La sua intuizione è in parte giusta, in parte troppo rigida.
Cominciamo dal modo: la scelta del congiuntivo è la più formale, come al solito, ma il suo esempio funzionerebbe perfettamente, e direi anche meglio, all’indicativo: “È la prima volta che mi è capitato di sentire che Luigi VUOLE/VOLEVA tornare nello stesso luogo in cui ha trascorso le vacanze”.
Sicuramente nel suo caso l’uso del congiuntivo è incoraggiato, oltreché dalla formalità e dal retaggio scolastico (non sempre giustificato) di preferire il congiuntivo all’indicativo (che noi linguisti chiamiamo scherzosamente “congiuntivite”), dalla sfumatura eventuale conferita dall’espressione reggente “mi è capitato di sentire”. Se sostituissimo alla reggente (che è una frase scissa: “è la prima che mi è capitato”) un’espressione più netta e meno eventuale, rispettandone però il tempo al passato, come “ho sentito”, l’indicativo sarebbe di fatto l’unica alternativa possibile, relegando il congiuntivo a un livello di artificiosità quasi irricevibile: “ho sentito che Luigi VUOLE/VOLEVA” ecc. / *“ho sentito che Luigi VOGLIA/VOLESSE” ecc.
Passiamo ora alla consecutio temporum. Esattamente come nell’esempio da me ricostruito all’indicativo, il presente ha un valore non del tutto definito (quasi acronico o pancronico) che va dalla contemporaneità alla posteriorità: quando vuole tornarci? ora? domani? prima o poi? Mentre l’imperfetto ha un valore anch’esso più o meno indefinito dalla contemporaneità all’anteriorità: ci voleva tornare e poi c’è effettivamente tornato? oppure ci voleva tornare e non c’è tornato? oppure genericamente ci vorrebbe tornare prima o poi? Quest’ultimo significato è incoraggiato dal valore modale dell’imperfetto indicativo, che può valere, epistemicamente, come un condizionale: voleva = vorrebbe.
Al congiuntivo accade più o meno quel che accadrebbe all’indicativo:
1) “È la prima volta che mi è capitato di sentire che Luigi VOGLIA tornare nello stesso luogo in cui ha trascorso le vacanze”: rispetto a quando l’ho sentito dire, Luigi vuole tornare nello stesso luogo, forse ci tornerà, ma forse c’è già tornato (anche se quest’ultima eventualità è la più rara).
2) “È la prima volta che mi è capitato di sentire che Luigi VOLESSE tornare nello stesso luogo in cui ha trascorso le vacanze”: rispetto a quando l’ho sentito dire, Luigi voleva (prima), o vuole tuttora, tornare ecc., e non si capisce se ha già realizzato o no la sua volontà.
Nel caso da Lei segnalato, infine, a rendere ancora più sfumato il rapporto tra contemporaneità, anteriorità e posteriorità c’è anche l’uso del verbo modale volere, che conferisce una sfumatura eventuale-desiderativa e una proiezione sulla realizzabilità dell’azione che ben si sposa con l’idea di futuro (cioè di posteriorità), che configge, in certo qual modo, con la dipendenza al passato di “è la prima volta che mi è capitato di sentire”. Ricordo en passant, al riguardo, che l’idea di futuro, in molte lingue del mondo (sicuramente quelle romanze e germaniche) è intimamente legata con quella di volere/dovere, tant’è vero che in inglese il futuro si può costruire anche con will = ‘voglio’ e in italiano con il suffisso -arò ecc. che proviene dall’espressione perifrastica latina con habeo: cantare habeo = devo cantare = canterò, questo per dire che tra verbi modali e idea di posteriorità c ‘è una forte congruenza.
Morale della favola: nell’enunciato da Lei segnalatoci, sia il presente sia l’imperfetto congiuntivo (o indicativo) sono accettabili, ma non è possibile stabilire in modo univoco i valori di contemporaneità, anteriorità e posteriorità dell’uno e dell’altro. Tendenzialmente, il presente voglia  incoraggia l’interpretazione della contemporaneità-posteriorità, l’imperfetto volesse quella della contemporaneità-anteriorità. Il tutto, poi, relativamente al valore del verbo volere. Ma se ci spostiamo da volere a tornare, cioè il verbo principale retto dal modale volere, il discorso si fa ancora più sfumato, perché, sia per la consecutio temporum sia soprattutto per la sfumatura modale conferita dal verbo volere, è impossibile, in tutti i casi da Lei e da noi qui segnalati, stabilire con certezza se Luigi ci è tornato o no.
Le lingue, e il cervello umano che le crea, son fatte di incertezze e di sfumature: è questo il loro fascino, il loro mistero, il loro miracolo cognitivo. Ed è questo che rende la comunicazione, e tutti gli sforzi per comprenderci gli uni con gli altri, un’attività così creativa e accattivante. Non bisogna mai perdere il gusto e la tenacia di tentare di comprendere sempre i testi (scritti, orali, visivi ecc.) con cui ci confrontiamo, neppure di fronte alla loro inevitabile ambiguità.
Concludo con un’ultima notazione: le anomalie date dal valore modale (a metà tra il volitivo e il desiderativo) del verbo volere giustificano anche un’altra apparente anomalia morfosintattica e semantica di quel verbo, vale a dire il fatto che dal presente condizionale dipenda preferibilmente l’imperfetto congiuntivo, piuttosto che il presente, per esprimere la contemporaneità dell’azione: “vorrei che Luigi tornasse”, piuttosto che “vorrei che Luigi torni” (comunque possibile, ma meno formale, in italiano). Per ulteriori dettagli su quest’ennesima “stranezza” dell’italiano, può leggere la documentata risposta del prof. Ruggiano, con relativa citazione da Serianni, nella risposta di DICO numero 2800136.
 
Fabio Rossi