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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel periodo: “Avevo visto Mario e gli avevo chiesto di passare dal mio studio, ma non ha portato i documenti che avrei dovuto consultre” la coordinata avversativa¬†ma non ha portato i documenti¬†√® da considerare legata alla coordinata copulativa¬†e gli avevo chiesto¬†oppure alla subordinata oggettiva¬†di passare dal mio studio?

 

RISPOSTA:

La coordinata introdotta da ma è formalmente collegata alla coordinata alla principale e gli avevo chiesto; nessun elemento al suo interno, infatti, può collocarla su un piano della gerarchia sintattica diverso dal primo. Certo, se sottraessimo la subordinata oggettiva, il contenuto della seconda coordinata non sarebbe comprensibile (e gli avevo chiesto, ma non ha portato i documenti); questo, però, è un effetto della forza del legame di subordinazione completivo (quello che lega gli avevo chiesto e di passare dal mio studio), per il quale la reggente risulta incompleta senza la subordinata.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Mario √® nato al rombo del cannone” o “Mario era nato al rombo del cannone”? A mio parere la prima espressione √® corretta a patto che Mario sia ancora in vita, la seconda invece √® da preferirsi qualora Mario sia ormai defunto. Vorrei sapere se questa mia opinione √® corretta.

 

RISPOSTA:

La sua interpretazione, ancorch√© non del tutto priva di qualche intuizione, √® troppo rigida e quindi, s√¨, infondata nella sua assolutezza. Sebbene il passato prossimo indichi di norma una conseguenza o una ricaduta (talora in verit√† pi√Ļ teorica, o ‚Äúpragmatica‚ÄĚ, che reale) dell‚Äôazione al passato sul tempo presente, e il remoto tenda a escludere, invece, tale ricaduta, i due tempi sono ampiamente intercambiabili in italiano (tranne che per verbi dal significato decisamente durativo, non puntuale, quali capire e sentire in espressioni quali hai capito, hai sentito e simili, decisamente substandard, o regionali, se al passato remoto in certi contesti: *capisti, *sentisti e simili), con una maggiore formalit√† per il passato remoto. Quindi, anche per una persona defunta, posso ben dire, per esempio: ¬ęGiacomo Leopardi √® nato a Recanati¬Ľ (e non necessariamente ¬ęnacque¬Ľ). Quanto al trapassato prossimo, esso implica di norma il rapporto di anteriorit√† rispetto ad altro evento sempre al passato. Nel suo esempio, peraltro sempre corretto, dunque, ¬ęera nato¬Ľ non ha nulla a che vedere col fatto che Mario sia morto o vivo e vegeto, bens√¨ con l‚Äôeventuale prosecuzione del discorso, al passato, con altre azioni o eventi legati a Mario: ¬ęera nato al rombo del cannone mentre era in corso la seconda guerra mondiale¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1. Seppur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.
Mi è capitato di sentire delle frasi del genere e mi chiedevo se fossero corrette.
Per me, le uniche due versioni corrette sono quelle formate da “seppure” + verbo di modo finito e “pur(e)” con gerundio:
2. Seppure io abbia sbagliato, ho fatto tutto in buona fede.
3. Pur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.

 

RISPOSTA:

La frase 1. √® senza dubbio scorretta; la 2. e la 3., invece, sono ben formate. Le proposizioni concessive esplicite, come nel caso di 2., possono avere il verbo al congiuntivo o all’indicativo, a seconda delle congiunzioni dalle quali sono introdotte. Reggono il congiuntivo, per esempio, le congiunzioni seppure, sebbene, malgrado ecc.: “Seppure/Sebbene/Malgrado abbia sbagliato”; regge l’indicativo una locuzione congiuntiva come anche se: “Anche se ho sbagliato”. Le concessive implicite, come nel caso di 3., sono costruite invece con il gerundio (o con il participio e in rari casi con l’infinito) preceduto da un connettivo come pure: questa costruzione √® possibile soltanto nel caso in cui il soggetto della concessiva coincida con quello della reggente.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

  1. Esiste una varietà di discipline, quali quelle umanistica, artistica e scientifica.

Vorrei sapere se la costruzione è corretta, o se sarebbe consigliato strutturarla in maniera leggermente diversa sul piano della flessione.

  1. Esiste una varietà di discipline, quale quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.
  2. Esiste una varietà di discipline, quali quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.

 

RISPOSTA:

La 1 e la 3 sono parimenti corrette, mentre la seconda presenta un errore di accordo in quale, che deve concordare con discipline, da cui dipende, e non con quella n√© con variet√†. In verit√†, pur corrette, la prima e la terza frase sono entrambe un po‚Äô faticose e ridondanti, soprattutto la terza, per via della ripetizione di quella. Forse si potrebbe snellire il tutto cos√¨: ¬ęci sono diversi ambiti disciplinari: umanistico, artistico e scientifico¬Ľ. In effetti, pi√Ļ che di disciplina, si sta qui trattando di ambiti disciplinari (ciascuno strutturato, al suo interno, in diverse discipline: la letteratura, la filologia ecc.; la biologia, la fisica ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Le mogli litigano con i mariti.

Le fidanzate ballano con i fidanzati.

Le mamme aspettano i figli all’uscita della scuola.

Vorrei sapere se questi tre esempi (che sono solo alcuni tra i tanti ricavabili nei contesti pi√Ļ disparati) creano, per cos√¨ dire, delle relazioni semantiche ridondanti tra le ‚Äúcategorie‚ÄĚ che citano all’interno della medesima frase.

√ą evidente che una moglie √® tale se e solo se sussiste un marito, e lo stesso dicasi per una mamma in funzione di un figlio, ecc.

Non sarebbe stato sufficiente, e forse anche meno ridondante, citare una categoria pi√Ļ ‚Äúampia‚Äú (una delle due, o quella del soggetto o quella dell’oggetto), senza per questo disperdere la semantica generale della frase?

Le donne litigano con i (propri) mariti.

Le fidanzate ballano con i (propri) fidanzati.

Le donne (le ragazze) aspettano i (propri) figli…

Quali soluzioni suggerireste?

 

RISPOSTA:

L‚Äôeliminazione della ridondanza √® un proposito decisamente salutare nella scrittura, sebbene nessuna lingua possa eliminarla del tutto: il rumore di fondo (cio√® la ridondanza) talora serve a far capire meglio i concetti e a veicolare meglio gli atti comunicativi. Nei casi dai lei proposti mi sembra che il suo giudizio sia forse un po‚Äô troppo severo, e oltre tutto nel secondo caso non propone (forse per mero refuso) alcuna alternativa: ¬ęle fidanzate ballano con i fidanzati¬Ľ (forse voleva intendere le ragazze?). Quello che risulterebbe invece davvero inutilmente ridondante sarebbe ¬ępropri¬Ľ: √® infatti del tutto controintuitivo che le fidanzate ballino con fidanzati altrui, o che le mogli litighino con mariti altrui ecc. Sicuramente, le altre sue alternative sono possibili, e il senso non ne risentirebbe (grazie all‚Äôinferenza semantica del contesto, come lei stessa ben intuisce). Tuttavia, non mi sentirei di affermare che ¬ęle donne litigano con i mariti¬Ľ sia migliore di ¬ęle mogli litigano con i mariti¬Ľ ecc. Anzi, tutto sommato, la seconda alternativa mi sembra pi√Ļ precisa, e dunque preferibile: ¬ęle ragazze aspettano i figli¬Ľ potrebbe addirittura ingenerare l‚Äôequivoco di interpretare ¬ęragazze¬Ľ come ‚Äėbaby-sitter‚Äô (per esempio) che aspettano figli di altre. E simili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Retorica
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QUESITO:

Vorrei chiedere un parere su questa frase: “Io da piccolo ero geloso di mio cugino, ma con il passare degli anni noi abbiamo creato un legame che oggi √® saldo. Nel 2021 lui aveva subito un incidente e sua moglie non mi aveva avvisato, lo avevo saputo solo quando i vicini mi informarono. Andai subito a trovarlo.”
Non si dovrebbe usare solo il passato remoto (subì, avvisò, seppi)?

 

RISPOSTA:

No, perch√© il trapassato prossimo serve a indicare un evento passato rispetto a un altro, anch‚Äôesso passato. In questo caso l’evento dell’incidente √® trapassato perch√© √® precedente all’altro evento, quello dell’informare.
Raphael Merida

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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QUESITO:

Si dice: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa (o prima?), aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La locuzione temporale ‚ÄúX fa‚ÄĚ (per es. ¬ędieci anni fa¬Ľ) pu√≤ essere usata soltanto se il riferimento cronologico rispetto al quale si sta dicendo ‚ÄúX fa‚ÄĚ √® il momento stesso in cui si riporta l‚Äôaffermazione. Quindi, ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ vuol dire che il povero padre, nel momento in cui √® morto (cio√® dieci anni fa, rispetto al momento in cui si fa l‚Äôaffermazione, e dunque nel 2014), aveva gi√† pensato al futuro dei figli. ¬ęPrima¬Ľ, invece, √® usato rispetto a un altro termine temporale, sempre al passato, oltre al momento in cui si riporta l‚Äôevento. Quindi, sempre ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni prima, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ significa che il padre dieci anni prima di morire aveva gi√† pensato al futuro dei figli. Per cui, ponendo che il padre sia morto nel 2014, gi√† nel 2004 aveva pensato al loro futuro. Per riassumere: si usa ¬ędieci anni fa¬Ľ se i riferimenti temporali sono soltanto due, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento e il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto; si usa invece ¬ędieci anni prima¬Ľ se i riferimenti temporali sono tre, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento, il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto e un terzo momento (cio√®, per l‚Äôappunto, ¬ędieci anni prima dell‚Äôevento 2, cio√® quello della morte). Se io dico, nel 2024, ¬ęci siamo conosciuti due anni fa¬Ľ, vuol dire che ci siamo conosciuti nel 2022; ma non posso dire ¬ęci siamo conosciuti due anni prima¬Ľ, perch√© chi mi ascolta chiederebbe ¬ęprima di che cosa?¬Ľ. Posso invece dire: ¬ęci siamo conosciuti due anni prima della maturit√† (oppure: due anni prima che finissimo la scuola)¬Ľ, perch√©, oltre al 2024 e al momento in cui ci siamo conosciuti, viene specificato anche un terzo riferimento cronologico (cio√® la maturit√†, o la fine della scuola).

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęInizi√≤ tutto un anno fa: ero solo e lei venne a parlarmi. Quest’inverno lei mi √® stata vicina¬Ľ.

Non sarebbe pi√Ļ corretto utilizzare il passato prossimo visto che questo legame continua?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio √® ben scritto sia con il passato prossimo sia con il passato remoto. Con il passato remoto il livello stilistico si innalza: non a caso, il passato remoto √® il tempo tipico dei testi narrativi letterari (racconti, romanzi ecc.). √ą senza dubbio vero che il passato prossimo, a differenza del remoto, serve a indicare una conseguenza dell‚Äôazione nel presente, tant‚Äô√® vero che sarebbe quasi inaccettabile una frase come ¬ęQuest‚Äôinverno lei mi fu vicina¬Ľ, poich√© ci si aspetta una conseguenza di quella vicinanza (per esempio lo sbocciare di una storia d‚Äôamore, il consolidarsi di un‚Äôamicizia e simili), ancor pi√Ļ evidente per via del deittico questo. Diverso sarebbe ¬ęLo scorso inverno mi fu vicina¬Ľ: da una frase del genere non mi aspetto le conseguenze dell‚Äôevento. √ą vero altres√¨ che non √® bene passare dal passato remoto al passato prossimo (o viceversa), senza un‚Äôeffettiva necessit√†. Tuttavia, l‚Äôattacco del periodo (¬ęInizi√≤ tutto un anno fa¬Ľ) e anche il suo seguito immediato (¬ęvenne a parlarmi¬Ľ) sembrano qui indicare un evento preso nel suo isolamento, anche indipendentemente da quel che segue. Nella frase successiva √® come se il discorso riprendesse da capo. Se si vuole ottenere una maggiore contiguit√† tra gli eventi si pu√≤ volgere tutto al passato e al trapassato prossimo: ¬ę√ą iniziato (o Era iniziato)‚Ķ √® venuta (o era venuta)¬Ľ. Devo dire per√≤ che il passato remoto ben si presta, come gi√† detto, allo stile letterario e a quel distacco temporale tipico dell‚Äôincipit dei romanzi e dei racconti.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
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QUESITO:

Se io chiedo “Non sei mai stato a Granada, vero?”, la risposta corretta, se l’interlocutore non c’√® stato, √® “No”. Secondo mio padre invece la risposta corretta √® “S√¨”, che sottintende “S√¨, √® vero che non ci sono mai stato”. Io ho cercato senza successo di spiegargli che¬†vero?¬†√® una componente della frase necessaria a disambiguarla da quella che sarebbe una semplice affermazione quale “Non sei mai stato a Granada” e non una domanda. √ą diventato difficile fargli domande di questo tipo. Mi poteste fornire una regola rigorosa, chiara ed esaustiva per chiarire la questione?

 

RISPOSTA:

A rigore la risposta corretta √® “S√¨ (, non sono mai stato a Granada)”, a prescindere dalla presenza di¬†vero; l’interlocutore, infatti, dovrebbe confermare la negazione contenuta nella domanda per rispondere negativamente. Al contrario, per rispondere positivamente (nel caso in cui sia stato a Granada), l’interlocutore dovrebbe negare la negazione con un “No (, sono stato a Granada)”. Le risposte corrette a rigore, per√≤, non sono gradite ai parlanti, perch√© √® controintuitivo rispondere negativamente confermando e positivamente negando; da qui nasce l’abitudine a trascurare la forma della domanda e rispondere considerando soltanto la polarit√† della risposta. Nonostante questa abitudine, per√≤, non si pu√≤ dire che le risposte “rigorose” siano scorrette (per quanto, in un contesto informale, risultino un po’ pedanti).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere a quale persona si riferisce il pronome _questi _nella seguente frase:
“Con l’acquisto operato dal donante, Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e questi con atto del 2002 enunciava che il trasferimento avveniva nello stato di fatto e di diritto in cui si trovava il cespite”.

 

RISPOSTA:

In base alle regole del riferimento anaforico¬†questi¬†riprende (o √® coreferente con)¬†Tizio, ovvero quello tra i due possibili antecedenti (Caio¬†e¬†Tizio) che non √® il soggetto della proposizione reggente (Con l’acquisto Caio trasferiva lo stesso bene con i relativi confini). Per riprendere il soggetto di una proposizione reggente, infatti, bisogna usare l’ellissi del soggetto; per riprendere¬†Caio¬†nella coordinata, quindi, la frase avrebbe dovuto essere “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e con atto del 2002 enunciava…”. Esiste un’alternativa all’ellissi per riprendere il soggetto della reggente, ma non √®¬†questi, bens√¨ un pronome esplicito come¬†lo stesso¬†(preferibilmente completato dal nome): “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e lo stesso Caio con atto del 2002 enunciava…”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ritengo che il termine¬†ipotesi¬†si riferisca ad un contenuto, oggettivamente incerto, che viene dato come puramente possibile anche dal parlante, mentre i vocaboli¬†arbitrario¬†e¬†illazione¬†(che considererei sinonimi) definiscano un’affermazione data erroneamente come certa dal parlante, pur essendo oggettivamente solo possibile. Non essendo sicuro della mia posizione, gradirei un vostro parere al riguardo.

 

RISPOSTA:

Il nome¬†ipotesi¬†indica un presupposto logico che deve essere dimostrato vero o falso. Per esempio, l’ipotesi che il riscaldamento globale attuale sia prodotto in larga parte dalle attivit√† umane √® stata ampiamente provata. Una volta dimostrata, l’ipotesi diviene una tesi; √®, comunque, spesso possibile mettere in discussione le prove a sostegno dell’ipotesi, quindi revocare la certezza della tesi derivante. Da questo significato di base, il nome¬†ipotesi¬†ha sviluppato quello, pi√Ļ comune, di ‘congettura’, che apparentemente √® equivalente a ‘presupposto di un ragionamento’, ma invece presenta una determinante differenza di prospettiva: mentre, infatti, il presupposto innesca un ragionamento finalizzato a provarlo, una congettura potrebbe avere lo stesso valore ma √® pi√Ļ spesso, al contrario, proposta come conclusone incerta di un ragionamento. Per quanto incerta, quindi, la congettura √® rappresentata come un’opinione gi√† formata, non come un’idea ancora da verificare. Con questo secondo significato,¬†ipotesi¬†si avvicina al significato comune di¬†illazione, che √® proprio ‘deduzione, congettura basata su prove incerte’. Rispetto a¬†ipotesi, inoltre, nel significato di¬†illazione¬†√® sottolineata la componente di incertezza, ovvero di insufficienza di prove, che porta con s√© una connotazione negativa. Una illazione √®, cio√®, una congettura decisamente incerta, partigiana, una supposizione presentata come conclusiva ma in realt√† indebita o ingiustificata, spesso introdotta per confondere il ragionamento di altri, o per danneggiare maliziosamente la reputazione di qualcuno.
L’aggettivo¬†arbitrario¬†ha, nel linguaggio comune, il significato di ‚Äėnon necessariamente ben motivato‚Äô o ‚Äėpoco giustificato‚Äô; per questo motivo pu√≤ considerarsi sinonimo di¬†indebito¬†e persino¬†illegittimo. Tanto un’ipotesi quanto un’illazione possono essere arbitrarie, ma se un’ipotesi arbitraria √® un passaggio logico azzardato, un errore in buona fede, l’illazione arbitraria √® una fallacia architettata con dolo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Coerenza, Nome
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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Gradirei sapere se la seguente espressione √® corretta: “Erano rimasti due sorelle e un fratello ed erano tutti celibi”. √ą corretto definire i fratelli e la sorella con l’unico termine¬†celibi¬†o √® d’obbligo esprimersi diversamente, attribuendo ai maschi il termine¬†celibi¬†e alle femmine il termine¬†nubile?

 

RISPOSTA:

I termini¬†celibe¬†e¬†nubile¬†hanno un riferimento di genere inequivocabile, quindi sarebbe scorretto attribuire l’uno o l’altro al genere opposto. Per descrivere la situazione bisogna costruire la frase diversamente, per esempio¬†… e nessuno dei tre si era sposato¬†o¬†… e n√© le sorelle n√© il fratello si erano sposati, oppure scegliere un termine diverso, come¬†single¬†o¬†non sposati.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato far seguire il congiuntivo presente all‚Äôespressione¬†come se, oppure √® obbligatorio l’imperfetto?
“Ne parli come se sia colpa mia!”
“Apri le finestre come se faccia caldo”.
√ą possibile omettere¬†se fosse¬†senza alterare il significato della frase dal punto di vista temporale?
“Carlo cammina come se fosse un ubriaco che non riuscisse a reggersi in piedi”.
“Carlo cammina come un ubriaco che non riuscisse / riesca a reggersi in piedi”.
La seconda alternativa conserva la stessa sfumatura ipotetica oppure colloca l’azione nel passato?

 

RISPOSTA:

La proposizione comparativa ipotetica, introdotta da¬†come se, presenta un evento ipotetico che somiglia a quello descritto nella reggente e che potrebbe, pertanto, spiegarlo. L’ipoteticit√† dell’evento presentato richiede una costruzione che ricalca quella della proposizione ipotetica, ovvero il congiuntivo imperfetto per la possibilit√†, il congiuntivo trapassato per l’irrealt√†. L’irrealt√†, si noti, corrisponde in questa proposizione all’atteggiamento di incertezza dell’emittente riguardo alla somiglianza tra gli eventi); ad esempio: “Rispose come se avesse paura” (l’avere paura¬†√® presentato come potenzialmente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, spiegarlo), “Rispose come se avesse avuto paura” (l’avere paura¬†√® presentato come incertamente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, essere preso in considerazione tra le spiegazioni possibili).
Per quanto riguarda le due frasi confrontate, la prima presenta una comparazione ipotetica, la seconda presenta una comparazione oggettiva; con la prima, pertanto, l’emittente √® pi√Ļ cauto nell’accostare il modo di camminare di Carlo a quello di un ubriaco. In ogni caso, la rappresentazione della comparazione non condiziona la costruzione della proposizione relativa (che non riesca / riuscisse). Questa proposizione pu√≤ essere costruita nella prima e nella seconda frase tanto con il presente quanto con l’imperfetto; nel primo caso il¬†riuscire¬†√® semplicemente rappresentato come presente, nel secondo si aggiunge una sfumatura ipotetica, conferita dalla sovrapposizione tra¬†che non riuscisse¬†e¬†se non riuscisse.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúI bambini dovranno allegare un file in formato pdf, elaborato secondo lo schema allegato, contenente l‚Äôelenco dei disegni trasmessi, in pdf non modificabile, di seguito indicati:‚ÄĚ
Nella frase precedente √® il file contenente l’elenco che deve essere in pdf non modificabile, o ciascuno dei disegni?

 

RISPOSTA:

Il sintagma in pdf non modificabile non può che essere interpretato dal lettore come retto da disegni, perché si trova tra disegni e di seguito indicati, che è inequivocabilmente concordato con disegni.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso del congiuntivo/condizionale¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†nella frase che segue.

L‚Äôufficio ha quindi proceduto all‚Äôistruttoria ed all‚Äôesitazione delle istanze per impedire da un lato che il condono potesse agire da ‚Äúscudo giudiziario‚ÄĚ (in quanto la presentazione della domanda di condono sospende il procedimento penale e quello per le sanzioni amministrative) e dall‚Äôaltro per evitare all‚Äôente eventuali richieste di risarcimento da chi¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†voluto avere ragione della propria istanza di sanatoria prima che l‚ÄôAG procedesse, ad ogni modo, all‚Äôabbattimento dell‚Äôimmobile abusivo.

 

RISPOSTA:

Il dubbio tra il condizionale passato e il congiuntivo trapassato dipende dalla presenza, nella frase, di due possibili momenti di riferimento, uno precedente al¬†volere avere ragione¬†(coincidente con il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), uno successivo (coincidente con il¬†procedere all’abbattimento). Il condizionale passato ha la funzione di esprimere la posteriorit√† rispetto a un punto prospettico collocato nel passato, quindi descrive il processo del¬†volere avere ragione¬†come posteriore all’evento, passato, del¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze. Il congiuntivo trapassato, diversamente, descrive il¬†volere avere ragione¬†come precedente rispetto all’evento, pure passato (ma, attenzione, successivo al¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), del¬†procedere all’abbattimento. Entrambe le scelte sono, pertanto, legittime in astratto; entrambe, per√≤, presentano dei difetti: la prima non veicola alcuna sfumatura eventuale, che sarebbe, invece, utile; la seconda veicola s√¨ un senso di eventualit√† (per via della sovrapposizione tra la proposizione relativa e la condizionale:¬†da chi avesse voluto¬†=¬†se qualcuno avesse voluto), ma costringe a cambiare il momento di riferimento a met√† frase, creando una certa ambiguit√† (il¬†volere avere ragione¬†precede il¬†procedere all’abbattimento¬†o il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze?). Consigliamo, allora, una terza soluzione: il congiuntivo imperfetto (da chi volesse avere ragione), che non cambia il momento di riferimento e veicola una sfumatura eventuale. Il congiuntivo imperfetto ha, inoltre, il vantaggio di essere percepito come pi√Ļ formale del condizionale passato, quindi pi√Ļ appropriato a un contesto come questo.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su un esercizio che chiede se in una frase il verbo¬†essere¬†√® utilizzato come ausiliare o con significato proprio, La frase √® la seguente: “Oggi sono distrutto”.
Trovandomi in una quarta primaria che non conosce ancora le forme passive, e mancando nella frase un agente, ho interpretato la parola distrutto come un participio passato con funzione aggettivale e ho suggerito un significato proprio del verbo essere. Ma il libro, nelle soluzioni, lo interpreta come verbo essere con funzione di ausiliare.
Potete chiarire il mio dubbio?

 

RISPOSTA:

La soluzione sta nel mezzo: nella frase il verbo¬†essere¬†non √® ausiliare, ma non ha neanche un significato proprio, visto che √® copula (e la copula, per l’appunto, non ha un significato proprio, ma serve soltanto a collegare il soggetto con la parte nominale del predicato). Se il libro interpreta¬†sono¬†come ausiliare fa una scelta molto strana, per quanto non sbagliata in assoluto.¬†Sono, infatti, potrebbe ben essere l’ausiliare di un verbo passivo, ma se cos√¨ fosse la frase avrebbe un significato molto innaturale: “Oggi vengo distrutto” o “Oggi mi si distrugge”. Chiaramente, quindi,¬†sono distrutto¬†√® predicato nominale e la frase significa “Oggi sono molto stanco”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Desidererei sottoporre alla vostra attenzione questa frase: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si sono sposati”. Se i nonni non ci sono pi√Ļ o anche uno solo di essi √® mancato, √® corretto esprimersi in questo modo o √® necessario ricorrere ad un’altra espressione? Per esempio: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si erano sposati” oppure “I miei nonni si erano sposati, come oggi, 70 anni fa”.

 

RISPOSTA:

Il trapassato prossimo si usa per esprimere un rapporto di anteriorit√† rispetto a un altro evento avvenuto nel passato. Nella frase in questione l‚Äôorganizzazione sintattica mette l‚Äôaccento sui 70 anni, per cui l‚Äôinserimento di un momento di riferimento passato (la morte di uno dei due coniugi o di entrambi), che giustificherebbe l‚Äôuso del trapassato, comporterebbe una contraddizione; il lettore, cio√®, non saprebbe come armonizzare l‚Äôinformazione che il calcolo degli anni ammonta a 70 con l‚Äôinformazione che tale calcolo non ha valore, perch√© nel frattempo √® successo un fatto che lo ha modificato. Inoltre, dal punto di vista semantico l‚Äôevento dello sposarsi √® momentaneo: una volta avvenuto non pu√≤ essere annullato da un altro evento successivo. Anche con la morte di uno dei coniugi, la circostanza del matrimonio rimane valida e legata a un preciso momento del passato. Diversamente, il processo dell‚Äôessere sposati pu√≤ essere modificato dalla morte (o il divorzio). Il messaggio da lei richiesto, insomma, pu√≤ essere espresso con un periodo ipotetico, per esempio: ‚ÄúOggi i miei nonni festeggerebbero 70 anni di matrimonio (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ, oppure ‚ÄúOggi i miei nonni sarebbero sposati da 70 anni (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

Francesca Rodolico

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggo sulla Treccani che nella proposizione concessiva il verbo è al congiuntivo tranne quando introdotta da anche se. Dunque volevo la conferma che solo il primo di questi due periodi sia corretto, e perché:
“Anche se vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
“Seppure vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
Inoltre volevo sapere cosa ne dite della variante:
“Se anche vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.

 

RISPOSTA:

La prima frase √® del tutto corretta; la seconda pu√≤ essere considerata scorretta in qualsiasi contesto scritto, nonch√© in contesti parlati medi. Va detto, per√≤, che esempi di¬†seppure vai,¬†seppure sei¬†e simili non mancano in rete, per quanto siano di gran lunga minoritari rispetto alle varianti con il congiuntivo. Il modo congiuntivo ha un ambito d’uso variegato: in alcune proposizioni √® obbligatorio, in altre √® in alternanza con l’indicativo, in altre √® richiesto da alcune congiunzioni e locuzioni congiuntive ma non da altre. Un esempio di quest’ultimo caso, oltre a quello discusso qui, √® la proposizione temporale, che richiede il congiuntivo soltanto se √® introdotta da¬†prima che. L’associazione di¬†anche se¬†all’indicativo √® probabilmente dovuta alla vicinanza di questa locuzione alla congiunzione ipotetica¬†se, che al presente richiede l’indicativo (se vai in Ferrari…). Il parallelo tra¬†se¬†e¬†anche se¬†√® confermato dal fatto che entrambe richiedono il congiuntivo all’imperfetto e al trapassato (anche se tu andassi / fossi andato). Proprio questa vicinanza semantica rende indistinguibile in molti casi¬†anche se¬†da¬†se anche, sebbene la seconda sia una locuzione congiuntiva ipotetica, non concessiva, che equivale a¬†se, eventualmente,. La differenza emerge chiaramente se l’ipotesi presenta una realt√† certamente verificatasi o certamente non verificatasi; per esempio: “Anche se il computer si √® rotto, non ne comprer√≤ un altro” / *”Se anche il computer si √® rotto…”. La seconda frase √® impossibile, perch√© non presenta una concessione contrastata dal contenuto della proposizione reggente, ma presenta un fatto sicuramente avvenuto come un’ipotesi. Si noti, comunque, che in una comunicazione autentica il ricevente tenderebbe a interpretare anche nel secondo caso la proposizione ipotetica come una concessiva, vista la vicinanza tra le due costruzioni. Con l’imperfetto e il trapassato, per di pi√Ļ, le due locuzioni diventano praticamente equivalenti: “Anche se il computer si rompesse, non ne comprerei un altro” / “Se anche il computer si rompesse…”. In questi casi, sebbene la locuzione¬†se anche¬†sia sempre ipotetica, non concessiva, essa sarebbe interpretata dalla maggioranza dei parlanti come concessiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei farvi una domanda riguardo all’uso delle congiunzioni condizionali (escluso se).
Come sappiamo, nella parte condizionale va messo il congiuntivo, ma non sono certa se la scelta tra il presente e l’imperfetto dipenda soltanto dalla possibilità oppure anche dal tempo presente / passato?
A condizione che / purché / a patto che / casomai studi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, avrai / avresti superato l’esame.
Ho anche un altro dubbio: dopo aver scelto il tempo della parte condizionale, cosa posso fare con quella reggente? Uso l’indicativo per esprimere una certezza e il condizionale per una possibilità?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni introdotte da a patto che, purché, a condizione che e casomai (o caso mai) sono condizionali (nel periodo ipotetico sono chiamate protasi e contengono la descrizione della condizione) e richiedono il modo congiuntivo; il tempo dipende sia dal grado di possibilità dell’evento espresso sia dal rapporto temporale (la cosiddetta consecutio temporum) con il verbo della reggente (che nel periodo ipotetico è chiamata apodosi e contiene la conseguenza della condizione contenuta nella protasi). La sua prima frase è un caso canonico di periodo ipotetico della realtà. Questo costrutto serve a rappresentare l’evento della reggente come certo.
La seconda frase presenta un esempio di apodosi della realtà e protasi della possibilità: il costrutto, corretto, esprime un dubbio circa la possibilità della condizione (il parlante non è certo che l’interlocutore si metta a studiare bene) e la certezza riguardo alla conseguenza della condizione.
Il terzo e ultimo esempio presenta nuovamente nella subordinata il congiuntivo imperfetto, mentre nella reggente propone due opzioni diverse: un verbo all’indicativo (il futuro anteriore avrai superato) e un verbo al modo condizionale composto, o passato (avresti superato).
Il futuro anteriore si usa per indicare un evento che avverr√† in un futuro pi√Ļ prossimo rispetto a un altro pi√Ļ lontano nel futuro. Si tratta di un tempo verbale usato raramente, perch√© il rapporto di successione tra gli eventi risulta quasi sempre chiarito dal contesto. In questo caso specifico non √® presente un altro evento di riferimento successivo, di conseguenza il futuro anteriore non √® giustificato. L‚Äôopzione diventerebbe possibile se si aggiungesse un evento di riferimento; per esempio: ‚ÄúA patto che studiassi bene avrai superato l‚Äôesame prima di accorgertene‚ÄĚ. Bisogna, per√≤, ammettere che la frase, corretta in astratto, difficilmente sarebbe prodotta da un parlante, per via della sua complessit√†.
L‚Äôipotesi con¬†avresti superato¬†√® impossibile se¬†studiassi¬†si riferisce al presente: presenta, infatti, la conseguenza come precedente rispetto alla condizione. La frase diviene corretta se il congiuntivo imperfetto √® usato con valore astorico, legato non al presente, ma a un principio generale: ‚ÄúSe tu studiassi (= avessi l‚Äôabitudine di studiare) bene avresti superato l‚Äôesame‚ÄĚ.
Prima di selezionare i tempi e modi verbali è opportuno valutare il grado di possibilità degli eventi selezionati a partire dalla reggente: è il verbo della reggente che governa quello della subordinata, in relazione al rapporto temporale e, nel caso del periodo ipotetico, al grado di possibilità che si vuole rappresentare.
Per ulteriori informazioni sull’uso di a patto che è possibile consultare questa risposta nell’archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

Nella frase “… a cui vorresti rivolgerti tu” il¬†tu¬†√® pleonastico o si pu√≤ considerare un rafforzativo?

 

RISPOSTA:

Non √® pleonastico: il soggetto pronominale ribadito a destra della frase serve a sottolineare che la volont√† di rivolgersi a quel qualcuno √® proprio del soggetto, non di altri. Questa sottolineatura pu√≤ essere utile per esempio se il parlante non condivide tale volont√†, oppure se vuole elogiarla, perch√© altri avrebbero manifestato una volont√† pi√Ļ comoda (ovviamente, dipende tutto dal contesto). L’esplicitazione del soggetto pronominale non sarebbe pleonastica neanche se questo fosse collocato prima del verbo: “… a cui tu vorresti rivolgerti”. In questo caso il pronome richiamerebbe al centro della discussione la responsabilit√† del soggetto nell’esprimere la volont√†, senza, per√≤, veicolare sfumature contrastive. Tali sfumature, per√≤, sarebbero veicolate anche con il soggetto preverbale, se la frase fosse pronnciata con un’enfasi intonativa sul pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Chi fosse interessato mi contatti” o “chi sia interessato mi contatti”?
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato? (Chi era interessato, tre giorni fa, mi contatti adesso).

 

RISPOSTA:

La variante con il congiuntivo presente √® ingiustificata, quindi da considerare errata. Le alternative possibili sono chi fosse… e chi √®... Lei ha ragione a rilevare nell’imperfetto un valore di passato: in effetti il significato della prima frase potrebbe essere quello da lei inteso; tale significato astratto, per√≤, sarebbe senz’altro scartato dai parlanti per via dell’incoerenza tra un interesse passato e l’azione presente. In altre frasi potrebbe, comunque, essere attivo; per esempio “Chi fosse vivo nel 1910 oggi √® certamente morto”. Rimane da spiegare quale sia la differenza tra chi √®… e chi fosse…. Il congiuntivo imperfetto aggiunge alla proposizione relativa una sfumatura di ipoteticit√† (chi fosse = se qualcuno fosse) assente nell’indicativo presente. A ben vedere, tale sfumatura √® superflua, visto che la situazione descritta √® gi√† ipotetica in s√© (il parlante non sa se qualcuno lo contatter√† e chi sia questo qualcuno); i parlanti, per√≤, dimostrano di apprezzare l’enfatizzazione di questo tratto, ottenuta proprio con il congiuntivo imperfetto, che avvicina, come detto, chi fosse a se qualcuno fosse.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúLe ricordo che, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ

Vorrei sapere se il periodo √® sintatticamente corretto, oppure se sarebbe preferibile evitare di “spezzare” la proposizione principale con una subordinata (in questo caso, “qualora ci fosse…”).

 

RISPOSTA:

La frase è ben costruita e l’inciso, segnalato opportunamente dalle due virgole, non crea problemi alla comprensione del messaggio. Tuttavia, il testo, che sembra di natura amministrativa, può essere semplificato:

  1. spostando l‚Äôinciso all‚Äôinizio o alla fine del periodo, in modo tale da non spezzare la proposizione principale (‚ÄúQualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ / ‚ÄúLe ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale‚ÄĚ);
  2. sostituendo la congiunzione composta qualora con quella semplice se (‚ÄúSe ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ);
  3. riducendo le informazioni non necessarie o ridondanti (in tempo reale non si presta bene a designare un servizio telefonico; semmai, potrebbe essere attribuito a un servizio di messaggistica istantanea).

Raphael Merida

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QUESITO:

Non mi è molto chiara la differenza tra i verbi essere e esserci.
Ad esempio alla domanda “C’√® Mario?”, possiamo rispondere “S√¨, c’√® /S√¨, √® qui”, ma non va bene “S√¨, c’√® qui”, ma non capisco perch√®, invece, va bene dire “C’√® un uomo qui”.

 

RISPOSTA:

Il verbo esserci significa proprio ‘essere in luogo’, quindi l’espressione c’√® qui √® inutilmente ripetitiva. La ripetizione, per√≤, √® ammessa, e in certi casi necessaria, se la frase √® marcata, cio√® √® costruita per mettere in forte evidenza una certa informazione, per segnalare il collegamento tra la frase e il resto del testo o per precisare quale sia la rilevanza della frase nel contesto situazionale. Nella frase “C’√® un uomo qui”, per esempio, il parlante precisa che l’uomo si trova nello stesso luogo in cui si svolge la conversazione, perch√© dal suo punto di vista la presenza dell’uomo √® rilevante soltanto in relazione al luogo (per esempio perch√© √® sorpreso di trovare un uomo in quel luogo). Va detto che tale frase sar√† pronunciata con una pausa prima di qui, a dimostrazione del fatto che l’informazione qui √® isolata rispetto a c’√® un uomo, come se fosse un elemento aggiunto a parte. Nello scritto, tale pausa pu√≤ essere rappresentata con una virgola, quindi “C’√® un uomo, qui”. La stessa costruzione pu√≤ adattarsi a “C’√® Mario, qui” soltanto in assenza della domanda precedente (“C’√® Mario?”): se il parlante risponde alla domanda, non ha motivo di precisare qui, perch√© la presenza nel luogo √® presupposta proprio nella domanda. A sua volta, la domanda pu√≤ essere costruita in modo marcato: “C’√® Mario, qui”, per precisare che l’interesse per la presenza di Mario √® legato proprio al luogo in cui si svolge la conversazione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

 

Vorrei capire se in questo elenco (¬ęcamicie a righe, a disegni, a scacchi color corallo e verde mela e lavanda e arancione chiaro, coi monogrammi in indaco¬Ľ) le due coppie di colori ‚Äď corallo e verde mela, lavanda e arancione chiaro ‚Äď sono riferite soltanto alle camicie a scacchi o all‚Äôintero elenco di camicie. E, nel secondo, caso se a tutt‚Äôe tre i tipi di camicia.

Questa citazione √® tratta da ‚ÄúIl grande Gatsby‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

 

Il dubbio pu√≤ essere sciolto controllando la versione originale del testo: ¬ęshirts with stripes and scrolls and plaids in coral and apple-green and lavender and faint orange, with monograms of Indian blue¬Ľ. Stando al testo in inglese, sarei orientato ad affermare che i colori non si riferiscono necessariamente ai tipi di camicie descritti prima; lo si deduce dalle preposizioni che seguono la parola shirts ‚Äėcamicie‚Äô: with, in e dopo ancora with. Si suppone, quindi, che le camicie siano di vario genere (a righe e a disegni e a scacchi) e di vari colori (color corallo e verde-mela e lavanda e arancione chiaro). La presenza della virgola prima di with monograms (coi monogrammi in indaco) mi pare dimostri quasi sicuramente il riferimento dei monogrammi a tutti i tipi di camicia. Del resto, una persona cifra tutte le camicie (per marcarne l‚Äôappartenenza e l‚Äôidentit√†), non solo un certo tipo. Sia i colori sia il monogramma, quindi, si riferiscono, a mio modo di vedere, a tutte le camicie, non soltanto a quelle a scacchi.

La traduzione in italiano, pur fedele, rende meno tutta la distinzione che, invece, si nota meglio nel testo originale (anche se l’assenza della virgola dopo plaids lascia un certo margine di ambiguità). La differenza fra testo originale e traduzione risiede nel modo di elencare: il primo per polisindeto, cioè attraverso l’accumulo della congiunzione and (e); il secondo per asindeto nella prima parte (a righe, a disegni, a scacchi) e per polisindeto nella seconda (color corallo e verde-mela e lavanda e arancione chiaro). L’elencazione per polisindeto rallenta la prosa, quella per asindeto, al contrario, la velocizza.

Raphael Merida

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Categorie: Punteggiatura

QUESITO:

La lineetta, come nel caso della parentesi, va posta due volte, all’inizio e alla fine di un inciso anche nel caso in cui dopo si trovi il punto, oppure può bastare anche una volta sola?

  1. Mi fece sedere e mi mostr√≤ le sue camicie ‚Äď rosse, marroni e verdi ‚Äď.
  2. Mi fece sedere e mi mostr√≤ le sue camicie ‚Äď rosse, marroni e verdi.

Inoltre, in ambito digitale, la lineetta a quale segno corrisponde? Escludendo il trattino breve, rimangono questi due: (‚Äď), (‚ÄĒ).

 

RISPOSTA:

La lineetta, o trattino lungo, √® un segno grafico che insieme alle parentesi e alle virgole correlative provocano discontinuit√† nell‚Äôenunciazione. √ą possibile che un inciso o una parentetica inseriti alla fine della frase siano introdotti da una lineetta priva della lineetta di chiusura (assorbita comunque dal segno di fine frase, per esempio il punto fermo), come nella frase 2. In questi casi, solitamente si preferiscono le parentesi tonde alle lineette: ¬ęMi fece sedere e mi mostr√≤ le sue camicie (rosse, marrone e verdi).¬Ľ con il punto dopo la parentesi di chiusura.

In ambito digitale la lineetta corrisponde al segno (‚Äď).

Raphael Merida

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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Categorie: Semantica, Sintassi

Quesito:

Ho un dubbio riguardo alla corretta interpretazione dell’uso di anche¬†nella seguente frase:

Si consiglia intervento psico-educativo (2-4 ore a settimana, anche in piccolo gruppo).

Sulla base delle diverse definizioni del significato di anche“, sembrerebbe che la frase dovrebbe interpretarsi nel seguente modo:

Si consigliano 2/4 ore di intervento psico-educativo e anche 2/4 ore del medesimo intervento da svolgersi in piccolo gruppo (per un totale dunque di 4/8 ore).

L’interpretazione in senso “additivo” di anche del secondo elemento intervento in gruppo rispetto al primo elemento intervento sottinteso √® corretta?¬†L’interpretazione, se corretta, pu√≤ definirsi univoca o pu√≤ essere ambigua?

 

RISPOSTA:

Il significato di anche nella frase è senza dubbio rafforzativo; con esso, cioè, si ammette che l’intervento descritto precedentemente venga svolto nella modalità indicata subito dopo (in piccolo gruppo). Non bisogna, quindi, considerare l’intervento in piccolo gruppo come aggiuntivo rispetto a un altro intervento da svolgere con modalità diversa. Si tratta comunque di un’aggiunta, a ben vedere, ma ciò che viene aggiunto è una modalità alternativa per lo stesso intervento, non un ulteriore intervento. Se fosse aggiunto un intervento, la frase sarebbe stata formulata diversamente, esplicitando i termini salienti dell’intervento aggiuntivo (2-4 ore); per esempio (2-4 ore a settimana in seduta individuale e anche / inoltre 2-4 ore in piccolo gruppo).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Gradirei sapere in quale contesto √® possibile usare il termine aporia Mi risulta che la aporia sia un problema senza soluzione ma di tipo specifico. Se X √® alto e Y √® basso e mi si chiede chi √® il pi√Ļ ricco, non posso certo dire che questo problema sia una aporia bens√¨ un problema irrisolvibile per insufficienza di informazioni. Se invece X √® cardiopatico e l’inattivit√† fisica danneggia il cuore, ma anche l’attivit√† fisica nei cardiopatici pu√≤ causare la morte, allora che possibilit√† ha X di risolvere il suo problema? Nessuna. Questo paradosso che si viene a creare (se faccio sforzi muoio ma se non ne faccio danneggio il cuore gi√† compromesso e muoio ugualmente) io lo definirei aporia. Non essendo certo di ci√≤ chiedo il vostro aiuto.

 

RISPOSTA:

Sì, ha ragione, l’aporia, anche in senso generale, implica comunque una contraddizione che non consente di giungere alla soluzione di un problema, esattamente come l’esempio del cardiopatico, danneggiato sia dal movimento, sia dall’assenza di movimento. Invece il primo caso rientra, caso mai, nell’incoerenza, dal momento che non si possono mettere in relazione altezza e ricchezza, in quanto appartenenti a sfere concettuali diverse.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il condizionale passato pu√≤ essere impiegato – come spiegato a pi√Ļ riprese – per indicare il futuro nel passato; pu√≤, per√≤, esprimere anche anteriorit√† rispetto a un dato momento di riferimento e, nel contempo, mantenere la sua funzione di eventualit√†?

In un periodo come quello riportato pi√Ļ sotto, l’azione descritta con il condizionale passato sarebbe interpretata come anteriore, posteriore (rispetto a quella della subordinata) o sarebbero possibili entrambe le soluzioni?

1. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero lasciato la spiaggia.

In assenza di altri elementi, la semantica mi porterebbe a optare per l’interpretazione posteriore; ma, in astratto, potrebbe anche essere vero il contrario.

Con verbi differenti, ad esempio, non avrei alcuna esitazione a stabilire il rapporto tra le due proposizioni.

2. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa (condizionale passato = posteriorità rispetto al congiuntivo trapassato: Laura raggiunge lo stabilimento e i suoi amici, dopo, vanno a casa).

3. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero stati a casa (condizionale passato = anteriorità rispetto al congiuntivo trapassato. Laura raggiunge lo stabilimento, ma i suoi amici se ne sono andati a casa).

In sintesi, il condizionale passato, a seconda dei casi, pu√≤ esprimere anteriorit√† o posteriorit√† rispetto a un momento di riferimento (anche tralasciando l’enunciazione), come negli esempi sopra indicati?

Riguardo al periodo 1, l’inserimento di un avverbio come gi√† potrebbe fugare ogni dubbio circa la collocazione temporale dell’azione, spingendo a considerare la proposizione espressa con il condizionale passato nel passato rispetto alla subordinata? (“Laura sapeva che nel momento in cui avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero gi√† lasciato la spiaggia” = Gli amici di Laura hanno lasciato la spiaggia prima che lei abbia raggiunto lo stabilimento).

 

RISPOSTA:

Il condizionale descrive un evento condizionato rispetto a un altro condizionante (tipicamente costruito con una proposizione ipotetica); il rapporto tra la condizione e la conseguenza attiva automaticamente un rispecchiamento temporale in cui la condizione precede la conseguenza. Questa funzione modale e temporale che lega la proposizione con il condizionale alla proposizione con il congiuntivo (o l’indicativo) da essa dipendente si intreccia con quella relativamente temporale che lega la stessa proposizione con il condizionale a quella che la regge (se la frase la prevede). In questa seconda relazione entra in gioco il valore di futuro nel passato.

In particolare, quando la reggente √® al presente, quindi il momento dell’enunciazione √® presente, il condizionale passato descrive un evento anteriore, quindi passato: “Penso [adesso] che lui avrebbe agito diversamente [nel passato] se le condizioni lo avessero consentito”. Lo stesso vale se il momento dell’enunciazione √® futuro: “Ti renderai conto che lui avrebbe agito diversamente…”. Se il momento dell’enunciazione √® passato, la funzione relativamente temporale del condizionale passato diviene di posteriorit√† (√® il cosiddetto futuro nel passato). Per questo, nelle sue tre frasi, gli eventi al condizionale passato sono sempre successivi a quello del sapere espresso nella proposizione principale Laura sapeva. Per quanto riguarda la relazione tra la proposizione con il¬† condizionale e la subordinata al congiuntivo nelle sue frasi, bisogna considerare l’ambiguit√† provocata dalla semantica dei verbi e dalla congiunzione che introduce la subordinata stessa. Nella frase 1 non c’√® dubbio che l’evento del lasciare sia conseguente, quindi anche successivo, a quello del raggiungere;¬† nella frase 2 l’evento dell’andare potrebbe essere avvenuto precedentemente a quello del raggiungere, quindi potrebbe non esserne la conseguenza. Questa possibilit√† vale perch√© la locuzione congiuntiva nel momento in cui ammette un’interpretazione temporale, quindi √® possibile che l’andare segua il sapere ma preceda il raggiungere. Questa interpretazione non sarebbe possibile se al posto di nel momento in cui ci fosse se (“Se avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa” = gli amici vanno certamente via come conseguenza dell’arrivo di Laura, quindi dopo). Lo stesso vale a maggior ragione per la frase 3, in cui il verbo essere costringe a un’interpretazione anteriore rispetto a raggiungere (ma comunque sempre successiva a sapere), perch√© indica uno stato e non un’azione (diversamente da lasciare e andare). Nella frase, infatti, la congiunzione se sarebbe ammessa soltanto con una sfumatura concessiva (se = anche se), perch√© rappresentare un evento precedente a un altro come la conseguenza di quest’ultimo sarebbe incoerente. Ovviamente, l’aggiunta di gi√† enfatizza la precedenza dell’essere rispetto al raggiungere.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle frasi indicate, l’uso del gerundio è appropriato?

1a) Non immaginava che avesse perso la prima battaglia, vincendo però la guerra.

1b) Chi non avesse la possibilità di presenziare alla cerimonia di premiazione [domanda un candidato, nda] perderebbe esclusivamente il diritto al ritiro del premio, mantenendo quindi il piazzamento ottenuto, oppure no?

 

RISPOSTA:

S√¨, il modo gerundio √® appropriato in entrambe le frasi, dal momento che esprime una subordinata implicita (in entrambi i casi di tipo avversativo, con le precisazioni fatte sotto) con identit√† di soggetto rispetto alla reggente. Per quanto riguarda la consecutio temporum, √® perfetta nella seconda frase (perderebbe il diritto ma manterrebbe il piazzamento), mentre nella prima sarebbe in realt√† preferibile usare il gerundio passato, se davvero si vuole mantenere un rapporto di parallelismo con l‚Äôaver perso la prima battaglia (anteriore rispetto a immaginava) e l‚Äôaver vinto la guerra. Dunque una versione pi√Ļ corretta della frase sarebbe: ¬ęNon immaginava che avesse perso la prima battaglia, avendo per√≤ vinto la guerra¬Ľ. Se invece si volesse intendere che la vittoria della guerra √® causa della sconfitta della prima battaglia, allora andrebbe bene il gerundio presente; ma quest‚Äôultima interpretazione sarebbe incoerente: semmai, dovrebbe essere ribaltata (per quanto anche in questo caso la coerenza sarebbe labile): ¬ęNon immaginava che avesse vinto la guerra perdendo la prima battaglia¬Ľ. Per evitare equivoci sull‚Äôesatto significato della frase, sarebbe meglio trasformare la gerundiva in una subordinata esplicita, oppure utilizzando comunque un connettivo che ne chiarisca il rapporto logico tra gli elementi. Per es. ¬ęNon immaginava di aver vinto la guerra pur avendo perso la prima battaglia¬Ľ; oppure (visto che il verbo immaginare, a differenza di sapere, fa ipotizzare che ancora non si sapesse l‚Äôesito della guerra, che dunque non era ancora finita all‚Äôepoca dell‚Äôimmaginava; pertanto bisognerebbe ipotizzare una subordinata posteriore, e non anteriore, alla reggente): ¬ęNon immaginava che avrebbe vinto la guerra, dato che aveva perso la prima battaglia¬Ľ. Quest‚Äôultima mi sembra la versione pi√Ļ coerente della frase 1a, e dunque forse la pi√Ļ fedele all‚Äôintento dell‚Äôemittente.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nonostante abbia gi√† letto molte grammatiche su imperfetto e passato prossimo, continuo ad avere dei dubbi. Ad esempio, se voglio raccontare del concerto dove sono andata, che tempo devo usare nella frase seguente: “C’erano / ci sono stati tanti cantanti al concerto”.
E in queste altre frasi qual √® il tempo pi√ļ adatto?
– Stavo benissimo / sono stato benissimo in vacanza.
– Dove eri / sei stato il 12 febbraio alle 15?
– Oggi pomeriggio ero / sono stato al cinema.
– Voleva incontrarmi ma io non volevo / ho voluto.
– Ieri al concerto ero seduto / sono stato seduto dietro.
– Non hanno mai ricevuto i soldi di cui hanno avuto bisogno / hanno bisogno / avevano bisogno.

 

RISPOSTA:

Bisogna ricordare che l’imperfetto rappresenta l’evento come continuato nel passato, mentre il passato prossimo come concluso, sempre nel passato, ma con una persistenza delle conseguenze nel presente. A volte un tempo esclude l’altro, ma pi√Ļ spesso entrambi possono essere usati, modificando il significato della frase. Nella prima frase, il tempo pi√Ļ naturale √® l’imperfetto, perch√© lo scopo della frase √® descrivere lo svolgimento del concerto, non darne una visione complessiva; al contrario, molto strana sarebbe la frase “Il concerto era entusiasmante”, mentre del tutto naturale sarebbe “Il concerto √® stato entusiasmante”, proprio perch√©, in questo caso, ci√≤ che conta √® la visione d’insieme, non lo svolgimento. La seconda frase √® simile alla mia riscrittura della prima, per cui ci si aspetta il passato prossimo, che rappresenta la visione d’insieme della vacanza; l’imperfetto, si badi, non √® del tutto escluso, ma andrebbe meglio in un contesto come “Quanto mi pesa tornare al lavoro; stavo cos√¨ bene in vacanza!”. Nella terza frase le due opzioni sono ugualmente valide: con la prima ci si riferisce, ancora una volta, alla situazione nel suo svolgimento; con la seconda si considera la situazione nel suo complesso. Lo stesso vale per la quarta. Nella quinta la scelta tra volevo e ho voluto produce una conseguenza importante: con la prima forma la frase significa che la volont√† del soggetto caratterizzava quel periodo, ma non esclude che, passato quel periodo, essa sia cessata e l’incontro sia avvenuto; con la seconda forma, invece, si esclude che l’incontro sia avvenuto, perch√© il processo del non volere √® rappresentato come concluso, ovvero definitivo. Per la sesta frase vale quanto detto per la terza (“Dove eri / sei stato il 12 febbraio alle 15?”). Per l’ultima vale quanto detto per la quinta (“Voleva incontrarmi ma io non volevo / ho voluto”): avevano bisogno comporta che forse in un momento successivo non ne hanno avuto pi√Ļ bisogno; hanno avuto bisogno comporta che il fine per cui avevano bisogno dei soldi si √® concluso, quindi in qualche modo i soggetti sono riusciti a risolvere il problema anche senza aver ricevuto i soldi. In quest’ultima frase il presente hanno bisogno¬†cambierebbe anche il tempo, implicando che il bisogno √® ancora in corso nel momento in cui il parlante sta parlando.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Verbo
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QUESITO:

Traggo questa frase dall’esordio di Sosia di Dostoevskij.

‚ÄúCome se non fosse ancora pienamente certo di essersi gi√† svegliato o di non stare ancora dormendo.‚ÄĚ

Non mi √® sembrato molto chiaro il significato della frase (non stare ancora dormendo vuol dire ‚Äėessere sveglio‚Äô, quindi non avrebbe senso). Presuppongo dunque che quel non¬†non abbia valore e la frase corrisponda a: ‚ÄúCome se non fosse certo di essersi gi√† svegliato o come se non fosse certo di stare ancora dormendo‚ÄĚ, ma vorrei sapere se questo uso di offrire un‚Äôalternativa che √® quasi una supposizione sia corretto.

Un‚Äôaltra edizione dello stesso romanzo: ‚ÄúCome una persona che non √® ancora pienamente sicura se sia desta o se dorma tuttora.‚ÄĚ

In questo caso il significato mi √® sembrato subito chiaro, ma non credo che la frase sia corretta, avendo lo stesso soggetto in forma esplicita. Vorrei capire quale delle due √® la pi√Ļ corretta. Da qui √® scaturita tutta una serie di dubbi:

‚ÄúTi giuro che sto piangendo / di stare ancora piangendo‚ÄĚ?

‚ÄúMi rinfacciavi di stare male / che stavo male‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Riguardo al dubbio sul valore di non, effettivamente qui l’avverbio deve avere valore espletivo (sul quale può leggere questa risposta dell’archivio di DICO: https://dico.unime.it/ufaq/non-proprio-una-negazione/), altrimenti la frase ripeterebbe due volte lo stesso concetto con parole diverse (non era certo di essere sveglio o di essere sveglio). Il non espletivo è una forma legittima e tutto sommato la logica consente di attribuirgli il valore corretto; in un contesto letterario, del resto, la precisione descrittiva e l’assenza di ambiguità non sono necessariamente obiettivi ricercati dall’emittente.

La costruzione implicita della subordinata oggettiva che condivide il soggetto della reggente non √® quasi mai obbligatoria, ma √® una scelta stilistica. L‚Äôobbligo scatta quando nella reggente c‚Äô√® un verbo di comando o consiglio e il soggetto della completiva √® la persona comandata (‚ÄúTi ordino di venire‚ÄĚ). Nel suo primo esempio, la variante implicita (di stare ancora piangendo) √® chiaramente una scelta formale, che risulterebbe inconsueta in un contesto colloquiale. Nel secondo esempio, addirittura, la variante implicita non segnala automaticamente l‚Äôidentit√† di soggetto, perch√© l‚Äôidentit√† confligge con la logica dell‚Äôintera frase (rinfacciare a qualcuno il proprio malessere √® possibile soltanto all‚Äôinterno di un contesto che deve essere chiarito); la costruzione, quindi, √® pi√Ļ facilmente interpretata come se il soggetto della completiva fosse l‚Äôoggetto del verbo della reggente, ovvero come se fosse esplicita (assimilando, un po‚Äô forzatamente, rinfacciare¬†ai verbi di comando o consiglio).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi sulle frasi seguenti.

1a. √ą la prima volta che vedo questo film.

1b. √ą la prima volta che ho visto questo film.

1c. √ą stata la prima volta che ho visto questo film.

 

2a. Visto/viste tutte le poesie, abbiamo deciso che…

2b. Dato/dati i risultati, abbiamo deciso che…

 

RISPOSTA:

Nel primo gruppo di frasi la proposizione subordinata √® di fatto una relativa (il che che la introduce √® detto polivalente, ma la proposizione si comporta comunque come una relativa), quindi ha ampia libert√† nella scelta del tempo verbale. La logica esclude la 1b, perch√© se la prima volta √® presente anche la visione del film deve essere presente. Le altre due sono corrette. Nel secondo gruppo i participi passati concordano con i soggetti delle subordinate implicite (le poesie e i risultati): le proposizioni, infatti, sono equivalenti a “Essendo state viste tutte le poesie” e “Essendo stati dati tutti i risultati”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi sto occupando dello studio delle temporali. Vorrei cercare di capire quali tempi verbali possono essere usati in queste proposizioni al fine di poter esprimere sfumature di significato.

РCompro la pizza quando lui arriva / arrivi / arrivasse / arriverà / è arrivato / sia arrivato / fosse arrivato / sarà arrivato.

РNon compro la pizza finché lui non torna, torni, tornasse, tornerà (tempi composti?)

РGli ho promesso un lavoro non appena sarà / sia / fosse / sarebbe / sarebbe stato / fosse stato possibile

РLavorerai non appena è / sarà / sia / fosse possibile.

– A lui non importava fintantoch√© c’era / ci sarebbe stata / ci fosse stata Dorothy insieme a lui.

– Il direttore gli aveva promesso un posto di lavoro non appena fosse possibile, fosse stato possibile, sarebbe stato possibile.

– Pare che facesse suonare la campana ogni volta che trovava / trovasse / avrebbe trovato / avesse trovato un nome per il suo personaggio.

РGlielo dirò non appena tu lo vuoi / vorrai / voglia / volessi.

– Parliamo fino a quando non ci stanchiamo (indicativo e congiuntivo) / ci stancheremo / ci stancassimo / stancheremmo (tempi composti?).

РRifiutò di andarsene finché non avesse finito il pasto, avrebbe finito.

– Lo temeva ma pensava di temerlo solo finch√© non aveva accettato / avesse accettato / avrebbe accettato / ebbe accettato di completare l¬īopera.

– Stavo bene attento a muovermi ogniqualvolta ne avessi avuto bisogno / ne avessi bisogno / ne avrei avuto bisogno / ne avrei bisogno / ne avevo bisogno.

РDobbiamo proseguire finché non avremo / abbiamo (indicativo e congiuntivo) / avessimo ritrovato la strada dei mattoni gialli.

 

RISPOSTA:

Sulla scelta della forma verbale nelle frasi dell’elenco agiscono diversi fattori che si influenzano a vicenda (tra cui la semantica della frase), producendo restrizioni non sempre riconducibili a una regola generale. Di seguito le varianti pi√Ļ accettabili, con qualche nota illustrativa:

РCompro la pizza quando lui arriva / arriverà / sarà arrivato.

Il futuro anteriore √® un po’ spiazzante in relazione al presente usato come futuro (meglio sarebbe “Comprer√≤… quando sar√† arrivato”); possibile – ma forzato – √® arrivato, che, per√≤, funziona meglio con congiunzioni come una volta che e appena. Sono esclusi i tempi passati del congiuntivo sia arrivato e fosse arrivato. Non √® escluso il congiuntivo presente, se si attribuisce a quando il senso di qualora. Molto forzato √® arrivasse, che mette l’evento fattuale al presente della reggente in relazione con un’ipotesi possibile.

 

РNon compro la pizza finché lui non torna / torni / tornerà (tempi composti?).

In questa frase la congiunzione finch√© non ammette l’indicativo e il congiuntivo come variante formale (non con slittamento di significato verso la non fattualit√†). Per questo √® impossibile tornasse. Possibili sono, invece, l’indicativo futuro anteriore e il congiuntivo passato, perch√© finch√© non permette di considerare il processo del non comprare o come contemporaneo all’attesa, o come successivo, quindi con una prospettiva dal futuro al passato sull’evento del tornare.

 

РGli ho promesso un lavoro non appena sarà / sia / fosse / sarebbe stato / fosse stato possibile.

L’unica forma esclusa √® sarebbe, perch√© l’evento della subordinata non pu√≤ essere considerato condizionato da quello della reggente. Il condizionale passato, invece, pu√≤ avere la funzione di futuro nel passato.

 

РLavorerai non appena è / sarà / sia possibile.

Esclusa fosse.

 

– A lui non importava fintantoch√© c’era / ci sarebbe stata / ci fosse stata Dorothy insieme a lui.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Il direttore gli aveva promesso un posto di lavoro non appena fosse / fosse stato / sarebbe stato possibile.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Pare che facesse suonare la campana ogni volta che trovava / trovasse un nome per il suo personaggio.

Esclusa avrebbe trovato, perch√© l’evento del trovare non pu√≤ essere successivo a quello del suonare; avesse trovato potrebbe essere usata come variante formale di aveva trovato (forma a sua volta del tutto possibile), ma risulterebbe forzata, perch√© suggerirebbe che l’evento √® non fattuale, quando non pu√≤ esserlo.

 

РGlielo dirò non appena tu lo vuoi / vorrai / voglia / volessi.

Tutte le forme sono possibili.

 

– Parliamo fino a quando non ci stanchiamo (indicativo e congiuntivo) / stancheremo / stancheremmo (tempi composti?).

Le forme escluse sono ci stancheremmo, perch√© l’evento della subordinata non pu√≤ essere considerato condizionato da quello della reggente, e ci fossimo stancati; ci stancassimo √® al limite dell’accettabilit√† (rispetto a finch√© non la presenza di quando la rende leggermente pi√Ļ accettabile, ma sarebbe difficilmente selezionata dai parlanti).

 

РRifiutò di andarsene finché non avesse finito il pasto.

Impossibile avrebbe finito, perch√© l’evento del finire non pu√≤ essere n√© condizionato n√© successivo a quello dell’andarsene.

 

– Lo temeva ma pensava di temerlo solo finch√© non avesse accettato / avrebbe accettato di completare l’opera.

In questa frase la reggente della temporale di temerlo è equivalente a che lo avrebbe temuto, quindi la temporale introdotta da finché non non ammette il congiuntivo ebbe accettato. Potrebbe ammettere aveva accettato, che, però, è sfavorito dalla sovrapposizione sulla frase dello schema del periodo ipotetico del terzo tipo (condizionale passato-congiuntivo trapassato).

 

– Stavo bene attento a muovermi ogniqualvolta ne avessi avuto bisogno / avessi bisogno / avevo bisogno.

La reggente della temporale qui equivale a mi muovevo: nella temporale sono impossibili avrei bisogno e avrei avuto bisogno, perch√© l’avere bisogno deve precedere e non pu√≤ essere condizionato dal muoversi.

 

РDobbiamo proseguire finché non avremo / abbiamo (indicativo e congiuntivo) la strada dei mattoni gialli.

Impossibile avessimo trovato.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In un discorso racconto o poesia,  passare dalla forma impersonale alla seconda persona singolare è corretto?

 

RISPOSTA:

In linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, sarebbe bene evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se si decide di rivolgersi sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, sarebbe bene continuare a evitare il Tu/Lei/Voi. Certo, quanto pi√Ļ il testo √® lungo, tanto pi√Ļ √® difficile mantenere il controllo della persona, cio√® dei pronomi da usare per rivolgersi al lettore/destinatario/narratario. Anche in un discorso orale, tanto pi√Ļ se formale, sarebbe auspicabile la coerenza negli usi del Tu/Lei/Voi, oppure delle forme impersonali, usando o sempre gli uni (Tu, Lei o Voi) o sempre le altre (le forme impersonali). La scelta meno marcata, cio√® buona un po‚Äô per tutte le occasioni, √® quella dell‚Äôimpersonalit√†, mentre la scelta del Tu/Lei/Voi, pure praticata spesso nel parlato e in poesia (da cui per√≤ di solito il Lei √® bandito), √® decisamente pi√Ļ insolita nella narrativa e nella saggistica. Nei testi poetici, poi, la libert√† (e quindi anche la possibile alternanza tra Tu/Voi e forme impersonali) √® ancora maggiore, per cui √® davvero complicato individuare delle norme o anche soltanto delle linee guida su questo argomento. Per fare un esempio pratico, tutta questa risposta √® scritta in forma impersonale. Si sarebbe potuto scriverla anche tutta dando del Tu o del Lei al lettore (non del Voi perch√© qui sto rispondendo a un lettore o a una lettrice specifico/a, non a un gruppo indistinto di lettori/lettrici), ma sarebbe stato strano alternare le due forme, come per esempio cos√¨:

¬ęIn linea di principio s√¨, √® possibile e non √® scorretto. Se gi√† nelle questioni grammaticali il pi√Ļ delle volte √® bene evitare la rigida dicotomia corretto/scorretto, ci√≤ √® vero tanto pi√Ļ nel terreno della testualit√† e della pragmatica, vale a dire a proposito del modo di rivolgersi ai lettori (cio√® agli interlocutori) di un testo o di un discorso. Sicuramente per√≤, soprattutto nella scrittura formale ma anche in quella narrativa, faresti bene a evitare troppi salti di persona, anche perch√© ostacolano spesso la comprensione. Pertanto, se decidi di rivolgerti sempre con forme impersonali al destinatario (o narratario) del testo, continua a evitare il Tu/Lei/Voi¬Ľ ecc. ecc.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi riguardo all’uso del termine quest’ultimo, per il fatto che ho paura che ci siano dei fraintendimenti nelle frasi e nei concetti espressi. L’esempio √® questo:

¬ęCarla l’ultima volta che l’ho vista indossava una giacca di lana, quest’ultima era molto bella e aveva un colore blu scuro”. In questa frase √® possibile che ci sia l’ambiguit√† quando si usa quest’ultima insieme agli aggettivi bella e di colore blu scuro, che magari non si capisce se questi aggettivi sono riferiti alla giacca come capo d’abbigliamento nella sua interezza o specificamente e solamente alla stoffa di lana di cui √® composta la giacca? Chiedo questo perch√© l’ultimo sostantivo in ordine di apparizione nella frase √® la parola lana che viene dopo la parola giacca, quindi quest’ultima potrebbe sembrare si riferisca solo a lana anzich√© a giacca.

 

RISPOSTA:

In effetti √® spesso problematico il recupero anaforico di quest‚Äôultimo, motivo per cui, in casi dubbi, √® meglio ripetere il sintagma piuttosto che pronominalizzarlo con quest‚Äôultimo. Ora nel caso che pone lei il buon senso aiuta a non riferirsi alla lana, ma all‚Äôintero capo di abbigliamento, per√≤ ci sono casi davvero problematici, soprattutto nei giornali, e soprattutto, come dice lei, nel caso di sintagmi che dipendono da altri sintagmi. Per esempio: ¬ęIl figlio del tabaccaio √® stato rapito. Quest‚Äôultimo aveva trent‚Äôanni¬Ľ. Chi, il tabaccaio o suo figlio? Meglio ripetere: Il figlio aveva trent‚Äôanni.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Una commentatrice mi ha contestato¬†la costruzione di una frase tramite l’estensore del seguente articolo:
¬ę‚ÄúAncora una volta XXX NON perde occasione per tacere e fare un uso sconsiderato e violento dei social network ‚Äď afferma YYY ‚Äď‚Ä̂Ķ che dovrebbe, prima, imparare l‚Äôitaliano (Non per difendere XXX, ma la nostra lingua)¬Ľ.
Faccio osservare alla commentatrice che:
¬ęNon capisco se ti riferisci al NON, visto che l‚Äôhai evidenziato:
‚ÄúLa negazione espletiva (o fraseologica) √® in linguistica la comparsa facoltativa di un elemento con valore di negazione (ad esempio, l‚Äôitaliano¬†non), senza che cambi il significato della frase. Si parla anche di negazione pleonastica, dato che la presenza della negazione √® ritenuta superflua (pleonastica) o giustificata al pi√Ļ da considerazioni stilistiche.‚ÄĚ. O trattasi di altro?¬Ľ.
Al che lei ribatte:
¬ęTrattasi del fatto che, col¬†non, il concetto assume proprio il significato opposto.
Avrebbero dovuto scrivere¬†perde l‚Äôoccasione di tacere¬†o¬†non perde l‚Äôoccasione di fare un uso sconsiderato etc etc. I due concetti sono in antitesi. Il primo √® considerato positivo e il secondo negativo, ma li hanno accorpati nella stessa frase usando lo stesso verbo. OK?¬Ľ.¬†
Per me ci sono due questioni. La prima √® che quel¬†NON¬†pu√≤ essere considerato una negazione pleonastica o espletiva, per cui …NON perde occasione per tacere… ha lo stesso valore di …¬†perde l‚Äôoccasione di tacere…; la seconda √® che le frasi non sono affatto in antitesi, in quanto nella seconda …e fare un uso sconsiderato e violento dei social network¬†√® sottesa la stessa condizione che ha definito la prima, ovvero¬†e¬†(NON perde occasione di)¬†fare un uso sconsiderato e violento dei social network.
Infatti, di nuovo faccio osservare che:
¬ęE infatti avevo intuito giusto. Quel NON non √® una negazione vera e propria, ma un accorgimento stilistico che non cambia il senso della frase, come ho evidenziato nella citazione riportata. Frase che resta sempre del valore di¬†perde l‚Äôoccasione di tacere.¬†Inoltre, se nel primo concetto, cio√®¬†perde occasione per tacere¬†√® stato specificato il¬†NON, nel secondo …e fare un uso sconsiderato e violento dei social network¬†√® sotteso, per cui diventa …e¬†(NON perde occasione di)¬†fare un uso sconsiderato e violento dei social network.¬†Insomma, il comun denominatore √®¬†NON perde occasione‚Ķ, i concetti a cui si riferisce sono¬†per tacere‚Ķ e …¬†¬†e¬†(di)¬†fare uso‚Ķ¬Ľ.
A giustificazione, porto gli esempi della Treccani:
“Non sono propriamente negative le frasi comparative, esclamative e temporali, nelle quali il¬†non¬†(soggetto a frequenti oscillazioni nell‚Äôuso) √® solo espletivo, cio√® riempitivo e opzionale:
a. √® pi√Ļ furbo di quanto non pensassi
b. quante sciocchezze non ha detto!
c. l‚Äôho aspettato finch√© non √® arrivato”.
Ora, anche se la frase imputata, a mio avviso, potrebbe rientrare benissimo nella categoria del caso “b.” riportato da Treccani, contrariamente a quanto sostenuto dall’interlocutrice, Le chiedo: abbiamo a che fare o no con una negazione espletiva?

 

RISPOSTA:

La commentatrice ha ragione: il¬†non¬†nella sua frase non √® pleonastico, ma ha pieno valore sintattico. Lo dimostrano due rilievi: 1. se lo eliminiamo la frase passa a significare l’opposto (mentre se eliminiamo un¬†non¬†pleonastico la frase continua ad avere lo stesso significato); 2. come lei stesso argomenta, il¬†non¬†ha pieno valore in relazione al secondo verbo (non perde occasione per fare un uso sconsiderato…): ha, quindi, necessariamente lo stesso valore proprio nel primo caso (non perde occasione per tacere). Non √® possibile, insomma, che il¬†non¬†abbia, all’interno della stessa costruzione duplicata (non perde occasione), prima un valore e poi un altro. La frase corretta potrebbe prendere due strade: negare due azioni valorialmente negative, per esempio cos√¨: ‚ÄúAncora una volta XXX¬†non¬†perde l’occasione per¬†parlare a sproposito¬†e fare un uso sconsiderato e violento dei social network”; affermare due azioni valorialmente positive, per esempio cos√¨:¬†‚ÄúAncora una volta XXX perde l’occasione per¬†tacere¬†e¬†per fare un uso moderato e pacifico¬†dei social network” (soluzione sicuramente meno incisiva).
Si noti che nella riscrittura ho sostituito l’espressione¬†perdere occasione¬†con¬†perdere l’occasione, perch√© la variante senza articolo √® adatta a descrivere comportamenti in modo generico (non perde mai occasione per fare una battuta), mentre qui si parla di un evento specifico, per quanto inserito nel quadro di un comportamento.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Coerenza, Verbo
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QUESITO:

Vorrei inoltrarvi due quesiti.
Il primo di questi riguarda la negazione “n√©”.
РLa comunicazione potrà essere diffusa entro la fine della settimana, senza però che il suo contenuto sia circolato negli uffici, né (che) abbia subito modifiche.
Р Si può inviare una domanda che non contenga richieste specifiche, né (che) sia stata presentata ad altri uffici?
– Senza essere stato nominato n√© aver ottenuto riconoscimenti in precedenti competizioni, l’autore √® libero di presentare le sue opere?
Le tre costruzioni sono corrette dal punto di vista sintattico? I “che” indicati tra parentesi nelle prime due sono consigliati, errati o a discrezione dello scrivente?

 

RISPOSTA:

N√©¬†significa letteralmente ‘e non’, quindi si pu√≤ usare soltanto in frasi che richiederebbero, se non coordinate, un¬†non¬†inziale.¬†Senza¬†non equivale a¬†non, sebbene esprima, ovviamente, l’idea negativa della privazione. Dunque se a senso, e nell’italiano informale, le alternative da lei proposte sono accettabili, non lo sono a rigore secondo l’italiano atteso in un testo formale. Eccone le possibili riscritture, che tengono conto anche della richiesta sull’uso di¬†che¬†e di altri fattori.
– La comunicazione potr√† essere diffusa entro la fine della settimana, senza per√≤ che il suo contenuto sia circolato prima negli uffici e senza che abbia subito modifiche. In questo caso andrebbe aggiunto un¬†prima, forse: se la notizia pu√≤ essere diffusa, come potrebbe non circolare? Inoltre, l’intera frase √® davvero molto faticosa (anche a causa di quel¬†sia circolato, che tra l’altro andrebbe preferibilmente cambiato in¬†abbia circolato). Eccone una possibile variante pi√Ļ elegante, pi√Ļ chiara e meno burocratica:¬†La comunicazione potr√† essere diffusa entro la fine della settimana; prima di allora, non potr√† circolare negli uffici n√© essere modificata.
– ¬†Si pu√≤ inviare una domanda che non contenga richieste specifiche, n√© [il¬†che¬†non si ripete quasi mai, in coordinazione a precedente proposizione con¬†che] sia stata presentata ad altri uffici (oppure: e che non sia stata presentata ad altri uffici). Questa frase √® davvero strana: perch√© mai una domanda non dovrebbe contenere richieste specifiche, dal momento che √®, per l’appunto, una domanda, cio√® una richiesta? Insomma, il primo requisito di un testo √® che dica cosa sensate, non senza senso, di l√† dalla forma in cui √® scritto.
– Senza essere stato nominato e senza aver ottenuto riconoscimenti in precedenti competizioni, l’autore √® libero di presentare le sue opere? Anche qui si pu√≤ esprimere lo stesso concetto in modo pi√Ļ chiaro, elegante e meno faticoso: Un autore che non abbia presentato domande ad altre competizioni pu√≤ presentare le sue opere?

Fabio Rossi 

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QUESITO:

La mia domanda riguarda la traduzione del seguente testo in lingua inglese.

“Having worked with any number of students through the years, I feel that meditators should follow the breathing where it seems most vivid and comfortable to them, where it is most likely to hold their attention. None of these places will always, in every sitting, remain the most vivid. But it is important not to keep jumping from one to another, feeding an already restless mind”.

Nella frase¬†None of this places will always, in every sitting, remain the most vivid¬†l’avverbio¬†always¬†non significa ‘in tutte le sedute’, sta solo dicendo che sempre in ogni seduta accade questo?¬†Per spiegarmi meglio, non sta spiegando tra le parentesi cosa intende per¬†always.

 

RISPOSTA:

La parte tra virgole,¬†in every sitting, contraddice il verbo¬†remain, perch√© il fatto che i posti non rimarranno vividi nel ricordo riguarda certamente la vita futura oltre le sedute, non le sedute di¬†meditazione¬†future. La traduzione che mi sembra pi√Ļ plausibile √® questa: “Nessuno di questi posti sperimentati nelle sedute rimane mai¬†pi√Ļ vivido degli altri”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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QUESITO:

Se¬†scrivendo una frase come “Voleva la medaglia d’oro, ma fall√¨”, siccome si intende¬†che fall√¨ non nel volere la medaglia ma nell’ottenerla, quest’ultimo verbo √® sottinteso?

 

RISPOSTA:

Nella frase, in teoria se non si specifica in che cosa il soggetto fallisca, il verbo¬†fallire¬†si riferisce al¬†volere;¬†la logica, per√≤, consente di colmare questo vuoto e chiarisce che il fallimento non pu√≤ che riguardare l’ottenimento della medaglia.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coerenza
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QUESITO:

Queste due frasi sono scritte correttamente, anche a livello di punteggiatura? In particolar modo, mi interessa sapere se la congiunzione causale¬†perch√©¬†√® appropriata per la frase oppure se ci sono altri modi per formularla meglio. La stessa cosa per quanto riguarda la seconda, cio√® se anche quest’ultima √® scritta correttamente o se si pu√≤ formulare meglio. Inoltre mi interessa sapere se la virgola prima di¬†fino a quando¬†sia corretta oppure facoltativa. Nel caso in cui fosse opzionale, vorrei sapere quale sia la differenza fra le due varianti.¬†

1a) In seguito la ragazza tenta di afferrare lo spillo, ma inizialmente non ci riesce perché è eccessivamente minuscolo; tuttavia non si arrende, e finalmente dopo diversi sforzi riesce ad afferrarlo.
1b) In seguito la ragazza tenta di afferrare lo spillo, ma inizialmente non riesce: è eccessivamente minuscolo. Tuttavia non si arrende, e finalmente dopo diversi sforzi riesce ad afferrarlo.

2a) La ragazza lascia che l’olio coli gi√Ļ dalla bottiglia fino a quando la pozzanghera d’olio diventa cos√¨ grande che inizia ad allagare tutta la cantina. Va avanti cos√¨ per 2 minuti.
2b) La ragazza lascia che l’olio coli gi√Ļ dalla bottiglia, fino a quando la pozzanghera d’olio diventa cos√¨ grande che inizia ad allagare tutta la cantina. Va avanti cos√¨ per 2 minuti.

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti sono possibili e tutto sommato ben scritte, con qualche sbavatura nella prima frase. In questa, il¬†perch√©¬†√® appropriato: alternative ugualmente valide sono¬†in quanto,¬†dal momento che,¬†poich√©,¬†visto che,¬†dato che. Aspetti migliorabili della frase sono altri: l’omissione del soggetto nella proposizione causale √® inappropriata perch√© il soggetto della proposizione reggente √® diverso; l’espressione¬†eccessivamente minuscolo, inoltre, √® ridondante, visto che¬†minuscolo¬†√® semanticamente un superlativo (sarebbe come dire¬†troppo minuscolo); l’espressione¬†dopo diversi sforzi¬†richiede un incassamento interpuntivo, perch√© √® un’espansione, ovvero un dettaglio aggiuntivo, inserita in mezzo alla frase.¬†L’espressione¬†riesce ad afferrarlo, infine, √® ripetitiva rispetto allo sviluppo precedente della frase: poco prima, infatti, √® scritto¬†tenta di afferrare… non ci riesce. Quest’ultima osservazione √® di natura stilistica: la ripetizione √®, in questo caso, sgradevole ma grammaticalmente legittima.
La prima versione della prima frase, pertanto, può essere migliorata così:

In seguito la ragazza tenta di afferrare lo spillo, ma inizialmente non ci riesce perché esso / questo è minuscolo / troppo piccolo; tuttavia non si arrende, e finalmente, dopo diversi sforzi, lo prende / ha successo.

Per la seconda versione della prima frase valgono le stesse osservazioni fatte per la prima versione. Per quanto riguarda la punteggiatura alternativa, √® una soluzione valida tanto quanto la prima. I due punti svolgono qui la funzione di anticipare una spiegazione di quanto √® stato detto prima; in questa versione, pertanto, la proposizione¬†√® eccessivamente minuscolo¬†√® esplicativa, non causale (come se fosse¬†infatti √® eccessivamente minuscolo). Si noti che il collegamento giustappositivo (ovvero la coordinazione tramite punteggiatura) tra la proposizione precedente e quella seguente i due punti rende pi√Ļ accettabile l’omissione del soggetto di quest’ultima: non √®, quindi, necessario inserire al suo interno un pronome con la funzione di soggetto.
Il punto prima di¬†tuttavia¬†separa pi√Ļ nettamente la prima parte dalla seconda, creando due frasi, quindi due informazioni, distinte, mentre nella prima versione il punto e virgola separava le due parti mantenendo un collegamento logico pi√Ļ stretto.¬†Allo stesso modo, la virgola prima di¬†e tuttavia¬†crea una piccola frattura logica tra l’informazione¬†non si arrende¬†e quella che segue, per cui la frase andr√† interpretata come una sequenza di due informazioni tra loro collegate, non come un’unica informazione. Alla luce dell’aggiunta delle virgole che racchiudono¬†dopo diversi sforzi¬†√® sensato non inserire questa virgola, per evitare la sequenza¬†, e finalmente, dopo diversi sforzi,¬†(si tratta, comunque, di una scelta stilistica: in nessuno dei due casi si incorre in errore).¬†
La virgola prima di¬†fino a quando nella seconda frase opera allo stesso modo della virgola prima di¬†e finalmente: produce una piccola frattura logica tra la parte precedente e quella successiva, indicando che la frase contiene due informazioni tra loro strettamente collegate, non un’unica informazione complessa. Senza virgola l’azione del¬†lasciar colare¬†√® vista nell’ottica dell’allagare la cantina: la ragazza lascia colare l’olio proprio con questo scopo; con la virgola, invece, l’azione del¬†lasciar colare¬†√® autonoma e l’allagamento √® rappresentato come una conseguenza collegata, ma non insita nell’azione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coerenza
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QUESITO:

Ho dei dubbi riguardo alla frase:
“Ma tale adempimento √® stato, appunto, compiuto e la contestazione dei ricorrenti circa le modalit√† di svolgimento di tale ascolto √® del tutto apodittica e non autosufficiente essendo stata estrapolata una frase da un contesto ben pi√Ļ ampio.”
La domanda è: la frase è espressa in modo corretto?
La contestazione dei ricorrenti √® ritenuta apodittica e non autosufficiente perch√® l’adempimento √® stato compiuto o perch√® √® stata estrapolata una frase? Oppure vi √® il concorso di entrambe le circostanze?

 

RISPOSTA:

In questa forma, la frase collega le qualit√† della contestazione soltanto all’estrapolazione della frase. Va detto che la scelta del gerundio passivo non aiuta la comprensione, perch√© rende ambiguo il riferimento tematico. Suggerisco, pertanto, di riformulare cos√¨:¬†
“Ma tale adempimento √® stato, appunto, compiuto e la contestazione dei ricorrenti circa le modalit√† di svolgimento di tale ascolto √® del tutto apodittica e non autosufficiente poich√© basata sull’estrapolazione di una frase da un contesto ben pi√Ļ ampio.”
Rilevo, inoltre, una scelta lessicale non felice:¬†apodittico¬†significa ‘autoevidente, logico, che non necessita dimostrazioni’, mentre¬†non autosufficiente¬†significa, in questo contesto, ‘che necessita di ulteriori prove’ (sempre che io interpreti correttamente la frase): sembra, quindi, da una parte che i due aggettivi si contraddicano, dall’altra che soltanto il secondo sia coerente con il rigetto della contestazione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

Potreste indicarmi se nelle due espressioni sottostanti¬†la data si riferisce all’inizio del pagamento del mantenimento o¬†all’inizio della rivalutazione Istat?
1. In ordine all‚Äôentit√† di detto assegno, che la ricorrente ha chiesto determinarsi nella somma di euro XXX, si ritiene congruo, anche tenuto conto dell‚Äôattuale¬†condizione lavorativa del marito, di determinarlo nella somma di euro¬†YYY mensili, importo da rivalutare¬†annualmente secondo indici Istat, a decorrere dall’1.6.2022.
2. … determina il contributo al mantenimento dei minori da parte del padre,¬†nella somma di euro YYY mensile, da¬†versare alla moglie entro il giorno cinque di ogni mese importo da¬†rivalutare annualmente secondo indici Istat, a decorrere dall‚Äô1.6.2022.

 

RISPOSTA:

La data si riferisce all’inizio del pagamento. Non solo √® pi√Ļ logico che sia cos√¨ (sarebbe, infatti, stranamente pignolo richiedere che la rivalutazione parta da un momento intermedio dell’anno e non dall’inizio dell’anno, come, del resto, suggerisce l’aggettivo¬†annualmente), ma √® anche la punteggiatura che lo chiarisce. Nel primo stralcio, la parte che si trova tra due virgole (, importo da rivalutare¬†annualmente secondo indici Istat,)¬†va considerata un inciso, quindi potrebbe anche essere estratta, lasciando¬†determinarlo nella somma di euro¬†YYY mensili a decorrere dall’1.6.2022. Vero √® che la mancanza di un verbo che regga¬†a decorrere¬†dall’1.6.2022¬†rende un po’ forzata la costruzione e induce quindi a collegare la proposizione a¬†rivalutare, ma tale collegamento sarebbe indebito. Il secondo stralcio ha una costruzione meno chiara, ma in compenso presenta il verbo¬†versare, che regge¬†a decorrere¬†dall’1.6.2022. Quest’ultima proposizione, inoltre, √® separata con la virgola da¬†rivalutare annualmente secondo indici Istat, a rafforzare la separazione tra le due informazioni.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Parlando con uno straniero mi √® venuto un dubbio. √ą meglio dire¬†ero interessato a¬†questa cosa¬†o¬†me ne ero interessato? Gli ho detto che erano due espressioni equivalenti invece ora mi rendo conto che hanno un significato diverso. Lui¬†intendeva dire che una cosa aveva destato interesse in lui per un po’, ma voleva sapere come dirlo senza indicare quella cosa specifica.
Il mio dubbio è questo: posso dire ero interessato a questa cosa senza un pronome indiretto o devo dire
mi interessava questa cosa? Mi ha chiesto se si può usare il ne al posto di questa cosa, ma così mi sembra che cambi il senso. Leggendo sulla Treccani sembra che sia giusto solo interessarsi a, ma a me le frasi ero interessato a lui e mi sono interessata a lui sembrano diverse.

 

RISPOSTA:

Nella sua domanda si sovrappongono due questioni diverse: da una parte la differenza tra il verbo¬†interessarsi¬†e l’espressione¬†essere interessato; dall’altra la possibilit√† di pronominalizzare (ovvero sostituire con un pronome) il sintagma proposizionale¬†a questa cosa¬†con¬†ne.¬†
Per quanto riguarda la prima questione,¬†interessarsi¬†√® quasi un sinonimo di¬†essere interessato; contiene, per√≤, una sfumatura di partecipazione emotiva del soggetto non riscontrabile in¬†essere interessato. Con¬†interessarsi, cio√®, si descrive l’interesse come attivo, non statico; per questo motivo¬†interessarsi¬†significa anche ‘prendersi cura, occuparsi’, e persino ‘intervenire per la risoluzione di un problema’.¬†
Oltre alla differenza semantica, tra le due forme c’√® una differenza sintattica, perch√©¬†interessarsi¬†richiede la preposizione¬†a¬†quando √® sinonimo di¬†essere interessato, la preposizione¬†di¬†quando¬†significa ‘prendersi cura, occuparsi’ o ‘provvedere per la risoluzione di un problema’;¬†essere interessato, invece, richiede sempre la preposizione¬†a, mai¬†di. Come conseguenza,¬†essere interessato a una cosa¬†√® molto simile a¬†interessarsi a una cosa;¬†interessarsi di una cosa, invece, significa tutt’altro, ovvero ‘occuparsi di una cosa’, oppure ‘provvedere’ (nel caso in cui¬†la cosa¬†sia una problema da risolvere).¬†
A rigore, un complemento di termine (come¬†a una cosa) pu√≤ essere pronominalizzato con¬†gli¬†o¬†le; questi pronomi, per√≤, hanno un chiaro riferimento umano e difficilmente li associamo a oggetti inanimati; in questo caso, inoltre, il complemento di termine non indica una persona a cui viene dato qualcosa, ma soltanto l’oggetto di un interesse (e pu√≤ essere definito, infatti,¬†complemento oggetto preposizionale), quindi rifiuta a maggior ragione la pronominalizzazione con i pronomi indiretti. Per questo motivo un parlante nativo non direbbe mai¬†esserle interessato¬†(o¬†io le sono interessato), ma preferir√† sempre¬†essere interessato a una / quella cosa¬†(e¬†io sono interessato a una / quella cosa). Lo stesso vale per¬†interessarsi: nessun parlante direbbe¬†interessarlesi¬†(o¬†io le mi interesso), ma dir√† sempre¬†interessarsi a una / quella cosa¬†(e¬†mi interesso a una / quella cosa).¬†
Diversamente, un complemento di specificazione o partitivo pu√≤ essere pronominalizzato quasi sempre con¬†ne, per questo √® possibile dire¬†interessarsene. Si badi, per√≤, che non √® possibile dire *esserne interessato¬†perch√© significherebbe *essere interessato di una cosa, che non √® corretto. Inoltre,¬†interessarsene¬†non significa¬†essere interessato a una cosa, ma ‘occuparsi di una cosa’ oppure ‘provvedere alla risoluzione di un problema’.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il pronome¬†ne¬†pu√≤ alludere a due sintagmi distinti all’interno della stessa frase? In questi casi ci si affida alla logica, che ci permetterebbe di risalire al giusto riferimento, oppure esiste una regola grammaticale che inibisce tutto ci√≤?
Un esempio: “Abbiamo intervistato una ragazza di diciotto anni, ma dovremmo intervistarne anche una che ne avesse venti”.

 

RISPOSTA:

La costruzione √® possibile e corretta: come ha supposto lei, in casi come questi la logica permette di ricondurre i due pronomi ognuno al suo antecedente. Piuttosto, nella sua frase la sbavatura √® il tempo del congiuntivo nella proposizione relativa; visto che la qualit√† dell’et√† √® presente, il congiuntivo deve essere presente (che ne abbia venti).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Pronome
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QUESITO:

Ho un dubbio circa la seguente costruzione:
“Michele ascolt√≤ la storia della sua adolescenza vista dall’esterno: in quelle parole, lucide, c’era tutto lui stesso”.
√ą corretto scrivere (o dire)¬†lui stesso, o si sarebbe dovuto propendere per¬†se stesso?

 

RISPOSTA:

Questa frase √® senz’altro un caso limite: rappresenta una situazione in cui una persona sente parlare di s√© da un’altra persona. Non √® sorprendente che questo provochi una certa confusione nei riferimenti dei pronomi. A rigore,¬†s√©¬†rimanda al soggetto della frase, quindi nella frase¬†in quelle parole, lucide, c’era tutto lui stesso¬†non si pu√≤ usare, perch√© il soggetto della frase non √® Michele, bens√¨¬†tutto lui stesso. Ne consegue che¬†lui stesso¬†√® il pronome corretto. Nello stesso tempo, per√≤, √® evidente che¬†tutto lui stesso¬†√® proprio Michele, quindi¬†s√© stesso¬†√® giustificabile per logica.
Piccola notazione grafematica: nonostante l’inveterata abitudine a scrivere¬†s√©¬†senza accento quando √® seguito da¬†stesso, consiglio di mantenere sempre l’accento, perch√© la parola √® sempre la stessa e non c’√® ragione di modificarne la grafia.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla correttezza dei verbi in questa frase: “Gi√† piangeva,¬†prima di sapere se l’avrei interrogata”.

 

RISPOSTA:

Le forme verbali sono corrette: l’infinito¬†sapere¬†nella temporale √® richiesto dall’identit√† di soggetto tra la temporale stessa e la reggente ed √® in linea con la consecutio temporum, perch√© il¬†sapere¬†√® successivo al¬†piangere. Il condizionale passato¬†avrei interrogata¬†nella interrogativa indiretta¬†√® a sua volta in linea con la consecutio, perch√© l’evento √® successivo rispetto a un altro evento passato, ovvero¬†sapere¬†(consideriamo l’evento del¬†sapere¬†passato perch√© esso √® successivo rispetto a un tempo passato). Si intende, ovviamente, che il pronome eliso¬†l’¬†stia per¬†la, cos√¨ da giustificare il participio femminile singolare¬†interrogata.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quando √® possibile non usare il trapassato prossimo?¬†Nelle seguenti frasi, l’anteriorit√† non viene espressa con il trapassato ma con gli avverbi di tempo:
“Stamattina Franco mi ha detto che ieri¬†√® andato¬†dal medico”.
“Marta ha detto che ieri¬†√® rimasta¬†a casa tutto il giorno”.
Forse se l’avverbio di tempo esprime chiaramente la relazione dei due fatti passati non √® necessario esprimerla con i tempi passati? Quindi sarebbe sbagliata la frase con il trapassato?
Nell due frasi seguenti al passato per√≤ bisogna esprimere l’anteriorit√†¬†con il trapassato. Quindi non sarebbero giuste con il passato prossimo?
“A casa di Lucia ho rivisto una ragazza che¬†avevo conosciuto¬†qualche mese fa in discoteca”.
“Ieri Giulio mi ha reso i soldi che gli¬†avevo prestato¬†un mese fa”.
Nelle seguenti frasi al futuro¬†bisogna usare il passato prossimo o il futuro anteriore? O tutto dipende dal fatto che l’azione sia gi√† accaduta o no?
“A voce ti dir√≤ come¬†sono / saranno andate¬†le cose con Franco”.
Sono andate = già di sicuro sono accadute;
saranno andate = queste cose non sono ancora avvenute.
“Se Luisa non ci vedr√† alle sei, penser√† che¬†ci siamo / ci saremo dimenticati¬†dell‚Äôappuntamento.¬†
“Diremo ai nostri amici che¬†siamo / saremo dovuti¬†restare a casa fino a quando torner√† Carlo”.
“Sergio sar√† sicuro che noi¬†abbiamo / avremo sbagliato¬†strada”.
“Quando vedranno che il figlio¬†√® / sar√† rimasto¬†a dormire fuori, si arrabbieranno certamente.

 

RISPOSTA:

La ragione della preferenza per il passato nelle proposizioni subordinate completive nelle prime due frasi √® senz’altro la vicinanza dell’evento della reggente al presente e, in pi√Ļ, la presenza dell’avverbio¬†ieri¬†nella subordinata, che instaura una relazione diretta con il presente (ovvero con il momento dell’enunciazione), non con il momento di riferimento, rappresentato dal verbo della reggente. Se modifichiamo¬†ieri¬†con¬†il giorno prima, vediamo che il trapassato diviene molto meno forzato (per poterlo fare, per√≤, dobbiamo anche spostare la principale indietro nel tempo):¬†“L’altro giorno Franco ha detto che il giorno prima¬†√® / era andato¬†dal medico”;¬†“Marta ha detto che il giorno prima¬†√® / era rimasta¬†a casa tutto il giorno”. Il passato nella completiva rimane possibile anche spostando indietro nel tempo l’evento della reggente: questo avviene perch√© nella reggente c’√® ancora il passato prossimo, che mantiene una relazione logica con il presente. Se sostituiamo il passato prossimo con il passato remoto o con l’imperfetto, il passato prossimo nella completiva diviene quasi impossibile:¬†“Franco disse / diceva che il giorno prima¬†era andato¬†dal medico”;¬†“Marta disse / diceva che il giorno prima¬†era rimasta¬†a casa tutto il giorno”.¬†
Nelle seconde due frasi le subordinate sono relative, non completive. Le relative sono del tutto svincolate dalla consecutio temporum e prendono il tempo che serve a indicare il momento in cui √® avvenuto l’evento. Il tempo usato a volte coincide con quello della consecutio (come nei suoi esempi), ma pu√≤ essere diverso; ce ne accorgiamo perch√© possiamo usare al suo interno il passato remoto, che nella consecutio temporum non √® contemplato:¬†“A casa di Lucia ho rivisto quella ragazza di cui ti¬†parlai¬†qualche mese fa in discoteca”.
Nell’ultimo gruppo di frasi, infine, si pu√≤ usare il passato prossimo e il futuro anteriore. La differenza √® nel punto di vista da cui si guarda l’evento della completiva. Prendiamo ad esempio la prima frase (“A voce ti dir√≤ come¬†sono / saranno andate¬†le cose con Franco”):¬†se si considera il momento¬†dell’evento della reggente (dir√≤) come futuro rispetto al momento dell’enunciazione (adesso) nella completiva si user√† il futuro anteriore (saranno andate), se lo si considera come coincidente con il momento dell’enunciazione (dir√≤¬†= adesso) si user√† il passato prossimo (sono andate). In questo secondo caso, ovviamente, si fa una piccola forzatura logica, immaginando di spostarsi per un attimo nel futuro e di guardare l’evento della completiva da quel punto di vista come se fosse presente.¬†I parlanti fanno spesso tale forzatura per semplificare la costruzione delle frasi eliminando il problema del momento di riferimento. Questa scelta comporta una conseguenza negativa: si crea ambiguit√† tra i punti di vista. Il passato prossimo, infatti, pu√≤ riferirsi anche a un momento precedente all’evento della reggente. In¬†“A voce ti dir√≤ come¬†sono andate¬†le cose con Franco”, cio√®,¬†sono andate¬†pu√≤ essere successo prima di adesso (momento dell’enunciazione) o prima di¬†dir√≤¬†(momento di riferimento = momento dell’enunciazione). Il fatto che il passato prossimo sia pi√Ļ ambiguo del futuro anteriore lo rende pi√Ļ trascurato; spesso, per√≤, nella comunicazione reale l’ambiguit√† si risolve in altri modi, per cui il passato prossimo √® un’opzione valida.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coerenza
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questa frase è vero che vanno bene entrambe le forme verbali? 
Ho saputo che Nicola domenica prossima sarebbe partito / partir√† con la macchina e non con l’aereo.

 

RISPOSTA:

L’indicativo futuro √® preferibile per due ragioni: 1. quando il momento dell’enunciazione, cio√® adesso, si inserisce tra il momento di riferimento (in questo caso quello in cui¬†ho saputo) e il momento dell’evento (partir√†), il momento dell’enunciazione attrae il tempo dell’evento, che quindi entra in relazione con il presente; 2. il passato prossimo (ho saputo) √® proiettato sul presente, per cui spesso si comporta come il presente nella consecutio temporum. Il condizionale passato non si pu√≤ dire scorretto, ma √® forzato; sarebbe pi√Ļ adatto in dipendenza da un imperfetto o un passato remoto:¬†sapevo¬†/ mi dissero¬†che domenica prossima sarebbe partito. Per la ragione 1. spiegata sopra, comunque, anche in questo caso si pu√≤ usare anche l’indicativo futuro:¬†sapevo¬†/ mi dissero¬†che domenica prossima partir√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Le locuzioni¬†a meno che¬†e a¬†a meno di¬†sono intercambiabili a prescindere dalla costruzione che vadano a comporre? Se e quando sarebbe eventualmente opportuno sceglierne una a discapito dell’altra?
Nel caso, ad esempio, di coincidenza dei soggetti di reggente e subordinata, √® suggerito l’uso di¬†a meno di, per evitare che si vengano a creare difficolt√† interpretative?¬†
Lo studente sarebbe stato ammesso all’universit√†, a meno di non sbagliare l’esame finale.¬†
Lo studente sarebbe stato ammesso all’universit√†, a meno che non sbagliasse (avesse sbagliato?) l’esame finale.¬†
Chiedo, infine, se la scelta tra congiuntivo presente o congiuntivo imperfetto, oppure tra imperfetto e trapassato (come nell’esempio sopra), dipende dal grado di attuazione dell’evento che descrivono.¬†
Non vorrei farlo, a meno che lui non me lo chieda/chiedesse.

 

RISPOSTA:

Come mostrato dai suoi esempi,¬†a meno che¬†introduce una proposizione eccettuativa esplicita, al congiuntivo o all’indicativo,¬†a meno di¬†introduce la stessa proposizione implicita, cio√® all’infinito. La domanda, pertanto, dovrebbe riguardare la differenza non tra le due locuzioni congiuntive, ma tra le due costruzioni della proposizione. Questa proposizione si costruisce quasi sempre in modo esplicito (quindi √® introdotta da¬†a meno che); il modo implicito (per il quale √® richiesta¬†a meno di)¬†si pu√≤ usare soltanto quando il soggetto coincide con quello della reggente, ma anche in questo caso la costruzione esplicita √® comunissima, come si vede ancora dai suoi esempi.
Per quanto riguarda i tempi del congiuntivo all’interno di questa proposizione, essi dipendono dalla consecutio temporum: il presente indica contemporaneit√† o posteriorit√† rispetto al presente, l’imperfetto contemporaneit√† o posteriorit√† rispetto al passato, il passato anteriorit√† rispetto al presente, il trapassato anteriorit√† rispetto al passato. Il condizionale passato, infine, pu√≤ essere usato in alternativa con il congiuntivo imperfetto per indicare la posteriorit√† rispetto al passato. Da questo quadro consegue che le due varianti della seconda frase sono corrette, ma diverse:¬†a meno che non sbagliasse¬†descrive l’evento come posteriore rispetto al momento di riferimento passato implicito nella frase, sullo stesso piano di¬†sarebbe stato ammesso, anch’esso posteriore rispetto allo stesso momento di riferimento implicito;¬†a meno che non avesse sbagliato, invece, descrive l’evento come precedente rispetto a¬†sarebbe stato ammesso. Nella frase finale la situazione √® leggermente diversa:¬†a meno che non me lo chiedesse¬†dovrebbe essere impossibile, perch√© il verbo reggente √® al presente, ma il condizionale¬†vorrei¬†avvicina la frase a un periodo ipotetico del secondo tipo =¬†lo farei se lui me lo chiedesse, che rende l’imperfetto accettabile (ma non preferibile). Non a caso, se al condizionale¬†vorrei farlo¬†sostituiamo l’indicativo, l’imperfetto diviene difficilmente giustificabile (*non lo faccio a meno che lui non me lo chiedesse), perch√© il modello del periodo ipotetico non √® pi√Ļ attivato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coerenza
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase seguente si possono usare entrambi i verbi?
“Lucia si stanc√≤ di parlare con l‚Äôamico Stefano quindi gli disse che¬†doveva andare¬†/¬†sarebbe andata¬†a fare la spesa”.

 

RISPOSTA:

I verbi sono corretti, ma ci sono delle differenze tra l’uno e l’altro. Il primo esprime l’idea di futuro nel passato, ovvero di un evento¬†(andare)¬†successivo a un altro passato (disse), con l’indicativo imperfetto; il secondo fa lo stesso con il condizionale passato. L’indicativo imperfetto √® meno formale, pi√Ļ familiare e adatto al parlato rispetto al condizionale passato, che √® comunque adatto a tutti i contesti. La scelta tra l’uno e l’altro verbo andr√† fatta, quindi, sulla base del registro che si vuole tenere nel discorso.¬†
Il primo, inoltre, integra il servile¬†dovere, che aggiunge una sfumatura di significato assente nel secondo. Con il primo verbo, infatti, l’azione dell’andare¬†√® rappresentata come obbligata, non come certa (il soggetto dice che¬†deve¬†andare, lasciando aperta la possibilit√† che scelga di non andare); con il secondo, invece, l’azione √® rappresentata come gi√† stabilita, anche se permane un minimo grado di incertezza necessariamente legato all’idea stessa di futuro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi interpello a proposito della posizione e della funzione che possano, di volta in volta, assumere nomi e pronomi all’interno di un periodo. Partiamo con le seguenti costruzioni:
1A) Se non potesse farti una visita, Marco potrebbe telefonarti?
1B) Se Marco non potesse farti una visita, potrebbe telefonarti?
2A) Quando lui le passò accanto, Donatella lo guardò con attenzione.
2B) Quando lui passò accanto a Donatella, lei lo guardò con attenzione.
Nonostante il significato sia il medesimo, quale costruzione consigliereste?
Procediamo con il secondo e ultimo caso:
3) Ognuno all’occorrenza presenterebbe la propria motivazione. Queste / Esse sarebbero quindi valutate da una commissione speciale.
Queste¬†/¬†Esse¬†si riferiscono alle¬†motivazioni¬†considerate nella loro totalit√† (e ci√≤ mi pare che sia facilmente arguibile dalla semantica della frase). Ma a livello grammaticale √® corretto usare un pronome plurale per riferirsi a un soggetto o a un complemento che, come nell’esempio sopraindicato, √® al singolare?

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda le frasi 1 e 2 la preferenza √® legata al contesto in cui le frasi sono inserite, visto che sono tutte ugualmente corrette. La frase 1A ritarda la presentazione di un elemento (Marco) introducendolo la prima volta con una ellissi (se non potesse); la 2A fa quasi lo stesso, ma usa un pronome (le) che rimanda alla presentazione successiva¬†(Donatella) dell’elemento anticipato, e vieve detto per questo¬†cataforico. Nella frase 1B, al contrario, l’elemento viene presentato fin da subito in forma piena, e poi ripreso nella 1B con una ellissi (potrebbe); nella 2B, infine, l’elemento introdotto √® ripreso con un pronome (lei) che rimanda all’indietro, e viene detto per questo¬†anaforico.
La costruzione cataforica √® pi√Ļ insolita e sorprendente; √® adatta allo scritto pi√Ļ che al parlato, e in particolare a uno scritto in cui spicchi la funzione poetica, ovvero l’uso della lingua a scopo estetico, per suscitare emozioni nel lettore.
Nella frase 3 la concordanza tra il nome singolare (motivazione) e un¬†pronome plurale (queste¬†o¬†esse) √® al limite dell’accettabilit√†. Per quanto¬†Ognuno… la propria motivazione¬†sia logicamente assimilabile a¬†tutti… le proprie motivazioni, grammaticalmente l’accordo √® scorretto. Preferibile √®, pertanto,¬†Questa / Essa sarebbe quindi valutata…, oppure, appunto,¬†Tutti… le proprie motivazioni. Queste / Esse sarebbero quindi valutate…¬†Possibile anche una soluzione di compromesso:¬†Ognuno… la propria motivazione. Tutte le motivazioni presentate sarebbero quindi valutate…
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Le frasi¬†“Io vengo a Milano” e “Io vado a Milano” hanno lo stesso significato e sono entrambe corrette?

 

RISPOSTA:

Sono entrambe corrette ma hanno un significato leggermente diverso. Il verbo¬†andare¬†significa ‘spostarsi verso un posto nel quale non sono presenti n√© il parlante n√© la persona con cui si sta parlando’;¬†venire, invece, significa ‘spostarsi verso un posto dove sono presenti o il parlante, o la persona con cui si sta parlando, o entrambi’. Quindi¬†vado a Milano¬†implica che la persona con cui si sta parlando non sia a Milano (e ovviamente neanche il parlante, visto che √® lui che si sposta);¬†vengo a Milano¬†implica che la persona con cui si sta parlando sia a Milano (ma, ancora, non il parlante, visto che √® lui che si sposta).
Se la persona che si sposta è quella a cui ci si rivolge (tu o voi) o una terza persona, è il luogo in cui si trova il parlante a determinare la scelta: tu vai a Milano / Mario va a Milano (se il parlante non è a Milano); tu vieni a Milano / Mario viene a Milano (se il parlante è a Milano).
Si noti che la terza persona non è influente nella scelta tra i due verbi: contano soltanto il parlante e la persona a cui il parlante si rivolge. Vengo a Milano con Mario se la persona a cui mi rivolgo è a Milano; vado a Milano con Mario se la persona a cui mi rivolgo non è a Milano; tu vai a Milano / Mario va a Milano con Andrea (se il parlante non è a Milano); tu vieni a Milano / Mario viene a Milano con Andrea (se il parlante è a Milano).
Nel caso in cui nessuno degli interlocutori sia nel luogo verso dove il soggetto di prima o seconda persona (io / noi¬†o¬†tu / voi) si sposta, ma uno dei due accompagni l’altro, si sceglie ancora¬†venire, anche se di norma sarebbe richiesto¬†andare; per questo si dice¬†vengo a Milano con te¬†e¬†vieni a Milano con me¬†(anche se √® chiaro che nessuno di noi due si trova a Milano) e non¬†vado a Milano con te, n√©¬†vai a Milano con me. Un confronto tra italiano e inglese a proposito di quest’uso si pu√≤ leggere nella risposta “Andare e venire tra italiano e inglese” dell’archivio di DICO.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Coerenza
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QUESITO:

Riconosco di incontrare talvolta un qualche problema nel risalire alla cosa o alla persona cui si riferisce il ne. Un esempio è questo:
1a) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© ne acquisisca il metodo”.
Ecco: chi deve acquisire il metodo di chi?
Supporrei che sia Giulia a dover imparare da Valentina. Nel caso la mia interpretazione sia giusta, se volessimo ribaltare i ruoli, dovremmo escogitare formule pi√Ļ precise (ma meno snelle) come
1b) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© questa acquisisca il metodo di quella” oppure basterebbe
1c) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© quest’ultima ne acquisisca il metodo”?
Mi chiedo inoltre se la grammatica ci dia regole ferree a tal proposito, oppure se ci si possa sempre affidare alla logica.
Porto un altro esempio che mi è capitato di formulare:
2a) “Bisogna associare l’autorimessa all’appartamento, affinch√© ne diventi pertinenza”.
Seguendo la sola logica, la frase √® di immediata comprensione: l’unico immobile destinato a diventare pertinenza pu√≤ essere l’autorimessa. Ma prescindendo dalla logica, la frase √® corretta sotto il profilo sintattico?
Se essa fosse stata costruita diversamente, invertendo le posizioni dei complementi, per ottenere lo stesso messaggio, avremmo potuto scrivere
2b) “Bisogna associare l’appartamento all’autorimessa, affinch√© quest’ultima diventi la sua pertinenza”?

 

RISPOSTA:

Il collegamento tra i pronomi e i nomi (o gli altri pronomi) a cui questi si riferiscono √® un punto in cui la grammatica incontra la testualit√†. Da una parte, infatti, abbiamo l’accordo morfologico, ovvero l’adattamento del pronome al nome a cui si riferisce (nel caso di¬†ne¬†questo adattamento non si vede, perch√© questo pronome √® invariabile), dall’altra abbiamo la coreferenza, ovvero la capacit√† di pi√Ļ parole di rimandare allo stesso referente. Nella sua frase 1a, per esempio,¬†Valentina¬†e¬†ne¬†rimandano allo stesso referente, che √® la persona di Valentina. La coreferenza richiede sempre un minimo di sforzo interpretativo da parte del ricevente, perch√© non √® di per s√© evidente che, rimanendo al nostro esempio,¬†Valentina¬†e¬†ne¬†rimandino alla stessa persona, visto che sono parole cos√¨ diverse.¬†Nella stessa proposizione finale in cui si trova¬†ne¬†c’√® anche un’altra forma coreferenziale: l’ellissi del soggetto di¬†acquisisca. L’ellissi √® una forma coreferenziale perch√© rimanda a un referente presentato attraverso un nome da qualche parte nella stessa frase (come in questo caso), oppure in un’altra frase del testo. Risalire alla parola con cui l’ellissi √® coreferente √® in teoria molto difficile, proprio perch√© l’ellissi si realizza come la sottrazione di una parola o un gruppo di parole (o sintagma).¬†
Per favorire l’interpretazione coreferenziale da parte del ricevente, ovvero il corretto rimando da un pronome, o da un’ellissi, all’elemento coreferente, l’emittente deve rispettare alcune regole nella costruzione della frase. La coreferenza, quindi, coinvolge anche la sintassi. Nell’esempio, il dubbio sul collegamento tra¬†ne¬†e¬†Valentina¬†potrebbe nascere a causa della presenza, nella proposizione reggente, di due nomi in astratto collegabili a¬†ne:¬†Giulia¬†e¬†Valentina,¬†e dall’ellissi del soggetto del verbo¬†acquisire. In questa situazione, il ricevente potrebbe rimanere nel dubbio su chi sia che deve acquisire il metodo da chi. Tale dubbio √® risolto immediatamente dalla regola secondo cui il soggetto ellittico di una subordinata deve coincidere con il soggetto della proposizione reggente. Ne consegue che il soggetto di¬†acquisisca¬†√® lo stesso di¬†studi, ovvero¬†Giulia. Per esclusione, quindi,¬†ne¬†rimanda a¬†Valentina. Lo stesso vale per la frase 2a: il soggetto di¬†diventi¬†deve essere¬†l’autorimessa, quindi¬†ne¬†rimanda all’appartamento.
Il suo ragionamento sull’inversione dei ruoli sintattici nelle subordinate √® corretto: per farlo bisogna esplicitare il soggetto delle subordinate, attraverso un pronome (come nelle frasi 1b e 2b) o anche attraverso un sintagma nominale, per esempio:¬†“Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√©¬†Valentina¬†acquisisca…”. Una volta esplicitato il soggetto della subordinata, si pu√≤ usare anche¬†ne¬†per rimandare all’altro possibile elemento coreferente, non pi√Ļ ambiguo, come nella frase 1c.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Nome, Pronome, Retorica
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QUESITO:

Vorrei sottoporvi la seguente frase:
“Preferirei che gli regalassero qualcosa che usa / userebbe / usasse volentieri”.
In questa frase possono essere utilizzati tutti e tre i modi verbali in parentesi? Oppure qual è quello giusto da adottare?

 

RISPOSTA:

Tutte e tre le forme sono corrette; ognuna produce un significato diverso, adatto a situazioni diverse.
Normalmente la proposizione relativa richiede il modo indicativo se descrive un fatto o il condizionale se descrive un evento condizionato. Nella sua frase, pertanto,¬†usa¬†indica che il¬†qualcosa¬†regalato √® effettivamente usato dal destinatario del regalo. Si tratta di una situazione a rigore illogica, perch√© il destinatario non pu√≤ usare un oggetto prima che gli sia regalato; a meno che chi parla non si stia augurando (ma non sembra che sia cos√¨) che al destinatario sia regalato qualcosa che gi√† possiede. La frase pu√≤ comunque essere interpretata con meno rigore, attribuendo a¬†qualcosa¬†il significato di ‘qualcosa di un certo genere’: in questo modo l’illogicit√† sparisce, perch√© l’emittente si sta augurando che il destinatario riceva un oggetto di un genere che usa volentieri. Ovviamente, l’imprecisione abbassa il livello di formalit√† della frase, che risulta leggermente trascurata.
Il condizionale¬†userebbe¬†indica che l’uso del¬†qualcosa¬†√®, appunto, condizionato dalla ricezione del regalo:¬†… qualcosa che userebbe¬†(se gli venisse regalato). Questa opzione non presenta difficolt√†.
Il congiuntivo¬†usasse¬†ricalca il senso dell’indicativo, a cui aggiunge una sfumatura consecutivo-finale che fa sparire automaticamente l’illogicit√†:¬†… che usasse¬†= ‘che comportasse come conseguenza che il destinatario lo usi’.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
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QUESITO:

Quale delle due frasi è corretta?
– Intanto il fiume scava l’alveo dove scorre finch√© non si DISPERDE oltre la foce.
– Intanto il fiume scava l’alveo dove scorre finch√© non si DISPERDA oltre la foce.

 

RISPOSTA:

La proposizione temporale introdotta da¬†finch√© (non)¬†ha un comportamento peculiare. Quando descrive un evento al presente ammette sia l’indicativo sia il congiuntivo, anche se il congiuntivo risulta un po’ forzato. Quando descrive un evento futuro, ammette soltanto l’indicativo (futuro) se descrive un evento che continua fino a un punto; ammette sia l’indicativo (futuro), sia il congiuntivo (presente) se descrive un evento che avviene a un certo punto.
Di conseguenza, se la frase rappresenta l’evento come attuale, continuamente presente, √® preferibile¬†finch√© non si disperde; se, invece, la frase rappresenta l’evento come futuro, perch√© l’emittente sta immaginando che il fiume alla fine, quando non sar√† pi√Ļ visibile, si disperder√† nel mare, √® possibile usare il congiuntivo¬†si disperda¬†o l’indicativo futuro¬†si disperder√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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QUESITO:

Si dice ‚ÄúQuesto verbo regge il dativo della persona che si comanda‚ÄĚ oppure bisogna dire ‚ÄúQuesto verbo regge il dativo della persona a cui si comanda‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Molti verbi italiani (e anche latini) hanno diverse reggenze. Comandare, In particolare può reggere in italiano:
1. il complemento oggetto della cosa e il complemento di termine della persona (comandare qualcosa a qualcuno); 
2. il complemento oggetto della persona e un complemento che indica una destinazione (comandare qualcuno a un luogo o una mansione);
3. solo il complemento oggetto della persona.
Nel primo caso il verbo prende il¬†significato di ‘dare un ordine’ e la cosa che viene comandata √® quasi esclusivamente rappresentata da una proposizione oggettiva all’infinito introdotta da¬†di: “Ho comandato a Luca di star fermo”.¬†
Nel secondo caso il verbo significa ‘inviare, destinare, spostare’: “Luca √® stato comandato a un nuovo ufficio”. Come si vede, questo uso √® prettamente burocratico.
Nel terzo caso il verbo significa ‘dirigere, governare’: “Luca comanda suo figlio a bacchetta”; “Il generale comanda l’esercito con fermezza” (ma, per esempio,¬†comanda all’esercito di avanzare).
In conclusione, la risposta alla sua domanda √®¬†che si comanda¬†se il verbo significa ‘dirigere, governare, avere il comando di’ (o, ma √® meno probabile, se significa ‘inviare’), oppure¬†a cui si comanda¬†se significa ‘dare un ordine’.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In un elenco in cui gli elementi sono separati dal punto e virgola, √® ammisibile che tale segno di punteggiatura preceda la congiunzione¬†e¬†che introduce l’ultimo della serie?
1) La ragazza aveva begli occhi, scuri, profondi; una bocca carnosa, armoniosa; e una cascata fluente di capelli d’ebano.
Posto che la congiunzione in questo esempio si potrebbe omettere, l’accostamento con il punto e virgola √® scorretto?
La virgola, inoltre, prima della proposizione relativa è obbligatoria, facoltativa o errata?
2) Ha salutato i suoi amici, i cui figli sono in vacanza.
3) Ha salutato i suoi amici, i figli dei quali sono in vacanza.
E un’ultima cosa.
Ho la tendenza a inserire la virgola all’interno di frasi in cui credo che essa potrebbe essere tralasciata. Due esempi:
4) Lei osservava il suo riflesso sul lago, e l’autunno accendeva di colori il parco deserto.
5) Mi piacerebbe conoscere la sintassi italiana, e, inoltre, studiare l’etimologia delle parole pi√Ļ diffuse.
La virgola, a differenza della sola congiunzione, mi sembra che segnali meglio lo stacco tra le due proposizioni. √ą un uso sconsigliato?

 

RISPOSTA:

In astratto l’inserimento di un segno di punteggiatura prima della congiunzione¬†e¬†√® legittimo, quando la costruzione e il senso della frase lo richieda; quando, cio√®, la¬†e¬†introduca una parte della frase costruita in modo diverso rispetto alla parte precedente e l’informazione veicolata da questa parte sia solo indirettamente legata a quelle precedenti. Ad esempio: “L’ho invitato per farti un favore; e ti ricordo che non mi sta simpatico”; e anche¬†“L’ho invitato per farti un favore. E¬†ti ricordo che non mi sta simpatico”.
Con la e questo succede non frequentemente (perché questa congiunzione solitamente unisce sintagmi o proposizioni molto solidali): per questo si è generalizzata la falsa regola che non sia possibile far precedere la e da un segno di punteggiatura.
Nella sua frase 1 il caso √® diverso: la¬†e¬†conclude un elenco omogeneo, con membri nominali, ma che¬†al loro interno sono articolati in segmenti pi√Ļ piccoli separati da virgole. Questa situazione giustifica sintatticamente¬†la separazione dell’ultimo membro dell’elenco con il punto e virgola; la solidariet√† tra i membri dell’elenco, per√≤, potrebbe suggerire di evitare non la punteggiatura, ma proprio la¬†e: “La ragazza aveva begli occhi, scuri, profondi; una bocca carnosa, armoniosa; una cascata fluente di capelli d’ebano”. Si tratta, comunque, di una scelta libera.
La virgola che precede la proposizione relativa √® stata pi√Ļ volte trattata nelle risposte di DICO: la rimando alla risposta “Quel ragazzo che parlava a vanvera” o “Quel ragazzo, che parlava a vanvera”?” , ma potr√† trovarne altre cercando le parole chiave esplicativa¬†e¬†limitativa¬†nell’archivio.
Per le frasi 4 e 5 vale quanto detto per la 1: la virgola √® possibile, ma bisogna valutare quanto si vogliono rappresentare come¬†autonome¬†semanticamente le¬†proposizioni coordinate. Il cambiamento sintattico (del soggetto della proposizione, del tipo di sintagma preposizionale…)¬†√® un segnale di autonomia: √® il caso della frase 4, nella quale la proposizione coordinata ha un soggetto diverso da quella precedente. Anche se la sintassi non cambia, per√≤, √® sempre possibile lasciare intendere che la parte introdotta dalla¬†e¬†sia da considerarsi semanticamente non solidale con quella precedente. La frase 5, quindi, pu√≤ ammettere la virgola prima della¬†e, per rappresentare i due eventi come non strettamente collegati (come a dire¬†vorrei fare la prima cosa, e poi vorrei fare anche l’altra cosa).
Bisogna, comunque, chiedersi sempre che cosa si vuole rappresentare, e selezionare gli strumenti adatti di volta in volta allo scopo (si noti in questa stessa frase la virgola prima della e). 
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Congiunzione
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si dice “credo che avrebbe dovuto valorizzarti di pi√Ļ” o ‚Äúcredo che avesse dovuto valorizzarti di pi√Ļ‚ÄĚ? Perch√©?

 

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette, ma hanno un significato diverso. Il condizionale passato in questo caso non funge da futuro nel passato, ma rappresenta una variante pi√Ļ cortese del congiuntivo imperfetto. In altre parole¬†“credo che avrebbe dovuto valorizzarti di pi√Ļ” equivale dal punto di vista del significato a “credo che dovesse valorizzarti di pi√Ļ”, ma √® pragmaticamente meno diretto. Dal punto di vista temporale, il congiuntivo imperfetto (quindi anche il condizionale passato che corrisponde al congiuntivo imperfetto) indica in questo caso che l’evento del¬†trattare¬†√® anteriore rispetto all’evento reggente, ovvero rispetto a¬†credo.¬†Il congiuntivo trapassato indica, invece, che l’evento √® anteriore rispetto a un altro evento lasciato sottinteso, per esempio: “credo che avesse dovuto valorizzarti di pi√Ļ prima che fosse troppo tardi”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto scrivere “Mi hanno chiesto¬†se avessi voluto partecipare questa sera al loro show”?

 

RISPOSTA:

La forma pi√Ļ attesa di questa frase √® quella con il condizionale passato:¬†mi hanno chiesto se avrei voluto partecipare. Possibile, e pi√Ļ formale, anche il congiuntivo imperfetto:¬†mi hanno chiesto se volessi partecipare.¬†In un contesto informale, al contrario, sarebbe accettato anche l’indicativo imperfetto:¬†mi hanno chiesto se volevo partecipare.
In accordo con la consecutio temporum, il condizionale passato e l’indicativo imperfetto sottolineano la posteriorit√† dell’evento rispetto all’evento della reggente (hanno chiesto); il congiuntivo imperfetto, invece, indica la contemporaneit√† nel passato.¬†
Il congiuntivo trapassato (avessi voluto), invece, esprime l’anteriorit√† rispetto a un evento passato, rappresentato nella frase ancora da¬†hanno chiesto. Con il congiuntivo trapassato, quindi, la frase non √® scorretta, ma indica che la domanda riguardava la volont√† manifestata prima della domanda stessa, come se fosse¬†ieri¬†mi hanno chiesto se¬†il giorno prima¬†avessi voluto partecipare.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Se devo chiedere ad una persona se lei, la citata persona, √® in possesso di una¬†determinata cosa, un oggetto ad esempio, √® corretto dire: “Le chiedo di comunicare il possesso, da parte sua, della documentazione ecc.”¬†oppure basta dire: “Le chiedo di comunicare il possesso della documentazione ecc.”
Si può omettere da parte sua?
Tale omissione potrebbe non chiarire a quale soggetto debba riferirsi il possesso di quella cosa?

 

RISPOSTA:

L’espressione¬†da parte sua¬†pu√≤ essere omessa senza che si crei ambiguit√† su questo aspetto della frase: √® logico supporre, infatti, che si chieda alla persona di comunicare informazioni che la riguardano, non che riguardano altri. Se fosse quest’ultimo il caso, piuttosto, sarebbe necessario specificare chi sarebbe l’eventuale possessore.
Il problema maggiore della frase, comunque, non è quello da lei prospettato, bensì la soppressione della sfumatura potenziale causata dalla nominalizzazione. Il possesso, infatti, è soltanto possibile, ma questo non si evince dalla frase, che sembra riferirsi al possesso come a un fatto.
In altre parole,¬†comunicare il possesso¬†potrebbe significare tanto¬†comunicare di essere in possesso¬†(fatto), quanto¬†comunicare se lei sia in possesso¬†(possibilit√†), ed √® proprio il primo significato, quello fattuale, a essere preminente. Questo problema si pu√≤ superare o optando per la forma verbale della frase:¬†le chiedo di comunicare se lei sia in possesso, oppure inserendo un avverbio che esprima la potenzialit√†:¬†le chiedo di comunicare l’eventuale possesso.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica

QUESITO:

Se io dico “Arrendersi al lavoro o arrendersi alla felicit√†” si intende una resa positiva o un abbandono? L’arrendersi viene visto come una sconfitta o come una accettazione?¬†Arrendersi al lavoro¬†significa accettarlo o rifiutarlo? La frase potrebbe avere significato ambiguo?

 

RISPOSTA:

Il significato del verbo¬†arrendersi¬†implica l’accettazione di una condizione, ma in seguito a una forzatura della volont√† del soggetto; non ci si arrende se non spinti da un’esigenza o da una pressione esterna, quindi senza piena convinzione.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Coerenza
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QUESITO:

Ho letto in un testo due periodi che a mio parere non sono propriamente corretti. Riporto il primo:¬†“C’erano diverse persone, uno solo era uomo”.¬†Non mi convincono n√© la sintassi n√© la punteggiatura. Avrei scritto: “C’erano diverse persone: tra queste c’era solo un uomo”, oppure “C’erano diverse persone: tra di esse c’era solo un uomo”.

 

RISPOSTA:

La sua critica √® fondata: la coesione della frase che ha letto √® imprecisa, visto che¬†uno solo¬†rimanda a¬†persona, quindi dovrebbe essere femminile. Dobbiamo sottolineare che si tratta di una imprecisione non grave, perch√© non intacca la coerenza (non si crea ambiguit√† ed √® facile capire il senso della frase). L’imprecisione, inoltre, non √® immotivata, ma √® indotta dall’accordo “logico” di¬†uno solo¬†con¬†uomo, referente profondo del pronome.
Neanche la scelta della virgola al posto di un segno di interpunzione pi√Ļ forte, che sarebbe pi√Ļ adatto, impedisce la comprensione della frase.
In conclusione, la frase che lei ha letto è costruita in modo trascurato e sarebbe adatta a un contesto informale, specie se parlato.
Le sue due riscritture sanano l’imprecisione e rendono la frase pi√Ļ formale.
A margine faccio notare che sarebbe possibile anche sostituire i due punti con un punto e virgola, per sottolineare il passaggio a una nuova unit√† informativa senza implicare che essa sia da considerarsi la conseguenza logica della prima. La separazione tra le due unit√† potrebbe essere anche pi√Ļ netta, con un punto fermo, che creerebbe due enunciati distinti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Secondo me il seguente periodo non √® ben scritto: “Stabil√¨ di ricontrollare lo stato della domanda nelle prossime ore”.
Verbo al passato e aggettivo¬†prossime? Sinceramente, non mi convince.¬†Avrei scritto: “Stabil√¨ di ricontrollare lo stato della domanda nelle ore successive / nelle ore a venire / nelle ore che sarebbero seguite”.

 

RISPOSTA:

Ha ragione: il centro deittico (cio√® il punto di vista della rappresentazione verbalizzata nella frase) implicato dal verbo¬†stabil√¨¬†√® diverso da quello del qui e ora del parlante. Per questo motivo non √® possibile usare l’aggettivo¬†prossimo, che rimanda proprio al qui e ora del parlante, ma bisogna sostituirlo con forme che rimandino a¬†l√¨ e allora. Le sue soluzioni sono tutte valide in tal senso.
Va detto che l’imprecisione non √® grave, perch√© la coerenza √® salva, visto che non abbiamo difficolt√† a capire il senso della frase. Simili difetti vanno evitati nello scritto di media e alta formalit√†, ma sono perdonabili nel parlato e nello scritto trascurato.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Registri
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Lo studente che ha la febbre e non sa di averla oppure e che non sa di averla: qual è corretta? Si può omettere il doppio che? 

 

RISPOSTA:

Le due costruzioni sono corrette e quasi del tutto equivalenti. La prima riunisce le due caratteristiche (il fatto che abbia la febbre e il fatto che non lo sappia) in un’unica proposizione relativa, rappresentandole come strettamente collegate l’una all’altra (perch√© ai fini della comunicazione non importa tenerle separate). La seconda le divide in due proposizioni coordinate, sottolineando che possono essere considerate indipendenti l’una dall’altra.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Che cosa significano e quando si usano le seguenti espressioni?
1. Dammi un numero, presto!
2. Hai una domanda di riserva?
3. Non ti passa un giorno. 
4. Sono aperti i negozi oggi? 
5. Quando la bagniamo? 
6. Ben gli sta. 
7. Che taglio, complimenti. 
8. Bentrovato!  

 

RISPOSTA:

Le espressioni 1, 3 e 4 non hanno un significato figurato codificato. 
La 2 è un modo ironico per ammettere di non conoscere la risposta a una domanda, oppure di preferire non rispondere a una domanda.
Nella 5 il verbo¬†bagnare¬†√® usato probabilmente nel senso di ‘inaugurare’ oppure ‘festeggiare un successo’ (dipende dal referente di¬†la). Il verbo¬†bagnare¬†assume questo significato perch√© un elemento tipico dei festeggiamenti e delle inaugurazioni √® il bere convivialmente.
La 6 si dice per criticare qualcuno che ha fatto un danno a s√© stesso per non aver prestato ascolto a un consiglio o per aver fatto un’azione irresponsabile o cattiva. Per esempio quando uno scherzo di cattivo gusto si ritorce contro la persona che lo ha tentato.
La 7 √® probabilmente un complimento per una persona che si √® appena tagliata i capelli. Ricordo anche che a Roma si dice “Che taglio!” con il significato di ‘che bello!, fantastico!’. Questo, per√≤, √® un uso gergale.
Infine, bentrovato è del tutto analogo a bentornato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Retorica
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QUESITO:

1) “L’azienda imbocc√≤ quasi subito un declino irreversibile, dovuto alle scarse capacit√† della nonna e alle sue manie di grandezza: aveva buttato alle ortiche un sacco di denaro nel tentativo di comprarsi un titolo nobiliare. Fallito questo obiettivo, (ometto il soggetto?)¬†convinse il figlio a intraprendere la carriera militare, pensando che un ufficiale in famiglia avrebbe dato / potesse dare prestigio al nome”.
2) “La nonna, distante dall’arrendersi, inizi√≤ a organizzare festicciole ogniqualvolta mio padre¬†tornava a¬†casa in licenza: invitava quella che lei considerava la nobilt√† contadina, ossia i proprietari terrieri delle tenute confinanti; non per generosit√†, ma con il recondito desiderio di trovare una fidanzata per mio padre che fosse anche un buon partito”.
3) “¬ęTi credo sulla parola, ma questo genere di opere non fanno per me¬Ľ commento, ¬ęvedo l‚Äôospedale come metafora della precariet√† della vita¬†e mi trasmette sensazioni negative”.
4) “¬ęVedremo, proseguendo nella lettura, se questi miei timori saranno confermati o se, in caso di bisogno,¬†abbia trovato¬†comunque la forza e il coraggio di rivolgersi a qualcuno in grado di aiutarlo¬Ľ”.

 

RISPOSTA:

Nella frase 1) il soggetto va senz’altro omesso, visto che coincide con quello della proposizione precedente.
Nella frase 2) vanno bene entrambe le forme verbali. Il condizionale passato (avrebbe dato) rappresenta l’evento come futuro rispetto al passato, cio√® rispetto a¬†pensando, a sua volta contemporaneo rispetto a¬†convinse; il congiuntivo passato (desse) lo rappresenta, invece, come contemporaneo nel passato. Aggiungendo il servile¬†potere¬†si accentua la sfumatura potenziale. Tale sfumatura pu√≤ accompagnare sia il condizionale passato (avrebbe potuto dare)¬†sia il congiuntivo imperfetto (potesse dare).
La frase 3) non presenta grandi difficolt√†. L’unico problema √® la mancata esplicitazione del soggetto nella coordinata il cui soggetto (l’ospedale) cambia rispetto alla proposizione precedente (io). In questo caso, per√≤, √® talmente facile risalire al nuovo soggetto¬†per logica e per via della costruzione sintattica della frase che questa sbavatura pu√≤ essere trascurata, in quanto non provoca alcuna ambiguit√†.
Nella frase 4) la proposizione interrogativa indiretta¬†(se, in caso di bisogno, abbia trovato comunque la forza e il coraggio) √® retta dal verbo¬†vedere. Questo verbo non richiede¬†il congiuntivo nella completiva (si pensi a un’oggettiva come¬†vedo che sei arrivato presto, che nessuno costruirebbe come¬†vedo che tu sia arrivato presto), quindi √® meglio sostituire¬†abbia trovato¬†con¬†avr√† trovato, simmetrico rispetto a¬†saranno confermati, con il quale √® coordinato. Per quanto riguarda la necessit√† di esplicitare il soggetto diverso rispetto a quello della reggente, qui non si applica, perch√© il sottinteso non provoca ambiguit√†.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

1) “Quando fosse stato interpellato, avrebbe dovuto dire quanta voglia a) ha / abbia b) avesse di visitare di nuovo la sua citt√†”.
2) “Mi sono domandato spesso per quale ragione io a) scrivo / scriva b) scrivessi”¬†(La selezione del presente, indicativo o congiuntivo, pu√≤ essere giustificata dall‚Äôattualit√† del fatto, a prescindere dal passato prossimo della reggente? Scegliere, per contro, l’imperfetto, fa decadere il collegamento con l’attualit√† del fatto:¬†scrivessi¬†= ‘ma adesso non scrivo pi√Ļ’).
3) “Aveva lasciato detto di essere chiamato nel caso a) pervenissero b) fossero pervenuti i documenti che stava cercando da tempo”.
4) “Vorrei che tu partissi all’alba, mentre (usato con valore temporale) il sole a) sorge / sorger√† b) sorga”.

 

RISPOSTA:

Nella frase 1) il presente non è possibile, visto che la proposizione interrogativa indiretta (quanta voglia avesse) descrive un evento contemporaneo nel passato rispetto a quello descritto nella reggente (avrebbe dovuto dire).
Nella frase 2) sono possibili sia il presente sia l’imperfetto. La distinzione tra indicativo e congiuntivo (presente, ma anche imperfetto) √® di tipo diafasico, cio√® relativa alla formalit√†: il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell’indicativo. La scelta dei tempi, invece, influenza il rapporto temporale con la reggente. Il presente instaura un rapporto di contemporaneit√† nel presente con l’evento descritto dalla reggente. Questo √® possibile quando la reggente ha il passato prossimo perch√© questo tempo, pur essendo passato, proietta l’evento nel presente.
L’imperfetto, rispetto al presente, veicola¬†un senso vicino a quello da lei stessa inteso. Come nella prima frase, infatti, l’imperfetto instaura un rapporto di contemporaneit√† nel passato con la reggente, quindi descrive l’atto di¬†scrivere¬†come avvenuto nel passato, ma non per forza concluso nel presente.
Nella frase 3) sono possibili entrambi i tempi del congiuntivo. La scelta dipender√† dal grado di probabilit√† che il parlante attribuisce all’evento del¬†pervenire: l’imperfetto rappresenta l’evento come possibile; il trapassato come improbabile.
Nella 4) deve essere usato l’indicativo, presente o futuro. Il congiuntivo, infatti, non √® di norma usato nella temporale introdotta da¬†mentre. La scelta tra indicativo presente e futuro dipender√† da quanto il parlante vuole essere preciso sulla collocazione temporale dell’evento del¬†sorgere¬†(che, comunque, √® facilmente collocabile nel futuro per logica, anche senza usare il futuro).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

PRIMA CHE NEL DISCORSO INDIRETTO
Nella trasformazione sintattica da discorso diretto a indiretto, il congiuntivo presente diventa imperfetto e il congiuntivo passato diventa trapassato?
1) Giovanni ha detto a Lara: “Dovrai rincasare prima che vada a letto” diventa “Giovanni ha detto a Lara di rincasare prima che lui andasse a letto”
e
2) Giovanni disse a Lara: “Dovrai rincasare prima che sia andato a letto” diventa “Giovanni disse a Lara di rincasare prima che lui fosse andato a letto”?
Vi domando inoltre se il congiuntivo presente¬†vada¬†pu√≤ restare invariato nel discorso indiretto – quale alternativa all’imperfetto. Sono possibili entrambi?
Relativamente alla seconda frase, penso che fosse andato possa essere anche sostituito da andasse. Nel caso fosse così, quale tempo consigliate, al di là della trasformazione del discorso diretto, tra i due?

 

RISPOSTA:

Nell’analizzare i suoi esempi bisogna considerare innanzitutto il tempo del verbo della reggente della proposizione oggettiva che rappresenta il discorso indiretto. Se il tempo √® passato allora il presente del discorso diretto diviene, nella oggettiva, imperfetto (salve sfumature semantiche particolari che richiedano altri tempi).
Il suo dubbio circa la possibilit√† di lasciare invariato¬†vada¬†nella prima frase dipende dal fatto che in essa il verbo della reggente sia al passato prossimo. Il passato prossimo (nel nostro caso¬†ha detto) si pu√≤ comportare come il presente o come il passato, perch√©, pur essendo passato, proietta gli eventi nel presente. La sua trasformazione, con¬†vada¬†che diventa¬†andasse, funziona se la situazione √® collocata nel passato, per esempio:¬†“Ieri Giovanni ha detto a Lara di rincasare prima che lui andasse a letto”; se, invece, √® collocata nel presente,¬†vada¬†rimane uguale:¬†“Giovanni ha appena detto a Lara di rincasare prima che lui vada a letto”. Per la verit√†, anche in questo secondo caso si potrebbe usare l’imperfetto (andasse), valorizzando il fatto che l’atto del¬†dire¬†sia comunque avvenuto nel passato; sarebbe, per√≤, una scelta marcata, insolita.
Con il passato remoto non ci sono dubbi sulla collocazione della situazione, quindi il presente diviene imperfetto e il passato (sia andato) diviene trapassato (fosse andato).
Anche il suo ultimo dubbio sulla possibilit√† di sostituire¬†fosse andato¬†con¬†andasse¬†√® legittimo e anche per esso la risposta √® affermativa. Il dubbio, per√≤, dipende dalla costruzione della temporale introdotta da¬†prima che, e non ha a che fare con la struttura del discorso indiretto. Lo dimostra il fatto che anche nella prima frase¬†andasse¬†si pu√≤ sostituire con¬†fosse andato:¬†“Ieri Giovanni ha detto a Lara di rincasare prima che lui fosse andato a letto”. La possibilit√† di usare il passato nella proposizione introdotta da¬†prima che in relazione al presente nella reggente (quindi di usare il trapassato in relazione al passato nella reggente) √® discussa nella FAQ¬† “Prima che” e “prima di” dell’archivio di DICO. Altre risposte sull’argomento si possono trovare usando il motore di ricerca interno.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere quale soluzione consigliate tra le due segnalate:
“Pu√≤ darsi che il medico, quando ti sottopose all’ecografia, non abbia visto / avesse visto la ciste”.

 

RISPOSTA:

Dipende dal significato ricercato:¬†non abbia visto… quando ti sottopose¬†mette i due eventi sullo stesso piano;¬†non avesse visto… quando ti sottopose¬†antepone l’evento del¬†vedere¬†a quello del¬†sottoporre. Nel primo caso, quindi, si suppone, dal punto di vista semantico, che il¬†non vedere¬†sia stato il risultato (involontario) del¬†sottoporre; nel secondo caso, al contrario, il¬†non vedere¬†deve essere non collegato al¬†sottoporre¬†(si d√†, cio√®, l’idea che il medico abbia sottoposto la persona all’ecografia senza aver prima visto la ciste, quindi per altre ragioni).
Si badi che in questo caso il tempo della proposizione temporale è dettato non dalla consecutio temporum, ma dal senso espresso autonomamente dai tempi verbali coinvolti: un passato in dipendenza da un passato = contemporaneità del passato; un passato in dipendenza da un trapassato = un evento successivo a un altro nel passato (ovvero uno precedente a un altro nel passato). Il tempo verbale nella proposizione temporale, infatti, risponde a ragioni semantiche, non sintattiche. 
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Spesso, anche nei vostri articoli, si parla dello stretto collegamento tra il passato prossimo e l’attualità dei fatti cui si riferisce.
Così da stabilire, nei limiti del possibile, una regola generale, vi pongo una domanda doppia: quando la principale è appunto al passato prossimo, nella secondaria (finale, interrogativa indiretta, in specie) si può optare per il tempo presente (indicativo, congiuntivo e talvolta condizionale)?
Scegliendo invece un tempo della sfera del passato (nel rispetto della consecutio), il fatto della proposizione secondaria perde attinenza con il momento dell’enunciazione?

 

RISPOSTA:

Partiamo da un esempio con una interrogativa indiretta: “Mi sono chiesto se tu fossi stato / fossi / sia stato / sia / sarai al corrente della situazione “. Come si vede, tutti i tempi sono possibili, ognuno esprimente un diverso rapporto con il verbo della principale. Ovviamente, sono anche possibili restrizioni su base semantica, con la interrogativa indiretta e con tutte le altre completive (oggettiva, soggettiva, dichiarativa); possiamo, per esempio, avere “Ho sognato che tu fossi morto”, ma non *Ho sognato che tu sia morto”, non per ragioni sintattiche, ma perch√© la frase non avrebbe senso.
La finale sfugge alla consecutio temporum perch√© la semantica implicita in questa proposizione impedisce che l’evento in essa espresso preceda quello della reggente. Non possiamo, pertanto, avere *”Ti ho chiamato perch√© tu fossi venuto”, n√© *”Ti ho chiamato perch√© tu sia venuto”. Possiamo, invece, avere “Ti ho chiamato perch√© tu venissi”, nella quale l’imperfetto (venissi) seleziona la funzione di passato del passato prossimo, con il quale instaura un rapporto di quasi-contemporaneit√† nel passato (il¬†venire¬†√® contemporaneo al¬†chiamare¬†nella mente di chi chiama, ma √® successivo nella realt√†). Possiamo anche avere “Ti ho chiamato perch√© tu venga”, con il presente (venga) che enfatizza la sfumatura di quasi-presente del passato prossimo, con il quale instaura un rapporto di quasi-contemporaneit√† nel presente (anche in questo caso, il¬†venire¬†non pu√≤ che essere successivo, nella realt√†, al¬†chiamare). Proprio la proiezione del congiuntivo presente nel futuro rende impropria *”Ti ho chiamato perch√© tu verrai”, anche perch√© la congiunzione¬†perch√©¬†seguita dall’indicativo viene interpretata come causale, non finale. Infatti la frase potrebbe anche essere possibile con una interpretazione causale: ‘ti ho chiamato a causa del fatto che so gi√† che tu verrai (perch√© sei costretto o simili)”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

La costruzione “non mi esprimerei in termini (tanto) emotivi quanto professionali”¬†equivale a “non mi esprimerei tanto in termini emotivi quanto in termini professionali”?
√ą una soluzione ragionevole per evitare la ripetizione della locuzione¬†in termini?
Sia nel primo sia nel secondo esempio ‚Äď dunque, in generale ‚Äď la congiunzione¬†tanto¬†√® omissibile?

 

RISPOSTA:

La costruzione¬†tanto in termini… quanto in termini¬†non √® equivalente a¬†in termini tanto… quanto.
Nel primo caso abbiamo una correlazione negativa, che contrappone due possibilit√† contrastanti: ‘non mi esprimerei in termini emotivi; mi esprimerei, piuttosto, in termini professionali’. Nel secondo caso, invece, abbiamo una correlazione positiva, che mette le due possibilit√† dalla stessa parte: ‘non mi esprimerei in termini n√© emotivi n√© professionali’.
L’omissione di¬†tanto¬†in entrambi i casi rende improbabile l’interpretazione positiva. Sia¬†“non mi esprimerei in termini emotivi quanto professionali”, sia “non mi esprimerei in termini emotivi quanto in termini professionali” rappresentano la contrapposizione tra due possibilit√† contrastanti.
Di conseguenza, se, invece, si vuole presentare una correlazione positiva, è necessario mantenere tanto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Coerenza, Congiunzione
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QUESITO:

In un libro sulla tecnica di meditazione ho letto: “Non appena vi accorgete che state pensando, dovete dire tra voi¬†pensiero“.
La domanda √® questa: in questo contesto¬†dire tra voi¬†significa ‘nella vostra¬†mente’ o ‘in silenzio’? Cio√® per dire a s√© stessi una parola, non √® necessario dirlo esternamente quindi¬†facendo sentire la parola ad altri?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†dire¬†pu√≤ ben indicare l’atto del pensiero esplicito, nel quale la persona formula pensieri ben definiti, ma senza esternarli n√© vocalmente n√© per iscritto. Questo atto avviene sia¬†nella propria mente, sia¬†in silenzio.
Nell’espressione¬†dite tra voi¬†c’√® un’altra possibile ambiguit√†.¬†I pronomi personali sono tutti anche riflessivi, tranne¬†lui¬†/¬†lei¬†e¬†loro,¬†che diventano¬†s√©¬†nella forma riflessiva. Per questa ragione, i sintagmi¬†tra noi¬†e¬†tra voi¬†possono essere interpretati come reciproci o come riflessivi. Nel primo caso, una frase come¬†dite tra voi “pensiero”¬†significa ‘dite¬†pensiero¬†l’uno all’altro’ (evidentemente ad alta voce); nel secondo caso, la stessa frase significa ‘dite¬†pensiero¬†ognuno nella propria mente’ (evidentemente in silenzio).
In presenza di pi√Ļ di una persona,¬†tra voi¬†risulterebbe ambiguo tra queste due interpretazioni, ma nel caso specifico, relativo alla meditazione, l’interpretazione riflessiva √® senz’altro quella corretta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Pronome
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Categorie: Punteggiatura

QUESITO:

Ho trovato questi suggerimenti in Internet; sono corretti?

Se devi scrivere un periodo composto dal solo discorso diretto, la punteggiatura va all’interno del dialogo. 
¬ęVado a fare la spesa.¬Ľ¬†
¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†
¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ
Vado a fare la spesa…¬Ľ

Se il dialogo √® introdotto da una frase, la punteggiatura a quel punto riguarder√† la frase e non dovr√† essere inserita all’interno del dialogo. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa¬Ľ.

In presenza di punto esclamativo, interrogativo o puntini di sospensione, all’interno del dialogo non bisogna mai aggiungere il punto esterno. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa…¬Ľ
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ¬†

Se il dialogo √® inserito in un periodo pi√Ļ complesso, devi valutare se usare la virgola o no.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa¬Ľ, e prese la borsa.¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
In questo caso, visto che all‚Äôinterno delle caporali non c‚Äô√® nessun segno di punteggiatura √® necessario inserire una virgola prima della fine del periodo.¬†In questi altri casi, invece, poich√© all‚Äôinterno del dialogo c’√® un segno di punteggiatura non bisogna inserire una virgola all’esterno della caporale di chiusura.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ e prese la borsa.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ e prese la borsa.¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa…¬Ľ e prese la borsa.

Se il dialogo è spezzato da un inciso bisogna seguire altre regole.
¬ęVado¬Ľ, disse, ¬ęa fare la spesa.¬Ľ ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
In questo caso ci√≤ che riguarda il dialogo vero e proprio, il punto, va messo all’interno delle caporali. Le virgole dell’inciso, poich√© riguardano l’inciso stesso, restano fuori.
Se la virgola riguarda il dialogo vero e proprio rimane dentro alle caporali:
¬ęVado,¬Ľ disse, ¬ęa fare la spesa.¬Ľ
Nello stesso preciso modo si ragiona per quanto riguarda gli altri segni di punteggiatura:
¬ęVado?¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa?¬Ľ¬†
¬ęVado!¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa.¬Ľ¬†
¬ęVado…¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa…¬Ľ
In questi tre casi l‚Äôunica cosa che devi cambiare √® la punteggiatura dell’inciso. Al posto della virgola va messo il punto.

 

RISPOSTA:

I suggerimenti sono ragionevoli, ma pi√Ļ rigidi del dovuto. In questo campo diverse scelte sono ugualmente giustificabili e non si pu√≤ separare nettamente il corretto dallo scorretto.
Una questione discutibile √® l’interazione tra i segni interni alle virgolette e quelli esterni. Da una parte √® legittimo evitare la ripetizione, ma dall’altra la ripetizione pu√≤ essere utile. Un caso¬†in cui la ripetizione √® giustificata √® il seguente: “Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ, e prese la borsa”. La virgola fuori dalle virgolette segnala che¬†e prese la borsa¬†√® un’unit√† informativa diversa rispetto a quella che contiene il discorso diretto.¬†In particolare, le interazioni pi√Ļ utili sono quelle tra¬†?,¬†!,¬†¬†(che chiamo¬†punti intonativi)¬†all’interno delle virgolette e qualsiasi altro¬†segno fuori dalle virgolette: i punti emotivi, infatti, servono a veicolare una particolare modulazione del discorso diretto, mentre gli altri segni servono a segmentare il testo nel quale √® inserito anche il discorso diretto, quindi riguardano un piano diverso. Se, invece, il discorso diretto termina con una virgola o un punto fermo, questi si possono tranquillamente inserire all’esterno delle virgolette e quindi riferire a tutto il testo, evitando la ripetizione.
Un caso possibile, ma raro, √® il seguente: “¬ęVado a fare la spesa.¬Ľ, e prese la borsa”, nel quale il punto fermo serve a segnalare la perentoriet√† dell’affermazione, non a chiudere l’enunciato; in questo caso, quindi, il punto fermo √® usato come se fosse un punto intonativo, quindi vige la riflessione fatta sopra su questo¬†tipo di punteggiatura.
Un’altra questione discutibile √® quella degli incisi, che possono essere separati dal discorso diretto in molti modi diversi ma ugualmente validi. Faccio notare che nei suoi esempi non ci sono incisi, perch√© la frase termina con il punto fermo. Si parla di inciso quando la proposizione o il sintagma divide in due una proposizione o un sintagma, ovviamente all’interno di un sola frase; per questo motivo l’inciso non pu√≤ essere preceduto o seguito dal punto fermo, ma¬†viene, invece, racchiuso tra due virgole,¬†due trattini lunghi, due parentesi (raramente due punti e virgola).
Nei seguenti esempi osserviamo alcune delle possibilit√† per¬†segnalare l’inciso che fa da cornice di un discorso diretto:
¬ęVado¬Ľ disse¬†¬ęa¬†fare la spesa?¬Ľ.
¬ęVado¬Ľ, disse,¬†¬ęa¬†fare la spesa¬Ľ.¬†
¬ęVado… –¬†disse – a¬†fare la spesa…¬Ľ.
– Vado – disse – a fare la spesa.
Possibili anche:
¬ęVado,¬Ľ¬†– disse –¬†¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.
¬ęVado, – disse –¬†perch√© sono stanco¬Ľ.
¬ęVado,¬Ľ¬†disse ¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.¬†
In questi¬†casi¬†la virgola va riferita al solo discorso diretto e non al testo in generale. Questi sono gli unici casi in cui pu√≤¬†essere utile inserire un segno di punteggiatura intermedio (il trattino) fuori dalle virgolette dopo un segno di punteggiatura non intonativo all’interno delle virgolette. In ogni caso, comunque. eviterei una sequenza del genere, pure in astratto lecita:¬†¬ęVado,¬Ľ, disse, ¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Tema e rema
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QUESITO:

 

Chiedo il vostro contributo per definire i criteri da adottare per creare il giusto rapporto tra i termini¬†quest’ultimo,¬†stesso¬†(e relative declinazioni in genere e numero) e i rispettivi antecedenti.
Nel brano “Valentina aveva guardato la TV, Sara aveva studiato e Martina aveva deciso di riposarsi, dato che si sentiva stanca. Io, durante il turno di lavoro, avevo dovuto affrontare diversi problemi e, tra l’uno e l’altro, avevo chiamato quest‚Äôultima”, il termine¬†quest’ultima¬†pu√≤ essere fatto risalire a Martina, nonostante il soggetto in questione sia, per cos√¨ dire, lontano nel testo?
Secondo esempio: “L‚Äôimpaginazione consiste nella definizione di due margini laterali, uno superiore e uno inferiore, nell‚Äôimpostazione di un‚Äôinterlinea di 1.5 pt e di una finestra centrale recante la denominazione. Il salvataggio della stessa dovr√† essere eseguita nel rispetto delle suddette disposizioni”. Qui¬†stessa¬†si riferisce a¬†finestra,¬†impaginazione¬†o¬†denominazione? Il termine¬†stessa, affinch√© ne sia comprensibile l’antecedente, ha l‚Äôobbligo di riferirsi all‚Äôultimo soggetto o complemento?
In generale, quali sono le regole da seguire – se esistono – per non incorrere nel rischio di essere fraintesi da eventuali lettori?

 

RISPOSTA:

Nel primo caso, la distanza dell’antecedente dal punto in cui deve essere inserita la forma anaforica rende consigliabile la ripresa piena; bisogna, quindi, riprendere il sintagma nominale pieno¬†Martina. Eventualmente, se Martina fosse identificabile in altri modi, specificati altrove nel co-testo, potrebbe essere usata la perifrasi corrispondente. Ad esempio, se Valentina e Sara fossero adolescenti e Martina una bambina, al posto di¬†Martina¬†potrebbe essere usato il sintagma¬†la piccola¬†(non¬†la bambina, che potrebbe far pensare a un ulteriore referente, diverso da quelli nominati prima).
A sconsigliare¬†quest’ultima¬†non √® l’ambiguit√† di questa forma pronominale, che √®, invece, molto precisa, anche perch√© mancano altri potenziali referenti, essendo¬†Martina¬†effettivamente l’ultimo oggetto femminile singolare nominato prima dell’anafora.¬†Quest’ultima¬†√® straniante perch√©¬†questa¬†rimanda a un referente molto vicino, mentre¬†Martina¬†si trova ben distante. Potremmo eliminare¬†questa, lasciando soltanto¬†l’ultima, ottenendo una coesione soddisfacente; l’aggettivo¬†ultimo, per√≤, raramente √® usato con funzione referenziale senza il pronome¬†questo¬†e il lettore rischia di credere che¬†chiamare l’ultima¬†possa essere un qualche genere di espressione idiomatica.¬†
Il secondo caso √® un po’ diverso: di certo non si pu√≤ usare¬†la stessa, che √®¬†adatto a riprendere l’ultimo referente nominato (quindi, qui,¬†denominazione). Per riprendere¬†l’impaginazione¬†in questo contesto, per√≤, la forma migliore √® non la ripetizione del sintagma, ma l’espressione¬†il¬†suo¬†salvataggio; l’aggettivo possessivo, infatti, √® perfetto per riprendere un soggetto divenuto, nella proposizione o nel periodo successivi, un complemento di specificazione. Lo stesso si potrebbe fare, per la verit√†, anche cataforicamente: “Il¬†suo¬†profumo era gi√† percepibile;¬†la primavera¬†stava per arrivare”.
Si noti, a margine, che eseguita deve diventare eseguito, perché concorda con il salvataggio.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto e leggibile questo brano?

Gi√†! Il famoso sesto senso delle madri. Carmela a volte vi faceva ricorso, in altre circostanze ne era vittima e questo la rendeva un‚Äôanima sempre in pena, tormentata dalla sua stessa sensibilit√†; frutto anche del forte vincolo naturale che la univa ai suoi grandi amori, che nemmeno il taglio del cordone ombelicale era riuscito a spezzare. Acuta osservatrice di ogni variazione nell‚Äôumore, nello sguardo, nell‚Äôespressione del volto e nel linguaggio del corpo delle figlie, Carmela viveva con ansia anche il pi√Ļ piccolo segnale d‚Äôallarme. Quando le attivit√† extrasensoriali e il dialogo non le bastavano a calmare ansia, sensazioni negative e stato di massima allerta, si lasciava tentare da metodi che, in altro contesto, sarebbero stati giudicati deprecabili: come origliare quando i figli parlano con gli amici di persona o al telefono, oppure cercare affannosamente un diario dove trovare risposte che potrebbero dissipare ogni dubbio. Metodi da considerare pericolosi se scoperti; non certo ortodossi e consigliabili ma classificabili fra le cose sbagliate messe in atto a fin di bene. Cos√¨ Carmela viveva i suoi giorni, scossa da strane sensazioni e ne aveva ben donde; a breve avrebbe capito il perch√©.

 

RISPOSTA:

Il brano √® certamente leggibile e corretto. Un punto debole potrebbe essere il contrasto tra il condizionale passato¬†sarebbero stati giudicati¬†e¬†la scelta del presente nella porzione successiva: “come origliare quando i figli¬†parlano¬†con gli amici di persona o al telefono, oppure cercare affannosamente un diario dove trovare risposte che¬†potrebbero¬†dissipare ogni dubbio”. Il condizionale passato lascia credere che i metodi siano stati effettivamente messi in pratica dal personaggio, quindi ci si aspetta che costei origliasse quando i figli¬†parlavano¬†e cercasse risposte che¬†avrebbero potuto dissipare¬†i dubbi. Il passaggio al presente, invece, descrive i metodi in generale. Consiglio¬†di sostituire¬†sarebbero stati giudicati¬†con¬†sarebbero giudicati¬†se il personaggio non mette in pratica i metodi, oppure i presenti evidenziati con i passati indicati sopra se, invece, i metodi sono stati messi in pratica.
Un’altra sbavatura riguarda alcune scelte lessicali: l’aggettivo¬†pericoloso¬†non va bene se collegato alla condizionale¬†se scoperti. Il pericolo, infatti, coincide con la possibilit√† di essere scoperti e cessa di esistere se si viene scoperti. I metodi potrebbero essere¬†dannosi,¬†dalle conseguenze terribili,¬†controproducenti¬†(o simili)¬†se scoperti. Eviterei anche l’uso della parola generica¬†cose¬†in un contesto linguisticamente formale come questo.¬†
Nell’ultima¬†frase, infine, bisogna inserire¬†una virgola prima di¬†e ne aveva ben donde, che introduce¬†una informazione sullo stesso piano di¬†viveva i suoi giorni, scossa da strane sensazioni. Senza la virgola, invece, sembra che¬†e ne aveva ben donde¬†si unisca al sintagma¬†strane sensazioni.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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QUESITO:

√ą corretta questa frase: “Non penso che Marco lo abbia fatto per farti del male, e mi pare evidente che non ti stia facendo nessun dispetto; ma ancora pi√Ļ assurda mi¬†sembra l’idea che lui ti odi”?
Che ne dice riguardo all’uso del punto e virgola?

 

RISPOSTA:

La frase è ben formata da tutti i punti di vista. In particolare, il punto e virgola segmenta opportunamente il testo separando la prima parte, fortemente solidale al suo interno per il contenuto, dalla seconda parte, che aggiunge una considerazione riguardante tutta la prima parte.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi chiedo lumi riguardo alle seguenti frasi:
1. In questi giorni mi sto dedicando di pi√Ļ alla cucina preparando dolci, gnocchi e anche semplici pasti quotidiani, ma le mie preferite sono le torte‚Ķ
In questo periodo è giusto l’uso della congiunzione ma?
2. √ą pi√Ļ corretto dire¬†la mia mamma¬†o¬†mia mamma?
3. Dato che non si può uscire, il mio corpo vuole anche muoversi, devo smaltire il cibo che cuciniamo, insieme a mia sorella, sto facendo un po’ di ginnastica quotidiana. Ho provato a fare attività fisica anche con i miei genitori, ma non ha avuto molto successo questo allenamento. Almeno mia mamma è un po’ agile, ma mio papà ha avuto molte difficoltà, infatti ha svolto solo 2/3 degli esercizi; è stato comunque molto divertente e pieno di risate.
In questo periodo ho i seguenti dubbi: l’uso del verbo sto facendo e della congiunzione ma. Inoltre vorrei sapere se è costruito bene.

 

RISPOSTA:

1. L’uso di¬†ma¬†√® corretto. In questo caso la congiunzione ha una funzione testuale, non sintattica: serve, cio√®, a collegare concettualmente due unit√† informative chiarendo che la seconda √® in contrapposizione con la prima. Per questo motivo, sarebbe meglio farla precedere da un punto e virgola. Sarebbe anche possibile interrompere il periodo prima di¬†ma; in questo modo,¬†il nuovo periodo iniziante con¬†ma¬†rappresenterebbe una affermazione autonoma contrapposta all’affermazione precedente.
Pi√Ļ discutibile, nella frase, √® la concordanza tra¬†le mie preferite¬†e¬†le torte, perch√© con questa costruzione¬†le torte¬†diviene contemporaneamente soggetto e parte nominale del predicato (come se la frase dicesse¬†le mie torte preferite sono le torte). Quello che lei voleva dire, invece, √® che le torte sono i suoi piatti (non direi¬†pasti, perch√© un pasto contiene diversi piatti) preferiti,¬†quindi avrebbe dovuto scrivere¬†ma i miei piatti preferiti sono le torte, oppure¬†ma le mie ricette preferite sono quelle delle torte.
2.¬†Mamma¬†e¬†pap√†¬†sono parole che appartengono alla famiglia dei nomi di parentela, ma hanno anche una sfumatura affettiva che le rende speciali, come se fossero dei diminutivi. Per questo motivo possono comportarsi sia come gli altri nomi di parentela, che non vogliono l’articolo quando sono accompagnati dall’aggettivo possessivo, sia come gli stessi nomi di parentela alterati, che vogliono l’articolo anche con l’aggettivo possessivo.¬†Mia mamma, quindi, si comporta come¬†mia sorella¬†(impossibile *la mia sorella);¬†la mia mamma¬†si comporta come¬†la mia sorellina¬†(impossibile *mia sorellina). Va da s√© che con l’articolo insieme all’aggettivo possessivo si mette in evidenza la sfumatura affettiva; questa scelta, quindi, √® adatta a contesti familiari e informali.
3. Il presente continuato è adatto alla frase in cui è usato, nella quale viene descritta una situazione attualmente in corso. Nel brano ci sono 3 periodi, e la congiunzione ma è usata in 2 di questi. In entrambi i casi, comunque, è usata correttamente. Nel primo caso ha una funzione testuale (e sarebbe preferibile farla precedere da un punto e virgola); nel secondo ha funzione sintattica. 
Ci sono diversi punti problematici nel brano, relativi al piano sintattico e a quello testuale. Gliene faccio notare soltanto alcuni.¬†Dato che non si pu√≤ uscire, il mio corpo vuole anche muoversi¬†instaura un rapporto di causa-effetto in realt√† inesistente, perch√© il corpo vuole muoversi non perch√© non si pu√≤ uscire: pi√Ļ corrispondente alla realt√† sarebbe una costruzione concessiva come¬†anche se non si pu√≤ uscire, il mio corpo vuole muoversi lo stesso. Questa costruzione avrebbe anche il vantaggio di collegarsi logicamente meglio con l’unit√† informativa successiva, che sarebbe bene introdurre con un connettivo esplicito:¬†anche se non si pu√≤ uscire, il mio corpo vuole muoversi lo stesso, perch√©¬†devo smaltire il cibo che cuciniamo. A questo punto sarebbe richiesto un punto fermo, seguito dal periodo successivo.
Nel periodo ancora successivo, la sistemazione della seconda parte √® infelice, perch√© mette in posizione saliente un’informazione (questo allenamento) gi√† nota; preferibile √® questa sistemazione:¬†ho provato a fare attivit√† fisica anche con i miei genitori, ma questo allenamento non ha avuto molto successo.
Infine, non √® chiaro chi sia il soggetto di¬†√® stato comunque molto divertente e pieno di risate. Immagino che sia¬†l’allenamento, ma siccome questo tema √® stato nominato molto prima, √® bene ripeterlo, quindi¬†l’allenamento √® stato comunque molto divertente e pieno di risate.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Nella correzione di un testo scritto va bene quanto segue?
– INDICATORE: Completezza delle informazioni.
Il contenuto è completo/abbastanza completo/essenziale, ecc.
– INDICATORE: Organizzazione nella successione logica e nell’ordine¬†crono-spaziale.
L’esposizione risulta articolata/ lineare/frammentaria, ecc.
– INDICATORE: Correttezza ortografica, morfo-sintattica, punteggiatura, coesione.
La forma presenta lievi errori/pochi errori/ gravi errori.
– INDICATORE: Uso del lessico
Il lessico utilizzato è appropriato/ adeguato/semplice, ecc.

 

RISPOSTA:

La domanda esula dal nostro campo specifico, ma proverò comunque a fare qualche osservazione. Il primo indicatore è ben costruito, sia nella descrizione, sia nei livelli, tranne che per ecc., che in generale va evitato, proprio perché gli indicatori servono a dare chiarezza. Si può, semmai, aggiungere un quarto livello:

– INDICATORE: Completezza delle informazioni.
Il contenuto è completo / quasi completo / essenziale / quasi assente

Nel secondo indicatore non si capisce come si possano associare successione logica e ordine crono-spaziale. Ma soprattutto, non è chiaro che cosa si intenda con ordine crono-spaziale (o meglio spaziotemporale). Forse intendeva riferirsi alla successione degli eventi di una storia? In questo caso, si consideri che se per la successione logica si può individuare un modello migliore di un altro, per la successione degli eventi in una storia esistono tante possibilità (quelle che in narratologia sono definite intreccio) tra le quali è difficile stabilire la migliore.
I livelli, inoltre, non sembrano adatti a definire una gradualità di valore: perché, infatti, una organizzazione articolata sarebbe migliore di una lineare?
Ammesso che ordine crono-spaziale abbia il significato che io ho inteso, le propongo, per questo indicatore, questa scala di valore: articolata e lineare / lineare / a tratti imprecisa / fortemente imprecisa.
Il terzo indicatore raccoglie troppi aspetti. Si potrebbe dividere in almeno due indicatori, uno per l’ortografia e uno per la coesione (nel quale si pu√≤ far rientrare anche la punteggiatura e la morfosintassi). Volendo, per√≤, coesione e punteggiatura potrebbero essere separati da morfosintassi.
I livelli non vanno bene neanche in questo indicatore:¬†lievi¬†e¬†gravi¬†sono indicazioni di qualit√†, peraltro piuttosto arbitarie (quale errore ortografico √® pi√Ļ grave o lieve di altri?), mentre¬†pochi¬†indica una quantit√† ed √®, quindi, incongruente con gli altri. Ritengo che la strada migliore nel caso dell’ortografia sia proprio quella della quantit√†, quindi una scala come¬†molti errori¬†/ pochi errori / quasi nessun errore / nessun errore.
Per quanto riguarda la coesione, invece, si può propendere per la qualità, quindi per una scala come pienamente adeguata (allo scopo) / parzialmente adeguata (allo scopo) / appena adeguata (allo scopo) / del tutto inadeguata (allo scopo).
Anche per l’uso del lessico i livelli sono incongruenti: intanto¬†appropriato¬†e¬†adeguato¬†sono quasi sinonimi, quindi non rappresentano una distinzione chiara.¬†Semplice, inoltre, non individua per forza un difetto, quindi non √® adatto a rappresentare il grado pi√Ļ basso del giudizio. Potrebbe usare per questo indicatore la stessa scala che ho proposto per la coesione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi piacerebbe sapere se nei testi scritti la forma comprende solo gli aspetti grammaticali (punteggiatura, ortografia, morfosintassi) oppure anche il lessico.
Inoltre vorrei sapere se la coerenza riguarda il modo di esporre l’argomento, mentre la¬†coesione ha la funzione di collegare bene le parti.

 

RISPOSTA:

Il lessico fa certamente parte della forma di un testo nella sua parte significante, fatta di suoni, grafemi e morfemi. Nella parte del significato, invece, fa parte del contenuto del testo stesso.
In linguistica testuale, la coerenza √® la qualit√† imprescindibile dei testi. Rappresenta la capacit√† del testo di comunicare qualcosa, che dipende dalla sua non contraddittoriet√† rispetto al co-testo, al contesto, all’enciclopedia del ricevente. Per esempio, il testo che ho scritto finora √® coerente rispetto a s√© stesso (ovvero rispetto al co-testo), perch√© non contiene informazioni che contraddicono altre informazioni fornite in precedenza, ma √® anche coerente rispetto al contesto, cio√® alla sede che lo ospita e alla domanda a cui cerca di rispondere. Potrebbe, per√≤, essere incoerente rispetto all’enciclopedia del ricevente, ovvero rispetto alle sue conoscenze, se lei non conosce i fondamenti della linguistica testuale. In questo caso, questo testo sarebbe incoerente e non potrebbe comunicare niente. Se lei, invece, conosce i fondamenti della linguistica testuale, questo testo le sembrer√† sensato e quindi potr√† considerarsi coerente. Questo esempio mostra che la coerenza di un testo non √® assoluta, ma √® relativa al contesto e agli attori coinvolti nella comunicazione.¬†
La coesione non √® imprescindibile per un testo, e riguarda il corretto uso dei legami logici (i connettivi) e referenziali (i coesivi) previsti dalla lingua, ma anche dei segnali discorsivi, della punteggiatura, della consecutio temporum, della concordanza, della deissi (diversi accenni a queste categorie di parole e forme sono contenuti nell’archivio di DICO, a cui la rimando per approfondimenti).¬†
Sebbene un testo possa essere coeso senza essere coerente (pensi al caso fatto sopra), e possa essere coerente senza essere coeso (si pensi a una richiesta di informazioni da parte di uno straniero con una conoscenza limitata della lingua), √® vero anche che la coesione possa incidere sulla coerenza. Un connettivo, o un segnale discorsivo al posto sbagliato, per esempio, pu√≤ rendere incomprensibile un testo o cambiarne il senso. Ad esempio, una frase come “Mi piace il vino rosso,¬†quindi¬†questa sera ordiner√≤ un bicchiere di vino bianco” potrebbe risultare incoerente a causa della scelta sbagliata del segnale discorsivo; mentre pi√Ļ prevedibile sarebbe¬†“Mi piace il vino rosso,¬†ma¬†questa sera ordiner√≤ un bicchiere di vino bianco”. Attenzione, la prima frase non √® per forza incoerente; potrebbe, infatti, essere coerente nel contesto giusto (come si √® detto prima, infatti, la coerenza testuale √® una qualit√† relativa). In un ristorante in cui servono del vino rosso di pessima qualit√†, per esempio, la persona a cui piace il vino rosso potrebbe decidere, proprio perch√© le piace il vino rosso, di non ordinarne.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Le frasi sotto indicate sono tutte corrette?
1. Spero che da ora alla fine del 2021 i dati economici migliorino.
2. Spero che da ora alla fine del 2021 i dati economici siano migliorati.
3. Spero che da ora alla fine del 2021 i dati economici miglioreranno.
4. Spero che da ora alla fine del 2021 i dati economici saranno migliorati.

 

RISPOSTA:

Le proposizioni oggettive esplicite, nelle frasi introdotte da¬†che, ammettono sia l‚Äôindicativo sia il congiuntivo. La costruzione della frase, per√≤, ammette soltanto le frasi 1. e 3. La scelta tra le due va fatta in base al contesto comunicativo: l‚Äôindicativo (miglioreranno) √® la variante meno formale, il congiuntivo (migliorino) quella pi√Ļ formale. Si pu√≤ anche immaginare una variante ancora meno formale, se non proprio trascurata: “Spero che da ora alla fine del 2021 i dati economici migliorano”.
Le frasi 2. e 4. risultano incoerenti.¬†Il congiuntivo passato (siano migliorati)¬†indica anteriorit√† rispetto al verbo della reggente; ci√≤ vuol dire che al momento dell‚Äôenunciazione il fatto √® gi√† accaduto. Potremmo avere la soluzione con il congiuntivo passato in una situazione rivolta al presente (“Spero che i dati economici siano migliorati”), in cui si spera che i dati economici siano migliorati in un momento del passato.¬†
Il futuro anteriore indica anteriorità rispetto al futuro, mentre nella frase il punto di riferimento del cambiamento è attuale, sebbene proiettato al futuro (da ora alla fine del 2021).
Le frasi 2. e 4. divengono coerenti se posizioniamo il riferimento al futuro, invece che da ora al futuro: “Spero che alla fine del 2021 i dati economici siano / saranno¬†migliorati”. In questo modo, il futuro anteriore assume la sua funzione propria di descrivere un evento precedente rispetto al futuro (la fine del 2021); il congiuntivo passato, a sua volta, diviene possibile perch√© l’emittente pu√≤ spostare mentalmente il suo punto di vista alla fine del 2021 e osservare il cambiamento come passato rispetto a quel momento.
Anche con il cambiamento del riferimento temporale le frasi 1. e 3. rimangono valide (“Spero che alla fine del 2021 i dati economici migliorino / miglioreranno”), ma cambiano di significato: passano, infatti, a¬†indicare che il cambiamento √® ipotizzato a partire dalla fine del 2021.
Raphael Merida
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le seguenti costruzioni ellittiche (tra parentesi le parti omesse) sono accettabili?

1) Aveva preso l’autostrada, (aveva) pagato il pedaggio, (aveva) raggiunto il lavoro.¬†
2) Le lampade erano state spente e la musica (era stata) abbassata. 
3) Lunghi pomeriggi d’estate, (noi/essi) distesi sulla spiaggia o sognanti sul molo.¬†
4) Non era bello; ma, tuttavia, (era) affascinante.

 

RISPOSTA:

‚ÄčLe frasi 1) e 4) sono ben formate. In una sequenza di pi√Ļ participi costruiti con lo stesso ausiliare si esprime, generalmente, soltanto quello iniziale.¬†
Se gli ausiliari sono diversi, anche nel caso in cui cambi soltanto la persona, come in 2), √® preferibile esplicitarli tutti: “Le lampade erano state spente e la musica era stata abbassata”. L’ellissi dell’ausiliare nel caso in cui cambi solamente la persona √® accettabile nel parlato o in uno scritto non sorvegliato.¬†
In 3) l‚Äôellissi del soggetto √® da evitare, altrimenti¬†distesi¬†e¬†sognanti¬†viene concordato con¬†lunghi pomeriggi¬†e la frase cambia di senso. Quindi: “Lunghi pomeriggi d‚Äôestate, noi / loro distesi sulla spiaggia o sognanti sul molo”. Sarebbe possibile non esprimere il soggetto se la frase continuasse con un verbo di modo finito; ad esempio: “Lunghi pomeriggi d‚Äôestate; distesi sulla spiaggia o sognanti sul molo rimanevamo / rimanevano ore ad aspettare il tramonto”. Come si vede, anche in questo caso √® meglio separare i due blocchi della frase con un punto e virgola o un punto fermo, in modo da prevenire l’ambiguit√† del riferimento di¬†distesi¬†e¬†sognanti.
Raphael Merida
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho scritto la seguente frase umoristica su Facebook:¬†“Certi individui attraversano la strada con un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre’, al cui confronto Frankestein sembra un ginnasta dell’antica Atene”.
Dopo qualche ora mi √® sorto il dubbio che quella virgola, l’unica presente nel testo, non dovesse essere posta. Solo che ormai tutti hanno letto e perci√≤ temo di aver rovinato la reputazione di discreto scrittore che ho costruito con fatica.¬†

 

RISPOSTA:

Nella frase la virgola non √® richiesta perch√© la proposizione relativa introdotta da al cui confronto √® di tipo limitativo, non esplicativo. Questa relativa √® parte integrante dell’antecedente (un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre’), che non ne pu√≤ fare a meno; se, infatti, proviamo a eliminarla, il risultato risulta incompleto: “Certi individui attraversano la strada con un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre'”. Si veda, invece, come cambia il rapporto tra reggente e relativa se rendiamo l’antecedente autonomo:¬† “Certi individui attraversano la strada con un certo dinamismo vitale e una certa ‘joie de vivre'”; in questo caso la relativa, che pure pu√≤ seguire, andr√† preceduta da virgola, perch√© √® esplicativa, aggiuntiva, non limitativa, ovvero identificativa dell’antecedente.¬†
Per approfondire questo argomento pu√≤ consultare diverse risposte nell’archivio di DICO (per esempio la FAQ¬† Usi testuali della virgola).
Va detto che la sua frase presenta un problema di coesione tipico del parlato, da evitare nello scritto: il riferimento di¬†al cui confronto¬†sarebbe¬†un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre’, non¬†certi individui. Nella frase, quindi, si confronta Frankenstein al modo di camminare di certi individui, mentre il confronto pu√≤ essere fatto o tra il modo di camminare di Frankenstein e il modo di camminare di certi individui, o tra Frankenstein e certi individui che camminano in un certo modo. Il senso della frase √® comunque chiaro, ma il testo risulta sconnesso.
Un modo semplice per riconnettere i due termini del confronto √® questo: “Certi individui attraversano la strada con un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre’ al cui confronto il modo di camminare di Frankestein sembra quello di un ginnasta dell’antica Atene”. Chiaramente, in questo modo la frase √® meno diretta e probabilmente fa meno ridere, ma la coesione √® migliore. In ogni caso, la relativa rimane limitativa, quindi senza virgola.
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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QUESITO:

Il periodo successivo può dirsi lineare?

Certo, i ricordi brutti sono molti come lanciare una bomba, sentirsi¬†un amico che muore alle tue spalle, partecipare a una missione del genere, ma i ricordi¬†belli sono indelebili, come sentirsi dire “Congratulazioni lei √® ufficialmente laureata”.¬†Ma tu sei giovane e questa √® solo una piccola parte della tua vita.

In particolare, la congiunzione ma dopo il punto fermo non mi sembra adatta.
 

 

RISPOSTA:

La seconda parte va bene, compreso il¬†ma¬†all’inizio del periodo, con funzione avversativa rispetto a tutto il periodo precedente, non solamente rispetto a un elemento. Nella prima parte l’elenco √® incongruente (al netto di effetti retorici ricercati), perch√©¬†una missione¬†dovrebbe contenere, quindi precedere,¬†lanciare una bomba¬†e¬†sentirsi un amico morire, non essere messo sullo stesso piano. Propongo la seguente riformulazione, con la rivisitazione anche della punteggiatura:

‚ÄčCerto, i ricordi brutti sono molti, come partecipare a una missione del genere,¬†lanciare una bomba,¬†sentirsi un amico che muore alle tue spalle; ma…
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coerenza
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QUESITO:

Avrei una curiosit√†: quindi utilizzando “di quanto sia bravo”, se inseriamo
anche (non) il significato non cambia? √ą solo un abbellimento stilistico o
una ridondanza?

 

RISPOSTA:

Sostanzialmente sì, non cambia nulla. Non sto qui a farle un intricato discorso sulle ragioni, ma è come se confliggessero due punti di vista: 
Sei furbo, non sei bravo
Sei furbo ma sei anche bravo
Sei pi√Ļ furbo di quanto tu sia bravo
Sei pi√Ļ furbo di quanto tu non sia bravo
Il “non” √® ininfluente ai fini del significato dell’enunciato. Per quanto possa sembrare controintuitivo, talora il “non” √® usato, nella storia dell’italiano, in modo del tutto contrario alle attese. Per esempio, sulla stregua del latino TIMEO NE per indicare “temo che qualcosa accada”, nell’italiano antico era possibile dire e scrivere una frase come la seguente: “temo che non mi veda” per intendere, invece “temo che mi veda”. La spiegazione risiede nel fatto che √® come se si costruisse un discorso diretto approssimativamente come il conseguente: “ho un timore ed √® questo: (voglio) che NON mi veda!”, cio√® “non voglio che mi veda”, e dunque: “ho paura che mi veda”. Qualcosa di analogo √® successo con i secondi termini di paragone, in cui il “non” passa dal contrasto con il primo termine (A, NON B), alla sfumatura di gradazione (A, meglio di B).
Un altro esempio analogo √®: “Meglio passare l’estate in Sicilia che in Piemonte”, del tutto identico a “che non in Piemonte”. In questi casi, la negazione √® del tutto ininfluente.
Talora le lingue hanno loro percorsi di coerenza interna, anche semantica, diversi dall’usuale o dal senso comune.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Marco pens√≤ a cose che solo lui poteva sapere”,¬†vuoi per l’assenza di altre persone, vuoi per il contesto testuale, √® chiaro che il¬†pronome¬†lui¬†si riferisca al soggetto, cio√®¬†Marco.
Ma in un esempio come “Marco aveva salutato Luigi e si apprestava a rimuginare su¬†fatti che solo lui avrebbe potuto conoscere” mi pare che il referente del pronome sia¬†meno diretto.
Mi piacerebbe ricevere la vostra opinione; nonché, se possibile, qualche indicazione per destreggiarsi in situazioni semantiche simili.
Per inciso, mi torna in mente la differenza d‚Äôimpiego tra¬†proprio¬†e¬†suo, per¬†distinguere l’attribuzione dell’aggettivo al soggetto o al complemento).

 

RISPOSTA:

‚ÄčIl pronome personale si riferisce al tema pi√Ļ vicino tra quelli possibili. Per esempio, se nella sua frase ci fosse¬†Maria, oppure¬†i coniugi Rossi,¬†al posto di¬†Luigi, il riferimento sarebbe ancora chiaro:¬†“Marco aveva salutato Maria / i coniugi Rossi e si apprestava a rimuginare su¬†fatti che solo lui avrebbe potuto conoscere”. Nella sua frase, invece, il tema¬†Luigi¬†√® il pi√Ļ vicino tra quelli possibili e, pertanto,¬†si sostituisce a¬†Marco¬†come bersaglio di¬†lui.¬†
Il lettore rimane comunque dubbioso sulla correttezza del riferimento, perch√© la proposizione coordinata mantiene¬†Marco¬†come soggetto e, in generale, per il senso della frase, che sembra ruotare tutto intorno a¬†Marco. Per ovviare a questa ambiguit√† si possono usare forme referenziali (che possiamo chiamare¬†proforme) pi√Ļ esplicite, per esempio¬†quest’ultimo, oppure¬†lo stesso Luigi,¬†se vogliamo puntare a¬†Luigi. Se vogliamo puntare a¬†Marco, possiamo rafforzare¬†lui¬†con¬†stesso, che rimanda al soggetto della frase. Altre proforme che rimandano inequivocabilmente al soggetto (ma che in questa frase non possono essere usate, a meno che non la si riformuli diversamente) sono il pronome riflessivo¬†s√© (stesso)¬†e, come da lei ricordato, l’aggettivo possessivo¬†proprio.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

1a) Non √® chiaro se sia stato effettuato l’intervento; in tal caso procederemo con una diffida.

1b) Non √® chiaro se sia stato effettuato l’intervento; in tal caso procederemmo con una diffida.

2a) Se tornerai, mi trovi qui.

Se fossi stata al posto dello scrivente, avrei di preferenza omologato i predicati a un unico tempo, ottenendo tali risultati:¬†2b) Se torni, mi trovi qui (oppure: “Se tornerai, mi troverai qui”).

 

RISPOSTA:

 

‚ÄčVista la quantit√† di esempi, rimandiamo all’archivio di DICO per ulteriori approfondimenti sulla¬†consecutio temporum.
1) Entrambe le opzioni vanno bene: il condizionale nella proposizione oggettiva subordinata (“che altri si sarebbero posti /¬†si porrebbero¬†tutti questi problemi” configura la proposizione stessa come l’apodosi di un periodo ipotetico, con la protasi implicita. In altre parole, la frase si lascia interpretare cos√¨: “anche se dubito che altri si sarebbero posti tutti questi problemi (se si fossero trovati in questa stessa situazione)”, oppure “anche se dubito che altri si porrebbero¬†tutti questi problemi (se si trovassero in questa stessa situazione). La scelta tra il condizionale presente e il passato dipende dal grado di possibilit√† che il parlante attribuisce all’evento del¬†porsi problemi¬†(collegato¬†alla relazione temporale con il verbo della reggente): se questo evento √® percepito come possibile, quindi attuale rispetto all’evento del¬†dubitare,¬†si usa il presente¬†si¬†porrebbero;¬†se, invece, √®¬†percepito come improbabile, quindi lontano dal presente¬†dubito,¬†si usa il passato¬†si¬†sarebbero posti.
La subordinata oggettiva pu√≤ anche essere costruita con il congiuntivo, perdendo il valore di apodosi di periodo ipotetico.¬†Riscrivendo la frase con il congiuntivo, si ottiene: “anche se dubito che altri si¬†pongano¬†/¬†siano¬†posti¬†tutti questi problemi”. Anche in questo caso, √® possibile scegliere tra il presente e il passato, secondo il solo criterio del rapporto temporale tra l’evento del¬†porsi problemi¬†e il l’evento del¬†dubitare.

2) Sia l‚Äôindicativo, sia il congiuntivo vanno bene: la scelta dipende dal grado di formalit√† che si vuole ottenere (indicativo meno formale; congiuntivo pi√Ļ formale).

3) L’evento dell’invitare¬†√® antecedente rispetto ad¬†ancora oggi insiste, cio√® al presente. In questo contesto, il tempo del congiuntivo nella subordinata √® il passato:¬†abbia invitata.¬†Il congiuntivo trapassato¬†andrebbe bene in una frase in cui si evidenzia l’anteriorit√† dell’evento rispetto al passato: “Insisteva¬†nel volermi fare il bagno nella vasca, nonostante¬†l’avessi invitata¬†pi√Ļ volte a non considerarmi pi√Ļ un bambino”. Inoltre, la punteggiatura della frase cos√¨ com’√® non va bene, sarebbe opportuno non separare verbo e oggetto: “Ancora oggi, insiste nel volermi fare lei il bagno nella vasca‚Ķ”.

4) Entrambe le forme vanno bene. L’indicativo futuro nell’apodosi del periodo ipotetico sottolinea la fattualit√† dell’evento, esprimendo maggiore certezza (nella percezione dell’emittente) sulla sua realizzabilit√†; il condizionale esprime l’evento come possibile.

5) La subordinata in questione √® una comparativa ipotetica, che serve, come suggerisce il nome, a fare un confronto tra la realt√† (descritta nella reggente) e un’ipotesi. Il verbo della reggente (ha mostrato)¬†√® passato, quindi la subordinata, che richiede il congiuntivo, pu√≤ prendere l’imperfetto se l’evento del¬†voler partecipare¬†√® percepito come possibile (quindi contemporaneo all’evento del¬†mostrare), trapassato se l’evento √® percepito come improbabile (quindi distante nel tempo dal¬†mostrare). Si noti che con il trapassato si accentua il valore retorico dell’immagine: il parlante costruisce il confronto con una ipotesi che lui stesso esprime come improbabile.

6)-8) Come la 4).

9) Entrambe le forme sono corrette, anche se il futuro (potr√≤ entrare)¬†√® preferibile. Il futuro, infatti, pone l’evento dell’entrare¬†in relazione al momento dell’enunciazione, che √® adesso; il passato prossimo¬†ha informato, a sua volta, colloca l’evento dell’informare¬†in relazione con il momento dell’enunciazione,¬†lasciando intendere che l’evento sia ancora da consumarsi, cio√®, per l’appunto,¬†futuro rispetto ad adesso.
Diversamente, il condizionale passato (sarei potuto entrare)¬†esprime l’idea del futuro nel passato, quindi si pone in relazione non con il momento dell’enunciazione, bens√¨ con quello di riferimento, che √® rappresentato da¬†ha informato. Come detto sopra,¬†ha informato¬†√® in stretto rapporto con il presente, il che non giustifica pienamente la costruzione del futuro nel passato.¬†Se sostituiamo il passato prossimo con il passato remoto,¬†il condizionale passato diviene legittimo: “Inoltre mi inform√≤ che sarei potuto¬†entrare nella struttura la sera…” (sempre possibile, comunque, rimane “Inoltre mi inform√≤ che potr√≤ entrare nella struttura la sera…”, nel caso in cui l’evento dell’entrare¬†sia futuro rispetto ad adesso).
A margine, si noti che il sintagma¬†la sera¬†si lascia interpretare (preferibilmente, non obbligatoriamente) in due modi diversi nelle due costruzioni: “Inoltre mi ha informato che potr√≤ entrare nella struttura la sera…” suggerisce che potr√≤ entrare¬†di sera¬†(possibilmente¬†ogni sera); “Inoltre mi inform√≤ che sarei potuto¬†entrare nella struttura la sera…” suggerisce che sarei potuto entrare¬†quella sera.

10. Simile all’esempio precedente. Il sintagma ‚Äúda questa sera‚ÄĚ accentua la separazione tra il passato prossimo¬†ha raccontato¬†e il momento dell’enunciazione, rendendo pi√Ļ accettabile il condizionale passato.

11. La proposizione relativa pu√≤ essere costruita con l’indicativo (“che vogliono partecipare”), il congiuntivo presente (“che vogliano partecipare”), il congiuntivo imperfetto (“che volessero partecipare”). La scelta dipende dal grado di probabilit√† dell’evento del¬†voler partecipare¬†(nella percezione dell’emittente). Esattamente lo stesso vale se sostituiamo¬†volere¬†con¬†desiderare¬†(quindi¬†desiderano¬†/¬†desiderino¬†/¬†desiderassero); cambia, ovviamente, il significato del verbo:¬†desiderare¬†‘avere un desiderio’;¬†volere¬†‘avere la volont√†’.

12) Possibili entrambe le varianti, con la solita sfumatura funzionale tra l’indicativo fattuale e il condizionale che presuppone un’ipotesi. Il condizionale, infatti, configura la proposizione come l’apodosi di un periodo ipotetico, come se fosse: “anche se (se non l’avessi trovata) quella vecchia andrebbe bene”.

13)¬†Siano state esplose¬†si pone in relazione al momento dell’enunciazione, rispetto a cui √® antecedente;¬†fossero state esplose, invece, si pone in relazione a¬†hanno disposto, che √® gi√† passato, rispetto a cui √®, a sua volta, antecedente.¬†Come nella frase 9), il passato prossimo √® fortemente proiettato sul presente, tanto da non giustificare pienamente la costruzione con il trapassato; questo vale anche per la relativa “che avevano colpito il senzatetto”, che funziona meglio con il passato prossimo:¬†“le autorit√† hanno subito disposto l’esame autoptico, necessario per accertare ufficialmente le cause del decesso, e stabilire se le pallottole che hanno colpito il senzatetto siano state¬†esplose”.¬†Anche qui, se usassimo il passato remoto la situazione si capovolgerebbe a favore del trapassato: “le autorit√† disposero subito l’esame autoptico, necessario per accertare ufficialmente le cause del decesso, e stabilire se le pallottole che avevano colpito il senzatetto fossero state¬†esplose”.
Si noti anche la punteggiatura: le virgole prima e dopo la relativa non sono richieste, perch√© la relativa √® limitativa (su questa rimandiamo all’archivio di DICO).

14) Corrette entrambe le forme. Anche per questo rimandiamo all’archivio di DICO, consultabile con la parola chiava¬†ausiliare.
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Volevo sottoporvi un mio dubbio: nell’ultima strofa della poesia che riporto sotto, ho usato il passato remoto ‚Äúpot√©‚ÄĚ anzich√© il congiuntivo imperfetto ‚Äúpotesse‚ÄĚ. Lo ritenete corretto o comunque preferibile?

“…Forse tutti quanti, però,
abbiamo escluso o non abbiamo mai desiderato
che Ges√Ļ, violento nel riempire di se stesso
ma delicato nel doversi vergognare del seme di Giuseppe,
a braccia aperte sulla croce,
non pot√© piangere il dolore per quelli che restavano‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

In dipendenza da ‚Äúescludere che‚ÄĚ e ‚Äúdesiderare che‚ÄĚ l‚Äôitaliano standard prescrive il congiuntivo: dunque la scelta sarebbe dovuta essere ‚Äúpotesse‚ÄĚ, e non ‚Äúpot√©‚ÄĚ, che √® decisamente pi√Ļ informale. Inoltre, se mi posso permettere, l‚Äôintero periodo sembra intricato al limite dell‚Äôincoerenza (forse voluta, me ne rendo conto, pi√Ļ che per licenza poetica, per i noti paradossi teologici connessi con la figura cristologica). Capisce bene, tuttavia, che l‚Äôitaliano ha le sue ragioni, non necessariamente coincidenti con quelle della poesia, del cuore, della fede…
A rendere intricata la sintassi √® la doppia negazione: ‚Äúnon abbiamo mai desiderato che non potesse piangere‚ÄĚ. Quindi: abbiamo desiderato che potesse piangere, giusto? E non sarebbe stato pi√Ļ chiaro?
Inoltre, mettere sullo stesso piano, come coordinate, ‚Äúabbiamo escluso‚ÄĚ e ‚Äúnon abbiamo mai desiderato‚ÄĚ rende difficile al lettore il compito della decodificazione. Lei mi dir√† che compito della poesia non √® quello di essere chiara. Ha ragione, ma forse a volte un po‚Äô di chiarezza e di logica in pi√Ļ non guasterebbero. Si incontrerebbe (e convincerebbe, forse) un numero superiore di persone.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
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