Sì. Però la forzatura di ricondurre un avverbio interrogativo (dove) a un'espressione lessicalmente più piena ed esplicita del tipo "in quale luogo" giustifica la perplessità che l'ha indotta, immagino, a rivolgerci questa più che legittima domanda. In realtà spesso l'analisi logica è abbastanza... illogica, nel senso che sembra troppo affezionata a una sterile e fantasiosa nomenclatura a metà strada tra il valore semantico (luogo) e quello funzionale (che funzione sintattica e testuale ha dove in una frase?)  e troppo poco attenta al reale funzionamento delle parole nella frase. In altri termini, l'analisi logica tradizionale sembra funzionare bene soltanto nelle frasi assertive canoniche (es.: "Adamo mangia la mela"). Già nelle domande vacilla. Figuriamoci in altre centinaia di esempi reali. Sarebbe più produttivo concentrarsi su altri quesiti sintattici quali: qual è il tema e qual è il rema della frase "dove sei"? (dove in questo caso funge da tema); come si può trasformare in interrogativa indiretta la frase in oggetto ("dimmi dove sei")?; quali altri valori semantici e sintattici può avere dove in italiano? ecc. ecc. In realtà, la minuziosa casistica dei complementi dell'analisi logica tradizionale serve davvero a poco (spesso è del tutto idiosincratica: fine o scopo? agente o causa efficiente? e simili amenità). Basterebbe concentrarsi sugli argomenti del verbo (o valenze), sulla differenza tra soggetto e oggetto, sulla differenza tra oggetto diretto ed elementi avverbiali ecc. E bisognerebbe inoltre dare molta più importanza all'analisi del periodo. E forse così riusciremmo a migliorare la coscienza metalinguistica dei nostri studenti (anche universitari) e anche le loro competenze, stavolta sì, logiche. Ma logiche sul serio!

Fabio Rossi