Il costrutto da Lei segnalato “è anni che” è detto, in linguistica, frase scissa, ed è molto frequente (almeno a partire dal Settecento) e molto studiato. Serve a dare maggiore rilievo, a mettere in evidenza, a focalizzare, la parte dell’enunciato subito dopo il verbo essere. Benché si possa trovare in ogni tipo di lingua, è chiaro che, al pari degli altri costrutti di sintassi marcata, la frase scissa sia più frequente, e appropriata, in quei tipi di testo in cui sale l’esigenza di coinvolgere l’attenzione dell’interlocutore, o anche in quelli in cui è necessario ripristinare la coesione riagganciandosi a quanto già detto. Pertanto, il regno delle frasi scisse saranno, per esempio, i testi giornalistici e anche alcuni tipi di testo più informali, più vicini alla mimesi del parlato. Ma, a differenza di altri costrutti marcati (come le dislocazioni a destra o gli anacoluti), le frasi scisse si trovano anche in testi letterari e molto formali, proprio come tecnica di coesione e di focalizzazione. Proprio perché il verbo essere e il che sono, per dir così, abbastanza desemantizzati e grammaticalizzati, cioè utili al fenomeno della focalizzazione (si tratta infatti di un che pseudorealtivo, e non relativo puro, come dimostra l’impossibile sostituzione con il quale), non è infrequente, nell’italiano di ieri e di oggi, incontrare l’accordo di è singolare con un soggetto plurale, perché, come ripeto, il verbo serve qui a introdurre qualcosa da focalizzare (focus), indipendentemente dal suo ruolo sintattico. Per es., nelle quattrocentesche lettere di Alessandra Macinghi Strozzi (nel CD della Biblioteca italiana Zanichelli) leggo: “ma egli è anni che tu cominciasti a fare delle cose non ben fatte”. È chiaro che la forma senza accordo (“è anni che”) sia da intendersi come la soluzione meno formale, meno adatta a un testo scritto ufficiale, ma comunque possibile e non scorretta tout court.
Ciò detto, possiamo provare a istituire una sorta di scala di formalità, dal più al meno formale, per esprimere un concetto analogo:
1. il marito la tradisce da anni
2. sono anni che il marito la tradisce
3. è anni (o anche “è da anni”) che il marito la tradisce.
Aggiungo in coda che recentemente m’è capitato di studiare un fenomeno analogo, sempre sul terreno del labile accordo nelle frasi scisse. Il verso, splendido, è nella conclusione del Falstaff di Verdi/Boito: “Son io che vi fa scaltri”. In questo caso ci si aspetterebbe l’accordo “faccio”, ma proprio la natura della focalizzazione pseudorelativa consente di considerare quel che come una ripresa neutra, svincolata da quanto riprende. In verità, il discorso sarebbe ben più complesso, ma questa è un’altra storia.
 
Fabio Rossi