QUESITO:
Nella frase «Anche se mio padre non approvava, lei lo avrebbe fatto lo stesso», posso usare l’imperfetto indicativo del verbo approvare oppure devo usare per forza avesse approvato?
Un altro dubbio: «Avrebbe desiderato tanto che i suoi genitori l’avessero o l’avrebbero aiutato»?
RISPOSTA:
La subordinata introdotta da anche se è, a rigore, una concessiva e non una ipotetica (o condizionale). Sarebbe un periodo ipotetico se fosse: «Se mio padre non approvasse/avesse approvato, lei lo farebbe/avrebbe fatto lo stesso». Pertanto, il modo verbale richiesto è l’indicativo, non il congiuntivo. La forma con il congiuntivo, tuttavia, non può dirsi errata, dal momento che il confine tra le ipotetiche e le concessive è spesso molto sfumato (anzi, le seconde derivano dalle prime): una concessiva è una sorta di controipotetica, dal momento che la concessiva esprime l’assenza della condizione che rende possibile il verificarsi di quanto espresso nella reggente. Non a caso, due congiunzioni concessive contengono la congiunzione se: anche se e sebbene (se + bene). Per schematizzare, alcune congiunzioni che introducono le concessive richiedono obbligatoriamente il congiuntivo: benché, sebbene, nonostante, nonostante che; anche se, invece, regge l’indicativo, ma a volte, se si vuole sottolineare l’eventualità della condizione (o per meglio dire della mancata condizione), si può usare anche il congiuntivo. E questo per quanto riguarda il modo verbale. Per quanto riguarda la consecutio temporum, invece, la frase in questione può presentare due varianti, entrambe legittime: approvava/approvasse o aveva approvato/avesse approvato. A rigore, è chiaro che prima si verifica l’approvazione (o la non approvazione) e poi il farlo lo stesso, pertanto il tempo dovrebbe essere il trapassato (aveva approvato). È anche vero, però, che qui l’intero periodo esprime non tanto la realtà quanto la possibilità dell’evento, e dunque approvava sembra la scelta migliore. Per tornare, poi, ciclicamente, da dove eravamo partiti, è chiaro che l’eventualità espressa da tutto il periodo (eventualità accresciuta dal fatto che il farlo è futuro rispetto al resoconto dell’evento, e pertanto il ricevente non sa, o non sapeva all’epoca, se il padre abbia/avesse approvato o meno e se la persona l’abbia/l’avesse fatto o no) rende il confine tra concessiva e ipotetica davvero labilissimo e giustifica, pertanto, pienamente, l’incertezza tra l’uso del congiuntivo e l’uso dell’indicativo, che sono entrambi adeguati. Se vogliamo trovare un confine più netto (ma comunque mai nettissimo) tra concessiva e ipotetica dobbiamo pensare a un evento certo, oppure già verificato (e il cui esito è dunque noto). Per esempio: «Se non piove vado al mare», o «Se non piovesse andrei al mare», o «Se non fosse piovuto sarei andato al mare» sono periodi ipotetici; «Anche se piove vado al mare lo stesso», o «Anche se è piovuto, sono andato al mare lo stesso» sono invece periodi costituiti da una reggente più una subordinata concessiva; più sfumato il confine tra ipotetica e concessiva è invece quello della frase seguente: «Anche se fosse piovuto, sarei andato al mare lo stesso».
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, la forma corretta è «Avrebbe desiderato tanto che i suoi genitori l’avessero aiutato», oppure «l’aiutassero»: benché il desiderio indichi qualcosa di non ancora avvenuto, la reggente al condizionale passato indica il rimpianto di un desiderio non realizzato, pertanto la forma al condizionale nella subordinata («l’avrebbero aiutato»), errore frutto di un’attrazione modale da parte della reggente, sarebbe incoerente: come si fa ad avere rimpianto per qualcosa che ancora deve verificarsi? Il trapassato (avessero aiutato) sottolinea il fatto che poi, di fatto, i genitori non l’hanno aiutato. La ricchezza del sistema morfologico verbale italiano rende possibili numerose modulazioni, sottigliezze e sfumature nell’atteggiamento dell’emittente rispetto a quanto sta affermando (modi verbali), atteggiamento che può andare dall’assoluta certezza alla totale incertezza, e rispetto al rapporto temporale tra gli eventi (tempo verbale), ovvero tra l’evento del raccontare qualcosa, l’evento del racconto e l’evento o gli eventi dipendenti o correlati al primo evento del racconto (consecutio temporum). D’altra parte, però, proprio questa estrema complessità morfologica e questa molteplicità di modulazioni possibili rendono legittimi i dubbi degli italiani che, parlando, tendono a ridurre e ad appiattire tutto, per semplificare, al solo indicativo e ai soli tempi presente, imperfetto e passato prossimo: «Desideravo che i miei genitori mi aiutavano», frase ovviamente troppo informale per adattarsi a un discorso scritto di registro sorvegliato.
Fabio Rossi
