​Per quanto riguarda la prima frase, tutte le forme verbali proposte sono accettabili: i futuri si giustificano in rapporto al momento dell'enunciazione, che è presente (come abbiamo scritto più volte – la invito, in proposito, a guardare le risposte etichettate con consecutio temporum nell'archivio di DICO –, il futuro anteriore è oggi sostituibile sempre con il futuro semplice quando ha valore temporale); i tempi passati, congiuntivo e indicativo, invece, si giustificano in rapporto al momento dell'azione del tacere, che è successivo a quello dello scoprire. La consecutio temporum ci consente di scegliere tra le due opzioni senza che si possa dire quale sia la più corretta o la più formale. La formalità entra in gioco nella scelta tra il futuro semplice (meno formale) e anteriore (più formale) e tra il congiuntivo passato (più formale) e l'indicativo passato prossimo (meno formale).
Il problema con la seconda frase riguarda prima di tutto il modo, non il tempo. Quando la proposizione reggente e la subordinata hanno lo stesso soggetto è quasi sempre preferibile, e in alcuni casi obbligatorio, costruire la subordinata con l'infinito. La forma migliore per la frase è, infatti: “È diventato ipocondriaco dopo essere stato ricoverato in ospedale”; in questo modo si evita l'ambiguità del soggetto del verbo della subordinata: se lasciamo "dopo che è stato ricoverato" il lettore è portato a pensare che la persona ricoverata non sia la stessa che è diventata ipocondriaca. In questo modo si risolve anche il problema della consecutio, perché l'infinito passato instaura un rapporto di anteriorità rispetto al verbo della reggente. Se, invece, manteniamo l'indicativo, ipotizzando una frase in cui non c'è identità di soggetto ("Luca è diventato ipocondriaco dopo che la moglie è stata ricoverata in ospedale"), dobbiamo fare i conti con la semantica del passato prossimo in questa specifica frase, che indica uno stato iniziato nel passato, ma persistente nel presente. Data l'indeterminatezza tra passato e presente di questo stato di cose, siamo portati a mantenere anche l'altra azione sullo stesso piano temporale. Si potrebbe dire che questa indeterminatezza fa subentrare il punto di vista del momento dell'enunciazione, che è presente, rispetto al quale lo stato della reggente e l'azione della subordinata sono sullo stesso piano, a metà tra passato e presente.
Diversamente, se avessimo usato il passato remoto, che indica il momento in cui avviene l'azione o insorge lo stato, la consecutio temporum sarebbe stata più netta: "Luca divenne ipocondriaco dopo che la moglie era stata ricoverata". Anche in questo caso, comunque, l'uso dello stesso tempo nella reggente e nella subordinata, governato dal punto di vista del momento dell'enunciazione, è legittimo: "Luca divenne ipocondriaco dopo che la moglie fu/venne ricoverata").
Fabio Ruggiano