Sottopongo un quesito sulla legittimità della mia protesta in oggetto, esponendone i dettagli.  

Personalmente, osservo volentieri il troncamento nei casi in cui il vocabolo "quale" assume una  funzione qualificativa (una sofferenza grave, qual è la solitudine / un capomastro, qual è Tizio,  eccetera).
Lo pratico malvolentieri, invece, quando io voglia individuare, soprattutto interrogativamente, un elemento all’interno di un insieme (con un senso equiparabile a quello del quis vestrum latino). In tale occorrenza preferirei l’elisione con l’agognato apostrofo, giusto per il piacere di rimarcare formalmente la differente funzione del termine, da aggettivo a pronome. E’ una mia bizzarria, lo so.
Tuttavia, ove sia plausibile, perché non concedere la scelta di una mirata eccezione alla regola?
Perché mai fondare la norma esclusivamente sul fatto che già esista*, autonomo, il pronome in forma tronca? E’ la revoca della pari dignità della forma intera…
Perché non ammettere che in determinati casi uno scrivente possa voler “partire” dal pronome integro e quindi trattarlo con l’elisione? Pare un processo alle intenzioni…
In tal senso io sospetto (fra il serio e il faceto) che la generalizzazione della regola si debba ad un arbitrio tirannico.
Posso scendere in piazza a reclamare la libertà condizionata per l’apostrofo?

* Avrei da ridire anche su questo congiuntivo.
Nella fattispecie non ci si trova nel campo dell’ipotetico ma in quello del reale: si parla di un fatto certo, riconosciuto come tale anche nella frase. Perché mai inibire l’indicativo in casi come questo?