Il complemento oggetto “sollevato” nella proposizione reggente

Categorie: Sintassi

QUESITO:

Quando la subordinata è oggettiva, nel caso di un complemento oggetto plurale della subordinata, l’accordo resta comunque singolare, poiché l’accordo è tra verbo e subordinata oggettiva, che è al singolare maschile: le cose che è stato deciso di fare e non che sono state decise di fare. Le pagine che si prevede di stampare e non che si prevedono di stampare.

Nei casi di modali e fraseologici, invece, si parla di unico predicato, quindi le cose che sono state potute fare, le cose che sono state iniziate a fare, le cose che sono state finite di fare.

Sarebbe scorretto, credo, l’accordo al singolare.

La prova del nove è il fatto che il clitico possa esserci sia posizione enclitica che proclitica: l’ho finito di fare/di farlo, mi inizio a preparare/inizio a prepararmi.

Con i verbi che reggono un’oggettiva “separata” dal verbo principale: ho deciso di farlo, ma non l’ho deciso di fare.

La domanda è:

Quei verbi che reggono una subordinata introdotta da a + complemento oggetto sono da considerarsi fraseologici o comunque formano un predicato unico con la subordinata, quindi l’accordo si fa con l’oggetto della subordinata?

Es:

L’ho sbagliato a scrivere, ho sbagliato a scriverlo.

Le cose che sono state sbagliate a dire.

 

RISPOSTA:

Non è possibile dare una risposta secca alla sua domanda, perché la domanda stessa presenta una ricostruzione non completamente corretta.

Innanzitutto le proposizioni di fare e di stampare nelle prime due frasi sono soggettive, non oggettive. Il dettaglio è cruciale, perché dipende dal fatto che i verbi è stato deciso e si prevede sono impersonali, quindi non concordano con nessun nome. In ogni caso, inoltre, la subordinata completiva, essendo una proposizione e non un sintagma, non ha né genere né numero, quindi non governa l’accordo del verbo della reggente.

Nelle sue frasi il pronome che è “estratto” dalla proposizione soggettiva per divenire un costituente della proposizione reggente, che è una proposizione relativa embricata. Se prendiamo, infatti, la frase completa “Le cose che si è deciso di fare sono difficili” possiamo scomporla in due parti: la reggente le cose sono difficili, e il complesso relativa+soggettiva che si è deciso di fare. Quest’ultimo è il risultato della trasformazione di si è deciso di fare le cose in che si è deciso di fare, con il complemento oggetto di fare, le cose, sollevato nella proposizione reggente per fare da connettore con la principale. In questo sollevamento, si badi, il pronome deve mantenere la funzione logica del nome nella proposizione soggettiva: in questo caso, infatti, rimane complemento oggetto. Questa restrizione si vede bene in un caso in cui la funzione logica del nome è indiretta, quindi richiede la costruzione con una preposizione:

“L’amico di cui penso di averti parlato è Luca”.

Come si vede, di cui mantiene la funzione, quindi la costruzione, che avrebbe di Luca nella proposizione ti ho parlato di Luca. Si noti, a margine, che in questo caso la completiva è una oggettiva; la ricostruzione, però, è la stessa che per la soggettiva.

Se ci liberiamo della complicazione della relativa embricata, il quadro si semplifica. Quale tra le due versioni della seguente frase è corretta?

“Come si fa a trovare le persone giuste per questo lavoro?

“Come si fanno a trovare le persone giuste per questo lavoro?

Dal momento che il verbo della principale regge una soggettiva ci si aspetta che questo sia impersonale, quindi si fa. La seconda versione deriva dal sollevamento dell’oggetto della soggettiva all’interno della reggente. In questo caso, però, il sollevamento infrange la restrizione del mantenimento della funzione logica. Nella reggente, infatti, il sintagma diviene il soggetto del verbo, creando una costruzione contorta, equivalente a *“Come sono fatte a trovare le persone giuste?”.

Lo stesso avviene nelle frasi con verbi aspettuali (quelli che lei chiama modali o fraseologici) e servili. Nella frase “Alla trentanovesima settimana di gravidanza si iniziano a fare i controlli”, per esempio, i controlli è il complemento oggetto di fare, ma è trattato come soggetto di si iniziano, come se fosse possibile trasformare il costrutto al passivo: *i controlli sono iniziati a fare. Frasi così costruite sono piuttosto comuni, tanto che possiamo considerarle accettabili, anche se sono meno formali di quelle con il verbo impersonale (si inizia a fare i controlli).

Diversamente dalle frasi come quella appena presentata, i suoi esempi con verbi aspettuali e servili (le cose che sono state potute fare, le cose che sono state iniziate a fare, le cose che sono state finite di fare) sono inequivocabilmente impossibili, perché contengono anche la difficoltà della relativa embricata. Le versioni corrette sono le cose che si è potuto fare, le cose che si è iniziato a fare, le cose che si è finito di fare.

Infine, quella che lei presenta come prova del nove non è efficace, perché la risalita del pronome, che è oggi molto comune con i verbi aspettuali, servili e fattitivi (ho finito di farla > l’ho finita di fare, ho potuto farla > l’ho potuta fare, ho fatto farla a lui > l’ho fatta fare a lui…), è meno comune nel caso di subordinazione proprio perché il legame tra la reggente e la subordinata è meno stretto di quello tra il verbo aspettuale o servile e il verbo retto.

In ogni caso, oggi si va diffondendo anche il tipo l’ho deciso di fare (in cui, si noti, il pronome clitico mantiene la stessa funzione logica che ha nella sua posizione originaria: ho deciso di farlo). La risalita è, però, ancora piuttosto rara nel caso di pronomi diversi da lo: l’ho decisa di fare, le ho pensato di parlare.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Accordo/concordanza, Analisi del periodo, Analisi logica, Pronome, Registri, Verbo
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