il verbo vivere può essere transitivo, anche se con pochi oggetti: vitaesperienzasituazione ecc. In questi casi, ovviamente, l'ausiliare da usare è avere. Può anche essere usato in modo assoluto: "Luca ha vissuto", nel senso di 'avere una vita intensa'. Anche in questo caso l'ausiliare è avere (come per lavorare abbaiare). Più frequentemente, però, questo verbo è usato come un comune intransitivo. La regola vorrebbe che in questi casi si usasse l'ausiliare essere; la sua frase, quindi, dovrebbe essere formulata così: "Spesso mi chiedo se, nel caso in cui il filosofo francese fosse vissuto più a lungo...". Dobbiamo, però, rilevare che l'ausiliare avere si è diffuso, con questo verbo, anche quando questo è usato intransitivamente, probabilmente per influenza degli altri casi in cui avere è pienamente legittimo. Si tratta di un processo già antico e che poggia anche su autori illustri: Torquato Tasso scrive in un'operetta non molto nota del 1585, dal titolo Il Ghirlinzone: "Assai bene ha vissuto colui il quale ha speso ne le nobilissime azioni lo spazio conceduto". 
Si potrebbe tentare di fare una distinzione semantica tra "è vissuto" e "ha vissuto", intravedendo nel primo costrutto un maggior peso dato alla perfettività, cioè al termine dello stato del vivere, mentre nel secondo si sottolineerebbe la sua durata. Sarebbe, però, una distinzione un po' capziosa, e in fondo questionabile.
Come orientarsi nella scelta, allora? Come spesso accade nella lingua, non si tratta di distinguere il corretto dallo scorretto, ma di adattare il proprio modo di esprimersi (che tecnicamente si chiama idioletto) ai contesti in cui ci si trova. L'ausiliare essere, più regolare e preferito in letteratura, è più formale e va scelto in situazioni che richiedono una lingua più sorvegliata (ma in realtà va bene sempre); avere è accettabile in contesti di formalità media e bassa (nel parlato probabilmente anche in contesti più formali). 
Fabio Ruggiano