QUESITO:
I clitici con l’imperativo sono enclitici: fallo, fatelo, facciamolo. Se si tratta di imperativo negativo però abbiamo sia l’opzione proclitica che enclitica (non farlo, non lo fare).
A mio parere, l’opzione enclitica è migliore e preferibile, soprattutto per quanto riguarda la prima e seconda plurale, poiché ci sarebbe il rischio di confondersi con il presente indicativo proprio della prima e seconda plurale.
Veniamo adesso alla domanda: se è presente un verbo aspettuale o a supporto, sarebbe ammessa la posizione proclitica?
Con l’imperativo non negativo la situazione resta la stessa: continualo a ripetere, continua a ripeterlo, continuaiamolo a ripetere, continuiamo a ripeterlo.
Se la forma è negativa, è ammessa una triplice posizione, in particolare quella proclitica? In questi casi, i rischi di confondere la forma indicativa con l’imperativo sono rappresentante sia dalla posizione proclitica sia, sorprendentemente, dalla seconda enclitica di ogni gruppo. Sul piano grammaticale, però, sono tutte possibili e corrette?
RISPOSTA:
Tutte le opzioni da lei ipotizzate sono corrette.
Bisogna, però, fare alcune precisazioni: la posizione del pronome con l’imperativo, il participio e il gerundio è soltanto enclitica. Il pronome è sempre enclitico anche nelle forme imperativali diverse dalla seconda singolare e plurale, che sono in realtà voci del congiuntivo: facciamolo (lo facciamo è inequivocabilmente indicativo presente). Per l’infinito vale quasi lo stesso: l’unico caso in cui è possibile la posizione proclitica è quando l’infinito ha funzione imperativale negativa (non lo fare). Inoltre, la posizione proclitica del pronome è possibile nelle perifrasi aspettuali o servili al gerundio e all’infinito. In questo caso, comunque, il pronome precede non il gerundio o l’infinito, bensì il verbo aspettuale: lo voglio fare, lo sto facendo. Rimangono, quindi, impossibili sia *voglio lo fare (come *penso di lo fare), sia *sto lo facendo. La proclisi è diffusa anche con i verbi di movimento e sensoriali che reggono un infinito: ci andiamo a vivere l’anno prossimo; ne sento parlare sempre.
Con tutte le altre forme verbali il pronome è proclitico.
Nei casi in cui sono possibili entrambe le posizioni del clitico, l’enclisi è la soluzione standard, mentre la proclisi è meno formale. In generale, però, la proclisi è oggi la soluzione più diffusa; è, inoltre, ormai desueta l’enclisi nelle perifrasi al gerundio (sto facendolo).
Le regole di collocazione del clitico sono cambiate nel tempo. Nell’italiano antico, l’enclisi era sempre obbligatoria quando la frase o la proposizione iniziava con un verbo accompagnato da pronome: “Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia” (Inferno V, 4). Questa regola è nota come legge Tobler-Mussafia, dai nomi dei due studiosi che l’hanno individuata in italiano e in provenzale. Fino al Seicento era, comunque, possibile collocare il pronome in entrambe le posizioni anche con le forme dei modi finiti del verbo e in qualsiasi punto della frase. Quest’uso, diffuso nella prosa aulica, è detto enclisi libera. Tra il Sette e l’Ottocento è esistito, inoltre, nel melodramma e nella tragedia, un imperativo proclitico (es. tu lo calma per tu calmalo). Questo costrutto è detto imperativo tragico.
A partire dal Novecento i parlanti hanno cominciato a preferire decisamente la proclisi, dando avvio al fenomeno di risalita del clitico con i verbi aspettuali, servili, di movimento e sensoriali. Si tratta di un effetto della ristrutturazione sintattica, per cui due forme separate usate abitualmente insieme vengono percepite come un oggetto unico. Per un approfondimento su questo fenomeno consiglio di leggere le ormai tante FAQ dell’archivio di DICO usando la chiave di ricerca risalita.
Fabio Ruggiano
