Sì, si può usare. Sicuramente il punto che separa una subordinata dalla reggente è la soluzione meno formale, e più espressiva, adatta per esempio a un articolo giornalistico piuttosto che a un saggio critico, nel quale si opta di solito per una maggiore coesione sintattica. Questo in linea di massima. Per essere più specifici, la subordinata causale è solitamente tra quelle più solidali con la reggente, cioè il cui significato (la causa, la conseguenza di qualcosa, appunto) più delimita il significato della reggente, e per questo motivo si tende a non separare con una virgola la causa dall’effetto. Tuttavia subentra talora l’esigenza di dare pari valore sia alla causa sia all’effetto, e in casi simili il punto aiuta proprio a non mettere in secondo piano, in ombra, la causa rispetto all’effetto. Pare proprio questo il senso dell’enunciato da Lei riportato, nel quale il non aver voglia ha pari importanza, se non addirittura superiore, rispetto al non andare la mare. Lo stesso enunciato senza la virgola conferirebbe meno valore al non avere voglia: “Domani non andremo al mare perché non ho voglia”, in cui la prima parte del periodo ha decisamente più importanza della seconda.
A queste ragioni si aggiunga che talora il perché causale ha in italiano non tanto il valore della causa in sé (cosiddetta causa de re), quanto della causa del dire o pensare una determinata cosa (cosiddetta causa de dicto). Questo secondo valore del perché (causa de dicto), usualmente più comune nel parlato che nello scritto, o nello stile colloquiale piuttosto che in quello formale, è preferibilmente separato da un punto rispetto alla reggente. L’esempio classico del perché de dicto è il seguente: “Piove. Perché prendo l’ombrello”. La causale “perché prendo l’ombrello” non è la causa del piovere (semmai ne è l’effetto), bensì del mio dire, o ipotizzare, che piove.
 
Fabio Rossi