In dipendenza da “escludere che” e “desiderare che” l’italiano standard prescrive il congiuntivo: dunque la scelta sarebbe dovuta essere “potesse”, e non “poté”, che è decisamente più informale. Inoltre, se mi posso permettere, l’intero periodo sembra intricato al limite dell’incoerenza (forse voluta, me ne rendo conto, più che per licenza poetica, per i noti paradossi teologici connessi con la figura cristologica). Capisce bene, tuttavia, che l’italiano ha le sue ragioni, non necessariamente coincidenti con quelle della poesia, del cuore, della fede...
A rendere intricata la sintassi è la doppia negazione: “non abbiamo mai desiderato che non potesse piangere”. Quindi: abbiamo desiderato che potesse piangere, giusto? E non sarebbe stato più chiaro?
Inoltre, mettere sullo stesso piano, come coordinate, “abbiamo escluso” e “non abbiamo mai desiderato” rende difficile al lettore il compito della decodificazione. Lei mi dirà che compito della poesia non è quello di essere chiara. Ha ragione, ma forse a volte un po’ di chiarezza e di logica in più non guasterebbero. Si incontrerebbe (e convincerebbe, forse) un numero superiore di persone.
 
Fabio Rossi