Sostanzialmente sì, non cambia nulla. Non sto qui a farle un intricato discorso sulle ragioni, ma è come se confliggessero due punti di vista: 
Sei furbo, non sei bravo
Sei furbo ma sei anche bravo
Sei più furbo di quanto tu sia bravo
Sei più furbo di quanto tu non sia bravo
Il "non" è ininfluente ai fini del significato dell'enunciato. Per quanto possa sembrare controintuitivo, talora il "non" è usato, nella storia dell'italiano, in modo del tutto contrario alle attese. Per esempio, sulla stregua del latino TIMEO NE per indicare "temo che qualcosa accada", nell'italiano antico era possibile dire e scrivere una frase come la seguente: "temo che non mi veda" per intendere, invece "temo che mi veda". La spiegazione risiede nel fatto che è come se si costruisse un discorso diretto approssimativamente come il conseguente: "ho un timore ed è questo: (voglio) che NON mi veda!", cioè "non voglio che mi veda", e dunque: "ho paura che mi veda". Qualcosa di analogo è successo con i secondi termini di paragone, in cui il "non" passa dal contrasto con il primo termine (A, NON B), alla sfumatura di gradazione (A, meglio di B).
Un altro esempio analogo è: "Meglio passare l'estate in Sicilia che in Piemonte", del tutto identico a "che non in Piemonte". In questi casi, la negazione è del tutto ininfluente.
Talora le lingue hanno loro percorsi di coerenza interna, anche semantica, diversi dall'usuale o dal senso comune.

Fabio Rossi