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QUESITO:

Il mio quesito √® duplice. Mi farebbe piacere sapere se nella frase “Non feci in tempo a scansarmi che l’uomo in bicicletta mi travolse” ci troviamo di fronte a un caso di¬†che¬†polivalente. Io lo percepisco come tale e mi sentirei di segnalarlo e correggerlo in un tema. Non trovo per√≤ una forma valida con cui sostituirlo senza intervenire su tutta la struttura della frase, ad esempio “L’uomo in bicicletta mi travolse senza che potessi fare in tempo a scansarmi”. Pi√Ļ in generale mi chiedo spesso se i tratti di italiano neo-standard vadano corretti o accettati in ambito scolastico.

 

RISPOSTA:

In frasi come la sua il connettivo¬†che¬†√® usato con una funzione esplicativo-consecutiva, che rientra tra quelle raggruppate sotto l’etichetta di¬†che polivalente. La stessa funzione pu√≤ essere ravvisata in frasi come “Tu esercitati, che prima o poi avrai successo”, o “Vieni che ti spiego tutto”. Quest’uso √® certamente tipico del parlato di formalit√† medio-bassa (come suggerisce il senso stesso delle frasi esempio); la sua accettabilit√† nello scritto di media formalit√†, invece, oscilla in relazione alla sensibilit√† dei parlanti e alla costruzione dell’intera frase. Nella sua frase, per esempio, l’uso ha un’accettabilit√† pi√Ļ alta che negli esempi fatti da me, perch√©¬†non fare in tempo che¬†√® un costrutto quasi cristallizzato (un costrutto pienamente cristallizzato di questo tipo √®¬†fare in modo che). Per la verit√†, un’alternativa del tutto standard (e per questo meno espressiva) alla costruzione che non richieda lo stravolgimento della frase esiste: “Non feci in tempo a scansarmi: l’uomo in bicicletta mi travolse”. La variante sintattica, si noti, rivela che il¬†che¬†polivalente √® spesso un “riempitivo” coesivo per un collegamento logico che altrimenti rimarrebbe implicito; anche nei miei esempi, infatti, il¬†che¬†si pu√≤ semplicemente eliminare (con l’effetto secondario di elevare il registro).
Anche per altri tratti del neostandard l’accettabilit√† dipende oltre che, ovviamente, dal contesto, dalla sensibilit√† dei parlanti e dalla costruzione dell’intera frase. Per esempio, una dislocazione a sinistra come “Questo argomento lo tratteremo la prossima volta” √® pi√Ļ accettabile di “Di questo argomento ne parleremo la prossima volta”, perch√© anche se in entrambe le frasi la tematizzazione del costituente rafforza il collegamento con la frase precedente, nella seconda la ripresa pronominale non √® necessaria.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Volevo sapere quale delle due forme √® corretta: ¬ęl‚Äôautobus/il treno viene¬Ľ o ¬ęl‚Äôautobus/il treno arriva¬Ľ. E se solo una delle due forme √® corretta vorrei capire perch√© l‚Äôaltra non lo √®.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, dal momento che, tra le varie accezioni (cio√® significati) di entrambi i verbi venire e arrivare ve n‚Äô√® almeno una in comune (cio√® quella di ‚Äėgiungere in un luogo‚Äô), in cui, dunque, i due verbi sono sinonimi. Tuttavia, dato che, com‚Äô√® noto, la sinonimia perfetta non esiste, va tenuto conto dei contesti in cui entrambi i verbi sono usati normalmente dai parlanti. Se se ne tiene conto, la differenza tra i due √® schiacciante: con i mezzi di trasporto, arrivare √® di gran lunga pi√Ļ frequente di venire, con migliaia (in qualche caso decine di migliaia) di occorrenze di scarto (dati facilmente verificabili in Google ricercando viene/arriva l‚Äôautobus/il treno). Perch√©? √ą pressoch√© impossibile rispondere a questa domanda, visto che la lingua evolve con percorsi non sempre lineari n√© analizzabili logicamente. Probabilmente i parlanti associano a venire (sempre in base alla frequenza e ai contesti d‚Äôuso) un tratto di maggiore ‚Äėumanit√†‚Äô, cio√® preferiscono quel verbo con soggetti umani o animati e con un certo scopo del movimento, laddove arrivare, invece, implica la sola idea di spostamento da un punto a un altro, con particolare riferimento alla meta. Infatti, se in Google si fa la ricerca ‚Äúil treno che arriva/viene da‚ÄĚ, ecco che la frequenza si inverte: viene √® pi√Ļ frequente di arriva, perch√©, evidentemente, sottolineando la provenienza, si d√† un valore semantico maggiore allo scopo o quantomeno alla natura dello spostamento. Morale della favola: i verbi sono corretti entrambi, ma √® meglio usare arrivare, con i mezzi di trasporto, a meno che non ne si specifichi la provenienza.

Un‚Äôaltra piccola osservazione a margine riguarda l‚Äôordine dei sintagmi della frase con questi due verbi, che √® preferibilmente quella verbo-soggetto, piuttosto che quella, canonica, soggetto-verbo. Questo accade perch√© arrivare e venire sono verbi inaccusativi, cio√® intransitivi con ausiliare essere, che, come tali, trattano il soggetto perlopi√Ļ come elemento nuovo, piuttosto che come dato, e dunque un po‚Äô alla stregua di un oggetto (per semplificare al massimo un fenomeno sintattico e pragmatico in verit√† molto complesso). Quindi: ¬ęarriva il treno/l‚Äôautobus¬Ľ √® un enunciato molto pi√Ļ frequente e naturale di ¬ęil treno/l‚Äôautobus arriva¬Ľ, se non segue altro sintagma, come per esempio ¬ęl‚Äôautobus arriva tra cinque minuti/subito¬Ľ, in cui invece l‚Äôordine preferito √® quello soggetto-verbo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema, Verbo
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QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Può essere ritenuto corretto (o almeno non scorretto) un uso della virgola dopo espressioni come a seguire e al termine?
Ad esempio: “Al termine, consegna della medaglia al vincitore”, “A seguire, assegnazione di una borsa di studio al miglior studente”.

 

RISPOSTA:

La virgola non √® affatto scorretta; al contrario, √® preferibile inserirla. In generale, i sintagmi che hanno la funzione di espansioni (ovvero contengono informazioni che non sono collegate al verbo o a un singolo argomento del verbo, ma riguardano l’intera frase) e sono inseriti all’inizio della frase vanno separati con la virgola dal resto della frase. Se, invece, le espansioni si trovano in coda, la virgola √® opzionale: “Consegna della medaglia al vincitore al termine” / “Consegna della medaglia al vincitore, al termine”. L’inserimento della virgola accentua la rilevanza informativa dell’espansione. Se, infine, la frase lo consente, l’inserimento dell’espansione al centro della frase richiede tipicamente la separazione dal resto della frase con le virgole di apertura e chiusura: “La medaglia sar√† consegnata, al termine, al vincitore”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “… a cui vorresti rivolgerti tu” il¬†tu¬†√® pleonastico o si pu√≤ considerare un rafforzativo?

 

RISPOSTA:

Non √® pleonastico: il soggetto pronominale ribadito a destra della frase serve a sottolineare che la volont√† di rivolgersi a quel qualcuno √® proprio del soggetto, non di altri. Questa sottolineatura pu√≤ essere utile per esempio se il parlante non condivide tale volont√†, oppure se vuole elogiarla, perch√© altri avrebbero manifestato una volont√† pi√Ļ comoda (ovviamente, dipende tutto dal contesto). L’esplicitazione del soggetto pronominale non sarebbe pleonastica neanche se questo fosse collocato prima del verbo: “… a cui tu vorresti rivolgerti”. In questo caso il pronome richiamerebbe al centro della discussione la responsabilit√† del soggetto nell’esprimere la volont√†, senza, per√≤, veicolare sfumature contrastive. Tali sfumature, per√≤, sarebbero veicolate anche con il soggetto preverbale, se la frase fosse pronnciata con un’enfasi intonativa sul pronome.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Riguardo il suo ultimo intervento (‚Äú√ą bastato a/per e topicalizzazioni‚ÄĚ) mi √® quasi tutto chiaro.

L’unica cosa che non mi √® totalmente chiara √® quella che riguarda la topicalizzazione.

Secondo me: Per esempio, con un complemento di fine o proposizione finale anteposta, quest’ultimo/a √® topicalizzato/a e invece l’elemento focalizzato/marcato all’interno della frase √® il soggetto posposto (“impegno”) ed √® l√¨ che cade la tonica:

  1. a) Cosa √® bastato a raggiungere l’obiettivo/ al raggiungimento dell’obiettivo?
  2. b) A raggiungere l’obiettivo/al raggiungimento dell’obiettivo √® bastato il sano impegno.

Invece quando il complemento di fine o proposizione finale viene posposto/a (piuttosto che anteposto/a) diventa l’elemento focalizzato/marcato (cio√®, vi cade la tonica) e di conseguenza il soggetto (“impegno”) non ha particolare rilievo nella frase:

  1. c) L’impegno a cosa √® bastato?
  2. d) L’impegno √® bastato a raggiungere l’obiettivo/al raggiungimento dell’obiettivo.

Era questo che intendevo parlando di focalizzazione.

Sono corrette le mie considerazioni?

 

RISPOSTA:

S√¨, le sue considerazioni ora sono corrette. Dalla sua precedente domanda sembrava considerare focalizzato quanto si trovasse preposto al verbo o alla reggente, mentre in quei casi di tratta di topicalizzazioni. Bench√© la terminologia sui fenomeni di sintassi marcata talora oscilli lievemente (non tutti danno a focus lo stesso significato), di norma ci√≤ che √® focalizzato ha maggiore salienza fonica (non soltanto accentuativa), ha maggior rilievo informativo, veicola un‚Äôinformazione nuova e talora contrastata e riguarda il comment (o rema) o una sua parte. Di norma si trova sul lato destro degli enunciati, tranne casi specifici in cui viene anticipato, ma con forte rilievo prosodico: per es., ¬ęLUI devi incolpare, non me!¬Ľ. Quanto √® topicalizzato, all‚Äôopposto, ha funzione di topic (o tema), √® dato, ha intonazione ascendente-sospensiva, non saliente, si trova di norma sul lato sinistro degli enunciati.

Fabio Rossi

Parole chiave: Sintassi marcata, Tema e rema
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

1a) Cosa è bastato a fargli cambiare idea?

1b) A fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico.

2a) Cosa è bastato per fargli cambiare idea?

2b) Per fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico.

Sono sicuro della correttezza grammaticale di 2a e 2b, mentre non saprei esprimermi sulla correttezza grammaticale di 1a e 1b?

Ho consultato vari dizionari, ma non ho trovato esempi di quello che intendo: Se all’interno della frase il complemento di fine (introdotto da “a”) √® focalizzato/marcato(su cui cade la tonica), allora so per certo che tale preposizione si pu√≤ utilizzare:

-Questo a cosa è bastato?

-Questo è bastato a chiarire.

Se invece √® il soggetto quello ad essere focalizzato/marcato (ovvero sempre l’elemento su cui cade la tonica), allora su ci√≤ non ho trovato esempi:

-Cosa è bastato a fargli cambiare idea?(???)

-A fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico(???)

Lei cosa ne pensa?

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi sono corrette. Non si tratta in nessuna di complemento di fine, né di soggetto, bensì di proposizioni subordinate finali. Inoltre, se la finale è anteposta alla reggente non è focalizzata, bensì topicalizzata, cioè in funzione di topic.

Diverso il caso di ¬ęQuesto a cosa √® bastato?¬Ľ, in cui il pronome interrogativo ¬ęa cosa¬Ľ ha in effetti funzione di complemento di fine ed √® sicuramente pi√Ļ comune di ¬ęper¬Ľ (che comunque non sarebbe scorretto), in dipendenza da bastare. Tuttavia, nella frase successiva, in cui il complemento di fine diventa invece una subordinata finale, a e per sono intercambiabili: ¬ęCosa √® bastato a/per fagli cambiare idea?¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“In Norvegia non ci sono mai stato”. Quel “ci” pu√≤ essere accettato anche in un linguaggio formale, pur essendo un pleonasmo, oppure √® preferibile dire: “In Norvegia non sono mai stato”?

 

RISPOSTA:

Sicuramente il pleonasmo √® evitabile nel registro formale, a condizione, per√≤, di modificare l‚Äôordine dei costituenti: ¬ęNon sono mai stato in Norvegia¬Ľ. Infatti la tematizzazione (o topicalizzazione), cio√® la collocazione del tema in prima posizione, richiede la ripresa clitica (dislocazione a sinistra): ¬ęIn Norvegia non ci sono mai stato¬Ľ. Se eliminasse il ¬ęci¬Ľ l‚Äôenunciato verrebbe interpretato come focalizzazione, anzich√© come tematizzazione, ovvero: ¬ęIn Norvegia non sono mia stato [mentre in Svezia s√¨]¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono entrambe corrette

1) pensa i sacrifici che ha fatto tuo padre

2) pensa ai sacrifici che ha fatto tuo padre

 

RISPOSTA:

S√¨, le due frasi sono entrambe corrette, lievemente pi√Ļ formale la seconda. Il verbo pensare pu√≤ essere usato sia come transitivo sia come intransitivo. Inoltre, la sintassi dei due periodi √® differente, tanto da rendere pi√Ļ efficace la prima, della seconda frase, in determinati contesti, poich√© focalizza ¬ęi sacrifici¬Ľ. ¬ęChe ha fatto tuo padre¬Ľ √® una proposizione relativa nel secondo caso; mentre nel primo caso pu√≤ essere interpretato sia come una relativa, sia come una completiva con sollevamento dell‚Äôoggetto: Pensa che tuo padre ha fatto dei sacrifici. Per questo, bench√© meno formale, √® comunque pi√Ļ efficace a sottolineare il valore di quei sacrifici.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi sono reso conto che a livello molto colloquiale molte persone (anch’io faccio parte di questa cerchia) fanno uso di una strana dislocazione a sinistra di vari elementi grammaticali: soggetto, periodo ipotetico e complementi di ogni tipo.

Le pongo qualche esempio:

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti = se a me piace qualcuno, mi faccio avanti.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto= non so ciò che lui ha fatto.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse? = non so chi pensavi che lui fosse/ non so chi pensavi che fosse, lui?
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo = non so cosa lui vorrebbe che noi dicessimo/ non so cosa lui vorrebbe che dicessimo.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo = non so cosa lui vorrebbe che noi pensassimo/ non so cosa vorrebbe che pensassimo, lui, noi.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa= non penso che se fosse rimasta sarebbe cambiato qualcosa.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato= non so cosa sarebbe cambiato se fosse rimasta.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava = quando io / nel momento in cui io entravo, la gente non mi salutava.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo = penso/ sembra che questo sia ottimo.

In tutte queste frasi c’√® una dislocazione a sinistra di qualche elemento, ad esempio:

Nella prima abbiamo la dislocazione di un complemento dipendente dalla protasi.

Nella seconda la dislocazione del soggetto della relativa.

Nella terza la dislocazione del soggetto di una oggettiva esplicita la quale è dipendente da una proposizione interrogativa.

Nella quarta c’√® la dislocazione del soggetto della proposizione interrogativa.

Nella quinta c’√® una doppia dislocazione, cio√® degli elementi dislocati rispettivamente nella terza e nella quarta.

Nella sesta, per esempio, la protasi √® contenuta nell’oggettiva ed √® dipendente dalla stessa oggettiva (“che sarebbe cambiato qualcosa”) non dalla proposizione principale (“non penso”) eppure nonostante la protasi faccia parte dell’oggettiva viene occasionalmente dislocata a sinistra.

Nella settima abbiamo qualcosa di simile, ovvero la dislocazione della protasi dipendente da una proposizione interrogativa.

Possiamo parlare di dislocazioni grammaticalmente corrette oppure di colloquialismi impropri?

 

RISPOSTA:

L‚Äôitaliano ammette molto spesso lo spostamento di un sintagma, o di una proposizione, rispetto alla sua posizione canonica in un ordine non marcato. Lo spostamento (che √® una potente risorsa sintattica) √® dovuto a esigenze informativo-pragmatiche, cio√® per portare in prima posizione il tema dell‚Äôenunciato, cio√® la parte su cui verte l‚Äôinformazione. Talora questi spostamenti non hanno alcuna ricaduta sul registro, talaltra invece rendono l‚Äôenunciato meno formale, ma comunque corretto. Nessuno degli esempi da lei addotti √® scorretto e soltanto alcuni rendono l‚Äôenunciato meno formale. Nessuno, inoltre, √® configurabile come dislocazione tecnicamente intesa, ma soltanto come spostamento. In taluni casi, si parla anche di anacoluto o tema sospeso, in altri di sollevamento, ma, in buona sostanza, sempre di spostamento si tratta, ma non di dislocazione. Perch√© vi sia una dislocazione, oltre allo spostamento deve esservi anche una ripresa pronominale dell‚Äôelemento spostato, come in ¬ęil panino lo mangio¬Ľ, ¬ęche cosa vuoi non lo so¬Ľ (dislocazioni a sinistra), oppure ¬ęlo mangio il panino¬Ľ, ¬ęnon lo so che cosa vuoi¬Ľ (dislocazioni a destra). Vediamo ora caso per caso.

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti: non è meno formale della versione senza spostamento.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto: meno formali.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse?: meno formali.
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo: lievemente meno formali.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo: lievemente meno formali. In tutti i casi b-e, come vede, non soltanto la frase è perfettamente corretta, ma, in certi contesti, è anche migliore della frase non marcata, dal momento che valorizza il ruolo tematico di lui, che dunque può agevolare la coesione con quanto precede.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa: non è meno formale della versione senza spostamento.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato: non è meno formale della versione senza spostamento.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava: tema sospeso o anacoluto, meno formale della frase non marcata.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo: normalissimo caso di sollevamento del soggetto, non meno formale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei sapere se sia sempre errato inserire una virgola prima o dopo un complemento (¬ęHai lasciato altre cose in macchina¬Ľ, ¬ęQui, nevica¬Ľ, ¬ęParte anche lui dall‚ÄôAustralia, per poi arrivare in Cambogia¬Ľ, ¬ęCon il vocativo, ci va la virgola¬Ľ, ¬ęAndr√≤ in Svizzera, partendo dalla Germania, ecc.), oppure prima del che¬†(¬ęL‚Äôautomobile di Luca √® un vecchio catorcio, che quindi a volte pu√≤ avere dei problemi¬Ľ).

Mentre sono certo che una frase del genere √® agrammaticale: ¬ęIl gatto di Luca, √® un persiano.¬Ľ, ¬ę√ą un persiano, il gatto di Luca.¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’uso della punteggiatura, poco sistematico nelle trattazioni grammaticali, risponde a una molteplicità di funzioni, almeno sintattiche, pragmatiche, testuali, espressive, stilistiche, mimetiche dell’intonazione.

Quindi in molti degli esempi da lei riportati la virgola può esserci, oppure no, a seconda del contesto e della sfumatura pragmatico-semantica da dare al testo. Vediamoli in dettaglio.

1) ¬ęHai lasciato altre cose, in macchina¬Ľ: la presenza della virgola prima di in macchina attribuisce al sintagma il valore di informazione condivisa, per esempio perch√© √® stata gi√† introdotta: so che sai di aver lasciato alcune cose in macchina, ma ti faccio notare che ne hai lasciato anche altre (in macchina).

2) ¬ęQui, nevica¬Ľ: efficace nei casi di contrasto: qui, nevica, mentre da te in Sicilia immagino ci sia un sole che spacca, beato te!

3) ¬ęParte anche lui dall‚ÄôAustralia, per poi arrivare in Cambogia¬Ľ: la virgola prima di dall‚ÄôAustralia mette lui in relazione con qualcun altro che parte dall’Australia (per es. “Non saremo gli unici australiani alla riunione; domani parte anche lui, dall’Australia”).

4) ¬ęCon il vocativo, ci va la virgola¬Ľ… mentre col soggetto no.

5) ¬ęAndr√≤ in Svizzera, partendo dalla Germania¬Ľ: la virgola attribuisce pari importanza a entrambe le proposizioni.

6) ¬ęL‚Äôautomobile di Luca √® un vecchio catorcio, che quindi a volte pu√≤ avere dei problemi¬Ľ: con le relative la virgola ne segnala la natura esplicativa, anzich√© limitativa. Cio√®, se c‚Äô√® la virgola la relativa aggiunge un particolare accessorio, non determinante ai fini dell‚Äôidentificazione di qualcosa, come in: ¬ęLa macchina, che pu√≤ avere dei problemi, √® di Luca¬Ľ: c‚Äô√® solo una macchina, che √® di Luca e che pu√≤ avere dei problemi; ¬ęLa macchina che pu√≤ avere dei problemi √® di Luca¬Ľ: ci sono almeno due macchine, una con problemi (e di Luca) e l‚Äôaltra no.

7) ¬ęIl gatto di Luca, √® un persiano¬Ľ: mai separare il soggetto dal predicato con una virgola, a meno che non si voglia mettere in evidenza il soggetto, come in ¬ę√ą un persiano, il gatto di Luca¬Ľ, che va benissimo.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Leggo dal libro di una quotata scrittrice la seguente frase: ¬ęMi ha raccontato che li abbracciava, a lui e a nonno, fra le lacrime e i singhiozzi…¬Ľ.

¬ęLi abbracciava¬Ľ √® accusativo, ma subito dopo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ √® dativo.

Chiedo: √® da considerare un errore oppure quel dativo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ serve a rafforzare la frase ed √® quindi accettabile?

 

RISPOSTA:

Il costrutto dell‚Äôoggetto preposizionale, come abbracciare a qualcuno, √® diffuso negli italiani regionali, ma √® senza dubbio da evitare in italiano standard, quindi in questo caso lo considererei, se non scorretto, quanto meno inappropriato, a meno che nel romanzo non si voglia riprodurre un parlato regionale. Non c‚Äô√® dubbio che in molti casi i costrutti preposizionali servano a mettere in evidenza un sintagma, come nel caso di ¬ęa me non mi persuade¬Ľ (comunque da evitare in un italiano non informale), ma in questo caso l‚Äôoggetto diretto √® pi√Ļ che sufficiente a indicare la messa in rilievo, garantita dal pleonasmo pronominale della dislocazione a destra: ¬ęLi abbracciava, lui e nonno¬Ľ:

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei esporvi queste frasi:
1)Roma,¬†¬†che √® capitale d’Italia, √® una citt√† vicina al mare.
2)Le rendo noto che, se non salderà il suo debito,  passerò a vie legali.
Sia il primo inciso (che √® capitale d’Italia) che il secondo (se non salder√† il suo debito), qualora vengano sottratti, permettono alla frase di avere un senso compiuto (Roma √® una citta vicina al mare / le rendo noto che passer√≤ a vie legali).
Nella prima frase, per√≤, l’inciso d√† informazioni irrilevanti rispetto al senso della frase, nella¬† seconda, invece, l’inciso fornisce informazioni sostanziali (io passer√≤ a vie legali solo se si realizzer√† una ben precisa condizione: il suo mancato pagamento).
Mentre il primo inciso va posto sicuramente fra le virgole, il secondo non lo porrei fra di esse, perch√© le virgole farebbero risultare l’affermazione ” se non salder√† il suo debito” come marginale, anzich√© di centrale importanza.

 

RISPOSTA:

Va distinta la funzione di inciso da quella di parentetica. Una parentetica contiene di solito, come dice lei, un’informazione marginale (“che √® la capitale d’Italia”). Per¬†inciso, invece, si intende semplicemente la collocazione dell’informazione tra due pause, o virgole, ma non la sua marginalit√†. Le virgole che isolano la protasi del periodo ipotetico nell’esempio “Le rendo noto che, se non salder√† il suo debito,¬†¬†passer√≤ a vie legali” sono necessarie (e dunque se le eliminasse commetterebbe un errore!), perch√© indicano la spezzatura del rapporto assai vincolante tra reggente e completiva (…rendo noto che passer√≤…) mediante l’intromissione della protasi del periodo ipotetico. La posizione di inciso, cio√® la segnalazione di tale intromissione, non implica in alcun modo la minore importanza della protasi. Aggiungo che, qualora non vi fosse stata intromissione, e vi fosse dunque stato soltanto il periodo ipotetico, si sarebbe potuta usare la virgola oppure no (“se non salder√† il suo debito[,]¬† passer√≤ a vie legali”) senza alcun cambiamento di significato. La virgola, infatti, in questo caso √® un semplice retaggio del passato, quando si soleva separare quasi sistematicamente la premessa dalla conseguenza.
In generale, faccia attenzione a non caricare la punteggiatura di valori logicistici che le sono estranei: la virgola non indica quasi mai una riduzione di importanza (tranne, e non sempre, nel caso delle parentetiche di cui sopra), bens√¨ denota una frattura sintattica (in molti casi), una transizione di piano testuale o informativo (cio√® il passaggio da un’informazione all’altra, in molti altri casi), la riproduzione di una piccola pausa o curva intonativa (pi√Ļ raramente e soltanto nei testi mimetici del parlato), la messa in evidenza di un’informazione (e dunque l’esatto contrario di quel che dice lei, cio√® conferisce maggiore importanza a qualcosa: “Mario, ho incontrato, non Luca”, con focalizzazione di¬†Mario), oppure uno stilema (stile di un certo autore, consuetudine scrittoria ecc.).

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Le sarei molto grato se mi chiarisse un dubbio relativo a questa frase: “Era sempre solo. Amici non ne aveva”. Quel “ne”, che sento usare regolarmente in frasi di questo tipo, mi suona bene, per√≤¬†¬†mi lascia
perplesso perch√© dovrebbe stare per “di amici”, ma allora la frase diventerebbe: “amici non di amici aveva”. Una affermazione insensata. Gradirei sapere se quel “ne” √® da considerarsi corretto.
 

 

RISPOSTA:

Il costrutto, tipico dell’italiano informale e colloquiale e dunque non scorretto in assoluto¬† ma sicuramente inadatto all’italiano formale, si chiama “tema sospeso” e consiste nel riportare il tema, o topic, dell’enunciato all’inizio per poi riprenderlo mediante un clitico, ovvero particella pronominale atona. Naturalmente il clitico √® pleonastico e il tema qui non ha valore di soggetto bens√¨ di complemento oggetto (duplicato da¬†ne). Molto prossimo a questo costrutto √® un altro, sempre di anticipazione del tema, o topicalizzazione, denominato “dislocazione a sinistra”: “di amici non ne aveva”.
Il corrispettivo formale, o quantomeno non informale, delle due espressioni √® “non aveva amici”.

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Mi sono imbattuto nella seguente frase: “Passione e¬†dedizione di cui tutti dovremmo farne tesoro”. A me sembra che la formulazione¬†corretta dovrebbe escludere la particella¬†ne¬†e si dovrebbe pertanto scrivere “passione e dedizione di cui tutti dovremmo fare tesoro”. Mi sbaglio?

 

RISPOSTA:

Non si sbaglia affatto. La duplicazione della particella pronominale, comune e tutto sommato accettabile in contesti parlati informali, nei quali assolve alla funzione di richiamare il tema rafforzando il poco trasparente pronome relativo di cui, non trova giustificazione nello scritto, specie formale o specialistico, e deve pertanto essere evitata.
Fabio Ruggiano 

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quali forme sono corrette?
Me ne hanno parlato bene di lui / mi hanno parlato bene di lui.
Io penso che il meglio DEBBA ancora avvenire / venire?
Io penso che il meglio DEVE ancora avvenire / venire ?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti di tutte le frasi sono corrette. Ci sono, tra l’una e l’altra, delle differenze semantiche e diafasiche, cio√® di registro. Nella prima frase, la seconda variante √® del tutto normale; la prima variante, invece, presenta il tema, cio√® l’argomento,¬†ripetuto due volte: la prima volta con il pronome¬†ne, la seconda con il sintagma preposizionale¬†di lui. Per un verso, questa ripetizione √® un difetto sintattico (per questo motivo questa costruzione √® da evitare nello scritto e nel parlato formale); per un altro, in certi contesti pu√≤ essere utile ripetere due volte il tema, per sottolinearlo. Nella seconda e nella terza frase l’alternanza tra¬†deve¬†e¬†debba¬†√® totalmente diafasica; la scelta tra l’una e l’altra forma va fatta in base al registro che si vuole tenere nel discorso: il congiuntivo √® pi√Ļ formale, l’indicativo √® meno formale. Tra¬†venire¬†e¬†avvenire, invece, c’√® una differenza di significato:¬†venire¬†significa ‘arrivare’,¬†avvenire¬†significa ‘succedere’. Entrambi i significati sono perfettamente coerenti con la frase e cambiano di poco il senso generale della frase stessa, quindi entrambi i verbi si possono usare. La frase, comunque, √® piuttosto convenzionale ed √® costruita quasi sempre con¬†venire.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura

QUESITO:

Ho trovato questi suggerimenti in Internet; sono corretti?

Se devi scrivere un periodo composto dal solo discorso diretto, la punteggiatura va all’interno del dialogo. 
¬ęVado a fare la spesa.¬Ľ¬†
¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†
¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ
Vado a fare la spesa…¬Ľ

Se il dialogo √® introdotto da una frase, la punteggiatura a quel punto riguarder√† la frase e non dovr√† essere inserita all’interno del dialogo. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa¬Ľ.

In presenza di punto esclamativo, interrogativo o puntini di sospensione, all’interno del dialogo non bisogna mai aggiungere il punto esterno. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa…¬Ľ
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ¬†¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ¬†

Se il dialogo √® inserito in un periodo pi√Ļ complesso, devi valutare se usare la virgola o no.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa¬Ľ, e prese la borsa.¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
In questo caso, visto che all‚Äôinterno delle caporali non c‚Äô√® nessun segno di punteggiatura √® necessario inserire una virgola prima della fine del periodo.¬†In questi altri casi, invece, poich√© all‚Äôinterno del dialogo c’√® un segno di punteggiatura non bisogna inserire una virgola all’esterno della caporale di chiusura.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa?¬Ľ e prese la borsa.
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ e prese la borsa.¬†
Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa…¬Ľ e prese la borsa.

Se il dialogo è spezzato da un inciso bisogna seguire altre regole.
¬ęVado¬Ľ, disse, ¬ęa fare la spesa.¬Ľ ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†¬†
In questo caso ci√≤ che riguarda il dialogo vero e proprio, il punto, va messo all’interno delle caporali. Le virgole dell’inciso, poich√© riguardano l’inciso stesso, restano fuori.
Se la virgola riguarda il dialogo vero e proprio rimane dentro alle caporali:
¬ęVado,¬Ľ disse, ¬ęa fare la spesa.¬Ľ
Nello stesso preciso modo si ragiona per quanto riguarda gli altri segni di punteggiatura:
¬ęVado?¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa?¬Ľ¬†
¬ęVado!¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa.¬Ľ¬†
¬ęVado…¬Ľ disse. ¬ęA fare la spesa…¬Ľ
In questi tre casi l‚Äôunica cosa che devi cambiare √® la punteggiatura dell’inciso. Al posto della virgola va messo il punto.

 

RISPOSTA:

I suggerimenti sono ragionevoli, ma pi√Ļ rigidi del dovuto. In questo campo diverse scelte sono ugualmente giustificabili e non si pu√≤ separare nettamente il corretto dallo scorretto.
Una questione discutibile √® l’interazione tra i segni interni alle virgolette e quelli esterni. Da una parte √® legittimo evitare la ripetizione, ma dall’altra la ripetizione pu√≤ essere utile. Un caso¬†in cui la ripetizione √® giustificata √® il seguente: “Mi disse: ¬ęVado a fare la spesa!¬Ľ, e prese la borsa”. La virgola fuori dalle virgolette segnala che¬†e prese la borsa¬†√® un’unit√† informativa diversa rispetto a quella che contiene il discorso diretto.¬†In particolare, le interazioni pi√Ļ utili sono quelle tra¬†?,¬†!,¬†¬†(che chiamo¬†punti intonativi)¬†all’interno delle virgolette e qualsiasi altro¬†segno fuori dalle virgolette: i punti emotivi, infatti, servono a veicolare una particolare modulazione del discorso diretto, mentre gli altri segni servono a segmentare il testo nel quale √® inserito anche il discorso diretto, quindi riguardano un piano diverso. Se, invece, il discorso diretto termina con una virgola o un punto fermo, questi si possono tranquillamente inserire all’esterno delle virgolette e quindi riferire a tutto il testo, evitando la ripetizione.
Un caso possibile, ma raro, √® il seguente: “¬ęVado a fare la spesa.¬Ľ, e prese la borsa”, nel quale il punto fermo serve a segnalare la perentoriet√† dell’affermazione, non a chiudere l’enunciato; in questo caso, quindi, il punto fermo √® usato come se fosse un punto intonativo, quindi vige la riflessione fatta sopra su questo¬†tipo di punteggiatura.
Un’altra questione discutibile √® quella degli incisi, che possono essere separati dal discorso diretto in molti modi diversi ma ugualmente validi. Faccio notare che nei suoi esempi non ci sono incisi, perch√© la frase termina con il punto fermo. Si parla di inciso quando la proposizione o il sintagma divide in due una proposizione o un sintagma, ovviamente all’interno di un sola frase; per questo motivo l’inciso non pu√≤ essere preceduto o seguito dal punto fermo, ma¬†viene, invece, racchiuso tra due virgole,¬†due trattini lunghi, due parentesi (raramente due punti e virgola).
Nei seguenti esempi osserviamo alcune delle possibilit√† per¬†segnalare l’inciso che fa da cornice di un discorso diretto:
¬ęVado¬Ľ disse¬†¬ęa¬†fare la spesa?¬Ľ.
¬ęVado¬Ľ, disse,¬†¬ęa¬†fare la spesa¬Ľ.¬†
¬ęVado… –¬†disse – a¬†fare la spesa…¬Ľ.
– Vado – disse – a fare la spesa.
Possibili anche:
¬ęVado,¬Ľ¬†– disse –¬†¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.
¬ęVado, – disse –¬†perch√© sono stanco¬Ľ.
¬ęVado,¬Ľ¬†disse ¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.¬†
In questi¬†casi¬†la virgola va riferita al solo discorso diretto e non al testo in generale. Questi sono gli unici casi in cui pu√≤¬†essere utile inserire un segno di punteggiatura intermedio (il trattino) fuori dalle virgolette dopo un segno di punteggiatura non intonativo all’interno delle virgolette. In ogni caso, comunque. eviterei una sequenza del genere, pure in astratto lecita:¬†¬ęVado,¬Ľ, disse, ¬ęperch√© sono stanco¬Ľ.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Coerenza, Coesione, Tema e rema
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questa frase dobbiamo inerire il pronome diretto, o siccome si tratta di una costruzione passiva non ci vuole? “In questa citta ci sono dei programmi la visita dei quali non (la) si pu√≤ perdere”.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa nella prima frase è equivalente a la visita dei quali non può essere persa; il sintagma la visita, pertanto, è il soggetto della relativa, e non può essere ripreso con un pronome diretto (che serve a riprendere il complemento oggetto). La ripresa del sintagma con il pronome diretto si può fare se interpretiamo la relativa come impersonale, non passiva. In questo caso il sintagma nominale ha la funzione di complemento oggetto: la visita dei quali non si può perdere, o, con la ripresa pronominale, la visita dei quali non la si può perdere. 
La doppia interpretazione, impersonale e passiva, della forma del verbo costruita con il pronome si è possibile quando il sintagma nominale che funge da soggetto o da complemento oggetto è singolare; quando è plurale, invece, si propende sempre per il passivo (quindi senza la possibilità di riprendere il soggetto con un pronome): le visite dei quali non si possono perdere = le visite dei quali non possono essere perse.
La costruzione impersonale, anche se rara, è possibile anche al plurale: le visite dei quali non si può perdere. In questo caso, la ripresa è molto favorita: le visite dei quali non le si può perdere.
Si consideri che la ripresa pronominale è una possibilità sintattica marcata, adatta al parlato o allo scritto informale, ma non a contesti formali; la forma standard rimane la visita dei quali non si può perdere. 
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Ha seguito un percorso di alfabetizzazione della¬†lingua italiana (,) conseguendo buoni risultati” √® necessario inserire la virgola¬†prima del gerundio?

 

RISPOSTA:

La virgola √® facoltativa e influisce sul senso generale della frase. Senza la virgola, la frase risulta un’unit√† informativa unica, con il focus sul conseguimento di buoni risultati; con la virgola, l’unit√† informativa viene separata in due focus, la frequenza del corso, con una sua importanza autonoma, e il conseguimento di buoni risultati, ugualmente rilevante.
Sottolineo che il sintagma¬†alfabetizzazione della lingua italiana¬†non √® ben formato, sebbene sia piuttosto diffuso nello “scolastichese”. La diffusione di questa espressione √® dovuta al suo depotenziamento semantico, che la assimila a¬†insegnamento della lingua italiana¬†o, in modo ancora pi√Ļ approssimativo, a¬†apprendimento della lingua italiana.
Ovviamente, c’√® una sostanziale differenza tra¬†insegnamento¬†e¬†alfabetizzazione, mentre davvero impossibile √® confondere l’alfabetizzazione, che procede dall’insegnante verso l’apprendente, con l’apprendimento, che procede al contrario.
Soprattutto, per√≤, il nome¬†alfabetizzazione¬†ha un comportamento sintattico particolare.¬†Come il verbo¬†alfabetizzare¬†non pu√≤ reggere il complemento oggetto dell’ambito del processo (nessuno direbbe mai *alfabetizzare¬†la lingua italiana),¬†ma pu√≤ reggere il complemento oggetto del destinatario del processo (alfabetizzare gli stranieri), cos√¨ il nome derivato dal verbo,¬†alfabetizzazione, non ammette il complemento di specificazione dell’ambito,¬†della lingua italiana, mentre ammette il complemento di specificazione del destinatario: “La scuola deve farsi carico dell’alfabetizzazione degli stranieri”.
Questa restrizione riguarda tutti i verbi in -izzare e i nomi in -izzazione con base nominale:
–¬†sponsorizzare¬†una squadra¬†(non *sponsorizzare¬†un contributo per le magliette) e¬†sponsorizzazione di una squadra¬†(non *sponsorizzazione di un contributo per le magliette);¬†
–¬†parcellizzare gli sforzi¬†(non *parcellizzare le piccole quantit√†)¬†e¬†parcellizzazione degli sforzi¬†(non *parcellizzazione delle piccole quantit√†);¬†
–¬†categorizzare i propri amici¬†‘dividere in categorie’ (non *categorizzare¬†le classificazioni) e¬†categorizzazione dei propri amici¬†(non *categorizzazione delle classificazioni);
ecc.
Come si vede, questi verbi indicano la realizzazione della propria base:¬†alfabetizzare¬†‘insegnare l’alfabeto’,¬†sponsorizzare¬†‘attribuire un finanziamento’ ecc.; non possono, quindi, ammettere un complemento oggetto che ribadisca la base: *alfabetizzare la lingua italiana¬†‘insegnare l’alfabeto la lingua italiana’. I nomi derivati¬†da questi verbi, come appunto¬†alfabetizzazione,¬†trasferiscono al complemento di specificazione questa restrizione relativa al complemento oggetto.
I verbi¬†in¬†-izzare¬†e i nomi in¬†-izzazione¬†con base aggettivale si comportano esattamente al contrario, perch√© indicano la qualit√† che apportano al complemento oggetto:¬†estremizzare la tensione¬†‘far diventare la tensione estrema’¬†(estremizzazione della tensione),¬†realizzare un progetto¬†‘far diventare un progetto reale’¬†(realizzazione di un progetto),¬†concretizzare le idee¬†‘far diventare le idee concrete’ (concretizzazione delle idee),¬†ufficializzare una decisione¬†‘far diventare una decisione ufficiale’ (ufficializzazione di una decisione)¬†ecc.
Alfabetizzazione della lingua italiana¬†deve essere, quindi, evitato.¬†Alfabetizzazione¬†si pu√≤ tranquillamente lasciare senza specificazione, oppure accompagnare con l’aggettivo¬†linguistica¬†(alfabetizzazione linguistica) o, al limite, con un complemento di limitazione:¬†alfabetizzazione in lingua italiana.¬†
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Nome, Tema e rema, Verbo
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QUESITO:

I seguenti esempi contengono ripetizioni o pleonasmi e sono pertanto da evitare?
1) Il suo commento è di per sé già eloquente.
2) Te l’ho già detto prima.
3) Risolvere definitivamente il problema.
4) L’uomo è un assiduo avventore del locale.
5) Bazzico abitualmente quel circolo.
6) Non so se lei ne sia capace. Ma il fatto che/se lo sia o non lo sia non è rivelante.

 

RISPOSTA:

Le frasi 1, 2, 3 e 5 presentano avverbi o locuzioni avverbiali che non apportano un significato determinante alla frase e servono soprattutto ad arricchirla sintatticamente. Possono, pertanto, essere definiti pleonastici e in uno stile che voglia essere asciutto andranno evitati (sebbene non si tratti di errori da nessun punto di vista). Si noti che, se nello scritto gli avverbi superflui non hanno ragione di apparire, nel parlato possono servire da appendici informative del verbo. Questo si nota soprattutto nella frase 5: se eliminiamo l’avverbio, l’informazione saliente diviene¬†quel circolo¬†(infatti l’accento della frase viene a cadere tutto su questo sintagma), ma l’emittente potrebbe voler puntare l’attenzione sull’azione del¬†bazzicare, non sul luogo. Per questo scopo avrebbe due possibilit√†: una dislocazione (quel circolo lo bazzico, cos√¨ come¬†il problema l’ho risolto) oppure, appunto, l’inserimento dell’avverbio semanticamente quasi neutrale che gli consenta di¬†appoggiare la voce non sul sintagma nominale (bazzico ABITUALMENTE quel circolo). Non ugualmente efficace sarebbe, invece,¬†BAZZICO quel circolo, perch√© la posizione iniziale non marcata del verbo lo configura come tema, ovvero come informazione poco saliente. Per approfondire i concetti di¬†tema,¬†rema,¬†dislocazione¬†e simili pu√≤ consultare l’archivio di DICO, a partire dalla risposta n.¬†28009, che rimanda a sua volta ad altre risorse della pagina.
Decisamente non superfluo √® l’aggettivo¬†assiduo¬†della frase 4: un¬†avventore, infatti, pu√≤ non essere¬†assiduo, ma¬†occasionale, oppure essere accompagnato da una proposizione relativa che lo qualifica diversamente. Il secondo periodo della frase 6 deve essere scompartito, perch√© le due possibili costruzioni sintattiche accorpate non sono equivalenti, ma una esprime un dubbio, l’altra esprime un fatto:
6a. Ma se lo sia o non lo sia non è rivelante.
6b. Ma il fatto che lo sia non è rivelante. / Ma il fatto che non lo sia non è rivelante.
Le varianti b risultano in contrasto logico con¬†il contenuto del primo periodo, che presenta un dubbio. La variante a potrebbe essere semplificata (Ma se lo sia non √® rivelante¬†oppure¬†Ma se non lo sia non √® rivelante), ma la semplificazione comporterebbe un lieve cambiamento nel senso della frase, perch√© farebbe propendere il dubbio verso una delle due possibilit√†, come se l’emittente sospettasse che il ricevente¬†fosse¬†oppure¬†non fosse¬†capace. Neanche qui, insomma, si riscontra un pleonasmo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Si pu√≤ dire “a me mi piace”?

 

RISPOSTA:

‚ÄčIn contesti formali, soprattutto scritti, √® da evitare, perch√© pleonastico (lo stesso pronome √® ripetuto, sebbene in forma diversa, due volte). Nella lingua d’uso comune, per√≤, specie nel parlato, il costrutto √® molto diffuso e ampiamente accettato, tanto che sarebbe eccessivo sostenere che non si possa dire.¬†
La ragione del successo di questa costruzione, nota come¬†dislocazione a sinistra, √® che chiarisce bene quale sia l’argomento di cui si parla (tecnicamente¬†il tema) e quale sia l’informazione fornita su quell’argomento (tecnicamente¬†il rema). In questo caso il tema √®¬†a me, il rema¬†mi piace. Per fare un altro esempio analogo, in una frase come “A te non ti credo pi√Ļ”¬†(nella quale si nota la ripetizione del pronome, prima nella forma¬†a te, poi nella forma atona¬†ti), il tema √®¬†a te,¬†il rema tutto il resto.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei chiedere qualcosa sull’uso del verbo¬†guadagnare¬†con il pronome¬†ci.¬†Perch√© si dice: “Cosa ci guadagni a comportarti cos√¨ male?”; perch√© si usa il pronome¬†ci?¬†√ą¬†obbligatorio? E cosa significa la frase¬†cosi?

 

RISPOSTA:

‚ÄčIl pronome atono¬†ci¬†in¬†guadagnarci pu√≤ avere due funzioni diverse, corrispondenti a due diversi significati del verbo. Pu√≤¬†servire a riprendere o anticipare il tema dell’enunciato nel quale √® inserito: in “Dalla vendita della casa ci ho guadagnato poco” il tema (dalla vendita della casa)¬†√® ripreso da¬†ci; in “Ci ho guadagnato poco dalla vendita della casa” il tema √® anticipato.¬†La costruzione dell’enunciato con il tema isolato a sinistra, ripreso da un pronome, o a destra, anticipato da un pronome, √® nota come¬†dislocazione¬†e serve a mettere in evidenza proprio il tema; quella a sinistra, in particolare, √® utile per collegarlo meglio al co-testo precedente, quella a destra, invece, funziona meglio¬†per creare effetti retorici di ironia o polemica.

Pi√Ļ spesso, per√≤,¬†guadagnarci¬†√® un verbo procomplementare; rientra, cio√®, in quel gruppo di verbi formati con una o pi√Ļ particelle pronominali che assumono, proprio in forza di queste particelle, dei significati diversi dal verbo base. Tra questi verbi troviamo, per esempio, farcela,¬†mettersi,¬†vedersela e moltissimi altri. Come si pu√≤ vedere dagli esempi, in questi verbi le particelle sono fuse con il verbo e non hanno una funzione sintattica identificabile; allo stesso tempo, dagli esempi si ricava che questi verbi sono particolarmente appropriati a contesti informali, nei quali rappresentano alternative brillanti a verbi pi√Ļ formali dal significato analogo (per esempio farcela /¬†riuscire, mettersi a / iniziare a,¬†vedersela con / affrontare). Lo stesso vale per¬†guadagnarci, che non √® la variante informale di¬†guadagnare, ma corrisponde piuttosto a¬†ottenere; se, infatti,¬†guadagnare riguarda un profitto materiale,¬†guadagnarci si riferisce a un vantaggio astratto. Da questo significato di base, inoltre, guadagnarci ha sviluppato quello relativo all’aumento di valore, che emerge in una frase come “Con la costruzione della fermata della metropolitana la zona ci ha guadagnato”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Credo che in tutta Italia si dica: ” Anche te” invece di “Anche tu”. Esempi: ” Vai a Parigi? Anche te?” Verrai anche te stasera? ” Ora ti ci metti anche te”.¬†¬†Credo che sia sbagliato l’uso del pronome “te”. Ma a questo punto, in considerazione del fatto che viene utilizzato da tutti, anche in letteratura, che si fa? Cambiamo la grammatica?

 

RISPOSTA:

Ha ragione: esempi come quelli da lei citati, ancorch√© pi√Ļ comuni al Nord e a Roma che al Sud, sono comunque, almeno al livello informale, comuni in quasi tutta Italia. I motivi potrebbero essere vari e il pi√Ļ importante √® forse il seguente: le forme pronominali di complemento oggetto (lui,¬†lei,¬†te) meglio si prestano a usi topicalizzati o focalizzati, in cui cio√® l‚Äôattenzione si concentra sulla persona che prova una certa emozione, ha una certa idea ecc.: ‚Äúte, ti piace di pi√Ļ carne o pesce?‚ÄĚ, ‚ÄúTi ci metti anche te!‚ÄĚ ecc. Con¬†lui¬†e¬†lei¬†la tendenza, da secoli, si √® talmente rafforzata da aver scalzato ormai quasi del tutto (gi√† a partire da Manzoni) le relative forme di pronome soggetto:¬†egli¬†ed¬†ella¬†ormai sono, soprattutto il secondo, quasi solo retaggi letterari. Invece con¬†tu¬†(e ancor di pi√Ļ con¬†io) il discorso √® diverso, perch√© un buon numero di parlanti colti ha le sue stesse, giustificatissime, riserve, e magari utilizzano normalmente la formula ormai quasi cristallizzata ‚Äúio e te‚ÄĚ, ma sentono certo stridore da unghie sulla lavagna di fronte a ‚Äúvieni pure te?‚ÄĚ. Che fare, in questi casi? Cambiamo la grammatica? Ma se l‚Äôusano tutti? Si chiede assai saggiamente Lei. Come ben comprende, il rapporto tra norma e uso non pu√≤ che essere fluido, in movimento e in rinegoziazione continua tra gli utenti della lingua, soprattutto negli ultimi decenni. E allora, al momento abbiamo cambiato la grammatica accogliendo¬†lui¬†e¬†lei¬†soggetto, ma forse non √® ancora il momento di farlo per¬†te¬†soggetto, dato che un numero molto elevato di parlanti e scriventi, come Lei e come chi le scrive, ancora non sente naturale il¬†te¬†al posto di¬†tu¬†e gran parte degli italiani colti a Sud di Roma la pensa come noi due, credo. Pertanto, in barba allo strapotere romano-milanese, teniamoci ancora un po‚Äô il nostro¬†tu, senza crociate e pronti a cedere quando nessun altro, forse, ci far√† pi√Ļ una domanda (bella) come la sua.
 
Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi viene in mente un problema ricorrente nelle tesi (e non solo) e cio√® l’uso di ‚Äúne‚ÄĚ pronome¬†(col¬†valore di complemento di specificazione, di argomento, partitivo¬†etc.). Soprattutto l’uso pleonastico (per es.: ‚Äúdi questo ne abbiamo gi√† parlato‚ÄĚ; ‚Äúdi gelati ne ho mangiati due‚ÄĚ; ‚Äúnon ne abbiamo bisogno del tuo aiuto‚ÄĚ e simili) √® spesso incontrollato, proprio perch√© viene usato abitualmente in riferimento a elementi della frase gi√† espressi: appesantisce il dettato e credo che¬†nella lingua scritta non debba essere usato.

 

RISPOSTA:

√ą vero: nei casi come quelli indicati nel quesito, il ne va assolutamente evitato, nel registro formale, in quanto pleonastico. Si tratta, tecnicamente, di casi di dislocazione, dei quali DICO si √® gi√† occupato qui.

Come detto in quella sede, tuttavia, non tutti i casi di dislocazione sono condannabili, sia perch√© alcuni di essi sono ormai perfettamente grammaticalizzati (“infischiarsene di qualcosa” ecc.), sia perch√© a volte sono un prezioso strumento pragmatico per agevolare la ripartizione del discorso in informazione data (o tema) e informazione nuova (o rema). Vedi, al riguardo, anche questo intervento.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi avvalgo della vostra cordiale disponibilità per esplicare il seguente interrogativo:
le frasi
1. Anche Tizio non è stato promosso;
2. Non è stato promosso neppure / nemmeno Tizio;
3. Neppure / nemmeno Tizio è stato promosso
sono tutte ben formate?
√ą possibile che modificando la posizione del predicato (esempio 2 rispetto a 1 e 3) o il tipo di costruzione da negativa a positiva (esempio 3 rispetto a 2),¬†anche¬†e¬†nemmeno¬†o¬†neppure¬†svolgano la medesima funzione?

 

RISPOSTA:

‚ÄčPer quanto riguarda la funzione degli avverbi negativi¬†nemmeno,¬†neanche,¬†neppure, essa cambia in relazione alla posizione degli avverbi nella frase; questi avverbi, cio√®, negano il sintagma al quale sono adiacenti. Quindi “Neppure Tizio √® stato promosso” vuol dire che neanche altri sono stati promossi, mentre “Tizio non √® stato neppure promosso” vuol dire che Tizio non ha superato neanche altre prove.
Aggiungo che la frase 1. √® al limite dell’accettabilit√†; la forma migliore sarebbe: “Neanche / neppure / nemmeno Tizio √® stato promosso”.
La questione dello spostamento dell’elemento negato all’interno della frase √® diversa, e chiama in causa la sintassi dell’informazione, ovvero il diverso peso che le informazioni acquisiscono a seconda della posizione in cui vengono inserite. Solitamente, le informazioni che inseriamo a destra sono quelle su cui vogliamo che il nostro interlocutore concentri la sua attenzione. Si pensi a un esempio come questo: “Ho preso la penna blu nel cassetto” / “Ho preso nel cassetto la penna blu”: l’informazione che si viene a trovare alla destra della frase (prima¬†nel¬†cassetto, poi¬†la penna) riceve un peso maggiore; diviene, come si dice in linguistica testuale, il¬†fuoco¬†dell’enunciato. Alcune parole, come gli avverbi¬†nemmeno¬†e simili, sono dette¬†focalizzatori, perch√© fanno risaltare l’informazione a cui si accompagnano qualsiasi sia la sua posizione. Nel nostro caso, infatti,¬†nemmeno Tizio¬†risulta il fuoco dell’enunciato anche se lo mettiamo a sinistra: “Neppure Tizio √® stato promosso”. Rimane da capire che differenza ci sia tra quest’ultima formulazione e “Non √® stato promosso neppure Tizio”. Dal punto di vista sintattico, notiamo che in questa formulazione diviene obbligatorio negare anche il verbo, mentre in quella con¬†nemmeno Tizio¬†a sinistra la negazione del verbo sarebbe, al contrario, inaccettabile. Questo avviene perch√© l’italiano preferisce inserire sempre la negazione all’inizio dell’enunciato e poi solitamente ammette, ma non richiede, la sua ripetizione.¬†Notiamo anche che il soggetto grammaticale del verbo,¬†Tizio, √® posposto.
Dal punto di vista della sintassi dell’informazione, immaginiamo una situazione in cui il parlante (una persona diversa da Tizio) non abbia superato un esame, e qualcuno glielo faccia notare per mancanza di tatto, o per dargli fastidio: “Quindi non sei stato promosso, eh?”. Il parlante potrebbe rispondere con entrambe le formulazioni:¬†“Non √® stato promosso neppure Tizio” chiarirebbe i termini della questione in modo neutrale: ‘riguardo al tema che hai sollevato, ti faccio notare che…’;¬†“Neppure Tizio √® stato promosso”, invece, stabilirebbe fin da subito ci√≤ che pi√Ļ preme al parlante comunicare, riducendo l’altra informazione a una appendice, richiesta per completare sintatticamente la frase (la sola enunciazione “Neppure Tizio” risulterebbe sospesa). Riguardo alla funzione informativa di questa appendice, emerge l’intento di¬†rimarcarne il valore pragmatico, come se il parlante comunicasse tra le righe ‘visto che me lo chiedi / se proprio lo vuoi sapere’, con tutte le sfumature psicologiche che ne possono derivare.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase:Dove sei?; il sintagma “dove”, si pu√≤ considerare un complemento
di stato in luogo? Grazie

 

RISPOSTA:

S√¨. Per√≤ la forzatura di ricondurre un avverbio interrogativo (dove) a un’espressione lessicalmente pi√Ļ piena ed esplicita del tipo “in quale luogo” giustifica la perplessit√† che l’ha indotta, immagino, a rivolgerci questa pi√Ļ che legittima domanda. In realt√† spesso l’analisi logica √® abbastanza… illogica, nel senso che sembra troppo affezionata a una sterile e fantasiosa nomenclatura a met√† strada tra il valore semantico (luogo) e quello funzionale (che funzione sintattica e testuale ha¬†dove¬†in una frase?) ¬†e troppo poco attenta al reale funzionamento delle parole nella frase. In altri termini, l’analisi logica tradizionale sembra funzionare bene soltanto nelle frasi assertive canoniche (es.: “Adamo mangia la mela”). Gi√† nelle domande vacilla. Figuriamoci in altre centinaia di esempi reali. Sarebbe pi√Ļ produttivo concentrarsi su altri quesiti sintattici quali: qual √® il tema e qual √® il rema della frase “dove sei”? (dove¬†in questo caso funge da tema); come si pu√≤ trasformare in interrogativa indiretta la frase in oggetto (“dimmi dove sei”)?; quali altri valori semantici e sintattici pu√≤ avere¬†dove¬†in italiano? ecc. ecc. In realt√†, la minuziosa casistica dei complementi dell’analisi logica tradizionale serve davvero a poco (spesso √® del tutto idiosincratica: fine o scopo? agente o causa efficiente? e simili amenit√†). Basterebbe concentrarsi sugli argomenti del verbo (o valenze), sulla differenza tra soggetto e oggetto, sulla differenza tra oggetto diretto ed elementi avverbiali ecc. E bisognerebbe inoltre dare molta pi√Ļ importanza all’analisi del periodo. E forse cos√¨ riusciremmo a migliorare la coscienza metalinguistica dei nostri studenti (anche universitari) e anche le loro competenze, stavolta s√¨, logiche. Ma logiche sul serio!

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema
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