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QUESITO:

Ho un dubbio sull’analisi grammaticale di un nome. Nella frase “I gatti si riunirono e decisero quale nome dare alla gabbianella”, il sostantivo¬†nome¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e nomi astratti √® quasi sempre problematica e discutibile. In questo caso, poi, il problema √® particolarmente complicato, perch√© il nome¬†nome¬†non solo √® una parola, ma identifica metalinguisticamente una parola. Come ogni parola, quindi, ha una forma concreta, che viene pronunciata e sentita con l’udito, oltre che scritta e letta. D’altra parte, ha un significato, ovvero rimanda a un’idea mentale, a sua volta corrispondente alla persona nominata. Si pu√≤, quindi, concludere che il nome¬†nome¬†√® insieme concreto e astratto. Soprattutto, per√≤, si pu√≤ concludere che la distinzione stessa tra nomi concreti e astratti √® un esercizio logico un po’ ozioso, quando non arzigogolato, e di scarso effetto.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su un esercizio che chiede se in una frase il verbo¬†essere¬†√® utilizzato come ausiliare o con significato proprio, La frase √® la seguente: “Oggi sono distrutto”.
Trovandomi in una quarta primaria che non conosce ancora le forme passive, e mancando nella frase un agente, ho interpretato la parola distrutto come un participio passato con funzione aggettivale e ho suggerito un significato proprio del verbo essere. Ma il libro, nelle soluzioni, lo interpreta come verbo essere con funzione di ausiliare.
Potete chiarire il mio dubbio?

 

RISPOSTA:

La soluzione sta nel mezzo: nella frase il verbo¬†essere¬†non √® ausiliare, ma non ha neanche un significato proprio, visto che √® copula (e la copula, per l’appunto, non ha un significato proprio, ma serve soltanto a collegare il soggetto con la parte nominale del predicato). Se il libro interpreta¬†sono¬†come ausiliare fa una scelta molto strana, per quanto non sbagliata in assoluto.¬†Sono, infatti, potrebbe ben essere l’ausiliare di un verbo passivo, ma se cos√¨ fosse la frase avrebbe un significato molto innaturale: “Oggi vengo distrutto” o “Oggi mi si distrugge”. Chiaramente, quindi,¬†sono distrutto¬†√® predicato nominale e la frase significa “Oggi sono molto stanco”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “√ą stato il sindaco a raccontare la storia pi√Ļ divertente della serata”, il nome¬†storia¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e astratti √® una ossessione della grammatica italiana non pienamente giustificata. I concetti di¬†concreto¬†e¬†astratto, infatti, sono di per s√© sfuggenti, ma soprattutto non riguardano la lingua, bens√¨ la realt√†; in altre parole, a essere concreto o astratto non √® il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altro nome), bens√¨ il referente del nome stesso, la “cosa” che viene designata con il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altra “cosa” designata da altro nome). Fatta questa premessa, comunque, nell’ottica usata dalle grammatiche scolastiche,¬†storia¬†√® in questo caso un nome concreto, perch√© designa un racconto specifico che √® stato pronunciato da un parlante e udito da un pubblico.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

Quale complemento rappresenta il sintagma introdotto da in base a nella seguente frase?
“√ą necessario agire in base alle esigenze del volgo”.

L’analisi logica non permette di classificare con la stessa precisione tutti i sintagmi possibili, nonostante la tipologia sia ricca (secondo alcuni persino troppo ricca). Nel caso in questione, il complemento pi√Ļ vicino alla funzione sintattico-semantica svolta dal sintagma¬†in base alle esigenze¬†√® quello di causa, visto che si pu√≤ parafrasare il sintagma con ‘in modo che il nostro agire sia l’effetto di’.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Su varie grammatiche, incluso Treccani, si legge che tra avverbi interrogativi (interrogativa diretta) e verbo è impossibile frapporre un elemento, che sia soggetto o qualsiasi altro elemento:

1)Quando marco arriverà a destinazione?*

2)Dove oggi andrai?*

Se si parla di congiunzione interrogativa, e di conseguenza di interrogative indirette

è possibile la frapposizione solo del soggetto:

3)Non so quando Marco arriverà.

4)Non so dove oggi andrà a fare shopping.*

Tutte queste regole e regolette, per√≤, non valgono con “Perch√©”, usato sia come avverbio interrogativo che come congiunzione interrogativa; infatti con “perch√©” √® possibile sia frapporre complementi (“Qui”, “con me” ecc…) sia soggetti (“Lui”, “Marco”), anche insieme, volendo, come nelle frasi 5 e 6.

Tutto questo sia nelle interrogative dirette o indirette che siano, per esempio:

5)Perch√© Marco all’estero si trova male?

6)Non so Marco all’estero si trovi cos√¨ male.

Credo e spero che da 1 a 6 lei possa concordare con me.

Ci sono però dei casi, che non so per idiomaticità o meno, ma contravvengono a ciò che ho detto da 1 a 6, cioè:

a)Ricordo quando da bambino giocavo al parco con gli amichetti.

b)Non ho mai saputo quando da bambino hai avuto la prima fidanzatina.

c)Quanto la fortuna potrà incidere sul risultato?

Le frasi “a” e “b” sono dello stesso tipo della frase 4, mentre la frase “c” mi sembra dello stesso tipo della frase “1”.

Seguendo la (mia) logica, a meno che non abbia fatto un discorso errato dall’inizio alla fine, le tre frasi in questione sono scorrette, eppure le ho sentite spesso, anche con una certa frequenza; infatti anche a me √® capitato di dirle in svariate occasioni, poich√© al mio orecchio suonano particolarmente idiomatiche e non vi ravviso nessuna stonatura.

Qual è quindi la verità?

 

RISPOSTA:

Da assiduo navigatore di DICO, sa bene che la grammatica e la linguistica non si valutano in base alla verit√† (ammesso che si sappia cosa sia, la verit√†…), bens√¨ ad altre categorie, quali la frequenza, l‚Äôaccettabilit√†, la variabilit√† ecc. Ci√≤ premesso, non √® affatto vero che gli interrogativi non ammettano elementi tra s√© e il verbo, e, tra i miliardi di frasi possibili, basterebbe questa: ¬ęPerch√© Marco non arriva?¬Ľ. Quindi, non soltanto concordo con lei, ma le confermo che nessuna delle frasi da lei citate (a, b, c) √® sbagliata, e non perch√© siano idiomatiche (e infatti non lo sono), ma perch√© la mobilit√† dei costituenti consente queste e altre modificazioni dell‚Äôordine cosiddetto diretto. Neppure le altre frasi da lei citate sono scorrette n√© agrammaticali, tranne la 2: ¬ę*Dove oggi andrai?¬Ľ, che per√≤ diventa quasi accettabile se al verbo si aggiunge un altro elemento: ¬ęDove, oggi, andrai a fare la spesa?¬Ľ (non naturalissima, ma possibile).

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase ¬ęLuca faceva finta di niente¬Ľ, che complemento √® ¬ędi niente¬Ľ? Mi √® venuto in mente argomento ma non credo sia corretto.

 

RISPOSTA:

√ą complemento di specificazione, secondo la nomenclatura tradizionale dell‚Äôanalisi logica. Tuttavia, come abbiamo detto pi√Ļ volte nelle nostre risposte di DICO (cfr. per es. le risposte Analisi logica ‚Äúper intenditori‚ÄĚ; L‚Äôinutilit√†, e l‚Äôimpossibilit√† d‚Äôanalisi, di alcuni complementi; Il complemento di quantit√† e il complemento di specificazione: l‚Äôinutilit√† dell‚Äôanalisi logica tradizionale), la tassonomia dei complementi non serve a molto, nella comprensione delle strutture sintattiche e lessicali di una lingua. Infatti, ¬ęfare finta di niente¬Ľ √® un‚Äôespressione cristallizzata, idiomatica, che va analizzata nel suo complesso, soprattutto nella sua seconda parte, che dunque andrebbe analizzata come segue: Luca = soggetto; faceva = predicato verbale; finta di niente = complemento oggetto. Oppure, ancora meglio secondo le tendenze pi√Ļ aggiornate della sintassi: faceva finta di niente = predicato verbale formato da verbo + argomento.

Fabio Rossi

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QUESITO:

All’epoca, dopo che era avvenuta quella disgrazia, eravamo come foglie che il vento…

  1. a) portasse via
  2. b) portava via.

Suppongo che entrambe le soluzioni siano valide.

Mi chiedo per√≤ se la differenza tra l’una e l’altra sia di tipo (come insegnate voi) diafasico, oppure se essa sia di tipo semantico.

 

RISPOSTA:

Come al solito, la differenza √® essenzialmente di tipo diafasico (pi√Ļ formale il congiuntivo, meno formale l‚Äôindicativo), ma, come spesso avviene, le ragioni diafasiche non escludono quelle sintattiche e/o semantiche. In questo caso, in virt√Ļ della frequente associazione del congiuntivo (soprattutto imperfetto) a contesti ipotetici quali la protasi del periodo ipotetico, la versione al congiuntivo conferisce al periodo da lei segnalato una sfumatura epistemica (cio√® di probabilit√† o possibilit√†), quasi a sottolineare che il vento pu√≤ portare via (o anche non portarle) quelle foglie. Ricordo che le relative al congiuntivo possono assumere sfumature varie (finali, consecutive, epistemiche ecc.). Nel caso specifico, per√≤, c‚Äô√® davvero bisogno di indicare che il vento pu√≤ portare o non portare via le voglie? Non √® in certo qual modo ovvio dal contesto semantico complessivo? Occorre sempre chiedersi se il congiuntivo sia necessario o no, magari se sia un mero sfoggio di ‚Äúbello stile‚ÄĚ (in realt√† retaggio di certe malintese pseudonorme scolastiche). Inoltre, sempre a proposito di stile, non sarebbe molto meno faticoso il periodo senza proposizione relativa? Cio√® cos√¨: ¬ę…eravamo come foglie al vento¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Nell’analisi grammaticale dei nomi collettivi trovo difficile indicare se si tratti di nomi di persona, animale o cosa. In un esercizio scolastico, sarebbe opportuno tralasciare tale dicitura oppure è possibile far rientrare questi nomi in una categoria? Ed eventualmente quale? Ad esempio, gregge può essere definito un nome comune di animale? O un nome comune di cosa? Oppure semplicemente un nome comune, collettivo?

 

RISPOSTA:

Semplicemente nome comune, collettivo: entia multiplicanda non sunt praeter necessitatem.

Fabio Rossi

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Categorie: Punteggiatura, Semantica

QUESITO:

Quando scrivo utilizzo molto spesso la virgola insieme alla congiunzione, sempre con una specifica motivazione determinata dal senso che desidero attribuire alla frase. Talvolta, nemmeno cos√¨ raramente, mi capita di usare la virgola anche negli elenchi in cui √® presente una “e”.

Mi sento spesso dire che non so scrivere, che non conosco l’uso della punteggiatura. Solitamente sorrido, ascolto, mi stanco. Mi piacerebbe capire se ho torto, ed ammettere i miei limiti.

Faccio degli esempi: “pane, pasta, e pomodoro” ha un significato diverso da “pane, pasta e pomodoro”. Lo stesso vale anche per “l’amava, e l’odiava”. Anche questa espressione √® diversa e differente da “l’amava e l’odiava”. Cos√¨ “Dio, patria e famiglia” non √® esattamente lo stesso di “Dio, patria, e famiglia”. Giusto?

 

RISPOSTA:

Ha ragione lei su tutta la linea: questa del divieto della virgola prima della congiunzione √® una delle tante regole di fantagrammatica (come la chiama Sgroi, o, per essere pi√Ļ generosi, di norma sommersa, come la chiama Serianni) inventate senza alcuna ragione dai maestri di scuola. A volte l‚Äôerrore, come in molti dei suoi begli esempi, √® proprio nel non metterla, la virgola prima della e.

Fabio Rossi

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QUESITO:

n

RISPOSTA:

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho ricevuto un messaggio che continua a non convincermi:
“Mi sono messo a farmi la barba”. Io credo che sia errato, in quanto c’√® un doppio pronome (mi e farMi).
Pensando alla stessa frase con un diverso complemento però la frase tornerebbe:
“mi sono messo a fargli la barba”.
Quindi nel primo caso cosa potrebbe essere a non convincermi?? Oltre che suonare male sono convinta che ci sia qualcosa che non torni grammaticalmente.
 

 

RISPOSTA:

Si √® gi√† data da s√© la risposta giusta: visto che non altro pronome l’espressione funzionerebbe perfettamente, vuol dire che non c’√® nulla di sbagliato. Il fatto che vi siano due pronomi personali (e tutti e due di prima persona) deriva dal fatto che si stanno usando due verbi pronominali, entrambi alla prima persona: il primo √® il verbo aspettuale¬†mettersi, il secondo il verbo riflessivo apparente (o meglio transitivo pronominale)¬†farsi la barba. Nulla di strano, dunque. Non si lasci trasportare dall’idiosincrasia dell’orecchio che rifiuta la ripetizione del¬†mi: le lingue non funzionano a orecchio e l’insofferenza per la ripetizione √® un insano portato di una didattica distorta.
Del resto, per avere prove ulteriori, che cosa ci sarebbe di strano nella frase “mi √® capitato di perdermi”?

Fabio Rossi
 

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Su alcune schede allestiste¬†per l’apprendimento dell’italiano come L2 tra i verbi fraseologici figura anche
decidere¬†seguito dalla preposizione¬†di. Nutro non poche riserve sulla¬†correttezza di questa informazione, che peraltro non trova riscontro su altri¬†testi di grammatica consultati.¬†¬†Inoltre, considerando, a titolo di esempio, il¬†seguente periodo: “Decise di comprare un libro”,¬†Decise¬†√® la proposizione principale¬†di comprare un libro¬†√® la proposizione subordinata oggettiva implicita.
Si dovrebbero dunque individuare due predicati distinti e altrettante proposizioni.

 

RISPOSTA:

Il verbo decidere non è un verbo fraseologico: funziona sintatticamente in modo autonomo, e anche dal punto di vista semantico non aggiunge una sfumatura aspettuale ma esprime un significato ben distinto da quello del verbo della subordinata che regge.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Sui testi di grammatica italiana rivolti a studenti sia del primo sia del secondo¬†ciclo spesso si legge che la coordinazione √® possibile tra due o pi√Ļ proposizioni¬†principali (“Io piango e tu ridi”) oppure tra proposizioni subordinate dello¬†stesso grado e dello stesso tipo (“And√≤ da Marco per restituirgli il libro e ringraziarlo”).
Non √® dunque mai ammessa una proposizione coordinata a un’altra coordinata?
A titolo di esempio, nel periodo: “Si avvi√≤ verso casa, ma fu bloccato in ufficio e¬†fece tardi”, la proposizione¬†e fece tardi¬†non potrebbe essere una coordinata copulativa alla precedente coordinata avversativa¬†ma fu bloccato in ufficio?

 

RISPOSTA:

La sua osservazione √® corretta: una proposizione pu√≤ essere coordinata a un’altra coordinata. I manuali che non riportano questo dettaglio probabilmente lo fanno perch√© ritengono implicito che se una proposizione pu√≤ essere coordinata a una principale o un’altra dello stesso grado di subordinazione, pu√≤ esserlo anche a un’altra coordinata che si trova sullo stesso piano.
Aggiungo che la coordinazione tra subordinate √® possibile anche se le proposizioni sono di tipo diverso:¬† (avversativa)¬†“And√≤ da Luca per restituirgli il libro ma senza averlo avvertito”;
(copulativa) “And√≤ da Luca perch√© Luca lo aveva chiamato e nonostante Luca non gli stesse simpatico”;
(disgiuntiva) “Vado al bar per fare due chiacchiere o se non ho altro da fare”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quanto √® difficile per uno che non √® un grammatico non fare errori grammaticali? O per uno che ha “solo” delle buone conoscenze di grammatica? Succede che degli scrittori, anche affermati, facciano degli errori?

 

RISPOSTA:

La risposta a questa domanda, solo apparentemente banale, richiede una precisazione preliminare sui concetti di grammatica e di errore. Va distinta la Grammatica (che per convenzione scrivo con l’iniziale maiuscola) dalla grammatica (minuscola). La Grammatica √® l’insieme delle regole di funzionamento di una lingua che ogni parlante ha ormai introiettato pi√Ļ o meno pienamente all’et√† delle scuole elementari. Dopo si arricchiscono il lessico e la sintassi, e magari si evita la maggior parte degli errori di ortografia, ma il grosso della lingua a 10 anni √® bell’e imparato. Esistono poi i libri di grammatica, tutti pi√Ļ o meno puristici, che prescrivono cio√® una serie di regole. Non tutte queste regole sono sullo stesso piano e non tutti gli errori descritti come tali dalle grammatiche sono veri e propri errori di Grammatica, ma semplicemente opzioni meno formali della lingua, perfettamente corrette nello stile informale ma meno adatte in quello formale. Un tipico esempio √® il congiuntivo nelle completive come “penso che √® tardi”, forma del tutto corretta secondo la Grammatica ma tacciata d’errore dalle grammatiche solo perch√© meno formale di “penso che sia tardi”. Di errori veri e propri i parlanti e scriventi adulti ne commettono pochissimi. Per la maggior parte dei casi si tratta di forme meno formali e inadatte alla scrittura ufficiale e colta. Sicuramente, per√≤, oggi sono in pochissimi gli scriventi che riescono a dominare perfettamente tutti i livelli della lingua, e specialmente quelli pi√Ļ formali. Neppure alcuni scrittori odierni, anche affermati, riescono a usare la lingua con consapevolezza in tutte le sue variet√†. In questo senso, dunque, se vuole dare a “errore” il significato di “impropriet√† stilistica” o “povert√† lessicale” o “scarsa coesione sintattica e testuale”, allora taluni scrittori commettono errori. Io per√≤ non li chiamerei errori ma impropriet√†. Non bisogna essere grammatici per usare la lingua in tutta la sua ricchezza. Direi che √® utile essere lettori umili e curiosi. Essere bacchettoni non aiuta mai, in questi casi, perch√© ci si arrocca su posizioni indifendibili, sotto il profilo scientifico, come quella di tacciare d’errore l’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo. Raramente una forma attestata in migliaia di scriventi pu√≤ essere considerata errata. Anche molti errori, oltretutto, hanno una loro ragion d’essere, cio√® una loro motivazione, sebbene non ritenuta valida dalla maggior parte degli scriventi colti. Ovvero quasi nessun errore √® casuale o immotivato. Qual √® la motivazione della forma “qual’√®” con l’apostrofo, per fare un esempio? Il fatto che nell’italiano d’oggi¬†qual¬†non √® quasi mai seguito da consonante (tranne che nell’espressione cristallizzata “qual buon vento ti porta?”). Nel momento in cui le grammatiche, i giornali cartacei e la gran parte degli scrittori colti considereranno normale “qual’√®”, essa (che gi√† oggi √® maggioritaria online rispetto a “qual √®” senza apostrofo) diventer√† in tutto e per tutto una forma corretta dell’italiano standard. Morale della favola: gli errori non¬†¬†sono ontologici e una volta per tutte ma storici e legati alle dinamiche sociali (come tutto nelle lingue, fenomeni storico-sociali per antonomasia). Molte delle forme un tempo normali in italiano oggi sarebbero scorrette, come “opra” per opera o “canoscere” per conoscere.
Per concludere, oggi pi√Ļ che errori veri e propri (cio√® forme non previste dalla Grammatica, ovvero dal sistema di una lingua, come gli errori di ortografia o di desinenza: “la sedia si √® rotto”) la gran parte degli scriventi mostra un notevole e pericoloso analfabetismo funzionale, ovvero l’incapacit√† di capire e usare la lingua in tutto l’ampio spettro delle sue variet√†. E dunque c’√® chi non comprende, e quindi non √® in grado di usare, parole dal significato anche molto comune come¬†tuttavia,¬†bench√©,¬†¬†acconsentire,¬†tollerare¬†ecc. Sembra molto pi√Ļ grave questo fenomeno che non il singolo erroretto d’ortografia, che pu√≤ sfuggire a chiunque, o lo strafalcione di una parola usata al posto di un’altra, o una caduta nell’uso della consecutio temporum. Mediamente, dunque, una discreta conoscenza della grammatica italiana ci mette sicuramente al riparo da troppi errori di Grammatica, anche se soltanto una regolare esposizione alla lingua formale letta e scritta ci allontana dal rischio di diventare analfabeti funzionali.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella correzione di un testo scritto va bene quanto segue?
– INDICATORE: Completezza delle informazioni.
Il contenuto è completo/abbastanza completo/essenziale, ecc.
– INDICATORE: Organizzazione nella successione logica e nell’ordine¬†crono-spaziale.
L’esposizione risulta articolata/ lineare/frammentaria, ecc.
– INDICATORE: Correttezza ortografica, morfo-sintattica, punteggiatura, coesione.
La forma presenta lievi errori/pochi errori/ gravi errori.
– INDICATORE: Uso del lessico
Il lessico utilizzato è appropriato/ adeguato/semplice, ecc.

 

RISPOSTA:

La domanda esula dal nostro campo specifico, ma proverò comunque a fare qualche osservazione. Il primo indicatore è ben costruito, sia nella descrizione, sia nei livelli, tranne che per ecc., che in generale va evitato, proprio perché gli indicatori servono a dare chiarezza. Si può, semmai, aggiungere un quarto livello:

– INDICATORE: Completezza delle informazioni.
Il contenuto è completo / quasi completo / essenziale / quasi assente

Nel secondo indicatore non si capisce come si possano associare successione logica e ordine crono-spaziale. Ma soprattutto, non è chiaro che cosa si intenda con ordine crono-spaziale (o meglio spaziotemporale). Forse intendeva riferirsi alla successione degli eventi di una storia? In questo caso, si consideri che se per la successione logica si può individuare un modello migliore di un altro, per la successione degli eventi in una storia esistono tante possibilità (quelle che in narratologia sono definite intreccio) tra le quali è difficile stabilire la migliore.
I livelli, inoltre, non sembrano adatti a definire una gradualità di valore: perché, infatti, una organizzazione articolata sarebbe migliore di una lineare?
Ammesso che ordine crono-spaziale abbia il significato che io ho inteso, le propongo, per questo indicatore, questa scala di valore: articolata e lineare / lineare / a tratti imprecisa / fortemente imprecisa.
Il terzo indicatore raccoglie troppi aspetti. Si potrebbe dividere in almeno due indicatori, uno per l’ortografia e uno per la coesione (nel quale si pu√≤ far rientrare anche la punteggiatura e la morfosintassi). Volendo, per√≤, coesione e punteggiatura potrebbero essere separati da morfosintassi.
I livelli non vanno bene neanche in questo indicatore:¬†lievi¬†e¬†gravi¬†sono indicazioni di qualit√†, peraltro piuttosto arbitarie (quale errore ortografico √® pi√Ļ grave o lieve di altri?), mentre¬†pochi¬†indica una quantit√† ed √®, quindi, incongruente con gli altri. Ritengo che la strada migliore nel caso dell’ortografia sia proprio quella della quantit√†, quindi una scala come¬†molti errori¬†/ pochi errori / quasi nessun errore / nessun errore.
Per quanto riguarda la coesione, invece, si può propendere per la qualità, quindi per una scala come pienamente adeguata (allo scopo) / parzialmente adeguata (allo scopo) / appena adeguata (allo scopo) / del tutto inadeguata (allo scopo).
Anche per l’uso del lessico i livelli sono incongruenti: intanto¬†appropriato¬†e¬†adeguato¬†sono quasi sinonimi, quindi non rappresentano una distinzione chiara.¬†Semplice, inoltre, non individua per forza un difetto, quindi non √® adatto a rappresentare il grado pi√Ļ basso del giudizio. Potrebbe usare per questo indicatore la stessa scala che ho proposto per la coesione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi sono imbattuta nell’analisi dei complementi predicativi. Tra questi¬†sono compresi oltre ai verbi¬†sembrare,¬†diventare¬†ecc., anche gli appellativi,¬†estimativi, elettivi e effettivi, dunque:

Rossi: soggetto
è stato eletto: predicato con verbo copulativo (non predicato verbale)
preside: complemento predicativo del soggetto.

Vi chiedo, invece, perch√© nell’analisi di frase con il predicativo dell’oggetto il verbo¬†viene analizzato in molte grammatiche come predicato verbale e non come verbo¬†copulativo?

Gli alunni: soggetto
hanno giudicato: predicato verbale
difficile: complemento predicativo
il compito: complemento oggetto

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa differenza potrebbe stare nello scarto tra i verbi che possono avere il complemento oggetto (gli appellativi, gli elettivi, gli estimativi) e quelli che non possono averlo (gli effettivi). Il verbo, cio√®, viene interpretato come predicativo (quindi come predicato verbale) quando ha un complemento oggetto, come¬† in “Gli alunni hanno giudicato difficile il compito”.
In realt√†, questa distinzione √® ingiustificata: in presenza di un complemento predicativo, tutti i verbi copulativi vanno considerati alla stessa stregua. L’unico caso in cui questi verbi possono essere considerati predicati verbali √® quello in cui non hanno bisogno del complemento predicativo, in frasi come “Luca √® stato eletto alla fine”, oppure “L’ho gi√† chiamato, ma ancora non si vede”, o ancora “Luca sostiene di aver visto un UFO”. Questa possibilit√† √® esclusa per molti verbi effettivi: *”Luca sembra”, *”Maria √® diventata” *”La verit√† rende” (ma non per “√ą nato Luca”, “Dopo la curva apparir√† un cartello” e simili).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Spesso i libri scolastici propongono esempi molto banali di analisi del¬†periodo, senza presentare quelli pi√Ļ complessi.¬†Esistono testi ben fatti, con esempi articolati di analisi del periodo?
Quale potrebbe essere, ad esempio, l’analisi del seguente periodo?
“Dice che bisognerebbe fare in modo che ci sia spazio da poter adibire per mangiare¬†senza che gli altri ambienti vengano utilizzati”.
Quando ci si riferisce  a un periodo si può parlare di analisi logica oppure questa è una espressione da riferire solamente all’analisi delle proposizioni?

 

 

RISPOSTA:

‚Äčl’analisi del periodo proposta a scuola deve tenere conto della preparazione parziale degli studenti; gli autori di grammatiche scolastiche, pertanto, evitano di presentare i casi pi√Ļ controversi. Il problema √®, per√≤, che i casi controversi siano molto comuni; gli enunciati che i parlanti e gli scriventi producono per comunicare tra loro spesso non si lasciano incasellare nelle rigide categorie di questa forma di analisi. Le frasi semplificate proposte nelle grammatiche, quindi, finiscono per risultare un po’ innaturali, come esperimenti condotti in laboratorio.¬†
Un libro agile e serio, scritto da un linguista navigato, dedicato a questo argomento, √®¬†L’analisi del periodo, di Michele Prandi, Roma, Carocci, 2013.

La stessa frase da lei proposta, per la verit√†, risulta innaturale; sembrerebbe rappresentare un discorso parlato (dice che…), ma si fatica a immaginare una persona che possa effettivamente parlare cos√¨. Nel parlato, infatti, si cerca la semplicit√†, per aggirare gli ostacoli della memoria limitata, del rumore, della distrazione ecc. Nello scritto, al contrario, possiamo concedere maggiore spazio alla complessit√†, perch√© il mezzo che usiamo √® stabile e duraturo.
In ogni caso, volendo analizzare la sua frase otteniamo questo schema:
dice: proposizione principale;
che bisognerebbe: proposizione subordinata di primo grado oggettiva;
fare in modo: proposizione subordinata di secondo grado soggettiva;
che ci sia spazio: proposizione subordinata di terzo grado oggettiva;
da poter adibire: proposizione subordinata di quarto grado relativa implicita (equivalente a che deve poter essere adibito);
per mangiare: proposizione subordinata di quinto grado finale implicita;
senza…: proposizione subordinata di sesto grado eccettuativa.
Si noti che l’eccessiva, chiaramente non necessaria, complessit√† della frase produce una sbavatura sintattica: il verbo¬†adibire¬†difficilmente regge una proposizione; richiede, invece, tipicamente un complemento introdotto dalla preposizione¬†a. Normalmente si direbbe, quindi, “da poter adibire a locale / spazio / luogo / area per la mensa”, o anche¬†“da poter adibire a locale / spazio / luogo / area nel quale si possa mangiare”.

Il termine¬†analisi logica¬†si riferisce solamente all’analisi delle funzioni sintattiche, anche dette¬†complementi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Stavo consultando un vecchio libro di analisi logica del Tantucci.
Riguarda il complemento di quantità.
Scrive che è una forma particolare del complemento di specificazione.
Retto da sostantivi o da aggettivi e avverbi sostantivati o da pronomi di cosa, preceduti dalla preposizione “di”.
Si ha in dipendenza di sostantivi come turba, dove ad esempio nella frase:” turba di scalmanati”, il complemento di quantit√† √® “di scalmanati”;
oppure nella frase: “fatti un p√≤ di coraggio”, il complemento di quantit√† √® “di coraggio”.
Quindi secondo il Tantucci, è un complemento di specificazione?
Vi sembra una interpretazione valida?

 

RISPOSTA:

La Sua domanda conferma in pieno la nostra piena convinzione della radicale inutilità dell’analisi logica tradizionale, se interpretata come sterile tassonomia dei complementi. Infatti, l’attuale, scolastica, tipologia dei complementi combina arbitrariamente elementi semantici e funzionalistici (a che serve e che cosa significa quel determinato costrutto?) con elementi sintattici (come si combinano insieme sostantivi e preposizioni e come dipendono dal verbo). Se tutto questo ha un senso in latino, laddove è necessario conoscere in quale caso vanno espressi determinati costrutti a seconda del loro valore, in italiano certe distinzioni appaiono del tutto inutili, se non dannose.
Pertanto, ha perfettamente ragione il Tantucci nell‚Äôosservare che, in latino, la reggenza al genitivo vale tanto per la nozione logico-semantica di specificazione quanto per quella di quantit√†, che √® tutto sommato un sottotipo della prima; mentre in italiano la distinzione tra un complemento di specificazione e uno di quantit√† √® del tutto inutile, inventata a tavolino, senza alcuna utilit√† pratica n√© teorica. E, ancora una volta, d‚Äôaccordo con Luca Serianni, Francesco Sabatini e numerosi altri lingiuisti, viene da dar ragione a quel bambino che, di fronte alla domanda della maestra: ‚Äúche complemento √®¬†a pallone nella frase¬†io gioco a pallone? Rispose: ‚Äúcomplemento di calcio‚ÄĚ! Bambino geniale e linguista in pectore, che comprende,¬†malgr√© lui, come attribuire valore sintattico a mere relazioni semantiche sia privo di fondamento. Molto meglio concentrarsi sulle relazioni di reggenza tra verbo e sostantivi, secondo quanto predicato dalla grammatica delle valenze, su cui Francesco Sabatini e Cristiana De Santis hanno scritto pagine interessantissime. Ma questa √® un‚Äôaltra storia.
 
Fabio Rossi

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‚ÄčQUESITO:

Mi piacerebbe sapere¬†se, in un testo scolastico (es. la simulazione di una lettera o di un diario), si pu√≤ accettare l’espressione¬†“Siamo migliori amiche”.

 

RISPOSTA:

La lettera a un amico o a un’amica e il diario sono generi caratterizzati da un registro informale, nel quale figurano a loro agio, e sono pienamente giustificate, espressioni “brillanti”, non canoniche, vicine al parlato.
Ma vediamo perch√©¬†migliore amico/a¬†e¬†migliori¬†amici/amiche¬†sono espressioni non canoniche.¬†Molto diffuse oggi, presentano tre difficolt√† se passate al vaglio della grammatica standard: non hanno l’articolo determinativo e non hanno il complemento partitivo, entrambi¬†richiesti dal superlativo relativo¬†migliore;¬†mancano del complemento di specificazione (o dell’aggettivo possessivo), richiesto dal nome¬†amico.
In una frase standard come “Il migliore amico dell’uomo √® il cane” si nota¬†che l’aggettivo al grado superlativo relativo sia preceduto dall’articolo determinativo;¬†amico, inoltre,¬†√® correttamente specificato (molto strano sarebbe *”Il miglior amico √® il cane”). Anche in questa frase, invece, manca il complemento partitivo, che, per la verit√†, pu√≤ facilmente essere sottinteso nel caso in cui coincida con¬†tra tutti gli altri¬†o simili:¬†“(Tra tutti gli altri amici,) il migliore amico dell’uomo √® il cane”.
Delle tre difficolt√† individuate nell’espressione qui analizzata, quindi, una √® trascurabile:¬†migliore amico¬†presuppone¬†tra tutti.
Pi√Ļ strana sembra la mancanza del complemento di specificazione per¬†amico/a/i/e. A ben vedere, per√≤, anche questa si spiega con il sottinteso: “Siamo migliori amiche” √® implicitamente completata da¬†l’una dell’altra. Come si vede, questo costrutto appesantisce l’espressione e la rende molto meno agevole e immediata: si capisce, quindi, perch√© i parlanti lo eludano. Rispetto allo standard, questa scelta rappresenta uno scarto, non grave ma sufficiente per abbassare di un gradino la formalit√† dell’espressione.
La terza mancanza, quella dell’articolo prima di¬†migliore/i, √® l’unica davvero grave, perch√© contrasta con una regola sintattica molto rigida (migliore¬†√® comparativo di maggioranza;¬†il migliore¬†√® superlativo relativo), sebbene si giustifichi sul piano della convenienza. Se inseriamo l’articolo, infatti, otteniamo “Siamo le migliori amiche”, che renderebbe il sottintendimento del complemento di specificazione inaccettabile per la maggioranza dei parlanti.
Questa disamina dei “difetti” insiti nell’espressione ci consegna, per contrasto, la variante standard della stessa: “Siamo le migliori amiche l’una dell’altra”. Si noter√†, nella formulazione, oltre alla minore efficacia espressiva, la “stranezza” del mancato accordo tra il nome del predicato¬†le migliori amiche¬†e il costrutto reciproco, che √® grammaticalmente singolare. La variante¬†“Siamo la migliore amica l’una dell’altra”, pure possibile, sana questa “stranezza”, ma provoca la sgrammaticatura (quindi √® formalmente pi√Ļ trascurata) del mancato accordo tra la copula (a sua volta concordata con il soggetto), plurale, e il nome del predicato, singolare.
A margine rilevo che la lettera e la pagina di diario, generi testuali familiari ai ragazzi fino a qualche anno fa, oggi appaiono anacronistici e, per questo, poco motivanti. Si possono sostituire con l’articolo di un blog, l’e-mail, il post di un social network (purch√© siano rese chiare le finalit√† e le caratteristiche formali che questi prodotti devono avere).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

La frase “Questo vino √® per intenditori” origina un complemento di¬†limitazione, oppure si tratta di un complemento di vantaggio?¬†Forse le etichette dei complementi anche in questi casi non possono¬†soddisfare del tutto.

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ volte abbiamo lamentato l’inadeguatezza delle categorie dell’analisi logica per spiegare le relazioni sintagmatiche, e soprattutto per spiegare come usarle per comporre il testo in modo chiaro ed efficace. Detto questo, per√≤, cerchiamo di usare al meglio questo quadro interpretativo, ancora dominante nella scuola.

Nessuno dei complementi da lei ipotizzati calza con questo caso. Se considerassimo per intenditori complemento di limitazione la frase significherebbe che il vino esiste solamente per quanto √® a conoscenza degli intenditori, qualcosa come “Per gli intenditori, questo vino esiste” (e si noti che senza l’articolo gli davanti a intenditori non √® proprio possibile formulare questa ipotesi. Se lo considerassimo complemento di vantaggio avremmo come conseguenza che il vino sarebbe a vantaggio degli intenditori; una bizzarria logica. L’assenza dell’articolo, inoltre, rende difficile anche questa interpretazione._x000D_nBisogna rilevare, invece, che per intenditori equivale a un aggettivo (raffinato ,sofisticato ,complesso o simili): il sintagma va, pertanto, equiparato a un nome del predicato, che, insieme al verbo essere in funzione di copula, forma un predicato nominale. L’assenza dell’articolo davanti a intenditori suggerisce proprio che l’espressione si sia cristallizzata, cio√® sia diventata un tutt’uno, quasi una singola parola (i linguisti chiamano queste parole fatte di pi√Ļ parole unit√† polirematiche ).

Se invece di per intenditori avessimo per gli intenditori, il sintagma sarebbe meglio descritto come complemento di fine, come se la frase significasse ‘questo vino √® fatto per essere apprezzato dagli intenditori (e probabilmente solo da loro)’.

Fabio Ruggiano

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