Premetto che tutte le alternative da lei formulate sono valide, in italiano. Facciamo qualche piccola precisazione e distinzione, dunque, soltanto per amore di precisione e di speculazione (nel senso nobile del termine) metalinguistica.
Come giustamente osserva lei, la differenza d’uso tra indicativo e congiuntivo, nelle completive, è più che altro una differenza diafasica, cioè di livello di formalità, senza alcun cambiamento di significato. Qualcosa in più si può dire sull’uso del tempo, invece.
 “L’ho visto e gli ho domandato come va” e “come vada” non sono del tutto rispettose della consecutio temporum, perché, a rigore, quel che conta, nel discorso indiretto, non è il momento dell’enunciazione (essenziale, invece, nel discorso diretto), bensì il rapporto di contemporaneità, anteriorità o posteriorità rispetto al verbo reggente, vale a dire quello che introduce il discorso indiretto (“ho domandato”). Dunque in questo caso è come se ci fosse una mescolanza tra due piani deittici (cioè di riferimento temporale), quello del passato e quello del presente, cioè quello del discorso indiretto e quello del discorso diretto. Ma, a rigore, la domanda “come va” si presume sia stata fatta nel passato (quando cioè “gli ho domandato”), e non nel presente (o meglio, non troppo tempo dopo l’azione del domandare), e dunque la scelta migliore è senza dubbio “come andava” o, più formalmente, “come andasse”.
Diversi sono gli altri due casi da lei citati, il primo dei quali ("Mi sono raccomandato a Dio che mi soccorra della sua grazia") attribuibile ad Annibal Caro, cioè un autore del Cinquecento (e dunque tenga presente che i rapporti di consecutio temporum, almeno fino all’Ottocento, erano un po’ più elastici di quanto non siano nell’italiano odierno, o comunque non del tutto e non sempre assimilabili a esso).
I due esempi da lei citati ("Mi sono raccomandato a Dio che mi soccorra della sua grazia"; "Cristo mi ha messo in cuore che io vi dica") non sono a rigore esempi di discorso riportato (non sono, infatti, introdotti da un verbo di dire o simili). Inoltre, prima avviene l’azione di raccomandarsi a Dio, o a Cristo, e poi quella di esser soccorso, o di dire.
Dato che la distanza temporale tra il rivolgersi a Dio ed averne la grazia, e simili, si suppone ben esigua, di fatto l’uso del presente o dell’imperfetto cambia davvero poco o nulla, in questo caso, e pertanto direi che sarebbe di identico significato anche: "Mi sono raccomandato a Dio che mi soccorresse della sua grazia" e "Cristo mi ha messo in cuore che io vi dicessi".
Diverso sarebbe il caso, poniano, di “Cristo mi ha detto che io vi dicessi”, che a quel punto rientrerebbe perfettamente nel discorso riportato, di cui sopra, e che dunque sarebbe senz’altro preferibile a: “Cristo mi ha detto che io vi dica” (o, più semplicemente, “mi ha detto di dirvi”), a meno che non si voglia supporre una notevole distanza cronologica tra “Cristo mi ha detto” e il mio “dirvi”.
Come ho già osservato in apertura, si tratta comunque di minuzie, qui sceverate soltanto per amor di precisione e di riflessione metalinguistica.
 
Fabio Rossi