Non esistono regole, ma solo consuetudini e analogie, sulla pronuncia di pezzi di parola (quali acronimi o parole inventate o sezioni più o meno riconducibili a parti di parola esistente). Comunemente, se una parola inventata, o un pezzo di parola, o un acronimo, finisce per c (nessuna parola italiana esistente finora può finire per c), la c si pronuncia come velare, e non come affricata, perché la pronuncia velare è quella meno marcata, per così dire, cioè quella più comune, dal momento che le affricate (come la c di cena e la g di gelo, per intenderci) sono fonemi rarissimi, nelle lingue del mondo, e infatti l’italiano è una delle poche lingue a possederle nel proprio apparato fonologico.
Per quanto riguarda le interiezioni e gli ideofoni (cioè parole che indicano rumori), anche qui val più la convenzione, la consuetudine e l’analogia che la regola fonetica (inesistente). E dunque, l’h di solito non modifica la pronuncia né delle vocali né delle consonanti cui si accompagna, con la parziale eccezione per la c e la g, per analogia con le parole italiane: dunque ch e gh non possono che pronunciarsi, almeno in italiano, come velari. Anche hc e hg si pronuncerebbero come velari, sia per il mutismo della h sia per quanto appena detto sulla pronuncia non marcata delle velari. Per quanto riguarda le vocali, una parziale deroga al mutismo della h si ha nell’interiezione (o ideofono) che riproduce la risata, che da taluni (ma non necessariamente) viene pronunciata con una serie di a separate da aspirazione: ahahahah. L’allungamento vocalico delle interiezioni non è, di solito, segnalato dalla presenza o meno della h, bensì dal valore pragmatico, e dunque dal contesto d’uso, di quell’interiezione. E infatti, benché molte (non tutte) le interiezioni siano presenti nella gran parte dei dizionari, non v’è un accordo perfetto sulla loro grafia: chi scrive hm, chi mh, chi hmh, chi hmm ecc. Dicevo che è il contesto d’uso, più che la grafia, a segnalare la lunghezza vocalica (di norma non graficamente segnalata, in italiano, eccezion fatta per alcune interiezioni, per l’appunto, e con notevoli oscillazioni da autore ad autore). E dunque, anche per l’ah di meraviglia, per esempio, e anche a parità di scrittura (ah), ci sarà un caso come: “Ah, che spavento!” (che si pronuncia con una a breve) e un altro caso come “Ah, qui ti volevo! Lo vedi che avevo ragione io?!”, che si pronuncia con una a molto allungata.
D’altra parte, è possibile che talora lo scrivente senta l’esigenza di segnalare graficamente (o con l’h o con la duplicazione della vocale) il diverso valore pragmatico, e dunque anche la diversa pronuncia, delle interiezioni, distinguendo, per es., tra ehi e eeeeehi, o hhhhei o in altro modo ancora. Se, nella letteratura tradizionale, si tendeva a non ripetere stesse serie di grafemi per più di due volte, l’effervescenza grafica, e talora grafomane, incoraggiata dai nuovi media ha immesso in italiano (anche in letteratura) talune interiezioni fatte anche di lunghe serie di vocali e/o di h. Se accetta un consiglio, il troppo stroppia sempre, e il ricorso a questi mezzucci grafici è considerato, da taluni linguisti superciliosi come chi le scrive, un modo di scrivere assai cheap.
La prima parte della domanda sui pezzi di parola e gli acronimi non ha senso, perché MANCA una regola fonetica per la pronuncia delle parole inventate, dei pezzi di parola, degli acronimi, quindi i casi da lei elencati possono pronunciarsi come si vuole. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, la pronuncia affricata (affricativa non esiste, esistono le fricative, ma sono un’altra cosa) della c isolata in c’ho è la classica eccezione che conferma la regola della pronuncia velare di c in isolamento. In effetti, dato che la grafia c’ho (non a caso da taluni contestata e riflettente un caso di lingua parlata trascritta) contrassegna la caduta della i per elisione, allora lì la pronuncia permane quella affricata, come se la i rimanesse: ci ho.
La pronuncia dei composti non cambia, di norma, rispetto a quella delle parole componenti, tranne, talvolta, per questioni di accento (nel senso che tende a perdersi, anche come accento secondario, quello del primo elemento) o di raddoppiamento fonosintattico: per esempio, caffè + latte = caffellattecosì + che = cosicché.
Nel caso di scioglilingua, la pronuncia è quella normale, con l palatale, della parola sciogli. È semmai glicemia l'eccezione (come glicine e altre), nel senso che la pronuncia non palatale del nesso gl dipende dal fatto che quella parola deriva dal greco, lingua in cui la laterale palatale non esisteva (su quest’argomento può vedere la risposta 280058 dell’archivio di DICO).
Benché l’italiano, a differenza dell’inglese, sia una lingua che segue l’ordine determinato + determinante, sono numerosi i composti (soprattutto dal greco o dall’inglese) che seguono l’ordine inverso: agopuntura, psicoterapia ecc., motivo per cui anche hashishonore nel significato di ‘onore dell’hashish’ potrebbe andar bene.
Dopodiché è ovvio che le parole non possano esser messe a caso, né in italiano né in inglese né in nessuna altra lingua, direi, ed è altresì chiaro che bisognerebbe tentare di evitare ambiguità di pronuncia e di senso. La libertà di scelta delle componenti di un composto è lasciata, un po’ come la pronuncia, al buon senso, anche qui tentando di evitare ambiguità: eviterei, per esempio, l’uso delle interiezioni nei composti, e forse anche l’uso degli articoli, nei limiti del possibile. Composti con nomi propri sono possibili, anche qui entro i limiti del buon senso e della comprensibilità. Per es., così come era comune, anni fa, il D’Alema-pensiero, oggi sarebbe possibile il Salvini-pensiero (ammesso che esista...), che tra l’altro segue l’ordine determinante + determinato.
Su libera mente inteso come “qualcosa che libera la mente”, ci hanno già pensato in molti prima di Lei, come scoprirà on line.
Fabio Rossi
Raphael Merida