​Come abbiamo detto in molte altre risposte, ogni volta che l'italiano ammette l'alternanza tra indicativo e congiuntivo l'indicativo rappresenta la variante meno formale e comune nel parlato, il congiuntivo quella più formale e da preferire nello scritto. 
In questo caso l'alternanza riguarda una proposizione completiva, "che sia / sarò in grado...", e una relativa, "ovunque io vada / andrò...". Per le completive le suggerisco, se volesse approfondire il caso, di cercare nell'archivio di DICO la parola chiave completiva; la relativa merita un discorso a parte. La congiunzione ovunque contiene una sfumatura di eventualità che avvicina la proposizione da essa introdotta alla protasi del periodo ipotetico. "Ovunque io vada", cioè, è vicino a "se io vada", se non, addirittura, a "se io andassi". Da qui la forte preferenza per il congiuntivo, che, comunque, non può dirsi obbligo. 
In particolare, al presente, al passato prossimo e all'imperfetto l'indicativo risulta molto trascurato, perché può essere sostituito facilmente dal congiuntivo (presente, passato e imperfetto); al passato remoto, però, diviene pienamente accettabile anche nello scritto formale, perché insostituibile: "E ovunque andai, trovai una gioventù avida" (Frank Lloyd Wright, Una autobiografia, trad. it. di Maria Antonietta Crippa e Marina Loffi Randolin, 1985). Al futuro, infine, l'indicativo futuro è sì meno formale del congiuntivo presente, ma non risulta trascurato, perché, rispetto al congiuntivo, ha il vantaggio di rispecchiare più fedelmente l'evento descritto (ovunque andrò, cioè, rispecchia più fedelmente un evento futuro rispetto a ovunque vada), e questo ne legittima parzialmente l'uso. 
Fabio Ruggiano