​Il concetto di lettera è ambiguo, perché può riferirsi a un oggetto fonetico, il fonema, e a uno grafico, il grafema. Ricordiamo che le lingue nascono parlate, quindi sono composte prima di tutto dai fonemi, i suoni che i parlanti di una determinata lingua riconoscono come distinti e autonomi. I grafemi sono tentativi di "tradurre" i suoni in segni grafici, per dare un corpo visibile ai suoni, in modo da poterli scrivere. 
L'alfabeto di una lingua è fatto di grafemi, che sono tipicamente in numero minore rispetto ai fonemi propri di quella lingua. Questo avviene perché alcuni grafemi sono usati per rappresentare più di un fonema (ad esempio in italiano c rappresenta sia il fonema /ʧ/, come in cena, sia il fonema /k/, come in cane) e alcuni fonemi mancano del tutto (ad esempio in italiano /ɲ/ di gnocco non è rappresentato nell'alfabeto, ma è rappresentato dal digramma gn). Si noti che lo stesso fonema può essere rappresentato in modo diverso negli alfabeti di lingue diverse: è il caso, per esempio, proprio di /ɲ/, che in spagnolo è presente nell'alfabeto con il segno ñ.
Una volta creato l'alfabeto, i grafemi divengono nomi comuni, quindi si pone il problema del genere da attribuire loro. Alcuni sono stati nella storia stabilmente femminili, perché terminanti per -aazetaacca; gli altri hanno sempre oscillato tra il maschile e il femminile fino a pochi decenni fa (si pensi all'espressione idiomatica mettere i puntini sulle i, nota anche nella variante mettere i puntini sugli i), per fissarsi generalmente sul femminile negli ultimi tempi (ma in realtà ancora oggi sono accettabili entrambi i generi, e le lettere dell'alfabeto greco sono considerate maschili). Tale oscillazione è dovuta alla possibilità di sottintendere, accanto al nome del grafema, tanto segno quanto, appunto, lettera.
L'alfabeto, dunque, è una costruzione altamente convenzionale, soggetta a molte spinte analogiche. Non devono stupire, pertanto, alcune incongruenze al suo interno, come la mancanza di alcuni suoni, la confusione di più suoni in un solo segno, e persino la mancanza di alcuni segni che pure si usano nella lingua (nell'alfabeto italiano, per esempio, mancano jkxyw).  
Per quanto riguarda la pronuncia dei nomi dei grafemi, le consonanti necessitano di una vocale di appoggio, visto che, come è noto, le consonanti "suonano", cioè producono un suono, solamente quando sono accompagnate da una vocale. La vocale di appoggio nella storia dell'italiano è stata inizialmente la e, ma poi i parlanti hanno preferito la i (probabilmente perché è la vocale percepita come la più debole). Ci sono alcune eccezioni, dovute all'intento di evitare potenziali confusioni: effeemmeenne per esempio, non sono fimini per evitare la confusione con le omonime lettere dell'alfabeto greco. Questo, però, non ha indotto a cambiare il nome della p (identico al pi greco) in *eppeAcca ha un'etimologia incerta, elle e esse servono a evitare la confusione con li e sierre probabilmente è nato per evitare un nesso difficile da pronunciare: il ri
​Dovendo scrivere il nome di una consonante, si può scegliere se riportare il singolo grafema, ad esempio p, oppure rappresentare fedelmente la pronuncia, segnando anche la vocale di appoggio, ad esempio pi. Tradizionalmente, però, questo secondo modo è riservato alle lettere dell'alfabeto greco, per distinguerle dai grafemi latini, che si scrivono da soli.
I digrammi si possono pronunciare riportando la rappresentazione grafica al fonema corrispondente, oppure scandendo le componenti grafiche separatamente. La prima soluzione ha il difetto di risultare molto artificiosa, perché bisogna evitare di pronunciare la vocale di appoggio, altrimenti si crea un trigramma. Siccome questo è impossibile, si deve optare per la sostituzione della i con la vocale [ə], detta schwa, inesistente nel repertorio dell'italiano standard (ma esistente in molti dialetti). I trigrammi gli e sci sono più facili da pronunciare foneticamente, perché contengono la vocale i alla fine.
Fabio Ruggiano