato congiuntivo¬†avesse pronunciato? Se s√¨, perch√©?

 

RISPOSTA:

La frase¬†chiunque avesse pronunciato…¬†√® corretta: il trapassato¬†avesse pronunciato¬†pu√≤ servire a collocare l’evento prima di un altro evento passato, per esempio in una frase come “Luca pens√≤ che chiunque avesse pronunciato…” (in questo caso il passato non sarebbe corretto: *”Luca pens√≤ che chiunque abbia pronunciato…”). Il trapassato √® anche comunemente usato in relazione al presente, non al passato; in questo caso la relazione temporale rimane identica a quella instaurata dal passato:¬†(penso che) chiunque abbia pronunciato…¬†=¬†(penso che) chiunque avesse pronunciato…. Quest’uso deriva dalla sovrapposizione sulla proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†del modello della proposizione ipotetica (chiunque avesse pronunciato¬†=¬†se qualcuno avesse pronunciato); a ben vedere, per√≤, la sovrapposizione √® indebita, perch√© la sostituzione del passato con il trapassato non modifica il senso generale della proposizione relativa. Proprio perch√© il trapassato in queste condizioni (nella proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†senza un rapporto di anteriorit√† rispetto al passato) √® di fatto equivalente al passato, se ne pu√≤ sconsigliare l’uso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Ho bisogno del vostro aiuto per capire come interpretare uno dei criteri previsti per l’authorship di un articolo su una rivista scientifica.
La frase, tradotta da me in italiano è la seguente:
“Contributi sostanziali all’ideazione o alla progettazione dell’opera; o all’acquisizione, analisi o interpretazione di dati per il lavoro”.
Dalla prima parte della frase mi √® chiaro che √® sufficiente avere contribuito in maniera sostanziale all’ideazione O alla progettazione dell’opera; ho per√≤ un dubbio su come interpretare la seconda parte della frase, laddove si tratta dell’analisi dei dati. Tra¬†acquisizione¬†e¬†analisi¬†√® possibile che si intenda una E, oppure, visto che l’ultima congiunzione dell’elenco pu√≤ essere solo sottintesa (senza alcun dubbio) una O?
Per completezza riporto anche la frase originale inglese:
“The ICMJE recommends that authorship be based on the following 4 criteria:
Substantial contributions to the conception or design of the work; or the acquisition, analysis, or interpretation of data for the work; AND (…)”.

 

RISPOSTA:

Si tratta di tre alternative; per attribuirsi il titolo di author, cioè, bisogna aver contribuito sostanzialmente almeno a una delle tre fasi di elaborazione del lavoro (oppure anche a nessuna delle tre, se si è contribuito alla ideazione o alla progettazione).
Ovviamente, bisogna considerare anche gli altri tre criteri (qui non riportati), che sono chiaramente indicati come aggiuntivi (non alternativi) tramite AND.
Sottolineo che in italiano bisogna ripetere la preposizione articolata o almeno l’articolo davanti a tutti i membri dell’elenco:¬†oppure all’acquisizione, all’analisi o all’interpretazione¬†/¬†oppure all’acquisizione, l’analisi o l’interpretazione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sottoporvi un quesito (sperando sia in linea con il tipo di argomenti da voi trattati).
In navigazione si usa il termine ‘doppiare’ quando si vuole esprimere l’azione di superare/passare un capo con un’imbarcazione; ad esempio “doppiare Capo Horn in barca a vela √® pericoloso”.
Il mio dubbio riguarda l’origine della parola italiana: trovo anti-intuitiva la parola ‘doppiare’ che assomiglia (e derivare) da “doppio, due volte” in relazione all’azione che esprime (superare un capo), sopratutto se paragonata all’inglese dove si utilizza il verbo ‘round’ (round girare/passare attorno).

 

RISPOSTA:

Doppiare¬†‘oltrepassare, superare un ostacolo’ √® un tecnicismo marinaresco entrato in italiano in epoca rinascimentale come ampliamento semantico (o prestito semantico) del verbo¬†doppiare, gi√† esistente con il significato di ‘rendere qualcosa due volte maggiore, raddoppiare’. L’origine del prestito √® lo spagnolo¬†doblar, che all’epoca aveva gi√† il significato di ‘oltrepassare un ostacolo’. Spiegare perch√©¬†doblar¬†avesse sviluppato questo significato non √® facile: probabilmente dal significato del latino volgare¬†duplare¬†‘rendere doppio, raddoppiare’ si √® sviluppato il significato ‘piegare’ (perch√© quando si piega una linea si ottengono due segmenti distinti, quindi si raddoppia la linea). Questo significato, per√≤, pu√≤ essere riferito alla rotta necessaria per superare un ostacolo, ma non all’ostacolo stesso: √® la rotta, cio√®, che viene¬†doppiata¬†‘piegata’, non l’ostacolo. Per spiegare l’uso effettivo del verbo (doppiare un ostacolo, non¬†doppiare una rotta), quindi, dobbiamo ipotizzare un ulteriore slittamento semantico, da ‘piegare’ a ‘girare, aggirare’. I verbi¬†to round¬†(inglese) e¬†umschiffen¬†‘circumnavigare, navigare intorno’ (tedesco) conferma, del resto, che l’atto del superare un ostacolo piegando la rotta della nave √® comunemente definito come ‘girare, aggirare’.
A margine va detto che negli sport su pista il verbo¬†doppiare¬†√® usato come estensione del tecnicismo marinaresco, e infatti ha il significato di ‘superare, oltrepassare un concorrente’; non c’√® in questo significato alcun riferimento al ‘raddoppiamento’ (quando si doppia un concorrente non si raddoppiano i giri conclusi, ma semplicemente se ne aggiunge uno).
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso di riferirsi in questa situazione comunicativa:
‚ÄúPer ogni informazione si riferisca a quanto indicato sul programma‚ÄĚ.
Può essere qui usato come sinonimo di attenersi?

 

RISPOSTA:

Qui¬†riferirsi a¬†significa ‘prendere con punto di riferimento’, non ‘riguardare, avere come argomento’ (che √® il significato pi√Ļ comune). Con questo significato, il verbo si avvicina ad¬†attenersi, ma non pu√≤ essere considerato suo sinonimo:¬†attenersi, infatti, contiene una sfumatura di precisione che non ammette deroghe assente in¬†riferirsi a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei capire in quali situazioni è obbligatorio affiancare il congiuntivo imperfetto al condizionale presente, come nel caso di un periodo ipotetico.
Queste due frasi rischiano di essere avvertite come errate per il semplice fatto che si è abituati ad associare il condizionale al congiuntivo imperfetto, e ciò a volte manda in confusione anche me:
“Non potrei stabilire se l‚Äôabbia fatto un bambino o un adulto”.
“Vorrei che venga espulsa” (In questo caso il condizionale √® una forma ingentilita del presente).

 

RISPOSTA:

Nel quadro della consecutio temporum, il condizionale presente richiede gli stessi tempi del congiuntivo richiesti dall’indicativo presente. Per esempio, quindi, immagino che venga = immaginerei che venga (contemporaneità); immagino che venisse / sia venuto / fosse venuto = immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto (anteriorità). A questa regola si sottraggono i verbi di volontà, desiderio, opportunità (come volere, desiderare, pretendere, essere conveniente e simili), che instaurano il rapporto di contemporaneità con il congiuntivo non presente, ma imperfetto (probabilmente perché sono influenzati dal modello del periodo ipotetico del secondo tipo, in cui al condizionale presente corrisponde il congiuntivo imperfetto). A immaginerei che venga, quindi, corrisponde vorrei che venisse. La variante vorrei che venga in astratto è corretta, ma è di fatto giudicata decisamente trascurata. Coerentemente, per l’anteriorità alla costruzione immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto corrisponde il solo vorrei che lui fosse venuto. La variante vorrei che lui venisse per esprimere l’anteriorità è sconsigliata perché sarebbe interpretata come esprimente la contemporaneità.
Per ulteriori informazioni sui tempi del congiuntivo dipendenti da vorrei è possibile consultare questa risposta e questa risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei farvi una domanda riguardo all’uso delle congiunzioni condizionali (escluso se).
Come sappiamo, nella parte condizionale va messo il congiuntivo, ma non sono certa se la scelta tra il presente e l’imperfetto dipenda soltanto dalla possibilità oppure anche dal tempo presente / passato?
A condizione che / purché / a patto che / casomai studi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, avrai / avresti superato l’esame.
Ho anche un altro dubbio: dopo aver scelto il tempo della parte condizionale, cosa posso fare con quella reggente? Uso l’indicativo per esprimere una certezza e il condizionale per una possibilità?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni introdotte da a patto che, purché, a condizione che e casomai (o caso mai) sono condizionali (nel periodo ipotetico sono chiamate protasi e contengono la descrizione della condizione) e richiedono il modo congiuntivo; il tempo dipende sia dal grado di possibilità dell’evento espresso sia dal rapporto temporale (la cosiddetta consecutio temporum) con il verbo della reggente (che nel periodo ipotetico è chiamata apodosi e contiene la conseguenza della condizione contenuta nella protasi). La sua prima frase è un caso canonico di periodo ipotetico della realtà. Questo costrutto serve a rappresentare l’evento della reggente come certo.
La seconda frase presenta un esempio di apodosi della realtà e protasi della possibilità: il costrutto, corretto, esprime un dubbio circa la possibilità della condizione (il parlante non è certo che l’interlocutore si metta a studiare bene) e la certezza riguardo alla conseguenza della condizione.
Il terzo e ultimo esempio presenta nuovamente nella subordinata il congiuntivo imperfetto, mentre nella reggente propone due opzioni diverse: un verbo all’indicativo (il futuro anteriore avrai superato) e un verbo al modo condizionale composto, o passato (avresti superato).
Il futuro anteriore si usa per indicare un evento che avverr√† in un futuro pi√Ļ prossimo rispetto a un altro pi√Ļ lontano nel futuro. Si tratta di un tempo verbale usato raramente, perch√© il rapporto di successione tra gli eventi risulta quasi sempre chiarito dal contesto. In questo caso specifico non √® presente un altro evento di riferimento successivo, di conseguenza il futuro anteriore non √® giustificato. L‚Äôopzione diventerebbe possibile se si aggiungesse un evento di riferimento; per esempio: ‚ÄúA patto che studiassi bene avrai superato l‚Äôesame prima di accorgertene‚ÄĚ. Bisogna, per√≤, ammettere che la frase, corretta in astratto, difficilmente sarebbe prodotta da un parlante, per via della sua complessit√†.
L‚Äôipotesi con¬†avresti superato¬†√® impossibile se¬†studiassi¬†si riferisce al presente: presenta, infatti, la conseguenza come precedente rispetto alla condizione. La frase diviene corretta se il congiuntivo imperfetto √® usato con valore astorico, legato non al presente, ma a un principio generale: ‚ÄúSe tu studiassi (= avessi l‚Äôabitudine di studiare) bene avresti superato l‚Äôesame‚ÄĚ.
Prima di selezionare i tempi e modi verbali è opportuno valutare il grado di possibilità degli eventi selezionati a partire dalla reggente: è il verbo della reggente che governa quello della subordinata, in relazione al rapporto temporale e, nel caso del periodo ipotetico, al grado di possibilità che si vuole rappresentare.
Per ulteriori informazioni sull’uso di a patto che è possibile consultare questa risposta nell’archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

L‚Äôaggettivo poco concorda in genere e numero con il sostantivo al quale si riferisce. A tal proposito riprendo parte di un testo di una canzone: ‚ÄúUna √® troppo poco, due sono tante‚ÄĚ.

Di conseguenza, come devo comportarmi nelle seguenti espressioni?

  • La differenza √® poco/poca
  • Due settimane √® poco/sono poche

 

RISPOSTA:

Nel testo della canzone troppo poco √® una locuzione avverbiale. In questo caso l‚Äôavverbio poco si unisce all‚Äôavverbio troppo per sottolineare un eccesso di scarsit√†. Negli altri due esempi poco invece √® un aggettivo in funzione predicativa (cio√® si collega al nome tramite il verbo), quindi: ‚ÄúLa differenza √® poca‚ÄĚ e ‚ÄúDue settimane sono poche‚ÄĚ. Nell’alternativa “Due settimane √® poco”, poco √® un pronome indefinito in un‚Äôespressione ellittica in cui √® sottinteso un sostantivo ricavabile dal contesto: ‚ÄúDue settimane √® poco (tempo)‚ÄĚ.

Raphael Merida

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QUESITO:

Se una persona √® defunta in quale maniera ci si riferisce ‚Äúall‚Äôessere‚ÄĚ della stessa: ‚ÄúNon credo che tutti sappiano chi lei sia / fosse / fu‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le alternative sono corrette. Il congiuntivo imperfetto fosse √® ineccepibile; il passato remoto fu √® legittimo, ma √® pi√Ļ informale del congiuntivo. Anche il congiuntivo presente sia, pur insolito, potrebbe andar bene in questo contesto: per un fattore psicologico e affettivo, ci si potrebbe riferire al defunto come a una persona ancora viva nei nostri pensieri.

Raphael Merida

Parole chiave: Registri, Verbo
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QUESITO:

I verbi essere e stare sono intercambiabili?

Ad esempio alla domanda ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ, potrei rispondere usando il verbo stare e dire ‚ÄúSto qui‚ÄĚ?

C‚Äô√® differenza tra ‚ÄúSono alla cassa‚ÄĚ e ‚Äústo alla cassa‚ÄĚ?

Ci sono dei casi in cui il verbo stare non andrebbe usato?

RISPOSTA:

La confusione deriva dal fatto che spesso il verbo stare √® usato legittimamente al posto del verbo essere in frasi, per esempio, che esprimono una condizione psicologica di una persona (‚ÄúSono in ansia‚ÄĚ / ‚ÄúSto in ansia‚ÄĚ). Tuttavia, anche se esiste una forte continuit√† semantica fra essere e stare, ci sono dei casi in cui questi due verbi non sono intercambiabili. Per esempio, rispondere a ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ con ‚ÄúSto qui‚ÄĚ in luogo di ‚ÄúSono qui‚ÄĚ √® un tratto tipico dei dialetti meridionali, inclini a sostituire il verbo essere con il verbo stare (‚ÄúSto nervoso‚ÄĚ al posto di ‚ÄúSono nervoso‚ÄĚ; ‚ÄúLa sedia sta rotta‚ÄĚ al posto di ‚ÄúLa sedia √® rotta‚ÄĚ). Vista la sua natura regionale, occorre evitare questa forma in contesti formali.

Riguardo alla seconda domanda, la risposta √® s√¨: sto alla cassa significa ‚Äėsvolgere la mansione di cassiere‚Äô; sono alla cassa, invece, ‚Äėtrovarsi vicino alla cassa‚Äô. A differenza di essere, il verbo stare, infatti, racchiude alcuni significati che designano una situazione duratura nel tempo (‚ÄúSono a Roma‚ÄĚ significa ‚Äėmi trovo a Roma‚Äô, ‚ÄúSto a Roma‚ÄĚ, invece, ‘abito a Roma‚Äô).

Raphael Merida

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QUESITO:

Mi accade frequentemente che dei non madrelingua condividano con me i propri dubbi sull’omissione dell’articolo determinativo, desiderosi di trovare una (suppongo inesistente) sistematizzazione definitiva della regola. Oltre ai casi citati da Serianni nella “Grammatica italiana” (IV 72-75) non sono in grado di trovare una sistematizzazione di altri casi in cui l’articolo debba (o possa) venire omesso. La mia domanda √® questa: I casi che non rientrano in quelli “canonici” descritti da Serianni come devono essere considerati? Come omissioni determinate da variazione diastratica/diamesica/diafasica, e quindi che non riguardano l’italiano standard, o come qualcos’altro che non riesco a comprendere cosa sia?
Ad esempio, l’ultimo dubbio che mi √® stato posto riguarda la frase “Come conciliare lavoro e maternit√†?” e “Oggi a pranzo ho mangiato pastasciutta al tonno.”

 

RISPOSTA:

L’omissione dell’articolo √® obbligatoria soltanto in alcuni dei casi elencati da Serianni (con i nomi propri, i titoli di opere d’arte, i nomi di mesi, i vocativi); in altri √® comune ma non obbigatoria: “Il luned√¨¬†√® il mio giorno preferito”, “Dov’√®¬†la mamma?”. In questi casi l’alternanza si spiega con la natura affine ai nomi propri di questi nomi, oppure con la loro alta frequenza d’uso come vocativi. Un’altra categoria di nomi per cui l’omissione √® obbligatoria √® quella dei nomi inseriti in espressioni cristallizzate:¬†con calma,¬†per favore,¬†di fretta,¬†da sballo,¬†a rigore, ma anche¬†a casa,¬†in ufficio,¬†a scuola,¬†a teatro. Con questa categoria il problema √® che la cristallizzazione delle espressioni non √® predicibile; per esempio¬†a teatro¬†ma¬†al cinema,¬†in banca¬†ma¬†alla posta,¬†in ufficio¬†ma¬†allo studio. Per di pi√Ļ, la cristallizzazione √® “in movimento”: per esempio √® gi√† presente nell’uso panitaliano¬†a studio¬†accanto a¬†allo studio¬†(mentre in alcuni italiani regionali esistono¬†a mare,¬†a spiaggia¬†e altre costruzioni simili).
Di l√† da questi casi, l’omissione √® possibile con tutti i nomi comuni al plurale, per indicare oggetti indeterminati non specifici: “Per tutta la vita ho fatto il venditore¬†di automobili” / “Mi piacciono¬†le automobili veloci“. Diversamente, al singolare, l’omissione √® tipica dei nomi massa, come¬†pastasciutta¬†nel suo esempio (ma anche¬†caff√®,¬†oro,¬†acqua¬†ecc.); in questo caso la presenza o assenza dell’articolo modifica fortemente la percezione del nome: “Avete caff√®?” (si riferisce alla merce) / “Abbiamo finito il caff√®” (si riferisce alla riserva conservata in casa) / “Vuoi un caff√®?” (si riferisce a una dose della bevanda). Nel primo caso, quello in cui il nome esprime pienamente la sua natura di sostanza non specifica, si pu√≤ anche optare per¬†del caff√®, con il cosiddetto¬†articolo partitivo.
Come i nomi massa si comportano anche i nomi astratti, come quelli del suo primo esempio: con lavoro e maternità si rappresentano i due nomi come valori astratti; con il lavoro e la maternità si allude alle loro manifestazioni concrete (dover alzarsi presto la mattina, dover rispettare orari, consegne e scadenze, dover reagire prontamente in caso di emergenze ecc.).
Per concludere, nei casi in cui l’omissione dell’articolo √® facoltativa scegliere sulla base della sfumatura che si intende dare alla frase √® arduo: l’unica soluzione per essere sicuri √® chiedere a un madrelingua, che quasi mai avr√† dubbi su quale variante sia preferibile, anche se quasi mai sapr√† spiegare perch√©. I madrelingua, infatti, memorizzano una gran quantit√† di casi, da cui ricavano le regole automaticamente e inconsapevolmente.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo, Nome
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QUESITO:

Quale sarebbe la forma corretta?
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Un esempio sono Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Ne sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Esempi sono Milano e Roma‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette. I dubbi legati a questa frase riguardano da una parte la concordanza tra il soggetto e il verbo, dall’altra l’inserimento del pronome anaforico ne. Per quanto riguarda il primo dubbio, la regola richiede che il verbo di una frase concordi con il soggetto, ma nel caso in cui nella frase ci sia un predicato nominale con il nome del predicato rappresentato da un sintagma nominale o da un pronome di una persona diversa dal soggetto, la concordanza del verbo con il soggetto pu√≤ risultare, per quanto in astratto corretta, innaturale. La soluzione spesso adottata, allora, √® concordare il verbo essere¬†con il nome del predicato, come nella prima variante della frase da lei proposta. La stessa cosa succederebbe, per esempio, in una frase come “Il problema siete voi” (non *”Il problema √® voi”). Si noti che questa soluzione pu√≤ essere considerata a tutti gli effetti regolare, visto che il ruolo della parte nominale e quello del soggetto sono intercambiabili (“Un esempio sono Milano e Roma” pu√≤ essere riformulata come “Milano e Roma sono un esempio”). In alternativa, se la frase lo permette si pu√≤ far coincidere il numero del soggetto e quello della parte nominale, come nella terza variante della sua frase.
Per quanto riguarda l’inserimento di ne, √® una scelta possibile ma non necessaria: il pronome riprende come incapsulatore tutta la frase precedente, trasformando la frase in qualche modo in ‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Del fatto che le citt√† presenti nel grafico sono molto popolate¬†sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ. L’accostamento delle due frasi, per√≤, √® sufficiente a permettere al lettore di ricavare facilmente il collegamento logico; la coesione, pertanto, √® garantita anche senza il pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Desidererei sapere se la parola competenza pu√≤ essere usata in un contesto come il seguente: “Non √® di mia competenza pagare questa somma”. Il termine competenza farebbe pensare ad ‘abilit√†, conoscenza’ ecc, quindi dovrebbe essere improprio usarlo in una espressione come quella precedentemente citata; tuttavia mi capita frequentemente di sentirlo espresso in simili contesti.

 

RISPOSTA:

Nel contesto da lei presentato la parola competenza √® pienamente legittima. Come giustamente osserva, competenza vuol dire ‚Äėabilit√†, conoscenza‚Äô; questi significati, per√≤, che non sono gli unici e, anzi, rappresentano soltanto uno dei campi semantici di questa parola. Nel suo significato pi√Ļ ampio, competenza indica la ‚Äėcapacit√† di orientarsi in un determinato campo‚Äô (‚ÄúQuella professoressa parla con competenza di ogni aspetto della storia moderna‚ÄĚ); in quello tecnico, invece, cio√® quello legato alla sfera giuridica, designa la ‚Äėlegittimazione di un‚Äôautorit√† o di un organo a svolgere specifiche funzioni‚Äô: ‚ÄúQuesta causa √® di competenza del giudice amministrativo‚ÄĚ. Dal significato tecnico, il campo semantico di competenza si √® esteso per indicare la ‚Äėpertinenza‚Äô, cio√® ci√≤ che spetta a qualcuno (come nel suo esempio). Sempre connesso a questa sfera, il sostantivo plurale competenze indica il compenso: ‚ÄúDobbiamo pagare all‚Äôavvocato le sue competenze‚ÄĚ.

Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi permetto di dissentire da questa vostra risposta.¬†Quel chiunque sia non pu√≤ essere inteso come nel caso di qualora¬†o nel caso in cui?: “Qualora qualcuno fosse interessato, mi contatti”.
Oppure come nel caso di un passato: “(…) la denuncia pu√≤ essere fatta da chiunque sia stato presente ad un fatto punibile o ne abbia avuta cognizione in altro modo, senza essere stato offeso, n√© danneggiato (…)” (“Codice di procedura penale del Regno d‚ÄôItalia”, 1871).
O come nel caso di una concessiva: “Chiunque sia stato, non la passer√† liscia”.
O come la formulazione di una ipotesi: “Una macchina che sia rotta non potrebbe gareggiare”.

 

RISPOSTA:

Se assimiliamo la costruzione chi fosse a se qualcuno fosse, con riferimento al presente, la costruzione chi sia dovrebbe essere assimilata a se qualcuno sia, che non √® prevista in italiano (e si sovrapporrebbe funzionalmente a se qualcuno fosse). Gli esempi che lei fa per contestare questa spiegazione riguardano non chi, ma chiunque: quest’ultimo pronome contiene un tratto di forte indeterminatezza che ne favorisce l’associazione al congiuntivo anche al presente a prescindere dalla sovrapposizione del costrutto ipotetico. Per la verit√†, chiunque¬†√® obbligatoriamente accompagnato dal congiuntivo, proprio in virt√Ļ del suo significato indeterminato, particolarmente coerente con la sfumatura non-fattuale attribuita al congiuntivo.
Chi pu√≤ comportarsi come chiunque, quindi prendere il congiuntivo anche al presente, se nella relativa c’√® il tempo passato, che accentua la non-fattualit√† dell’evento (chi sia stato interessato √® del tutto legittima). Questa osservazione risponde alla sua seconda ipotesi: il passato cambia le condizioni d’uso del congiuntivo (e faccio comunque notare che nella citazione del Codice non c’√® chi, ma chiunque). Un’altra circostanza che favorisce l’uso del congiuntivo nella relativa √® l’indeterminatezza dell’antecedente. Questa non si applica a chi, che non ha un antecedente esplicito, ma a che; la cito qui perch√© spiega il suo ultimo esempio: “Una macchina che sia rotta…”.
Per quanto riguarda il terzo esempio, infine, non solo questo ripropone l’associazione tra chi sia e chiunque sia stato, doppiamente indebita perch√© chiunque sia stato¬†√® indeterminato e passato, ma viene definito “caso di una concessiva”, mentre nella frase non √® presente alcun legame logico di concessione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Alcuni vocabolari riportano la forma grafica “neoassunto”, altri no.
Scrivere “neo assunto” √® comunque corretto?

 

RISPOSTA:

La grafia corretta √® neoassunto, riportata anche dai principali dizionari dell’uso.
Neo-, che significa ‘nuovo, recente’, √® un prefissoide di origine greca; si tratta cio√® di un elemento lessicale dotato di autonomia semantica che pu√≤ essere premesso a parole di qualsiasi origine (si pensi per esempio ad auto- nel significato di ‘da s√©’ da cui si formano parole come autocoscienza, autocritica, automobile). Per queste ragioni, le parole composte con un prefissoide prediligono la forma univerbata a quella staccata.
Raphael Merida

Parole chiave: Nome
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se nell’esempio il presente indicativo del verbo potere¬†√® corretto: “Va in ospedale, dove incontra Virginia che gli chiede se pu√≤ avere il fine settimana libero”.

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta. Se pu√≤ avere √® un proposizione interrogativa indiretta, che pu√≤ essere costruita con l’indicativo, il congiuntivo o il condizionale, a seconda del significato e del registro.
Pu√≤ approfondire l’argomento inserendo come parole chiave “interrogativa indiretta” all’interno dell’Archivio di DICO.
Raphael Merida

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QUESITO:

Gradirei sapere se l’affermazione “persona impositiva”, riferita ad un soggetto capace di farsi valere, pu√≤ essere definita corretta.

 

RISPOSTA:

No, perch√© l‚Äôaggettivo impositivo √® usato perlopi√Ļ in riferimento al tono, oppure in contesti burocratici, in riferimento a un provvedimento, un‚Äôautorit√†, una legislazione e simili, non a una persona. Naturalmente, √® sempre possibile, con una certa forzatura semantica, che in qualche testo impositivo venga riferito a una persona, ma per esprimere il concetto di ‚Äúche impone il proprio volere o autorit√†‚ÄĚ esistono altri aggettivi in italiano, quali autoritario, oppure, con significato ancora pi√Ļ fortemente connotato negativamente, arrogante, dispotico, sopraffattore ecc.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo
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QUESITO:

Sarebbe possibile inserire una virgola tra un sostantivo e il suo aggettivo?

“Ha una bella macchina, rossa”

Oppure prima di una preposizione?

“√ą andato via, a casa”

 

RISPOSTA:

S√¨, in certi contesti la virgola pu√≤ dividere in pi√Ļ unit√† informative una struttura semantica altrimenti addensata in una singola unit√† testuale. In questo caso, l‚Äôaggettivo rossa in posizione conclusiva e separato dal nome attraverso la virgola crea un doppio fuoco informativo che mette in rilievo sia il fatto che la macchina √® bella sia il fatto che la macchina √® rossa.

La virgola si inserisce perfettamente anche nel secondo esempio: la separazione del sintagma preposizionale (a casa) dal resto della frase è favorita dalla posizione conclusiva del sintagma. Non avremmo potuto separare, invece, la preposizione dal nome con cui essa costituisce un sintagma (*a, casa).

Raphael Merida  

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QUESITO:

Non ho ben capito se il verbo interessare regge il complemento oggetto o il complemento di termine. Ad esempio nella frase ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ, ¬ęmi¬Ľ che complemento √®?

Quanto all’uso di anch’io/neanch’io, vanno bene queste frasi?

¬ęNon vado al cinema¬Ľ. ¬ęAnch¬īio non vado¬Ľ / ¬ęNeanch¬īio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Interessare pu√≤ essere usato sia transitivamente (cio√® col complemento oggetto: interessare qualcuno), sia intransitivamente (cio√® col complemento di termine: interessare a qualcuno). Nonostante le sottili differenze semantiche rilevate dai vocabolari (interessare + compl. oggetto ha un valore meno intenso, e pu√≤ significare sia ‚Äėincuriosire‚Äô sia ‚Äėriguardare‚Äô: ¬ęl‚Äôesenzione interessa soltanto i maggiori di 60 anni¬Ľ; interessare + compl. di termine significa ‚Äėavere a cuore‚Äô: ¬ęa Laura interessava molto Raphael¬Ľ), i due usi sono spesso intercambiabili, anche se la costruzione con il complemento di termine (cio√® di interessare come verbo intransitivo) √® molto pi√Ļ frequente. Per cui una frase come ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ pu√≤ valere sia ‚Äėinteressa me‚Äô, sia, pi√Ļ probabilmente ‚Äėinteressa a me‚Äô, tanto pi√Ļ se il complemento √® espresso dal pronome clitico mi, ti ecc., che ha la medesima forma all‚Äôaccusativo e al dativo. La costruzione transitiva, a differenza di quella intransitiva, pu√≤ essere usata anche in riferimento alle cose: ¬ęl‚Äôinterruzione interessa la strada statale 113¬Ľ (e non *alla strada).

Anche non non √® corretto in italiano. Con la negazione anche si trasforma in neanche, neppure o nemmeno: ¬ęNeanch‚Äôio¬Ľ / ¬ęNeanche io varo al cinema¬Ľ / ¬ęNon vado al cinema neanche io¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se una frase che comincia con “che peccato” abbia bisogno dei puntini di sospensione (tralasciando il punto esclamativo) o possa farne anche a meno. Esempi:

Che peccato dover andarmene cos√¨ presto…

Che peccato sia morto cos√¨ giovane…

 

RISPOSTA:

Che peccato! √® di per s√© una formula esclamativa che pu√≤ indicare dolore, dispiacere o, in alcuni casi, ironia, quindi il segno interpuntivo richiesto √® il punto esclamativo; in frasi che cominciano con che peccato per√≤ √® possibile aggiungere i puntini di sospensione. Aggiungendoli, infatti, il discorso rimane sospeso volontariamente (in questo caso per reticenza o per un sottinteso allusivo) lasciando intendere per√≤ gli impliciti sviluppi. La prima frase pu√≤ essere, per esempio, interpretata cos√¨: ‚ÄúChe peccato dover andarmene cos√¨ presto‚Ķ mi stavo proprio divertendo!‚ÄĚ; la seconda, invece: ‚ÄúChe peccato sia morto cos√¨ giovane‚Ķ era un bravissimo ragazzo!‚ÄĚ. Le stesse considerazioni valgono per ‚ÄúChe peccato‚Ķ‚ÄĚ, che lascia intendere all‚Äôinterlocutore o al lettore qualcosa di non detto.

Raphael Merida

Parole chiave: Interiezione, Retorica
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QUESITO:

“Chi fosse interessato mi contatti” o “chi sia interessato mi contatti”?
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato? (Chi era interessato, tre giorni fa, mi contatti adesso).

 

RISPOSTA:

La variante con il congiuntivo presente √® ingiustificata, quindi da considerare errata. Le alternative possibili sono chi fosse… e chi √®... Lei ha ragione a rilevare nell’imperfetto un valore di passato: in effetti il significato della prima frase potrebbe essere quello da lei inteso; tale significato astratto, per√≤, sarebbe senz’altro scartato dai parlanti per via dell’incoerenza tra un interesse passato e l’azione presente. In altre frasi potrebbe, comunque, essere attivo; per esempio “Chi fosse vivo nel 1910 oggi √® certamente morto”. Rimane da spiegare quale sia la differenza tra chi √®… e chi fosse…. Il congiuntivo imperfetto aggiunge alla proposizione relativa una sfumatura di ipoteticit√† (chi fosse = se qualcuno fosse) assente nell’indicativo presente. A ben vedere, tale sfumatura √® superflua, visto che la situazione descritta √® gi√† ipotetica in s√© (il parlante non sa se qualcuno lo contatter√† e chi sia questo qualcuno); i parlanti, per√≤, dimostrano di apprezzare l’enfatizzazione di questo tratto, ottenuta proprio con il congiuntivo imperfetto, che avvicina, come detto, chi fosse a se qualcuno fosse.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho notato che appurare e constatare sono dati per sinonimi dai vocabolari. Appurare dovrebbe stare per ‚Äėaccertare‚Äô, ‚Äėverificare‚Äô; l’utilizzo di questo verbo presuppone che non si sia certo di un qualcosa.

Esempio:

  1. A) Ho appurato l’esattezza di questa teoria.

Il senso della frase dovrebbe essere questo: “Ho verificato/valutato l’esattezza di questa teoria”.

Quindi il verbo appurare si dovrebbe usare quando c’√® un dubbio e si vuole verificare se un qualcosa sia vero o falso. Questo qualcosa potrebbe rivelarsi vero o anche falso, in questo caso una teoria, quindi non si sa se sia vera o falsa, in quanto ho fatto una verifica senza dare l’esito.

Esemplifico la stessa frase con il verbo constatare:

  1. B) Ho constatato l’esattezza della teoria.

In questo caso, il verbo mi d√† l’impressione di non mettere in dubbio la cosa, bens√¨ confermare e dimostrare, dare conferma del fatto e non investigare sulla veridicit√†, ma riconoscere come vero un qualcosa che √® stato verificato in precedenza e il riscontro alla fine √® stato favorevole, ovvero la teoria che poi si √® rivelata esatta ed √® una verit√† fattuale.

Si possono fare altri esempi:

  1. C) “Ho appurato la sincerit√† di quella persona. Ti posso dire che √® meglio starne alla larga.”

D)”Ho constatato la sincerit√† di quella persona.”

Nella frase C con appurare dico di aver indagato, ma solo dopo la successiva frase ti faccio capire implicitamente che √® una persona falsa facendoti capire l’esito del controllo che ho svolto

Nella frase D invece non ho bisogno di aggiungere altro, in quanto mi sono reso conto della sua sincerità e la posso confermare.

√ą proprio per questa enorme differenza, forse, che mi sembrerebbe strano dire: “Hai constatato se ci sono tutti”, in quanto constatare, oltre a verificare qualcosa, d√† anche l’impressione proprio di confermare positivamente la cosa, senza lasciare la sfumatura del dubbio.

RISPOSTA:

I verbi appurare e constatare significano ‚Äėaccertare‚Äô, quindi sono legati da un rapporto di sinonimia. La distinzione pi√Ļ netta, che ha permesso la conservazione di entrambi i verbi, √® di tipo diafasico; ci√≤ significa che il loro uso varia a seconda del contesto situazionale: constatare √® usato in ambito giuridico, appurare no.

In tutte le sue frasi i due verbi sono equivalenti. L‚Äôultima frase (‚ÄúHai constatato se ci sono tutti‚ÄĚ, alla quale occorre aggiungere il punto interrogativo alla fine), invece, √® costruita in modo sbagliato: il verbo constatare, in questo caso, richiede l‚Äôuso di che + indicativo, quindi: ‚ÄúHai constatato che ci sono tutti?‚ÄĚ.

Per trovare una sfumatura di significato occorre risalire all‚Äôetimo: il latino constat (da constare) significa ‚Äė√® certo‚Äô, mentre purus significa ‚Äėpuro‚Äô, cio√® il risultato dell‚Äôeliminazione delle impurit√†. Da queste considerazioni si ricava che appurare(derivato di purus) allude al processo di eliminazione dei dubbi per arrivare alla verit√† e constatare invece al risultato dello stabilire la verit√†.

Raphael Merida

Parole chiave: Etimologia, Verbo
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QUESITO:

Mi chiedevo se tutte e 3 le espressioni possano essere considerate corrette:

Si accoglie il paziente X, SU SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO LA SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le espressioni sono corrette, ma la prima (su segnalazione) √® la variante pi√Ļ attestata. La preposizione su introduce una determinazione di modo; espressioni come su segnalazione, su indicazione, su richiesta ecc. possono essere parafrasate come attraverso la segnalazione, in seguito alla segnalazione, dopo la richiesta. La mancanza dell‚Äôarticolo nella sequenza preposizione + nome indica quasi sempre la cristallizzazione di un‚Äôespressione (su segnalazione, prendere per buono ‚Äėaccettare come vero‚Äô, a scuola ecc.). Diversamente da su (in cui la presenza dell‚Äôarticolo cambierebbe il senso della frase: sulla segnalazione di‚Ķ), nella locuzione sotto (la) segnalazione √® possibile aggiungere o no l‚Äôarticolo senza che il significato cambi; in questa espressione, quindi, il processo di cristallizzazione √® in corso. La preposizione impropria sotto si comporta allo stesso modo di su in altre espressioni, come sotto cauzione (“√ą stato liberato sotto cauzione‚ÄĚ), sotto commissione (‚ÄúHa eseguito il lavoro sotto commissione‚ÄĚ), o quando assume il significato di ‚Äėcondizione di debolezza dovuta a fattori esterni‚Äô, come nelle formule sotto accusa, sotto pressione ‚Äėcostretto a un‚Äôattivit√† impegnativa e costante‚Äô ecc.

Per completezza va ricordato che oltre a su e sotto anche la preposizione impropria dietro pu√≤ essere usata per formare espressioni equivalenti (dietro richiesta,¬†dietro segnalazione¬†ecc.). Quest’ultima preposizione √®¬†marcata da alcuni vocabolari contemporanei come appartenente all‚Äôuso burocratico.

Raphael Merida

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QUESITO:

‚ÄúLe ricordo che, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ

Vorrei sapere se il periodo √® sintatticamente corretto, oppure se sarebbe preferibile evitare di “spezzare” la proposizione principale con una subordinata (in questo caso, “qualora ci fosse…”).

 

RISPOSTA:

La frase è ben costruita e l’inciso, segnalato opportunamente dalle due virgole, non crea problemi alla comprensione del messaggio. Tuttavia, il testo, che sembra di natura amministrativa, può essere semplificato:

  1. spostando l‚Äôinciso all‚Äôinizio o alla fine del periodo, in modo tale da non spezzare la proposizione principale (‚ÄúQualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ / ‚ÄúLe ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale‚ÄĚ);
  2. sostituendo la congiunzione composta qualora con quella semplice se (‚ÄúSe ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ);
  3. riducendo le informazioni non necessarie o ridondanti (in tempo reale non si presta bene a designare un servizio telefonico; semmai, potrebbe essere attribuito a un servizio di messaggistica istantanea).

Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dubbi sulla correttezza del condizionale in una frase indipendente come: ‚Äútranquillo: lui non si ALLONTANEREBBE‚ÄĚ (senza il nostro consenso)

√ą corretto? Grazie

 

RISPOSTA:

Il condizionale nella dichiarativa (‚Äúlui non si allontanerebbe‚ÄĚ) √® ammesso e accentua la sfumatura semantica potenziale. Al posto del condizionale potremmo trovare anche un indicativo presente ‚Äúlui non si allontana‚ÄĚ, che sottolinea, invece, un‚Äôaffermazione (‚Äúsono sicuro che lui non si allontana‚ÄĚ).

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

So che bene si usa con un verbo, ma non il verbo essere. Esempio: “Sto bene”, ma “La pizza √® buona”. Vorrei sapere se le seguenti frasi siano corrette:

Non è bene fare questa cosa.
Non è buono fare questa cosa.
Non è un bene fare questa cosa.

 

RISPOSTA:

Bene pu√≤ essere avverbio o nome: quando accompagna stare √® usato come avverbio (sto bene = ‘mi sento in salute, a mio agio’); quando accompagna essere √® usato come nome (√® bene = ‘√® cosa giusta, utile, vantaggiosa’, √® un bene ‘√® una cosa giusta, utile, vantaggiosa’). La variante “Non √® buono fare questa cosa” √® anche possibile (come, per esempio, “Non √® onesto evadere le tasse”), ma √® sfavorita proprio per la concorrenza di¬†bene.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non mi è molto chiara la differenza tra i verbi essere e esserci.
Ad esempio alla domanda “C’√® Mario?”, possiamo rispondere “S√¨, c’√® /S√¨, √® qui”, ma non va bene “S√¨, c’√® qui”, ma non capisco perch√®, invece, va bene dire “C’√® un uomo qui”.

 

RISPOSTA:

Il verbo esserci significa proprio ‘essere in luogo’, quindi l’espressione c’√® qui √® inutilmente ripetitiva. La ripetizione, per√≤, √® ammessa, e in certi casi necessaria, se la frase √® marcata, cio√® √® costruita per mettere in forte evidenza una certa informazione, per segnalare il collegamento tra la frase e il resto del testo o per precisare quale sia la rilevanza della frase nel contesto situazionale. Nella frase “C’√® un uomo qui”, per esempio, il parlante precisa che l’uomo si trova nello stesso luogo in cui si svolge la conversazione, perch√© dal suo punto di vista la presenza dell’uomo √® rilevante soltanto in relazione al luogo (per esempio perch√© √® sorpreso di trovare un uomo in quel luogo). Va detto che tale frase sar√† pronunciata con una pausa prima di qui, a dimostrazione del fatto che l’informazione qui √® isolata rispetto a c’√® un uomo, come se fosse un elemento aggiunto a parte. Nello scritto, tale pausa pu√≤ essere rappresentata con una virgola, quindi “C’√® un uomo, qui”. La stessa costruzione pu√≤ adattarsi a “C’√® Mario, qui” soltanto in assenza della domanda precedente (“C’√® Mario?”): se il parlante risponde alla domanda, non ha motivo di precisare qui, perch√© la presenza nel luogo √® presupposta proprio nella domanda. A sua volta, la domanda pu√≤ essere costruita in modo marcato: “C’√® Mario, qui”, per precisare che l’interesse per la presenza di Mario √® legato proprio al luogo in cui si svolge la conversazione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho sempre dato per scontato che la lunghezza fosse verticale e la larghezza orizzontale. E che quindi la longitudine fosse orizzontale e la latitudine verticale, essendo il nostro pianeta pi√Ļ lungo orizzontalmente che verticalmente.
Adesso però ho dei dubbi.
Nel grande romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari, si accenna a un gradone che corre longitudinalmente verso il Nord, che taglia longitudinalmente la pianura. Non capendo come facesse un piano orizzontale a correre in lungo, ho cercato il significato di longitudinale: ¬ęche √® disposto nel senso della lunghezza¬Ľ, ¬ęorizzontale, in lunghezza¬Ľ. Se √® orizzontale, non dovrebbe essere disposto nel senso della larghezza?

 

RISPOSTA:

La longitudine si calcola in orizzontale (cio√®, letteralmente, parallelamente all’Orizzonte), perch√© segna un punto a Est o a Ovest del meridiano di Greenwich. La latitudine, al contrario, segna un punto a Nord o a Sud dell’Equatore, quindi si calcola in verticale (cio√® perpendicolarmente all’Equatore).
Bisogna, per√≤, distinguere tra i nomi longitudine e latitudine e gli aggettivi longitudinale e latitudinale (nonch√© gli avverbi in -mente da essi derivati): i primi hanno un’applicazione esclusivamente scientifica (e sono usati nella lingua comune solo nelle locuzioni avverbiali in longitudine e in latitudine); i secondi sono usati regolarmente anche con un significato estensivo (che recupera il significato etimologico longus ‘lungo’ e latus ‘largo’), e in particolare longitudinale ‘esteso nel senso della lunghezza’, latitudinale ‘esteso nel senso della larghezza’. Di conseguenza, longitudinale diviene, nella lingua comune, equivalente a lungo (per cui longitudinalmente e in longitudine equivalgono a in lunghezza), mentre il meno usato latitudinale diviene equivalente a largo (e latitudinalmente e in latitudine equivalgono a in larghezza). Dal momento che, per convenzione, in una superficie la lunghezza √® la dimensione pi√Ļ estesa e la larghezza quella meno estesa, nell’esempio da lei riportato il gradone descritto √® un oggetto orientato nella stessa direzione della dimensione pi√Ļ estesa dell’area considerata.
Si noti che tanto la lunghezza quanto la larghezza sono dimensioni orizzontali, cio√® parallele al piano dell’Orizzonte; nel caso di oggetti tridimensionali a queste si aggiunge l’altezza, che √® la dimensione verticale, cio√® perpendicolare al piano dell’Orizzonte.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretta questa frase?

‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che coloro che anche ultimissimi¬†saranno premiati‚ÄĚ.

Il senso è che anche gli ultimi arrivati in una gara porteranno a casa qualcosa.

 

RISPOSTA:

La frase non è corretta dal punto di vista sintattico e necessita di essere riscritta. Suggerirei alcune riscritture semplificate:

  1. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che anche gli ultimissimi saranno premiati‚ÄĚ;
  2. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che saranno premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ;
  3. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu coloro che saranno arrivati anche ultimissimi premiati‚ÄĚ;
  4. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati coloro che saranno arrivati anche ultimissimi‚ÄĚ;
  5. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ.

Raphael Merida

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QUESITO:

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli incondizionati di quando era giovane.”

Vi chiedo se √® corretto l’uso dell’aggettivo (in questo caso “incondizionati”) dopo il dimostrativo “quelli”, che, in tale costruzione, se non vado errata assume la funzione di pronome.

Vi chiedo infine se sia possibile, per ottenere particolari effetti retorici, isolare l’aggettivo tra due virgole, creando cos√¨ un inciso:

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli, incondizionati, di quando era giovane.”

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli incondizionati di quando era giovane.”

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta. Il referente slancio √® singolare ma pu√≤ capitare che un elemento anaforico (in questo caso il pronome quelli) rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore. L‚Äôaggettivo incondizionati deve accordarsi, naturalmente, con il pronome cui si riferisce, cio√® quelli. Inoltre, l‚Äôaggettivo isolato tra due virgole crea una doppia focalizzazione nella sequenza narrativa. Dei due fuochi (‚Äúquelli‚ÄĚ e ‚Äúincondizionati‚ÄĚ) il pi√Ļ marcato √® il secondo grazie all‚Äôeffetto dell‚Äôisolamento e del lavoro inferenziale a cui questo invita il lettore (gli slanci di una volta non erano semplici slanci; erano incondizionati).

Raphael Merida

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QUESITO:

In frasi come la seguente, il valore del costrutto mi sembra temporale o causale:

 

  1. Alla mia vista, è rimasto sorpreso = quando mi ha visto è rimasto sorpreso.

 

Nelle seguenti frasi mi sembra pi√Ļ vicino ad un complemento di luogo che temporale o causale:

  1. √ą davvero piacevole alla vista.
  2. Si trova tutto alla tua vista = si trova tutto davanti a te.
  3. √ą stato messo pi√Ļ alla vista di qualsiasi altra cosa.

 

Nella 4. si potrebbe utilizzare anche “in vista”, che infatti suona (quantomeno a me) pi√Ļ naturale.

In ogni caso, è un ragionamento corretto il mio o ci sono delle falle evidenti?

 

 

RISPOSTA:

  1. Alla vista assume un valore temporale-causale, perfettamente traducibile come ha fatto lei (‚Äúquando mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ, oppure ‚Äúa causa del fatto che mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ).
  2. Si tratta di un complemento di vantaggio (‚Äú√® piacevole [a vantaggio di che cosa?] alla vista‚ÄĚ).
  3. Indica un complemento di stato in luogo (“si trova tutto [dove?] alla tua vista).
  4. Alla vista coincide con la locuzione in vista; tuttavia, riformulerei la frase 4 cambiando il verbo mettere, che richiama alla mente la locuzione cristallizzata mettere in (bella) vista ‚Äėesporre qualcosa alla vista di tutti‚Äô. Sostituendo il verbo mettere con esporre possiamo scrivere la seguente frase senza alcuna ambiguit√† nell‚Äôuso delle locuzioni alla vista/in vista: ‚Äú√ą stato esposto alla vista pi√Ļ di qualsiasi altra cosa‚ÄĚ.

L‚Äôultima frase, in cui alla vista o in vista rappresenterebbe comunque un complemento di stato in luogo, evidenzia bene un concetto gi√† espresso pi√Ļ volte in molte risposte di DICO (pu√≤ cercare le varie risposte scrivendo la parola chiave complementi): per comprendere le strutture sintattiche e lessicali di una lingua, alle volte, non √® necessario applicare acriticamente la tassonomia dei complementi a tutti i sintagmi della frase, ma occorre proporre diversi tipi di analisi che tengano conto dei parametri sintattici e semantici della frase.

Raphael Merida

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QUESITO:

1) ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso della particella ci oppure sarebbe pi√Ļ corretto usare solamente l‚Äôinfinito ‚ÄúNon riesco a credere che ‚Ķ‚ÄĚ. Perch√©?

2) ‚ÄúSe ne hai voglia, leggi questo libro‚ÄĚ. √ą corretto l‚Äôuso di ne oppure sarebbe pi√Ļ corretto scrivere/dire ‚ÄúSe hai voglia‚Ķ‚ÄĚ. Qual √® la differenza?

3) ‚ÄúIn pi√Ļ, consiglio di dare un‚Äôocchiata, anche a questi libri‚ÄĚ. √ą ammissibile la virgola dopo consiglio di dare un‚Äôocchiata oppure viola le norme della punteggiatura?

4) Dei clienti entrano in un ristorante; dovrebbero dire: ‚ÄúBuongiorno, siamo quattro‚ÄĚ oppure ‚Äú‚Ķ siamo in quattro?‚ÄĚ C‚Äô√® una differenza?

 

RISPOSTA:

1) Il pronome atono ci in crederci serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon riesco a crederci che sia andata cos√¨‚ÄĚ. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato. Si tratta di un costrutto tipico del parlato o dello scritto informale.

2) S√¨, √® corretto. Il sostantivo voglia unito al verbo avere (‚Äúavere voglia‚ÄĚ) richiede l‚Äôargomento di ci√≤ di cui si ha voglia, per avere senso; deve essere seguito, quindi, dalla preposizione di (‚Äúho voglia di‚ÄĚ). La frase pu√≤ essere infatti parafrasata come segue: ‚ÄúSe hai voglia di leggere, leggi questo libro‚ÄĚ. Il ne sostituisce il complemento di tipo argomentale di leggere.

3) No, non √® ammissibile. Non bisogna mai separare con una virgola il predicato dall‚Äôoggetto. In questo caso il predicato √® formato dalla locuzione dare un‚Äôocchiata, facilmente parafrasabile con guardare. Questo tipo di costrutti √® definito dai linguisti ‚Äúa verbo supporto‚ÄĚ (per questo argomento la rimando alla risposta Fare piacere, i verbi supporto e i verbi causativi).

4) In questo caso non esiste una regola precisa, ma potrebbe esserci una sottilissima sfumatura semantica tra le due varianti. La presenza della preposizione tra il verbo e il numerale (‚Äúsiamo in quattro) sembra indicare un gruppo definito di persone, il cui numero non √® casuale ma gi√† stabilito; l‚Äôassenza della preposizione (‚Äúsiamo quattro‚ÄĚ), invece, d√† l‚Äôidea di un gruppo il cui numero √® variabile e in corso di definizione. La preposizione in √® essenziale, infine, con i verbi diversi da essere: ‚ÄúGiocheremo in cinque‚ÄĚ, ‚ÄúAbbiamo viaggiato in venti‚ÄĚ ecc. ¬†

Raphael Merida

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QUESITO:

  1. Forse al 23 di Ottobre saremo già salvi.

In italiano standard si direbbe:

  1. Forse il 23 di Ottobre saremo già salvi.

Tuttavia (a proposito della frase ‚Äúa‚ÄĚ) la preposizione articolata al posto dell’articolo mi sembra piuttosto ricorrente, sentendo anche parlare gente di diverse zone d‚ÄôItalia, da nord a sud.

√ą solo un regionalismo/dialettalismo oppure √® ammissibile anche in italiano standard?

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette e si differenziano per una leggera sfumatura semantica. La frase 1., formata con la preposizione articolata al prima della data, indica l‚Äôidea di tempo continuato, cio√® per quanto tempo dura l‚Äôazione o la circostanza espressa dal verbo: ‚Äúforse (da questo momento fino) al 23 ottobre saremo salvi‚ÄĚ; la frase 2., formata con l‚Äôarticolo determinativo il, specifica un tempo determinato, cio√® il momento esatto in cui si verificher√† l‚Äôazione espressa dal verbo. Entrambe le frasi possono essere scritte anche senza la preposizione di prima del mese senza che il significato cambi.

L‚Äôindicazione della data con l‚Äôarticolo determinativo maschile singolare √® una caratteristica dell‚Äôitaliano moderno. Anticamente, infatti, l‚Äôarticolo era condizionato dal numerale seguente: per il numero ‚Äė1‚Äô l‚Äôarticolo era il (oppure al, nelecc.: ¬ęil primo di giugno¬Ľ; dal numero ‚Äė2‚Äô in poi i (oppure ai, nei ecc.: ¬ęai 23 di ottobre¬Ľ). L‚Äôarticolo plurale li (oggi non pi√Ļ in uso) permane tuttora in alcuni formulari burocratici: Roma, li 13 luglio (sull‚Äôerronea accentazione di li rimando alla risposta Numeri, date, forme con q e con g dell‚Äôarchivio di DICO).

Segnalo, infine, che i nomi dei giorni della settimana e dei mesi vanno scritti con la lettera minuscola, quindi lunedì, giugno ecc.

Raphael Merida

Parole chiave: Articolo, Preposizione
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QUESITO:

 

“Mai che qualcuno dica” o “dicesse la verit√†”?

Quale delle due va bene? E di che tipo di costruzione si tratta?

 

RISPOSTA:

 

L‚Äôalternativa con il congiuntivo presente √® certamente preferibile, quella con il congiuntivo imperfetto sarebbe corretta nell‚Äôitaliano standard per riferirsi al passato: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando frequentavo quelle persone¬Ľ; pu√≤, per√≤, valere anche per riferirsi al presente: ¬ęmai che qualcuno dicesse la verit√† quando gli chiedi spiegazioni¬Ľ. Questo secondo uso √® di provenienza regionale ed √® substandard (cio√® ancora non del tutto corretto), ma sempre pi√Ļ accettato e diffuso nella lingua parlata. ¬†

Il costrutto mai che + congiuntivo, di recente diffusione, √® sicuramente informale perch√© il che √® polivalente (come nei costrutti, ugualmente di recente diffusione, mica che, solo che, certo che…). Sui vari usi di che la rimando alla risposta Un che, tante funzioni dell‚ÄôArchivio di DICO.

Raphael Merida

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QUESITO:

Ho un dubbio sull‚Äôuso della virgola. Sono abituata a scrivere frasi del tipo ‚Äúvi comunico, con grande piacere, che oggi pomeriggio‚Ķ‚ÄĚ. √ą corretto mettere ‚Äúcon grande piacere‚ÄĚ tra le virgole? Io lo considero un inciso.

RISPOSTA:

Nel suo esempio le virgole sono corrette, cos√¨ come sarebbe corretta la variante senza virgole. La scelta di separare dal nucleo della frase un complemento con funzione di espansione (con grande piacere, in questo caso) √® arbitraria. Sarebbe indispensabile, invece, se l‚Äôinciso fosse composto da una subordinata che precede la proposizione principale: ¬ęManifestando il mio grande piacere, vi comunico che‚Ķ¬Ľ.

Raphael Merida

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QUESITO:

 

Vorrei capire se in questo elenco (¬ęcamicie a righe, a disegni, a scacchi color corallo e verde mela e lavanda e arancione chiaro, coi monogrammi in indaco¬Ľ) le due coppie di colori ‚Äď corallo e verde mela, lavanda e arancione chiaro ‚Äď sono riferite soltanto alle camicie a scacchi o all‚Äôintero elenco di camicie. E, nel secondo, caso se a tutt‚Äôe tre i tipi di camicia.

Questa citazione √® tratta da ‚ÄúIl grande Gatsby‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

 

Il dubbio pu√≤ essere sciolto controllando la versione originale del testo: ¬ęshirts with stripes and scrolls and plaids in coral and apple-green and lavender and faint orange, with monograms of Indian blue¬Ľ. Stando al testo in inglese, sarei orientato ad affermare che i colori non si riferiscono necessariamente ai tipi di camicie descritti prima; lo si deduce dalle preposizioni che seguono la parola shirts ‚Äėcamicie‚Äô: with, in e dopo ancora with. Si suppone, quindi, che le camicie siano di vario genere (a righe e a disegni e a scacchi) e di vari colori (color corallo e verde-mela e lavanda e arancione chiaro). La presenza della virgola prima di with monograms (coi monogrammi in indaco) mi pare dimostri quasi sicuramente il riferimento dei monogrammi a tutti i tipi di camicia. Del resto, una persona cifra tutte le camicie (per marcarne l‚Äôappartenenza e l‚Äôidentit√†), non solo un certo tipo. Sia i colori sia il monogramma, quindi, si riferiscono, a mio modo di vedere, a tutte le camicie, non soltanto a quelle a scacchi.

La traduzione in italiano, pur fedele, rende meno tutta la distinzione che, invece, si nota meglio nel testo originale (anche se l’assenza della virgola dopo plaids lascia un certo margine di ambiguità). La differenza fra testo originale e traduzione risiede nel modo di elencare: il primo per polisindeto, cioè attraverso l’accumulo della congiunzione and (e); il secondo per asindeto nella prima parte (a righe, a disegni, a scacchi) e per polisindeto nella seconda (color corallo e verde-mela e lavanda e arancione chiaro). L’elencazione per polisindeto rallenta la prosa, quella per asindeto, al contrario, la velocizza.

Raphael Merida

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QUESITO:

1) Sarebbe stato meglio che tu fossi andato via.

2) Sarebbe stato meglio che tu andassi via.

Parliamo di due frasi corrette, anche se credo sia preferibile la a.

Io ho sempre visto, in questi contesti, l’imperfetto congiuntivo e il congiuntivo trapassato come due opzioni altamente interscambiabili, ma forse √® una mia percezione erronea.

C’√® invece qualche differenza tra la prima e la seconda frase da un punto di vista semantico?

 

RISPOSTA:

Le due frasi hanno significato diverso. La frase 2 indica un rapporto di contemporaneit√† tra il momento di riferimento (quello dell’essere meglio) e il momento dell‚Äôazione (quello dell’andare); il momento dell’andare, cio√®, era lo stesso in cui l’azione sarebbe stata preferibile. La frase 1, invece, esprime un rapporto di anteriorit√† del momento dell‚Äôazione rispetto a quello di riferimento. La differenza si capisce meglio se allarghiamo il contesto:

  1. Grazie per aver fatto la spesa, ma sarebbe stato meglio che ci fossi andato io.
  2. Sei stato imprudente: sarebbe stato meglio che tu non parlassi cos√¨ apertamente durante l’intervista.

Anche se la 2 √® legittima, essa viene sfavorita dalla sovrapposizione di questa costruzione con quella del periodo ipotetico, per cui a un condizionale passato nell’apodosi di solito corrisponde un congiuntivo trapassato nella protasi (sarebbe stato meglio che tu fossi andato =¬†sarebbe stato meglio se tu fossi andato). In seguito a questa confusione, la 1 viene usata sia nel suo valore proprio (anteriorit√† dell’azione rispetto a un momento di riferimento passato), sia in quello che sarebbe proprio della 2 (contemporaneit√† dell’azione con un momento di riferimento passato).

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Non mi è del tutto chiaro quando è considerato accettabile sostituire che con il quale/la quale/i quali/le quali.

Da quanto ho capito √® frequente e accettata la sostituzione in una relativa esplicativa in cui il pronome √® soggetto (es: ¬ęPi√Ļ tardi verr√† a trovarci il nuovo vicino, il quale si √® trasferito qui da sole due settimane¬Ľ.)

Sono considerate accettabili le forme composte come oggetto nelle relative esplicative (es: Paola e Giovanna, le quali hai conosciuto l’altro giorno alla festa, mi hanno detto che hanno intenzione di trasferirsi a Parigi.)

Inoltre, sono ancora considerate accettabili le forme composte nelle relative restrittive, o √® ormai percepita come “strana”, se non errata?

Ad esempio:

Mi piacciono i fumetti che/*i quali propongono avventure.

Mi porteresti la borsa che/*la quale ho dimenticato nel portabagagli?

Stavo alla finestra a osservare le persone che/*le quali passavano.

Stavo alla finestra a osservare le persone che/*le quali passavano.

Cerco un gatto che/il quale* ha il pelo nero e il muso bianco.

√ą raro incontrare una persona che/*la quale abbia dedicato tutta la vita allo studio.

 

RISPOSTA:

Le sue considerazioni sono tutte giuste. Nelle relative esplicative il quale √® usato in modo intercambiabile con che, sebbene ne rappresenti la variante pi√Ļ formale. Nelle relative limitative il quale √® ancora usato, sebbene in modo minoritario, quando l‚Äôantecedente √® un numerale, un pronome indefinito o un sintagma indeterminato come nell‚Äôesempio ¬ę√ą raro incontrare una persona la quale abbia dedicato tutta la vita allo studio¬Ľ; quando invece l‚Äôantecedente √® un sintagma determinato √® impossibile la sostituzione: ¬ęIl mio amico *il quale ti ho presentato l‚Äôaltro anno √® morto ieri¬Ľ. Sulle relative esplicative e limitative la rimando alla risposta Relative limitative o esplicative contenuta nell’archivio di DICO.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

(1) Chiedo alle persone che conoscessero già la risposta di restare in silenzio.

(1a) Volevo confermare che nella proposizione relativa possiamo sostituire conoscessero¬†sia al congiuntivo presente conoscano sia all‚Äôindicativo conoscono senza cambiare la semantica della proposizione.¬† In altre parole, il valore del congiuntivo (sia all‚Äôimperfetto sia al presente) √® diafasico, giusto? La proposizione relativa √® propria, giusto? √ą soltanto una questione del registro.

 

Prendiamo un’altra frase che mi sembra strutturalmente simile:

(2) Possono iscriversi al primo anno tutti coloro che abbiano passato l’esame di amissione.

(2a) La struttura della frase sembra uguale alla frase dell’esempio 1 nel senso che c’è un requisito o una limitazione, giusto?

(2b) Possiamo sostituire avessero passato e avevano passato per abbiano passato senza cambiare la semantica della frase? Anche qui i diversi modi dei verbi sono soltanto una cosa del registro e i valori sono diafasici?

(2c) Come possiamo capire che il pronome relativo che non pu√≤ essere sostituto per esempio con ‚Äútale che‚ÄĚ per darle una sfumatura di una proposizione consecutiva.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi 1 e 2 si può sostituire il congiuntivo con l’indicativo senza alcun cambiamento di significato; la scelta tra i due modi è un fatto che determina il maggior o minor grado di formalità. Sulla scelta fra presente e imperfetto congiuntivo la rimando alle seguenti risposte nell’archivio di DICO: Congiuntivo e consecutio nella proposizione relativa e Relative improprie.

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QUESITO:

La frase di partenza viene da Moravia:

(1) ‚ÄúGli avevano fatto credere ad una tresca di Lisa‚Ķ.‚ÄĚ.

Volevo confermare che in questa frase non possiamo dire: ‚ÄúGli ci avevano fatto credere‚ÄĚ (ci = ad una tresca) perch√© gli ci non √® permesso nella grammatica italiana, giusto? Ma si sente:

(1a) Gli ci vuole molto tempo (gli = ‚Äėa lui‚Äô).

 

Gli ci vuole molto tempo è una forma colloquiale? Potrebbe darmi altri esempi in cui gli ci viene usato?

 

(2) Ammaniti nel libro Ti prendo e ti porto via scrive:

‚ÄúMi ci faceva credere‚ÄĚ.

Per me, il pronome mi ha valore di ‚Äúa me‚ÄĚ.¬† Di nuovo, volevo capire se questo uso della lingua √® soltanto colloquiale dato che la grammatica non indica la combinazione di un pronome indiretto con ci.

 

RISPOSTA:

Nella frase di Moravia non avrebbe senso inserire ci. Esistono frasi come 1a che sono del tutto legittime e riconosciute dalla grammatica italiana. In questo caso, volerci, che significa ‘essere necessario’, rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso ci) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo aggiungendo una sfumatura di partecipazione emotiva. La presenza di gli ci fa capire, nel suo esempio, che ci si riferisce a una terza persona, ma nulla vieta che ci si riferisca ad altre: ‚ÄúGli/Ti/Mi ci √® voluta una settimana‚ÄĚ.

L’esempio tratto da Ammaniti, pur un po’ forzato, è possibile; si tratta, in questo caso, di una struttura colloquiale, presente soprattutto nel parlato, dove ci si riferisce a ciò che è stata detto prima.

Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementare.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

Quesito:

Ho un dubbio riguardo alla corretta interpretazione dell’uso di anche¬†nella seguente frase:

Si consiglia intervento psico-educativo (2-4 ore a settimana, anche in piccolo gruppo).

Sulla base delle diverse definizioni del significato di anche“, sembrerebbe che la frase dovrebbe interpretarsi nel seguente modo:

Si consigliano 2/4 ore di intervento psico-educativo e anche 2/4 ore del medesimo intervento da svolgersi in piccolo gruppo (per un totale dunque di 4/8 ore).

L’interpretazione in senso “additivo” di anche del secondo elemento intervento in gruppo rispetto al primo elemento intervento sottinteso √® corretta?¬†L’interpretazione, se corretta, pu√≤ definirsi univoca o pu√≤ essere ambigua?

 

RISPOSTA:

Il significato di anche nella frase è senza dubbio rafforzativo; con esso, cioè, si ammette che l’intervento descritto precedentemente venga svolto nella modalità indicata subito dopo (in piccolo gruppo). Non bisogna, quindi, considerare l’intervento in piccolo gruppo come aggiuntivo rispetto a un altro intervento da svolgere con modalità diversa. Si tratta comunque di un’aggiunta, a ben vedere, ma ciò che viene aggiunto è una modalità alternativa per lo stesso intervento, non un ulteriore intervento. Se fosse aggiunto un intervento, la frase sarebbe stata formulata diversamente, esplicitando i termini salienti dell’intervento aggiuntivo (2-4 ore); per esempio (2-4 ore a settimana in seduta individuale e anche / inoltre 2-4 ore in piccolo gruppo).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

Nella frase “una madre di un ragazzo ogni giorno mette il suo zaino nell’entrata per ricordarglielo”, non ci sono errori o possibili equivoci nel pronome “suo”? Come ci si deve regolare in questi casi per non sbagliare?

 

RISPOSTA:

In questo ca