​I tempi del congiuntivo usati nella protasi del periodo ipotetico (l'imperfetto e il trapassato, raramente gli altri due) assumono la funzione di indicatori del grado di ipoteticità dell'evento, dovendo mediare tra questo sistema e quello della consecutio temporum, con conseguenze difficili da schematizzare, perché i parlanti incrociano continuamente la prospettiva temporale con quella ipotetica alla ricerca di sfumature illocutive (su questo concetto si veda la risposta 2800245 dell'archivio di DICO). 
In linea di massima, secondo la consecutio temporum il congiuntivo imperfetto indica la contemporaneità nel passato "Mi avrebbe fatto piacere che tu venissi"; nel periodo ipotetico, invece, indica un evento ancora realizzabile, quindi legato al presente: "Mi farebbe piacere se tu venissi" (= è ancora possibile che tu venga). Se, però, è impossibile, se non in uno stile molto trascurato (o in casi molto intricati), costruire una protasi all'imperfetto con un'apodosi al passato (*"Mi avrebbe fatto piacere se tu venissi") è, al contrario, possibile far dipendere l'imperfetto dal condizionale presente: "Mi farebbe piacere che tu venissi". In un caso come questo, è evidente la sovrapposizione tra la costruzione completiva e quella ipotetica.
Nella consecutio temporum, il congiuntivo trapassato indica un evento anteriore a quello della reggente, a sua volta al passato: "Non sapevo che lui fosse venuto alla festa ieri". Nel periodo ipotetico, invece, indica una eventualità che non può più realizzarsi, o al limite una possibilità remota; questa funzione è assolta tipicamente in composizione con un'apodosi al passato: "Sarei stato felice se tu fossi venuto", ma può essere richiesta anche con un'apodosi al presente: "Sarei felice se tu fossi venuto" (= non sono felice perché tu non sei venuto).
Nella sua frase a) il congiuntivo trapassato (fosse successa) si inquadra nella consecutio temporum, perché indica un evento precedente a un altro passato, corrispondente a ci sarebbe stata. In questo caso fosse successa indica una possibilità futura, non passata, rispetto a sapeva, perché ciò che preme qui è rappresentare il rapporto reciproco tra fosse successa sarebbe stata.
La frase b), al contrario, sottolinea il rapporto tra sapeva e gli altri due eventi, entrambi proiettati nel futuro (rispetto al passato). Si noti che in questo modo è comunque possibile ricostruire, per logica, che sarebbe successa è precedente a sarebbe stata.
La frase c) non è ben costruita: quando / se avremmo finito è chiaramente una protasi di periodo ipotetico, che non ammette il modo condizionale. Lasciando l'apodosi al condizionale presente, la frase può prendere le seguenti forme: "Ti chiameremmo se finissimo" e "Ti chiameremmo se avessimo finito", per sottolineare che non abbiamo ancora finito.
Nella d) il periodo ipotetico è formato da se toccasse a me, farei, mentre il condizionale passato è contenuto in una ulteriore subordinata dell'apodosi, di tipo interrogativo indiretto. Escludiamo che quest'ultima proposizione possa descrivere un evento futuro nel passato perché, come detto, il futuro nel passato deve riferirsi a un passato, che qui non c'è (se ci fosse, il futuro nel passato sarebbe legittimo: Avrei fatto quanto mi avrebbero chiesto). Il condizionale presente non è escluso: farei quanto mi direbbero, ma è meno formale del congiuntivo, nonché meno efficace, perché innesca un nuovo periodo ipotetico, ridondante (il condizionale presente, infatti, esprime sempre un'azione in qualche modo condizionata): farei quanto mi direbbero (se ciò avvenisse).
L'opzione migliore per costruire l'interrogativa indiretta è il congiuntivo, scegliendo il tempo in base alla consecutio temporum. Partendo dal presente della reggente (farei) potremmo avere farei quanto mi dicessero, che rappresenta l'atto del dire come contestuale a quello del fare, ma per logica leggermente anteriore, o farei quanto mi avessero detto, che lo rappresenta come avvenuto in precedenza.
Fabio Ruggiano