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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúQuando rientrer√† la mamma, sar√≤ libera dall’impegno di badare al mio fratellino‚Ä̬†di badare al mio fratellino¬†√® da considerarsi una subordinata dichiarativa (in quanto specifica il significato di¬†impegno¬†nella principale) oppure una finale?

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†libero¬†√® uno di quelli che possono reggere un argomento (come¬†adatto a,¬†degno di,¬†pronto a). Quando l’argomento prende la forma di una proposizione, questa non pu√≤ che essere considerata argomentale, per l’appunto. Tra le argomentali, la dichiarativa √® quella che corrisponde pi√Ļ da vicino alle caratteristiche della proposizione cos√¨ formata.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla corretta analisi del participio passato nella seguente frase: “Luigi √® stato colpito da una tegola MOSSA dal vento”. il participio¬†mossa¬†lo considero come un predicato verbale che introduce un’altra proposizione di cui¬†dal vento¬†√® una causa efficiente?
In altre parole, può un modo indefinito introdurre un predicato verbale? Ho consultato un paio di grammatiche ma ho sempre trovato esempi con modi finiti.

 

RISPOSTA:

Il participio passato e, in generale, una qualsiasi forma indefinita del verbo possono essere analizzati come predicato verbale (sebbene il participio possa fungere anche da sintagma nominale e aggettivale e l’infinito da sintagma nominale). Nel caso specifico,¬†mossa¬†equivale a¬†che era (stata) mossa, quindi √® il predicato verbale di una proposizione relativa implicita, completata dal complemento di causa efficiente¬†dal vento.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto l‚Äôuso della virgola in una frase di questo tipo (dopo il verbo, prima del complemento oggetto ma in presenza di¬†da una parte‚Ķ dall‚Äôaltra)?
‚ÄúIl documento mostra, da una parte il tuo elaborato, dall‚Äôaltra il mio‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La virgola va evitata, proprio perché separa il complemento oggetto dal verbo. In alternativa si può inserire la locuzione tra due virgole; a quel punto, però, per simmetria si dovrà fare lo stesso con la locuzione correlativa:
‚ÄúIl documento mostra, da una parte, il tuo elaborato, dall‚Äôaltra, il mio‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Avverbio
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QUESITO:

In italiano, se scriviamo la data, per esempio:
Lunedì 18 maggio 2024
dopo lunedì si mette la virgola?

 

RISPOSTA:

Non c’√® una regola codificata per questo caso. Procedendo per analogia, potremmo assimilare la data al nome proprio di una persona:¬†18 maggio 2024¬†equivarrebbe allora al nome e cognome della persona, mentre¬†luned√¨¬†sarebbe un’apposizione, come¬†signor,¬†dottor,¬†avvocata¬†o simili. Come in, per esempio,¬†dottor Mario Rossi, quindi, la virgola in¬†luned√¨ 18 maggio 2024¬†non √® richiesta. Seguendo la stessa analogia, se posponiamo¬†luned√¨¬†la virgola √® necessaria:¬†18 maggio 2024, luned√¨¬†(come¬†Mario Rossi, dottore).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Nome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nel Credo si dice:¬† ¬ęIl quale fu concepito DI spirito santo nacque da Maria Vergine¬Ľ; sono corrette o sbagliate e perch√©? ¬ęFu concepito Di spirito santo¬Ľ, oppure ¬ędello Spirito santo¬Ľ, ¬ęda spirito santo¬Ľ, o ¬ędallo spirito santo¬Ľ?. Inoltre, ¬ęda Maria Vergine¬Ľ o ¬ędalla Maria Vergine¬Ľ, ¬ędi Maria Vergine¬Ľ o ¬ęDella Maria Vergine¬Ľ? Se invece di ¬ęMaria Vergine¬Ľ si usa ¬ęVergine Maria¬Ľ cambia la preposizione?

 

RISPOSTA:

La preghiera del Credo, nella sua versione ufficiale in italiano, recita: ¬ęPer noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si √® incarnato nel seno della Vergine Maria e si √® fatto uomo¬Ľ. Circolano anche versioni pi√Ļ o meno scorrette di questa preghiera, quali ad esempio: ¬ęfu concepito di Spirito Santo¬Ľ, che √® una cattiva traduzione dal latino ¬ęconceptus est de Spiritu Sancto¬Ľ, in cui de indica in questo caso un complemento di agente (e con moto dall‚Äôaltro verso il basso), traducibile in italiano con la preposizione da e non con la preposizione di. Inoltre, la preposizione in questo caso deve essere articolata: ¬ędallo Spirito santo¬Ľ (e non ¬ęda Spirito santo¬Ľ), in quanto si riferisce a un elemento noto e determinato. Per rispondere alle altre domande, ecco i corretti usi preposizionali in italiano: ¬ęfu concepito dallo spirito santo¬Ľ (tutte le altre forme sono sbagliate); ¬ędalla Vergine Maria¬Ľ e ¬ęda Maria Vergine¬Ľ sono entrambe corrette. In ¬ęMaria Vergine¬Ľ la testa del sintagma √® Maria, che √® un nome proprio e come tale non richiede l‚Äôarticolo, mentre in ¬ęla Vergine Maria¬Ľ l‚Äôarticolo √® necessario in quanto richiesto dal sostantivo vergine. Quindi, analogamente, con le preposizioni: ¬ędella Vergine Maria¬Ľ oppure ¬ędi Maria Vergine¬Ľ (ma non ¬ędi Vergine Maria¬Ľ). L‚Äôordine delle parole non influisce sulla preposizione, ma sull‚Äôarticolo, e dunque sull‚Äôuso della preposizione semplice oppure articolata: di o della, da o dalla ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Una frase come “Nessuna parola, fatto o azione mi hanno ferito” √® corretta? Si pu√≤ concordare l’aggettivo indefinito solo con il nome pi√Ļ vicino?

 

RISPOSTA:

L’accordo tra un aggettivo preposto e un soggetto composto di nomi di genere diverso √® problematico, perch√© il nome pi√Ļ vicino all’aggettivo attrae la concordanza. Se, ad esempio, volessimo definire¬†amatissimi¬†il figlio e la figlia di qualcuno potremmo dire¬†gli amatissimi figlio e figlia¬†(con l’aggettivo al plurale maschile “onnicomprensivo”) o¬†l’amatissimo figlio e l’amatissima figlia; il rischio, per√≤, sarebbe di formare¬†l’amatissimo figlio e figlia, per via dell’attrazione dell’accordo operata dal nome pi√Ļ vicino all’aggettivo,¬†figlio. nel suo caso l’accordo al plurale non √® possibile, visto che¬†nessuno¬†non ha la forma plurale, quindi non rimane che “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi hanno ferito”. La concordanza di¬†nessuno¬†con il solo primo nome, comunque, non pu√≤ dirsi un errore grave: non pregiudica, infatti, affatto la comprensione della frase (gli aggettivi non ripetuti potrebbero essere considerati semplicemente sottintesi).
Aggiungo che anche il verbo¬†avere¬†pu√≤ andare al singolare (“Nessuna parola, fatto o azione mi ha ferito” o “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi ha ferito”); il singolare, si badi, √® dovuto non all’accordo con il solo primo soggetto, bens√¨ all’accordo con ciascun soggetto uno alla volta, visto che i tre nomi sono presentati come uno in alternativa all’altro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me, che non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Non so se la costruzione sia corretta. Non ravviso niente di illogico o di irregolare in essa; tuttavia non sono convinta che, dal punto di vista grammaticale, il riferimento del ¬ęche¬Ľ sia valido.

La frase, parafrasata, sarebbe questa:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me. Io non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Ma nell’esempio, il ¬ęche¬Ľ, se non erro, si riferisce a un soggetto non espresso. Mi domando se la mia osservazione sia giusta.

 

RISPOSTA:

La frase √® ben formata e il che non si riferisce a un soggetto non espresso, bens√¨ a un complemento di termine (della reggente), svolgendo tuttavia la funzione di soggetto della subordinata relativa. Il fatto che l‚Äôantecedente del relativo (cio√® il nome cui il relativo si riferisce) sia in un complemento indiretto non crea alcuna difficolt√†; l‚Äôimportante √® che il pronome relativo, all‚Äôinterno della proposizione relativa, svolga il ruolo o di soggetto o di oggetto, e nessun altro (salvo eccezioni d‚Äôambito colloquiale e al limite dell‚Äôaccettabilit√†). Dunque, sarebbe substandard un esempio del genere: ¬ęla critica √® rivolta a me, che non me ne importa niente¬Ľ (cio√® ¬ęa cui non importa niente¬Ľ). In questo caso, saremmo di fronte a una cosiddetta relativa debole, o che polivalente, da evitare nello stile formale o anche di media formalit√†.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nel linguaggio, spesso frettoloso e trascurato, della messaggistica, ho ravvisato esempi del genere:

1) Visto due film, stasera: spettacolari.

2) Fatto. Comprato pane e marmellate.

Si tratta evidentemente di due casi in cui si √® scelto di omettere l’ausiliare coniugato.

(Ho) visto due film. (Ho) comprato pane e marmellate.

Innanzitutto, vi domando se le costruzioni così presentate sono corrette.

Se si volesse unire l’economicit√† della comunicazione, che sembra essere fondamentale in questo contesto, con il rispetto della sintassi, si potrebbe optare, secondo voi, per il compromesso di flettere il participio passato secondo il genere e il numero?

Dal punto di vista della brevit√† (e dell’immediatezza) non ci sarebbero differenze.

3) Visti due film, stasera: spettacolari.

4) Fatto. Comprati pane e marmellate.

 

RISPOSTA:

Entrambe le costruzioni (visto/visti, fatto/fatti) sono corrette, ma non v‚Äô√® dubbio sulla maggiore formalit√† della seconda, che dunque √® da preferire. Infatti, mentre nel primo caso (¬ęvisto due film¬Ľ, ¬ęcomprato pane e marmellate¬Ľ) l‚Äôunico modo per giustificare la presenza del participio passato √® quello di ricorrere all‚Äôellissi dell‚Äôausiliare, col risultato di ottenere una frase telegrafica e, in quanto tale, traballante, assolutamente da evitare nello stile anche di media formalit√†, nel secondo caso, invece, il participio passato al plurale, e cio√® accordato col soggetto di una frase passiva (¬ęsono stati visti due film¬Ľ, ¬ęsono stati comprati pane e marmellate¬Ľ), √® perfettamente standard e adatto a qualunque contesto, interpretabile come costrutto implicito, senza bisogno di invocare l‚Äôellissi dell‚Äôausiliare. Tant‚Äô√® vero che le stesse proposizioni potrebbero trovarsi come subordinate implicite: ¬ęvisti due film, sono poi andato a letto¬Ľ; ¬ęcomprati pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ. La stessa possibilit√† √® negata al participio singolare maschile, che in questo caso sarebbe agrammaticale: *¬ęvisto due film, sono poi andato a letto¬Ľ; *¬ęcomprato pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho una domanda riguardante la seguente frase, tratta da The Game di Alessandro Baricco:

L’istinto era quello di fermarli. Il pregiudizio, diffuso, quello che fossero dei distruttori punto e basta.

Nella frase,¬†quello che fossero equivale a (l’istinto) era che fossero (l’uso del congiuntivo imperfetto √® stilistico e non √® semantico). La mia confusione riguarda il fatto che in quello che il che √® un pronome relativo, mentre nella mia versione della frase il che √® una congiunzione. Nella frase originale perch√©¬†che √® un pronome relativo?¬†Non riesco a sostituirlo con il quale. A che cosa si referisce quello? Potrebbe farmi un altro esempio in cui quello che viene usato come nella frase di Baricco?

 

RISPOSTA:

Nella frase originale, quello serve a ripetere il sintagma l’istinto. Questa ripetizione √® possibile (anche se appesantisce la sintassi) e pu√≤ servire a far risaltare il sintagma ripreso. Essa, per√≤, non √® necessaria e non cambia la natura della proposizione introdotta da che; il che, infatti,¬†non si riferisce a¬†quello (infatti non pu√≤ essere sostituito da¬†il quale), ma √® una congiunzione, proprio come nella versione modificata. La proposizione introdotta da¬†che √® una completiva: nella variante con quello √® una dichiarativa; nella variante senza quello viene considerata soggettiva, anche se sostituisce una parte nominale (per un approfondimento si veda questa risposta). Frasi come quella da lei citata potrebbero essere “La paura era quella di non riuscire a vincere”; “La paura era quella che la mia squadra non avrebbe vinto”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su due frasi:

1) per me hai ragione tu

2) si studia per sé e non per gli insegnanti

 

RISPOSTA:

L’analisi logica delle due frasi è la seguente: 1) hai ragione: predicato verbale; tu: soggetto; per me: complemento di limitazione. 2) Il periodo è composto da due proposizioni; una reggente e una coordinata. Analisi logica della reggente: si studia: predicato verbale; per sé: complemento di vantaggio; e non (si studia): predicato verbale sottinteso; per gli insegnanti: complemento di vantaggio.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

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QUESITO:

Volevo sapere quale delle due forme √® corretta: ¬ęl‚Äôautobus/il treno viene¬Ľ o ¬ęl‚Äôautobus/il treno arriva¬Ľ. E se solo una delle due forme √® corretta vorrei capire perch√© l‚Äôaltra non lo √®.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, dal momento che, tra le varie accezioni (cio√® significati) di entrambi i verbi venire e arrivare ve n‚Äô√® almeno una in comune (cio√® quella di ‚Äėgiungere in un luogo‚Äô), in cui, dunque, i due verbi sono sinonimi. Tuttavia, dato che, com‚Äô√® noto, la sinonimia perfetta non esiste, va tenuto conto dei contesti in cui entrambi i verbi sono usati normalmente dai parlanti. Se se ne tiene conto, la differenza tra i due √® schiacciante: con i mezzi di trasporto, arrivare √® di gran lunga pi√Ļ frequente di venire, con migliaia (in qualche caso decine di migliaia) di occorrenze di scarto (dati facilmente verificabili in Google ricercando viene/arriva l‚Äôautobus/il treno). Perch√©? √ą pressoch√© impossibile rispondere a questa domanda, visto che la lingua evolve con percorsi non sempre lineari n√© analizzabili logicamente. Probabilmente i parlanti associano a venire (sempre in base alla frequenza e ai contesti d‚Äôuso) un tratto di maggiore ‚Äėumanit√†‚Äô, cio√® preferiscono quel verbo con soggetti umani o animati e con un certo scopo del movimento, laddove arrivare, invece, implica la sola idea di spostamento da un punto a un altro, con particolare riferimento alla meta. Infatti, se in Google si fa la ricerca ‚Äúil treno che arriva/viene da‚ÄĚ, ecco che la frequenza si inverte: viene √® pi√Ļ frequente di arriva, perch√©, evidentemente, sottolineando la provenienza, si d√† un valore semantico maggiore allo scopo o quantomeno alla natura dello spostamento. Morale della favola: i verbi sono corretti entrambi, ma √® meglio usare arrivare, con i mezzi di trasporto, a meno che non ne si specifichi la provenienza.

Un‚Äôaltra piccola osservazione a margine riguarda l‚Äôordine dei sintagmi della frase con questi due verbi, che √® preferibilmente quella verbo-soggetto, piuttosto che quella, canonica, soggetto-verbo. Questo accade perch√© arrivare e venire sono verbi inaccusativi, cio√® intransitivi con ausiliare essere, che, come tali, trattano il soggetto perlopi√Ļ come elemento nuovo, piuttosto che come dato, e dunque un po‚Äô alla stregua di un oggetto (per semplificare al massimo un fenomeno sintattico e pragmatico in verit√† molto complesso). Quindi: ¬ęarriva il treno/l‚Äôautobus¬Ľ √® un enunciato molto pi√Ļ frequente e naturale di ¬ęil treno/l‚Äôautobus arriva¬Ľ, se non segue altro sintagma, come per esempio ¬ęl‚Äôautobus arriva tra cinque minuti/subito¬Ľ, in cui invece l‚Äôordine preferito √® quello soggetto-verbo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema, Verbo
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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

  1. Esiste una varietà di discipline, quali quelle umanistica, artistica e scientifica.

Vorrei sapere se la costruzione è corretta, o se sarebbe consigliato strutturarla in maniera leggermente diversa sul piano della flessione.

  1. Esiste una varietà di discipline, quale quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.
  2. Esiste una varietà di discipline, quali quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.

 

RISPOSTA:

La 1 e la 3 sono parimenti corrette, mentre la seconda presenta un errore di accordo in quale, che deve concordare con discipline, da cui dipende, e non con quella n√© con variet√†. In verit√†, pur corrette, la prima e la terza frase sono entrambe un po‚Äô faticose e ridondanti, soprattutto la terza, per via della ripetizione di quella. Forse si potrebbe snellire il tutto cos√¨: ¬ęci sono diversi ambiti disciplinari: umanistico, artistico e scientifico¬Ľ. In effetti, pi√Ļ che di disciplina, si sta qui trattando di ambiti disciplinari (ciascuno strutturato, al suo interno, in diverse discipline: la letteratura, la filologia ecc.; la biologia, la fisica ecc.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Pongo il seguente quesito. Nella frase “il gatto gli balz√≤ addosso”, il termine “addosso” √® da considerarsi avverbio o preposizione impropria riferita a “gli”? Io lo interpreto come avverbio e quindi penso a due complementi diversi in analisi logica, ma la presenza della particella pronominale prima del verbo mi pone qualche imbarazzo. Il problema si ripresenta in frasi come: “il bambino gli and√≤ incontro; gli salt√≤ sopra; gli rimase dietro; le mise sopra un cappello” e simili. Voi come lo interpretate?

 

RISPOSTA:

I casi portati a esempio rientrano nella tipologia dell‚Äôestrazione della preposizione nei casi di locuzione formata da preposizione polisillabica (o impropria, secondo la grammatica tradizionale) e preposizione semplice (cfr. L. Renzi, Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il Mulino, 1988, vol. I, pp. 524-528; si veda anche la voce Preposizione, curata da Hanne Jansen, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani, 2011, liberamente accessibile online nel sito treccani.it). L‚Äôestrazione consiste in questo: in determinate condizioni (per es. in presenza di clitico, o particella pronominale atona), viene eliminata (tecnicamente, estratta; o meglio: viene estratto il sintagma preposizionale, ovvero il complemento: gli = a lui ecc.) la preposizione semplice, mentre il clitico viene anticipato: ¬ęil gatto balz√≤ addosso a lui¬Ľ > ¬ęil gatto gli balz√≤ addosso¬Ľ. Quindi addosso, in questo caso (oppure incontro, dietro, contro, accanto ecc.) √® una preposizione e non un avverbio. Dunque vi √® un solo complemento, non due.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase “√ą meglio ridere che piangere” il soggetto √®¬†ridere,¬†√® meglio¬†√® predicato nominale e¬†che piangere¬†√® proposizione comparativa?

 

RISPOSTA:

Nella frase, o consideriamo entrambi gli infiniti sostantivati, quindi ridere è soggetto e che piangere è complemento comparativo (o secondo termine di paragone), oppure consideriamo entrambi verbi, quindi ridere è una proposizione soggettiva e che piangere è una proposizione comparativa.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Desidererei sapere se l’espressione¬†per via di¬†pu√≤ essere usata anche come sinonimo di¬†per merito di,¬†grazie a, oltre che con il significato di¬†a causa di. Ad esempio: “Ha ottenuto un posto di prestigio per via delle sue benemerenze”. Il giudizio veicolato va valutato¬†dal punto di vista del parlante o del soggetto della frase? Se io dico che una persona √® stata promossa perch√© ha goduto di forti raccomandazioni, per me parlante il fatto va visto come negativo; √® stato promosso un soggetto che non lo meritava, con danno per la societ√† e forse anche per me personalmente; al contrario per il soggetto della frase √® stato sicuramente un vantaggio. In questo caso devo usare¬†per via di¬†o¬†a causa di¬†oppure¬†grazie a¬†o¬†per merito di?

 

RISPOSTA:

La locuzione preposizionale¬†per via di¬†indica letteralmente che quanto segue √® la via, il percorso seguito per arrivare a un risultato; √®, quindi, equivalente a¬†per mezzo di. Non √® facile, per√≤, distinguere il percorso dalla spinta iniziale che porta a intraprendere il percorso, ovvero la causa; per questo motivo questa locuzione preposizionale ha finito per essere usata per indicare che quanto segue √® la causa di un fenomeno (quindi come sinonimo di¬†a causa di), non il mezzo con il quale questo si √® manifestato. Le locuzioni¬†per merito di¬†e¬†grazie a¬†rimangono ancora pi√Ļ ambigue tra la causa e il mezzo: non √® possibile stabilirne nettamente il significato. Per quanto, per√≤, queste locuzioni possano indicare che quanto segue √® la causa di un fenomeno, al pari di¬†per via di, la sostituzione di¬†per via di¬†con una di queste altererebbe l’interpretazione complessiva della frase, perch√©¬†per merito di¬†e¬†grazie a¬†veicolano una sfumatura connotativa positiva assente in¬†per via di.

La responsabilit√† dell’enunciazione, quindi del modo di rappresentare la realt√† al suo interno, √® sempre dell’emittente (chi parla o scrive). La connotazione positiva o negativa di un fenomeno, quindi, deriva dal punto di vista dell’emittente e dipende da come quest’ultimo sceglie di costruirla (in base, per esempio, alle sue credenze e al contesto in cui si trova). L’emittente, per√≤, pu√≤ scegliere, con un artificio retorico, di rappresentare un punto di vista evidentemente opposto al proprio, per far risaltare quest’ultimo per contrasto.
Spieghiamo meglio. In ogni frase il senso complessivo √® il risultato dell’intreccio dei significati e dei sensi evocati da ciascuna parola o espressione. Nel caso in questione, una frase come “La persona √® stata promossa per via di / a causa di forti raccomandazioni” fa interagire l’implicita inevitabile condanna complessiva (in Italia la raccomandazione √® ufficialmente considerata una pratica scorretta) con l’oggettivit√† di¬†per via di. Questa rappresentazione sarebbe adatta a una denuncia formale (ovvero che vuole essere rappresentata come formale), in cui possibilmente si portino le prove di tali raccomandazioni e si voglia dimostrare con queste che la promozione √® stata un abuso. Se, invece, la denuncia √® informale (uno sfogo emotivo o un’accusa di principio, per esempio), sarebbe pi√Ļ adatta la costruzione “La persona √® stata promossa grazie a / per merito di forti raccomandazioni”, nella quale la locuzione preposizionale connotata positivamente colorisce l’affermazione di una sfumatura di soggettivit√†. Ovviamente, in questo caso la connotazione positiva √® in contrasto con il senso complessivamente negativo della frase, quindi non ci sono dubbi che l’emittente stia usando un artificio retorico per far risaltare,¬†a contrario, la sua posizione. Sta, in altre parole, facendo dell’ironia.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’Italiano parlato, verbi che normalmente non avrebbero bisogno di particelle pronominali tendono ad assumerle quando si vuole esprimere un’emozione, di solito positiva, legata all’azione, tipicamente di soddisfazione.
Mangio un panino -> Mi mangio un panino
Bevi un tè! -> Beviti un tè!
In questo caso il pronome indica un complemento di vantaggio (Io mangio un panino per me, bevi un tè per te) oppure un altro complemento?

 

RISPOSTA:

I verbi formati con la particella pronominale a cui lei si riferisce rientrano nella categoria dei transitivi pronominali (anche detti¬†riflessivi apparenti). In essi la particella pronominale ha la funzione di indicare a volte che l’azione √® svolta per il soggetto (mi lavo le mani¬†= ‘lavo le mani a me’) oppure, come nei casi da lei portati, di indicare che l’azione √® svolta con particolare partecipazione emotiva da parte del soggetto. Volendo far rientrare queste funzioni nella classificazione dell’analisi logica, nei verbi come¬†lavarsi¬†+ complemento oggetto la particella √® pi√Ļ facilmente interpretabile come complemento di termine; in quelli come¬†mangiarsi¬†come complemento di vantaggio (come da lei suggerito). Va, per√≤, rilevato che non √® affatto necessario fare questa operazione di classificazione, che non aggiunge niente alla comprensione della frase e risulta un po’ logicistica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’espressione¬†godere di un diritto¬†a quale complemento corrisponde¬†di un diritto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica √® un complemento di specificazione. Pi√Ļ utile, per√≤, √® l’interpretazione data dalla grammatica valenziale, secondo cui si tratta di un complemento oggetto obliquo, ovvero di un sintagma che ha la stessa funzione del complemento oggetto, ma non √® diretto, bens√¨ preposizionale, semplicemente perch√© il verbo richiede tale preposizione (come in¬†fidarsi di,¬†contare su,¬†obbedire a¬†e tanti altri). Il sintagma¬†di un diritto, infatti, √® necessario per completare sintatticamente il verbo¬†godere, quindi √® un argomento di questo verbo, mentre il complemento di specificazione non √® mai un argomento del verbo, perch√© indica un dettaglio relativo a un sintagma nominale (la casa di Mario,¬†il cancello della scuola,¬†l’introduzione del libro…). Se confrontiamo, inoltre,¬†godere di un diritto¬†con, per esempio,¬†esercitare un diritto, vediamo che la struttura profonda del predicato √® identica, perch√© la preposizione fa da collegamento formale tra il verbo e il sintagma, non contribuisce in alcun modo al significato del sintagma. Infine, un’ulteriore prova del fatto che questo sintagma ha la funzione di un complemento oggetto √® che nel parlato e nello scritto trascurato si tende a dimenticare la preposizione, producendo espressioni come¬†godere un diritto¬†(ma anche¬†abusare qualcuno¬†al posto di¬†abusare di qualcuno,¬†obbedire un ordine, invece di¬†obbedire a un ordine). Sebbene queste realizzazioni siano scorrette, bisogna notare che se in queste espressioni la preposizione avesse un significato preciso (e non fosse, invece, un collegamente soltanto formale), non sarebbe possibile escluderla; nessuno, infatti, direbbe o scriverebbe mai¬†la casa Mario¬†invece di¬†la casa di Mario.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúStringo la coppa tra le mani‚ÄĚ che funzione logica ha il sintagma¬†tra le mani? Indica uno stato in luogo o un complemento di mezzo?

 

RISPOSTA:

Indica uno stato in luogo, ma l’interpretazione come complemento di mezzo √® legittima. Non √® raro che un’indicazione di luogo sia ulteriormente interpretabile come informazione circa un mezzo. Succede, per esempio, in espressioni come¬†in treno,¬†in macchina,¬†in bicicletta…: in una frase come “Vado a scuola in bicicletta”, infatti, il complemento introdotto da¬†in¬†indica il luogo in cui mi trovo mentre vado a scuola, ma quel luogo ha anche la funzione del mezzo con cui copro il tragitto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

Può essere ritenuto corretto (o almeno non scorretto) un uso della virgola dopo espressioni come a seguire e al termine?
Ad esempio: “Al termine, consegna della medaglia al vincitore”, “A seguire, assegnazione di una borsa di studio al miglior studente”.

 

RISPOSTA:

La virgola non √® affatto scorretta; al contrario, √® preferibile inserirla. In generale, i sintagmi che hanno la funzione di espansioni (ovvero contengono informazioni che non sono collegate al verbo o a un singolo argomento del verbo, ma riguardano l’intera frase) e sono inseriti all’inizio della frase vanno separati con la virgola dal resto della frase. Se, invece, le espansioni si trovano in coda, la virgola √® opzionale: “Consegna della medaglia al vincitore al termine” / “Consegna della medaglia al vincitore, al termine”. L’inserimento della virgola accentua la rilevanza informativa dell’espansione. Se, infine, la frase lo consente, l’inserimento dell’espansione al centro della frase richiede tipicamente la separazione dal resto della frase con le virgole di apertura e chiusura: “La medaglia sar√† consegnata, al termine, al vincitore”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi √® capitato di scrivere la seguente frase in un messaggio: “Ti invio il documento di cui mio marito ha parlato alla tua collega”. Nel rileggerlo e analizzandone la sintassi, non riscontro errori; tuttavia, a orecchio, non mi convince.
Se non ci fosse il complemento di termine in coda alla costruzione, non avrei alcun dubbio.

 

RISPOSTA:

La sintassi della frase √® corretta; il complemento di termine retto dal verbo parlare deve necessariamente essere inserito dopo il verbo stesso (l’inversione sarebbe molto innaturale), quindi la posizione in coda alla frase √® quasi obbligata. Non √®, del resto, possibile eliminarlo, visto che √® il secondo argomento del verbo (il cui schema valenziale √®, appunto, SOGG. + parlare + ARG. PREPOS.): parlare¬†senza l’indicazione della persona a cui si parla, infatti, prende significati del tutto diversi da quello qui inteso, ovvero ‘avere la facolt√† del linguaggio’ (“Mio figlio ancora non parla”), oppure ‘dialogare’ (“Di solito parliamo di calcio”) o anche ‘rivelare un segreto’ (“Il complice ha parlato”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su un esercizio che chiede se in una frase il verbo¬†essere¬†√® utilizzato come ausiliare o con significato proprio, La frase √® la seguente: “Oggi sono distrutto”.
Trovandomi in una quarta primaria che non conosce ancora le forme passive, e mancando nella frase un agente, ho interpretato la parola distrutto come un participio passato con funzione aggettivale e ho suggerito un significato proprio del verbo essere. Ma il libro, nelle soluzioni, lo interpreta come verbo essere con funzione di ausiliare.
Potete chiarire il mio dubbio?

 

RISPOSTA:

La soluzione sta nel mezzo: nella frase il verbo¬†essere¬†non √® ausiliare, ma non ha neanche un significato proprio, visto che √® copula (e la copula, per l’appunto, non ha un significato proprio, ma serve soltanto a collegare il soggetto con la parte nominale del predicato). Se il libro interpreta¬†sono¬†come ausiliare fa una scelta molto strana, per quanto non sbagliata in assoluto.¬†Sono, infatti, potrebbe ben essere l’ausiliare di un verbo passivo, ma se cos√¨ fosse la frase avrebbe un significato molto innaturale: “Oggi vengo distrutto” o “Oggi mi si distrugge”. Chiaramente, quindi,¬†sono distrutto¬†√® predicato nominale e la frase significa “Oggi sono molto stanco”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

Quale complemento rappresenta il sintagma introdotto da in base a nella seguente frase?
“√ą necessario agire in base alle esigenze del volgo”.

L’analisi logica non permette di classificare con la stessa precisione tutti i sintagmi possibili, nonostante la tipologia sia ricca (secondo alcuni persino troppo ricca). Nel caso in questione, il complemento pi√Ļ vicino alla funzione sintattico-semantica svolta dal sintagma¬†in base alle esigenze¬†√® quello di causa, visto che si pu√≤ parafrasare il sintagma con ‘in modo che il nostro agire sia l’effetto di’.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio nato da questa conversazione:
Tizio: ¬ęHo una brutta notizia da darti?¬Ľ
Caio: ¬ęPerch√®? Ne hai anche (di) belle?
In questo caso il di è di troppo e quindi impossibile?

 

RISPOSTA:

Innanzitutto non sempre un sintagma di troppo √® impossibile. Nella lingua d’uso comune √® frequente l’inserimento nelle frasi di sintagmi superflui dal punto di vista sintattico, ma utili sul piano testuale o comunicativo (per esempio perch√© enfatizzano la partecipazione emotiva del parlante). In altri casi ancora il sintagma superfluo deriva dall’attrazione di un altro elemento della frase, ma rimane giustificabile perch√© non rende la frase ambigua e, anzi, la sua sottrazione rende la frase meno naturale. In questo caso il¬†di¬†√® superfluo per attrazione, perch√© serve a costruire un sintagma partitivo non necessario attratto dall’altro sintagma partitivo presente nella frase, costruito con¬†ne. La domanda, in altre parole, si pu√≤ parafrasare cos√¨: “Hai anche alcune tra le notizie tra quelle che sono belle?”, mentre √® sufficiente “Hai anche alcune tra le notizie che sono belle?” (ovvero “Ne hai anche belle?”). La domanda, pertanto, pu√≤ ben essere costruita come “Ne hai anche belle?”. L’inserimento di¬†di, per√≤, non danneggia in alcun modo la sintassi e, per la verit√†, si pu√≤ anche giustificare sul piano sintattico: in teoria, infatti, le notizie belle sono un sottogruppo delle notizie, per cui √® possibile indicare le notizie possedute dall’interlocutore come una parte delle notizie belle, che a loro volta sono una parte delle notizie.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

Quali frasi sono corrette?

1a. Chissà se esistano i fantasmi
1b. Chissà se esistono i fantasmi
Oppure:
2a. Alcuni mi chiedono se esistano i fantasmi
2b. Alcuni mi chiedono se esistono i fantasmi

Inoltre:
3a. Mi piace un sacco le persone
3b. Mi piacciono un sacco le persone

 

RISPOSTA:

Le frasi 1a, 1b, 2a e 2b sono tutte varianti ben formate. Si tratta di interrogative indirette che ammettono sia il congiuntivo sia l’indicativo. La soluzione con il congiuntivo √® pi√Ļ aderente alla grammatica standard ed √® preferibile in contesti di alta formalit√†; quella con l’indicativo invece √® meno formale, ma comunque corretta.
Fra 3a e 3b la variante corretta √® soltanto 3b. Il verbo piacere √® intransitivo e non pu√≤ reggere un complemento oggetto; una delle particolarit√† di questo verbo (le cui sfumature si possono approfondire qui) √® il soggetto, che solitamente si trova posposto al verbo e sembra comportarsi come un complemento oggetto. In questo caso, il soggetto √® le persone, quindi l’accordo grammaticale andr√† al plurale piacciono. La frase riscritta in altro modo sarebbe: “Le persone piacciono a me un sacco”. Aggiungo, come nota di chiusura, che un sacco, che qui equivale a ‘molto’, ha valore avverbiale ed √® tipico del linguaggio colloquiale.
Raphael Merida

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QUESITO:

A volte ho difficolt√† nel riconoscere se¬†uno¬†e¬†una¬†sono articoli indeterminativi o aggettivi. Per esempio nella frase: “Sono andato a Pisa per una visita”, in analisi logica¬†per una visita = complemento di fine pi√Ļ attributo, oppure una √® semplicemente articolo?

 

RISPOSTA:

In italiano √® possibile distinguere l’articolo indeterminativo dall’aggettivo numerale soltanto considerando il contesto della frase. Diversa la situazione di altre lingue, nelle quali le due parole hanno forme diverse; per esempio l’inglese, in cui un’espressione come¬†a ticket for an hour¬†suona molto bizzarra, perch√© significa ‘un biglietto per un’ora qualsiasi’, mentre del tutto normale √®¬†a ticket for one hour, cio√® ‘un biglietto per un’ora, valido per un’ora’.
Un modo molto pratico per accertarsi se¬†uno¬†sia da considerarsi articolo o numerale √® provare a parafrasarlo con¬†uno indeterminato¬†e con¬†uno solo. Se la parafrasi pi√Ļ calzante √® la prima saremo davanti a un articolo, se √® la seconda avremo un numerale. Nella sua frase¬†una visita¬†√® da intendersi probabilmente come ‘una visita indeterminata’, non come ‘una sola visita’, quindi¬†una¬†√® articolo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nell’espressione¬†spaziare da un argomento all’altro¬†che complemento √®¬†da un argomento?

 

RISPOSTA:

Complemento di origine.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúMi piacciono molto i romanzi, soprattutto quelli di avventura‚ÄĚ,¬†di avventura¬†√® un complemento di specificazione o di argomento?

 

RISPOSTA:

Entrambe le risposte sono giustificate. Volendo essere pignoli, possiamo osservare che un romanzo di avventura non ha come argomento l’avventura, ma racconta una storia avventurosa, ovvero caratterizzata da avventurosit√†. Propenderei, pertanto, per il complemento di specificazione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi aiutereste nell’analisi logica della seguente frase?
Non credo che mangiare questa pizza possa farti bene, ma decidi tu.

 

RISPOSTA:

L’analisi logica considera soltanto la frase semplice; la sua frase, pertanto, deve essere divisa in quattro parti, corrispondenti a quattro frasi semplici, per poter essere analizzata con questa procedura:¬†non credo¬†|¬†mangi questa pizza | ci√≤ non pu√≤ farti bene¬†| decidi tu. Nella prima frase il soggetto √®¬†io¬†e il predicato verbale √®¬†non credo; nella seconda frase il soggetto √®¬†tu, il predicato verbale √®¬†mangi, che regge il complemento oggetto con attributo¬†questa pizza; nella terza frase il soggetto √®¬†ci√≤, il predicato verbale √®¬†non pu√≤ fare bene¬†(considerando¬†fare bene¬†alla stregua di un’unit√† lessicale, equivalente a¬†giovare), che regge il complemento di termine (o di vantaggio)¬†ti; nella quarta frase il soggetto √®¬†tu¬†e il predicato verbale √®¬†decidi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Leggo che ‚Äúcui‚ÄĚ si accorda sia con il singolare che con il plurale, quindi vorrei chiedere se c‚Äô√® differenza tra le seguenti due frasi o se sono intercambiabili:

Vorrei persone con cui essere me stesso.

Vorrei persone con le quali essere me stesso.

 

RISPOSTA:

Le due forme sono sovrapponibili: cui, in questo caso, si riferisce solamente a persone, quindi non crea equivoci di numero o di genere grammaticale.
Raphael Merida

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedere quale sarebbe il verbo corretto da usare in questa frase:
“Il ricordo del tuo luminoso sorriso e del tuo buon cuore sar√†/saranno per sempre la nostra forza”.

 

RISPOSTA:

Il soggetto della frase √®¬†il ricordo, quindi il verbo va concordato alla terza persona singolare:¬†sar√†. Il verbo sarebbe al plurale se il soggetto fosse¬†il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore, per esempio se la frase fosse costruita cos√¨: “Il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore saranno per sempre la nostra forza”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non riesco a capire bene quale ausiliare usare con il verbo volare se non si è in presenza di un moto a luogo e da luogo. Come posso comportarmi in queste frasi?

1. Questo √® l¬īaereo su cui ho volato/sono volato.

2. Ho volato in Italia (qui inteso come stato in luogo).

3. Cosa ha volato/è volato in cielo?

4. Sono volato/ho volato (con il deltaplano).

5. L’uccellino ha volato/√® volato (ma non via).

6. I partecipanti sono volati/hanno volato sulla pista (inteso come stato in luogo).

Quanto al verbo vincere, esso regge la preposizione contro?

 

RISPOSTA:

Il verbo volare pu√≤ essere costruito con entrambi gli ausiliari quando si riferisce a persone (che possono volare grazie all‚Äôuso di mezzi di trasporto aerei o in significati figurati), di animali dotati di ali e di veicoli deputati al volo. In questi casi avere √® il pi√Ļ utilizzato, mentre √® preferibile utilizzare essere quando il verbo √® accompagnato da complementi di moto da luogo o a luogo, in quasi tutti i significati figurati e per le azioni in corso di svolgimento. Di conseguenza, negli esempi 1, 2, 4 e 5 sarebbe preferibile selezionare l‚Äôausiliare avere. Al contrario, richiedono¬†l‚Äôausiliare¬†essere l‚Äôesempio 3, in quanto qui il soggetto potrebbe essere un oggetto che si libra in volo sospinto dal vento o altre forze, e l’esempio 6, perch√© qui¬†volare √® usato con il significato figurato di ‘muoversi velocemente’ (lo stesso che si userebbe in frasi come “Sono volato, ma sono arrivato comunque tardi”).

Nell‚Äôesempio 5 la scelta dell‚Äôausiliare influisce sul significato della frase:¬†ha volato significa ‘√® riuscito a volare’;¬†√® volato,¬† preferibilmente seguito da un sintagma che indica il luogo (via,¬†lontano,¬†fuori dalla finestra…), significa ‘si √® spostato in volo’.

In quanto alla seconda domanda, il verbo vincere pu√≤ essere transitivo (vincere la partita), ma √® pi√Ļ spesso intransitivo (vincere a dadi, di due punti, con l’inganno). In entrambi i casi pu√≤ essere accompagnato da complementi indiretti che indicano l’avversario sconfitto e sono costruiti con¬†con¬†o contro. Quando √® transitivo, inoltre, l’avversario pu√≤ essere costruito come complemento oggetto:¬†vincere il nemico.

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato usare “proprio” al posto di “nostro” come nell‚Äôesempio che segue?
“E per colpa tua, mettiamo anche oggi in dubbio la propria conoscenza”.

 

RISPOSTA:

Proprio pu√≤ sostituire soltanto i possessivi di terza persona suo e loro. La frase proposta quindi non √® corretta perch√© propria non si riferisce a un soggetto di terza persona (“E per colpa tua, Mario anche oggi mette in dubbio le sue/proprie conoscenze”), ma a un soggetto di prima persona plurale: “E per colpa tua, (noi) mettiamo anche oggi in dubbio la nostra conoscenza”.
Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Pronome
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QUESITO:

Chiedo delucidazioni sull’uso dell’espressione proseguire gli studi.
Queste forme sono tutte corrette e alternative?
PROSEGUIRE GLI STUDI AL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI PRESSO IL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI NEL CORSO DI STUDI…

 

RISPOSTA:

La variante pi√Ļ naturale √®¬†nel corso di studi. Accanto a questa si pu√≤ usare¬†presso il;¬†presso, infatti, √® usato comunemente con il significato di ‚Äėin, dentro‚Äô, sebbene significhi propriamente ‚Äėvicino a‚Äô e sebbene l‚Äôuso con il significato di ‚Äėin‚Äô sia pi√Ļ adatto all‚Äôambito burocratico. La scelta pi√Ļ insolita sarebbe¬†al, visto che la preposizione¬†a _√® preferita per introdurre ambienti associati fortemente a specifiche esperienze (_a casa,¬†a scuola,¬†all‚Äôuniversit√†) oppure ambienti dai confini non facilmente determinabili (a Roma,¬†a Venezia, ma¬†in Italia). Possibile sarebbe anche riformulare la frase inserendo il verbo¬†iscriversi, per esempio cos√¨:¬†proseguire gli studi iscrivendosi al corso di¬†(o anche¬†nel corso). In questo caso la preposizione¬†a _(o _in) sarebbe richiesta direttamente dal verbo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sottoporvi un quesito (sperando sia in linea con il tipo di argomenti da voi trattati).
In navigazione si usa il termine ‘doppiare’ quando si vuole esprimere l’azione di superare/passare un capo con un’imbarcazione; ad esempio “doppiare Capo Horn in barca a vela √® pericoloso”.
Il mio dubbio riguarda l’origine della parola italiana: trovo anti-intuitiva la parola ‘doppiare’ che assomiglia (e derivare) da “doppio, due volte” in relazione all’azione che esprime (superare un capo), sopratutto se paragonata all’inglese dove si utilizza il verbo ‘round’ (round girare/passare attorno).

 

RISPOSTA:

Doppiare¬†‘oltrepassare, superare un ostacolo’ √® un tecnicismo marinaresco entrato in italiano in epoca rinascimentale come ampliamento semantico (o prestito semantico) del verbo¬†doppiare, gi√† esistente con il significato di ‘rendere qualcosa due volte maggiore, raddoppiare’. L’origine del prestito √® lo spagnolo¬†doblar, che all’epoca aveva gi√† il significato di ‘oltrepassare un ostacolo’. Spiegare perch√©¬†doblar¬†avesse sviluppato questo significato non √® facile: probabilmente dal significato del latino volgare¬†duplare¬†‘rendere doppio, raddoppiare’ si √® sviluppato il significato ‘piegare’ (perch√© quando si piega una linea si ottengono due segmenti distinti, quindi si raddoppia la linea). Questo significato, per√≤, pu√≤ essere riferito alla rotta necessaria per superare un ostacolo, ma non all’ostacolo stesso: √® la rotta, cio√®, che viene¬†doppiata¬†‘piegata’, non l’ostacolo. Per spiegare l’uso effettivo del verbo (doppiare un ostacolo, non¬†doppiare una rotta), quindi, dobbiamo ipotizzare un ulteriore slittamento semantico, da ‘piegare’ a ‘girare, aggirare’. I verbi¬†to round¬†(inglese) e¬†umschiffen¬†‘circumnavigare, navigare intorno’ (tedesco) conferma, del resto, che l’atto del superare un ostacolo piegando la rotta della nave √® comunemente definito come ‘girare, aggirare’.
A margine va detto che negli sport su pista il verbo¬†doppiare¬†√® usato come estensione del tecnicismo marinaresco, e infatti ha il significato di ‘superare, oltrepassare un concorrente’; non c’√® in questo significato alcun riferimento al ‘raddoppiamento’ (quando si doppia un concorrente non si raddoppiano i giri conclusi, ma semplicemente se ne aggiunge uno).
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Perch√© nella frase “Molti trovano che Steve Jobs sia stato un genio”,¬†un genio¬†√® complemento predicativo dell’oggetto? Lo capirei se ci fosse scritto “Molti ritengono Steve Jobs un genio”.
Riesco a fare l’analisi del periodo ma quando provo a fare l’analisi logica non mi ritrovo pi√Ļ:
Molti: sogg.
trovano: p. verbale
Steve Jobs: c. ogg.
che (il quale): sogg.
sia stato: copula
un genio: c. pred. del soggetto
Evidentemente così non va.

 

RISPOSTA:

L’analisi logica si applica alle frasi semplici. Nella frase da lei proposta, invece, ci sono due proposizioni legate da un rapporto di subordinazione. A causa di questo rapporto specifico, di tipo completivo, il soggetto della proposizione subordinata (Steve Jobs) √® nello stesso tempo il complemento oggetto “logico” del verbo della proposizione reggente, tanto che lei stesso ha riformulato la frase trasformando la subordinata oggettiva in un complemento oggetto seguito da un complemento predicativo dell’oggetto. La frase, insomma, non pu√≤ essere analizzata con gli strumenti dell’analisi logica senza incappare in questo dilemma.
Va sottolineato, per chiarezza, che nella frase “Molti trovano che Steve Jobs sia stato un genio”¬†che¬†non √® un pronome relativo (come √® indicato nella sua analisi, effettivamente impossibile), ma √® una congiunzione che introduce la proposizione oggettiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Desidero porre una domanda in merito a un tema molto discusso: quale tipo di concordanza usare. Ad esempio:

Mi serve un mucchio di oggetti.
Mi servono un mucchio di oggetti.

La prima frase presenta una concordanza di tipo grammaticale. La seconda frase di una concordanza ‚Äúa senso‚ÄĚ.
Ora sono quasi sicuro che per l’italiano formale si dovrebbe usare la concordanza grammaticale; tuttavia suona meglio a mio avviso la concordanza a senso. La concordanza grammaticale sembra quasi stonare.

 

RISPOSTA:

La concordanza grammaticale in questi casi pu√≤ sembrare ‚Äústonata‚ÄĚ rispetto alla concordanza a senso perch√© si scontra con la rappresentazione logica soggiacente (un mucchio di oggetti¬†=¬†molti oggetti). Tale rappresentazione √® talmente evidente che la concordanza a senso √® percepita come pi√Ļ naturale rispetto a quella rispettosa della regola dell’accordo tra il soggetto e il verbo. Per questo motivo essa √® considerata generalmente accettabile, tranne che in contesti scritti formali.
Per una spiegazione pi√Ļ dettagliata pu√≤ leggere¬†questa risposta¬†gi√† presente in archivio.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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QUESITO:

Nella frase “… a cui vorresti rivolgerti tu” il¬†tu¬†√® pleonastico o si pu√≤ considerare un rafforzativo?

 

RISPOSTA:

Non √® pleonastico: il soggetto pronominale ribadito a destra della frase serve a sottolineare che la volont√† di rivolgersi a quel qualcuno √® proprio del soggetto, non di altri. Questa sottolineatura pu√≤ essere utile per esempio se il parlante non condivide tale volont√†, oppure se vuole elogiarla, perch√© altri avrebbero manifestato una volont√† pi√Ļ comoda (ovviamente, dipende tutto dal contesto). L’esplicitazione del soggetto pronominale non sarebbe pleonastica neanche se questo fosse collocato prima del verbo: “… a cui tu vorresti rivolgerti”. In questo caso il pronome richiamerebbe al centro della discussione la responsabilit√† del soggetto nell’esprimere la volont√†, senza, per√≤, veicolare sfumature contrastive. Tali sfumature, per√≤, sarebbero veicolate anche con il soggetto preverbale, se la frase fosse pronnciata con un’enfasi intonativa sul pronome.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sottoporre un quesito in seguito a una breve discussione nata dalla diversa percezione dell’uso del passato remoto nella frase seguente:
¬ęIo comprai gli armadi luned√¨.¬Ľ
Mi è stato chiesto per quale motivo la gente di origini meridionali è così incline all’utilizzo del passato remoto quando bisogna descrivere un’azione collocata in un passato non lontano.
Questa domanda mi ha stupito, non tanto perché inaspettata, ma perché non notavo nessuna forma colloquiale in quella frase così comune. Riflettendoci qualche istante, ho risposto dicendo che non c’era niente di sintatticamente errato nella frase, che l’uso del passato remoto dipende dalle sensazioni che il parlante vuole trasmettere.
Mi è stato risposto che si tratta pur sempre di un avvenimento distante temporalmente soltanto quattro giorni, e non quattro anni.
Tornandoci a riflettere mi ritrovo sommerso di dubbi. In effetti quella frase cos√¨ ‚Äúnormale‚ÄĚ mi sembra problematica e mi chiedo:
1. se c‚Äô√® un passato pi√Ļ indicato per descrivere un fatto avvenuto pochi giorni prima.
2. Se è consigliabile, quando non esiste possibilità di fraintendimenti, non specificare il soggetto.
3. Dove √® meglio collocare il complimento di tempo in una frase. E nel caso di giorni della settimana se √® pi√Ļ opportuno affiancarli all‚Äôaggettivo¬†scorso¬†o aggiungere una preposizione:
¬ę(Io) comprai gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) ho comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ
¬ę(Io) avevo comprato gli armadi (di) luned√¨¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’italiano contemporaneo sta lentamente abbandonando il passato remoto in favore del passato prossimo. Questa semplificazione del sistema verbale dipende da ragioni morfologiche (il passato prossimo si forma in modo pi√Ļ regolare del passato remoto), ma soprattutto psicologiche. Il passato prossimo, infatti, √® il tempo della vicinanza psicologica, mentre il passato remoto √® quello della lontananza. Con¬†psicologico¬†si intende che, come dice lei, la distanza dell’evento dal presente dipende da come il parlante vuole rappresentare l’evento, ovvero dalla sua volont√† di lasciare intendere che l’evento ha prodotto effetti sul presente (in questo caso user√† il passato prossimo) o no (passato remoto). Come si pu√≤ intuire, nella comunicazione quotidiana gli eventi di cui si parla hanno quasi sempre rilevanza attuale, e da qui deriva la propensione per il passato prossimo, a prescindere dalla distanza temporale oggettiva. Per esempio, √® pi√Ļ comune una frase come “Ci siamo conosciuti 50 anni fa” piuttosto che “Ci conoscemmo 50 anni fa”. Si aggiunga che un evento avvenuto poco tempo prima ha un’alta probabilit√† di essere ancora attuale; nel suo caso, per esempio, lei avr√† probabilmente informato il suo interlocutore di aver acquistato gli armadi per ragioni legate alla sua situazione presente. L’acquisto, in altre parole, non √® stata un’azione senza conseguenze, ma ha provocato riflessi sul presente, che sono rilevanti nel discorso che il parlante sta facendo.
Quello che vale per l’italiano standard non sempre vale per l’italiano regionale, perch√© in questa variet√† l’italiano entra in contatto con il dialetto, con effetti di adattamento reciproco. Molti dialetti meridionali non hanno una forma verbale comparabile con il passato prossimo (si ricordi che tale forma √® un’innovazione del fiorentino, assente in latino), ma usano per descivere gli eventi passati eclusivamente il passato semplice (proprio come in latino), che √® comparabile con il passato remoto. Avviene, allora, che un parlante meridionale che usa l’italiano, ma √® influenzato dal modello soggiacente del proprio dialetto di provenienza, tenda a sovraestendere l’uso del passato remoto rispetto a quanto √® tipico dell’italiano standard (nonch√© degli italiani regionali di tutte quelle regioni in cui si parlano dialetti dotati di tempi composti per il passato). Questa tendenza si indebolisce quanto pi√Ļ il parlante ha una forte competenza in italiano standard, e quanto pi√Ļ si trova in una situazione di formalit√†. Pu√≤ capitare, quindi, che un parlante meridionale, anche colto, usi qualche passato remoto in pi√Ļ in contesti informali e, viceversa, che un parlante mediamente colto rifugga dal passato remoto, che percepisce come marcato regionalmente, in contesti formali.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la risposta √® s√¨: il soggetto pu√≤ essere omesso (e in alcuni casi √® obbligatorio ometterlo) se √® rappresentato da un pronome non focalizzato, cio√® non necessario per conferire alla frase una certa sfumatura. Per esempio, se comunicare chi ha comprato l’armadio non √® rilevante si potr√† dire “Ho comprato l’armadio”; se, invece, √® rilevante, per esempio per sottolineare che non √® stato qualcun altro a farlo, si dir√† “Io ho comprato l’armadio” (con enfasi intonativa su¬†io).
Per la terza domanda, la posizione del complemento di tempo dipende dal rilievo che si vuole dare a questa informazione: pi√Ļ l’informazione si sposta a destra della frase, pi√Ļ diviene saliente. Per esempio, in “Luned√¨ ho comprato i divani” l’informazione di quando √® avvenuto l’evento √® poco rilevante; in “Ho comprato i divani luned√¨”, al contrario, √® molto rilevante. Sulla questione della preposizione la rimando a¬†quest’altra risposta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale sarebbe la forma corretta?
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Un esempio sono Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Ne sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ
‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Esempi sono Milano e Roma‚ÄĚ

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette. I dubbi legati a questa frase riguardano da una parte la concordanza tra il soggetto e il verbo, dall’altra l’inserimento del pronome anaforico ne. Per quanto riguarda il primo dubbio, la regola richiede che il verbo di una frase concordi con il soggetto, ma nel caso in cui nella frase ci sia un predicato nominale con il nome del predicato rappresentato da un sintagma nominale o da un pronome di una persona diversa dal soggetto, la concordanza del verbo con il soggetto pu√≤ risultare, per quanto in astratto corretta, innaturale. La soluzione spesso adottata, allora, √® concordare il verbo essere¬†con il nome del predicato, come nella prima variante della frase da lei proposta. La stessa cosa succederebbe, per esempio, in una frase come “Il problema siete voi” (non *”Il problema √® voi”). Si noti che questa soluzione pu√≤ essere considerata a tutti gli effetti regolare, visto che il ruolo della parte nominale e quello del soggetto sono intercambiabili (“Un esempio sono Milano e Roma” pu√≤ essere riformulata come “Milano e Roma sono un esempio”). In alternativa, se la frase lo permette si pu√≤ far coincidere il numero del soggetto e quello della parte nominale, come nella terza variante della sua frase.
Per quanto riguarda l’inserimento di ne, √® una scelta possibile ma non necessaria: il pronome riprende come incapsulatore tutta la frase precedente, trasformando la frase in qualche modo in ‚ÄúLe citt√† presenti nel grafico sono molto popolate. Del fatto che le citt√† presenti nel grafico sono molto popolate¬†sono un esempio Milano e Roma‚ÄĚ. L’accostamento delle due frasi, per√≤, √® sufficiente a permettere al lettore di ricavare facilmente il collegamento logico; la coesione, pertanto, √® garantita anche senza il pronome.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei capire se siano corrette queste sequenze di pronomi:
Io o tu (o te) o Tu o io (o me)?
Io e tu (o te) o Tu e io (o me)?

RISPOSTA:

Io o tu e Tu o io sono in astratto le uniche sequenze corrette quando i due pronomi fungono da soggetto. In realt√† la variante io o te √® ammissibile (sebbene meno formale), e persino preferita dai parlanti, perch√© la forma del pronome oggetto √® sfruttata per segnalare che il secondo soggetto √® focalizzato (io o TE). Pi√Ļ discutibile la variante tu o me, per la quale vale la stessa considerazione fatta per io o te, ma che risulta essere meno favorita dai parlanti.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non ho ben capito se il verbo interessare regge il complemento oggetto o il complemento di termine. Ad esempio nella frase ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ, ¬ęmi¬Ľ che complemento √®?

Quanto all’uso di anch’io/neanch’io, vanno bene queste frasi?

¬ęNon vado al cinema¬Ľ. ¬ęAnch¬īio non vado¬Ľ / ¬ęNeanch¬īio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Interessare pu√≤ essere usato sia transitivamente (cio√® col complemento oggetto: interessare qualcuno), sia intransitivamente (cio√® col complemento di termine: interessare a qualcuno). Nonostante le sottili differenze semantiche rilevate dai vocabolari (interessare + compl. oggetto ha un valore meno intenso, e pu√≤ significare sia ‚Äėincuriosire‚Äô sia ‚Äėriguardare‚Äô: ¬ęl‚Äôesenzione interessa soltanto i maggiori di 60 anni¬Ľ; interessare + compl. di termine significa ‚Äėavere a cuore‚Äô: ¬ęa Laura interessava molto Raphael¬Ľ), i due usi sono spesso intercambiabili, anche se la costruzione con il complemento di termine (cio√® di interessare come verbo intransitivo) √® molto pi√Ļ frequente. Per cui una frase come ¬ęMi interessa questo libro¬Ľ pu√≤ valere sia ‚Äėinteressa me‚Äô, sia, pi√Ļ probabilmente ‚Äėinteressa a me‚Äô, tanto pi√Ļ se il complemento √® espresso dal pronome clitico mi, ti ecc., che ha la medesima forma all‚Äôaccusativo e al dativo. La costruzione transitiva, a differenza di quella intransitiva, pu√≤ essere usata anche in riferimento alle cose: ¬ęl‚Äôinterruzione interessa la strada statale 113¬Ľ (e non *alla strada).

Anche non non √® corretto in italiano. Con la negazione anche si trasforma in neanche, neppure o nemmeno: ¬ęNeanch‚Äôio¬Ľ / ¬ęNeanche io varo al cinema¬Ľ / ¬ęNon vado al cinema neanche io¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Mi chiedevo se tutte e 3 le espressioni possano essere considerate corrette:

Si accoglie il paziente X, SU SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO LA SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le espressioni sono corrette, ma la prima (su segnalazione) √® la variante pi√Ļ attestata. La preposizione su introduce una determinazione di modo; espressioni come su segnalazione, su indicazione, su richiesta ecc. possono essere parafrasate come attraverso la segnalazione, in seguito alla segnalazione, dopo la richiesta. La mancanza dell‚Äôarticolo nella sequenza preposizione + nome indica quasi sempre la cristallizzazione di un‚Äôespressione (su segnalazione, prendere per buono ‚Äėaccettare come vero‚Äô, a scuola ecc.). Diversamente da su (in cui la presenza dell‚Äôarticolo cambierebbe il senso della frase: sulla segnalazione di‚Ķ), nella locuzione sotto (la) segnalazione √® possibile aggiungere o no l‚Äôarticolo senza che il significato cambi; in questa espressione, quindi, il processo di cristallizzazione √® in corso. La preposizione impropria sotto si comporta allo stesso modo di su in altre espressioni, come sotto cauzione (“√ą stato liberato sotto cauzione‚ÄĚ), sotto commissione (‚ÄúHa eseguito il lavoro sotto commissione‚ÄĚ), o quando assume il significato di ‚Äėcondizione di debolezza dovuta a fattori esterni‚Äô, come nelle formule sotto accusa, sotto pressione ‚Äėcostretto a un‚Äôattivit√† impegnativa e costante‚Äô ecc.

Per completezza va ricordato che oltre a su e sotto anche la preposizione impropria dietro pu√≤ essere usata per formare espressioni equivalenti (dietro richiesta,¬†dietro segnalazione¬†ecc.). Quest’ultima preposizione √®¬†marcata da alcuni vocabolari contemporanei come appartenente all‚Äôuso burocratico.

Raphael Merida

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QUESITO:

‚ÄúLe ricordo che, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ

Vorrei sapere se il periodo √® sintatticamente corretto, oppure se sarebbe preferibile evitare di “spezzare” la proposizione principale con una subordinata (in questo caso, “qualora ci fosse…”).

 

RISPOSTA:

La frase è ben costruita e l’inciso, segnalato opportunamente dalle due virgole, non crea problemi alla comprensione del messaggio. Tuttavia, il testo, che sembra di natura amministrativa, può essere semplificato:

  1. spostando l‚Äôinciso all‚Äôinizio o alla fine del periodo, in modo tale da non spezzare la proposizione principale (‚ÄúQualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ / ‚ÄúLe ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici, qualora ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale‚ÄĚ);
  2. sostituendo la congiunzione composta qualora con quella semplice se (‚ÄúSe ci fosse bisogno di contattarci in tempo reale, le ricordo che al momento della sottoscrizione del modulo le abbiamo indicato i nostri recapiti telefonici.‚ÄĚ);
  3. riducendo le informazioni non necessarie o ridondanti (in tempo reale non si presta bene a designare un servizio telefonico; semmai, potrebbe essere attribuito a un servizio di messaggistica istantanea).

Raphael Merida

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QUESITO:

√ą corretta questa frase?

‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che coloro che anche ultimissimi¬†saranno premiati‚ÄĚ.

Il senso è che anche gli ultimi arrivati in una gara porteranno a casa qualcosa.

 

RISPOSTA:

La frase non è corretta dal punto di vista sintattico e necessita di essere riscritta. Suggerirei alcune riscritture semplificate:

  1. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che anche gli ultimissimi saranno premiati‚ÄĚ;
  2. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu che saranno premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ;
  3. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu coloro che saranno arrivati anche ultimissimi premiati‚ÄĚ;
  4. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati coloro che saranno arrivati anche ultimissimi‚ÄĚ;
  5. ‚ÄúSta‚Äô tranquillo: vedrai anche tu premiati anche coloro che saranno arrivati ultimissimi‚ÄĚ.

Raphael Merida

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QUESITO:

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli incondizionati di quando era giovane.”

Vi chiedo se √® corretto l’uso dell’aggettivo (in questo caso “incondizionati”) dopo il dimostrativo “quelli”, che, in tale costruzione, se non vado errata assume la funzione di pronome.

Vi chiedo infine se sia possibile, per ottenere particolari effetti retorici, isolare l’aggettivo tra due virgole, creando cos√¨ un inciso:

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli, incondizionati, di quando era giovane.”

“Era uno slancio limitato, che non era collegato a quelli incondizionati di quando era giovane.”

 

RISPOSTA:

La frase √® corretta. Il referente slancio √® singolare ma pu√≤ capitare che un elemento anaforico (in questo caso il pronome quelli) rimandi a un referente con il quale non √® grammaticalmente in accordo, senza che questo si configuri come un errore. L‚Äôaggettivo incondizionati deve accordarsi, naturalmente, con il pronome cui si riferisce, cio√® quelli. Inoltre, l‚Äôaggettivo isolato tra due virgole crea una doppia focalizzazione nella sequenza narrativa. Dei due fuochi (‚Äúquelli‚ÄĚ e ‚Äúincondizionati‚ÄĚ) il pi√Ļ marcato √® il secondo grazie all‚Äôeffetto dell‚Äôisolamento e del lavoro inferenziale a cui questo invita il lettore (gli slanci di una volta non erano semplici slanci; erano incondizionati).

Raphael Merida

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QUESITO:

In frasi come la seguente, il valore del costrutto mi sembra temporale o causale:

 

  1. Alla mia vista, è rimasto sorpreso = quando mi ha visto è rimasto sorpreso.

 

Nelle seguenti frasi mi sembra pi√Ļ vicino ad un complemento di luogo che temporale o causale:

  1. √ą davvero piacevole alla vista.
  2. Si trova tutto alla tua vista = si trova tutto davanti a te.
  3. √ą stato messo pi√Ļ alla vista di qualsiasi altra cosa.

 

Nella 4. si potrebbe utilizzare anche “in vista”, che infatti suona (quantomeno a me) pi√Ļ naturale.

In ogni caso, è un ragionamento corretto il mio o ci sono delle falle evidenti?

 

 

RISPOSTA:

  1. Alla vista assume un valore temporale-causale, perfettamente traducibile come ha fatto lei (‚Äúquando mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ, oppure ‚Äúa causa del fatto che mi ha visto, √® rimasto sorpreso‚ÄĚ).
  2. Si tratta di un complemento di vantaggio (‚Äú√® piacevole [a vantaggio di che cosa?] alla vista‚ÄĚ).
  3. Indica un complemento di stato in luogo (“si trova tutto [dove?] alla tua vista).
  4. Alla vista coincide con la locuzione in vista; tuttavia, riformulerei la frase 4 cambiando il verbo mettere, che richiama alla mente la locuzione cristallizzata mettere in (bella) vista ‚Äėesporre qualcosa alla vista di tutti‚Äô. Sostituendo il verbo mettere con esporre possiamo scrivere la seguente frase senza alcuna ambiguit√† nell‚Äôuso delle locuzioni alla vista/in vista: ‚Äú√ą stato esposto alla vista pi√Ļ di qualsiasi altra cosa‚ÄĚ.

L‚Äôultima frase, in cui alla vista o in vista rappresenterebbe comunque un complemento di stato in luogo, evidenzia bene un concetto gi√† espresso pi√Ļ volte in molte risposte di DICO (pu√≤ cercare le varie risposte scrivendo la parola chiave complementi): per comprendere le strutture sintattiche e lessicali di una lingua, alle volte, non √® necessario applicare acriticamente la tassonomia dei complementi a tutti i sintagmi della frase, ma occorre proporre diversi tipi di analisi che tengano conto dei parametri sintattici e semantici della frase.

Raphael Merida

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QUESITO:

Ho un dubbio sull‚Äôuso della virgola. Sono abituata a scrivere frasi del tipo ‚Äúvi comunico, con grande piacere, che oggi pomeriggio‚Ķ‚ÄĚ. √ą corretto mettere ‚Äúcon grande piacere‚ÄĚ tra le virgole? Io lo considero un inciso.

RISPOSTA:

Nel suo esempio le virgole sono corrette, cos√¨ come sarebbe corretta la variante senza virgole. La scelta di separare dal nucleo della frase un complemento con funzione di espansione (con grande piacere, in questo caso) √® arbitraria. Sarebbe indispensabile, invece, se l‚Äôinciso fosse composto da una subordinata che precede la proposizione principale: ¬ęManifestando il mio grande piacere, vi comunico che‚Ķ¬Ľ.

Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Potreste indicarmi quale delle due versioni che seguono sia pi√Ļ corretta?

  1. Mi ha chiamato o mi ha chiamata (se donna);
  2. Ci hai inibito o ci hai inibiti?

 

RISPOSTA:

Tutte le varianti sono corrette. In casi come questi, cio√® quando le particelle pronominali ricoprono la funzione di complemento oggetto e si trovano prima del verbo, √® possibile scegliere liberamente l‚Äôaccordo sia per il genere (anche se il pronome indica una persona di sesso femminile), sia per il numero. Questa libert√† non vale per i pronomi di terza persona singolare e plurale per i quali l‚Äôaccordo di genere e numero del participio con l‚Äôoggetto √® obbligatorio: ¬ęLi ho visti¬Ľ (e non *li ho visto); ¬ęl(a) ho mangiata¬Ľ (e non *l(a) ho mangiato).

Raphael Merida

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QUESITO:

La frase di partenza viene da Moravia:

(1) ‚ÄúGli avevano fatto credere ad una tresca di Lisa‚Ķ.‚ÄĚ.

Volevo confermare che in questa frase non possiamo dire: ‚ÄúGli ci avevano fatto credere‚ÄĚ (ci = ad una tresca) perch√© gli ci non √® permesso nella grammatica italiana, giusto? Ma si sente:

(1a) Gli ci vuole molto tempo (gli = ‚Äėa lui‚Äô).

 

Gli ci vuole molto tempo è una forma colloquiale? Potrebbe darmi altri esempi in cui gli ci viene usato?

 

(2) Ammaniti nel libro Ti prendo e ti porto via scrive:

‚ÄúMi ci faceva credere‚ÄĚ.

Per me, il pronome mi ha valore di ‚Äúa me‚ÄĚ.¬† Di nuovo, volevo capire se questo uso della lingua √® soltanto colloquiale dato che la grammatica non indica la combinazione di un pronome indiretto con ci.

 

RISPOSTA:

Nella frase di Moravia non avrebbe senso inserire ci. Esistono frasi come 1a che sono del tutto legittime e riconosciute dalla grammatica italiana. In questo caso, volerci, che significa ‘essere necessario’, rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso ci) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo aggiungendo una sfumatura di partecipazione emotiva. La presenza di gli ci fa capire, nel suo esempio, che ci si riferisce a una terza persona, ma nulla vieta che ci si riferisca ad altre: ‚ÄúGli/Ti/Mi ci √® voluta una settimana‚ÄĚ.

L’esempio tratto da Ammaniti, pur un po’ forzato, è possibile; si tratta, in questo caso, di una struttura colloquiale, presente soprattutto nel parlato, dove ci si riferisce a ciò che è stata detto prima.

Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementare.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Su varie grammatiche, incluso Treccani, si legge che tra avverbi interrogativi (interrogativa diretta) e verbo è impossibile frapporre un elemento, che sia soggetto o qualsiasi altro elemento:

1)Quando marco arriverà a destinazione?*

2)Dove oggi andrai?*

Se si parla di congiunzione interrogativa, e di conseguenza di interrogative indirette

è possibile la frapposizione solo del soggetto:

3)Non so quando Marco arriverà.

4)Non so dove oggi andrà a fare shopping.*

Tutte queste regole e regolette, per√≤, non valgono con “Perch√©”, usato sia come avverbio interrogativo che come congiunzione interrogativa; infatti con “perch√©” √® possibile sia frapporre complementi (“Qui”, “con me” ecc…) sia soggetti (“Lui”, “Marco”), anche insieme, volendo, come nelle frasi 5 e 6.

Tutto questo sia nelle interrogative dirette o indirette che siano, per esempio:

5)Perch√© Marco all’estero si trova male?

6)Non so Marco all’estero si trovi cos√¨ male.

Credo e spero che da 1 a 6 lei possa concordare con me.

Ci sono però dei casi, che non so per idiomaticità o meno, ma contravvengono a ciò che ho detto da 1 a 6, cioè:

a)Ricordo quando da bambino giocavo al parco con gli amichetti.

b)Non ho mai saputo quando da bambino hai avuto la prima fidanzatina.

c)Quanto la fortuna potrà incidere sul risultato?

Le frasi “a” e “b” sono dello stesso tipo della frase 4, mentre la frase “c” mi sembra dello stesso tipo della frase “1”.

Seguendo la (mia) logica, a meno che non abbia fatto un discorso errato dall’inizio alla fine, le tre frasi in questione sono scorrette, eppure le ho sentite spesso, anche con una certa frequenza; infatti anche a me √® capitato di dirle in svariate occasioni, poich√© al mio orecchio suonano particolarmente idiomatiche e non vi ravviso nessuna stonatura.

Qual è quindi la verità?

 

RISPOSTA:

Da assiduo navigatore di DICO, sa bene che la grammatica e la linguistica non si valutano in base alla verit√† (ammesso che si sappia cosa sia, la verit√†…), bens√¨ ad altre categorie, quali la frequenza, l‚Äôaccettabilit√†, la variabilit√† ecc. Ci√≤ premesso, non √® affatto vero che gli interrogativi non ammettano elementi tra s√© e il verbo, e, tra i miliardi di frasi possibili, basterebbe questa: ¬ęPerch√© Marco non arriva?¬Ľ. Quindi, non soltanto concordo con lei, ma le confermo che nessuna delle frasi da lei citate (a, b, c) √® sbagliata, e non perch√© siano idiomatiche (e infatti non lo sono), ma perch√© la mobilit√† dei costituenti consente queste e altre modificazioni dell‚Äôordine cosiddetto diretto. Neppure le altre frasi da lei citate sono scorrette n√© agrammaticali, tranne la 2: ¬ę*Dove oggi andrai?¬Ľ, che per√≤ diventa quasi accettabile se al verbo si aggiunge un altro elemento: ¬ęDove, oggi, andrai a fare la spesa?¬Ľ (non naturalissima, ma possibile).

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Tante di cose” o “tante di persone”, come dice Lei, sono agrammaticali, ma in caso di ripresa nominale, cio√® col “ne” come ripresa pronominale in aggiunta al “di” partitivo (“Ne vede tante di cose/persone”), sarebbero legittime.

Se non si vuole utilizzare il pronome di ripresa “ne” allora bisognerebbe modificare il nome “cose”:

“Ogni giorno vede tante di queste cose/persone”.

Secondo lei, se cambiassimo ”vede tante di cose/persone” in “Vede tante di cose/persone interessanti” cambierebbe qualcosa o si resterebbe nell’agrammaticalit√†?

 

RISPOSTA:

Secondo me s√¨, sarebbe agrammaticale; accettabile, forse, soltanto in uno stile molto informale. L‚Äôindefinito tanto pu√≤ reggere il partitivo, ma in contesti in cui sia chiara la ripartizione di un sottogruppo: ¬ętanti dei miei amici non sono laureati¬Ľ, oppure: ¬ęvedo qui presenti tante delle persone che ho conosciuto al corso di francese¬Ľ o simili. Invece, nel suo esempio (¬ęvede tante di persone interessanti¬Ľ) non c‚Äô√® questa ripartizione, perch√© ¬ętante persone¬Ľ indica genericamente un numero elevato di persone e non un sottogruppo nell‚Äôambito di un gruppo pi√Ļ ampio o di una totalit√†.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Sono molto comuni costruzione col “di” partitivo nelle quali manca un soggetto/oggetto perch√© sottinteso:

  1. a) Ce ne sono (tante) di cose!
  2. b) Ne ha fatte (tante) di cose!

Costruzioni analoghe sono quelle seguite da un modificatore nominale:

  1. c) Direi che (di persone) ce ne sono (tante) che non vanno mai al cinema.
  2. d) Di situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori.
  3. e) Nella vita di cose ne vedrai (tante) di belle e di brutte.

Nella frase “e” il modificatore del sintagma nominale sottinteso (“tante) √® preceduto dalla preposizione “di”, ma a differenza della frase “d”, dove il modificatore nominale √® un vero e proprio sintagma preposizionale, qui abbiamo un aggettivo che fa modificatore nominale, aggettivo che di norma non √® preceduto da nessuna preposizione, tranne in questi specifici casi.

Quello che mi chiedo è:

Se rendessimo esplicito il sintagma nominale “tante”, l’aggettivo richiederebbe lo stesso quel “di” o perlomeno sarebbe facoltativa la scelta di inserirlo o meno?

  1. f) Nella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte. A me non convince proprio quel “di” in quest’ultima frase , anzi lo casserei proprio, poich√© al mio orecchio suona malissimo, ma a rigor di logica forse √® corretto?

 

RISPOSTA:

La ragione della presenza del sintagma preposizionale introdotto da di √® dovuto al fatto che il clitico ne pronominalizza un sintagma preposizionale introdotto da di. Tant‚Äô√® vero che senza ne il di cade: ¬ęci sono tante cose/persone¬Ľ, ¬ęha fatto tante cose¬Ľ, ¬ęci sono tante persone che non vanno al cinema¬Ľ ecc.

In ¬ęDi situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori¬Ľ, ¬ędi tutti i colori¬Ľ √® un‚Äôespressione idiomatica ammissibile soltanto se introdotta da di, tant‚Äô√® vero che il di rimane anche senza ne: ¬ęho vissuto (tante) situazioni (simili) (che erano) di tutti i colori¬Ľ.

In ¬ęNella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte¬Ľ, come giustamente dice lei, il secondo (e il terzo) di √® di troppo (e dunque da evitare), perch√©, per via del clitico ne, serve il sintagma preposizionale ¬ędi cose¬Ľ, mentre belle e brutte sono aggettivi che, come tali, si collegano al nome (cose) senza preposizione. Esattamente come ¬ęvedrai cose belle e brutte¬Ľ. A meno che non siano aggettivi sostantivati (cio√® con cose sottinteso): ¬ęNella vita ne vedrai (tante) di belle e di brutte¬Ľ. Meno bene ¬ęNella vita ne vedrai (tante) belle e brutte¬Ľ. Del resto, l‚Äôespressione idiomatica √® ¬ęvederne delle belle¬Ľ, non certo *¬ęvederne belle¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

In questi giorni mi sono imbattuto in questa frase: ¬ęIl suo passatempo consiste nel coltivare i fiori¬Ľ. Mi chiedo cosa sia ¬ęconsiste nel coltivare i fiori¬Ľ in analisi del periodo.

 

RISPOSTA:

Il suo passatempo consiste: principale

nel coltivare i fiori: subordinata completiva (soggettiva) implicita.

Sebbene l’infinito sia sostantivato (nel coltivare), esso viene comunque analizzato come proposizione.

Sebbene la proposizione si comporti non come soggetto, bens√¨ come parte nominale di un predicato nominale (consiste nel = essere: il passatempo √® coltivare…), essa √® comunque analizzabile come completiva soggettiva.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“√ą arrivato il momento che il proprietario venga a ritirare la macchina”. La frase √® corretta o si dovrebbe scrivere con in cui?
“√ą arrivato il momento in cui il proprietario venga a ritirare la macchina”.
Perché mi suona meglio la prima?

 

RISPOSTA:

Subordinate come quella da lei presentata si collocano a met√† strada tra le relative, le temporali e le soggettive. Se la consideriamo una relativa dobbiamo costuirla con in cui, perch√© un evento succede in un momento; se la consideriamo temporale la costruiremo con quando; se la consideriamo soggettiva useremo la congiunzione che (in questo caso √® il momento che viene assimilato a √® il caso che o simili). I parlanti sfavoriscono decisamente l’opzione temporale e oscillano tra la relativa e la soggettiva, per via della somiglianza tra le due costruzioni (non a caso il che usato in casi come questi rientra nella casistica del cosiddetto che polivalente), preferendo, di solito, la seconda. Quest’ultima √® da considerarsi del tutto regolare e utilizzabile in ogni contesto. A conferma della vicinanza di questa subordinata alle soggettive, se il soggetto della subordinata √® impersonale essa si costruisce con di + infinito, proprio come le soggettive: “√ą arrivato il momento di andare”. Va detto, per√≤, che la costruzione relativa diviene preferibile se il momento non √® all’interno di un costrutto presentativo, per esempio “Nel momento stesso in cui l’ho visto ho provato una forte emozione”. In questo caso la costruzione con che¬†√® percepita come pi√Ļ trascurata.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

1a) Cosa è bastato a fargli cambiare idea?

1b) A fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico.

2a) Cosa è bastato per fargli cambiare idea?

2b) Per fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico.

Sono sicuro della correttezza grammaticale di 2a e 2b, mentre non saprei esprimermi sulla correttezza grammaticale di 1a e 1b?

Ho consultato vari dizionari, ma non ho trovato esempi di quello che intendo: Se all’interno della frase il complemento di fine (introdotto da “a”) √® focalizzato/marcato(su cui cade la tonica), allora so per certo che tale preposizione si pu√≤ utilizzare:

-Questo a cosa è bastato?

-Questo è bastato a chiarire.

Se invece √® il soggetto quello ad essere focalizzato/marcato (ovvero sempre l’elemento su cui cade la tonica), allora su ci√≤ non ho trovato esempi:

-Cosa è bastato a fargli cambiare idea?(???)

-A fargli cambiare idea è bastato qualche esempio pratico(???)

Lei cosa ne pensa?

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi sono corrette. Non si tratta in nessuna di complemento di fine, né di soggetto, bensì di proposizioni subordinate finali. Inoltre, se la finale è anteposta alla reggente non è focalizzata, bensì topicalizzata, cioè in funzione di topic.

Diverso il caso di ¬ęQuesto a cosa √® bastato?¬Ľ, in cui il pronome interrogativo ¬ęa cosa¬Ľ ha in effetti funzione di complemento di fine ed √® sicuramente pi√Ļ comune di ¬ęper¬Ľ (che comunque non sarebbe scorretto), in dipendenza da bastare. Tuttavia, nella frase successiva, in cui il complemento di fine diventa invece una subordinata finale, a e per sono intercambiabili: ¬ęCosa √® bastato a/per fagli cambiare idea?¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1) Lo fai pentire delle sue azioni.

2) Lo fai pentirsi delle sue azioni

3) Lo lasci pentire delle sue azioni.

4) Lo lasci pentirsi delle sue azioni.

Per quanto mi riguarda, penso che con “fare” sia sbagliata l’inserzione del pronome riflessivo “si”, nonostante il verbo sia intransitivo pronominale e lo richiede.

Per quanto riguarda il verbo “lasciare” credo che si possa utilizzare il riflessivo, o almeno l’ho sempre fatto, ma non so se sia necessario al 100%.

Quindi significa che per me sono corrette la prima e la quarta, la terza potrebbe forse essere corretta, infine c’√® la seconda che √® errata.

Non ho i mezzi per stabilirlo, quindi chiedo a lei.

Magari saprebbe dirmi se ci sono delle regole e ragioni grammaticali ben precise in merito, con cui si può stabilire la correttezza o la non correttezza delle quattro frasi?

 

RISPOSTA:

Come si legge nella Grande grammatica italiana di consultazione, di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino, 1991, vol. 2, p. 509, ¬ęI verbi riflessivi appaiono nella costruzione fattitiva senza il clitico riflessivo¬Ľ, pertanto le sole frasi corrette sono la 1 e la 3. In altri termini, quanto il verbo fattitivo o causativo (fare, lasciare) determina lo spostamento del soggetto della subordinata infinitiva, ingloba in s√© anche il clitico riflessivo, che invece deve essere espresso se lo spostamento del soggetto (e l‚Äôinfinitiva) manca, cio√®: ¬ęFai (o lasci) che si penta delle sue azioni¬Ľ. Lo stesso vale per soggetto/oggetto espresso in forma piena: ¬ęFai/lasci pentire (e non pentirsi) Marco delle sue azioni¬Ľ, ma ¬ęfai/lasci che Marco si penta (e non penta) delle sue azioni.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

Vi chiedo un consulto su questo esercizio: “Distingui gli aggettivi pronominali e i pronomi precisandone la funzione sintattica”.

“Te lo ricordo per l’ennesima volta, qui non c’√® niente di utile al tuo obiettivo”.

Te = pron. personale tonico, compl. termine
Lo = pron. personale atono, compl. ogg.
C’√® = questo non capisco cosa sia…
Niente = pron. indefinito, sogg.
Tuo = agg. possessivo, compl. fine.

L’analisi va bene, tranne che per due punti. 1. Il pronome te √® atono, non tonico: non bisogna confondere te tonico (come nella frase “Dico a te”) da te atono, variante formale di ti, come in questa frase, o come in “Dovevi proprio portartelo?”. 2. Tuo √® attributo, non complemento di fine (il complemento √® al tuo obiettivo).
Per quanto riguarda c’√®, si tratta di un’espressione formata da ci¬†+ √®. Ci pu√≤ essere un pronome personale atono di prima persona plurale (in frasi come “Ci fai un favore?”) e un pronome dimostrativo (in frasi come “Non ci pensare”); nell’espressione formata con il verbo essere, invece, equivale a l√¨ oppure qui¬†(a seconda dei contesti), quindi √® considerato generalmente un avverbio di luogo (anche se ci sarebbero ragioni per considerarlo un pronome). Dal punto di vista sintattico pu√≤ essere analizzato come complemento di stato in luogo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La ringrazio per aver chiarito il mio dubbio sulla questione delle proposizioni causali/finali.

Lei ha per√≤ sollevato la questione del tema del controllo, su cui non avevo mai fatto pi√Ļ di tanto caso.

Nella frase “spero di redimermi” vi √® una oggettiva implicita, che si lega al verbo sperare, il cui soggetto √® “controllato” dal soggetto della reggente.

Ci sono casi in cui, per√≤, la subordinata implicita pi√Ļ che essere legata direttamente al verbo, fa da modificatore di un sintagma nominale, quest’ultimo legato direttamente al verbo:

  1. a) Non dimenticherò mai il fatto di essere sempre stato leale con tutti voi.
  2. b) Pensavo che questa fosse l’occasione per potermi pentire.

Queste due frasi sono molto idiomatiche, ma da un punto di vista puramente grammaticale (sempre riallacciandoci alla questione che la subordinata implicita non ha un contatto diretto col soggetto della reggente, ma piuttosto tale subordinata è parte del sintagma nominale) possono essere viste come corrette?

In queste due frasi, può effettivamente il soggetto della reggente (io) essere il controllore della subordinata implicita?

C’√® poi un ulteriore costrutto grammaticale, a mio modo di vedere molto idiomatico e utilizzato:

  1. c) Questa è la vostra occasione di/per accorgervi delle qualità di questo giocatore, molto spesso sottovalutate.

In questa frase, abbiamo nuovamente una subordinata implicita (introdotta da “per” o “di”) e che si lega al sintagma nominale, come nei due casi precedenti.

La vera differenza la fa lo stesso sintagma nominale, che è il soggetto grammaticale della reggente.

Quindi ci sarebbe da chiedersi: Perch√© si lega il soggetto della implicita alla seconda plurale “voi”?

Forse l’aggettivo “vostro” controlla il soggetto della subordinata implicita? Secondo lei, potremmo quindi vedere tale aggettivo come soggetto logico della reggente? Il soggetto logico, secondo le grammatiche, pu√≤ controllare il soggetto della subordinata implicita, in quanto √® colui che materialmente fa qualcosa:

“Mi sembra di aver capito”.

“Mi” equivale a “io”, che sarebbe riformulabile in tal modo:

“Io penso di aver capito”.

Cosa ne pensa lei di questi particolari casi?

 

RISPOSTA:

Certamente le frasi da lei riportate sono corrette (e non sono idiomatiche, né colloquiali, ma del tutto normali in qualunque registro dell’italiano standard). Anche quando le subordinate espandono un sintagma nominale, cioè dipendono da un nome, un aggettivo o un pronome anziché da un verbo (e troverà numerosi esempi di questo sempre nella solita Grande grammatica italiana di consultazione), il soggetto è controllato da un elemento della reggente. Nelle prime due frasi da lei citate, infatti, il soggetto della subordinata è controllato dal soggetto della reggente (io).

Molto giusta la sua intuizione sulle altre frasi: il soggetto della subordinata può essere controllato anche da altri elementi della reggente, ivi compreso un soggetto logico, a senso, generico ecc.:

  1. c) ¬ęQuesta √® la vostra occasione di/per accorgervi delle qualit√† di questo giocatore¬Ľ: il controllore √® sicuramente vostra.
  2. d) ¬ęMi sembra di aver capito¬Ľ: il controllore √® mi (cio√® il benefattivo o esperiente, chi prova una determinata esperienza, ovvero il soggetto logico, in questo caso).

Ma ci possono essere anche casi pi√Ļ complessi sintatticamente, per esempio:

¬ęTi ho dato la scusa per/di andartene¬Ľ: il soggetto della subordinata (tu) √® controllato dal complemento di termine della reggente (ti).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Stavo pensando a qualche frase:

1) Lo ringrazio per avermi aiutato

2) Lo rispetto per avermi aiutato

3) Questo lo dico al di là del rispetto che io ho per lui per avermi aiutato.

Partiamo dalle prime 2:

Qui abbiamo una proposizione causale, il cui soggetto rimanda all’oggetto diretta della reggente.

Ora, esistono numerosi verbi che si comportano in questo modo, ma che solitamente reggono la preposizione di, (come anche lo stesso verbo “ringraziare”), per esempio:

– lo supplico di andarsene (finale).

– ti ringrazio di avermi dato ascolto (causale).

Quella di far concordare oggetto diretto della reggente e soggetto della finale o causale introdotta da “per” pu√≤ ritenersi un grossolano errore, se non un colloquialismo, in quanto sarebbe meglio una proposizione esplicita come “perch√©, “poich√©”, “affinch√©” ecc…?

La terza frase √® quella che mi desta pi√Ļ dubbi, in quanto non c’√® un oggetto diretto (lui) che possa concordare col soggetto della proposizione implicita causale, ma il soggetto della causale sembra comunque essere lo stesso del pronome del sintagma preposizionale “per lui”.

Forse, √® proprio a causa di quel “per” che il tutto mi suona scorretto, forse cambierebbe qualcosa se in questa frase dicessimo “di lui” al posto di “per lui”.

Rimetto a lei l’ultima parola, quella che possa far luce sull’intrigo.

 

RISPOSTA:

Come gi√† osservato in altre risposte, il tema del ‚Äúcontrollo‚ÄĚ (come si definisce in sintassi, o se preferisce dell‚Äôidentit√† del soggetto con altro elemento della frase) del soggetto delle subordinate implicite, ora da parte del soggetto della reggente, ora da parte di altri complementi (non solo l‚Äôoggetto) √® ricco e complesso. Non c‚Äôentra nulla la colloquialit√†, nei casi specifici da lei sottoposti. Pu√≤ avere una prima panoramica della ricchissima casistica del controllo del soggetto delle subordinate all‚Äôinfinito nella Grande grammatica di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, Bologna, il Mulino, 1991, vol. 2, pp. 483-569.

Come ripeto, la frase 3 va benissimo, il soggetto della subordinata implicita infinitiva causale (¬ęper avermi aiutato¬Ľ) √® controllato da ¬ęper lui¬Ľ, non √® colloquiale e non cambierebbe nulla rispetto a ¬ędi lui¬Ľ (per es.: ¬ę…considerazione che ho di lui…¬Ľ).

Fabio Rossi

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QUESITO:

1.Mario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

2.Mario era abbastanza tranquillo da poter sopportare:

Interpretazione b): Mario era abbastanza tranquillo perché qualcuno lo potesse sopportare.

3.Mario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare:

Interpretazione a): Mario era abbastanza tranquillo perché lui stesso potesse sopportare ciò.

Quello che penso √® che nel caso della preposizione “per” sia necessario il complemento oggetto, a quel punto avremmo due interpretazioni differenti:

a = soggetto coreferente

b = soggetto generico introdotto nella subordinata.

Con la preposizione da √® diverso, perch√© se si inserisce il complemento oggetto, l’interpretazione (a) diventa quella che vede due soggetti coreferenti, mentre se non si usa alcun complemento oggetto, parliamo di un interpretazione (b) che ha un valore passivo/impersonale.

Seguendo questa logica se io dicessi:

4.Il dolore era troppo grande per poterlo sopportare”, potrei voler dire:

Interpretazione a = il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Frase decisamente irrealistica, in quanto è impensabile come frase, ma è giusto per far capire la differenza)

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poter sopportare:

Interpretazione b) il dolore era troppo grande perché qualcuno lo potesse sopportare.

  1. Il dolore era troppo grande da poterlo sopportare:

Interpretazione a) il dolore era troppo grande perché il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno.

(Come la quarta nella interpretazione “a”)

Sono corretti il mio ragionamento e le mie interpretazioni?

Cio√® che la preposizione “per” richiede il complemento oggetto e pu√≤ avere doppia interpretazione, a e b, generando magari ambiguit√†.

Mentre la preposizione “da”, in dipendenza dalla presenza o assenza del complemento oggetto, pu√≤ avere una sola delle due interpretazioni.

 

RISPOSTA:

No, la sua interpretazione non √® corretta. √ą vero che da + infinito di un verbo transitivo indica un valore passivo, cio√® qualcosa che deve essere fatto: da fare, da comprare, da vedere ecc. In quanto tale, il clitico √® pleonastico e comunque, sia che ci sia, sia che manchi, non muta il significato della frase: ¬ęil dolore √® troppo forte da sopportare/sopportarlo¬Ľ pu√≤ voler dire soltanto ‚Äė…troppo forte per essere sopportato‚Äô. La versione col clitico √® decisamente informale e da evitarsi in uno stile sorvegliato.

La finale implicita con per + infinito, così come da + infinito, impone l’obbligo dell’identità del soggetto della subordinata e di quello della reggente. Quindi:

  1. ¬ęMario era abbastanza tranquillo per poterlo sopportare¬Ľ. L‚Äôunica interpretazione possibile √®: ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo perch√© lui stesso potesse sopportare ci√≤‚Äô. Se invece si vuole esprimere che Mario viene sopportato allora bisogna rendere esplicita la subordinata ed esprimere il soggetto: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ.
  2. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da (poter) sopportare¬Ľ. Bench√© sia possibile l‚Äôinterpretazione ‚Äėda essere sopportato‚Äô, la frase suscita comunque ambiguit√†, pertanto sarebbe meglio renderla esplicita: ¬ęMario era abbastanza tranquillo perch√© qualcuno lo potesse sopportare¬Ľ. Al limite, informalmente, si potrebbe usare il si passivante: ¬ęMario era abbastanza tranquillo da sopportarsi/potersi sopportare¬Ľ, cio√® ¬ęessere/poter essere sopportato¬Ľ.
  3. ¬ęMario era abbastanza tranquillo da poterlo sopportare¬Ľ: √® possibile soltanto l‚Äôinterpretazione ‚ÄėMario era abbastanza tranquillo da poter sopportare qualcosa‚Äô.

Quindi: se non c’è identità di soggetto chiara tra reggente e subordinata implicita, è sempre meglio trasformare la subordinata in esplicita ed esprimere il nuovo soggetto.

  1. ¬ęIl dolore era troppo grande per poterlo sopportare¬Ľ: soltanto il senso consente di evitare l‚Äôinterpretazione assurda ‚Äėil dolore era troppo grande perch√© il dolore potesse sopportare qualcosa o qualcuno‚Äô. La frase √® comunque imperfettamente formata e dunque sarebbe meglio cambiarla in: ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ.
  2. ¬ęIl dolore era troppo grande da poter sopportare¬Ľ: la frase √® mal formata per le stesse ragioni della precedente e della n. 2; pertanto √® meglio cambiarla in ¬ęil dolore era troppo grande per essere sopportato¬Ľ, oppure, informalmente, ¬ęda sopportarsi¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1) Ti darò qualunque/qualsiasi cosa tu voglia o che tu voglia?

2) Si fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire o che potrebbe sentire durante la notte?

3) Chiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno o di cui tu abbia bisogno?

4) Ci sarà sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia o in cui tu lo faccia?

5) Mi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene o in cui si mangia?

Vanno bene sempre bene entrambe le soluzioni?

La mia impressione è che quando la preposizione che si usa nella frase principale è la stessa della relativa, allora il pronome relativo + preposizione si può anche omettere.

Diverso, penso, sia il caso in cui non ci sia questo combaciamento, dove bisogna inserirlo:

6a) Parliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene

6b)Parliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene*

A pensarci¬† bene, neanche nella frase 2 c’√® una corrispondenza tra preposizioni, ma √® anche vero che la relativa non ne ha nessuna.

√ą solo una mia impressione, sbagliata o giusta che sia, o c’√® una spiegazione grammaticale dietro?

 

RISPOSTA:

La sua domanda contiene già la risposta (quasi del tutto) corretta e denota un’eccellente capacità di ragionamento induttivo sulla lingua: cioè, lei ha ricavato la regola sulla base di un’analisi attenta degli esempi. I pronomi relativi doppi (chi, chiunque: alcuni funzionano sia come indefiniti sia come relativi), cioè quelli che sottintendono, o per meglio dire inglobano, l’antecedente (chi/chiunque = la persona/qualunque persona la quale; con gli aggettivi qualunque e qualsiasi l’antecedente va invece espresso: cosa, persona ecc.) e alcuni aggettivi relativi indefiniti (qualunque, qualsiasi) possono omettere la preposizione nella proposizione relativa soltanto a condizione che l’elemento pronominalizzato della relativa sia un complemento diretto oppure un soggetto, con qualche eccezione se le due preposizioni, quella della reggente e quella della relativa, sono uguali. Se dunque il complemento pronominalizzato nella subordinata relativa richiede una preposizione, essa di norma non può essere omessa. Se il pronome è doppio, nel caso di reggenza preposizionale esso va sciolto in due elementi (cioè antecedente + pronome):

– ¬ęvai con chiunque ami¬Ľ ma ¬ęvai con qualunque persona alla quale/a cui vuoi bene¬Ľ e non ¬ęvai con chiunque vuoi bene¬Ľ. √ą possibile l‚Äôomissione della preposizione se √® uguale alla preposizione della reggente: ¬ęvai con chi vuoi stare¬Ľ = ¬ęvai con la persona con quale vuoi stare¬Ľ (la prima frase √® pi√Ļ informale).

Commentiamo di seguito uno a uno tutti i suoi esempi:

1) ¬ęTi dar√≤ qualunque/qualsiasi cosa tu voglia¬Ľ o ¬ęche tu voglia¬Ľ? Il che √® pleonastico, e dunque da eliminare, perch√© qualunque ha gi√† valore di aggettivo relativo/indefinito e dunque non richiede un ulteriore pronome relativo: ¬ęqualunque cosa tu voglia¬Ľ.

2) ¬ęSi fa suggestionare da qualsiasi/qualunque rumore potrebbe sentire¬Ľ o ¬ęche potrebbe sentire durante la notte¬Ľ? Come sopra: il che va eliminato.

3) ¬ęChiamami, di qualunque/qualsiasi cosa tu abbia bisogno¬Ľ o ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ? In teoria bisognerebbe dire e scrivere ¬ędi cui tu abbia bisogno¬Ľ, perch√© ¬ęavere bisogno di qualcosa¬Ľ richiede la preposizione di; tuttavia nell‚Äôitaliano comune √® altrettanto corretta l‚Äôomissione del secondo di, attratto dal primo.

4) ¬ęCi sar√† sempre da ridire, in qualunque/qualsiasi modo tu lo faccia¬Ľ o ¬ęin cui tu lo faccia¬Ľ? Come sopra: vanno bene entrambi, e anzi il secondo (ancorch√© pi√Ļ corretto grammaticalmente) √® decisamente innaturale.

5) ¬ęMi troverai in qualsiasi/qualunque luogo si mangi bene¬Ľ o ¬ęin cui si mangia¬Ľ? La preposizione in √® necessaria: ¬ęin qualunque luogo in cui si mangi¬Ľ, anche se nell‚Äôitaliano comunque √® possibile anche l‚Äôomissione del secondo in, attratto, per cos√¨ dire, dal primo.

6a) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ: giusto, ci vogliono entrambe le preposizioni.

6b) ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque si mangi bene¬Ľ: √® errata; la versione corretta √®: ¬ęParliamo di qualsiasi/qualunque luogo in cui si mangi bene¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

‚ÄúLe parole scritte restano‚ÄĚ. In analisi grammaticale qual √® la funzione di ‚Äúscritte‚ÄĚ?

 

RISPOSTA:

Aggettivo qualificativo, femminile, plurale. Naturalmente, trattasi di participio passato del verbo scrivere usato, nella frase in questione, con funzione aggettivale. Dato che le parole non funzionano in isolamento, in nessuna lingua, bens√¨ inserite in un contesto (frase), √® bene analizzarle nella funzione (non a caso, lei nella sua domanda utilizza la parola funzione) che svolgono all‚Äôinterno della frase. In questo caso non v‚Äô√® alcun dubbio che la funzione di scritte sia aggettivale (ovvero attributo in analisi logica). Vi sono peraltro dei casi limite: ¬ęLe parole scritte da te restano¬Ľ. In questo caso la presenza del complemento d‚Äôagente lascerebbe propendere per l‚Äôanalisi come verbo, cio√® participio passato. Tuttavia, dato che anche gli aggettivi (e i nomi) possono reggere argomenti (¬ęsensibile ai complimenti¬Ľ, ¬ęutile a/per scopi diversi¬Ľ ecc.), non √® questo un discrimine per stabilire se un participio sia verbale o aggettivale. Ancora una volta, come spesso accade nelle lingue, non si tratta di bianco o nero ma di come si decide di ritagliare la realt√† linguistica: chi opta per valorizzare sempre la natura verbale del participio (che, per inciso, si chiama cos√¨ proprio perch√© partecipa della doppia natura di verbo e di nome, ovvero aggettivo), chi invece (e io mi colloco tra questi ultimi) pensa che si debba valutare caso per caso a seconda del contesto sintattico. Non vi sarebbe alcun dubbio, per esempio, nel considerare verbale il participio della frase seguente: ¬ęScritte, le parole restano¬Ľ, nella quale ¬ęscritte¬Ľ, isolato dal resto della frase, non pu√≤ che assumere la funzione di subordinata (ipotetica implicita: ¬ęse scritte…¬Ľ). Anche nella sua frase si potrebbe sostenere che ¬ęscritte¬Ľ sia una relativa implicita: ¬ęLe parole che sono scritte restano¬Ľ, ma sarebbe una spiegazione antieconomica: perch√© mai scomodare una struttura sottintesa quando la linearit√† della frase √® chiarissima? Come vede, la distinzione tra analisi grammaticale e analisi logica, necessaria in teoria per tener distinti i piani dell‚Äôanalisi linguistica, √® meno netta nella realt√† dei fatti: per stabilire se analizzare ¬ęscritte¬Ľ come aggettivo o come verbo √® prima necessario comprendere la sintassi della frase. In conclusione, ribadisco la mia opinione: ¬ęscritte¬Ľ, nella frase in questione, va analizzato come aggettivo e non come participio passato.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase “Ne ha preparate tre, poi gliele ha spedite per congratularsi del suo successo” quali sono le funzioni sintattiche dei pronomi? Ecco la mia proposta:
Ne = pronome personale atono, compl. specificazione o partitivo
Tre¬†= pronome numerale, complemento di quantit√†? O forse pi√Ļ genericamente compl. specif.
Gliele = pronome personale. Gli: compl. termine. Le: compl. ogg.
Si (congratularsi) = pron. personale, intransitivo pronominale.
Suo = agg. possessivo, compl. specif.

 

RISPOSTA:

Le sue analisi sono sostanzialmente corrette, tranne i seguenti punti:
Tre = complemento oggetto. Il si contenuto nel verbo congratularsi, che √® intransitivo pronominale, non ha una funzione sintattica precisa, ma contribuisce alla costituzione del significato del verbo (forse lei intendeva proprio questo nella sua analisi, ma non √® chiaro). Suo¬†√® l’unica parola tra quelle analizzate che non √® un pronome, ma un aggettivo; dal punto di vista sintattico gli aggettivi non svolgono la funzione di complementi ma sono analizzati come attributi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “porta il latte con te, ma che sia freddo”, il “che” si riferisce a latte?

 

RISPOSTA:

No, il che √® un mero introduttore del congiuntivo desiderativo. Come se fosse: ¬ę[fa‚Äô in modo] che sia freddo¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

1a)Il segreto per il successo, te lo potranno svelare quanti sono arrivati al successo.

2a)Tendo ad apprezzare quanti hanno il coraggio di rischiare la vita.

1b)Questo lo sanno quanti ne sono arrivati l’anno scorso.

2b)Prendo quanti ne restano sul vassoio.

1c)Questo tragico evento te lo potranno raccontare (in?) quanti sono sopravvissuti alla strage.

2c)Ho salutato (in?) quanti hanno partecipato alla riunione.

1d)Questo tragico evento te lo potranno raccontare (in?) quanti ne sono arrivati l’anno scorso.

2d)Ho salutato (in?) quanti ne sono arrivati oggi.

√ą giusto usare quanti / in quanti come soggetto nelle varianti 1 e come complemento oggetto nelle varianti 2?

In linea di massima, le frasi sono ben costruite?

Sui vari dizionari quanti viene classificato anche come pronome, quindi pensavo che potesse avere la funzione di soggetto o di oggetto in base al contesto.

 

RISPOSTA:

 

Alcuni pronomi indefiniti (molti, pochi, tanti) e il pronome quanti sia come relativo sia come interrogativo possono essere costruiti con la preposizione in quando hanno la funzione di soggetto e si riferiscono a un gruppo di persone. In particolare, il pronome quanti ammette la costruzione con in quando è soggetto o della reggente, o della subordinata o di entrambe le proposizioni. In tutte le frasi proposte è possibile sostituire quanti con in quanti tranne che nella 2b, in cui quanti non si riferisce a un gruppo di persone ma agli oggetti rimasti sul vassoio.

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Volevo sapere la differenza tra : di questa e su questa.

Es: ‚Äúnon mi hanno detto nulla di questa cosa‚ÄĚ;

‚Äúnon mi hanno detto nulla su questa cosa‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

 

Dire di o dire su si equivalgono perch√© sia la preposizione di sia la preposizione su introducono un complemento di argomento. L‚Äôoscillazione tra queste due preposizioni √® da sempre presente in italiano, basti vedere alcuni titoli di opere del passato come ‚ÄúSulle guerre di Fiandra‚ÄĚ o ‚ÄúDei sepolcri‚ÄĚ (in quest‚Äôultimo caso la preposizione di ricalca il complemento di argomento latino, costruito con la preposizione DE + ablativo come ‚ÄúDe bello gallico‚ÄĚ).

Raphael Merida

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

A) Spererei che venisse.

B) Spererei che venga.

C) Spererei che verrebbe.

Sono tutte accettabili? Il mio dubbio riguarda l’ultima opzione.

Dopo i verbi di volontà e desiderio solitamente non si può utilizzare il condizionale, e il verbo sperare mi sembra che ne faccia parte, come volere, preferire e simili.

√ą anche vero che la frase C potrebbe sottintendere una protasi dipendente dall‚Äôoggettiva e una dipendente dal verbo principale:

‚Äú[Se fossi l√¨] spererei che [se ci fosse la possibilit√†] verrebbe‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La soluzione preferibile √® la A; la B √® accettabile, anche se il verbo sperare rientra tra quelli di desiderio, che preferiscono il congiuntivo imperfetto nell’oggettiva per esprimere contemporaneit√† (si veda¬†questa risposta). La C √® la pi√Ļ sospetta: per quanto non ci siano ostacoli grammaticali alla costruzione di questa oggettiva con il condizionale (un caso simile √® la soggettiva¬†sarebbe impensabile che rimarrei a casa commentata nella stessa risposta a cui si √® rimandato sopra), tale costruzione √® sicuramente sconsigliabile, perch√© la sfumatura semantica aggiunta dal condizionale √® appena percepibile, vista la presenza del condizionale nella proposizione reggente, ed √® ottenuta al costo di appesantire notevolmente la costruzione. Anche se l’oggettiva reggesse a sua volta una proposizione condizionale, come nella sua riformulazione della frase, il condizionale non sarebbe comunque necessario (anzi, risulterebbe ancora pi√Ļ innaturale), e il congiuntivo imperfetto rimarrebbe la soluzione migliore: “Spererei che se ci fosse la possibilit√† venisse”.

Raphael Merida

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

 

Si dice: “questi discorsi non c’entrano nulla” oppure “questi discorsi non centrano nulla”?

 

RISPOSTA:

 

La forma corretta √® c‚Äôentrano. Entrarci √® un verbo procomplementare che, come ci ricorda il Grande Dizionario Italiano dell‚ÄôUso (GRADIT), pu√≤ essere usato con valore intensivo nel significato di ‚Äėtrovare posto, avere spazio sufficiente per stare in qualcosa‚Äô (¬ęIn questa stanza c‚Äôentrano mille persone¬Ľ) o con il significato figurato di ‚Äėavere attinenza con qualcosa‚Äô, come nel caso da lei presentato. In una frase come ¬ęquesti discorsi non centrano l‚Äôargomento¬Ľ il verbo in questione √®, invece, centrare nel significato figurato di ‚Äėcogliere con precisione il punto centrale di un tema‚Äô.

Per approfondire la morfologia del verbo entrarci la invito a leggere la risposta La posizione del pronome.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

1)Ripensandoci meglio, ho dovuto rettificare/emendare/correggere il mio precedente “s√¨” in un “no”.

2) ho dovuto specificare il mio “no, grazie, non posso venire” in “no, non verr√≤ MAI”.

√ą legittimo questo uso di questi verbi con la preposizione “in”?

La sua funzione che sembra avere, ammesso che siano corrette le frasi, √® la stessa che hanno verbi come “trasformare”, “cambiare” e simili:

– Lo ha trasformato in un brav’uomo.

– Ho cambiato una banconota da 20 euro in monete da 2 euro.

– Il malcontento si tradusse in rivolta.

Il complemento in questione non saprei descriverlo, in quanto in maniera generica parlerei di “complemento di moto a luogo figurato”, per via del passaggio/della transizione che sembra essere da una condizione all’altra, da uno stato all’altro.

Per quanto riguarda la prima frase sono sicuro di aver letto e sentito frasi simili.

Per quanto riguarda la seconda, col verbo “specificare”, invece no, in quanto ho pensato che potesse avere senso e rientrare in quel tipo di frase che riguarda appunto “trasformare” e affini.

 

RISPOSTA: solitamente

La preposizione in non √® appropriata con nessuno dei quattro verbi. Semmai, potrebbe essere usata la preposizione con, con funzione di introduttore di complemento di mezzo: correggere/emendare/rettificare/specificare A con B. Inoltre, emendare solitamente √® costruito soltanto con il complemento oggetto e non con altro complemento che indichi la versione sostituita a quella emendata. Pi√Ļ o meno lo stesso vale per rettificare. Se segue un altro complemento, oltre all‚Äôoggetto, con emendare, esso √® introdotto o da da o da di, per intendere i difetti dai quali (o dei quali) il documento √® stato emendato: ¬ęemendare qualcosa dai (o dei) vizi¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Il quesito a cui volevo sottoporre la sua attenzione è quello di frasi che apparentemente sembrano delle relative, o che forse lo sono in parte.

Questo tipo di frasi contiene spesso un che, che potrebbe forse trattarsi di un che polivalente.

Proporrei qualche frase che secondo me possono rientrare in questa definizione:

  1. Sono arrivato qui che ero piccolo.
  2. Ho iniziato che ero ricchissimo.
  3. Ho finito che sono diventato povero.
  4. L’ho conosciuto che non era ancora cos√¨ famoso.
  5. L’ho trovato che dormiva beato.
  6. Sono qui che aspetto.

Le frasi in questione, per quanto contengano il pronome relativo che, mi sembrano abbiano tutt’altra funzione.

Per esempio, da 1 a 5 direi che quel che sia molto vicino ad un complemento di tempo.

Nella sesta il che mi sembra abbia valore finale: ¬ęChe aspetto¬Ľ = per aspettare/ad aspettare.

 

RISPOSTA:

Sì, ha ragione, sono relative improprie, ovvero il che in esse usato può rientrare nell’ampia tipologia del che polivalente. Proviamo a spiegarne alla svelta l’uso caso per caso.

  1. Sono arrivato qui che ero piccolo: valore temporale, ma in uno stile meno informale può essere risolto anche con un complemento predicativo del soggetto: sono arrivato qui da piccolo.
  2. Ho iniziato che ero ricchissimo. Come sopra.
  3. Ho finito che sono diventato povero. Qui l‚Äôequivalente meno informale sarebbe pi√Ļ o meno un verbo aspettuale o fraseologico: ho finito per (o col) diventare povero.
  4. L’ho conosciuto che non era ancora cos√¨ famoso. Questa e la frase successiva rientrano nella tipologia delle relative con verbi di percezione (o simili): l‚Äôho visto che dormiva / l‚Äôho visto dormire.
  5. L’ho trovato che dormiva beato. Come sopra.
  6. Sono qui che aspetto. Valore finale: sono qui ad aspettarti, ma anche: ti sto aspettando qui.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei proporvi questa frase: ¬ęGli studiosi si sono chiesti come sarebbe andata a finire¬Ľ. In questo caso ¬ęchiesti¬Ľ mi pare decisamente corretto. Se dico per√≤: ¬ęGli studiosi se lo sono chiesti¬Ľ, quel ¬ęchiesti¬Ľ √® altrettanto corretto o √® necessario dire ¬ęchiesto¬Ľ? Oppure entrambe le soluzioni sono accettabili?

 

RISPOSTA:

Entrambe le soluzioni sono corrette e con frequenze analoghe, in italiano. Infatti, se ricerchiamo le frequenze odierne in Google, troviamo 55.200 risultati per ¬ęse lo sono chiesti¬Ľ, contro 58.400 per ¬ęse lo sono chiesto¬Ľ. Quindi con una lieve prevalenza per l‚Äôaccordo con l‚Äôoggetto. Come si pu√≤ facilmente verificare sia nella Grammatica di Serianni (per es. la Garzantina), sia nella Grande grammatica italiana di consultazione di L. Renzi, G. Salvi e A. Cardinaletti (il Mulino), cio√® le due pi√Ļ accreditate grammatiche dell‚Äôitaliano, opposte nella concezione tanto da essere complementari, l‚Äôaccordo del participio passato presenta una tipologia variegatissima in italiano, secondo mille variabili: a volte si tratta di cambiamento nel tempo, altre volte di usi regionali, altre volte di registro, altre volte ancora dipende dal tipo di verbo e finanche dal suo significato; molto spesso, infine, l‚Äôaccordo √® del tutto libero, cio√® sono ammesse entrambe le forme (cio√® con accordo o col soggetto, o con l‚Äôoggetto, o, addirittura, senza accordo, cio√® al maschile indistinto non marcato). Data la ricchezza di usi e possibilit√† √® impossibile ripercorrerne qui le coordinate dei vari costrutti. Pensi per√≤ a usi (tutti possibili) come i seguenti:

– me ne sono bevuta/o una (di birra) ‚Äď ma: ho bevuto una birra

– se lo sono visti/o davanti (l‚Äôorso) ‚Äď ma: hanno visto l‚Äôorso

– ne hanno prese/o/i due (di scatole) ‚Äď hanno preso due scatole

– ne ho comprati/o/e due chili (di mele) ‚Äď ma: ho comprato due chili di mele

– Paola non se ne √® mangiati/a per niente (di biscotti) ‚Äď ma: Paola non ha mangiato i biscotti.

Come linea di tendenza molto generale, l‚Äôaccordo col soggetto e la forma senza accordo sono pi√Ļ rari, nei verbi pronominali con oggetto, laddove la forma preferita √® quella dell‚Äôaccordo con l‚Äôoggetto. Ma, come ha visto, le eccezioni sono numerose.

La lingua italiana, e qualunque altra lingua del mondo, √® fatta di un‚Äôestesa ¬ęzona grigia¬Ľ, come la chiamava Serianni, cio√® di usi plurimi tutti ammessi dalla norma. Il grigio (con tutte le sue sfumature), dunque, pi√Ļ del bianco o del nero, √® il colore che si addice alla grammatica.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

1a. C’√® la possibilit√† che arrivi qualcuno.

2a. Ci sarebbe la possibilità che arrivasse qualcuno.

3a. C’√® la possibilit√† che arriverebbe qualcuno.

4a. Ci sarebbe la possibilità che arriverebbe qualcuno.

2b √ą possibile che arrivi qualcuno.

2b. Sarebbe possibile che arrivasse qualcuno.

3b. √ą possibile che arriverebbe qualcuno

4b. Sarebbe possibile che arriverebbe qualcuno.

Avrebbe senso il condizionale delle frasi 3a, 3b, 4a e 4b, secondo lei, magari se la soggettiva esplicita introdotta da “possibile/ possibilit√†” racchiudesse al suo interno una protasi implicita / sottintesa?

Immagino uno schema di questo tipo:

Sarebbe possibile = complemento predicativo del soggetto.

Che arriverebbe qualcuno (se ci fossero i presupposti) = soggettiva implicita che introduce una apodosi e una protasi “nascosta”.

Cosa ne pensa lei? Boccerebbe le 4 frasi in questione o sono grammaticalmente corrette?

 

RISPOSTA:

S√¨, le boccerei per evitare costrutti astratti e pesanti come quelli proposti. Perch√© mai ipotizzare una protasi sottintesa? Limitiamoci a ci√≤ che √® espresso negli enunciati, senza creare astrusi e farraginosi esempi inventati a tavolino e che nessuno direbbe o scriverebbe mai (senza commettere errori), e usiamo i modi e i tempi verbali nel modo pi√Ļ chiaro possibile. Quindi: ¬ęche arrivi¬Ľ, oppure ¬ęche arrivasse¬Ľ. Vi sono peraltro casi, per esempio in dipendenza da verba putandi, in cui √® possibile il condizionale anche in assenza di protasi: ¬ęcredo (che) faresti meglio ad andartene¬Ľ; ma sono casi limite e comunque, anche in quel caso, la forma pi√Ļ attesa √® ¬ęcredo che tu faccia meglio ad andartene¬Ľ.

Concludo con due correzioni alla sua analisi del periodo indebitamente combinata con l’analisi logica:

Sarebbe possibile: proposizione principale (costituita da un predicato nominale con soggetto sottinteso). √ą meglio classificare, secondo l‚Äôanalisi logica tradizionale, ¬ępossibile¬Ľ come nome del predicato (nominale), piuttosto che come predicativo del soggetto, sebbene tra le due classificazioni di fatto non vi sia alcuna differenza.

Che arrivi (e non arriverebbe) ecc.: soggettiva esplicita (e non implicita).

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase ¬ęsembrava loro che fosse il pi√Ļ adatto¬Ľ ho individuato in ¬ęil pi√Ļ adatto¬Ľ un complemento predicativo del soggetto, per√≤ mi √® stato corretto…

 

RISPOSTA:

Le è stato giustamente corretto perché nel periodo in questione, che è costituito da due proposizioni, deve prima procedere all’analisi del periodo e poi all’analisi logica proposizione per proposizione.

Analisi del periodo: sembrava loro: proposizione principale; che fosse il pi√Ļ adatto: proposizione soggettiva esplicita di primo grado.

Analisi logica della principale: soggetto sottinteso; sembrava: predicato verbale; loro: complemento di termine. Analisi logica della subordinata: fosse il pi√Ļ adatto: predicato nominale (fosse: copula + il pi√Ļ adatto: parte nominale).

Se invece il periodo fosse stato costituito da un‚Äôunica proposizione, per esempio: ¬ęsembra il pi√Ļ adatto¬Ľ, l‚Äôanalisi logica sarebbe stata la seguente: soggetto sottinteso; sembrava il pi√Ļ adatto: predicato nominale. Oppure (soluzione alternativa e altrettanto corretta) sembrava: predicato verbale con verbo copulativo; il pi√Ļ adatto: complemento predicativo del soggetto.

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęMe l’hai preso tu il libro che stavo leggendo?¬Ľ. La frase sopra riportata √® corretta? La parola libro √® una ripetizione?

 

RISPOSTA:

S√¨, la frase √® corretta, bench√© sia appropriata a un contesto informale e soprattutto parlato, meno appropriata (con qualche eccezione) nella lingua scritta e formale. Il costrutto si chiama dislocazione a destra (oppure a sinistra, se √® rovesciato: ¬ęil libro me l‚Äôhai preso tu¬Ľ) e prevede la ripetizione, come dice lei, dell‚Äôoggetto, che, nel caso della sua frase, compare sia in forma piena (il libro), sia nella forma pronominale (l‚Äô). I motivi che inducono a scegliere un costrutto siffatto sono di solito legati all‚Äôesigenza di dare maggiore o minore rilievo a determinate informazioni della frase. Nel caso specifico, per esempio, si mette in rilievo l‚Äôazione e chi la compie (hai preso e tu) e si d√† quasi per scontato il libro, come se fosse (come in effetti √®) gi√† ben presente nell‚Äôorizzonte comunicativo degli interlocutori; il libro, comunque, acquista esso stesso un suo particolare rilievo, perch√© diventa il tema su cui verte l‚Äôintero atto comunicativo. Delle dislocazioni abbiamo pi√Ļ volte discusso, nella banca dati di DICO. Pu√≤ vedere, per esempio, la domanda/risposta ‚ÄúDimmelo tu cosa sono le dislocazioni‚ÄĚ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase ¬ęSembra un vino di ottima qualit√†¬Ľ, ¬ędi ottima qualit√†¬Ľ √® un complemento di qualit√†, ma non potrebbe essere anche complemento predicativo del soggetto?

 

RISPOSTA:

Nell‚Äôambito dell‚Äôanalisi logica tradizionale (su cui abbiamo pi√Ļ volte, nelle risposte di DICO, espresso forti perplessit√†: cfr. da ultima la risposta Analisi logica: fare finta di niente) non √® il solo sintagma preposizionale, con valore di locuzione aggettivale, ¬ędi qualit√†¬Ľ (che da solo pu√≤ essere analizzato come complemento di qualit√†, qui accompagnato dall‚Äôattributo ottima), bens√¨ l‚Äôintero sintagma nominale complesso (composto da sintagma nominale + sintagma preposizionale + sintagma aggettivale) ¬ęun vino di ottima qualit√†¬Ľ a dover essere analizzato come complemento predicativo del soggetto (che √® sottinteso: esso) della frase.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase ¬ęLuca faceva finta di niente¬Ľ, che complemento √® ¬ędi niente¬Ľ? Mi √® venuto in mente argomento ma non credo sia corretto.

 

RISPOSTA:

√ą complemento di specificazione, secondo la nomenclatura tradizionale dell‚Äôanalisi logica. Tuttavia, come abbiamo detto pi√Ļ volte nelle nostre risposte di DICO (cfr. per es. le risposte Analisi logica ‚Äúper intenditori‚ÄĚ; L‚Äôinutilit√†, e l‚Äôimpossibilit√† d‚Äôanalisi, di alcuni complementi; Il complemento di quantit√† e il complemento di specificazione: l‚Äôinutilit√† dell‚Äôanalisi logica tradizionale), la tassonomia dei complementi non serve a molto, nella comprensione delle strutture sintattiche e lessicali di una lingua. Infatti, ¬ęfare finta di niente¬Ľ √® un‚Äôespressione cristallizzata, idiomatica, che va analizzata nel suo complesso, soprattutto nella sua seconda parte, che dunque andrebbe analizzata come segue: Luca = soggetto; faceva = predicato verbale; finta di niente = complemento oggetto. Oppure, ancora meglio secondo le tendenze pi√Ļ aggiornate della sintassi: faceva finta di niente = predicato verbale formato da verbo + argomento.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedervi una consulenza sintattica sulla frase “questo quadro √® stato comprato da qualcuno che se ne intende”.¬†In particolare, mi interessava capire il valore sintattico della particella se. Ne¬†√® complemento di specificazione (o forse di argomento), m non riesco a comprendere la funzione di¬†se.

 

RISPOSTA:

Se ne intende equivale a intendersene ‚Äėessere competente in qualcosa‚Äô, che rientra nella categoria dei verbi procomplementari, cio√® verbi in cui i pronomi (in questo caso si, nella forma se, e ne) non svolgono una funzione propria ma modificano il significato del verbo. L‚Äôappendice pronominale –sene, quindi, non ha un significato autonomo ma arricchisce il verbo base attraverso una sfumatura emotiva; nel caso da lei proposto, intendersene (o il corrispettivo intendersi), a differenza del transitivo intendere, richiede un complemento di specificazione: ‚Äúse ne intende di arte‚ÄĚ / ‚Äúsi intende di arte‚ÄĚ.
Può approfondire questo argomento consultando l’archivio di DICO con la parola chiave procomplementar*.

Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale fra queste due affermazioni è corretta dal punto di vista grammaticale?
1) L’ultima sua opera è stato un libro.
2) L’ultima sua opera è stata un libro.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette: il participio passato della copula pu√≤ concordare con il soggetto o con il nome del predicato, se √® un nome di genere diverso dal soggetto, come in questo caso. Si noti che il participio passato dei verbi copulativi preferisce di gran lunga l’accordo con il soggetto (“L’ultima sua opera √® sembrata un capolavoro”; meno comune “… √® sembrato un capolavoro”), mentre il participio passato dei verbi che richiedono il complemento predicativo del soggetto concorda soltanto con il soggetto (“L’ultima sua opera √® stata ritenuta un capolavoro”; non *”… √® stato ritenuto un capolavoro”).
Si noti che se il nome del predicato o il complemento predicativo √® plurale mentre il soggetto √® singolare, il verbo in qualsiasi sua forma preferisce di gran lunga la concordanza con il nome del predicato o il complemento predicativo, non con il soggetto (“Il suo miglior piatto sono / sono state / sembrano / sono sembrate / sono ritenute le lasagne”). Al contrario, nei pochi casi in cui il soggetto √® plurale e il nome del predicato o il complemento predicativo √® singolare, il verbo concorda con il soggetto (“I suoi amici sono la sua famiglia”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

‚ÄúUn uomo attraversava i ghiacciai‚Ķ: era equipaggiato, era armato ed era in viaggio verso chiss√† dove‚ÄĚ. Il correttore del testo considera i verbi era equipaggiato ed era armato come forme passive. Avrei qualche perplessit√† in merito.

 

RISPOSTA:

Fa bene: in questo caso equipaggiato e armato sono usati come aggettivi e funzionano da parti nominali dei predicati nominali era equipaggiato e era armato. Pu√≤ trovare maggiori spiegazioni sulla distinzione tra participio passato verbale e nominale in questa risposta dell’archivio di DICO.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Il soggetto della proposizione implicita pu√≤ avere due interpretazioni: impersonale oppure coreferente col soggetto della reggente, e spesso, ma non sempre, c’√® la doppia possibilit√†. Avrei da proporre alcune frasi che secondo possono essere da esempio:

1) Mario era ‚Äätroppo grande per capirlo = doppia interpretazione: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤ / Mario era troppo grande affinch√© si potesse capire Mario”.

2) Mario era ‚Äätroppo grande da capirlo = interpretazione che ha un soggetto coreferente con quello della reggente: “Mario era troppo grande affinch√© lui stesso potesse capire ci√≤”.

3) Mario era troppo grande da capire = interpretazione con soggetto impersonale/ generico: “Mario era troppo grande affinch√© soggetto generico potesse capire Mario”.

Le interpretazioni che ho dato alle precedenti frasi sono corrette o c’√® qualcosa da rivedere?

 

RISPOSTA:

Le proposizioni implicite richiedono identit√† di soggetto con la reggente, tranne casi specifici (come quelle all’infinito rette da verbi di comando e il gerundio e il participio assoluti), che, per√≤, sono a loro volta regolati. Nei suoi esempi l’interpretazione con il soggetto non coreferenziale √® favorita dalla presenza del pronome atono diretto, che l’interlocutore √® tentato di riferire al soggetto della reggente, escludendo di conseguenza quest’ultimo dal ruolo di soggetto della subordinata. Tale interpretazione “logica” √® possibile in contesti parlati informali, ma sarebbe ovviamente sconveniente anche in questi contesti se facesse sorgere ambiguit√†. Nello scritto e anche nel parlato mediamente formale, le varianti con soggetto non coreferenziale vanno costruite con il verbo esplicito, per esempio “Mario era ‚Äätroppo grande perch√© lo si capisse”.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

  1. ‚ÄúStiamo parlando di voi stessi, ragazzi miei.‚ÄĚ
  2. ‚ÄúStavo parlando ai ragazzi di loro stessi.‚ÄĚ

In questi due casi, stessi è corretto quale rafforzativo, oppure si tratta di un uso scorretto, in quanto il soggetto della proposizione non coincide con il pronome cui si riferisce l’aggettivo?

 

RISPOSTA:

L’uso è corretto in entrambi i casi; l’aggetto stesso può accompagnare i sintagmi nominali della frase (anche costruiti con un pronome) a prescindere dalla funzione sintattica da questi svolta.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere se le due soluzioni indicate pi√Ļ sotto sono, per motivi di registro, ammissibili.

1) Esserci impegnate / 2) Essersi impegnate.

Cerco di contestualizzare.

Un gruppo di studentesse contesta una valutazione da parte di un’insegnante. Una di esse, a nome del gruppo, si pronuncia in questi termini:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)esserci/essersi impegnate al massimo e (l‚Äô)aver applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo, non √® bastato per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (ho incluso l‚Äôarticolo determinativo tra parentesi perch√© credo che il parlante possa liberamente decidere se esplicitarlo od ometterlo).

Vorrei inoltre domandarvi se, modificando dati elementi della costruzione ed esulando dal caso specifico, si possa ‚Äúspersonalizzare‚ÄĚ il concetto, creando cos√¨ una sorta di ‚Äúcausa-effetto‚ÄĚ generale:

‚ÄúPrendiamo atto che (l‚Äô)essersi impegnati [non pi√Ļ femminile plurale, ma maschile] al massimo e (l‚Äô) aver applicato gli insegnamenti ricevuti negli anni, potrebbe non bastare per ottenere una valutazione sufficiente‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

L‚Äôespressione da lei evidenziata si trova all‚Äôinterno di una proposizione subordinata soggettiva retta dall‚Äôoggettiva non √® bastato, che √® impersonale; se la soggettiva condivide lo stesso soggetto della reggente essa deve essere ugualmente impersonale, quindi deve prendere la forma essersi impegnato, con il pronome si¬†e il participio al singolare maschile. Tale soluzione risulta doppiamente controintuitiva, perch√© il soggetto logico √® plurale e di sesso femminile (anche se il costrutto √® grammaticalmente impersonale) e perch√© la proposizione che regge l‚Äôoggettiva √® a sua volta dipendente dalla principale (per giunta collocata subito alla sinistra della soggettiva) costruita con il soggetto noi. Ne deriva un comprensibile rifiuto della forma che sarebbe corretta. Le alternative a questa soluzione sono: 1. la forma essersi impegnate, che a rigore √® scorretta, perch√© √® per met√† impersonale (l‚Äôinfinito essersi) e per met√† personale (il participio concordato con il soggetto logico plurale femminile); 2. la forma esserci impegnate, che √® internamente ben formata, ma sintatticamente scorretta perch√© costruisce la proposizione dipendente da una proposizione impersonale con un soggetto logico personale; 3. la costruzione personale, ma esplicita, della soggettiva: che ci siamo impegnate, corretta da tutti i punti di vista ma resa impossibile dalla coincidenza della presenza di un altro che¬†subito prima (‚ÄúPrendiamo atto che che ci siamo impegnate al massimo‚Ķ‚ÄĚ). Insomma, presupponendo di voler scartare la costruzione impersonale essersi impegnato¬†e l‚Äôalternativa 3, bisogna ammettere che scegliere una delle altre due comporta una scorrettezza tutto sommato veniale; in particolare la soluzione 2 sarebbe la pi√Ļ facilmente giustificabile, vista la costruzione personale della proposizione principale. Una soluzione del tutto corretta e priva di controindicazioni √® ovviamente possibile, ma comporta una riorganizzazione sintattica della frase; per esempio: ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato che ci siamo impegnate al massimo e abbiamo applicato, laddove possibile, gli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ, oppure ‚ÄúPrendiamo atto che non √® bastato il nostro massimo impegno e l‚Äôapplicazione, laddove sia stata possibile, degli insegnamenti ricevuti nel corso del tempo per ottenere una valutazione almeno sufficiente‚ÄĚ (che ha il vantaggio di evitare la sgradevole ripetizione di che¬†a breve distanza).

A margine aggiungo che la virgola tra tempo e non non è richiesta, e anzi è al limite dell’errore, perché separa due parti non separabili della frase (prendiamo atto che… non è bastato) per il solo fatto che si trovano collocate a distanza.

In ultimo, la sua ipotesi di ‚Äúspersonalizzazione‚ÄĚ √® valida, purch√© la forma sia quella corretta, ovvero essersi impegnato.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

La preposizione di può  essere impiegata nella formazione di complementi di tempo.

Esempio:

“Il panettone si mangia di marted√¨” = ‘ogni marted√¨’.

Forse sarebbe utilizzabile anche davanti a mesi e periodi festivi dell’anno:

“il panettone si mangia sempre di dicembre / ¬†Natale” = ‘ogni dicembre / ¬†Natale’.

In generale, per√≤, l’uso non “dovrebbe”, ma magari mi sbaglio, essere impiegabile nelle interrogative e nelle relative:

“Di quando / di che periodo/ di che mese / di che giorno si mangia il panettone?”

“Questo √® il periodo / mese / giorno di cui si mangia il panettone”.

Ripensando, però, a verbi come ricorrere o cadere, che fanno uso della preposizione di, mi sono sorti dei dubbi.

Ecco una frase tratta da un dizionario:

‚ÄúQuest’anno Pasqua cade di marzo”.

Quello che mi chiedo √® se l’uso e le regole cambino in presenza di simili verbi:

‚ÄúDi quando / di che periodo / di che mese / di che giorno cade / ricorre Pasqua?‚ÄĚ (???)

‚ÄúQuesto √® il periodo / mese / giorno di cui cade / ricorre questa festa‚ÄĚ (???).

 

RISPOSTA:

La preposizione di si pu√≤ usare per formare un complemento di tempo determinato; quando si combina con i nomi della settimana conferisce al sintagma un significato accessorio specifico, riguardante la tendenziale iterazione del processo (‚ÄúCi vediamo di domenica = ‚Äė‚Ķ solitamente la domenica‚Äô / ‚ÄúCi vediamo domenica‚ÄĚ = ‚Äė‚Ķ questa domenica‚Äô ). Di l√† dalla combinazione con i nomi della settimana, la preposizione √® poco usata per questo scopo; a essa vengono preferite in o a, ciascuna preferenzialmente o obbligatoriamente in combinazione con alcune serie di parole (per esempio (in / di / a maggio, ma a Natale, difficilmente di Natale, mai in Natale). Le interrogative che le sembrano innaturali, pertanto, sono semplicemente insolite; l‚Äôunica costruzione effettivamente scorretta √® di quando, perch√© quando¬†esprime gi√† senza preposizione quel significato (di quando √® usato, in uno stile trascurato, soltanto insieme al verbo essere con il significato di ‚Äėa quando risale‚Äô; per esempio: ‚ÄúDi quando √® il pollo che √® in frigo?‚ÄĚ). Le relative, invece, risultano estremamente innaturali, per quanto in linea di principio corrette. Diversamente dalle interrogative (escluse quelle introdotte da quando), che ripropongono il sintagma preposizionale con il nome (di che periodo, di che mese…), le relative spostano la preposizione sul pronome, producendo una combinazione molto complessa, vista la scarsa frequenza d’uso di di con questa funzione. Qualsiasi parlante preferirebbe, in questo caso, in cui.

I verbi cadere e ricorrere ‚Äėcapitare regolarmente‚Äô sono, in forza del loro significato, completati da argomenti costruiti come sintagmi preposizionali introdotti proprio da di, ma anche da in e a, con le stesse precisazioni circa la combinabilit√† con diverse serie di nomi e all’interno di tipi di frasi fatte in precedenza.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi riguardo alla possibile collocazione dei modificatori nominali in diversi contesti e situazioni.

Modificatori del nome preceduti da un modificatore verbale:

1a. Ho messo una cosa qui bellissima / di marmo / che potrebbe aiutarmi.

Modificatori del nome dopo il verbo dell’interrogativa:

2a. Quale cosa hai venduto di plastica / plasticosa / che non andava venduta?

3a. Quante ne hai dezuccherate / senza zucchero / che non fanno male alla salute?

4a. Cosa hai osato toccare di colore giallo / di legno / che non andava toccato?

5a. Di quale parte sei della Svezia?

Questione ancora pi√Ļ complicata:

Modificatori del nome, preceduti da un modificatore verbale, collocati dopo il verbo di un’interrogativa:

6a. Quale cosa hai messo qui di colore rosso / rossa / che non apprezzi pi√Ļ di tanto?

7a. Quale cosa hai comprato senza nemmeno avvisarmi di colore rosso / rossa / che ti piace?

Chiaramente tutte le frasi possono essere riformulate in questo modo:

1b. Ho messo qui una cosa bellissima / di vetro / che potrebbe aiutarmi.

2b. Quale cosa di plastica / plasticosa / che non andava venduta hai venduto?

3b. Quante dezuccherate / senza zucchero / che fanno male ne hai?

4b. Cosa di colore giallo / di legno / che non andava toccato hai osato toccare?

5b. Di quale parte della Svezia sei?

6b. Quale cosa di colore rosso / rossa / che non apprezzi hai messo qui?

7b. Quale cosa di colore rosso / rossa / che ti piace hai comprato senza avvisarmi?

La questione potrebbe farsi pi√Ļ intricata se si pensa che in alcune di queste frasi il complemento preposizionale / aggettivo potrebbe essere interpretato come modificatore verbale, pi√Ļ precisamente come complemento predicativo del soggetto / oggetto, non come modificatore nominale, vista la sua posizione postverbale, per la precisione negli esempi da 2 e 4.

Inoltre, l’esempio 7 potrebbe essere ambiguo, in quanto che ti piace¬†potrebbe essere anche inteso come subordinata esplicita del verbo avvisare, dando il senso che qualcuno compra un qualcosa che gli piace, senza per√≤ avvisare qualcun altro.

Chiaramente queste situazioni di ambiguità si possono creare, ma quello che mi chiedo è questo: sintatticamente e grammaticalmente parlando, possiamo parlare di frasi corrette in questi significati e nel senso che vorrei dare? Cioè, i vari modificatori nominali (di legno, che non andava toccato, della Svezia, bellissima ecc.) delle frasi b si possono considerare dei modificatori nominali tanto nelle varianti a quanto nelle varianti b?

 

RISPOSTA:

Qualunque sia la posizione del modificatore, esso sar√† sempre ricondotto al sintagma modificato; anche se interpretiamo i modificatori come complementi predicativi (o predicazioni supplementari), dal punto di vista sintattico e semantico essi modificano ancora i sintagmi nominali a cui si riferiscono. Va, per√≤, detto, che il modificatore √® tipicamente adiacente al modificato, tranne che non ci siano ragioni per allontanarlo (per esempio l‚Äôinserimento di un altro modificatore pi√Ļ strettamente legato al modificatore o la funzione predicativa del modificatore): alcune frasi a, pertanto, risultano innaturali e al limite dell‚Äôaccettabilit√† (per esempio ‚ÄúHo messo una cosa qui bellissima‚ÄĚ, perch√© difficilmente si pu√≤ accettare che l‚Äôaggettivo qualificativo sia legato al sintagma nominale qualificato meno strettamente di un‚Äôindicazione di luogo). La proposizione esclusiva nella frase 7 non √® in nessun caso un modificatore del nome (infatti non pu√≤ essere in alcun modo trasformata in una relativa il cui pronome introduttore riprenda il sintagma nominale o in un aggettivo); modificatori di sintagmi nominali introdotti da senza sarebbero, ad esempio, borsa senza manici (ovvero che non ha i manici), oppure maglietta senza maniche (smanicata).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase, leggere è un verbo o un sostantivo, e ha funzione di complemento oggetto?

“Amo tanto leggere, in particolare mi piacciono i libri fantasy”.

 

RISPOSTA:

Nella frase non √® possibile decidere se l’infinito abbia valore di verbo o di nome: entrambe le analisi sono, pertanto, legittime. Il fatto che la parola non sia preceduta dall’articolo, comunque, fa propendere per l’analisi come verbo; diversamente, in una frase come “Amo tanto il leggere” la parola sarebbe certamente da analizzare come nome. Al contrario, se leggere fosse seguito da un complemento oggetto (per esempio “Amo tanto leggere romanzi d’avventura”) emergerebbe pi√Ļ chiaramente la funzione verbale.

Se leggere è un nome, esso rappresenta il complemento oggetto del verbo amo; se, invece, è un verbo, allora rappresenta una proposizione oggettiva subordinata alla reggente amo tanto.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

1a) Le parole che iniziano / terminano per a.

1b) La lettera per cui inizia / termina la parola mela è proprio questa.

1c) Per quale lettera inizia / termina questa parola?

2a) Le parole che iniziano / terminano in a.

2b) La lettera in cui inizia / termina la parola mela è proprio questa.

2c) In quale lettera inizia / termina questa parola?

Sempre con per e in, a livello sportivo, ho sentito frasi come:

3a) La partita che è finita per 1-1.

4a) La partita che è finita in 1-1.

Azzarderei anche delle frasi (che ovviamente sono di mia invenzione e non ho ancora sentito, onestamente, ma che sono la versione in forma di frase interrogativa e relativa delle due frasi precedenti) come ad esempio:

3b) Questo è il risultato per cui è finita la partita.

4b) Questo è il risultato in cui è finita la partita.

3c) Per quale risultato è finita la partita?

4c) In quale risultato è finita la partita?

Quali sono rispettivamente i complementi introdotti da per e in nelle frasi?

Per quanto riguarda in azzarderei che si possa trattare di complemento di luogo figurato, mentre per quanto riguarda per non saprei che dire.

 

RISPOSTA:

Dobbiamo distinguere tra le frasi del gruppo 1, in cui il verbo iniziare significa ‘essere formato nella parte iniziale’ e terminare significa ‘essere formato nella parte finale’, e le altre, in cui finire significa ‘raggiungere un certo stato’, quindi ‚Äėdiventare alla fine‚Äô. Nelle frasi 1 i due verbi sono completati da un sintagma argomentale (cio√® sintatticamente necessario alla costruzione della frase) che nell’analisi logica rientrerebbe nel complemento di mezzo e pu√≤ essere formato con le preposizioni per, in o anche con. Si noti che termina in a¬†va interpretato non come ‚Äėnella a‚Äô (complemento di stato in luogo), ma, appunto, come ‚Äėper mezzo di a‚Äô (complemento di mezzo). Nelle altre frasi, il verbo finire richiede un complemento predicativo (anch‚Äôesso argomentale), che di norma non √® preceduto da alcuna preposizione; la forma pi√Ļ comune della frase 3a sarebbe, infatti, “La partita √® finita 1 a 1”, ovvero ‚Äėalla fine √® diventata 1 a 1‚Äô.¬† In questo stesso contesto il verbo finire pu√≤ anche prendere il significato di ‘completarsi, essere chiuso’, avvicinandosi molto al terminare delle frasi del gruppo 1; quando √® usato con questo significato esso pu√≤ richiedere il completamento con il complemento di mezzo formato con le proposizioni¬† per, in e con. Per la verit√†, in questo contesto quest‚Äôuso √® limitato a pochi casi e a poche espressioni, spesso cristallizzate (quindi soltanto con un po‚Äô di sforzo inquadrabili nello schema dei complementi): in particolare il complemento formato con per si usa soltanto nella forma semplice e affermativa della frase (le frasi 3b e 3c sono del tutto innaturali), in si usa soltanto nell’espressione in parit√† o in espressioni come in modo imprevedibile, che dal complemento di mezzo sfuma nel complemento di modo (tutte le frasi 4 sono, invece, impossibili), con si usa in espressioni come con un pareggio, con la vittoria di…, con la sconfitta di…

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Leggo su un libro di Grammatica la suddivisione che riporto: è possibile che sia un errore di battitura o qualcosa de genere?

Frase: “Dice / che le sente frullare / come se fossero uccellini in gabbia.”

Mi aspettavo anche la suddivisione di “… le sente / frullare…”

 

RISPOSTA:

Ha ragione: bisogna distinguere tra reggente e subordinata anche nei casi di infinitiva retta da un verbo di percezione (vedere, sentire ecc.). Probabilmente le peculiarit√† del costrutto avranno indotto l‚Äôerrore. In effetti i verbi di percezione reggono un‚Äôinfinitiva peculiare, sia perch√© √® molto prossima a una relativa (¬ęsente loro che frullano¬Ľ), sia perch√© il soggetto dell‚Äôinfinitiva diventa oggetto della reggente (le).

Fabio Rossi

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QUESITO:

I verbi procomplementari, essendo formati da particelle pronominali di valore intensivo, andrebbero usati soltanto in contesti colloquiali, oppure possono essere utilizzati in qualsiasi registro? Quanto √® corretto scrivere: ¬ęstava per andarsene¬Ľ? Tra l‚Äôaltro sono frasi che si possono trovare ad apertura di libro.

Inoltre io distinguo perlomeno quattro tipi di frasi riflessive:

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: uso intensivo.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico.

Tolto l‚Äôuso intensivo e il riflessivo vero e proprio, gli altri due usi (riflessivo apparente e dativo etico) quanto sono accettabili? √ą corretto scrivere: ¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Nei verbi pronominali, e nel sottogruppo dei verbi procomplementari, la particella pronominale (o pi√Ļ d‚Äôuna), detta anche pronome atono o clitico, non svolge necessariamente un valore intensivo, ma svolge spesso un ruolo sintattico pieno di completamento della valenza del verbo, modificandone il significato. Per es. un conto √® il verbo fare, un altro conto il verbo farcela, altro √® sentire, altro √® sentirsela, finire e finirla ecc. A volte, tra un verbo pronominale (o procomplementare) e un verbo non pronominale c‚Äô√® quasi perfetta sinonimia, come accade per andare e andarsene, scordare e scordarsi, ricordare e ricordarsi, dimenticare e dimenticarsi ecc. In casi del genere, il verbo pronominale √® perlopi√Ļ meno formale rispetto al verbo privo di pronome. Se, nel caso di andarsene, possiamo dunque dire (ma solo impropriamente) che i clitici siano d‚Äôuso intensivo, in altri casi, come sentirsela, o saperla lunga, o finirla, la funzione del clitico non √® intensiva ma proprio strutturale e il cambiamento di significato, rispetto al verbo non pronominale, √® sostanziale. I verbi procomplementari, come gi√† detto, sono spesso usati nei registri colloquiali, ma non possono certo dirsi scorretti; inoltre, alcuni di essi possono addirittura essere d‚Äôuso molto formale, come ad es. volerne a qualcuno: ¬ęnon me ne voglia¬Ľ. Nella maggior parte dei casi, pertanto, i verbi procomplementari possono essere usati in tutti i registri; in alcuni casi, invece, sono limitati agli usi informali: fregarsene, farsela addosso, infischiarsene ecc. Ma non √® certo la presenza dei clitici a renderli informali: anche fregare √® pi√Ļ informale di rubare. ¬ęStava per andarsene¬Ľ va benissimo in tutti gli usi. Il fatto che ¬ęstava per andare¬Ľ sia lievemente pi√Ļ formale non scoraggia certo l‚Äôuso della forma pronominale. Come ripeto, stiamo comunque parlando di usi sempre corretti e ammissibili quasi sempre in ogni registro.

Eviterei, a scanso di equivoci, la dizione ¬ęuso intensivo¬Ľ, limitandola, se proprio deve, al solo dativo etico (del tipo ¬ęche mi combini?¬Ľ), nel quale il pronome in effetti non ha valore strutturale ma solo di sfumatura semantica. Il dativo etico √® d‚Äôambito colloquiale ma √® comunque corretto (anche Cicerone, come ricorder√†, lo utilizzava nelle sue lettere).

¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ non √® n√© un verbo procomplementare, n√© pronominale, n√© il clitico ha valore intensivo o etico. √ą un normalissimo complemento di termine con un verbo passivo con si passivante: ¬ęNon vengano chieste spiegazioni a me¬Ľ.

Per quanto riguarda le altre sottocategorie della macrocategoria dei verbi pronominali, osservo quanto segue.

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: verbo transitivo pronominale, d‚Äôuso colloquiale ma sempre corretto.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: come sopra, detto anche riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico, d‚Äôuso perlopi√Ļ colloquiale ma sempre corretto.

Esistono poi anche altre categorie di verbi pronominali, come, per l’appunto, i verbi procomplementari, i verbi reciproci (salutarsi, baciarsi ecc.) e i verbi intransitivi pronominali (esserci, trovarsi, rompersi ecc.).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ¬ęEra bagnato fradicio e tutto coperto di neve¬Ľ, i due predicati, in analisi logica, sono verbali o nominali?

 

RISPOSTA:

Possono essere analizzati sia come predicati verbali, sia come predicati nominali, a seconda che si dia ai participi passati il valore verbale o aggettivale. Come spesso accade, l‚Äôinterpretazione cambia a seconda dell‚Äôottica dell‚Äôanalista: non si tratta, cio√®, di un‚Äôopposizione di sistema (cio√® della grammatica italiana), bens√¨ del punto di vista del linguista. La differenza tra predicato verbale e predicato nominale √® meno netta di quanto comunemente si creda e dipende essenzialmente dal grado di autonomia semantica attribuito al verbo (debole, nel caso della copula nel predicato nominale) e all‚Äôaggettivo o sostantivo che lo accompagna. Nel caso specifico, bagnato e coperto possono essere interpretati come parte di un imperfetto passivo, oppure come aggettivi. Dato che non vi sono elementi dirimenti per attribuire un ruolo verbale a bagnare e coprire (per esempio la presenza di un complemento d‚Äôagente o di causa efficiente: ¬ębagnato dalla pioggia¬Ľ, ¬ęcoperto dalla neve¬Ľ), mi pare pi√Ļ prudente l‚Äôinterpretazione di bagnato e coperto come aggettivi, e dunque l‚Äôinterpretazione di ¬ęera bagnato¬Ľ e ¬ęera coperto¬Ľ come predicati nominali. Completiamo l‚Äôanalisi logica della frase: tutto √® complemento predicativo del soggetto, mentre di neve √® comunque un complemento argomentale (non importa se di specificazione, qualit√†, mezzo o altro), cio√® un complemento che serve a completare il significato del participio (coperto) che altrimenti resterebbe incompleto. Si potrebbe dunque dedurre da ci√≤ che ¬ęcoperto di neve¬Ľ sia analogo a ¬ęcoperto dalla neve¬Ľ e che dunque il predicato sia verbale; tuttavia il valore argomentale di ¬ędi neve¬Ľ non √® dirimente, ai fini del valore verbale piuttosto che aggettivale, dal momento che anche gli aggettivi possono esigere un complemento argomentale per essere completati, come nel caso di ¬ęessere pieno di neve¬Ľ, ¬ęessere adatto alle strade bagnate¬Ľ, ¬ęessere tifosa di una squadra¬Ľ e simili. Pertanto, esattamente come ¬ęera fradicio¬Ľ e ¬ęera pieno (di neve)¬Ľ sono predicati nominali, analogamente ¬ęera bagnato (fradicio) e ¬ęera coperto (di neve)¬Ľ sono predicati nominali, mentre ¬ęera sferzato dal vento¬Ľ, per esempio, sarebbe un predicato verbale, dal momento che, proprio come in ¬ębagnato dalla pioggia¬Ľ e ¬ęcoperto dalla neve¬Ľ, i complementi di causa efficiente consentono la trasformazione della frase da passiva in attiva (¬ęil vento lo sferzava¬Ľ, ¬ęla pioggia lo bagnava¬Ľ, ¬ęla neve lo copriva¬Ľ), requisito di un predicato verbale (ma non di un predicato nominale: gli aggettivi e i nomi, non essendo temporalizzati, non hanno diatesi attiva o passiva). Tornando per√≤, circolarmente, all‚Äôinizio del mio ragionamento, anche quest‚Äôultima analisi potrebbe essere contestata, dal momento che non tutti i verbi passivi reggono un complemento d‚Äôagente o di causa efficiente, n√© soltanto i verbi ammettono la reggenza di un argomento oltre al soggetto. Come si vede, in casi siffatti, pi√Ļ che la distinzione tra predicato verbale e nominale sembra contare il riconoscimento della predicazione e la struttura sintattica della frase, cio√® il riconoscimento di tutti gli argomenti del verbo, dei sostantivi e degli aggettivi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se le due frasi sono entrambe corrette

1) pensa i sacrifici che ha fatto tuo padre

2) pensa ai sacrifici che ha fatto tuo padre

 

RISPOSTA:

S√¨, le due frasi sono entrambe corrette, lievemente pi√Ļ formale la seconda. Il verbo pensare pu√≤ essere usato sia come transitivo sia come intransitivo. Inoltre, la sintassi dei due periodi √® differente, tanto da rendere pi√Ļ efficace la prima, della seconda frase, in determinati contesti, poich√© focalizza ¬ęi sacrifici¬Ľ. ¬ęChe ha fatto tuo padre¬Ľ √® una proposizione relativa nel secondo caso; mentre nel primo caso pu√≤ essere interpretato sia come una relativa, sia come una completiva con sollevamento dell‚Äôoggetto: Pensa che tuo padre ha fatto dei sacrifici. Per questo, bench√© meno formale, √® comunque pi√Ļ efficace a sottolineare il valore di quei sacrifici.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi sono reso conto che a livello molto colloquiale molte persone (anch’io faccio parte di questa cerchia) fanno uso di una strana dislocazione a sinistra di vari elementi grammaticali: soggetto, periodo ipotetico e complementi di ogni tipo.

Le pongo qualche esempio:

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti = se a me piace qualcuno, mi faccio avanti.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto= non so ciò che lui ha fatto.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse? = non so chi pensavi che lui fosse/ non so chi pensavi che fosse, lui?
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo = non so cosa lui vorrebbe che noi dicessimo/ non so cosa lui vorrebbe che dicessimo.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo = non so cosa lui vorrebbe che noi pensassimo/ non so cosa vorrebbe che pensassimo, lui, noi.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa= non penso che se fosse rimasta sarebbe cambiato qualcosa.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato= non so cosa sarebbe cambiato se fosse rimasta.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava = quando io / nel momento in cui io entravo, la gente non mi salutava.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo = penso/ sembra che questo sia ottimo.

In tutte queste frasi c’√® una dislocazione a sinistra di qualche elemento, ad esempio:

Nella prima abbiamo la dislocazione di un complemento dipendente dalla protasi.

Nella seconda la dislocazione del soggetto della relativa.

Nella terza la dislocazione del soggetto di una oggettiva esplicita la quale è dipendente da una proposizione interrogativa.

Nella quarta c’√® la dislocazione del soggetto della proposizione interrogativa.

Nella quinta c’√® una doppia dislocazione, cio√® degli elementi dislocati rispettivamente nella terza e nella quarta.

Nella sesta, per esempio, la protasi √® contenuta nell’oggettiva ed √® dipendente dalla stessa oggettiva (“che sarebbe cambiato qualcosa”) non dalla proposizione principale (“non penso”) eppure nonostante la protasi faccia parte dell’oggettiva viene occasionalmente dislocata a sinistra.

Nella settima abbiamo qualcosa di simile, ovvero la dislocazione della protasi dipendente da una proposizione interrogativa.

Possiamo parlare di dislocazioni grammaticalmente corrette oppure di colloquialismi impropri?

 

RISPOSTA:

L‚Äôitaliano ammette molto spesso lo spostamento di un sintagma, o di una proposizione, rispetto alla sua posizione canonica in un ordine non marcato. Lo spostamento (che √® una potente risorsa sintattica) √® dovuto a esigenze informativo-pragmatiche, cio√® per portare in prima posizione il tema dell‚Äôenunciato, cio√® la parte su cui verte l‚Äôinformazione. Talora questi spostamenti non hanno alcuna ricaduta sul registro, talaltra invece rendono l‚Äôenunciato meno formale, ma comunque corretto. Nessuno degli esempi da lei addotti √® scorretto e soltanto alcuni rendono l‚Äôenunciato meno formale. Nessuno, inoltre, √® configurabile come dislocazione tecnicamente intesa, ma soltanto come spostamento. In taluni casi, si parla anche di anacoluto o tema sospeso, in altri di sollevamento, ma, in buona sostanza, sempre di spostamento si tratta, ma non di dislocazione. Perch√© vi sia una dislocazione, oltre allo spostamento deve esservi anche una ripresa pronominale dell‚Äôelemento spostato, come in ¬ęil panino lo mangio¬Ľ, ¬ęche cosa vuoi non lo so¬Ľ (dislocazioni a sinistra), oppure ¬ęlo mangio il panino¬Ľ, ¬ęnon lo so che cosa vuoi¬Ľ (dislocazioni a destra). Vediamo ora caso per caso.

  1. a) A me se piace qualcuno, mi faccio avanti: non è meno formale della versione senza spostamento.
  2. b) Non so lui ciò che ha fatto/ lui non so ciò che ha fatto: meno formali.
  3. c) Lui non so chi pensavi che fosse/ non so lui chi pensavi che fosse?: meno formali.
  4. d) Lui non so cosa vorrebbe che noi dicessimo/ non so lui cosa vorrebbe che noi dicessimo: lievemente meno formali.
  5. e) Lui noi non so cosa vorrebbe che pensassimo/ non so lui noi cosa vorrebbe che pensassimo: lievemente meno formali. In tutti i casi b-e, come vede, non soltanto la frase è perfettamente corretta, ma, in certi contesti, è anche migliore della frase non marcata, dal momento che valorizza il ruolo tematico di lui, che dunque può agevolare la coesione con quanto precede.
  6. f) Se fosse rimasta non penso che sarebbe cambiato qualcosa: non è meno formale della versione senza spostamento.
  7. g) Se fosse rimasta non so cosa sarebbe cambiato/ non so se fosse rimasta cosa sarebbe cambiato: non è meno formale della versione senza spostamento.
  8. h) Io quando/nel momento in cui entravo, la gente non mi salutava: tema sospeso o anacoluto, meno formale della frase non marcata.
  9. i) Questo penso/ sembra che sia ottimo: normalissimo caso di sollevamento del soggetto, non meno formale.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho sempre visto come corrette delle frasi come ¬ęsarebbe impossibile / difficile che tu ce la faresti¬Ľ o ¬ęsarebbe stato impossibile / difficile che tu ce l’avresti fatta¬Ľ.

In particolare la prima venne posta come quesito sul Treccani e tale frase venne giudicata scorretta: https://eur01.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Ft.ly%2FcAH1&data=05%7C01%7Cdico%40unimeit.onmicrosoft.com%7C6e16b9f793c349bff4b108db1c545e1f%7C84679d4583464e238c84a7304edba77f%7C0%7C0%7C638134920903056748%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJWIjoiMC4wLjAwMDAiLCJQIjoiV2luMzIiLCJBTiI6Ik1haWwiLCJXVCI6Mn0%3D%7C3000%7C%7C%7C&sdata=ksgYbWZ1G3CzalQb%2FG%2BomQ7%2Fa%2BcHdSo%2Fl88W%2F%2BRGhhU%3D&reserved=0.

Sinceramente, pensandoci e ripensandoci, non ne capisco il motivo, perché:

-Penso che lui non ce la farebbe (protasi implicita nell’oggettiva).

-Penserei che lui non ce la farebbe (protasi implicita nell’oggettiva).

-Pensavo che lui non ce l’avrebbe fatta (protasi implicita nell’oggettiva).

-Avrei pensato che lui non ce l’avrebbe fatta (protasi implicita nell’oggettiva).

Per lo stesso motivo riterrei corrette anche:

-√ą impossibile / difficile che tu ce la faresti (protasi implicita nella soggettiva).

-Era impossibile / difficile che tu ce la avresti fatta (protasi implicita nella soggettiva).

Seguendo la stessa logica, anche le due frasi iniziali mi sembrano corrette.

Lei cosa ne pensa?

 

RISPOSTA:

Come giustamente spiegato nella risposta del sito Treccani, la protasi implicita (¬ęse ci provassi¬Ľ o ¬ęse ci avessi provato¬Ľ) √® dipendente dall‚Äôapodosi ¬ęsarebbe (stato) impossibile / difficile¬Ľ, non certo da ¬ęche tu ce la facessi¬Ľ, che dipende, come completiva soggettiva, dall‚Äôapodosi stessa. Quindi la frase da lei proposta, al condizionale, √® sbagliata, poich√© in dipendenza da ¬ę√® difficile / impossibile¬Ľ le uniche alternative possibili sono il congiuntivo o, informalmente, l‚Äôindicativo: ¬ęsarebbe (stato) impossibile / difficile che tu ce la facevi¬Ľ.

In tutti gli altri casi, in cui la completiva √® oggettiva e non soggettiva, la protasi sottintesa (¬ęse ci provasse / avesse provato¬Ľ) dipende dall‚Äôoggettiva stessa, e non dalla proposizione da cui l‚Äôoggettiva dipende (¬ępenso¬Ľ ecc.), ecco perch√©, in questi ultimi casi, il condizionale √® ammesso, mentre nei casi da lei proposti no, perch√©, come ripeto, l‚Äôapodosi non √® rappresentata dalla soggettiva bens√¨ dal verbo da cui la soggettiva dipende, cio√® ¬ęsarebbe impossibile / difficile¬Ľ, che infatti √® regolarmente al condizionale. Il suo errore √® pertanto duplice: 1) nel credere che l‚Äôapodosi sia costituita dalla soggettiva (anzich√© dalla proposizione che regge la soggettiva) e 2) nell‚Äôestendere indebitamente il condizionale (gi√† esistente) nell‚Äôapodosi alla completiva che ne dipende.

Dunque il condizionale in dipendenza da una soggettiva √® sempre impossibile? No, √® raro, ma non impossibile. Per es. in dipendenza da verbi che indicano certezza o conoscenza: ¬ę√ą certo / noto che tu potresti farcela¬Ľ, perch√© in questo caso, effettivamente, la protasi sottintesa dipende dalla completiva: ¬ęse ci provassi [√® certo che] ce la faresti / potresti farcela¬Ľ. Perch√©? La risposta, non semplicissima, risiede nel differente statuto semantico-strutturale di verbi impersonali come √® noto, √® sicuro ecc. rispetto a verbi (con un diverso grado di impersonalit√†) quali √® difficile e simili. Infatti posso trasformare in personale ¬ę√® noto¬Ľ con ¬ęqualcuno sa¬Ľ (trasformando dunque la soggettiva in oggettiva), mentre l‚Äôunico soggetto possibile di ¬ę√® difficile¬Ľ √® la stessa cosa che √® difficile. Tant‚Äô√® vero che ¬ę√® difficile¬Ľ (e simili) ammette una dipendente implicita (¬ę√ą difficile riuscirci¬Ľ), mentre ¬ę√® noto¬Ľ (e simili) no (*¬ę√ą noto riuscirci¬Ľ √® inammissibile in italiano).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei sottoporre due quesiti che mi attanagliano:

¬ę√ą/√® stata la cosa migliore che avremmo/avessimo potuto fare¬Ľ?

¬ęMi sembra tutto/tutta una follia¬Ľ

Credo siano tutte forme corrette, ma vorrei capire nello specifico che cosa cambi.

 

RISPOSTA:

Sì, in entrambi i casi entrambe le varianti sono corrette, senza alcun cambiamento semantico rilevante.

Nella prima variante della prima frase, la prospettiva √® quella di considerare la cosa da fare come un futuro nel passato: io adesso racconto che nel passato avremmo potuto fare una cosa (cio√® nel futuro rispetto al passato, ma comunque nel passato rispetto a ora) che effettivamente poi abbiamo fatto (nel passato). Nel secondo caso, invece, prevale il punto di vista di considerare la cosa come semplicemente passata. Esiste inoltre una terza possibilit√†, cio√® quella dell‚Äôimperfetto congiuntivo: ¬ę√ą/√® stata la cosa migliore che potessimo fare¬Ľ. Quest‚Äôultima variante, che indica contemporaneit√† (e/o possibilit√†) nel passato, funziona meglio con la reggenza al passato (¬ę√ą stata la cosa¬Ľ), tuttavia funziona anche in dipendenza dal presente (¬ę√ą la cosa¬Ľ), in quanto rimane tuttora, a ripensarci, la cosa migliore (che potessimo/avremmo potuto/avessimo potuto fare). Tra tutte le soluzioni, quella che mi pare pi√Ļ naturale √® ¬ę√ą [perch√© lo √® tuttora] la cosa migliore che potessimo fare¬Ľ, oppure, in modo ancora pi√Ļ semplice e chiaro (e dunque sempre preferibile: perch√© complicare e complicarci la vita?), ¬ęAbbiamo fatto la cosa migliore¬Ľ.

Nella seconda frase, l‚Äôaccordo pu√≤ avere come testa sia il soggetto ([Ci√≤] mi sembra tutto una follia¬Ľ), sia il predicativo del soggetto (¬ęuna follia¬Ľ). Nel primo caso, inoltre, si pu√≤ anche sostenere che ¬ętutto¬Ľ sia un soggetto posposto e comunque il significato della frase non cambierebbe.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei sottoporre alla sua attenzione un quesito su quella che forse si potrebbe definire una sostantivizzazione del participio.

1) I morti per covid = la gente che è morta a causa del covid.

2) I Laureatisi in economia = le persone che si sono laureate in economia.

(Verbo intransitivo/participio passato verbale)

3)Gli Infettati da covid = la gente che è stata infettata dal covid.

4)I preoccupati da questa situazione = la gente che viene preoccupata dalla situazione

(Verbo passivo/participio passato verbale)

5)Gli amanti la musica = le persone amanti la musica.

6)I partecipanti al convegno = le persone partecipanti al convegno.

7)Gli aventi diritto = Le persone aventi diritto.

(Participio presente verbale)

8)I laureati in economia = Le persone che sono laureate in economia

9)I preoccupati per questa situazione = le persone che sono preoccupate per questa situazione

(Participio passato con funzione aggettivale)

10)I partecipanti al convegno = Le persone che sono partecipanti al convegno

(Participio presente con funzione aggettivale)

11)Gli infetti da covid = la gente che è infetta da covid.

12)Gli esperti di musica = Le persone che sono esperte di musica.

13) I pieni di rabbia = la gente che è piena di rabbia.

(Aggettivo)

Non penso che tutti i casi in questione siano sostantivi veri e propri, ma che il sostantivo sia racchiuso all’interno di participi passati verbali, participi presenti verbali, participi passati aggettivali, participi presenti aggettivali e aggettivi.

Penso si tratti di sostantivizzazione, altrimenti, basandoci sulla prima frase, avremmo, per esempio:

“Siete dei morti per il covid”, che sarebbe una frase con tutt’altro senso, in quanto il participio passato “morto” in questa specifica frase √® un sostantivo “puro” , ma nell’uso che si fa nella frase “1” non corrisponde alle funzioni che ha come sostantivo puro, ma a quelle del verbo.

In poche parole, nella prima frase dell’elenco mantiene il proprio valore verbale (intransitivo) originario, cio√® di di participio passato verbale di forma intransitiva.

Lo stesso si pu√≤ dire per quanto riguarda il participio presente “amante”.

Per esempio:

Pu√≤ essere un sostantivo puro = “gli amanti della musica”.

Pu√≤ essere un participio presente usato come aggettivo, cio√® un participio presente con funzione aggettivale = “le persone che sono amanti della musica”.

Pu√≤ essere, come nella frase in questione (5), usato come participio presente verbale, o meglio, ne ha tali funzioni nella quinta frase = “le persone amanti la musica”.

Lei cosa ne pensa? Ritiene la mia analisi giusta o sono letteralmente fuori strada?

 

RISPOSTA:

Il participio (presente e passato) si chiama cos√¨, fin dal latino, proprio perch√© ha una natura duplice, sia verbale, sia aggettivale-nominale, come dimostra tra l‚Äôaltro la lessicalizzazione piena di alcune parole, divenute sostantivi a tutti gli effetti: amante, i morti ecc., oppure di partici latini divenuti sostantivi italiani: studente, docente, presidente ecc. Dunque ¬ęI morti per Covid¬Ľ √® un caso di participio sostantivato (ma comprendo la sua osservazione al riguardo, sulla quale torner√≤ alla fine della risposta). ¬ęI laureatisi in economia¬Ľ non √® corretto, perch√© l‚Äôuso sostantivato sarebbe ¬ęI laureati in economia¬Ľ, mentre laureatisi, con la particella pronominale del verbo laurearsi, rende il participio verbale: ¬ęle persone laureatesi in economia¬Ľ va invece bene, ancorch√© pesante; anche in questo caso sarebbe meglio ¬ęle persone laureate in economia¬Ľ.

¬ęGli Infettati da Covid¬Ľ pu√≤ essere considerato sia d‚Äôuso nominale (perch√© ha l‚Äôarticolo) sia verbale (perch√© ha il complemento di causa efficiente).

¬ęI preoccupati da questa situazione¬Ľ: come sopra, sebbene nessuno in un italiano comune e fluido userebbe mai un‚Äôespressione cos√¨ innaturale. Sarebbe molto meglio ¬ęle persone preoccupate per questa situazione¬Ľ.

¬ęGli amanti la musica¬Ľ: come sopra, sia nominale (per l‚Äôarticolo), sia verbale (per il complemento oggetto). Ma sarebbe preferibile l‚Äôuso pienamente nominale: ¬ęGli amanti della musica¬Ľ.

¬ęI partecipanti al convegno¬Ľ: uso nominale.

¬ęGli aventi diritto¬Ľ: sia nominale sia verbale.

¬ęI laureati in economia¬Ľ: nominale.

¬ęI preoccupati per questa situazione¬Ľ: nominale, ma, come detto sopra, meglio ¬ęle persone preoccupate per questa situazione¬Ľ.

¬ęGli infetti da Covid¬Ľ: infetto in italiano non √® participio passato, dunque l‚Äôuso √® ovviamente nominale.

¬ęGli esperti di musica¬Ľ: nominale, perch√© il participio passato di esperire √® esperito, non esperto.

¬ęI pieni di rabbia¬Ľ: nominale, pieno non √® participio. Ovviamente, se in tutti questi casi si premette ¬ęle persone¬Ľ, quanto segue passa dal valore nominale a quello aggettivale.

Il suo ragionamento, ancorch√© un po‚Äô farraginoso, √® in gran parte giusto. Per riassumere: dato che in molti casi il participio continua a reggere un complemento (ovvero un argomento, cio√® un completamento) del verbo (come ¬ęI morti per Covid¬Ľ, ¬ęGli infettati dal Covid¬Ľ ecc.), allora, anche se √® preceduto dall‚Äôarticolo, esso non perde del tutto la sua componente verbale. Il ragionamento √® sensato, per√≤ deve tener presente che in italiano anche aggettivi e nomi possono reggere argomenti, come per es. pieno, disponibile, voglia, paura ecc.: ¬ęla piena di grazia¬Ľ, ¬ęi disponibili all‚Äôincontro¬Ľ, ¬ęho voglia di vacanza¬Ľ, ¬ępaura di morire¬Ľ ecc. Come vede, il confine tra nome (o aggettivo) e verbo √®, a ben guardare, meno rigido di quanto si creda, non soltanto nel caso del participio (presente e passato). Pertanto, in conclusione, la reggenza di complementi come ¬ęper Covid¬Ľ, ¬ęda Covid¬Ľ, ¬ęla musica¬Ľ ecc. non giustifica il fatto che i participi reggenti quei complementi siano soltanto verbali, ma, quantomeno, che siano sia nominali (o aggettivali) sia verbali.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei porre un quesito: in frasi come “non sentirsela di …”, qual √® il tipo di subordinata cos√¨ introdotta?

 

RISPOSTA:

√ą una subordinata completiva, per la precisione oggettiva; infatti il verbo pronominale (o pi√Ļ precisamente procomplementare) sentirsela per essere completato ha bisogno di un argomento (che funge da complemento oggetto) rappresentato dalla subordinata oggettiva implicita introdotta da di, come se fosse sento di…: ¬ęNon me la sento di uscire¬Ľ = ¬ęNon mi sento di uscire¬Ľ (analogamente a ¬ęNon sento la voglia di uscire¬Ľ).

Fabio Rossi

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QUESITO:

So che il termine elezione viene usato spesso in campo medico con il significato di ‘migliore’, ‘pi√Ļ opportuno’. Per esempio: “In quella situazione l’intervento di elezione √® l’asportazione della cistifellea”. Vorrei sapere se lo stesso termine pu√≤ essere usato con lo stesso significato in altri contesti. Per esempio: “Se ci si trova nel raggio d’azione di un serpente, la strategia di elezione consiste nel rimanere immobili”.

 

RISPOSTA:

Il termine elezione ha come primo significato quello di ‚Äėscelta volontaria‚Äô; dal significato primario, per√≤, si √® sviluppato quello di ‚Äėpreferenza‚Äô, che emerge chiaramente nell‚Äôespressione di elezione e nell‚Äôaggettivo semanticamente equivalente elettivo ‚Äėfrutto di scelta‚Äô (come nel titolo del romanzo di Goethe Le affinit√† elettive), ma anche ‚Äėpreferibile‚Äô. Nell‚Äôuso comune, quindi, l‚Äôespressione significa ‚Äėpreferibile‚Äô (quindi la strategia d‚Äôelezione = ‚Äėla strategia preferibile‚Äô); nel linguaggio della medicina, invece, permane il significato primario, infatti un intervento di elezione non √® quello preferibile, ma quello scelto volontariamente in presenza di altre possibilit√†, come la procrastinazione o un altro tipo di intervento.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

A me riesce difficile capire quando di è essenziale e quando soltanto ridondante.

¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ; ¬ęPensa di valere di pi√Ļ/pi√Ļ di noi¬Ľ.

C’è qualche regola da seguire?

Invece credo che una costruzione simile sia sbagliata: ¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ. O soltanto ¬ęNon me ne intendo¬Ľ, sottintendendo l‚Äôargomento, oppure ¬ęNon mi intendo di matematica¬Ľ senza ‚Äúne‚ÄĚ.

Anche con in ho questo problema: ¬ęIn molti andarono/Molti andarono¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In effetti non √® semplice, perch√©, pi√Ļ che vere e proprie regole di grammatica stabili, si tratta in questi casi di consuetudini di occorrenza, cio√® di espressioni pi√Ļ o meno cristallizzate con o senza di. Di meno pu√≤ fungere da locuzione avverbiale, del tutto interscambiabile con meno (¬ębisognerebbe parlare di meno e pensare di pi√Ļ¬Ľ), oppure da locuzione aggettivale, spesso, ma non sempre, interscambiabile con meno (¬ęun tempo le macchine in strada erano di meno¬Ľ o ¬ęerano meno¬Ľ); ma per esempio in ¬ęho una carda di meno¬Ľ (o ¬ęin meno¬Ľ) mal si presta alla sostituzione con il solo meno, cos√¨ come ¬ęce n‚Äô√® uno di meno¬Ľ (ma non ¬ęuno meno¬Ľ).

Nel suo primo esempio, di pu√≤ anche mancare: ¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ. Quando invece meno √® seguito dal secondo di termine di paragone, √® bene omettere di: ¬ęPensa di valere pi√Ļ/meno di noi¬Ľ, anche se la forma con di, in questo caso, √® comunque possibile. Ma, per esempio, in ¬ęVorrei pi√Ļ/meno pasta di te¬Ľ, il di non va usato.

¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ √® una costruzione pleonastica tipica del parlato e della lingua informale denominata tecnicamente dislocazione a destra. In quanto pleonastica (dal momento che ne sta per di matematica) sarebbe meglio evitarla nella lingua scritta e formale, a meno che non manchi il sintagma pieno: ¬ęNon me ne intendo¬Ľ.

¬ęMolti andarono¬Ľ va bene per tutti gli usi, mentre ¬ęIn molti andarono¬Ľ, oltrech√© meno formale, √® pi√Ļ adatto nell‚Äôordine invertito dei costituenti, per esempio: ¬ęSe ne sono andati in molti¬Ľ. Inoltre, in molti, rispetto a molti, fa presupporre una quantit√† assoluta, priva di relazione con altre: ¬ęmolti andarono al mare, ma altrettanti in montagna¬Ľ; ¬ęin molti andarono al mare¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

“A proposito” sappiamo che √® una locuzione avverbiale, ma si pu√≤ usare anche come avverbio. Ma in quale gruppo di avverbi pu√≤ essere inserito?

 

RISPOSTA:

Locuzione significa ‚Äėinsieme di pi√Ļ parole che esprime il medesimo contenuto di una parola sola‚Äô, quindi locuzione avverbiale di fatto √® sinonimo di avverbio, con l‚Äôunica differenza che l‚Äôavverbio √® costituito da una parola sola (per es. limitatamente), mentre la locuzione √® costituita da pi√Ļ parole (per es. a proposito). A proposito pu√≤ essere sia una locuzione preposizionale, sia una locuzione avverbiale. Nel primo caso, accompagnata da di, ha il significato della preposizione su e pu√≤ introdurre un complemento di argomento: ¬ęNon ho nulla da aggiungere a proposito della tua bocciatura¬Ľ. √ą sinonima di un‚Äôaltra locuzione preposizionale: riguardo a. Quando funge da locuzione avverbiale, invece, ha un valore pi√Ļ o meno riconducibile a quello degli avverbi di modo (ma con sfumature anche di avverbio di giudizio o di limitazione): ¬ęCapita proprio a proposito¬Ľ, ¬ęHa parlato proprio a proposito¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Sono corrette frasi come: ¬ęPenso che io sia sordo¬Ľ oppure ¬ępenso che io sia chiaro¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Non sono scorrette ma sarebbe bene evitarle, dal momento che una completiva con lo stesso soggetto della reggente si esprime di norma in forma implicita, anzich√© esplicita: ¬ęPenso di essere sordo¬Ľ e ¬ępenso di essere chiaro¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

√ą corretto l‚Äôutilizzo del verbo provvedere in questo modo? ‚ÄúAvresti dovuto PROVVEDERE IN QUELLA DIREZIONE per evitare problemi‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

S√¨; in una frase come la sua il verbo provvedere √® usato assolutamente, ovvero come verbo intransitivo monovalente (o inergativo). Con questa costruzione, il verbo assume il significato di ‚Äėcercare una soluzione‚Äô e pu√≤ certamente essere arricchito da sintagmi aggiunti (o espansioni) come in quella direzione, che restringe l‚Äôambito dell‚Äôintervento a quello nominato precedentemente nel discorso.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vi chiedo di propormi la vostra analisi del periodo di questo breve testo.

“Carlo gli aveva detto che, nell’ora in cui la nave doveva salpare, sarebbe salito sull’abbaino della soffitta per guardare, nella sera che si spegneva, in direzione di Trieste, l√† dove lui, Enrico, partiva, quasi i suoi occhi potessero frugare nei buio e salvare le cose dall’oscurit√†, lui che aveva insegnato che filosofia, amore della sapienza indivisa, vuol dire vedere le cose lontane come fossero vicine, abolire la brama di afferrarle, perch√© esse semplicemente sono, nella grande quiete dell’essere” (Claudio Magris, Un altro mare).

 

RISPOSTA:

Di seguito l’analisi del periodo; in coda si forniranno alcune note.

Carlo gli aveva detto, lui = principale

che, nell’ora sarebbe salito sull’abbaino della soffitta = sub. oggettiva di I grado;

in cui la nave doveva salpare, = sub. relativa di II grado;

per guardare, nella sera in direzione di Trieste, là = sub. finale di II grado;

che si spegneva, = sub. relativa di III grado;

dove lui, Enrico, partiva, = sub. relativa di III grado;

quasi i suoi occhi potessero frugare nel buio = sub. comparativa ipotetica di III grado;

e salvare le cose dall’oscurit√† = coord. alla sub. comparativa ipotetica di III grado;

che aveva insegnato = sub. relativa di I grado;

che filosofia, amore della sapienza indivisa, vuol dire = sub. oggettiva di II grado;

vedere le cose lontane = sub. oggettiva di III grado;

come fossero vicine, = sub. comparativa ipotetica di IV grado;

abolire la brama = coord. alla sub. oggettiva di III grado;

di afferrarle, = sub. dichiarativa di IV grado;

perch√© esse semplicemente sono, nella grande quiete dell’essere = sub. causale di V grado.

 

La proposizione principale nel testo è divisa in due parti, che si trovano a grande distanza l’una dall’altra; la prima parte (Carlo gli aveva detto) è continuata da una serie di subordinate contenenti descrizioni di luoghi e azioni, la seconda (il pronome lui) prolunga a distanza la principale per aggiungere alla frase un’informazione astratta (nella quale, però, si rispecchia il soggetto). Il sintagma complesso in direzione di Trieste, là è quasi certamente aggiunto al verbo guardare, ma non è escluso che ruoti intorno al verbo spegnere. Se si segue questa seconda interpretazione l’analisi di quella parte diventa:

per guardare, nella sera = sub. finale di II grado;

che si spegneva, in direzione di Trieste, là = sub. relativa di III grado.

Ancora, la relativa dove lui, Enrico, partiva può essere interpretata come dipendente da quest’ultima proposizione, per cui avremmo:

dove lui, Enrico, partiva, = sub. relativa di IV grado.

In questo caso guardare cambia valenza e significato; non √® pi√Ļ bivalente con il significato di ‚Äėosservare un oggetto o un processo‚Äô, ma monovalente con il significato di ‚Äėsoffermarsi a contemplare‚Äô.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale tra le due √® la costruzione pi√Ļ appropriata a un uso formale?

¬ęPerch√© non si √® ricorso/i prima a questo stratagemma?¬Ľ

O ancora:

¬ęPerch√© non si √® intervenuto/i prima?¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Abbiamo fornito molte risposte analoghe a questa, sugli usi del si passivante e del si impersonale: le suggerisco pertanto di ricercare nell‚Äôarchivio delle risposte di Dico, scrivendo ‚Äúpassivante‚ÄĚ o ‚Äúpassivato‚ÄĚ o ‚Äúsi impersonale‚ÄĚ nel campo della ricerca libera. I due casi specifici da lei segnalati, comunque, non rientrano nella tipologia del si passivante, bens√¨ del si impersonale, poich√© entrambi i verbi (ricorrere e intervenire) sono intransitivi e come tali non possono ammettere la forma passiva, dunque neppure il si passivante. Tuttavia la sua domanda √® molto interessante, perch√© consente di riflettere sull‚Äôuso dell‚Äôaccordo del participio passato nel caso di si impersonale con verbi composti.

I verbi intransitivi che hanno come ausiliare avere non accordano il participio con il soggetto; il participio rimane pertanto invariato, cio√® sempre al maschile singolare: ¬ęper oggi si √® lavorato abbastanza¬Ľ, ¬ęsi √® giocato a pallone¬Ľ; mentre i verbi che hanno come ausiliare essere, richiedono l‚Äôaccordo del participio: ¬ęsi √® andati (o andate) al mare¬Ľ, ¬ęsi √® morte (o morti) di noia¬Ľ. Pertanto l‚Äôunica forma corretta della sua seconda frase √®: ¬ęPerch√© non si √® intervenuti prima?¬Ľ, dal momento che intervenire ha come ausiliare essere. A rigore, anche nella sua prima frase il participio passato dovrebbe essere accordato: ¬ęPerch√© non si √® ricorsi/e prima a questo stratagemma?¬Ľ; tuttavia non sono rari (bench√© minoritari rispetto a essere) i casi in cui ricorrere possa reggere l‚Äôausiliare avere; pertanto √® corretta (ma meno formale) anche la forma con il participio non accordato, cio√® al maschile singolare: ¬ęPerch√© non si √® ricorso prima a questo stratagemma?¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Il testo che segue è la parte di una favola. Vorrei sapere se la punteggiatura e i verbi sono corretti:
¬ęIn una grande prateria ci vivevano bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo: forte, bello, veloce… Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi √® proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male, infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero che cos√¨ appena gli sarebbe venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e si sarebbe preso una botta/crapata e cos√¨ and√≤¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In brano presenta svariate inesattezze, che commenterò sotto.

¬ęIn una grande prateria ci vivevano [il ci √® pleonastico: indica infatti il complemento di luogo gi√† espresso da in una grande prateria; ci va dunque eliminato] bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo: forte, bello, veloce… [eviterei i due punti che spezzano inutilmente il discorso; li sostituirei con una virgola] Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi √® [refuso per e congiunzione] proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male, [prima di infatti va un segno di punteggiatura forte, come un punto e virgola] infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero che [eliminare il che e aggiungere due punti] cos√¨ [virgola] appena gli sarebbe [fosse: qui il condizionale √® sbagliato perch√© √® come se fosse un periodo ipotetico: se gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato…] venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e [manca il soggetto, altrimenti il lettore crede che si tratti sempre dell‚Äôinsetto, mentre invece qui il soggetto cambia ed √® il bufalo] si sarebbe preso una botta/crapata [crapata √® troppo informale/regionale e stona in un racconto; anche il generico botta non √® il massimo; meglio testata, o gran testata, seguito da un punto] e cos√¨ and√≤¬Ľ.

Quindi il brano corretto sarebbe come segue:

¬ęIn una grande prateria vivevano bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo, forte, bello, veloce… Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi e proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male; infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero: cos√¨, appena gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e il bufalo si sarebbe preso una gran testata. E cos√¨ and√≤¬Ľ. Oppure: ¬ęcos√¨, appena il bufalo gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e quello si sarebbe preso una gran testata¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In un avviso qual è la forma corretta da scrivere?

1) Si avvisa ai signori condomini

2) Si avvisa i signori condomini.

 

RISPOSTA:

Nessuna delle due, bens√¨: ¬ęSi avvisano i signori condomini¬Ľ, con il si passivante con valore impersonale: ‚Äėi signori condomini sono avvisati‚Äô. Avvisare √® intransitivo e dunque regge il complemento oggetto, non il complemento di termine (ai). Un‚Äôalternativa possibile soltanto in Toscana sarebbe quella con il si con valore di prima persona plurale: ¬ęSi avvisa i signori condomini¬Ľ, cio√® ‚Äėnoi avvisiamo i signori condomini‚Äô.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quale frase è corretta? Li adoro / Gli adoro?

 

RISPOSTA:

Li adoro, perché adorare regge il complemento oggetto (li) e non il complemento di termine (gli, loro).

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se le seguenti frasi sono corrette e ben scritte, e se non lo sono, perché. Tra parentesi inserisco i punti che mi interessano:

1) Avere un’amica, come riteneva necessaria la madre, ecc. (necessaria)

2) Chi è senza, non usa le dovute maniere. (La virgola).

3) Piuttosto che: “Il lavoro nobilita l’uomo”, dovresti dire ecc. (Il “piuttosto che” con discorso diretto)

4) La scuola non solo ti insegna tante cose, ma ti d√† la possibilit√† di conoscere tante persone. (Nessuna virgola dopo “scuola”).

5) Gli uomini hanno costruito le strade per spostarsi. (Hanno costruito).

6) Nel mondo di oggi la vita √® pervasa da ecc. (L’assenza della virgola dopo “oggi).

 

RISPOSTA:

Su alcune si queste abbiamo già pubblicato una risposta, ma la ripetiamo in sintesi.

1) Necessario: qui l’accordo non è con amica, ma con avere un’amica.

2) La virgola pu√≤ andare, per segnalare l‚Äôellissi, che tuttavia √® strana (per l‚Äôellissi e per l‚Äôadiacenza senza non), quindi sarebbe bene evitarla (l‚Äôellissi e conseguentemente anche la virgola) prima di aver nominato l‚Äôoggetto in forma piena. Per esempio: ¬ęChi √® senza cappello dovrebbe indossarne uno¬Ľ, in questo caso senza virgola, per non separare il soggetto dal predicato.

3) Va bene ma elimini i due punti, perché non è né un vero e proprio discorso diretto (piuttosto la citazione di un proverbio) né un elenco, sibbene una frase linearizzata, senza bisogno di staccarne i costituenti.

4) Senza dubbio senza virgola: mai separare il soggetto dal predicato.

5) Corretta. Costruite sarebbe ridicolmente pomposo e arcaico.

6) Senza virgola, per carit√†: mai separare il soggetto…

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Mi sorge un dubbio. Quale delle seguenti affermazioni è corretta? Questi è mio cugino oppure questo è mio cugino?

Se dico: mio cugino fa il falegname. Questi è molto bravo nel suo lavoro.

Oppure si deve usare questo?

 

RISPOSTA:

Questo √® pi√Ļ informale, questi √® molto formale. Tuttavia nel suo esempio sono inappropriati entrambi, perch√© non c‚Äô√® alcun bisogno di ribadire il soggetto nominato tre parole prima. Quindi l‚Äôunica frase adatta √® la seguente: ¬ęMio cugino fa il falegname. √ą molto bravo nel suo lavoro¬Ľ (oppure ¬ęed √® molto bravo…¬Ľ).

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Desidererei sapere se questa frase √® corretta: ¬ęNon sono come te che ti (invece che ¬ęa cui¬Ľ) piacciono le auto di lusso¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette, anche se la prima √® meno formale della seconda. Le due alternative non sono peraltro identiche: il che della prima frase infatti non √® propriamente un pronome relativo, bens√¨ un che polivalente, con valore, in questo caso, vicino a quello di una congiunzione consecutiva: ‘tale che ti piacciono’. Dunque, oltre a essere meno formale, la prima frase esprime qualcosa in pi√Ļ rispetto alla seconda, cio√® un maggior distacco (o un giudizio pi√Ļ negativo) nei confronti di una persona tale (talmente superficiale, materialista, capitalista, o che so io) da dar valore alle auto di lusso.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sull’analisi logica di questa frase, potreste aiutarmi?

¬ęIl gatto √® capace di scendere¬Ľ.

¬†√ą corretto dire che di scendere¬†√® un complemento indiretto?¬†

 

RISPOSTA:

Cominciamo dall’analisi del periodo: il gatto è capace: proposizione principale; di scendere: subordinata completiva (detta anche argomentale) indiretta (ovvero è come se fosse un’oggettiva, pur non dipendendo da un verbo transitivo). Dunque di scendere non è un complemento bensì una proposizione subordinata.

Analisi logica della principale: il gatto: soggetto; è capace: predicato nominale, analizzabile in è: copula + capace: parte nominale (o nome del predicato).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nella frase seguente ¬ęll Dirigente scolastico e gli insegnanti hanno il piacere di incontrarvi per presentare la nostra scuola¬Ľ, non sarebbe meglio scrivere presentarvi?

 

RISPOSTA:

Non è indispensabile, il senso è chiarissimo ugualmente. Del resto il verbo presentare richiede il dativo soltanto se si presenta una persona a un’altra, ma per altri contesti si può presentare una relazione, un progetto, una scuola, senza specificare a chi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se con piuttosto che si possano usare i due punti, come nel caso: ¬ęPiuttosto che: “L’occasione fa l’uomo ladro”, si dovrebbe dire…¬Ľ.

Inoltre, se nella frase “Avere un’amica, come riteneva necessaria la madre”, sia giusto mettere “necessaria” e non “necessario”.

 

RISPOSTA:

No, nel primo caso non si tratta di un elenco, ma di una frase legata, che come tale non richiede i due punti.

Nel secondo caso, l’accordo corretto è al maschile (necessario), perché l’aggettivo non si riferisce all’amica, bensì all’azione (e alla proposizione) avere un’amica.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Nel vostro archivio sono molteplici gli articoli inerenti all’alternanza, spesso ostica per i parlanti, tra il si passivante e il si impersonale. Alcuni di questi sono stati pubblicati di recente; approfitto pertanto dell’attualit√† dell’argomento per presentare una mia domanda.

Parto dall’esempio: Noi da giovani si mangiavano cibi genuini.

La costruzione √® corretta? Quando il soggetto di prima persona plurale √®, come nell’esempio, esplicito, ma anche quando √® implicito purch√© facilmente ricavabile dal contesto, il parlante ha l’obbligo di scegliere il si impersonale, oppure anche il si passivante √® possibile?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio da lei proposto √® il si di prima persona plurale tipico del toscano e non rientra dunque n√© nel si impersonale n√© nel si passivante. Tuttavia la sua frase presenta un errore: in (italiano regionale) toscano infatti il si ‚Äėprima persona plurale‚Äô si costruisce con la terza persona singolare (e non plurale) del verbo: ¬ęNoi si mangiava cibi genuini¬Ľ = ‚Äėnoi mangiavamo cibi genuini‚Äô. A meno che la sua frase non costituisca un anacoluto (pure possibile nel parlato), con cambio di progetto da personale (noi) a passivante con valore di impersonale (si mangiavano).

Ecco poche regole per districarsi nell‚Äôuso del si impersonale/passivante. Se c‚Äô√® un soggetto espresso, non si pu√≤ utilizzare il si impersonale (altrimenti non sarebbe impersonale…). Se il verbo √® intransitivo, e dunque non ammette la forma passiva, non si pu√≤ utilizzare il si passivante (altrimenti non sarebbe passivante…). Nella pratica, il significato di entrambi i si √® pressoch√© identico e l‚Äôincertezza di cui parla lei √® dunque pi√Ļ teorica (e metalinguistica) che pratica.

Per esempio: in ¬ęsi mangiavano cibi genuini¬Ľ (senza soggetto espresso), il si √® passivante (‚Äėcibi genuini venivano mangiati‚Äô) ma il significato di fatto non cambia rispetto a un uso impersonale (o quasi): ‚Äėqualcuno (o tutti, in generale) mangiava…‚Äô .

Il si impersonale si costruisce soltanto con la terza persona singolare del verbo (si pensa, si dice, si teme, si arriva), mentre il si passivante ammette sia il singolare (si vede il mare, che può essere sia si passivante sia si impersonale), sia il plurale (non si mangiano cibi avariati). In caso di verbo intransitivo, come in si andava,  è possibile soltanto la terza persona singolare. Nei verbi transitivi è ammessa sia la terza singolare sia la terza plurale (si mangia, si mangiano).

Insomma, nella produzione e nell’interpretazione degli enunciati grossi problemi, almeno per i madrelingua, non ve ne sono: il significato, infatti, sia per il si impersonale sia per il si passivante, di fatto è sempre impersonale (o quasi), come ripeto: qualcuno (o tutti in generale) va, mangia ecc. A essere ostico, quindi, non è l’uso, quanto l’analisi, che tutto sommato mi sembra un problema (molto) secondario.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Vorrei sapere se sia sempre errato inserire una virgola prima o dopo un complemento (¬ęHai lasciato altre cose in macchina¬Ľ, ¬ęQui, nevica¬Ľ, ¬ęParte anche lui dall‚ÄôAustralia, per poi arrivare in Cambogia¬Ľ, ¬ęCon il vocativo, ci va la virgola¬Ľ, ¬ęAndr√≤ in Svizzera, partendo dalla Germania, ecc.), oppure prima del che¬†(¬ęL‚Äôautomobile di Luca √® un vecchio catorcio, che quindi a volte pu√≤ avere dei problemi¬Ľ).

Mentre sono certo che una frase del genere √® agrammaticale: ¬ęIl gatto di Luca, √® un persiano.¬Ľ, ¬ę√ą un persiano, il gatto di Luca.¬Ľ

 

RISPOSTA:

L’uso della punteggiatura, poco sistematico nelle trattazioni grammaticali, risponde a una molteplicità di funzioni, almeno sintattiche, pragmatiche, testuali, espressive, stilistiche, mimetiche dell’intonazione.

Quindi in molti degli esempi da lei riportati la virgola può esserci, oppure no, a seconda del contesto e della sfumatura pragmatico-semantica da dare al testo. Vediamoli in dettaglio.

1) ¬ęHai lasciato altre cose, in macchina¬Ľ: la presenza della virgola prima di in macchina attribuisce al sintagma il valore di informazione condivisa, per esempio perch√© √® stata gi√† introdotta: so che sai di aver lasciato alcune cose in macchina, ma ti faccio notare che ne hai lasciato anche altre (in macchina).

2) ¬ęQui, nevica¬Ľ: efficace nei casi di contrasto: qui, nevica, mentre da te in Sicilia immagino ci sia un sole che spacca, beato te!

3) ¬ęParte anche lui dall‚ÄôAustralia, per poi arrivare in Cambogia¬Ľ: la virgola prima di dall‚ÄôAustralia mette lui in relazione con qualcun altro che parte dall’Australia (per es. “Non saremo gli unici australiani alla riunione; domani parte anche lui, dall’Australia”).

4) ¬ęCon il vocativo, ci va la virgola¬Ľ… mentre col soggetto no.

5) ¬ęAndr√≤ in Svizzera, partendo dalla Germania¬Ľ: la virgola attribuisce pari importanza a entrambe le proposizioni.

6) ¬ęL‚Äôautomobile di Luca √® un vecchio catorcio, che quindi a volte pu√≤ avere dei problemi¬Ľ: con le relative la virgola ne segnala la natura esplicativa, anzich√© limitativa. Cio√®, se c‚Äô√® la virgola la relativa aggiunge un particolare accessorio, non determinante ai fini dell‚Äôidentificazione di qualcosa, come in: ¬ęLa macchina, che pu√≤ avere dei problemi, √® di Luca¬Ľ: c‚Äô√® solo una macchina, che √® di Luca e che pu√≤ avere dei problemi; ¬ęLa macchina che pu√≤ avere dei problemi √® di Luca¬Ľ: ci sono almeno due macchine, una con problemi (e di Luca) e l‚Äôaltra no.

7) ¬ęIl gatto di Luca, √® un persiano¬Ľ: mai separare il soggetto dal predicato con una virgola, a meno che non si voglia mettere in evidenza il soggetto, come in ¬ę√ą un persiano, il gatto di Luca¬Ľ, che va benissimo.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Leggo dal libro di una quotata scrittrice la seguente frase: ¬ęMi ha raccontato che li abbracciava, a lui e a nonno, fra le lacrime e i singhiozzi…¬Ľ.

¬ęLi abbracciava¬Ľ √® accusativo, ma subito dopo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ √® dativo.

Chiedo: √® da considerare un errore oppure quel dativo ¬ęa lui e a nonno¬Ľ serve a rafforzare la frase ed √® quindi accettabile?

 

RISPOSTA:

Il costrutto dell‚Äôoggetto preposizionale, come abbracciare a qualcuno, √® diffuso negli italiani regionali, ma √® senza dubbio da evitare in italiano standard, quindi in questo caso lo considererei, se non scorretto, quanto meno inappropriato, a meno che nel romanzo non si voglia riprodurre un parlato regionale. Non c‚Äô√® dubbio che in molti casi i costrutti preposizionali servano a mettere in evidenza un sintagma, come nel caso di ¬ęa me non mi persuade¬Ľ (comunque da evitare in un italiano non informale), ma in questo caso l‚Äôoggetto diretto √® pi√Ļ che sufficiente a indicare la messa in rilievo, garantita dal pleonasmo pronominale della dislocazione a destra: ¬ęLi abbracciava, lui e nonno¬Ľ:

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quando il verbo essere viene usato in una costruzione tipo il fatto è che, dato che essere è un verbo copulativo, non è possibile che la proposizione introdotta dal pronome che sia un’oggettiva, è vero? Il fatto diventa il predicato nominale? 
Prendiamo questo esempio: “Sono contento che sia andata cos√¨”.¬†Qui abbiamo il verbo copulativo¬†essere.¬†Io¬†√®¬†il soggetto, giusto?¬†Contento¬†sembra un predicato nominale, giusto? La proposizione dopo il¬†che¬†non pu√≤ essere una soggettiva anche se il verbo nella prima frase √®¬†essere:¬†come mai?¬†√ą a causa del predicato nomiale¬†contento¬†o a causa del soggetto¬†io? O √® qualcos‚Äôaltro?¬†
Prendiamo questo esempio dal libro Il francese di Massimo Carlotto:

Si era convinto che quella bella ragazza non POSSEDESSE altro che il suo corpo (p. 9-10).
 
Sembra un‚Äôaltra proposizione oggettiva (dopo¬†che). Non riesco a capire come mai non √® scritto “Si era convinto del fatto che quella bella ragazza non possedesse altro che il suo corpo”. Quale tipo di proposizione segue il¬†che¬†nella frase scritta da Carlotto?

 

RISPOSTA:

La copula non pu√≤ reggere il complemento oggetto, quindi se la reggente √®¬†il fatto √®¬†o espressioni simili la subordinata √® soggettiva. In effetti questa subordinata potrebbe rappresentare sia il soggetto del verbo¬†essere¬†(per esempio “Il fatto √® che non voglio venire” = “Che non voglio venire √® il fatto”), sia il completamento del predicato di cui fa parte il verbo¬†essere¬†(che non potremmo chiamare¬†predicato nominale, visto che sarebbe formato dalla copula pi√Ļ un’intera proposizione); per semplicit√†, comunque, la consideriamo soggettiva (e in nessun caso oggettiva). Nella frase “Sono contento che sia andata cos√¨” la proposizione subordinata non pu√≤ fare da soggetto del verbo¬†essere: in questo caso il soggetto della reggente non pu√≤ che essere¬†io¬†e il predicato nominale √®¬†sono contento. L’aggettivo¬†contento¬†pu√≤ essere completato da un argomento preposizionale (che prende il nome di¬†oggetto obliquo), per esempio¬†sono contento del risultato, oppure da una proposizione argomentale (ovvero completiva)¬†oggettiva. L’aggettivo¬†convinto¬†ha la stessa costruzione di¬†contento: pu√≤ reggere un argomento preposizionale¬†(per esempio¬†sono convinto della mia opinione) o una proposizione oggettiva, come nel suo esempio. Nella variante della frase¬†sono convinto del fatto che…¬†l’aggettivo¬†convinto¬†√® completato dall’argomento preposizionale¬†del fatto, il quale, a sua volta, regge una proposizione argomentale. Questa proposizione pu√≤ essere classificata ancora come oggettiva, se consideriamo¬†convinto che¬†equivalente a¬†convinto del fatto che, oppure (come farei io) dichiarativa, visto che √® retta non da un verbo, ma dall’argomento di un verbo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho una domanda con l’uso della particella CI nelle frasi seguenti:
(1) Grazie per avermici portato.  (ci = in questo posto, ci funziona come un avverbio di luogo)
(2) Una persona mi ha detto di essersi trasferita a Madrid senza aver trovato un lavoro.
 Le ho risposto:  Spero che tu CI abbia portato dei soldi.    
Intendevo ‚Äúa Madrid‚ÄĚ per CI.¬†¬†¬†¬† E‚Äô come dire‚ÄĚ Spero che tu abbia portato li‚Äô dei soldi.
Sto provando a pensare come un italiano.  Quest’esempio e’ una sciocchezza ma provo a caprine di piu’ della ragione per cui suoni male.   E’ una questione del verbo?  E’ locuzione?  Qualcos’altro?
So che non si dice ‚Äúci arrivo‚ÄĚ per indicare a casa tua‚Ķ(Ci arrivo ha il significato riuscire).¬†¬†Ma si dice semplicemente Arrivo, ma si puo‚Äô dire ‚Äúci sono arrivato (ci = li‚Äô).‚Ä̬†¬†
Potrebbe farmi altri esempi (con altri verbi) in cui la particella CI non sembra corretta in una frase come un avverbio di luogo?

 

RISPOSTA:

Giusto l’esempio 1 e la sua interpretazione.
Anche l’esempio 2 va bene, per√≤ le sembra strano perch√© l√¨ il¬†ci¬†tende a essere interpretato come ‘a noi’ (che peraltro ha la stessa etimologia dell’avverbio di luogo: lat.¬†hicce¬†‘in questo luogo’, e poi per metonimia, ‘noi che siamo in questo luogo’). Dunque “suona male” non per via del verbo, n√© per via di “ci”, che √® usato correttamente, ma per via del significato pi√Ļ comune di¬†ci¬†= a noi. Pu√≤ comunque usare la frase esattamente come l’ha formulata lei, col significato di ‘l√¨’.
Pu√≤ benissimo usare ‚Äúci arrivo‚ÄĚ anche per indicare un luogo: “Come ci arrivi a casa mia?” “Ci arrivo con il treno”. Il significato di ‘riuscire’ √® ancora una volta un significato traslato, metaforico, che non annulla assolutamente il significato locativo originario.¬†
Come esempi, pu√≤ immaginare tutti i casi in cui¬†arrivarci¬†indichi un luogo, come quello che le ho fatto poco fa. Per es. una frase come “Non √® difficile arrivarci” √® interpretabile soltanto in base al contesto. In un caso pu√≤ significare ‘a lavoro, a casa tua ecc.’; in un altro caso pu√≤ significare, nell’italiano informale, ‘non √® difficile capire quello che ti sto dicendo’.

Fabio Rossi 

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QUESITO:

Vorrei sapere se questa espressione √® corretta: “√ą cominciata male ed √® finita peggio”. √ą possibile anche dire: “Ha cominciato male ed ha finito peggio”? Istintivamente vedrei meglio la prima espressione se il soggetto sottinteso fosse una situazione, mentre vedrei meglio la seconda se il soggetto sottinteso fosse una persona.

 

RISPOSTA:

L’espressione cristallizzata √® quella con l’ausiliare¬†essere. L’altra variante non √® scorretta, ma non ha il valore idiomatico proprio della prima e, inoltre, ha un significato leggermente diverso:¬†√® cominciata¬†significa ‘ha avuto inizio’ e sottintende un soggetto come¬†la cosa,¬†la situazione;¬†ha cominciato¬†significa ‘ha dato inizio’ e sottintende un soggetto animato, oltre che un complemento oggetto come¬†la cosa,¬†la situazione.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

a) I negozi che sono vicino/vicini a casa mia praticano dei prezzi competitivi.

Credo che entrambe le soluzioni siano corrette.

Vorrei sapere se rendendo la frase ellittica del primo predicato il parlante possa
comunque decidere quale soluzione adottare.

b) I negozi vicino/vicini a casa mia praticano dei prezzi competitivi.

 

RISPOSTA:

Entrambe le soluzioni vanno bene, e sono chiare, sia nella versione con verbo espresso, sia nella versione nominale, cioè priva di verbo.
Vicino a¬†√® locuzione preposizionale costruita con l’avverbio (come tale invariabile)¬†vicino¬†+ la preposizione a.
Vicini¬†√® invece l’aggettivo (e come tale flesso) costruito con la preposizione¬†a¬†(ovvero un aggettivo che richiede un argomento preposizionale). Non c’√® alcun motivo per preferire l’una costruzione all’altra.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nelle seguenti frasi si accorda o no il participio passato con il pronome diretto?

Frase 1:
Il senso dell’umorismo lo ha aiutato¬†¬†(lui)

Frase 2:
L’ironia lo¬†¬†ha aiutato¬†¬†¬†¬†o
L’ironia lo ha aiutata? (lui)
 

RISPOSTA:

Il participio passato si accorda, in questo caso, con il pronome, che esprime il complemento oggetto: dunque, essendo maschile, l’unica forma corretta √® al maschile. Se ci fosse “la” come pronome, allora il participio andrebbe al femminile:¬†L’ironia la¬†ha (o l’ha) aiutata (cio√® lei, per es. Giulia).
Di norma, il participio passato nei verbi composti o non si accorda (√® cio√® al maschile indistinto): ti ho scritto una lettera. Oppure si accorda con l’oggetto se √® transitivo attivo (l’ho salutata), con il soggetto se √® intransitivo (Giulia √® andata) oppure transitivo passivo (Giulia √® stata promossa).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Mi sarebbe gradito sapere se questa frase pu√≤¬†essere ritenuta corretta: “Il medico che lo seguiva da tanti anni improvvisamente¬†lo depist√≤ ad un collega”. √ą possibile usare, in un contesto di questo genere, il verbo¬†depistare¬†(anzich√©, per esempio,¬†inviare) per marcare il fatto¬†che il medico ha voluto liberarsi del suo paziente? √ą lecito inoltre usare¬†l’espressione¬†depistare a¬†anzich√©¬†depistare verso? Ci√≤ pu√≤ essere considerato un errore?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†depistare¬†√® bivalente, quindi richiede il soggetto e l’oggetto diretto (o complemento oggetto); non ammette, invece, un terzo argomento introdotto da¬†a¬†(come nella sua frase¬†depistare a un collega). Pu√≤ accettare espansioni, come un sintagma introdotto da¬†verso; per esempio¬†depistare verso un percorso sbagliato. Bisogna, per√≤, dire che una simile espansione √® semanticamente superflua:¬†depistare qualcuno¬†significa, senza l’aggiunta di alcuna specificazione, ‘mandare su una falsa strada, fuorviare, far capire una cosa per un’altra’. Insomma, nella sua frase il verbo¬†depistare¬†non va bene.¬†Potrebbe sostituirlo con¬†sbolognare, che √® piuttosto informale e ha una sfumatura negativa (implica, cio√®, che il medico voleva liberarsi del paziente), oppure il pi√Ļ neutrale¬†affidare; in alternativa, potrebbe usare una perifrasi come¬†se ne liber√≤ affidandolo
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi logica, Registri, Verbo
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QUESITO:

n

RISPOSTA:

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QUESITO:

Nella frase ‚Äúgrazie all‚Äôeredit√†, mi sono comprata una casa‚ÄĚ, √® corretto dire che MI (anche se √® un pronome personale¬†¬†ridondante, sconsigliato in contesti formali) √® un complemento di vantaggio?

 

RISPOSTA:

S√¨, se vogliamo rimanere a tutti i costi nei ranghi dell’analisi logica tradizionale, schiacciati dall’ottica un po’ asfittica della nomenclatura dei complementi.
Se invece vogliamo allargare il nostro sguardo all’analisi sintattica un po’ pi√Ļ profonda, in grado di spiegare il funzionamento dei verbi e dei loro argomenti nelle frasi e nei testi reali, possiamo dire che¬†comprarsi¬†√® un verbo transitivo pronominale, nel quale la particella pronominale atona svolge il ruolo di argomento del verbo, cio√® completa la valenza del verbo trivalente¬†comprare¬†usato nella versione pronominale¬†comprarsi: soggetto + oggetto +¬†argomento preposizionale (a me, a te, a s√© ecc.).
Il tipo comprarsi una casa è adatto a tutti i tipi di contesto, non soltanto a quelli informali, e il pronome non è affatto pleonastico. Infatti ho comprato una casa e mi sono comprato (o comprata) una casa sono due costruzioni diverse, la prima col verbo comprare, la seconda col verbo pronominale comprarsi, quasi sinonime ma sintatticamente diverse, al punto tale da richiedere due diversi ausiliari: avere il primo, essere il secondo,.  

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Mi capita spesso¬†¬†di sentire espressioni tipo ‚ÄúMi devo andare a preparare per l‚Äôesame‚ÄĚ al posto di ‚ÄúDevo preparami/mi devo preparare per l‚Äôesame‚ÄĚ. La prima forma √® ugualmente accettabile?

 

RISPOSTA:

Colloquiale ma accettabile senza dubbio. Si tratta di verbi fraseologici, o aspettuali, che accompagnano il verbo principale per qualificare meglio il tipo di azione (tecnicamente, l’aspetto), e, come in questo caso, quasi per attenuarne un po’ il senso generale:¬†sono in procinto di prepararmi,¬†mi sto preparando,¬†mi metto a preparare¬†e simili.
In certi contesti, l’uso di¬†andare¬†pu√≤ essere anche richiesto per esprimere un significato diverso: “ora torno a casa perch√© devo andare a prepararmi per l’esame”, che aggiunge l’idea di andarsene da un posto verso un altro al fine di prepararsi all’esame.
Altre volte ancora, ma non √® questo il caso, il verbo¬†andare¬†ha altri usi fraseologici sempre colloquiali e attenuativi, quasi a prendere tempo mentre si pensa a che cosa dire: “Andiamo ora a spiegare il teorema di Pitagora”: che non aggiunge nulla rispetto a “Ora spiegheremo/spieghiamo il teorema di Pitagora”.
Quanto alla posizione del clitico o particella pronominale atona (mi), essa √® libera, in casi simili, e dunque vanno bene sia “mi devo/debbo andare a preparare”, sia “devo/debbo andare a prepararmi”, sia “devo/debbo andarmi a preparare”.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho scritto un paio di frasi della cui correttezza non sono certa:
‚ÄúLa strada era bagnata: la pioggia ne ricopriva il fondo‚ÄĚ
(=la pioggia ricopriva il fondo della strada)
‚ÄúLa cucina era sporca: polvere e residui di cibo ne rivestivano la sommit√† del piano cottura”
(=polvere e residui di cibo rivestivano la sommità del piano cottura della cucina).
Il pronome ‚Äúne‚ÄĚ nei due esempi – di cui, per chiarezza, ho riportato tra parentesi una sorta di parafrasi ‚Äď √® ben impiegato?
 

RISPOSTA:

Sì, è ben impiegato in entrambi i casi.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Analisi logica, Pronome
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QUESITO:

Le sarei molto grato se mi chiarisse un dubbio relativo a questa frase: “Era sempre solo. Amici non ne aveva”. Quel “ne”, che sento usare regolarmente in frasi di questo tipo, mi suona bene, per√≤¬†¬†mi lascia
perplesso perch√© dovrebbe stare per “di amici”, ma allora la frase diventerebbe: “amici non di amici aveva”. Una affermazione insensata. Gradirei sapere se quel “ne” √® da considerarsi corretto.
 

 

RISPOSTA:

Il costrutto, tipico dell’italiano informale e colloquiale e dunque non scorretto in assoluto¬† ma sicuramente inadatto all’italiano formale, si chiama “tema sospeso” e consiste nel riportare il tema, o topic, dell’enunciato all’inizio per poi riprenderlo mediante un clitico, ovvero particella pronominale atona. Naturalmente il clitico √® pleonastico e il tema qui non ha valore di soggetto bens√¨ di complemento oggetto (duplicato da¬†ne). Molto prossimo a questo costrutto √® un altro, sempre di anticipazione del tema, o topicalizzazione, denominato “dislocazione a sinistra”: “di amici non ne aveva”.
Il corrispettivo formale, o quantomeno non informale, delle due espressioni √® “non aveva amici”.

Fabio Rossi
 

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho ricevuto un messaggio che continua a non convincermi:
“Mi sono messo a farmi la barba”. Io credo che sia errato, in quanto c’√® un doppio pronome (mi e farMi).
Pensando alla stessa frase con un diverso complemento però la frase tornerebbe:
“mi sono messo a fargli la barba”.
Quindi nel primo caso cosa potrebbe essere a non convincermi?? Oltre che suonare male sono convinta che ci sia qualcosa che non torni grammaticalmente.
 

 

RISPOSTA:

Si √® gi√† data da s√© la risposta giusta: visto che non altro pronome l’espressione funzionerebbe perfettamente, vuol dire che non c’√® nulla di sbagliato. Il fatto che vi siano due pronomi personali (e tutti e due di prima persona) deriva dal fatto che si stanno usando due verbi pronominali, entrambi alla prima persona: il primo √® il verbo aspettuale¬†mettersi, il secondo il verbo riflessivo apparente (o meglio transitivo pronominale)¬†farsi la barba. Nulla di strano, dunque. Non si lasci trasportare dall’idiosincrasia dell’orecchio che rifiuta la ripetizione del¬†mi: le lingue non funzionano a orecchio e l’insofferenza per la ripetizione √® un insano portato di una didattica distorta.
Del resto, per avere prove ulteriori, che cosa ci sarebbe di strano nella frase “mi √® capitato di perdermi”?

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

l’aggettivo “patologico” pu√≤ essere usato solo a livello scherzoso in questo caso:
“Mario √® patologico”.
Bisognerebbe usare: Mario è affetto da patologia.
Quindi “√® affetto da patologia” corrisponde ad un predicato nominale?
 

 

RISPOSTA:

Patologico¬†di per s√© non ha affatto un significato ironico: vuol dire semplicemente “che si manifesta in condizioni morbose o anomale” e pu√≤ essere riferito sia a uno stato di salute, sia, per estensione, ad altri stati o condizioni, per es. una¬†timidezza patologica. Non pu√≤ essere riferito a una persona, in senso proprio, se non nell’espressione¬†caso patologico:¬†Mario √® un caso patologico = Mario √® affetto da patologia¬†= “Mario ha una qualche forma di malattia” ecc. Il senso ironico di¬†patologico¬†riferito anche alle persone deriva per l’appunto dall’espressione¬†caso patologico, che dal significato proprio passa a quello ironico di “essere senza speranza” ecc. Naturalmente, a seconda del contesto, dell’intenzione degli interlocutori, del loro mondo condiviso, dell’intonazione, dell’espressione facciale, dei gesti ecc. ecc. ogni parola e ogni espressione pu√≤ essere intesa sempre anche in senso ironico. Per cui, ovviamente, anche¬†patologico¬†e anche¬†essere affetto da patologia, sebbene quest’ultima espressione, pi√Ļ tecnica, si presti meno bene di¬†patologico¬†all’impiego ironico.
Quanto all’analisi logica, sia¬†essere patologico, sia¬†essere affetto (da patologia)¬†sono predicati nominali, visto che sono costruiti da copula (essere) + aggettivo. Il secondo caso √® pi√Ļ strano perch√© deriva da un verbo latino (afficere), ma che in italiano si conserva soltanto come aggettivo (affetto) e non come participio passato.
In conclusione: se vuole riferirsi a Mario in senso ironico pu√≤ dire¬†Mario √® patologico; se invece vuol dire semplicemente che il povero Mario √® ammalato pu√≤ dire¬†Mario √® affetto da patologia, anche se l’espressione, fuori dal contesto medico, rischierebbe di suonare un po’ troppo pomposa, e quindi, suo malgrado, anche ironica. Meglio limitarsi a¬†Mario √® malato,¬†Mario ha questa malattia¬†ecc.

Fabio Rossi
 

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QUESITO:

Quali delle seguenti varianti sono corrette?

“Grazie per averci supportato”.
“Grazie per averci supportati”.

“Il geometra Federica”.
“La geometra Federica”.

 

RISPOSTA:

Nella prima coppia entrambe le varianti sono corrette. L’accordo del participio passato di un verbo transitivo con il complemento oggetto √® obbligatorio quando il complemento oggetto √® rappresentato dai pronomi¬†lo,¬†la,¬†li,¬†le, che esprimono morfologicamente il genere (quindi¬†grazie per averla supportata¬†ma non *grazie per averla supportato); con¬†mi,¬†ti,¬†ci,¬†vi,¬†ne, invece, si pu√≤ scegliere se accordare il participio con il genere del referente del pronome o no (oltre al suo esempio, si veda un caso come questo: “Siamo le sorelle Rossi: ci ha accompagnato / accompagnate nostro padre”).
Nella seconda coppia la forma corretta √®¬†la geometra Federica; il nome¬†geometra, infatti, √® di genere comune, o epiceno (come¬†atleta,¬†artista,¬†collega,¬†nipote¬†e tanti altri) e si accorda al genere del suo referente grazie alla modulazione dell’articolo o di un aggettivo che lo accompagna (atleta talentuosa).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Ciascuno bevve due litri d’acqua” che complementi ci sono?

 

RISPOSTA:

Ciascuno = soggetto
due litri = complemento oggetto + attributo
d’acqua¬†= complemento di specificazione.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle seguenti costruzioni il termine altrettanto è ben impiegato? Nel primo esempio, in particolare, il verbo essere costituisce una variante valida?
– Sono stata onesta con te: tu vedi di essere / fare altrettanto con me.
– Io sono tranquilla, ma non so se potrei dire altrettanto di te.

 

RISPOSTA:

Le frasi, in cui¬†altrettanto¬†ha la funzione di pronome indefinito,¬†sono ben costruite; per averne la prova si pu√≤ sostituire¬†altrettanto¬†con¬†la stessa cosa:¬†tu vedi di fare la stessa cosa con me;¬†non so se potrei dire la stessa cosa di te. Se sostituiamo¬†fare¬†con¬†essere¬†nella prima frase otteniamo la frase¬†tu vedi di essere altrettanto con me, che √® in astratto ben costruita (equivale a¬†tu vedi di essere la stessa cosa con me), ma un po’ forzata e difficilmente accettabile, perch√© assimila un modo di essere a una cosa. La frase diventa accettabile aggiungendo un pronome di ripresa:¬†tu vedi di¬†esserlo¬†altrettanto con me; in questo modo il pronome¬†lo¬†riprende¬†onesta¬†e¬†altrettanto¬†diviene un avverbio, equivalente a ‘nella stessa misura’.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Alla domanda Che lavoro fai? è possibile rispondere in tre modi:
1) Sono (una) maestra
2) Faccio la maestra
3) Lavoro come maestra
In 1 maestra è predicato nominale, ma in 2 e in 3?
In 2 e 3 si può parlare di predicativo del soggetto?
Inoltre: perch√© in 1 (quindi con il verbo essere) si usa l’articolo indeterminativo
mentre con il verbo fare devo usare l’art. determinativo? (*Faccio una maestra)

 

RISPOSTA:

Sì, 2 e 3 sono predicativi del soggetto.

La differenza tra articolo determinativo e indeterminativo, in genere chiara (determinativo per un oggetto noto o per una categoria, indeterminativo per un elemento singolo di una categoria, che spesso coincide con un oggetto ignoto o non ancora nominato), non è sempre chiarissima, perché dipende dalla storia delle collocazioni, cioè da come un gruppo di parole si stabilizza nella lingua.

In questo caso, √® possibile sia ‚ÄúSono maestra‚ÄĚ (cio√® appartengo alla categoria professionale delle maestre), sia ‚ÄúSono una maestra‚ÄĚ (cio√®, sono un elemento della categoria delle maestre). Il determinativo ‚ÄúSono la maestra‚ÄĚ farebbe scattare l‚Äôinterpretazione ‚Äėsono una maestra gi√† nota o nominata prima‚Äô, per esempio ‚ÄúSono la maestra di Luca‚ÄĚ.

Con fare, non conta l’essere un elemento di una categoria ma la funzione, cioè, in un certo senso, il rappresentare la categoria stessa, per questo l’indeterminativo è impossibile e si impone il determinativo.

 

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Articolo, Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se nella frase “L’istituto comprensivo… nelle persone della Dirigente, i docenti, il personale ATA desiderano…” √® scorretto l’uso del verbo al plurale.

 

RISPOSTA:

Il soggetto della frase √®¬†L’istituto comprensivo, quindi il verbo va concordato al singolare. La concordanza al plurale √® accettabile soltanto in un contesto informale (quale non sembra essere quello in questione). Attenzione: bisogna anche chiudere il complemento incidentale con una virgola, pertanto:¬† “L’istituto comprensivo… nelle persone della¬†Dirigente, i docenti, il personale ATA, desidera…”
Fabio Ruggiano 

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QUESITO:

Qual è la forma corretta tra insegna all’Università e insegna nell’Università?

 

RISPOSTA:

L’espressione corretta √®¬†insegna all’universit√†¬†(l’iniziale maiuscola √® opzionale). La preposizione¬†a¬†si usa in espressioni di questo tipo per indicare l’ambiente o l’esperienza tipica che un individuo sperimenta in un luogo; al contrario,¬†la preposizione¬†in¬†indica il luogo, fisico o figurato. Per questo si direbbe, per esempio, “la presenza delle donne nell’universit√† √® in crescita”, ma “ho incontrato Luisa all’universit√†”.¬†
Lo stesso rapporto con le preposizioni √® intrattenuto dal nome¬†scuola¬†(“sono a scuola”, ma “bisogna investire nella scuola”). Anche¬†i nomi¬†casa¬†e¬†mare¬†ammettono la doppia costruzione, ma preferiscono¬†in¬†senza preposizione¬†(ad esempio¬†sono a casa,¬†rimango in casa).¬†Richiedono la preposizione articolata se sono accompagnati da un aggettivo o un complemento di specificazione: “il coniuge superstite ha diritto di abitare nella casa familiare”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Nome, Preposizione
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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

Volevo chiedervi se questo testo è ben scritto: 

“La ladra conosce bene la vittima, le sue abitudini e progetta di fare il furto da diverso tempo. Ha pianificato tutto nei minimi dettagli, con tanto di lunghi sopralluoghi volti a individuare il momento giusto per entrare in azione. In breve, lei √® gi√† pronta per entrare in azione”.

Volevo sapere se la seconda frase √® scritta in maniera comprensibile o se ci fosse un altro per formularla, magari anche con altri termini. Ho usato il tempo presente e anche il passato. Volevo sapere se √® corretta l’espressione “sopralluoghi volti a individuare” oppure se era meglio un altra locuzione, come “sopralluoghi per individuare”. Io ho omesso quest’ultima per evitare di ripetere la parola “per”, perch√© da quanto so le ripetizioni possono stonare o risultare sgradevoli al lettore. Un’altra cosa che volevo domandarvi √® se l’ultima frase ci sta e si collega bene al resto del discorso.

 

RISPOSTA:

Dal punto di vista grammaticale, il testo non contiene errori; anche se due punti sono migliorabili. Si tratta della finta elencazione della prima frase (conosce bene la vittima, le sue abitudini e progetta di fare il furto) e del soggetto dell’ultima frase (lei).
Per quanto riguarda l’elencazione,¬†le sue abitudini √® un secondo complemento oggetto retto da¬†conosce, mentre¬†progetta…¬†√® una seconda proposizione giustapposta alla prima.¬†I tre elementi, quindi, devono essere sistemati in modo da distinguere il diverso rapporto reciproco; per esempio cos√¨:¬†conosce bene la vittima e le sue abitudini, e progetta di fare il furto.
Il soggetto pronominale dell’ultima frase dovrebbe essere omesso, perch√© coincide con quello della frase precedente (quindi¬†In breve, √® gi√† pronta…). Se lo si esprime, sembra che rimandi a qualcun altro.
Per il resto, i sui dubbi riguardano scelte stilistiche che dipendono dal gusto personale e dal registro scelto. Per esempio,¬†volti a¬†√® pi√Ļ formale di¬†per, mentre l’espressione¬†entrare in azione¬†√® un po’ trita.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Si dice come tu o come te? 
Esempio: “le persone che hanno fatto bene le attivit√†, come tu / te, avranno un premio”.

 

RISPOSTA:

Si dice come te. Il pronome tu si usa solo quando funge da soggetto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome
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QUESITO:

√ą corretto dire PENSAVI CHE¬†ME¬†LO RUBASSI ? O la forma corretta √© solo¬†TE¬†LO RUBASSI?

 

RISPOSTA:

Entrambe le forme sono corrette, ma hanno un significato leggeremente diverso e sono adatte a contesti diversi. Nella prima il verbo usato √®¬†rubarsi, un verbo pronominale che ha quasi lo stesso significato di¬†rubare, a cui aggiunge, per√≤, una rappresentazione accentuata dell’interesse del soggetto, del vantaggio che gli deriva dall’azione. Si noti che in questa frase manca l’indicazione della persona potenzialmente derubata, che quindi potrebbe essere chiunque, non per forza la seconda persona della seconda frase. L’esplicitazione sintetica della persona potenzialmente derubata con questo verbo √®, del resto, impossibile: non √® possibile *rubarsi qualcosa a qualcuno.
Nella seconda frase il verbo usato è rubare e te indica, appunto, la persona potenzialmente derubata.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Anton si ferm√≤ impietrito”¬†impietrito¬†√® un aggettivo?

 

RISPOSTA:

Dal punto di vista morfologico √® il participio passato del verbo¬†impietrire. Nella frase ha pi√Ļ la funzione di aggettivo che quella di verbo, sebbene la funzione verbale rimanga sempre in parte operante. Riconosciamo che il participio ha la funzione di aggettivo perch√© esso descrive una condizione, una qualit√† temporanea del soggetto, non un processo subito dal soggetto. La funzione di verbo emergerebbe con chiarezza se, per esempio, aggiungessimo un complemento di causa efficiente: “Anton si ferm√≤ impietrito dalla paura”. In questo caso, il participio descriverebbe l’azione dell’agente inanimato sul soggetto, non una condizione in cui si viene a trovare il soggetto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

sto rispondendo a delle domande che ammettono una sola risposta esatta e, avendo dei dubbi, vorrei chiedere il vostro parere. Vi elenco le domande.
1) In quale delle seguenti frasi √® presente una forma verbale che¬†indica un’azione iterativa?
a) Il bambino ha cominciato a piangere non appena non ha pi√Ļ visto la sua mamma.
b) Finalmente ha smesso di piovere e possiamo fare la nostra consueta passeggiata.
c) Proseguiremo a lavorare con lo stesso impegno, anche se siamo un po’ sfiduciati.
d) Se foste stati al nostro fianco fino alla fine vi avremmo ricompensato a dovere.
e) Ho riletto con lo stesso interesse di quando ero ragazza il capolavoro di Manzoni.

2) Che tipo di proposizione contiene la frase “Sembra importante che¬†la valigia spedita ieri giunga a Mario in tempo perch√© possa¬†partire”?
a) Oggettiva
b) Causale
c) Consecutiva
d) Temporale
e) Relativa

3) In quale delle seguenti frasi che ha funzione di soggetto?
a) Sei stato scelto perché parli in un modo che tutti comprendono.
b) Mi sembra che il tuo consiglio sia pi√Ļ che buono.
c) Questo film è amato dai giovani che prediligono la fantascienza.
d) L’orso partorisce due o tre cuccioli che allatta con cura.
e) Il sentiero che la pioggia ha allagato è impraticabile.

4) In quale delle seguenti frasi che ha funzione di soggetto?
a) Ringrazierò personalmente gli amici che mi hai presentato.
b) Questi sono i locali che frequento negli ultimi tempi.
c) Ti assicuro che non sono stato a pescare.
d) Non so dirti che bella sorpresa sia stata la tua venuta.
e) La cometa che è stata avvistata scomparirà in pochi giorni.

5) Che tipo di proposizione contiene la frase “Avendo vissuto tanti¬†anni all’estero, ho capito che molte cose sono migliori in Italia, a¬†patto che tu sappia apprezzarle”?
a) Soggettiva
b) Modale
c) Temporale
d) Concessiva
e) Relativa

6) Quale delle seguenti frasi contiene una proposizione oggettiva?
a) Sembra che oggi tutti parlino a sproposito.
b) Spero in una tua risposta affermativa.
c) Sapendo che sei affamato, ti ho preparato un panino.
d) Fu chiaro a tutti che la partenza era rimandata.
e) Conosco tutte le peripezie che hai affrontato per venire qui.

7) Quale delle seguenti frasi contiene una proposizione soggettiva?
a) Se nevicherà ancora resteremo bloccati per qualche giorno.
b) Pur essendo molto piacevole stare in compagnia, talvolta preferisco la solitudine.
c) Sono sicuro che il viaggio sarà breve e sicuro.
d) Andrea ha capito subito che il suo contributo era importante per la comunità.
e) Il problema che mi sottoponi è difficile, ma lo risolverò.

8) Quale delle seguenti frasi contiene una proposizione relativa?
a) La notte è così buia che non mi avventurerò fuori.
b) Mi chiedo che idea strana ti sia venuta in mente.
c) Essendo i vostri disegni così ben fatti, non so quale scegliere.
d) Ritengo che tu sia poco propenso ad uscire stasera.
e) L’abito acquistato ieri mi √® costato davvero tanto.

9) Il periodo ‚ÄúDice di non sapere chi verr√† alla riunione‚ÄĚ, include:
a) Una proposizione relativa.
b) Una proposizione interrogativa.
c) Una proposizione modale.
d) Una proposizione esclusiva.
e) Una proposizione temporale.

10) Quando il martello gli colp√¨ erroneamente la mano, Luca emise un¬†forte ‚Ķ‚ÄĚ. Quale termine, tra quelli elencati, NON completa¬†sensatamente la precedente frase?
a) urlo.
b) rantolo.
c) pianto.
d) grido.
e) strillo.

 

RISPOSTA:

1e (iterativo¬†= che si ripete); 2c (la proposizione consecutiva √®¬†perch√© possa partire; 3c; 4e; 5d (a patto che tu sappia apprezzarle; possibile anche interpretare come temporale la gerundiva¬†avendo vissuto tanti anni all’estero, che, per√≤, √® pi√Ļ decisamente causale); 6c (che sei affamato); 7b (stare in compagnia); 8e (acquistato ieri); 9b (interrogativa indiretta:¬†chi verr√† alla riunione); 10b (il rantolo √® per sua natura sommesso, non forte; anche¬†emise un forte pianto¬†sembra un po’ forzato, visto che il pianto √® un’azione durativa).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą un errore scrivere che qualcuno √®¬†incapace a¬†invece di¬†incapace¬†di?

 

RISPOSTA:

Nella lingua comune¬†incapace¬†regge la preposizione¬†di¬†(incapace a¬†√® in astratto possibile, ma raro e da evitare). L’espressione¬†incapace a¬†√® tipica del linguaggio giuridico, nel quale indica la condizione di chi non pu√≤ ottemperare a un compito per un impedimento esterno, non perch√© privo dell’abilit√†:¬†incapace a testimoniare,¬†incapace a pagare.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Si può dire di dubitare su qualcosa (esempio: dubito sul mio coraggio) o bisogna scegliere la preposizione di?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†dubitare¬†regge la preposizione¬†di¬†(o la congiunzione¬†che¬†se l’elemento retto non √® un sintagma ma una proposizione);¬†ammissibili sono locuzioni preposizionali come¬†riguardo a¬†e¬†in riferimento a. La preposizione¬†su¬†non √® esclusa, ma √® senz’altro una opzione rarissima, che va evitata in contesti sorvegliati.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase: ‚Äúquel quartiere √® pericoloso: restane lontano‚ÄĚ, lontano √® complemento
predicativo del soggetto o complemento di luogo?

 

RISPOSTA:

Lontano è predicativo del soggetto, mentre la particella pronominale atona (clitica) ne (= da quel luogo) è complemento di moto da luogo.
Che luogo abbia qui valore di aggettivo e non di avverbio è confermato dal fatto che deve accordarsi col soggetto: resta lontana, restate lontani/e ecc.
In una frase in cui lontano avesse valore di avverbio (es. andiamo lontano), esso sarebbe allora complemento di luogo (in questo caso moto a luogo).

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Se devo chiedere ad una persona quanto bene vuole a loro, quale delle seguenti due domande è corretta?
Quanto li vuoi bene?
Quanto gli vuoi bene ?
Se è riferito a lui sono quasi sicuro che che vada bene la seconda domanda, ma se è riferito a loro forse va bene la prima domanda
 

 

RISPOSTA:

Gli = a lui
le = a lei
loro o a loro = a pi√Ļ persone (plurale), nella lingua formale
gli =¬†a pi√Ļ persone (plurale), nella lingua informale
li = solo per il complemento oggetto. Es.: “li vedo” (cio√® vedo loro, quelle persone l√†), o, al femminile, “le vedo”.
Quindi, dato che¬†volere bene¬†(a qualcuno) regge il complemento di termine e non il complemento oggetto, si pu√≤ usare soltanto “loro” o “a loro”, nello stile formale, oppure “gli” nello stile informale.
In conclusione, sia per il plurale sia per il singolare:
“li vuoi bene” √® errato
“gli vuoi bene” √® corretto.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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QUESITO:

Oggi ho tradotto una frase dall’inglese all’italiano: “Compare It with what you are learning” > “Mettilo a confronto con quello che stai imparando”.
Mi è stata posta la domanda perché ho usato due parole per tradurne una: what, mi sono resa conto che non so dare una spiegazione grammaticale. Esattamente perché usiamo quello che?

 

RISPOSTA:

Ovviamente non c’√® niente di insolito nel fatto che due lingue esprimano in modo diverso lo stesso concetto. In questo caso specifico, in italiano si preferisce esprimere analiticamente, cio√® con pi√Ļ di una parola, una funzione sintattica che in inglese √® preferenzialmente sintetica, cio√® espressa con una sola parola. La funzione in questione, in effetti, √® duplice, ovvero sono due funzioni: la prima √® quella di completamento del sintagma preposizionale introdotto da¬†con, la seconda √® quella di introduttore della proposizione relativa. Ecco spiegato perch√© in italiano troviamo la sequenza di due pronomi (quello che, o¬†ci√≤ che), oppure di un sintagma nominale e un pronome (la cosa /¬†le cose che).
Visto che le funzioni sono due, quindi, la sorpresa non √® che in italiano ci siano due parole, ma che in inglese ce ne sia una sola. Per la verit√†, comunque, neanche questa √® una sorpresa, perch√© la possibilit√† di raggruppare il pronome che fa da antecedente del relativo e il relativo stesso √® comune, tanto che esiste anche in italiano (ma √® meno frequente); la traduzione da lei proposta, infatti, avrebbe potuto essere¬†“Mettilo a confronto con quanto (=¬†quello che) stai imparando”. Il pronome¬†quanto¬†√® uno dei relativi doppi, o misti, e funziona proprio come¬†what; accanto a questo esiste¬†chi, riferito a persone,¬†equivalente a¬†who:¬†“I don’t know who you are” > “Non so chi (=¬†la persona che) sei”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il comparativo di maggioranza o minoranza con il verbo piacere si forma usando di oppure che?

 

RISPOSTA:

Gli avverbi¬†pi√Ļ¬†e¬†meno¬†che accompagnano il verbo¬†piacere¬†non formano un comparativo, perch√© non sono uniti a un aggettivo, ma sono comunque seguiti da un secondo termine di paragone: “Il cinema mi piace pi√Ļ della televisione”. In questi casi, quindi, tali avverbi sono autonomi e possono richiedere sia la preposizione¬†di¬†sia la congiunzione¬†che. Se il secondo termine di paragone √® un nome o un pronome si possono usare entrambe:¬†“Il cinema mi piace pi√Ļ della televisione” /¬†“Il cinema mi piace pi√Ļ che la televisione”. Il¬†che¬†√® pi√Ļ comune se il secondo termine di paragone √® anticipato:¬†“Pi√Ļ che la televisione mi piace il cinema”, oppure se il primo termine di paragone √® posto dopo il verbo: “Mi piace il cinema pi√Ļ che la / della televisione”. La differenza tra le due forme √® che la preposizione costruisce il secondo termine di paragone come un sintagma (complemento di paragone):¬†il cinema mi piace / pi√Ļ della televisione; la congiunzione, invece, lo costruisce come una proposizione (proposizione comparativa):¬†pi√Ļ che (mi piace) la televisione / mi piace il cinema,¬†oppure¬†mi piace il cinema / pi√Ļ che (mi piace) la televisione.
Per questo motivo, se il secondo termine di paragone √® una proposizione, o anche soltanto un infinito verbale, il secondo termine di paragone √® senz’altro introdotto da¬†che: “Mi piace andare al cinema pi√Ļ che guardare la televisione”, “Mi piace sciare pi√Ļ che nuotare”.¬†
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Si dice non le riguarda o non la riguarda?

 

RISPOSTA:

Il verbo riguardare è oggi quasi esclusivamente transitivo, quindi una cosa riguarda qualcuno non a qualcuno. Per questa ragione si dice non la riguarda (ovvero non riguarda lei), non *non le riguarda (ovvero *non riguarda a lei).
Quando, per√≤, la persona √® anticipata rispetto al verbo, la costruzione diretta appare molto strana (perch√© la persona sembra essere il soggetto del verbo), tanto che pu√≤ essere considerata addirittura scorretta; per esempio “Mia madre non riguarda quello che faccio”. In questi casi √® giustificato usare il cosiddetto complemento oggetto preposizionale: “A mia madre non riguarda quello che faccio”. Se la persona √® rappresentata da un pronome personale, si pu√≤ anche legittimamente ricorrere alla ripresa pronominale: “A te non ti riguarda quello che faccio”, o soltanto “Non ti riguarda quello che faccio” (ma “Quello che faccio non ti riguarda / riguarda te”). Con il pronome relativo entrambe le costruzioni sembrano forzate (“La persona a cui / che riguarda quello che faccio non sei tu”), sebbene in astratto quella da usare √®¬†a cui riguarda. In questi¬†casi questo verbo viene sempre sostituito con un sinonimo come¬†interessare¬†o¬†importare, che richiedono il complemento indiretto introdotto da¬†a:¬†la persona a cui interessa / importa…
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nonostante nel vostro archivio delle domande siano molteplici le occasioni di chiarimento riguardo al “si passivante” e al “si impersonale”, la recente lettura delle frasi seguenti ha risvegliato in me una certa esitazione.

a) Quando ti si elenca tutti i difetti che hai, ti irrigidisci.
b) Quando si vanno a toccare questi argomenti delicati, è normale che chi ne è chiamato in causa reagisca male.

Esempio “a”: avrei coniugato il verbo “elencare” alla terza persona plurale (elencano)¬† in funzione del si passivante.
Avrei scelto la soluzione migliore, oppure anche la frase che mi è capitato di leggere è accettabile? Quale preferire tra le due?
Esempio “b”: a rigor di grammatica (se ho ben interpretato le vostre indicazioni), non si sarebbe dovuto coniugare il verbo alla terza persona singolare (quando si va a toccare questi argomenti delicati)? Il verbo “andare” mi pare che regga tutta la frase, a partire dal sintagma “a toccare”, e che non si leghi direttamente all’oggetto plurale (gli argomenti delicati); allora perch√© trasformare l’oggetto in soggetto?

 

RISPOSTA:

Sia in a) sia in b)¬†vanno bene entrambi i costrutti, con verbo sia al singolare sia al plurale. Entrambi, cio√®, son prodotti “a rigor di grammatica”.
In a), la forma plurale lascerebbe classificare senza dubbio il “si” come passivante, mentre con il verbo al plurale si tratta di un costrutto, tipico del fiorentino ma anche dell’italiano, pressoch√© identico al “si” impersonale, ma in Toscana possibile anche per la prima persona plurale: “noi si va al cinema stasera”.
Di fatto, entrambi i costrutti (“si elenca” e “si elencano”) producono il medesimo significato e il medesimo livello di media formalit√†.
Il secondo esempio √® pi√Ļ interessante. Nel caso di verbo fraseologici come “si va a + infinito” √® possibile il “sollevamento” dell’oggetto in soggetto. In questo caso √® un po’ come se la frase fosse al passivo: “si vanno a toccare”¬† = “vanno (o vengono) a essere toccati”. Donde il plurale del verbo e il passaggio dall’oggetto al soggetto. Peraltro, questo passaggio dall’oggetto al soggetto si verifica anche in altri casi di verbi fraseologici, come quelli di percezione: “ti vedo mangiare” = vedo te (oggetto) che (soggetto) mangi.
Anche in questi casi, come nel caso a), siamo di fronte a significato pressoché identico e a stesso livello di formalità.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Qual √® l’analisi logica della frase “Compro acqua in confezioni da sei”?

 

RISPOSTA:

(Io) = soggetto sottinteso
compro = predicato verbale;
acqua = complemento oggetto;
in confezioni = complemento di qualità;
da sei = complemento di misura.
Fabio Rossi
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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QUESITO:

Ho una domanda sulla frase seguente:
“Lui crede che io e te siamo la stessa persona”.
Nel cercare di fare l’analisi logica sono incappato in una descrizione acconcia, nella quale si definiva il significato di COMPLEMENTO PREDICATIVO DELL’OGGETTO.
Alcuni esempi, simili alla frase iniziale, riportati nella descrizione:
“La maestra considerava Maria¬†molto brava“.
“Gli studenti elessero Paolo¬†rappresentante di classe“.
Nella descrizione così si analizzava tale complemento (il corsivo delle frasi):
“√ą¬†il sostantivo o l’aggettivo che definisce una propriet√† del complemento oggetto, quando il verbo sia appellativo (chiamare,¬†soprannominare,¬†apostrofare‚Ķ), estimativo (credere,¬†ritenere,¬†considerare‚Ķ), elettivo (nominare,¬†eleggere,¬†incoronare‚Ķ).
Da tale spiegazione, dove molto brava e rappresentante di classe sono COMPLEMENTI PREDICATIVI DELL’OGGETTO, si è indotti a pensare che, rispettivamente Maria e Paolo siano i complementi oggetto delle frasi, nelle quali La maestra e Gli studenti sono il soggetto.
Allora, seguendo questo schema, nella frase iniziale (“Lui crede che io e te siamo la stessa persona”), LUI sarebbe il soggetto; IO E TE il complemento oggetto e LA STESSA PERSONA il complemento predicativo dell’oggetto.
√ą¬†ovvio che nella frase “Io e te siamo la stessa persona” presa isolatamente¬†io e te¬†sarebbe il soggetto;¬†siamo¬†il predicato e¬†la stessa persona¬†il complemento oggetto, per√≤ la frase tutta intera risponde alla domanda “Lui crede che cosa?”, per cui sarebbe come scrivere, per ricalcare il primo esempio con la maestra e Maria: “Lui crede io e te la stessa persona”.
Cio√®, sempre per restare al primo esempio, se io lo riscrivo cos√¨ “La maestra considerava¬†che¬†Maria¬†fosse¬†molto brava”, cambia anche l’analisi logica e¬†Maria¬†diventa soggetto o rimane comunque complemento?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†credere¬†pu√≤ reggere un complemento oggetto o una proposizione subordinata oggettiva. Nel primo caso abbiamo frasi come “Maria crede Luca un buon amico”, nella quale¬†Luca¬†√® complemento oggetto e¬†un buon amico¬†complemento predicativo dell’oggetto. Nel secondo caso abbiamo frasi come “Maria crede che Luca sia un buon amico”, nella quale abbiamo due proposizioni,¬†Maria crede¬†(Maria¬†= soggetto della proposizione) e¬†che Luca sia un buon amico. Nella proposizione oggettiva¬†Luca¬†√® il soggetto e¬†un buon amico¬†√® nome del predicato (detto anche¬†parte nominale).¬†
Aggiungo che il verbo¬†credere¬†preferisce la costruzione con la proposizione oggettiva a quella con il complemento oggetto; per questo motivo¬†“Lui crede che io e te siamo la stessa persona” √® pi√Ļ comune di¬†“Lui crede io e te la stessa persona”. Anzi, quest’ultima formulazione risulta del tutto artificiosa e difficilmente sarebbe mai costruita da un parlante nativo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se questa frase √® corretta: “Non intendo insegnare a nessuno il suo mestiere”. Dal punto di vista grammaticale mi sembra una frase corretta perch√© uso l’aggettivo¬†suo¬†collegandolo a un complemento di termine. L’unico problema √® che quel¬†suo¬†mi suona male: mi suonerebbe meglio¬†proprio,¬†che per√≤ credo sia errato.

 

RISPOSTA:

La scelta corretta è suo: come da lei suggerito, infatti, proprio si può riferire soltanto al soggetto, che deve, inoltre, essere di terza persona. 
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se l’espressione¬†fissare la data per¬†(per esempio: “La data della partenza √® stata fissata per il 10/5 del 22”) √® corretta.

 

RISPOSTA:

L’espressione non √® ben formata. Si consideri, infatti, che il 10/5 (o qualsiasi altra data) √®, per l’appunto, una data, quindi, dal punto di vista sintattico,¬†data¬†√® un complemento predicativo di¬†10/5.¬†Sar√† il complemento predicativo, non il complemento oggetto a cui questo si riferisce, a essere preceduto dalla preposizione¬†per, quindi¬†fissare per data il 10/5¬†(o¬†fissare il 10/5 per data). La preposizione¬†per¬†pu√≤ anche essere sostituita dalla congiunzione¬†come:¬†fissare come data il 10/5¬†(o¬†fissare il 10/5 come data).
La situazione cambia diametralmente se¬†al posto di¬†data¬†appare un evento che avviene in quella data, per esempio¬†fissare un appuntamento per il 10/5. In questo caso, infatti,¬†un appuntamento¬†√® il complemento oggetto del verbo, mentre¬†per il 10/5¬†diviene un complemento interpretabile come di vantaggio (per il 10/5¬†=¬†‘in favore del 10/5’).
Il complemento predicativo rimane¬†come data¬†anche se si arricchisce la frase usando sia¬†data¬†sia, per esempio,¬†partenza¬†o¬†appuntamento:¬†“Come data per l’appuntamento √® stato fissato il 10/5”. In questo caso¬†per l’appuntamento¬†√® un’ulteriore espansione (complemento di fine), che non intacca gli altri ruoli sintattici.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

1) Il gerundio presente può indicare azioni contemporanee a quelle delle reggenti quando queste siano al passato o al futuro?
1a) Domani, impegnandomi a correre per un’ora, prover√≤ a buttare gi√Ļ la massa grassa.
1b) Ieri, cercando di spiegarti la lezione di storia, mi sono stancata.

2) Se √® vero che il soggetto del gerundio deve coincidere con quello della reggente e muovendo dall’assunto che con il¬†si¬†passivante il complemento oggetto tramuta in soggetto, una frase come¬†“Cantando a squarciagola, si immaginavano nuove emozioni da vivere” non sarebbe valida, sbaglio?
Mentre + stare + gerundio equivale a mentre + indicativo presente / indicativo imperfetto?
“Mentre sto parlando, potresti usarmi la cortesia di non interrompermi?”
“Mentre stavo parlando, tu non hai usato la cortesia di non interrompermi”.

 

RISPOSTA:

Il gerundio, come tutti i modi indefiniti, non ha mai valore deittico, cio√® non ha il potere di situare un evento in un momento del tempo; ha, invece, sempre valore anaforico, ovvero serve a situare l’evento in rapporto temporale (di contemporaneit√†, anteriorit√† o posteriorit√†) rispetto a un altro evento, a prescindere dal momento nel tempo in cui quest’ultimo si situa. La risposta alla sua prima domanda, pertanto, √® s√¨. La risposa alla seconda domanda √® pi√Ļ sfumata: in astratto √® vero che il soggetto di¬†cantando a squarciagola¬†(= nessun soggetto) non coincide con quello di¬†si immaginavano¬†(=¬†nuove emozioni), quindi il gerundio non dovrebbe essere usato e si dovrebbe, invece, usare la costruzione esplicita nella subordinata (quando si cantava / cantavamo a squarciagola…) oppure quella impersonale nella reggente (che, per√≤, √® sgradita ai parlanti con il complemento oggetto plurale:¬†cantando a squarciagola si immaginava nuove emozioni). In pratica, per√≤, la presenza del soggetto logico¬†noi¬†√® talmente forte sia dietro¬†cantando¬†sia dietro¬†si immaginavano¬†che la deviazione dalla norma √® appena percepibile e tutto sommato trascurabile.¬†
La perifrasi¬†stare¬†+ gerundio (la congiunzione¬†mentre¬†non √® significativa), infine, ha la funzione di sottolineare che l’evento avviene lungo un lasso di tempo all’interno del quale avviene un altro evento. La stessa funzione, ma in modo meno esplicito, pu√≤ essere assolta dal presente (nel presente), dall’imperfetto (nel passato) e dal futuro (nel futuro):¬†sto parlando¬†= ‘parlo’;¬†stavo parlando¬†= ‘parlavo’;¬†star√≤ parlando¬†=¬†‘parler√≤’.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se, quando il noi non è un soggetto logico, bensì un soggetto e vero e proprio, anche se sottinteso, il si impersonale è sempre possibile. 
Ad esempio:
a) (Le mie amiche ed io = noi) quando si era (= eravamo) giovani, si ballava (= ballavamo) tutte le canzoni dell’estate.
Suppongo che si potrebbe optare per il passivante, in quanto il verbo √® transitivo e l’oggetto √® espresso, ma
b) “Quando si era giovani si ballavano tutte le canzoni dell’estate” mi sembrerebbe una generalizzazione quasi spersonalizzante.
Oppure:
c) Chiamami al telefono, stasera, così si fa (noi due) due chiacchiere.
Sarebbe possibile, pure qui, se non vado errata, la costruzione passivante, ma non si verrebbe a creare la stessa situazione succitata?
d) Chiamami al telefono, stasera, così si fanno due chiacchiere.
e) (Noi ragazze) l’anno scorso si sarebbe potute andare (= saremmo potute andare) all’estero.
Benché presiedute da differenti contesti semantici, tutte le frasi sopra riportate sarebbero conformi alla grammatica?

 

RISPOSTA:

Tutte le costruzioni da lei proposte sono corrette (il tipo¬†noi si √®¬†√® oggi tipico del toscano, ma la sua presenza nella tradizione letteraria lo rende familiare a tutta l’Italia)¬†e sintatticamente equivalenti. L’esplicitazione del soggetto mitiga l’effetto di spersonalizzazione della¬†costruzione impersonale; ricordiamo, per√≤, che la costruzione impersonale serve proprio a non esplicitare il soggetto: se, quindi, non √® necessario nascondere il soggetto si pu√≤ optare per la costruzione del tutto personale (ad esempio “Le mie amiche e io quando eravamo giovani ballavamo tutte le canzoni dell’estate”).
Fabio Ruggiano

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