L'accento è un tratto grafico piuttosto trascurato nella prassi della lingua. Per varie ragioni, che vanno dalla scarsa visibilità del corpo del segno alla limitata presenza del segno nel sistema, esso tende a essere omesso in scritti poco formali (nei testi dialogici elettronicamente mediati, ad esempio) e rappresenta uno dei tratti più problematici dell'apprendimento dell'ortografia. Stando così le cose, l'insegnamento scolastico tralascia quasi sempre l'argomento della distinzione tra accento grave e acuto, limitandosi a trattare l'accento in generale. Per questo motivo, gli scriventi adottano normalmente un unico tratto, che può coincidere con l'accento grave (dall'alto verso il basso, corrispondente a una vocale aperta), quello acuto (dal basso verso l'alto, corrispondente a una vocale chiusa), nessuno dei due (per esempio un segno piatto, oppure un quasi-apostrofo), o alternativamente l'uno o l'altro dei segni, senza la consapevolezza della differenza. È ovviamente più corretto differenziare i due accenti, anche se comunemente non si fa (e, bisogna dirlo, dal punto di vista fonologico cambia poco).
Alcune regole di base: in italiano l'accento grafico si segna solamente quando cade alla fine della parola. L'accento in fine di parola è quasi sempre grave. Se la parola finisce in 
aiu, per convenzione si segna sempre l'accento grave (alcune case editrici preferiscono l'accento acuto per la i e la u, che sono, effettivamente, vocali chiuse). Se la parola finisce in o, ha sempre l'accento grave, perché la o è sempre aperta in fine di parola. Se la parola finisce in e, hanno l'accento acuto solamente sé, i composti di che (perchénonché, benché...), la terza persona singolare del passato remoto di alcuni verbi della seconda coniugazione (abbattéperdépoté) e poche altre parole (nontiscordardimé). Per togliersi il dubbio è sempre bene consultare il dizionario. 
Fabio Ruggiano