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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel periodo: “Avevo visto Mario e gli avevo chiesto di passare dal mio studio, ma non ha portato i documenti che avrei dovuto consultre” la coordinata avversativa¬†ma non ha portato i documenti¬†√® da considerare legata alla coordinata copulativa¬†e gli avevo chiesto¬†oppure alla subordinata oggettiva¬†di passare dal mio studio?

 

RISPOSTA:

La coordinata introdotta da ma è formalmente collegata alla coordinata alla principale e gli avevo chiesto; nessun elemento al suo interno, infatti, può collocarla su un piano della gerarchia sintattica diverso dal primo. Certo, se sottraessimo la subordinata oggettiva, il contenuto della seconda coordinata non sarebbe comprensibile (e gli avevo chiesto, ma non ha portato i documenti); questo, però, è un effetto della forza del legame di subordinazione completivo (quello che lega gli avevo chiesto e di passare dal mio studio), per il quale la reggente risulta incompleta senza la subordinata.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Una frase come “Nessuna parola, fatto o azione mi hanno ferito” √® corretta? Si pu√≤ concordare l’aggettivo indefinito solo con il nome pi√Ļ vicino?

 

RISPOSTA:

L’accordo tra un aggettivo preposto e un soggetto composto di nomi di genere diverso √® problematico, perch√© il nome pi√Ļ vicino all’aggettivo attrae la concordanza. Se, ad esempio, volessimo definire¬†amatissimi¬†il figlio e la figlia di qualcuno potremmo dire¬†gli amatissimi figlio e figlia¬†(con l’aggettivo al plurale maschile “onnicomprensivo”) o¬†l’amatissimo figlio e l’amatissima figlia; il rischio, per√≤, sarebbe di formare¬†l’amatissimo figlio e figlia, per via dell’attrazione dell’accordo operata dal nome pi√Ļ vicino all’aggettivo,¬†figlio. nel suo caso l’accordo al plurale non √® possibile, visto che¬†nessuno¬†non ha la forma plurale, quindi non rimane che “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi hanno ferito”. La concordanza di¬†nessuno¬†con il solo primo nome, comunque, non pu√≤ dirsi un errore grave: non pregiudica, infatti, affatto la comprensione della frase (gli aggettivi non ripetuti potrebbero essere considerati semplicemente sottintesi).
Aggiungo che anche il verbo¬†avere¬†pu√≤ andare al singolare (“Nessuna parola, fatto o azione mi ha ferito” o “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi ha ferito”); il singolare, si badi, √® dovuto non all’accordo con il solo primo soggetto, bens√¨ all’accordo con ciascun soggetto uno alla volta, visto che i tre nomi sono presentati come uno in alternativa all’altro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

  1. Esiste una varietà di discipline, quali quelle umanistica, artistica e scientifica.

Vorrei sapere se la costruzione è corretta, o se sarebbe consigliato strutturarla in maniera leggermente diversa sul piano della flessione.

  1. Esiste una varietà di discipline, quale quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.
  2. Esiste una varietà di discipline, quali quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.

 

RISPOSTA:

La 1 e la 3 sono parimenti corrette, mentre la seconda presenta un errore di accordo in quale, che deve concordare con discipline, da cui dipende, e non con quella n√© con variet√†. In verit√†, pur corrette, la prima e la terza frase sono entrambe un po‚Äô faticose e ridondanti, soprattutto la terza, per via della ripetizione di quella. Forse si potrebbe snellire il tutto cos√¨: ¬ęci sono diversi ambiti disciplinari: umanistico, artistico e scientifico¬Ľ. In effetti, pi√Ļ che di disciplina, si sta qui trattando di ambiti disciplinari (ciascuno strutturato, al suo interno, in diverse discipline: la letteratura, la filologia ecc.; la biologia, la fisica ecc.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Incontro difficoltà nel collocare le virgole in questa costruzione:
“Marco accusa Paolo che accusa Luigi che fa finta di niente”.
Mi verrebbe spontaneo inserire soltanto una virgola, dopo¬†Luigi: “Marco accusa Paolo che accusa Luigi, che fa finta di niente”, ma al tempo stesso mi domando se non servirebbe anche dopo Paolo: “Marco accusa Paolo, che accusa Luigi, che fa finta di niente”.

 

RISPOSTA:

La soluzione corretta √® quella con due virgole: entrambe le relative, infatti, sono per forza esplicative, perch√© i nomi propri sono fortemente determinati e possono essere ulteriormente identificati con una relativa limitativa soltanto in condizioni speciali (per esempio “Ho incontrato quel Paolo che fa il barista a Modena”).
Maggiori informazioni sulle relative limitative ed esplicative possono essere ricavate qui.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere a quale persona si riferisce il pronome _questi _nella seguente frase:
“Con l’acquisto operato dal donante, Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e questi con atto del 2002 enunciava che il trasferimento avveniva nello stato di fatto e di diritto in cui si trovava il cespite”.

 

RISPOSTA:

In base alle regole del riferimento anaforico¬†questi¬†riprende (o √® coreferente con)¬†Tizio, ovvero quello tra i due possibili antecedenti (Caio¬†e¬†Tizio) che non √® il soggetto della proposizione reggente (Con l’acquisto Caio trasferiva lo stesso bene con i relativi confini). Per riprendere il soggetto di una proposizione reggente, infatti, bisogna usare l’ellissi del soggetto; per riprendere¬†Caio¬†nella coordinata, quindi, la frase avrebbe dovuto essere “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e con atto del 2002 enunciava…”. Esiste un’alternativa all’ellissi per riprendere il soggetto della reggente, ma non √®¬†questi, bens√¨ un pronome esplicito come¬†lo stesso¬†(preferibilmente completato dal nome): “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e lo stesso Caio con atto del 2002 enunciava…”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’espressione¬†godere di un diritto¬†a quale complemento corrisponde¬†di un diritto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica √® un complemento di specificazione. Pi√Ļ utile, per√≤, √® l’interpretazione data dalla grammatica valenziale, secondo cui si tratta di un complemento oggetto obliquo, ovvero di un sintagma che ha la stessa funzione del complemento oggetto, ma non √® diretto, bens√¨ preposizionale, semplicemente perch√© il verbo richiede tale preposizione (come in¬†fidarsi di,¬†contare su,¬†obbedire a¬†e tanti altri). Il sintagma¬†di un diritto, infatti, √® necessario per completare sintatticamente il verbo¬†godere, quindi √® un argomento di questo verbo, mentre il complemento di specificazione non √® mai un argomento del verbo, perch√© indica un dettaglio relativo a un sintagma nominale (la casa di Mario,¬†il cancello della scuola,¬†l’introduzione del libro…). Se confrontiamo, inoltre,¬†godere di un diritto¬†con, per esempio,¬†esercitare un diritto, vediamo che la struttura profonda del predicato √® identica, perch√© la preposizione fa da collegamento formale tra il verbo e il sintagma, non contribuisce in alcun modo al significato del sintagma. Infine, un’ulteriore prova del fatto che questo sintagma ha la funzione di un complemento oggetto √® che nel parlato e nello scritto trascurato si tende a dimenticare la preposizione, producendo espressioni come¬†godere un diritto¬†(ma anche¬†abusare qualcuno¬†al posto di¬†abusare di qualcuno,¬†obbedire un ordine, invece di¬†obbedire a un ordine). Sebbene queste realizzazioni siano scorrette, bisogna notare che se in queste espressioni la preposizione avesse un significato preciso (e non fosse, invece, un collegamente soltanto formale), non sarebbe possibile escluderla; nessuno, infatti, direbbe o scriverebbe mai¬†la casa Mario¬†invece di¬†la casa di Mario.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi sono tutte grammaticalmente corrette?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia stato lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse stato lui il colpevole?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette; il diverso tempo del congiuntivo nella subordinata dichiarativa instaura di volta in volta un rapporto temporale diverso tra lo stato descritto nella dichiarativa e l’evento della reggente. Nello stabilire quale sia tale rapposto bisogna considerare che nella reggente figura un passato prossimo, un tempo che si comporta a volte come storico, a volte come presente, perch√© indica un evento passato ancora valido nel presente. Nella prima frase, per esempio, il presente¬†sia¬†instaura un rapporto di contemporaneit√† nel presente con¬†hai pensato, perch√© in questa frase¬†hai pensato¬†indica che il¬†pensare¬†iniziato nel passato √® ancora in corso (deve essere cos√¨, altrimenti non avrebbe senso rappresentare l’essere colpevole¬†come presente). Anche nella seconda frase¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente, rispetto al quale¬†l’essere colpevole¬†√® anteriore, quindi passato. Nella terza frase possiamo avere due interpretazioni: se¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente¬†fosse¬†esprime uno stato anteriore (nonch√© continuato nel passato); se, per√≤,¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista passato (in questa frase ci√≤ √® possibile proprio perch√© questo verbo √® messo in relazione con un imperfetto),¬†fosse¬†indica contemporaneit√† nel passato. Per vedere pi√Ļ chiaramente questa differenza si osservino le seguenti frasi:
1. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole;
2. Stamattina ho pensato che lui fosse colpevole.
Nella prima frase l’essere colpevole¬†√® contemporaneo nel passato rispetto a¬†ho pensato; nella seconda √® anteriore (e continuato) rispetto al presente, perch√© qui¬†ho pensato¬†stabilisce un punto di vista presente. Si noti, comunque, che nella frase 1 non √® esclusa l’interpretazione anteriore (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole anche le altre volte che l’avevano arrestato”) cos√¨ come nella 2 non √® esclusa quella contemporanea (per esempio “Stamattina ho pensato che proprio mentre lo guardavo lui fosse colpevole”).
Nella quarta frase, infine, il trapassato indica che lo stato dell’essere colpevole¬†√® anteriore a un altro evento, anch’esso passato; questo altro evento pu√≤ coincidere con il¬†pensare¬†se¬†hai pensato¬†funziona da tempo storico, altrimenti deve essere un altro evento, non esplicitato. Anche in questo caso, per vedere meglio la differenza si osservino queste frasi:
3. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole;
4. Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole.
Nella prima l’essere colpevole¬†precede nel tempo il¬†pensare, che √® passato; nella seconda l’essere colpevole¬†precede un altro evento (per esempio “Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”), perch√© il¬†pensare¬†funziona da presente. La presenza di un terzo evento non √®, comunque, esclusa dalla frase 3 (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato far seguire il congiuntivo presente all‚Äôespressione¬†come se, oppure √® obbligatorio l’imperfetto?
“Ne parli come se sia colpa mia!”
“Apri le finestre come se faccia caldo”.
√ą possibile omettere¬†se fosse¬†senza alterare il significato della frase dal punto di vista temporale?
“Carlo cammina come se fosse un ubriaco che non riuscisse a reggersi in piedi”.
“Carlo cammina come un ubriaco che non riuscisse / riesca a reggersi in piedi”.
La seconda alternativa conserva la stessa sfumatura ipotetica oppure colloca l’azione nel passato?

 

RISPOSTA:

La proposizione comparativa ipotetica, introdotta da¬†come se, presenta un evento ipotetico che somiglia a quello descritto nella reggente e che potrebbe, pertanto, spiegarlo. L’ipoteticit√† dell’evento presentato richiede una costruzione che ricalca quella della proposizione ipotetica, ovvero il congiuntivo imperfetto per la possibilit√†, il congiuntivo trapassato per l’irrealt√†. L’irrealt√†, si noti, corrisponde in questa proposizione all’atteggiamento di incertezza dell’emittente riguardo alla somiglianza tra gli eventi); ad esempio: “Rispose come se avesse paura” (l’avere paura¬†√® presentato come potenzialmente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, spiegarlo), “Rispose come se avesse avuto paura” (l’avere paura¬†√® presentato come incertamente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, essere preso in considerazione tra le spiegazioni possibili).
Per quanto riguarda le due frasi confrontate, la prima presenta una comparazione ipotetica, la seconda presenta una comparazione oggettiva; con la prima, pertanto, l’emittente √® pi√Ļ cauto nell’accostare il modo di camminare di Carlo a quello di un ubriaco. In ogni caso, la rappresentazione della comparazione non condiziona la costruzione della proposizione relativa (che non riesca / riuscisse). Questa proposizione pu√≤ essere costruita nella prima e nella seconda frase tanto con il presente quanto con l’imperfetto; nel primo caso il¬†riuscire¬†√® semplicemente rappresentato come presente, nel secondo si aggiunge una sfumatura ipotetica, conferita dalla sovrapposizione tra¬†che non riuscisse¬†e¬†se non riuscisse.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúI bambini dovranno allegare un file in formato pdf, elaborato secondo lo schema allegato, contenente l‚Äôelenco dei disegni trasmessi, in pdf non modificabile, di seguito indicati:‚ÄĚ
Nella frase precedente √® il file contenente l’elenco che deve essere in pdf non modificabile, o ciascuno dei disegni?

 

RISPOSTA:

Il sintagma in pdf non modificabile non può che essere interpretato dal lettore come retto da disegni, perché si trova tra disegni e di seguito indicati, che è inequivocabilmente concordato con disegni.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso del congiuntivo/condizionale¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†nella frase che segue.

L‚Äôufficio ha quindi proceduto all‚Äôistruttoria ed all‚Äôesitazione delle istanze per impedire da un lato che il condono potesse agire da ‚Äúscudo giudiziario‚ÄĚ (in quanto la presentazione della domanda di condono sospende il procedimento penale e quello per le sanzioni amministrative) e dall‚Äôaltro per evitare all‚Äôente eventuali richieste di risarcimento da chi¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†voluto avere ragione della propria istanza di sanatoria prima che l‚ÄôAG procedesse, ad ogni modo, all‚Äôabbattimento dell‚Äôimmobile abusivo.

 

RISPOSTA:

Il dubbio tra il condizionale passato e il congiuntivo trapassato dipende dalla presenza, nella frase, di due possibili momenti di riferimento, uno precedente al¬†volere avere ragione¬†(coincidente con il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), uno successivo (coincidente con il¬†procedere all’abbattimento). Il condizionale passato ha la funzione di esprimere la posteriorit√† rispetto a un punto prospettico collocato nel passato, quindi descrive il processo del¬†volere avere ragione¬†come posteriore all’evento, passato, del¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze. Il congiuntivo trapassato, diversamente, descrive il¬†volere avere ragione¬†come precedente rispetto all’evento, pure passato (ma, attenzione, successivo al¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), del¬†procedere all’abbattimento. Entrambe le scelte sono, pertanto, legittime in astratto; entrambe, per√≤, presentano dei difetti: la prima non veicola alcuna sfumatura eventuale, che sarebbe, invece, utile; la seconda veicola s√¨ un senso di eventualit√† (per via della sovrapposizione tra la proposizione relativa e la condizionale:¬†da chi avesse voluto¬†=¬†se qualcuno avesse voluto), ma costringe a cambiare il momento di riferimento a met√† frase, creando una certa ambiguit√† (il¬†volere avere ragione¬†precede il¬†procedere all’abbattimento¬†o il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze?). Consigliamo, allora, una terza soluzione: il congiuntivo imperfetto (da chi volesse avere ragione), che non cambia il momento di riferimento e veicola una sfumatura eventuale. Il congiuntivo imperfetto ha, inoltre, il vantaggio di essere percepito come pi√Ļ formale del condizionale passato, quindi pi√Ļ appropriato a un contesto come questo.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

Può essere ritenuto corretto (o almeno non scorretto) un uso della virgola dopo espressioni come a seguire e al termine?
Ad esempio: “Al termine, consegna della medaglia al vincitore”, “A seguire, assegnazione di una borsa di studio al miglior studente”.

 

RISPOSTA:

La virgola non √® affatto scorretta; al contrario, √® preferibile inserirla. In generale, i sintagmi che hanno la funzione di espansioni (ovvero contengono informazioni che non sono collegate al verbo o a un singolo argomento del verbo, ma riguardano l’intera frase) e sono inseriti all’inizio della frase vanno separati con la virgola dal resto della frase. Se, invece, le espansioni si trovano in coda, la virgola √® opzionale: “Consegna della medaglia al vincitore al termine” / “Consegna della medaglia al vincitore, al termine”. L’inserimento della virgola accentua la rilevanza informativa dell’espansione. Se, infine, la frase lo consente, l’inserimento dell’espansione al centro della frase richiede tipicamente la separazione dal resto della frase con le virgole di apertura e chiusura: “La medaglia sar√† consegnata, al termine, al vincitore”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una comunicazione e scritta e meglio usare il presente o il futuro per riferirsi al futuro? Ad es. “I genitori possono/potranno partecipare all‚Äôiniziativa organizzata per domani, recandosi… Se per esigenze particolari non si riesce/non si dovesse riuscire a rispettare l‚Äôorario indicato, si pu√≤/potr√† avvisare telefonicamente….”.
Chiedo anche se la punteggiatura va bene.

 

RISPOSTA:

Per descrivere un evento futuro si pu√≤ ovviamente usare l‚Äôindicativo futuro; si pu√≤, per√≤, usare anche il presente, specie in contesti informali e, nel parlato, anche mediamente formali. Il presente al posto del futuro √® accettabile soprattutto nei casi in cui la nozione di futuro √® affidata ad elementi esterni al verbo, per esempio espressioni di tempo (come¬†domani¬†nella prima parte della sua frase). Nella proposizione ipotetica della stessa frase, l’alternativa dovrebbe essere tra¬†si riesce¬†e¬†si riuscir√†¬†(si dovesse riuscire¬†√® ovviamente possibile, ma non √® n√© presente n√© futuro, quindi non c’entra con la domanda). Anche in questo caso, come anche nella proposizione reggente che segue l’ipotetica, la scelta del presente √® possibile ma abbassa il registro.
In quanto alla punteggiatura, l’unico suggerimento che si pu√≤ fare √® di eliminare la virgola prima della proposizione al gerundio (domani, recandosi); tale proposizione, infatti, dovrebbe essere interpretata come strettamente connessa alla reggente, visto che presenta lo strumento con cui pu√≤ realizzarsi l’evento in essa descritto (partecipare all’iniziativa).
Francesca Rodolico
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

All’interno di un opuscolo che annunciava una serie di eventi in pubblico, mi √® capitato di leggere un’espressione simile a questa: “Ore 18.00 piazza Chiesa: Inizio della competizione (etc.)”.

Al riguardo, mi chiedo se siano corretti l’uso dei due punti (che, immagino, siano stati impiegati per separare la puntualizzazione del luogo da quella del rispettivo appuntamento) e l’uso del maiuscolo per la successiva parola “Inizio”.

 

RISPOSTA:

Di norma, i due punti separano due segmenti di testo dello stesso periodo; quel che viene dopo questo segno interpuntivo, dunque, non richiede la lettera maiuscola. Nell’esempio occorre separare non soltanto il luogo dalla descrizione dell’evento, ma anche l’ora dal luogo. Per scandire meglio le informazioni potremmo inserire un trattino (“Ore 18.00 – piazza Chiesa: inizio della competizione”) o una virgola (“Ore 18.00, piazza Chiesa: inizio della competizione”). Un altro espediente efficace consiste nell’inserimento del luogo tra parentesi tonde: “Ore 18.00 (piazza Chiesa): inizio della competizione”.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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QUESITO:

Ho un dubbio reltivo alla seguente frase esterapolata dagli atti di un processo:
“i coniugi dichiarano di avere provveduto alla divisione dei beni mobili e di ogni altro oggetto di valore al di fuori di questa convenzione e di non avere null‚Äôaltro a pretendere una dall’altra”.
Qual √® la forma corretta:¬†una dall’altra,¬†uno dall’altro¬†oppure¬†uno dall’altra?

 

RISPOSTA:

I pronomi¬†uno¬†e¬†altro¬†hanno quattro forme (diversamente, per esempio, da¬†che, che ne ha una sola), quindi concordano con la parola a cui si riferiscono. Quando i due pronomi sono usati nell’espressione reciproca¬†l’un l’altro¬†o in varianti della stessa, pu√≤ capitare che la concordanza influenzi soltanto il genere, non il numero. Questo avviene quando la parola a cui entrambi i pronomi si riferiscono √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare. L’esempio della frase da lei proposta √® proprio il caso in cui la parola a cui i pronomi si riferiscono,¬†coniugi, √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare, ovvero ciascuno dei due coniugi. Da questo consegue che la forma grammaticalmente ineccepibile sia, nel suo caso,¬†l’uno dall’altro¬†(ovvero ‘un coniuge dall’altro coniuge’). Comunemente, se i due referenti dei due pronomi sono uno maschile, l’altro femminile, √® possibile anche costruire un accordo “logico”, cio√® non con la parola, ma con i referenti. In questo modo, se i coniugi in questione sono un uomo e una donna la forma sar√†¬†uno dall’altra¬†(ovvero ‘il marito dalla moglie’) o, viceversa,¬†una dall’altro. Un testo come una sentenza o simili, comunque, richiede il maggior rigore grammaticale possibile; in un simile testo, pertanto, √® preferibile usare la forma che concorda con¬†coniugi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Leggo che ‚Äúcui‚ÄĚ si accorda sia con il singolare che con il plurale, quindi vorrei chiedere se c‚Äô√® differenza tra le seguenti due frasi o se sono intercambiabili:

Vorrei persone con cui essere me stesso.

Vorrei persone con le quali essere me stesso.

 

RISPOSTA:

Le due forme sono sovrapponibili: cui, in questo caso, si riferisce solamente a persone, quindi non crea equivoci di numero o di genere grammaticale.
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedere quale sarebbe il verbo corretto da usare in questa frase:
“Il ricordo del tuo luminoso sorriso e del tuo buon cuore sar√†/saranno per sempre la nostra forza”.

 

RISPOSTA:

Il soggetto della frase √®¬†il ricordo, quindi il verbo va concordato alla terza persona singolare:¬†sar√†. Il verbo sarebbe al plurale se il soggetto fosse¬†il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore, per esempio se la frase fosse costruita cos√¨: “Il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore saranno per sempre la nostra forza”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio che riguarda le proposizioni correlative costruite con non solo… ma anche, come nel periodo seguente:
‚ÄúSi occuper√† non solo della gestione, ma anche della programmazione‚ÄĚ.
Ma se io scrivessi:
‚ÄúMarco si occuper√† non solo della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli (anche) la programmazione‚ÄĚ, per la correttezza del periodo √® necessario che ci sia¬†anche?
Inoltre, avendo un rapporto di interdipendenza, sono considerate entrambe proposizioni coordinate correlative? E la principale?

 

RISPOSTA:

Anche¬†pu√≤ essere omesso sempre, non solo nel suo caso; i parlanti, per√≤, preferiscono inserirlo perch√© chiarisce il rapporto di correlazione con¬†non solo, che il solo¬†ma¬†lascia in parte sospeso (aumentando l’ambiguit√† della frase). Nella seconda frase, in ogni caso, il problema √® un altro: i due termini in correlazione non sono¬†la gestione¬†e¬†la programmazione, bens√¨ i comportamenti di Marco e Andrea; la frase risulta, pertanto, pi√Ļ chiara se entrambe le locuzioni correlative vengono inserite prima dei due nomi (‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† anche lasciargli la programmazione‚ÄĚ). Si noti che¬†anche¬†non pu√≤ essere inserito prima di¬†Andrea, perch√© questo avverbio (che molti considerano una congiunzione) ha una portata ristretta: si riferisce al costituente immediatamente adiacente, quindi¬†anche Andrea¬†significherebbe ‘Andrea oltre a qualcun altro’. La posizione obbligata di¬†anche, per√≤, non √® un problema, perch√© la correlazione tra¬†Non solo Marco si occuper√†¬†e¬†ma Andrea dovr√† anche lasciargli¬†(ovvero ‘dovr√†¬†in pi√Ļ¬†lasciargli la programmazione’) funziona perfettamente. La frase sarebbe ben formata anche cos√¨: ‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli anche la programmazione‚ÄĚ; in questo caso si metterebbe in evidenza che Andrea dovr√† lasciare a Marco la programmazione¬†oltre alla gestione.
Dal punto di vista dell’analisi del periodo, la proposizione che contiene¬†ma anche¬†√® coordinata all’altra, che possiamo considerare reggente, in cui appare l’altra parte della correlazione (non solo). La prima parte della correlazione funziona da anticipazione della seconda parte; un po’ come¬†tanto¬†funziona da anticipazione del¬†che¬†che introduce la proposizione consecutiva: “Sono¬†tanto¬†stanco¬†che¬†vado subito a letto”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se in un periodo come il seguente sia opzionale l’uso del che, e quali differenze ci sono.
‚ÄúNon mi serve (che) tu venga‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Le proposizioni completive esplicite (come la soggettiva¬†che tu venga¬†nella sua frase) sono introdotte da¬†che¬†(e pi√Ļ raramente da¬†come). La congiunzione introduttiva pu√≤ essere omessa senza alcuna conseguenza semantica; la frase senza¬†che¬†√®, per√≤, percepita come pi√Ļ raffinata. L’omissione del¬†che¬†√® favorita dalla presenza di un altro¬†che¬†nella frase, nella reggente (“Ho capito tardi che lei pensava (che) io non fossi quello giusto”) o in una subordinata (“Ritengo (che) non sia conveniente che tu partecipi alla riunione”). Si noti che nella completiva non introdotta da¬†che¬†√® fortemente richiesto il modo congiuntivo: l’indicativo risulta quasi sempre molto trascurato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Chiedo delucidazioni sull’uso dell’espressione proseguire gli studi.
Queste forme sono tutte corrette e alternative?
PROSEGUIRE GLI STUDI AL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI PRESSO IL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI NEL CORSO DI STUDI…

 

RISPOSTA:

La variante pi√Ļ naturale √®¬†nel corso di studi. Accanto a questa si pu√≤ usare¬†presso il;¬†presso, infatti, √® usato comunemente con il significato di ‚Äėin, dentro‚Äô, sebbene significhi propriamente ‚Äėvicino a‚Äô e sebbene l‚Äôuso con il significato di ‚Äėin‚Äô sia pi√Ļ adatto all‚Äôambito burocratico. La scelta pi√Ļ insolita sarebbe¬†al, visto che la preposizione¬†a _√® preferita per introdurre ambienti associati fortemente a specifiche esperienze (_a casa,¬†a scuola,¬†all‚Äôuniversit√†) oppure ambienti dai confini non facilmente determinabili (a Roma,¬†a Venezia, ma¬†in Italia). Possibile sarebbe anche riformulare la frase inserendo il verbo¬†iscriversi, per esempio cos√¨:¬†proseguire gli studi iscrivendosi al corso di¬†(o anche¬†nel corso). In questo caso la preposizione¬†a _(o _in) sarebbe richiesta direttamente dal verbo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho bisogno del vostro aiuto per capire come interpretare uno dei criteri previsti per l’authorship di un articolo su una rivista scientifica.
La frase, tradotta da me in italiano è la seguente:
“Contributi sostanziali all’ideazione o alla progettazione dell’opera; o all’acquisizione, analisi o interpretazione di dati per il lavoro”.
Dalla prima parte della frase mi √® chiaro che √® sufficiente avere contribuito in maniera sostanziale all’ideazione O alla progettazione dell’opera; ho per√≤ un dubbio su come interpretare la seconda parte della frase, laddove si tratta dell’analisi dei dati. Tra¬†acquisizione¬†e¬†analisi¬†√® possibile che si intenda una E, oppure, visto che l’ultima congiunzione dell’elenco pu√≤ essere solo sottintesa (senza alcun dubbio) una O?
Per completezza riporto anche la frase originale inglese:
“The ICMJE recommends that authorship be based on the following 4 criteria:
Substantial contributions to the conception or design of the work; or the acquisition, analysis, or interpretation of data for the work; AND (…)”.

 

RISPOSTA:

Si tratta di tre alternative; per attribuirsi il titolo di author, cioè, bisogna aver contribuito sostanzialmente almeno a una delle tre fasi di elaborazione del lavoro (oppure anche a nessuna delle tre, se si è contribuito alla ideazione o alla progettazione).
Ovviamente, bisogna considerare anche gli altri tre criteri (qui non riportati), che sono chiaramente indicati come aggiuntivi (non alternativi) tramite AND.
Sottolineo che in italiano bisogna ripetere la preposizione articolata o almeno l’articolo davanti a tutti i membri dell’elenco:¬†oppure all’acquisizione, all’analisi o all’interpretazione¬†/¬†oppure all’acquisizione, l’analisi o l’interpretazione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Mi fai sentire come (ipotesi) un insegnante del dopoguerra che rimproverasse (presente o passato?) un alunno che si comporta / comporti / comportasse male”.
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

“Che il castigo, se al giuramento vengo / venissi / venga meno, ricada sulla mia testa”.
Le varianti sono tutte legittime?

“Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta, tu che cosa risponderesti?”.
Di nuovo, con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase il congiuntivo imperfetto¬†rimproverasse¬†rappresenta correttamente l’evento come passato. La proposizione costruita intorno a¬†rimproverasse¬†√® una subordinata di tipo relativo, che si colorisce di una sfumatura eventuale per via del congiuntivo. Le forme¬†si comporta¬†/¬†comporti¬†/¬†comportasse¬†sono tutte possibili: con il congiuntivo imperfetto si rappresenta l’evento del¬†comportarsi¬†come passato, sullo stesso piano di¬†rimproverare; con il presente si sposta il punto di vista al passato per rappresentare l’atto del¬†comportarsi¬†come fosse attuale. La scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente in questo caso dipende dal grado di formalit√† che si vuole conferire alla frase. Sarebbe possibile anche¬†si era comportato¬†/¬†si fosse comportato, per collocare l’atto del¬†comportarsi¬†prima di quello del¬†rimproverare.
Nella seconda frase la subordinata √® ipotetica: in questa subordinata il tempo del verbo determina il grado di realt√† dell’evento: l’indicativo presente rappresenta l’evento come fattuale, il congiuntivo imperfetto come possibile, il congiuntivo trapassato come controfattuale, ovvero non pi√Ļ realizzabile. In questa proposizione il congiuntivo presente non si usa.
Nella terza frase la parte su cui ci si concentra (Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi) √® una sequenza di due ipotetiche coordinate. Come detto sopra, in questa proposizione la forma del verbo esprime il grado di realt√† dell’evento; questa funzione √® indirettamente collegata al tempo, perch√© la fattualit√† (espressa dall’indicativo presente) √® legata al presente o al massimo a un futuro gi√† programmato; la possibilit√† √® legata ugualmente al presente o al futuro; la controfattualit√† √® legata al passato. Per quanto riguarda l’interrogativa diretta (quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta), la scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente dipende dal registro, come per¬†si comporta¬†/¬†comporti. Il condizionale in questo caso non √® giustificato, perch√© non √® indicata nessuna ipotesi tale da condizionare la qualit√† dell’altezza.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei capire in quali situazioni è obbligatorio affiancare il congiuntivo imperfetto al condizionale presente, come nel caso di un periodo ipotetico.
Queste due frasi rischiano di essere avvertite come errate per il semplice fatto che si è abituati ad associare il condizionale al congiuntivo imperfetto, e ciò a volte manda in confusione anche me:
“Non potrei stabilire se l‚Äôabbia fatto un bambino o un adulto”.
“Vorrei che venga espulsa” (In questo caso il condizionale √® una forma ingentilita del presente).

 

RISPOSTA:

Nel quadro della consecutio temporum, il condizionale presente richiede gli stessi tempi del congiuntivo richiesti dall’indicativo presente. Per esempio, quindi, immagino che venga = immaginerei che venga (contemporaneità); immagino che venisse / sia venuto / fosse venuto = immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto (anteriorità). A questa regola si sottraggono i verbi di volontà, desiderio, opportunità (come volere, desiderare, pretendere, essere conveniente e simili), che instaurano il rapporto di contemporaneità con il congiuntivo non presente, ma imperfetto (probabilmente perché sono influenzati dal modello del periodo ipotetico del secondo tipo, in cui al condizionale presente corrisponde il congiuntivo imperfetto). A immaginerei che venga, quindi, corrisponde vorrei che venisse. La variante vorrei che venga in astratto è corretta, ma è di fatto giudicata decisamente trascurata. Coerentemente, per l’anteriorità alla costruzione immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto corrisponde il solo vorrei che lui fosse venuto. La variante vorrei che lui venisse per esprimere l’anteriorità è sconsigliata perché sarebbe interpretata come esprimente la contemporaneità.
Per ulteriori informazioni sui tempi del congiuntivo dipendenti da vorrei è possibile consultare questa risposta e questa risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei farvi una domanda riguardo all’uso delle congiunzioni condizionali (escluso se).
Come sappiamo, nella parte condizionale va messo il congiuntivo, ma non sono certa se la scelta tra il presente e l’imperfetto dipenda soltanto dalla possibilità oppure anche dal tempo presente / passato?
A condizione che / purché / a patto che / casomai studi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, supererai l’esame.
A condizione che / purché / a patto che / casomai studiassi bene, avrai / avresti superato l’esame.
Ho anche un altro dubbio: dopo aver scelto il tempo della parte condizionale, cosa posso fare con quella reggente? Uso l’indicativo per esprimere una certezza e il condizionale per una possibilità?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni introdotte da a patto che, purché, a condizione che e casomai (o caso mai) sono condizionali (nel periodo ipotetico sono chiamate protasi e contengono la descrizione della condizione) e richiedono il modo congiuntivo; il tempo dipende sia dal grado di possibilità dell’evento espresso sia dal rapporto temporale (la cosiddetta consecutio temporum) con il verbo della reggente (che nel periodo ipotetico è chiamata apodosi e contiene la conseguenza della condizione contenuta nella protasi). La sua prima frase è un caso canonico di periodo ipotetico della realtà. Questo costrutto serve a rappresentare l’evento della reggente come certo.
La seconda frase presenta un esempio di apodosi della realtà e protasi della possibilità: il costrutto, corretto, esprime un dubbio circa la possibilità della condizione (il parlante non è certo che l’interlocutore si metta a studiare bene) e la certezza riguardo alla conseguenza della condizione.
Il terzo e ultimo esempio presenta nuovamente nella subordinata il congiuntivo imperfetto, mentre nella reggente propone due opzioni diverse: un verbo all’indicativo (il futuro anteriore avrai superato) e un verbo al modo condizionale composto, o passato (avresti superato).
Il futuro anteriore si usa per indicare un evento che avverr√† in un futuro pi√Ļ prossimo rispetto a un altro pi√Ļ lontano nel futuro. Si tratta di un tempo verbale usato raramente, perch√© il rapporto di successione tra gli eventi risulta quasi sempre chiarito dal contesto. In questo caso specifico non √® presente un altro evento di riferimento successivo, di conseguenza il futuro anteriore non √® giustificato. L‚Äôopzione diventerebbe possibile se si aggiungesse un evento di riferimento; per esempio: ‚ÄúA patto che studiassi bene avrai superato l‚Äôesame prima di accorgertene‚ÄĚ. Bisogna, per√≤, ammettere che la frase, corretta in astratto, difficilmente sarebbe prodotta da un parlante, per via della sua complessit√†.
L‚Äôipotesi con¬†avresti superato¬†√® impossibile se¬†studiassi¬†si riferisce al presente: presenta, infatti, la conseguenza come precedente rispetto alla condizione. La frase diviene corretta se il congiuntivo imperfetto √® usato con valore astorico, legato non al presente, ma a un principio generale: ‚ÄúSe tu studiassi (= avessi l‚Äôabitudine di studiare) bene avresti superato l‚Äôesame‚ÄĚ.
Prima di selezionare i tempi e modi verbali è opportuno valutare il grado di possibilità degli eventi selezionati a partire dalla reggente: è il verbo della reggente che governa quello della subordinata, in relazione al rapporto temporale e, nel caso del periodo ipotetico, al grado di possibilità che si vuole rappresentare.
Per ulteriori informazioni sull’uso di a patto che è possibile consultare questa risposta nell’archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

Quale sarebbe la forma corretta?
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Un esempio sono Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Ne sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Esempi sono Milano e Roma‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette. I dubbi legati a questa frase riguardano da una parte la concordanza tra il soggetto e il verbo, dall’altra l’inserimento del pronome anaforico ne. Per quanto riguarda il primo dubbio, la regola richiede che il verbo di una frase concordi con il soggetto, ma nel caso in cui nella frase ci sia un predicato nominale con il nome del predicato rappresentato da un sintagma nominale o da un pronome di una persona diversa dal soggetto, la concordanza del verbo con il soggetto pu√≤ risultare, per quanto in astratto corretta, innaturale. La soluzione spesso adottata, allora, √® concordare il verbo essere¬†con il nome del predicato, come nella prima variante della frase da lei proposta. La stessa cosa succederebbe, per esempio, in una frase come “Il problema siete voi” (non *”Il problema √® voi”). Si noti che questa soluzione pu√≤ essere considerata a tutti gli effetti regolare, visto che il ruolo della parte nominale e quello del soggetto sono intercambiabili (“Un esempio sono Milano e Roma” pu√≤ essere riformulata come “Milano e Roma sono un esempio”). In alternativa, se la frase lo permette si pu√≤ far coincidere il numero del soggetto e quello della parte nominale, come nella terza variante della sua frase.
Per quanto riguarda l’inserimento di ne, √® una scelta possibile ma non necessaria: il pronome riprende come incapsulatore tutta la frase precedente, trasformando la frase in qualche modo in ‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Del fatto che le citt√† presenti nel grafico sono molto popolate¬†sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ. L’accostamento delle due frasi, per√≤, √® sufficiente a permettere al lettore di ricavare facilmente il collegamento logico; la coesione, pertanto, √® garantita anche senza il pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Sarebbe possibile inserire una virgola tra un sostantivo e il suo aggettivo?

“Ha una bella macchina, rossa”

Oppure prima di una preposizione?

“√ą andato via, a casa”

 

RISPOSTA:

S√¨, in certi contesti la virgola pu√≤ dividere in pi√Ļ unit√† informative una struttura semantica altrimenti addensata in una singola unit√† testuale. In questo caso, l‚Äôaggettivo rossa in posizione conclusiva e separato dal nome attraverso la virgola crea un doppio fuoco informativo che mette in rilievo sia il fatto che la macchina √® bella sia il fatto che la macchina √® rossa.

La virgola si inserisce perfettamente anche nel secondo esempio: la separazione del sintagma preposizionale (a casa) dal resto della frase è favorita dalla posizione conclusiva del sintagma. Non avremmo potuto separare, invece, la preposizione dal nome con cui essa costituisce un sintagma (*a, casa).

Raphael Merida  

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QUESITO:

“I rigori sono sempre una sfida di nervi tra chi calcia e il portiere, e stavolta ha vinto lui”. Lui chi? Il portiere o chi calcia?

 

RISPOSTA:
La frase non √® ben composta, proprio perch√© non √® decidibile quale sia l’antecedente di lui. Pu√≤ essere corretta in diversi modi, per esempio sostituendo lui con il primo o il secondo (o anche quest’ultimo), a seconda di chi abbia effettivamente vinto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Chi fosse interessato mi contatti” o “chi sia interessato mi contatti”?
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato? (Chi era interessato, tre giorni fa, mi contatti adesso).

 

RISPOSTA:

La variante con il congiuntivo presente √® ingiustificata, quindi da considerare errata. Le alternative possibili sono chi fosse… e chi √®... Lei ha ragione a rilevare nell’imperfetto un valore di passato: in effetti il significato della prima frase potrebbe essere quello da lei inteso; tale significato astratto, per√≤, sarebbe senz’altro scartato dai parlanti per via dell’incoerenza tra un interesse passato e l’azione presente. In altre frasi potrebbe, comunque, essere attivo; per esempio “Chi fosse vivo nel 1910 oggi √® certamente morto”. Rimane da spiegare quale sia la differenza tra chi √®… e chi fosse…. Il congiuntivo imperfetto aggiunge alla proposizione relativa una sfumatura di ipoteticit√† (chi fosse = se qualcuno fosse) assente nell’indicativo presente. A ben vedere, tale sfumatura √® superflua, visto che la situazione descritta √® gi√† ipotetica in s√© (il parlante non sa se qualcuno lo contatter√† e chi sia questo qualcuno); i parlanti, per√≤, dimostrano di apprezzare l’enfatizzazione di questo tratto, ottenuta proprio con il congiuntivo imperfetto, che avvicina, come detto, chi fosse a se qualcuno fosse.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúLe ricordo che, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ

Vorrei sapere se il periodo √® sintatticamente corretto, oppure se sarebbe preferibile evitare di “spezzare” la proposizione principale con una subordinata (in questo caso, “qualora ci fosse…”).

 

RISPOSTA:

La frase è ben costruita e l’inciso, segnalato opportunamente dalle due virgole, non crea problemi alla comprensione del messaggio. Tuttavia, il testo, che sembra di natura amministrativa, può essere semplificato:

  1. spostando l‚Äôinciso all‚Äôinizio o alla fine del periodo, in modo tale da non spezzare la proposizione principale (‚ÄúQualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ / ‚ÄúLe ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale‚ÄĚ);
  2. sostituendo la congiunzione composta qualora con quella semplice se (‚ÄúSe ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ);
  3. riducendo le informazioni non necessarie o ridondanti (in tempo reale non si presta bene a designare un servizio telefonico; semmai, potrebbe essere attribuito a un servizio di messaggistica istantanea).

Raphael Merida

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QUESITO:

Ho un dubbio sull‚Äôuso della virgola. Sono abituata a scrivere frasi del tipo ‚Äúvi comunico, con grande piacere, che oggi pomeriggio‚Ķ‚ÄĚ. √ą corretto mettere ‚Äúcon grande piacere‚ÄĚ tra le virgole? Io lo considero un inciso.

RISPOSTA:

Nel suo esempio le virgole sono corrette, cos√¨ come sarebbe corretta la variante senza virgole. La scelta di separare dal nucleo della frase un complemento con funzione di espansione (con grande piacere, in questo caso) √® arbitraria. Sarebbe indispensabile, invece, se l‚Äôinciso fosse composto da una subordinata che precede la proposizione principale: ¬ęManifestando il mio grande piacere, vi comunico che‚Ķ¬Ľ.

Raphael Merida

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QUESITO:

 

Vorrei capire se in questo elenco (¬ęcamicie a righe, a disegni, a scacchi color corallo e verde mela e lavanda e arancione chiaro, coi monogrammi in indaco¬Ľ) le due coppie di colori ‚Äď corallo e verde mela, lavanda e arancione chiaro ‚Äď sono riferite soltanto alle camicie a scacchi o all‚Äôintero elenco di camicie. E, nel secondo, caso se a tutt‚Äôe tre i tipi di camicia.

Questa citazione √® tratta da ‚ÄúIl grande Gatsby‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

 

Il dubbio pu√≤ essere sciolto controllando la versione originale del testo: ¬ęshirts with stripes and scrolls and plaids in coral and apple-green and lavender and faint orange, with monograms of Indian blue¬Ľ. Stando al testo in inglese, sarei orientato ad affermare che i colori non si riferiscono necessariamente ai tipi di camicie descritti prima; lo si deduce dalle preposizioni che seguono la parola shirts ‚Äėcamicie‚Äô: with, in e dopo ancora with. Si suppone, quindi, che le camicie siano di vario genere (a righe e a disegni e a scacchi) e di vari colori (color corallo e verde-mela e lavanda e arancione chiaro). La presenza della virgola prima di with monograms (coi monogrammi in indaco) mi pare dimostri quasi sicuramente il riferimento dei monogrammi a tutti i tipi di camicia. Del resto, una persona cifra tutte le camicie (per marcarne l‚Äôappartenenza e l‚Äôidentit√†), non solo un certo tipo. Sia i colori sia il monogramma, quindi, si riferiscono, a mio modo di vedere, a tutte le camicie, non soltanto a quelle a scacchi.

La traduzione in italiano, pur fedele, rende meno tutta la distinzione che, invece, si nota meglio nel testo originale (anche se l’assenza della virgola dopo plaids lascia un certo margine di ambiguità). La differenza fra testo originale e traduzione risiede nel modo di elencare: il primo per polisindeto, cioè attraverso l’accumulo della congiunzione and (e); il secondo per asindeto nella prima parte (a righe, a disegni, a scacchi) e per polisindeto nella seconda (color corallo e verde-mela e lavanda e arancione chiaro). L’elencazione per polisindeto rallenta la prosa, quella per asindeto, al contrario, la velocizza.

Raphael Merida

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Categorie: Punteggiatura

QUESITO:

La lineetta, come nel caso della parentesi, va posta due volte, all’inizio e alla fine di un inciso anche nel caso in cui dopo si trovi il punto, oppure può bastare anche una volta sola?

  1. Mi fece sedere e mi mostr√≤ le sue camicie ‚Äď rosse, marroni e verdi ‚Äď.
  2. Mi fece sedere e mi mostr√≤ le sue camicie ‚Äď rosse, marroni e verdi.

Inoltre, in ambito digitale, la lineetta a quale segno corrisponde? Escludendo il trattino breve, rimangono questi due: (‚Äď), (‚ÄĒ).

 

RISPOSTA:

La lineetta, o trattino lungo, √® un segno grafico che insieme alle parentesi e alle virgole correlative provocano discontinuit√† nell‚Äôenunciazione. √ą possibile che un inciso o una parentetica inseriti alla fine della frase siano introdotti da una lineetta priva della lineetta di chiusura (assorbita comunque dal segno di fine frase, per esempio il punto fermo), come nella frase 2. In questi casi, solitamente si preferiscono le parentesi tonde alle lineette: ¬ęMi fece sedere e mi mostr√≤ le sue camicie (rosse, marrone e verdi).¬Ľ con il punto dopo la parentesi di chiusura.

In ambito digitale la lineetta corrisponde al segno (‚Äď).

Raphael Merida

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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Categorie: Semantica, Sintassi

Quesito:

Ho un dubbio riguardo alla corretta interpretazione dell’uso di anche¬†nella seguente frase:

Si consiglia intervento psico-educativo (2-4 ore a settimana, anche in piccolo gruppo).

Sulla base delle diverse definizioni del significato di anche“, sembrerebbe che la frase dovrebbe interpretarsi nel seguente modo:

Si consigliano 2/4 ore di intervento psico-educativo e anche 2/4 ore del medesimo intervento da svolgersi in piccolo gruppo (per un totale dunque di 4/8 ore).

L’interpretazione in senso “additivo” di anche del secondo elemento intervento in gruppo rispetto al primo elemento intervento sottinteso √® corretta?¬†L’interpretazione, se corretta, pu√≤ definirsi univoca o pu√≤ essere ambigua?

 

RISPOSTA:

Il significato di anche nella frase è senza dubbio rafforzativo; con esso, cioè, si ammette che l’intervento descritto precedentemente venga svolto nella modalità indicata subito dopo (in piccolo gruppo). Non bisogna, quindi, considerare l’intervento in piccolo gruppo come aggiuntivo rispetto a un altro intervento da svolgere con modalità diversa. Si tratta comunque di un’aggiunta, a ben vedere, ma ciò che viene aggiunto è una modalità alternativa per lo stesso intervento, non un ulteriore intervento. Se fosse aggiunto un intervento, la frase sarebbe stata formulata diversamente, esplicitando i termini salienti dell’intervento aggiuntivo (2-4 ore); per esempio (2-4 ore a settimana in seduta individuale e anche / inoltre 2-4 ore in piccolo gruppo).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“√ą arrivato il momento che il proprietario venga a ritirare la macchina”. La frase √® corretta o si dovrebbe scrivere con in cui?
“√ą arrivato il momento in cui il proprietario venga a ritirare la macchina”.
Perché mi suona meglio la prima?

 

RISPOSTA:

Subordinate come quella da lei presentata si collocano a met√† strada tra le relative, le temporali e le soggettive. Se la consideriamo una relativa dobbiamo costuirla con in cui, perch√© un evento succede in un momento; se la consideriamo temporale la costruiremo con quando; se la consideriamo soggettiva useremo la congiunzione che (in questo caso √® il momento che viene assimilato a √® il caso che o simili). I parlanti sfavoriscono decisamente l’opzione temporale e oscillano tra la relativa e la soggettiva, per via della somiglianza tra le due costruzioni (non a caso il che usato in casi come questi rientra nella casistica del cosiddetto che polivalente), preferendo, di solito, la seconda. Quest’ultima √® da considerarsi del tutto regolare e utilizzabile in ogni contesto. A conferma della vicinanza di questa subordinata alle soggettive, se il soggetto della subordinata √® impersonale essa si costruisce con di + infinito, proprio come le soggettive: “√ą arrivato il momento di andare”. Va detto, per√≤, che la costruzione relativa diviene preferibile se il momento non √® all’interno di un costrutto presentativo, per esempio “Nel momento stesso in cui l’ho visto ho provato una forte emozione”. In questo caso la costruzione con che¬†√® percepita come pi√Ļ trascurata.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il condizionale passato pu√≤ essere impiegato – come spiegato a pi√Ļ riprese – per indicare il futuro nel passato; pu√≤, per√≤, esprimere anche anteriorit√† rispetto a un dato momento di riferimento e, nel contempo, mantenere la sua funzione di eventualit√†?

In un periodo come quello riportato pi√Ļ sotto, l’azione descritta con il condizionale passato sarebbe interpretata come anteriore, posteriore (rispetto a quella della subordinata) o sarebbero possibili entrambe le soluzioni?

1. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero lasciato la spiaggia.

In assenza di altri elementi, la semantica mi porterebbe a optare per l’interpretazione posteriore; ma, in astratto, potrebbe anche essere vero il contrario.

Con verbi differenti, ad esempio, non avrei alcuna esitazione a stabilire il rapporto tra le due proposizioni.

2. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa (condizionale passato = posteriorità rispetto al congiuntivo trapassato: Laura raggiunge lo stabilimento e i suoi amici, dopo, vanno a casa).

3. Laura sapeva che nel momento in cui (valore ipotetico-temporale) avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero stati a casa (condizionale passato = anteriorità rispetto al congiuntivo trapassato. Laura raggiunge lo stabilimento, ma i suoi amici se ne sono andati a casa).

In sintesi, il condizionale passato, a seconda dei casi, pu√≤ esprimere anteriorit√† o posteriorit√† rispetto a un momento di riferimento (anche tralasciando l’enunciazione), come negli esempi sopra indicati?

Riguardo al periodo 1, l’inserimento di un avverbio come gi√† potrebbe fugare ogni dubbio circa la collocazione temporale dell’azione, spingendo a considerare la proposizione espressa con il condizionale passato nel passato rispetto alla subordinata? (“Laura sapeva che nel momento in cui avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici avrebbero gi√† lasciato la spiaggia” = Gli amici di Laura hanno lasciato la spiaggia prima che lei abbia raggiunto lo stabilimento).

 

RISPOSTA:

Il condizionale descrive un evento condizionato rispetto a un altro condizionante (tipicamente costruito con una proposizione ipotetica); il rapporto tra la condizione e la conseguenza attiva automaticamente un rispecchiamento temporale in cui la condizione precede la conseguenza. Questa funzione modale e temporale che lega la proposizione con il condizionale alla proposizione con il congiuntivo (o l’indicativo) da essa dipendente si intreccia con quella relativamente temporale che lega la stessa proposizione con il condizionale a quella che la regge (se la frase la prevede). In questa seconda relazione entra in gioco il valore di futuro nel passato.

In particolare, quando la reggente √® al presente, quindi il momento dell’enunciazione √® presente, il condizionale passato descrive un evento anteriore, quindi passato: “Penso [adesso] che lui avrebbe agito diversamente [nel passato] se le condizioni lo avessero consentito”. Lo stesso vale se il momento dell’enunciazione √® futuro: “Ti renderai conto che lui avrebbe agito diversamente…”. Se il momento dell’enunciazione √® passato, la funzione relativamente temporale del condizionale passato diviene di posteriorit√† (√® il cosiddetto futuro nel passato). Per questo, nelle sue tre frasi, gli eventi al condizionale passato sono sempre successivi a quello del sapere espresso nella proposizione principale Laura sapeva. Per quanto riguarda la relazione tra la proposizione con il¬† condizionale e la subordinata al congiuntivo nelle sue frasi, bisogna considerare l’ambiguit√† provocata dalla semantica dei verbi e dalla congiunzione che introduce la subordinata stessa. Nella frase 1 non c’√® dubbio che l’evento del lasciare sia conseguente, quindi anche successivo, a quello del raggiungere;¬† nella frase 2 l’evento dell’andare potrebbe essere avvenuto precedentemente a quello del raggiungere, quindi potrebbe non esserne la conseguenza. Questa possibilit√† vale perch√© la locuzione congiuntiva nel momento in cui ammette un’interpretazione temporale, quindi √® possibile che l’andare segua il sapere ma preceda il raggiungere. Questa interpretazione non sarebbe possibile se al posto di nel momento in cui ci fosse se (“Se avesse raggiunto lo stabilimento balneare, i suoi amici sarebbero andati a casa” = gli amici vanno certamente via come conseguenza dell’arrivo di Laura, quindi dopo). Lo stesso vale a maggior ragione per la frase 3, in cui il verbo essere costringe a un’interpretazione anteriore rispetto a raggiungere (ma comunque sempre successiva a sapere), perch√© indica uno stato e non un’azione (diversamente da lasciare e andare). Nella frase, infatti, la congiunzione se sarebbe ammessa soltanto con una sfumatura concessiva (se = anche se), perch√© rappresentare un evento precedente a un altro come la conseguenza di quest’ultimo sarebbe incoerente. Ovviamente, l’aggiunta di gi√† enfatizza la precedenza dell’essere rispetto al raggiungere.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho la necessità di esprimere un concetto che potrei sintetizzare così: prima arriveranno, prima se ne andranno.
Per ragioni pi√Ļ narrative che prettamente linguistiche, ho dovuto scartare la suddetta soluzione, a favore di un’altra che sposasse un modello sintattico affine a quello del periodo ipotetico con la coppia di correlativi quanto pi√Ļ/tanto pi√Ļ.
Il risultato √® stato questo: “Quanto prima fossero arrivati, tanto prima se ne sarebbero andati”.
La frase in questione è corretta dal punto di vista della scelta dei modi (congiuntivo/condizionale), oppure sarebbe stato preferibile adottare il condizionale per entrambi i predicati?
Se i suddetti correlativi non fossero adattabili a questa costruzione, e si scegliesse dunque di limitarsi alla forma prima… prima, il modello ipotetico “congiuntivo-condizionale” sarebbe comunque possibile? “Prima fossero arrivati, prima se ne sarebbero andati”.

 

RISPOSTA:

I due avverbi correlativi prima… prima introducono una sfumatura ipotetica nel periodo, tanto che questo viene assoggettato alla costruzione tipica con l’indicativo (“Prima arriveranno, prima se ne andranno”) o il congiuntivo nella proposizione che contiene la condizione, ed √® quindi assimilabile alla protasi, e il condizionale in quella che contiene la conseguenza, ed √® quindi assimilabile all’apodosi (“Prima fossero arrivati, prima se ne sarebbero andati”). Si noti che, diversamente dal periodo ipotetico, in questo caso il congiuntivo imperfetto nella proposizione dipendente √® molto innaturale (?“Prima arrivassero, prima se ne andrebbero”, ma “Se arrivassero prima, se ne andrebbero prima”). L’aggiunta di quanto / tanto non cambia niente nella costruzione (n√©, per la verit√†, aggiunge alcunch√© al significato della frase): i modi e i tempi richiesti rimangono quelli indicati per prima… prima.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Sarebbe sbagliato dire “Speravo che sarebbe venuto” e “Avrei sperato che sarebbe venuto”?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono corrette: al loro interno il condizionale passato serve a descrivere un evento futuro rispetto a un altro passato. Questa funzione del condizionale passato, nota come futuro nel passato, √® descritta in molte altre risposte dell’archivio di DICO, tra cui questa.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

A) Spererei che venisse.

B) Spererei che venga.

C) Spererei che verrebbe.

Sono tutte accettabili? Il mio dubbio riguarda l’ultima opzione.

Dopo i verbi di volontà e desiderio solitamente non si può utilizzare il condizionale, e il verbo sperare mi sembra che ne faccia parte, come volere, preferire e simili.

√ą anche vero che la frase C potrebbe sottintendere una protasi dipendente dall‚Äôoggettiva e una dipendente dal verbo principale:

‚Äú[Se fossi l√¨] spererei che [se ci fosse la possibilit√†] verrebbe‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La soluzione preferibile √® la A; la B √® accettabile, anche se il verbo sperare rientra tra quelli di desiderio, che preferiscono il congiuntivo imperfetto nell’oggettiva per esprimere contemporaneit√† (si veda¬†questa risposta). La C √® la pi√Ļ sospetta: per quanto non ci siano ostacoli grammaticali alla costruzione di questa oggettiva con il condizionale (un caso simile √® la soggettiva¬†sarebbe impensabile che rimarrei a casa commentata nella stessa risposta a cui si √® rimandato sopra), tale costruzione √® sicuramente sconsigliabile, perch√© la sfumatura semantica aggiunta dal condizionale √® appena percepibile, vista la presenza del condizionale nella proposizione reggente, ed √® ottenuta al costo di appesantire notevolmente la costruzione. Anche se l’oggettiva reggesse a sua volta una proposizione condizionale, come nella sua riformulazione della frase, il condizionale non sarebbe comunque necessario (anzi, risulterebbe ancora pi√Ļ innaturale), e il congiuntivo imperfetto rimarrebbe la soluzione migliore: “Spererei che se ci fosse la possibilit√† venisse”.

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

 

Vorrei sapere se in queste due frasi è possibile inserire (oppure omettere) la virgola:

 

  1. ¬ęQuesto inoppugnabile assioma, proprio di ogni cittadino di un Paese sviluppato(,) e costato all‚Äôumanit√† sangue, lotte e sofferenze, [‚Ķ]¬Ľ.

C‚Äô√® il rischio che ‚Äúcostato‚ÄĚ venga inteso per il Paese e non per l‚Äôumanit√†?

 

  1. ¬ę√ą esattamente nelle questioni forse ‚Äúbanali‚ÄĚ e riguardanti la scelta da parte dell‚Äôindividuo (,) che raggiunge la sua massima potenza giuridica.¬Ľ

C‚Äô√® il rischio che senza la virgola si confonda il senso della frase (‚Äúriguardanti la scelta da parte dell‚Äôindividuo che raggiunge‚ÄĚ), che insomma sia l‚Äôindividuo a raggiungere la sua massima potenza giuridica e non l‚Äôassioma (come invece vorrei fare intendere)?

Inoltre, vorrei sapere se, quando la virgola viene aggiunta prima di e in frasi che hanno il soggetto diverso e sono distanti per contenuto e grammatica (¬ęeravamo arrivati puntuali, e Maria avrebbe voluto essere con i suoi amici al bar¬Ľ), possa essere anche omessa: ¬ęeravamo arrivati puntuali e Maria avrebbe voluto essere con i suoi amici al bar¬Ľ.

 

RISPOSTA:

 

Suppongo che le due frasi da lei esemplificate facciano parte di un unico periodo, cio√®: ¬ęQuesto inoppugnabile assioma, proprio di ogni cittadino di un Paese sviluppato (,) e costato all‚Äôumanit√† sangue, lotte e sofferenze, √® esattamente nelle questioni forse ‚Äúbanali‚ÄĚ (,) e riguardanti la scelta da parte dell‚Äôindividuo che raggiunge la sua massima potenza giuridica¬Ľ.

La presenza della virgola prima di e costato non √® indispensabile ma produce una sfumatura di significato diversa perch√© mette sullo stesso livello entrambe le unit√† informative (¬ęproprio di ogni cittadino di un Paese sviluppato¬Ľ e ¬ęcostato all‚Äôumanit√† sangue, lotte e sofferenze¬Ľ); anche senza la virgola per√≤ non c‚Äô√® il pericolo di confondersi perch√© il participiocostato fa riferimento ad assioma e poi ad umanit√† mentre sviluppato √® soltanto l‚Äôaggettivo di Paese. La verifica √® semplice perch√© basta aggiungere il verbo per capire che si tratta di due subordinate alla principale: ¬ęQuesto inoppugnabile assioma, che [l‚Äôassioma] √® proprio‚Ķ, e che [l‚Äôassioma] √® costato‚Ķ¬Ľ.

Nel secondo caso non va inserita la virgola perch√© la proposizione introdotta da che (¬ęche raggiunge la sua massima potenza giuridica¬Ľ) √® una completiva e si riferisce naturalmente alla reggente (¬ęQuesto inoppugnabile assioma √® nelle questioni banali¬Ľ); si pu√≤ inserire la virgola soltanto se si mette per inciso (quindi fra due virgole) la proposizione ¬ę‚Ķ, riguardanti la scelta da parte dell‚Äôindividuo, ‚Ķ¬Ľ.

Sull‚Äôuso della virgola prima della congiunzione e, e in generale sugli usi della punteggiatura, non esistono delle regole ferree. Nel caso di ¬ęEravamo arrivati puntuali e Maria avrebbe voluto essere con i suoi amici al bar¬Ľ il soggetto della coordinata diverso rispetto a quello della reggente rappresenta un segnale di autonomia. La frase, quindi, pu√≤ ammettere anche la virgola.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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QUESITO:

Nonostante abbia gi√† letto molte grammatiche su imperfetto e passato prossimo, continuo ad avere dei dubbi. Ad esempio, se voglio raccontare del concerto dove sono andata, che tempo devo usare nella frase seguente: “C’erano / ci sono stati tanti cantanti al concerto”.
E in queste altre frasi qual √® il tempo pi√ļ adatto?
– Stavo benissimo / sono stato benissimo in vacanza.
– Dove eri / sei stato il 12 febbraio alle 15?
– Oggi pomeriggio ero / sono stato al cinema.
– Voleva incontrarmi ma io non volevo / ho voluto.
– Ieri al concerto ero seduto / sono stato seduto dietro.
– Non hanno mai ricevuto i soldi di cui hanno avuto bisogno / hanno bisogno / avevano bisogno.

 

RISPOSTA:

Bisogna ricordare che l’imperfetto rappresenta l’evento come continuato nel passato, mentre il passato prossimo come concluso, sempre nel passato, ma con una persistenza delle conseguenze nel presente. A volte un tempo esclude l’altro, ma pi√Ļ spesso entrambi possono essere usati, modificando il significato della frase. Nella prima frase, il tempo pi√Ļ naturale √® l’imperfetto, perch√© lo scopo della frase √® descrivere lo svolgimento del concerto, non darne una visione complessiva; al contrario, molto strana sarebbe la frase “Il concerto era entusiasmante”, mentre del tutto naturale sarebbe “Il concerto √® stato entusiasmante”, proprio perch√©, in questo caso, ci√≤ che conta √® la visione d’insieme, non lo svolgimento. La seconda frase √® simile alla mia riscrittura della prima, per cui ci si aspetta il passato prossimo, che rappresenta la visione d’insieme della vacanza; l’imperfetto, si badi, non √® del tutto escluso, ma andrebbe meglio in un contesto come “Quanto mi pesa tornare al lavoro; stavo cos√¨ bene in vacanza!”. Nella terza frase le due opzioni sono ugualmente valide: con la prima ci si riferisce, ancora una volta, alla situazione nel suo svolgimento; con la seconda si considera la situazione nel suo complesso. Lo stesso vale per la quarta. Nella quinta la scelta tra volevo e ho voluto produce una conseguenza importante: con la prima forma la frase significa che la volont√† del soggetto caratterizzava quel periodo, ma non esclude che, passato quel periodo, essa sia cessata e l’incontro sia avvenuto; con la seconda forma, invece, si esclude che l’incontro sia avvenuto, perch√© il processo del non volere √® rappresentato come concluso, ovvero definitivo. Per la sesta frase vale quanto detto per la terza (“Dove eri / sei stato il 12 febbraio alle 15?”). Per l’ultima vale quanto detto per la quinta (“Voleva incontrarmi ma io non volevo / ho voluto”): avevano bisogno comporta che forse in un momento successivo non ne hanno avuto pi√Ļ bisogno; hanno avuto bisogno comporta che il fine per cui avevano bisogno dei soldi si √® concluso, quindi in qualche modo i soggetti sono riusciti a risolvere il problema anche senza aver ricevuto i soldi. In quest’ultima frase il presente hanno bisogno¬†cambierebbe anche il tempo, implicando che il bisogno √® ancora in corso nel momento in cui il parlante sta parlando.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Verbo
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QUESITO:

‚ÄúSe legger√≤ un‚Äôora tutti i giorni, quando arriver√≤ al 31 di dicembre avr√≤ letto almeno una decina di libri‚ÄĚ.

Il periodo dovrebbe essere corretto. Se volessimo accentuare la componente ipotetica, potremmo introdurre il congiuntivo imperfetto al posto dei due futuri semplici e, in relazione al futuro anteriore, il condizionale passato?

Mi spiego meglio con un esempio:

‚ÄúSe leggessi un‚Äôora tutti giorni, quando arrivassi al 31 di dicembre, avrei letto almeno dieci libri‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La trasformazione del futuro semplice in congiuntivo imperfetto e del futuro anteriore in condizionale passato √® corretta, ma non √® l’unica possibile. Nel periodo ipotetico del secondo tipo si usa il congiuntivo imperfetto per esprimere la condizione possibile e il condizionale presente per esprimere la conseguenza (quindi nel suo caso avremmo “Se leggessi un‚Äôora tutti giorni, al 31 di dicembre leggerei almeno dieci libri‚ÄĚ). Se, per√≤, vogliamo sottolineare che la conseguenza √® collocata nel futuro rispetto a una condizione che √® collocata nel passato, possiamo optare per il condizionale passato, che assommer√† in s√© le due funzioni di condizionale e di forma verbale della posteriorit√† rispetto al passato. Si potrebbe osservare che se leggessi √® collocato nel presente, non nel passato, ma bisogna considerare che questa azione entra in relazione con la data futura, per cui finisce con l’essere considerata da una prospettiva futura.

A margine faccio notare che il secondo futuro (arriver√≤) non pu√≤ diventare condizionale nella trasformazione della frase, ma deve rimanere futuro, perch√© altrimenti il parlante rappresenterebbe l’evento dell’arrivare come possibile, come se avesse qualche ragione per credere che non arriver√† al 31 dicembre.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi propongo un dubbio di punteggiatura riguardante il titolo di un libro: “Ultima fermata Parma”. Mi chiedo se fra fermata e Parma sia preferibile collocare due punti oppure una virgola.

 

RISPOSTA:

I titoli come quello da lei proposto sono frasi nominali; l’assenza di un verbo rende difficilmente applicabili le comuni regole sintattiche, comprese quelle sulla punteggiatura, e configura la frase come un enunciato, unit√† comunicativa in cui emergono le esigenze testuali, legate alla segnalazione del ruolo informativo dei costituenti. Nel caso specifico Ultima fermata rappresenta il tema, o topic, dell’enunciato, mentre Parma ne √® il rema, o comment; in altre parole, nell’enunciato viene introdotto un elemento, il topic, intorno al quale viene aggiunta un’informazione, il comment. La distinzione tra topic e comment nel parlato √® affidata a una pausa, tipicamente accompagnata da un’intonazione specifica per l’uno e l’altro costituente: il topic sar√† pronunciato con un andamento prosodico verso l’acuto sulla sillaba tonica, subito prima della pausa, quindi il rema avr√† un’intonazione conclusiva. In questo quadro le soluzioni interpuntive sono varie: √® possibile non inserire alcun segno, lasciando che la distinzione emerga da s√© nella lettura, oppure si possono inserire una virgola o i due punti. Con la virgola si segnala soltanto la separazione, presentando il comment come aggiunto al topic; con i due punti si suggerisce un dettaglio in pi√Ļ (che tutto sommato √® ricavabile anche con la virgola, ma con un piccolo sforzo interpretativo del lettore), cio√® che il comment veicola una spiegazione, una chiave di lettura del valore del topic. Ovviamente con questa soluzione lo scrivente sottolinea che il lettore abbia bisogno di questo tipo di istruzione, quindi lo invita apertamente a riconoscere il rapporto tra i costituenti come carico di un implicito da scoprire.

Si può, infine, usare anche il punto fermo, con la conseguenza di creare due enunciati, quindi di dare la funzione di comment a entrambi i costituenti.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Il soggetto della proposizione implicita pu√≤ avere due interpretazioni: impersonale oppure coreferente col soggetto della reggente, e spesso, ma non sempre, c’√® la doppia possibilit√†. Avrei da proporre alcune frasi che secondo possono essere da esempio:

1) Mario era ‚Äätroppo grande per capirlo = doppia interpretazione: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤ / Mario era troppo grande affinch√© si potesse capire Mario”.

2) Mario era ‚Äätroppo grande da capirlo = interpretazione che ha un soggetto coreferente con quello della reggente: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤”.

3) Mario era troppo grande da capire = interpretazione con soggetto impersonale/ generico: “Mario era troppo grande affinch√© soggetto generico potesse capire Mario”.

Le interpretazioni che ho dato alle precedenti frasi sono corrette o c’√® qualcosa da rivedere?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni implicite richiedono identit√† di soggetto con la reggente, tranne casi specifici (come quelle all’infinito rette da verbi di comando e il gerundio e il participio assoluti), che, per√≤, sono a loro volta regolati. Nei suoi esempi l’interpretazione con il soggetto non coreferenziale √® favorita dalla presenza del pronome atono diretto, che l’interlocutore √® tentato di riferire al soggetto della reggente, escludendo di conseguenza quest’ultimo dal ruolo di soggetto della subordinata. Tale interpretazione “logica” √® possibile in contesti parlati informali, ma sarebbe ovviamente sconveniente anche in questi contesti se facesse sorgere ambiguit√†. Nello scritto e anche nel parlato mediamente formale, le varianti con soggetto non coreferenziale vanno costruite con il verbo esplicito, per esempio “Mario era ‚Äätroppo grande perch√© lo si capisse”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúEra uno dei miei pregi, o almeno credevo che fosse tale.‚ÄĚ

Tale dovrebbe equivalere a un pregio. Dal punto di vista logico, non mi pare che la costruzione presenti grandi difficoltà interpretative; ma, dal punto di vista sintattico, _tale_ si riferisce a un termine che nel testo non compare, se non nella forma plurale (uno dei miei pregi).

Considerando ciò, il periodo è corretto?

 

RISPOSTA:

Il periodo √® corretto. Bisogna precisare intanto che il referente uno dei miei pregi √® singolare (appunto uno), non plurale. Pu√≤, comunque, capitare che un elemento anaforico rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore, ma semmai come una costruzione tipica del parlato; per esempio “Non c’√® neanche uno yogurt in frigo? Ma se ne ho presi sei l’altro giorno!” (ovvero ho preso sei yougurt).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho preparato questo quesito perché, talvolta, ho difficoltà a capire su chi ricada l’azione della subordinata. La regola secondo cui, se non vado errata, è consigliata (tranne alcuni casi) la forma implicita, laddove vi sia identità di soggetto tra la reggente e appunto la subordinata, non so se possa essere applicata agli esempi proposti:

1) Stefano ha chiesto ad Alessia di uscire.

2) Stefano ha detto quella bugia ad Alessia per illuderla di aver ragione.

Riguardo al primo esempio: Stefano ha chiesto ad Alessia che fosse lei ad uscire, oppure Stefano ha chiesto il permesso per uscire ad Alessia?

Riguardo al secondo esempio: la bugia è stata detta ad Alessia per illuderla che Stefano avesse ragione, oppure Stefano, con quella bugia, ha voluto illudere Alessia?

Vorrei infine aggiungere un terzo esempio. Stavolta si tratta di un’interrogativa indiretta; ma l‚Äôincertezza sui rapporti semantici tra le parti permangono:

3) Stefano ha chiesto ad Alessia se poteva/potesse uscire.

Stessa criticit√†: chi ‚Äúpoteva (o potesse) uscire‚ÄĚ tra i due?

 

RISPOSTA:

La regola generale dice che la subordinata completiva implicita presuppone che il soggetto sia lo stesso della reggente; ci sono, per√≤, dei casi in cui questa regola entra in competizione con altre regole, oppure con la logica ingenua del parlante, con l‚Äôeffetto di creare confusione nel parlante stesso. Nella frase 1) il problema √® causato dalla polisemia del verbo chiedere: se lo intendiamo come ‚Äėchiedere il permesso‚Äô allora la subordinata rientra nella regola dell‚Äôidentit√† di soggetto, per cui √® Luca che vuole uscire; se, invece, lo intendiamo come ‚Äėrichiedere‚Äô, la subordinata rientra nella regola della costruzione con i verbi di comando, che prevede l‚Äôidentit√† tra il soggetto della subordinata e l‚Äôoggetto del comando. In questo secondo caso, quindi, √® Alessia che deve uscire. C‚Äô√® anche una terza possibilit√†, attivata dal verbo chiedere in combinazione con uscire, e cio√® che Luca abbia invitato Alessia a un appuntamento romantico. In questo caso la subordinata ha come soggetto loro, che non coincide n√© con Luca n√© con Alessia: la soluzione regolare sarebbe, quindi, ‚ÄúLuca ha chiesto ad Alessia che uscissero‚ÄĚ, che, per√≤, sarebbe interpretata piuttosto come ‚Äė‚Ķ ha richiesto ad Alessia di far uscire altre persone‚Äô. Con questo terzo significato, la costruzione pi√Ļ comune sarebbe ancora ‚ÄúLuca ha chiesto ad Alessia di uscire‚ÄĚ, a rigore non corretta. La disambiguazione tra le tre possibilit√† sar√† garantita dal contesto; la soluzione 3), invece (pure possibile), non aiuta completamente, perch√© l‚Äôinserimento di potere esclude la terza interpretazione, ma lascia aperte le prime due (anche se la seconda sarebbe molto favorita): nel primo caso potere¬†sar√† interpretato propriamente come ‚Äėavere il permesso‚Äô; nel secondo sar√† interpretato come segnale di cortesia, quindi la frase sarebbe la variante indiretta di ‚ÄúAlessia, puoi uscire, per favore?‚ÄĚ.

Per quanto riguarda la frase 2), l‚Äôidentificazione del soggetto di aver ragione √® problematica perch√© l‚Äôoggetto pronominale della proposizione reggente (la) √® sentito come un possibile candidato, anche se a rigore non lo √®: il soggetto di aver √® Stefano, ovvero il soggetto della proposizione reggente; se, invece, si vuole che il soggetto sia Alessia, bisogner√† costruire la subordinata in modo esplicito: ‚Äú‚Ķilluderla che avesse ragione‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due soluzioni indicate pi√Ļ sotto sono, per motivi di registro, ammissibili.

1) Esserci impegnate / 2) Essersi impegnate.

Cerco di contestualizzare.

Un gruppo di studentesse contesta una valutazione da parte di un’insegnante. Una di esse, a nome del gruppo, si pronuncia in questi termini:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)esserci/essersi impegnate al massimo e (l‚Äô)aver applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo, non √® bastato per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (ho incluso l‚Äôarticolo determinativo tra parentesi perch√© credo che il parlante possa liberamente decidere se esplicitarlo od ometterlo).

Vorrei inoltre domandarvi se, modificando dati elementi della costruzione ed esulando dal caso specifico, si possa ‚Äúspersonalizzare‚ÄĚ il concetto, creando cos√¨ una sorta di ‚Äúcausa-effetto‚ÄĚ generale:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)essersi impegnati [non pi√Ļ femminile plurale, ma maschile] al massimo e (l‚Äô) aver applicato gli insegnamenti ricevuti negli anni, potrebbe non bastare per ottenere una valutazione sufficiente‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

L‚Äôespressione da lei evidenziata si trova all‚Äôinterno di una proposizione subordinata soggettiva retta dall‚Äôoggettiva non √® bastato, che √® impersonale; se la soggettiva condivide lo stesso soggetto della reggente essa deve essere ugualmente impersonale, quindi deve prendere la forma essersi impegnato, con il pronome si¬†e il participio al singolare maschile. Tale soluzione risulta doppiamente controintuitiva, perch√© il soggetto logico √® plurale e di sesso femminile (anche se il costrutto √® grammaticalmente impersonale) e perch√© la proposizione che regge l‚Äôoggettiva √® a sua volta dipendente dalla principale (per giunta collocata subito alla sinistra della soggettiva) costruita con il soggetto noi. Ne deriva un comprensibile rifiuto della forma che sarebbe corretta. Le alternative a questa soluzione sono: 1. la forma essersi impegnate, che a rigore √® scorretta, perch√© √® per met√† impersonale (l‚Äôinfinito essersi) e per met√† personale (il participio concordato con il soggetto logico plurale femminile); 2. la forma esserci impegnate, che √® internamente ben formata, ma sintatticamente scorretta perch√© costruisce la proposizione dipendente da una proposizione impersonale con un soggetto logico personale; 3. la costruzione personale, ma esplicita, della soggettiva: che ci siamo impegnate, corretta da tutti i punti di vista ma resa impossibile dalla coincidenza della presenza di un altro che¬†subito prima (‚ÄúPrendiamo atto che che ci siamo impegnate al massimo‚Ķ‚ÄĚ). Insomma, presupponendo di voler scartare la costruzione impersonale essersi impegnato¬†e l‚Äôalternativa 3, bisogna ammettere che scegliere una delle altre due comporta una scorrettezza tutto sommato veniale; in particolare la soluzione 2 sarebbe la pi√Ļ facilmente giustificabile, vista la costruzione personale della proposizione principale. Una soluzione del tutto corretta e priva di controindicazioni √® ovviamente possibile, ma comporta una riorganizzazione sintattica della frase; per esempio: ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato che ci siamo impegnate al massimo e abbiamo applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ, oppure ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato il nostro massimo impegno e l‚Äôapplicazione, laddove sia stata possibile, degli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (che ha il vantaggio di evitare la sgradevole ripetizione di che¬†a breve distanza).

A margine aggiungo che la virgola tra tempo e non non è richiesta, e anzi è al limite dell’errore, perché separa due parti non separabili della frase (prendiamo atto che… non è bastato) per il solo fatto che si trovano collocate a distanza.

In ultimo, la sua ipotesi di ‚Äúspersonalizzazione‚ÄĚ √® valida, purch√© la forma sia quella corretta, ovvero essersi impegnato.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase, leggere è un verbo o un sostantivo, e ha funzione di complemento oggetto?

“Amo tanto leggere, in particolare mi piacciono i libri fantasy”.

 

RISPOSTA:

Nella frase non √® possibile decidere se l’infinito abbia valore di verbo o di nome: entrambe le analisi sono, pertanto, legittime. Il fatto che la parola non sia preceduta dall’articolo, comunque, fa propendere per l’analisi come verbo; diversamente, in una frase come “Amo tanto il leggere” la parola sarebbe certamente da analizzare come nome. Al contrario, se leggere fosse seguito da un complemento oggetto (per esempio “Amo tanto leggere romanzi d’avventura”) emergerebbe pi√Ļ chiaramente la funzione verbale.

Se leggere è un nome, esso rappresenta il complemento oggetto del verbo amo; se, invece, è un verbo, allora rappresenta una proposizione oggettiva subordinata alla reggente amo tanto.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In una frase come: “Vuoi partire o rimanere?” La coordinazione √® tra due subordinate?

Vuoi: principale;

partire: subordinata;

o rimanere: coordinata alla subordinata.

Oppure si tratta di una coordinata alla principale?

Vuoi partire: principale;

o (vuoi) rimanere: coordinata alla principale.

 

RISPOSTA:

Il verbo servile forma una unit√† con l’infinito che lo segue, quindi la seconda analisi √® quella corretta.¬†

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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QUESITO:

1a) Le parole che iniziano / terminano per a.

1b) La lettera per cui inizia / termina la parola mela è proprio questa.

1c) Per quale lettera inizia / termina questa parola?

2a) Le parole che iniziano / terminano in a.

2b) La lettera in cui inizia / termina la parola mela è proprio questa.

2c) In quale lettera inizia / termina questa parola?

Sempre con per e in, a livello sportivo, ho sentito frasi come:

3a) La partita che è finita per 1-1.

4a) La partita che è finita in 1-1.

Azzarderei anche delle frasi (che ovviamente sono di mia invenzione e non ho ancora sentito, onestamente, ma che sono la versione in forma di frase interrogativa e relativa delle due frasi precedenti) come ad esempio:

3b) Questo è il risultato per cui è finita la partita.

4b) Questo è il risultato in cui è finita la partita.

3c) Per quale risultato è finita la partita?

4c) In quale risultato è finita la partita?

Quali sono rispettivamente i complementi introdotti da per e in nelle frasi?

Per quanto riguarda in azzarderei che si possa trattare di complemento di luogo figurato, mentre per quanto riguarda per non saprei che dire.

 

RISPOSTA:

Dobbiamo distinguere tra le frasi del gruppo 1, in cui il verbo iniziare significa ‘essere formato nella parte iniziale’ e terminare significa ‘essere formato nella parte finale’, e le altre, in cui finire significa ‘raggiungere un certo stato’, quindi ‚Äėdiventare alla fine‚Äô. Nelle frasi 1 i due verbi sono completati da un sintagma argomentale (cio√® sintatticamente necessario alla costruzione della frase) che nell’analisi logica rientrerebbe nel complemento di mezzo e pu√≤ essere formato con le preposizioni per, in o anche con. Si noti che termina in a¬†va interpretato non come ‚Äėnella a‚Äô (complemento di stato in luogo), ma, appunto, come ‚Äėper mezzo di a‚Äô (complemento di mezzo). Nelle altre frasi, il verbo finire richiede un complemento predicativo (anch‚Äôesso argomentale), che di norma non √® preceduto da alcuna preposizione; la forma pi√Ļ comune della frase 3a sarebbe, infatti, “La partita √® finita 1 a 1”, ovvero ‚Äėalla fine √® diventata 1 a 1‚Äô.¬† In questo stesso contesto il verbo finire pu√≤ anche prendere il significato di ‘completarsi, essere chiuso’, avvicinandosi molto al terminare delle frasi del gruppo 1; quando √® usato con questo significato esso pu√≤ richiedere il completamento con il complemento di mezzo formato con le proposizioni¬† per, in e con. Per la verit√†, in questo contesto quest‚Äôuso √® limitato a pochi casi e a poche espressioni, spesso cristallizzate (quindi soltanto con un po‚Äô di sforzo inquadrabili nello schema dei complementi): in particolare il complemento formato con per si usa soltanto nella forma semplice e affermativa della frase (le frasi 3b e 3c sono del tutto innaturali), in si usa soltanto nell’espressione in parit√† o in espressioni come in modo imprevedibile, che dal complemento di mezzo sfuma nel complemento di modo (tutte le frasi 4 sono, invece, impossibili), con si usa in espressioni come con un pareggio, con la vittoria di…, con la sconfitta di…

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi sulle frasi seguenti.

1a. √ą la prima volta che vedo questo film.

1b. √ą la prima volta che ho visto questo film.

1c. √ą stata la prima volta che ho visto questo film.

 

2a. Visto/viste tutte le poesie, abbiamo deciso che…

2b. Dato/dati i risultati, abbiamo deciso che…

 

RISPOSTA:

Nel primo gruppo di frasi la proposizione subordinata √® di fatto una relativa (il che che la introduce √® detto polivalente, ma la proposizione si comporta comunque come una relativa), quindi ha ampia libert√† nella scelta del tempo verbale. La logica esclude la 1b, perch√© se la prima volta √® presente anche la visione del film deve essere presente. Le altre due sono corrette. Nel secondo gruppo i participi passati concordano con i soggetti delle subordinate implicite (le poesie e i risultati): le proposizioni, infatti, sono equivalenti a “Essendo state viste tutte le poesie” e “Essendo stati dati tutti i risultati”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi sono reso conto che a livello molto colloquiale molte persone (anch’io faccio parte di questa cerchia) fanno uso di una strana dislocazione a sinistra di vari elementi grammaticali: soggetto, periodo ipotetico e complementi di ogni tipo.

Le pongo qualche esempio:

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti = se a me piace qualcuno, mi faccio avanti.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto= non so ciò che lui ha fatto.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse? = non so chi pensavi che lui fosse/ non so chi pensavi che fosse, lui?
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo = non so cosa lui vorrebbe che noi dicessimo/ non so cosa lui vorrebbe che dicessimo.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo = non so cosa lui vorrebbe che noi pensassimo/ non so cosa vorrebbe che pensassimo, lui, noi.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa= non penso che se fosse rimasta sarebbe cambiato qualcosa.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato= non so cosa sarebbe cambiato se fosse rimasta.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava = quando io / nel momento in cui io entravo, la gente non mi salutava.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo = penso/ sembra che questo sia ottimo.

In tutte queste frasi c’√® una dislocazione a sinistra di qualche elemento, ad esempio:

Nella prima abbiamo la dislocazione di un complemento dipendente dalla protasi.

Nella seconda la dislocazione del soggetto della relativa.

Nella terza la dislocazione del soggetto di una oggettiva esplicita la quale è dipendente da una proposizione interrogativa.

Nella quarta c’√® la dislocazione del soggetto della proposizione interrogativa.

Nella quinta c’√® una doppia dislocazione, cio√® degli elementi dislocati rispettivamente nella terza e nella quarta.

Nella sesta, per esempio, la protasi √® contenuta nell’oggettiva ed √® dipendente dalla stessa oggettiva (“che sarebbe cambiato qualcosa”) non dalla proposizione principale (“non penso”) eppure nonostante la protasi faccia parte dell’oggettiva viene occasionalmente dislocata a sinistra.

Nella settima abbiamo qualcosa di simile, ovvero la dislocazione della protasi dipendente da una proposizione interrogativa.

Possiamo parlare di dislocazioni grammaticalmente corrette oppure di colloquialismi impropri?

 

RISPOSTA:

L‚Äôitaliano ammette molto spesso lo spostamento di un sintagma, o di una proposizione, rispetto alla sua posizione canonica in un ordine non marcato. Lo spostamento (che √® una potente risorsa sintattica) √® dovuto a esigenze informativo-pragmatiche, cio√® per portare in prima posizione il tema dell‚Äôenunciato, cio√® la parte su cui verte l‚Äôinformazione. Talora questi spostamenti non hanno alcuna ricaduta sul registro, talaltra invece rendono l‚Äôenunciato meno formale, ma comunque corretto. Nessuno degli esempi da lei addotti √® scorretto e soltanto alcuni rendono l‚Äôenunciato meno formale. Nessuno, inoltre, √® configurabile come dislocazione tecnicamente intesa, ma soltanto come spostamento. In taluni casi, si parla anche di anacoluto o tema sospeso, in altri di sollevamento, ma, in buona sostanza, sempre di spostamento si tratta, ma non di dislocazione. Perch√© vi sia una dislocazione, oltre allo spostamento deve esservi anche una ripresa pronominale dell‚Äôelemento spostato, come in ¬ęil panino lo mangio¬Ľ, ¬ęche cosa vuoi non lo so¬Ľ (dislocazioni a sinistra), oppure ¬ęlo mangio il panino¬Ľ, ¬ęnon lo so che cosa vuoi¬Ľ (dislocazioni a destra). Vediamo ora caso per caso.

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti: non è meno formale della versione senza spostamento.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto: meno formali.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse?: meno formali.
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo: lievemente meno formali.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo: lievemente meno formali. In tutti i casi b-e, come vede, non soltanto la frase è perfettamente corretta, ma, in certi contesti, è anche migliore della frase non marcata, dal momento che valorizza il ruolo tematico di lui, che dunque può agevolare la coesione con quanto precede.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa: non è meno formale della versione senza spostamento.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato: non è meno formale della versione senza spostamento.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava: tema sospeso o anacoluto, meno formale della frase non marcata.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo: normalissimo caso di sollevamento del soggetto, non meno formale.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se i verbi sono usati correttamente negli esempi 1-4:
(1) Mi ha chiesto se io lo avrei chiamato quando sarei tornato in Italia
(2) Mi ha chiesto se io lo chiamassi quando sarei tornato in Italia.
(3) Mi ha chiesto se lo avrei chiamato quando io fossi tornato in Italia.
(4) Mi ha chiesto se io lo chiamassi quando io fossi tornato in Italia
Inoltre, so che posso dire “Lo chiamer√≤ quando sar√≤ tornato in Italia”, ma penso che la forma “Mi ha chiesto se lo chiamer√≤ quando sar√≤ tornato in Italia” venga considerata sbagliata dato che non rispetta la consecutio temporum. Giusto?
Altre variazioni della stessa frase con le stesse domande:
(5) Mi ha chiesto se lo chiamerò quando sarei tornato in Italia.
(6) Mi ha chiesto se lo chiamerò quando fossi tornato in Italia.

 

RISPOSTA:

Le forme verbali nelle frasi 1-4 sono corrette (ma eviterei di esplicitare il soggetto pronominale io tanto nella proposizione interrogativa indiretta quanto nella temporale). Per descrivere un evento futuro rispetto a un momento di riferimento passato (mi ha chiesto) nelle proposizioni completive si pu√≤ usare sia il condizionale passato sia il congiuntivo imperfetto. Quest’ultimo √® pi√Ļ formale, ma anche pi√Ļ ambiguo, visto che la stessa forma si usa per esprimere la contemporaneit√† nel passato. Il congiuntivo imperfetto, insomma, esprime una contemporaneit√† nel passato proiettata nella posteriorit√†; il condizionale passato esprime soltanto la posteriorit√† rispetto al passato. La proposizione temporale descrive un evento da una parte posteriore rispetto al momento di riferimento (mi ha chiesto), dall’altra anteriore rispetto all’evento del chiamare, che diventa un secondo momento di riferimento. In questa situazione si pu√≤ scegliere se collegare l’evento del tornare a quello del chiedere o a quello del chiamare. Nel primo caso avremo le frasi 3 e 4, con il congiuntivo trapassato che esprime anteriorit√† rispetto al passato (visto che la contemporaneit√† e la posteriorit√† nel passato si comportano come passati); nel secondo caso avremo le frasi 1 e 2, con il condizionale passato che esprime posteriorit√† rispetto al passato (mi ha chiesto), trascurando il rapporto temporale con il chiamare. Va detto, inoltre, che la proposizione temporale introdotta da quando con il congiuntivo viene a coincidere con la ipotetica (quando fossi tornato = qualora fossi tornato), quindi assume una sfumatura di incertezza.

Nella completiva pu√≤ essere usato anche l’indicativo futuro, come nelle ultime due frasi, se si vuole sganciare l’evento dal rapporto con il momento di riferimento (mi ha chiesto) e si considera rilevante il momento dell’enunciazione (ora). In questo modo l’evento del chiamare √® rappresentato come posteriore rispetto al presente, ovvero come futuro. Se si fa questa scelta (che sarebbe adatta al parlato e allo scritto poco sorvegliato), nella temporale bisogna usare o il futuro semplice torner√≤ o il futuro anteriore sar√≤ tornato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se con piuttosto che si possano usare i due punti, come nel caso: ¬ęPiuttosto che: “L’occasione fa l’uomo ladro”, si dovrebbe dire…¬Ľ.

Inoltre, se nella frase “Avere un’amica, come riteneva necessaria la madre”, sia giusto mettere “necessaria” e non “necessario”.

 

RISPOSTA:

No, nel primo caso non si tratta di un elenco, ma di una frase legata, che come tale non richiede i due punti.

Nel secondo caso, l’accordo corretto è al maschile (necessario), perché l’aggettivo non si riferisce all’amica, bensì all’azione (e alla proposizione) avere un’amica.

Fabio Rossi

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QUESITO:

n

RISPOSTA:

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QUESITO:

Ho un dubbio in merito all’uso della virgola, per quanto riguarda le congiunzioni correlative (sia, n√®, neppure).¬†
Ho letto che normalmente¬† non si mette se la prima congiunzione (‘sia’ o ‘n√©’) lega la parte che la segue direttamente a ci√≤ che precede ( es. La casa √® confortevole¬†sia d’inverno sia d’estate). Altrimenti dicono che si possa mettere (es. Lucia ha portato il nipote in riva al mare, sia per farlo giocare con la sabbia sia per fargli respirare un po’ d’aria pura). Io non riesco a capire come fare questa distinzione. Questi sono degli esempi che ho preso da qualche sito web, per√≤, non avendo capito, ho preferito chiedere a voi, perch√© siete pi√Ļ preparati in fatto di punteggiatura e grammatica.¬†
Ad esempio, se scrivo la frase: “Mi piace guardare una ragazza sia quando fa l’azione A, sia mentre fa l’azione B. E’ giusto oppure dovr√≤ scrivere: “Mi piace guardare una ragazza, sia quando fa l’azione A sia quando fa l’azione B. E come ci si comporta se ci fossero pi√Ļ membri ( es. Mi piace guardare una ragazza sia quando fa l’azione A, sia quando fa l’azione B, sia mentre fa l’azione B). In questo caso ho messo 3 virgole, ma secondo voi √® giusto? Oppure ne basta una finale?¬†
Riconosco che potrebbero non esserci delle regole ferree, però volevo un vostro parere a riguardo. 
 

RISPOSTA:

Non ci sono regole ferree, in effetti. Quasi mai sono ferree le regole di punteggiatura.
Il suggerimento √® di non appesantire troppo i periodi con coordinate correlative troppo lunghe. Dunque eviterei, in primo luogo, pi√Ļ di due sia, a favore di:
“Mi piace guardare una ragazza quando fa l’azione A, quando fa l’azione B e mentre fa l’azione C”.
Metterei la virgola tra i due¬†sia¬†quando il primo membro √® troppo lungo: “mi piace andare al mare sia quando il tempo √® bello e il sole rende insopportabile stare fuori dall’acqua, sia nelle cupe giornate invernali”.
Infine, la presenza o meno della virgola prima del primo sia dipende dal grado di indipendenza che si vuol attribuire a ciò che precede:
–¬†“Mi piace guardare una ragazza, sia quando fa l’azione A sia quando fa l’azione B”, ci√≤ che viene messo in rilievo, indipendentemente dal resto, √® che a lei piaccia guardare una ragazza.
– Invece in¬†“Mi piace guardare una ragazza sia quando fa l’azione A sia quando fa l’azione B” il suo piacere di guardarla √® subordinato al fatto che faccia determinate azioni e, poniamo, potrebbe non essere interessato a guardarla se ne facesse delle altre.
Quindi, s√¨, √® corretto quel che ha letto: dipende dal grado di coesione e di autonomia rispetto a quanto precede. Dipende, dunque, pi√Ļ che dal contesto, dal punto di vista di chi usa quella frase.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coesione
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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

Potreste indicarmi se nelle due espressioni sottostanti¬†la data si riferisce all’inizio del pagamento del mantenimento o¬†all’inizio della rivalutazione Istat?
1. In ordine all‚Äôentit√† di detto assegno, che la ricorrente ha chiesto determinarsi nella somma di euro XXX, si ritiene congruo, anche tenuto conto dell‚Äôattuale¬†condizione lavorativa del marito, di determinarlo nella somma di euro¬†YYY mensili, importo da rivalutare¬†annualmente secondo indici Istat, a decorrere dall’1.6.2022.
2. … determina il contributo al mantenimento dei minori da parte del padre,¬†nella somma di euro YYY mensile, da¬†versare alla moglie entro il giorno cinque di ogni mese importo da¬†rivalutare annualmente secondo indici Istat, a decorrere dall‚Äô1.6.2022.

 

RISPOSTA:

La data si riferisce all’inizio del pagamento. Non solo √® pi√Ļ logico che sia cos√¨ (sarebbe, infatti, stranamente pignolo richiedere che la rivalutazione parta da un momento intermedio dell’anno e non dall’inizio dell’anno, come, del resto, suggerisce l’aggettivo¬†annualmente), ma √® anche la punteggiatura che lo chiarisce. Nel primo stralcio, la parte che si trova tra due virgole (, importo da rivalutare¬†annualmente secondo indici Istat,)¬†va considerata un inciso, quindi potrebbe anche essere estratta, lasciando¬†determinarlo nella somma di euro¬†YYY mensili a decorrere dall’1.6.2022. Vero √® che la mancanza di un verbo che regga¬†a decorrere¬†dall’1.6.2022¬†rende un po’ forzata la costruzione e induce quindi a collegare la proposizione a¬†rivalutare, ma tale collegamento sarebbe indebito. Il secondo stralcio ha una costruzione meno chiara, ma in compenso presenta il verbo¬†versare, che regge¬†a decorrere¬†dall’1.6.2022. Quest’ultima proposizione, inoltre, √® separata con la virgola da¬†rivalutare annualmente secondo indici Istat, a rafforzare la separazione tra le due informazioni.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Parlando con uno straniero mi √® venuto un dubbio. √ą meglio dire¬†ero interessato a¬†questa cosa¬†o¬†me ne ero interessato? Gli ho detto che erano due espressioni equivalenti invece ora mi rendo conto che hanno un significato diverso. Lui¬†intendeva dire che una cosa aveva destato interesse in lui per un po’, ma voleva sapere come dirlo senza indicare quella cosa specifica.
Il mio dubbio è questo: posso dire ero interessato a questa cosa senza un pronome indiretto o devo dire
mi interessava questa cosa? Mi ha chiesto se si può usare il ne al posto di questa cosa, ma così mi sembra che cambi il senso. Leggendo sulla Treccani sembra che sia giusto solo interessarsi a, ma a me le frasi ero interessato a lui e mi sono interessata a lui sembrano diverse.

 

RISPOSTA:

Nella sua domanda si sovrappongono due questioni diverse: da una parte la differenza tra il verbo¬†interessarsi¬†e l’espressione¬†essere interessato; dall’altra la possibilit√† di pronominalizzare (ovvero sostituire con un pronome) il sintagma proposizionale¬†a questa cosa¬†con¬†ne.¬†
Per quanto riguarda la prima questione,¬†interessarsi¬†√® quasi un sinonimo di¬†essere interessato; contiene, per√≤, una sfumatura di partecipazione emotiva del soggetto non riscontrabile in¬†essere interessato. Con¬†interessarsi, cio√®, si descrive l’interesse come attivo, non statico; per questo motivo¬†interessarsi¬†significa anche ‘prendersi cura, occuparsi’, e persino ‘intervenire per la risoluzione di un problema’.¬†
Oltre alla differenza semantica, tra le due forme c’√® una differenza sintattica, perch√©¬†interessarsi¬†richiede la preposizione¬†a¬†quando √® sinonimo di¬†essere interessato, la preposizione¬†di¬†quando¬†significa ‘prendersi cura, occuparsi’ o ‘provvedere per la risoluzione di un problema’;¬†essere interessato, invece, richiede sempre la preposizione¬†a, mai¬†di. Come conseguenza,¬†essere interessato a una cosa¬†√® molto simile a¬†interessarsi a una cosa;¬†interessarsi di una cosa, invece, significa tutt’altro, ovvero ‘occuparsi di una cosa’, oppure ‘provvedere’ (nel caso in cui¬†la cosa¬†sia una problema da risolvere).¬†
A rigore, un complemento di termine (come¬†a una cosa) pu√≤ essere pronominalizzato con¬†gli¬†o¬†le; questi pronomi, per√≤, hanno un chiaro riferimento umano e difficilmente li associamo a oggetti inanimati; in questo caso, inoltre, il complemento di termine non indica una persona a cui viene dato qualcosa, ma soltanto l’oggetto di un interesse (e pu√≤ essere definito, infatti,¬†complemento oggetto preposizionale), quindi rifiuta a maggior ragione la pronominalizzazione con i pronomi indiretti. Per questo motivo un parlante nativo non direbbe mai¬†esserle interessato¬†(o¬†io le sono interessato), ma preferir√† sempre¬†essere interessato a una / quella cosa¬†(e¬†io sono interessato a una / quella cosa). Lo stesso vale per¬†interessarsi: nessun parlante direbbe¬†interessarlesi¬†(o¬†io le mi interesso), ma dir√† sempre¬†interessarsi a una / quella cosa¬†(e¬†mi interesso a una / quella cosa).¬†
Diversamente, un complemento di specificazione o partitivo pu√≤ essere pronominalizzato quasi sempre con¬†ne, per questo √® possibile dire¬†interessarsene. Si badi, per√≤, che non √® possibile dire *esserne interessato¬†perch√© significherebbe *essere interessato di una cosa, che non √® corretto. Inoltre,¬†interessarsene¬†non significa¬†essere interessato a una cosa, ma ‘occuparsi di una cosa’ oppure ‘provvedere alla risoluzione di un problema’.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Si dice “mai visto una cosa del genere” oppure “mai vista una cosa del genere”?

 

RISPOSTA:

Entrambi i modi sono corretti. L’accordo del participio passato di un verbo transitivo con il complemento oggetto (vista una cosa) √® una possibilit√† oggi abbandonata, quindi dal sapore antiquato, ma sempre corretta. La forma pi√Ļ comune √®¬†visto una cosa, con il participio passato invariabile. C’√® da dire che se questo vale in generale, l’espressione¬†mai vista una cosa…¬†√® cristallizzata, tanto che risulta perfettamente normale anche la variante con l’accordo. Per approfondire la questione dell’accordo del participio passato pu√≤ leggere la risposta n.¬†2800277 dell’archvio di DICO.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Coesione
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QUESITO:

Quale delle tre frasi è corretta?
1. “Gent.le dottore, Le comunico che ieri ho chiamato in Regione per informazioni in merito al vaccino anti COVID, ho anche sentito il sindaco che mi confermato che¬†posso prenotarmi”.
2 “Gent.le dottore, Le comunico che ieri ho chiamato in Regione per informazioni¬†in merito al vaccino anti COVID, ho anche sentito il sindaco, ENTRAMBI (Regione e¬†sindaco) mi hanno confermato che posso prenotarmi”, per√≤ la regione non √® una¬†persona!?
3. “Gent.le dottore, ieri ho chiamato in Regione in merito al vaccino anti COVID,¬†mi √® stato detto (= persona con la quale ho parlato) che posso prenotarmi; ci√≤ mi √®¬†stato confermato anche dal sindaco”.

 

RISPOSTA:

Le tre frasi differiscono in diversi punti e sono tutte migliorabili nella composizione, sebbene nessuna contenga errori grammaticali evidenti. 
Nella prima frase si attribuisce l’autorizzazione al solo sindaco (il verbo¬†confermare¬†non √® sufficientemente esplicito circa il ruolo della Regione); se, per√≤, la fonte dell’autorizzazione √® anche la Regione √® consigliabile chiarire questa informazione.
Nella seconda frase il pronome¬†entrambi¬†√® effettivamente innaturale se riferito a un’istituzione.
L’espressione¬†chiamare per informazioni, inoltre,¬†√® fortemente burocratica: pi√Ļ comune sarebbe¬†chiamare per chiedere / avere / ricevere informazioni.
La terza frase risulta, in conclusione, la migliore; questa pu√≤ essere, per√≤, migliorata nella punteggiatura:¬†“Gent.le dottore, ieri ho chiamato in Regione in merito al vaccino anti COVID: mi √® stato detto che posso prenotarmi; ci√≤ mi √®¬†stato confermato anche dal sindaco”.
Un’altra piccola limatura si potrebbe fare sul piano della coesione:¬†“Gent.le dottore, ieri ho chiamato in Regione in merito al vaccino anti COVID e mi √® stato detto che posso prenotarmi per la somministrazione. L’informazione mi √®¬†stata confermata anche dal sindaco”. In alternativa alla forma impersonale¬†mi √® stato detto¬†(che comunque va bene), infine, si pu√≤ esplicitare il riferimento:¬†la persona con cui ho parlato / il responsabile del servizio mi ha detto¬†o altro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il pronome¬†ne¬†pu√≤ alludere a due sintagmi distinti all’interno della stessa frase? In questi casi ci si affida alla logica, che ci permetterebbe di risalire al giusto riferimento, oppure esiste una regola grammaticale che inibisce tutto ci√≤?
Un esempio: “Abbiamo intervistato una ragazza di diciotto anni, ma dovremmo intervistarne anche una che ne avesse venti”.

 

RISPOSTA:

La costruzione √® possibile e corretta: come ha supposto lei, in casi come questi la logica permette di ricondurre i due pronomi ognuno al suo antecedente. Piuttosto, nella sua frase la sbavatura √® il tempo del congiuntivo nella proposizione relativa; visto che la qualit√† dell’et√† √® presente, il congiuntivo deve essere presente (che ne abbia venti).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Pronome
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QUESITO:

Ho un dubbio circa la seguente costruzione:
“Michele ascolt√≤ la storia della sua adolescenza vista dall’esterno: in quelle parole, lucide, c’era tutto lui stesso”.
√ą corretto scrivere (o dire)¬†lui stesso, o si sarebbe dovuto propendere per¬†se stesso?

 

RISPOSTA:

Questa frase √® senz’altro un caso limite: rappresenta una situazione in cui una persona sente parlare di s√© da un’altra persona. Non √® sorprendente che questo provochi una certa confusione nei riferimenti dei pronomi. A rigore,¬†s√©¬†rimanda al soggetto della frase, quindi nella frase¬†in quelle parole, lucide, c’era tutto lui stesso¬†non si pu√≤ usare, perch√© il soggetto della frase non √® Michele, bens√¨¬†tutto lui stesso. Ne consegue che¬†lui stesso¬†√® il pronome corretto. Nello stesso tempo, per√≤, √® evidente che¬†tutto lui stesso¬†√® proprio Michele, quindi¬†s√© stesso¬†√® giustificabile per logica.
Piccola notazione grafematica: nonostante l’inveterata abitudine a scrivere¬†s√©¬†senza accento quando √® seguito da¬†stesso, consiglio di mantenere sempre l’accento, perch√© la parola √® sempre la stessa e non c’√® ragione di modificarne la grafia.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questa frase è vero che vanno bene entrambe le forme verbali? 
Ho saputo che Nicola domenica prossima sarebbe partito / partir√† con la macchina e non con l’aereo.

 

RISPOSTA:

L’indicativo futuro √® preferibile per due ragioni: 1. quando il momento dell’enunciazione, cio√® adesso, si inserisce tra il momento di riferimento (in questo caso quello in cui¬†ho saputo) e il momento dell’evento (partir√†), il momento dell’enunciazione attrae il tempo dell’evento, che quindi entra in relazione con il presente; 2. il passato prossimo (ho saputo) √® proiettato sul presente, per cui spesso si comporta come il presente nella consecutio temporum. Il condizionale passato non si pu√≤ dire scorretto, ma √® forzato; sarebbe pi√Ļ adatto in dipendenza da un imperfetto o un passato remoto:¬†sapevo¬†/ mi dissero¬†che domenica prossima sarebbe partito. Per la ragione 1. spiegata sopra, comunque, anche in questo caso si pu√≤ usare anche l’indicativo futuro:¬†sapevo¬†/ mi dissero¬†che domenica prossima partir√†.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se l’uso del condizionale √® corretto nella seguente relativa¬†all’interno di periodo ipotetico: “non si aspettavano che, se avessero pubblicato¬†il video, tutte le persone che lo avrebbero visto avrebbero riempito di insulti la¬†vittima”; √® forse preferibile il congiuntivo¬†avessero visto?

 

RISPOSTA:

Il congiuntivo √® possibile, ma non necessariamente preferibile; da una parte eleva il registro, dall’altra rende possibile l’interpretazione ipotetica della relativa. Con il congiuntivo, cio√®,¬†che lo avessero visto¬†rimane a met√† tra la relativa e la ipotetica (se lo avessero visto); con il condizionale passato, invece, l’unica interpretazione possibile √® relativa. Il congiuntivo trapassato, inoltre, rappresenta l’evento del¬†vedere¬†come precedente a quello del¬†riempire¬†(o come la condizione che determina quella conseguenza se interpretiamo la relativa come ipotetica); il condizionale passato, invece, rappresenta l’evento come successivo al¬†pubblicare¬†al pari del¬†riempire. Le sfumature semantiche sono da valutare attentamente nello scritto formale; in contesti pi√Ļ immediati, invece, emerge soprattutto la differenza di registro tra le soluzioni.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coesione, Registri, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase seguente si possono usare entrambi i verbi?
“Lucia si stanc√≤ di parlare con l‚Äôamico Stefano quindi gli disse che¬†doveva andare¬†/¬†sarebbe andata¬†a fare la spesa”.

 

RISPOSTA:

I verbi sono corretti, ma ci sono delle differenze tra l’uno e l’altro. Il primo esprime l’idea di futuro nel passato, ovvero di un evento¬†(andare)¬†successivo a un altro passato (disse), con l’indicativo imperfetto; il secondo fa lo stesso con il condizionale passato. L’indicativo imperfetto √® meno formale, pi√Ļ familiare e adatto al parlato rispetto al condizionale passato, che √® comunque adatto a tutti i contesti. La scelta tra l’uno e l’altro verbo andr√† fatta, quindi, sulla base del registro che si vuole tenere nel discorso.¬†
Il primo, inoltre, integra il servile¬†dovere, che aggiunge una sfumatura di significato assente nel secondo. Con il primo verbo, infatti, l’azione dell’andare¬†√® rappresentata come obbligata, non come certa (il soggetto dice che¬†deve¬†andare, lasciando aperta la possibilit√† che scelga di non andare); con il secondo, invece, l’azione √® rappresentata come gi√† stabilita, anche se permane un minimo grado di incertezza necessariamente legato all’idea stessa di futuro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi interpello a proposito della posizione e della funzione che possano, di volta in volta, assumere nomi e pronomi all’interno di un periodo. Partiamo con le seguenti costruzioni:
1A) Se non potesse farti una visita, Marco potrebbe telefonarti?
1B) Se Marco non potesse farti una visita, potrebbe telefonarti?
2A) Quando lui le passò accanto, Donatella lo guardò con attenzione.
2B) Quando lui passò accanto a Donatella, lei lo guardò con attenzione.
Nonostante il significato sia il medesimo, quale costruzione consigliereste?
Procediamo con il secondo e ultimo caso:
3) Ognuno all’occorrenza presenterebbe la propria motivazione. Queste / Esse sarebbero quindi valutate da una commissione speciale.
Queste¬†/¬†Esse¬†si riferiscono alle¬†motivazioni¬†considerate nella loro totalit√† (e ci√≤ mi pare che sia facilmente arguibile dalla semantica della frase). Ma a livello grammaticale √® corretto usare un pronome plurale per riferirsi a un soggetto o a un complemento che, come nell’esempio sopraindicato, √® al singolare?

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda le frasi 1 e 2 la preferenza √® legata al contesto in cui le frasi sono inserite, visto che sono tutte ugualmente corrette. La frase 1A ritarda la presentazione di un elemento (Marco) introducendolo la prima volta con una ellissi (se non potesse); la 2A fa quasi lo stesso, ma usa un pronome (le) che rimanda alla presentazione successiva¬†(Donatella) dell’elemento anticipato, e vieve detto per questo¬†cataforico. Nella frase 1B, al contrario, l’elemento viene presentato fin da subito in forma piena, e poi ripreso nella 1B con una ellissi (potrebbe); nella 2B, infine, l’elemento introdotto √® ripreso con un pronome (lei) che rimanda all’indietro, e viene detto per questo¬†anaforico.
La costruzione cataforica √® pi√Ļ insolita e sorprendente; √® adatta allo scritto pi√Ļ che al parlato, e in particolare a uno scritto in cui spicchi la funzione poetica, ovvero l’uso della lingua a scopo estetico, per suscitare emozioni nel lettore.
Nella frase 3 la concordanza tra il nome singolare (motivazione) e un¬†pronome plurale (queste¬†o¬†esse) √® al limite dell’accettabilit√†. Per quanto¬†Ognuno… la propria motivazione¬†sia logicamente assimilabile a¬†tutti… le proprie motivazioni, grammaticalmente l’accordo √® scorretto. Preferibile √®, pertanto,¬†Questa / Essa sarebbe quindi valutata…, oppure, appunto,¬†Tutti… le proprie motivazioni. Queste / Esse sarebbero quindi valutate…¬†Possibile anche una soluzione di compromesso:¬†Ognuno… la propria motivazione. Tutte le motivazioni presentate sarebbero quindi valutate…
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Riconosco di incontrare talvolta un qualche problema nel risalire alla cosa o alla persona cui si riferisce il ne. Un esempio è questo:
1a) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© ne acquisisca il metodo”.
Ecco: chi deve acquisire il metodo di chi?
Supporrei che sia Giulia a dover imparare da Valentina. Nel caso la mia interpretazione sia giusta, se volessimo ribaltare i ruoli, dovremmo escogitare formule pi√Ļ precise (ma meno snelle) come
1b) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© questa acquisisca il metodo di quella” oppure basterebbe
1c) “Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√© quest’ultima ne acquisisca il metodo”?
Mi chiedo inoltre se la grammatica ci dia regole ferree a tal proposito, oppure se ci si possa sempre affidare alla logica.
Porto un altro esempio che mi è capitato di formulare:
2a) “Bisogna associare l’autorimessa all’appartamento, affinch√© ne diventi pertinenza”.
Seguendo la sola logica, la frase √® di immediata comprensione: l’unico immobile destinato a diventare pertinenza pu√≤ essere l’autorimessa. Ma prescindendo dalla logica, la frase √® corretta sotto il profilo sintattico?
Se essa fosse stata costruita diversamente, invertendo le posizioni dei complementi, per ottenere lo stesso messaggio, avremmo potuto scrivere
2b) “Bisogna associare l’appartamento all’autorimessa, affinch√© quest’ultima diventi la sua pertinenza”?

 

RISPOSTA:

Il collegamento tra i pronomi e i nomi (o gli altri pronomi) a cui questi si riferiscono √® un punto in cui la grammatica incontra la testualit√†. Da una parte, infatti, abbiamo l’accordo morfologico, ovvero l’adattamento del pronome al nome a cui si riferisce (nel caso di¬†ne¬†questo adattamento non si vede, perch√© questo pronome √® invariabile), dall’altra abbiamo la coreferenza, ovvero la capacit√† di pi√Ļ parole di rimandare allo stesso referente. Nella sua frase 1a, per esempio,¬†Valentina¬†e¬†ne¬†rimandano allo stesso referente, che √® la persona di Valentina. La coreferenza richiede sempre un minimo di sforzo interpretativo da parte del ricevente, perch√© non √® di per s√© evidente che, rimanendo al nostro esempio,¬†Valentina¬†e¬†ne¬†rimandino alla stessa persona, visto che sono parole cos√¨ diverse.¬†Nella stessa proposizione finale in cui si trova¬†ne¬†c’√® anche un’altra forma coreferenziale: l’ellissi del soggetto di¬†acquisisca. L’ellissi √® una forma coreferenziale perch√© rimanda a un referente presentato attraverso un nome da qualche parte nella stessa frase (come in questo caso), oppure in un’altra frase del testo. Risalire alla parola con cui l’ellissi √® coreferente √® in teoria molto difficile, proprio perch√© l’ellissi si realizza come la sottrazione di una parola o un gruppo di parole (o sintagma).¬†
Per favorire l’interpretazione coreferenziale da parte del ricevente, ovvero il corretto rimando da un pronome, o da un’ellissi, all’elemento coreferente, l’emittente deve rispettare alcune regole nella costruzione della frase. La coreferenza, quindi, coinvolge anche la sintassi. Nell’esempio, il dubbio sul collegamento tra¬†ne¬†e¬†Valentina¬†potrebbe nascere a causa della presenza, nella proposizione reggente, di due nomi in astratto collegabili a¬†ne:¬†Giulia¬†e¬†Valentina,¬†e dall’ellissi del soggetto del verbo¬†acquisire. In questa situazione, il ricevente potrebbe rimanere nel dubbio su chi sia che deve acquisire il metodo da chi. Tale dubbio √® risolto immediatamente dalla regola secondo cui il soggetto ellittico di una subordinata deve coincidere con il soggetto della proposizione reggente. Ne consegue che il soggetto di¬†acquisisca¬†√® lo stesso di¬†studi, ovvero¬†Giulia. Per esclusione, quindi,¬†ne¬†rimanda a¬†Valentina. Lo stesso vale per la frase 2a: il soggetto di¬†diventi¬†deve essere¬†l’autorimessa, quindi¬†ne¬†rimanda all’appartamento.
Il suo ragionamento sull’inversione dei ruoli sintattici nelle subordinate √® corretto: per farlo bisogna esplicitare il soggetto delle subordinate, attraverso un pronome (come nelle frasi 1b e 2b) o anche attraverso un sintagma nominale, per esempio:¬†“Bisogna che Giulia studi con Valentina, affinch√©¬†Valentina¬†acquisisca…”. Una volta esplicitato il soggetto della subordinata, si pu√≤ usare anche¬†ne¬†per rimandare all’altro possibile elemento coreferente, non pi√Ļ ambiguo, come nella frase 1c.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Nome, Pronome, Retorica
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

“Perdonare una persona significa regarLe” oppure “regalarGLI”…?
E poi:
“Il puro potenziale √® una energia con la quale √® stato creato l’universo” oppure “con il quale √® stato creato l’universo”?

 

RISPOSTA:

La persona è femminile, quindi il pronome che si riferisce a questo nome è le, non gli.
Nella seconda frase il pronome relativo deve riferirsi a¬†una energia, quindi deve essere femminile (la quale): il pronome relativo, infatti, si riferisce sempre al nome pi√Ļ vicino. Se si volesse rimandare a¬†il puro potenziale¬†bisognerebbe cambiare la costruzione della frase, per esempio cos√¨:¬†il puro potenziale √® una energia; con esso √® stato creato…
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Si dice ‚ÄúQuesto verbo regge il dativo della persona che si comanda‚ÄĚ oppure bisogna dire ‚ÄúQuesto verbo regge il dativo della persona a cui si comanda‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Molti verbi italiani (e anche latini) hanno diverse reggenze. Comandare, In particolare può reggere in italiano:
1. il complemento oggetto della cosa e il complemento di termine della persona (comandare qualcosa a qualcuno); 
2. il complemento oggetto della persona e un complemento che indica una destinazione (comandare qualcuno a un luogo o una mansione);
3. solo il complemento oggetto della persona.
Nel primo caso il verbo prende il¬†significato di ‘dare un ordine’ e la cosa che viene comandata √® quasi esclusivamente rappresentata da una proposizione oggettiva all’infinito introdotta da¬†di: “Ho comandato a Luca di star fermo”.¬†
Nel secondo caso il verbo significa ‘inviare, destinare, spostare’: “Luca √® stato comandato a un nuovo ufficio”. Come si vede, questo uso √® prettamente burocratico.
Nel terzo caso il verbo significa ‘dirigere, governare’: “Luca comanda suo figlio a bacchetta”; “Il generale comanda l’esercito con fermezza” (ma, per esempio,¬†comanda all’esercito di avanzare).
In conclusione, la risposta alla sua domanda √®¬†che si comanda¬†se il verbo significa ‘dirigere, governare, avere il comando di’ (o, ma √® meno probabile, se significa ‘inviare’), oppure¬†a cui si comanda¬†se significa ‘dare un ordine’.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale fra le due affermazioni è corretta da un punto di vista grammaticale?
“Gentile cliente desidero informarti DI AVERE a disposizione”, oppure “CHE HO a disposizione”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette. La prima √® pi√Ļ formale perch√© rispetta la norma, che non √® obbligatoria in questo caso, di usare l’infinito nella subordinata oggettiva quando il suo soggetto coincide con quello della reggente (come in questo caso); la seconda √® accettabile, ma meno appropriata, perch√©, come detto, l’uso dell’infinito non √® obbligatorio (anzi nella comunicazione parlata e nello scritto poco sorvegliato si preferisce l’indicativo) e perch√© la forma della reggente √® simile a quella tipica dei verbi di comando (richiedere,¬†ordinare,¬†imporre…), con i quali vige l’obbligo di usare l’infinito nella subordinata, ma quando il soggetto di quest’ultima coincide con il destinatario dell’ordine (quindi non in questo caso). In altre parole,¬†desidero informarti di avere a disposizione¬†si confonde con¬†desidero richiederti di avere pazienza, nella quale l’inifinito √® richiesto perch√© il soggetto √®¬†tu, non¬†io.
Nella frase c’√® un altro problema: la formula allocutiva¬†gentile cliente¬†stride con¬†il pronome¬†tu; ci si aspetterebbe, invece, il¬†lei¬†(informarla). Dopo il complemento di vocazione iniziale, inoltre, √® richiesta la virgola. Le forme pi√Ļ coerenti, in conclusione, sono “Gentile cliente, desidero informarla di avere a disposizione” (pi√Ļ formale), oppure “Caro cliente, desidero informarti che ho a disposizione” (amichevole).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ad un amico straniero ho chiesto un giudizio su due insegnanti di lingua italiana.
La sua risposta √® stata:¬†“Mi sembrano che parlino troppo velocemente”.
Non mi sono permesso di correggerlo, però avrei voluto spiegargli che in questo caso il verbo sembrare regge una proposizione subordinata soggettiva esplicita e va usato in forma impersonale e quindi alla terza persona singolare, anche se le insegnanti in questione sono due.
In effetti le due insegnanti non sono il soggetto del verbo sembrare. Se proprio si vuole trovare un soggetto per il verbo sembrare, questo è costituito dalla intera proposizione subordinata che lo segue.
Non ho corretto il mio amico, ma, subito dopo, mi ha preso un dubbio terribile!
Perch√© se io volgo la subordinata da esplicita in implicita¬†allora le due insegnanti tornano ad essere il soggetto della proposizione¬†principale, il verbo¬†sembrare¬†smette di essere impersonale e andr√† coniugato¬†alla terza plurale?¬†La frase diventa, infatti: “Le due insegnanti mi sembrano parlare troppo velocemente”.¬†Il significato √® identico ma cambiano i ruoli degli attori in commedia.

 

RISPOSTA:

La sua prima osservazione è corretta: mi sembra che regge una proposizione soggettiva, che ne costituisce il soggetto grammaticale. Per questo motivo rimane sempre alla terza persona singolare, a prescindere dal soggetto della proposizione soggettiva.
Questa analisi si scontra con la logica (come spesso avviene), che individua nel soggetto della soggettiva, non nell’intera proposizione, il soggetto anche del verbo reggente. Da qui l’errore, comune anche nei nativi, di concordare il verbo reggente con il soggetto della soggettiva.¬†
Il verbo sembrare seguito da una proposizione soggettiva ammette anche la costruzione personale (le due insegnanti sembrano parlare). Questa costruzione, meno frequente di quella impersonale, richiede che il verbo concordi con il suo soggetto; la logica della frase rimane la stessa, ma la grammatica cambia. 
Fabio Ruggiano 

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Quale delle due affermazioni è corretta?
1. Non accessibile alle persone.
2. Non accessibile dalle persone. 

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†accessibile¬†regge la preposizione¬†a. Non √® escluso, comunque, l’uso assoluto, cio√® senza altro complemento, e il completamento con il generico complemento di agente, che si costruisce con la preposizione¬†da. Questa preposizione, per√≤, si usa anche per indicare il percorso attraverso cui un luogo √® accessibile:¬†accessibile da computer,¬†dalla strada,¬†dal mare, per cui¬†accessibile¬†alle persone¬†√® pi√Ļ preciso e immediato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Coesione
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QUESITO:

In questa frase si usano questi e quegli. Non si puo usare questo e quello?

Marco e Gabriele sono molto diversi,¬†questi¬†√® pi√Ļ timido e¬†quegli¬†√® pi√Ļ espansivo. Inoltre¬†a quello¬†piace lo sport e a questo la musica.

 

RISPOSTA:

Questi¬†e¬†quegli¬†sono pronomi rari nell’uso, che possono sostiture i pronomi¬†questo¬†e¬†quello¬†quando hanno la funzione di soggetto (anche se non √® escluso l’uso con funzione di complemento oggetto o altri complementi). L’uso di questi pronomi aumenta il grado di formalit√† del discorso, ma non √® obbligatorio.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Coesione, Pronome, Registri
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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

Vorrei porvi una serie di interrogativi circa il che relativo. Partiamo con il primo dei due esempi:
1. Parlai alla moglie di Marco che dormiva.
a) Suppongo che il pronome relativo si colleghi alla moglie di Marco anzich√© a quest’ultimo. L’inserimento di una virgola o di un altro segno di punteggiatura potrebbe invece produrre l’effetto opposto?
b) La grammatica √® arbitraria nell’individuazione del referente, oppure il lettore pu√≤ risalire a esso mediante gli elementi della frase (alludo in special mondo alle parti variabili). Mi spiego meglio: se l’esempio fosse pi√Ļ dettagliato: “Parlai alla moglie di Marco, che dormiva, beato, sul divano”, sarebbe lecito ricondurre il pronome a Marco, unico elemento maschile della frase.
Secondo esempio:
2. Fece una carezza al proprio figlio. Che si scansò bruscamente.
L’esempio √® di mia creazione; costruzioni del genere, con il¬†che¬†a inizio frase, sono tuttavia abbastanza frequenti in letteratura.
c) Una sola domanda: questo genere di costruzione ‚Äď se valido ‚Äď deve collegarsi esclusivamente all’ultimo complemento della frase precedente? “Fece una carezza al proprio figlio. Che non fu gradita”. In questo caso il¬†che¬†“risale” fino al complemento oggetto, anzich√© “fermarsi” al complemento di termine.

 

RISPOSTA:

Riguardo alla prima frase, sottolineo che un nome proprio non pu√≤ essere seguito da una relativa limitativa, perch√©¬†√® perfettamente identificativo di un individuo, senza che debba essere aggiunto altro. Se sostituiamo¬†Marco¬†con un sintagma nominale comune, per√≤, la relativa limitativa diviene senz’altro riferita a quest’ultimo: “Parlai alla moglie del vicino di posto che dormiva”. Il pronome relativo, infatti, rimanda all’antecedente pi√Ļ vicino tra quelli possibili (Marco, pur essendo pi√Ļ vicino a¬†che¬†rispetto a¬†la moglie,¬†non √® un antecedente possibile;¬†il vicino di posto¬†√® un antecedente possibile).¬†
La virgola rimette in gioco anche Marco come antecedente, perch√© la relativa esplicativa aggiunge informazioni sull’antecedente, non lo identifica. Per la regola della vicinanza dell’antecedente, anzi, dobbiamo propendere senz’altro per l’interpretazione che fosse Marco a dormire, non la moglie (per quanto un minimo di dubbio potrebbe permanere). Ovviamente l’ambiguit√† sarebbe risolta (come lei stesso suppone) dalla presenza nella proposizione relativa di un’informazione riferibile soltanto a uno dei due possibili antecedenti: “Parlai alla moglie di Marco, che √® bionda”, o, al contrario, “Parlai alla moglie di Marco, che √® un mio carissimo amico”.
Nella seconda frase il punto fermo √® legittimo: un punto che interrompe una sequenza sintattica in modo insolito, separando, per esempio, una subordinata da una reggente, oppure un complemento dal verbo che lo richiede, o altri componenti sintattici in teoria non separabili, √® detto¬†punto anomalo ed √® una caratteristica sfruttata da alcuni scrittori e giornalisti per focalizzare l’attenzione su singole parole o singoli sintagmi isolandoli. Dal punto di vista della coerenza, comunque, non c’√® differenza tra “Fece una carezza al proprio figlio. Che non fu gradita” e “Fece una carezza al proprio figlio, che non fu gradita”. Il riferimento di che¬†a¬†una carezza¬†√® possibile non perch√© ci sia il punto fermo, ma perch√©¬†una carezza¬†√® il pi√Ļ vicino degli antecedenti possibili di¬†fu gradita.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Coesione, Verbo
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QUESITO:

Se devo chiedere ad una persona se lei, la citata persona, √® in possesso di una¬†determinata cosa, un oggetto ad esempio, √® corretto dire: “Le chiedo di comunicare il possesso, da parte sua, della documentazione ecc.”¬†oppure basta dire: “Le chiedo di comunicare il possesso della documentazione ecc.”
Si può omettere da parte sua?
Tale omissione potrebbe non chiarire a quale soggetto debba riferirsi il possesso di quella cosa?

 

RISPOSTA:

L’espressione¬†da parte sua¬†pu√≤ essere omessa senza che si crei ambiguit√† su questo aspetto della frase: √® logico supporre, infatti, che si chieda alla persona di comunicare informazioni che la riguardano, non che riguardano altri. Se fosse quest’ultimo il caso, piuttosto, sarebbe necessario specificare chi sarebbe l’eventuale possessore.
Il problema maggiore della frase, comunque, non è quello da lei prospettato, bensì la soppressione della sfumatura potenziale causata dalla nominalizzazione. Il possesso, infatti, è soltanto possibile, ma questo non si evince dalla frase, che sembra riferirsi al possesso come a un fatto.
In altre parole,¬†comunicare il possesso¬†potrebbe significare tanto¬†comunicare di essere in possesso¬†(fatto), quanto¬†comunicare se lei sia in possesso¬†(possibilit√†), ed √® proprio il primo significato, quello fattuale, a essere preminente. Questo problema si pu√≤ superare o optando per la forma verbale della frase:¬†le chiedo di comunicare se lei sia in possesso, oppure inserendo un avverbio che esprima la potenzialit√†:¬†le chiedo di comunicare l’eventuale possesso.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi propongo frasi sulle quali vorrei dei suggerimenti circa la punteggiatura. Tra parentesi ho inserito le alternative per sottoporle al vostro giudizio.
1. Non vorrei essere invadente: (;) spero che il tuo problema si sia risolto.
2. Ho saputo della tua malattia: (;) (.) come stai adesso?
3. Il ricordo di lei, bellissimo; le passeggiate di primavera; il sapore dei gelati, gustosi; (,) e l’amore dei nonni.
4. Scusa se ti disturbo di nuovo; (:) vorrei chiederti un favore.
5. Ti ho lasciato un messaggio in casa. Non so se lo leggerai. Comunque: (,) per cena, scongela il pane e riscalda la minestra.
6. Tutto avveniva secondo la scaletta preorganizzata: (,) (;) non serviva a niente affrettarsi.

 

RISPOSTA:

La scelta della punteggiatura raramente è esclusiva; quasi sempre ci sono almeno due possibilità di punteggiare i testi, che producono sfumature semantiche ora sottili, ora evidenti. Tra le opzioni che lei propone le uniche discutibili sono le seguenti:
3.¬†… il sapore dei gelati, gustosi; e l’amore dei nonni. Sebbene il punto e virgola sia correlato con gli altri precedenti, sembra superfluo prima della congiunzione copulativa, mentre la virgola √® richiesta per chiudere l’inciso¬†, gustosi,. Un’alternativa che salverebbe tutte le esigenze sarebbe¬†… gelati, gustosi; l’amore dei nonni.
6.¬†… scaletta preorganizzata, non serviva…¬†La virgola non √® adatta a separare due unit√† totalmente autonome dal punto di vista sintattico, tanto da poter essere identificate come due enunciati diversi (potremmo, infatti, separarle con il punto fermo).
Per il resto, i segni sono pienamente legittimi, ognuno con la sua specifica funzione: i due punti introducono una spiegazione (anche in forma di elenco) o la conseguenza di quanto detto prima; il punto e virgola separa due unit√† informative logicamente e sintatticamente autonome, o due enunciati; il punto fermo separa due enunciati o due unit√† testuali pi√Ļ ampie.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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QUESITO:

Ho letto in un testo due periodi che a mio parere non sono propriamente corretti. Riporto il primo:¬†“C’erano diverse persone, uno solo era uomo”.¬†Non mi convincono n√© la sintassi n√© la punteggiatura. Avrei scritto: “C’erano diverse persone: tra queste c’era solo un uomo”, oppure “C’erano diverse persone: tra di esse c’era solo un uomo”.

 

RISPOSTA:

La sua critica √® fondata: la coesione della frase che ha letto √® imprecisa, visto che¬†uno solo¬†rimanda a¬†persona, quindi dovrebbe essere femminile. Dobbiamo sottolineare che si tratta di una imprecisione non grave, perch√© non intacca la coerenza (non si crea ambiguit√† ed √® facile capire il senso della frase). L’imprecisione, inoltre, non √® immotivata, ma √® indotta dall’accordo “logico” di¬†uno solo¬†con¬†uomo, referente profondo del pronome.
Neanche la scelta della virgola al posto di un segno di interpunzione pi√Ļ forte, che sarebbe pi√Ļ adatto, impedisce la comprensione della frase.
In conclusione, la frase che lei ha letto è costruita in modo trascurato e sarebbe adatta a un contesto informale, specie se parlato.
Le sue due riscritture sanano l’imprecisione e rendono la frase pi√Ļ formale.
A margine faccio notare che sarebbe possibile anche sostituire i due punti con un punto e virgola, per sottolineare il passaggio a una nuova unit√† informativa senza implicare che essa sia da considerarsi la conseguenza logica della prima. La separazione tra le due unit√† potrebbe essere anche pi√Ļ netta, con un punto fermo, che creerebbe due enunciati distinti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Secondo me il seguente periodo non √® ben scritto: “Stabil√¨ di ricontrollare lo stato della domanda nelle prossime ore”.
Verbo al passato e aggettivo¬†prossime? Sinceramente, non mi convince.¬†Avrei scritto: “Stabil√¨ di ricontrollare lo stato della domanda nelle ore successive / nelle ore a venire / nelle ore che sarebbero seguite”.

 

RISPOSTA:

Ha ragione: il centro deittico (cio√® il punto di vista della rappresentazione verbalizzata nella frase) implicato dal verbo¬†stabil√¨¬†√® diverso da quello del qui e ora del parlante. Per questo motivo non √® possibile usare l’aggettivo¬†prossimo, che rimanda proprio al qui e ora del parlante, ma bisogna sostituirlo con forme che rimandino a¬†l√¨ e allora. Le sue soluzioni sono tutte valide in tal senso.
Va detto che l’imprecisione non √® grave, perch√© la coerenza √® salva, visto che non abbiamo difficolt√† a capire il senso della frase. Simili difetti vanno evitati nello scritto di media e alta formalit√†, ma sono perdonabili nel parlato e nello scritto trascurato.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Registri
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Lo studente che ha la febbre e non sa di averla oppure e che non sa di averla: qual è corretta? Si può omettere il doppio che? 

 

RISPOSTA:

Le due costruzioni sono corrette e quasi del tutto equivalenti. La prima riunisce le due caratteristiche (il fatto che abbia la febbre e il fatto che non lo sappia) in un’unica proposizione relativa, rappresentandole come strettamente collegate l’una all’altra (perch√© ai fini della comunicazione non importa tenerle separate). La seconda le divide in due proposizioni coordinate, sottolineando che possono essere considerate indipendenti l’una dall’altra.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

1) “L’azienda imbocc√≤ quasi subito un declino irreversibile, dovuto alle scarse capacit√† della nonna e alle sue manie di grandezza: aveva buttato alle ortiche un sacco di denaro nel tentativo di comprarsi un titolo nobiliare. Fallito questo obiettivo, (ometto il soggetto?)¬†convinse il figlio a intraprendere la carriera militare, pensando che un ufficiale in famiglia avrebbe dato / potesse dare prestigio al nome”.
2) “La nonna, distante dall’arrendersi, inizi√≤ a organizzare festicciole ogniqualvolta mio padre¬†tornava a¬†casa in licenza: invitava quella che lei considerava la nobilt√† contadina, ossia i proprietari terrieri delle tenute confinanti; non per generosit√†, ma con il recondito desiderio di trovare una fidanzata per mio padre che fosse anche un buon partito”.
3) “¬ęTi credo sulla parola, ma questo genere di opere non fanno per me¬Ľ commento, ¬ęvedo l‚Äôospedale come metafora della precariet√† della vita¬†e mi trasmette sensazioni negative”.
4) “¬ęVedremo, proseguendo nella lettura, se questi miei timori saranno confermati o se, in caso di bisogno,¬†abbia trovato¬†comunque la forza e il coraggio di rivolgersi a qualcuno in grado di aiutarlo¬Ľ”.

 

RISPOSTA:

Nella frase 1) il soggetto va senz’altro omesso, visto che coincide con quello della proposizione precedente.
Nella frase 2) vanno bene entrambe le forme verbali. Il condizionale passato (avrebbe dato) rappresenta l’evento come futuro rispetto al passato, cio√® rispetto a¬†pensando, a sua volta contemporaneo rispetto a¬†convinse; il congiuntivo passato (desse) lo rappresenta, invece, come contemporaneo nel passato. Aggiungendo il servile¬†potere¬†si accentua la sfumatura potenziale. Tale sfumatura pu√≤ accompagnare sia il condizionale passato (avrebbe potuto dare)¬†sia il congiuntivo imperfetto (potesse dare).
La frase 3) non presenta grandi difficolt√†. L’unico problema √® la mancata esplicitazione del soggetto nella coordinata il cui soggetto (l’ospedale) cambia rispetto alla proposizione precedente (io). In questo caso, per√≤, √® talmente facile risalire al nuovo soggetto¬†per logica e per via della costruzione sintattica della frase che questa sbavatura pu√≤ essere trascurata, in quanto non provoca alcuna ambiguit√†.
Nella frase 4) la proposizione interrogativa indiretta¬†(se, in caso di bisogno, abbia trovato comunque la forza e il coraggio) √® retta dal verbo¬†vedere. Questo verbo non richiede¬†il congiuntivo nella completiva (si pensi a un’oggettiva come¬†vedo che sei arrivato presto, che nessuno costruirebbe come¬†vedo che tu sia arrivato presto), quindi √® meglio sostituire¬†abbia trovato¬†con¬†avr√† trovato, simmetrico rispetto a¬†saranno confermati, con il quale √® coordinato. Per quanto riguarda la necessit√† di esplicitare il soggetto diverso rispetto a quello della reggente, qui non si applica, perch√© il sottinteso non provoca ambiguit√†.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere quale soluzione consigliate tra le due segnalate:
“Pu√≤ darsi che il medico, quando ti sottopose all’ecografia, non abbia visto / avesse visto la ciste”.

 

RISPOSTA:

Dipende dal significato ricercato:¬†non abbia visto… quando ti sottopose¬†mette i due eventi sullo stesso piano;¬†non avesse visto… quando ti sottopose¬†antepone l’evento del¬†vedere¬†a quello del¬†sottoporre. Nel primo caso, quindi, si suppone, dal punto di vista semantico, che il¬†non vedere¬†sia stato il risultato (involontario) del¬†sottoporre; nel secondo caso, al contrario, il¬†non vedere¬†deve essere non collegato al¬†sottoporre¬†(si d√†, cio√®, l’idea che il medico abbia sottoposto la persona all’ecografia senza aver prima visto la ciste, quindi per altre ragioni).
Si badi che in questo caso il tempo della proposizione temporale è dettato non dalla consecutio temporum, ma dal senso espresso autonomamente dai tempi verbali coinvolti: un passato in dipendenza da un passato = contemporaneità del passato; un passato in dipendenza da un trapassato = un evento successivo a un altro nel passato (ovvero uno precedente a un altro nel passato). Il tempo verbale nella proposizione temporale, infatti, risponde a ragioni semantiche, non sintattiche. 
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Spesso, anche nei vostri articoli, si parla dello stretto collegamento tra il passato prossimo e l’attualità dei fatti cui si riferisce.
Così da stabilire, nei limiti del possibile, una regola generale, vi pongo una domanda doppia: quando la principale è appunto al passato prossimo, nella secondaria (finale, interrogativa indiretta, in specie) si può optare per il tempo presente (indicativo, congiuntivo e talvolta condizionale)?
Scegliendo invece un tempo della sfera del passato (nel rispetto della consecutio), il fatto della proposizione secondaria perde attinenza con il momento dell’enunciazione?

 

RISPOSTA:

Partiamo da un esempio con una interrogativa indiretta: “Mi sono chiesto se tu fossi stato / fossi / sia stato / sia / sarai al corrente della situazione “. Come si vede, tutti i tempi sono possibili, ognuno esprimente un diverso rapporto con il verbo della principale. Ovviamente, sono anche possibili restrizioni su base semantica, con la interrogativa indiretta e con tutte le altre completive (oggettiva, soggettiva, dichiarativa); possiamo, per esempio, avere “Ho sognato che tu fossi morto”, ma non *Ho sognato che tu sia morto”, non per ragioni sintattiche, ma perch√© la frase non avrebbe senso.
La finale sfugge alla consecutio temporum perch√© la semantica implicita in questa proposizione impedisce che l’evento in essa espresso preceda quello della reggente. Non possiamo, pertanto, avere *”Ti ho chiamato perch√© tu fossi venuto”, n√© *”Ti ho chiamato perch√© tu sia venuto”. Possiamo, invece, avere “Ti ho chiamato perch√© tu venissi”, nella quale l’imperfetto (venissi) seleziona la funzione di passato del passato prossimo, con il quale instaura un rapporto di quasi-contemporaneit√† nel passato (il¬†venire¬†√® contemporaneo al¬†chiamare¬†nella mente di chi chiama, ma √® successivo nella realt√†). Possiamo anche avere “Ti ho chiamato perch√© tu venga”, con il presente (venga) che enfatizza la sfumatura di quasi-presente del passato prossimo, con il quale instaura un rapporto di quasi-contemporaneit√† nel presente (anche in questo caso, il¬†venire¬†non pu√≤ che essere successivo, nella realt√†, al¬†chiamare). Proprio la proiezione del congiuntivo presente nel futuro rende impropria *”Ti ho chiamato perch√© tu verrai”, anche perch√© la congiunzione¬†perch√©¬†seguita dall’indicativo viene interpretata come causale, non finale. Infatti la frase potrebbe anche essere possibile con una interpretazione causale: ‘ti ho chiamato a causa del fatto che so gi√† che tu verrai (perch√© sei costretto o simili)”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sull’analisi della seguente frase: “Non credevo che saresti arrivato in tempo, ma evidentemente c’era poco traffico¬†e cos√¨ non hai avuto problemi”.
Non credevo = principale.
che saresti arrivato in tempo¬†= subordinata oggettiva (1¬į grado);
ma evidentemente c’era meno traffico¬†= coordinata avversativa alla subordinata oggettiva;
e così non hai avuto problemi = coordinata conclusiva alla coordinata.
√ą corretto considerare la proposizione¬†e cos√¨ non hai avuto problemi¬†come¬†coordinata alla precedente coordinata avversativa?

 

RISPOSTA:

S√¨, √® corretto. Se, infatti, proviamo a escludere la prima coordinata (ma evidentemente c’era meno traffico), notiamo che la seconda non pu√≤ collegarsi direttamente alla subordinata (*che saresti arrivato in tempo e cos√¨ non hai avuto problemi) n√© alla principale (*non credevo e cos√¨ non hai avuto problemi). Ne consegue che la seconda coordinata sia direttamente collegata alla prima coordinata e, attraverso questa, alle altre proposizioni.
Sottolineo che, per la precisione, la proposizione e così non hai avuto problemi non è conclusiva ma copulativa: la congiunzione, infatti, è e. Sarebbe conclusiva se mancasse la e: così non hai avuto problemi. In quel caso, però, dovrebbe essere preceduta da una virgola, un punto e virgola o i due punti.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vi scrivo per sapere se l’analisi del seguente periodo √® corretta:
“La storia che mi hai riferito ieri e che riguardava quel signore che abbiamo¬†incontrato al ristorante non mi sembra sia veritiera, poich√© devi avere frainteso¬†di chi io ti stessi chiedendo informazioni per conoscere effettivamente la situazione”.
La storia non mi sembra = proposizione principale;
sia veritiera¬†= subordinata oggettiva esplicita (1¬į grado);
che mi hai riferito ieri¬†= subordinata relativa esplicita (1¬į grado);
e che riguardava quel signore¬†= coordinata copulativa alla subordinata relativa di 1¬į¬†grado;
che abbiamo incontrato al ristorante¬†= subordinata relativa esplicita (2¬į grado) alla¬†coordinata;
poich√© devi avere frainteso¬†= subordinata causale esplicita (2¬į grado);
di chi io ti stessi chiedendo informazioni¬†= subordinata interrogativa indiretta esplicita (3¬į grado);
per conoscere effettivamente la situazione¬†= subordinata finale implicita (4¬į¬†grado).

 

RISPOSTA:

Va detto che la frase √® arzigogolata e poco credibile. Considerando soltanto la forma, e non il senso, per√≤, rilevo un paio di difficolt√†. Il rapporto tra la principale e la completiva √® pi√Ļ complesso di quello che sembri, perch√© √® chiaro che¬†la storia¬†sia il soggetto della subordinata, non della principale. Se lo consideriamo soggetto della principale, infatti, la subordinata rimane monca, n√© sarebbe possibile reduplicare il sintagma: *La storia non mi sembra la storia sia veritiera. Pertanto, rimettendo in ordine gli elementi, riconosciamo che la costruzione sintattica soggiacente √®¬†non mi sembra (che) la storia sia veritiera. In essa, la principale √®¬†non mi sembra¬†e¬†(che) la storia sia veritiera¬†√® una soggettiva.
Un altro problema, solo nominale, riguarda e che riguardava quel signore, che va definita relativa coordinata; ne consegue che che abbiamo incontrato ieri sia subordinata alla relativa coordinata.
Il resto è corretto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vi scrivo per avere una delucidazione in merito all’analisi del seguente periodo:
“Non credevo che Marco e Francesco avrebbero preso seriamente in considerazione quanto era stato detto loro”.
Non credevo = principale.
che Marco e Francesco avrebbero preso in considerazione¬†= subordinata oggettiva di 1¬į¬†grado.
quanto era stato detto loro¬†= subordinata dichiarativa di 2¬į grado.
√ą corretto considerare la proposizione¬†quanto era stato detto loro¬†come¬†dichiarativa e non come oggettiva? Se in luogo dell’espressione¬†prendere¬†in considerazione¬†vi fosse stato un verbo semplice (valutare¬†o¬†considerare),¬†nell’analisi avrei classificato la subordinata come oggettiva.

 

RISPOSTA:

La proposizione quanto era stato detto loro è relativa. In questo caso, infatti, quanto equivale a ciò che. La proposizione rimane relativa anche cambiando il verbo reggente. Quanto può introdurre anche una interrogativa indiretta: non so quanto rimarrò; non può, invece, introdurre una oggettiva o una dichiarativa.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggo stamane quanto scrive un quotato giornalista italiano in¬†un articolo pubblicato su un giornale a diffusione nazionale: “La sinistra √®¬†insorta indignata e non so dargli torto”. Ora,¬†sinistra¬†√® femminile, quindi il¬†giornalista avrebbe dovuto scrivere¬†non so darle torto. A meno che il¬†giornalsta non intendesse¬†non so dare torto a quelli di sinistra. Non saprei¬†altrimenti come giustificare questo strafalcione di un giornalista da tutti¬†considerato un vero intellettuale.

 

RISPOSTA:

La distinzione tra¬†gli¬†‘a lui’ e¬†le¬†‘a lei’ √® un caposaldo della norma grammaticale italiana contemporanea, sebbene sia molto comune, in contesti informali, usare¬†gli¬†per entrambi i generi. Non c’√® dubbio che, in astratto,¬†la sinistra¬†vada pronominalizzato con¬†le, ma, a difesa del giornalista, faccio notare che i pronomi personali¬†lui,¬†lei,¬†gli,¬†le¬†suonano un po’ male quando sono riferiti a entit√† non animate. Tra questi pronomi, poi, quelli pi√Ļ stridenti sono proprio quelli femminili, che ci si aspetta rimandino a referenti animati (ci si aspetta, cio√®, che il genere coincida con il sesso). Pensi a quanto sia strana una frase come questa: “Non ho visto la porta e le ho dato una testata”. Di solito, il parlante tenta di evitare questa situazione, usando altri pronomi o modificando la frase. Nel mio esempio, potremmo risolvere il problema cos√¨:¬†“Non ho visto la porta e ci ho dato una testata”, trattando¬†la porta¬†come un luogo. Con¬†la sinistra¬†non si pu√≤ usare¬†ci; si potrebbe usare¬†non so dare torto a essa, che, per√≤, suonerebbe artificioso. Ecco, allora, che il giornalista ha optato per quello che gli sembrava il male minore, ovvero¬†gli, che √® pi√Ļ accettabile (sebbene non ineccepibile) in riferimento a entit√† inanimate.
Così facendo, però, ha prodotto un errore per evitare una sbavatura. Per giunta, il referente la sinistra non è del tutto inanimato, quindi non so darle torto non stride troppo.
La sua interpretazione (gli¬†= ‘a loro) √® ingegnosa, ma, se anche il giornalista avesse inteso questo, la frase risulterebbe infelice, perch√© ambigua. Si potrebbe, per√≤, cogliere il suo spunto e superare qualsiasi difficolt√† cos√¨: “La sinistra √®¬†insorta indignata e non so dare torto ai suoi militanti”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura

QUESITO:

Ho trovato questi suggerimenti in Internet; sono corretti?

Se devi scrivere un periodo composto dal solo discorso diretto, la punteggiatura va all’interno del dialogo. 
¬ęVado a fare la spesa.¬Ľ¬†
¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†
¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ
Vado a fare la spesa…¬Ľ

Se il dialogo √® introdotto da una frase, la punteggiatura a quel punto riguarder√† la frase e non dovr√† essere inserita all’interno del dialogo. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa¬Ľ.

In presenza di punto esclamativo, interrogativo o puntini di sospensione, all’interno del dialogo non bisogna mai aggiungere il punto esterno. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa…¬Ľ
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ¬†

Se il dialogo √® inserito in un periodo pi√Ļ complesso, devi valutare se usare la virgola o no.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa¬Ľ, e prese la borsa.¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
In questo caso, visto che all‚Äôinterno delle caporali non c‚Äô√® nessun segno di punteggiatura √® necessario inserire una virgola prima della fine del periodo.¬†In questi altri casi, invece, poich√© all‚Äôinterno del dialogo c’√® un segno di punteggiatura non bisogna inserire una virgola all’esterno della caporale di chiusura.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ e prese la borsa.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ e prese la borsa.¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa…¬Ľ e prese la borsa.

Se il dialogo è spezzato da un inciso bisogna seguire altre regole.
¬ęVado¬Ľ, disse, ¬ęa fare la spesa.¬Ľ ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
In questo caso ci√≤ che riguarda il dialogo vero e proprio, il punto, va messo all’interno delle caporali. Le virgole dell’inciso, poich√© riguardano l’inciso stesso, restano fuori.
Se la virgola riguarda il dialogo vero e proprio rimane dentro alle caporali:
¬ęVado,¬Ľ disse, ¬ęa fare la spesa.¬Ľ
Nello stesso preciso modo si ragiona per quanto riguarda gli altri segni di punteggiatura:
¬ęVado?¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa?¬Ľ¬†
¬ęVado!¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa.¬Ľ¬†
¬ęVado…¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa…¬Ľ
In questi tre casi l‚Äôunica cosa che devi cambiare √® la punteggiatura dell’inciso. Al posto della virgola va messo il punto.

 

RISPOSTA:

I suggerimenti sono ragionevoli, ma pi√Ļ rigidi del dovuto. In questo campo diverse scelte sono ugualmente giustificabili e non si pu√≤ separare nettamente il corretto dallo scorretto.
Una questione discutibile √® l’interazione tra i segni interni alle virgolette e quelli esterni. Da una parte √® legittimo evitare la ripetizione, ma dall’altra la ripetizione pu√≤ essere utile. Un caso¬†in cui la ripetizione √® giustificata √® il seguente: “Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ, e prese la borsa”. La virgola fuori dalle virgolette segnala che¬†e prese la borsa¬†√® un’unit√† informativa diversa rispetto a quella che contiene il discorso diretto.¬†In particolare, le interazioni pi√Ļ utili sono quelle tra¬†?,¬†!,¬†¬†(che chiamo¬†punti intonativi)¬†all’interno delle virgolette e qualsiasi altro¬†segno fuori dalle virgolette: i punti emotivi, infatti, servono a veicolare una particolare modulazione del discorso diretto, mentre gli altri segni servono a segmentare il testo nel quale √® inserito anche il discorso diretto, quindi riguardano un piano diverso. Se, invece, il discorso diretto termina con una virgola o un punto fermo, questi si possono tranquillamente inserire all’esterno delle virgolette e quindi riferire a tutto il testo, evitando la ripetizione.
Un caso possibile, ma raro, √® il seguente: “¬ęVado a fare la spesa.¬Ľ, e prese la borsa”, nel quale il punto fermo serve a segnalare la perentoriet√† dell’affermazione, non a chiudere l’enunciato; in questo caso, quindi, il punto fermo √® usato come se fosse un punto intonativo, quindi vige la riflessione fatta sopra su questo¬†tipo di punteggiatura.
Un’altra questione discutibile √® quella degli incisi, che possono essere separati dal discorso diretto in molti modi diversi ma ugualmente validi. Faccio notare che nei suoi esempi non ci sono incisi, perch√© la frase termina con il punto fermo. Si parla di inciso quando la proposizione o il sintagma divide in due una proposizione o un sintagma, ovviamente all’interno di un sola frase; per questo motivo l’inciso non pu√≤ essere preceduto o seguito dal punto fermo, ma¬†viene, invece, racchiuso tra due virgole,¬†due trattini lunghi, due parentesi (raramente due punti e virgola).
Nei seguenti esempi osserviamo alcune delle possibilit√† per¬†segnalare l’inciso che fa da cornice di un discorso diretto:
¬ęVado¬Ľ disse¬†¬ęa¬†fare la spesa?¬Ľ.
¬ęVado¬Ľ, disse,¬†¬ęa¬†fare la spesa¬Ľ.¬†
¬ęVado… –¬†disse – a¬†fare la spesa…¬Ľ.
– Vado – disse – a fare la spesa.
Possibili anche:
¬ęVado,¬Ľ¬†– disse –¬†¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.
¬ęVado, – disse –¬†perch√© sono stanco¬Ľ.
¬ęVado,¬Ľ¬†disse ¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.¬†
In questi¬†casi¬†la virgola va riferita al solo discorso diretto e non al testo in generale. Questi sono gli unici casi in cui pu√≤¬†essere utile inserire un segno di punteggiatura intermedio (il trattino) fuori dalle virgolette dopo un segno di punteggiatura non intonativo all’interno delle virgolette. In ogni caso, comunque. eviterei una sequenza del genere, pure in astratto lecita:¬†¬ęVado,¬Ľ, disse, ¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Tema e rema
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questa frase dobbiamo inerire il pronome diretto, o siccome si tratta di una costruzione passiva non ci vuole? “In questa citta ci sono dei programmi la visita dei quali non (la) si pu√≤ perdere”.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa nella prima frase è equivalente a la visita dei quali non può essere persa; il sintagma la visita, pertanto, è il soggetto della relativa, e non può essere ripreso con un pronome diretto (che serve a riprendere il complemento oggetto). La ripresa del sintagma con il pronome diretto si può fare se interpretiamo la relativa come impersonale, non passiva. In questo caso il sintagma nominale ha la funzione di complemento oggetto: la visita dei quali non si può perdere, o, con la ripresa pronominale, la visita dei quali non la si può perdere. 
La doppia interpretazione, impersonale e passiva, della forma del verbo costruita con il pronome si è possibile quando il sintagma nominale che funge da soggetto o da complemento oggetto è singolare; quando è plurale, invece, si propende sempre per il passivo (quindi senza la possibilità di riprendere il soggetto con un pronome): le visite dei quali non si possono perdere = le visite dei quali non possono essere perse.
La costruzione impersonale, anche se rara, è possibile anche al plurale: le visite dei quali non si può perdere. In questo caso, la ripresa è molto favorita: le visite dei quali non le si può perdere.
Si consideri che la ripresa pronominale è una possibilità sintattica marcata, adatta al parlato o allo scritto informale, ma non a contesti formali; la forma standard rimane la visita dei quali non si può perdere. 
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Riporto parte del testo di una canzone famosa: “Se solo avessi le¬†parole, te lo direi, anche se mi farebbe male”.¬†√ą¬†corretto dire “farebbe male” nel contesto della frase?
 

 

RISPOSTA:

√ą corretto se la proposizione in cui il verbo √® inserito √® interpretata non come una subordinata concessiva, ma come una giustapposta a¬†te lo direi. In altre parole, qui¬†anche se¬†√® non una congiunzione subordinativa, ma un segnale discorsivo che introduce un enunciato sintatticamente coordinato al precedente, o anche del tutto autonomo.¬†La frase, quindi, dovrebbe essere scritta cos√¨:¬†te lo direi; anche se mi farebbe male, o anche¬†te lo direi. Anche se mi farebbe male.¬†
Se, invece, la proposizione fosse una subordinata concessiva, la frase dovrebbe essere¬†te lo direi anche se mi facesse male¬†(oppure¬†te lo direi, anche se mi facesse male). Si noti, per√≤, che la frase cos√¨ costruita presenterebbe una situazione poco credibile: difficilmente, infatti, qualcuno potrebbe rappresentare come possibile (anche se mi facesse male), invece che concreta (anche se mi farebbe male) una reazione del tutto prevedibile come il proprio dolore. La frase avrebbe pienamente senso, invece, se la concessione possibile riguardasse la reazione di un’altra persona, per esempio¬†te lo direi anche se tu non provassi gli stessi sentimenti per me.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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QUESITO:

 

Chiedo il vostro contributo per definire i criteri da adottare per creare il giusto rapporto tra i termini¬†quest’ultimo,¬†stesso¬†(e relative declinazioni in genere e numero) e i rispettivi antecedenti.
Nel brano “Valentina aveva guardato la TV, Sara aveva studiato e Martina aveva deciso di riposarsi, dato che si sentiva stanca. Io, durante il turno di lavoro, avevo dovuto affrontare diversi problemi e, tra l’uno e l’altro, avevo chiamato quest‚Äôultima”, il termine¬†quest’ultima¬†pu√≤ essere fatto risalire a Martina, nonostante il soggetto in questione sia, per cos√¨ dire, lontano nel testo?
Secondo esempio: “L‚Äôimpaginazione consiste nella definizione di due margini laterali, uno superiore e uno inferiore, nell‚Äôimpostazione di un‚Äôinterlinea di 1.5 pt e di una finestra centrale recante la denominazione. Il salvataggio della stessa dovr√† essere eseguita nel rispetto delle suddette disposizioni”. Qui¬†stessa¬†si riferisce a¬†finestra,¬†impaginazione¬†o¬†denominazione? Il termine¬†stessa, affinch√© ne sia comprensibile l’antecedente, ha l‚Äôobbligo di riferirsi all‚Äôultimo soggetto o complemento?
In generale, quali sono le regole da seguire – se esistono – per non incorrere nel rischio di essere fraintesi da eventuali lettori?

 

RISPOSTA:

Nel primo caso, la distanza dell’antecedente dal punto in cui deve essere inserita la forma anaforica rende consigliabile la ripresa piena; bisogna, quindi, riprendere il sintagma nominale pieno¬†Martina. Eventualmente, se Martina fosse identificabile in altri modi, specificati altrove nel co-testo, potrebbe essere usata la perifrasi corrispondente. Ad esempio, se Valentina e Sara fossero adolescenti e Martina una bambina, al posto di¬†Martina¬†potrebbe essere usato il sintagma¬†la piccola¬†(non¬†la bambina, che potrebbe far pensare a un ulteriore referente, diverso da quelli nominati prima).
A sconsigliare¬†quest’ultima¬†non √® l’ambiguit√† di questa forma pronominale, che √®, invece, molto precisa, anche perch√© mancano altri potenziali referenti, essendo¬†Martina¬†effettivamente l’ultimo oggetto femminile singolare nominato prima dell’anafora.¬†Quest’ultima¬†√® straniante perch√©¬†questa¬†rimanda a un referente molto vicino, mentre¬†Martina¬†si trova ben distante. Potremmo eliminare¬†questa, lasciando soltanto¬†l’ultima, ottenendo una coesione soddisfacente; l’aggettivo¬†ultimo, per√≤, raramente √® usato con funzione referenziale senza il pronome¬†questo¬†e il lettore rischia di credere che¬†chiamare l’ultima¬†possa essere un qualche genere di espressione idiomatica.¬†
Il secondo caso √® un po’ diverso: di certo non si pu√≤ usare¬†la stessa, che √®¬†adatto a riprendere l’ultimo referente nominato (quindi, qui,¬†denominazione). Per riprendere¬†l’impaginazione¬†in questo contesto, per√≤, la forma migliore √® non la ripetizione del sintagma, ma l’espressione¬†il¬†suo¬†salvataggio; l’aggettivo possessivo, infatti, √® perfetto per riprendere un soggetto divenuto, nella proposizione o nel periodo successivi, un complemento di specificazione. Lo stesso si potrebbe fare, per la verit√†, anche cataforicamente: “Il¬†suo¬†profumo era gi√† percepibile;¬†la primavera¬†stava per arrivare”.
Si noti, a margine, che eseguita deve diventare eseguito, perché concorda con il salvataggio.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quante e quali forme sono valide?
Le donne rammendavano la biancheria fino a che
1a) arrivassero
1b) fossero arrivate
1c) sarebbero arrivate alla quantità desiderata.

 

RISPOSTA:

La forma migliore non √® tra quelle elencate: “Le donne rammendavano la biancheria fino¬†ad arrivare alla quantit√† desiderata“. L’identit√† di soggetto tra la subordinata e la reggente induce a preferire decisamente la forma implicita della subordinata. Scarterei tutte le altre. Possibile anche la nominalizzazione:¬†“Le donne rammendavano la biancheria fino¬†al raggiungimento della quantit√† desiderata“.
Nel caso in cui non ci fosse identit√† di soggetto (per esempio “Le donne rammendavano la biancheria fino a che la quantit√†…”), le opzioni valide sono le prime due:¬†
a. fino a che la quantità (non) fosse raggiunta; 
b. fino a che la quantità (non) fosse stata raggiunta.
Ho sostituito il verbo arrivare con raggiungere perché arrivare non si può volgere al passivo.
L’imperfetto rappresenta il raggiungimento come un processo in corso mentre le donne rammendavano; il trapassato lo rappresenta come avvenuto, osservando la scena dal punto di vista del processo gi√† concluso.
Il condizionale passato (fino a che la quantit√† sarebbe stata raggiunta) √® impedito dalla congiunzione¬†fino a che¬†(o¬†finch√©) perch√© proietta il punto di vista verso il futuro rispetto a un momento nel passato, mentre la congiunzione √®¬†fortemente ancorata allo svolgimento del processo. L’unico caso in cui¬†fino a che¬†pu√≤ essere seguito dal condizionale passato √® se √® retto da una proposizione con il condizionale passato: “Disse che avrebbe continuato fino a che la guerra (non) sarebbe stata vinta”. Anche in questo caso, comunque, √® preferibile¬†fino a che la guerra (non) fosse stata vinta¬†(o¬†fosse vinta).¬†
In un contesto informale, infine, il congiuntivo pu√≤ essere sostituito dall’indicativo:¬†fino a che la quantit√† (non) era raggiunta;¬†fino a che la quantit√† (non) era stata raggiunta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretta questa frase: “Non penso che Marco lo abbia fatto per farti del male, e mi pare evidente che non ti stia facendo nessun dispetto; ma ancora pi√Ļ assurda mi¬†sembra l’idea che lui ti odi”?
Che ne dice riguardo all’uso del punto e virgola?

 

RISPOSTA:

La frase è ben formata da tutti i punti di vista. In particolare, il punto e virgola segmenta opportunamente il testo separando la prima parte, fortemente solidale al suo interno per il contenuto, dalla seconda parte, che aggiunge una considerazione riguardante tutta la prima parte.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi chiedo lumi riguardo alle seguenti frasi:
1. In questi giorni mi sto dedicando di pi√Ļ alla cucina preparando dolci, gnocchi e anche semplici pasti quotidiani, ma le mie preferite sono le torte‚Ķ
In questo periodo è giusto l’uso della congiunzione ma?
2. √ą pi√Ļ corretto dire¬†la mia mamma¬†o¬†mia mamma?
3. Dato che non si può uscire, il mio corpo vuole anche muoversi, devo smaltire il cibo che cuciniamo, insieme a mia sorella, sto facendo un po’ di ginnastica quotidiana. Ho provato a fare attività fisica anche con i miei genitori, ma non ha avuto molto successo questo allenamento. Almeno mia mamma è un po’ agile, ma mio papà ha avuto molte difficoltà, infatti ha svolto solo 2/3 degli esercizi; è stato comunque molto divertente e pieno di risate.
In questo periodo ho i seguenti dubbi: l’uso del verbo sto facendo e della congiunzione ma. Inoltre vorrei sapere se è costruito bene.

 

RISPOSTA:

1. L’uso di¬†ma¬†√® corretto. In questo caso la congiunzione ha una funzione testuale, non sintattica: serve, cio√®, a collegare concettualmente due unit√† informative chiarendo che la seconda √® in contrapposizione con la prima. Per questo motivo, sarebbe meglio farla precedere da un punto e virgola. Sarebbe anche possibile interrompere il periodo prima di¬†ma; in questo modo,¬†il nuovo periodo iniziante con¬†ma¬†rappresenterebbe una affermazione autonoma contrapposta all’affermazione precedente.
Pi√Ļ discutibile, nella frase, √® la concordanza tra¬†le mie preferite¬†e¬†le torte, perch√© con questa costruzione¬†le torte¬†diviene contemporaneamente soggetto e parte nominale del predicato (come se la frase dicesse¬†le mie torte preferite sono le torte). Quello che lei voleva dire, invece, √® che le torte sono i suoi piatti (non direi¬†pasti, perch√© un pasto contiene diversi piatti) preferiti,¬†quindi avrebbe dovuto scrivere¬†ma i miei piatti preferiti sono le torte, oppure¬†ma le mie ricette preferite sono quelle delle torte.
2.¬†Mamma¬†e¬†pap√†¬†sono parole che appartengono alla famiglia dei nomi di parentela, ma hanno anche una sfumatura affettiva che le rende speciali, come se fossero dei diminutivi. Per questo motivo possono comportarsi sia come gli altri nomi di parentela, che non vogliono l’articolo quando sono accompagnati dall’aggettivo possessivo, sia come gli stessi nomi di parentela alterati, che vogliono l’articolo anche con l’aggettivo possessivo.¬†Mia mamma, quindi, si comporta come¬†mia sorella¬†(impossibile *la mia sorella);¬†la mia mamma¬†si comporta come¬†la mia sorellina¬†(impossibile *mia sorellina). Va da s√© che con l’articolo insieme all’aggettivo possessivo si mette in evidenza la sfumatura affettiva; questa scelta, quindi, √® adatta a contesti familiari e informali.
3. Il presente continuato è adatto alla frase in cui è usato, nella quale viene descritta una situazione attualmente in corso. Nel brano ci sono 3 periodi, e la congiunzione ma è usata in 2 di questi. In entrambi i casi, comunque, è usata correttamente. Nel primo caso ha una funzione testuale (e sarebbe preferibile farla precedere da un punto e virgola); nel secondo ha funzione sintattica. 
Ci sono diversi punti problematici nel brano, relativi al piano sintattico e a quello testuale. Gliene faccio notare soltanto alcuni.¬†Dato che non si pu√≤ uscire, il mio corpo vuole anche muoversi¬†instaura un rapporto di causa-effetto in realt√† inesistente, perch√© il corpo vuole muoversi non perch√© non si pu√≤ uscire: pi√Ļ corrispondente alla realt√† sarebbe una costruzione concessiva come¬†anche se non si pu√≤ uscire, il mio corpo vuole muoversi lo stesso. Questa costruzione avrebbe anche il vantaggio di collegarsi logicamente meglio con l’unit√† informativa successiva, che sarebbe bene introdurre con un connettivo esplicito:¬†anche se non si pu√≤ uscire, il mio corpo vuole muoversi lo stesso, perch√©¬†devo smaltire il cibo che cuciniamo. A questo punto sarebbe richiesto un punto fermo, seguito dal periodo successivo.
Nel periodo ancora successivo, la sistemazione della seconda parte √® infelice, perch√© mette in posizione saliente un’informazione (questo allenamento) gi√† nota; preferibile √® questa sistemazione:¬†ho provato a fare attivit√† fisica anche con i miei genitori, ma questo allenamento non ha avuto molto successo.
Infine, non √® chiaro chi sia il soggetto di¬†√® stato comunque molto divertente e pieno di risate. Immagino che sia¬†l’allenamento, ma siccome questo tema √® stato nominato molto prima, √® bene ripeterlo, quindi¬†l’allenamento √® stato comunque molto divertente e pieno di risate.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Nella correzione di un testo scritto va bene quanto segue?
– INDICATORE: Completezza delle informazioni.
Il contenuto è completo/abbastanza completo/essenziale, ecc.
– INDICATORE: Organizzazione nella successione logica e nell’ordine¬†crono-spaziale.
L’esposizione risulta articolata/ lineare/frammentaria, ecc.
– INDICATORE: Correttezza ortografica, morfo-sintattica, punteggiatura, coesione.
La forma presenta lievi errori/pochi errori/ gravi errori.
– INDICATORE: Uso del lessico
Il lessico utilizzato è appropriato/ adeguato/semplice, ecc.

 

RISPOSTA:

La domanda esula dal nostro campo specifico, ma proverò comunque a fare qualche osservazione. Il primo indicatore è ben costruito, sia nella descrizione, sia nei livelli, tranne che per ecc., che in generale va evitato, proprio perché gli indicatori servono a dare chiarezza. Si può, semmai, aggiungere un quarto livello:

– INDICATORE: Completezza delle informazioni.
Il contenuto è completo / quasi completo / essenziale / quasi assente

Nel secondo indicatore non si capisce come si possano associare successione logica e ordine crono-spaziale. Ma soprattutto, non è chiaro che cosa si intenda con ordine crono-spaziale (o meglio spaziotemporale). Forse intendeva riferirsi alla successione degli eventi di una storia? In questo caso, si consideri che se per la successione logica si può individuare un modello migliore di un altro, per la successione degli eventi in una storia esistono tante possibilità (quelle che in narratologia sono definite intreccio) tra le quali è difficile stabilire la migliore.
I livelli, inoltre, non sembrano adatti a definire una gradualità di valore: perché, infatti, una organizzazione articolata sarebbe migliore di una lineare?
Ammesso che ordine crono-spaziale abbia il significato che io ho inteso, le propongo, per questo indicatore, questa scala di valore: articolata e lineare / lineare / a tratti imprecisa / fortemente imprecisa.
Il terzo indicatore raccoglie troppi aspetti. Si potrebbe dividere in almeno due indicatori, uno per l’ortografia e uno per la coesione (nel quale si pu√≤ far rientrare anche la punteggiatura e la morfosintassi). Volendo, per√≤, coesione e punteggiatura potrebbero essere separati da morfosintassi.
I livelli non vanno bene neanche in questo indicatore:¬†lievi¬†e¬†gravi¬†sono indicazioni di qualit√†, peraltro piuttosto arbitarie (quale errore ortografico √® pi√Ļ grave o lieve di altri?), mentre¬†pochi¬†indica una quantit√† ed √®, quindi, incongruente con gli altri. Ritengo che la strada migliore nel caso dell’ortografia sia proprio quella della quantit√†, quindi una scala come¬†molti errori¬†/ pochi errori / quasi nessun errore / nessun errore.
Per quanto riguarda la coesione, invece, si può propendere per la qualità, quindi per una scala come pienamente adeguata (allo scopo) / parzialmente adeguata (allo scopo) / appena adeguata (allo scopo) / del tutto inadeguata (allo scopo).
Anche per l’uso del lessico i livelli sono incongruenti: intanto¬†appropriato¬†e¬†adeguato¬†sono quasi sinonimi, quindi non rappresentano una distinzione chiara.¬†Semplice, inoltre, non individua per forza un difetto, quindi non √® adatto a rappresentare il grado pi√Ļ basso del giudizio. Potrebbe usare per questo indicatore la stessa scala che ho proposto per la coesione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi piacerebbe sapere se nei testi scritti la forma comprende solo gli aspetti grammaticali (punteggiatura, ortografia, morfosintassi) oppure anche il lessico.
Inoltre vorrei sapere se la coerenza riguarda il modo di esporre l’argomento, mentre la¬†coesione ha la funzione di collegare bene le parti.

 

RISPOSTA:

Il lessico fa certamente parte della forma di un testo nella sua parte significante, fatta di suoni, grafemi e morfemi. Nella parte del significato, invece, fa parte del contenuto del testo stesso.
In linguistica testuale, la coerenza √® la qualit√† imprescindibile dei testi. Rappresenta la capacit√† del testo di comunicare qualcosa, che dipende dalla sua non contraddittoriet√† rispetto al co-testo, al contesto, all’enciclopedia del ricevente. Per esempio, il testo che ho scritto finora √® coerente rispetto a s√© stesso (ovvero rispetto al co-testo), perch√© non contiene informazioni che contraddicono altre informazioni fornite in precedenza, ma √® anche coerente rispetto al contesto, cio√® alla sede che lo ospita e alla domanda a cui cerca di rispondere. Potrebbe, per√≤, essere incoerente rispetto all’enciclopedia del ricevente, ovvero rispetto alle sue conoscenze, se lei non conosce i fondamenti della linguistica testuale. In questo caso, questo testo sarebbe incoerente e non potrebbe comunicare niente. Se lei, invece, conosce i fondamenti della linguistica testuale, questo testo le sembrer√† sensato e quindi potr√† considerarsi coerente. Questo esempio mostra che la coerenza di un testo non √® assoluta, ma √® relativa al contesto e agli attori coinvolti nella comunicazione.¬†
La coesione non √® imprescindibile per un testo, e riguarda il corretto uso dei legami logici (i connettivi) e referenziali (i coesivi) previsti dalla lingua, ma anche dei segnali discorsivi, della punteggiatura, della consecutio temporum, della concordanza, della deissi (diversi accenni a queste categorie di parole e forme sono contenuti nell’archivio di DICO, a cui la rimando per approfondimenti).¬†
Sebbene un testo possa essere coeso senza essere coerente (pensi al caso fatto sopra), e possa essere coerente senza essere coeso (si pensi a una richiesta di informazioni da parte di uno straniero con una conoscenza limitata della lingua), √® vero anche che la coesione possa incidere sulla coerenza. Un connettivo, o un segnale discorsivo al posto sbagliato, per esempio, pu√≤ rendere incomprensibile un testo o cambiarne il senso. Ad esempio, una frase come “Mi piace il vino rosso,¬†quindi¬†questa sera ordiner√≤ un bicchiere di vino bianco” potrebbe risultare incoerente a causa della scelta sbagliata del segnale discorsivo; mentre pi√Ļ prevedibile sarebbe¬†“Mi piace il vino rosso,¬†ma¬†questa sera ordiner√≤ un bicchiere di vino bianco”. Attenzione, la prima frase non √® per forza incoerente; potrebbe, infatti, essere coerente nel contesto giusto (come si √® detto prima, infatti, la coerenza testuale √® una qualit√† relativa). In un ristorante in cui servono del vino rosso di pessima qualit√†, per esempio, la persona a cui piace il vino rosso potrebbe decidere, proprio perch√© le piace il vino rosso, di non ordinarne.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione
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QUESITO:

Le seguenti costruzioni ellittiche (tra parentesi le parti omesse) sono accettabili?

1) Aveva preso l’autostrada, (aveva) pagato il pedaggio, (aveva) raggiunto il lavoro.¬†
2) Le lampade erano state spente e la musica (era stata) abbassata. 
3) Lunghi pomeriggi d’estate, (noi/essi) distesi sulla spiaggia o sognanti sul molo.¬†
4) Non era bello; ma, tuttavia, (era) affascinante.

 

RISPOSTA:

‚ÄčLe frasi 1) e 4) sono ben formate. In una sequenza di pi√Ļ participi costruiti con lo stesso ausiliare si esprime, generalmente, soltanto quello iniziale.¬†
Se gli ausiliari sono diversi, anche nel caso in cui cambi soltanto la persona, come in 2), √® preferibile esplicitarli tutti: “Le lampade erano state spente e la musica era stata abbassata”. L’ellissi dell’ausiliare nel caso in cui cambi solamente la persona √® accettabile nel parlato o in uno scritto non sorvegliato.¬†
In 3) l‚Äôellissi del soggetto √® da evitare, altrimenti¬†distesi¬†e¬†sognanti¬†viene concordato con¬†lunghi pomeriggi¬†e la frase cambia di senso. Quindi: “Lunghi pomeriggi d‚Äôestate, noi / loro distesi sulla spiaggia o sognanti sul molo”. Sarebbe possibile non esprimere il soggetto se la frase continuasse con un verbo di modo finito; ad esempio: “Lunghi pomeriggi d‚Äôestate; distesi sulla spiaggia o sognanti sul molo rimanevamo / rimanevano ore ad aspettare il tramonto”. Come si vede, anche in questo caso √® meglio separare i due blocchi della frase con un punto e virgola o un punto fermo, in modo da prevenire l’ambiguit√† del riferimento di¬†distesi¬†e¬†sognanti.
Raphael Merida
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho scritto la seguente frase umoristica su Facebook:¬†“Certi individui attraversano la strada con un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre’, al cui confronto Frankestein sembra un ginnasta dell’antica Atene”.
Dopo qualche ora mi √® sorto il dubbio che quella virgola, l’unica presente nel testo, non dovesse essere posta. Solo che ormai tutti hanno letto e perci√≤ temo di aver rovinato la reputazione di discreto scrittore che ho costruito con fatica.¬†

 

RISPOSTA:

Nella frase la virgola non √® richiesta perch√© la proposizione relativa introdotta da al cui confronto √® di tipo limitativo, non esplicativo. Questa relativa √® parte integrante dell’antecedente (un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre’), che non ne pu√≤ fare a meno; se, infatti, proviamo a eliminarla, il risultato risulta incompleto: “Certi individui attraversano la strada con un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre'”. Si veda, invece, come cambia il rapporto tra reggente e relativa se rendiamo l’antecedente autonomo:¬† “Certi individui attraversano la strada con un certo dinamismo vitale e una certa ‘joie de vivre'”; in questo caso la relativa, che pure pu√≤ seguire, andr√† preceduta da virgola, perch√© √® esplicativa, aggiuntiva, non limitativa, ovvero identificativa dell’antecedente.¬†
Per approfondire questo argomento pu√≤ consultare diverse risposte nell’archivio di DICO (per esempio la FAQ¬† Usi testuali della virgola).
Va detto che la sua frase presenta un problema di coesione tipico del parlato, da evitare nello scritto: il riferimento di¬†al cui confronto¬†sarebbe¬†un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre’, non¬†certi individui. Nella frase, quindi, si confronta Frankenstein al modo di camminare di certi individui, mentre il confronto pu√≤ essere fatto o tra il modo di camminare di Frankenstein e il modo di camminare di certi individui, o tra Frankenstein e certi individui che camminano in un certo modo. Il senso della frase √® comunque chiaro, ma il testo risulta sconnesso.
Un modo semplice per riconnettere i due termini del confronto √® questo: “Certi individui attraversano la strada con un dinamismo vitale e una ‘joie de vivre’ al cui confronto il modo di camminare di Frankestein sembra quello di un ginnasta dell’antica Atene”. Chiaramente, in questo modo la frase √® meno diretta e probabilmente fa meno ridere, ma la coesione √® migliore. In ogni caso, la relativa rimane limitativa, quindi senza virgola.
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Alle scuole superiori mi √® stato insegnato che nel narrare fatti contemporanei non si¬†pu√≤ alternare passato prossimo e passato remoto. Pertanto in uno scritto del genere:¬†“Quando il freddo torn√≤ pungente¬†¬†a ricordarci della nostra impresa, ci siamo¬†incamminati verso l’edificio…”,¬†¬†si pu√≤ accettare questa alternanza?

 

RISPOSTA:

Un’alternanza come quella da lei ipotizzata √® difficilmente giustificabile. Il passato prossimo e il remoto sono in un rapporto di esclusione reciproca, perch√© hanno due funzioni diverse. Il passaggio dall’uno all’altro nella stessa frase, e persino nello stesso discorso, quindi, produce un senso di straniamento.
‚ÄčFabio Ruggiano

Parole chiave: Coesione, Verbo
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QUESITO:

Vorrei chiedere qualcosa sull’uso del verbo¬†guadagnare¬†con il pronome¬†ci.¬†Perch√© si dice: “Cosa ci guadagni a comportarti cos√¨ male?”; perch√© si usa il pronome¬†ci?¬†√ą¬†obbligatorio? E cosa significa la frase¬†cosi?

 

RISPOSTA:

‚ÄčIl pronome atono¬†ci¬†in¬†guadagnarci pu√≤ avere due funzioni diverse, corrispondenti a due diversi significati del verbo. Pu√≤¬†servire a riprendere o anticipare il tema dell’enunciato nel quale √® inserito: in “Dalla vendita della casa ci ho guadagnato poco” il tema (dalla vendita della casa)¬†√® ripreso da¬†ci; in “Ci ho guadagnato poco dalla vendita della casa” il tema √® anticipato.¬†La costruzione dell’enunciato con il tema isolato a sinistra, ripreso da un pronome, o a destra, anticipato da un pronome, √® nota come¬†dislocazione¬†e serve a mettere in evidenza proprio il tema; quella a sinistra, in particolare, √® utile per collegarlo meglio al co-testo precedente, quella a destra, invece, funziona meglio¬†per creare effetti retorici di ironia o polemica.

Pi√Ļ spesso, per√≤,¬†guadagnarci¬†√® un verbo procomplementare; rientra, cio√®, in quel gruppo di verbi formati con una o pi√Ļ particelle pronominali che assumono, proprio in forza di queste particelle, dei significati diversi dal verbo base. Tra questi verbi troviamo, per esempio, farcela,¬†mettersi,¬†vedersela e moltissimi altri. Come si pu√≤ vedere dagli esempi, in questi verbi le particelle sono fuse con il verbo e non hanno una funzione sintattica identificabile; allo stesso tempo, dagli esempi si ricava che questi verbi sono particolarmente appropriati a contesti informali, nei quali rappresentano alternative brillanti a verbi pi√Ļ formali dal significato analogo (per esempio farcela /¬†riuscire, mettersi a / iniziare a,¬†vedersela con / affrontare). Lo stesso vale per¬†guadagnarci, che non √® la variante informale di¬†guadagnare, ma corrisponde piuttosto a¬†ottenere; se, infatti,¬†guadagnare riguarda un profitto materiale,¬†guadagnarci si riferisce a un vantaggio astratto. Da questo significato di base, inoltre, guadagnarci ha sviluppato quello relativo all’aumento di valore, che emerge in una frase come “Con la costruzione della fermata della metropolitana la zona ci ha guadagnato”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Leggevo in un giornale: “√® anni che il marito la tradisce”.¬†E’ accettabile, oppure √® corretto scrivere solamente: “sono anni che il marito…”

 

RISPOSTA:

Il costrutto da Lei segnalato ‚Äú√® anni che‚ÄĚ √® detto, in linguistica,¬†frase scissa, ed √® molto frequente (almeno a partire dal Settecento) e molto studiato. Serve a dare maggiore rilievo, a mettere in evidenza, a focalizzare, la parte dell‚Äôenunciato subito dopo il verbo¬†essere. Bench√© si possa trovare in ogni tipo di lingua, √® chiaro che, al pari degli altri costrutti di sintassi marcata, la frase scissa sia pi√Ļ frequente, e appropriata, in quei tipi di testo in cui sale l‚Äôesigenza di coinvolgere l‚Äôattenzione dell‚Äôinterlocutore, o anche in quelli in cui √® necessario ripristinare la coesione riagganciandosi a quanto gi√† detto. Pertanto, il regno delle frasi scisse saranno, per esempio, i testi giornalistici e anche alcuni tipi di testo pi√Ļ informali, pi√Ļ vicini alla mimesi del parlato. Ma, a differenza di altri costrutti marcati (come le dislocazioni a destra o gli anacoluti), le frasi scisse si trovano anche in testi letterari e molto formali, proprio come tecnica di coesione e di focalizzazione. Proprio perch√© il verbo¬†essere¬†e il¬†che¬†sono, per dir cos√¨, abbastanza desemantizzati e grammaticalizzati, cio√® utili al fenomeno della focalizzazione (si tratta infatti di un¬†che¬†pseudorealtivo, e non relativo puro, come dimostra l‚Äôimpossibile sostituzione con¬†il quale), non √® infrequente, nell‚Äôitaliano di ieri e di oggi, incontrare l‚Äôaccordo di¬†√®¬†singolare con un soggetto plurale, perch√©, come ripeto, il verbo serve qui a introdurre qualcosa da focalizzare (focus), indipendentemente dal suo ruolo sintattico. Per es., nelle quattrocentesche lettere di Alessandra Macinghi Strozzi (nel CD della Biblioteca italiana Zanichelli) leggo: ‚Äúma egli √® anni che tu cominciasti a fare delle cose non ben fatte‚ÄĚ. √ą chiaro che la forma senza accordo (‚Äú√® anni che‚ÄĚ) sia da intendersi come la soluzione meno formale, meno adatta a un testo scritto ufficiale, ma comunque possibile e non scorretta¬†tout court.
Ci√≤ detto, possiamo provare a istituire una sorta di scala di formalit√†, dal pi√Ļ al meno formale, per esprimere un concetto analogo:
1. il marito la tradisce da anni
2. sono anni che il marito la tradisce
3. √® anni (o anche ‚Äú√® da anni‚ÄĚ) che il marito la tradisce.
Aggiungo in coda che recentemente m‚Äô√® capitato di studiare un fenomeno analogo, sempre sul terreno del labile accordo nelle frasi scisse. Il verso, splendido, √® nella conclusione del Falstaff di Verdi/Boito: ‚ÄúSon io che vi fa scaltri‚ÄĚ. In questo caso ci si aspetterebbe l‚Äôaccordo ‚Äúfaccio‚ÄĚ, ma proprio la natura della focalizzazione pseudorelativa consente di considerare quel¬†che¬†come una ripresa neutra, svincolata da quanto riprende. In verit√†, il discorso sarebbe ben pi√Ļ complesso, ma questa √® un‚Äôaltra storia.
 
Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si pu√≤ usare il ‚Äúperch√©‚ÄĚ in una frase a s√© per non fare una domanda, ma per affermare?¬†
Es.: ‚ÄúDomani¬†non andremo al mare. Perch√© non ho voglia‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

S√¨, si pu√≤ usare. Sicuramente il punto che separa una subordinata dalla reggente √® la soluzione meno formale, e pi√Ļ espressiva, adatta per esempio a un articolo giornalistico piuttosto che a un saggio critico, nel quale si opta di solito per una maggiore coesione sintattica. Questo in linea di massima. Per essere pi√Ļ specifici, la subordinata causale √® solitamente tra quelle pi√Ļ solidali con la reggente, cio√® il cui significato (la causa, la conseguenza di qualcosa, appunto) pi√Ļ delimita il significato della reggente, e per questo motivo si tende a non separare con una virgola la causa dall‚Äôeffetto. Tuttavia subentra talora l‚Äôesigenza di dare pari valore sia alla causa sia all‚Äôeffetto, e in casi simili il punto aiuta proprio a non mettere in secondo piano, in ombra, la causa rispetto all‚Äôeffetto. Pare proprio questo il senso dell‚Äôenunciato da Lei riportato, nel quale il non aver voglia ha pari importanza, se non addirittura superiore, rispetto al non andare la mare. Lo stesso enunciato senza la virgola conferirebbe meno valore al non avere voglia: ‚ÄúDomani non andremo al mare perch√© non ho voglia‚ÄĚ, in cui la prima parte del periodo ha decisamente pi√Ļ importanza della seconda.
A queste ragioni si aggiunga che talora il¬†perch√©¬†causale ha in italiano non tanto il valore della causa in s√© (cosiddetta¬†causa de re), quanto della causa del dire o pensare una determinata cosa (cosiddetta¬†causa de dicto). Questo secondo valore del¬†perch√©¬†(causa de dicto), usualmente pi√Ļ comune nel parlato che nello scritto, o nello stile colloquiale piuttosto che in quello formale, √® preferibilmente separato da un punto rispetto alla reggente. L‚Äôesempio classico del¬†perch√© de dicto¬†√® il seguente: ‚ÄúPiove. Perch√© prendo l‚Äôombrello‚ÄĚ. La causale ‚Äúperch√© prendo l‚Äôombrello‚ÄĚ non √® la causa del piovere (semmai ne √® l‚Äôeffetto), bens√¨ del mio dire, o ipotizzare, che piove.
 
Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Marco pens√≤ a cose che solo lui poteva sapere”,¬†vuoi per l’assenza di altre persone, vuoi per il contesto testuale, √® chiaro che il¬†pronome¬†lui¬†si riferisca al soggetto, cio√®¬†Marco.
Ma in un esempio come “Marco aveva salutato Luigi e si apprestava a rimuginare su¬†fatti che solo lui avrebbe potuto conoscere” mi pare che il referente del pronome sia¬†meno diretto.
Mi piacerebbe ricevere la vostra opinione; nonché, se possibile, qualche indicazione per destreggiarsi in situazioni semantiche simili.
Per inciso, mi torna in mente la differenza d‚Äôimpiego tra¬†proprio¬†e¬†suo, per¬†distinguere l’attribuzione dell’aggettivo al soggetto o al complemento).

 

RISPOSTA:

‚ÄčIl pronome personale si riferisce al tema pi√Ļ vicino tra quelli possibili. Per esempio, se nella sua frase ci fosse¬†Maria, oppure¬†i coniugi Rossi,¬†al posto di¬†Luigi, il riferimento sarebbe ancora chiaro:¬†“Marco aveva salutato Maria / i coniugi Rossi e si apprestava a rimuginare su¬†fatti che solo lui avrebbe potuto conoscere”. Nella sua frase, invece, il tema¬†Luigi¬†√® il pi√Ļ vicino tra quelli possibili e, pertanto,¬†si sostituisce a¬†Marco¬†come bersaglio di¬†lui.¬†
Il lettore rimane comunque dubbioso sulla correttezza del riferimento, perch√© la proposizione coordinata mantiene¬†Marco¬†come soggetto e, in generale, per il senso della frase, che sembra ruotare tutto intorno a¬†Marco. Per ovviare a questa ambiguit√† si possono usare forme referenziali (che possiamo chiamare¬†proforme) pi√Ļ esplicite, per esempio¬†quest’ultimo, oppure¬†lo stesso Luigi,¬†se vogliamo puntare a¬†Luigi. Se vogliamo puntare a¬†Marco, possiamo rafforzare¬†lui¬†con¬†stesso, che rimanda al soggetto della frase. Altre proforme che rimandano inequivocabilmente al soggetto (ma che in questa frase non possono essere usate, a meno che non la si riformuli diversamente) sono il pronome riflessivo¬†s√© (stesso)¬†e, come da lei ricordato, l’aggettivo possessivo¬†proprio.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il seguente periodo, pur essendo migliorabile, pu√≤¬†essere considerato corretto, con particolare riferimento alla funzione del¬†n√©?¬†“√ą una strategia di cui non si ha controllo, n√© delle sue possibili ripercussioni”.

 

RISPOSTA:

‚ÄčLa correlazione tra le due negazioni non √® ben costruita. L’espressione¬†avere controllo, inoltre, non dovrebbe essere completata dalla preposizione¬†di, bens√¨¬†da¬†su;¬†quindi “su cui non si ha controllo”. Diversamente, se inseriamo l’articolo nell’espressione, entrambe le preposizioni divengono possibili: “Su / di cui non si ha il controllo”. Casi di¬†avere controllo di¬†sono riscontrabili¬†on line, anche in sedi giornalistiche, ma ritengo che siano al limite dell’accettabilit√†.
Per quanto riguarda la correlazione tra le negazioni,¬†non¬†si riferisce all’avere controllo, per cui la seconda negazione,¬†n√©,¬†deve riferirisi a un elemento simmetrico all’avere controllo; per esempio: “Su cui non si ha controllo n√© si hanno dati storici sufficienti”, oppure “Su cui non si hanno controllo n√© dati storici sufficienti”.
In alternativa, si pu√≤ inserire un elemento veramente simmetrico di¬†possibili ripercussioni, manipolando tutta la frase; per esempio:¬†“√ą una strategia che non consente¬†il¬†controllo¬†degli¬†esiti, n√©¬†delle¬†possibili ripercussioni”. Si noti che la preposizione¬†di¬†richiede l’inserimento dell’articolo prima di¬†controllo: difficilmente accettabile sarebbe “… consente controllo degli esiti…”. Una soluzione ulteriore √® subordinare¬†possibili ripercussioni¬†a¬†controllo,¬†eliminando la correlazione; per esempio cos√¨: “√ą una strategia che non consente¬†il¬†controllo¬†delle¬†possibili ripercussioni” (anche qui, la preposizione¬†di¬†richiede l’inserimento dell’articolo davanti a¬†controllo).¬†
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei approfondire le applicazioni d’uso del pronome ne. Esso può riferirsi a soggetti o complementi collocati in un periodo precedente già concluso o, in generale, a soggetti e complementi, per così dire, distanti? Oppure, per evitare inconvenienti di interpretazione, sarebbe consigliato che tra soggetto / complemento e ne non ci fossero altri nomi compatibili con la funzione di tale pronome?
Ad esempio: “Tizio ricevette una lettera e strapp√≤ la busta mentre versava dita di¬†cognac nel bicchiere che stringeva tra le mani. Ne lesse (riferimento a¬†lettera)¬†due righe‚Ķ”.
Vi chiedo infine se, al livello di accordo del participio, vi sia libera scelta, seguendo le regole base in proposito, oppure con il ne partitivo si debbano seguire indicazioni diverse?
Ad esempio: “Ho comprato il libro e ne ho letto / lette tre pagine”.

 

RISPOSTA:

Il pronome ne¬†pu√≤ essere usato con funzione coreferenziale (cio√® per riprendere un referente introdotto precedentemente, o per anticiparlo)¬†al pari degli altri pronomi atoni e con gli stessi accorgimenti. Nel caso di referente molto lontano o confondibile, cio√®, bisogna preferire coesivi pi√Ļ espliciti. Nella seguente frase, ad esempio, il pronome atono¬†lo¬†√® ambiguo, perch√© pu√≤ rimandare tanto a¬†Mario¬†quanto a¬†il suo cane: “Ho incontrato Mario a spasso con il suo cane. L’ho trovato, come sempre, molto simpatico”.
Rispetto ai pronomi atoni diretti, inoltre,¬†ne, non essendo marcato nel genere e nel numero, deve essere usato con particolare cautela, per evitare fraintendimenti. Nella sua frase, ad esempio, il rimando di¬†ne¬†a¬†lettera¬†√® ricavabile solamente grazie al verbo¬†lesse; se sostituissimo tale verbo con uno dal significato pi√Ļ generico, il rimando sarebbe ambiguo:¬†“Tizio ricevette una lettera e strapp√≤ la busta mentre versava dita di¬†cognac nel bicchiere che stringeva tra le mani. Non se ne sarebbe separato per ore” (dalla lettera, dal bicchiere o dal cognac?).
Per quanto riguarda l’accordo di¬†ne¬†con il participio passato dei verbi transitivi, bisogna ricordare che l’obbligo riguarda i pronomi¬†lo,¬†la,¬†li,¬†le, che rappresentano i complementi oggetti di verbi: “Hai visto Maria? No, non¬†l’ho (= la ho) vista”. Il pronome¬†ne, invece, presuppone un complemento oggetto esterno, ed √® con questo che il participio passato pu√≤ concordare o no. Nella sua frase, per esempio,¬†il participio passato pu√≤ rimanere invariabile (letto) oppure concordare con¬†pagine¬†(lette), non certo con¬†ne. Lo stesso vale nel caso in cui il complemento oggetto sia rappresentato da un pronome indefinito o un numerale:¬†“Ho comprato una scorta di riviste e ne ho gi√† letto / lette¬†molte“,¬†“Ho comprato tre libri e ne ho letto / letti¬†due“.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

1a) Non √® chiaro se sia stato effettuato l’intervento; in tal caso procederemo con una diffida.

1b) Non √® chiaro se sia stato effettuato l’intervento; in tal caso procederemmo con una diffida.

2a) Se tornerai, mi trovi qui.

Se fossi stata al posto dello scrivente, avrei di preferenza omologato i predicati a un unico tempo, ottenendo tali risultati:¬†2b) Se torni, mi trovi qui (oppure: “Se tornerai, mi troverai qui”).

 

RISPOSTA:

 

‚ÄčVista la quantit√† di esempi, rimandiamo all’archivio di DICO per ulteriori approfondimenti sulla¬†consecutio temporum.
1) Entrambe le opzioni vanno bene: il condizionale nella proposizione oggettiva subordinata (“che altri si sarebbero posti /¬†si porrebbero¬†tutti questi problemi” configura la proposizione stessa come l’apodosi di un periodo ipotetico, con la protasi implicita. In altre parole, la frase si lascia interpretare cos√¨: “anche se dubito che altri si sarebbero posti tutti questi problemi (se si fossero trovati in questa stessa situazione)”, oppure “anche se dubito che altri si porrebbero¬†tutti questi problemi (se si trovassero in questa stessa situazione). La scelta tra il condizionale presente e il passato dipende dal grado di possibilit√† che il parlante attribuisce all’evento del¬†porsi problemi¬†(collegato¬†alla relazione temporale con il verbo della reggente): se questo evento √® percepito come possibile, quindi attuale rispetto all’evento del¬†dubitare,¬†si usa il presente¬†si¬†porrebbero;¬†se, invece, √®¬†percepito come improbabile, quindi lontano dal presente¬†dubito,¬†si usa il passato¬†si¬†sarebbero posti.
La subordinata oggettiva pu√≤ anche essere costruita con il congiuntivo, perdendo il valore di apodosi di periodo ipotetico.¬†Riscrivendo la frase con il congiuntivo, si ottiene: “anche se dubito che altri si¬†pongano¬†/¬†siano¬†posti¬†tutti questi problemi”. Anche in questo caso, √® possibile scegliere tra il presente e il passato, secondo il solo criterio del rapporto temporale tra l’evento del¬†porsi problemi¬†e il l’evento del¬†dubitare.

2) Sia l‚Äôindicativo, sia il congiuntivo vanno bene: la scelta dipende dal grado di formalit√† che si vuole ottenere (indicativo meno formale; congiuntivo pi√Ļ formale).

3) L’evento dell’invitare¬†√® antecedente rispetto ad¬†ancora oggi insiste, cio√® al presente. In questo contesto, il tempo del congiuntivo nella subordinata √® il passato:¬†abbia invitata.¬†Il congiuntivo trapassato¬†andrebbe bene in una frase in cui si evidenzia l’anteriorit√† dell’evento rispetto al passato: “Insisteva¬†nel volermi fare il bagno nella vasca, nonostante¬†l’avessi invitata¬†pi√Ļ volte a non considerarmi pi√Ļ un bambino”. Inoltre, la punteggiatura della frase cos√¨ com’√® non va bene, sarebbe opportuno non separare verbo e oggetto: “Ancora oggi, insiste nel volermi fare lei il bagno nella vasca‚Ķ”.

4) Entrambe le forme vanno bene. L’indicativo futuro nell’apodosi del periodo ipotetico sottolinea la fattualit√† dell’evento, esprimendo maggiore certezza (nella percezione dell’emittente) sulla sua realizzabilit√†; il condizionale esprime l’evento come possibile.

5) La subordinata in questione √® una comparativa ipotetica, che serve, come suggerisce il nome, a fare un confronto tra la realt√† (descritta nella reggente) e un’ipotesi. Il verbo della reggente (ha mostrato)¬†√® passato, quindi la subordinata, che richiede il congiuntivo, pu√≤ prendere l’imperfetto se l’evento del¬†voler partecipare¬†√® percepito come possibile (quindi contemporaneo all’evento del¬†mostrare), trapassato se l’evento √® percepito come improbabile (quindi distante nel tempo dal¬†mostrare). Si noti che con il trapassato si accentua il valore retorico dell’immagine: il parlante costruisce il confronto con una ipotesi che lui stesso esprime come improbabile.

6)-8) Come la 4).

9) Entrambe le forme sono corrette, anche se il futuro (potr√≤ entrare)¬†√® preferibile. Il futuro, infatti, pone l’evento dell’entrare¬†in relazione al momento dell’enunciazione, che √® adesso; il passato prossimo¬†ha informato, a sua volta, colloca l’evento dell’informare¬†in relazione con il momento dell’enunciazione,¬†lasciando intendere che l’evento sia ancora da consumarsi, cio√®, per l’appunto,¬†futuro rispetto ad adesso.
Diversamente, il condizionale passato (sarei potuto entrare)¬†esprime l’idea del futuro nel passato, quindi si pone in relazione non con il momento dell’enunciazione, bens√¨ con quello di riferimento, che √® rappresentato da¬†ha informato. Come detto sopra,¬†ha informato¬†√® in stretto rapporto con il presente, il che non giustifica pienamente la costruzione del futuro nel passato.¬†Se sostituiamo il passato prossimo con il passato remoto,¬†il condizionale passato diviene legittimo: “Inoltre mi inform√≤ che sarei potuto¬†entrare nella struttura la sera…” (sempre possibile, comunque, rimane “Inoltre mi inform√≤ che potr√≤ entrare nella struttura la sera…”, nel caso in cui l’evento dell’entrare¬†sia futuro rispetto ad adesso).
A margine, si noti che il sintagma¬†la sera¬†si lascia interpretare (preferibilmente, non obbligatoriamente) in due modi diversi nelle due costruzioni: “Inoltre mi ha informato che potr√≤ entrare nella struttura la sera…” suggerisce che potr√≤ entrare¬†di sera¬†(possibilmente¬†ogni sera); “Inoltre mi inform√≤ che sarei potuto¬†entrare nella struttura la sera…” suggerisce che sarei potuto entrare¬†quella sera.

10. Simile all’esempio precedente. Il sintagma ‚Äúda questa sera‚ÄĚ accentua la separazione tra il passato prossimo¬†ha raccontato¬†e il momento dell’enunciazione, rendendo pi√Ļ accettabile il condizionale passato.

11. La proposizione relativa pu√≤ essere costruita con l’indicativo (“che vogliono partecipare”), il congiuntivo presente (“che vogliano partecipare”), il congiuntivo imperfetto (“che volessero partecipare”). La scelta dipende dal grado di probabilit√† dell’evento del¬†voler partecipare¬†(nella percezione dell’emittente). Esattamente lo stesso vale se sostituiamo¬†volere¬†con¬†desiderare¬†(quindi¬†desiderano¬†/¬†desiderino¬†/¬†desiderassero); cambia, ovviamente, il significato del verbo:¬†desiderare¬†‘avere un desiderio’;¬†volere¬†‘avere la volont√†’.

12) Possibili entrambe le varianti, con la solita sfumatura funzionale tra l’indicativo fattuale e il condizionale che presuppone un’ipotesi. Il condizionale, infatti, configura la proposizione come l’apodosi di un periodo ipotetico, come se fosse: “anche se (se non l’avessi trovata) quella vecchia andrebbe bene”.

13)¬†Siano state esplose¬†si pone in relazione al momento dell’enunciazione, rispetto a cui √® antecedente;¬†fossero state esplose, invece, si pone in relazione a¬†hanno disposto, che √® gi√† passato, rispetto a cui √®, a sua volta, antecedente.¬†Come nella frase 9), il passato prossimo √® fortemente proiettato sul presente, tanto da non giustificare pienamente la costruzione con il trapassato; questo vale anche per la relativa “che avevano colpito il senzatetto”, che funziona meglio con il passato prossimo:¬†“le autorit√† hanno subito disposto l’esame autoptico, necessario per accertare ufficialmente le cause del decesso, e stabilire se le pallottole che hanno colpito il senzatetto siano state¬†esplose”.¬†Anche qui, se usassimo il passato remoto la situazione si capovolgerebbe a favore del trapassato: “le autorit√† disposero subito l’esame autoptico, necessario per accertare ufficialmente le cause del decesso, e stabilire se le pallottole che avevano colpito il senzatetto fossero state¬†esplose”.
Si noti anche la punteggiatura: le virgole prima e dopo la relativa non sono richieste, perch√© la relativa √® limitativa (su questa rimandiamo all’archivio di DICO).

14) Corrette entrambe le forme. Anche per questo rimandiamo all’archivio di DICO, consultabile con la parola chiava¬†ausiliare.
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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