Tutte le domande

QUESITO:

Che differenza c’√® tra¬†al solito¬†e¬†di solito?

 

RISPOSTA:

Le due espressioni sono molto diverse.¬†Al solito¬†significa ‘come avviene di solito’, quindi mette a confronto un evento con tutti gli altri eventi simili accaduti in passato: “Al solito, quando non prendo l’ombrello piove”. Questo confronto √® usato tipicamente in commenti polemici oppure amaramente ironici (come quello dell’esempio).¬†Di solito¬†significa semplicemente ‘abitualmente, normalmente’, quindi non instaura nessun confronto e non suggerisce nessuna sfumatura polemica o ironica. Per questo motivo, una frase come “Di solito, quando non prendo l’ombrello piove” sarebbe un po’ strana, perch√© rappresenterebbe l’evento come un fatto effettivamente abituale (mentre, ovviamente, non pu√≤ essere cos√¨).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Avverbio, Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi capita spesso di sentir usare, anche da persone colte, il verbo¬†implementare¬†come sinonimo di¬†aumentare,¬†potenziare, mentre il vocabolario riporta tutt’altro significato e cio√® ‘attivare, rendere operante’. Vorrei conoscere il vostro parere in proposito.

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†implementare¬†√® un anglismo ormai acclimato in italiano, dal momento che si trova registrato nei dizionari addirittura all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quindi aveva cominciato a circolare almeno nel decennio precedente. Inoltre, da¬†implementare¬†si sono formati derivati, come¬†implementazione¬†e, pi√Ļ recentemente,¬†implemento,¬†implementabile,¬†implementale¬†e¬†implementare¬†(agg.). Come da lei notato, il significato del verbo ricalca quello del verbo¬†implement¬†da cui deriva: ‘mettere in atto, perfezionare, portare a compimento un processo’; frequentemente, per√≤, nel linguaggio comune, il verbo √® usato con il significato di ‘accrescere, aumentare, aggiungere’. Lo slittamento semantico, ancora non penetrato nei vocabolari dell’uso (neanche al fine di censurarlo), quindi recente, dipende dalla sovrapposizione tra l’inglese¬†implement¬†e il latino IMPLERE (da cui¬†implement¬†deriva), che in italiano ha dato¬†empire, oggi quasi del tutto sostituito da¬†riempire. I parlanti italiani, cio√®, riconoscono in¬†implementare¬†la radice di¬†riempire, grazie alla quantit√† di parole della famiglia¬†plen-¬†in cui facilmente si riconosce la corrispondenza con l’italiano¬†pien/pi: pensiamo al latinismo¬†plenum¬†‘riunione plenaria’, e allo stesso aggettivo¬†plenario, al prefissoide¬†pleni-, da cui, per esempio,¬†plenipotenziario¬†‘che ha pieni poteri’ ecc. La sovrapposizione tra¬†implement¬†e¬†riempire¬†attraverso il latino √® un’operazione indebita; rivela, per√≤, una certa creativit√† da parte dei parlanti, nonch√© una forza reattiva della lingua italiana all’inclusione passiva di parole straniere. Bisogna, infine, ricordare che l’uso, se si diffonde, finisce sempre per avere la meglio: √® prevedibile, quindi, che in questo caso il significato comune di¬†implementare¬†si aggiunga a quello attualmente registrato nei vocabolari e, addirittura, alla lunga lo sostituisca del tutto.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Qual √® la differenza tra ‚Äúantonomasia‚ÄĚ e ‚Äúdenomastico‚ÄĚ?
Ad esempio, ‚Äúluddismo‚ÄĚ, ‚Äúgalateo‚ÄĚ, ‚Äúmecenate‚Ä̂Ķ sono denomastici oppure antonomasie?

 

RISPOSTA:

Un “deonomastico”, o “deonimico”, √® un nome comune derivato da un nome proprio. Questo passaggio pu√≤ avvenire attraverso un processo morfologico, come nel caso di luddismo, o attraverso un processo semantico, come nel caso di galateo e mecenate. Il primo caso prevede la trasformazione di un nome proprio con un affisso: il cognome Ludd, dall’operaio olandese Ned Ludd, unito al suffisso -ismo d√† origine a luddismo, sostantivo maschile che indica il movimento operaio inglese di inizio Ottocento. Il secondo caso, quello semantico, pu√≤ avvenire attraverso uno slittamento semantico di un nome proprio che sostituisce (o funziona come) un nome comune. Pu√≤ accadere che la sostituzione avvenga per indicare una qualit√† della persona: “√® un Einstein” per indicare ‘un genio’; oppure, pu√≤ verificarsi che un nome proprio diventi un nome comune come nei casi di mecenate (dal nome Mecenate) e galateo (da Galateo, italianizzazione del nome latino Galatheus, cio√® Galeazzo) per indicare rispettivamente un protettore e finanziatore di artisti e di arti, e l’insieme delle norme di buone maniere.
Raphael Merida

Parole chiave: Nome, Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quando i miei interlocutori italiani mi dicono ‚Äúquesto non √® importante‚ÄĚ, ‚Äú√® un‚Äôeccezione‚ÄĚ, ‚Äúnon ti fissare‚ÄĚ, mi fanno impazzire; sono troppo curioso per capirne di pi√Ļ. Sono molto fortunato di averla conosciuta.

Mi piace tanto la sfumatura della lingua italiana anche se mi fa impazzire a volte. Noi diciamo che ‚Äúi step in it‚ÄĚ spesso e credo che s‚Äôimpari sbagliando. Ma con questo esempio (sulla differenza d‚Äôuso tra essere interessato e essere affezionato di cui a questa domanda/risposta) c‚Äô√® un modo per evitare questi sbagli? Ad esempio AFFEZIONARE come INTERESSARE √® un verbo transitivo e AFFEZIONARSI esiste. Sia INTERESSATO SIA AFFEZIONATO sembrano aggettivi. Essere interessato a qualcosa come dice lei √® quasi: question: una forma passiva (ma non √® scritto ‚Äúda qualcosa‚ÄĚ e quindi mi sembra pi√Ļ un aggettivo). Ma non riesco a capire come mai affezionato funzioni diversamente. C‚Äô√® un modo per estrarre un indizio con questi aggettivi/participi passati con ESSERE per evitare l‚Äôuso incorretto dei pronomi indiretti per far riferimento a una cosa? Potresti fornirmi altri esempi? Forse √® soltanto una cosa di apprendimento empirico?

 

RISPOSTA:

Lei ha messo ancora una volta il dito su un‚Äôaltra bella piaga della linguistica, ovvero il comportamento di alcuni verbi inaccusativi (essere interessato, essere affezionato) e, prima ancora, il rapporto tra linguistica teorica, linguistica applicata, didattica e uso (o comportamento) linguistico. Non sempre le grammatiche danno (n√© servono a dare) risposte utili alla classificazione teorica e alla riflessione linguistica. Solitamente, la grammatica pi√Ļ utile per questo genere di riflessioni (cio√®, per ricavare una regola dall‚Äôosservazione di molti esempi diversi) √® la Grande grammatica italiana di consultazione di Renzi, Salvi, Cardinaletti, il Mulino. Ma procediamo con ordine. I participi passati di verbi transitivi sono sempre a met√† strada tra valore aggettivale e valore verbale (pu√≤ vedere su questo la seguente domanda/risposta). Interessare e affezionare sono due verbi molto diversi. Il secondo √® solo transitivo, ma di fatto viene utilizzato soltanto nella forma pronominale (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa) o passiva/aggettivale (sono affezionato a qualcuno o qualcosa). Interessare √® sia transitivo sia intransitivo e consente usi e costruzioni differenti: A interessa B, A si interessa a B, A √® interessato da B, A √® interessato a B, A si interessa di B ecc. Per questo ribadisco che ¬ęessere interessato all‚Äôitaliano¬Ľ e ¬ęessere interessato dall‚Äôitaliano¬Ľ, sebbene il secondo sia meno comune del primo, sono molto simili. Mentre √® possibile dire sia ¬ęl‚Äôitaliano mi interessa¬Ľ, sia ¬ęmi interesso all‚Äôitaliano¬Ľ, sia (meno comune) ¬ęmi interesso dell‚Äôitaliano¬Ľ (per es.: ¬ędi mestiere, mi interesso delle sorti dell‚Äôitaliano nel mondo¬Ľ), con affezionare le costruzioni sono meno numerose: ¬ęil gatto √® affezionato / si affeziona alla casa¬Ľ (¬ęle √® affezionato¬Ľ, ¬ęle si affeziona¬Ľ), mentre √® impossibile (o possibile solo in teoria, ma di fatto innaturale) ¬ęla casa affeziona il gatto¬Ľ. Per questo motivo, cio√® per l‚Äôunicit√† della reggenza preposizionale in a per esprimere il secondo argomento verbale di affezionarsi (affezionarsi a qualcuno o a qualcosa), il pronome gli/le funziona sempre bene con quel verbo. Mentre con interessare, che, come dimostrato, regge costrutti molto diversi, gli/le non funzionano sempre. A complicare l‚Äôintera questione c‚Äô√® anche il fatto che interessare al passato pu√≤ ammettere sia la costruzione transitiva sia quella inaccusativa: ¬ęuna cosa mi ha interessato¬Ľ / ¬ęuna cosa mi √® interessata¬Ľ. Insomma, come vede, le varianti da considerare sono molte, e riguardano in questo caso la natura e le reggenze del verbo in questione. La regola per non sbagliare in questo caso √® la seguente: con il verbo interessare non si pu√≤ pronominalizzare al dativo (gli/le) la cosa o la persona che interessano, perch√© esse debbono fungere da soggetto e non da complemento: ¬ęA mi interessa¬Ľ, oppure ¬ęIo mi interesso a A¬Ľ, ma non ¬ęIo gli/le interesso¬Ľ, perch√© in quest‚Äôultimo caso si intenderebbe che io interesso A e non che A interessa me.

L‚Äôunica regola empirica per non sbagliare √® quella di ascoltare e leggere il pi√Ļ possibile, per acquisire l‚Äôuso comune di forme e costrutti. La regola teorica, invece, √® quella che Lei gi√† applica molto bene: tenere sempre desto lo spirito critico e sforzarsi di cogliere un comportamento generale (= regola) che tenga insieme pi√Ļ esempi e che giustifichi, pertanto, analogie e differenze. Nel primo caso (empiria), la riflessione non giova (¬ęnon ti fissare¬Ľ), nel secondo (teoria) √® invece fondamentale. Va detto per√≤ che si pu√≤ leggere e scrivere bene anche senza conoscere a fondo le regole, come anche, viceversa, si possono conoscere a fondo le regole anche scrivendo e parlando molto male. In altre parole, tra linguistica teorica e comportamento linguistico c‚Äô√® spesso un abisso.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho potuto constatare che il clitico¬†ne¬†ha una posizione molto pi√Ļ libera rispetto ad altri clitici.
Con si impersonale:
1) Se ne deve raccogliere 10 di mele.
2) Si deve raccoglierne 10 di mele.
3) Di gesti simili se ne vede fare tanti.
4) Di gesti simili si vede farne tanti.
Con si passivante:
5) Se ne devono raccogliere 10 di mele
6) Si devono raccoglierne 10 di mele.
7) Di gesti simili se ne vedono fare tanti.
8) Di gesti simili si vedono farne tanti.
Per come la vedo io, le prime quattro costruzioni dove il si è impersonale (difatti quindi singolare) la posizione del ne è irrilevante ai fini della correttezza grammaticale. Col si passivante, mi suonano corrette solo quelle col ne in posizione proclitica, quindi 5 e 7, ma non saprei esprimermi sulle restanti due.

 

RISPOSTA:

Bisogna intanto precisare che¬†ne¬†ha lo stesso grado di libert√† degli altri clitici, alcuni dei quali, per√≤, hanno comportamenti particolari. Per esempio, se sostituiamo¬†ne¬†con¬†lo¬†nel primo gruppo di frasi (modificandole opportunamente) avremo soluzioni ugualmente grammaticali:¬†lo si deve raccogliere,¬†si deve raccoglierlo,¬†un gesto simile lo si vede fare,¬†un gesto simile si vede farlo. Come si sar√† notato,¬†lo¬†(come anche¬†ci,¬†vi,¬†la,¬†li,¬†le) precede il¬†si¬†impersonale, mentre¬†ne¬†lo segue; anche¬†lo¬†segue, invece, il¬†si¬†quando questo √® passivante. Ovviamente, in questo caso il¬†si¬†non avr√† funzione propriamente passivante (altrimenti il complemento oggetto coinciderebbe con il soggetto e non ci sarebbe posto per il pronome¬†lo), ma sar√† parte di verbi pronominali transitivi:¬†se lo devono comprare, o sar√† il complemento oggetto di un verbo transitivo retto da un verbo pronominale copulativo o causativo:¬†se lo vedono sottrarre,¬†se lo fanno consegnare. Cos√¨ come sarebbero mal composte *si devono comprarlo¬†e *si vedono sottrarlo, sono mal composte le varianti 6 e 8 (quelle che anche a lei “suonano male”). La ragione della restrizione ha a che fare con il forte legame tra i pronomi e il verbo semanticamente pi√Ļ saliente del costrutto, che comporta che la posizione pi√Ļ naturale dei pronomi sia quella enclitica. Ora, in italiano contemporaneo √® divenuto comune anticipare i pronomi prima del verbo reggente (un fenomeno noto come¬†risalita dei clitici), sia esso servile, aspettuale, causativo e persino nel caso complesso della sua frase 7, perch√© tali verbi sono sempre pi√Ļ percepiti come strettamente solidali con il verbo pi√Ļ saliente, cio√® sono assimilati agli ausiliari. In altre parole, oggi si preferisce¬†se ne devono fare¬†a¬†devono farsene, e¬†ce ne faranno avere¬†rispetto a¬†faranno avercene¬†(che √® addirittura quasi impossibile), sul modello di¬†se ne sono visti. Ovviamente, nel caso di gruppi di pronomi, la risalita deve riguardare entrambi; la separazione non √® giustificabile.
Il¬†si¬†impersonale si comporta in modo diverso, perch√© il suo legame con il verbo √® relativamente debole; deve, infatti, rimanere proclitico (deve raccogliersi¬†√® automaticamente interpretato come passivo rispetto a¬†si deve raccogliere, che pu√≤ essere passivo o impersonale) e pu√≤, quindi, essere separato dal pronome che lo accompagna. Da qui la grammaticalit√† di 2 e 4 (che √®, anzi, pi√Ļ formale di 3).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se la forma mal riscattata (o malamente riscattata) al secondo verso è corretta e se si può usare una forma univerbata malriscattata.
/caparra
mal riscattata
di trenta monete d’argento/

 

RISPOSTA:

Mal riscattata¬†√® certamente possibile (come anche¬†malamente riscattata). La variante univerbata¬†malriscattata¬†non √® attestata, ma sarebbe in astratto ugualmente possibile e ben formata; in un contesto poetico come √® questo, per sua natura incline all’invenzione verbale, √® quindi lecito impiegarla.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Lingua letteraria, Neologismi
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Leggendo¬†la risposta sui termini¬†croccantino¬†e¬†crocchetta¬†non sono riuscito a trovare la forma che ho sentito diverse volte:¬†crocchini. Esempio: “Ho comperato i crocchini per il gatto”. Pu√≤ considerarsi una forma errata oppure un mutamento linguistico?

 

RISPOSTA:

Il nome¬†crocchino¬†non √® registrato n√© nel¬†Grande dizionario della lingua italiana¬†n√© nei dizionari dell’uso pi√Ļ aggiornati. Se ne trovano sporadiche attestazioni in Internet in siti commerciali specializzati in prodotti per animali domestici e in recensioni a prodotti del genere pubblicate nelle piattaforme commerciali generaliste. A giudicare da questi dati, si pu√≤ affermare che questo nome sia un regionalismo, ovvero un tratto linguistico tipico di alcune regioni italiane, in questo caso quelle del Nord, e assente nelle altre. I regionalismi non sono errori, ma forme nate e diffuse in un’area geografica limitata (una citt√†, una regione, una serie di regioni). Queste forme a volte vengono adottate dalla lingua nazionale, divenendo dialettalismi; √® il caso, per esempio, di molti termini gastronomici, come¬†burrata,¬†mozzarella,¬†crescentina
Dal punto di vista della formazione,¬†crocchino¬†√® certamente il frutto di un mutamento: dubito che sia un derivato deverbale formato da¬†crocc(are)¬†+¬†-ino, perch√© il verbo¬†croccare¬†√® uscito dall’uso, quindi difficilmente pu√≤ produrre parole nuove; potrebbe, invece, essere una variante di¬†crocchetta¬†con la sostituzione del suffisso apparente¬†-etta¬†(crocchetta¬†non √® suffissato, ma √® l’adattamento del francese¬†croquette) con¬†-ino, oppure un accorciamento da¬†crocc(ant)ino.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo chiedere gentilmente quale delle versioni è corretta:

“Il giudice NON può esercitare alcuna attività decisionale nella causa X,

– COMPRESA l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ – (cos√¨ in lingua originale del testo da tradurre – lingua polacca)

– ‚ÄúTRA CUI l’adozione dei decreti relativi alla composizione del collegio giudicante o la fissazione della data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ

– ‚ÄúNEMMENO adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√©/o fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Dai punti di vista strettamente morfosintattico e lessicale vanno bene tutte e tre le frasi in questione. Tuttavia, dato che nei testi giuridici, amministrativi e burocratici √® sempre bene essere chiari, per evitare equivoci, la terza soluzione, con le leggere modificazioni qui proposte, √® la migliore: ‚ÄúIl giudice non pu√≤ esercitare alcuna attivit√† decisionale nella causa X, cio√® non pu√≤ nemmeno adottare i decreti relativi alla composizione del collegio giudicante, n√© fissare la data dell‚Äôudienza di discussione‚ÄĚ.

Riguardo al contenuto, mi chiedo, per√≤, da non esperto di procedure giuridiche, se ‚Äúadottare‚ÄĚ sia il termine corretto, o se invece nel testo non si voglia intendere ‚Äúpromulgare‚ÄĚ o ‚Äúemanare‚ÄĚ. In effetti, dal contesto, il divieto sembra riguardare il ruolo attivo del giudice (cio√® quello di ‚Äúemanare decreti‚ÄĚ) nella causa in questione.

Le prime due soluzioni proposte, ancorch√© corrette, possono ingenerare equivoci per via dell‚Äôassenza di un chiaro segnale di negazione in ‚Äúcompresa‚ÄĚ e ‚Äútra cui‚ÄĚ. La negativit√† del concetto √® invece ben presente in ‚Äúnemmeno‚ÄĚ e ribadita, a ulteriore chiarezza, dal ‚Äúcio√®‚ÄĚ e dalla ripetizione del verbo ‚Äúcio√® non pu√≤ nemmeno‚ÄĚ, che riconducono questa parte di testo a quella precedente. Inoltre, la terza soluzione √® migliore anche perch√© contiene una pi√Ļ chiara espressione verbale (‚Äúadottare‚ÄĚ e ‚Äúfissare‚ÄĚ) rispetto all‚Äôespressione nominale ‚Äúadozione‚ÄĚ e ‚Äúfissazione‚ÄĚ.

Infine, meglio ‚Äún√©‚ÄĚ rispetto a ‚Äúo‚ÄĚ, dato che si tratta di una disgiuntiva negativa.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Avrei bisogno di aiuto per sciogliere un dubbio sull’uso di¬†proprio.
I RAGAZZI STUDIANO SPERANDO DI REALIZZARE UN GIORNO I ………… SOGNI.
Nello spazio va inserito proprio o loro?

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†proprio¬†si preferisce a¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto grammaticale della frase. Diviene obbligatorio per riferirsi al soggetto in una frase in cui ci sono pi√Ļ referenti possibili; in quel caso, infatti,¬†loro¬†rimanda sicuramente non al soggetto. Nella sua frase il riferimento non pu√≤ che essere¬†i ragazzi, quindi¬†proprio¬†(in questo caso nella forma¬†propri) √® preferibile, visto che¬†i ragazzi¬†√® il soggetto della frase, ma non obbligatorio; in una frase come “I ragazzi hanno rivelato ai professori che studiano sperando di realizzare i _____________ sogni”, invece,¬†propri¬†√® obbligatorio perch√©¬†loro¬†si riferirebbe ai professori (i loro sogni, cio√®, sono i sogni dei professori).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere, cortesemente, se lasagne è un nome comune o proprio.

 

RISPOSTA:

Lasagna (nei vocabolari questa parola è messa a lemma al singolare) è un nome comune che indica un tipo di pasta tagliata a strisce larghe.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho letto¬†la risposta¬†su come accordare l’aggettivo con la parola¬†notaio¬†nel caso in cui il notaio √® una donna. Tuttavia, non sono sicura come mi devo comportare (facendo una traduzione) nella stessa situazione (il notaio √® una donna) con il pronome: “Il notaio ha informato che ….. Egli / Ella ha altres√¨ comunicato che …. “.

 

RISPOSTA:

Il pronome si comporta come l’aggettivo e il participio passato di un verbo inaccusativo (ovvero il verbo¬†essere¬†e tutti quelli con¬†essere¬†come ausiliare): il nome maschile √® ripreso da un pronome maschile e viceversa per il nome femminile, senza riguardo per il sesso del designato. Quindi “Il notaio √®¬†stato categorico…¬†Egli¬†ci ha convocato…”. Ribadisco, comunque, che designare una donna con il nome¬†notaio¬†√® scorretto tanto quanto designare una donna con il nome¬†infermiere¬†e tanto quanto designare un uomo con il nome¬†notaia¬†o¬†infermiera.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

S√¨ pu√≤ analizzare la seguente frase “L‚Äôuomo era impegnato per conto di una ditta in attivit√† di manutenzione su un impianto di zuccherificio” in questo modo seguente?

Uomo = soggetto

Era impegnato = pred. verbale

Per conto di una ditta = complemento di sostituzione

In una attività = stato in luogo figurato

Di manutenzione = complem. di specificazione

Su un impianto = stato in luogo

Di zuccherificio = compl. specificazione

 

RISPOSTA:

L‚Äôanalisi √® sostanzialmente corretta, con qualche precisazione. Il soggetto √® comprensivo dell‚Äôarticolo: ‚ÄúL‚Äôuomo‚ÄĚ. Nell‚Äôinsensatezza della tipologia dei complementi (qui pi√Ļ volte rilevata), si pu√≤ osservare che ‚Äúper conto di una ditta‚ÄĚ, meglio che come complemento di sostituzione, pu√≤ essere considerato complemento di vantaggio, visto che l‚Äôuomo, pi√Ļ che lavorare al posto di una ditta, lavora a favore di essa. Inoltre ‚Äúsu un impianto di zuccherificio‚ÄĚ non √® un sintagma perfettamente formato in italiano. Sarebbe pi√Ļ corretto dire che lavora ‚Äúin (e non su) uno zuccherificio‚ÄĚ, oppure ‚Äúin un impianto per la produzione dello zucchero‚ÄĚ, visto che zuccherificio vuol dire ‚Äėche produce lo zucchero‚ÄĚ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

L’analisi logica delle seguenti frasi √® corretta?
“Sono stato sottoposto a visita medica”.
Sono stato sottoposto = predicato verbale;
a visita medica: complemento predicativo del soggetto (o di fine).

“La casa √® in fiamme”.
La casa = soggetto;
è = pred. verbale;
in fiamme = complemento di stato in luogo figurato.

Nella frase “Ho dato una casa in affitto”, il complemento¬†in affitto¬†pu√≤ considerarsi complemento di qualit√†?

 

RISPOSTA:

A visita medica¬†pu√≤ essere considerato soltanto complemento di termine, mentre¬†in affitto¬†potrebbe essere classificato come complemento di fine. Entrambe queste etichette, per√≤, risultano forzate: l’analisi logica, infatti, non funziona bene con espressioni come¬†sottoporre a visita, o¬†dare in affitto¬†(ma anche¬†dare ascolto,¬†fare il proprio ingresso,¬†prendere una decisione,¬†mettere in campo¬†e tante altre). Queste espressioni, che sono dette¬†costruzioni a verbo supporto, consentono di veicolare un significato verbale attraverso un sintagma nominale o preposizionale, grazie all’unione di questo sintagma con un sintagma verbale desemantizzato (cio√® privato di un significato proprio). Il modo migliore di analizzare queste espressioni sarebbe, quindi, considerarle insieme, come predicati nominali, cio√® predicati in cui la parte predicativa non √® il verbo ma il nome. Tale opzione, per√≤, non √® prevista dall’analisi logica (ma √®, invece, prevista nell’ambito della grammatica valenziale).
La prova che le costruzioni a verbo supporto siano espressioni unitarie è che molte di queste possono essere parafrasate con un verbo: sottoporre a visita = visitare (e, quindi, essere sottoposto a visita = essere visitato), dare in affitto = affittare (come anche prendere in affitto = affittare), prendere una decisione = decidere ecc. Per le costruzioni che non corrispondono a singoli verbi vale lo stesso principio, con la differenza che, banalmente, nella lingua non esiste (ancora) un verbo con quel significato.
Per¬†essere in fiamme¬†il discorso √® diverso:¬†in fiamme¬†non √® un luogo figurato n√© una situazione che racchiude la casa; √®, piuttosto, un modo di essere temporaneo della casa (corrisponde pi√Ļ o meno all’aggettivo¬†infuocata). Ne deriva che¬†√®¬†√® copula e¬†in fiamme¬†√® parte nominale del predicato nominale.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Potreste correggere le seguenti frasi? 
1) Cancellare alla lavagna o la lavagna.
2) Mettere sul piatto o nel piatto, la mozzarella è sul piatto o nel piatto.
3) Vado a nord o al nord.
4) Vado al sud Italia o a sud Italia.

 

RISPOSTA:

Cancellare alla lavagna¬†e¬†cancellare la lavagna¬†sono alternative ugualmente corrette dal significato diverso: la prima significa ‘cancellare ci√≤ che √® scritto alla lavagna’, la seconda ‘cancellare la superficie della lavagna’. La scelta tra¬†mettere sul piatto¬†e¬†mettere nel piatto¬†√® legata al gusto personale: le due varianti sono praticamente equivalenti.¬†A Nord,¬†a Sud¬†ecc. indicano la direzione del moto, mentre¬†al Nord,¬†al Sud¬†ecc. indicano ‘i luoghi che si trovano al Nord / al Sud’. Pertanto¬†vado a Nord¬†significa ‘mi sposto verso Nord’,¬†vado al Nord¬†significa ‘mi sposto nell’area geografica situata a Nord’. Ne consegue che¬†vado a Sud Italia¬†sia quasi inaccettabile, mentre¬†vado al Sud Italia¬†(o anche¬†vado nell’Italia del Sud) va bene, perch√© il Sud Italia non pu√≤ essere una direzione, ma √® una regione geografica.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale regola bisogna seguire per usare in modo corretto le preposizioni di e da?
1) Vestiti da sposa ma vestiti di scena
2) Errori di o da terza elementare
3) Buono di o da 10 euro

 

RISPOSTA:

Le preposizioni sono parole dal significato vago, per cui possono essere usate in contesti molto diversi, a volte anche apparentemente contraddittori. Pu√≤, inoltre, capitare che due o pi√Ļ preposizioni abbiano usi molto simili tra loro. Nei suoi esempi si vede che¬†da¬†indica prioritariamente una relazione di pertinenza, mentre¬†di¬†indica una relazione di appartenenza (anche figurata): un vestito da sposa, pertanto, √® un vestito che si addice a una sposa, mentre un vestito di scena √® un vestito che appartiene alla scena; un errore da terza elementare √® un errore che si addice a un livello di istruzione corrispondente alla terza elementare, mentre un errore di terza elementare non esiste, perch√© non √® possibile che un errore appartenza a un certo livello di istruzione. Nel terzo esempio la forma preferibile √®¬†da 10 euro, perch√© la relazione tra il buono e il valore economico √® di pertinenza;¬†buono di 10 euro, pur esistente, rappresenta una soluzione meno formale, derivante dalla possibilit√† di considerare la relazione tra il buono e il valore talmente stretta da essere assimilata all’appartenenza.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “Oltre 10.000 soldati avanzarono sul fronte”,¬†oltre¬†si pu√≤ considerare complemento di quantit√†? Nella frase “Ti aspetto da meno di due ore”,¬†da meno di¬†√® una locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

In questa frase¬†oltre¬†si comporta come un avverbio che modifica l’aggettivo numerale¬†10.000; in analisi logica, pertanto, si analizza insieme all’aggettivo come attributo (in questo caso attributo del soggetto). Nella seconda frase la divisione in sintagmi non √® corretta:¬†ti aspetto¬†regge il complemento di tempo continuato¬†da meno, formato con l’aggettivo invariabile¬†meno, che ha qui un valore neutro (significa, cio√®, ‘una quantit√† minore’); tale aggettivo mette, quindi, la quantit√† indicata in relazione con un altro riferimento quantitativo, espresso dal complemento di paragone¬†di due ore.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “un saluto da me”, da me √® un complemento d’origine?

 

RISPOSTA:

Sì; indica che il saluto proviene da / si origina da qualcuno. A differenza del complemento di moto da luogo, esso non indica un movimento.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

A differenza di introduce un complemento di paragone?

 

RISPOSTA:

S√¨, la locuzione preposizionale a differenza di risponde alla domanda “rispetto a chi o a che cosa?” e introduce un paragone fra due individui o due situazioni: “A differenza di Luca, io preferisco il mare”.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “Ho individuato la causa delle interruzioni nell’accesso a Internet”, il sintagma¬†nell’accesso¬†√® un complemento di limitazione?

 

RISPOSTA:

La frase √® ambigua:¬†l’accesso¬†potrebbe, infatti, essere la causa delle interruzioni (= ho scoperto che la causa delle interruzioni, per esempio del servizio, √® un problema di accesso) oppure riferirsi alle interruzioni (= ho scoperto qual √® la causa delle interruzioni nell’accesso). Nel primo caso¬†nell’accesso¬†sarebbe un complemento di stato in luogo figurato, perch√© la causa si trova nell’accesso; nel secondo potrebbe essere interpretato o, ancora, come complemento di stato in luogo, perch√© le interruzioni avvengono all’interno del processo di accesso, oppure come complemento di limitazione, perch√© le interruzioni sono relative all’accesso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Coerenza
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

In aperitivo per eccellenza il sintagma per eccellenza è un complemento di qualità?

 

RISPOSTA:

Sì; esso può, infatti, essere parafrasato con un aggettivo qualificativo, come straordinario, eccelso, impareggiabile o simili.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “Mi servo di te”,¬†di te¬†a quale complemento appartiene?

 

RISPOSTA:

Nell’analisi logica √® un complemento di specificazione; la funzione del sintagma, per√≤, si coglie meglio con l’etichetta di¬†oggetto obliquo, propria della grammatica valenziale. Dal momento che¬†servirsi di¬†si comporta come¬†godere di, rimando a¬†questa risposta¬†per la spiegazione dell’etichetta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

A¬†mio parere le parole combaciare, collimare, coincidere stanno a significare un contatto perfetto fra due superfici ma non necessariamente una fusione, mentre il termine collegare e aderire (come suggerisce l’etimologia) presuppongono non solo il contatto ma anche la fusione. Se ci√≤ fosse vero, asserire che due superfici si trovano nel rapporto indicato dai primi termini (collimare, coincidere, combaciare), significherebbe tassativamente che esse si toccano ma non si fondono l’una con l’altra oppure il fatto che si fondino o meno resterebbe incerto?

 

RISPOSTA:

In nessuno dei verbi da lei presi in esempio emerge l’idea di “fusione” ma quella di “corrispondenza”. In casi come questo, l’etimologia delle parole pu√≤ venirci in aiuto.
Collimare √® una lettura errata del latino collineare (da cum + linea), che significava ‘mettere sulla stessa linea’ (in italiano diventa termine tecnico nell’astronomia e si espande con il significato generale di ‘coincidere’); coincidere deriva dal latino cum e incidere, cio√® ‘cadere dentro insieme’; collegare, dal latino colligare, a sua volta composto da cum e ligare, significa ‘legare insieme’; aderire viene dal latino adhaerere, composto di ad, che significa ‘a’, e haerere, cio√® ‚Äėstare attaccato‚Äô; infine, combaciare che, come suggerisce la parola stessa, √® composto da con e baciare.
Vedendoli insieme, tutti i verbi sono connessi semanticamente dall’idea di corrispondenza fra due unit√† e per nessuno di essi si pu√≤ dire che ci sia un grado pi√Ļ o meno alto di “fusione”. Una frase come “due parti del materiale combaciano bene”, per significare che due parti sono perfettamente sovrapponibili, equivale a “due parti del materiale aderiscono bene” / “due parti del materiale coincidono bene” / “due parti del materiale collimano bene”; non √® frequente, ma si pu√≤ usare una frase come “due parti del materiale (si) collegano bene”. Il significato primario di collegare per√≤ indica che stiamo mettendo in contatto due parti, cio√® che le stiamo unendo, come nella seguente frase: “collegare due parti del materiale”.
Escludendo aderire e coincidere, i cui significati primari sono ‘essere attaccato’ e ‘corrispondere perfettamente’, gli altri verbi in questione sono sovrapponibili nei loro significati figurati (combaciare, collimare) e nel loro uso intransitivo (collegare): “Le idee di Marta combaciano con le mie” equivale a “Le idee di Marta collimano con le mie”, “Le idee di Marta (si) collegano alle mie”.
In una frase come “Luca aderisce a quella manifestazione” il verbo aderire, invece, non pu√≤ essere cambiato per via del suo uso figurato che significa ‘sostenere con la propria partecipazione’.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Il mio quesito √® duplice. Mi farebbe piacere sapere se nella frase “Non feci in tempo a scansarmi che l’uomo in bicicletta mi travolse” ci troviamo di fronte a un caso di¬†che¬†polivalente. Io lo percepisco come tale e mi sentirei di segnalarlo e correggerlo in un tema. Non trovo per√≤ una forma valida con cui sostituirlo senza intervenire su tutta la struttura della frase, ad esempio “L’uomo in bicicletta mi travolse senza che potessi fare in tempo a scansarmi”. Pi√Ļ in generale mi chiedo spesso se i tratti di italiano neo-standard vadano corretti o accettati in ambito scolastico.

 

RISPOSTA:

In frasi come la sua il connettivo¬†che¬†√® usato con una funzione esplicativo-consecutiva, che rientra tra quelle raggruppate sotto l’etichetta di¬†che polivalente. La stessa funzione pu√≤ essere ravvisata in frasi come “Tu esercitati, che prima o poi avrai successo”, o “Vieni che ti spiego tutto”. Quest’uso √® certamente tipico del parlato di formalit√† medio-bassa (come suggerisce il senso stesso delle frasi esempio); la sua accettabilit√† nello scritto di media formalit√†, invece, oscilla in relazione alla sensibilit√† dei parlanti e alla costruzione dell’intera frase. Nella sua frase, per esempio, l’uso ha un’accettabilit√† pi√Ļ alta che negli esempi fatti da me, perch√©¬†non fare in tempo che¬†√® un costrutto quasi cristallizzato (un costrutto pienamente cristallizzato di questo tipo √®¬†fare in modo che). Per la verit√†, un’alternativa del tutto standard (e per questo meno espressiva) alla costruzione che non richieda lo stravolgimento della frase esiste: “Non feci in tempo a scansarmi: l’uomo in bicicletta mi travolse”. La variante sintattica, si noti, rivela che il¬†che¬†polivalente √® spesso un “riempitivo” coesivo per un collegamento logico che altrimenti rimarrebbe implicito; anche nei miei esempi, infatti, il¬†che¬†si pu√≤ semplicemente eliminare (con l’effetto secondario di elevare il registro).
Anche per altri tratti del neostandard l’accettabilit√† dipende oltre che, ovviamente, dal contesto, dalla sensibilit√† dei parlanti e dalla costruzione dell’intera frase. Per esempio, una dislocazione a sinistra come “Questo argomento lo tratteremo la prossima volta” √® pi√Ļ accettabile di “Di questo argomento ne parleremo la prossima volta”, perch√© anche se in entrambe le frasi la tematizzazione del costituente rafforza il collegamento con la frase precedente, nella seconda la ripresa pronominale non √® necessaria.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso della parola¬†sino¬†per determinare l’esatta conclusione di una azione in un determinato tempo. Provo a chiarire la mia richiesta attraverso un esempio. Dire che “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2”, significa che il 2 l’azienda √® aperta, o che l’azienda √® chiusa?

 

RISPOSTA:

Il problema non dipende dalla locuzione preposizionale¬†sino a, ma √® concettuale (infatti permane anche se eliminiamo¬†sino): quando il termine di un periodo di tempo non √® momentaneo, ma ha una certa durata (come una giornata), il periodo potrebbe finire in coincidenza con l’inizio del termine o con la fine dello stesso.
Questo problema √® alla base delle gag comiche classiche in cui due personaggi non riescono a mettersi d’accordo se il conto alla rovescia finisca in coincidenza con la parola¬†uno¬†o dopo che questa √® stata pronunciata. Nel suo caso, in teoria il periodo di chiusura potrebbe finire all’inizio del giorno 2, quindi il giorno 2 sarebbe escluso dalla chiusura, o alla fine dello stesso giorno, che quindi sarebbe incluso. Questo in teoria, perch√© in pratica l’indicazione del giorno implica che questo faccia parte del periodo; se, infatti, il giorno 2 fosse escluso il periodo finirebbe il giorno 1 e sarebbe antieconomico, quindi fuorviante, nominare il giorno 2 per riferirsi al giorno 1. Anche nel conto alla rovescia, del resto, dopo¬†uno¬†si dice spesso¬†via¬†o qualcosa di simile, a conferma che il conto include¬†uno. Ancora, per fare un altro esempio, una frase come “Hai tempo fino al 2 per ridarmi i soldi” significa che i soldi devono essere restituiti al massimo alla fine del giorno 2, quindi il giorno 2 fa parte del periodo indicato.
In ogni caso, per evitare qualsiasi incertezza, anche teorica, √® possibile aggiungere la dicitura¬†incluso¬†o¬†compreso¬†al termine finale del periodo: “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2 incluso” (oppure¬†sino al giorno 1 incluso¬†se il 2 √® escluso). Tale dicitura √® tipica del linguaggio burocratico ed √® spesso usata insieme alla preposizione¬†entro:¬†entro il giorno 2 incluso / compreso. Esiste anche la possibilit√† di aggiungere¬†escluso, che, per√≤, √® paradossale e difficilmente giustificabile: come detto sopra, se un termine √® escluso dovrebbe essere semplicemente non nominato.¬†Incluso¬†pu√≤ essere anche sostituito da¬†e non oltre, creando l’espressione bandiera del burocratese¬†entro e non oltre. Questa alternativa √® meno trasparente, quindi non preferibile, ma √® tanto apprezzata perch√© conferisce al testo una (malintesa) patina di ufficialit√†.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le frasi seguenti sono esempi di ridondanza, oppure rappresentano dei rafforzativi legittimi?
“√ą un libro che ho (gi√†) letto due volte”.
“Lui ha reagito con un ‘ciao’ e lei ha reagito (a sua volta) con un sorriso tirato via”.
Ho fatto riferimento al fenomeno della ridondanza perché mi pare che le due costruzioni funzionino anche senza le parti inserite tra parentesi. Se la mia osservazione è corretta, vi domando se sia consigliato mantenere o rimuovere tali parti.

 

RISPOSTA:

L’avverbio¬†gi√†¬†e la locuzione avverbiale¬†a sua volta¬†sono ridondanti solo apparentemente, mentre a un’analisi pi√Ļ attenta contribuiscono a costituire il significato delle frasi in cui sono inseriti.
Nella prima frase,¬†gi√†¬†punta l’attenzione sul fatto che la doppia lettura √® avvenuta in un periodo che si √® concluso; la frase senza¬†gi√†, invece, sottolinea che la lettura si √® ripetuta. Questa differenza potrebbe essere appena percepibile o, al contrario, molto rilevante a seconda del contesto in cui la frase √® inserita. Se, per esempio, il parlante avesse appena ricevuto il libro in questione in regalo, la frase con¬†gi√†¬†implicherebbe che tale regalo lo ha deluso (perch√© ha gi√† letto quel libro due volte); quella senza¬†gi√†, invece, implicherebbe piuttosto che il regalo lo ha sorpreso (perch√© conosce benissimo quel libro, e lo apprezza molto, tanto da averlo letto due volte).
Nella seconda frase,¬†a sua volta¬†√® ancora pi√Ļ necessario: se lo eliminiamo viene meno l’esplicitazione della reciprocit√† del saluto e il lettore non pu√≤, quindi, stabilire se i due personaggi si stiano salutando a vicenda o stiano entrambi salutando un terzo personaggio.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le due frasi sono corrette?

1. Non ve n’√® mai fregato della vostra famiglia.

2. Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette, ma hanno significati opposti per via del verbo, che soltanto in apparenza √® uguale. Nel primo esempio, il verbo coinvolto √® fregarsi, un verbo intransitivo pronominale che significa ‘importare’; la frase, quindi, pu√≤ essere interpretata cos√¨: “Non vi √® mai importato della vostra famiglia”. Il pronome atono ne, in questo caso, serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon ve n‘√® mai fregato della vostra famiglia“. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato.
Nel secondo esempio, invece, la frase √® costruita attorno al verbo procomplementare fregarsene (sui verbi procomplementari rimando alle risposte contenute nell’Archivio di DICO). Il suo significato non √® ‘importare’, come per fregarsi, ma ‘mostrare indifferenza, infischiarsene’. La frase, quindi, assume tutto un altro senso: “Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia” equivale a “Non avete mai mostrato indifferenza nei confronti della vostra famiglia”, quindi “Vi siete sempre interessati della vostra famiglia”.
Questo caso, molto interessante, è un tipico esempio la cui risoluzione richiede una particolare attenzione alle particelle pronominali presenti nella frase, che possono modificare o, addirittura, ribaltare il significato di ciò che si vuole scrivere o dire.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere se √® corretto definire col termine situazione l’immagine di una foto che riproduce una realt√† urbana del passato. Esempio: “Ricordo vagamente la situazione fissata da questa fotografia”.

 

RISPOSTA:

Certamente. Il sostantivo situazione pu√≤ ben rappresentare una circostanza in un determinato momento. Per comprendere perch√© questa parola pu√≤ adattarsi a vari contesti d’uso dobbiamo ripercorrere la sua etimologia. Il sostantivo situazione entra in italiano, probabilmente, attraverso il francese situation, a sua volta derivato dal latino medievale situare, verbo mantenuto intatto in italiano con il significato letterale di ‘mettere in un posto’ e con quello figurato di ‘inserire in un contesto’. Il verbo situare √® un derivato del latino situs, il cui significato veicola gi√† l’idea di luogo; tant’√® che in italiano il sostantivo sito mantiene l’accezione di spazio fisico (“il sito archeologico di Selinunte √® meraviglioso”) o figurato (“devo visitare il tuo sito internet”).
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

PER, DA, DI introducono la causa, ma cosa cambia tra le tre preposizioni? Perché alcune volte si possono usare tutte e tre e altre volte no?
Es.¬†grido dalla / per la / di gioia, ma “Matteo √® a letto per l’influenza”, non¬†dall’influenza¬†o¬†di influenza.

 

RISPOSTA:

Dal punto di vista della funzione generale di ciascuna preposizione,¬†per¬†indica l’attraversamento (passare per il bosco), quindi il mezzo (prendere per le corna), ma anche la causa (piangere per una perdita) e il fine (studiare per un esame);¬†da¬†indica la provenienza (venire dall’Italia), quindi, anche se per ragioni diverse rispetto a¬†per, la causa (piangere dalla gioia);¬†di¬†indica la relazione, che pu√≤ prendere moltissime forme (il fratello di Mario,¬†la porta di casa,¬†il tavolo di legno,¬†mangiare di gusto), tra cui anche la causa (morire di noia). Nell’esempio¬†gridare dalla / per la / di, quindi, il sintagma costruito con¬†dalla¬†esprime l’origine del processo del verbo, quello costruito con¬†per la¬†esprime il percorso attraverso cui si √® prodotto il processo del verbo, quello costruito con¬†di¬†indica in relazione a che cosa si √® prodotto il processo del verbo. Sono, come si vede, sfumature diverse dello stesso concetto di causa. La spiegazione semantica, per√≤, √® parziale, e non permette di decidere quale sia la preposizione corretta (e se siano possibili pi√Ļ soluzioni) nel caso di sintagmi mai sentiti prima. Accanto alla funzione delle preposizioni si possono ricordare, allora, alcune costanti d’uso:¬†di¬†causale si usa soltanto in pochi sintagmi cristallizzati e non richiede mai l’articolo (mentre¬†per¬†e¬†da¬†s√¨):¬†di freddo,¬†di caldo,¬†di fame,¬†di sete,¬†di gioia¬†ed altre emozioni (di paura,¬†di dolore,¬†di felicit√†);¬†da¬†si usa in tutti i sintagmi in cui si pu√≤ usare anche¬†di, ma richiede, come detto, l’articolo e ha maggiore libert√†.¬†Di, infatti, √® legata non solo ad alcuni sintagmi, ma anche ad alcuni verbi: si pu√≤, per esempio¬†morire di freddo¬†e¬†morire dal freddo, ma mentre si pu√≤¬†svenire dal freddo¬†non si pu√≤ *svenire di freddo. Di l√† da questi sintagmi cristallizzati, comunque, non si usa neanche¬†da; non si pu√≤, per esempio, *ammalarsi dall’aria fredda.¬†Per¬†ha, invece, una distribuzione del tutto libera: si pu√≤ sia¬†morire per il freddo, sia¬†svenire per il freddo, sia¬†ammalarsi per l’aria fredda.
Queste considerazioni lasciano sicuramente spazio a casi dubbi, e non sono di pratico impiego quando bisogna usare la lingua in presa diretta. Per essere immediatamente sicuri di usare la preposizione giusta non c’√® altro metodo che esercitarsi molto e, in caso di dubbio, usare gli strumenti lessicografici in circolazione, come i dizionari e le banche dati (oltre che i servizi di consulenza come DICO).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

In diversi dizionari on line ho trovato come sinonimo di sinagoga il termine Chiesa.
Il sito Virgilio sapere Sinonimi mette come sinonimo di moschea chiesa musulmana.
Volevo sapere se il termine chiesa può essere usato come sinonimo di sinagoga.

 

RISPOSTA:

N√© sinagoga, n√© moschea possono essere considerati sinonimi di chiesa e nessuno dei principali dizionari dell’uso mette in relazione sinonimica le tre parole. Chiesa, infatti, designa esclusivamente un edificio destinato al culto cristiano, oppure un gruppo di fedeli che professa la religione cristiana; allo stesso modo, sinagogaindica un edificio consacrato al culto ebraico o la comunit√† ebraica. Si differenzia la parola moschea, che indica soltanto l’edificio caratteristico della religione musulmana senza riferirsi alla comunit√† musulmana.
Raphael Merida

Parole chiave: Lingua e società, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un dubbio sull’analisi grammaticale di un nome. Nella frase “I gatti si riunirono e decisero quale nome dare alla gabbianella”, il sostantivo¬†nome¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e nomi astratti √® quasi sempre problematica e discutibile. In questo caso, poi, il problema √® particolarmente complicato, perch√© il nome¬†nome¬†non solo √® una parola, ma identifica metalinguisticamente una parola. Come ogni parola, quindi, ha una forma concreta, che viene pronunciata e sentita con l’udito, oltre che scritta e letta. D’altra parte, ha un significato, ovvero rimanda a un’idea mentale, a sua volta corrispondente alla persona nominata. Si pu√≤, quindi, concludere che il nome¬†nome¬†√® insieme concreto e astratto. Soprattutto, per√≤, si pu√≤ concludere che la distinzione stessa tra nomi concreti e astratti √® un esercizio logico un po’ ozioso, quando non arzigogolato, e di scarso effetto.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere chiamata¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia. Come devo accordare l‚Äôaggettivo quando mi riferisco a lei? √ą corretto dire ‚ÄúIl mio notaio √® bravissimA / preparatissimA‚ÄĚ o devo usare sempre e solo l‚Äôaggettivo al maschile?

 

RISPOSTA:

L’accordo √® un fenomeno grammaticale; √®, quindi, regolato dal genere, non dal sesso. Questo principio funziona senza sbavature quando i nomi designano oggetti inanimati (“La porta √® rossa” / “Il tavolo √® basso”), e non desta particolari problemi neanche con gli animali (“La giraffa maschio √® altissima”, ma “Il maschio della giraffa √® altissimo”). I dubbi, invece, sorgono nei rari casi in cui un nome che designa una categoria di persone ha un genere che non corrisponde al sesso del designato. L’italiano possiede un piccolo numero di questi nomi (che rientrano nel gruppo dei nomi promiscui, insieme a quelli come giraffa,¬†pavone¬†ecc.), quasi tutti femminili ma riferiti tanto a uomini quanto a donne:¬†la guida,¬†la guardia,¬†la persona¬†e pochi altri. Anche a questi nomi si applica la regola dell’accordo, per cui “Mario √® una guida bravissima / una persona generosa” ecc.
I nomi mobili (come¬†amico¬†/¬†amica) adattano il genere al sesso del designato modificando la desinenza; non hanno, quindi, il problema dell’accordo. In questo gruppo, per√≤, rientrano alcuni nomi di professione e carica pubblica usati al maschile anche quando designano referenti femminili (notaio,¬†architetto,¬†il presidente¬†e tanti altri). Questi nomi non fanno eccezione per l’accordo; Il femminile con nomi maschili va considerato scorretto anche in questi casi: non solo, quindi¬†il notaio¬†sar√† sempre¬†bravissimo¬†e mai¬†bravissima, ma anche la frase iniziale della sua domanda dovr√† essere corretta in “Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere¬†chiamato¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia).
L’uso di un nome mobile maschile per un designato femminile – ricordiamo – √® scorretto: cos√¨ come non si pu√≤ dire “Il mio amico Maria √® una ragazza simpatica”, non si pu√≤ dire “Il mio avvocato / notaio / architetto… Maria Rossi √® una professionista eccellente”. La maggiore tolleranza per il maschile sovraesteso di nomi come¬†notaio¬†√® un fatto puramente culturale e non riguarda le regole della lingua italiana. Bisogna, certo, ammettere che le regole della lingua sono permeate dalla cultura; per questo motivo, per esempio, alcune parole usate comunemente in una certa epoca divengono inappropriate e persino censurate in un’altra (inutile fare degli esempi). Se, per√≤, l’italiano √® stato modellato dalla cultura nel senso della sovraestensione del maschile dei nomi di professione in un’epoca in cui questo era normale e accettato, per lo stesso principio il femminile di questi nomi deve tornare a essere usato in un’epoca in cui il pensiero comune √® cambiato.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Una frase come “Nessuna parola, fatto o azione mi hanno ferito” √® corretta? Si pu√≤ concordare l’aggettivo indefinito solo con il nome pi√Ļ vicino?

 

RISPOSTA:

L’accordo tra un aggettivo preposto e un soggetto composto di nomi di genere diverso √® problematico, perch√© il nome pi√Ļ vicino all’aggettivo attrae la concordanza. Se, ad esempio, volessimo definire¬†amatissimi¬†il figlio e la figlia di qualcuno potremmo dire¬†gli amatissimi figlio e figlia¬†(con l’aggettivo al plurale maschile “onnicomprensivo”) o¬†l’amatissimo figlio e l’amatissima figlia; il rischio, per√≤, sarebbe di formare¬†l’amatissimo figlio e figlia, per via dell’attrazione dell’accordo operata dal nome pi√Ļ vicino all’aggettivo,¬†figlio. nel suo caso l’accordo al plurale non √® possibile, visto che¬†nessuno¬†non ha la forma plurale, quindi non rimane che “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi hanno ferito”. La concordanza di¬†nessuno¬†con il solo primo nome, comunque, non pu√≤ dirsi un errore grave: non pregiudica, infatti, affatto la comprensione della frase (gli aggettivi non ripetuti potrebbero essere considerati semplicemente sottintesi).
Aggiungo che anche il verbo¬†avere¬†pu√≤ andare al singolare (“Nessuna parola, fatto o azione mi ha ferito” o “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi ha ferito”); il singolare, si badi, √® dovuto non all’accordo con il solo primo soggetto, bens√¨ all’accordo con ciascun soggetto uno alla volta, visto che i tre nomi sono presentati come uno in alternativa all’altro.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Una giornalista, alla radio, ha detto: ¬ęEra un artista che metteva tutti i suoi discepoli a proprio agio¬Ľ. Forse sono troppo pedante, fossilizzandomi sulle regole della sintassi e trascurando cos√¨ il messaggio che il parlante voleva chiaramente suggerire, o, forse, sono io a essere in errore; ma quell’aggettivo, proprio, non dovrebbe riferirsi al soggetto?

Se cos√¨ fosse, il significato della frase sarebbe alquanto bizzarro: l’‚Äúagio‚ÄĚ sarebbe stato dell’artista stesso invece che dei discepoli di quest’ultimo. Al posto della giornalista, avrei detto ¬ęa loro agio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Ha perfettamente ragione, proprio √® un errore, perch√© pu√≤ riferirsi soltanto al soggetto della proposizione nella quale √® inserito. Viceversa, a volte in luogo di proprio √® ammesso anche loro, se non genera equivoci: ¬ęgli studenti, con le loro brave cartelle sulle spalle¬Ľ (o ¬ęproprie cartelle¬Ľ).

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo sapere quale delle due forme √® corretta: ¬ęl‚Äôautobus/il treno viene¬Ľ o ¬ęl‚Äôautobus/il treno arriva¬Ľ. E se solo una delle due forme √® corretta vorrei capire perch√© l‚Äôaltra non lo √®.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, dal momento che, tra le varie accezioni (cio√® significati) di entrambi i verbi venire e arrivare ve n‚Äô√® almeno una in comune (cio√® quella di ‚Äėgiungere in un luogo‚Äô), in cui, dunque, i due verbi sono sinonimi. Tuttavia, dato che, com‚Äô√® noto, la sinonimia perfetta non esiste, va tenuto conto dei contesti in cui entrambi i verbi sono usati normalmente dai parlanti. Se se ne tiene conto, la differenza tra i due √® schiacciante: con i mezzi di trasporto, arrivare √® di gran lunga pi√Ļ frequente di venire, con migliaia (in qualche caso decine di migliaia) di occorrenze di scarto (dati facilmente verificabili in Google ricercando viene/arriva l‚Äôautobus/il treno). Perch√©? √ą pressoch√© impossibile rispondere a questa domanda, visto che la lingua evolve con percorsi non sempre lineari n√© analizzabili logicamente. Probabilmente i parlanti associano a venire (sempre in base alla frequenza e ai contesti d‚Äôuso) un tratto di maggiore ‚Äėumanit√†‚Äô, cio√® preferiscono quel verbo con soggetti umani o animati e con un certo scopo del movimento, laddove arrivare, invece, implica la sola idea di spostamento da un punto a un altro, con particolare riferimento alla meta. Infatti, se in Google si fa la ricerca ‚Äúil treno che arriva/viene da‚ÄĚ, ecco che la frequenza si inverte: viene √® pi√Ļ frequente di arriva, perch√©, evidentemente, sottolineando la provenienza, si d√† un valore semantico maggiore allo scopo o quantomeno alla natura dello spostamento. Morale della favola: i verbi sono corretti entrambi, ma √® meglio usare arrivare, con i mezzi di trasporto, a meno che non ne si specifichi la provenienza.

Un‚Äôaltra piccola osservazione a margine riguarda l‚Äôordine dei sintagmi della frase con questi due verbi, che √® preferibilmente quella verbo-soggetto, piuttosto che quella, canonica, soggetto-verbo. Questo accade perch√© arrivare e venire sono verbi inaccusativi, cio√® intransitivi con ausiliare essere, che, come tali, trattano il soggetto perlopi√Ļ come elemento nuovo, piuttosto che come dato, e dunque un po‚Äô alla stregua di un oggetto (per semplificare al massimo un fenomeno sintattico e pragmatico in verit√† molto complesso). Quindi: ¬ęarriva il treno/l‚Äôautobus¬Ľ √® un enunciato molto pi√Ļ frequente e naturale di ¬ęil treno/l‚Äôautobus arriva¬Ľ, se non segue altro sintagma, come per esempio ¬ęl‚Äôautobus arriva tra cinque minuti/subito¬Ľ, in cui invece l‚Äôordine preferito √® quello soggetto-verbo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le mogli litigano con i mariti.

Le fidanzate ballano con i fidanzati.

Le mamme aspettano i figli all’uscita della scuola.

Vorrei sapere se questi tre esempi (che sono solo alcuni tra i tanti ricavabili nei contesti pi√Ļ disparati) creano, per cos√¨ dire, delle relazioni semantiche ridondanti tra le ‚Äúcategorie‚ÄĚ che citano all’interno della medesima frase.

√ą evidente che una moglie √® tale se e solo se sussiste un marito, e lo stesso dicasi per una mamma in funzione di un figlio, ecc.

Non sarebbe stato sufficiente, e forse anche meno ridondante, citare una categoria pi√Ļ ‚Äúampia‚Äú (una delle due, o quella del soggetto o quella dell’oggetto), senza per questo disperdere la semantica generale della frase?

Le donne litigano con i (propri) mariti.

Le fidanzate ballano con i (propri) fidanzati.

Le donne (le ragazze) aspettano i (propri) figli…

Quali soluzioni suggerireste?

 

RISPOSTA:

L‚Äôeliminazione della ridondanza √® un proposito decisamente salutare nella scrittura, sebbene nessuna lingua possa eliminarla del tutto: il rumore di fondo (cio√® la ridondanza) talora serve a far capire meglio i concetti e a veicolare meglio gli atti comunicativi. Nei casi dai lei proposti mi sembra che il suo giudizio sia forse un po‚Äô troppo severo, e oltre tutto nel secondo caso non propone (forse per mero refuso) alcuna alternativa: ¬ęle fidanzate ballano con i fidanzati¬Ľ (forse voleva intendere le ragazze?). Quello che risulterebbe invece davvero inutilmente ridondante sarebbe ¬ępropri¬Ľ: √® infatti del tutto controintuitivo che le fidanzate ballino con fidanzati altrui, o che le mogli litighino con mariti altrui ecc. Sicuramente, le altre sue alternative sono possibili, e il senso non ne risentirebbe (grazie all‚Äôinferenza semantica del contesto, come lei stessa ben intuisce). Tuttavia, non mi sentirei di affermare che ¬ęle donne litigano con i mariti¬Ľ sia migliore di ¬ęle mogli litigano con i mariti¬Ľ ecc. Anzi, tutto sommato, la seconda alternativa mi sembra pi√Ļ precisa, e dunque preferibile: ¬ęle ragazze aspettano i figli¬Ľ potrebbe addirittura ingenerare l‚Äôequivoco di interpretare ¬ęragazze¬Ľ come ‚Äėbaby-sitter‚Äô (per esempio) che aspettano figli di altre. E simili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere quale dei due termini che vi proporr√≤ √® il pi√Ļ adeguato per definire la seguente condizione: vi sono delle perdite di acqua in un appartamento, il muro √® fessurato eccetera. Orbene, definendo questa situazione, √® pi√Ļ corretto parlare di problemi edilizi o architettonici oppure entrambi i termini sono corretti?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che un dubbio linguistico il suo esempio riguarda un problema ingegneristico. Perdite d’acqua o fessurazioni nel muro, infatti, possono coinvolgere sia l’edilizia sia l’architettura e per definire con precisione il problema sarebbe bene conoscerne la natura attraverso un’analisi dettagliata. Sia la parola edilizia sia la parola architettura richiamano il concetto di ‘tecnica e arte della costruzione di edifici’, ma la prima si concentra sulla costruzione fisica dell’edificio e la seconda sull’estetica e sulla funzionalit√† degli spazi. A prima vista, si potrebbe dire che i problemi di infiltrazione o di fessurazione nel muro siano pi√Ļ legati a un problema edilizio. Tuttavia, se le fessurazioni sono il risultato di una cattiva progettazione strutturale, potrebbe trattarsi di un problema architettonico, e quindi potrebbe sovrapporsi al problema edilizio. In conclusione, non √® possibile assegnare un aggettivo adeguato in base a un contesto cos√¨ generico.
Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Si dice: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa (o prima?), aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La locuzione temporale ‚ÄúX fa‚ÄĚ (per es. ¬ędieci anni fa¬Ľ) pu√≤ essere usata soltanto se il riferimento cronologico rispetto al quale si sta dicendo ‚ÄúX fa‚ÄĚ √® il momento stesso in cui si riporta l‚Äôaffermazione. Quindi, ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ vuol dire che il povero padre, nel momento in cui √® morto (cio√® dieci anni fa, rispetto al momento in cui si fa l‚Äôaffermazione, e dunque nel 2014), aveva gi√† pensato al futuro dei figli. ¬ęPrima¬Ľ, invece, √® usato rispetto a un altro termine temporale, sempre al passato, oltre al momento in cui si riporta l‚Äôevento. Quindi, sempre ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni prima, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ significa che il padre dieci anni prima di morire aveva gi√† pensato al futuro dei figli. Per cui, ponendo che il padre sia morto nel 2014, gi√† nel 2004 aveva pensato al loro futuro. Per riassumere: si usa ¬ędieci anni fa¬Ľ se i riferimenti temporali sono soltanto due, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento e il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto; si usa invece ¬ędieci anni prima¬Ľ se i riferimenti temporali sono tre, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento, il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto e un terzo momento (cio√®, per l‚Äôappunto, ¬ędieci anni prima dell‚Äôevento 2, cio√® quello della morte). Se io dico, nel 2024, ¬ęci siamo conosciuti due anni fa¬Ľ, vuol dire che ci siamo conosciuti nel 2022; ma non posso dire ¬ęci siamo conosciuti due anni prima¬Ľ, perch√© chi mi ascolta chiederebbe ¬ęprima di che cosa?¬Ľ. Posso invece dire: ¬ęci siamo conosciuti due anni prima della maturit√† (oppure: due anni prima che finissimo la scuola)¬Ľ, perch√©, oltre al 2024 e al momento in cui ci siamo conosciuti, viene specificato anche un terzo riferimento cronologico (cio√® la maturit√†, o la fine della scuola).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vi sottopongo questa frase: “Lei non volle andare in camera da letto. Restammo l√¨, su quelle vecchie poltrone, e pensai che eravamo i primi a farci l’amore”. Ovviamente¬†a farci l’amore significa: ‘a fare l’amore SU quelle poltrone’. Ora vi chiedo: pu√≤ il pronome ci sostutuire su¬†(sulle poltrone)? Inoltre,¬†la frase risulta subito comprensibile e scorrevole?

 

RISPOSTA:

La frase √® scorrevole e comprensibile. I pronomi non hanno un significato preciso, ma prendono il significato del sintagma che di volta in volta riprendono, o a cui rimandano, adattandolo alla sintassi della frase in cui si trovano. Cos√¨, nella sua frase¬†ci¬†significa ‘su quelle poltrone’, in una frase come “Amo Roma e ci vado ogni volta che posso” il pronome¬†ci¬†significa ‘a Roma’, in una frase come “Se scavi sotto l’albero ci troverai una scatola” lo stesso pronome significa ‘sotto l’albero’ e cos√¨ via.
Quasi tutte le grammatiche sostengono che¬†ci,¬†vi¬†e¬†ne¬†abbiano la natura di avverbi, non di pronomi, quando rappresentano indicazioni di luogo, come nella sua frase, dal momento che equivalgono a¬†qui,¬†l√¨, da qui, da l√¨. Come si vede dagli esempi per ci (ma questo vale anche per gli altri), per√≤, essi mantengono sempre la funzione di riprendere un sintagma introdotto altrove nella frase o nel testo, o ricavabile dal contesto (per esempio, davanti alla brochure di un viaggio organizzato un interlocutore potrebbe chiedere a un altro: “Ci andiamo?”): possiamo, quindi, considerarli pronomi anche in questo caso.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ritengo che il termine¬†ipotesi¬†si riferisca ad un contenuto, oggettivamente incerto, che viene dato come puramente possibile anche dal parlante, mentre i vocaboli¬†arbitrario¬†e¬†illazione¬†(che considererei sinonimi) definiscano un’affermazione data erroneamente come certa dal parlante, pur essendo oggettivamente solo possibile. Non essendo sicuro della mia posizione, gradirei un vostro parere al riguardo.

 

RISPOSTA:

Il nome¬†ipotesi¬†indica un presupposto logico che deve essere dimostrato vero o falso. Per esempio, l’ipotesi che il riscaldamento globale attuale sia prodotto in larga parte dalle attivit√† umane √® stata ampiamente provata. Una volta dimostrata, l’ipotesi diviene una tesi; √®, comunque, spesso possibile mettere in discussione le prove a sostegno dell’ipotesi, quindi revocare la certezza della tesi derivante. Da questo significato di base, il nome¬†ipotesi¬†ha sviluppato quello, pi√Ļ comune, di ‘congettura’, che apparentemente √® equivalente a ‘presupposto di un ragionamento’, ma invece presenta una determinante differenza di prospettiva: mentre, infatti, il presupposto innesca un ragionamento finalizzato a provarlo, una congettura potrebbe avere lo stesso valore ma √® pi√Ļ spesso, al contrario, proposta come conclusone incerta di un ragionamento. Per quanto incerta, quindi, la congettura √® rappresentata come un’opinione gi√† formata, non come un’idea ancora da verificare. Con questo secondo significato,¬†ipotesi¬†si avvicina al significato comune di¬†illazione, che √® proprio ‘deduzione, congettura basata su prove incerte’. Rispetto a¬†ipotesi, inoltre, nel significato di¬†illazione¬†√® sottolineata la componente di incertezza, ovvero di insufficienza di prove, che porta con s√© una connotazione negativa. Una illazione √®, cio√®, una congettura decisamente incerta, partigiana, una supposizione presentata come conclusiva ma in realt√† indebita o ingiustificata, spesso introdotta per confondere il ragionamento di altri, o per danneggiare maliziosamente la reputazione di qualcuno.
L’aggettivo¬†arbitrario¬†ha, nel linguaggio comune, il significato di ‚Äėnon necessariamente ben motivato‚Äô o ‚Äėpoco giustificato‚Äô; per questo motivo pu√≤ considerarsi sinonimo di¬†indebito¬†e persino¬†illegittimo. Tanto un’ipotesi quanto un’illazione possono essere arbitrarie, ma se un’ipotesi arbitraria √® un passaggio logico azzardato, un errore in buona fede, l’illazione arbitraria √® una fallacia architettata con dolo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Coerenza, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nell’espressione¬†godere di un diritto¬†a quale complemento corrisponde¬†di un diritto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica √® un complemento di specificazione. Pi√Ļ utile, per√≤, √® l’interpretazione data dalla grammatica valenziale, secondo cui si tratta di un complemento oggetto obliquo, ovvero di un sintagma che ha la stessa funzione del complemento oggetto, ma non √® diretto, bens√¨ preposizionale, semplicemente perch√© il verbo richiede tale preposizione (come in¬†fidarsi di,¬†servirsi di, contare su,¬†obbedire a¬†e tanti altri). Il sintagma¬†di un diritto, infatti, √® necessario per completare sintatticamente il verbo¬†godere, quindi √® un argomento di questo verbo, mentre il complemento di specificazione non √® mai un argomento del verbo, perch√© indica un dettaglio relativo a un sintagma nominale (la casa di Mario,¬†il cancello della scuola,¬†l’introduzione del libro…). Se confrontiamo, inoltre,¬†godere di un diritto¬†con, per esempio,¬†esercitare un diritto, vediamo che la struttura profonda del predicato √® identica, perch√© la preposizione fa da collegamento formale tra il verbo e il sintagma, non contribuisce in alcun modo al significato del sintagma. Infine, un’ulteriore prova del fatto che questo sintagma ha la funzione di un complemento oggetto √® che nel parlato e nello scritto trascurato si tende a dimenticare la preposizione, producendo espressioni come¬†godere un diritto¬†(ma anche¬†abusare qualcuno¬†al posto di¬†abusare di qualcuno,¬†obbedire un ordine, invece di¬†obbedire a un ordine). Sebbene queste realizzazioni siano scorrette, bisogna notare che se in queste espressioni la preposizione avesse un significato preciso (e non fosse, invece, un collegamente soltanto formale), non sarebbe possibile escluderla; nessuno, infatti, direbbe o scriverebbe mai¬†la casa Mario¬†invece di¬†la casa di Mario.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere se la seguente espressione √® corretta: “Erano rimasti due sorelle e un fratello ed erano tutti celibi”. √ą corretto definire i fratelli e la sorella con l’unico termine¬†celibi¬†o √® d’obbligo esprimersi diversamente, attribuendo ai maschi il termine¬†celibi¬†e alle femmine il termine¬†nubile?

 

RISPOSTA:

I termini¬†celibe¬†e¬†nubile¬†hanno un riferimento di genere inequivocabile, quindi sarebbe scorretto attribuire l’uno o l’altro al genere opposto. Per descrivere la situazione bisogna costruire la frase diversamente, per esempio¬†… e nessuno dei tre si era sposato¬†o¬†… e n√© le sorelle n√© il fratello si erano sposati, oppure scegliere un termine diverso, come¬†single¬†o¬†non sposati.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi √® capitato di scrivere la seguente frase in un messaggio: “Ti invio il documento di cui mio marito ha parlato alla tua collega”. Nel rileggerlo e analizzandone la sintassi, non riscontro errori; tuttavia, a orecchio, non mi convince.
Se non ci fosse il complemento di termine in coda alla costruzione, non avrei alcun dubbio.

 

RISPOSTA:

La sintassi della frase √® corretta; il complemento di termine retto dal verbo parlare deve necessariamente essere inserito dopo il verbo stesso (l’inversione sarebbe molto innaturale), quindi la posizione in coda alla frase √® quasi obbligata. Non √®, del resto, possibile eliminarlo, visto che √® il secondo argomento del verbo (il cui schema valenziale √®, appunto, SOGG. + parlare + ARG. PREPOS.): parlare¬†senza l’indicazione della persona a cui si parla, infatti, prende significati del tutto diversi da quello qui inteso, ovvero ‘avere la facolt√† del linguaggio’ (“Mio figlio ancora non parla”), oppure ‘dialogare’ (“Di solito parliamo di calcio”) o anche ‘rivelare un segreto’ (“Il complice ha parlato”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase “√ą stato il sindaco a raccontare la storia pi√Ļ divertente della serata”, il nome¬†storia¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e astratti √® una ossessione della grammatica italiana non pienamente giustificata. I concetti di¬†concreto¬†e¬†astratto, infatti, sono di per s√© sfuggenti, ma soprattutto non riguardano la lingua, bens√¨ la realt√†; in altre parole, a essere concreto o astratto non √® il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altro nome), bens√¨ il referente del nome stesso, la “cosa” che viene designata con il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altra “cosa” designata da altro nome). Fatta questa premessa, comunque, nell’ottica usata dalle grammatiche scolastiche,¬†storia¬†√® in questo caso un nome concreto, perch√© designa un racconto specifico che √® stato pronunciato da un parlante e udito da un pubblico.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Desidererei sottoporre alla vostra attenzione questa frase: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si sono sposati”. Se i nonni non ci sono pi√Ļ o anche uno solo di essi √® mancato, √® corretto esprimersi in questo modo o √® necessario ricorrere ad un’altra espressione? Per esempio: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si erano sposati” oppure “I miei nonni si erano sposati, come oggi, 70 anni fa”.

 

RISPOSTA:

Il trapassato prossimo si usa per esprimere un rapporto di anteriorit√† rispetto a un altro evento avvenuto nel passato. Nella frase in questione l‚Äôorganizzazione sintattica mette l‚Äôaccento sui 70 anni, per cui l‚Äôinserimento di un momento di riferimento passato (la morte di uno dei due coniugi o di entrambi), che giustificherebbe l‚Äôuso del trapassato, comporterebbe una contraddizione; il lettore, cio√®, non saprebbe come armonizzare l‚Äôinformazione che il calcolo degli anni ammonta a 70 con l‚Äôinformazione che tale calcolo non ha valore, perch√© nel frattempo √® successo un fatto che lo ha modificato. Inoltre, dal punto di vista semantico l‚Äôevento dello sposarsi √® momentaneo: una volta avvenuto non pu√≤ essere annullato da un altro evento successivo. Anche con la morte di uno dei coniugi, la circostanza del matrimonio rimane valida e legata a un preciso momento del passato. Diversamente, il processo dell‚Äôessere sposati pu√≤ essere modificato dalla morte (o il divorzio). Il messaggio da lei richiesto, insomma, pu√≤ essere espresso con un periodo ipotetico, per esempio: ‚ÄúOggi i miei nonni festeggerebbero 70 anni di matrimonio (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ, oppure ‚ÄúOggi i miei nonni sarebbero sposati da 70 anni (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

Francesca Rodolico

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quali frasi sono corrette?

1a. Chissà se esistano i fantasmi
1b. Chissà se esistono i fantasmi
Oppure:
2a. Alcuni mi chiedono se esistano i fantasmi
2b. Alcuni mi chiedono se esistono i fantasmi

Inoltre:
3a. Mi piace un sacco le persone
3b. Mi piacciono un sacco le persone

 

RISPOSTA:

Le frasi 1a, 1b, 2a e 2b sono tutte varianti ben formate. Si tratta di interrogative indirette che ammettono sia il congiuntivo sia l’indicativo. La soluzione con il congiuntivo √® pi√Ļ aderente alla grammatica standard ed √® preferibile in contesti di alta formalit√†; quella con l’indicativo invece √® meno formale, ma comunque corretta.
Fra 3a e 3b la variante corretta √® soltanto 3b. Il verbo piacere √® intransitivo e non pu√≤ reggere un complemento oggetto; una delle particolarit√† di questo verbo (le cui sfumature si possono approfondire qui) √® il soggetto, che solitamente si trova posposto al verbo e sembra comportarsi come un complemento oggetto. In questo caso, il soggetto √® le persone, quindi l’accordo grammaticale andr√† al plurale piacciono. La frase riscritta in altro modo sarebbe: “Le persone piacciono a me un sacco”. Aggiungo, come nota di chiusura, che un sacco, che qui equivale a ‘molto’, ha valore avverbiale ed √® tipico del linguaggio colloquiale.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

‚ÄúHai scelto il brano peggiore tra i tanti possibili”.
Vorrei sapere se l’aggettivo¬†possibili¬†nella suddetta costruzione √® corretto.

S√¨, la costruzione √® corretta: l’aggettivo¬†possibile¬†√® comunemente usato in contesti simili senza un significato preciso, ma con la funzione di rafforzare proprio l’aggettivo o il pronome (ogni possibile candidato,¬†tutti i libri possibili…).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą corretto l‚Äôuso di¬†conosciuto¬†come sinonimo di¬†noto?

 

RISPOSTA:

S√¨,¬†conosciuto¬†e¬†noto¬†sono sinonimi. Come tutti i sinonimi, comunque, non sono intercambiabili sempre: ovviamente¬†conosciuto¬†non pu√≤ essere sostituito da¬†noto¬†quando √® usato come participio passato, non come aggettivo (“L’ho conosciuto in un bar”); a sua volta¬†noto¬†√® preferito a¬†conosciuto¬†quando si riferisce a qualcosa che deriva la qualit√† dall’essere stata trattato o discusso in precedenza: “L’argomento √® noto a tutti; non serve tornarci su”.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Non riesco a capire bene quale ausiliare usare con il verbo volare se non si è in presenza di un moto a luogo e da luogo. Come posso comportarmi in queste frasi?

1. Questo √® l¬īaereo su cui ho volato/sono volato.

2. Ho volato in Italia (qui inteso come stato in luogo).

3. Cosa ha volato/è volato in cielo?

4. Sono volato/ho volato (con il deltaplano).

5. L’uccellino ha volato/√® volato (ma non via).

6. I partecipanti sono volati/hanno volato sulla pista (inteso come stato in luogo).

Quanto al verbo vincere, esso regge la preposizione contro?

 

RISPOSTA:

Il verbo volare pu√≤ essere costruito con entrambi gli ausiliari quando si riferisce a persone (che possono volare grazie all‚Äôuso di mezzi di trasporto aerei o in significati figurati), di animali dotati di ali e di veicoli deputati al volo. In questi casi avere √® il pi√Ļ utilizzato, mentre √® preferibile utilizzare essere quando il verbo √® accompagnato da complementi di moto da luogo o a luogo, in quasi tutti i significati figurati e per le azioni in corso di svolgimento. Di conseguenza, negli esempi 1, 2, 4 e 5 sarebbe preferibile selezionare l‚Äôausiliare avere. Al contrario, richiedono¬†l‚Äôausiliare¬†essere l‚Äôesempio 3, in quanto qui il soggetto potrebbe essere un oggetto che si libra in volo sospinto dal vento o altre forze, e l’esempio 6, perch√© qui¬†volare √® usato con il significato figurato di ‘muoversi velocemente’ (lo stesso che si userebbe in frasi come “Sono volato, ma sono arrivato comunque tardi”).

Nell‚Äôesempio 5 la scelta dell‚Äôausiliare influisce sul significato della frase:¬†ha volato significa ‘√® riuscito a volare’;¬†√® volato,¬† preferibilmente seguito da un sintagma che indica il luogo (via,¬†lontano,¬†fuori dalla finestra…), significa ‘si √® spostato in volo’.

In quanto alla seconda domanda, il verbo vincere pu√≤ essere transitivo (vincere la partita), ma √® pi√Ļ spesso intransitivo (vincere a dadi, di due punti, con l’inganno). In entrambi i casi pu√≤ essere accompagnato da complementi indiretti che indicano l’avversario sconfitto e sono costruiti con¬†con¬†o contro. Quando √® transitivo, inoltre, l’avversario pu√≤ essere costruito come complemento oggetto:¬†vincere il nemico.

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Chiedo delucidazioni sull’uso dell’espressione proseguire gli studi.
Queste forme sono tutte corrette e alternative?
PROSEGUIRE GLI STUDI AL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI PRESSO IL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI NEL CORSO DI STUDI…

 

RISPOSTA:

La variante pi√Ļ naturale √®¬†nel corso di studi. Accanto a questa si pu√≤ usare¬†presso il;¬†presso, infatti, √® usato comunemente con il significato di ‚Äėin, dentro‚Äô, sebbene significhi propriamente ‚Äėvicino a‚Äô e sebbene l‚Äôuso con il significato di ‚Äėin‚Äô sia pi√Ļ adatto all‚Äôambito burocratico. La scelta pi√Ļ insolita sarebbe¬†al, visto che la preposizione¬†a _√® preferita per introdurre ambienti associati fortemente a specifiche esperienze (_a casa,¬†a scuola,¬†all‚Äôuniversit√†) oppure ambienti dai confini non facilmente determinabili (a Roma,¬†a Venezia, ma¬†in Italia). Possibile sarebbe anche riformulare la frase inserendo il verbo¬†iscriversi, per esempio cos√¨:¬†proseguire gli studi iscrivendosi al corso di¬†(o anche¬†nel corso). In questo caso la preposizione¬†a _(o _in) sarebbe richiesta direttamente dal verbo.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sottoporvi un quesito (sperando sia in linea con il tipo di argomenti da voi trattati).
In navigazione si usa il termine ‘doppiare’ quando si vuole esprimere l’azione di superare/passare un capo con un’imbarcazione; ad esempio “doppiare Capo Horn in barca a vela √® pericoloso”.
Il mio dubbio riguarda l’origine della parola italiana: trovo anti-intuitiva la parola ‘doppiare’ che assomiglia (e derivare) da “doppio, due volte” in relazione all’azione che esprime (superare un capo), sopratutto se paragonata all’inglese dove si utilizza il verbo ‘round’ (round girare/passare attorno).

 

RISPOSTA:

Doppiare¬†‘oltrepassare, superare un ostacolo’ √® un tecnicismo marinaresco entrato in italiano in epoca rinascimentale come ampliamento semantico (o prestito semantico) del verbo¬†doppiare, gi√† esistente con il significato di ‘rendere qualcosa due volte maggiore, raddoppiare’. L’origine del prestito √® lo spagnolo¬†doblar, che all’epoca aveva gi√† il significato di ‘oltrepassare un ostacolo’. Spiegare perch√©¬†doblar¬†avesse sviluppato questo significato non √® facile: probabilmente dal significato del latino volgare¬†duplare¬†‘rendere doppio, raddoppiare’ si √® sviluppato il significato ‘piegare’ (perch√© quando si piega una linea si ottengono due segmenti distinti, quindi si raddoppia la linea). Questo significato, per√≤, pu√≤ essere riferito alla rotta necessaria per superare un ostacolo, ma non all’ostacolo stesso: √® la rotta, cio√®, che viene¬†doppiata¬†‘piegata’, non l’ostacolo. Per spiegare l’uso effettivo del verbo (doppiare un ostacolo, non¬†doppiare una rotta), quindi, dobbiamo ipotizzare un ulteriore slittamento semantico, da ‘piegare’ a ‘girare, aggirare’. I verbi¬†to round¬†(inglese) e¬†umschiffen¬†‘circumnavigare, navigare intorno’ (tedesco) conferma, del resto, che l’atto del superare un ostacolo piegando la rotta della nave √® comunemente definito come ‘girare, aggirare’.
A margine va detto che negli sport su pista il verbo¬†doppiare¬†√® usato come estensione del tecnicismo marinaresco, e infatti ha il significato di ‘superare, oltrepassare un concorrente’; non c’√® in questo significato alcun riferimento al ‘raddoppiamento’ (quando si doppia un concorrente non si raddoppiano i giri conclusi, ma semplicemente se ne aggiunge uno).
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso di riferirsi in questa situazione comunicativa:
‚ÄúPer ogni informazione si riferisca a quanto indicato sul programma‚ÄĚ.
Può essere qui usato come sinonimo di attenersi?

 

RISPOSTA:

Qui¬†riferirsi a¬†significa ‘prendere con punto di riferimento’, non ‘riguardare, avere come argomento’ (che √® il significato pi√Ļ comune). Con questo significato, il verbo si avvicina ad¬†attenersi, ma non pu√≤ essere considerato suo sinonimo:¬†attenersi, infatti, contiene una sfumatura di precisione che non ammette deroghe assente in¬†riferirsi a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

I verbi essere e stare sono intercambiabili?

Ad esempio alla domanda ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ, potrei rispondere usando il verbo stare e dire ‚ÄúSto qui‚ÄĚ?

C‚Äô√® differenza tra ‚ÄúSono alla cassa‚ÄĚ e ‚Äústo alla cassa‚ÄĚ?

Ci sono dei casi in cui il verbo stare non andrebbe usato?

RISPOSTA:

La confusione deriva dal fatto che spesso il verbo stare √® usato legittimamente al posto del verbo essere in frasi, per esempio, che esprimono una condizione psicologica di una persona (‚ÄúSono in ansia‚ÄĚ / ‚ÄúSto in ansia‚ÄĚ). Tuttavia, anche se esiste una forte continuit√† semantica fra essere e stare, ci sono dei casi in cui questi due verbi non sono intercambiabili. Per esempio, rispondere a ‚ÄúDove sei?‚ÄĚ con ‚ÄúSto qui‚ÄĚ in luogo di ‚ÄúSono qui‚ÄĚ √® un tratto tipico dei dialetti meridionali, inclini a sostituire il verbo essere con il verbo stare (‚ÄúSto nervoso‚ÄĚ al posto di ‚ÄúSono nervoso‚ÄĚ; ‚ÄúLa sedia sta rotta‚ÄĚ al posto di ‚ÄúLa sedia √® rotta‚ÄĚ). Vista la sua natura regionale, occorre evitare questa forma in contesti formali.

Riguardo alla seconda domanda, la risposta √® s√¨: sto alla cassa significa ‚Äėsvolgere la mansione di cassiere‚Äô; sono alla cassa, invece, ‚Äėtrovarsi vicino alla cassa‚Äô. A differenza di essere, il verbo stare, infatti, racchiude alcuni significati che designano una situazione duratura nel tempo (‚ÄúSono a Roma‚ÄĚ significa ‚Äėmi trovo a Roma‚Äô, ‚ÄúSto a Roma‚ÄĚ, invece, ‘abito a Roma‚Äô).

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi accade frequentemente che dei non madrelingua condividano con me i propri dubbi sull’omissione dell’articolo determinativo, desiderosi di trovare una (suppongo inesistente) sistematizzazione definitiva della regola. Oltre ai casi citati da Serianni nella “Grammatica italiana” (IV 72-75) non sono in grado di trovare una sistematizzazione di altri casi in cui l’articolo debba (o possa) venire omesso. La mia domanda √® questa: I casi che non rientrano in quelli “canonici” descritti da Serianni come devono essere considerati? Come omissioni determinate da variazione diastratica/diamesica/diafasica, e quindi che non riguardano l’italiano standard, o come qualcos’altro che non riesco a comprendere cosa sia?
Ad esempio, l’ultimo dubbio che mi √® stato posto riguarda la frase “Come conciliare lavoro e maternit√†?” e “Oggi a pranzo ho mangiato pastasciutta al tonno.”

 

RISPOSTA:

L’omissione dell’articolo √® obbligatoria soltanto in alcuni dei casi elencati da Serianni (con i nomi propri, i titoli di opere d’arte, i nomi di mesi, i vocativi); in altri √® comune ma non obbigatoria: “Il luned√¨¬†√® il mio giorno preferito”, “Dov’√®¬†la mamma?”. In questi casi l’alternanza si spiega con la natura affine ai nomi propri di questi nomi, oppure con la loro alta frequenza d’uso come vocativi. Un’altra categoria di nomi per cui l’omissione √® obbligatoria √® quella dei nomi inseriti in espressioni cristallizzate:¬†con calma,¬†per favore,¬†di fretta,¬†da sballo,¬†a rigore, ma anche¬†a casa,¬†in ufficio,¬†a scuola,¬†a teatro. Con questa categoria il problema √® che la cristallizzazione delle espressioni non √® predicibile; per esempio¬†a teatro¬†ma¬†al cinema,¬†in banca¬†ma¬†alla posta,¬†in ufficio¬†ma¬†allo studio. Per di pi√Ļ, la cristallizzazione √® “in movimento”: per esempio √® gi√† presente nell’uso panitaliano¬†a studio¬†accanto a¬†allo studio¬†(mentre in alcuni italiani regionali esistono¬†a mare,¬†a spiaggia¬†e altre costruzioni simili).
Di l√† da questi casi, l’omissione √® possibile con tutti i nomi comuni al plurale, per indicare oggetti indeterminati non specifici: “Per tutta la vita ho fatto il venditore¬†di automobili” / “Mi piacciono¬†le automobili veloci“. Diversamente, al singolare, l’omissione √® tipica dei nomi massa, come¬†pastasciutta¬†nel suo esempio (ma anche¬†caff√®,¬†oro,¬†acqua¬†ecc.); in questo caso la presenza o assenza dell’articolo modifica fortemente la percezione del nome: “Avete caff√®?” (si riferisce alla merce) / “Abbiamo finito il caff√®” (si riferisce alla riserva conservata in casa) / “Vuoi un caff√®?” (si riferisce a una dose della bevanda). Nel primo caso, quello in cui il nome esprime pienamente la sua natura di sostanza non specifica, si pu√≤ anche optare per¬†del caff√®, con il cosiddetto¬†articolo partitivo.
Come i nomi massa si comportano anche i nomi astratti, come quelli del suo primo esempio: con lavoro e maternità si rappresentano i due nomi come valori astratti; con il lavoro e la maternità si allude alle loro manifestazioni concrete (dover alzarsi presto la mattina, dover rispettare orari, consegne e scadenze, dover reagire prontamente in caso di emergenze ecc.).
Per concludere, nei casi in cui l’omissione dell’articolo √® facoltativa scegliere sulla base della sfumatura che si intende dare alla frase √® arduo: l’unica soluzione per essere sicuri √® chiedere a un madrelingua, che quasi mai avr√† dubbi su quale variante sia preferibile, anche se quasi mai sapr√† spiegare perch√©. I madrelingua, infatti, memorizzano una gran quantit√† di casi, da cui ricavano le regole automaticamente e inconsapevolmente.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Desidererei sapere se la parola competenza pu√≤ essere usata in un contesto come il seguente: “Non √® di mia competenza pagare questa somma”. Il termine competenza farebbe pensare ad ‘abilit√†, conoscenza’ ecc, quindi dovrebbe essere improprio usarlo in una espressione come quella precedentemente citata; tuttavia mi capita frequentemente di sentirlo espresso in simili contesti.

 

RISPOSTA:

Nel contesto da lei presentato la parola competenza √® pienamente legittima. Come giustamente osserva, competenza vuol dire ‚Äėabilit√†, conoscenza‚Äô; questi significati, per√≤, che non sono gli unici e, anzi, rappresentano soltanto uno dei campi semantici di questa parola. Nel suo significato pi√Ļ ampio, competenza indica la ‚Äėcapacit√† di orientarsi in un determinato campo‚Äô (‚ÄúQuella professoressa parla con competenza di ogni aspetto della storia moderna‚ÄĚ); in quello tecnico, invece, cio√® quello legato alla sfera giuridica, designa la ‚Äėlegittimazione di un‚Äôautorit√† o di un organo a svolgere specifiche funzioni‚Äô: ‚ÄúQuesta causa √® di competenza del giudice amministrativo‚ÄĚ. Dal significato tecnico, il campo semantico di competenza si √® esteso per indicare la ‚Äėpertinenza‚Äô, cio√® ci√≤ che spetta a qualcuno (come nel suo esempio). Sempre connesso a questa sfera, il sostantivo plurale competenze indica il compenso: ‚ÄúDobbiamo pagare all‚Äôavvocato le sue competenze‚ÄĚ.

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Alcuni vocabolari riportano la forma grafica “neoassunto”, altri no.
Scrivere “neo assunto” √® comunque corretto?

 

RISPOSTA:

La grafia corretta √® neoassunto, riportata anche dai principali dizionari dell’uso.
Neo-, che significa ‘nuovo, recente’, √® un prefissoide di origine greca; si tratta cio√® di un elemento lessicale dotato di autonomia semantica che pu√≤ essere premesso a parole di qualsiasi origine (si pensi per esempio ad auto- nel significato di ‘da s√©’ da cui si formano parole come autocoscienza, autocritica, automobile). Per queste ragioni, le parole composte con un prefissoide prediligono la forma univerbata a quella staccata.
Raphael Merida

Parole chiave: Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere se l’affermazione “persona impositiva”, riferita ad un soggetto capace di farsi valere, pu√≤ essere definita corretta.

 

RISPOSTA:

No, perch√© l‚Äôaggettivo impositivo √® usato perlopi√Ļ in riferimento al tono, oppure in contesti burocratici, in riferimento a un provvedimento, un‚Äôautorit√†, una legislazione e simili, non a una persona. Naturalmente, √® sempre possibile, con una certa forzatura semantica, che in qualche testo impositivo venga riferito a una persona, ma per esprimere il concetto di ‚Äúche impone il proprio volere o autorit√†‚ÄĚ esistono altri aggettivi in italiano, quali autoritario, oppure, con significato ancora pi√Ļ fortemente connotato negativamente, arrogante, dispotico, sopraffattore ecc.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se una frase che comincia con “che peccato” abbia bisogno dei puntini di sospensione (tralasciando il punto esclamativo) o possa farne anche a meno. Esempi:

Che peccato dover andarmene cos√¨ presto…

Che peccato sia morto cos√¨ giovane…

 

RISPOSTA:

Che peccato! √® di per s√© una formula esclamativa che pu√≤ indicare dolore, dispiacere o, in alcuni casi, ironia, quindi il segno interpuntivo richiesto √® il punto esclamativo; in frasi che cominciano con che peccato per√≤ √® possibile aggiungere i puntini di sospensione. Aggiungendoli, infatti, il discorso rimane sospeso volontariamente (in questo caso per reticenza o per un sottinteso allusivo) lasciando intendere per√≤ gli impliciti sviluppi. La prima frase pu√≤ essere, per esempio, interpretata cos√¨: ‚ÄúChe peccato dover andarmene cos√¨ presto‚Ķ mi stavo proprio divertendo!‚ÄĚ; la seconda, invece: ‚ÄúChe peccato sia morto cos√¨ giovane‚Ķ era un bravissimo ragazzo!‚ÄĚ. Le stesse considerazioni valgono per ‚ÄúChe peccato‚Ķ‚ÄĚ, che lascia intendere all‚Äôinterlocutore o al lettore qualcosa di non detto.

Raphael Merida

Parole chiave: Interiezione, Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho notato che appurare e constatare sono dati per sinonimi dai vocabolari. Appurare dovrebbe stare per ‚Äėaccertare‚Äô, ‚Äėverificare‚Äô; l’utilizzo di questo verbo presuppone che non si sia certo di un qualcosa.

Esempio:

  1. A) Ho appurato l’esattezza di questa teoria.

Il senso della frase dovrebbe essere questo: “Ho verificato/valutato l’esattezza di questa teoria”.

Quindi il verbo appurare si dovrebbe usare quando c’√® un dubbio e si vuole verificare se un qualcosa sia vero o falso. Questo qualcosa potrebbe rivelarsi vero o anche falso, in questo caso una teoria, quindi non si sa se sia vera o falsa, in quanto ho fatto una verifica senza dare l’esito.

Esemplifico la stessa frase con il verbo constatare:

  1. B) Ho constatato l’esattezza della teoria.

In questo caso, il verbo mi d√† l’impressione di non mettere in dubbio la cosa, bens√¨ confermare e dimostrare, dare conferma del fatto e non investigare sulla veridicit√†, ma riconoscere come vero un qualcosa che √® stato verificato in precedenza e il riscontro alla fine √® stato favorevole, ovvero la teoria che poi si √® rivelata esatta ed √® una verit√† fattuale.

Si possono fare altri esempi:

  1. C) “Ho appurato la sincerit√† di quella persona. Ti posso dire che √® meglio starne alla larga.”

D)”Ho constatato la sincerit√† di quella persona.”

Nella frase C con appurare dico di aver indagato, ma solo dopo la successiva frase ti faccio capire implicitamente che √® una persona falsa facendoti capire l’esito del controllo che ho svolto

Nella frase D invece non ho bisogno di aggiungere altro, in quanto mi sono reso conto della sua sincerità e la posso confermare.

√ą proprio per questa enorme differenza, forse, che mi sembrerebbe strano dire: “Hai constatato se ci sono tutti”, in quanto constatare, oltre a verificare qualcosa, d√† anche l’impressione proprio di confermare positivamente la cosa, senza lasciare la sfumatura del dubbio.

RISPOSTA:

I verbi appurare e constatare significano ‚Äėaccertare‚Äô, quindi sono legati da un rapporto di sinonimia. La distinzione pi√Ļ netta, che ha permesso la conservazione di entrambi i verbi, √® di tipo diafasico; ci√≤ significa che il loro uso varia a seconda del contesto situazionale: constatare √® usato in ambito giuridico, appurare no.

In tutte le sue frasi i due verbi sono equivalenti. L‚Äôultima frase (‚ÄúHai constatato se ci sono tutti‚ÄĚ, alla quale occorre aggiungere il punto interrogativo alla fine), invece, √® costruita in modo sbagliato: il verbo constatare, in questo caso, richiede l‚Äôuso di che + indicativo, quindi: ‚ÄúHai constatato che ci sono tutti?‚ÄĚ.

Per trovare una sfumatura di significato occorre risalire all‚Äôetimo: il latino constat (da constare) significa ‚Äė√® certo‚Äô, mentre purus significa ‚Äėpuro‚Äô, cio√® il risultato dell‚Äôeliminazione delle impurit√†. Da queste considerazioni si ricava che appurare(derivato di purus) allude al processo di eliminazione dei dubbi per arrivare alla verit√† e constatare invece al risultato dello stabilire la verit√†.

Raphael Merida

Parole chiave: Etimologia, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi chiedevo se tutte e 3 le espressioni possano essere considerate corrette:

Si accoglie il paziente X, SU SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

Si accoglie il paziente X, SOTTO LA SEGNALAZIONE del medico curante Y, per sintomatologia Z.

RISPOSTA:

Tutt‚Äôe tre le espressioni sono corrette, ma la prima (su segnalazione) √® la variante pi√Ļ attestata. La preposizione su introduce una determinazione di modo; espressioni come su segnalazione, su indicazione, su richiesta ecc. possono essere parafrasate come attraverso la segnalazione, in seguito alla segnalazione, dopo la richiesta. La mancanza dell‚Äôarticolo nella sequenza preposizione + nome indica quasi sempre la cristallizzazione di un‚Äôespressione (su segnalazione, prendere per buono ‚Äėaccettare come vero‚Äô, a scuola ecc.). Diversamente da su (in cui la presenza dell‚Äôarticolo cambierebbe il senso della frase: sulla segnalazione di‚Ķ), nella locuzione sotto (la) segnalazione √® possibile aggiungere o no l‚Äôarticolo senza che il significato cambi; in questa espressione, quindi, il processo di cristallizzazione √® in corso. La preposizione impropria sotto si comporta allo stesso modo di su in altre espressioni, come sotto cauzione (“√ą stato liberato sotto cauzione‚ÄĚ), sotto commissione (‚ÄúHa eseguito il lavoro sotto commissione‚ÄĚ), o quando assume il significato di ‚Äėcondizione di debolezza dovuta a fattori esterni‚Äô, come nelle formule sotto accusa, sotto pressione ‚Äėcostretto a un‚Äôattivit√† impegnativa e costante‚Äô ecc.

Per completezza va ricordato che oltre a su e sotto anche la preposizione impropria dietro pu√≤ essere usata per formare espressioni equivalenti (dietro richiesta,¬†dietro segnalazione¬†ecc.). Quest’ultima preposizione √®¬†marcata da alcuni vocabolari contemporanei come appartenente all‚Äôuso burocratico.

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

So che bene si usa con un verbo, ma non il verbo essere. Esempio: “Sto bene”, ma “La pizza √® buona”. Vorrei sapere se le seguenti frasi siano corrette:

Non è bene fare questa cosa.
Non è buono fare questa cosa.
Non è un bene fare questa cosa.

 

RISPOSTA:

Bene pu√≤ essere avverbio o nome: quando accompagna stare √® usato come avverbio (sto bene = ‘mi sento in salute, a mio agio’); quando accompagna essere √® usato come nome (√® bene = ‘√® cosa giusta, utile, vantaggiosa’, √® un bene ‘√® una cosa giusta, utile, vantaggiosa’). La variante “Non √® buono fare questa cosa” √® anche possibile (come, per esempio, “Non √® onesto evadere le tasse”), ma √® sfavorita proprio per la concorrenza di¬†bene.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Non mi è molto chiara la differenza tra i verbi essere e esserci.
Ad esempio alla domanda “C’√® Mario?”, possiamo rispondere “S√¨, c’√® /S√¨, √® qui”, ma non va bene “S√¨, c’√® qui”, ma non capisco perch√®, invece, va bene dire “C’√® un uomo qui”.

 

RISPOSTA:

Il verbo esserci significa proprio ‘essere in luogo’, quindi l’espressione c’√® qui √® inutilmente ripetitiva. La ripetizione, per√≤, √® ammessa, e in certi casi necessaria, se la frase √® marcata, cio√® √® costruita per mettere in forte evidenza una certa informazione, per segnalare il collegamento tra la frase e il resto del testo o per precisare quale sia la rilevanza della frase nel contesto situazionale. Nella frase “C’√® un uomo qui”, per esempio, il parlante precisa che l’uomo si trova nello stesso luogo in cui si svolge la conversazione, perch√© dal suo punto di vista la presenza dell’uomo √® rilevante soltanto in relazione al luogo (per esempio perch√© √® sorpreso di trovare un uomo in quel luogo). Va detto che tale frase sar√† pronunciata con una pausa prima di qui, a dimostrazione del fatto che l’informazione qui √® isolata rispetto a c’√® un uomo, come se fosse un elemento aggiunto a parte. Nello scritto, tale pausa pu√≤ essere rappresentata con una virgola, quindi “C’√® un uomo, qui”. La stessa costruzione pu√≤ adattarsi a “C’√® Mario, qui” soltanto in assenza della domanda precedente (“C’√® Mario?”): se il parlante risponde alla domanda, non ha motivo di precisare qui, perch√© la presenza nel luogo √® presupposta proprio nella domanda. A sua volta, la domanda pu√≤ essere costruita in modo marcato: “C’√® Mario, qui”, per precisare che l’interesse per la presenza di Mario √® legato proprio al luogo in cui si svolge la conversazione.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho sempre dato per scontato che la lunghezza fosse verticale e la larghezza orizzontale. E che quindi la longitudine fosse orizzontale e la latitudine verticale, essendo il nostro pianeta pi√Ļ lungo orizzontalmente che verticalmente.
Adesso però ho dei dubbi.
Nel grande romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari, si accenna a un gradone che corre longitudinalmente verso il Nord, che taglia longitudinalmente la pianura. Non capendo come facesse un piano orizzontale a correre in lungo, ho cercato il significato di longitudinale: ¬ęche √® disposto nel senso della lunghezza¬Ľ, ¬ęorizzontale, in lunghezza¬Ľ. Se √® orizzontale, non dovrebbe essere disposto nel senso della larghezza?

 

RISPOSTA:

La longitudine si calcola in orizzontale (cio√®, letteralmente, parallelamente all’Orizzonte), perch√© segna un punto a Est o a Ovest del meridiano di Greenwich. La latitudine, al contrario, segna un punto a Nord o a Sud dell’Equatore, quindi si calcola in verticale (cio√® perpendicolarmente all’Equatore).
Bisogna, per√≤, distinguere tra i nomi longitudine e latitudine e gli aggettivi longitudinale e latitudinale (nonch√© gli avverbi in -mente da essi derivati): i primi hanno un’applicazione esclusivamente scientifica (e sono usati nella lingua comune solo nelle locuzioni avverbiali in longitudine e in latitudine); i secondi sono usati regolarmente anche con un significato estensivo (che recupera il significato etimologico longus ‘lungo’ e latus ‘largo’), e in particolare longitudinale ‘esteso nel senso della lunghezza’, latitudinale ‘esteso nel senso della larghezza’. Di conseguenza, longitudinale diviene, nella lingua comune, equivalente a lungo (per cui longitudinalmente e in longitudine equivalgono a in lunghezza), mentre il meno usato latitudinale diviene equivalente a largo (e latitudinalmente e in latitudine equivalgono a in larghezza). Dal momento che, per convenzione, in una superficie la lunghezza √® la dimensione pi√Ļ estesa e la larghezza quella meno estesa, nell’esempio da lei riportato il gradone descritto √® un oggetto orientato nella stessa direzione della dimensione pi√Ļ estesa dell’area considerata.
Si noti che tanto la lunghezza quanto la larghezza sono dimensioni orizzontali, cio√® parallele al piano dell’Orizzonte; nel caso di oggetti tridimensionali a queste si aggiunge l’altezza, che √® la dimensione verticale, cio√® perpendicolare al piano dell’Orizzonte.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą possibile usare i termini: avvocata, architetta, ingegnera¬†ecc.? Rimangono formali in questa maniera?

 

RISPOSTA:

I nomi di professione femminili come quelli da lei elencati, pur scarsamente o per niente usati in passato, sono regolari e possono essere usati in ogni contesto.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere in quale contesto √® possibile usare il termine aporia Mi risulta che la aporia sia un problema senza soluzione ma di tipo specifico. Se X √® alto e Y √® basso e mi si chiede chi √® il pi√Ļ ricco, non posso certo dire che questo problema sia una aporia bens√¨ un problema irrisolvibile per insufficienza di informazioni. Se invece X √® cardiopatico e l’inattivit√† fisica danneggia il cuore, ma anche l’attivit√† fisica nei cardiopatici pu√≤ causare la morte, allora che possibilit√† ha X di risolvere il suo problema? Nessuna. Questo paradosso che si viene a creare (se faccio sforzi muoio ma se non ne faccio danneggio il cuore gi√† compromesso e muoio ugualmente) io lo definirei aporia. Non essendo certo di ci√≤ chiedo il vostro aiuto.

 

RISPOSTA:

Sì, ha ragione, l’aporia, anche in senso generale, implica comunque una contraddizione che non consente di giungere alla soluzione di un problema, esattamente come l’esempio del cardiopatico, danneggiato sia dal movimento, sia dall’assenza di movimento. Invece il primo caso rientra, caso mai, nell’incoerenza, dal momento che non si possono mettere in relazione altezza e ricchezza, in quanto appartenenti a sfere concettuali diverse.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei capire meglio la differenza tra i seguenti termini: serio / serioso: una persona seriosa è una persona pesante?

Emozionante / emozionale: può un bracciale essere emozionale perché richiama delle emozioni?

A tempo, per tempo, in tempo-di fretta, in fretta: comprendo la differenza tra andare in fretta e andare di fretta ma, ad esempio, nel caso di ¬ęmangiare¬Ľ si dice ¬ęmangiare di fretta¬Ľ o ¬ęmangiare in fretta¬Ľ?

Solo, da solo

 

RISPOSTA:

Sì, una persona seriosa è una persona pesante, che si prende troppo sul serio; anche un argomento può essere serioso.

Emozionale ha un uso molto limitato, sebbene oggi se ne abusi per influenza dell’inglese emotional, per cui non mi meraviglierei se anche un bracciale venisse (impropriamente) definito emozionale, anche se a rigore emozionale non è ciò che produce emozioni, bensì ciò che riguarda le emozioni, quindi si può parlare di stato emozionale (o emotivo).

Meglio ¬ęmangiare in fretta¬Ľ; ¬ędi fretta¬Ľ di solito si riferisce a andare o essere (ma non solo): ¬ęvado di fretta¬Ľ, ¬ęsono di fretta¬Ľ = ¬ęho fretta¬Ľ. Comunque, non √® scorretto dire ¬ęmangiare di fretta¬Ľ.

Solo e da solo sono spesso intercambiabili: ¬ęsono sempre solo / da solo¬Ľ. Ma a volte non sono equivalenti: ¬ęriesci a farlo da solo¬Ľ vuol dire ‚Äėsenza l‚Äôaiuto di nessuno‚Äô.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Avverbio, Italiano L2
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vi propongo questa frase che ho avuto modo di leggere recentemente: “Il tempo √® una dimensione nell’ambito della quale avviene la trasformazione della materia”. √ą corretto il termine ‚Äúdimensione‚ÄĚ riferito al tempo? Se s√¨, sarebbe altrettanto corretto usare il termine “entit√†” che, nella sua estrema genericit√Ę, dovrebbe contenere anche il concetto di tempo?

 

RISPOSTA:

Da un punto di vista fisico, secondo la teoria della relativit√†, il tempo √® una dimensione, per la precisione la quarta; tuttavia, da un punto di vista pi√Ļ generale, qualunque oggetto o concetto pu√≤ essere definito entit√† (cio√® qualcosa che √®), e dunque anche il tempo. Quindi entit√† √® l‚Äôiperonimo (cio√® il termine pi√Ļ generale), mentre dimensione √® l‚Äôiponimo (cio√® il termine pi√Ļ specifico). Ed √® sempre possibile definire un iponimo con il suo iperonimo: dire di un fiore con le spine che √® una rosa non esclude che sia anche un fiore e prima ancora un vegetale.

Fabio Rossi

Parole chiave: Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

mi sarebbe gradito il vostro parere relativamente alla correttezza del termine metafora riferito ad un’opera letteraria. Mi sembra molto pi√Ļ appropriato, in questo caso, l’uso del termine allegoria; per√≤ mi √® capitato frequentemente di imbattermi anche nella prima soluzione. Faccio un esempio: “Quest’opera √® una metafora della vita”.

 

RISPOSTA:

Senza dubbio il termine allegoria sarebbe pi√Ļ appropriato, dal momento che rimanda, usualmente, a un complesso di concetti simbolici, piuttosto che al singolo uso traslato di una singola parola o espressione (come invece fa la metafora). Tuttavia, spesso il termine metafora √® usato nel senso meno tecnico e pi√Ļ lato (e prossimo quindi a quello di allegoria) di ‚Äėuso allusivo, simbolico‚Äô, e dunque si pu√≤ accettare anche ¬ęun‚Äôopera come metafora della vita¬Ľ.

Fabio Rossi

Parole chiave: Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Sono molto comuni costruzione col “di” partitivo nelle quali manca un soggetto/oggetto perch√© sottinteso:

  1. a) Ce ne sono (tante) di cose!
  2. b) Ne ha fatte (tante) di cose!

Costruzioni analoghe sono quelle seguite da un modificatore nominale:

  1. c) Direi che (di persone) ce ne sono (tante) che non vanno mai al cinema.
  2. d) Di situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori.
  3. e) Nella vita di cose ne vedrai (tante) di belle e di brutte.

Nella frase “e” il modificatore del sintagma nominale sottinteso (“tante) √® preceduto dalla preposizione “di”, ma a differenza della frase “d”, dove il modificatore nominale √® un vero e proprio sintagma preposizionale, qui abbiamo un aggettivo che fa modificatore nominale, aggettivo che di norma non √® preceduto da nessuna preposizione, tranne in questi specifici casi.

Quello che mi chiedo è:

Se rendessimo esplicito il sintagma nominale “tante”, l’aggettivo richiederebbe lo stesso quel “di” o perlomeno sarebbe facoltativa la scelta di inserirlo o meno?

  1. f) Nella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte. A me non convince proprio quel “di” in quest’ultima frase , anzi lo casserei proprio, poich√© al mio orecchio suona malissimo, ma a rigor di logica forse √® corretto?

 

RISPOSTA:

La ragione della presenza del sintagma preposizionale introdotto da di √® dovuto al fatto che il clitico ne pronominalizza un sintagma preposizionale introdotto da di. Tant‚Äô√® vero che senza ne il di cade: ¬ęci sono tante cose/persone¬Ľ, ¬ęha fatto tante cose¬Ľ, ¬ęci sono tante persone che non vanno al cinema¬Ľ ecc.

In ¬ęDi situazioni simili ne ho vissute (tante) di tutti i colori¬Ľ, ¬ędi tutti i colori¬Ľ √® un‚Äôespressione idiomatica ammissibile soltanto se introdotta da di, tant‚Äô√® vero che il di rimane anche senza ne: ¬ęho vissuto (tante) situazioni (simili) (che erano) di tutti i colori¬Ľ.

In ¬ęNella vita di cose ne vedrai tante di belle e di brutte¬Ľ, come giustamente dice lei, il secondo (e il terzo) di √® di troppo (e dunque da evitare), perch√©, per via del clitico ne, serve il sintagma preposizionale ¬ędi cose¬Ľ, mentre belle e brutte sono aggettivi che, come tali, si collegano al nome (cose) senza preposizione. Esattamente come ¬ęvedrai cose belle e brutte¬Ľ. A meno che non siano aggettivi sostantivati (cio√® con cose sottinteso): ¬ęNella vita ne vedrai (tante) di belle e di brutte¬Ľ. Meno bene ¬ęNella vita ne vedrai (tante) belle e brutte¬Ľ. Del resto, l‚Äôespressione idiomatica √® ¬ęvederne delle belle¬Ľ, non certo *¬ęvederne belle¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vi propongo questa frase: “Quell’esame di laboratorio si avvale dell’uso di sostanze radioattive”. Desidererei sapere se il verbo in questione pu√≤ riferirsi ad una procedura oltre che a colui o a coloro che tale procedura pongono in atto.

 

RISPOSTA:

Non sono sicuro di aver ben compreso la sua domanda: vuole sapere se il verbo avvalersi pu√≤ ammettere un soggetto inanimato (quell’esame), oppure soltanto animato (i tecnici di laboratorio)? Se la domanda √® questa, la risposta √® s√¨, il verbo avvalersi, bench√© propriamente riferito a soggetti animati, pu√≤, per metonimia, riferirsi anche a soggetti inanimati che indichino, per traslato, le persone. √ą evidente che con esame di laboratorio si intende qui la persona o le persone che hanno eseguito quell’esame.

Fabio Rossi

Parole chiave: Retorica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Non sempre riesco a trovare la preposizione giusta, proprio come nel caso dei verbi e aggettivi seguenti:

discutere di politica so che √© corretto ma va anche bene ¬īdiscutere di Carlo o su Carlo¬ī?

parlare di musica o sulla musica

persuado Ines a iscriversi…

sono persuaso di o a

mi sono persuaso di o a

convinco Ines di o a

mi convinco di o a

mi sono convinto di o a

fortunato di o a 

sono d¬īaccordo di o a

badare di non cadere o a non cadere

sono deluso di o per aver perso

Come ci si comporta quando non si riescono a trovare le giuste preposizioni per un verbo, un aggettivo … nel dizionario?

 

RISPOSTA:

La scelta della preposizione √® tutt‚Äôaltro che semplice, anche per i madrelingua. In caso di dubbio, i vocabolari migliori aiutano quasi sempre, perch√© di solito specificano le principali reggenze preposizionali soprattutto dei verbi, talora anche dei sostantivi e degli aggettivi. I dizionari pi√Ļ utili in questo senso sono il Sabatini Coletti (gratuitamente consultabile nel sito del Corriere della sera), il GRADIT di Tullio De Mauro (gratuitamente consultabile nel sito internazionale.it) e il Nuovo Devoto Oli. Vediamo ora i suoi casi specifici.

¬ęDiscutere di politica¬Ľ, ¬ędi Carlo¬Ľ vanno benissimo. Si pu√≤ anche discutere su qualcosa, per√≤ √® sicuramente una scelta pi√Ļ formale o adatta a una discussione pi√Ļ specifica, non per parlare del pi√Ļ e del meno, per cui ¬ędiscutere su Carlo¬Ľ, ancorch√© corretto, suonerebbe un po‚Äô strano.

¬ęParlare di musica¬Ľ √® la scelta migliore. Se si sta parlando a un convegno si pu√≤ dire anche ¬ęfare una conferenza sulla musica di Chopin¬Ľ. Su presuppone un parlare pi√Ļ specificamente, mentre di ha un uso esteso a tutte le situazioni.

¬ęPersuado Ines a iscriversi¬Ľ: benissimo.

¬ęSono persuaso di¬Ľ va bene, ma √® possibile anche a, che accentua il fine: ¬ęmi persuasi ad ascoltarlo¬Ľ, ¬ęsono persuaso di volerlo fare¬Ľ.

¬ęConvinco Ines di o a¬Ľ vanno bene entrambi, ma, se il contesto sottolinea il fine, allora √® meglio a, come per persuadere: ¬ęConvinco Ines a venire a cena con me¬Ľ, ¬ęsono convinto di volerla invitare a cena¬Ľ.

¬ęFortunato di¬Ľ √® meglio di ¬ęfortunato a¬Ľ, se segue una proposizione infinitiva, ma se segue un nome si pu√≤ usare solo a: ¬ęsono fortunato di giocare a tennis con te¬Ľ, ma ¬ęsono fortunato al gioco¬Ľ, ¬ęa carte¬Ľ. Ma √® possibile anche di in alcuni casi: ¬ęfui fortunato del risultato¬Ľ. Ed √® possibile anche in: ¬ęfortunato in amore¬Ľ. Dipende dal contesto: in certe espressioni √® meglio a, in altre di, in altre in: in casi simili la consultazione del vocabolario √® indispensabile.

¬ęSono d‚Äôaccordo¬Ľ pu√≤ reggere sia di sia a. ¬ęSono d‚Äôaccordo di finire prima¬Ľ, ¬ę√® d‚Äôaccordo a vendermi la moto¬Ľ. Per l‚Äôargomento su cui si √® d‚Äôaccordo si usa su: ¬ęessere d‚Äôaccordo su qualcosa¬Ľ.

¬ęBadare di non cadere¬Ľ o ¬ęa non cadere¬Ľ vanno bene entrambi, il primo √® pi√Ļ comune.

¬ęsono deluso di¬Ľ o ¬ęper aver perso¬Ľ vanno bene entrambi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Preposizione, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale delle seguenti frasi è corretta dal punto di vista grammaticale?
1. La sua destinazione? l’Italia.
2. La sua destinazione? Italia.
Oppure sono corrette entrambe?

 

RISPOSTA:

In italiano i nomi degli Stati richiedono l’articolo determinativo (l’Italia, il Cile, gli Stati Uniti, lo Zambia ecc.). Fanno eccezione Israele, che non vuole l’articolo perch√© √® un nome proprio di persona (infatti la dizione corretta sarebbe lo Stato di Israele), San Marino, per la stessa ragione di Israele, Andorra, che tende a coincidere con una citt√†, e le isole piccole (Cipro, Malta), per la stessa ragione.
La frase 2, comunque, non √® impossibile, ma veicola una sfumatura retorica: in essa Italia suggerisce che nel nome siano comprese implicazioni pi√Ļ ampie di quelle legate allo Stato, che riguardano, per esempio, la vita futura della persona. Possiamo fare un altro esempio con un nome comune, per chiarire il concetto: “- Che cosa desideri? – La pace” / “- Che cosa desideri? – Pace”. Nella seconda risposta il nome pace¬†√® caricato di un valore pi√Ļ pregnante, come se, appunto, il desiderio riguardasse non soltanto la pace, ma anche le conseguenze e le implicazioni della pace stessa.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

 

Si dice: “questi discorsi non c’entrano nulla” oppure “questi discorsi non centrano nulla”?

 

RISPOSTA:

 

La forma corretta √® c‚Äôentrano. Entrarci √® un verbo procomplementare che, come ci ricorda il Grande Dizionario Italiano dell‚ÄôUso (GRADIT), pu√≤ essere usato con valore intensivo nel significato di ‚Äėtrovare posto, avere spazio sufficiente per stare in qualcosa‚Äô (¬ęIn questa stanza c‚Äôentrano mille persone¬Ľ) o con il significato figurato di ‚Äėavere attinenza con qualcosa‚Äô, come nel caso da lei presentato. In una frase come ¬ęquesti discorsi non centrano l‚Äôargomento¬Ľ il verbo in questione √®, invece, centrare nel significato figurato di ‚Äėcogliere con precisione il punto centrale di un tema‚Äô.

Per approfondire la morfologia del verbo entrarci la invito a leggere la risposta La posizione del pronome.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

1)Ripensandoci meglio, ho dovuto rettificare/emendare/correggere il mio precedente “s√¨” in un “no”.

2) ho dovuto specificare il mio “no, grazie, non posso venire” in “no, non verr√≤ MAI”.

√ą legittimo questo uso di questi verbi con la preposizione “in”?

La sua funzione che sembra avere, ammesso che siano corrette le frasi, √® la stessa che hanno verbi come “trasformare”, “cambiare” e simili:

– Lo ha trasformato in un brav’uomo.

– Ho cambiato una banconota da 20 euro in monete da 2 euro.

– Il malcontento si tradusse in rivolta.

Il complemento in questione non saprei descriverlo, in quanto in maniera generica parlerei di “complemento di moto a luogo figurato”, per via del passaggio/della transizione che sembra essere da una condizione all’altra, da uno stato all’altro.

Per quanto riguarda la prima frase sono sicuro di aver letto e sentito frasi simili.

Per quanto riguarda la seconda, col verbo “specificare”, invece no, in quanto ho pensato che potesse avere senso e rientrare in quel tipo di frase che riguarda appunto “trasformare” e affini.

 

RISPOSTA: solitamente

La preposizione in non √® appropriata con nessuno dei quattro verbi. Semmai, potrebbe essere usata la preposizione con, con funzione di introduttore di complemento di mezzo: correggere/emendare/rettificare/specificare A con B. Inoltre, emendare solitamente √® costruito soltanto con il complemento oggetto e non con altro complemento che indichi la versione sostituita a quella emendata. Pi√Ļ o meno lo stesso vale per rettificare. Se segue un altro complemento, oltre all‚Äôoggetto, con emendare, esso √® introdotto o da da o da di, per intendere i difetti dai quali (o dei quali) il documento √® stato emendato: ¬ęemendare qualcosa dai (o dei) vizi¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Desidererei sapere quale espressione √® pi√Ļ corretta per definire un insieme di sintomi che, dapprima sottostimato tanto da generare. un quadro privo di collocazione nel lessico medico, ad un certo punto finisce per trovare un termine specifico che lo definisca. Il dubbio si riferisce a queste due espressioni: ¬ęHa trovato (l’insieme di sintomi) una sua dignit√† sul piano nosologico o nosografico¬Ľ. Ritengo che entrambi i termini siano corretti, ma non essendone certo, vorrei un vostro parere a riguardo.

 

RISPOSTA:

Nosologico e nosografico sono sinonimi, pertanto, nella frase in questione, pu√≤ usare indifferentemente o l‚Äôuno o l‚Äôaltro. Gli aggettivi, infatti, derivano da nosologia e nosografia, dati come sinonimi dalla Enciclopedia della medicina Treccani con la seguente definizione (s.v. nosografia): ¬ęStudio descrittivo delle malattie. La n. comprende la classificazione delle malattie per organi e apparati e per generi eziologici, la semeiotica, la sintomatologia e l‚Äôeventuale epidemiologia. La classificazione nosografica √® in uso nelle istituzioni sanitarie pubbliche a fini statistici, finanziari ed epidemiologici¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

L’altro giorno osservavo mia moglie che si stava gustando una salsiccia che mio figlio, di ritorno da Norcia, le aveva portato. La mangiava a piccoli pezzetti per farla durare di pi√Ļ e con pi√Ļ gusto rievocando antichi sapori in quanto da bambina, per sfuggire dai bombardamenti su Roma, era stata ospitata da alcuni lontani parenti che abitavano nei dintorni di Norcia. Nel guardarla ho usato il termine “stai centellinando quella salsiccia da oramai tre giorni…..” e mi √® venuto il dubbio che il termine centellinare potesse essere usato correttamente solo per bevande e non anche in senso figurato per cibo a piccoli morsi anche se l’obiettivo in fondo √® lo stesso: ‘gustare di pi√Ļ’, ‘far durare pi√Ļ a lungo’, assaporare evocando antichi sapori. √ą¬†corretto usare il termine in questo senso?

 

RISPOSTA:

Il verbo centellinare ha come significato principale ‚Äėbere a piccoli sorsi‚Äô (il centellino o centello √® il ‚Äėpiccolo sorso‚Äô) ma pu√≤ essere usato anche in senso figurato per riferirsi al cibo e, pi√Ļ in generale, a tutto ci√≤ che √® connesso alla sfera sensoriale del gusto; non pu√≤ essere usato, invece, nel significato da lei proposto di ‚Äėassaporare evocando antichi sapori‚Äô. Possiamo quindi ‚Äúcentellinare un buon caff√®‚ÄĚ, ‚Äúcentellinare una salsiccia‚ÄĚ, ‚Äúcentellinare un libro‚ÄĚ: se nel primo caso il significato di centellinare sar√† quello di ‚Äėbere a piccoli sorsi per assaporare meglio‚Äô, negli altri due sar√† quello di ‚Äėgustare lentamente qualcosa per trarne il massimo piacere‚Äô. Inoltre, centellinare pu√≤ essere usato in senso figurato anche con il significato di ‚Äėusare con parsimonia‚Äô come nel caso di ‚Äúcentellinare le energie‚ÄĚ.

Raphael Merida

Parole chiave: Nome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le espressioni carteggio informatico e carteggio digitale, usate al fine di indicare uno scambio di e-mail, messaggi WhatsApp o sms, possono essere considerate corrette? Se così non fosse, quali altre espressioni potrebbero essere usate in loro vece?

 

RISPOSTA:

Sì, entrambe le espressioni potrebbero essere usate per indicare uno scambio di sms, di messaggi inviati tramite e-mail o servizi di messaggistica istantanea. Per avere il requisito di carteggio (digitale o informatico), però, è necessario che lo scambio di messaggi fra due persone sia continuo nel tempo. Sarebbe possibile usare anche il termine corrispondenza, già adottato nel linguaggio informatico per indicare uno scambio di messaggi che hanno in comune lo stesso destinatario o lo stesso oggetto.

Raphael Merida

Parole chiave: Lingua e società, Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se √® pi√Ļ corretto dire: “Ho dormito fino adesso”¬†oppure “fino ad adesso”. Ritengo che entrambe le espressioni siano corrette.

 

RISPOSTA:

Entrambe le locuzioni sono corrette. La preposizione fino è seguita, di solito, da un avverbio o da una preposizione che determina il momento preciso in cui si conclude qualcosa che ha una durata nel tempo. Con alcuni avverbi di tempo, come adesso, ora, allora, la preposizione a può essere omessa. Fino adesso, dunque, equivale a fino ad adesso, così come, per esempio, la locuzione finora (o con grafia non comune fin ora) corrisponde a fino a(d) ora. Per ragioni di eufonia si può usare sino al posto di fino.
Raphael Merida

Parole chiave: Avverbio, Preposizione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Queste due frasi, nonostante contengano il non, hanno lo stesso significato?
“Incapacit√† di fare silenzio”
“Incapacit√† di non fare silenzio”
Io le interpreto entrambe con il significato di ‘urlare’.

 

RISPOSTA:

Nelle espressioni (pi√Ļ che frasi sono parti di frasi) il non √® determinante: se parafrasiamo non frase silenzio con parlare (non √® necessario ricorrere al verbo urlare), la seconda espressione significa ‘incapacit√† di parlare’, che √®, come ci si aspetta, data la presenza della negazione, il contrario del significato della prima espressione, in cui non non c’√®.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Avverbio
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradasso può essere considerato un sinonimo di spavaldo, visto che entrambi hanno come sinonimo spaccone?

 

RISPOSTA:

In una lingua difficilmente esistono sinonimi perfetti: a ben vedere, tra le parole c‚Äô√® sempre una differenza anche solo sfumata di significato. Nella terna spaccone, spavaldo, gradasso il primo nome ha un significato vicino a quello degli altri due, perch√© condivide con essi il tratto della vanteria eccessiva; in spavaldo, per√≤, √® pi√Ļ forte che negli altri due il tratto dell‚Äôesibizione del coraggio di fronte agli altri.

Tra spaccone e gradasso, invece, la differenza sta nella maggiore arroganza del gradasso rispetto allo spaccone, che risulta pi√Ļ legato all‚Äôesibizione di qualit√† non necessariamente possedute.

Le differenze si notano maggiormente se ricostruiamo le etimologie delle tre parole. Nell‚Äôetimologia di spavaldo, probabilmente dal latino pavor ‚Äėpaura‚Äô + il prefisso s-¬†e il suffisso germanico -aldo, si nota gi√† un riferimento alla mancanza di paura connotato per√≤ negativamente dal suffisso –aldo (come nella parola ribaldo). Il sostantivo gradasso, che caratterizza in negativo una persona che si vanta in modo eccessivo delle proprie qualit√† inesistenti, √® un‚Äôantonomasia formata sul nome del guerriero saraceno Gradasso, un personaggio dell‚ÄôOrlando innamorato e dell‚ÄôOrlando Furioso descritto come impulsivo e arrogante. Spaccone √® un sostantivo derivato dal verbo spaccare pi√Ļ il suffisso accrescitivo –one. A differenza del gradasso, dietro il quale si nasconde un tipo di carattere ben definito, lo spaccone √® colui che, iperbolicamente, vanta la forza di spaccare il mondo (senza per√≤ riuscirci).

Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 1
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Visto che sapere regge l’indicativo, ma in frase negativa anche il congiuntivo, queste alternative sono tutte corrette?
“So che √® possibile che sia sia rotto”
“So che √® possibile che si √® rotto”

“Non so se sia possibile che si sia rotto”
“Non so se √® possibile che si √® rotto”
“Non so se sia possibile che si √® rotto”
“Non so se √® possibile che si sia rotto”

 

RISPOSTA:

Le alternative sono tutte corrette. Si consideri che nel secondo gruppo le varianti con il congiuntivo sia nella subordinata di primo grado (se sia possibile) sia in quella di secondo grado (che si sia rotto) sono le pi√Ļ formali.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

  1. ‚ÄúStiamo parlando di voi stessi, ragazzi miei.‚ÄĚ
  2. ‚ÄúStavo parlando ai ragazzi di loro stessi.‚ÄĚ

In questi due casi, stessi è corretto quale rafforzativo, oppure si tratta di un uso scorretto, in quanto il soggetto della proposizione non coincide con il pronome cui si riferisce l’aggettivo?

 

RISPOSTA:

L’uso è corretto in entrambi i casi; l’aggetto stesso può accompagnare i sintagmi nominali della frase (anche costruiti con un pronome) a prescindere dalla funzione sintattica da questi svolta.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

La preposizione di può  essere impiegata nella formazione di complementi di tempo.

Esempio:

“Il panettone si mangia di marted√¨” = ‘ogni marted√¨’.

Forse sarebbe utilizzabile anche davanti a mesi e periodi festivi dell’anno:

“il panettone si mangia sempre di dicembre / ¬†Natale” = ‘ogni dicembre / ¬†Natale’.

In generale, per√≤, l’uso non “dovrebbe”, ma magari mi sbaglio, essere impiegabile nelle interrogative e nelle relative:

“Di quando / di che periodo/ di che mese / di che giorno si mangia il panettone?”

“Questo √® il periodo / mese / giorno di cui si mangia il panettone”.

Ripensando, però, a verbi come ricorrere o cadere, che fanno uso della preposizione di, mi sono sorti dei dubbi.

Ecco una frase tratta da un dizionario:

‚ÄúQuest’anno Pasqua cade di marzo”.

Quello che mi chiedo √® se l’uso e le regole cambino in presenza di simili verbi:

‚ÄúDi quando / di che periodo / di che mese / di che giorno cade / ricorre Pasqua?‚ÄĚ (???)

‚ÄúQuesto √® il periodo / mese / giorno di cui cade / ricorre questa festa‚ÄĚ (???).

 

RISPOSTA:

La preposizione di si pu√≤ usare per formare un complemento di tempo determinato; quando si combina con i nomi della settimana conferisce al sintagma un significato accessorio specifico, riguardante la tendenziale iterazione del processo (‚ÄúCi vediamo di domenica = ‚Äė‚Ķ solitamente la domenica‚Äô / ‚ÄúCi vediamo domenica‚ÄĚ = ‚Äė‚Ķ questa domenica‚Äô ). Di l√† dalla combinazione con i nomi della settimana, la preposizione √® poco usata per questo scopo; a essa vengono preferite in o a, ciascuna preferenzialmente o obbligatoriamente in combinazione con alcune serie di parole (per esempio (in / di / a maggio, ma a Natale, difficilmente di Natale, mai in Natale). Le interrogative che le sembrano innaturali, pertanto, sono semplicemente insolite; l‚Äôunica costruzione effettivamente scorretta √® di quando, perch√© quando¬†esprime gi√† senza preposizione quel significato (di quando √® usato, in uno stile trascurato, soltanto insieme al verbo essere con il significato di ‚Äėa quando risale‚Äô; per esempio: ‚ÄúDi quando √® il pollo che √® in frigo?‚ÄĚ). Le relative, invece, risultano estremamente innaturali, per quanto in linea di principio corrette. Diversamente dalle interrogative (escluse quelle introdotte da quando), che ripropongono il sintagma preposizionale con il nome (di che periodo, di che mese…), le relative spostano la preposizione sul pronome, producendo una combinazione molto complessa, vista la scarsa frequenza d’uso di di con questa funzione. Qualsiasi parlante preferirebbe, in questo caso, in cui.

I verbi cadere e ricorrere ‚Äėcapitare regolarmente‚Äô sono, in forza del loro significato, completati da argomenti costruiti come sintagmi preposizionali introdotti proprio da di, ma anche da in e a, con le stesse precisazioni circa la combinabilit√† con diverse serie di nomi e all’interno di tipi di frasi fatte in precedenza.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

1a) Le parole che iniziano / terminano per a.

1b) La lettera per cui inizia / termina la parola mela è proprio questa.

1c) Per quale lettera inizia / termina questa parola?

2a) Le parole che iniziano / terminano in a.

2b) La lettera in cui inizia / termina la parola mela è proprio questa.

2c) In quale lettera inizia / termina questa parola?

Sempre con per e in, a livello sportivo, ho sentito frasi come:

3a) La partita che è finita per 1-1.

4a) La partita che è finita in 1-1.

Azzarderei anche delle frasi (che ovviamente sono di mia invenzione e non ho ancora sentito, onestamente, ma che sono la versione in forma di frase interrogativa e relativa delle due frasi precedenti) come ad esempio:

3b) Questo è il risultato per cui è finita la partita.

4b) Questo è il risultato in cui è finita la partita.

3c) Per quale risultato è finita la partita?

4c) In quale risultato è finita la partita?

Quali sono rispettivamente i complementi introdotti da per e in nelle frasi?

Per quanto riguarda in azzarderei che si possa trattare di complemento di luogo figurato, mentre per quanto riguarda per non saprei che dire.

 

RISPOSTA:

Dobbiamo distinguere tra le frasi del gruppo 1, in cui il verbo iniziare significa ‘essere formato nella parte iniziale’ e terminare significa ‘essere formato nella parte finale’, e le altre, in cui finire significa ‘raggiungere un certo stato’, quindi ‚Äėdiventare alla fine‚Äô. Nelle frasi 1 i due verbi sono completati da un sintagma argomentale (cio√® sintatticamente necessario alla costruzione della frase) che nell’analisi logica rientrerebbe nel complemento di mezzo e pu√≤ essere formato con le preposizioni per, in o anche con. Si noti che termina in a¬†va interpretato non come ‚Äėnella a‚Äô (complemento di stato in luogo), ma, appunto, come ‚Äėper mezzo di a‚Äô (complemento di mezzo). Nelle altre frasi, il verbo finire richiede un complemento predicativo (anch‚Äôesso argomentale), che di norma non √® preceduto da alcuna preposizione; la forma pi√Ļ comune della frase 3a sarebbe, infatti, “La partita √® finita 1 a 1”, ovvero ‚Äėalla fine √® diventata 1 a 1‚Äô.¬† In questo stesso contesto il verbo finire pu√≤ anche prendere il significato di ‘completarsi, essere chiuso’, avvicinandosi molto al terminare delle frasi del gruppo 1; quando √® usato con questo significato esso pu√≤ richiedere il completamento con il complemento di mezzo formato con le proposizioni¬† per, in e con. Per la verit√†, in questo contesto quest‚Äôuso √® limitato a pochi casi e a poche espressioni, spesso cristallizzate (quindi soltanto con un po‚Äô di sforzo inquadrabili nello schema dei complementi): in particolare il complemento formato con per si usa soltanto nella forma semplice e affermativa della frase (le frasi 3b e 3c sono del tutto innaturali), in si usa soltanto nell’espressione in parit√† o in espressioni come in modo imprevedibile, che dal complemento di mezzo sfuma nel complemento di modo (tutte le frasi 4 sono, invece, impossibili), con si usa in espressioni come con un pareggio, con la vittoria di…, con la sconfitta di…

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

I verbi procomplementari, essendo formati da particelle pronominali di valore intensivo, andrebbero usati soltanto in contesti colloquiali, oppure possono essere utilizzati in qualsiasi registro? Quanto √® corretto scrivere: ¬ęstava per andarsene¬Ľ? Tra l‚Äôaltro sono frasi che si possono trovare ad apertura di libro.

Inoltre io distinguo perlomeno quattro tipi di frasi riflessive:

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: uso intensivo.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico.

Tolto l‚Äôuso intensivo e il riflessivo vero e proprio, gli altri due usi (riflessivo apparente e dativo etico) quanto sono accettabili? √ą corretto scrivere: ¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Nei verbi pronominali, e nel sottogruppo dei verbi procomplementari, la particella pronominale (o pi√Ļ d‚Äôuna), detta anche pronome atono o clitico, non svolge necessariamente un valore intensivo, ma svolge spesso un ruolo sintattico pieno di completamento della valenza del verbo, modificandone il significato. Per es. un conto √® il verbo fare, un altro conto il verbo farcela, altro √® sentire, altro √® sentirsela, finire e finirla ecc. A volte, tra un verbo pronominale (o procomplementare) e un verbo non pronominale c‚Äô√® quasi perfetta sinonimia, come accade per andare e andarsene, scordare e scordarsi, ricordare e ricordarsi, dimenticare e dimenticarsi ecc. In casi del genere, il verbo pronominale √® perlopi√Ļ meno formale rispetto al verbo privo di pronome. Se, nel caso di andarsene, possiamo dunque dire (ma solo impropriamente) che i clitici siano d‚Äôuso intensivo, in altri casi, come sentirsela, o saperla lunga, o finirla, la funzione del clitico non √® intensiva ma proprio strutturale e il cambiamento di significato, rispetto al verbo non pronominale, √® sostanziale. I verbi procomplementari, come gi√† detto, sono spesso usati nei registri colloquiali, ma non possono certo dirsi scorretti; inoltre, alcuni di essi possono addirittura essere d‚Äôuso molto formale, come ad es. volerne a qualcuno: ¬ęnon me ne voglia¬Ľ. Nella maggior parte dei casi, pertanto, i verbi procomplementari possono essere usati in tutti i registri; in alcuni casi, invece, sono limitati agli usi informali: fregarsene, farsela addosso, infischiarsene ecc. Ma non √® certo la presenza dei clitici a renderli informali: anche fregare √® pi√Ļ informale di rubare. ¬ęStava per andarsene¬Ľ va benissimo in tutti gli usi. Il fatto che ¬ęstava per andare¬Ľ sia lievemente pi√Ļ formale non scoraggia certo l‚Äôuso della forma pronominale. Come ripeto, stiamo comunque parlando di usi sempre corretti e ammissibili quasi sempre in ogni registro.

Eviterei, a scanso di equivoci, la dizione ¬ęuso intensivo¬Ľ, limitandola, se proprio deve, al solo dativo etico (del tipo ¬ęche mi combini?¬Ľ), nel quale il pronome in effetti non ha valore strutturale ma solo di sfumatura semantica. Il dativo etico √® d‚Äôambito colloquiale ma √® comunque corretto (anche Cicerone, come ricorder√†, lo utilizzava nelle sue lettere).

¬ęNon mi si chiedano spiegazioni¬Ľ non √® n√© un verbo procomplementare, n√© pronominale, n√© il clitico ha valore intensivo o etico. √ą un normalissimo complemento di termine con un verbo passivo con si passivante: ¬ęNon vengano chieste spiegazioni a me¬Ľ.

Per quanto riguarda le altre sottocategorie della macrocategoria dei verbi pronominali, osservo quanto segue.

¬ęMi mangio la mela¬Ľ: verbo transitivo pronominale, d‚Äôuso colloquiale ma sempre corretto.

¬ęMi lavo le mani¬Ľ: come sopra, detto anche riflessivo apparente.

¬ęMi vesto¬Ľ: riflessivo

¬ęQuel ragazzo mi si mette sempre nei guai¬Ľ: dativo etico, d‚Äôuso perlopi√Ļ colloquiale ma sempre corretto.

Esistono poi anche altre categorie di verbi pronominali, come, per l’appunto, i verbi procomplementari, i verbi reciproci (salutarsi, baciarsi ecc.) e i verbi intransitivi pronominali (esserci, trovarsi, rompersi ecc.).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nell’espressione ¬ędi tanto in tanto lo sguardo dell’uno sfiora la mano dell’altra, e viceversa¬Ľ √® necessario aggiungere quel ¬ęviceversa¬Ľ per indicare reciprocit√† dell’azione, o si pu√≤ omettere?

 

RISPOSTA:

Si pu√≤ omettere nella gran parte dei casi; in questo, in realt√†, anche aggiungendo ¬ęe viceversa¬Ľ permane qualche margine di ambiguit√†. Procediamo con ordine. In presenza di verbi reciproci (come incontrarsi, salutarsi, toccarsi, sfiorarsi ecc.) sono superflui ¬ęsia l‚Äôun l‚Äôaltro/a¬Ľ (locuzione che indica reciprocit√†) sia ¬ęe viceversa¬Ľ. Nel caso da lei segnalato, tuttavia, neppure la presenza di ¬ęe viceversa¬Ľ consente di capire se l‚Äôaltra ricambia guardando la mano dell‚Äôuno, oppure offrendo la mano allo sguardo dell‚Äôuno. Inoltre, l‚Äôespressione ¬ęlo sguardo sfiora la mano¬Ľ √® davvero molto insolita: lo sguardo di norma non sfiora, semmai si posa, scruta, passa ecc. Se tuttavia le piace questa metafora (che io personalmente trovo infelice, ma √® questione di gusti) allora forse dovrebbe chiarire il senso della reciprocit√†: la donna, insomma, guarda a sua volta la mano dell‚Äôuomo (non vedo altro senso possibile nella metafora ‚Äėsfiorare qualcosa con lo sguardo‚Äô), oppure ¬ęsfiora con la mano lo sguardo dell‚Äôuomo¬Ľ (cio√®, sempre metaforicamente, fa s√¨ che la mano si offra allo sguardo sfiorante dell‚Äôuomo)?

Fabio Rossi

Parole chiave: Retorica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi hanno sempre insegnato che la congiunzione ‚Äúsemmai‚Äú, quando ha valore condizionale, regge il congiuntivo e, talvolta, l’indicativo futuro.
Mi sono recentemente trovato a scrivere, di getto, il periodo seguente:
‚ÄúDove erano andati a finire il suo autocontrollo ‚Äď semmai c’era stato ‚Äď e la sua ironia?‚Äú
Magari è un mio limite, ma incontrerei molta resistenza nel sostituire quel trapassato prossimo con il trapassato del congiuntivo (fosse stato).
La grammatica che cosa dice in proposito?
Vi domando inoltre se questa congiunzione ammette tutti i verbi del congiuntivo ‚Äď quindi anche il presente e il passato ‚Äď, se il futuro semplice possa essere considerato una variante meno formale ‚Äď ma ugualmente corretta ‚Äď del congiuntivo presente e se, infine, il futuro anteriore, al di l√† della ‚Äúregola‚Äú cui accennavo pi√Ļ sopra, possa essere incluso nei verbi compatibili, quale alternativa al congiuntivo passato.
Elenco alcuni esempi per illustrare la mia richiesta multipla:
1) Chiamami, semmai ce ne sia/sarà la possibilità.
2) Puoi ascoltare la musica, semmai tu ne abbia/avrai voglia.
3) Verrò a prenderti, semmai ce ne sia/sarà bisogno.
4) Parteciperà alla festa, semmai abbia avuto/avrà avuto lo slancio giusto per uscire dalla sua stanza.

 

RISPOSTA:

Semmai √® un connettivo ipotetico o condizionale (usato anche, qualche volta, come avverbio o per meglio dire segnale discorsivo, col significato di ‚Äėeventualmente‚Äô, ‚Äėcaso mai‚Äô: ¬ęSemmai non preoccuparti, ci vedremo un‚Äôaltra volta¬Ľ) che regge perlopi√Ļ il congiuntivo e che si comporta sostanzialmente come la congiunzione ipotetica da cui deriva, cio√® se. Come osservato da grammatiche (per es. quella di Serianni) e dizionari (per es. il Sabatini-Coletti nel sito del Corriere della sera), pu√≤ reggere anche l‚Äôindicativo (soprattutto futuro), che rappresenta la scelta meno formale ma comunque sempre corretta.

La sua frase (¬ęDove erano andati a finire il suo autocontrollo ‚Äď semmai c’era stato ‚Äď e la sua ironia?¬Ľ) va benissimo all‚Äôindicativo, e condivido la sua resistenza a volgerla al congiuntivo trapassato, decisamente troppo ricercato e anche meno adatto alla sintassi meno legata e pi√Ļ colloquiale dell‚Äôinciso nel quale semmai si trova.

L‚Äôuso dei tempi nei verbi retti da semmai dipende dalla consecutio temporum esattamente come se, pertanto sia il presente sia il passato congiuntivo, sia il futuro, vanno bene. Sicuramente l‚Äôimperfetto e il trapassato congiuntivo sono i pi√Ļ frequenti, in virt√Ļ della loro frequenza nei costrutti che esprimono eventualit√†: ¬ęSemmai avessi tempo potresti passare a trovarmi¬Ľ, ¬ęsemmai ti fossi ricordato ti passare sarei stato molto contento¬Ľ ecc. (ma si veda comunque sotto sulla preferibilit√† accordata a costrutti pi√Ļ semplici e retti da se piuttosto che da semmai).

Il futuro semplice √® dunque corretto (ancorch√© meno formale del congiuntivo), e in determinati contesti anche il futuro anteriore (per indicare anteriorit√† nel futuro), che per√≤ risulta sempre un po‚Äô innaturale, motivo per cui spesso si preferisce il presente (indicativo o congiuntivo) o addirittura il passato prossimo, con proiezione del punto di vista al passato: ¬ęSemmai avrai preso un bel voto, ti porter√≤ a Londra¬Ľ, che nella lingua spontanea sarebbe ¬ęSemmai prendi un bel voto ti porto a Londra¬Ľ o ¬ęSe/Semmai hai preso un bel voto ti porto/porter√≤ a Londra¬Ľ.

Per quanto riguarda gli altri esempi da lei proposti:

1) ¬ęChiamami, semmai ce ne sia/sar√† la possibilit√†¬Ľ: entrambi corretti, con una terza possibilit√†: ¬ę… semmai ce ne fosse…¬Ľ, o, ancor pi√Ļ naturale: ¬ęChiamami, se possibile¬Ľ o ¬ęChiamami se puoi¬Ľ (quest‚Äôultima √® la scelta migliore, pi√Ļ semplice e comune in un italiano sciolto, snello e comprensibile).
2) ¬ęPuoi ascoltare la musica, semmai tu ne abbia/avrai voglia¬Ľ. Come sopra. In italiano comune: ¬ęPuoi ascoltare la musica, se ti va¬Ľ.
3) ¬ęVerr√≤ a prenderti, semmai ce ne sia/sar√† bisogno¬Ľ. Come sopra. In italiano comune: ¬ęTi vengo a prendere, se serve¬Ľ.
4) ¬ęParteciper√† alla festa, semmai abbia avuto/avr√† avuto lo slancio giusto per uscire dalla sua stanza¬Ľ. In base a quanto gi√† detto, vanno bene entrambe le forme, ma quella al futuro anteriore √® abbastanza forzata. La scelta pi√Ļ naturale sarebbe al presente indicativo: ¬ę… se/semmai ha lo slancio…¬Ľ.

Tendenzialmente, se √® quasi sempre preferibile a semmai, sempre nell‚Äôottica di un italiano fluido e snello. Perch√© ricorrere a semmai se nella lingua comune (e anche in quella formale) se √® molto pi√Ļ comune? Tutti gli esempi da lei fomiti funzionerebbero molto meglio con se. La semplicit√† nei costrutti √® quasi sempre da preferirsi, e non soltanto nell‚Äôitaliano parlato e familiare. A maggior ragione negli esempi da lei forniti, che si muovono tutti nell‚Äôambito comunicativo della quotidianit√†: un conto √® la (sublime) sintassi arrovellata di Marcel Proust per scandagliare i meandri interiori e sociali, un altro conto √® l‚Äôinutile complicazione di situazioni normalissime come l‚Äôincontrarsi, l‚Äôascoltare musica, il dare un passaggio a qualcuno e simili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Congiunzione, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sottoporre alla sua attenzione un quesito su quella che forse si potrebbe definire una sostantivizzazione del participio.

1) I morti per covid = la gente che è morta a causa del covid.

2) I Laureatisi in economia = le persone che si sono laureate in economia.

(Verbo intransitivo/participio passato verbale)

3)Gli Infettati da covid = la gente che è stata infettata dal covid.

4)I preoccupati da questa situazione = la gente che viene preoccupata dalla situazione

(Verbo passivo/participio passato verbale)

5)Gli amanti la musica = le persone amanti la musica.

6)I partecipanti al convegno = le persone partecipanti al convegno.

7)Gli aventi diritto = Le persone aventi diritto.

(Participio presente verbale)

8)I laureati in economia = Le persone che sono laureate in economia

9)I preoccupati per questa situazione = le persone che sono preoccupate per questa situazione

(Participio passato con funzione aggettivale)

10)I partecipanti al convegno = Le persone che sono partecipanti al convegno

(Participio presente con funzione aggettivale)

11)Gli infetti da covid = la gente che è infetta da covid.

12)Gli esperti di musica = Le persone che sono esperte di musica.

13) I pieni di rabbia = la gente che è piena di rabbia.

(Aggettivo)

Non penso che tutti i casi in questione siano sostantivi veri e propri, ma che il sostantivo sia racchiuso all’interno di participi passati verbali, participi presenti verbali, participi passati aggettivali, participi presenti aggettivali e aggettivi.

Penso si tratti di sostantivizzazione, altrimenti, basandoci sulla prima frase, avremmo, per esempio:

“Siete dei morti per il covid”, che sarebbe una frase con tutt’altro senso, in quanto il participio passato “morto” in questa specifica frase √® un sostantivo “puro” , ma nell’uso che si fa nella frase “1” non corrisponde alle funzioni che ha come sostantivo puro, ma a quelle del verbo.

In poche parole, nella prima frase dell’elenco mantiene il proprio valore verbale (intransitivo) originario, cio√® di di participio passato verbale di forma intransitiva.

Lo stesso si pu√≤ dire per quanto riguarda il participio presente “amante”.

Per esempio:

Pu√≤ essere un sostantivo puro = “gli amanti della musica”.

Pu√≤ essere un participio presente usato come aggettivo, cio√® un participio presente con funzione aggettivale = “le persone che sono amanti della musica”.

Pu√≤ essere, come nella frase in questione (5), usato come participio presente verbale, o meglio, ne ha tali funzioni nella quinta frase = “le persone amanti la musica”.

Lei cosa ne pensa? Ritiene la mia analisi giusta o sono letteralmente fuori strada?

 

RISPOSTA:

Il participio (presente e passato) si chiama cos√¨, fin dal latino, proprio perch√© ha una natura duplice, sia verbale, sia aggettivale-nominale, come dimostra tra l‚Äôaltro la lessicalizzazione piena di alcune parole, divenute sostantivi a tutti gli effetti: amante, i morti ecc., oppure di partici latini divenuti sostantivi italiani: studente, docente, presidente ecc. Dunque ¬ęI morti per Covid¬Ľ √® un caso di participio sostantivato (ma comprendo la sua osservazione al riguardo, sulla quale torner√≤ alla fine della risposta). ¬ęI laureatisi in economia¬Ľ non √® corretto, perch√© l‚Äôuso sostantivato sarebbe ¬ęI laureati in economia¬Ľ, mentre laureatisi, con la particella pronominale del verbo laurearsi, rende il participio verbale: ¬ęle persone laureatesi in economia¬Ľ va invece bene, ancorch√© pesante; anche in questo caso sarebbe meglio ¬ęle persone laureate in economia¬Ľ.

¬ęGli Infettati da Covid¬Ľ pu√≤ essere considerato sia d‚Äôuso nominale (perch√© ha l‚Äôarticolo) sia verbale (perch√© ha il complemento di causa efficiente).

¬ęI preoccupati da questa situazione¬Ľ: come sopra, sebbene nessuno in un italiano comune e fluido userebbe mai un‚Äôespressione cos√¨ innaturale. Sarebbe molto meglio ¬ęle persone preoccupate per questa situazione¬Ľ.

¬ęGli amanti la musica¬Ľ: come sopra, sia nominale (per l‚Äôarticolo), sia verbale (per il complemento oggetto). Ma sarebbe preferibile l‚Äôuso pienamente nominale: ¬ęGli amanti della musica¬Ľ.

¬ęI partecipanti al convegno¬Ľ: uso nominale.

¬ęGli aventi diritto¬Ľ: sia nominale sia verbale.

¬ęI laureati in economia¬Ľ: nominale.

¬ęI preoccupati per questa situazione¬Ľ: nominale, ma, come detto sopra, meglio ¬ęle persone preoccupate per questa situazione¬Ľ.

¬ęGli infetti da Covid¬Ľ: infetto in italiano non √® participio passato, dunque l‚Äôuso √® ovviamente nominale.

¬ęGli esperti di musica¬Ľ: nominale, perch√© il participio passato di esperire √® esperito, non esperto.

¬ęI pieni di rabbia¬Ľ: nominale, pieno non √® participio. Ovviamente, se in tutti questi casi si premette ¬ęle persone¬Ľ, quanto segue passa dal valore nominale a quello aggettivale.

Il suo ragionamento, ancorch√© un po‚Äô farraginoso, √® in gran parte giusto. Per riassumere: dato che in molti casi il participio continua a reggere un complemento (ovvero un argomento, cio√® un completamento) del verbo (come ¬ęI morti per Covid¬Ľ, ¬ęGli infettati dal Covid¬Ľ ecc.), allora, anche se √® preceduto dall‚Äôarticolo, esso non perde del tutto la sua componente verbale. Il ragionamento √® sensato, per√≤ deve tener presente che in italiano anche aggettivi e nomi possono reggere argomenti, come per es. pieno, disponibile, voglia, paura ecc.: ¬ęla piena di grazia¬Ľ, ¬ęi disponibili all‚Äôincontro¬Ľ, ¬ęho voglia di vacanza¬Ľ, ¬ępaura di morire¬Ľ ecc. Come vede, il confine tra nome (o aggettivo) e verbo √®, a ben guardare, meno rigido di quanto si creda, non soltanto nel caso del participio (presente e passato). Pertanto, in conclusione, la reggenza di complementi come ¬ęper Covid¬Ľ, ¬ęda Covid¬Ľ, ¬ęla musica¬Ľ ecc. non giustifica il fatto che i participi reggenti quei complementi siano soltanto verbali, ma, quantomeno, che siano sia nominali (o aggettivali) sia verbali.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei proporvi queste tre parole: pleonastico, ridondante e tautologico. A mio parere si tratta di sinonimi che significano ‚Äėeccessivo‚Äô, ‚Äėsuperfluo‚Äô.

Questi termini hanno a che fare con un aspetto quantitativo, cioè con la ripetizione dello stesso concetto facendo ricorso a parole diverse (es. bella, attraente e fisicamente perfetta) e non qualitativo (es. uso di parole ampollose, eccessivamente ricercate). Inoltre ritengo che i termini pleonastico e ridondante si riferiscano soltanto ad un discorso, mentre il vocabolo tautologico si possa attribuire tanto ad un discorso quanto ad un parlante. Ovviamente non sono sicuro di ciò ed è per questo motivo che mi sarebbe gradita la vostra opinione a riguardo.

 

RISPOSTA:

Tra le tre parole non vi √® un rapporto di sinonimia assoluta (del resto rarissima), bens√¨ di quasi sinonimia. Tautologico si riferisce perlopi√Ļ all‚Äôuso di termini che non aggiungono nulla in pi√Ļ rispetto a quanto gi√† espresso dal significato di altri termini, per es. ¬ęil cantante canta¬Ľ. Tautologico non si riferisce, di norma, a una persona, ma soltanto a un uso linguistico, a un testo, e perlopi√Ļ a una definizione o simili (concetto, ragionamento ecc.).

Pleonastico si usa perlopi√Ļ in riferimento a pronomi o costrutti ridondanti, in quanto rimandano allo stesso referente gi√† designato da un altro sintagma, per es. ¬ęil mare lo vedo¬Ľ (dove lo si riferisce a il mare). In questo senso, pleonastico e ridondante, nella lingua comune, possono essere usati come sinonimi, sebbene ridondante abbia un campo semantico pi√Ļ ampio, mentre pleonastico sia pi√Ļ specifico. Ridondante, di tutti e tre gli aggettivi, √® quello che pi√Ļ si presta a un uso pi√Ļ generale, e dunque si pu√≤ riferire anche, genericamente, a un discorso eccessivamente carico e ampolloso: ¬ętesto ridondante di tecnicismi¬Ľ, ¬ędiscorso ridondante di complimenti¬Ľ (in nessuno dei due casi ridonante pu√≤ essere sostituito da pleonastico o da tautologico), ¬ęstile o prosa ridondante¬Ľ ecc. In questo senso, dunque, ridondante √® l‚Äôunico dei tre aggettivi a potersi riferire anche, qualitativamente, all‚Äôuso di parole ampollose, eccessivamente ricercate.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Esprimer√≤ la mia richiesta in forma esemplificata in quanto una diversa strategia espressiva la renderebbe alquanto farraginosa. La TV riprende una partita di calcio e non la trasmette in diretta e il giorno dopo la manda in onda. Se io vedo la partita in questa seconda fase si pu√≤ dire che la vedo in differita. Poniamo ora che la TV riprenda la partita e la mandi in diretta e poi, domani, la invii di nuovo in onda tutta o in parte. Io che la guardo in questa seconda fase, posso asserire di vederla in differita o in questo caso (visto che il giorno prima c’era stata la diretta) questo termine diventerebbe improprio?

 

RISPOSTA:

Con il sostantivo differita si intende una trasmissione radiofonica o televisiva registrata e mandata in onda in un momento successivo (Zingarelli 2023), perciò l’uso di questa parola va bene nel suo primo caso; un programma già andato in onda e nuovamente trasmesso in un momento successivo prende, invece, il nome di replica.
Raphael Merida

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

So che il termine elezione viene usato spesso in campo medico con il significato di ‘migliore’, ‘pi√Ļ opportuno’. Per esempio: “In quella situazione l’intervento di elezione √® l’asportazione della cistifellea”. Vorrei sapere se lo stesso termine pu√≤ essere usato con lo stesso significato in altri contesti. Per esempio: “Se ci si trova nel raggio d’azione di un serpente, la strategia di elezione consiste nel rimanere immobili”.

 

RISPOSTA:

Il termine elezione ha come primo significato quello di ‚Äėscelta volontaria‚Äô; dal significato primario, per√≤, si √® sviluppato quello di ‚Äėpreferenza‚Äô, che emerge chiaramente nell‚Äôespressione di elezione e nell‚Äôaggettivo semanticamente equivalente elettivo ‚Äėfrutto di scelta‚Äô (come nel titolo del romanzo di Goethe Le affinit√† elettive), ma anche ‚Äėpreferibile‚Äô. Nell‚Äôuso comune, quindi, l‚Äôespressione significa ‚Äėpreferibile‚Äô (quindi la strategia d‚Äôelezione = ‚Äėla strategia preferibile‚Äô); nel linguaggio della medicina, invece, permane il significato primario, infatti un intervento di elezione non √® quello preferibile, ma quello scelto volontariamente in presenza di altre possibilit√†, come la procrastinazione o un altro tipo di intervento.

Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

A me riesce difficile capire quando di è essenziale e quando soltanto ridondante.

¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ; ¬ęPensa di valere di pi√Ļ/pi√Ļ di noi¬Ľ.

C’è qualche regola da seguire?

Invece credo che una costruzione simile sia sbagliata: ¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ. O soltanto ¬ęNon me ne intendo¬Ľ, sottintendendo l‚Äôargomento, oppure ¬ęNon mi intendo di matematica¬Ľ senza ‚Äúne‚ÄĚ.

Anche con in ho questo problema: ¬ęIn molti andarono/Molti andarono¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In effetti non √® semplice, perch√©, pi√Ļ che vere e proprie regole di grammatica stabili, si tratta in questi casi di consuetudini di occorrenza, cio√® di espressioni pi√Ļ o meno cristallizzate con o senza di. Di meno pu√≤ fungere da locuzione avverbiale, del tutto interscambiabile con meno (¬ębisognerebbe parlare di meno e pensare di pi√Ļ¬Ľ), oppure da locuzione aggettivale, spesso, ma non sempre, interscambiabile con meno (¬ęun tempo le macchine in strada erano di meno¬Ľ o ¬ęerano meno¬Ľ); ma per esempio in ¬ęho una carda di meno¬Ľ (o ¬ęin meno¬Ľ) mal si presta alla sostituzione con il solo meno, cos√¨ come ¬ęce n‚Äô√® uno di meno¬Ľ (ma non ¬ęuno meno¬Ľ).

Nel suo primo esempio, di pu√≤ anche mancare: ¬ęCon l‚Äôaereo ci metto molto di meno/meno¬Ľ. Quando invece meno √® seguito dal secondo di termine di paragone, √® bene omettere di: ¬ęPensa di valere pi√Ļ/meno di noi¬Ľ, anche se la forma con di, in questo caso, √® comunque possibile. Ma, per esempio, in ¬ęVorrei pi√Ļ/meno pasta di te¬Ľ, il di non va usato.

¬ęNon me ne intendo di matematica¬Ľ √® una costruzione pleonastica tipica del parlato e della lingua informale denominata tecnicamente dislocazione a destra. In quanto pleonastica (dal momento che ne sta per di matematica) sarebbe meglio evitarla nella lingua scritta e formale, a meno che non manchi il sintagma pieno: ¬ęNon me ne intendo¬Ľ.

¬ęMolti andarono¬Ľ va bene per tutti gli usi, mentre ¬ęIn molti andarono¬Ľ, oltrech√© meno formale, √® pi√Ļ adatto nell‚Äôordine invertito dei costituenti, per esempio: ¬ęSe ne sono andati in molti¬Ľ. Inoltre, in molti, rispetto a molti, fa presupporre una quantit√† assoluta, priva di relazione con altre: ¬ęmolti andarono al mare, ma altrettanti in montagna¬Ľ; ¬ęin molti andarono al mare¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą corretto l‚Äôutilizzo del verbo provvedere in questo modo? ‚ÄúAvresti dovuto PROVVEDERE IN QUELLA DIREZIONE per evitare problemi‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

S√¨; in una frase come la sua il verbo provvedere √® usato assolutamente, ovvero come verbo intransitivo monovalente (o inergativo). Con questa costruzione, il verbo assume il significato di ‚Äėcercare una soluzione‚Äô e pu√≤ certamente essere arricchito da sintagmi aggiunti (o espansioni) come in quella direzione, che restringe l‚Äôambito dell‚Äôintervento a quello nominato precedentemente nel discorso.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Il testo che segue è la parte di una favola. Vorrei sapere se la punteggiatura e i verbi sono corretti:
¬ęIn una grande prateria ci vivevano bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo: forte, bello, veloce… Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi √® proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male, infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero che cos√¨ appena gli sarebbe venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e si sarebbe preso una botta/crapata e cos√¨ and√≤¬Ľ.

 

RISPOSTA:

In brano presenta svariate inesattezze, che commenterò sotto.

¬ęIn una grande prateria ci vivevano [il ci √® pleonastico: indica infatti il complemento di luogo gi√† espresso da in una grande prateria; ci va dunque eliminato] bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo: forte, bello, veloce… [eviterei i due punti che spezzano inutilmente il discorso; li sostituirei con una virgola] Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi √® [refuso per e congiunzione] proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male, [prima di infatti va un segno di punteggiatura forte, come un punto e virgola] infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero che [eliminare il che e aggiungere due punti] cos√¨ [virgola] appena gli sarebbe [fosse: qui il condizionale √® sbagliato perch√© √® come se fosse un periodo ipotetico: se gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato…] venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e [manca il soggetto, altrimenti il lettore crede che si tratti sempre dell‚Äôinsetto, mentre invece qui il soggetto cambia ed √® il bufalo] si sarebbe preso una botta/crapata [crapata √® troppo informale/regionale e stona in un racconto; anche il generico botta non √® il massimo; meglio testata, o gran testata, seguito da un punto] e cos√¨ and√≤¬Ľ.

Quindi il brano corretto sarebbe come segue:

¬ęIn una grande prateria vivevano bufali, cavalli e insetti. Tra questi un bellissimo bufalo, forte, bello, veloce… Per√≤ con tutte queste qualit√† era diventato superbo, si credeva chiss√† chi e proprio per questo non gli parlava pi√Ļ nessuno.
Un giorno un insetto decise di sfidare il bufalo e gli disse: “Sei cos√¨ lento che non riesci a prendermi!”. Perci√≤ il bufalo si arrabbi√≤, prese una rincorsa molto lunga e fece uno scatto che per√≤ fin√¨ male; infatti, il piccolo insetto si era messo davanti a un albero: cos√¨, appena gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e il bufalo si sarebbe preso una gran testata. E cos√¨ and√≤¬Ľ. Oppure: ¬ęcos√¨, appena il bufalo gli fosse venuto incontro, sarebbe bastato spostarsi e quello si sarebbe preso una gran testata¬Ľ.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Avrei dei dubbi in merito ai verbi piacere, sedere e all’espressione dare per scontato.

Quale ausiliare si usa in presenza di un modale (al participio passato) e del verbo piacere? Ad es. Gli  è piaciuta la pizza. Come ha potuto piacergli la pizza / Come è potuta  piacergli la pizza?

Quanto al verbo sedere, io siedo è il presente ma sono seduto è anche presente? Qual è il passato prossimo di sedere? Mi sono seduto è il passato prossimo di sedersi.

Infine vorrei sapere se l¬īaggettivo scontato dell¬īespressione dare per scontato vada concordato col sostantivo a cui si riferisce.

 

RISPOSTA:

I verbi servili ammettono sia l’ausiliare proprio sia quello del verbo che dipende dal servile, pertanto entrambe le alternative sono corrette: Come ha potuto piacergli la pizza / Come è potuta  piacergli la pizza.

In sono seduto di fatto il participio passato perde il valore verbale per assumere quello aggettivale che pure gli √® proprio, dunque l‚Äôespressione √® al presente, non certo al passato. Sedere (verbo decisamente raro, rispetto al pronominale sedersi, oggi pi√Ļ comune) √® di fatto difettivo, mancando dei tempi composti, nei quali viene sostituito, per l‚Äôappunto, dal pronominale: mi sono seduto. Possibile, nella lingua comune, anche l‚Äôuso di sedere come ‚Äėfar sedere‚Äô, dunque causativo (e transitivo), che pertanto ammette in questo caso i tempi composti e l‚Äôausiliare avere: ¬ęha seduto il bambino sul seggiolone¬Ľ.

Scontato può essere sia invariabile: dare per scontato la vittoria; sia accordato: dare per scontata la vittoria. Nel primo caso, l’originale valore verbale (participio passato del verbo scontare) tende a desemantizzarsi e a grammaticalizzarsi verso l’uso fraseologico, ma il processo non è ancora del tutto compiuto, dal momento che le forme non accordate ancora vengono avvertite come meno formali di quelle accordate, che dunque sono da preferirsi. Adesso in Google dare per scontato la vittoria conta circa 1000 occorrenze, contro le circa 4000 di dare per scontata la vittoria.

Fabio Rossi

Parole chiave: Pronome, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

vorrei sapere la differenza tra in frigorifero e nel frigorifero.
Inoltre, se nella frase ¬ęChi √® senza, dovrebbe indossare un cappello¬Ľ, la virgola sia errata.

 

RISPOSTA:

In √® pi√Ļ adatto a espressioni generiche (come conservare in frigorifero, da tenere in frigorifero, mettere la spesa in frigorifero), mentre nel √® pi√Ļ indicato per espressioni specifiche, in cui si sottolinei il luogo o l‚Äôazione di riporre qualcosa di specifico nel luogo: ho messo il latte nel frigorifero (ma anche in frigorifero); nel frigorifero non c‚Äô√® niente (ma anche in frigorifero) ecc. Come vede dagli esempi, in (in quanto pi√Ļ generico) √® molto pi√Ļ comune di nel, che invece √® usato in un numero minore di frasi: nessuno direbbe mai (o quasi) il vino bianco va tenuto nel frigorifero. Una piccola prova di frequenza relativa: in Google adesso in frigorifero conta oltre 6 milioni di occorrenze, a fronte delle 277 mila di nel frigorifero.

La frase da lei segnalata si pu√≤ scrivere con o senza la virgola; anche se sarebbe pi√Ļ elegante e pi√Ļ chiaro fare l‚Äôellissi dopo (e non prima) che si √® nominato l‚Äôelemento pieno: ¬ęChi √® senza cappello dovrebbe indossarlo¬Ľ (oppure ¬ęindossarne uno¬Ľ), che √® meglio scrivere senza virgola. Nel primo caso la virgola pu√≤ andare (pur contravvenendo alla regola di non separare mai il soggetto dal predicato) proprio per arginare la stranezza dell‚Äôadiacenza di senza con dovrebbe e segnalare dunque una forte ellissi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Preposizione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

L’accrescitivo di scarpa è scarpona, scarpone o entrambe le forme sono corrette?

 

RISPOSTA:

Entrambe le forme sono corrette. A sfavore della prima forma sta che è meno formale e quindi raramente contemplata da dizionari e grammatiche, ma a sfavore della seconda forma sta il fatto che si è lessicalizzata con altro significato (scarponi da montagna, da scii ecc.), tanto da essere fraintendibile come accrescitivo di scarpa (che è, però, il suo significato originario). Quindi, tutto sommato, suggerirei scarpona, con buona pace dei vocabolari e delle grammatiche attardati che ancora non la registrano.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Se si dice: “L’esame √® andato abbastanza bene” vuol dire che √® andato meglio o un po’ meno bene di quando si dice:¬†¬†“L’esame √® andato bene”?
√ą preferibile che il nostro esame vada bene o abbastanza bene?

 

RISPOSTA:

Il siciliano¬†abbastanza¬†non ha lo stesso significato dell’equivalente parola italiana. In italiano con¬†abbastanza¬†si indica di solito una quantit√† appena sufficiente, o di poco superiore alla sufficienza, cio√® quanto basta, laddove il siciliano l’intende come quasi sinonimo di¬†molto. Motivo per cui, se in Sicilia un esame passato abbastanza bene √® lodevole, in italiano esso rappresenta un risultato mediocre. Insomma, in italiano √® preferibile che l’esame vada bene, piuttosto che abbastanza bene.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo chiedervi alcuni consigli per riformulare una frase che vorrei usare in due testi diversi. Io ho provato a riformularla, però non so se  possa risultare un tantino ripetitiva; perciò vi chiedo se posso riscriverla meglio. Inoltre volevo sapere se il termine suddetto e la locuzione [non so se sia giusto definirla così] di cui sopra possano essere utilizzati per far riferimento a quanto descritto in precedenza, o se fossero meglio altri termini, come sopra descritte o sopracitate.

1a) Svolgi tutte le azioni di cui sopra in modo disinvolto e deciso, mostrandoti disinteressata e noncurante a tutto ciò che ti sta intorno.
1b) Esegui tutte le suddette azioni con disinvoltura e decisione, mostrandoti distaccata e indifferente a tutto ciò che ti sta attorno.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi da lei proposte vanno bene, con preferenza per la seconda versione (con disinvoltura¬†√® sicuramente pi√Ļ agile, rispetto a¬†in modo disinvolto). Sono per√≤ forse proprio quel¬†suddetto¬†e¬†di cui sopra¬†a renderle un po’ troppo burocratiche. Non si potrebbero eliminare? in fondo, se qualcosa √® stato gi√† detto non c’√® bisogno di sottolinearlo: in quanto gi√† detto, il lettore √® in grado da s√© di recuperarlo.
Propongo pertanto la seguente versione ulteriormente semplificata della frase:

Svolgi tutte le azioni [oppure: queste azioni] con disinvoltura e decisione, mostrandoti distaccata e indifferente a ciò che ti sta attorno.

Ripeto:¬†suddetto¬†e¬†di cui sopra¬†(s√¨, √® una locuzione aggettivale) sono corretti e vanno bene per esprimere qualcosa che √® stato gi√† detto in precedenza, ma si confanno meglio a uno stile burocratico che a uno medio, piano e narrativo. In quest’ultimo caso, possono essere omessi oppure sostituiti con locuzioni pi√Ļ agili quali “di cui abbiamo gi√† parlato”, “di cui s’√® gi√† detto”, “gi√† nominate”, “gi√† descritte” e simili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Lingua della burocrazia
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

vorrei proporvi queste tre parole:¬†sollecito,¬†solerte¬†e¬†alacre. Per quanto ne so io,¬†sollecito¬†e¬†alacre¬†sono sinonimi di¬†veloce,¬†pronto nell’agire, quindi i termini sopracitati si riferiscono alla prontezza nell’agire e nulla dicono circa la qualit√† dell’azione, mentre¬†solerte¬†non ha a che fare con la velocit√† della risposta bens√¨ con la qualit√†, l’accuratezza dell’azione. Se ci√≤ fosse vero io potrei tranquillamente dire: “Costui ha agito con sollecitudine (o alacremente)” ma “Il lavoro svolto √® di scarsa qualit√† (cio√® non √® svolto con solerzia)”. Mi capita sempre pi√Ļ spesso per√≤ di sentire che il termine¬†solerte¬†√® usato come sinonimo di¬†alacre¬†o¬†sollecito.

 

RISPOSTA:

La semantica lessicale √® l’ambito della lingua pi√Ļ difficile da fissare e pi√Ļ soggetto al cambiamento nel tempo. Un punto fermo nell’individuazione del significato di una parola √® fornito dall’etimologia, che, per√≤, deve essere valutata con cautela, proprio perch√© i significati cambiano nel tempo.¬†Sollecito¬†viene dal latino¬†sollicitus, a sua volta composto di¬†sollus¬†‘tutto’ e¬†citus¬†‘agitato’. Questo aggettivo, in linea con la sua etimologia, indica una persona che agisce con velocit√†, ma anche con cura e diligenza, quindi che non sacrifica la qualit√† alla velocit√†. Pu√≤ essere riferito anche a un’azione o un comportamento. Lo stesso costituente¬†sollus¬†√® in¬†solerte, unito ad¬†ars¬†‘arte’: una persona solerte agisce a regola d’arte, rispettando tutte le regole previste, compresa la velocit√† di esecuzione; un’azione solerte, a sua volta, √® compiuta velocemente e a regola d’arte. Come si pu√≤ vedere,¬†sollecito¬†e¬†solerte¬†sono vicini nel significato; li distingue una sfumatura, che √® quella individuata da lei:¬†sollecito¬†enfatizza l’aspetto della velocit√† (coerentemente con il costituente¬†citus), mentre¬†solerte¬†quello della diligenza (coerentemente con¬†ars).¬†Alacre¬†√® dal latino¬†alacer¬†‘allegro’, da cui proviene anche¬†allegro, che ne √®, quindi, l’allotropo popolare. Il dizionario GRADIT elenca, tra i sinonimi di questo aggettivo,¬†sia¬†solerte¬†sia¬†sollecito; anche questo, per√≤, si distingue dagli altri per una sfumatura specifica: pi√Ļ che al modo di compiere un’azione, si riferisce all’atteggiamento, persino al carattere, di chi la compie.¬†Alacre, insomma, √® una persona dal carattere attivo, vivace, operativo, a prescindere dalla singola azione compiuta; non a caso, questo aggettivo, diversamente dagli altri due, non si pu√≤ associare a un’azione, ma pu√≤ solo riferirsi a una persona.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Etimologia
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi sono chiesta spesso se verbi come “aumentare“, “crescere“, “diminuire“ e simili si prestano alla formazioni delle costruzioni correlative.
Ecco due esempi:
‚Äú(Tanto) pi√Ļ la materia prima scarseggia, (quanto) pi√Ļ i prezzi al dettaglio crescono‚Äú.
‚Äú(Tanto) pi√Ļ l’inflazione aumenta, (quanto) pi√Ļ il potere d’acquisto diminuisce‚Äú.

 

RISPOSTA:

S√¨, si prestano come tutti gli altri verbi, e le frasi da lei portate a esempio sono perfettamente costruite e adatte a tutti gli usi. Sicuramente le costruzioni correlative, specialmente se basate sulla contrapposizione (pi√Ļ A sale, pi√Ļ B scende) richiedono un certo sforzo cognitivo, per essere comprese. Sforzo cognitivo che oggi sembra creare problemi sempre maggiori nei lettori. Il problema, per√≤, sta in quei lettori (o meglio, in un mondo che sembra relegare la lettura, lo studio e la riflessione agli ultimi posti e che pensa che ogni testo debba essere ipersemplificato, addomesticato, reso immediatamente digeribile senza alcuno sforzo, ovvero in una societ√† che a forza di semplificare tutto quello che scrive giunger√† presto a instupidire milioni, miliardi di lettori, scrittori, utenti delle lingue), non certo nella lingua italiana, n√© nei costrutti correlativi, n√© nel significato di certi verbi.
Mi scuso per la lunghezza della parentesi, volutamente lunga e complicata, per dimostrare come la semplicità non sia sempre un valore: la realtà, il mondo, le lingue sono fatti di pensieri complessi, che se troppo semplificati si svuotano di senso. Viva la complessità, in tutte le sue forme!

Fabio Rossi

Parole chiave: Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale affermazione delle seguenti è corretta?
Piantare in asso.
Piantare in Nasso.
Io penso tutte e due.
La prima si riferisce al gioco della carte.
(l‚Äôasso come carta che in molti giochi ha valore ‚Äúuno‚ÄĚ)
La seconda alla mitologia greca

 

RISPOSTA:

L’unica forma corretta √® “piantare in asso”, che ha per√≤ un’etimologia che non ha nulla a che vedere col gioco delle carte. Essa infatti deriva dal mito di Arianna piantata “in Nasso” da Bacco. L’espressione √® state reinterpretata popolarmente, mediante erronea segmentazione di parole,¬†in nasso > in asso. Oggi, tuttavia, la forma originaria ha del tutto perso il suo valore idiomatico, che √® rimasto soltanto proprio della seconda (cio√® quella originariamente sbagliata).
Quindi, concludendo, oggi NON si pu√≤ dire “piantare in Nasso”, MA si pu√≤ dire SOLO “piantare in asso”, sebbene l’origine della seconda espressione sia la prima. L’etimologia spiega l’origine delle parole MA NON ne giustifica l’uso odierno. Se cos√¨ fosse, oggi il significato di¬†casa¬†sarebbe “baracca” e il significato di¬†duomo¬†sarebbe “casa”, perch√© questi ultimi, in effetti, erano i significati delle antiche parole latine¬†casa¬†e¬†domum. Le parole e le frasi cambiano, come cambiano i loro significati.

Fabio Rossi

Parole chiave: Etimologia
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se l’affermazione “√® invalso l’uso di dire ecc.” √® corretta o meno. Controllando il significato di “invalso” ho notato che vuol dire “entrato nell’uso”, quindi l’affermazione suddetta dovrebbe essere ridondante.

 

RISPOSTA:

Sebbene il solo¬†invalso¬†(cio√® ‘diffuso’) sia la forma pi√Ļ usata un tempo, oggi la locuzione “invalso nell’uso” (oppure “√® invalso l’uso”) √® talmente comune da potersi considerare a tutti gli effetti corretta e identica al solo¬†invalso, come dimostrano autorevoli esempi facilmente reperibili online: lo stesso sito Treccani alterna, nelle varie opere lessicografiche, tra un uso (il primo, maggioritario) e l’altro (minoritario ma pure attestato).

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei proporvi questa frase: “Gli chiese di darle delle lezioni, ma lui prefer√¨ “dirottarla” verso un altro insegnante”. La mia domanda √®: quel dirottarla, posto fra virgolette, √® da considerarsi corretto oppure no?¬†
 

 

RISPOSTA:

Dirottare¬†ha, come accezione metaforica, proprio quella di “convogliare in altra direzione”, quindi va benissimo usarlo senza virgolette, dal momento che si tratta di un uso perfettamente italiano. L’uso delle virgolette, ancorch√© un po’ ingenuo, non √® per√≤ da considerarsi scorretto, per segnalare ulteriormente questo scarto semantico rispetto al significato meno figurato.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą¬†corretto scrivere¬†fuori dal¬†o¬†fuori del?

 

RISPOSTA:

La forma comune √®¬†fuori dal¬†(e¬†fuori¬†dallo,¬†dalla¬†ecc.);¬†fuori di¬†si usa soltanto in alcune espressioni cristallizzate, nelle quali non si mette l’articolo, come¬†fuori di casa¬†e¬†fuori di testa¬†(ed equivalenti,¬†come¬†fuori di zucca,¬†di melone¬†ecc.). Con gli avverbi di luogo¬†qui,¬†qua,¬†l√¨,¬†l√†¬†sono possibili sia¬†fuori da¬†sia¬†fuori di.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Articolo, Avverbio, Preposizione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale forma è corretta?
Una volta sola
Una volta solo

Marco non era a casa
Marco non c’era a casa

Inoltre ad una donna non sposata anche se ha una età avanzata si può dire ancora signorina?

 

RISPOSTA:

“Una volta sola” (o “Una sola volta”) e “Una volta solo” (o “Solo una volta”) sono entrambe frasi corrette, sebbene la seconda sia meno adatta a un contesto formale. Nella prima, l’aggettivo¬†solo¬†√®, come di consueto, accordato con il sostantivo femminile¬†volta. Nella seconda, invece,¬†solo¬†non ha valore di aggettivo bens√¨ di avverbio, ovvero sta per¬†soltanto.
“Marco non era a casa” va bene sempre e in tutte le variet√† di italiano, mentre “Marco non c‚Äôera a casa” va bene soltanto nel parlato informale o nello scritto che lo imita. Tra l’altro, l’enunciato sarebbe pronunciato con una leggera pausa prima di “a casa”. L’avverbio/pronome locativo¬†ci¬†in questo caso risulta pleonastico per via della presenza del sintagma locativo pieno “a casa”. L’intera frase, dunque, possibile ma informale, si configura come una dislocazione a destra. Pu√≤ essere utile in un contesto in cui “a casa” sia considerato elemento dato, per es. nel dialogo seguente:
– Ho cercato Marco ma non si trova da nessuna parte.
– Hai cercato a casa?
– Non c’era, a casa!
Una donna non sposata anche se ha un’et√† avanzata si pu√≤ dire ancora¬†signorina, anche se l’uso di questa parola √® giustamente sempre meno frequente, in quanto fortemente discriminatorio nei confronti delle donne. Perch√© mai, infatti, di una donna si dovrebbe rilevare lo stato civile mentre di un uomo no? Lei chiamerebbe mai un uomo non sposato signorino?

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se l’espressione “vuoto a perdere” pu√≤ essere usata come sinonimo di “cosa inutile”, “cosa che non serve pi√Ļ”. Io l’ho sempre usata in questo senso, ma ho letto recentemente che il significato corretto √® “cosa di cui non ci si pu√≤ disfare, mentre si vorrebbe farlo”. Il significato che ho finora dato¬† io al termine pu√≤ essere accettato oppure no?

 

RISPOSTA:

Il significato con cui usa lei l’espressione √® quello corrente e va benissimo. Per comprenderlo, bisogna pensare a una vecchia abitudine italiana (io me la ricordo ancora, e ho 55 anni). Essa prevedeva che, in casi di liquidi acquistati in bottiglie di vetro, si potesse optare per due soluzioni: 1) restituire la bottiglia al venditore, avendone indietro una piccola somma di denaro (soluzione detta “vuoto a rendere”); 2) non restituire la bottiglia e dunque non avere indietro alcuna somma di denaro (soluzione detta “vuoto a perdere”). Poteva capitare che i vuoti a perdere (donde il significato metaforico di ‘cosa che non serve a niente’, visto che il vuoto a perdere non comportava alcuna restituzione di denaro) si accumulassero e che ci si trovasse nella fastidiosa condizione di non riuscire a disfarsene, o comunque doversi scomodare per disfarsene, a differenza di quelli a rendere che venivano prontamente restituiti al venditore, col duplice vantaggio del denaro e dello smaltimento. In virt√Ļ di quest’ultima considerazione, √® anche possibile usare l’espressione nella seconda accezione metaforica da lei segnalata, cio√®¬†‘cosa di cui non ci si pu√≤ disfare, mentre si vorrebbe farlo’, che per√≤ non scalza, semmai direi rafforza, la prima: una cosa talmente inutile da diventare un fastidioso accumulo, che alla fine risulta difficile anche da smaltire e che si finisce dunque per lasciare l√¨ a far ingombro e sporco.
Insomma, la metafora è in ogni caso altamente spregiativa, come si può ben vedere nelle varie attestazioni presenti in Google libri e nella magnifica canzone di Noemi Vuoto a perdere (2011).

Fabio Rossi

Parole chiave: Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo sapere se nella seguente frase fosse corretto l’uso di¬†esternarmi,¬†o se √® meglio usare¬†esternare.¬†

In sostanza: non ti fai problemi a esternarmi il tuo lato rustico e primitivo.

 

RISPOSTA:

Esternarmi, che si distingue da esternare perché ha il pronome mi integrato (esternarmi = esternare a me), è corretto. Alternative pure valide sono manifestarmi, mostrarmi, rivelarmi, svelarmi.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Pronome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi sarebbe gradito sapere se questa frase pu√≤¬†essere ritenuta corretta: “Il medico che lo seguiva da tanti anni improvvisamente¬†lo depist√≤ ad un collega”. √ą possibile usare, in un contesto di questo genere, il verbo¬†depistare¬†(anzich√©, per esempio,¬†inviare) per marcare il fatto¬†che il medico ha voluto liberarsi del suo paziente? √ą lecito inoltre usare¬†l’espressione¬†depistare a¬†anzich√©¬†depistare verso? Ci√≤ pu√≤ essere considerato un errore?

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†depistare¬†√® bivalente, quindi richiede il soggetto e l’oggetto diretto (o complemento oggetto); non ammette, invece, un terzo argomento introdotto da¬†a¬†(come nella sua frase¬†depistare a un collega). Pu√≤ accettare espansioni, come un sintagma introdotto da¬†verso; per esempio¬†depistare verso un percorso sbagliato. Bisogna, per√≤, dire che una simile espansione √® semanticamente superflua:¬†depistare qualcuno¬†significa, senza l’aggiunta di alcuna specificazione, ‘mandare su una falsa strada, fuorviare, far capire una cosa per un’altra’. Insomma, nella sua frase il verbo¬†depistare¬†non va bene.¬†Potrebbe sostituirlo con¬†sbolognare, che √® piuttosto informale e ha una sfumatura negativa (implica, cio√®, che il medico voleva liberarsi del paziente), oppure il pi√Ļ neutrale¬†affidare; in alternativa, potrebbe usare una perifrasi come¬†se ne liber√≤ affidandolo
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi logica, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo avere una consulenza sui seguenti due termini : ‚Äúpavido‚ÄĚ e ‚Äúaffabile‚ÄĚ.
Nello specifico volevo sapere se entrambi i termini  possano essere usati nella stessa frase per esprimere un concetto di senso compiuto. Ad esempio, potrebbe essere corretto scrivere la frase: “Giorgio ha dimostrato,
col suo comportamento, tutta la sua natura pavida e affabile‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La risposta secca √® “no, non possono stare insieme perch√© esprimono concetti quasi opposti, dunque possono semmai essere coordinati da una opposizione (√® pavido e non affabile), ma non da una coordinazione affermativa”.
Per√≤ la lingua, si sa, √® bella perch√© varia e riesce a esprimere quasi tutto e il contrario di tutto; dunque, per motivi espressivi, si potrebbe trovare anche il modo di giustificare un’accoppiata cos√¨ insolita: io sono uno che si spaventa di tutto e di tutti (pavido), e dunque, pur di non mettermi nessuno contro, faccio sempre il simpatico e il disponibile con tutti (affabile).¬†
In quest’ultimo caso, per√≤,¬†affabile¬†non √® il termine pi√Ļ appropriato: chi √® pavido (che pi√Ļ o meno sta per vile, vigliacco, eccessivamente timoroso ecc.), infatti, √® anche molto timido, introverso, e dunque ha la qualit√† opposta all’affabilit√†. Invece il termine che esprime il non volersi mettere contro nessuno non √® tanto¬†affabile, quanto¬†accondiscendente, con i sinonimi¬†compiacente¬†e¬†conciliante.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei inoltrarvi due quesiti.
Il primo di questi riguarda la negazione “n√©”.
РLa comunicazione potrà essere diffusa entro la fine della settimana, senza però che il suo contenuto sia circolato negli uffici, né (che) abbia subito modifiche.
Р Si può inviare una domanda che non contenga richieste specifiche, né (che) sia stata presentata ad altri uffici?
– Senza essere stato nominato n√© aver ottenuto riconoscimenti in precedenti competizioni, l’autore √® libero di presentare le sue opere?
Le tre costruzioni sono corrette dal punto di vista sintattico? I “che” indicati tra parentesi nelle prime due sono consigliati, errati o a discrezione dello scrivente?

 

RISPOSTA:

N√©¬†significa letteralmente ‘e non’, quindi si pu√≤ usare soltanto in frasi che richiederebbero, se non coordinate, un¬†non¬†inziale.¬†Senza¬†non equivale a¬†non, sebbene esprima, ovviamente, l’idea negativa della privazione. Dunque se a senso, e nell’italiano informale, le alternative da lei proposte sono accettabili, non lo sono a rigore secondo l’italiano atteso in un testo formale. Eccone le possibili riscritture, che tengono conto anche della richiesta sull’uso di¬†che¬†e di altri fattori.
– La comunicazione potr√† essere diffusa entro la fine della settimana, senza per√≤ che il suo contenuto sia circolato prima negli uffici e senza che abbia subito modifiche. In questo caso andrebbe aggiunto un¬†prima, forse: se la notizia pu√≤ essere diffusa, come potrebbe non circolare? Inoltre, l’intera frase √® davvero molto faticosa (anche a causa di quel¬†sia circolato, che tra l’altro andrebbe preferibilmente cambiato in¬†abbia circolato). Eccone una possibile variante pi√Ļ elegante, pi√Ļ chiara e meno burocratica:¬†La comunicazione potr√† essere diffusa entro la fine della settimana; prima di allora, non potr√† circolare negli uffici n√© essere modificata.
– ¬†Si pu√≤ inviare una domanda che non contenga richieste specifiche, n√© [il¬†che¬†non si ripete quasi mai, in coordinazione a precedente proposizione con¬†che] sia stata presentata ad altri uffici (oppure: e che non sia stata presentata ad altri uffici). Questa frase √® davvero strana: perch√© mai una domanda non dovrebbe contenere richieste specifiche, dal momento che √®, per l’appunto, una domanda, cio√® una richiesta? Insomma, il primo requisito di un testo √® che dica cosa sensate, non senza senso, di l√† dalla forma in cui √® scritto.
– Senza essere stato nominato e senza aver ottenuto riconoscimenti in precedenti competizioni, l’autore √® libero di presentare le sue opere? Anche qui si pu√≤ esprimere lo stesso concetto in modo pi√Ļ chiaro, elegante e meno faticoso: Un autore che non abbia presentato domande ad altre competizioni pu√≤ presentare le sue opere?

Fabio Rossi 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ma è vero che i verbi come: benedivo e maledivo non sono corretti, anche se usati molto nel modo di parlare? La forma corretta sarebbe benedicevo, maledicevo … ecc..

 

RISPOSTA:

Sì, è vero, essendo composti del verbo dire vanno coniugati come quello.
Anche se vi sono esempi letterari (ma non pi√Ļ ammessi nell’italiano odierno) di quelle forme, il pi√Ļ illustre dei quali √® il celeberrimo verso del¬†Rigoletto¬†verdiano “Quel vecchio maledivami”.
Naturalmente, essendo la forma semplificata e analogica (ferire, ferivo = maledire, maledivo) molto comune nel parlato (e nello scritto semicolto) oggi, non escludo che in un prossimo futuro esse possano essere accettate nell’italiano di tutti i registri, ma finch√© questo non accadr√†, cio√® finch√© i parlanti colti continueranno a considerarle scorrette, esse oggi sono parte dell’italiano popolare (o substandard), ma non dello standard.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Volevo sapere se √® corretto usare l’espressione¬†un vestito da pipistrello¬†al posto di¬†un costume da pipistrello. Mi √® venuto questo dubbio perch√© lo¬†userei come sostantivo e non come verbo, come potrebbe essere in una frase del¬†tipo¬†un uomo vestito da pipistrello.

 

RISPOSTA:

I nomi¬†vestito¬†e¬†costume¬†possono essere usati con uguale efficacia in questo caso:¬†vestito¬†√® un iperonimo di¬†costume, cio√® √® un nome il cui significato comprende quello dell’altro, che √®, a sua volta, iponimo del primo. Si badi che il nome¬†vestito¬†deriva direttamente dal¬†latino¬†vestitus¬†‘vestito’; non √®, come lei ipotizza, il participio passato di¬†vestire¬†sostantivato (vestito¬†nome e¬†vestito¬†participio di¬†vestire¬†sono forme coincidenti, ma con origini diverse, sebbene ovviamente legate). Se anche fosse un participio sostantivato, comunque, potrebbe certamente usarlo come nome: sono molti, infatti, i participi presenti e passati usati comunemente come nomi (comandante,¬†cantante,¬†gelato,¬†candito¬†ecc.).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Etimologia, Nome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą¬†normale che alcuni verbi come¬†constatare,¬†verificare,¬†accertare,¬†appurare¬†reggano ora il congiuntivo ora l’indicativo in funzione dell’azione che veicolano?

a) Ho verificato che la casa fosse vuota.
(Qui il verbo starebbe a indicare un’azione che non ha ancora portato esito: non si sa se la casa sia effettivamente vuota, e determinate operazioni di controllo disposte all’interno sono finalizzate a questo obiettivo).

b) Ho verificato che la casa era vuota.
(Qui il verbo starebbe invece a indicare un’azione dall’esito definitivo: le operazioni di controllo si sono concluse, e la casa √® certamente vuota).

Augurandomi di essere stata chiara nell’enunciazione del mio dubbio, vorrei sapere se la mia osservazione sia giusta, oppure se con i verbi summenzionati si possa impiegare o l’uno o l’altro modo a prescindere dalla semantica.

 

RISPOSTA:

La sua osservazione √® sostanzialmente corretta: i¬†verbi da lei citati¬†reggono una proposizione completiva (preferenzialmente)¬†al congiuntivo se prendono il significato di ‘controllare che uno stato di cose corrisponda a quello atteso o previsto’; reggono, invece, l’indicativo se prendono il significato di ‘attestare che lo stato di cose corrisponde¬†a quello atteso o previsto’. Si noti che nel primo caso la proposizione retta √® una interrogativa indiretta (infatti la congiunzione¬†che¬†pu√≤ essere sostituita da¬†se); nel secondo √® una oggettiva. Si noti anche che se l’interrogativa indiretta √® introdotta da¬†se¬†pu√≤ essere costruita anche all’indicativo: “Va accertato se la malattia di massa costituisce un reato” (da sanita24.ilsole24ore.com, 2015).
Preciso che tra i verbi da lei elencati,¬†che possiamo considerare sinonimi,¬†constatare¬†√® quello che pi√Ļ forzatamente ammette il significato di ‘controllare…’, e pi√Ļ forzatamente, quindi, regge l’interrogativa indiretta. Una frase come “Ho constatato che la casa fosse vuota” potrebbe essere facilmente interpretata come una variante pi√Ļ formale, ma del tutto equivalente in quanto al significato, di “Ho constatato che la casa era vuota”. Anche “Ho constatato se la casa fosse vuota”, del resto, mi sembra meno naturale di¬†“Ho verificato / accertato /¬†appurato se la casa fosse vuota”. La ricerca di¬†constatato se¬†in Internet, non a caso, restituisce soltanto esempi proiettati nel futuro, come “La problematica in discussione¬†non pu√≤ essere analizzata e risolta senza aver preliminarmente¬†constatato se¬†alla base del comportamento posto in essere dall‚Äôazienda ricorrente vi sia stato un comportamento…” (fiscooggi.it, 2007), in cui √® proprio la proiezione nel futuro a giustificare il significato e la reggenza.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

l’aggettivo “patologico” pu√≤ essere usato solo a livello scherzoso in questo caso:
“Mario √® patologico”.
Bisognerebbe usare: Mario è affetto da patologia.
Quindi “√® affetto da patologia” corrisponde ad un predicato nominale?
 

 

RISPOSTA:

Patologico¬†di per s√© non ha affatto un significato ironico: vuol dire semplicemente “che si manifesta in condizioni morbose o anomale” e pu√≤ essere riferito sia a uno stato di salute, sia, per estensione, ad altri stati o condizioni, per es. una¬†timidezza patologica. Non pu√≤ essere riferito a una persona, in senso proprio, se non nell’espressione¬†caso patologico:¬†Mario √® un caso patologico = Mario √® affetto da patologia¬†= “Mario ha una qualche forma di malattia” ecc. Il senso ironico di¬†patologico¬†riferito anche alle persone deriva per l’appunto dall’espressione¬†caso patologico, che dal significato proprio passa a quello ironico di “essere senza speranza” ecc. Naturalmente, a seconda del contesto, dell’intenzione degli interlocutori, del loro mondo condiviso, dell’intonazione, dell’espressione facciale, dei gesti ecc. ecc. ogni parola e ogni espressione pu√≤ essere intesa sempre anche in senso ironico. Per cui, ovviamente, anche¬†patologico¬†e anche¬†essere affetto da patologia, sebbene quest’ultima espressione, pi√Ļ tecnica, si presti meno bene di¬†patologico¬†all’impiego ironico.
Quanto all’analisi logica, sia¬†essere patologico, sia¬†essere affetto (da patologia)¬†sono predicati nominali, visto che sono costruiti da copula (essere) + aggettivo. Il secondo caso √® pi√Ļ strano perch√© deriva da un verbo latino (afficere), ma che in italiano si conserva soltanto come aggettivo (affetto) e non come participio passato.
In conclusione: se vuole riferirsi a Mario in senso ironico pu√≤ dire¬†Mario √® patologico; se invece vuol dire semplicemente che il povero Mario √® ammalato pu√≤ dire¬†Mario √® affetto da patologia, anche se l’espressione, fuori dal contesto medico, rischierebbe di suonare un po’ troppo pomposa, e quindi, suo malgrado, anche ironica. Meglio limitarsi a¬†Mario √® malato,¬†Mario ha questa malattia¬†ecc.

Fabio Rossi
 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

vi scrivo per chiedervi aiuto per aggiungere qualche dettaglio ulteriore a un testo che ho scritto, senza che questo diventi troppo dispersivo. In pi√Ļ, volevo chiedervi gentilmente se si pu√≤ eliminare qualche piccola sbavatura o ripetizione.¬†

Il testo è il seguente:

“Per un po’ mi tieni dentro la tua bocca; poi mi sputi fuori, facendomi finire tra le lenzuola del tuo letto. Poco dopo lasci cadere attorno al mio minuscolo corpicino diverse cascate della tua bianca e densa saliva: in meno di trenta secondi, la pozza della tua bava diventa cos√¨ grande da sembrarmi un oceano.¬†

Volevo scriverlo di nuovo aggiungendo che la ragazza alterna momenti in cui lascia colare la saliva mentre tiene le labbra socchiuse e altri mentre tira fuori ed estende la lingua lungo il mento, solo che non so come inserirlo: temo che spendendo 4/5 frasi in pi√Ļ si possa appesantire il periodo. Oltre a ci√≤, volevo sapere se¬†attorno al mio corpicino¬†fosse posizionato correttamente nella frase, cos√¨ come conoscere dei sinonimi per dire¬†attorno a me¬†oppure¬†attorno al mio corpicino.¬†
Avevo pensato a questa variante, però non so se possa risultare pesante da leggere: 

“Poco dopo lasci cadere diverse cascate della tua saliva attorno al mio minuscolo corpicino, alternando istanti in cui tieni le labbra socchiuse e altri mentre estendi / allunghi¬†[non so quale dei due termini sia pi√Ļ appropriato]¬†la lingua lungo il mento: in meno di trenta secondi, la pozza della tua bava diventa cos√¨ grande da sembrarmi¬†un oceano”.

 

RISPOSTA:

La seconda versione del testo √® ben scritta e non pesante da leggere. Per quanto riguarda¬†attorno al mio corpicino, √® ben posizionato e pu√≤ essere sostituito da varianti come¬†intorno al mio piccolo / minuscolo corpo¬†o simili. Espressioni sostitutive pi√Ļ sofisticate sono sempre possibili (il corpo pu√≤ essere metaforizzato variamente, oppure al posto del corpo si possono nominare, metonimicamente, le braccia, le gambe, la testa), ma sono scelte che modificano lo stile e in parte anche il significato del testo, per cui sono di pertinenza dell’autore. Anche la scelta tra¬†estendi¬†e¬†allunghi¬†non √® decidibile su base grammaticale, ma riguarda la semantica e lo stile:¬†estendere¬†√® proprio di ambiti tecnico-specialistici e in questo contesto sembra un po’ forzato, ma potrebbe essere scelto proprio per questo valore lievemente straniante. Per la sintassi, suggerisco la seguente correzione, che elimina¬†la difficolt√† del collegamente tra¬†altri¬†e¬†mentre:

“Poco dopo lasci cadere diverse cascate della tua saliva attorno al mio minuscolo corpicino, alternando istanti in cui tieni le labbra socchiuse e altri¬†in cui¬†estendi / allunghi¬†la lingua lungo il mento: in meno di trenta secondi, la pozza della tua bava diventa cos√¨ grande da sembrarmi¬†un oceano”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri, Retorica
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Distinzione e precisazione possono essere considerati sinonimi?

 

RISPOSTA:

I due nomi indicano operazioni collegate ma non identiche:¬†distinzione¬†√® l’atto di separare due oggetti rilevandone le rispettive caratteristiche distintive. In un contesto in cui ci siano due elementi simili, quindi, operare una¬†distinzione¬†comporta prima precisarne le caratteristiche, poi confrontarli e stabilirne le differenze. Nella frase seguente, per esempio,¬†distinzione¬†implica, appunto, la separazione tra due elementi, sulla base di caratteristiche simili ma non identiche: “I populisti¬†fanno sempre una distinzione¬†morale tra chi appartiene al popolo a giusto titolo e chi ne √® escluso”.
Fabio Ruggiano 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Traducevo una frase di un libro in lingua inglese.
Questa √® la frase originale: “Cheng tried to hide overt function. So one sees that inhaling on posture and exhaling on transition seems to preclude application: this conforms to Cheng’s concealing use so that one remained relaxed throughout the form”.
Io l’ho tradotta in questo modo: “Cheng ha cercato di nascondere la funzione palese. Quindi si vede che l’inalazione sulla postura e l’espirazione durante la transizione sembrano precludere l’applicazione: questo √® conforme all’uso occultante di Cheng in modo che si rimanga rilassati per tutta la forma.
In base a quello che si potr√† interpretare, le mie domande sono queste:¬†funzione palese¬†si riferisce alla respirazione?¬†Il verbo¬†use¬†si riferisce all’uso del respiro?¬†
Mi rendo conto sempre pi√Ļ spesso che in tante occasioni per capire quello che una¬†persona scrive si dovrebbe parlare direttamente con l’interessato. A volte tante¬†frasi suonano molto ambigue.

 

RISPOSTA:

L’impossibilit√† di chiedere spiegazioni allo scrivente √® uno dei “difetti” dello scritto. Da questo deriva la necessit√† di cercare la massima chiarezza nello scritto, per prevenire l’ambiguit√†.
Nel suo caso, l’espressione¬†overt function¬†sembra riferirsi al meccanismo della respirazione descritto, come da lei ipotizzato.¬†Use, invece, non √® un verbo, ma un nome (infatti lei l’ha tradotto¬†l’uso) e va considerato insieme all’aggettivo¬†concealing:¬†concealing use¬†sembra definire un sistema generale all’interno del quale si inserisce anche la tecnica di respirazione descritta (che infatti si conforma a quest’uso, o sistema).
Un piccolo avvertimento sulla traduzione:¬†so that one remained¬†sarebbe ‘cos√¨ che si rimanesse’ (non¬†rimanga).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Nome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Leggo e sento spesso frasi del tipo “Mi manca NON poterti abbracciare”, “Mi manca NON poterti sentire”‚Ķ
A mio avviso il NON non √® necessario perch√© il senso di queste frasi √® ‚Äúvorrei tanto poterti abbracciare/sentire, peccato che non sia possibile!”.
Perché allora c’è chi sbaglia? Come può essere spiegato questo errore?

 

RISPOSTA:

La sua osservazione √® corretta: a rigore, le frasi da lei riportate significano il contrario di quello che certamente intendono comunicare. Questa contraddizione, per√≤, √® quasi giustificabile, tanto che la considererei un errore veniale (almeno in contesti informali). Il verbo¬†mancare, infatti, contiene due significati combinati: ‘non avere qualcosa’ e ‘soffrire (per la condizione del non avere qualcosa)’. Nelle frasi che lei riporta emerge chiaramente il tratto del¬†soffrire, mentre quello del¬†non avere¬†si ricava per deduzione.¬†L’emittente, evidentemente, sente l’esigenza di esplicitare questo tratto, cio√® che allo stato attuale l’evento (dell’abbracciare, del¬†sentire¬†o altro) non si sta verificando attraverso l’avverbio¬†non.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

n

RISPOSTA:

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Le forme ‚Äúbuona sera‚ÄĚ e ‚Äúbuonasera‚ÄĚ sono entrambe corrette, ma quale √® maggiormente¬†indicata nelle comunicazioni formali?

 

RISPOSTA:

Cominciamo col dire che oggi le due forme sono del tutto equivalenti sul piano diafasico, ovvero entrambe sono perfettamente adatte sia al registro formale, sia a quello informale. E lo stesso valga per le analoghe coppie buon giorno / buongiorno, buona notte / buonanotte.

Sicuramente, visto che le forme univerbate nascono da quelle staccate, cio√® dalle locuzioni¬†buona sera¬†ecc., √® chiaro che oggi le forme staccate siano meno frequenti e d‚Äôorigine pi√Ļ antica, pertanto abbiano un sapore pi√Ļ ricercato (staserei per dire lezioso, in certi casi).

I dizionari di solito non prendono posizione: per es. né il Gradit di De Mauro (gratuitamente consultabile nel sito del periodico Internazionale.it) né il Sabatini Coletti (gratuitamente consultabile nel sito del Corriere della sera) distinguono tra le due forme, riportate come del tutto equivalenti.

Il Treccani, invece (treccani.it), sostiene che le forme staccate (buona sera¬†ecc.) siano pi√Ļ comuni di quelle univerbate, bench√© questa valutazione sia smentita dai corpora (come vedremo tra un attimo). Ho il sospetto che, come spesso accade, il tendenziale purismo del vocabolario Treccani dica ‚Äúpi√Ļ com.‚ÄĚ laddove vorrebbe invece dire ‚Äúpi√Ļ elegante perch√© pi√Ļ antico e raro‚ÄĚ.

E veniamo ai corpora. Grazie alla preziosa funzione di calcolo delle frequenze agganciata a Google libri, denominata N-Gram Viewer (liberamente accessibile in https://books.google.com/ngrams) possiamo appurare quanto segue:

–¬†buonasera¬†sorpassa le frequenze di¬†buona sera¬†nel 1973, e da l√¨ in poi l‚Äôimpennata della prima forma √® progressiva rispetto alla caduta della seconda forma;

Рanalogamente per buonanotte e buona notte (il sorpasso della prima forma inizia nel 1992) e per buongiorno e buon giorno (il sorpasso della prima forma inizia nel 1961). I dati sono ricavati dall’immensa mole di testi presenti in tutto Google libri dal 1500 al 2019.

Insomma, le forme staccate buona sera, buona notte e buon giorno sono destinate a scomparire, così come sono scomparse per che, per ciò, sopra tutto ecc. Il suggerimento è di usare, in tutti i contesti, le forme univerbate, per evitare di esporci alla critica di essere troppo retrogradi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho l’abitudine di inserire in molte delle mie costruzioni l’aggettivo “eventuale”.¬†

Dopo anni e anni di impiego largo e sistematico ho iniziato a domandarmi se esso sia stato, e sia, superfluo. Non vorrei che la semantica delle frasi, o la semplice logica, portasse allo stesso risultato finale per il mittente, anche se l’aggettivo fosse espunto.

Ecco un campionario di esempi:  

a) Bisogna controllare l’eventuale buona riuscita dell’esperimento.
b) √ą opportuno verificare l’eventuale assenza del delegato.
c) Il vincitore dovrà eventualmente partecipare alla premiazione?
d) Gli esaminatori valuteranno i progetti e ne giudicheranno l’eventuale approvazione.
e) Dati aspetti della circolare sono determinanti ai fini di un eventuale stato di agitazione.

 

RISPOSTA:

In effetti¬† in tutti gli esempi citati¬†eventuale¬†ed¬†eventualmente¬†sono pleonastici, perch√© l’eventualit√† del fatto √® implicata dal contesto o dal significato del verbo:
a) se bisogna controllarla, vuol dire che che la buona riuscita non √® assodata, ma va per l’appunto controllata;
b) idem per verificare;
c) l’eventualit√† √® data dalla domanda stessa;
d) valutare e giudicare sono alla stregua di controllare e verificare;
e) forse √® questo l’unico caso in cui¬†eventuale¬†possa agevolare la comprensione dell’enunciato, dal momento che lo stato di agitazione potrebbe essere dato per assodato, se non ci fosse¬†eventuale; anche se dal senso generale dell’enunciato si capisce che¬†essere determinante ai fini di qualcosa¬†ha senso soltanto se questo qualcosa esiste, altrimenti il discorso non avrebbe senso; e dunque direi che¬†eventuale¬†√® tranquillamente omissibile anche in questo caso.

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo, Avverbio
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho dei dubbi riguardo alla frase:
“Ma tale adempimento √® stato, appunto, compiuto e la contestazione dei ricorrenti circa le modalit√† di svolgimento di tale ascolto √® del tutto apodittica e non autosufficiente essendo stata estrapolata una frase da un contesto ben pi√Ļ ampio.”
La domanda è: la frase è espressa in modo corretto?
La contestazione dei ricorrenti √® ritenuta apodittica e non autosufficiente perch√® l’adempimento √® stato compiuto o perch√® √® stata estrapolata una frase? Oppure vi √® il concorso di entrambe le circostanze?

 

RISPOSTA:

In questa forma, la frase collega le qualit√† della contestazione soltanto all’estrapolazione della frase. Va detto che la scelta del gerundio passivo non aiuta la comprensione, perch√© rende ambiguo il riferimento tematico. Suggerisco, pertanto, di riformulare cos√¨:¬†
“Ma tale adempimento √® stato, appunto, compiuto e la contestazione dei ricorrenti circa le modalit√† di svolgimento di tale ascolto √® del tutto apodittica e non autosufficiente poich√© basata sull’estrapolazione di una frase da un contesto ben pi√Ļ ampio.”
Rilevo, inoltre, una scelta lessicale non felice:¬†apodittico¬†significa ‘autoevidente, logico, che non necessita dimostrazioni’, mentre¬†non autosufficiente¬†significa, in questo contesto, ‘che necessita di ulteriori prove’ (sempre che io interpreti correttamente la frase): sembra, quindi, da una parte che i due aggettivi si contraddicano, dall’altra che soltanto il secondo sia coerente con il rigetto della contestazione.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą un errore scrivere che qualcuno √®¬†incapace a¬†invece di¬†incapace¬†di?

 

RISPOSTA:

Nella lingua comune¬†incapace¬†regge la preposizione¬†di¬†(incapace a¬†√® in astratto possibile, ma raro e da evitare). L’espressione¬†incapace a¬†√® tipica del linguaggio giuridico, nel quale indica la condizione di chi non pu√≤ ottemperare a un compito per un impedimento esterno, non perch√© privo dell’abilit√†:¬†incapace a testimoniare,¬†incapace a pagare.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

E’ corretto proporre tra i sinonimi di ‚Äúsovente‚ÄĚ anche ‚Äúsolitamente‚ÄĚ, oppure vuol dire solo ‚Äúspesso‚ÄĚ?
 

 

RISPOSTA:

No, il francesismo¬†sovente¬†ha soltanto il significato di “spesso”, oppure, nel raro e arcaico uso come aggettivo, di “frequente”.

Fabio Rossi

Parole chiave: Avverbio
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Cari professori, vorrei domandarvi se sia la prima sia la seconda soluzione –
equivalenti, immagino, dal punto di vista semantico – siano adatte anche a un
contesto di formalità media o medio-alta e quale tra le due sia suggerita.
Entrambe nascono dalla necessità di evitare la ripetizione del sostantivo
“settimana/e” nella frase originaria:

A partire della prossima settimana o dalle prossime settimane…

Prima soluzione: A partire dalla prossima o dalle prossime settimane…
Seconda soluzione: A partire dalla prossima settimana, o dalle prossime,…
 

 

RISPOSTA:

Vanno bene entrambe.
Si potrebbero usare anche altre alternative quali:
1. … dalle prossime settimane (chiaramente¬†nel concetto di prossime¬†√® inclusa anche la prossima, cio√® quella imminente)
2. … dalla prossima settimana o dalle successive
3. … dalla settimana entrante o da quelle prossime (o successive)

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Nella frase: “sia i lacci che i nodi sono ENTRAMBI…”,
entrambi¬†pu√≤ essere ritenuto corretto, visto che si riferisce a due categorie e non “a tutti e due”?¬†
 

RISPOSTA:

Entrambi¬†(= tutti e due) pu√≤ essere riferito sia a due elementi omogenei, appartenenti alla medesima categoria (“azalee e ibiscus: amo entrambi i tipi di fiore”), sia a elementi eterogenei (“donne e motori: li amo entrambi”).
Forse, se fornisse un contesto pi√Ļ ampio (almeno una frase completa) si capirebbe meglio il senso del suo quesito. Forse lei intendeva dire che se¬†entrambi¬†qui si riferisce soltanto ai lacci (che sono due) e non al nodo tra i lacci (che √® uno), allora non andrebbe bene. Giusto, in questo caso ha ragione lei, non andrebbe bene.¬†Entrambi¬†deve per forza riferirsi a due elementi insieme, non a uno soltanto o a tre. Pertanto una frase come “sia i lacci della scarpa sia il nodo (o i nodi) che hai fatto sono entrambi sfilacciati” sarebbe scorretta, sia se si riferisse soltanto ai due lacci (perch√© nella frase c’√® anche uno o pi√Ļ nodi) sia se si riferisse ai lacci e al nodo o ai nodi, perch√© gli elementi sono pi√Ļ di due.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Pronome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√® corretto dire “Se non ti ho stufato, vorrei chiederti un’altra cosa”?

 

RISPOSTA:

S√¨, √® corretto. Naturalmente, il verbo “stufare” √® informale, ma √® senza dubbio corretto, ancorch√© pi√Ļ indicato in un contesto familiare che in uno pubblico e formale.
L’uso dell’ipotetica per chiedere scusa (o simili) √® tipico dell’italiano, e anche di altre lingue, quasi ad attenuare la “colpa” commessa. In altre parole, si sposta sul piano dell’ipotesi anche ci√≤ che a volte pu√≤ essere una certezza. Pensi a una frase, normalissima in italiano, come “scusa se ho fatto tardi”: il fatto che io abbia fatto tardi √® una certezza, non certo un’ipotesi, ed √® proprio per questo che ti chiedo scusa. Per√≤ esprimo il concetto, attenuandolo, come se fosse un’ipotesi.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quanto √® difficile per uno che non √® un grammatico non fare errori grammaticali? O per uno che ha “solo” delle buone conoscenze di grammatica? Succede che degli scrittori, anche affermati, facciano degli errori?

 

RISPOSTA:

La risposta a questa domanda, solo apparentemente banale, richiede una precisazione preliminare sui concetti di grammatica e di errore. Va distinta la Grammatica (che per convenzione scrivo con l’iniziale maiuscola) dalla grammatica (minuscola). La Grammatica √® l’insieme delle regole di funzionamento di una lingua che ogni parlante ha ormai introiettato pi√Ļ o meno pienamente all’et√† delle scuole elementari. Dopo si arricchiscono il lessico e la sintassi, e magari si evita la maggior parte degli errori di ortografia, ma il grosso della lingua a 10 anni √® bell’e imparato. Esistono poi i libri di grammatica, tutti pi√Ļ o meno puristici, che prescrivono cio√® una serie di regole. Non tutte queste regole sono sullo stesso piano e non tutti gli errori descritti come tali dalle grammatiche sono veri e propri errori di Grammatica, ma semplicemente opzioni meno formali della lingua, perfettamente corrette nello stile informale ma meno adatte in quello formale. Un tipico esempio √® il congiuntivo nelle completive come “penso che √® tardi”, forma del tutto corretta secondo la Grammatica ma tacciata d’errore dalle grammatiche solo perch√© meno formale di “penso che sia tardi”. Di errori veri e propri i parlanti e scriventi adulti ne commettono pochissimi. Per la maggior parte dei casi si tratta di forme meno formali e inadatte alla scrittura ufficiale e colta. Sicuramente, per√≤, oggi sono in pochissimi gli scriventi che riescono a dominare perfettamente tutti i livelli della lingua, e specialmente quelli pi√Ļ formali. Neppure alcuni scrittori odierni, anche affermati, riescono a usare la lingua con consapevolezza in tutte le sue variet√†. In questo senso, dunque, se vuole dare a “errore” il significato di “impropriet√† stilistica” o “povert√† lessicale” o “scarsa coesione sintattica e testuale”, allora taluni scrittori commettono errori. Io per√≤ non li chiamerei errori ma impropriet√†. Non bisogna essere grammatici per usare la lingua in tutta la sua ricchezza. Direi che √® utile essere lettori umili e curiosi. Essere bacchettoni non aiuta mai, in questi casi, perch√© ci si arrocca su posizioni indifendibili, sotto il profilo scientifico, come quella di tacciare d’errore l’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo. Raramente una forma attestata in migliaia di scriventi pu√≤ essere considerata errata. Anche molti errori, oltretutto, hanno una loro ragion d’essere, cio√® una loro motivazione, sebbene non ritenuta valida dalla maggior parte degli scriventi colti. Ovvero quasi nessun errore √® casuale o immotivato. Qual √® la motivazione della forma “qual’√®” con l’apostrofo, per fare un esempio? Il fatto che nell’italiano d’oggi¬†qual¬†non √® quasi mai seguito da consonante (tranne che nell’espressione cristallizzata “qual buon vento ti porta?”). Nel momento in cui le grammatiche, i giornali cartacei e la gran parte degli scrittori colti considereranno normale “qual’√®”, essa (che gi√† oggi √® maggioritaria online rispetto a “qual √®” senza apostrofo) diventer√† in tutto e per tutto una forma corretta dell’italiano standard. Morale della favola: gli errori non¬†¬†sono ontologici e una volta per tutte ma storici e legati alle dinamiche sociali (come tutto nelle lingue, fenomeni storico-sociali per antonomasia). Molte delle forme un tempo normali in italiano oggi sarebbero scorrette, come “opra” per opera o “canoscere” per conoscere.
Per concludere, oggi pi√Ļ che errori veri e propri (cio√® forme non previste dalla Grammatica, ovvero dal sistema di una lingua, come gli errori di ortografia o di desinenza: “la sedia si √® rotto”) la gran parte degli scriventi mostra un notevole e pericoloso analfabetismo funzionale, ovvero l’incapacit√† di capire e usare la lingua in tutto l’ampio spettro delle sue variet√†. E dunque c’√® chi non comprende, e quindi non √® in grado di usare, parole dal significato anche molto comune come¬†tuttavia,¬†bench√©,¬†¬†acconsentire,¬†tollerare¬†ecc. Sembra molto pi√Ļ grave questo fenomeno che non il singolo erroretto d’ortografia, che pu√≤ sfuggire a chiunque, o lo strafalcione di una parola usata al posto di un’altra, o una caduta nell’uso della consecutio temporum. Mediamente, dunque, una discreta conoscenza della grammatica italiana ci mette sicuramente al riparo da troppi errori di Grammatica, anche se soltanto una regolare esposizione alla lingua formale letta e scritta ci allontana dal rischio di diventare analfabeti funzionali.

Fabio Rossi

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere se la frase “Non posso pi√Ļ osare di chiederglielo” √® corretta. Mi riferisco a quel¬†di¬†dopo il verbo¬†osare. Una frase di significato simile che escludesse il verbo¬†potere¬†non richiederebbe quel¬†di. Per esempio: “Non oso pi√Ļ chiederglielo”, ma la presenza di quel¬†potere¬†mi sembra richieda la presenza del¬†di.

 

RISPOSTA:

La presenza del verbo servile¬†potere¬†(o di altri verbi servili) non influisce minimamente sulla reggenza di¬†osare. Piuttosto, questo verbo, che preferisce la reggenza diretta, senza preposizioni (osare chiedere), ammette anche la reggenza con la preposizione¬†di¬†(osare di chiedere), dovuta in parte al modello della maggioranza dei verbi che possono reggere la completiva implicita (pensare /¬†sperare / immaginare…¬†di chiedere), in parte all’influenza del significato latente di¬†osare, ovvero ‘avere il coraggio’:¬†avere il coraggio di chiedere.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Preposizione, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale affermazione è corretta? Ho indicato in grassetto i dubbi.
Penso che il meglio deve ancora avvenire/venire
Penso che il meglio deva ancora avvenire/venire
Penso che il meglio debba ancora avvenire/venire

 

RISPOSTA:

Cominciamo con il rapporto tra congiuntivo e indicativo: come al solito, in casi analoghi, la soluzione con l’indicativo √® sempre corretta, anche se meno formale. Pertanto, in uno stile formale, √® sempre meglio¬†debba¬†piuttosto che¬†deve. L’alternativa tra il tema¬†deb-¬†e il tema¬†dev-¬†√® pressoch√©¬†¬†sempre possibile (nelle persone in cui √® ammessa: nella 1a persona singolare e nella 3a persona plurale dell‚Äôindicativo e nella 1a, 2a e 3a singolari e nella 3a plurale del congiuntivo presente), anche se¬†deb- √®¬†avvertito come pi√Ļ formale, e dunque pi√Ļ appropriato al congiuntivo. Infatti, da una banale ricerca di frequenza in Google, mentre all’indicativo¬†devono¬†√® moto pi√Ļ frequente di¬†debbono, al congiuntivo¬†debba¬†e¬†debbano¬†sono molto pi√Ļ frequenti di¬†deva¬†e¬†devano.
Quanto alla scelta tra avvenire e venire, in teoria i due verbi nella frase in questione sono equivalenti, sul piano semantico. Tuttavia la frase è quasi una frase fatta, cioè pressoché immodificabile (quasi fosse una citazione o un proverbio), ormai cristallizzata nella forma venire (e non avvenire).
Quindi, riassumendo, delle sue molte alternative la migliore √®: “Penso che il meglio debba ancora venire”

Fabio Rossi
 

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi è capitato recentemente di sentir usare, da parte di una persona di indubbia cultura, il termine regime come sinonimo di dittatura. Per quanto ne so io, il termine regime definisce una struttura di potere di qualunque tipo, non soltanto di natura esplicitamente dittatoriale. Vorrei conoscere il vostro parere al riguardo.

 

RISPOSTA:

Il termine¬†regime¬†indica qualunque forma di governo, tanto che ci possono essere regimi democratici e regimi dittatoriali. Usato assolutamente, per√≤, questo termine √® divenuto sinonimo di¬†dittatura. Non a caso, il Fascismo √® spesso definito¬†regime, senza aggettivi. Questa accezione del termine √® stabile nell’uso, infatti si trova attestata in tutti i dizionari.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

La locuzione¬†a quel tempo¬†funziona anche riferita¬†al futuro? Es. “A quel tempo accadr√† questo”. Per¬†in quel tempo¬†le grammatiche dicono che pu√≤ riferirsi sia al passato che al¬†futuro, ma non trovo specifiche riguardo alla forma con¬†a.

 

RISPOSTA:

L’espressione¬†a quel tempo¬†√® usata esclusivamente in riferimento al passato, sebbene non ci siano ragioni semantiche o sintattiche a sostegno di questa restrizione. Si tratta di uno dei tanti usi che si impongono per convenzione. Diversamente, l’espressione¬†in quel tempo¬†e l’avverbio¬†allora¬†(si noti, dal latino¬†ad illam horam) possono riferirsi al futuro, sebbene siano quasi sempre diretti al passato.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Preposizione
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Autoimporsi, autoproclamarsi, solo per citare alcuni dei molti verbi costituiti dal prefisso auto- e costruiti con il clitico -si, non rappresentano un mero pleonasmo? Le forme intransitive pronominali o riflessive, a seconda dei casi, non sono sufficienti per esprimere un concetto che, con il prefisso auto-, si intensifica, senza, a mio giudizio, aggiungere niente dal punto di vista semantico?
1) Il politico esposto al pubblico ludibrio, si (auto)impose un esilio ad altre latitudini.
2) Pur avendo fallito nella sua ultima prestazione agonistica, l’ex campione si (auto)proclam√≤ il migliore di tutti i tempi.
Seconda met√† dell’interrogativo.
La funzione sostantivale di parole che abbiano come suffiso¬†-ile¬†o¬†-ole, oppure¬†-arsi,¬†-ersi¬†ecc. √® sempre possibile, anche quando non vi sia una chiara legittimazione d’uso da¬†parte dei dizionari della lingua italiana?
Esempi:
“Siamo ai limiti dell’invivibile, dell’inconsapevole, dell’irragionevole”, “Ho pensato¬†tutto il pensabile”, “Viviamo nella societ√† del mutevole”; “Il disgregarsi delle coste √® un fenomeno geologico”, “Il tuo affannarti non porter√† a niente di buono”, e cos√¨ via.

 

RISPOSTA:

Verbi come¬†autoproclamarsi¬†presentano un rafforzamento del concetto pi√Ļ che un pleonasmo interno. Dal punto di vista del punto di origine dell’azione¬†proclamarsi¬†=¬†autoproclamarsi,¬†ma il prefissoide (prefisso con un chiaro significato lessicale)¬†auto-¬†sottolinea che √® il soggetto a prendere l’iniziativa di compiere l’azione. In¬†autoproclamarsi, quindi, √® pi√Ļ evidente l’autonomia del soggetto nel processo che porta a compiere l’azione, come se fosse ‘proclamarsi per propria iniziativa’. Non si pu√≤ dire che in¬†proclamarsi¬†questa autonomia sia esclusa, ma semplicemente non √® segnalata.
Tutte le parti del discorso possono essere sostantivate (a prescindere dalla loro forma) mediante l’inserimento dell’articolo; i dizionari riportano soltanto i casi pi√Ļ comuni.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Articolo, Nome, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho un dubbio relativamente al significato del termine¬†ontologico. Potrebbe la ricerca ontologica essere l’analisi del necessario, di ci√≤ che deve necessariamente essere affinch√© la cosa considerata sia, sul piano della concretezza?¬†On, ontos¬†dovrebbe significare ‘l’essere’ e, quindi, riferirsi a qualcosa di¬† tangibile. Oppure la ricerca ontologica mira a raggiungere l’essenza di qualunque entit√†, astratta o concreta che sia?

 

RISPOSTA:

In generale,¬†ontologia¬†√® lo studio dell’essere in quanto essere, cio√® delle sua qualit√† assolute che prescindono dai fenomeni particolari. In questo senso,¬†ontologia¬†viene a coincidere con¬†metafisica. Questo senso originario √® stato declinato in vari modi¬†nei diversi quadri teorici nei quali il termine √® stato usato; ognuno dei significati particolari, quindi, pu√≤ essere colto soltanto all’interno del quadro in cui si inserisce.
Nel linguaggio comune,¬†ontologico¬†√® usato nel senso di ‘di per s√©, assoluto’; ecco un esempio: “Di questo passo, perfino la terribile Crudelia Demon, se si va indietro nella storia (andando avanti nella scrittura, ovvero inventandole da zero un passato), si capisce che non √® una cattiva¬†‘ontologica’, piatta. Ma che anche lei pu√≤ accampare le sue buone ragioni, vantare una storia che meriti di essere raccontata”.¬†
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Non avendo trovato sui vari dizionari a mia disposizione una spiegazione che mi abbia convinto pienamente, chiedo aiuto per poter dominare i termini¬†metafisica¬†e¬†metafisico¬†in modo appropriato sia sul piano filosofico che su quello del parlare comune. L’idea che mi sono fatto per¬†metafisica¬†√® questa: ‘ricerca di ci√≤ che va all’essenza di un problema, di ci√≤ che deve assolutamente essere presente affinch√© la cosa considerata sia, esista’. In definitiva¬†metafisico¬†sarebbe sinonimo di¬†necessario. Es.: calciatore: atletico e non biondo. Quest’ultimo dovrebbe rappresentare un dato contingente. Questo per quanto riguarda l’aspetto filosofico. Per quanto riguarda il parlar comune: ‘discorso astratto, poco concreto.¬†

 

RISPOSTA:

Per quanto riguarda il significato comune la sua proposta √® in linea con quello che scrivono i vocabolari. Il significato proprio, invece, √® un po’ distante da quello che lei ipotizza, sebbene ‘necessario’ rientri tra le qualit√† proprie del¬†metafisico. La¬†metafisica √® l’ambito del reale che non si pu√≤ percepire con i sensi, quindi √® immutabile, certo e, appunto, necessario. Se la realt√† fisica √® il regno della mutevolezza, dell’instabilit√†, della variet√†, la realt√† metafisica √® lo sfondo assoluto che rende possibili le qualit√† della realt√† fisica. Il suo esempio del calciatore, quindi, non ha niente di metafisico, perch√© sia l’essere atletico sia l’essere biondo sono qualit√† fisiche, fenomeni. Problemi metafisici sono la natura dell’essere, l’esistenza e la natura di Dio, lo scopo della vita, l’immortalit√† dell’anima.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Gradirei sapere quali di queste espressioni, miranti ad esprimere l’intenzione di valutare una situazione, sono corrette:
1) “Assumere (far propria) una angolatura, un angolo visuale, una prospettiva”.
2) “Porsi in una certa angolatura, angolo visuale o prospettiva”.
3) “Considerare la cosa da un certo angolo visuale, da una certa angolatura, da una certa prospettiva”.
In definitiva, un angolo visuale, una angolatura o prospettiva si assumono? In esse/o ci si pone? Da esse/o si osserva? (il che ovviamente presuppone che ci si ponga).

 

RISPOSTA:

Il problema non √® semantico n√© sintattico, ma d’uso. Nella lingua, infatti, alcuni blocchi di parole si cristallizzano e, con il tempo, diventano persino quasi immodificabili (e prendono il nome di¬†collocazioni). Si pensi a¬†pioggia torrenziale,¬†scorrere l’indice,¬†profondamente ingiusto. Il nome¬†angolatura¬†con il significato di ‘punto di vista’ di solito √® usato nell’espressione¬†considerare / esaminare / guardare / osservare / valutare (qualcosa) da una (certa) angolatura; qualsiasi altra espressione suona insolita, a prescindere dalla legittimit√† semantica e dalla correttezza sintattica.¬†Assumere un’angolatura¬†e¬†porsi in un’angolatura,¬†per esempio, sono semanticamente possibili e sintatticamente corrette, ma mentre la prima √® effettivamente usata, per quanto non frequentemente (la ricerca con Google restituisce circa 1.600 risultati, che √® un numero piuttosto basso), la seconda √® del tutto ignota all’uso. Per¬†angolo visuale¬†valgono le stesse restrizioni di¬†angolatura. Anche¬†prospettiva¬†predilige¬†da una (certa) prospettiva; rispetto alle altre parole qui considerate, per√≤, √® certamente quella pi√Ļ comune e quindi ammette pi√Ļ facilmente la composizione con parole diverse:¬†assumere una prospettiva, infatti,¬†restituisce circa 230.000 occorrenze nella ricerca con Google,¬†porsi in una certa prospettiva¬†circa 130.000.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Qual √® il genere corretto per¬†l’aggettivo sostantivato¬†live, di ovvia origine anglosassone?

 

RISPOSTA:

Dobbiamo declinare la vostra proposta per mancanza di tempo e risorse. Per qualsiasi curiosità, scrivete pure a DICO e riceverete una risposta.
Per quanto riguarda¬†live¬†bisogna ricordare che in astratto il genere dei nomi (e degli aggettivi sostantivati) presi in prestito da lingue che non hanno a loro volta il genere (come l’inglese) √® il maschile; in pratica, per√≤, questi nomi prendono il genere del nome italiano corrispondente, oppure di un nome assonante. Cos√¨¬†e-mail¬†√® femminile perch√© corrisponde a¬†posta, e¬†band¬†√® femminile perch√© √® assonante con¬†banda¬†(che, per√≤, ha un significato molto diverso). Pu√≤ capitare che un prestito sia attratto da due o pi√Ļ nomi italiani di generi diversi, con il risultato che il genere di quel prestito in italiano √® altalenante. Questo √® il caso di¬†ketchup, che √® maschile per la regola generale del prestito senza genere di partenza, ma per alcuni √® femminile perch√© √® un tipo di¬†salsa.¬†Per¬†live¬†√® forte l’assonanza con¬†spettacolo¬†e¬†concerto, che comporta il genere maschile; qualcuno, per√≤, potrebbe associare questo nome a¬†trasmissione, che √® femminile. La situazione, come si vede, √® simile a quella di¬†ketchup: per quanto non si possa bocciare una delle due forme, si pu√≤ stabilire che quella pi√Ļ comune, quindi preferita dai parlanti, √® quella maschile.¬†In questo ambito,¬†pi√Ļ comune¬†e¬†preferibile¬†√® la soluzione pi√Ļ vicina possibile a¬†pi√Ļ corretta. A conforto di questa posizione ci sono anche i vocabolari: lo Zanichelli registra come maschile¬†sia¬†ketchup¬†sia¬†live¬†come sostantivo.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Desidererei sapere se √® corretta l’ espressione¬†lesinare sul denaro¬†o¬†sul centesimo. Alcuni sostengono che √® corretto dire¬†lesinare il denaro¬†o¬†il centesimo.

 

RISPOSTA:

Il verbo¬†lesinare¬†pu√≤ essere transitivo o intransitivo. In questo secondo caso richiede la preposizione¬†su. Quando √® transitivo significa ‘spendere con estrema parsimonia’; quando √® intransitivo significa ‘risparmiare’. Sebbene i due usi siano vicini, pertanto, con un oggetto come¬†denaro¬†il verbo si costruisce transitivamente:¬†lesinare il denaro¬†= ‘spendere con parsimonia il denaro’; con un oggetto come¬†spese, invece, si costruisce intransitivamente:¬†lesinare sulle spese¬†= ‘risparmiare sulle spese’.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho sentito da una persona che si esprime sempre molto correttamente la forma io riappargo. Si tratta di un uso attestato, seppur raro, oppure è un lapsus?

 

RISPOSTA:

La forma √® attestata soltanto nell’italiano popolare e in testi molto trascurati; non √®, pertanto, considerabile una variante accettabile neanche nel parlato informale.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Parlando con uno straniero mi √® venuto un dubbio. √ą meglio dire¬†ero interessato a¬†questa cosa¬†o¬†me ne ero interessato? Gli ho detto che erano due espressioni equivalenti invece ora mi rendo conto che hanno un significato diverso. Lui¬†intendeva dire che una cosa aveva destato interesse in lui per un po’, ma voleva sapere come dirlo senza indicare quella cosa specifica.
Il mio dubbio è questo: posso dire ero interessato a questa cosa senza un pronome indiretto o devo dire
mi interessava questa cosa? Mi ha chiesto se si può usare il ne al posto di questa cosa, ma così mi sembra che cambi il senso. Leggendo sulla Treccani sembra che sia giusto solo interessarsi a, ma a me le frasi ero interessato a lui e mi sono interessata a lui sembrano diverse.

 

RISPOSTA:

Nella sua domanda si sovrappongono due questioni diverse: da una parte la differenza tra il verbo¬†interessarsi¬†e l’espressione¬†essere interessato; dall’altra la possibilit√† di pronominalizzare (ovvero sostituire con un pronome) il sintagma proposizionale¬†a questa cosa¬†con¬†ne.¬†
Per quanto riguarda la prima questione,¬†interessarsi¬†√® quasi un sinonimo di¬†essere interessato; contiene, per√≤, una sfumatura di partecipazione emotiva del soggetto non riscontrabile in¬†essere interessato. Con¬†interessarsi, cio√®, si descrive l’interesse come attivo, non statico; per questo motivo¬†interessarsi¬†significa anche ‘prendersi cura, occuparsi’, e persino ‘intervenire per la risoluzione di un problema’.¬†
Oltre alla differenza semantica, tra le due forme c’√® una differenza sintattica, perch√©¬†interessarsi¬†richiede la preposizione¬†a¬†quando √® sinonimo di¬†essere interessato, la preposizione¬†di¬†quando¬†significa ‘prendersi cura, occuparsi’ o ‘provvedere per la risoluzione di un problema’;¬†essere interessato, invece, richiede sempre la preposizione¬†a, mai¬†di. Come conseguenza,¬†essere interessato a una cosa¬†√® molto simile a¬†interessarsi a una cosa;¬†interessarsi di una cosa, invece, significa tutt’altro, ovvero ‘occuparsi di una cosa’, oppure ‘provvedere’ (nel caso in cui¬†la cosa¬†sia una problema da risolvere).¬†
A rigore, un complemento di termine (come¬†a una cosa) pu√≤ essere pronominalizzato con¬†gli¬†o¬†le; questi pronomi, per√≤, hanno un chiaro riferimento umano e difficilmente li associamo a oggetti inanimati; in questo caso, inoltre, il complemento di termine non indica una persona a cui viene dato qualcosa, ma soltanto l’oggetto di un interesse (e pu√≤ essere definito, infatti,¬†complemento oggetto preposizionale), quindi rifiuta a maggior ragione la pronominalizzazione con i pronomi indiretti. Per questo motivo un parlante nativo non direbbe mai¬†esserle interessato¬†(o¬†io le sono interessato), ma preferir√† sempre¬†essere interessato a una / quella cosa¬†(e¬†io sono interessato a una / quella cosa). Lo stesso vale per¬†interessarsi: nessun parlante direbbe¬†interessarlesi¬†(o¬†io le mi interesso), ma dir√† sempre¬†interessarsi a una / quella cosa¬†(e¬†mi interesso a una / quella cosa).¬†
Diversamente, un complemento di specificazione o partitivo pu√≤ essere pronominalizzato quasi sempre con¬†ne, per questo √® possibile dire¬†interessarsene. Si badi, per√≤, che non √® possibile dire *esserne interessato¬†perch√© significherebbe *essere interessato di una cosa, che non √® corretto. Inoltre,¬†interessarsene¬†non significa¬†essere interessato a una cosa, ma ‘occuparsi di una cosa’ oppure ‘provvedere alla risoluzione di un problema’.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

vorrei sapere se il testo che riporto di seguito è corretto.

Egregio Dirigente Scolastico C. V.,
sono  R. L. ;  docente che ha avuto un giudizio di inidoneità temporanea alla mansione per fragilità. Comunico che mi sono sottoposta alla prima dose del vaccino anti-COVID e il 16 maggio farò la seconda dose. Chiedo la revisione del giudizio da parte del Medico Competente per tornare in servizio in presenza.
Distinti saluti.

 

RISPOSTA:

Nel testo non ci sono errori; suggerisco, per√≤, alcuni aggiustamenti che lo renderebbero pi√Ļ appropriato. La maiuscola di¬†Dirigente¬†√® comprensibile, sebbene non necessaria: ingiustificate e da eliminare, invece, sono quelle di¬†Scolastico,¬†Medico¬†e¬†Competente.
Insolito √® l’inserimento del nome del destinatario (sempre che¬†C. V.¬†siano le iniziali del nome) dopo il titolo del ruolo; si pu√≤ senz’altro eliminare il nome, anche perch√© in questo modo si segnala che ci si rivolge alla funzione, non alla persona. Sempre a proposito del destinatario, l’aggettivo¬†egregio¬†√® pomposo e al limite dell’appropriatezza in una comunicazione formale ma tra due persone che, immagino, si conoscano personalmente. Pi√Ļ adatto alla situazione sarebbe¬†Gentile.¬†
All’inizio del testo non √® necessario presentarsi, come se si parlasse al telefono; √® sufficiente a questo scopo inserire la firma in calce. Eliminato il riferimento personale, rimane in primo piano, come √® giusto che sia, il motivo della comunicazione, che potrebbe essere formulato cos√¨:¬†in relazione al¬†giudizio di inidoneit√† temporanea alla mansione per fragilit√† di cui sono stata oggetto, comunico…
Infine, l’aggettivo¬†Distinti¬†associato a¬†saluti¬†√® distaccato e asettico; in questo contesto potrebbe essere sostituito da¬†Cordiali.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Registri
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 2
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Mi sono ritrovata a comporre la frase: “Ho semplificato al massimo la questione”.¬†Intendo, con¬†al massimo, ‘il pi√Ļ possibile’.¬†In un secondo momento ho per√≤ pensato che se avessi sostituito questa espressione con un’altra, apparentemente antitetica, avrei forse ottenuto lo stesso risultato logico: “Ho semplificato al minimo la questione”, intendendo, con¬†al minimo¬†‘ai minimi termini’.
A questo punto in me si è creato un grande caos relativo al corretto uso di queste forme.

 

RISPOSTA:

Non c’√® niente di caotico nella questione, che √® soltanto in apparenza una contraddizione. La locuzione avverbiale¬†al massimo¬†modifica senza dubbio il verbo (la logica esclude che si possa semplificare una questione fino a renderla grandissima), rafforzandone il significato; la locuzione¬†al minimo, invece, pu√≤ modificare sia il verbo sia il sintagma nominale¬†la questione. Nel primo caso la frase indica che la semplificazione √® stata lieve, quindi la questione √® rimasta probabilmente quasi invariata; nel secondo caso la questione √® descritta come¬†divenuta minima in seguito alla semplificazione. Volendo modificare il sintagma nominale con la locuzione¬†al minimo, comunque, sarebbe preferibile riformulare la frase cos√¨:¬†“Ho semplificato la questione al minimo”. ¬†
Abbiamo, quindi, tre possibilità:
Ho semplificato al massimo¬†la questione”;
Ho semplificato al minimo¬†la questione”;
“Ho semplificato¬†al minimo la questione” (ovvero¬†“Ho semplificato¬†la questione al minimo“).
Le prime due hanno significato opposto, la terza ha significato molto simile, anche se non identico, alla prima.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Si dice lesionare una cosa o si dice ledere una cosa?

 

RISPOSTA:

Dipende dalla cosa e da quanto si vuole essere precisi.¬†Lesionare¬†significa ‘danneggiare procurando una lesione’ e pu√≤ avere come complemento oggetto soltanto cose concrete che possono subire una lesione, ovvero una frattura, come muri, costruzioni, edifici, ma anche ossa e tessuti del corpo, se si intende sottolineare che si siano incrinati o fratturati. Anche¬†ledere¬†significa ‘danneggiare’, ma senza la specificazione della lesione; inoltre si usa raramente con complementi oggetto concreti, che sono perlopi√Ļ ossa o organi del corpo. Pi√Ļ frequentemente, invece, questo verbo si usa in riferimento a beni immateriali, come i diritti, la reputazione, la dignit√†, l’onore, l’interesse, il valore, il benessere, l’orgoglio…
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

“Le convinzioni limitanti da cancellare sono le seguenti: io sono…, io ho…”. Se, invece, dico: “Vanno cancellate tutte le convinzioni limitanti” non sono obbligato ad elencarle. Giusto?

 

RISPOSTA:

La sua idea √® corretta. Il participio presente¬†seguenti¬†significa letteralmente ‘che seguono’: ci si aspetta, quindi, che effettivamente le convinzioni seguano; l’aggettivo¬†tutte, invece, pu√≤ anticipare l’elencazione delle convinzioni, rimandare alle convinzioni limitanti che sono state introdotte precedentemente, o riferirsi a tutte le convinzioni in generale, senza richiedere che esse vengano elencate.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą vero che la frase “a me non me ne frega niente” suona male, ma l’ho trovata in molti libri e volevo sapere se fosse totalmente errata.

 

RISPOSTA:

La frase √® molto comune e non si pu√≤ dire totalmente scorretta, sebbene al suo interno riconosciamo alcune forzature grammaticali. Innanzitutto notiamo¬†la ridondanza pronominale¬†a me…¬†me, dovuta alla dislocazione a sinistra del sintagma preposizionale¬†a me¬†con conseguente enfatizzazione dello stesso. Il sintagma, cio√®, risalta, √® pi√Ļ “forte”, perch√© √® sistemato all’inizio della frase (a sinistra) e pu√≤ essere pronunciato con una intonazione particolare e una pausa che lo separa ulteriormente dal resto. Una seconda forzatura riguarda il verbo¬†fregarsene. Questo verbo √® formato sulla base di¬†fregare, a cui si aggiungono i pronomi¬†si¬†(nella forma¬†se) e¬†ne. L’unione di queste parti produce un cambiamento non solo della forma, ma anche del significato del verbo base:¬†fregarsene, infatti, ha un significato completamente diverso da¬†fregare. I verbi come¬†fregarsene¬†(andarsene,¬†cavarsela,¬†intendersene,¬†intendersela,¬†vedersela,¬†metterci,¬†volerci…),¬†detti¬†procomplementari, sono un po’ ai margini della grammatica ufficiale, perch√© i pronomi che ne fanno parte hanno una funzione non chiara, e perch√© hanno significati “espressionistici”, nel senso che veicolano forti sfumature emotive (si pensi alla forza espressiva di¬†me ne vado¬†rispetto a¬†vado via¬†o a quella di¬†me la sono cavata¬†rispetto a¬†ho superato quella difficolt√†).
Le forzature¬†abbassano il livello di accettabilit√† della frase, quindi la rendono particolarmente adatta a contesti comunicativi privati, in cui √® pi√Ļ importante manifestare le emozioni che seguire passo passo le regole grammaticali standard. Al contrario, in contesti pubblici, specie scritti, si pu√≤ usare una variante come¬†non sono affatto interessato / interessata¬†o simili.
Fabio Ruggiano 

Parole chiave: Pronome, Registri, Verbo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Ho letto in un libro questa frase: “Era mezzo morta di paura”. Io direi: “Era mezza morta di paura”, essendo¬†mezza¬†un aggettivo. Mi √® stato detto che¬†mezzo¬†pu√≤ essere usato anche come avverbio e di conseguenza l’espressione¬†mezzo morta¬†potrebbe essere considerata corretta. Lo conferma?

 

RISPOSTA:

Nell’espressione da lei citata¬†mezzo¬†√® chiaramente un avverbio, quindi deve rimanere invariato a prescindere dal genere dell’aggettivo che accompagna. Funziona, cio√®, come¬†molto:¬†molto buona,¬†molto buone¬†ecc. Che sia un avverbio e non un aggettivo √® facilmente dimostrabile:¬†mezza morta, infatti,¬†non funziona n√© sintatticamente n√© semanticamente. Dal punto di vista sintattico, due aggettivi predicativi in sequenza non separati da una congiunzione o da una virgola sono molto strani: “- Com’era la macchina che hai visto? –¬†Era rossa veloce”; dal punto di vista semantico, l’aggettivo¬†mezzo¬†significa ‘diviso a met√†’, e non credo che la signora soggetto della frase fosse divisa a met√†, oltre che morta di paura. Piuttosto, la signora era¬†parzialmente morta di paura, ovvero¬†mezzo¬†=¬†parzialmente.¬†
Nella lingua d’uso si possono incontrare espressioni come¬†mezza morta,¬†mezza matta¬†o simili perch√© l’avverbio¬†mezzo¬†√® molto pi√Ļ raro dell’aggettivo¬†mezzo, quindi¬†il parlante √® indotto a credere che¬†mezzo¬†sia sempre un aggettivo.¬†Signora mezza morta, per√≤, equivale, lo ripeto, a¬†*bicicletta molta vecchia¬†(al posto di¬†molto vecchia).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Avverbio
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Da vocabolario Treccani: “Retrostante – Di luogo o ambiente, che sta dietro a un altro”.¬†Gli esempi lasciano intendere che il luogo o ambiente si debba trovare dietro un¬†altro, ma sullo stesso piano o livello (es.¬†la stanza R.,¬†il prato R. la casa).
Vorrei sapere se si pu√≤ considerare retrostante un luogo/ambiente che non si trova sullo stesso piano/livello dell’altro luogo/ambiente preso a riferimento (es.¬†un balcone retrostante un altro, ma i due balconi sono su piani differenti).

 

RISPOSTA:

Il significato dell’aggettivo¬†retrostante¬†punta l’attenzione su una sola coordinata spaziale, avanti-dietro, e trascura le altre, quindi non esclude che l’elemento cos√¨ qualificato si trovi su un piano diverso rispetto all’altro elemento che fa da riferimento. Ovviamente, se la posizione relativa dei due elementi non √® ulteriormente chiarita, il ricevente potrebbe presumere che la rappresentazione di tale posizione non richieda altri dettagli, e quindi che questi si trovino sullo stesso piano.
Segnalo, a margine, che¬†retrostante¬†pu√≤ essere usato assolutamente (la cucina retrostante); quando ha un elemento di riferimento, invece, pu√≤ essere¬†costruito direttamente (retrostante la casa), ma √® pi√Ļ frequente con la preposizione¬†a¬†(retrostante alla casa).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Aggettivo
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Quale delle tre frasi è corretta?
1. “Gent.le dottore, Le comunico che ieri ho chiamato in Regione per informazioni in merito al vaccino anti COVID, ho anche sentito il sindaco che mi confermato che¬†posso prenotarmi”.
2 “Gent.le dottore, Le comunico che ieri ho chiamato in Regione per informazioni¬†in merito al vaccino anti COVID, ho anche sentito il sindaco, ENTRAMBI (Regione e¬†sindaco) mi hanno confermato che posso prenotarmi”, per√≤ la regione non √® una¬†persona!?
3. “Gent.le dottore, ieri ho chiamato in Regione in merito al vaccino anti COVID,¬†mi √® stato detto (= persona con la quale ho parlato) che posso prenotarmi; ci√≤ mi √®¬†stato confermato anche dal sindaco”.

 

RISPOSTA:

Le tre frasi differiscono in diversi punti e sono tutte migliorabili nella composizione, sebbene nessuna contenga errori grammaticali evidenti. 
Nella prima frase si attribuisce l’autorizzazione al solo sindaco (il verbo¬†confermare¬†non √® sufficientemente esplicito circa il ruolo della Regione); se, per√≤, la fonte dell’autorizzazione √® anche la Regione √® consigliabile chiarire questa informazione.
Nella seconda frase il pronome¬†entrambi¬†√® effettivamente innaturale se riferito a un’istituzione.
L’espressione¬†chiamare per informazioni, inoltre,¬†√® fortemente burocratica: pi√Ļ comune sarebbe¬†chiamare per chiedere / avere / ricevere informazioni.
La terza frase risulta, in conclusione, la migliore; questa pu√≤ essere, per√≤, migliorata nella punteggiatura:¬†“Gent.le dottore, ieri ho chiamato in Regione in merito al vaccino anti COVID: mi √® stato detto che posso prenotarmi; ci√≤ mi √®¬†stato confermato anche dal sindaco”.
Un’altra piccola limatura si potrebbe fare sul piano della coesione:¬†“Gent.le dottore, ieri ho chiamato in Regione in merito al vaccino anti COVID e mi √® stato detto che posso prenotarmi per la somministrazione. L’informazione mi √®¬†stata confermata anche dal sindaco”. In alternativa alla forma impersonale¬†mi √® stato detto¬†(che comunque va bene), infine, si pu√≤ esplicitare il riferimento:¬†la persona con cui ho parlato / il responsabile del servizio mi ha detto¬†o altro.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Recentemente ho pubblicato su facebook un post che diceva: ‚ÄĚHo la sensazione che stiamo per precipitare in un precipizio‚ÄĚ. Sono stata redarguita con la frase: “da un precipizio si puo‚Äô solo cadere”. Effettivamente la mia frase suona davvero male, potevo scrivere: cadere in un precipizio o precipitare in un
baratro, ma non credo sia errata. Precipitare indica un moto a luogo e il precipizio è dove termina l’azione. O sbaglio? Ho 53 anni e i ricordi degli studi di grammatica sono offuscati, ma non mi sembra di aver sbagliato. A meno che il precipizio non si intenda come sinonimo di cornicione, sporgenza, da cui effettivamente il moto può solo partire.

 

RISPOSTA:

La sua frase √® correttissima: infatti il precipizio √® sia un luogo sporgente dal quale si pu√≤ cadere o precipitare, sia un luogo profondissimo e scosceso nel quale si pu√≤ cadere o precipitare. Se si vuole evitare l’effetto cacofonico della ripetizione della radice¬†precipit/z¬†che accomuna¬†precipitare¬†a¬†precipizio, si pu√≤, ma non si deve, sostituire¬†precipitare¬†con¬†cadere. Diffidi sempre dell’oltranzismo intollerante dei grammarnazi, ovvero coloro che son convinti che qualcosa nella lingua non si possa dire n√© scrivere. Raramente le lingue procedono per dogmi si pu√≤/non si pu√≤, giusto/sbagliato, mentre usualmente si tratta di forme pi√Ļ o meno appropriate a quel determinato contesto.

Fabio Rossi
 

Parole chiave: Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

La parola colle va considerata come nome derivato da collo? 

 

RISPOSTA:

Dobbiamo distinguere tra i due omografi (cio√® parole che si scrivono allo stesso modo ma hanno origine e significato diversi)¬†colle¬†‘elevazione del terreno, poggio, altura’ e¬†colle¬†‘passo, valico montano’. Il primo¬†colle¬†non ha niente a che fare con¬†collo, mentre il secondo s√¨; anzi, il¬†valico montano era anticamente chiamato anche¬†collo, ma poi, probabilmente per influenza di¬†colle¬†‘altura’,¬†collo¬†e¬†colle¬†si sono confusi, dando vita a¬†colle¬†‘valico montano’. La ragione per cui un valico montano sia definito¬†collo¬†/¬†colle¬†√® riconducibile alla forma di questi luoghi, corrispondente a un passaggio, spesso stretto, tra due montagne, un po’ come il collo √® un restringimento tra due punti pi√Ļ larghi.
Colle¬†‘valico montano’, quindi, √® una variante di¬†collo;¬†tra le due parole non c’√® un rapporto di derivazione morfologica: entrambe sono parole primitive. La derivazione, del resto, si realizza con l’aggiunta di affissi, che nella parola¬†colle¬†ovviamente non sono presenti;¬†parole derivate morfologicamente da¬†collo¬†sono, per esempio,¬†colletto¬†e il verbo¬†scollare¬†(da cui, poi,¬†scollatura).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Etimologia
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Come bisogna analizzare¬†freddo¬†nella frase “Oggi fa freddo”? √ą un soggetto oppure un complemento oggetto?
E la frase “Si vendono appartamenti” √® impersonale o riflessiva?

 

RISPOSTA:

Le espressioni¬†fa freddo,¬†fa caldo, come anche¬†fa giorno¬†e¬†fa notte, sono del tutto assimilabili ai verbi atmosferici (piove,¬†nevica…); vanno, quindi, analizzate complessivamente come forme verbali impersonali.
Nella frase “Si vendono appartamenti” il verbo non pu√≤ essere impersonale perch√© √® plurale. Per definizione, infatti, il verbo impersonale √® sempre alla terza persona singolare. La frase, pertanto, equivale ad¬†appartamenti sono venduti¬†e il verbo √® passivo. Attenzione, passivo, non riflessivo: gli appartamenti, infatti, non vendono s√© stessi, ma sono venduti da qualcuno che non √® esplicitato. La differenza tra¬†si¬†passivante e impersonalizzante √® oggetto di diverse risposte consultabili nell’archivio di DICO usando la parola chiave¬†impersonale. L’ultima risposta sull’argomento in ordine cronologico √® la seguente “Riflessivo, passivato o intransitivo pronominale“.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

√ą¬†pi√Ļ corretto dire¬†una volta solo¬†o¬†una volta sola? So che comunque si dice spesso¬†solo una volta.

 

RISPOSTA:

Solo una volta e una volta sola sono espressioni comuni, corrette e praticamente sinonimiche. Nella prima solo è un avverbio, equivalente a solamente, nella seconda sola è un aggettivo, concordato con volta. Una volta solo è possibile e corretta, al pari di una volta solamente, ma è sfavorita dai parlanti rispetto a una volta sola. 
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei sapere se queste due espressioni sono equivalenti: “Ha commesso un errore ad andare in montagna” (nel senso che sarebbe stato preferibile, per es., se fosse andato al mare) e “Ha commesso un errore andando in montagna”.
Questa seconda formulazione, anche se il significato è facilmente intuibile, fa pensare al fatto che il soggetto abbia commesso un errore non ben precisato mentre si recava in montagna. In ogni caso è corretta anche la seconda espressione?
Desidererei poi sapere se per¬†sinonimo¬†si intende solo una parola che ha lo stesso significato di un’altra o anche, in senso¬† allargato, un’affermazione che corrisponde a un’altra, per esempio “dannarsi l’anima per ottenere un risultato”¬† e “fare i salti mortali per ottenere un risultato”.

 

RISPOSTA:

Il gerundio √® un modo che pu√≤ assumere diverse funzioni e per questo a volte necessita di informazioni aggiuntive per essere correttamente interpretato. Nella frase “Ha commesso un errore andando in montagna” il gerundio potrebbe essere causale (‘perch√© √® andato / andata in montagna’) o temporale (‘mentre andava in montagna’). La prima interpretazione avvicina moltissimo la frase alla prima variante, nella quale la proposizione¬†ad andare in montagna¬†√® proprio una causale implicita; la seconda, al contrario, presume un significato diverso. Va detto che la seconda interpretazione √® piuttosto improbabile, visto che¬†errore¬†fa pensare decisamente a un’anticipazione valutativa dell’evento che sta per essere descritto (andare in montagna): per esprimere il significato di un errore non coincidente con l’andare in montagna qualsiasi parlante opterebbe per una costruzione che separi chiaramente i due eventi, per esempio¬†mentre andava in montagna.
Il sinonimo √® una parola, un’unit√† polirematica (per esempio,¬†carro armato¬†=¬†panzer¬†=¬†tank) o una locuzione che abbia un significato riconducibile a una parola (per esempio¬†dannarsi l’anima¬†=¬†sforzarsi). Nel caso di espressioni, a rigore √® preferibile usare non il nome¬†sinonimo, ma l’aggettivo¬†sinonimico, quindi¬†espressioni sinonimiche.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Nome
Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Il termine¬†compagno¬†deriva dal latino miedevale¬†companio¬†(“cum panis”) come √®¬†riportato nell’Etimologico Cortellazzo-Zolli della Zanichelli e in altri¬†dizionari. Tuttavia mi piacerebbe sapere se √® noto quando esattamente √® stato introdotto nel Medioevo e le eventuali fonti pi√Ļ antiche conosciute dove compare la parola.¬†

 

RISPOSTA:

Le consiglio di fare lei stesso questa ricerca, usando lo straordinario TLIO, a cui può accedere a questo indirizzo: http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/. Vedrà che la parola è ben attestata già dalla metà del XIII secolo, quindi dagli albori della scrittura in volgare, in testi di varia provenienza. 
Se, invece, a lei interessa non la prima attestazione in un volgare romanzo del territorio italiano della parola compagno, ma la prima attestazione in latino medievale della parola conpanio, il luogo da lei cercato è questo: 
 

Si quis in hoste de conpanio de conpagenses suos hominem occiderit, secundum quod in patria si ipso occidisset conponere debuisset in triplo conponat.

Si tratta di un articolo delle¬†novellae¬†della lex salica, di cui √® difficile stabilire il periodo di redazione ma il cui¬†terminus ante quem¬†√® l’inizio del IX secolo.
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0

QUESITO:

Vorrei porvi un quesito di natura semantica. La parola chiave può essere usata correttamente in un contesto di questo tipo, nel quale si vogliono descrivere le penose sofferenze di un soggetto in preda ad una crisi di panico?
“Decodificava tutti gli aspetti della¬†realt√†, che cadevano sotto il dominio delle sue percezioni, IN CHIAVE di morte”.¬†
Intendo dire che tutto ci√≤ che vedeva, sentiva, toccava gli evocava l’idea di¬†morte.¬†

 

RISPOSTA:

Per la precisione, la sua domanda riguarda non la parola¬†chiave, ma l’espressione idiomatica¬†in chiave¬†‘dal punto di vista, secondo il criterio, in accordo con il quadro di riferimento’. Questa espressione, derivata dalla terminologia musicale (nel pentagramma la chiave indica come devono essere interpretate le note poste in una certa posizione), √® quasi sempre seguita da un aggettivo (in chiave umoristica,¬†in chiave religiosa) e meno frequentemente da¬†di¬†+ nome senza articolo, come nella sua frase. Si noti che proprio quest’ultima costruzione, meno frequente nella lingua comune, coincide con quella originaria musicale¬†(in chiave di sol). I nomi che possono essere aggiunti all’espressione¬†in chiave di¬†(ma anche gli aggettivi che completano l’espressione¬†in chiave) devono indicare un modo di vedere o di fare, un’ideologia, un insieme di principi, altrimenti l’espressione risulta innaturale; nel suo caso, la morte √® un fenomeno, non un modo di vedere un fenomeno, quindi l’espressione non √® ben formata. Le suggerisco un’alternativa pi√Ļ semplice, ma comunque elegante:¬†come presagi di morte. Se volesse mantenere l’espressione¬†in chiave, invece, potrebbe modificarla in¬†in chiave mortifera. Si potrebbe pensare che¬†mortifero¬†equivalga a¬†di morte, ma non √® cos√¨;¬†di morte¬†equivale, infatti, a¬†mortale¬†e¬†in chiave mortale¬†sarebbe malformato al pari di¬†in chiave di morte.¬†Mortifero, invece, significa ‘che porta morte’ o, come in questo caso, ‘che fa pensare alla morte’¬†(quindi¬†in chiave mortifera¬†ha lo stesso significato di¬†come presagi di morte).¬†
A margine, le suggerisco anche di eliminare le virgole che racchiudono la proposizione relativa; questa, infatti, √® limitativa, non esplicativa (su questo concetto pu√≤ vedere la risposta n.¬†2800599 dell’archivio di DICO).
Fabio Ruggiano

Hai trovato questa risposta utile?
Thumbs Up Icon 0
Thumbs Down Icon 0